Mostre sui Balcani

Ana Opalic: Afterwards
termina il 15 dicembre 2009
Galleria Allegretti Contemporanea - Torino
www.allegretticontemporanea.it

Per la prima volta in Italia la personale di Ana Opalic (Dubrovnik, 1972), affermata fotografa e video artista croata. Gli scatti in bianco e nero (dimensioni cm40x50) sono stati realizzati nella primavera del 2006 sulle colline che circondano Dubrovnik, quindici anni dopo il termine del conflitto che segnò il territorio dal 1991 al 1995, dove si verificarono scontri diretti fra le forze croate e jugoslave. Saranno inoltre esposti i lavori appartenenti alle serie Self-portraits, Mine Fields (Croazia, primavera 2009), Mass execution sites (Bosnia, estate 2009), Mass grave sites (Croazia, Bosnia - primavera / estate 2009) e Untitled (Zagreb, primavera 2008).

"Volevo sapere cos'avrei trovato sulle terre che, nella mia mente, fin dall'inizio della guerra, concepivo come scene del crimine. Il disagio che provavo nel percorrere i sentieri era generato dall'idea di quello che vi era successo, probabilmente esattamente in quel punto, o è possibile percepire il passato e la storia di un luogo? In Self-portraits, la melanconia diviene figura retorica e scaturisce dalla relazione fra la figura dell'autrice, il modo in cui si posiziona nello spazio, e il paesaggio. In ogni inquadratura si può spesso vedere qualcosa che, nella nostra cultura, rimanda a una scena melanconica, come, ad esempio, una figura solitaria posizionata in un paesaggio selvatico, roccioso e incolto. Le fotografie di Untitled nascono, invece, come risposte a domande mai pronunciate. Quando sembra che non ci sia nulla da trovare, che ogni oggetto concreto del mio interesse sia assente, esponendo la scena ritratta, voglio vedere ciò che sarà riflesso in un'immagine che non cerca nulla." (Ana Opalic).

Difficile immaginare qualcosa di più lontano e di più difforme dai paesaggi da cartolina, dalle vedute panoramiche come anche dalle fotografie che si soffermano sui dettagli. Qui non c'è nulla da mostrare: nessuna "veduta" e nessun dettaglio. Ana Opalic ha creato le condizioni perchè fra il vedere e il sapere si interponga uno iato significativo, sulla base di una strategia già ampiamente sperimentata da diversi linguaggi artistici nel corso del Novecento. Il teatro, in altre parole, è fatto dallo spettatore mentre l'immagine se ne sottrae o perlomeno non lo conferma. "L'essere stato" si ribalta quindi sull'osservatore, su Ana Opalic fotografa e su noi stessi nel ruolo di spettatori chiamati a condividere il suo punto di vista. In queste immagini Ana Opalic ha dunque infatti realizzato in forme visibili qualcosa di assai prossimo al concetto di "Informe" elaborato da Rosalind Krauss e Yve-Alain Bois après Bataille. (Estratto da Between emptiness and in-form, di Martina Corgnati - Milano, luglio 2009)




Giuseppe e Pompeo Bertini - Mosaico nella lunetta della porta principale della chiesa di San Spiridione - 1880 circa Genti di San Spiridione. Serbi a Trieste
16 luglio (inaugurazione ore 19.00) - 04 novembre 2009
Castello di San Giusto - Trieste
www.studioesseci.net - www.triestecultura.it

Con questa mostra il Comune di Trieste intende ripercorrere la storia della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste, in occasione del 140esimo anniversario della consacrazione della chiesa di San Spiridione e del 240esimo anniversario della prima messa celebrata a Trieste in antico slavo ecclesiastico. I primi insediamenti serbi a Trieste risalgono al Settecento. Sono gli anni in cui la città, che l'Imperatore Carlo VI assurgeva a Porto Franco di un Adriatico in cui era finalmente permessa la libera navigazione, spiccava il volo verso la modernità, quale principale porto commerciale dell'Impero austriaco. Negli anni '70 del '700 approdavano annualmente a Trieste tra i 5 e i 6 mila bastimenti e le merci esportate superavano il valore di 6 milioni di fiorini. Numericamente la Comunità Serbo Ortodossa non raggiunse mai grandi numeri, da poche decine a poche centinaia di persone.

Nel 1864, periodo particolarmente florido per Trieste, gli Illirici erano circa 500, i Protestanti di confessione augustana 850, di confessione elvetica 520, anglicana 350, i Greci ortodossi 1200 e gli Ebrei 4400. Eppure il ruolo dei Serbi fu significativo: l'attività marittima era di primaria importanza ma non esauriva gli interessi dei commercianti della comunità illirica, che preferivano investire gli ingenti capitali di cui disponevano in diversi settori di attività. Oltre all'acquisto e alla vendita di merci, provvedevano al loro trasporto con naviglio proprio. Per finanziare gli acquisti fondarono le prime banche private e per assicurare le merci le prime compagnie di assicurazione: alla fine del '700, su quattordici compagnie esistenti sulla piazza triestina, gli Illirici ne controllavano otto. Quando, il 20 febbraio del 1751, Maria Teresa emise la Patente di Riconoscimento in base alla quale a Greci e Illirici veniva riconosciuto il diritto di fondare una propria comunità religiosa e fondare una chiesa, la Comunità decise di innalzarne una dedicandola a San Spiridione.

L'area scelta era nel cuore della nuova Trieste, accanto al Canal Grande. Un'area instabile, visto che un secolo dopo chiesa e campanili erano così lesionati da dover essere abbattuti. Il concorso per la nuova chiesa venne vinto da Carlo Maciachini: un edificio monumentale ispirato all'architettura bizantina sovrastato da una grande cupola centrale e attorniato da quattro campanili. A decorarlo furono chiamati insigni artisti lombardi, in un profluvio di mosaici e marmi preziosissimi che il restauro che si sta ora concludendo restituisce in tutta la loro bellezza e forza celebrativa. Il tempio doveva confermare a tutti il "peso" economico e culturale di una comunità piccola ma di grande prestigio e rilevanza. Una comunità i cui membri stavano innalzando anche alcuni dei più imponenti edifici privati della nuova Trieste.

Attraverso diverse sezioni, una ricca documentazione dà risalto ai personaggi più rappresentativi che contribuirono alle fortune economiche di Trieste, attivi nel settore commerciale, marittimo, assicurativo e politico, nella beneficenza e nel collezionismo: le vicende biografiche, i volti, i palazzi, i velieri di famiglie e personaggi come i Gopcevich, i Popovich, gli Opuich o gli Skuljevich - solo per citarne alcuni - sono ricostruiti tramite ritratti, fotografie, progetti, libri, documenti d'archivio. Ampio spazio viene dedicato alle vicende architettoniche della chiesa di San Spiridione, a partire dall'originario edificio settecentesco sino ai restauri di oggi: gli acquerelli che testimoniano l'aspetto della chiesa settecentesca, i progetti chiamati a concorso nel 1859 per la realizzazione della nuova chiesa, la documentazione degli importanti lavori di restauro che hanno riguardato le facciate, i mosaici e la sostituzione del tetto della chiesa di San Spiridione e che si concluderanno alla fine di quest'anno.

Accompagnano l'esposizione diversi manufatti liturgici: evangeliari ed oreficerie sette-ottocenteschi ed antiche e raffinate icone permettono di entrare virtualmente nella ritualità delle cerimonie religiose di confessione ortodossa. Due sezioni inoltre sono dedicate alla biblioteca ed alla scuola della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste, importanti istituzioni culturali che hanno perpetuato il patrimonio culturale serbo in città con le loro raccolte di preziosi documenti e antichi volumi. Le opere esposte provengono prevalentemente dai Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste, dalla Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste e dalla chiesa di San Spiridione, ma per garantire la completezza del percorso espositivo ci si è avvalsi delle opere d'arte di proprietà della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e di diverse istituzioni museali, tra cui il Civico Museo Revoltella ed il Museo Etnografico di Servola a Trieste, ed i Musei Provinciali di Gorizia, fornendo così anche l'occasione per ammirare opere inedite o raramente visibili. (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Omaggio a Giulio Turci: Una storia adriatica
Monte di Pietà - Santarcangelo di Romagna
02 novembre 2008 - 6 gennaio 2009
www.iatsantarcangelo.com

Giulio Turci, scomparso giusto trent'anni fa, a Mostar era di casa. L'antica città della Bosnia Erzegovina lo vide protagonista con numerose mostre e lo celebrò riconoscendolo come componente, a tutti gli effetti, di quella comunità di artisti. Di qui la scelta del Comune di Santarcangelo di Romagna, città natale dell'artista, e della Associazione a lui intitolata, di ricordare il trentennale della scomparsa con una mostra che documentasse questa "Storia adriatica" del pittore italiano. Il primo rapporto di Turci con l'arte e la cultura dell'altra sponda dell'Adriatico, all'epoca sotto il governo di Tito, risale al 1965. Da allora la frequentazione con Mostar fu continua. Gli artisti del luogo lo riconobbero come "fratello d'arte" e vollero ospitarlo con ogni onore anche a Pocitelj, città degli artisti e tesoro dell'Erzegovina. Sue mostre vennero presentate a Mostar, Sarajevo e Belgrado.

La sua pittura veniva ravvisata come il "frutto arcano di una affine storia remota", "una storia adriatica", appunto. "Che con stupore e commozione sia Turci sia gli artisti slavi scoprirono d'impatto essere ad entrambi comune": una rivelazione che segnò la pittura del maestro romagnolo, connotandola di poesia, di sapori antichi, di atmosfere simboliche dall'apparente "facile" lettura. Negli oli di questi anni è evidente il connubio, felice, tra il richiamo simbolico e trascendente proprio della cultura orientale e l'inclinazione occidentale al naturalismo.

Turci morì ben prima che la città e il territorio tanto amati venissero lacerati dalla guerra. Non ebbe il dolore di vedere nei sei mesi di continui bombardamenti del 1993 i croati distruggere gran parte della città antica e frantumare, la mattina del 9 novembre, il simbolo stesso di Mostar, lo Stari Most, il celebre ponte ad arco tra le due sponde del Narenta. Da eccellente fotografo, oltre che pittore, Turci colse, nella sua seconda passione, quella per la fotografia appunto, molti aspetti, l'anima vera di Mostar e di altri centri della Bosnia-Erzegovina. E la mostra, a cura di Gabriello Milantoni, con una trentina di dipinti, una intensa sequenza di disegni (quasi appunti di un viaggio negli spazi visitati ma soprattutto dentro se stesso ed i propri giocosi fantasmi), propone anche alcune simboliche vedute fotografiche tratte dagli album personali del maestro.

Quella che Turci ci tramanda è una Mostar che nemmeno la ricostruzione ha effettivamente restituito: una città d'arte e di artisti, un mondo sospeso tra realtà, quotidianità e fantasia. Che è lo stesso che si ritrova in molta sua pittura. Come tra i palloncini racchiusi nell'armadio, quasi idee trattenute in attesa di volare via animando di colore e poesia un mondo troppo monocorde. Le tele e le immagini fotografiche di Turci sono commentate in mostra da testi letterari e poetici desunti dalle opere di autori bosniaci (da Ivo Andric a Aleksa Santic a Svetozar Corovic), a far rivivere quel milieu culturale in cui la pittura di Turci trovò linfa e confronto.




Trieste 1918: La prima redenzione novant'anni dopo
30 ottobre 2008 - 25 gennaio 2009
Varie sedi - Trieste

Trieste fu l'obiettivo non solo simbolico di una delle più cruente guerre di tutti i tempi, la Prima Guerra Mondiale. Una guerra che si concludeva giusto novant'anni fa conquistando all'Italia la capitale giuliana. Si compiva così la "prima redenzione"; la seconda sarà invece datata 1954, quando la città tornò nuovamente italiana. Trieste si prepara a ricordare quello storico momento a partire dall'esposizione, per la prima volta al pubblico, di un tesoro segreto custodito nelle casseforti dell'Archivio di Stato di Trieste quale eredità del governo austriaco. Un unicum nazionale, una scoperta clamorosa. L'eredità è costituita da tremila preziosi consegnati fin dal '700 al Tribunale di Trieste come depositi giudiziali - mai reclamati dai proprietari -, trasferiti dal governo austriaco a quello italiano, oggi custoditi nell'Archivio di Stato di Trieste. Uno spaccato di storia sociale, una originale occasione per ricostruire stili e gusti di epoche trascorse. Attraverso la schedatura di questo "tesoro" si è potuto ricostruire l'attività di alcune botteghe orafe triestine e regionali.

Il percorso espositivo che si dipana in cinque diverse sedi e altrettante esposizioni. Si tratta di vere e proprie mostre monografiche, una delle quali - quella allestita nelle Pescheria - a sua volta articolata in sei sezioni. A completare il progetto, affidato ad una equipe di studiosi di numerose università italiana e europee, un fitto programma di dibattiti, letture, spettacoli, film e documentari d'autore. Tra gli appuntamenti, quello già citato e allestito nella sala Attilio Selva di palazzo Gopcevich: Il tesoro riscoperto. Una preziosa eredità austriaca nell'Archivio di Stato di Trieste. Con La posta degli irredenti. Documenti dei volontari giuliani e dalmati del Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa ci si addentra nel discorso letterario, ripercorrendo la vita di alcuni soldati insigniti della medaglia d'oro, tra cui noti scrittori giuliani - arruolati nell'esercito italiano durante la prima guerra mondiale -, anche attraverso le loro lettere spedite dal fronte.

Sfilano nomi celebri come quelli di Slataper, Stuparich... Le giornate di fine ottobre e inizio novembre del 1918, giornate di entusiasmo popolare per il passaggio di Trieste all'Italia, giornate di manifestazioni e di atti simbolici - come la rimozione dell'aquila bicipite dal palazzo della Luogotenenza -, sono documentate dal corpus di immagini fotografiche esposto a palazzo Costanzi nella mostra Trieste liberata. La cronaca nelle immagini della Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte. Il percorso si snoda poi attraverso l'esposizione Eroi in divisa. Uniformi dalle collezioni civiche, allestita nel Civico Museo del Risorgimento, dove vengono esposte per la prima volta otto divise del Regio Esercito Italiano. Lo stesso Museo, nel suo allestimento permanente, propone un itinerario per la comprensione dell'irredentismo giuliano, dai moti del 1848 alla prima guerra mondiale.

Nel grande spazio dello splendido Salone degli Incanti (ex Pescheria centrale), affacciato sul golfo, 6 sezioni per un'unica grande mostra danno il titolo all'intera iniziativa: Trieste 1918. La prima redenzione novant'anni dopo. Reperti bellici appartenuti all'esercito italiano e a quello austriaco - provenienti dal Civico Museo di guerra per la pace "Diego de Henriquez" e da collezioni private - danno il via alla visita, che prosegue attraverso la sezione dedicata alla rappresentazione della Grande Guerra nelle strisce dei fumettisti, nelle pagine di alcuni letterati giuliani, come Giani e Carlo Stuparich, Scipio Slataper, Giulio Camber Barni, Enrico Elia e Umberto Saba, inseriti nel più vasto contesto storico-letterario del primo Novecento.

Ancora, nelle fotografie scattate da un ufficiale dell'esercito comune austro-ungarico, comandante dello squadrone di pionieri del reggimento, in vari teatri di guerra: fronte russo, fronte rumeno, fronte italiano. Per poi addentrarsi nei diversi aspetti della vita civile, economica e culturale di una città in guerra come Trieste durante il primo conflitto. Fino ad attraversare, come ideale conclusione del percorso, i "luoghi della memoria" disseminati sull'altopiano carsico, camminando tra croci, lapidi, plastici e riproduzioni fotografiche. All'interno del Salone degli Incanti, in un auditorium creato appositamente, si svolgeranno ogni giorno, per più di un mese, incontri e dibattiti con docenti universitari e studiosi sul tema della Grande Guerra, affrontata da diversi punti di vista. Verranno inoltre proiettati film e documentari di grandi autori della cinematografia internazionale.




Sconfinamenti
Le chiavi della convivenza nelle opere di artisti serbi ed albanesi


termina il 15 novembre 2008
Galleria Alexander Alvares Contemporary Art - Alessandria
www.alexanderalvarez.it

"Una nuova speranza animava l'Europa dopo la caduta del Muro di Berlino, tragico simbolo di separazione ed irriducibile alterità. La coscienza collettiva di un continente a lungo straziato dalle lotte fratricide s'illuminava in un rinnovato orizzonte di pace. Ma, presto, a raggelare le speranze, intervenne il tragico risveglio delle Guerre Balcaniche. La terra degli Slavi del Sud, magico caleidoscopio multiculturale di millenaria tradizione, subiva la dolorosa ferita della guerra civile. L'Italia, intanto, aveva conosciuto il biblico esodo dei fuggiaschi dall'arcaico regime comunista albanese. Fino a giungere alla stretta attualità di una dichiarazione unilaterale d'indipendenza che rischia di riaprire la ferita, non ancora del tutto sanata, di una terra di confine, il Kosovo, in cui due popoli, quello serbo e quello albanese, sembrano intrecciare i loro destini in una rinnovata sfida di convivenza, non esente dai cinici giochi della geopolitica globale ed inserita in una visione di tolleranza alla cui concretizzazione l'Arte, con il suo linguaggio universale, può offrire un contributo non indifferente.

La collettiva prevede la partecipazione di un gruppo di giovani artisti serbi nati tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento ed accomunati dalla frequentazione, con risultati d'eccellenza, dei prestigiosi corsi dell'Università delle Arti di Belgrado, istituzione di riferimento nel panorama artistico dei territori della ex - Jugoslavia, e dell'Accademia delle Belle Arti di Firenze. L'esposizione (patrocinata dalla Regione Piemonte, dalla Provincia di Alessandria e dal Comune di Alessandria), nel suo insieme, permetterà un'esauriente ricognizione nell'arte contemporanea balcanica, mettendo in evidenza le differenze di natura storica: un'arte albanese più legata, nella sua ispirazione di fondo, ad un realismo popolare ed intensamente lirico; un'arte serba tendenzialmente più concettuale e maggiormente attraversata, nella sua ininterrotta apertura esterna, dalle influenze delle avanguardie contemporanee.

Ma, al di là di ogni differenza, vi è, da parte degli artisti ospiti, la ferma volontà di rivendicare, nell'attuale momento storico di destabilizzazione dei rapporti fra le diplomazie serbe ed albanesi per via della Dichiarazione di Indipendenza del Kosovo, il potere dell'arte, che permette di unire gli individui in un linguaggio universale, al di là di qualsivoglia conflitto politico e culturale." (Estratto dal testo di Emiliano Busselli, curatore - con Gian Luca Randazzo - della mostra)

Artisti: Dragana Adamov, Nebojsa Bogdanovic, Olga Djurdjevic, Alfred -Milot- Mirashi, Alkan Nallbani, Biserka Petrovic, Parlind Prelashi, Artan Shabani, Tijana Stankovic.




Artisti sloveni
16-20 ottobre 2008
ArtVerona Fiera Espositiva di Verona

L'Europa dell'Est è stata negli untimi venti anni testimone di grandi cambiamenti a livello sociale, economico e politico. Eventi che hanno determinato un approccio diverso verso il mercato dell'arte da parte degli artisti ed un'apertura verso il panorama artistico internazionale. Gli artisti sloveni scelti per allestire la rassegna, appartengo a quella generazione che ha vissuto questo passaggio divenendo testimoni di una società in continuo mutamento e caratterizzata da molteplici contraddizioni.

Nel particolare la Slovenia, si trova al centro di diverse realtà: germaniche-italiche e balcaniche, socialista e liberalista. La presenza di una politica culturale discontinua e i forti legami con le realtà internazionali percepite come le più affini, ha contribuito alla creazione di storie personali e ricerche artistiche eterogenee. La condizione degli operatori sloveni non differisce dalla condizione più generale del mercato dell'arte globale, che trova nello scarto tra margine e centro una forza importante. Queste esperienze trapelano nelle tele di Miha Štrukelj, che evidenziano il nostro vivere quotidiano; ma le possiamo ritrovare anche nelle grandi opere di Victor Bernik ed in quelle del duo Son:da; e nelle ossessioni fotografiche per gli edifici in rovina di Primož Bizjak.

In modo ancora più evidente le scopriamo nelle performance della coppia Oblak-Novak, nelle istallazione di Sašo Sledacek, e nei pupazzi sonori di Tanja Vujinovic. Tobias Putrih mostra, invece, i legami concettuali e iconoclastici tra elementi del passato riproposti nel presente. Mentre, delle metafore tecnologiche del movimento delle informazioni e del loro valore sono una peculiarità delle opere del gruppo BridA. L'esposizione è stata curata dalla Galleria A+A, centro espositivo sloveno di Venezia, con il supporto del Ministero della Repubblica di Slovenia e delle Gallerie Costiere di Pirano.




Cristiano Berti: The Legacy
29 febbraio - 30 marzo 2008
Spazio culturale Stanica - Zilina (Slovacchia)
www.stanica.sk

Cosa resta dei nazionalismi che hanno innervato, e distrutto, l'Europa del secolo scorso? In "The Legacy" l'artista italiano osserva le rappresentazioni simboliche dell'identità nazionale. Lo fa rivolgendo lo sguardo all'inizio del Novecento, secolo che ha visto nascere e scomparire l'entità nazionale chiamata Cecoslovacchia. A guidarlo è la figura leggendaria di Milan Ratislav Stefanik, generale e uomo politico, morto in un incidente aereo nel 1919. Un video in stile documentaristico ricostruisce il lato più intimo dell'eroe militare slovacco, intervistando il nipote di Giuliana Benzoni, sua promessa sposa. La vicenda umana, politica e militare del generale è poi proposta come soggetto per una serie di lavori, tra cui oggetti intagliati nel legno realizzati per l'artista da maestri artigiani della zona di Rajec. La figura del nazionalista Stefanik fa quindi da contraltare ad un presente fatto di erezione ed abbattimento di frontiere, in cui le logiche economiche hanno definitivamente sbaragliato le ideologie


C'è ancora il cielo sopra le città: Mostar e Sarajevo 12 anni dopo
termina il 30 dicembre 2007
Klec Blazna - Torino

Viaggiare in Bosnia, a dodici anni dagli accordi di Dayton, significa attraversare un paese normale e ormai tranquillo, con belle strade e panorami naturali quasi intatti, città bellissime, vive e vitali, piene di turisti, negozi, souvenir. Significa scorgere le bellezze di un territorio multiculturale, storicamente conflittuale, ma anche fecondo di positive contaminazioni. Però la Bosnia è anche e soprattutto un paese così recentemente ferito a morte, lacerato, un paese che cerca di ricucire nell'oggi le macerie delle proprie case con i nuovi edifici, la memoria dei morti con la voglia di vivere, gli sguardi annebbiati dal dolore, le troppe zone grigie del passato con i colori che raccontano il futuro. Mostar, Sarajevo e la Bosnia tutta sono oggi una terra spaccata a metà che le fotografie di questa mostra, catturate nell'agosto 2007, cercano di raccontare, senza proporre una conciliazione tra i contrasti, offrendo solo una prospettiva particolare, un diverso angolo di lettura e di interpretazione.




Balkani: Antiche civiltà fra Danubio e Adriatico
termina il 13 gennaio 2008
Museo nazionale Archeologico - Adria (Rovigo)


Oltre 200 capolavori d'arte che il Museo Nazionale di Belgrado offre per la prima e unica volta ai visitatori italiani. Non già oggetti recuperati dai depositi, ma i veri "gioielli" delle collezioni greche e romane del grande museo serbo, oggi chiuso per restauri, a documentare mille anni di storia degli antichi popoli balcanici, dall' VIII secolo a.C. fino alla prima età romana.
Presentazione




Puoi proseguire con la seguente recensione:
Mondo ex e tempo del dopo




Copertina Grecia contemporanea La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007


Grecia e Mondo ellenico

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