La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
Newsletter Indipendente
di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Articolo di Ninni Radicini sul film Il Pianeta delle Scimmie nel 50esimo anniversario dalla realizzazione
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie
Pagina dedicata al primo podio in Formula 1 di Gilles Villeneuve, nel Grand Premio di Austria nel 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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Brian Eno - Tundra - 2018 Brian Eno: Ambient Paintings
22 settembre - 24 novembre 2018
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

"Se pensi alla musica come a una forma in movimento, mutevole e alla pittura come una forma immobile, quello che sto cercando di fare è di rendere la musica e i dipinti che sono statici in un movimento continuo. Sto cercando di trovare in entrambe le forme, lo spazio tra il tradizionale concetto di musica e il concetto tradizionale di pittura." (Brian Eno)

Brian Eno (Woodbridge - Gran Bretagna, 1948) è sicuramente uno degli artisti che hanno maggiormente influenzato la scena musicale dai primi anni Settanta del secolo scorso a oggi. Non solo ha studiato e si è laureato nel 1969 presso la Winchester School of Art dell'Università di Southampton, ma la sua formazione musicale ha avuto ispirazione dalla musica contemporanea di John Cage, la Monte Young e Terry Riley. Non solo ha fondato gruppi storici come i Roxy Music, ma creato un modo nuovo di intendere la musica. La sua Ambient music è stata rivoluzionaria, ha portato l'idea che la musica può diventare la colonna sonora degli spazi e non solo delle immagini, che ci accompagna nei luoghi più incredibili come in quelli più comuni.

E' stato un precursore della New wave e della New Age per non parlare del sampling on cui ha realizzato uno dei suoi album-capolavoro, My life in a bush of ghosts con David Byrne nel 1981 . Ha creato una nuova "filosofia della musica" mettendo insieme il rigore delle avanguardie con la sua diffusione verso un pubblico allargato e sempre più vasto. Ha realizzato anche per primo nel 1996 la Generative music attraverso un software che sviluppa pressoché infinite variazioni e combinazioni di suoni. La musica autogenerativa serve per dare corpo all'utopia di un'arte sonora che abbia vita autonoma, che diventi sempre più legata alla creazione di un modo di vivere e di intendere le arti.

Infatti Brian Eno è un grande artista visivo e in questa mostra per la prima volta viene posto a confronto con uno splendido Omaggio al Quadrato del 1961 di Josef Albers, maestro del Bauhaus e grande innovatore del rapporto la luce e il colore. Un confronto concettuale e fisico che mette in relazione le affinità tra gli artisti che consistono nell'indagine tra la luce e il colore, affi dando alla forma il compito di una mediazione sensibile. Questo dialogo tra il linguaggio della pittura e quello dell'elettronica sviluppa e concretizza tutte le possibilità di una idea dell'opera d'arte aperta all'ambiente e al coinvolgimento dello spettatore.

Quelli di Brian Eno sono degli Ambient paintings, opere dinamiche che permeano lo spazio di luce e di suono portando il pubblico in una dimensione unica e straniante. Il quadrato è una forma geometrica spesso indagata dall'artista inglese che ha sempre cercato di mettere insieme la mobilità e il cambiamento della musica con l'energia e l'atemporalità della pittura. La ricerca di Brian Eno incontra a Venezia il linguaggio classico della pittura rappresentato da Josef Albers per dare vita a un percorso mentale e percettivo che mette insieme le utopie del Novecento per un arte pura, svincolata da significati particolari, intensa ed esperienziale.

Nei suoi lavori l'artista e musicista inglese mette insieme l'elemento sonoro con quello visivo in cui il concetto di cambiamento e quello di ripetizione differente, tracciano un universo percettivo affascinante. In fondo il sogno di Brian Eno, la sua filosofia, è quella di portare le arti a collaborare e a non essere più separate. Una filosofi a che risponde appieno alle idee di Cage, del Fluxus e anche alla grande speranza Pop di far vivere alla gente un'esperienza estetica totale. Qualcosa di nuovo e di rigenerante, quasi mistico.

In mostra ci saranno una trentina di opere di Brian Eno, il quadro di Albers e un'opera straordinaria di Riccardo Guarneri Angolare ambiguo di grandi dimensioni che ritorna a Venezia dopo essere stato presentata alla 57° Biennale. Saranno presentati una decina dei suoi famosi Light Music e una serie di multipli di grande qualità. In particolare per l'esposizione veneziana ha realizzato una versione di 77 million paintings, il celebre album video il cui software poteva generare una combinazione incredibile creando una successione apparentemente infi nita di immagini che si ricombinano e si riconfi gurano, in un processo random. 77 million paintings, girato alla massima velocità richiederebbe 9000 anni per essere interamente visto e alcuni milioni di anni se girasse alla minima velocità. (Comunicato stampa)




Opera di Oriano Zampieri Oriano Zampieri: "Linearità e plasticismo"
03 ottobre (inaugurazione ore 18.00) - 19 ottobre 2018
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

La mostra, a cura di Ivana D'Agostino, è il terzo appuntamento di "Osservazione 2018", ciclo di quattro mostre in cui gli artisti dall'Associazione culturale Fuori Centro, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione.

...Partito come ceramista di complessa policromia, il suo linguaggio negli anni si è andato conformando verso mature strutture plastico-scultoree più essenziali sia nella forma che nel trattamento cromatico delle superfici, dando valore a figure geometriche di base, come cerchi e quadrati, così da collegarsi idealmente alle avanguardie novecentesche nel rifiuto del soverchio e delle decorazioni descrittive. Il progetto contenutistico-formale preposto dell'artista alla realizzazione delle opere, include anche valori pittorici di superficie esaltativi dell'assunto dato: gamme di grigi e incroci segnici ortogonali e diagonali concepiti secondo la migliore tradizione astratto-geometrica e costruttivista. Anche i colori a volte sottilmente accesi di rosso, impiegati per tracciare le bande di segni e la loro disposizione all'interno del campo visivo, si risolvono accogliendo suggestioni neoplastiche e soluzioni, in alcuni forme notevoli realizzate a piatto. (Comunicato stampa)




Giovanni Grattapaglia - La Vergine, Il beato Amedeo di Savoia e San Giovanni Battista sorreggono la Sindone - Ph Paolo Robino La Sindone e la sua immagine
Storia, arte e devozione


28 settembre 2018 - 21 gennaio 2019
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

L'allestimento, ideato dall'architetto Loredana Iacopino, è ambientato nella Corte Medievale di Palazzo Madama, suggestivo ambiente fatto edificare da Cristina di Francia nel 1636, dove sulla parete di fondo è ben visibile un affresco raffigurante l'Ostensione della Sindone organizzata nel 1642 per celebrare la fine delle ostilità tra la stessa Madama Reale, reggente per il figlio Carlo Emanuele II, e i suoi cognati, il Principe Tommaso e il Cardinale Maurizio. Il percorso espositivo ripercorre la storia della Sindone e le diverse funzioni delle immagini che l'hanno riprodotta nel corso di cinque secoli, da quando il Sacro Lino fu trasferito da Chambéry a Torino nel 1578, per volere di Emanuele Filiberto di Savoia, fino ad oggi.

Organizzata in collaborazione col Polo Museale del Piemonte, diretto da Ilaria Ivaldi, la rassegna presenta al pubblico un'ottantina di pezzi provenienti in particolare dal Castello di Racconigi e dalla Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia, che ha sede a Ginevra, e inoltre dal Museo della Sindone di Torino e dalle stesse collezioni di Palazzo Madama. Le opere avute in prestito da Racconigi e da Ginevra fanno parte della celebre collezione raccolta dal Re Umberto II. Molti di questi quadri erano già stati esposti nel 1931 a Palazzo Madama in occasione del matrimonio di Umberto di Savoia con la principessa Maria del Belgio.

Sono raffigurazioni della Sindone realizzate dal momento del suo arrivo in Piemonte nel XVI secolo fino al principio del 1900 con svariate finalità: immagini celebrative dinastiche in ricordo di Ostensioni avvenute in particolari festività ed eventi politici, oppure legate a avvenimenti storici; lavori di alto livello esecutivo accanto ad altri più popolari dagli evidenti scopi devozionali. Opere prodotte con tecniche diverse - incisioni, disegni e dipinti su carta, su seta o su pergamena, ricami e insegne processionali - dove la Sindone è presentata secondo rigidi modelli iconografici che lasciano, però, spazio alla fantasia dell'artista per l'ambientazione e la decorazione.

Nelle scene dipinte si alternano svariati personaggi storici, sia ecclesiastici sia della famiglia reale, le forme dei baldacchini, le immagini di carattere devozionale in cui il lenzuolo è sorretto dalla Madonna e dai Santi, le architetture effimere predisposte per la sua presentazione ai pellegrini in Piazza Castello, i simboli della Passione, le ghirlande fiorite e gli oggetti destinati alla devozione privata e al mercato dei souvenir. In apertura troviamo il grande dipinto a olio su tela di Pieter Bolckmann del 1686, raffigurante Piazza Castello affollata in occasione dell'Ostensione del 1684 per il matrimonio di Vittorio Amedeo II con Anna d'Orléans. Dal Museo della Sindone provengono oggetti significativi come la cassetta che servì a trasportare la reliquia a Torino nel 1578 e la macchina fotografica da campo utilizzata da Secondo Pia, il primo a documentare fotograficamente la Sindone nel 1898. (Comunicato stampa)




Ferdinando Scianna
"il viaggio il racconto la memoria"


22 settembre 2018 - 06 gennaio 2019
Musei San Domenico - Forlì

Grande mostra retrospettiva dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra e organizzata da Civita Mostre. Con circa 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l'intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Dopo l'esordio a Forlì, la mostra sarà presentata in varie città, in Italia e all'estero, a partire da Palermo (Galleria d'Arte Moderna) e Venezia (Casa dei tre Oci) nel 2019.

Ferdinando Scianna è uno tra i più grandi maestri della fotografia non solo italiana. Ha iniziato ad appassionarsi a questo linguaggio negli anni Sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d'origine, la Sicilia. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche - l'attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare - tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In oltre 50 anni di racconti non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose - esordio della sua carriera - all'esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi i reportage (fa parte dell'agenzia foto giornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi grandi amici, maestri del mondo dell'arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni.

Ferdinando Scianna del suo lavoro scrive: come fotografo mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire ad essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell'azzardo degli incontri con il mondo.

In una audioguida che sarà a disposizione di tutti i visitatori (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, che consentirà di conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. Un documentario sarà proposto in mostra, dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna. La mostra sarà corredata da un grande catalogo pubblicato da Marsilio Editori. (Comunicato ufficio Stampa Civita)

___ Mostre sulla Sicilia, in Sicilia e di Artisti Siciliani presentate in questa pagina

No Solo Exposition. Francesco Balsamo, Riccardo Brugnone, Suzanna Pernicova
termina lo 04 ottobre 2018
Galleria Carta Bianca Fine Arts - Catania
Presentazione

Alba Gonzales. Miti mediterranei
termina il 30 settembre 2018
Villa Malfitano (Fondazione Giuseppe Whitaker) - Palermo
Presentazione

Archimede a Siracusa
termina il 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
Presentazione




Guido Morelli - olio su tela Guido Morelli: "Silence"
29 settembre (inaugurazione) - 26 ottobre 2018
Torre Guinigi - Lucca
www.bessarte.it

Personale del pittore Guido Morelli, curata dalla galleria BessArte di Lucca. In esposizione recenti oli su tela e tecniche miste su carta. Si tratta di raffinati lavori dall'impronta materica, nei quali sono raffigurati sintetici paesaggi naturali: questi ultimi non sono però evocazioni di luoghi reali, bensì composizioni, in cui ciò che conta è la ricerca di una determinata struttura, di una forma fondata su un gioco di rispondenze e su un equilibrio di spazi. Quella di Morelli è una pittura per così dire 'mentale', in cui è accentuata la dimensione della memoria: l'artista si concentra su un linguaggio psicologico del dipinto, allontanandosi da qualsiasi aspetto descrittivo e mirando a una pura fusione di cromatismi e luminosità.

Guido Morelli (La Spezia, 1967) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in tutta Italia e all'estero. Tra i più significativi riconoscimenti alla sua pittura si segnala l'acquisizione di opere di grandi dimensioni da parte della Scuola Normale Superiore di Pisa nel 1998 e del MIM Museum in Motion di Castello di San Pietro in Cerro (Piacenza) nel 2008. Nel 2012 un suo dipinto è collocato in permanenza presso il Museo della Marineria 'Alberto Gianni' di Viareggio (Lucca). La mostra, patrocinata dal Comune di Lucca, è organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio ed è corredata di catalogo con introduzione di Umberto Buscioni. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Cella nella mostra Una vita lemme lemme Gianni Cella
Una vita lemme lemme


29 settembre (inaugurazione ore 17.00) - 27 ottobre 2018
Showcases Gallery - Varese
showcasesgallery.blogspot.it

Gianni Cella è un artista contemporaneo "storicizzato" che da decenni ha sviluppato un percorso artistico personalissimo vicino allo spirito libero e dissacrante della componente dadaista dell'arte. Possiede l'estrosità del visionario e con il suo sguardo a volte grottesco e a volte malinconico, riesce a coniugare perfettamente l'intuizione creativa con il gioco conducendoci all'interno del "suo guardare" popolato di personaggi fantastici e coloratissimi. Cella, che negli ultimi anni ha portato avanti la sua personale ricerca attraverso il linguaggio della scultura, lavora con la vetroresina e gli smalti e realizza maschere come rappresentazioni di stati d'animo e sculture verticali in cui il soggetto a volte si ripete in sovrapposizione.

Ma attenzione che il suo universo pop, vivace, colorato, quasi cristallino, descrive con grande lucidità la contemporaneità, la cultura vuota ed allucinata della "cultura di massa", le difficoltà dell'uomo di superare il proprio senso di inadeguatezza e le difficoltà di relazionarsi con gli altri. Le opere di Gianni Cella hanno il dono di rendere più piacevole lo spazio e uniscono la riflessione all'ironia, ci coinvolgono, ci emozionano. Mostra a cura di Franco Crugnola. Catalogo SGE con testo di Palmira Rigamonti. (Comunicato stampa)




Sleep concert live
22 settembre 2018, ore 23.00 (fino alle 8.00 di domenica 23 settembre)
Centro Arti Visive - Pesaro

In occasione della mostra Neolithic Sunshine dell'artista Matteo Nasini, a cura di Marcello Smarrelli, la performance fa parte del progetto Sparkling Matter, iniziato da Nasini nel 2016: a metà tra suono, tecnologia e neuroscienza, questa ricerca dell'artista è incentrata sulla registrazione delle attività del cervello umano durante le varie fasi del sonno e sulla loro trasformazione in una esperienza visiva o sonora, offerta allo spettatore attraverso sculture, performance e installazioni. Nel corso della nottata, gli impulsi cerebrali di una persona addormentata saranno trasformati in suono attraverso un software di conversione e saranno diffusi in tempo reale nello spazio sotto forma di una composizione polifonica, che condurrà il pubblico a entrare in una atmosfera onirica, tra il sonno e la veglia. Lo Sleep concert, promosso in collaborazione con Marsèlleria, sarà trasmesso in diretta streaming da RAM Radio Arte Mobile (www.radioartemobile.it) e sarà anche l'occasione per presentare il vinile Sparkling Matter, edito da Yard Press con il supporto di Marsèll, che raccoglie una scelta di registrazioni dei precedenti appuntamenti del progetto. (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Vincenzo Accame Vincenzo Accame
Opere su carta e su tela 1978/1988


22 settembre (inaugurazione ore 18.00) - 30 ottobre 2018
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

Vincenzo Accame (Loano, 1932 - Milano, 1999) è stato pittore, poeta, saggista, traduttore italiano di Poeti francesi di avanguardia (Jarry, Eluard, Arp) e redattore nel 1964 per la rivista di neoavanguardia Malebolge. Nel 1975, insieme con U. Carrega, V. Ferrari, Anna e Martino Oberto e Adriano Spatola partecipa all'attività dello spazio espositivo milanese Mercato del Sale e firma il manifesto della Nuova Scrittura: la cui poetica artistica, sostanzialmente radicata nell'ambito della scrittura, si rivolge alle arti visive in una costante ricerca ed analisi delle possibilità di rapporto tra la parola e immagine, e alle relazioni, nella creatività estetica, tra vari tipi di segni. Tale ricerca è stata anche il tema fondamentale della sua attività di saggista.

Nel 1988 viene fondata a Milano, sotto l'egida del collezionista Paolo Della Grazia, in collaborazione con gli artisti e l'attiva partecipazione di Ugo Carrega, l'associazione Archivio di Nuova Scrittura. Attraverso mostre personali e collettive internazionali l'Archivio conserverà un grande patrimonio artistico e documentario su ogni forma di espressione artistica nella quale siano presenti l'uso della parola e del segno. Durante gli anni '90 l'Archivio era diventato il principale centro di ricerca italiano sulla verbo-visualità, organizzando mostre, convegni e altri eventi culturali. Dal 1998 l'insieme di opere e documentazione viene depositato in parte presso la collezione del MART di Rovereto (biblioteca, archivi e parte delle opere, circa 1.600 lavori di artisti internazionali) e nella collezione del Museion di Bolzano (circa 2.000 opere d'arte).

Vincenzo Accame, pur vivendo appartato in Liguria presso Savona, ha continuato il lavoro di poeta e saggista e di pittura-scrittura realizzando con i suoi quadri mostre personali. Dal 2017 è stato costituito il Fondo Vincenzo Accame presso l'Università Cattolica di Milano. Il catalogo che accompagna questa concisa retrospettiva livornese, oltre alle immagini delle opere in mostra contiene un saggio introduttivo di Flavio Ermini; un riepilogo sull'opera e la vita a cura di Sandro Ricaldone e una breve cronistoria degli eventi e dei protagonisti della Nuova Scrittura redatto da Giorgio Zanchetti. (Comunicato stampa)




Francesco Tommasi - Atomo di carbonio Francesco Tommasi. Atomo di carbonio
termina il 27 settembre 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Le opere ispirate al tema sopra citato (tema liberamente interpretato) si caratterizzano in una serie di strutture con forme singolari, dove in ognuna è inserito (simbolicamente raffigurato) l'atomo di carbonio. Tommasi sottolinea, le forme di queste strutture non alludono a nulla in particolare, semplicemente appartengono alla famiglia della mia ricerca "Ordine Altro". Tali strutture sono tutte dipinte di nero, scelta che fa riferimento ad una delle simbologie dei colori, in base alla tematica della mostra, dove il colore nero, rappresenta il passaggio da una fase di ricerca ad un'altra, ricerca sempre rivolta verso nuovi obiettivi. Tommasi dichiara che nella sua continua tensione della ricerca, in questa mostra, si è avvicinato ad una tematica scientifica: l'atomo di carbonio. "...come è noto, l'atomo di carbonio è presente ovunque, non si estingue mai, senza di esso non ci sarebbe vita...". Tommasi, dedica questa rassegna all'amico Prof. Benvenuto Guerra, storico dell'arte, critico letterario e poeta che quindici anni fa ci ha lasciati.

L'attività artistica (da autodidatta) di Francesco Tommasi (Ceresara - Mantova, 1935) inizia nel 1960. I suoi primi lavori affrontano temi sociali e sono realizzati a bassorilievo, in seguito passa alla pittura, sperimentando la tecnica dell'affresco dell'encausto e successivamente l'olio e l'acrilico. Nel volgere del tempo, la ricerca di Tommasi si evolve, i mutamenti si susseguono, cambiano i contenuti, cambiano gli stili, ma rimane invariato il suo ispirarsi (anche solo simbolicamente) ai temi sociali positivi. Tale principio vale pure dove le opere sono realizzate con espressione "ludica", poiché questa esperienza artistica si avvicina alla vita, compendio di certezze e di eventi inattesi. Tommasi inizia ad esporre le proprie opere a partire dal 1970, partecipando a manifestazioni artistiche in molte località italiane, nel contempo allestisce anche mostre personali.

Nel 1987, Tommasi è tra i fondatori del gruppo artistico Fusionismo/Fusionart di Mantova. Partecipa costantemente a tutte le mostre organizzate dal gruppo (per questi dati, si rimanda il lettore a consultare le pagine dedicate al gruppo Fusionart, nel Dizionario Biografico "Artisti a Mantova nei secoli XIX e XX", terzo volume, edito da Sartori nel 2001), fino al 2016 quando termina l'attività del gruppo con la mostra "L'arte che può" alla Galleria "Arianna Sartori" di Mantova. Suo opere sono presenti in permanenza (donate) nella chiesetta della corte Pelagallo, Casale di Roncoferraro (Mn); nella Sala consiliare del Comune di Piubega (Mn); nella Casa di Riposo "Don Arrigo Mazzali", Mantova; nell'Oratorio della Parrocchia di Piubega (Mn). (Comunicato stampa)




Immagine esterno Casa Museo Sartori Cesare De Agostini "Nuvolari in quadro"
Incontro con lo storico Cesare De Agostini


Evento collaterale della mostra Artisti per Nuvolari
21 settembre 2018, ore 21.15
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)

Una piacevole ed interessante serata per parlare di Tazio Nuvolari a 360 gradi. Arianna Sartori introdurrà l'incontro con lo storico Cesare De Agostini che per l'occasione ha voluto intitolare il suo intervento "Nuvolari in quadro". Cesare De Agostini (Mantova, 1941), tra i più illustri biografi di Nuvolari e autore di tanti libri a lui dedicati, fin da giovanissimo percepì l'eccezionalità per aver saputo fondere la cronaca con la leggenda. La serata nasce come evento collaterale alla mostra d'arte "Artisti per Nuvolari", giunta quest'anno alla sesta edizione, con esposte 60 opere inedite di altrettanti artisti italiani che hanno voluto rendere omaggio al pilota Nuvolari. Durante la serata il giornalista Cesare De Agostini appagherà la curiosità del pubblico raccontando episodi e aneddoti della vita e delle gesta di Tazio Nuvolari.

"Niente della sua vita ha perso la freschezza della cronaca che è lì lì per diventare qualcosa di più. Tutto sembra appena accaduto, appena annotato da un attento, appassionato cronista. E' lui stesso, Tazio Nuvolari, con quel viso così estremo, così fuori calibro, che continua a suscitare curiosità ma anche stupori ed emozioni". (Cesare De Agostini)




Immagine di una delle opere pittoriche nella mostra Artisti per Nuvolari 2018 alla Casa Museo Sartori Artisti per Nuvolari. Sesta rassegna 2018
termina il 14 ottobre 2018
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)

«Siamo arrivati alla sesta edizione della rassegna intitolata "Artisti per Nuvolari", non è poco, in realtà siamo molto soddisfatti di questo nuovo traguardo conquistato. Da sempre innamorati del mondo legato all'arte e agli artisti, quando abbiamo inaugurato Casa Museo Sartori a Castel d'Ario, aver dedicato la rassegna al pilota mantovano ci era sembrata la scelta più intelligente... eravamo nel paese natale del pilota più famoso al mondo... era logico e sensato pensare a lui, non abbiamo sbagliato. E' stato come fare il pane, abbiamo selezionato gli ingredienti, artisti, spazio espositivo, catalogo, vernice, ma il lievito era naturalmente Tazio e lui ha iniziato e continua anche oggi a far "lievitare" e crescere la rassegna che oltre agli artisti, coinvolge anche un pubblico molto eterogeneo fatto di appassionati d'arte, appassionati d'automobilismo ed anche collezionisti di auto d'epoca.

Nessuno pensi che tutto avvenga facilmente, gli artisti invitati, sono stati coinvolti alla ricerca di un aspetto particolare della vita del pilota e del suo ambiente "naturale", chi ha preferito riflettere sul personaggio storico ed automobilistico, chi lo ha descritto attraverso metafore e similitudini, oppure chi si è soffermato sulle automobili delle gare, veri bolidi per potenza e tecnologia. Certo non vogliamo "santificare" il personaggio, ma il suo essere il pilota più veloce del mondo... è davvero incredibile, è come se salendo sul suo bolide, Tazio fosse diventato davvero un tutt'uno con il mezzo, e da quel momento lui era corpo e mezzo insieme, insensibile al dolore, incapace di accettare l'ostacolo e la difficoltà. Tazio sarebbe andato fino in fondo, incontro alla morte, incapace di recedere, il suo spirito indomito lo avrebbe portato verso la vittoria, a essere davvero un supereroe e, proprio questo era entrato da sempre nel cuore di tutti gli italiani che in lui vedevano la possibilità di identificazione con quello che era diventato, un mito da amare e da emulare.

Sono più di duecentocinquanta le opere tra dipinti e sculture che fino ad oggi abbiamo presentato, esposte nelle varie rassegne, a queste si aggiungono le inedite sessanta di questa edizione, un numero davvero impressionante che ci permette di vedere uno spaccato artistico della pittura nazionale e anche una ricerca non indifferente sul personaggio Nuvolari. La documentazione fornita dal mondo dell'internet è vastissima, filmati italiani e stranieri che si aggiungono in continuazione, immagini provenienti da riviste o giornali sportivi, fotografie d'epoca, costituiscono il patrimonio da cui attingere e in più la creatività e l'invenzione degli artisti capaci di costruire o intuire situazioni nuove trasformandole in opere surreali, astratte e, naturalmente, figurative. Di seguito, come ormai da anni, ho scritto alcuni commenti su ciascuna opera partecipante alla rassegna, riflessioni personali o semplici indicazioni per una lettura delle opere esposte. (...)» (Tazio, moderno supereroe, di Maria Gabriella Savoia, dal catalogo della mostra)

«Si compiono, con il prossimo agosto, dieci anni dalla sua scomparsa e il tempo non ha affievolito il ricordo della sua eccezionale personalità. Le memorabili gesta hanno trasferito il suo nome nel mondo della leggenda. Richiamerò in questa mia rievocazione, nel ricordo d'una fraterna amicizia, quanto in parte scrissi di lui, dopo l'estremo commiato. Non retoricamente fu definito Tazio Nuvolari «il più grande Campione del passato, del presente, del futuro». Fu infatti una delle più alte manifestazioni umane del coraggio spinto al limite estremo oltre al quale la tecnica cede al rischio. Questa audacia consapevole nasceva da doti non comuni di intuizione, da un carattere volitivo e tenace, dalle temerarie esperienze giovanili, ma soprattutto dalla conoscenza perfetta di quella macchina alle cui possibilità affidava Nuvolari se stesso per il raggiungimento di quei primati che dovevano un giorno proclamarlo La Folgore umana.

Molto influì alla sua formazione l'ambiente della prima giovinezza. Nacque in Casteldario il 16 novembre 1892 in una famiglia di sportivi. Suo padre Arturo già si affermava nelle manifestazioni atletiche e ciclistiche di quella fine di secolo e suo zio Giuseppe era in quell'epoca pioniere e campione del ciclismo nazionale accanto ai velocisti Buni, Pasta e Momo. Nella casa avita si aprirono a Tazio Nuvolari i primi orizzonti verso le affermazioni dello sport. Lo zio Giuseppe suscitò sempre in lui un grande fascino e il desiderio più intenso di poterlo un giorno imitare. Ancora giovinetto non appena ebbe la prima bicicletta dimostrò subito il suo ardimento, correndo impetuoso ed ardente di vita, lungo gli ampi stradali della sua terra natia.

Ma la bicicletta non racchiudeva quel grande fascino della velocità che doveva un giorno soggiogarlo. A quattordici anni vide la prima motocicletta che lo zio Giuseppe aveva acquistato in Milano e si racconta che non abbandonò quella macchina che contemplava per giorni interi, fino a quando non fu in grado di conoscere a perfezione tutto il congegno tecnico. Ancora giovinetto, suo padre lo condusse alle prime competizioni automobilistiche bresciane. Era l'epoca degli assi Nazzaro, Lancia, Cagno. Iniziò da allora il sogno lungamente accarezzato di cimentarsi un giorno in questo nuovo sport. Nel frattempo e dopo lunga attesa ebbe finalmente la prima motocicletta con la quale cominciò ad esercitarsi con giovanile audacia e vi è ancora in Casteldario chi ricorda le sue acrobazie. (...)» (Tazio Nuvolari nella storia dello sport e nella leggenda, di Emilio Fario - relazione tenuta il 9 gennaio 1963 al Panathlon Club di Udine - dal catalogo della mostra)

In mostra sono esposte 60 opere, tra dipinti e sculture, realizzate da Ascari Franca, Baldassin Cesare, Bassi Massimo, Biagioni Emanuele, Bolognesi Anna, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Borgianni Marco, Bornoffi Luca, Cancelliere Mario, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Castagna Angelo, Chiappa Tommaso, Cocchi Pierluigi, Consolini Alberto, Costa Piero, Cusino Giuliana, D'Ambrosi Diego, Della Valle Marcello, De Marinis Fausto, De Micheli Gioxe, Desiderati Luigi, Favero Emanuele Ascanio, Ferraris Giancarlo, Ferri Massimo, Filippini Claudio, Fonsati Rodolfo, Galbusera Renato, Garuti Giordano, Gravina Aurelio, Luchini Riccardo, Mafino Beniamino, Martino Maurizio, Miano Antonio, Molinari Mauro, Monaco Maria Elena, Morra Rosario, Musi Roberta, Orlandini Fabrizio, Pallotta Caterina, Picciolini Francesco, Piovosi Oscar, Prinetti Silvana, Romani Maurizio, Rossato Kiara, Rovati Rolando, Santoli Leonardo, Sauvage Max, Settembrini Marisa, Tettamanti Mario, Titonel Angelo, Tomasoni Silvio, Tonelli Natalino, Trombini Giuliano, Venditti Alberto, Violi Carmelo, Vitale Mario, Wal, Zoli Carlo. Mostra ideata e progettata da Adalberto Sartori, a cura di Arianna Sartori. Il catalogo (Archivio Sartori Editore, Mantova), con presentazione di Maria Gabriella Savoia, testo di Emilio Fario (scritto nel 1963), riproduce le 60 opere, riporta le 60 biografie degli artisti, contenuti in italiano ed inglese, 160 pagine, Archivio Sartori Editore, Mantova (€25,00).

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Locandina della rassegna d'arte 2018

Mostre su Tazio Nuvolari




Opera di Alessandro Artizzu nella locandina di presentazione della mostra Guess Tilt, a Cagliari Alessandro Artizzu: Guess Tilt
termina il 29 settembre 2018
Spazi espositivi dell'Agenzia Immobiliare Andrea Onali & Associati - Cagliari
www.salottodellarte.it

Alessandro Artizzu ha una formazione di architetto che spazia in diversi ambiti. La proposta di lavori d'arte fa parte di un percorso ma non si esaurisce a questo unico ambito. Dopo il conseguimento della laurea in architettura a Firenze si trasferisce a Milano, con una parentesi a New York, dove lavora nel laboratorio dell'architetto Gaetano Pesce. A Milano apre la sua attività di designer e propone le sue collezioni nelle fiere dedicate al design: Maison & Objet (Parigi), 100% Design (Londra), MACEF (Milano), Pitti Casa (Firenze). Disegna packaging di cosmetici per Diego Dalla Palma e complementi d'arredo per Armani Casa, una collezione di T-shirt per Fiorucci e promozionali per varie aziende. Lavora con materiali diversi, ha realizzato pannelli in resina per gli uffici Smemoranda a Milano, per studi di psicoterapia a Parigi. Ha realizzato una collezione di vassoi in resina per lo shop del MoMa a New York. Parallelamente insegna in istituiti a Milano, all'Istituto Europeo di Design e all'ISAD (Istituto Superiore di Architettura e Design). Dal 2004 insegna in dipartimenti di architettura e interior design all'Estero. (Comunicato stampa)




Opera di Manfredi Beninati Manfredi Beninati
Se questo è un sabato


termina il 14 dicembre 2018
Galleria Poggiali - Milano
www.galleriapoggiali.com

Il lavoro di Manfredi Beninati (Palermo, 1970) è stato esposto nelle Biennali di tutto il mondo, tra le altre alla Biennale di Venezia nel 2005 e nel 2009 (Primo Premio del pubblico nel 2005), alla Biennale di Liverpool, a quella di Madrid, sol per citarne alcune. L'artista, noto per le sue opere pittoriche e per l'estrema qualità del disegno, per il progetto appositamente concepito per lo spazio milanese ha deciso ancora una volta di far precedere alle produzioni bidimensionali dei lavori su tela e su carta un'istallazione ambientale. Questo nuovo progetto prende le mosse dal secondo dei due film che l'artista ha girato in appartamento Liberty a Palermo durante Manifesta. Il film suggerisce un senso di raffinata decadenza ed è colmo di colti riferimenti che da sempre sono associati alla poetica dell'artista.

La project room ospita dunque un nuovo lavoro intrinsecamente legato a tutta la produzione precedente di Beninati, è un'istallazione non praticabile ed è visibile dalla strada o da un corridoio sottile dentro la galleria. L'interfaccia della vetrina permette all'artista di associare bidimensionalità e tridimensionalità così da poter costruire punti di vista variabili e via via sempre più sorprendenti al tempo stesso per sé e per lo spettatore. La tensione narrativa è sottolineata dalla composizione stessa dell'istallazione: impostata come la vetrina di un negozio d'arredamento di cui la zona di Brera nella quale è inserita la galleria ne è piena, denota una condizione incongruente con la reazione a prima vista e sottolinea immediatamente un'atmosfera decadente.

L'istallazione milanese è una sorta di seconda puntata di quella messa in scena a Palermo. L'arredo, composto di uno scrittoio e un letto allude allo studio di un artista, le opere compaiono alle pareti e sullo scrittoio. L'autore? Beninati? Ad acuire quel senso di mistero e lo stimolo dell'indagine tipico della colta poetica dell'artista siciliano. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Claudio Verna - Pittura - acrylic on canvas cm.100x140, 39.3x55.1 inch. 1974 - Photo by Bruno Bani. Courtesy, the artist and Cardi Gallery Claudio Verna
termina il 20 dicembre 2018
Cardi Gallery - Milano
www.cardigallery.com

Claudio Verna (Guardiagrele, 1937) è uno dei protagonisti della pittura italiana degli anni '70. Figura di riferimento della "Pittura analitica" o "Pittura-Pittura", Claudio Verna era parte di un piccolo gruppo di artisti che verso la fine degli anni '60 sentirono l'esigenza di tornare a dipingere, in un momento in cui molti consideravano la pittura una forma d'arte senza futuro. Questi artisti esploravano e analizzavano la pittura concentrandosi sui suoi elementi fondanti - lo spazio, la forma e il colore - e si possono considerare la risposta italiana al Minimalismo americano. Dall'Hard-edge al Colour Field, s'intravedono nelle opere di Verna molti paralleli con la pittura nordamericana degli anni '60, in particolare con figure quali Frank Stella, Barnett Newman e Kenneth Noland.

La mostra - a cura di Piero Tomassoni - è la prima personale dell'artista nello spazio milanese di Cardi Gallery, e segue un'ampia retrospettiva che si è tenuta nella sede di Londra all'inizio di quest'anno. Undici dipinti, in gran parte di grandi dimensioni e che vanno dal 1967 al 2016, con cui questa mostra mira a illustrare l'uso del bianco nell'opera di Claudio Verna. L'artista è stato spesso definito "maestro del colore", poiché della ricerca sul colore ha fatto il centro della sua intera carriera di oltre 50 anni. Per Verna, anche il bianco non è mai un pigmento neutro o un simbolo di spazio vuoto, ma è il colore che raccoglie in sé tutte le altre tonalità, come la luce bianca è composta dall'intero spettro dei colori visibili all'occhio umano, prodotti dalle diverse lunghezze d'onda delle radiazioni luminose.

Scrive il curatore della mostra Piero Tomassoni: "I dipinti 'monocromi' di Verna non sono mai effettivamente tali; presentano sempre una complessa tessitura vibrante di colori giustapposti, sovrapposti, intrecciati. Nei 'quadri bianchi' le tonalità emergono nel tempo, sia per le proprietà chimiche della vernice acrilica, con la quale Verna ha sperimentato fin dagli inizi, sia perché le superfici diafane lasciano trasparire il loro fondo cangiante in base alla luce e all'angolo di osservazione, con risultati spesso sorprendenti anche per l'artista stesso. Ugualmente i suoi 'quadri neri', come Aegizio '78 presente in mostra, lasciano che il colore riemerga da feritoie che si aprono sulle stratificazioni cromatiche dello spazio profondo della tela scura.

Questo genere di opere pone l'accento soprattutto sulle implicazioni visive del formato del quadro e della consistenza della pennellata, oltre che della luce e delle forme, talvolta geometriche e talvolta dettate da un gesto più libero. Rimangono tuttavia parte integrante della ricerca dell'artista sulla percezione e interazione dei colori, che continua ad essere il fulcro del suo lavoro, oltre a essere un contributo significativo alla storia della pittura astratta, di cui Verna rimane un protagonista attivo". (Comunicato stampa)




Alfredo Rapetti Mogol - Io sono io - acrilico su piombo cm.51x41 2018 Oltreparola. Alfredo Rapetti Mogol
termina il 20 ottobre 2018
VS Arte - Milano
www.vsarte.it

La mostra - a cura di Gianluca Ranzi - presenta una selezione di lavori, tra cui alcuni inediti, dove grafemi, segni e parole scomposte affiorano dalla materia pittorica e dai supporti più vari, quali cemento, piombo, vecchi fogli manoscritti, acrilici o pagine di quaderni ingiallite dal tempo. L'esposizione offre l'opportunità di ammirare l'esclusivo abito disegnato dallo stilista Gianni Tolentino, realizzato con un tessuto su cui è riportata un'opera di Alfredo Rapetti Mogol creata per l'occasione. Alfredo Rapetti Mogol (Milano, 1961) dopo un percorso nel mondo dell'arte e dell'editoria sente la necessità di coniugare le sue più grandi passioni, la scrittura e la pittura. La sua attività artistica è costellata da numerose mostre personali e collettive ospitate in spazi pubblici e privati, sia in Italia che all'estero. Usa un linguaggio rigoroso e talvolta scarno che racchiude in sé la ricchezza inesauribile della molteplicità alfabetica, dei suoi riferimenti e delle sue connessioni.

In opere come le sue note "Lettere" fra cui "Scrittura bianca" in acrilico su tela del 2012 (cm.100x100) lo scrivere e la decifrazione della parola diventano un nuovo alfabeto che, anche se usato in modo minimale, comprende tutto sé stesso e va oltre, per dare inizio a una sorta di grado zero del linguaggio, che parla di vita, di metamorfosi e di dinamismo del mondo. Tracciati di segni, grafemi e parole criptate dalla loro scomposizione diventano quindi strumenti della memoria e riaffiorano dall'indistinto, come in "Cemento bianco" del 2002 (cm.40x80).

In questo modo gli alfabeti si coagulano o si liquefano per dare vita a nuovi insiemi, è il caso dei lavori intitolati "Io sono io", 2018, in acrilico su piombo (cm.51x41) o nella celebre versione su carta manoscritta a inchiostro blu (cm.19,5x24,5) dove l'opera connette il passato al futuro offrendo nuove prospettive per rileggere, più consapevolmente e più criticamente, la crescente complessità del mondo attuale. Le parole scomposte inducono a fermarsi, chiedono tempo, sono enigmatiche, come si evince in "L'anima resta" del 2018 realizzata a inchiostro tipografico su carta (cm.28x19), da cui emerge il potere della grande arte di interrogare l'osservatore.

Alfredo Rapetti Mogol è da sempre attratto dalla sperimentazione, dal nomadismo culturale e dalla multidisciplinarietà, come testimoniano non solo le sue incursioni sul confine tra immagine e parola, ma anche tra musica e canto, tra pittura e installazione. A tale proposito Gianluca Ranzi commenta: "Così l'artista percorre la ricerca che l'arte contemporanea ha condotto sulle interferenze, sulle scomposizioni e le destrutturazioni semantiche, sui corto-circuiti percettivi e sugli scambi che intercorrono tra parola e immagine, contaminando sapientemente tecniche, generi e discipline. In altre parole le opere di Alfredo Rapetti Mogol fondano un nuovo spazio di libertà dove il linguaggio è dato dalla fertile contaminazione di parola e di immagine". La mostra è accompagnata da un catalogo con il testo critico di Gianluca Ranzi e le immagini delle opere esposte.

VS Arte segue artisti storicizzati e contemporanei, con uno sguardo attento alla scoperta e alla promozione di giovani talenti. Nata nel 2017 in via Appiani a Milano, dall'estate 2018 la galleria si trasferisce in via Ciovasso 11 nella centralissima zona di Brera ed è diretta da Vincenzo Panza con Vittorio Pignataro. Tra le mostre passate si ricordano quella di Arturo Tosi e Mario Sironi, la collettiva di Gastone Biggi, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Renato Mambor, Mimmo Rotella, Mario Schifano e le personali di Luca Vernizzi, Angelo Accardi e Aldo Damioli. La galleria ha inoltre collaborato con l'Accademia di Belle Arti di Brera accogliendo una collettiva di giovani artisti emergenti presentata in seguito in ltre città. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Opera nella mostra No Solo Exposition No Solo Exposition
Francesco Balsamo, Riccardo Brugnone, Suzanna Pernicova


termina lo 04 ottobre 2018
Galleria Carta Bianca Fine Arts - Catania
www.galleriacartabianca.it

Nell'ambito della rassegna culturale Wondertime 2018, una mostra molto elegante sul disegno contemporaneo con matite, acquarelli e tecniche miste di tre autori; Francesco Balsamo catanese, ben conosciuto e stimato in città, Riccardo Brugnone palermitano, che espone a Catania per la prima volta e una giovane artista della Repubblica Ceca, Suzanna Pernicova che è stata recentemente ospite di una residenza d'artista alle falde dell'Etna. Da Carta Bianca non sono mai state allestite delle collettive che spesso sono solo un numero a casaccio di opere e di artisti completamente diversi l'uno dall'altro, uniti nel migliore dei casi da un soggetto pretestuoso o peggio ancora solo dal formato delle opere esposte.

Una collettiva ha una seria ragione di essere solo in rare occasioni, quando per esempio viene esposta una collezione privata così da comunicare le scelte del collezionista o la sua ragion d'essere, oppure quando si vuole dare una panoramica su una determinata corrente per testimoniare le ragioni concettuali o formali della stessa. In questo caso si è trattato di un' intuizione del gallerista e curatore della mostra Francesco Rovella che ha immaginato un dialogo fra tre autori che non solo operano con le stesse tecniche su carta, ma la loro sintonia va oltre e svela un sentire contemporaneo che ha il suo tono nella capacità di svelarci, attraverso rigorose scelte formali, pensieri, vibrazioni, memorie, il tutto però quasi sottovoce, come una affermazione di silenzio e meditazione che sottolinea l'esigenza o la possibilità di contrapporsi con sobrietà al rumore di fondo della società contemporanea.

Nelle opere dei tre artisti, che a volte si fa fatica a distinguere, c'è come una contrazione spazio tempo dove si alternano accelerazioni e frenate con un recupero di memorie pregresse e sospensione contemplativa. Si tratta di brani di esistenza, che però fuoriescono dalla griglia del conformismo per suggerire o svelare altre possibilità. La carta, evocando il senso della fragilità e dell'effimero si rivela così il supporto ideale. Un modo diverso di stimolare sguardi e pensieri diversi rispetto al sentire dei nostri tempi difficili. Il compito dell'arte, allargare gli orizzonti. I disegni di Francesco Balsamo sono naturali e 'perplessi' mondi attraversati, forse mai del tutto compresi, se non grazie a una matita. Sparizioni e ritorni nello stesso spazio di una pagina. Una trama surreale, o, piuttosto, irreale, che lascia come uno spazio in sospeso. E' che il tempo tiene male il tempo e il disegno è il fuori-schema di ogni storia.

Il lavoro di Riccardo Brugnone rimanda ad uno stato di sospensione, un'atmosfera silente che si manifesta per lievi passaggi tonali e che trova nella luce il suo punto focale. Punti di luce, nature morte, forme pure, zone di passaggio, schermi che indicano se stessi come fari puntati su un orizzonte buio, questi i soggetti delle opere che scandagliano narrazioni polisemantiche e frammentate. Suzanna Pernicova disegna, dipinge e sovrappone lucidi trasparenti. Lo fa con metodo e ossessione, compila e riempie migliaia di fogli di taccuini che raccontano delle storie. Storie assolute, senza epoca, senza radici, eppure perfettamente condivisibili da ciascuno di noi. La narrazione scorre sempre sul filo di un tempo sospeso in cui le situazioni sono residui di memoria scene di vita vissuta da lei o dall'altro fuori di lei. (Comunicato stampa)




Victoria Stoian - Nistru Confines 79km - cm.105x60 - acrilico su tela Victoria Stoian: Nistru - Confines
termina il 25 ottobre 2018
Galleria Alberto Peola Arte Contemporanea - Torino
www.albertopeola.com

Immaginate per un istante di essere lontani dalla vostra terra e dalle vostre memorie più intime. Quali e quanti colori scegliereste per dipingere l'immagine interiorizzata di quel luogo, di quel ricordo? Con quanta passionalità, delicatezza o istintualità affrontereste la tela con il pennello? Victoria Stoian li usa tutti, nelle loro mutevoli e molteplici sfumature. Tutti, raramente il nero, che per lei rappresenta la tranquillità, la notte, il silenzio, ma anche la negazione della vita. Ogni più piccola traccia di pigmento sulle sue tele sembra voler suggerire una sonorità visiva da rielaborare con gli occhi e con la mente. Una vera e propria sinfonia pittorica. Così Victoria Stoian ci descrive la sua Moldavia.

Come nei Diari paesani di Tancredi, anche lei racconta attraverso l'uso di un segno stratificato, materico, alle volte spezzato, un paesaggio astratto privo di costruzione prospettica. A dare la profondità è l'intensità con cui viene distribuito il colore. Delicate e tenui campiture di lilla e verde salvia lasciano improvvisamente spazio a un turbinio di colori e di materia. La pennellata morbida viene poco a poco modellata da una gestualità sempre più immediata e istintiva che rivela l'espressività emotiva dell'artista.

Nistru-Confines è l'inedita serie di lavori di Victoria Stoian (Chisinau - Moldavia, 1987) da cui trae il titolo la seconda personale dell'artista moldava, a cura di Francesca Simondi. Una volta ultimata comprenderà circa 400 opere pittoriche e scultoree che ripercorreranno chilometro per chilometro il lungo confine, segnato dal fiume Nistru, che separa la Moldavia dalla regione secessionista della Transnistria, autoproclamatasi indipendente nel '90. Stoian ci racconta quindi una storia di confine, di guerra e di abbandono. La condizione di instabilità politica e territoriale che ne è derivata e il conseguente crollo economico hanno determinato in Moldavia un graduale e costante spopolamento. Questo "esilio condizionato", che ha coinvolto in particolare modo le zone rurali del paese, ha costretto molte famiglie a una dolorosa separazione e all'abbandono di case e terreni.

Victoria Stoian ha vissuto sulla sua pelle questo distacco. A ventun anni è riuscita a raggiungere la sua famiglia che da tempo si era stabilita a Torino. Qui ha continuato a coltivare la sua passione per l'arte, conseguendo nel 2015 la laurea specialistica in Storia dell'arte contemporanea all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, che segnerà l'inizio della sua carriera artistica e professionale. Nelle sue opere appare evidente l'eredità dell'espressionismo astratto del secolo scorso, che Victoria rinnova inserendosi a pieno titolo nel panorama artistico contemporaneao. Negli ultimi anni si è dedicata a due cicli pittorici che rappresentano un preludio della serie Nistru-Confines, oggi parzialmente esposta in galleria.

In Recea project (2014) le tele tracciano una vera e propria mappa termica delle stagioni che di mese in mese modificano il bosco di acacie che abbraccia il comune moldavo di Recea. Mentre in Codri Earthquake (2013/2017) l'artista dà vita a quella che potrebbe essere definita una mappa sismica in cui descrive secondo per secondo la sensazione di caos e di instabilità provocati dal terremoto che colpì la Moldavia nel 2011 e che danneggiò gravemente le foreste di Codri. La ricerca e il racconto di un riferimento geografico preciso, la serialità numerica delle opere attraverso la quale poter mappare un dato specifico, così come la rielaborazione astratta di un ricordo sono alcune delle caratteristiche costanti che emergono come un fil-rouge anche nelle sue opere più recenti.

Nistru-Confines, rispetto ai lavori precedenti, sembra però racchiudere in sé una carica emotiva maggiore sia per i riferimenti politici sia per la presenza nuova di sculture in cartapesta le cui forme ritorte sembrano ricordare fili spinati, tracce di corpi e aridi arbusti. La disposizione delle sculture nello spazio della galleria accentua il senso di disorientamento; è pensata infatti per delimitare e deformare il concetto di spazio e di tempo, creando un percorso prestabilito che limita la libertà di movimento del visitatore, invitandolo a seguire il tracciato per poter superare il confine fisico e reale che lo separa dalle tele.

Osservando i dipinti di Nistru-Confines ci si accorge che la tensione è concentrata quasi sempre in alto, mentre le pennellate uniformi e leggere occupano la parte inferiore delle tele. Questa sospensione verso l'alto e la contrapposizione tra spazi pieni e vuoti conferiscono all'intero ciclo una forte sensazione di instabilità. Guardandomi negli occhi Victoria mi dice con apparente calma "Il mio presente non è staccato dal passato" e così nelle sue tele frammenti di ricordi trascorsi si rimescolano con l'oggi, creando un nuovo tempo sospeso. Segni astratti sembrano nascondere tracce figurative. Scorgo una persona, una casa. Ritrovo un albero, un animale. Mi immagino Victoria intenta a dipingere, ogni tela per lei rappresenta un momento di totale intimità. Il pennello il mezzo per poter confessare ogni suo sentimento più profondo. (Comunicato stampa)




Antonio Pedretti - Ai margini - olio su tela cm.180x250 2011 Antonio Pedretti: "Selvatico"
termina lo 06 ottobre 2018
Galleria Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

L'artista, che collabora con Ghiggini dal 1970, torna in galleria con una serie di dipinti rappresentativi del percorso e delle suggestioni che hanno caratterizzato la fase più recente della sua poetica. In mostra soggetti noti come "Bianco lombardo" e "Paludoso" sono presentati in abbinamento alla tela esposta alla 54° Biennale d'Arte di Venezia, curata nel 2011 da Vittorio Sgarbi: un'opera che testimonia il raggiungimento di un significativo traguardo per la carriera di Pedretti. I lavori selezionati per l'esposizione sono introdotti in catalogo dalla puntuale presentazione "Incontrare Antonio Pedretti: l'occhio, la mano, la poetica del pittore" a cura di Claudio Lucchini psicologo, psicoterapeuta e analista junghiano. Lo scritto anticipa i temi portanti che saranno affrontati nel pomeriggio del 6 ottobre, in occasione dell'appuntamento in galleria a chiusura della mostra. Grazie alla testimonianza dei protagonisti dell'incontro, avrà luogo un confronto sincero e approfondito mirato a mettere in luce l'impegno e la sensibilità artistica dell'opera di Antonio Pedretti.

Tratto dal testo di Claudio Lucchini: "La domanda è "cos'è un pittore e cos'è pittura?". Una questione per rispondere alla quale il modo più semplice sarebbe prendere in mano un pennello. Perché se, al contrario, decidiamo di ricorrere alle parole, fatalmente scopriremo che le risposte sono molte e che, sebbene esse siano tutte collegate tra loro, ciascuna implica ulteriori domande di natura filosofica e storica. In sostanza, cioè, la faccenda, se esplorata utilizzando il (dominante nella nostra cultura) "sapere della profondità", si rivela di una complessità davvero abissale. Ma, se la esaminiamo alla luce di quello che potremmo definire "sapere della superficie", la risposta si rivela non facile e, tuttavia, meravigliosamente semplice". (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra di Rosalba Ruzzier Rosalba Ruzzier: L'anima color della notte
termina il 30 ottobre 2018
Biblioteca Statale «Stelio Crise» - Trieste

La mostra investe tutte le sale storiche del primo piano della Biblioteca, creando un percorso visivo e tattile con le opere su carta e tela e i libri d'artista che Rosalba Ruzzier ha realizzato in questi ultimi tre anni di lavoro. I suoi libri d'artista - che hanno ricevuto riconoscimenti internazionali e premi nazionali investono lo spazio presentando su supporti diversi, spesso cartacei ma non solo, una sequenza d'immagini tra loro collegate, che raccontano una storia e consentono all'artista di esprimere consequezialmente quanto nasce da un'emozione, un ricordo, un desiderio. Il libro nelle sue mani evolve. Facendolo a pezzi, espandendolo, ripensandolo, le pagine divengono altro, scultura, archivio, pittura a cui fanno eco le grandi opere realizzate su carta o su tela con tecnica mista. La ricerca di Rosalba Ruzzier è da sempre legata al linguaggio, ai segni, alla carta e si associa esplicitamente a composizioni poetiche o narrative, che evoca, cita e reinterpreta graficamente. Il tema della memoria e del tempo sono fonte inesauribile delle sue esplorazioni. (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Juan Melé dalla mostra 12 Relieves policromados Juan Melé: 12 Relieves policromados
termina il 30 novembre 2018
Galleria Marelia arte moderna e contemporanea - Bergamo

Dopo la grande mostra monografica realizzata nel 2015 alla Mundo Nuevo Gallery Art di Buenos Aires, dove furono raccolte opere storiche dagli anni '40 ai '60 affiancate a quelle più recenti dagli anni '70 ai '90, la Galleria Marelia di Bergamo riunisce 12 rilievi policromi realizzati a Parigi da Juan Melé tra il 1994 e il 1998, nel corso del lungo soggiorno in Francia. I lavori furono presentati nel 2010 all'Ambasciata argentina a Parigi e in seguito portati in Italia dal nipote Carlos Horacio Brasero. Juan Melé (Buenos Aires, 1923-2012) nel 1942 dopo aver completato gli studi alla Scuola Nazionale delle Belle Arti "Prilidiano Pueyrredon", si avvicinò ad alcuni artisti in seguito raggruppati nell'Asociación Arte Concreto-Invención composta da Tómas Maldonado, Lidy Prati, Alfredo Hlito, Raúl Lozza, Enio Lommi, Manuel Espinoza.

Il raggruppamento aprì ufficialmente nel 1945, ma già nel 1944 Tómas Maldonado, Lidy Prati, Rhod Rothfuss, Gyula Kosice, e Carmelo Arden Quin avevano stampato il primo e unico numero della rivista Arturo che, pur esprimendo una condivisa opposizione verso l'arte simbolica, divideva già i partecipanti in due gruppi artistici che segnarono il punto di partenza per una nuova avanguardia: il Movimento Madi, condotto da Carmelo Arden Quin, Kosice, Rothfuss e l'Associazione Arte Concreto-Invención portata avanti da Maldonado e Prati che nel frattempo si erano sposati. Per la prima volta in Argentina si sentiva la necessità di arrivare a un'arte non più rappresentativa o espressionista, ma oggettiva; un'arte che potesse parlare un linguaggio universale e portasse a positivi cambiamenti sociali.

Avendo immediatamente aderito all'Asociación Arte Concreto-Invención lo sviluppo dell'opera di Melé è caratterizzato dalla bidimensionalità dei piani e dalla vibrazione dei colori, tanto nelle opere pittoriche che nei rilievi e nelle sculture. Dagli anni '40 fino agli ultimi lavori l'artista propone un'estetica non figurativa, che si allontana dai concetti mimetici dell'arte e dove il piano, la linea, il colore e la luce si coniugano esprimendo la forza compositiva caratteristica di un artista consacrato alla creazione d'un'estetica che, attraverso le sue opere, gli permise di far parte delle più importanti collezioni a livello internazionale e di ricevere importanti riconoscimenti. (Comunicato stampa)




Immagine dalla mostra Alexander Kircher: il pittore triestino dimenticato Immagine dalla locandina della mostra dedicata al pittore triestino Alexander Kircher Alexander Kircher: il pittore triestino dimenticato
termina il 29 ottobre 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Rassegna con materiali originali e documentazioni che contribuiscono alla conoscenza e alla definizione di un pittore che, ingiustamente, ha rischiato l'oblio proprio nella sua città d'origine. Kircher (Trieste, 1867) rimase per tutta la vita appassionato cultore di visioni e paesaggi marini. Molte delle sue tele diverranno cartoline che la collezionista Liliana Pajola ha raccolto e con le quali ha sostanziato il suo nuovo libro La Marina da guerra Austroungarica nei quadri di Alexander Kircher (edizioni Luglio 2018) che sarà presentato prossimamente proprio al museo postale. La rassegna allestita dalla direzione museale è ricca in cartoline, documenti e oggetti originali.

Più di duecento le prime, tutte d'epoca, a testimoniare l'amore dell'artista non solo per il mare, in generale per quei panorami che molti artisti di fine Ottocento hanno saputo ritrarre e presentare a un pubblico sempre più interessato ai viaggi e alla conoscenza di luoghi e culture diverse. Grazie alla sensibilità del collezionista Giorgio Petronio, almeno una ventina di disegni firmati in prima persona da Kircher troveranno spazio nelle teche museali e del contiguo Spazio Filatelia. Nei testi e nel libro che inquadra la vita e l'opera dell'artista, molte informazioni sono state fornite da Peter Teichmann, nipote di Kircher, residente in Germania. Cartoline e quadri del pittore triestino sono ospitati da istituzioni museali e amministrative europee di rilievo: nel Museo della Scienza e della Tecnica e nel Museo dell'Esercito di Vienna, nel municipio di Brema, a Kiel e Francoforte a Spalato, Pola e Rovigno, tra le tante. (Comunicato stampa)

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Mostre su Trieste




Ilia Tufano - Neapolis - 2018 "Romina"
Mavi Ferrando, Teresa Pollidori, Ilia Tufano


termina il 28 settembre 2018
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.quintocortile.it

L'esposizione è il terzo appuntamento di Spazio Aperto 2018 ciclo di cinque mostre in cui gli artisti dall'Associazione culturale Fuori Centro, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione. L'evento vuole essere un momento di confronto tra Mavi Ferrando, Teresa Pollidori ed Ilia Tufano che, nella loro lunga attività, hanno avuto un percorso professionale simile che le ha viste operare nella doppia veste di artiste e promotrici culturali.

Il titolo prende giocosamente spunto dall'anagramma del percorso itinerante della mostra che dopo Roma verrà esposta negli spazi di Quintocortile di Milano diretto da Mavi Ferrando e Movimento Aperto di Napoli diretto da Ilia Tufano. I tre spazi espositivi, associazioni culturali no-profit, operano da circa un ventennio sul territorio nazionale con un progetto culturale simile, finalizzato alla promozione della ricerca artistica contemporanea, al di là delle logiche di mercato. Nel catalogo che accompagnerà le mostre immagini e testi tracciano il profilo delle tre artiste, permettendo di apprezzare l'impegno culturale di ciascuna così come si esplica in una realtà che va dal nord al sud della penisola. (Comunicato stampa)




Logos Angeli. Gli angeli si rivelano attraverso immagini e musica
Fabiola Mengoni (disegni) - Fabio Imbergamo (musiche)


29 settembre (inaugurazione ore 17.30) - 14 ottobre 2018
Chiesa di Sant'Agata - Perugia

La pittrice Fabiola Mengoni e il violinista e compositore Fabio Imbergamo, affrontano le tematiche artistiche relative alle figure angeliche in rapporto alle loro ispirazioni personali e coerenti con la tradizione culturale e religiosa. In mostra, 24 disegni inseriti in supporti trasparenti e collocati sul presbiterio, ai lati dell'altare e lungo i fianchi della navata; le musiche contribuiscono alla creazione di un'atmosfera spirituale e audio/visuale. Da segnalare due concerti in programma: il primo, per l'inaugurazione (29 settembre); il secondo, per la chiusura della mostra: saranno concerti di violino e live-electronics con esecuzione di musiche di compositori del '700 e dello stesso Fabio Imbergamo, tutte su tematiche attinenti gli angeli.

L'angelo, in greco ággelos, in latino angelus, è un inviato di Dio che assiste gli esseri umani. In tutte le tradizioni religiose e nella filosofia classica sono presenti entità e presenze che, in specifiche forme, si pongono al servizio prima del Creatore e poi degli uomini, facendo da tramite e da messaggeri. Esse proteggono, intervengono, stanno accanto alle persone che custodiscono, rispondono alle domande, mettono in contatto con il sovrannaturale: saperli "vedere" e percepirne la presenza è da sempre uno dei maggiori desideri di chiunque. Nell'Arte, gli angeli sono stati rappresentati in modi diversi a seconda dell'epoca storica e del contesto culturale e religioso. La mostra rappresenta il tentativo di dare forma e voce agli angeli, facendoli calare nella dimensione terrena senza dimenticare le loro origini sovrannaturali. Ciò viene fatto tramite il disegno grafico e la musica, ben consapevoli che l'arte arriva là dove la razionalità non può accedere.

Gli angeli disegnati da Fabiola Mengoni e descritti dalle note di Fabio Imbergamo, sono esseri materiali e immateriali allo stesso tempo, che si manifestano con sembianze umane e operano a fianco delle persone. Fabiola Mengoni trae ispirazione dalle proprie emozioni, attingendo dalla profondità del proprio essere. Gli angeli rappresentano stati d'animo ben precisi: gioia, serenità, stupore, rabbia, inquietudine, dolore e comprensione; tutte quelle sfumature di emozioni che sono nel sentire quotidiano di ogni persona.

Fabio Imbergamo si è inizialmente lasciato ispirare dai disegni della Mengoni; poi si è riallacciato alla tradizione musicale di brani dedicati alle figure angeliche per trovare una propria ispirazione in forma di musiche originali da lui stesso composte ed eseguite al violino e live-electronics. Le musiche sono in parte tratte dal repertorio violinistico classico e in parte appositamente composte. I titoli di ciascuna opera in mostra sono pensati come delle parole, delle frasi che gli angeli pronunciano. Talvolta uno sguardo, una semplice parola, è la giusta risposta ai nostri dubbi, alle nostre incertezze. Le istallazioni su cui si collocano le opere grafiche sono studiate per far apparire le figure degli angeli come sospesi in aria, sottolineando la natura eterea di queste creature. (Comunicato Ufficio stampa Patrizia Cavalletti Comunicazione)




Giovanni Cappelli - Saidecar - olio su tavola cm.70x100 1957 Monumento Hannover Paolo Schiavocampo - Città - olio su tela cm.70x90 1958 Dal Realismo Esistenziale alla Nuova Figurazione. Gli Anni Cinquanta/Sessanta
Musei Civici di Varese, 06 ottobre 2018 - 12 gennaio 2019

Zivilcourage
Museo Civico Floriano Bodini - Gemonio, 13 ottobre 2018 - 12 gennaio 2019

I Sette di Gottinga nella contemporaneità - Floriano Bodini maestro di Libertà
Palazzo Pirelli - Milano, Novembre 2018

Lo splendido bozzetto in bronzo di Bodini "I Sette di Gottinga", al Castello di Masnago, è il fulcro del grande evento d'arte "diffuso", scandito in tre mostre che scaturiscono dalla celebrazione del ventennale dall'inaugurazione (1998) del Monumento di Floriano Bodini "I Sette di Gottinga" per la piazza del Parlamento di Hannover. Sono più di ottanta le opere in esposizione nelle tre sedi tra loro idealmente coordinate. L'iniziativa è stata realizzata in collaborazione con Sara Bodini, Renato Galbusera, Museo Civico Floriano Bodini/Gemonio, Musei Civici di Varese/Castello di Masnago, Amici del Museo Bodini, Palazzo Pirelli di Milano con il sostegno della Fondazioni Comunitaria del Varesotto e di Unipol. Da un progetto di Fabrizia Buzio Negri, che curò nel 1997 la mostra storica per la Galleria d'Arte Moderna di Gallarate "Guerreschi e il Realismo Esistenziale" e che scrisse nel 1998 la presentazione critica nella monografia "Zivilcourage" dedicata al monumento di Hannover per l'inaugurazione avvenuta il 20 marzo 1998.

Nel 1837 sette docenti dell'antica Università di Gottinga attuarono una ferma protesta contro la violazione della Costituzione da parte del re Ernst August. La ribellione all'autorità regale costò a tutti la revoca dell'incarico d'insegnamento e tre professori dovettero lasciare il Regno di Hannover. Ma non fu vano il loro esilio. Per il grave scandalo che seguì l'atto dispotico del sovrano, nel 1848 l'Assemblea di Francoforte venne convocata al fine di scrivere una nuova Costituzione e uno dei "Sette", il professor Dahlmann, vi svolse un ruolo di rilievo. Floriano Bodini, allora vincitore su 26 progetti internazionali, ricostruisce la vicenda in un raccontare sublimato tra dramma storico e dramma del singolo, individualmente vissuti nella condizione di uomo e, nel contempo, prestati alla grande teatralizzazione della Storia.

- Dal Realismo Esistenziale alla Nuova Figurazione. Gli Anni Cinquanta/Sessanta

Negli Anni Cinquanta la vicenda giovanile di Floriano Bodini all'Accademia di Brera si intreccia in amicizia e condivisione con gli artisti del Realismo Esistenziale, così denominato da Marco Valsecchi (1956) alla loro prima mostra. Guerreschi, Banchieri, Romagnoni, Vaglieri, Ceretti, Ferroni sono i pittori che con Bodini, l'unico scultore, danno vita al movimento profondamente influenzato dal ricordo della violenza e della sofferenze della guerra. Nel Secondo Dopoguerra, il loro sguardo artistico si avvicina all'Esistenzialismo, ben lontano dal Realismo Sociale di marca guttusiana, in una visione dei disagi di una difficile quotidianità, fuori da contenuti ideologici e dalle lotte di classe, bensì con ideali sociali e di intensa introspezione. Timbri crudi e tematiche esacerbate: sono principalmente periferie, interni di desolazione, atmosfere di privazioni, personaggi segnati da sensi di sconfitta. 

Negli anni Sessanta dal Realismo Esistenziale nasce una lunga Deriva d'impegno nella realtà, con gli artisti della "Nuova Figurazione" in Lombardia, in Emilia e Romagna, in Toscana, a Roma, a Napoli. Sono Rodolfo Aricò, Giorgio Bellandi, Adolfo Borgognoni, Giovanni Cappelli, Giancarlo Cazzaniga, Leonardo Cremonini, Franco Francese, Giuseppe Giannini, Giansisto Gasparini, Sandro Luporini, Giuseppe Martinelli, Ennio Morlotti, Pietro e Dimitri Plescan, Antonio Recalcati, Liberio Reggiani, Giulio Scapaticci, Paolo Schiavocampo, Renzo Vespignani, Giuseppe Zigaina. E altri ancora. Scrive nel testo critico il curatore Fabrizia Buzio Negri: "La figura torna a essere codice di linguaggio per meglio comunicare un cruciale profondo bisogno di introspezione. Questa urgenza di andare verso nuovi contenuti interiori chiarifica una rinnovata coscienza di libertà interpretativa, molto eterogenea, che talora sfiora l'astratto, la non-forma, il Pop".

- Zivilcourage

E' l' "iter" creativo di Bodini per il grandioso Monumento di Hannover nella mostra al Museo di Gemonio, con i gessi e i bronzi dei personaggi, le medaglie, gli studi preparatori, le fotografie work-in-progress (dall'Archivio Bodini) a documentare il lungo lavoro alla Fonderia Battaglia di Milano e nell'atelier dell'artista. Vi sono presentate inoltre opere di artisti "amici" di Bodini, perché vicini al sentimento ispirativo dei Sette di Gottinga. Sono Giuliano Vangi, Augusto Perez, Alberto Sughi, Renato Galbusera, Maria Jannelli, Piero Leddi, Peter Ackermann, Alberto Montrasio, Ariel Auslender, Joachim Schmettau.

A Palazzo Pirelli, 15 giovani artisti delle Accademie di Brera e dell'Albertina di Torino, nelle diversificate tecniche e interpretazioni, parlano di libertà di espressione in termini di modernità e contemporaneità, con il loro professore Renato Galbusera, tra i primi allievi di Bodini. Il cerchio sembra così chiudersi tra storia, presente e futuro. Sempre e comunque "Floriano Bodini, Maestro di Libertà". Il catalogo comprende le presentazioni istituzionali, i testi critici, fotografie storiche, le immagini di tutte le opere in mostra, frutto di prestiti da prestigiose collezioni private e museali, con gli apparati. (Comunicato stampa)




Impero Nigiani in una opera che rappresenta Don Quijote Impero Nigiani - Cervantes e Papa Pio V - olio su tela cm.60x60 Opera di Impero Nigiani nella mostra Il fantastico cavaliere Don Quijote alla Casa Museo Sartori Impero Nigiani
Il fantastico cavaliere Don Quijote


termina il 14 ottobre 2018
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)

La mostra comprende venti dipinti eseguiti con la tecnica dell'olio su tela (cm.60x60) e sei disegni realizzati con la tecnica della sanguigna su carta (cm.60x50), dell'artista fiorentino Impero Nigiani. Mostra, curata da Arianna Sartori, con i patrocini di Provincia di Mantova, Comune di Castel d'Ario, Comune di Mantova, Ecomuseo della risaia, dei fiumi, del paesaggio rurale mantovano e ProLoco di Castel d'Ario.

«Pubblicato in prima edizione spagnola nel 1605 il romanzo di Cervantes "El ingenioso hidalgo Don Quixote de la Mancha" continua a conoscere una immutata fortuna bibliografica e visiva: continue ristampe in tutto il mondo e numerose trasposizioni in illustrazione... Questo anche in Italia, paese che è idealmente omaggiato da Cerventes con la ripresa in chiave sottilmente ironica dei poemi cavallereschi scritti a Ferrara nel Cinquecento (soprattutto l'ariostesco "Orlando Furioso" e "La Gerusalemme Liberata" del Tasso): un esempio significativo è il film di esordio del famoso pittore e scultore Mimmo Paladino, "Quijote", presentato al Festival del Cinema a Venezia nel 2006, visionaria e stravagante rilettura interpretata da due singolari cantanti-attori, come Peppe Servillo e Lucio Dalla.

E' ora la volta del fiorentino Impero Nigiani, il quale dopo aver realizzato una bella cartella grafica, "Don Quijote de la Mancha", con cinque acqueforti originali, impostata essenzialmente sul dialogo surreale fra uomini e bestie, presenta in questo catalogo una serie di dipinti e sanguigne-seppie-pastello ispirata dall'affascinata lettura del romanzo secentesco, miscelata ai ricordi di un lontano soggiorno nella petrosa Mancha. Come accade sempre al Nigiani, che ama lavorare per cicli tematici (ricordiamo soltanto la serie intitolata "Medioevo", con suggestioni desunte dai romanzi claustrali come "Il nome della rosa" o quelli del più giovane Marcello Simoni), si evidenzia anzitutto la cultura visiva del pittore, che lo hanno fatto designare nell'ultimo quarantennio fra i più significativi pittori "citazionisti" operanti nell'ambito toscano. Analizzando con attenzione le sue opere "donchisciottesche" si possono rinvenire echi e citazioni che precedono le atmosfere picaresche della Spagna seicentesca oppure la scavalcano: ricordi delle statue di Niccolò dell'Arca e del ritratto di Pio V sapientemente reinventato.

Ma altresì del "Quarto Stato" di Pellizza da Volpedo o del novecentista Palazzo delle Esposizioni all'E.U.R. e in mezzo pittori coevi a Cervantes (il frammento dal mirabile "Las Meninas" di Velasquez) o che hanno illustrato mirabilmente il capolavoro dello spagnolo in tempi diversi (la sintetica, indimenticabile icona del francese Daumier che compare in copertina, con la spiritosa aggiunta sullo sfondo di Nigiani che la dipinge protetto dal solleone con un ombrello verde). I "pastiches" ingegnosi e forbiti del pittore toscano (con uccelli e mulini a vento, ronzinanti e cani pulciosi) raggiungono un tono straniante e spesso divertito. Insomma, un accumulo postmoderno di immagini da museo e visioni fotografiche e cinematografiche, saldando idealmente l'Accademia all'lperrealismo, un "melting pot" che compendia la cultura occidentale e i suoi miti in un caleidoscopio non di rado affascinante, un viaggio nella Memoria svolto mediante la sovrapposizione sagace negli olii e nei disegni bicromi su carta gialla dal nostro Impero Nigiani.» (Lucio Scardino)

«Don Chisciotte vive ormai da qualche secolo, e ancora non finisce di stupirei. E' un folle o piuttosto un cuore generoso alle prese con un mondo arido e senza fantasia? E le sue avventure sono le azioni sconsiderate di un esaltato o rappresentano l'eterna lotta tra gli alti ideali? Ho rivissuto i suoi tormenti, le sue emozioni, le sensazioni da lui provate. Niente è cambiato. Li ho riversati poi su quadri, incisioni e disegni; la mia via di espressione, il figurativo. Per tradurre il pensiero cervantesco mi sono documentato e avvalso dell'opera sia di pittori, quali Nani Tedeschi, Joaquin Turina, Manuel Castellano sia di quella dell'incisore Gustave Doré e in particolar modo poi delle illustrazioni di Vietar G. Ambrus. Ulteriore fonte d'ispirazione sono state le immagini tratte dalla versione cinematografica El Quijote diretta da Manuel Gutiérrez Aragòn nonché da quelle rappresentate alla Piccola Scala di Milano da Manuel de Falla.» (Impero Nigiani)

Lo spirito artistico di Impero Nigiani (Incisa Valdarno - Firenze, 1937) lo conduce ad una ricerca continua del Realismo Metafisico. Negli anni Settanta ha fatto parte del gruppo "Come Pittura" e aderisce nel 1979, con Del Testa, Cantini, Fusi al Manifesto Artistico "Foto di Gruppo" presentato da Pier Carlo Santini. Dal 1996 è parte del gruppo "4 pittori dello sguardo cristallino" insieme con Brancolini, Fusi e Gerico. Suoi disegni si trovano presso la Biblioteca Nazionale Centrale e all'Archivio Bonsanti, Gabinetto G.P. Viesseux di Firenze. Sue opere di grafica si trovano presso il Museo civico di Padova, il Museo Dantesco dei frati minori di Ravenna, il Museo Vukovar di Zagabria, Fondazione L. Ragghianti, Lucca. Al suo attivo si possono enumerare oltre 40 mostre personali senza contare le innumerevoli mostre collettive su invito sia in Italia che all'estero. (Comunicato stampa)




Piermario Ciani - Postcard - 1987 Anni Ottanta - Cultura visiva in F.V.G.
termina lo 05 ottobre 2018
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone

Progetto espositivo dedicato all'esplorazione di un periodo storico ben preciso che racconta le nuove tendenze artistiche e la vitalità regionale in questo decennio. Infatti, da quella favolosa e irripetibile fabbrica di tendenze che era New York negli anni Ottanta, un fiume di energia creativa si riversò a macchia d'olio stimolando tutta la società occidentale. Gli artisti inventarono il look di un'epoca e dal brodo underground fatto di arte, musica, cinema, nightlife e moda, nasceva il nuovo e il bello che si propagava rapidamente sino in Italia (allora, quarta potenza mondiale del gruppo dei Paesi più industrializzati). Milioni di giovani adottarono questo modus vivendi e, anche nel Friuli Venezia Giulia (a quei tempi ancora confinante con il blocco comunista), videro i primi stylist, designer e art director, cloni dei personaggi che frequentavano la mitica Factory di Andy Warhol.

In questo fertile contesto creativo, gli autori guardarono più al movimento Postmoderno, nato nella seconda metà degli anni Settanta come antitesi al razionalismo moderno, avvalendosi - nelle loro opere - di citazioni, rielaborazioni, deformazioni di motivi antichi. Una rivoluzione della funzione simbolica del progetto che, in questo caso, non si rifà tanto alla citazione classicheggiante ma guarda molto di più alla tradizione moderna delle avanguardie, dal Futurismo al Bauhaus. Dal progetto espositivo emerge la capacità di ripercorre l'intero vissuto senza tuttavia scendere in una banale operazione di carattere nostalgico ma, al contrario, cercando di rivelare la vera e peculiare essenza di un movimento al quale dobbiamo così tanto in termini di immagine anche nella nostra Regione. La mostra svela un archivio di lavori pittorici, disegni, appunti di moda, Polaroid, collage, graffiti, fanzine, foto, video musicali prodotti dai giovani talenti regionali che operavano con fiducia per costruire un futuro che poi non si è realizzato.

In esposizione sono presenti le opere degli artisti più significativi del periodo: Paolo Cervi, Zivko Marusic, Claudio Massini, Nata, Sergio Pausig, Serse Roma, Manuela Sedmach, Antonio Sofianopulo, Franco Ule, Gian Carlo Venuto. Inoltre, per mezzo di documentazione cartacea (fotografie, inviti, pieghevoli, cataloghi, locandine e manifesti), viene ripercorsa una significativa sintesi della programmazione delle più rappresentative gallerie d'arte regionali attive in quegli anni, come Nadia Bassanese Studio d'Arte, La Cappella Underground - Sezione arti visive, La Roggia, Studio Tommaseo, Galleria Torbandena. Documenti di architettura e oggetti seriali, di autori che hanno lavorato in, da e per il nostro territorio come Gae Alenti, Luciano Celli, Enrico Franzolini, Luigi Molinis, Renzo Piano, Bruno Sacco, Luciano Semerani, Gino Valle, chiudono l'excursus a testimonianza dell'alto valore raggiunto nel periodo focalizzato dalla scelta curatoriale firmata da Stefano Reia. Catalogo Juliet Editrice (Comunicato stampa)




Immagine della mostra The Pigeon Photographer, di Julius G. Neubronner The Pigeon Photographer - Julius Neubronner & his Pigeons
termina il 13 ottobre 2018
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Julius G. Neubronner (Kronberg im Taunus, 1851), figlio di un farmacista, coltivava una curiosa passione per la fotografia. Nel 1907 brevettò il design di una macchina fotografica che poteva essere attaccata ai piccioni e scattare automaticamente le immagini durante il loro volo per tracciare il loro viaggio. Nonostante sia stato utilizzato per una vasta gamma di scopi ricreativi, scientifici, di stampa e militari, il successo della fotocamera è durato solo pochi anni, fino a quando metodi tecnicamente più avanzati lo hanno superato, lasciando Neubronner e i suoi piccioni dimenticati nella storia. Tuttavia, la sua invenzione ha contribuito allo sviluppo della fotografia aerea e può essere considerata l'antesignana dei droni di oggi. Questo è un viaggio attraverso l'archivio fotografico di Neubronner, per ricordarlo come la prima persona che ha provato a vedere il mondo da una prospettiva a volo d'uccello. La mostra è curata da Nicolò Degiorgis e Audrey Salomon. (Comunicato stampa)

__ DE

Julius G. Neubronner, 1851 in Kronberg im Taunus als Sohn eines Apothekers geboren, pflegte eine kuriose Leidenschaft für die Fotografie. 1907 patentierte er das Design einer Kamera, die man Tauben anhängen konnte und die automatisch während des Fluges Bilder aufnehmen würde, um ihre Reise zu verfolgen. Obwohl die Kamera für eine breite Palette von Freizeit-, Wissenschafts-, Presse- und Militäreinsätzen genutzt wurde, dauerte der Erfolg der Kamera nur einige Jahre an, bis sie von technisch fortgeschritteneren Methoden überholt wurde und Neubronner und seine Tauben zu Geschichte wurden. Dennoch trug seine Erfindung zur Entwicklung der Luftbildfotografie bei und kann als Vorläufer der heutigen Drohnen angesehen werden. Dies ist eine Reise durch Neubronners Fotoarchiv, in Erinnerung an die erste Person, die versucht hat, die Welt aus der Vogelperspektive zu betrachten.

__ EN

Julius G. Neubronner, born 1851 in Kronberg im Taunus as the son of a pharmacist, cultivated a curious passion for photography. In 1907 he patented the design of a camera which could be attached to pigeons and would automatically take pictures during their flight in order to track their journey. Despite being used for a wide range of recreational, scientific, press and military purposes, the camera's success only lasted a few years, until technically more advanced methods overtook it, leaving Neubronner and his pigeons buries in history. Nevertheless, his invention contributed to the development of aerial photography and can be considered the predecessor of today's drones. This is a voyage through Neubronner's archive of photographs, remembering the first person who tried to see the world from a bird's eye view.

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007
08 settembre 2018 - 24 febbraio 2019
Palazzo Ducale - Genova
Presentazione

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998
termina lo 06 gennaio 2019
Casa dei Tre Oci - Venezia
Presentazione

La fotografia dipinge: il Grand Tour di Andrea Samaritani
termina il 23 novembre 2018
BFMR & Partners - Reggio Emilia
Presentazione

Nancy Burson: Composites. La Pioniera dei ritratti computer-generated
termina il 30 settembre 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
Presentazione




Bologna Art Design Bologna Art Design
termina il 27 settembre 2018
Galleria Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Alessandro Cignetti (Kiknos), Marco Randazzo, Luciano Vetturini (Nino), Filippo Imbrighi, Salvatore La Cola, Francesco Lombardo, Daniela Fonti, Carmine Sannino (Ca San), Mario Crivellari, Stefano Manzotti. Opere di 10 artisti contemporanei chiamati ad interpretare il  loro punto di vista su design, creatività, architettura, pittura, scultura, fotografia e grafica. Essere presenti a Bologna durante il periodo del Cersaie e del Design Week significa divenire protagonisti di una delle più importanti manifestazioni di arte, design, architettura e creatività in Italia, che porta in città oltre 110.000 visitatori proveniente da 180 paesi in tutto il mondo, con oltre 900 giornalisti tra italiani e stranieri. Per la mostra la Galleria è stata inserita nel circuito di Bologna Design Week, la manifestazione sarà presentata nella serata inaugurale dalla critica e storica dell'arte Dott.ssa Francesca Bogliolo da anni collaboratrice della Galleria Wikiarte e di importanti riviste di settore. (Comunicato stampa)




Opera di Salvatore Giunta nella locandina della mostra Voli pindarici Salvatore Giunta: Voli pindarici
Libri d'artista 1980-2018


termina il 29 settembre 2018
Associazione culturale "La Roggia" - Pordenone

Nell'ambito dell'evento Pordenonelegge, diciannovesima edizione dell'importante festival internazionale dedicato alla lettura, si inaugura la mostra del pittore e scultore Salvatore Giunta. Lavori intrisi di armonia compositiva e di equilibrio formale, ricchi di aspetti metaforici e di vaghe suggestioni poetiche, rivelando la sostanza ineffabile della sua arte e, ciò che più lo contraddistingue, la sua ansia di assoluto. Il catalogo sarà disponibile nella sede della mostra.

Salvatore Giunta (Roma, 1943), dopo aver concluso gli studi accademici, nel 1969 inizia con una personale romana a Palazzo delle Esposizioni l'attività espositiva che prosegue senza soluzione di continuità fino ad oggi spaziando dalla scenografia teatrale alla pittura all'installazione. Negli anni '80 comincia la produzione di "libri d'artista", ovvero l'ideazione di oggetti singolari, completamente realizzati a mano, che annovera in Europa nomi di importanti personalità fin dall'epoca delle Avanguardie storiche. L'esposizione, curata dalla storica dell'arte Bruna Condoleo, è una rassegna della quasi quarantennale produzione di libri d'artista con cui Giunta ha espresso la propria libertà creativa in ogni periodo della lunga e apprezzata carriera. Si tratta di poco più di 30 opere originali ed uniche, espressione della sua versatilità ideativa e manuale, spesso concepite in sintonia con autorevoli poeti contemporanei, grazie alla natura lirica e aniconica della sua ispirazione estetica. (Comunicato stampa)




Fotografia di Fulvio Roiter nella mostra Fotografie 1948-2007, a Genova Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007
termina il 24 febbraio 2019
Palazzo Ducale - Genova

Circa 150 scatti, per la maggior parte vintage, selezionati dal curatore Denis Curti con il prezioso contributo della moglie Lou Embo, raccontano l'intera vicenda artistica del grande fotografo scomparso nel 2016, e fanno emergere tutta l'ampiezza e l'internazionalità del lavoro di Roiter, collocandolo tra i fotografi più significativi dei nostri giorni. Il percorso espositivo racconta gli immaginari inediti che rappresentano la Sicilia ed i suoi paesaggi, Venezia e la laguna, ma anche i viaggi a New Orleans, in Belgio, in Portogallo, in Andalusia ed in Brasile che hanno determinato i primi approcci alla fotografia di Roiter, nel pieno della stagione neorealista, di cui il fotografo veneziano ha ereditato la finezza compositiva.

"Foto in bianconero, delicatissime, elegantissime nella loro apparente semplicità, composizioni da pelle d'oca, raffinatezza, gusto, equilibrio e originalità. Gioielli buoni anche per gli occhi più esigenti" (Leonello Bertolucci, I Grandi Fotografi - Fulvio Roiter, Milano 1982).

"Un bianco e nero aspro, contrastato, ruvido. Un desiderio di raccontare il mondo attraverso un attrito costante, senza mediazioni e senza menzogne. E' questa la fotografia di Fulvio Roiter. Un modo particolare di guardare il mondo che ha ispirato l'opera del grande autore veneziano, fino alla fine dei suoi giorni, in una linea di racconto dinamica, ricca di sfumature, sorprese e colpi di scena, vicina a un approccio intimo alla fotografia" afferma Denis Curti.

Roiter non tralasciava alcun passaggio della produzione fotografica, per queste ragioni, le stampe (come anche i libri) doveva realizzarle lui personalmente, nella camera oscura allestita in casa sua, per poi timbrarle e firmarle, al fine di esaltarne e tramandarne il valore. Un valore che per l'autore poteva essere misurato solo attraverso amore e passione, e la cui grandezza risuona nelle parole della nipote Jasmine come una promessa e una speranza: "Può una parola così piccola, foto, diventare così grande? Possono due sillabe riuscire a portarti in mondi lontani, in posti segreti, possono raccontarti una favola intima e silenziosa? Sì, possono. Le fotografie del Nonno, però, sembrano voler graffiare le pagine dei libri per poter uscire e diventare, se possibile, ancora più reali" (Jasmine Moro Roiter, Essere Roiter, 22.04.2016)

Ne derivano 9 sezioni di mostra, ciascuna espressione di uno specifico periodo della vita e dello stile del grande fotografo: L'armonia del racconto; Tra stupore e meraviglia: l'Italia a colori; Venezia in bianco e nero: un autoritratto; L'altra Venezia; L'infinita bellezza; Oltre la realtà; Oltre i confini; Omaggio alla natura; L'uomo senza desideri. In tal modo, il percorso espositivo, fluido e coerente, scandisce le tappe di una vita interamente dedicata alla fotografia e alla ricerca di quei luoghi dell'anima che ne hanno ispirato la poetica, assumendo come unico punto di riferimento la pura e sincera passione, vissuta dall'autore tra scenari di viaggi, scoperte e amori incondizionati. Promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, la mostra è prodotta da Civita Mostre in collaborazione con i Tre Oci. Accompagna la rassegna un catalogo bilingue Marsilio Editori.

Fulvio Roiter (Meolo, 1926 - Venezia, 2016) è stato uno dei più importanti fotografi italiani. Esperto di fotografia in bianco e nero, usò anche nel colore dei reportages di viaggi una personale tecnica, che esaltava luoghi e particolari inediti della scena. Già fotografo apprezzato per aver prodotto diversi libri fotografici di città e regioni del mondo, salì alla ribalta internazionale per gli scatti sulla sua Venezia da cui trasse il libro Essere Venezia del 1977. E' stato uno dei tre fotografi italiani a cui è stato assegnato nel 1956 il premio internazionale per l'editoria fotografica Nadar. Roiter si diplomò come perito chimico, ma dal 1947 si dedicò alla fotografia, che divenne la sua attività professionale dal 1953. Nel 1949 aderì al circolo fotografico La Gondola di Venezia, fondato dall'amico Paolo Monti due anni prima.

Nel 1953 partì per la Sicilia nel suo primo viaggio fotografico, il primo di molti in tutto il mondo. La pubblicazione nel gennaio 1954 di alcuni scatti siciliani sulla rivista Camera segnò il suo debutto sulla scena internazionale. Dopo avere realizzato numerosi reportage per alcune riviste, pubblicò nel 1954 il suo primo libro fotografico, il volume in bianco e nero Venise a fleur d'eau. Nel 1956 Roiter vinse la seconda edizione del Premio Nadar con il libro di sole foto bianco e nero Umbria. Terra di San Francesco (Ombrie. Terre de Saint-François). Ottenne la consacrazione sulla scena internazionale con il libro Essere Venezia del 1977, stampato in quattro lingue con una tiratura di circa un milione di copie, un best seller unico per l'editoria fotografica. Durante la sua carriera, Fulvio Roiter ha pubblicato circa un centinaio di volumi di fotografie, compiendo numerosi viaggi in ogni parte del mondo. Roiter è stato sposato con la fotoreporter belga Louise "Lou" Embo. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Dipinto di Alan Gattamorta nella mostra Fine estate Fine estate
termina il 21 ottobre 2018
www.alangattamorta.it

Il pittore Alan Gattamorta presenterà una rassegna di 20 acrilici su carta sul sito antologico.







Opera di presentazione della mostra Lapse - an audio-visual exhibition by Arnold Dreyblatt Lux 03: Lapse
an audio-visual exhibition by Arnold Dreyblatt


termina lo 30 settembre 2018
Museolaboratorio Ex Manifattura Tabacchi - Città Sant'Angelo (Pescara)

La mostra personale del compositore minimalista ed artista multimediale Arnold Dreyblatt - "Lapse" - si presenta come un percorso estatico, sonoro e visivo, studiato (e realizzato) appositamente per gli spazi del museo abruzzese. La mostra indaga le relazioni armoniche fra la produzione videoartistica di Dreyblatt (dagli anni Settanta ad oggi - in anteprima europea) e la sua ricerca sulla vibrazione e l'emissione acustica delle corde. Per lo spettatore un'esperienza immersiva ed esploratoria fra percezioni sonore e visive.

Arnold Dreyblatt (New York City, 1953) è un artista multimediale e compositore. Nel 2007, Dreyblatt è stato eletto membro a vita della sezione arti visive dell'Akademie der Künste (Berlino). E' attualmente docente di arti multimediali presso l'Accademia di Arte e Dseign "Muthesius" di Kiel (Germania). Dreyblatt ha studiato musica con Pauline Oliveros, La Monte Young ed Alvin Lucier, arti multimediali con Woody e Steina Vasulka. Nel corso degli anni Arnold Dreyblatt ha sviluppato un personalissimo metodo compositivo e performativo, inventando strumenti musicali, tecniche d'esecuzione ed accordature. Spesso considerato come il compositore minimalista più orientato al rock, Dreyblatt (sovente accompagnato dal suo ensemble "Orchestra of Excited Strings") ha costruito negli anni un folto seguito di fan, grazie alla sua musica dal carattere trascendentale. Le sue composizioni sono state eseguite dalla Bang On A Can All-Stars di New York, Jim O'Rourke, dalla The Great Learning Orchestra di Stoccolma, dal Pellegrini String Quartet e dal Crash Ensemble di Dublino.

Ha inciso per etichette come Tzadik, Hat Hut, Table of the Elements, Cantaloupe, Choose e Black Truffel. Dreyblatt ha tenuto workshop, poi trascritti in composizioni, presso The Music Gallery (Toronto), MIT (Boston), Serralves Foundation (Porto) e molte altre sale da concerto ed istituti. Ha suonato, con e senza il suo ensemble, al Whitney Museum (New York), Maerz Music Festival (Berlino), Angelica Festival (Bologna), The Lab (San Francisco), Jazz House (Copenaghen) e innumerevoli altri festival ed eventi in Europa e in Nord America. Le opere visive di Dreyblatt creano complesse trame luminescenti, in dialogo con le memorie individuali e collettive dei suoi fruitori. I suoi lavori contemplano temi come il ricordo e l'archivio, e si concretizzano in installazioni permanenti, proiezioni digitali, oggetti testuali dinamici e pannelli testuali stratificati lenticolari. La sua pratica artistica, negli ultimi 20 anni, ha preso forma in grandi spettacoli teatrali. (Comunicato stampa)




Giancarlo Cazzaniga - Jazz Men - tecnica mista su carta intelata cm.49,5x69,5 1984 Giancarlo Cazzaniga - Interno di studio - olio su tela cm.37x48 1958 Giancarlo Cazzaniga - Magnolia - olio su tela cm.80x100 2007 Giancarlo Cazzaniga
Tra pittura e musica. L'Arte sinestetica di Giancarlo Cazzaniga


termina lo 07 ottobre 2018
Sala Lucio Fontana Comabbio - (Varese)

Retrospettiva di Giancarlo Cazzaniga, protagonista dagli anni '50 al 2013, anno della sua scomparsa, della scena culturale italiana. Dapprima con la sua adesione a quelli del "Realismo esistenziale"e la concomitante presenza e frequentazione degli ambienti e delle menti maggiormente fervide di quel tempo quali il Jamaica, il Santa Tecla, Lucio Fontana, Roberto Crippa, Giorgio Gaber, Leonardo Sciascia. La sua pittura è altamente evocativa come dimostrano le atmosfere cupe e fumose di una Milano che rinasce dalle ceneri, come una fenice fatta di musica ed arte, protagoniste dei lavori degli anni '50, dove agli interni bui dello studio si abbinavano le scure ambientazioni dei jazzisti all'opera nelle caves milanesi. E la successiva "scoperta" della luce e del colore nelle sue vegetazioni, nei suoi cieli in tempesta, in un jazz maggiormente modulato.

Il Cazzaniga, come spesso al lui ci si riferiva, ha portato a compimento un percorso artistico di notevole levatura, attraversando ben precise fasi: esse si raccontano da sole, nei quadri stessi, dispiegando coerentemente un viaggio durato una vita. Infatti, che si parli di jazz men avvolti nella nebbia fumosa del bar Jamaica o delle inflorescenze arrostite dal sole della Sicilia o dai tramonti al Conero, sempre si può notare la sua costante ricerca di un punto di vista dinamico, mai statico, di una luce nell'ombra, di una matericità avvolgente. Le pennellate a volte più rapide a volte lente e distese creano agglomerati viventi; ombre e luci concorrono a delineare figure nascoste in un immaginario caliginoso, cupo, evidente non solo nella letteralità dell'ambientazione jazz ma anche sottilmente acclusa alle svariate raffigurazioni della natura, sia morta, inserita in un fosco ambiente inidentificabile, sia viva e vegeta: come i suoi girasoli arsi in un campo dal vento e dal sole. Mostra a cura di Massimo Cassani, con la collaborazione di Cortina Arte e Mario Palmieri Arte. Testi di Luca Pietro Nicoletti, Giorgio Seveso, Giorgio Terruzzi, Stefano Cortina.

- Giancarlo Cazzaniga: biografia di Mafalda Cortina.

Giancarlo Cazzaniga (Monza, 1930 - Milano, 2013), da una famiglia composta dal padre, cappellaio in uno degli, allora numerosi, cappellifici della città, dalla madre, operaia tessile, e dal fratello maggiore. Negli anni '30 del 1900 crolla il florido mercato dell'industria dei cappelli, causa i cambiamenti di moda, cosicché il padre si ritrova disoccupato per diversi anni finche, nel 1938, viene assunto dall'Esembreger, una fabbrica di accumulatori, che lo invia in Germania a lavorare, dove resta fino al 1943. Purtroppo viene rimandato quasi subito a Nekarslum, vicino a Stoccarda, questa volta seguito però dalla moglie e da Giancarlo, allora tredicenne; il fratello maggiore rimane invece a Monza con i nonni. Il Giancarlo che partì per la Germania era un ragazzino ostile alla nuova vita in un altro paese poiché costretto a lasciare i corsi serali dell'Istituto d'Arte di Monza ed invece ad applicarsi al lavoro di manovale in un a fabbrica di pistoni.

Nel frattempo il conflitto bellico si fece insostenibile anche sul suolo tedesco; la famiglia Cazzaniga sopravvisse ai bombardamenti che coinvolsero la città di Nekarslum, lo stesso Giancarlo così commentò l'evento:«Un pomeriggio dell'agosto '44, piovve fosforo, piovvero migliaia di spezzoni incendiari. Quando uscii dallo scantinato che ci protesse, non c'era più niente. Bruciava tutto. Ho attraversato il parco. Era giorno e sembrava notte. Vidi delle figure, delle sagome abbracciate. Gli passai accanto e svanirono in cenere.erano uomini e donne cremati dal fosforo. (...) Nel '45 scappammo a piedi, camminando di notte per evitare di esser presi di mira dai tedeschi e dagli alleati che avanzavano. Siamo arrivati a Monza il 23 aprile, due giorni prima della Liberazione». Lasciati alle spalle gli orrori della guerra Giancarlo è pronto a ricominciare, partendo da ciò che il suo cuore aveva sempre bramato fare: l'artista. Grazie al sostegno morale dei genitori nel 1945 parte alla vola di Milano, dove da principio, per sbarcare il lunario, lavora per Cova illustrando mobilio. I tempi sono duri ma Milano è ancora una città solidale, accogliente dove non è difficile fare amicizie, trovare un pasto caldo ed un tetto per dormire.

Sin ora autodidatta Giancarlo decide di portare la propria istruzione artistica ad un livello più professionale, iscrivendosi così all'Accademia di Cimabue, lì incontra Aurelio Sioli. Benché di soli quattro anni più vecchio Sioli costituì fin da subito una figura di riferimento per Giancarlo, divenendo per lui mentore e pigmalione; è infatti lui a portare il giovane Cazzaniga per la prima volta dalle sorelle Provini in Via Fiori Chiari e al bar Jamaica: luoghi di ritrovo per artisti squattrinati che potevano così arrangiare un pasto a credito. In questa goliardica quanto vitale comunità dalle menti tanto piene quanto vuote eran le tasche Giancarlo si costruisce la sua nicchia stringendo sincere amicizie con artisti quali Tino Vaglieri, i fratelli Dimitri e Piero Plescan e ovviamente il sovracitato Sioli. Proprio Vaglieri, nel 1957, cede a Cazzaniga parte del suo studio che egli condivideva già con Ferroni al civico '89 di Corso Garibaldi, edificio forse meglio noto come "La casa degli artisti", liberando il giovane amico dal suo vagabondare tra lo studio di vari artisti, tra i più noti quello di Ernesto Treccani e quello di Valerio Adami.

In questo arco di tempo la personalità artistica di Cazzaniga va sempre più a definirsi connotandosi in quei tratti tanto rapidi quanto decisi, quei colori tonali, fumosi, brumosi, i quali danno luogo ad un tipo di pittura sempre evocativa più che figurativa. L'artista trova nel corso degli anni vari soggetti che lo affascinano e ai quali si dedica, a volte per decadi intere; negli anni '50 uno dei suoi temi ricorrenti era "Interni di studio", un tema che metteva in scena il luogo con il quale l'artista s'identificava e nel quale era suo agio, all'inizio degli anni '60, invece, anni in cui la sua fortuna comincia a sbocciare, l'attenzione si sposta sui suonatori di Jazz, indiscussi protagonisti della maggior parte dei suoi più noti lavori e dove gli "Interni" definiscono le nature morte.

Il colpo di fulmine tra Giancarlo e il mondo del jazz si verifica sopratutto grazie al fratello maggiore, il quale, lavorando in una casa discografica, lo mette a parte dell'esistenza dei più grandi interpreti del genere e lo spinge a frequentare la Milano jazzista, rappresentata allora da locali come il Santa Tecla, la Taverna Messicana e l'Aretusa. All'interno di tali locali stringe infatti amicizia con jazzisti veri e propri quali Chet Baker, Franco Cerri ed Enrico Intra, suggellando così la fusione viscerale tra passione musicale e percorso artistico. Nel 1958 è presente alla mostra Giovani Artisti Italiani al Museo della Permanente a Milano. Presenza significativa nel panorama culturale degli anni Cinquanta e Sessanta (tra arte, musica e letteratura), partecipa al movimento del Realismo Esistenziale. Nel 1959 vince il Premio San Fedele, nel frattempo matura rapporti e amicizie con Fontana, Crippa, Morlotti, Peverelli, Manzoni, Castellani, Chighine, Ajmone e Tadini.

Nel 1962 e 1966 è presente alla Biennale di Venezia, nel 1965 alla Quadriennale di Roma e un anno dopo alla Biennale Internazionale d'Alessandria d'Egitto.Ma grazie alla sua pittura trova anche qualcos'altro: l'amore. Flora Bravin, anch'ella frequentatrice di Brera e del bar Jamaica s'innamora un giorno di un quadro appeso alla parete del locale: "l'Asfaltatrice", chiedendo informazioni sul conto dell'autore la sua curiosità viene subito soddisfatta dalla proprietaria, mamma Lina, la quale presenta la ragazza al giovane Giancarlo e che spesso ripeterà d'ora in poi «come in bej i Cazzaniga». Nel 1964 nasce la figlia Anna. A questo punto un altro tema si fa ricorrente sulle tele dell'artista: la natura.

Le sue vegetazioni sono anche il frutto del suo girovagare: spesso, ad esempio, soggiorna in Camargue, in Sicilia, sulla riviera del Conero dove compra anche uno studio con terreno ove pianta girasoli per poi poterli dipingere; e con essi le magnolie, le ginestre, le ninfee, i gelsomini intervengono ad inebriare i suoi dipinti, tenendo però sempre vivo il filone dei "Jazz Man" usciti direttamente dalle atmosfere grigie e fumose dei locali nei quali si esibiscono. Le amicizie, quelle vere, nel frattempo si sono allargate: Leonardo Sciascia, Mario Vergani, Alberico Sala, Alfonso Gatto, Davide Lajolo, Franco Russoli, Ennio Morlotti divengono persone molto importanti per Giancarlo costituendo non solo la sua vita personale ma influendo anche in quella professionale.

Alla loro scomparsa l'artista ricorda con malinconica nostalgia i bei tempi dei diverbi e degli scambi culturali, sino a che un vuoto ancora più incolmabile sopraggiunge nell'inverno del 2010 con la morte della sua compagna di vita, Flora. Ciò che rimane è un uomo solitario benché grande osservatore ed instancabile viaggiatore, memore di tutte le pause riflessive che nel corso della sua vita lo hanno aiutato a meglio comprendere ed interiorizzare il mondo che sempre lo ha circondato ed affascinato. L'arte è stata l'aria che sotto le sue giovani ali gli permise di spiccare il volo verso ciò che è divenuto, ed essa non lo ha mai abbandonato. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione mostra Grenzlaender con opere di Andrea Fontanari, Julia Frank, Veronica de Giovanelli, Federico Seppi Grenzländer
Andrea Fontanari, Julia Frank, Veronica de Giovanelli, Federico Seppi


28 settembre (inaugurazione ore 18.00-21.00) - 03 novembre 2018
Boccanera Gallery - Trento
www.arteboccanera.com

Per la prima volta dopo le mostre dedicate agli artisti rumeni emergenti nel 2017, ai giovani artisti della Repubblica Ceca nel 2016 e ai giovani pittori polacchi nel 2015, gli artisti saranno provenienti dal territorio dove la galleria ha sede: Il Trentino Alto Adige. Con la mostra Grenzländer, Boccanera Gallery intende rilevare e rafforzare la sua identità di galleria globale, rimanendo locale. L'importanza di sostenere artisti del territorio è una delle peculiarità della ricerca di Giorgia Lucchi Boccanera e con questa mostra, realizzata in collaborazione con la curatrice Giovanna Nicoletti, traccia un punto della situazione importante dell'arte emergente locale, con lavori di artisti in diversi stadi della propria carriera.

Il titolo Grenzländer rimanda alle terre di mezzo, luoghi specifici, dove le zone di confine esprimono limiti geografici e temporali. E' in questi territori che elementi naturali e antropologici sono messi in connessione. Sono luoghi nei quali si sperimenta e si percepisce il fremito di qualcosa che sta per accadere e che vive in maniera indipendente. In occasione di questa mostra Boccanera Gallery presenta quattro giovani artisti provenienti dalla regione Trentino Alto Adige che si confrontano con linguaggi apparentemente diversi per raccontare i loro mondi o meglio per dare forma al loro pensiero misurando la propria ricerca.

Comune al loro lavoro è la costruzione e la conseguente stratificazione di segni e significati nella rappresentazione del vero. Andrea Fontanari usa la pittura per ricreare spazi e pensieri biografici che si mostrano sulle tele come affioramenti pronti a sparire nel disincanto. Julia Frank esprime nella performance e nell'installazione forme di riflessione e di trasformazione dei luoghi coinvolgendo attivamente il visitatore. Veronica de Giovanelli addomestica le pennellate creando delle velature trasparenti dove il ricordo del paesaggio sembra trasformarsi in percezione assoluta del colore. Federico Seppi elabora tracce nello spazio per muovere ciò che sta nella materia. Questo lavoro di entrare fisicamente nei materiali lo spinge a modellare un frammento di paesaggio e a trovare corrispondenze nelle diverse forme. La mostra Grenzländer ha lo scopo di consolidare il supporto a giovani artisti italiani e locali che la galleria segue come missione insieme al focus sui giovani artisti est europei. L'anno espositivo partirà dalle immediate vicinanze geografiche per aprire oltreoceano celebrando l'inizio della seconda decade di Boccanera Gallery, stabilendo un nuovo capitolo da Est a Ovest. (Comunicato stampa)

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Boccanera Gallery, Trento, is pleased to present the exhibition Grenzländer - terre di confine with the artists Andrea Fontanari, Julia Frank, Veronica de Giovanelli, Federico Seppi. Boccanera opens the gallery's season with a group show. After the exhibitions dedicated to emerging Romanian artists in 2017, the young artists of the Czech Republic in 2016 and the young painters from Poland in 205, for the first time, the artists are from the territory where the gallery is based: the Trentino Alto Adige. With the exhibition Grenzländer, Boccanera Gallery intends to strengthen its identity as a global gallery, remaining local. The importance of supporting local artists is one of the peculiarities of Giorgia Lucchi Boccanera's research, and with this exhibition in collaboration with the curator Giovanna Nicoletti, draws a significant line for the situation of local emerging art, with works by artists in different stages of their careers.

The title Grenzländer refers to middle lands: distinct places where borders frame limited geographic and temporal areas. Natural and anthropological elements are connected in these territories. These are independent crossing points there to explore, to experience, and to feel the thrill of something that is about to happen. In this exhibition Boccanera Gallery presents four young artists from the Trentino Alto Adige that, with slightly different languages, give a voice, or better, shape their thinking by challenging each others research. Their works share the construction and precise stratification of signs and meanings in the representation of truth. Andrea Fontanari uses painting to recreate spaces and biographical stories shown on canvas as emerging and ready to disappear in disenchantment. By actively involving the visitor, Julia Frank's performances and installations create forms of reflection and transformation of places.

Veronica de Giovanelli tames the brushstrokes creating transparent veils where landscape's memories transform themselves into the categorical perception of color. Federico Seppi develops traces of space with the intention of moving the composition of matter. In his art practice, he shapes fragments of landscape seeking accordance in different forms. The group shows Grenzländer aims to consolidate the Gallery's mission supporting young Italian and local artists, along with the focus on young artists from Eastern Europe. The exhibition's season will start from the immediate geographical areas to open up overseas, by establishing a new chapter from East to West, at the beginning of the second decade of Boccanera Gallery. (Press release)

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Mostre relative alla Storia del Lago di Garda e del Trentino - Alto Adige / Südtirol




Sandro Chia - Magnetism, Optimism, Rheumatism Sandro Chia
termina lo 06 gennaio 2019
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno (Svizzera)

Un'ampia retrospettiva - a cura di Rudy Chiappini - dedicata a Sandro Chia, uno degli interpreti più significativi della cultura artistica contemporanea, la cui produzione è conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. L'esposizione rappresenta un'occasione unica per ammirare, per la prima volta in Svizzera, un'accurata selezione di oltre 50 dipinti di grande formato, realizzati dal 1978 fino alle opere più recenti, di uno dei protagonisti assoluti della Transavanguardia. E' questa anche l'occasione per una riflessione sulla corrente artistica degli anni Ottanta, attraverso le opere di Chia e di altri suoi esponenti: Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Francesco Clemente ed Enzo Cucchi cui è dedicata una sala. Un movimento, quello della Transavanguardia, apparentemente di riflusso rispetto al concettualismo dell'arte povera, che trovò nel critico Achille Bonito Oliva la propria autorevole guida nel recupero degli stimoli che avevano alimentato alcune delle avanguardie storiche come l'espressionismo, il fauvismo e la metafisica.

Impulsi che nell'opera di Sandro Chia, tradotti in narrazioni spesso oniriche, si concretizzano in un vigore barbarico, fondendo confessioni intime al gusto per la teatralità. Ne scaturisce una figurazione d'impronta mediterranea che ha saputo in breve tempo imporsi a livello internazionale, anticipando per certi aspetti il passaggio dalla modernità alla postmodernità, fatta di piccole narrazioni quotidiane, del ritorno al particolare, e soprattutto da una nuova attenzione al segno, alla forma e al colore. La mostra è accompagnata da un catalogo con le riproduzioni a colori di tutte le opere esposte.

Sandro Chia (Firenze, 1946) frequenta l'Istituto d'Arte e si diploma all'Accademia di Belle Arti di Firenze nel 1969. Visita l'India, la Turchia e gran parte dell'Europa prima di stabilirsi a Roma; nel 1971 ha luogo la sua prima personale alla Galleria La Salita. Durante gli anni Settanta il suo lavoro si distanzia gradualmente dalle sperimentazioni concettuali a favore di uno stile più figurativo, attirando l'attenzione della critica italiana e internazionale. Nel 1980 ottiene una borsa di studio dalla città di Mönchengladbach (Germania) e vi lavora per un anno, per poi trasferirsi a New York dove vive per i successivi due decenni, pur continuando a spostarsi frequentemente tra questa città e l'Italia. Negli anni Ottanta diventa uno dei protagonisti della Transavanguardia, movimento artistico che lo coinvolge, unitamente a Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Francesco Clemente ed Enzo Cucchi, alle Biennali di Parigi e San Paolo, e più volte alla Biennale di Venezia. I suoi lavori sono stati esposti in prestigiose mostre in alcuni dei maggiori musei del mondo. (Comunicato stampa)




International Contemporary Art Exhibition
Armenia 2018. Soundlines of Contemporary Art

Yerevan, 25 settembre - 25 ottobre 2018
www.icaearmenia.org

In occasione del centesimo anniversario della nascita della Repubblica armena, Yerevan apre le porte all'arte contemporanea con la mostra che coinvolge tutta la capitale attraverso l'esposizione di oltre cinquanta artisti internazionali in sette prestigiose sedi. Si tratta della prima manifestazione di arte contemporanea a Yerevan che unisce tutti i mezzi espressivi - pittura, scultura, fotografia, video, installazione - e che mette in dialogo un gran numero di artisti provenienti da ogni parte del mondo, invitati a realizzare le opere in situ e contestualmente a tenere dei workshop con gli studenti delle accademie. L'obiettivo è infatti coinvolgere il più possibile il territorio, renderlo partecipe del dibattito artistico ed evidenziarne la vocazione allo scambio culturale.

Per questo motivo si estende alla città con una diffusione capillare nei maggiori luoghi dediti alla cultura: Armenian Center for Contemporary Experimental Art, Aram Kachaturian Museum, Cafesijan Center for the Arts, Hayart Cultural Center, Artists' Union of Armenia, A. Spendiaryan Opera and Ballet National Academic Theater, Armenian General Benevolent Union. La mostra pone al centro dell'attenzione concetti chiave come l'interazione culturale, l'identità, la mobilità, la circolazione del pensiero, il confine come soglia reale e mentale che divide e consente allo stesso tempo lo scambio e il dialogo culturale. Questi importanti temi sono ripresi anche nel titolo Soundlines of Contemporary Art in cui il legame e la metafora con il suono sottolinea il potere della voce dell'arte. In maniera analoga a quanto avviene in un'orchestra in cui il suono del duduk, armeno, si integra perfettamente con gli altri strumenti, la rassegna intende rispecchiare una fusione culturale nella storia contemporanea e la scena globale in cui artisti armeni dialogano con quelli di altri Paesi.

L'esposizione evidenzia una rete di nuove espressioni che derivano dall'immaginario degli artisti, i quali filtrano il mondo attraverso la loro identità e il proprio background sociale e realizzano immagini che vivono in risonanza o dissonanza con le opere di artisti provenienti da un capo all'altro del globo, in una connessione vibrante e stupefacente. L'evento comprende il "Progetto Open Sounds of Contemporary Art" realizzato attraverso una open call con application online, selezionata successivamente dai curatori e cha ha dato esito all'esposizione presso l'importante sede Artists' Union of Armenia. Inoltre una sezione intitolata Educational propone diversi workshop in alcuni dei principali istituti armeni tra cui il Tumo Center of Creative Technologies, il Terlemezyan Institute, State Fine Art Academy. Accompagna la mostra un catalogo in due volumi, edito da Manfredi Edizioni. (Estratto da comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)

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Armenia: Mostre e Convegni
Presentazione

L'Olocausto Armeno
Recensione libro

Breve Storia del Caucaso
Recensione libro




Willy Ronis. Fotografie 1934-1998
termina lo 06 gennaio 2019
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.treoci.org

L'esposizione, curata da Matthieu Rivallin, con la partecipazione della Fondazione di Venezia, organizzata da Civita Tre Venezie, presenta 120 immagini vintage, tra cui una decina inedite dedicate a Venezia, in grado di ripercorre l'intera carriera di uno dei maggiori interpreti della fotografia del Novecento e protagonista della corrente umanista francese, insieme a maestri quali Brassaï, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Raymond Depardon, Robert Doisneau, Izis, André Kertész, Jacques-Henri Lartigue e Marc Riboud. Pur non essendo un movimento codificato da un manifesto programmatico, quello umanista dimostrava il suo interesse verso la condizione umana e la quotidianità più semplice e umile, per scoprirvi un significato esistenziale universale. Attraverso le sue immagini, Ronis sviluppa una sorta di micro-racconti costruiti partendo dai personaggi e dalle situazioni tratte dalla strada e dalla vita di tutti i giorni, che lo portano a estasiarsi davanti alla realtà e a osservare la fraternità dei popoli.

Se è vero che le sue fotografie corrispondono, in una certa misura, a una visione ottimista della condizione umana, Ronis non ne cela l'ingiustizia sociale e s'interessa alle classi più povere. La sua sensibilità nei confronti delle lotte quotidiane per la sopravvivenza in un contesto professionale, familiare e sociale precario, rivela che le sue convinzioni politiche, militante comunista, lo conducevano a un impegno attivo, attraverso la produzione e la circolazione di immagini della condizione e delle lotte operaie. Sebbene la maggior parte delle sue immagini più riprodotte siano state scattate in Francia, sin dalla sua giovinezza Ronis non ha smesso di viaggiare e fotografare altri luoghi. Il suo stile resta intimamente legato al suo vissuto e al suo modo di intendere la fotografia. Non esitava, infatti, a rievocare la sua vita e il suo contesto politico e ideologico. I suoi scatti e i suoi testi raccontano un artista desideroso prima di tutto di esplorare il mondo, spiandolo in segreto, aspettando pazientemente che esso gli sveli i suoi misteri. Ai suoi occhi è più importante ricevere le immagini che andarle a cercare, assorbire il mondo esteriore piuttosto che coglierlo e, da qui, costruire la sua storia. (Comunicato Civita Tre Venezie)




Leda Tagliavini - Il colore nell'anima - tecnica mista su tavola cm.150x110 2018 Leda Tagliavini - Senza titolo - acrilico su tavola cm.110x150 2018 Leda Tagliavini: "Dedicato. Il colore nell'anima"
termina il 22 settembre 2018
Spazio Culturale Madonna del Corso - Maranello (Modena)

Il titolo della mostra - "Dedicato. Il colore nell'anima" - racchiude una dedica personale dell'artista, ma anche il riferimento diretto al colore, cuore pulsante della sua ricerca. Il percorso espositivo, che si articola tra le lesene della chiesa sconsacrata, un tempo convento dei frati Francescani, illustra l'ultima produzione pittorica di Leda Tagliavini (Reggio Emilia), caratterizzata dall'uso di tavole di grandi dimensioni trattate con colori acrilici, vernici ed inserti materici, ma anche dalla presenza di alcuni elementi ricorrenti: dagli uccelli, metafora di libertà, trasformazione e infiniti voli pindarici, alle sagome allungate di matrice giacomettiana, fino agli alberi scheletriti, eco di una natura sfruttata senza riguardo.

«L'artista - si legge nel testo di Chiara Serri - si muove al confine tra astrazione e figurazione, dove convivono geometria e natura, puntelli visivi (a volte a carattere tridimensionale) ed improvvisi slanci poetici. Può capitare che l'onda cromatica sia rafforzata da una pioggia di marmo, che il sole sia eclissato da un tondino metallico o, ancora, che tele di recupero confluiscano in nuovi lavori. Tutto converge nella realizzazione di un'opera che si nutre della realtà che la circonda e del dato naturale, visto attraverso la finestra di casa, in un continuo gioco di rimandi tra dentro e fuori, sguardo personale e memoria collettiva». (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Roy Lichtenstein e la Pop Art Americana
termina lo 09 dicembre 2018
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)

Una retrospettiva dedicata ad uno dei più grandi artisti del XX secolo: Roy Lichtenstein. Il genio della Pop Art americana che ha influenzato grafici, designer, pubblicitari ed altri artisti contemporanei tanto che ancora oggi è possibile riscontrare riferimenti allo stile di Lichtenstein in ogni ambito del design e della comunicazione. La mostra riunisce oltre 80 opere del Maestro e degli altri grandi protagonisti della Pop Art americana; per evidenziare sia la sua originalità che la sua appartenenza a uno specifico clima, sono presenti infatti, a confronto con quelle di Lichtenstein, anche opere iconiche di Andy Warhol, Mel Ramos, Allan D'Arcangelo, Tom Wesselmann, James Rosenquist e Robert Indiana.

Roy Lichtenstein (New York 1923-1997) è, insieme a Andy Warhol, la figura più rappresentativa e più conosciuta della Pop Art, e dell'intera storia dell'arte della seconda metà del XX secolo. Il suo caratteristico stile mutuato dal retino tipografico, il suo utilizzo del fumetto in ambito pittorico, le sue rivisitazioni pop dell'arte del passato lontano e recente sono entrate non solo nella storia dell'arte del Novecento, ma nell'immaginario collettivo anche delle nuove generazioni, stampati all'infinito su poster e oggetti di consumo. A distanza di decenni i suoi dipinti continuano a suscitare enorme interesse nel mercato dell'arte e sono stati venduti anche negli ultimi anni per decine di milioni di dollari.

In virtù di questa sua fama e della sua centralità, Lichtenstein è stato oggetto nel mondo di numerose mostre antologiche, che ne hanno ripercorso la lunga carriera, iniziata negli anni Cinquanta, giunta a un punto di svolta decisivo nei primissimi anni Sessanta, consacrata definitivamente nel corso dello stesso decennio e proseguita con coerenza e costante riscontro sino alla scomparsa avvenuta nel 1997. La prima parte della mostra è dedicata alla stagione iniziale della Pop Art, quegli anni fra il 1960 e il 1965 in cui nascono le icone di Lichtenstein tratte dal mondo dei fumetti e della pubblicità, qui a confronto con i lavori dei compagni di avventura dell'artista, quali i citati Warhol, Indiana, D'Arcangelo, Wesselmann, Ramos, Rosenquist e altri ancora, a testimoniare della nuova società e della nuova arte che la rispecchia e che prende il nome di Pop Art.

Questo periodo è rappresentato in mostra da autentici capolavori pittorici come Little Aloha (1962) e Ball of Twine (1963), ma anche da una rarissima opera degli inizi come VIIP! (1962), e da una strepitosa serie di opere grafiche, le più geniali e celebri rielaborazioni delle tavole dei comics che ancora oggi identificano non solo Lichtenstein ma un intero decennio della storia dell'arte e del costume del XX secolo. A fianco delle opere derivate dai fumetti, certo le sue più conosciute, Lichtenstein inizia alcune serie che hanno come riferimento da un lato la storia dell'arte, dall'altro il grande tema dell'astrazione pittorica: sono i dipinti che testimoniano la varietà e la complessità del pittore e che aprono nuove interpretazioni sia sulla sua opera che sull'intera stagione della cosiddetta Pop Art: anche in questo caso alle opere di Lichtenstein si affiancano quelle dei suoi coetanei, continuando quel dialogo fondamentale tra protagonisti di uno dei momenti cruciali dell'arte del XX secolo.

Esemplari a questo proposito sono le astrazioni numeriche e letterarie di Robert Indiana (con un prezioso "FOUR" degli anni Sessanta e una celebre scultura "LOVE") o il ciclo "Flowers" di Andy Warhol. Tra queste serie, si ricordano quella dei "Paesaggi" e quella dei "Fregi", che prendono avvio nei primi anni Settanta. I paesaggi partono da un motivo naturale per arrivare a un'astrazione assoluta, che comprende anche l'adozione di materiali plastici appartenenti al mondo contemporaneo, in un affascinante corto circuito tra tradizione e innovazione. In modo analogo, i "Fregi" riprendono un tema canonico dell'arte classica per trasformarlo in pura decorazione astratta: un'opera di quasi tre metri concessa in prestito dal Musée d'Art moderne et contemporain de Saint-Étienne rappresenta al meglio questo ciclo.

Quasi contemporaneamente nasce anche un altro genere, quello che proviene direttamente dalla storia dell'arte: ecco allora le figure ispirate a Picasso e a Matisse - ma anche dal Surrealismo, come la celeberrima Girl with Tear (1977) che giunge in via straordinaria dalla Fondation Beyeler di Basilea - pretesti per rielaborare e riscrivere una storia dell'arte e dei generi attraverso il proprio linguaggio, per cannibalizzare anche la storia delle immagini, siano esse colte o popolari. Il passaggio dalla citazione testuale al suo inserimento in una più complessa messa in scena avviene appena successivamente, con la pennellata che si sfalda, facendo perdere allo spazio la sua tradizionale unità e riconoscibilità, mentre le figure e le forme rimangono riconoscibili, come un punto fermo nella transitorietà delle apparenze del mondo.

La mostra è poi punteggiata da alcune serie di fotografie che ritraggono l'artista all'opera nel suo studio. Gli autori sono due protagonisti della fotografia d'arte italiana, Ugo Mulas e Aurelio Amendola, che, in diversi momenti, hanno ritratto Lichtenstein: in questo modo non solo si può entrare nell'officina dell'artista, ma anche leggere il rapporto che sempre ha legato la cultura italiana al pittore. Quello che rende unica questa mostra è il principio di lettura complessiva della creatività dell'artista che permette di apprezzare Lichtenstein nella sua interezza, affrontando tutte le stagioni e tutti i temi della sua arte. Per questa ragione, la mostra può essere vista seguendo due percorsi complementari: considerando i diversi temi secondo il tradizionale ordine cronologico, oppure analizzandoli sotto diversi punti di vista - seguendo proprio la metodologia di Lichtenstein - con una particolare attenzione, oltre che alle opere su tela, alla formidabile produzione grafica, momento assolutamente centrale nel percorso creativo dell'artista. Centrale anche nell'affermazione pubblica di Lichtenstein e della Pop Art in generale, che proprio nella grande diffusione permessa dalla grafica ha trovato uno dei motivi principali del suo successo realmente popolare.

In questo modo, la mostra - a cura di Walter Guadagnini, già autore di storiche ricognizioni sulla Pop Art, e Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca - ha due chiavi di lettura fondamentali: una è quella storico/iconografica, che tocca anche gli aspetti del linguaggio e dello stile di Lichtenstein, passando dalla figura all'astrazione, con libertà e coerenza davvero uniche. E' molto interessante a questo proposito sottolineare la nascita della cosiddetta "Pop Abstraction" attraverso le opere di Lichtenstein e dei suoi compagni di viaggio. L'altra chiave di lettura è quella disciplinare, che mira a evidenziare le complessità e insieme l'unità della pratica artistica di Lichtenstein, modernissimo nel suo affrontare la pittura a partire dai principi della riproduzione dell'immagine, e allo stesso tempo classico nella sua volontà di conferire a ogni disciplina una sua specifica importanza e un suo specifico ruolo. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, contenente i saggi dei curatori e di altri studiosi, quali Stefano Bucci, Mauro Carrera, Mirta d'Argenzio, Kenneth Tyler, oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Sandro Bracchitta nella presentazione della mostra Nel respiro del tempo Sandro Bracchitta
Nel respiro del tempo


termina il 14 ottobre 2018
Castello di Ladislao - Arpino (Frosinone)
www.fondazionemastroianni.it

Presso il Castello di Ladislao di Arpino, sede della Fondazione Umberto Mastroianni, che accoglie la più ricca e rappresentativa eredità di uno dei più eclettici e geniali scultori del '900 e la memoria di un'intera famiglia di artisti, i Mastroianni, apre al pubblico un percorso espositivo che raccoglie un'ampia selezione di incisioni realizzate da Sandro Bracchitta (Ragusa, 1966) tra il 1997 e il 2017. La mostra, curata da Loredana Rea, direttore artistico dell'istituzione arpinate, offre la possibilità di conoscere uno dei più interessanti incisori italiani, che con sapienza ha saputo rinnovare la tradizione di un linguaggio artistico antico. I lavori si presentano, infatti, come tracce di una ricerca complessa, in cui la calcografia rappresenta lo strumento privilegiato di indagine e verifica. I fogli incisi si offrono allo sguardo come materializzazione di un racconto intimo, nel cui spazio ognuno può ritrovare se stesso.

Sulla superficie cartacea i colori si esaltano tra loro, le linee si accostano le une alle altre e le forme si compongono, per costruire una dimensione di ricercata elementarità e materializzare gli accordi di un'armonia visiva, che si sviluppa oltre la soglia del tempo presente. E' una mostra complessa, che la Fondazione Umberto Mastroianni ha realizzato in stretta collaborazione con Fondazione Garibaldi di Modica, a concretare la volontà - più volte espressa dal Presidente del Consiglio di Amministrazione Andrea Chietini - di "fare rete" tra istituzioni diverse, eppure con lo stesso obiettivo: contribuire alla produzione di progetti legati alla contemporaneità della ricerca artistica. Il risultato è un'esposizione calibrata e di grande intensità, in cui l'incisione è innesco di un inarrestabile meccanismo di rimandi e risonanze visive, che suggeriscono la necessità di accettare la precarietà della vita come unica condizione per godere della pienezza del mondo. (Comunicato stampa)




Fosco Grisendi, Confidence 8 - acrilico su tela di juta cm.60x80 2018, foto Nicolò Maltoni Fosco Grisendi: "Confidence"
termina il 23 settembre 2018
Spazio Cose Belle - Fusignano (Ravenna)

«Nei lavori esposti - spiega il curatore Niccolò Bonechi - l'atmosfera appare come congelata; non filtra alcuna emozione; non vi è alcun intendimento decorativo, semmai Grisendi va cercando una manifestazione chiara e diretta delle sue intenzioni. E' evidente come l'artista intenda riportare l'arte a sbattere la faccia contro la dura consistenza della realtà massificata, consumistica, standardizzata dei nostri giorni. E' altresì evidente come la pittura di Grisendi riguarda la "superficie", che può essere intesa sia in termini di inclinazione per campi piatti di colore e linee pulite, sia nel fatto che le sue immagini non sono psicologicamente complesse. Non c'è qui nessuna volontà di andare ad avviare un'analisi introspettiva dei personaggi che dominano la scena, bensì l'interesse nel riflettere su una dimensione più ampia, quella sociale...». Fosco Grisendi (Parma, 1976) nel 2004 tiene la sua prima mostra, prendendo successivamente parte a numerose esposizioni personali e collettive. Dal 2015 collabora con la Galleria Bonioni Arte di Reggio Emilia. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Locandina della mostra 100% Italia - Cent'anni di capolavori 100% Italia - Cent'anni di capolavori
21 settembre 2018 - 10 febbraio 2019
www.archivioalbertozilocchi.com

- Biella | Palazzo Gromo Losa (Futurismo); Museo del Territorio (Secondo Futurismo)
- Vercelli | Arca (Metafisica, Realismo Magico, NeoMetafisica)
- Torino | Museo Ettore Fico (Novecento, Corrente, Informale, Astrazione); MEF Outside (Pop Art); Mastio della Cittadella (Optical, Minimalismo, Arte Povera, Concettuale); Palazzo Barolo (Transavanguardia, Nuova Figurazione, International)

100%Italia è una mostra dedicata agli ultimi cento anni di arte italiana, dall'inizio del Novecento ai giorni nostri. Con un percorso storico esaustivo, il progetto è l'occasione per evidenziare il ruolo preminente dell'arte italiana, che ha saputo segnare profondamente la creatività europea e quella mondiale. Ogni anno e ogni decennio sono stati contraddistinti da forti personalità che hanno influenzato l'arte del "secolo breve" e oltre; nessuna nazione europea ha saputo infatti offrire artisti e capolavori, scuole e movimenti, manifesti e proclami artistici con la continuità dell'Italia.

In un momento in cui il valore identitario di una nazione deve essere ripreso, riconfermato e ribadito, non per prevaricare, ma per aiutare la comprensione della storia, 100%Italia vuole fare il punto e riproporre evidenti valori che per un tempo troppo lungo molti critici hanno sottovalutato. Gli artisti considerati come capisaldi della cultura internazionale verranno esposti, ognuno con una o più opere rappresentative del proprio percorso e del periodo storico di appartenenza. La grandezza dei maestri si potrà quindi percepire in un unicum e in una sequenza espositiva che faranno fare al visitatore un viaggio straordinario lungo cent'anni. 100%Italia ha collaborato con collezioni e a archivi di musei, di fondazioni, di gallerie pubbliche e private e di collezionisti che insieme hanno costruito un evento unico nel suo genere. La mostra è organizzata dal Museo Ettore Fico di Torino e curata da Marco Meneguzzo, Claudio Cerritelli, Giorgio Verzotti, Luca Beatrice, Lorenzo Canova, Elena Pontiggia, Luigi Sansone.

L'avvio è precedente al 1915, anno in cui l'Italia entra ufficialmente nel primo grande conflitto mondiale, nella prima guerra "globalizzata" in cui le superpotenze si fronteggiavano e si scontravano in un modo violento e disumano. In quegli anni i Futuristi avrebbero voluto «bruciare i musei e le biblioteche» così da chiudere con la storia passata e identificarsi con il presente, ovviamente in senso puramente ideologico. La conclusione delle mostra è contrassegnata dal 2015, in un tempo in cui l'ideologia prende il definitivo sopravvento sulla razionalità e sulla tolleranza reciproca, attuando in concreto quelle distruzioni simboliche dei Futuristi. (...)

Le tipologie e metodologie di sterminio cambiano e, dallo scontro frontale, si spostano su fronti a macchia di leopardo per distruggere popoli e nazioni nella loro totalità attraverso simboli artistici e storici che documentano l'arte e la religione. Paradossalmente l'arte moderna e contemporanea seguono questi stessi schemi. Le scuole, le estetiche, il mercato si adeguano e si adattano ai cambiamenti epocali segnando differenze e cambi di potere a livello internazionale. 100%Italia non è un reportage di guerra, ma un viaggio segnato da tre grandi guerre che hanno mutato il mondo e la sua percezione e, soprattutto, un resoconto accurato della creatività e della genialità italiana da sempre "cartina al tornasole" dello stato dell'arte. I nostri artisti hanno saputo, come nessun altro, entrare in contatto con movimenti internazionali e istanze non provinciali, hanno saputo rielaborare la nostra cultura attraverso altre culture, restando permeabili e nello stesso tempo autonomi.

100%Italia vuole proporre al grande pubblico un progetto a più livelli. Il primo è lineare e cronologico dove le opere si susseguono, anno dopo anno, in un continuum percettivo senza soluzione di continuità. Il secondo è quello dei movimenti che maggiormente hanno influenzato il nostro gusto e le estetiche mondiali. Il terzo è un progetto didattico e divulgativo per chi volesse approfondire in modo unitario percorsi e storie legate all'arte. Ogni sezione è illustrata attraverso saggi che prendono in esame i maggiori movimenti italiani. Questi documenti completano la mostra e il catalogo di accompagnamento si propone anche come testo fondamentale per comprendere la nostra storia, il nostro passato e il nostro futuro. 100%Italia propone all'attenzione del pubblico quei capolavori che solitamente vengono conservati in collezioni private e che difficilmente vengono esposti pubblicamente per dare, oltre che un quadro completo sul piano scientifico, una scelta di opere eccezionali mai esposte. (Comunicato stampa)

Locandina della mostra (versione ingrandita)




Arte Forte: "Aspettando il momento"
termina il 23 settembre 2018
www.trentinograndeguerra.it

Mostra d'arte contemporanea nei forti austroungarici del Trentino. Sono esposte le opere di diciannove artisti di diverse generazioni e nazionalità invitati a riflettere sui temi del tempo, dell'attesa e della sospensione sotto il comune denominatore del titolo dell'edizione di quest'anno. Le loro opere, pensate appositamente per questi luoghi espositivi eccezionali, fanno proprie modalità espressive differenti e linguaggi che vanno dalla pittura alla scultura, all'installazione, alla fotografia, al video. Mariella Rossi - sua è la direzione artistica - spiega che "il momento evocato è quello della fine della Prima Guerra Mondiale della quale ricorre il centenario, che non ha rappresentato però l'allontanamento dei conflitti e delle violenze. Il riferimento va anche agli individui stessi coinvolti dalla guerra e dai suoi effetti, con i giovani soldati sospesi nelle immutabili posizioni al fronte e nell'attesa dell'atto eroico spesso mai avvenuto, e con le famiglie che a casa aspettavano i figli e i mariti, molti mai più ritornati".

Sono queste alcune delle molteplici suggestioni su cui quest'anno si sofferma la mostra, dopo aver evocato nella prima edizione "La Babele di linguaggi e di simboli legati ai conflitti". Inoltre le riflessioni si sganciano dal contesto bellico per diventare di respiro universale visto che quello del passare del tempo è un quesito che da sempre ha impegnato artisti, filosofi e filosofie, in diversi ambiti, dalla linguistica all'estetica passando per la filosofia esistenziale, dagli antichi greci a Heidegger fino a oggi. L'epoca attuale è quella di un tempo contratto, del "tutto sùbito", del momento da condividere immediatamente. La mostra nei forti per la sua stessa natura diffusa in luoghi immersi nella natura sa stimolare anche questo: tempi di fruizione delle sensazioni e dell'arte lontani dalla frenesia.

Il Trentino conserva un esteso numero di fortificazioni edificate dall'Impero austroungarico fra l'Ottocento e la Prima Guerra Mondiale, che rappresentano testimonianze straordinarie dal punto di vista storico, sono monumenti unici dal punto di vista architettonico quali esempi di tipologie costruttive anche molto diverse tra loro e costellano luoghi del territorio differenti e distanti tra loro, sempre notevoli sotto l'aspetto paesaggistico. Arte Forte nasce da un'idea di Giordano Raffaelli che ha messo a frutto l'esperienza più che ventennale di mostre temporanee avviate da Patrizia Buonanno in uno dei Forti del Trentino, Forte Strino. Raffaelli, gallerista e fondatore dell'omonimo Studio d'Arte a Trento, ha deciso di realizzare una mostra diffusa coinvolgendo l'ANGAMC - Associazione Nazionale delle Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea e l'ASPART - Associazione dei Galleristi Trentini.

Artisti: Fausto Balbo, Bäst, Manuela Bedeschi, Silvio Cattani, Federica Cavallin, Giorgio Conta, Ruth Gamper, Annamaria Gelmi, Cecilia Gioria, Eduard Habicher, Bruno Lucchi, Udo Rein, Denis Riva, Flavio Rossi, Hermann Josef Runggaldier, Peter Senoner, Matthias Sieff, Jacques Toussaint, Willy Verginer. (Comunicato stampa)




Nina Vlados - Sattiva - tecnica mista cm.30x40 2001 Nina Vlados: "Connessione trascendentale"
termina lo 08 agosto 2018
Sala Comunale d'Arte di Trieste

Nella mostra dell'artista di origine russa Nina Vlados, introdotta dall'arch. Marianna Accerboni, oltre una ventina di opere realizzate dal 2001 a oggi, tra cui disegni, dipinti, acquerelli e le preziose porcellane realizzate di recente.

Presentazione




Beppe Ciardi - Sera piovosa - courtesy galleria nuova arcadia padova 1897 Emma Ciardi - Meriggio refrontolo Venezia - collezione privata I Ciardi viaggiatori in Europa
Paesaggi e giardini


febbraio-giugno 2019
Palazzo Saracinelli - Conegliano (Treviso)

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra è il secondo appuntamento del ciclo volto ad approfondire il tema del paesaggio nella pittura veneta tra '800 e '900, inaugurato nel 2018 con la retrospettiva Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio. Curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato e Stefano Zampieri, l'esposizione, presenta circa 70 opere, provenienti da musei pubblici e collezioni private, di Guglielmo Ciardi (Venezia, 1842-1917) e dei figli Beppe (Venezia, 1875 - Quinto di Treviso, 1932) ed Emma (Venezia, 1879-1933). La rassegna sottolinea il particolare rapporto che lega Guglielmo, Beppe ed Emma alla natura, in un percorso tematico che attraversa circa ottant'anni della scena artistica italiana ed europea, facendo emergere peculiarità, convergenze e divergenze nella produzione di questi artisti.

Guglielmo, il fondatore della 'dinastia', è considerato unanimemente colui che porta la pratica dell'osservazione verista del paesaggio, soprattutto veneto, alla sua rappresentazione più matura e consapevole. Dopo la sua esperienza presso i macchiaioli e la scuola napoletana - e il rinnovamento linguistico che ne deriva - mette in evidenza le potenzialità di una pittura anti-accademica e anti-retorica, scoprendo le qualità poetiche dei luoghi periferici e marginali della laguna, in cui si mescolano e quasi si identificano l'umiltà e la fatica del lavoro con il sommesso lirismo delle paludi e delle barene. Suo figlio Beppe introdurrà, pur nella fedeltà alla poetica paterna, elementi nuovi e inediti fino a dar spazio a originali accenti simbolisti e di realismo sociale. Emma, infine, riscopre la grande tradizione guardesca in un inedito settecentesimo ironico e brioso. La sua produzione tocca forse i più singolari risultati nell'attenzione verso i giardini e i parchi, con un chiaro gusto moderno e insieme citazionista, che affonda le sue radici nella tradizione pittorica di un Settecento decadente.

La pittura di paesaggio dei Ciardi si afferma nelle Biennali veneziane da fine Ottocento fino agli anni Trenta, con un successo mai scalfito. Abbandonata la scena di genere e mai veramente praticata quella di figura, la ricchezza della loro scelta a favore del paesaggio si misura nelle radicali novità che essi (e soprattutto Guglielmo) sanno introdurre in questo genere pittorico: la luce declinata in tutte le possibili atmosfere, la presenza viva e palpitante della natura nelle piante, nei campi, nelle messi, nelle distese di eriche; la maestosità spesso scabra delle masse montuose, colte nella luce azzurra dell'alba o in quella struggente e aranciata dei tramonti, i filari, i covoni, i corsi d'acqua. Con Beppe si afferma anche una presenza pacata e quasi bucolica degli animali, dei pastori, delle mandrie; poi qualche mercato contadino, qualche figura di paesani in riposo.

Vi è un altro elemento importante: le numerose peregrinazioni artistiche in Europa e in Inghilterra. In questi viaggi la passione naturalistica e, in particolare, la pratica della veduta di paesaggio e il linguaggio si arricchiscono di acquisizioni cosmopolite così come di soggetti e iconografie rinnovati, dagli Impressionisti alla scuola di Glasgow. Emma, in particolare, porterà alla fine a una sorta di esplosione o di de-strutturazione figurativa la sua pittura, accogliendo suggestioni e stimoli dalle sperimentazioni degli artisti contemporanei. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Ghiglia. Classico e moderno
termina lo 04 novembre 2018
Centro Matteucci per l'Arte Moderna - Viareggio

Una monografica selezionatissima che, accanto ai capolavori più noti di colui che, in modo del tutto personale, ha saputo aggiornare la lezione di Fattori, propone, per la prima volta, una ventina di opere fondamentali, che sino ad ora, mai erano uscite dai raffinati salotti di un collezionista d'eccezione. "In Italia non c'è nulla, sono stato dappertutto. Non c'è pittura che valga. Sono stato a Venezia, negli studi. In Italia, c'è Ghiglia. C'è Oscar Ghiglia e basta". La nota affermazione di Modigliani, riferita da Anselmo Bucci nei Ricordi parigini (1931), contrasta con il silenzio venutosi a creare attorno a Ghiglia dopo la morte. Condizione riservata, come osservava Carlo Ludovico Ragghianti nel 1967 in occasione della mostra "Arte Moderna in Italia. 1915-1935", a quell'intera generazione d'artisti penalizzata dal "giudizio negativo sul fascismo".

E' con gli studi di Raffaele Monti e Renato Barilli della metà degli anni Settanta, confluiti in una serie di mostre monografiche rivelatrici di un grande talento, che il livornese comincia ad essere preso in considerazione, rappresentando un "caso" che incarna, in termini esemplari, la cultura figurativa dei primi decenni del Novecento. Una pittura, la sua, priva di contaminazioni anche per il tratto umbratile e scontroso del personaggio, non molto aperto alle relazioni, spesso in contrasto anche con amici vicini, come Giovanni Papini e Amedeo Modigliani. Se del primo, dopo la condivisione delle idee attraverso la collaborazione con Spadini, Borgese e Prezzolini al "Leonardo", mal digerì la svolta futurista, della frattura con il secondo sfuggono le ragioni.

A testimonianza di un sodalizio, che per i riflessi sull'opera appare tra i più fertili e intensi dell'arte moderna, restano le famose cinque lettere inviate, nel 1901, durante il soggiorno a Venezia e Capri, da Modigliani a Ghiglia; il tono è di un giovane che, aprendosi al mondo, intravede nell'artista più maturo il proprio alter ego. Formatosi nella Firenze "modernista" delle mostre rivoluzionarie della Promotrice e di Palazzo Corsini, da autodidatta di grande talento Ghiglia si rivela tra i più ricettivi alle nuove istanze cosmopolite, declinanti in una pittura di pura invenzione, dove classico e moderno idealmente si fondono. A cogliere in anticipo l'essenza di questo doppio registro è Llewelyn Lloyd che definisce l'arte dell'amico "originalissima non somigliante a nessun'altra, che non ha punti di riferimento né coi macchiaioli toscani né con l'impressionismo francese".

Nell'estrema generosità, il giudizio tralascia, però, i poli essenziali di riferimento: Fattori e Cézanne, dei quali Ghiglia ha percepito l'elevata caratura, rapportandovisi come ad un magistero più che come ad un modello. Negli oltre quaranta capolavori in mostra tali radici emergono inequivocabilmente, sebbene il livornese non abbia mai smesso di guardare al di là delle Alpi. In una lettera a Natali allora a Parigi scrive: "Perché non vai a trovare Rosso? Come italiano e giovine artista tu dovresti farlo (...) Digli che io lo saluto considerandolo una delle più grandi glorie di questo secolo e che spero di poterlo presto abbracciare. Sono contento che ti piaccia Van Gogh, ma cerca ancora di vedere Cézanne, ti convincerai che il passato, così, è l'avvenire". (Comuncato ufficio stampa Studio Esseci)




Donatello a Palazzo Venezia
termina il 28 aprile 2019
Palazzo Venezia - Roma

Dal 12 luglio il prezioso busto in terracotta raffigurante San Lorenzo, realizzato da Donatello, finora comparso in mostre temporanee, viene posto a Palazzo Venezia per circa nove mesi a disposizione del grande pubblico. Donato de' Bardi, detto Donatello (1386-1466) fu il più celebrato scultore fiorentino del quindicesimo secolo e uno dei più grandi scultori di ogni tempo. Partito da un clima ancora largamente connesso al cosiddetto Gotico internazionale, l'artista s'impose ben presto insieme a Brunelleschi e a Masaccio per la carica innovativa, diventando uno degli alfieri del primo Rinascimento. Il busto in terracotta di San Lorenzo fu realizzato per il portale maggiore della Pieve di San Lorenzo a Borgo San Lorenzo nel Mugello, una chiesa posta una quarantina di chilometri a nord di Firenze. La datazione sembra cadere intorno al 1440, negli stessi anni in cui Donatello realizzava il David in bronzo - che ancor oggi ispira il famoso premio cinematografico - e dunque poco prima del cruciale soggiorno a Padova. Anche per via della sua collocazione disassata il San Lorenzo rimase per molti secoli nell'oblio.

Già transitato nelle collezioni dei principi di Liechtenstein, è stato riscoperto dalla critica soltanto nel 2003, con il suo ingresso nella collezione di Peter Silverman e Kathleen Onorato. Il busto viene attualmente considerato una delle più serie e importanti acquisizioni al catalogo di Donatello. L'iniziativa, promossa dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è inserita nell'ambito di Artcity Estate 2018. Gestito dal Polo Museale del Lazio, il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia ha sede entro un grandioso edificio del Rinascimento, Palazzo Venezia appunto, fondato negli anni Cinquanta del XV secolo. Fin dalla costituzione del museo, nel 1916, la raccolta si caratterizzò per il numero e la qualità dei pezzi quattrocenteschi. La presenza stabile nell'odierno percorso di visita di autori come Pisanello, Benozzo Gozzoli o Mino da Fiesole rappresenta il contesto ideale per il busto di Donatello. Per tale motivo visitare in questi mesi il Museo del Palazzo di Venezia significa comprendere un momento chiave dell'intera arte italiana. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Giovanni Pierpaoli - ritratto Giochino Rossini Pelagio Palagi - Ratto delle Sabine "Rossini 150"
termina il 18 novembre 2018
Palazzo Mosca | Musei Civici - Pesaro
Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano - Fano
Palazzo Ducale - Urbino
www.mostrarossini150.it

Nell'anno delle celebrazioni per i 150 anni trascorsi dalla morte di Gioachino Rossini (Pesaro 29 febbraio 1792 - Parigi 13 novembre 1868), dichiarato per legge "anno rossiniano", articolato in tre sedi, il percorso "Rossini 150" mantiene una omogeneità di fondo ed esplora aspetti particolari della vita, dell'opera, dei luoghi e più in generale del tempo di Rossini. L'allestimento suggestivo e originale offre al visitatore un'esperienza unica. Un viaggio nel mondo rossiniano per scoprire la figura del maestro nella versione più completa e autentica possibile. Pesaro, città natale del Cigno, ospita a Palazzo Mosca - Musei Civici la mostra "Pesaro racconta Rossini", esposizione esperienziale e multimediale, con percorso narrativo a cura di Emanuele Aldrovandi, che vuole far rivivere la complessa vicenda biografica del compositore e far apprezzare al meglio le sue intramontabili opere.

Viene inoltre riesposta integralmente la prestigiosa collezione Hercolani-Rossini, composta da 38 dipinti e un marmo, pervenuti a Gioachino in punto di morte per ripagare un suo prestito ai nobili bolognesi Hercolani. Infine il Conservatorio G. Rossini, in collaborazione con l'Ente Olivieri e la Fondazione G. Rossini, cura una ricca sezione documentaria che ripercorre la propria storia a partire dalla nascita, nel 1882, per volontà del maestro. A Urbino, nella sede di Palazzo Ducale, Sale del Castellare, si prosegue con la mostra a cura di Vittorio Sgarbi, "Gesamkunstwerk: Pelagio Palagi e Gioachino Rossini", dedicata alle opere del noto e apprezzato pittore bolognese Pelagio Palagi; disegni, dipinti e ritratti (in gran parte inediti), provenienti dalle Collezioni della Fondazione Carisbo, dalla Fondazione Cavallini Sgarbi e da gallerie e raccolte private, documentano il "secolo" rossiniano tra neoclassicismo e romanticismo.

Nella città di Fano, al Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano, Sala Morganti, la mostra "Rossini, il teatro, la musica" prende spunto dall'esibizione fanese del piccolo Gioachino per conoscere l'innovativo teatro barocco di Giacomo Torelli e per raccontare la tematica della scrittura musicale di colui che diventerà un genio assoluto in questo campo. L'esposizione di autografi a cura della Fondazione G. Rossini e la guida all'ascolto della musica, con proiezione di video in grande scala, consentono ai visitatori di entrare in contatto con l'opera e comprenderne le partiture.

L'esposizione è stata ideata dal Comitato Promotore delle Celebrazioni Rossiniane, è promossa da Comune di Pesaro, Comune di Urbino, Comune di Fano, in collaborazione con la Regione Marche, e organizzata da Sistema Museo. L'evento si avvale inoltre dell'importante collaborazione con la Fondazione G. Rossini, il Conservatorio Statale di Musica "Gioachino Rossini", il Rossini Opera Festival, l'Ente Olivieri - Biblioteca e Musei Oliveriani, istituzioni pesaresi, e con il Museo del Pianoforte Storico e del Suono di Accademia dei Musici, struttura artistico musicale di ricerca e divulgazione della musica classica, che opera principalmente nelle Marche. (Comunicato Ufficio Stampa Sistema Museo)




Ana Kapor - Incanto d'acqua - trittico, olio su tela, cm.90x95 Triptychs
termina il 22 settembre 2018
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

Mostra collettiva - a cura di Daina Maja Titonel - in cui propone una serie di trittici tra olii, disegni e fotografia di sette artisti, italiani e non, distanti tra loro per stili e atmosfere. Della serie Russian faces, di Isabella Ducrot si espongono i ritratti dei compositori Antonin Dvorjak, Jakov Gotovac, Modest Mussorgsky, presentati per la prima volta nel 2008 alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma e successivamente a New York. Rimanendo in tema del ritratto, Francis Bacon è il protagonista del trittico inedito di Angelo Titonel. In un'atmosfera senza tempo s'immergono le immaginarie architetture medievali di Ana Kapor dai contorni nitidi e dalle magiche geometrie. Il francese Pierre-Yves Le Duc occupa una intera parete con l'imponente trittico Soap Opera: un'onda gigante di "hokusaiana" memoria compie davanti ai nostri occhi il suo ciclo vitale. Aleksandar Dimitrijevic legittima i segni degli "appunti di gioco" giocando con i segni stessi in piccole tele dai colori vivaci. Gianfranco Toso indaga la creazione della forma come tensione ad una dimensione metafisica dell'immaginazione, servendosi delle forme della geometria come strumento di ricerca. Infine l'unico trittico fotografico, quello di Veronica Della Porta, dove il close-up di venature e tagli su tavole di legno si ricompone richiamando un'astratta pittura. (Comunicato stampa)




"50"
1968 - 2018


27 settembre (inaugurazione ore 18.00) - 27 novembre 2018
Studio d'arte Cannaviello - Milano www.cannaviello.net

Lo Studio d'arte Cannaviello celebra i suoi cinquant'anni di attività (dall'anno artistico '68/'69 al '18/'19) e il suo fondatore, Enzo Cannaviello, con una mostra antologica che presenta più di 70 fra gli artisti esposti nella sua storia.

Saranno presentate opere e/o documenti di: Vincenzo Agnetti, Hermann Albert, Karin Andersen, Siegfried Anzinger, David Askevold, Donald Baechler, Georg Baselitz, Bill Beckley, Luca Bertolo, Norbert Bisky, Alighiero Boetti, Christian Boltanski, Günter Brus, Marc Camille Chaimowicz, Umberto Chiodi, Francesco Clemente, Walter Dahn, Jasper De Beijer, Francesco De Grandi, Agnes Denes, Martin Disler, Hannah Dougherty, Jean Dubuffet, Rainer Fetting, Giosetta Fioroni, Gianikian e Ricci Lucchi, Daniele Galliano, Gérard Garouste, Mimmo Germanà, Jochen Gerz, Nicky Hoberman, Karl Horst Hödicke, Peter Hutchinson, Jörg Immendorff, Edward Kienholz, Bernd Koberling, Milan Kunc, Maria Lassnig, Jean Le Gac, Les Levine, Felice Levini, Robert Longo, Urs Lüthi, Carlo Maria Mariani, Fabio Mauri, Bas Meerman, Ryan Mendoza, Helmut Middendorf, Jan Muche, Hermann Nitsch, Nunzio, Mimmo Paladino, Luca Maria Patella, A.R. Penck, Federico Pietrella, Cristiano Pintaldi, Piero Pizzi Cannella, Sigmar Polke, Luigi Presicce, Pierluigi Pusole, Sergio Ragalzi, Arnulf Rainer, Mimmo Rotella, Salvo, SEO, Gianluca Sgherri, Ettore Tripodi, Bernard Venet, Wolf Vostell, Maja Vukoje, Roger Welch, Michele Zaza, Bernd Zimmer. (Comunicato stampa)




Suggestioni d'Italia
Dal Neorealismo al Duemila. Lo sguardo di 14 fotografi


termina il 23 settembre 2018
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.gamtorino.it

Una mostra - a cura di Riccardo Passoni - di oltre 100 fotografie, realizzate dalla fine del Secondo dopoguerra ai primi anni Duemila, che raccontano l'Italia per immagini: il paesaggio e le città della penisola esplorati da 14 grandi fotografi, sia nell'architettura sia nella loro dimensione umana e sociale. Le foto, in bianco nero e a colori, sono selezionate con l'intento di scandagliare l'interpretazione degli 'esterni', dall'arco alpino e le città come Torino e Milano, per proseguire lungo la dorsale emiliana fino a scendere verso il Sud, tra Napoli, Matera, e infine toccare la Sicilia. Paesaggi, luoghi, e anche i cosiddetti non-luoghi fanno parte di questa carrellata. La decisione di presentare questa esposizione alla GAM nasce dalla volontà di tornare a focalizzare l'attenzione del museo sul tema della fotografia, tralasciato dalla programmazione da circa dieci anni, ma che costituisce un indubbio supporto di valore per le nostre collezioni. A cavallo del 2000 infatti, la GAM prima, e la Fondazione CRT per l'Arte Contemporanea in seguito, avevano costituito una ragguardevole collezione di fotografia dal secondo dopoguerra in avanti. Quasi tutti i grandi nomi di questo linguaggio sono entrati a far parte delle nostre collezioni.

Ai primi 'reportage' in ambito di Neorealismo e alle documentazioni politiche si affiancano distillati di paesaggio italiano e letture di alto formalismo, come di ricerca di una apparentemente semplice verità ottica di documentazione dell'architettura. Questa mostra ha l'intento di trasportare il visitatore in un continuo alternarsi di sensibilità e di atmosfere, intense e differenti, facendo emergere in filigrana una prospettiva storica-temporale delle interpretazioni del soggetto-paesaggio. Narrazioni antiretoriche che lasciano spazio a nuove retoriche dell'immagine, senza distinzione tra fotogramma al volo e situazioni accuratamente studiate. Nelle fotografie di Nino Migliori (Bologna, 1926) prevalgono i luoghi e i segni dell'uomo. Le sue immagini sui soggetti deboli sono costruite con una intenzione sapientemente narrativa. E' forse il fotografo che prima di tutti ha saputo interpretare la forza del Neorealismo.

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, GE, 1930) sembra appartenere allo stesso ordine di attenzioni: nel condurre l'obiettivo della macchina fotografica sui temi del disagio, della arretratezza sociale, in una dimensione di straordinaria epica popolare. Sui temi di un ritardo arcaico, sulla soglia dell'umiltà, si cimenta anche in seguito Mario Cresci (Chiavari, GE, 1942) sia pure in una investigazione più marcatamente concettuale. Territorio e memoria sono indagati dal punto di vista dell'uomo come dei luoghi di lavoro, le cave. Mimmo Jodice (Napoli, 1934) ha saputo interpretare, in bianco e nero, in maniera al contempo semplice e intensa, sia paesaggi sia luoghi ad alta intensità culturale e monumentale. Ciò è avvenuto nella proposizione di temi del sud e anche nelle incursioni nel nord dell'Italia. Anche Mario Giacomelli (Senigallia, AN,1925 - 2000) fissa l'attenzione sulla cultura 'bassa', collegandosi soprattutto alla indagine sulla campagna. Da qui si innesta però una rilettura formale, ad altissimo potenziale, dei campi governati dall'uomo, sfruttando al massimo le capacità del bianco e nero.

Sullo stesso orizzonte paesaggistico si è cimentato Franco Fontana (Modena, 1933), solo portando la sua ricerca sul versante di un colore trionfante, forte, di alta - per l'epoca - eccitazione cromatica. Un colore che è stato tuttavia letto in chiave mentale, inteso a portare la naturalità dei soggetti in una dimensione astraente. Di tutt'altro segno è la fotografia a colori inaugurata da Luigi Ghirri (Scandiano, RE, 1943 - Roncocesi, RE, 1992). I suoi paesaggi 'vuoti', quasi non sfiorati dalla presenza umana, ci impongono un nuovo sguardo sulle cose, architetture e paesaggi. Dai suoi scatti emerge un sentimento invincibile di mistero, che ci proietta in una nuova dimensione di interpretazione del mondo. Questa considerazione vale anche per le straordinarie fotografie - ma in bianco e nero - di Ugo Mulas (Pozzolengo, BS, 1928 - Milano, 1973). I suoi paesaggi ci obbligano a guardare in maniera diversa i soggetti, ci danno la vertigine per quel che non avevamo saputo vedere in essi prima di adesso. Ciò vale anche per la sua indagine sulle periferie brumose della città industriale, che assumono, paradossalmente un forte, inedito, fascino.

Il bianco e nero è strumento necessario anche per dare forza alle immagini di Uliano Lucas (Milano, 1942). La sua è una fotografia, infatti, di denuncia, perché riguarda la dimensione urbana e industriale, dove però è l'uomo a costituire il dato prevalente: la sua fotografia registra lotte e sofferenze, collocate in una dimensione collettiva. Sono in bianco e nero anche le fotografie di Ferdinando Scianna (Bagheria, PA, 1943). Le persone che ritrae ci inducono a considerare i luoghi in una dimensione antropologica. Queste immagini, come quelle di paesaggio, vivono di contrasti: sole-luce /buio, in una visione quasi abbacinante. Di Gabriele Basilico (Milano, 1944 - 2013) colpisce la oggettività concettuale del suo bianco e nero in cui emergono dai suoi scatti le architetture e il vuoto. La dimensione è urbana, periferica ma non solo. La regola delle geometrie, specialmente perfette, ci introduce a un nuovo ordine di considerazioni sulla natura dell'architettura e del suo potenziale connotante il paesaggio contemporaneo.

Anche le fotografie dedicate all'Abbazia di San Galgano di Aurelio Amendola (Pistoia, 1938) sono consapevoli del significato di volumi e pesi dell'elemento architettonico. Esterni, Interni, dettagli sono interpretati con religiosa semplicità. Enzo Obiso (Campobello di Mazara, TP, 1954) lavora sul potenziale del bianco e nero. La sua Sicilia solare non ne esce affatto ridimensionata, ma anzi i suoi luoghi aumentano il potenziale di mistero, di apparizioni sorprendenti. Il colore controllato degli scatti di Bruna Biamino (Torino, 1956) ci porta lontano, in una sorta di sogno lattiginoso. Architetture, paesaggi disadorni, luoghi d'acqua, alludono alla sospensione e al vuoto e contengono, al contempo, uno stato di concentrazione e di spaesamento indissolubili. (Comunicato stampa)




Equazioni per Luisa - raso 70x55 Il Vuoto e le Forme 6
Una sera incontrai un ragazzo gentile

Chiavenna (Sondrio), 22 luglio - 07 ottobre 2018
Chiesa e chiostri ex Convento Cappuccini | Palazzo comunale | Palazzo Pretorio | Palazzo Vertemate
www.bellatieditore.com

Il Vuoto e le Forme giunge quest'anno alla sua 6. Edizione. La Biennale d'Arti Visive di Chiavenna, fondata da Anna Caterina Bellati nel 2008, nel 2018 si chiama Una sera incontrai un ragazzo gentile (il titolo è mutuato dal verso di una nota canzone, Amore disperato, scritta e interpretata da Nada). L'arte da sempre racconta le passioni umane, in particolare quella amorosa. Dai quadri rinascimentali a quelli moderni, il rapporto tra due individui si è evoluto nel tempo e per conseguenza è cambiata la sua rappresentazione. La mostra narra ogni possibile sfaccettatura del tema, arricchendolo in tutte le forme espressive possibili. Ogni autore presente interpreta, utilizzando le tecniche che gli sono abituali, il microcosmo della diade uomo/donna immerso nel macrocosmo che chiamiamo mondo. Il Vuoto e le Forme esplora l'animo femminile e dice, a più voci, il sorprendente viaggio dell'innamoramento. Tuttavia, poiché questa esperienza non è praticabile a tutto tondo se non all'interno di una coppia, l'indagine non si ferma ai soli risvolti del cuore muliebre, ma si specchia e addentra anche nella risposta dell'altro. Con tutti i possibili coinvolgimenti del caso. L'evento è stato ideato e progettato da Bellati Editore, a cura di Anna Caterina Bellati.

Artisti: Peggy Milleville (Solo Exhibition), Antonio Abbatepaolo, Massimo Barlettani, Carlo Cane, Carmela Cipriani, Marco Cornini, Diego Dutto, Martine Della Croce, Donato Frisia jr., Ettore Greco, Anna Lorenzini, Paola Madormo, Susanna Magrin, Marco Martelli, Filippo Negroni, Mario Paschetta, Tobia Ravà, Luana Segato, Alessandro Spadari, Marialuisa Tadei, Teresano Sara, Fulvia Zambon, Alessandro Zannier, Elisabetta Zanutto. (Estratto da comunicato stampa)




Roberto Crippa e Toni Dallara Lucio Fontana e Toni Dallara, 1961 Toni Dallara, Renzo Cortina, Buzzati Toni Dallara: Omaggi
termina lo 06 ottobre 2018
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Presentare Toni Dallara il cantante sarebbe assai facile. Uno dei primi "urlatori", inventore di uno stile inimitabile, Vincitore di Festival di Sanremo e Canzonisima, le cui canzoni ancora sono nelle orecchie e cantate non solo dai più agée ma anche dai giovani, che lo ascoltano ospite gradito nei principali network radiofonici come Radio Deejay. Ma qui si parla del Toni Dallara pittore, amante delle arti visive e amico degli artisti e dei galleristi. La sua prima mostra personale data addirittura 1960 e si tenne alla storica Galleria Cairola di Milano, negli anni del suo pieno successo canoro, seguita da una lunghissima serie di esposizioni in Gallerie altrettanto prestigiose come la galleria d'Arte Cortina di Renzo Cortina a cui lo legava una brillante amicizia. E amico dei grandi artisti della generazione storica è stato tanto che questa mostra "Omaggi" è un tributo a queste relazioni e hai Maestri che lo hanno ispirato. Mentre frequentava da protagonista il gran mondo dello spettacolo arrivando a conoscere Marylin Monroe, Dallara coltivava amicizia e familiarità con giganti dell'Arte quali Lucio Fontana, Roberto Crippa, Enrico Baj, Andy Warhol, Dino Buzzati. Questa esposizione, a cura di Stefano Cortina, ripercorre in breve la carriera pittorica di Dallara attraverso una serie di homages ai maestri che maggiormente lo hanno influenzato. (Comunicato stampa)

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50 e oltre
Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013

Catalogo a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
pag.167, ed. Cortina Arte Edizioni
Presentazione




Gubbio al tempo di Giotto
Tesori d'arte nella terra di Oderisi


termina lo 04 novembre 2018
Palazzo dei Consoli, Museo Diocesano, Palazzo Ducale - Gubbio
www.civita.it

La città di Gubbio conserva intatto il suo splendido aspetto medievale, con le chiese e i palazzi in pietra che spiccano contro il verde dell'Appennino. E' ancora la città del tempo di Dante e di Oderisi da Gubbio, il miniatore che il sommo poeta incontra tra i superbi in Purgatorio e al quale dedica versi importanti, che sanciscono l'inizio di un'età moderna che si manifesta proprio con la poesia di Dante e l'arte di Giotto. La mostra vuol restituire l'immagine di una città di media grandezza ma di rilievo politico e culturale nel panorama italiano a cavallo tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, esponendone il patrimonio figurativo sia civile che religioso. Per l'occasione ha restaurato dipinti nascosti dalla polvere dei secoli, riconsegnando a Gubbio opere disperse nel corso della storia, riunendo quadri degli stessi pittori eugubini destinati ad altre città dell'Umbria, chiamando importanti prestiti dall'estero.

Dipinti su tavola, sculture, oreficerie e manoscritti miniati delineano, anche con nuove attribuzioni, le fisionomie di grandi artisti come Guido di Oderisi, alias Maestro delle Croci francescane, Il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro Espressionista di Santa Chiara ovvero Palmerino di Guido, "Guiduccio Palmerucci", Mello da Gubbio e il Maestro di Figline. Il padre di Oderisi, Guido di Pietro da Gubbio, viene oggi identificato in uno dei protagonisti della cosiddetta "Maniera Greca", da Giunta Pisano a Cimabue. Palmerino fu compagno di Giotto nel 1309 ad Assisi, e con lui dipinse le pareti di due cappelle di San Francesco, per poi tornare a Gubbio e affrescare la chiesa dei frati Minori e altri edifici della città.

A "Guiduccio Palmerucci", oggi nome di convenzione, si attribuiscono ancora rapinosi polittici. Mello da Gubbio scrisse il proprio nome ai piedi di una Madonna dal volto pieno e giulivo come le Madonne di Ambrogio Lorenzetti nella città di Siena. Il Maestro di Figline, che dipinse le vetrate per il San Francesco ad Assisi, poi il grande Crocifisso nella chiesa di Santa Croce a Firenze, è probabile che avesse lasciato a Gubbio uno straordinario polittico nella chiesa di San Francesco, che possiamo di nuovo ammirare in questa mostra grazie agli odierni proprietari che ne hanno concesso per la prima volta il prestito. Dai documenti d'archivio e dall'aspetto delle Madonne e dei Crocifissi appesi alle pareti dei musei, risulta come fossero originari di Gubbio i pittori che si affiancarono a Giunta Pisano, poi lavorarono accanto a Giotto e infine a Pietro Lorenzetti, per rivestire d'immagini variopinte il capolavoro che aprì le porte dell'arte moderna nella chiesa eretta sopra la tomba del santo di Assisi.

Tornati in patria, quei pittori, che erano stati coinvolti nella nuova lingua di Giotto e di Pietro Lorenzetti per un pubblico di papi e cardinali, si cimentarono con un piglio raffinato nello stile e popolare nell'aspetto illustrativo, per farsi intendere anche da un pubblico di fabbri e di maestri di pietra. Si parlò allora a Gubbio la lingua della lauda assieme alla lingua della Commedia. La mostra è allestita in tre sedi diverse, perché ci sono opere inamovibili, ma anche perché ci sono luoghi ricchi di significato e intrisi di bellezza: il Palazzo dei Consoli che sorge sopra una favolosa terrazza che lo fa somigliare a quelle città che i santi portano in cielo nei polittici degli altari; il Museo Diocesano che sorge accanto alla chiesa cattedrale e infine il Palazzo Ducale, che nacque come sede del Comune e finì per essere la residenza di Federico da Montefeltro, signore di Urbino.

Lungo questo percorso si potranno calcare le impronte degli uomini e delle donne di quel tempo antico, per vedere dalla stessa prospettiva e intendere con lo stesso gusto un'arte civica e religiosa insieme. Curata da Giordana Benazzi, Elvio Lunghi ed Enrica Neri Lusanna, la mostra è promossa dal Comune di Gubbio, dal Polo Museale dell'Umbria, dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell'Umbria, dalla Chiesa Eugubina e dalla Regione Umbria. L'organizzazione è affidata a Civita Mostre in collaborazione con Gubbio Cultura e Multiservizi e Associazione Culturale La Medusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Opera dalla mostra Joan Miró. Meraviglie grafiche 1966-1976 Joan Miró. Meraviglie grafiche 1966-1976
termina lo 04 novembre 2018
Palazzo della Corgna - Castiglione del Lago (Perugia)
www.palazzodellacorgna.it

Forme, colori e segni svelano il rapporto del Maestro catalano con i «libri d'artista». In mostra 70 opere grafiche appartenenti a quattro serie complete. "E' solo questo, una magica scintilla, che nell'arte conta", scriveva Miró. Nelle sue creazioni surrealiste le forme, i colori e lo straordinario alfabeto di segni sono il risultato dell'incredibile capacità di rinnovarsi alla luce di una visione globale dell'arte, vissuta con curiosità e versatilità. La mostra, a cura di Andrea Pontalti, espone quattro serie realizzate tra il 1966 e il 1976: "Ubu Roi" (1966), "Le Lézard aux Plumes d'Or" (1971), "Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró" (1975) e "Le Marteau sans maître" (1976). Quattro capolavori che raccontano il "sogno poetico" di Miró, quella sua capacità di oggettivare le immagini della fantasia e di esprimerle attraverso un linguaggio assolutamente personale.

Gli sfondi neutri vengono "macchiati" da segni scuri e colori brillanti, come blu, rosso, verde, giallo, in una precisa alternanza tra corpi informi e linee curve, per dare vita alle sue visioni oniriche. Scriveva Miró. "Ho una certa esperienza per poter realizzare quello che si può definire fare un libro, non illustrarlo, che è sempre qualcosa si secondario. Un libro deve avere la stessa dignità di un'opera scolpita nel marmo". Fino alla seconda metà dell'Ottocento l'illustrazione costituisce un apparato accessorio al testo, ne è parafrasi sempre subordinata alla parola scritta e con essa è legata da un rapporto prettamente mimetico. Il surrealismo eredita le sperimentazioni delle avanguardie precedenti, ma diventa il terreno più fecondo e longevo per la riflessione sul rapporto tra testo e parola e per la creazione dei «libri d'artista».

Per l'ampiezza delle pubblicazioni e per il costante lavoro di sperimentazione intrapreso dagli artisti, il «libro d'artista» surrealista rappresenta uno dei contributi artistici ma anche teorici più interessanti del Novecento e Miró ne fu uno dei massimi sperimentatori. Miró dialogò con l'opera di alcuni dei principali esponenti del mondo letterario del Dopoguerra. Nelle tredici coloratissime litografie di "Ubu Roi" ciascuna tavola è lavorata come una scena teatrale in cui forme e volumi sembrano potersi muovere liberamente. Ubu è un personaggio grottesco le cui funzioni viscerali dominano su quelle intellettuali e rappresenta la caricatura di ogni abiezione umana.

In "Le Lézard aux plumes d'or" Miró diventa illustratore di se stesso: "La lucertola dalle piume d'oro" rappresenta la fusione compiuta tra immagine e testo poetico, in una equilibrata coesistenza di grafismo e immagini. Nelle illustrazioni di "Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró" l'artista catalano si esprime con segni neri e vivaci macchie colorate dal forte impatto visivo. Le sue "Meraviglie" sono la perfetta espressione di quell'instancabile fantasia nel creare forme e disegni che assomigliano a un linguaggio misterioso e affascinante. Con il ciclo "Le Marteau sans maître" Miró rende omaggio al poeta René Chair, una delle voci più importanti della letteratura francese del Novecento. Anche in questa serie Miró non rinuncia al colore, ma la scelta dell'acquatinta valorizza non la lucentezza dei cromatismi ma una delicata, modulata porosità delle superfici. (Comunicato Ufficio Stampa Sistema Museo)




Opera di Utagawa Hiroshige Hiroshige
Oltre l'onda. Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts


28 settembre 2018 - 10 febbraio 2019
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.hiroshigebologna.it

Opere del Maestro Utagawa Hiroshige (1797-1858), nella seconda tappa di una grande monografica dedicata a uno dei più influenti artisti giapponesi di metà Ottocento. Una selezione di circa 220 opere, provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston e per la prima volta in Italia. Il progetto di mostra, diviso in 6 sezioni tematiche, curato da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson. L'esposizione prosegue le iniziative avviate nel 2016 per il 150° anniversario delle relazioni bilaterali Italia-Giappone. Gli anni Trenta dell'Ottocento segnarono l'apice della produzione ukiyoe. In quel periodo furono realizzate le serie silografiche più importanti a firma dei maestri dell'arte del Mondo Fluttuante, che si confermarono - qualche decennio più tardi con l'apertura del Paese - come i più grandi nomi dell'arte giapponese in Occidente.

Hiroshige, che fu Maestro dell'arte del Mondo Fluttuante, tra questi, divenne un nome celebre per la qualità delle illustrazioni di paesaggi e vedute del Giappone, per l'abilità nel descrivere gli elementi naturali e atmosferici, il trascorrere del tempo e un peculiare effetto della luce. Nevi, piogge, nebbie, chiarori di luna erano elementi che Hiroshige sapeva far percepire in modo quasi tattile e la varietà di tipologie di pioggia per ogni stagione che riuscì a rappresentare nelle sue centinaia di silografie policrome del Mondo Fluttuante, gli valse il titolo di "maestro della pioggia". Immagini molto conosciute nella cultura dell'epoca, rappresentarono una fonte di conoscenza del territorio e furono un contributo importante per la costruzione dell'immaginario collettivo, al fine di rafforzare il senso di appartenenza e di legame nazionale.

Hiroshige era sempre alla ricerca di un punto di vista alternativo che esaltasse la bellezza dei luoghi e la vivacità delle attività umane. Iniziò a lavorare con il formato orizzontale, che portò alla massima espressione nel trittico ma anche nella serie completa delle Cinquantatre stazioni di posta del Tokaido, conosciuta come Hoeido dal nome dell'editore che lanciò verso il successo Hiroshige, poi sperimentò la forma rotonda del ventaglio rigido e infine, negli anni cinquanta, approdò al formato verticale, che segnò un cambio epocale nel filone classico del paesaggio. Sfruttando l'asimmetria della composizione, in un equilibrio di pieni e vuoti che si controbilanciano nello spazio del foglio, Hiroshige mette un elemento in primissimo piano, gigante, come in una sorta di close-up fotografico, lasciando tutti gli altri elementi del paesaggio sullo sfondo e in dimensioni molto ridotte.

Questa novità stilistica sarà ben visibile in mostra in particolare nel suo capolavoro finale, Cento vedute di luoghi celebri di Edo. Qui gli elementi selezionati per il primo piano sono di dimensioni esagerate e mai mostrati per intero, tanto da diventare puri espedienti per un gioco grafico, ottico, quasi illusionistico che sfrutta tutte le tecniche prefotografiche legate ai visori ottici, all'effetto di prospettiva aumentata grazie a lenti di ogni tipo e dispositivi come la lanterna magica importati dall'Occidente e utilizzati in gran quantità dai maestri dell'epoca. La natura calma, rasserenante di Hiroshige, la sua abilità nell'uso della linea curva o spezzata che si ripete in molte sue vedute cambiando da un punto di vista ampio e sopraelevato a uno frontale ed estremamente stretto, la dedizione e la serietà con cui lavorò al tema del paesaggio fecero di lui una fonte di ispirazione importante per gli artisti europei - tra cui Van Gogh, Monet, Degas, Toulouse Lautrec - superando in questo, con la sua disciplina, anche Hokusai, genio fuori dalle righe e dalla personalità tormentata di più difficile controllo.

Accanto a silografie di prima tiratura, dove i colori e la tecnica di sfumatura bokashi sono ancora visibili intatti come raramente si può vedere, sono esposti anche una serie di disegni preparatori (shitae) realizzati a pennello e inchiostro da Hiroshige per essere poi consegnati all'incisore ma mai divenuti opere finite, motivo per cui sono arrivati a noi integri evidenziando l'abilità pittorica del maestro, capace di passare dal dettaglio più minuto a linee abbozzate come in un fumetto contemporaneo. Durante tutto il periodo di mostra sarà visibile, attraverso un video realizzato dalla Adachi Foundation, il completo processo di stampa e saranno tantissime anche le occasioni per approfondire, attraverso una serie di eventi collaterali - laboratori, corsi tematici, eventi di cinema, cucina, tattoo, manga e carta giapponese (aperti al pubblico di tutte le età) - quelle tradizioni culturali e artistiche del Giappone che fanno da sfondo alle immagini del Mondo Fluttuante, fino ad arrivare alle più attuali forme di grafica e illustrazione contemporanea che nell'ukiyoe trovano le loro radici. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra ci Sangermani Alessandro Sangermani Alessandro
01-30 settembre 2018
Camponovo del Sacro Monte di Varese

L'Artista Sangermani ci regalerà un momento ricco di poesia in un viaggio nel passato, entrerà nei nostri sguardi con un intensa spontaneità e vibrazione del colore pur rimanendo nella contemporaneita, ci farà sognare e renderà partecipi del suo enigmatico sentimento, un Artista dalle mille sfumature e da una sensibilità tutta da scoprire. E' una pittura tra espressionismo figurativo ed espressionismo astratto. (Comunicato presentazione di Manuela Cartoccio)






Manet e Massimiliano
Un incontro multimediale

19 giugno 2018 - 19 giugno 1867
La ricorrenza della morte di Massimiliano imperatore del Messico


termina il 30 dicembre 2018
Scuderie e Castello di Miramare - Trieste
www.castello-miramare.it

Dopo le celebrazioni dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo, un percorso immersivo e "multimediale" - a cura di Andreina Contessa e Rossella Fabiani, in collaborazione con Silvia Pinna - per dar vita all'incontro impossibile tra l'imperatore del Messico, fucilato il 19 giugno 1867, ed Édouard Manet, il grande pittore francese che, indignato dalla vicenda, denunciò con la sua pittura le responsabilità dell'imperialismo francese. Il sorprendente itinerario - promosso dal Museo storico e il Parco del Castello di Miramare e prodotto da Civita Tre Venezie e Villaggio Globale International - trasporterà migliaia di visitatori all'interno di questa storia, dentro i luoghi che l'hanno scandita, da Miramare al Messico a Parigi, grazie a una dimensione immersiva di suoni, proiezioni e ambienti ricreati. Sarà inoltre valorizzato anche il contesto di Miramare richiamato attraverso testimonianze quali lettere, libri, documenti e dipinti.

Ad accompagnarci in questo flashback virtuale sarà la narrazione teatrale ideata dallo sceneggiatore Alessandro Sisti e recitata da Lorenzo Acquaviva, che nei panni di Massimiliano farà rivivere le emozioni e le contraddizioni di questa trama, raccontando in prima persona le preoccupazioni dell'imperatore, il suo amore per Carlotta e per Trieste, il suo impegno per il Messico e i suoi tentativi di un governo illuminato. La "multimedialità" sarà al centro di questa rievocazione, instaurandosi su più livelli di lettura, non solo per l'evidente relazione tra il racconto digitale e l'ambiente di Miramare in cui questo viaggio viene "rivissuto", ma anche per la pluralità di piani cui rimanda.

Dai giornali, attraverso cui Manet viene a conoscenza della tragica fine di Massimiliano, alla pittura come mezzo per aprire un acceso dibattito sulla censura - che fu animato peraltro dallo scrittore Émile Zola e coinvolse figure come Giosuè Carducci e Franz Listz -, dalla narrazione scenografica e potente ai video finali di due artisti messicani che ci riporteranno all'oggi. In questo tessuto di connessioni emergerà anche la doppia valenza dell'arte, che se da un lato indossa le vesti ufficiali della cronaca, come mostrano i dipinti del tempo esposti nelle Scuderie e nel Castello, dall'altro esprime la sua capacità di smascheramento della rappresentazione della realtà.

Massimiliano, divenuto imperatore del Messico su invito dell'invasore francese Napoleone III, viene fucilato dalle truppe ribelli a Querétaro insieme ai due generali Miramòn e Mejía. Di fronte a rivolte divenute ormai scontro armato, il sovrano francese lo aveva abbandonato. L'eco della notizia giunse immediata in Europa e a Parigi. La morte di Massimiliano fu uno scandalo per le implicazioni politiche e culturali che portava con sé: sotto la patina rifulgente della Belle Époque, metteva in moto i fermenti che avrebbero condotto alla Prima Guerra Mondiale. Manet ne fu così ossessionato che realizzò tra il 1867 e il 1868 ben tre versioni di grande formato, come si confaceva ai dipinti di storia, uno schizzo ad olio e una lastra litografica. La forza polemica e la verve politica dell'opera ne impedirono l'esposizione al Salon di Parigi, dove era stata annunciata, e nessuna delle versioni dell'Esecuzione di Massimiliano fu mai esposta al pubblico finché Manet fu in vita.

Dalla partenza per il Messico, con cui si apre la mostra, allo scoppio inarrestabile della guerra civile guidata da Benito Juàrez, saremo condotti fino a Parigi, dentro lo studio di Manet. Ascolteremo i pensieri dell'artista e i commenti dei giornali del tempo, vedremo gli scatti dell'unico fotografo autorizzato a immortalare il cadavere di Massimilano sul luogo della fucilazione, Francois Aubert; davanti ai nostri occhi scorreranno le immagini dei quadri - conservati ora in vari musei d'Europa e d'America (Boston, Londra, Copenhagen, Mannheim) - di cui scopriremo dettagli e particolari inediti. Grazie a una serie di effetti speciali seguiremo l'evoluzione del lavoro. Nella prima versione del dipinto, realizzata di getto a poche settimane dal truce episodio, Manet manifesta la partecipazione emotiva agli eventi, ma risente delle ancora scarse notizie e della mancanza di immagini circolanti in Europa. Nelle versioni successive l'artista cerca di arricchire i particolari in base alle informazioni ormai diffuse.

Aggiunge così il muro di fondo, alcuni spettatori, cambia la posizione dei generali di Massimiliano e soprattutto inserisce un'invenzione che esprime una precisa presa di posizione: veste i soldati del plotone d'esecuzione non più con i panni borghesi, bensì con le uniformi dell'esercito francese, definendo il messaggio e il senso dell'opera. La versione finale del 1868 sarà la più grande, quella dal tratto più definito, in cui l'esempio della pittura spagnola e di Goya appare esplicito. Ora la cronaca si decanta e acquisisce un significato universale: dalla crudezza del primo impatto si è giunti all'equilibrio simbolico del dipinto finale e Massimiliano, fra i due generali, finisce per assomigliare a Cristo fra i due ladroni, sacrificato sull'altare dell'imperialismo francese.

Da Parigi torniamo così a Trieste, lì dove il viaggio aveva preso avvio. Il mare e le onde nell'ultima sala ci circondano. Il 15 gennaio 1868 la fregata Novara, la stessa con la quale la coppia reale era partita piena di speranze, riconduce il feretro del sovrano nell'unica città in cui Massimiliano si era sentito veramente a casa. Trieste, proclamato il lutto cittadino, veglia il corteo funebre, che attraversa le strade della città. In lontananza la sagoma del Castello di Miramare. Dopo l'esperienza immersiva ideata e realizzata da Senso Immersive (studio creativo, spin-off di DrawLight), ecco le lettere di Massimiliano, i libri della sua biblioteca riferiti al Messico e all'America, altri documenti storici - dai proclami alle stampe sulla sua fucilazione - e poi alcuni dipinti conservati nei depositi e in altri ambienti del Castello, che descrivono la partenza per il nuovo regno e il rientro della salma.

Al centro di quest'ultima sezione è esposto l'imponente Ritratto di Massimiliano Imperatore, a rievocare il simbolo delle antiche glorie. Memorie iconiche che preparano a scoprire l'immaginario messicano e la sua rivisitazione artistica in chiave contemporanea. A chiudere il percorso sono, infatti, i video di due giovani artisti Calixto Ramírez e Enrique Méndez de Hoyos, che si confrontano con una vicenda cruciale della storia del loro Paese e offrono uno sguardo che restituisce alla (nostra) prospettiva europea la lente d'ingrandimento messicana, intrecciando ancora una volta in un'unica trama presente e passato, storia e arte. (Comunicato stampa Civita Tre Venezie)




Ugo La Pietra - Rapporto città campagna, collage e disegno originale penna su carta, 24x18, 2016 - Courtesy Archivio Ugo La Pietra - Milano - Ca' di Fra' - Milano Ugo La Pietra
La città che scorre ai miei piedi


termina il 26 ottobre 2018
Ca' di Fra' - Milano

Ugo La Pietra è un artista difficilmente etichettabile; Qualsiasi categoria risulta un abito troppo stretto. Sarebbe corretto definirlo un artista poliedrico, un caleidoscopio di curiosità intellettuali ed interessi. Negli anni '60, con il Gruppo del Cenobio sperimentò un sodalizio artistico - intellettuale che anticipò tutta la corrente della pittura segnica. Allo stesso tempo però, già a fine anni '60, andava esplorando la città dal centro alla periferia con un atteggiamento simile all'antropologo alla ricerca dei comportamenti sociali rispetto all'ambiente urbano. "Gradi di Libertà", "Tracce", "Recupero e reinvenzione" sono solo alcune tra le ormai storicizzate ricerche sul territorio. Oggi La Pietra continua a sperimentare e studiare, svolgendo ancora un ruolo di lettura ed analisi attraverso il suo segno e le sue ormai famose contrapposizioni tra segno e immagini fotografiche.

Ca' di Fra' propone due sequenze di opere riferite una alla crescita della città mentre la seconda relativa al rapporto città-campagna. Mentre nella prima - La città cresce e scorre come un fiume in piena, senza quella programmazione intelligente capace di governare un organismo in continua trasformazione - ci rivela lo stesso La Pietra, nella seconda sequenza - Il percorso dal centro verso la campagna secondo un itinerario "alla deriva" ci porta a leggere attraverso il tempo le due realtà che si scontrano e contrappongono-.

La critica definisce così questa ricerca:

Nessuna direzione, solo percezione, ma percezione nella consapevolezza, che oggi si raggiunge soltanto attraverso quell'apparente leggerezza, quell'ironia che sa cogliere il comico nella tragedia, quella capacità di sorvolare la pianificazione ormai abbandonata a se stessa e di scomparire - o di mimetizzarsi, di nascondersi - nell'indistinto. Forse, se negli anni settanta il punto dell'osservatore privilegiato era fuori dal flusso - la città scorre ai miei piedi, ma questo accade perché io sono fermo - oggi deve essere dentro il flusso: io scorro nella città. (Marco Meneguzzo, 2011)

La centralità che in Ugo La Pietra assume l'urbano quale oggetto di rappresentazione (in quanto effetto di formazioni discorsive e visive) segna in modo decisivo la radicale contemporaneità del suo intero lavoro. Se la comunicazione, il linguaggio e l'informazione si sono venute a sostituire alle precedenti condizioni del lavoro quale nuovo oggetto di espropriazione e sfruttamento, appare chiaro come la ricerca di La Pietra non sia allora altro che un continuo esperimento dentro e contro la rappresentazione, dentro e contro il linguaggio. (Marco Scotini, 2017)

Va da se che il centro verso cui si va non è solo il centro cittadino, partendo dalla periferia, ma il centro poetico, il centro della soluzione verso il quale ogni poetica tende. Ciò avviene mediante opere-analisi che ci parlano di come i territori sono stati ridisegnati geograficamente ed esistenzialmente dalle guerre e dalla pulizia etnica, c'è addirittura chi ha scritto che le guerre sono progettualmente interessanti in quanto il loro distruggere, il loro fare tabula rasa permette poi di dover ricostruire, insomma offrono occasioni progettuali (sic!). Naturalmente non Ugo La Pietra le cui opere in proposito sono una critica alla guerra e ai suoi effetti alla sua deterritorializzazione, in quanto le guerre riscrivono i territori attraverso la morte, mentre bisognerebbe farlo con Ugo sempre con e per la vita. (Giacinto Di Pietrantonio, 2017) (Comunicato stampa)




Immagine opera di Agostino Ferrari da locandina Agostino Ferrari: Segni del tempo
termina il 28 ottobre 2018
Museo del Novecento - Milano
www.museodelnovecento.org

Agostino Ferrari. "Alla fine del 1962 incominciai a usare il segno come scrittura non significante... oggi esiste ancora la consapevolezza del reale, che rappresento come ho sempre fatto, sviluppando un tema con segni e forme. Contemporaneamente esiste tutto quello che non conosco sull'uomo e la sua vita, una superficie nera che sta oltre l'esistenza, prima della nascita e dopo la morte, il vuoto e il buio, la limitatezza del nostro pensiero rispetto a quell'infinitamente grande".

Per oltre mezzo secolo Agostino Ferrari ha utilizzato il segno come strumento espressivo capace di raccontare le sue emozioni personali e le sue reazioni verso la realtà esterna ma anche come cifra di un linguaggio partecipe del mainstream contemporaneo, fra post-informale, arte programmata, minimal, pop e i vari ritorni alla pittura. Pittura a cui Agostino Ferrari non ha mai voluto rinunciare, come i compagni che nel 1962 fondano con lui il gruppo del "Cenobio" (Angelo Verga, Ettore Sordini, Arturo Vermi e Ugo La Pietra), pur riducendola ai minimi termini di un fraseggio grafico di moduli a-significanti tracciati nel colore, il cui vago modello visuale erano pagine di giornale: una tattica per coniugare la cronaca di un'epoca inquieta e radicale con un'intensa sensibilità, il pubblico con il privato.

Dopo lo scioglimento del gruppo e due soggiorni negli Usa, nella seconda metà degli anni Sessanta il lavoro di Ferrari acquista una consistenza oggettuale, in parallelo alle coeve esperienze degli amici Agostino Bonalumi, Enrico Castellani e soprattutto Dadamaino. Il segno diventa incisione concretamente praticata sulla superficie, traccia rappresentata o filo metallico in rilievo (nel ciclo intitolato "Teatro del segno"); vengono effettuate anche ricerche sulla forma, ottenuta attraverso un metodo rigoroso, di carattere processuale ("Forma totale") che suscita l'interesse e l'apprezzamento di Lucio Fontana. Infine, dopo il segno, la forma e lo spazio, l'artista prende in considerazione il colore, indagato in relazione a diverse figure geometriche, con un procedimento lucidamente razionale e tale da evitare qualunque implicazione espressiva (le opere si intitolano "Segno, forma colore" e "Autoritratto").

Alla fine degli anni Settanta, una fase di ripensamento e di bilanci definita "rifondazione" porta Ferrari a recuperare un segno più gestuale che da quel momento non lascerà più: moduli e grafie illeggibili, di consistenza diversa, talvolta impreziosite da uno spessore di sabbia nera vulcanica e brillante, si moltiplicano attraverso nuovi cicli che impegnano l'artista per alcuni decenni, dagli "Eventi" ai "Palinsesti" alle "Maternità", dove uno schema centrale (matrice) è ripetuto nella fascia più esterna del quadro, dando luogo a una ripresa con valori tonali invertiti; fino ai recenti "Oltre la soglia" e "Interno-esterno", caratterizzati dalla presenza di uno squarcio colmo di impenetrabile nero in cui il segno si immerge o da cui fuoriesce, come per connettersi all'esperienza positiva della luce con l'indefinibile alterità del nuovo spazio rivelato da Lucio Fontana con i suoi squarci e i suoi fori nella tela.

L'antologica allestita al Museo del Novecento ricostruisce l'intero percorso dell'artista milanese; nel primo ambiente saranno esposte nove opere di formato grande o grandissimo, pietre miliari che scandiscono l'ultima parte dell'itinerario di Agostino Ferrari dopo la "rifondazione": dai Palinsesti ai recentissimi Prosegni (Interno/Esterno), compresa anche un'opera inedita, eseguita appositamente per l'occasione. L'archivio invece accoglierà una serie di pezzi piccoli, esemplificativi della prima parte del percorso, dai Racconti del 1963 ai Teatri del Segno, alle Forme totali agli studi per Autoritratto (l'Alfabeto) e le analisi del colore. Moltissimi gli studi e le carte, che offrono, per la prima volta, un prezioso insight sul metodo creativo e i processi seguiti dall'artista milanese nel suo lavoro. In totale verrà esposto un centinaio di opere originali. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Nomos Edizioni e curato da Martina Corgnati. Circa 2500 le opere documentate, esclusi i multipli e i progetti, oltre a testi critici e apparati bio-bibliografici.

Agostino Ferrari (Milano, 1938) espone per la prima volta nel 1961 alla galleria Pater, presentato da Giorgio Kaisserlian. Incontra Lucio Fontana e gli artisti con cui l'anno successivo fonderà il gruppo del Cenobio. I giovani milanesi vogliono "salvare al pittura" interpretandola e rinnovandola così da renderla gesto puro, primitivo ma al contempo proteso verso il futuro. La via da seguire è quella che porta alla nascita di una vera e propria "poetica del segno" dove la tecnica pittorica si riduce a grafia e la composizione a un sovrapporsi di tratti archetipici cifrati. Dopo lo scioglimento del gruppo, Ferrari continua a coltivare il segno come scrittura non significante. Nel 1966 espone a New York, alla Eve Gallery. Successivamente, tornato in Italia, elabora cicli oggettuali e processuali dedicati agli ingredienti della pittura, segno, forma e colore, vere e proprie "messe in scena" dal carattere "fondamentalmente plastico", come scrive Lucio Fontana nel 1967.

Questa ricerca lo conduce, nel 1975, all'Autoritratto, l'unica installazione prodotta in tutto il suo itinerario creativo, esposta per la prima volta all'Arte Fiera di Bologna con la Galleria L.P.220 di Torino e, l'anno successivo, nella mostra personale a Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Negli anni successivi, tra il 1976 e il 1978, Ferrari esegue l'Alfabeto, due serie di sei opere che sono la conseguenza dei suoi studi di Segno Forma Colore e che segnano la sintesi di quanto contenuto nell'Autoritratto. Nel 1978, dopo un soggiorno a Dallas dove espone l'Alfabeto presso la Contemporary Art Gallery, riemerge in lui l'esigenza di esprimersi con il segno puro ed entra in un periodo di "rifondazione". Quasi contemporaneamente incomincia l'uso della sabbia vulcanica, che resterà caratteristica costante del suo lavoro fino ad oggi. Agostino Ferrari ha esposto in centinaia di mostre personali e collettive in Italia e all'estero.




Immagine di presentazione per la mostra dedicata alla Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste La Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
Dal 12 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nuova esposizione permanente che amplia la sezione dedicata alla Telefonia. Gli oggetti provenienti dalla collezione di Claudio Sequalino, vanno a arricchire lo spazio museale inaugurato nel 2007, anno di nascita di Postemobile. dove già sono esposti numerosi radiotelefoni della collezione di Marco Zanettovich. In mostra anche gli strumenti d'epoca e quelli utilizzati per la manutenzione telefonica. La fruizione delle nuove installazioni, oltre alla possibilità di interagirvi, sarà facilitata dal posizionamento di una serie di pannelli che ripercorreranno la storia della telefonia da Meucci sino all'anno 2000. A completare il potenziamento della sezione, l'apporto tecnico e pratico fornito dalla classe V C "Elettrotecnici" dell'Istituto Tecnico Alessandro Volta di Trieste che, grazie al lavoro dello studente Federico Bologna, ha fornito al Museo Postale alcune nuove fonie automatiche che introducono ai contenuti del museo. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra dedicata ad Achille Castiglioni Achille Castiglioni (1918-2002) Visionario
L'alfabeto allestitivo di un designer regista


termina il 23 settembre 2018
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

Mostra che celebra, a cento anni dalla nascita, Achille Castiglioni, architetto e designer di fama internazionale. L'esposizione - sviluppata secondo la curatela, il progetto di allestimento e la grafica di Ico Migliore, Mara Servetto (Migliore+Servetto Architects) e dell'architetto Italo Lupi, in collaborazione per la curatela con Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo - s'inserisce nel filone dedicato ai "Maestri del XX secolo" ed è promossa in collaborazione con la Fondazione Achille Castiglioni. Protagonista della stagione d'oro del design italiano, Achille realizza nella sua intensa attività professionale ben 484 progetti di allestimenti, 290 oggetti, tra i quali si annoverano vere e proprie icone della cultura del design, e 191 progetti di architettura.

La mostra intende raccontare l'avventura degli allestimenti (per fiere campionarie, per stand o esposizioni) e degli oggetti di design disegnati prima dai fratelli Achille e Pier Giacomo e poi, dal 1968, dal solo Achille, mettendo altresì in luce il ruolo dell'allestimento temporaneo come strumento di comunicazione culturale e commerciale di straordinaria importanza, da sempre centrale nella tradizione del fare. La sperimentazione per l'"architettura effimera" è stata da sempre l'ambito d'elezione di Achille e Pier Giacomo per l'innovazione e la ricerca, che ha poi marcatamente influenzato l'architettura e il design a livello internazionale. L'esposizione fornisce anche l'occasione per ricordare la stretta amicizia che legava Achille Castiglioni al graphic designer svizzero Max Huber (1919-1992), ripercorrendo attraverso "l'alfabeto" allestitivo di Castiglioni i progetti realizzati insieme.

Il fuori scala, la cinetica, l'allegoria, il ready made, il segno grafico sono solo alcuni degli elementi chiave, ricorrenti nei progetti di Achille, che vengono messi in luce nel percorso espositivo. Dai memorabili allestimenti dei Padiglioni per Rai, Eni e Montecatini ai magistrali progetti per la cultura, per l'innovazione e per l'esposizione dei prodotti, emerge chiaramente la figura di Achille Castiglioni, capace di concepire la messa in scena come una regìa. Ogni elemento è studiato, ogni peso calibrato, il ritmo modulato; tutto è reso in funzione dell'allestimento, che si struttura come un racconto per immagini dinamico e inaspettato. Unendo la sperimentazione alla razionalità, Achille Castiglioni riesce a combinare semplicità e ironia con l'attenzione per l'utilizzo della tecnologia e dei nuovi materiali. I suoi progetti diventano così "atemporali", capaci di vivere una continua attualità nelle diverse fasi storiche.

L'esposizione presenta un patrimonio visivo di grande piacevolezza, cercando di ricostruire la storia visiva del concepimento delle idee di Castiglioni, leggibile attraverso schizzi, disegni, modelli, testimonianze video, prototipi, oggetti originali e testi autografi - di cui una gran parte è presentata per la prima volta -, grazie alla collaborazione con Carlo e Giovanna Castiglioni che gestiscono l'Archivio di Achille Castiglioni attraverso la Fondazione Achille Castiglioni insieme a Antonella Gornati. Intervallano la mostra una trentina di oggetti di design in cui fanno la loro comparsa, fra gli altri, le lampade Arco, Aoy, Noce, Ipotenusa, Toio e la Gibigiana, il sedile da giardino Allunaggio, gli sgabelli Mezzadro e Sella, le posate Dry, gli orologi Firenze e Record, lo stereo RR126 Brionvega, l'interruttore Rompitratta che ben esprimono l'atteggiamento del grande maestro, capace di guardare alle cose in modo sempre unico, traducendo nel campo del design i concetti sperimentati in ambito allestitivo.

Inoltre, all'esterno del m.a.x. museo i visitatori vengono accolti da un "bosco di manifesti", omaggio ad Achille Castiglioni; infatti, per l'occasione 22 grafici di fama mondiale - Alberto Bianda, Mauro Bubbico, Giorgio Camuffo, Rosa Casamento + Nicola Munari, Paolo Cavalli + Alfio Mazzei, Pierluigi Cerri, Alessandro Costariol, Francesco Dondina, Milton Glaser, Steven Guarnaccia, Aoi Huber Kono, Felix Humm, Michele Jannuzzi, Sergio Menichelli, Armando Milani, Mario Piazza, Massimo Pitis, Emiliano Ponzi, Guido Scarabottolo, Leonardo Sonnoli, Paolo Tassinari e Heinz Waibl - sono stati chiamati a realizzare ciascuno un manifesto grafico che traduce la genialità e fantasia rigorosa di Castiglioni.

La mostra racconta pertanto, con un taglio inedito, oltre alla "storia della grafica" e dell'allestimento, anche le vicende di una Milano imprenditoriale nel mutare dei consumi e delle relazioni internazionali della città. L'esposizione si avvale di importanti prestiti; si ringraziano per la preziosa collaborazione la Fondazione Achille Castiglioni, l'Archivio Max Huber, l'Archivio del Politecnico di Milano e l'Archivio Volonté, cui si aggiungono oggetti di design di Castiglioni della collezione del m.a.x. museo. Accompagna la mostra un catalogo bilingue italiano-inglese (Éditions d'Art Albert Skira, Ginevra, 2018) a cura di Ico Migliore, Mara Servetto, Italo Lupi e Nicoletta Ossanna Cavadini.




Siegfried Anzinger - senza titolo - 1989, tecnica mista su carta intelata cm.41x30 Siegfried Anzinger: Works on paper
termina il 29 settembre 2018
Galleria Interno 18 arte contemporanea - Cremona
www.galleriainterno18.it

La mostra, a cura di Stefano Castelli, riunisce un nucleo di una trentina di lavori su carta tra matite, carboncini, pastelli, tecniche miste di Siegfried Anzinger. La selezione di opere costituisce un focus specifico - la maggioranza dei lavori sono degli anni 1989 e 1990, con qualche sortita nei primi anni Ottanta. L'esposizione getta così uno sguardo alternativo e laterale sulla poetica dell'artista austriaco, che però consente di esplorarne alcuni tratti fondamentali. Il disegno è per lui una pratica costante, che innerva la sua produzione pittorica soprattutto negli ultimi anni. Il segno appare qui nella sua componente più diretta e cruda, di grande efficacia anche negli schizzi e nei disegni d'occasione.

Nel complesso, la mostra introduce il visitatore in una sorta di backstage del lavoro di Anzinger, nel suo processo ideativo convulso e frenetico ma sempre analiticamente teso all'obiettivo della fulminante chiusura formale. La fusione tra individuo e ambiente è il soggetto principale dei lavori. Non idilliaco, ma a suo modo utopico e marcatamente sensuale, il rapporto tra figura umana (o animale) e paesaggio è stilizzato ma articolato. Grazie alla loro datazione, le carte colgono un momento di snodo e di passaggio decisivo nella carriera dell'artista. Partendo dalla pittura più tendente alla gestualità e al colore dei primi anni Ottanta, negli anni recenti Anzinger ha infatti accentuato la componente del disegno anche nelle sue tele, con tratti complessi e articolati che sottolineano la figura, fungendo da controcanto al colore.

Siegfried Anzinger (Weyer, Austria - 1953) insegna alla Kunstakademie. Con un'opera caratterizzata da motivazioni complementari e alternative alla generale ondata Neoespressionista, negli anni Ottanta è stato protagonista eccentrico del diffuso "ritorno alla pittura". Nel suo curriculum spicca la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1988 (padiglione Austria). Tra le mostre recenti, quella del 2014 al Bankaustria kunstforum di Vienna e quella del 2010 al Lentos Kuntmuseum di Linz. In Italia, è stato di recente protagonista nel 2016 di una personale allo Studio d'Arte Cannaviello di Milano. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)




Scenari
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze

Opera di Giulio Perfetti Giulio Perfetti: Su per le vie dell'Infinito
Plus Florence - Piano Beige

"Nella fase oggi più acuta della mitografia e dell'ideologia irrazionale, l'abbandono al gesto, alla forma e alla materia, costituiscono per Giulio Perfetti la dimensione dell'atto totale. Lo spazio si apre all'incidenza del tempo e procede in un percorso ritmico che scandisce tre coordinate, ovvero tempo, spazio e percezione. Merito di Perfetti è aver visualizzato questo concetto con la tecnica della pittura e non solo, grazie all'apertura alla psicologia, alla filosofia, alla stilistica, allo strutturalismo. L'accumulo di iconologie sedimentate si porta in una direzione di racconto, con caratteristiche di cultura e di linguaggio che lasciano leggere Novelli, Perilli e Barucchello, sicchè Giulio Perfetti è un artista dello spazio mentale e immaginativo che allude a un tempo illimitato di durato, quel tempo che segna e contempla l'infinito". (Carlo Franza)

Giulio Perfetti (Macerata, 1968) studia presso la Scuola d'Arte e l'Accademia delle Belle Arti. Interrompe quasi subito il corso di Pittura e continua nel percorso diventato la sua professione, il design d'arredamento. Sin dal 1994 partecipa a rassegne artistiche, confrontandosi con nuove produzioni che lo portano a realizzare diverse forme di espressive senza mai dimenticare il suo timbro poetico. (...) Lavorare con la luce è una delle ultime ricerche dell'artista che, per la seconda edizione del "Festival delle Grotte di Sant'Eustachio" 2011 a San Severino Marche, ha realizzato l'opera AM-gse-1, una citazione del monolite che compare nel film 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

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Opera di Eugenia Serafini Eugenia Serafini: Omaggio a Salvatore Quasimodo nel 50° della morte
Plus Florence - Piano Rosso

"E' proprio l'arte e anche la poesia a certificare nel tempo gli incontri, le relazioni, le influenze nell'incontro pur a distanza con sensibilità, entità, anime ugualmente risonanti; lo è maggiormente in certe occasioni come questa, ovvero la commemorazione per i cinquant'anni della scomparsa dell'illustre poeta italiano Salvatore Quasimodo (1968-2018), Premio Nobel per la Poesia, che ha innestato e dato spunto a un'altra illustre artista italiana qual'è Eugenia Serafini poetessa anch'ella, a porgere l'omaggio con una mostra e una serie di dipinti (...)

La poesia di Quasimodo, gli episodi della vita, i rimandi alla Sicilia e alla sua classicità, il dramma della guerra, gli episodi della giovinezza, le stazioni e il passaggio dei treni come metafora degli anni e del transito sulla terra, le riflessioni sulla vita e la morte e ogni altra cosa che poteva muovere e smuovere la creatività poetica dell'illustre italiano, tutto ciò ha portato a fermentazione anche la creatività fantastica e illuminante di Eugenia Serafini per l'accoglienza date alle immagini, per la dolcezza della memoria, per la loro sensualità, attive nella Sicilia-Grecia che riassume i sentimenti dell'infanzia isolana; Quasimodo e la sua terra animata da splendidi paesaggi mitici, da una plastica classicità, di una terra dolente, amara, chiusa nella sua sofferta ricerca, nel bisogno di essere amata. I dipinti mettono in luce il mondo della Sicilia, della natura, dei luoghi cari a Quasimodo, pure attraversati dal mistero dell'esistente attraverso il filtro della memoria. Eugenia Serafini è in questo processo materico, segnico, creativo, moderno, artista impareggiabile, perché fa vivere il dato poetico, la parola di Quasimodo, il verso prescelto nei termini di una edificazione, di una restituzione oggettiva del reale ed esprimendo così anche tutte le potenzialità della pittura. Opere, quelle di Eugenia Serafini, di respiro assolutamente grandioso, per la ricchezza di colore e di luce, infatti in questo colto e leggero apparire, questo capitolo pittorico nel solco di quella cultura poetica quasimodiana svela e rivela le coordinate storico-esistenziali del poeta qui ricordato". (Carlo Franza)

Eugenia Serafini, Docente universitaria, artista e scrittrice/performer, giornalista, si è laureata in Lettere Classiche all'Università La Sapienza di Roma ed è stata allieva del grande Natalino Sapegno. Figura complessa e interessante, è stata Docente di Storia dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Carrara e dell'Accademia dell'Illustrazione e della Comunicazione Visiva di Roma, e dal 1999 Docente di Disegno dell'Università della Calabria. E' nata a Tolfa (Roma), piccolo e attraente borgo etrusco, nel 1946 e il suo percorso culturale l'ha portata a diventare artista di spicco nell'arte contemporanea internazionale. Poeta performer e installazionista, lavora da anni alla contaminazione intermediale e all'arte totale, utilizzando e fondendo gli apporti di diversi rami creativi: da quello visivo-digitale a quello teatrale, poetico e musicale che utilizza nella creazione delle sue installazioni performative. Direttrice editoriale dell'Artecom-onlus, ne ha ideato e dirige la Collana di Libri d'Artista e la Sezione per l'Ex-libris ed è responsabile delle rubriche di Arte e Letteratura Contemporanea della rivista FOLIVM. Numerose le sue pubblicazioni di saggi e monografie di artisti moderni e contemporanei. Vanta una vasta produzione di scrittura creativa e libri d'artista. La sua ultima pubblicazione è il bellissimo volume di poesia visuale e performativa con CD delle sue Performances, "Canti di cAnta stOrie", Roma 2008, presentato dall'indimenticabile professor Mario Verdone che le è stato vicino per tanti anni nel suo percorso artistico ed esistenziale. Realizza da anni eventi di Cultura sul Territorio nella città di Roma ed eventi multimediali con partecipazioni internazionali di altissimo livello.

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Opera di Elena Borboni Elena Borboni: Una finestra sul mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Piano Azzurro

"C'è una lettura ad ampio raggio del mondo e della natura, tradotta attraverso una pittura che sfaccetta in mondo anche simbolista ogni elemento che la Borboni ritrova utile alla sua poetica. Paesaggi, cosmo, natura in crescita, la arborea rinascita della primavera, il ventre materno che genera la vita, tutto diventa occasione di studio pittorico, di segnale di vita, di bellezza, accompagnato da una esplosione di colori capace di destare sorpresa, stupore, canto alla vita. Sappiamo che la Borboni da anni si cimenta con tecniche e materiali diversi, e sempre sorprende per la maestria dell'uso dei colori, per l'eleganza e la compostezza delle forme, per la brillante operosità delle composizioni (...) (Carlo Franza)

Elena Borboni (Ome - Brescia, 1947) fonda una sua scuola di pittura dove insegna per anni e contemporaneamente affina ed amplia le conoscenze d'arte frequentando numerosi stage. Ha tenuto mostre collettive e personali in più città italiane.

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Opera di Tony Tedesco Tony Tedesco: "Impronte adimensionali"
Plus Florence - Piano Arancio

"Il lavoro di Tony Tedesco che da anni si misura sulle 'impronte adimensionali' si connatura con le culture antiche. Gli anonimi cavernicoli che, circa 17.500 anni fa, affrescarono con il racconto della loro vita, dei loro sogni e delle loro paure, il cunicolo delle grotte in località Lascaux, appoggiarono, tra l'altro, sulle pareti le loro mani lasciando decine di impronte colorate. Quelle figure stabiliscono quella che lo storico dell'arte Georges Didi-Huberman ha definito, nel suo omonimo libro, la 'somiglianza per contatto' (La ressemblance par contact, 2008). Gli 'artisti delle grotte di Lescaux', infatti, non dipinsero le mani, ma lasciarono un'impronta, produssero un segno attraverso la pressione di un corpo su una superficie. (...) Tony Tedesco ha disegnato la complessità del mondo, la complessa articolazione tra impronta e immagine nel passaggio tra la tradizione classica e quella cristiana. Ma fa sua, propria, l'impronta dell'età antica come traccia eternalizzata di un passaggio fisico, considerata più vera dell'immagine." (Carlo Franza)

Tony Tedesco (Milano, 1952) ha frequentato la Scuola d'Arte del Castello Sforzesco e l'Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 1970 al 1982 si è dedicato allo studio di forme composte d'ispirazione surreale che poi abbandona per la ricerca e lo studio dell'essenza ed evoluzione della materia dove arriva a definire l'Adimensionale. Nel 1989 è fondatore del Gruppo M.A.V. Movimento Adimensionale Visivo. Ha tenuto mostre personali e collettive in più città italiane ed estere.

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Opera di Giuliano Grittini Giuliano Grittini: La cracker'Art - Mitografie
Plus Florence - Salone del Glicine

"Torrenziale, come un fiume in piena, il percorso artistico di Giuliano Grittini offre, dopo il capitolo della 'Clonart' messa in piedi negli anni Novanta del Novecento, un'ampia apertura verso quelli che sono stati almeno fino ad oggi i chiari segnali della comunicazione. E' pur vero che in arte abbiamo avuto già la 'funk art' - che vuol dire assemblaggio di cose e oggetti - e Edward Kienholz, ne è stato un precursore tra gli Anni Cinquanta e Sessanta. La 'funk art' è stato un movimento dedito a raccogliere detriti e rottami da discariche e negozi di seconda mano - ben altra cosa del ready made - per comporre assemblamenti tali che, invadendo lo spettacolo della quotidianità, come estensioni tridimensionali del vero, lo provocassero. (...) La funk art allora andava alla ricerca di cose da riciclare anche se orribili, con Giuliano Grittini c'è oggi sempre una ricerca in tal senso, un ritrovare qualcosa da poter riutilizzare, ma più nobile, più concettuale, più alta nel senso di mettere in cornice una immagine rieditata, nuova, assolutamente nuova attraverso una procedura tecnica e stilistica che Grittini chiama 'cracker' art', o meglio una 'funk art / cracker'art' che nobilita il perduto, l'abbandonato, il desueto, il passato di moda. (...) Nel volgere di pochi anni il suo lavoro ha superato rapidamente le abituali destinazioni che regalano le differenze tra discipline artistiche, riuscendo a mettere insieme un corpus articolato e complesso (ma sempre di altissima e curatissima qualità estetica) fra cinema, fotografia, video, musica e teatro, mai avendo timore a ricombinarli in affreschi dal coinvolgimento ritmo visivo-narrativo. (...)". (Carlo Franza)

Giuliano Grittini (Milano) ha frequentato la scuola di Disegno Grafico e alcuni studi di importanti artisti, lavorando e realizzando libri d'artista e approfondisce l'arte della stampa. Realizza opere con artisti tra cui: Baj, Fiume, Sassu, Guttuso, Scanavino, Tadini, Warhol, Vasarely, Rotella, Ugo Nespolo e altri. Appassionato di fotografia, frequentando studi di artisti li fotografa in varie fasi del loro lavoro e durante le mostre in gallerie d'Arte. Con il critico e scrittore Luciano Prada pubblica il Volume "44 facce d'Autore" Fotografie e aforismi di artisti e personaggi del mondo dell'arte. Ha tenuto numerose mostre personali e collettive e ha partecipato a fiere nazionali e internazionali. Nel 2003 viene pubblicato- Libro Unico - "ANTE LUCEM", Marina Cerati. Autore insieme al regista Cosimo Damiano Damato del Film "una donna sul Palcoscenico" con foto e video su Alda Merini e testimonianza di Mariangela Melato. Presentato nel 2009 al festival del cinema di Venezia.Dal Dicembre 2010 a Palazzo Reale di Milano presenta una serie di immagini dedicati ad Alda Merini con la regia di Pier Paolo Venier nella mostra "Ultimo atto d'Amore" con Mimmo Rotella e una serie di opere dedicate a Marilyn. Nel 2015 a Milano lavora con l'Amiga di Andy Wharol per Deodato Arte, dopo aver realizzato cartelle di opere per Missoni e Fiorucci. (Comunicato stampa)




Opera di Valeria Modica Valeria Modica: Le stagioni del Mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze

"Attendibile, pronta, avversa a un nuovo che rinnega il passato, aperta a nuove e transitorie ricerche che intersecano le strade dell'arte contemporanea, Valeria Modica si muove su capitoli che indagano l'esteriore e l'interiore, e sempre in sintonia con il proprio tempo, con il presente, con la storia dell'oggi. In questo caso per la mostra fiorentina l'artista ha pensato di campionare il paesaggio, e dunque insistere su un'arte anche ambientale, proprio per dare al paesaggio italiano e toscano in specie, la densità dell'appartenenza, della cultura, delle radici e della memoria. Significativa e appassionata ricerca del contemporaneo attraverso linguaggi che dettano un' appartenenza a quel mondo che ruota giornalmente attorno all'artista e che si è poi fatto mito. (...)". (Carlo Franza)

Valeria Modica (Caltanissetta, 1967) docente di discipline pittoriche e scenografiche, presso il Liceo Artistico Brera nell'anno 2015/2016. Da molti anni si dedica ad pittura di matrice astratta sperimentando sulla tela piccoli collage polimaterici. Esperta in arte contemporanea opera da diversi anni con varie istituzioni per la promozione di eventi ed attività culturali in genere. Collabora con diversi artisti di fama internazionale come Richard Long e Rosemarie Trockel e Carsten Hoeller, per la creazione delle mostre promosse e patrocinate dal Comune di Palermo presso i Cantieri Culturali alla Zisa. Direttrice artistica e promotrice di eventi culturali patrocinate e promosse dal Consiglio di Zona 3 del Comune di Milano. Responsabile della MaMo galleria Laboratorio di Arti Visive" a Milano. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della Inaugurazione di Casa Russolo Inaugurazione di Casa Russolo
Portogruaro (Venezia), 15 giugno 2018

Portogruaro rende omaggio a Luigi Russolo allestendo nel nobile palazzo rinascimentale che nel 1885 lo vide venire alla luce, "Casa Russolo". Per volontà della Amministrazione Comunale, la dimora cinquecentesca, che già ospita Il Centro Culturale con la Biblioteca Civica, accoglierà, dal prossimo 15 giugno, uno Spazio interamente dedicato all'artista e che diventerà la sua Galleria permanente. In esso viene esposta l'intera raccolta delle lastre originali di tutte le sue incisioni, insieme ad un nucleo importante di suoi olii di proprietà del Comune di Portogruaro, ed ad una ampia documentazione multimediale della sua produzione, della sua originale vicenda personale ed artistica. Mentre la copia (gli originali sono andati tutti distrutti) tratta dal brevetto depositato, di uno degli strumenti da lui creati - un Intonarumori della Collezione del prof. Pietro Verardo - sottolineerà il ruolo fondamentale di Russolo nella musica del Novecento.

Per l'occasione, dall'archivio storico del Comune di Portogruaro riemergerà, per essere eventualmente oggetto di studio, l'importante carteggio (circa una trentina di documenti) fra la vedova dell'artista, Maria Zanovello, e il Comune di Portogruaro, in cui è documentato anche il dono al Comune del quadro "Impressioni di bombardamento". Il progetto di Casa Russolo è affidato alla curatela di Boris Brollo. L'obiettivo è presentare l'artista nella sua duplice veste di pittore e incisore, da un lato, ma anche e soprattutto di musicista, ruolo che gli ha assicurato una amplissima notorietà internazionale.

Russolo fu, insieme a Boccioni, Carrà, Severini e Balla, il firmatario dei Manifesto della Pittura Futurista. Iniziò l'attività artistica con la serie di originali incisioni (1906/13), documentate in Casa Russolo. L'adesione al Futurismo portò ad opere ammirate per la loro originalità anche da Klee. Negli ultimi 10 anni di vita, ritiratosi sulle rive del Lago Maggiore, produsse una pittura paesaggistica e ritrattistica dichiaratamente 'filosofica" che lui stesso definì "Classico Moderna". Russolo, infatti, fu anche filosofo. La lunga elaborazione dei suo pensiero si può trovare nel trattato "Al di là della Materia" composto tra il 1934 e il 1938. Tra i suoi scritti inediti si ricorda anche i "Dialoghi tra l'lo e l'Anima".

Seguendo la passione familiare per la musica (il padre era stato un importante organista, il fratelli Giovanni e Antonio si diplomarono al Conservatorio G. Verdi di Milano; fra l'altro, Antonio lavorò al fianco di Toscanini), Russolo nel 1913 scrisse "L'Arte dei Rumori", autentico fulmine a ciel sereno nel panorama musicale del tempo. Ma l'artista non si accontentò di teorizzare il trionfale ingresso del rumore nella musica, ma con eclettismo inventò, a partire dal 1913, macchine straordinarie, gli)arumori, in grado di modulare i rumori mediante una leva che tendeva o rilasciava una membrana. Questi nuovi strumenti rivoluzionarono la tecnica musicale, riproducendo la grande varietà di suoni della città e delle macchine nella vita moderna. Gli)arumori rappresentarono per la prima volta la possibilità di sintetizzare un rumore e furono precursori di tutto ciò che è stato fatto in seguito per quanto riguarda le tecniche di registrazione e montaggio ed i primi sistemi di sintesi elettronica del suono.

Il Russolo inventore progettò e realizzò una ventina di diversi intonarumori divisi per timbro, proprio come in orchestra. Le famiglie furono denominate in maniera inequivocabile: gorgogliatori, crepitatori, urlatori, scoppiatori, ronzatori, stropicciatori, sibilatori, scrosciatori. Furono utilizzati per memorabili concerti a Modena, Milano, Genova, Londra, Dublino, fino a Parigi. L'artista collaborò con il musicista Edgard Varèse al perfezionamento del suo Rumorarmonio. Nella notte del 15 giugno, l'apertura ufficiale di Casa Russolo si connoterà come un evento in puro spirito futurista. Riecheggia, nell'attualità, la celebre affermazione di Marinetti: "Noi canteremo le grandi folle agitate del lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; la stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Armando Orfeo - Il giorno fortunato - acrilico e olio su tela cm.50x50 Armando Orfeo: "ARTinCLUB 6"
termina il 22 settembre 2018
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com/artinclub6

L'iniziativa ARTinCLUB, giunta alla sesta edizione, nasce con l'intento di offrire al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d' Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con personali e collettive sia in Italia che all'estero. Nelle sue tecniche miste, un bizzarro individuo si muove, inquieto e curioso, tra numerosi oggetti simbolici e architetture audaci. L'artista sottolinea il paradosso insito nel destino dell'uomo, riproducendo situazioni surreali nelle quali l'unica via di salvezza appare la Patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie. Orfeo realizza così un'onirica indagine sulla condizione dell'essere umano, con i suoi miti e i suoi dilemmi: lo fa servendosi di un'ironia volta a stimolare una riflessione non banale sull'esistenza e a indicare una visione 'altra' del mondo. La mostra, corredata di brochure con introduzione di Gianni Costa, è organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio e patrocinata dal Comune di Camaiore. (Comunicato stampa)




Opera di Alba Gonzales nella mostra Miti mediterranei Alba Gonzales. Miti mediterranei
termina il 30 settembre 2018
Villa Malfitano (Fondazione Giuseppe Whitaker) - Palermo

Con diciannove sculture di grandi e medie dimensioni collocate nel parco della Fondazione Whitaker, a Palermo, Alba Gonzales darà vita ad un viaggio ideale e simbolico attraverso i miti mediterranei, rivissuti nel moto pendolare fra desiderio e nostalgia. La mostra è promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte ed è organizzata da Civita Sicilia.

Romana di nascita, fra genitori e nonni la nota scultrice raduna in sé origini siciliane, greche, spagnole e francesi, che spiegano per alcuni aspetti il patrimonio mitico e mitologico che dà linfa alle sue opere, sotto il segno di un culto sensuale della forma e del corpo umano. Proprio per queste radici così legate al Mare nostrum, l'approdo delle sculture di Alba Gonzales a Palermo, moltiplica gli echi epici ed evocativi delle sue opere, ulteriormente arricchiti dalla sede scelta per la mostra, quella Villa Malfitano Whitaker nata per volontà di un illustre esponente (Giuseppe Whitaker) della comunità anglopalermitana di fine '800 e ricca di tesori giunti dalle culture più diverse e lontane.

Come scrive in catalogo il curatore della mostra, Gabriele Simongini, "Alba Gonzales appartiene alla schiera sempre più ristretta di scultori nell'autentico senso del termine e in particolare spicca per l'aspirazione a dire tutto, interamente e senza filtri intellettualistici, attraverso la forma che è per lei, essenzialmente, forma del corpo umano inteso come tempio dell'anima, nei suoi aspetti negativi e positivi, destinati a convivere indissolubilmente. Di fronte ad una società votata alla ricerca dello stordimento ed anestetizzata dai social network, la Gonzales, manifestando un intenso impegno etico, forza volutamente i toni delle tematiche scelte (...), li rende icastici, teatrali e quasi iperbolici, portando al tempo stesso avanti la necessità di non cancellare la memoria e i mille fili che ci legano al focolare del passato, da tenere sempre acceso.".

Afferma il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente Onorario della Fondazione Cultura e Arte, che ha fortemente voluto questa mostra: "Chiunque si trovi di fronte ad un'opera di Alba Gonzales non può che rimanerne sedotto o sorpreso. La grazia delle forme e delle linee, la plasticità dei movimenti, gli atteggiamenti sensuali ma mai volgari propri delle sue sculture - la volgarità e la corruzione dei costumi è anzi ciò che l'artista intende negativamente registrare e denunciare - sono la cifra stilistica più evidente della Gonzales, che incredibilmente riesce a sortire questi risultati forgiando la materia senza partire da un disegno o un progetto preparatorio. La sua arte è spontanea, immediata, fluisce dalle sue mani e dalla sua anima che sono un unicum, e che diventano a loro volta un tutt'uno con il mezzo, il bronzo, scelto anche perché potenzialmente eterno, come lo sono le opere di Alba Gonzales e le questioni esistenziali che esse interpretano.".

Superata la fase prettamente formativa, il percorso creativo di Alba Gonzales si è articolato, sostanzialmente, in due grandi fasi. Fino al 1986 l'artista ha privilegiato la dialettica della struttura con figurazioni antropomorfiche che sondano in modo originale il senso del mito arcaico e del meccanicismo moderno. Successivamente, nelle sue opere, si afferma con forza il tema "Amori e Miti", tutt'ora in divenire, con l'emersione progressiva di una figurazione più chiaramente articolata e riconoscibile, di natura metamorfica, a sua volta riconducibile ad una rinnovata riflessione sulla cultura e sulle civiltà mediterranee. Contemporaneamente, un altro tema sollecita la ricerca scultorea di Alba Gonzales nella sua aspirazione ad affrontare la condizione esistenziale dell'uomo: "Sfingi e Chimere", in un'evidente drammatizzazione e teatralizzazione della sua figurazione fantastica. Nel 1989 Alba e suo marito fondano il Museo Pianeta Azzurro, aprendo la loro villa sul Lungomare di Ponente a Fregene e trasformandola, in parte, in un museo di scultura contemporanea con opere disseminate all'interno della costruzione e nell'ampio giardino.

Il catalogo della mostra, pubblicato da Silvana Editoriale, oltre alle immagini delle opere fotografate nel parco di Villa Malfitano Whitaker, conterrà i testi del Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Prof. Paolo Matthiae, Dante Maffia e Gabriele Simongini, un'intervista all'artista di Tiziana D'Acchille, Direttrice dell'Accademia di Belle Arti di Roma, un'antologia critica e una nota biografica. Per l'occasione verrà realizzato da Raffaele Simongini un documentario dedicato all'artista che sarà proiettato in mostra ldurante tutta la durata dell'esposizione. (Comunicato stampa)




Il Canale Emiliano Romagnolo nello sguardo di Enrico Pasquali
termina il 25 novembre 2018
Museo del Patrimonio Industriale - Bologna

L'esposizione fotografica, a cura di Sonia Lenzi, consegna al nostro presente la rilevanza del Canale per le economie agroalimentari di parte dell'Emilia e di gran parte della Romagna. Al contempo essa ci fa compiere un salto all'indietro, in un universo composito fatto di essenzialità, cruda, reale, quasi documentaristica, rappresentato dal maestro di neorealismo di Castel Guelfo, nato in quella fetta di terra bagnata dal Sillaro spesso indicata come spartiacque di confine tra l'Emilia e la Romagna, che ha iniziato il "mestiere" di fotografo a Medicina. In mostra viene esposta una scelta significativa dei lavori di Enrico Pasquali degli anni '50-'60 e un video con una ricca serie di testimonianze orali e interviste a lavoratori, tecnici, progettisti e dirigenti, protagonisti dell'avviamento dei lavori del Canale Emiliano Romagnolo, recentemente realizzate da Sonia Lenzi, con la regia di Enza Negroni. (Comunicato stampa)




Archimede Archimede a Siracusa
termina il 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Andrea Samaritani - Teatro Valli - fotodipinta su pannello di legno cm.33x48 - Reggio Emilia 2017 Andrea Samaritani - Piazza Grande - fotodipinta su pannello di legno cm.48x33 - Modena, 2017 La fotografia dipinge: il Grand Tour di Andrea Samaritani
termina il 23 novembre 2018
BFMR & Partners - Reggio Emilia

In mostra, una quarantina di Fotodipinte di Andrea Samaritani: immagini fotografiche provenienti dall'ampio archivio dell'artista, successivamente sottoposte a coloritura manuale «per rendere più poetica la fotografia e più realista la pittura». «Intenso e profondo - scrive il curatore Sandro Parmiggiani - è il rapporto che Andrea Samaritani intrattiene, da tanti anni, con la fotografia: il suo sguardo ha cercato di catturare immagini del "Bel Paese", di andare alla scoperta di itinerari culturali insoliti, di rivelare i segreti di studi d'artista e di opere d'arte antiche e moderne. Dodici anni fa, Andrea si è avventurato in un'esperienza, intensificatasi nel tempo, che riunificasse la sua duplice passione per la fotografia e per la pittura, cominciando a stendere colori sulle sue immagini stampate su carta.

Ecco riunite, in questa mostra, alcune delle visioni con le quali Samaritani sembra essersi impegnato in una sorta di aggiornamento dei portolani del Grand Tour italiano, sulle orme dell'incanto che sedusse aristocratici e intellettuali europei dal Seicento in poi. In verità, Andrea ci propone una revisione di alcune delle immagini che fondarono il mito della bell'Italia nella cultura d'Europa, che per lui ora s'incarna nella fusione delle piazze silenti, metafisiche, contese tra la luce e l'ombra, di Giorgio de Chirico, e delle figure scarnificate di Alberto Giacometti, che l'artista di Stampa percepiva come una visione che s'assottigliava fin quasi a dissolversi nel vuoto».

Andrea Samaritani (Cento di Ferrara, 1962) artista dal 1985, si è espresso in diverse discipline: fotografia, giornalismo, grafica, pittura e regia video. Collabora con le principali riviste dell'editoria italiana e europea. Ha pubblicato più di 50 libri fotografici come autore e sue immagini sono contenute in più di 300 volumi di storia e di arte. Ha realizzato più di 100 mostre d'arte e fotografia. Ha percorso l'Italia da Nord a Sud per trent'anni, sul tema degli Itinerari Culturali e del Grand Tour. Nel 2006 ha iniziato a intervenire manualmente sulle sue fotografie creando la serie delle Fotodipinte. Sono più di duemila i soggetti fotografici dipinti da Andrea Samaritani, dal vasto archivio fotografico personale, composto da 500.000 immagini. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Nancy Burson: Composites. La Pioniera dei ritratti computer-generated
termina il 30 settembre 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Sin dall'inizio della propria carriera artistica, Nancy Burson si è interessata alle interazioni tra arte e scienza ed è stata tra i primi artisti ad applicare la tecnologia digitale al genere della ritrattistica fotografica. Attraverso la sintesi di diverse immagini resa possibile dall'impiego del suo personalissimo metodo di lavoro, Burson genera opere completamente nuove che sfidano la verità fotografica con la nascita della manipolazione digitale. Il suo lavoro è da considerarsi unico perchè è stata la prima artista ad introdurre i ritratti "composite" nell'era elettronica. E' conosciuta, infatti, proprio per il suo lavoro pionieristico nell'uso delle tecnologie di morphing, l'impiego di programmi computerizzati per cambiare o sovrapporre le foto mostrando nuovi aspetti dell'età, della razza o del personaggio del soggetto originale.

Oltre alla fusione di due o più immagini in un "composite", il lavoro di Nancy Burson include anche immagini modificate al computer attraverso un sistema deformante che interviene cambiando la realtà di un'immagine, invecchiando e ringiovanendo fotografie e proiettando, così, un ritratto nel futuro o nel passato. In collaborazione con i ricercatori del Massachusetts Institue of Technology, Nancy Burson ha iniziato a produrre ritratti "composite" generati al computer tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80: ha sviluppato, così, un software che può essere utilizzato per "invecchiare" un volto umano. Il suo lavoro affonda le proprie radici in secoli di studi sociali, scientifici e pseudo-scientifici sul volto umano.

Tuttavia l'atteggiamento dell'artista verso la scienza è da sempre intriso di ironia e di una profonda consapevolezza delle assurdità insite in molti concetti storici, come quelli di razza e genere, che oggi diamo per scontati. La mostra antologica "Composites" esplora i primi lavori pionieristici di Nancy Burson a partire dal 1976 (Method and Apparatus for producing an image of a person's face at a different age) sino alle serie "Composite" degli anni '70 e '80. Combinando e manipolando digitalmente immagini di individui spesso molto noti, tra cui star del cinema e leader mondiali, Burson esamina questioni politiche, genere, razza e standard di bellezza.

Una sezione speciale della mostra sarà poi dedicata alla serie dei Composite Paintings del 1986: Nancy Burson ha impiegato la sua solita tecnica per combinare e mescolare alcuni dei più famosi capolavori di artisti del XX secolo quali Picasso, De Kooning, Rothko, Cézanne, Van Gogh, Newman... Un grande volume antologico sarà pubblicato a corredo della mostra. Le opere di Nancy Burson sono esposte in musei e gallerie in tutto il mondo e sono parte delle collezioni di importanti musei quali il Metropolitan Museum of Art di New York; il Whitney Museum of American Art, New York City; il Centro Internazionale di Fotografia, New York City; New Museum, New York City; la Biennale di Venezia, Venezia; il Museum of Contemporary Arts di Houston e il Museum of Contemporary Photography di Chicago. (Comunicato stampa)

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The Paci contemporary gallery is pleased to announce the Solo exhibition "Nancy Burson: Composites. The Pioneer of computer-generated portraits", centered on the American photographer Nancy Burson, the last great new entry in the gallery. Since the beginning of her artistic career, Nancy Burson has been interested in the interactions between art and science and was among the first artists to apply digital technology to the genre of photographic portraiture. Through the synthesis of several photos made possible by the use of her very personal working method, Burson generates completely new works that challenge photographic truth with the birth of digital manipulation. Her work is to be considered unique because she was the first artist to indroduce "composite" portraits into the electronic age. Indeed, she is known for her pioneering work in the use of morphing technologies: the use of computer programs to overlay and manipulate photos showing new aspects of the age, race or character of the original subject.

In addition, by merging two or more images into a "composite", Nancy Burson's work also includes computer-modified images through a distorting system that intervenes by changing the reality of an image, aging and rejuvenating photographs, and thus projecting a portrait in the future or in the past. In collaboration with researchers at the Massachusetts Institute of Technology, Nancy Burson began producing computer-generated "composite" portraits in the late 1970s and early 1980s: she developed software that could be used to "age" a human face. Her work has its roots in centuries of social, scientific and pseudo-scientific studies on the human face.

However, the artist's attitude towards science has always been imbued with irony and a profound awareness of the absurdities inherent in many historical concepts, such as those of race and gender, which we take for granted today. This great anthological exhibition "Composites" explores the first pioneering works of Nancy Burson from 1976 (Methods and Apparatus producing an image of a person's face at a different age) to the "composite" series of the '70s and' 80s. By digitally combining and manipulating images of often well-known individuals, including movie stars and world leaders, Burson examines political issues, gender, race and beauty standards.

A special section of the exhibition will then be dedicated to the series of Composite paintings of 1986: Nancy Burson used her techniques to combine and mix some of the most famous masterpieces of twentieth century artists such as Picasso, De Kooning, Rothko, Cézanne, Van Gogh, and Newman. A large anthological volume will be published in support of the exhibition. Nancy Burson's works are exhibited in museums and galleries all over the world and are part of the collections of important museums such as the Metropolitan Museum of Art in New York; the Whitney Museum of American Art, New York City; the International Center of Photography, New York City; Museum of Modern Art, New York City; the Venice Biennale, Venice; the Museum of Contemporary Arts, Houston; and the Museum of Contemporary Photography, Chicago. (Press release)




Xenia - Roma 2011 - legno, smalto, voci narranti vetro, metracrilato, pigmento cm.120x370x320 Esercizio 1 - plexiglass, led cm.200x200x20 2010 I have head - 2004 - alluminio verniciato, lampada ambiente - Courtesy Sergio Rossi - Ph. Paolo Emilio Sfriso "Voci"
Vittorio Corsini con Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno


Peccioli (Pisa), dal 21 aprile 2018




- Sedi espositive
.. Chiesa del Carmine, Piazza del Carmine, Peccioli
.. Chiesa delle Serre, Le Serre, Peccioli
.. Chiesa di San Giorgio, Via di Cedri, Peccioli
.. Campanile della Chiesa di San Verano, Piazza del Popolo 1, Peccioli
.. Oratorio della Santissima Annunziata, Via Santa Maria, Ghizzano (Pisa)
.. Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, Via Vittorio Veneto, Fabbrica (Pisa)

Progetto del Comune di Peccioli in collaborazione con la Fondazione Peccioliper. I racconti inediti di sei tra i più noti scrittori italiani contemporanei - Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno - e la pratica artistica di Vittorio Corsini danno voce e forma a sei nuove installazioni permanenti che, a partire dalla cittadina di Peccioli, si snodano tra i borghi circostanti creando percorsi inattesi. Incastonato in un paesaggio collinare dal sapore antico, Peccioli unisce il fascino della Toscana medioevale all'idea di un vero e proprio museo diffuso. Da circa un trentennio l'Amministrazione Comunale porta avanti un progetto che interseca l'arte contemporanea con il territorio e la sua identità. Grazie ad una serie di interventi ad hoc di artisti contemporanei (tra questi Nagasawa, Dubosarsky-Vinogradov, Garutti e lo stesso Corsini), si è costituito nel tempo una sorta di museo a cielo aperto che ha stabilito nuove relazioni con il paesaggio circostante arricchendolo di elementi che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.

Voci nasce dalla volontà di creare all'interno del territorio del Comune di Peccioli un percorso artistico-letterario che accompagni alla scoperta di luoghi nuovi e inesplorati. Le voci narranti sono quelle di alcuni tra i maggiori autori contemporanei. A ciascuno di loro è stato chiesto di costituire un tassello di questo percorso, scrivendo un racconto a partire dalle suggestioni nate dall'incontro con alcuni edifici religiosi del territorio, per lo più costruiti in prossimità di piccoli borghi, ognuno con una propria storia e identità. Trasposte in forma audio dagli stessi autori, queste storie tornano al luogo che le ha generate e trovano modalità di ascolto attraverso sei nuove opere concepite appositamente da Vittorio Corsini e installate all'interno del Campanile della Chiesa di San Verano, della Chiesa della Madonna del Carmine e della Chiesa delle Serre a Peccioli, nella Chiesa di San Giorgio a Cedri, nella Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica, nell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano.

La ricerca di Vittorio Corsini si estende attraverso tre decenni di intensa attività nel campo della scultura e dell'installazione; fin dagli inizi si concentra sul concetto e sui modi dell'abitare, sulle dinamiche che interessano la vita negli spazi domestici e negli spazi pubblici e sullo spazio fisico come metafora di incontro tra l'individuo e la collettività. Essenziale nelle forme, il lavoro di Corsini si fa tramite di un contenuto emozionale e genera le condizioni per una diversa esperienza del quotidiano. Nel corso degli anni numerosi interventi di arte pubblica nello spazio urbano hanno visto l'artista a lavoro in centri abitati con la realizzazione e la progettazione di cortili, fontane, giardini pensati come generatori di incontri e sorti come effetto di pratiche ordinarie o abitudini consumate dagli abitanti locali. "Abbiamo bisogno di attivare nuovi territori, afferma Corsini, l'artista è come un esploratore che rende visibili quei nuovi territori, che oggi sono fatti non tanto di materiali, tecniche, linguaggi, quanto piuttosto di modi, rapporti, energie (...)

La scultura pubblica per me è qualcosa che attiva uno spazio; è importante che l'opera funzioni, che si possa attraversare, che sappia dialogare che possa assumere una dimensione umana e sociale, di scambio e di relazione". Riprodotta su un tappeto di segatura colorata piuttosto che proiettata come fascio di luce sulle pareti di una stanza, la parola da sempre è uno degli elementi fondanti della ricerca di Vittorio Corsini. Nel 2007 collabora per la prima volta con uno scrittore per Chi mi parla, un lampione con seduta che racconta le storie degli abitanti del luogo. Nel 2011, avvalendosi nuovamente dell'ausilio di due scrittori realizza per il Macro di Roma Xenia, un luogo di sosta ritagliato sulla terrazza del museo, dove le vibrazioni di una staccionata trasformano i racconti in suono. Definiscono uno spazio, creano relazioni, predispongono all'ascolto e, come nell'installazione romana, danno materialmente voce alle narrazioni dei sei autori le opere che Corsini concepisce per Voci.

E non per vendetta è il titolo dello scritto di Laura Bosio. Narratrice dell'anima, in questo racconto come nei suoi libri sceglie una donna come protagonista della storia. Liuba è una ragazza ucraina che fugge dalle violenze della guerra. Approda a Peccioli e grazie all'aiuto del parroco della Chiesa del Carmine dà inizio a una nuova vita. Corsini coglie del racconto della Bosio la dimensione corale e predispone all'ingresso della chiesa due sedute a semicerchio che si fronteggiano. L'elemento posto al centro diffonde la voce narrante dell'autrice.

La scrittura di Mauro Covacich dialoga in modo intenso con l'arte come testimonia la pentalogia che realizza tra il 2003 e il 2011. "Il sagrato è protetto da due lecci. Sul tronco di entrambi un'antica ferita. Due alberi gemelli castigati dallo stesso fulmine, sopravvissuti allo stesso incendio, in cima a questa altura che sembra una nuvola sospesa sulla campagna, e invece è terra, invece è Toscana". Così Covacich inizia il suo racconto, accompagnandoci nella Chiesa delle Serre di Peccioli. Credo è un monologo interiore, una preghiera laica lucida, spietata, a tratti disperata che tuttavia non abbandona la speranza. Corsini restituisce visivamente il rigore della scrittura di Covacich collocando all'interno della chiesa delle panche di pietra. A "parlare" dall'alto di un ponteggio di ipotetici lavori in corso, un asse in legno che vibra.

Maurizio de Giovanni per questo progetto firma Il segno della Madonna. La storia, ambientata in una Chiesa di San Giorgio a Cedri, racconta un'improbabile conversazione tra due anziani personaggi, Giuseppe e Guido, in merito alla "scomparsa" di un prezioso dipinto: la Madonna dell'Umiltà di Beato Angelico. "Sono molto diversi fra loro, i due anziani. Uno se ne sta dritto, composto, i capelli grigi tirati all'indietro e gli occhiali di corno, le mani in grembo. L'altro è un po' curvo, la chioma candida disordinata sulla nuca e sulle spalle, una specie di mantello scuro addosso. Le mani gli tremano un po' (...)". L'installazione di Corsini è un invito a riflettere sul paradosso diacronico messo in scena dallo scrittore.

Si intitola L'ora della verità il racconto di Romano De Marco, uno dei più apprezzati scrittori italiani di genere noir e, più di recente, thriller. Il giallo si consuma durante la visita di un famoso quanto attempato scrittore, il professor D'Eramo, ad uno dei monumenti simbolo di Peccioli, il Campanile della Chiesa di San Verano. "E' la storia di una ragazza che si suicidò, gettandosi proprio da una di queste aperture." D'Eramo lo guardò, finalmente incuriosito. "Aveva vent'anni, ed era di qui, di Peccioli. Sin da bambina sognava di diventare una scrittrice di romanzi (...)". Corsini fa correre la voce di De Marco lungo il corrimano delle scale che danno accesso alla torre. Il suono ci conduce idealmente fino alla sommità del Campanile; lì De Marco svela il finale della sua storia.

Ferruccio Parazzoli è uno dei più significativi scrittori contemporanei, i suoi romanzi si caratterizzano per una costante attenzione ai problemi etici e per il capovolgimento del fantastico e del metafisico nell'umile quotidiano. Per predisporre le persone all'ascolto della narrazione di Parazzoli, Prima della notte, Corsini colloca sul fondo dell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano due sedie e una scultura di marmo statuario. Le sedie poste vicine, ricreano quell'atmosfera intima e privata che caratterizza la conversazione tra i due protagonisti del racconto: "(...) Questa che vede", riprese il professore, "è la Santa dei Santi, il mio oratorio privato. Qui regna la pace. Vuole sapere da cosa erano ricoperte queste pareti prima che prolificasse questa colonia di Santi? Libri, soltanto libri, ormai inutili libri. La metamorfosi ebbe origine molti anni fa quando..." Si tolse gli occhiali, appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona e cominciò a raccontare, come raccontasse un sogno (...)".

"Ogni autore ha delle ossessioni che si ripropongono: io torno spesso a scrivere di natura, del rapporto tra l'uomo e gli animali, delle trasformazioni del pianeta, ma anche del rapporto che abbiamo con la morte e la scomparsa. Un'ambientazione ricorrente, per me, è il bosco", dichiara la poetessa e scrittrice Laura Pugno in una intervista rilasciata in occasione del Premio Campiello 2017. L'incendio, il racconto che scrive per questo progetto, è la storia di Pietro un uomo che appicca incendi convinto di ritrovare, tra le fiamme del fuoco, il volto della figlia scomparsa. "Sapeva che era l'ultima volta, che appiccando quell'incendio - in qualche modo, lo sapeva - sarebbe morto, anche se neanche adesso, sul prato della chiesa, con l'umido sotto e il cielo sopra, le sue ustioni erano mortali. Chiuse gli occhi, sentì qualcosa (...)". L'altare della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica è cinto da un intreccio di rami e di foglie. Sedendoci su una delle panche il cespuglio si accende del rosso del fuoco e, dall'altare che vibra, si diffonde la voce dell'autrice. (Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




Dna Epigen - scultura interattiva ferro, silicone, plexiglas, pvc, acqua, vapore, vortice d'acqua, suono,
oro, software programmati ad hoc, cm.150x400 2018 Claud Hesse: Dna Epigen
termina lo 06 gennaio 2019
MUSE Museo delle Scienze - Trento

L'artista Claud Hesse porta al MUSE, nell'ambito della mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici, una macro scultura interattiva, che sollecita i visitatori a introdurre delle mutazioni importanti nello stato dell'opera, diventandone loro stessi artefici. Tramite la scelta di parole chiave "epigeniche" - che illustrano situazioni impattanti sul genoma umano, proposte su un maxi tablet - il pubblico può provocare in Dna Epigen il passaggio da uno stato quieto e armonioso a uno attivo. Vengono così svelati, uno a uno, i contenuti segreti custoditi nei "cubi epigenetici" incastonati in questo macro frammento significante di DNA, per raccontare in modo interattivo e sempre diverso l'impronta che le esperienze e gli stili di vita possono imprimere sul DNA e che sono studiati, appunto, dall'epigenetica.

Claud Hesse, artista visiva che lavora tra l'Italia e Berlino, è considerata "l'artista del DNA". Da sempre lavora sulle tematiche della genetica ed è conosciuta per aver ideato e realizzato il progetto dei Dna Portraits (veri e propri ritratti ad personam del genotipo di varie persone, molte delle quali illustri) partecipando a numerose mostre in Italia e all'estero e vincendo diversi premi. Il campo d'ispirazione primario della sua ricerca artistica è sempre stato quello della genetica, della biologia e della fisica, tematiche presenti in maniera latente nelle sue opere, tanto da trovarne continuamente riferimenti, che si arricchiscono anche di raffinati concetti filosofici e profonde riflessioni interiori. La sua opera, Dna Epigen - costruita ad hoc per il MUSE e per la mostra Genoma umano - declina con il linguaggio immaginifico dell'arte i temi complessi e importanti che trovano nella mostra un approfondimento scientifico e coinvolge il pubblico chiamato a mettersi in gioco e scoprire i concetti dell'epigenetica.

Perché le persone sono tutte diverse? Da dove provengono i talenti? Perché c'è chi invecchia in modo invidiabile e chi, purtroppo, no? Perché la vita ha un termine biologico e come possiamo prevenire le malattie? La mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici affronta interrogativi che ci riguardano profondamente e sui quali, oggi, è focalizzato un settore importante e promettente della ricerca in campo biologico. L'esposizione costituisce il principale progetto espositivo per l'anno 2018 con il quale il Museo conferma il proprio ruolo di centro di mediazione di una conoscenza scientifica che mira a rendere il proprio pubblico più consapevole, offrire modalità comunicative nuove per poter comprendere temi scientifici complessi, discriminare e scegliere tra le offerte della biologia moderna.

Genoma umano sarà un viaggio tra le nuove sfide offerte dalla genomica - una scienza in continua evoluzione che non manca di suscitare interrogativi e dubbi anche sul piano etico - con un focus su opportunità e rischi originati dall'applicazione delle nuove conoscenze ad ambiti particolarmente sensibili, quali la salute. Grazie a un percorso interattivo e immersivo - che potrà contare su numerosi supporti multimediali ed exhibit in grado di toccare le corde più profonde della sensibilità personale, attraverso video e multi-proiezioni di grande impatto scenico e la mediazione dell'arte - la mostra affronterà tre questioni fondamentali sul patrimonio genetico umano: quanto conta il DNA, quali altri fattori intervengono nella sua definizione (ad esempio ambiente e stili di vita), come e quanto possiamo intervenire per modificarlo.

Un cambio di scala, dal macro al micro, che tuttavia non trascura la componente umana e sociale, porterà il pubblico a esplorare un mondo affascinante, che custodiamo dentro di noi e che ci rende ciò che siamo: unici. Lo studio del nostro genoma e di quello delle altre specie, supportato dall'evoluzione di tecnologie sempre più sofisticate, prospetta future possibili soluzioni per migliorare la qualità della vita. Tra queste, ad esempio, l'aumento della longevità e la prevenzione e cura di numerose patologie. Al contempo, il suo sviluppo porta con sé nuovi interrogativi che investono scelte e decisioni personali e sociali. A promesse, speranze e aspettative si accompagnano infatti incertezze sulla reale efficacia e i potenziali rischi, facendo nascere molti dubbi di natura etica, giuridica ed economica.

E' il caso ad esempio dei test sul nostro DNA, oggi disponibili a chiunque anche on-line e al di fuori delle strutture mediche, che promettono di portarci alla scoperta delle nostre origini e di fornirci dati (di difficile interpretazione per chi non è 'addetto ai lavori') su eventuali predisposizioni a malattie. Inoltre, la diffusione mediatica di informazioni non affidabili, soprattutto in campo medico, ostacola spesso un proficuo dibattito pubblico. La mostra Genoma Umano sollecita il pubblico a riflettere sulla realtà e sui problemi di una scienza in continua evoluzione, mantenendo sempre viva l'attenzione su aspetti etici e promuovendo un approccio critico. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina di presentazione di Museo Navigante Museo Navigante

Il Museo Navigante è una iniziativa promossa dal Mu.MA - Galata di Genova, dal Museo della Marineria di Cesenatico, dall'associazione La Nave di Carta della Spezia e dall'Associazione Musei Marittimi del Mediterraneo, che ha riunito musei pubblici e privati per valorizzare il patrimonio culturale marittimo italiano. Il Polo Museale della Calabria, guidato da Angela Acordon, ha aderito all'iniziativa con il Museo Archeologico dell'antica Kaulon, diretto da Rossella Agostino e con il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone, diretto da Gregorio Aversa.

Il percorso espositivo del Museo archeologico dell'antica Kaulon - Monasterace (Reggio Calabria) illustra la storia della colonia magno-greca di Kaulonia dall'età di fondazione, ad opera dei crotoniati, fino ad età ellenistico-romana ed ospita anche reperti subacquei tra cui, ancore e resti di colonne lavorate da aree limitrofe all'odierno Museo situato a poca distanza dalla costa nei pressi di Punta Stilo caratterizzata dalla presenza del Faro. L'esposizione presenta per alcuni settori parziali ricostruzioni di edifici abitativi e sacri finalizzate ad una migliore lettura da parte del pubblico.

Le Collezioni più importanti sono: rocchi di colonne in marmo anche lavorate rinvenute nelle acque antistanti il sito dell'antica città di Kaulonia; Tetto tempio del Colle della Passoliera di età greca caratterizzato da una ricca policromia; Collezione numismatica e fra i "pezzi" più significativi si segnalano: manufatti bronzei, tra cui specchi, elementi di armature ed una interessante iscrizione votiva in lingua achea dall'area del tempio dorico; Mosaico pavimentale policromo con la raffigurazione di drago di età ellenistica dall'abitato.

Il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone è suddiviso in tre sezioni principali dedicate la prima ("Terra") ai resti dell'insediamento sorto sul promontorio in età romana, la seconda ("Sacro") al santuario di età greca sviluppatosi sullo stesso luogo e, infine, una terza ("Mare") destinata ad illustrare le problematiche dell'archeologia subacquea, espone una parte del carico di marmi trasportati dalla nave naufragata presso Punta Scifo e databile al III sec.d.C., oltre ad altre suppellettili rinvenute durante lo scavo del relitto e oggetti prelevati da altri contesti sottomarini. Terrecotte architettoniche, vasi a figure nere, vasetti miniaturistici, bronzetti figurati attestanti la frequentazione del santuario greco e appartenenti al cd. Tesoro di Hera, formano le collezioni più importanti. Fra i pezzi di maggior pregio si ricordano: frammenti in marmo pario appartenenti alla decorazione del grande tempio di ordine dorico di cui, nell'attiguo Parco Archeologico, si conserva parte del basamento ed una colonna in blocchi tufacei. (Comunicato stampa)




La Collezione Roberto Casamonti
termina il 10 marzo 2019
Palazzo Bartolini Salimbeni - Firenze
www.collezionecasamonti.com

Dal mese di marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all'arte moderna e contemporanea. L'antica dimora - attentamente restaurata - accoglierà la selezione delle opere che Roberto Casamonti, nella sua lunga attività nel mondo dell'arte, ha raccolto per costituire il corpus principale della propria Collezione. I dipinti e le sculture esposte sono il frutto di anni di appassionate ricerche che danno vita ad un assieme in grado di rappresentare l'eccezionale evoluzione storico artistica che attraversa per intero il XX secolo.

"La Collezione, con le sue dotazioni in permanenza, si appresta a qualificarsi - sottolinea il critico Bruno Corà - come una delle maggiori raccolte d'arte moderna e contemporanea aperte al pubblico esistenti in Italia. La scelta di offrire questa sua Collezione a fiorentini e turisti - evidenzia ancora il curatore scientifico della Collezione - si esprime come un autentico gesto mecenatizio (...) l'atto di riconoscenza di un cultore appassionato d'arte, per la città che lo ha seguito nel corso della sua attività professionale e della sua stessa vita". Per precisa scelta dell'Associazione Culturale, appositamente costituita per gestire e animare questo nuovo spazio culturale, il pubblico potrà ammirare le opere esposte accedendovi gratuitamente, su semplice prenotazione.

La Collezione di opere d'arte italiane e straniere si articola in due grandi nuclei: il primo considera opere di artisti agli esordi del Novecento e sino ai primi anni Sessanta, il secondo, dal 1960 ai nostri giorni. In Palazzo Bartolini Salimbeni, la Collezione sarà proposta per sezioni. Il primo nucleo, dal 24 marzo 2018 e sino alla primavera del '19 e, a seguire, il secondo. Al primo appartengono capolavori di Fattori, Boldini, Balla, Viani, Sironi, Severini, Marini, Morandi, de Chirico, Savinio, Prampolini, Casorati, Magnelli, Licini, Picasso, Leger, Soutine, Klee, Chagall, Ernst, Kandinsky, Hartung, Fautrier, Matta, Lam, Dorazio, Accardi, Afro, Vedova, Capogrossi, Burri, Klein, Fontana, Castellani, Manzoni, Lo Savio e numerosi altri. La direzione è stata affidata a Sonia Zampini, storica dell'arte e da anni collaboratrice della galleria Tornabuoni Arte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




San Teonisto
Il ritorno dei dipinti trafugati da Napoleone


Chiesa di San Teonisto - Treviso
www.fbsr.it

Ritorno in San Teonisto, antica chiesa trevigiana, di 19 delle 22 opere pittoriche che erano patrimonio dell'edificio monastico sino alla sottrazione napoleonica del 1810. Quando, per effetto dei decreti napoleonici, il monastero benedettino di San Teonisto, nel cuore di Treviso, venne demanializzato, le opere d'arte che monastero e chiesa conservavano vennero confiscate. Finirono dapprima a Parigi, per andare poi a Milano, dove furono distribuite tra Brera e Castello Sforzesco, una fu in seguito destinata a Roma, altre rientrarono a Treviso, al locale Museo Civico. L'odissea delle opere rientrate "a casa" non era finita. Dal museo trevigiano, che ne era diventato proprietario, le tele furono riposizionate nell'originario luogo di culto.

Ma, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, la chiesa, come gran parte della città, venne colpita da un terribile bombardamento alleato. Recuperati dalle macerie, i dipinti furono trasferiti al Museo Civico che li ha custoditi fino a oggi. Ora tornano sui muri per i quali erano stati dipinti, restituiti nella loro originaria bellezza da un accurato intervento di restauro di cui si è fatta carico la Fondazione Benetton, che consentirà alla cittadinanza di godere nuovamente di queste importanti opere pittoriche. Le grandi tele furono commissionate nel corso del Seicento dalle monache benedettine che avevano eretto il convento e la chiesa di San Teonisto a illustri pittori dell'epoca quali Jacopo Lauro, Carletto Caliari, Matteo Ingoli, Bartolomeo Scaligero, Pietro della Vecchia, Ascanio Spineda, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Matteo Ponzone, Paolo Veronese e Antonio Fumiani.

A rendere possibile l'evento del loro rientro, per molti versi storico, è il completo restauro di San Teonisto, voluto e finanziato da Luciano Benetton, che ha riconsegnato alla città un importante patrimonio storico per lo svolgimento di attività culturali. Il complesso intervento di recupero dell'edificio, iniziato alla fine del 2014 e affidato alla cura e alla creatività dell'architetto Tobia Scarpa nel solco del suo fertile sodalizio con il Gruppo Benetton, ha restituito un'architettura rinnovata, ma capace di raccontare i segni del passato di luogo consacrato, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944 e spogliato dei suoi arredi, e infine dimenticato.

Successivamente sconsacrato e adibito a usi diversi, l'edificio è stato gestito dal Comune di Treviso fino all'acquisizione, nel 2010, da parte di Luciano Benetton che successivamente l'ha donato alla Fondazione Benetton Studi Ricerche per farne un luogo di cultura in grado di ospitare eventi di respiro internazionale. Ora, grazie a un accordo trentennale tra il Comune di Treviso e la Fondazione Benetton, i muri di San Teonisto ritrovano il loro patrimonio d'arte che potrà nuovamente essere ammirato dal pubblico nella cornice originaria. Nel rendere concreto l'ambizioso progetto di ricollocazione ha avuto parte decisiva anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

I dipinti inizialmente sottratti a San Teonisto erano 22, taluni di grandissime dimensioni. A tornare sono oggi "solo" 19 di essi, anzi 18 perché una delle pale d'altare, "Le nozze di Santa Caterina" del Lazzarini, inserita nelle esposizioni stabili della Pinacoteca Civica, resta nelle sale dei Musei Trevigiani. In sostituzione di essa, dalla Pinacoteca giunge però la pala della "Madonna del Rosario e i santi Domenico e Rosa" di Jacopo Lauro. Una sostituzione per nulla casuale. Questa pala, infatti, era già stata collocata in San Teonisto allorché un dipinto della stessa chiesa, il "Martirio di Santa Giuliana" era finito al Castello Sforzesco di Milano, dove ancora è conservato. All'appello mancano ora tre capolavori. Oltre al già citato "Martirio di Santa Giuliana" di Jacopo Lauro, ora di proprietà dello Sforzesco, la pala dell'altare maggiore di Jacopo Palma "Martirio dei Santi Teonisto, Tabra e Tabrata" (1603) finita nella chiesa di Brusuglio, poi danneggiata da un incendio e trasferita nella Galleria di Brera per essere restaurata. La terza delle opere mancanti, "Le Nozze di Cana" di Paolo Veronese e bottega (1580), è custodita nella Sala Gialla di Palazzo Montecitorio.

«La famiglia Benetton ha restituito dignità a questa antichissima chiesa e ha voluto affidarla alla nostra Fondazione perché la faccia vivere» commenta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. «La restituzione a San Teonisto delle sue opere, da parte del Comune di Treviso, è un atto di amore e responsabilità che completa quello del signor Luciano che di questa chiesa abbandonata ha voluto farsi carico. In un momento così importante non posso nascondere un sogno» continua Tamaro «che anche il gioiello maggiore di San Teonisto torni a casa. Mi riferisco alla lunetta di Paolo Veronese raffigurante "Le Nozze di Cana", oggi "esiliata" a Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Quella tela è entrata nelle collezioni di Brera per decreto di Napoleone Bonaparte, finendone confinata nei depositi.

Successivamente è stata concessa a Roma per ornare le pareti di un luogo di passaggio e di incontro in Montecitorio. Credo che oggi ci siano le condizioni culturali e strutturali perché questo nostro capolavoro torni a casa. Naturalmente, ferma la "proprietà" che su di esso, da oltre due secoli, ha diritto di vantare il Museo di Brera. Così come mi auguro possa gradualmente avvenire anche per il Palma che da tempo resta a Brera in attesa di restauro, sempre che non venga destinato alla chiesa milanese che lo aveva temporaneamente ospitato, e per il "Martirio" di proprietà del Castello Sforzesco». (...) In occasione del rientro delle opere in San Teonisto, la Fondazione organizza alcuni momenti pubblici per riscoprire quest'ingente patrimonio artistico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della imminente mostra "Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa di Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo), annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Locandina della rassegna Duesseldorf si presenta "Düsseldorf si presenta"
21-22 settembre 2018
Cantieri Culturali alla Zisa - Palermo
www.goethe.de/palermo

Solo dall'esperienza elementare della differenza nascono nuovi impulsi, variazioni, creazioni. Lo scambio culturale tra Düsseldorf e Palermo necessita di forum appropriati e soprattutto di tempo e occasioni. L'evento "Düsseldorf si presenta" a Palermo persegue proprio questo obiettivo per i cittadini, per gli artisti e gli operatori culturali di Düsseldorf e Palermo. Düsseldorf si presenta offre l'opportunità di conoscersi meglio e anche di affrontare nuove sfide. Vari progetti artistico-culturali saranno presentati, spiegati e discussi nei 2 giorni di venerdì e sabato. (Comunicato stampa)

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Nur aus der elementaren Erfahrung der Differenz entstehen Impulse, Korrekturen, Neuschöpfungen. Dieser interkulturelle Austausch benötigtgeeignete Foren und vor allem Zeit und Gelegenheiten. Das Fest „Düsseldorf si presenta „in Palermo verfolgt dieses Ziel für die Bürgerinnen und Bürger, Künstler*innen und Kulturschaffende aus Düsseldorf und Palermo. Düsseldorf si presenta eröffnet die Möglichkeit, sich noch besser kennen zu lernen und zudem Neues in Angriff zu nehmen. Verschiedene kulturell-künstlerische Projekte werden an 2 Tagen vorgestellt, erläutert und diskutiert.




Particolare dalla locandina del Concerto dell'ensemble internazionale dei Solisti di Zagabria Concerto dell'ensemble internazionale dei Solisti di Zagabria
09 ottobre 2018, ore 21.00 (ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria alla biglietteria)
Teatro Giuseppe Verdi - Trieste

La Comunità Croata di Trieste partecipa alla festa dei cinquant'anni della Barcolana offrendo alla città un grande concerto dell'ensemble internazionale dei Solisti di Zagabria, il migliore complesso da camera croato, presente con questa iniziativa per la prima volta nel capoluogo giuliano: in programma un repertorio classico e romantico di brani e arie di noti compositori di musica da camera e operistica, da W.A. Mozart a L. Sorkocevic, da G. Verdi a G. Puccini e G. Rossini. Il concerto, realizzato con il sostegno del Comune di Trieste, Regione FVG e Fondazione CRTrieste, sarà diretto dal Maestro Sreten Krstic, alla guida dei Solisti di Zagabria, e verrà impreziosito dalla partecipazione straordinaria di due giovani stelle del firmamento lirico, la soprano Evelin Novak e il baritono Ljubomir Puškaric.

La presenza dei Solisti di Zagabria a Trieste è particolarmente significativa dal momento che il prestigioso ensemble fu fondato nel 1953 da un violoncellista e direttore d'orchestra italiano di grande fama, il milanese Antonio Janigro, di cui quest'anno si festeggia il centenario della nascita. Egli riuscì a portare il complesso ai massimi livelli, trasformandolo, nella seconda metà del ventesimo secolo, in un ambasciatore molto apprezzato della cultura musicale croata a livello internazionale. Ed è per questo che al Museo della città di Zagabria è in preparazione un'importante mostra antologica a lui dedicata. Inoltre, recentemente, è stato ristampato il CD con le esecuzioni dei Solisti diretti da Janigro, che ha meritato all'orchestra, l'International Classical Music Award, il prestigioso premio internazionale per il migliore video di carattere storico-musicale.

"E' stato in occasione della Festa della Repubblica Italiana, nel giugno 2016, mentre eravamo a Roma ospiti dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, - racconta Krstic - che è nata l'idea di un progetto italo-croato che rendesse omaggio a Janigro. Ci stiamo lavorando, ecco perché è così importante per noi incontrare il pubblico triestino". "Era ormai tradizione - dichiara Gian Carlo Damir Murkovic, presidente della Comunità Croata di Trieste - il nostro ricevimento in occasione della Regata più partecipata a livello internazionale, per incontrare gli equipaggi che risalivano l'Adriatico ma anche i rappresentanti dei Marina e di tutto quel mondo che si muove via mare. Abbiamo sentito l'esigenza di compiere un ulteriore passo, coniugando lo sport del vento alla musica, binomio straordinario: l'aria come momento di unione, il vento che diventa musica. E, nel farlo, abbiamo scelto il 'top', rappresentato da un'orchestra eccezionale e da due straordinari solisti".

Dalla fondazione, quale ensemble da camera della Radio di Zagabria, i Solisti hanno svolto un intenso lavoro sotto la direzione del Maestro Janigro, collaborando, tra gli altri, con i maestri concertisti Dragutin Hrdoljak, Tonko Ninic, Andelko Krpan e Borivoj Martincic-Jercic. Sreten Krstic, primo violino e Maestro concertatore della Filarmonica di Monaco, ne ha assunto la direzione nel 2012. Più di 4000 i concerti sostenuti nei teatri più prestigiosi di tutti i continenti. Il repertorio dei Solisti di Zagabria è incentrato sulla musica barocca, classica, romantica e contemporanea, con un'attenzione particolare ai compositori croati, sia a quelli più famosi entrati a pieno titolo a far parte del patrimonio musicale nazionale, che agli emergenti. Hanno al proprio attivo numerosissime pubblicazioni discografiche (Vanguard House, EMI, ASV, Eurodisc, Melodia, HISP-vox, Pickwick audite, cpo e Croatia Records), premi e riconoscimenti, che li qualificano quali autentiche "star" dell'universo musicale internazionale.




Festival Cinema! Italia!
21a edizione, Germania, 13 settembre - 12 dicembre 2018
www.associazionemadeinitaly.org

Dopo il successo del festival "Nuovo Cinema Italia" svoltosi lo scorso giugno- luglio 2018, in Austria, con tappe nelle città di Vienna, Innsbruck e Graz, l'Associazione Made in Italy propone un nuovo appuntamento "oltre le Alpi" con il cinema italiano. La tournée toccherà 36 città della Germania, fra cui Monaco, Colonia, Lubecca, Brema, Bonn, Lipsia, Dresda, Hannover, Kassel, Stoccarda, Friburgo, Ratisbona, Essen, Heidelberg e Darmstadt, per concludersi a Berlino. Il programma propone sei film di recente produzione, per l'occasione sottotitolati in tedesco: Ammore e malavita dei Manetti Bros., Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani, L'equilibrio di Vincenzo Marra, Fortunata di Sergio Castellitto, Taranta on the road di Salvatore Allocca, Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni. In alcune città i film saranno presentati da registi ed attori e il primo ospite, ad Amburgo, tappa iniziale della tournée, sarà Francesco Bruni.

Per una migliore conoscenza dei film in programma e del cinema italiano in genere, viene pubblicato e distribuito gratuitamente al pubblico nelle sale partecipanti alla tournée un catalogo con le schede dei film e altri materiali critici. Al festival è anche legato un concorso. Agli spettatori viene infatti consegnata una cartolina con cui esprimere il proprio gradimento sui film. Il film più apprezzato sarà premiato a Berlino al termine della tournée, ottenendo la distribuzione in Germania, in base ad un accordo tra la società Kairos Filmverleih e Made in Italy, che contribuirà alla stampa e al sottotitolaggio del film. Inoltre, i dati sul riscontro di pubblico saranno messi a disposizione dei distributori tedeschi, in modo da incoraggiarne l'acquisto per una programmazione in sala o in televisione. Complessivamente sono già più di 20 i film che, presentati nelle diverse edizioni del tournée, hanno successivamente ottenuto una distribuzione in Germania. (Comunicato stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Immagine dalla locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Locandina Archeo musica Archeo musica - Nel cuore del tempo
Luglio-agosto 2018
Teatro greco romano - Portigliola (Reggio Calabria)
Tempio di Marasà - Parco Archeologico Locri Epizefiri (Reggio Calabria)

Nella straordinaria cornice del Teatro greco-romano e nell'incantevole area del Tempio ionico di Marasà, entrambi ricadenti nel Parco Archeologico della colonia magno-greca di Locri Epizefiri, situato a pochi chilometri dall'odierno centro cittadino di Locri, verranno proposti nel mese di luglio e di agosto appuntamenti musicali di grande prestigio e di elevata qualità artistica che spazieranno dalle musiche classiche a brani tratti da repertori di musica jazz e dalle melodie di Astor Piazzolla. (Comunicato stampa)




I restauri del CSC - Cineteca Nazionale ai prossimi festival internazionali
I fratelli Taviani e Liliana Cavani


Il Centro Sperimentale di Cinematografia, presieduto da Felice Laudadio, annuncia tre importanti restauri realizzati dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con Istituto Luce-Cinecittà che tra agosto e settembre verranno presentati in due grandi festival internazionali: il festival di Locarno, in programma dall'1 all'11 agosto 2018, e la Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, che si svolgerà dal 29 agosto all'8 settembre 2018.

Locarno, giunto alla 71esima edizione, dedicherà nella sezione "Histoire(s) du cinéma" un omaggio a Paolo e Vittorio Taviani. Verrà proiettato il film Good Morning Babilonia (1987) - interpretato fra gli altri da Greta Scacchi che sarà a Locarno - il cui restauro è stato appena portato a termine dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con Istituto Luce-Cinecittà. Paolo Taviani e Greta Scacchi verranno celebrati in piazza Grande la sera dell'8 agosto, e il film sarà proiettato il 9 agosto.

Dalla stessa collaborazione nascono gli altri due restauri che saranno proiettati nella sezione Venezia Classici della Mostra di Venezia (la cui giuria sarà presieduta dal regista Salvatore Mereu, diplomato in regia del CSC). Il programma, annunciato oggi dalla Biennale di Venezia, include Il portiere di notte (The Night Porter) di Liliana Cavani (1974) e La notte di San Lorenzo di Paolo e Vittorio Taviani (1982). E' importante segnalare anche il titolo internazionale del film di Liliana Cavani poiché si sta lavorando al restauro della copia originale in lingua inglese: a Venezia sarà possibile vedere il film con le vere voci di Dirk Bogarde e Charlotte Rampling. (Comunicato stampa)




Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Un Castello all'Orizzonte
7a edizione, 06 maggio - 13 ottobre 2018
Castello di Postignano (Perugia)

Il festival propone concerti di musica classica, jazz, contemporanea - reading - incontri con scrittori - mostre di fotografia, scultura e pittura - proiezioni di film documentario. Tutte le iniziative sono ad ingresso gratuito. L'evento clou del programma di quest'anno sarà il minifestival di musica da camera "Tra Luce e Sogno" organizzato da Mari Kodama Nagano e Bita Razeghi Cattelan, dal 26 luglio al 29 luglio, con la partecipazione degli artisti Pavel Vernikov, Andrey Baranov, Svetlana Makarov, Grazia Raimondi, Hartmut Rohde, Eivind Holtsmark Ringstad, Luigi Piovano, Matt Haimovitz, Pascal Moragues, Clara Bellegarde, Christian Gerhaher, Mari Kodama, Momo Kodama, Gerold Huber. Eseguiranno musiche di Prokof'ev, Haydn, Beethoven, Šostakovic, Mendelssohn, Benjamin, Ravel, Bruch, F.Poulenc, Debussy, Messiaen, Verdi, Schumann, Bach/Busoni, W.F.Bach, Bach/Kurtag, Hindemith, Britten, Bartók, Brahms.

L'anniversario schubertiano (1797-1828) sarà celebrato con due altri concerti eseguiti dal Trio Ars et Labor e Marco Albrizio. Sempre per la musica classica saranno ospitati Sergio Lattes, Mariano Bellopede, Carmine Marigliano, Christian De Luca, Giuseppe Guarrera. Per il jazz e la musica contemporanea si esibiranno Maurizio Marrani, Graziano Brufani, Nicola Polidori, Michela Musco, Alfredina De Vincenzi, Alessandro Musco, Manuel Magrini, Roberto Gatti. Alla fotografia, scultura e pittura saranno dedicate quattro mostre: Paolo Valerio, Stone heart Broken heart Love Cages and Surroundings; Virginia Ryan, I Will Shield You - 2015-2018; Flavia Amabile, I contadini volanti (e altri eroi); Franco Passalacqua, Metafisica della natura.

Gli scrittori che presenteranno i loro libri sono: Giulia Sissa, "La Gelosia. Una passione inconfessabile" - Patrizia Magli, "Il volto raccontato. Ritratto e autoritratto in letteratura"- Lamberto Gentili, "Un diamante per le zitelle" - Giuseppe Bearzi, "Fiabe d'Acqua" - Loredana De Pace, "Tutto per una ragione. Dieci riflessioni sulla fotografia" - Pasquale Scialò, "Storia della canzone Napoletana 1824-1931 Volume I" - Teresa Severini Zaganelli, "Il Museo del Vino Lungarotti a Torgiano" - Virginia Virilli e Margherita Vicario, Reading "Le ossa del Gabibbo". Saranno proiettati due film documentario: di Pappi Corsicato, "L'arte viva di Julian Schnabel" - di Franco Passalacqua, "La valle incantata" I pittori Plenaristi nella valle del Nera".

Castello di Postignano, in Umbria, frazione del Comune di Sellano (PG), fu abbandonato negli anni '60 ed è tornato a vivere grazie ad una attenta opera di restauro durata molti anni. Il Castello fu fondato tra il IX e X secolo lungo una importante strada che collegava Spoleto, Foligno, Norcia e Assisi, ha forma di triangolo, con torre di avvistamento in alto e mura che circondano le abitazioni costruite sul declivio di una collina, da cui il nome di "castello". La prima chiesa fu dedicata a San Primiano, il cui culto era diffuso in Valnerina, dal IX secolo d.c.. Nel 1333 la chiesa fu ridedicata a San Lorenzo e, successivamente, alla SS. Annunziata. Fu conteso da Foligno e Spoleto e prese parte alle guerre tra guelfi e ghibellini.

Soprattutto tra il XIV e il XV secolo, il borgo ebbe una fiorente economia basata su agricoltura, attività forestali, artigianato del ferro e canapa. A partire dal XVI secolo la sua popolazione cominciò a diminuire; nel corso del '900 vi fu una consistente emigrazione. Nel 1966, a seguito di un piccolo cedimento del terreno, le famiglie furono evacuate. L'abbandono provocò il deterioramento del borgo, aggravato dal sisma del 1997. "Castello di Postignano è l'archetipo dei borghi collinari italiani", così è stato definito dall'architetto americano Norman F. Carver Jr, tanto da riprodurre le imponenti case-torri del borgo, aggettanti l'una sull'altra, nella copertina del suo libro fotografico "Italian Hilltowns" pubblicato nel 1979. (Estratto da comunicato ufficio stampa Patrizia Cavalletti Comunicazione)




Immagine copertina Nidia Robba Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste








Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione sarà accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e sarà preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina libro Errantia, di Gonzalo Alvarez Garcia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto....". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio - di Vito di Battista L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Il videogioco. Storia, forme, linguaggi, generi
di Lorenzo Mosna, Dino Audino Editore, pp. 128, prefazione di Gianni Canova
www.audinoeditore.it

Nel 1958 lo scienziato William Higinbotham del Brookhaven National Laboratory, Long Island, a pochi passi da New York City ritenendo che l'area adibita ai visitatori fosse terribilmente statica, priva di qualunque attrattiva che facesse comprendere l'importanza delle recenti scoperte scientifiche nella vita quotidiana si mise all'opera per rendere interattivo il rapporto tra studenti e visitatori e l'area espositiva. Come? Dopo due settimane di assemblaggio e qualche modifica al progetto originale, sullo schermo di un oscilloscopio pilotato da un computer a valvole Higinbotham creò un gioco chiamato Tennis for Two. Il gioco simulava una partita di tennis per due giocatori, che agivano tramite due apparecchi collegati al computer attraverso un cavo, e dotati di un potenziometro per regolare la direzione della pallina e di un relè per sferrare il colpo. Il 18 ottobre 1958, in una delle giornate aperte ai visitatori, Tennis for Two fu mostrato per la prima volta al pubblico. La noiosa giornata di visita a Brookhaven si trasformò: i presenti fecero la fila per giocare, la voce si sparse e i visitatori diventarono centinaia.

Da a allora il videogioco si è sviluppato e attualmente si appresta a superare l'industria del libro per imporsi come terzo più grande attore nel mercato dell'intrattenimento. Il linguaggio dei video giochi, più di ogni altro, ha risentito delle innovazioni tecnologiche che lo hanno accompagnato, trasformandosi e modificandosi sotto il peso del progresso. Ecco perché oggi è necessario guardare al passato, ripercorrere la storia del medium videoludico e della sua tecnologia per comprenderne le origini, lo sviluppo, l'evoluzione estetica e del suo linguaggio. La natura interattiva fa del videogioco un medium che sta davvero sulla frontiera della contemporaneità e che affronta per primo alcuni dei nodi non solo teorici che riguardano l'evoluzione del nostro rapporto con le intelligenze artificiali che noi stessi abbiamo creato.

Ogni nuova generazione ha dovuto combattere per vedere riconosciuta dignità culturale a forme di intrattenimento, di spettacolo e di comunicazione che si facevano largo nella società, fecondavano l'immaginario, trasformavano le relazioni individuali e collettive con il tempo, con il corpo, con lo spazio. Lorenzo Mosna rivendica la dignità culturale del proprio oggetto di studio videoludico riecheggiano i toni con cui - un paio di generazioni prima - i cinefili militanti di allora si battevano perché il cinema potesse entrare nelle scuole. (Comunicato stampa)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Presentazione libro Raffaello on the road Raffaello on the road.
Rinascimento e propaganda fascista in America (1938-40)

a cura di Lorenzo Carletti, Cristiano Giometti (Carocci, 2016)

Che cosa ci facevano nel 1939 a San Francisco la Madonna della Seggiola di Raffaello, il Tondo Pitti di Michelangelo e la Nascita di Venere di Botticelli? Non si trattò di un furto, ma di una mostra d'arte allestita per motivi propagandistici alla fiera commerciale della Golden Gate International Exposition. Mentre il mondo era sull'orlo del precipizio, ventisette capolavori del Rinascimento italiano partirono da Genova sul transatlantico Rex senza copertura assicurativa e, con un viaggio coast to coast che si prolungò con tappe non previste a Chicago e poi a New York, tornarono in patria alle soglie dell'entrata dell'Italia in guerra. Una storia romanzesca che racconta la politica culturale fascista in America e anticipa l'odierna degenerazione del fenomeno espositivo, con i capolavori adoperati come ambasciatori o presentati insieme ai prodotti tipici nelle vetrine dell'Expo. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina Catalogo Sarto d'Arte Contemporanea 2018 Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore, pp. 272 con 706 illustrazioni a colori, formato cm.30,5x21,5, €70,00
Locandina della presentazione

«Portiamo avanti ormai da diversi anni il nostro progetto di diffusione dell'arte italiana, così con nostra soddisfazione, il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea, è giunto alla quinta edizione. Siamo davvero convinti che l'Italia sia un'incredibile fucina di talenti artistici, moltissimi i nomi degli artisti, pittori, scultori, ceramisti e incisori che praticano la loro arte in un ambito davvero arduo e molto impegnativo, difficile emergere, difficile farsi notare, difficile essere innovativi, difficile vivere di arte, e tutto questo, oggi, è ancora più complesso e complicato dalla crisi non solo economica, ma anche culturale che pare senza fine.

Ai nomi degli artisti confermati e dichiarati Maestri già nei decenni scorsi, continuamente se ne affiancano altri che grazie alla loro ispirazione riescono a esprimersi al meglio, producendo opere davvero intriganti, riuscendo, nonostante le difficoltà su citate, a coinvolgere galleristi, critici d'arte e, soprattutto, un buon numero di attenti appassionati e collezionisti. A tutti questi attori dell'arte, proponiamo il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea come puro strumento di lavoro, come fonte al fine di poter migliorare e o confermare le conoscenze del panorama artistico contemporaneo italiano. Consapevoli che internet con i suoi numerosi motori di ricerca, aprendo orizzonti infiniti, metta a disposizione informazioni veloci e aggiornate, siamo assolutamente convinti che il "libro cartaceo" confermi la propria valenza prioritaria anche oggi, per la qualità della lettura che consente un'attenzione maggiore da parte di chi legge o sfoglia, un oggetto che per la sua fisicità, lascia un'impronta, una traccia di sé concreta nel tempo e non epifanica.

La prima fase della nostra ricerca è stata la scelta dei nomi degli artisti da invitare, quindi la "raccolta dei dati", ossia l'insieme di quelle informazioni disponibili relative al nostro progetto, le biografie, i curricoli relativi alle diverse attività artistiche, le immagini, i testi critici, l'indicazione dei contatti, gli indirizzi, i numeri telefonici, le mail e i siti Internet. L'entusiasta risposta degli artisti che hanno aderito al nostro invito e che ci hanno messo a disposizione tutto il copioso materiale, ci ha trovato pronti a disporre e ordinare le informazioni ricevute, selezionandole con metodo, per arrivare alla stesura definitiva del volume che si è completata con la migliore riproduzione possibile delle numerosissime opere raffigurate. In questa edizione proponiamo duecentocinquantanove schede dedicate ad altrettanti artisti che operano su tutto il territorio nazionale. E poiché crediamo che, solo aprendo a tutte le possibili correnti artistiche, si possa avere davvero il termometro di quale sia il tessuto artistico italiano, così ancora una volta, abbiamo inserito artisti che percorrono strade e ricerche le più diverse.» (Arianna Sartori)

259 Artisti

Acerbo Domenico, Achilli Ernesto, Alatan Anna Rita, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Arpaia Enzo, Badari Grazia, Baldassari Enrico, Baldassin Cesare, Barbagallo Orazio, Bartoli Germana, Bedeschi Nevio, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Belluti Gianfranco, Bencini Ennio, Benetton Simon, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertozzi Elisabetta, Bevilacqua Gianfranco, Bianco Lino, Bignotti Ulderico, Billoni Giuseppe, Bisio Pietro, Bobò Antonio, Bogoni Gino, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Bornoffi Luca, Bortoluzzi Milvia, Boschi Alberto, Brogli Amedeo, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo

Calvi Cesare, Camiz Paolo, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Cardone Pietro, Carradore Vittorio, Carraro Renata, Caselli Edda, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Castelli Ada, Cattaneo Claudio, Cattaneo Pierluigi, Cavanna Giulio, Cavicchini Arturo, Cermaria Claudio, Cesana Angelo, Ciaccheri Paolo Francesco, Ciaponi Stefano, Cibi (Besozzi Carlo), Cipolla Salvatore, Civitico Gian Franco, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cominale Gabry, Costantini Carla, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cozza Anna Paola, Cravero Margherita, Crescini Giovanna

D'Adda Gianni, Dalla Fini Mario, D'Ambrosi Diego, Da Riva Daniela, De Caro Beatrice, De Luigi Giuseppe, De Marinis Fausto, De Palos Gianfranco, Di Fazio Laura, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, Dugo Franco, Dulbecco Gian Paolo, Facciotto Giuseppe, Falchi Aldo, Falchi Paride, Fastosi Gabriella, Ferrari Maria Angiola, Ferri Massimo, Fioravanti Ilario, Fiore Antonio, Ufagrà, Forno Osvaldo Raffaele, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gard Ferruccio, Garuti Giordano, Gauli Piero, Gentile Domenico, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Goldoni Meris, Gorlato Bruno, Gozzi Rinardo, Granero Silvana, Graziani Alfio Paolo, Grazioli Enrico, Guala Imer, Guerrato Denis, Guidoni Francesco

Ianni Stefano, Iardella Francesca, Impinto Luca, Lanci Amedeo, Lanzi Mirco, Lanzione Mario, Laterza Lia, Lazzari Isaia, Leverone Adriano, Li Gotti Annamaria, Lipreri Mario, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Lorenzetti Raimondo, Luchini Riccardo, Magri Pier Domenico, Mancino Enea, Mantovani Licia, Marchetto Adriana, Marciani Leopoldo, Margonari Renzo, Marino Gabriele, Marino Giuseppe, Marra Mino, Mascelli Gianfranco, Masserini Patrizia, Matshuyama Shuhei, Mattei Luigi Enzo, Melotto Vito, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Migliorati Luciano, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Monfardini Alfonso, Monga Paolo, Morselli Luciano, Mottinelli Giulio, Mutti Ezio, Nagatani Kyoji, Nastasio Alessandro, Natali Silvio, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano, Male, Nucci Alessandra

Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Pachì Stefano, Paggiaro Vilfrido, Paiano Dora, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pavan Adriano, Pegoraro Olivia, Pennoni Fiorito, Peretti Giorgio, Peretto Enrico Dennj, Perna Lucio, Perrella Maria Rosaria, Peruzzi Silvano, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pilon Valerio, Pirondini Antea, Placuzzi Tosca, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Poltronieri Alceo, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Puppi Massimo, Quaini Marialuisa, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Restelli Lucilla, Rezzaghi Teresa, Righini Valerio, Rinaldi Angelo, Roma Flavio, Romanin Sabina, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Rosselli Natale, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Ruglioni Vittorio

Salzano Antonio, Santoro Giusi, Sauvage Max Hamlet, Scaranari Claudio, Scardovelli Raffaella, Sciutto Renza Laura, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simone Salvatore, Soave Giorgio, Sodi Milvio, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spazzini Severino, Spoltore Paolo, Stradiotto Raphael, Tambara Germana, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Temparte, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Togo (Migneco Enzo), Tonelli Antonio, Torcianti Franco, Vaccaro Vito, Vanara Adriano, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Vitale Francesco, Vitolo Lucrezia, Viviani Gino, Volta Giorgio, Wal (Guidobaldi Walter), Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zanetti Enzo, Zangrandi Domenico, Zappi Silvano, Zarpellon Toni, Zazzeroni Gianfranco, Zelda (Zanferli Elda), Zen Sergio, Zerlotti Natalina, Zitelli Fabrizio, Zitti Vittorio, Zoli Carlo.




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Copertine libri Pasolini - Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa
- Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini

di Ilario Quirino, Edizioni Orizzonti Meridionali
www.studio71.it

Il saggio Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa, pubblicato nuovamente dopo diciassette anni, rappresenta la profonda immedesimazione dell'autore nel poeta di Casarsa, tesa a ricomporne la geniale vena artistica e la proiezione verso il sacrificio esibito. L'amore nei riguardi della madre, contrapposto al sentimento lacerante nei confronti del padre, sfocia nel senso di colpa per l'omicidio del fratello Guido, trucidato da mano fraterna nemica sui monti della Carnia. Il dolore insopportabile di Pier Paolo, che si rende conto di avere spinto il partigiano verso la testimonianza estrema, lo porta alla ricerca di una motivazione superiore che possa giustificare quanto verificatosi: lo scrittore la trova facendo rifluire la sua esistenza nel Passato per incontrare San Paolo, che diviene lo strumento per affermare l'eversione della sua poesia, mediante l'organizzazione degli eventi che preparano lo spettatore al trasumanar dell'intellettuale nella periferia di Ostia. Attraverso quella fine scandalosa e violenta, che illumina i tratti salienti della propria esistenza conferendo un significato superbo al percorso terreno di Pier Paolo Pasolini, proiettato verso l'immortalità del mito.

Il volume Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini rappresenta, pur nella sua autonomia, una sorta di continuazione (e di conferma) del precedente saggio, Pasolini sulla strada di Tarso; l'autore continua la frenetica ricerca nell'ambito dell'opera pasoliniana seguendo le indicazioni del maestro Giuseppe Zigaina, che ha dedicato una porzione rilevante della sua vita alla ricostruzione semantica della matassa linguistica del poeta di Casarsa, a partire dalla sua fine tragica, esibita, nello sterro desolato della periferia di Ostia. Quirino si addentra, in particolare, in seno a due sceneggiature strettamente collegate a tale realtà geografica: Ostia e San Paolo, per chiarire le intenzioni del regista lungo l'asse che unisce il senso di colpa per l'omicidio dell'amato fratello Guido alla conseguente identificazione con l'apostolo Paolo, fino a definire i contorni di un dramma esistenziale che il genio del regista tramuta nell'operazione più controversa: quella inerente alla propria morte violenta che, come un faro, illumina i passi più significativi della sua poliedrica attività culturale in modo tale che lo scandalo di quel corpo violato continui a lampeggiare sulla nostra società. (Comunicato stampa Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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