La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


Copertina Dialoghi - Libro di Nidia Robba pubblicato a Trieste nel marzo 2016 Dialoghi
di Nidia Robba, Trieste 2016


Prefazione
Copertina catalogo mostra Maria Callas alla Fondazione Giuseppe Lazzareschi Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito
Catalogo della mostra

Recensione
Copertina catalogo mostra Diario Pittorico di Antonella Affronti Antonella Affronti
Diario Pittorico


Catalogo della mostra

Presentazione


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016-17 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008


Opera di Mauro Brinciotti Opera di Laura De Martino Opera di Simona Morgantini Utopia

Mauro Brinciotti
Laura De Martino
Simona Morgantini


termina lo 03 giugno 2017
Interno 14 - Roma

Interno 14, lo spazio dell'AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica presenta la collettiva, con una presentazione di Roberta Melasecca. Tre artisti, dalle ricerche molto diverse, si incontrano per provare ad interpretare la realtà ed immaginare mondi nuovi, superando i limiti e gli schemi e penetrando nelle profondità delle loro intime visioni. Le Città Zoomorfe di Mauro Brinciotti possiedono ancora la memoria delle rappresentazioni storiche, ma risultano slegate dalle leggi geometriche: lo spazio urbano, perse le relazioni con gli edifici e il territorio, può trasformarsi in visione, sogno, in utopie visibili o invisibili, possibili e impossibili, inesauribili nelle loro variazioni.

Gli esseri che nascono dagli Innesti di Laura De Martino sono Umanoidi bizzarri, che guizzano fuori da schizzi, acquerelli, pitture ed evocano mondi altri. Si rincorrono, si scontrano e si incastrano. Si fondono e si trasformano in ingranaggi che il colore definisce o sfuma in identità non precisate. Simona Morgantini costruisce un "non luogo": svela archetipi e simboli, elementi mitologici ed epici; disegna una dimensione in equilibrio tra conscio ed inconscio, immersa in una spiritualità che si concretizza in forme, colori, trasparenze e luminosità, profondità energiche e vitali.

.. Città Zoomorfe - Mauro Brinciotti

"Pensare la città affrancata dall'obbligo della forma che segue la funzione, dalle costrizioni imposte dal territorio che l'accoglie e dalle leggi della fisica che lo governano, significa immaginare la complessità di uno spazio urbano, inventarlo ex novo, fondarlo idealmente e raccontarlo attraverso l'immagine, come in un sogno delirante ispirato dalla segreta volontà di calarsi nell'utopia e arrendersi ad essa. La dimensione che Mauro Brinciotti ha scelto, perché queste trame architettoniche fantastiche possano manifestarsi allo sguardo, è quella fisicamente finita e simbolicamente illimitata di un foglio di carta su cui si affollano i suoi segni tracciati a china. (...) Il suo è, pertanto, un qualcosa di molto prossimo a certo visionarismo metropolitano capace di restituire ambientazioni impossibili che, necessariamente, ignorano, sovvertono e, più spesso, scardinano le regole dell'architettura dalle loro stesse fondamenta. (...)" (Andrea Romoli Barberini)

.. Innesti - Laura De Martino

"In agraria, spiega il vocabolario Treccani, l'innesto è «l'operazione con cui si fa concrescere sopra una pianta una parte di un altro vegetale della stessa specie o di specie differenti, al fine di formare un nuovo individuo più pregiato o più produttivo o più giovane». Qui sono esseri bizzarri a concrescere l'uno sull'altro, l'uno nell'altro. Umanoidi che riassumono in sé persone e cose, che si riconoscono perché sono della medesima specie. Si arricchiscono nel loro patto di solidarietà, con una leggerezza a tratti svagata che allevia la loro marcia impaurita. Laura De Martino li dichiara disarmonici i suoi innesti, ma sono proprio le allegre stonature ad avviare la danza. Schizzi, disegni, pitture, hanno pervaso con il tratto leggero dell'acquerello le pagine minute dei suoi taccuini infaticabilmente, per tutta la sua vita adulta. (...) Usa l'occhio contro l'ovvio Laura, trova spiragli di senso nell'illogico comune, accende il colore nell'opacità, trasforma l'incidente in guizzo, i parossismi in vezzi da esibire. (...)" (Claudia Pecoraro)

.. Utopia - Simona Morgantini

"Esistono due interpretazioni del termine "utopia": la prima, la più usata nel linguaggio comune, che indica un'aspirazione ideale che non può avere una realizzazione pratica, il velleitarismo, e la seconda, che, come voleva Thomas More, indica il progetto di una società migliore, proiettata in una dimensione spazio-temporale indefinita, in cui gli uomini convivano felicemente in un'equa ripartizione dei beni materiali (l'utopia marxista e l'utopia rinascimentale). In questo secondo specifico senso l'arte è sempre "utopia" perché crea un altro mondo, un'altra dimensione che non c'è, un "non luogo" che non esiste se non nella mente dell'artista, un "non luogo" ideale che vuole condividere con gli altri. E proprio quest'ultimo è il senso della parola "utopia" che sta dietro al mio lavoro presentato a Interno 14: un "non luogo" in cui si muovono simboli e archetipi (il mandala di derivazione junghiana), elementi mitologici ed epici rivisitati originalmente in un sincretismo che aspira a rintracciare le tracce del sacro e della spiritualità lungo la storia e le interconnessioni fra scienza antica (yoga) e scienza contemporanea (fisica quantica) (...)" (Simona Morgantini)

Mauro Brinciotti (Roma, 1953) lavora insegnando per oltre trent'anni ai licei artistici il disegno dell'architettura. Partecipa a molti progetti e concorsi internazionali ma la sua predilezione per il disegno lo lega sempre di più all'insegnamento che lo coinvolge ormai integralmente. La sua passione si esprime da qualche anno attraverso i suoi disegni di città fantasiose tutti realizzati a china con stesure di colore con pennarelli su supporto di carta. (...) Nel 2015 nel Castello di Maccarese (Fiumicino) è allestita una sua personale.

Ho cominciato a disegnare perché erano avanzati ritagli orizzontali di cartoncino pregiato. In omaggio a quei pezzi di carta ho fatto attenzione al dipanarsi delle cose. I particolari costruivano un flusso, il flusso degli eventi e delle percezioni intime. Avevo venticinque anni, ero disorientata. Avevo bisogno di veder fluire la corrente della vita e al tempo stesso di radicarmi. Ho cominciato a usare anche formati verticali, e poi tutti i formati. In piccolo però, per non correre il rischio di radicarmi troppo. Disegnare e dipingere su carta mi ha fatto compagnia per quarant'anni, ho capito che le cose potevano darmi tepore, i luoghi potevano essere la mia casa. Potevo convocare fantasmi e ricordi. Potevo, mettendo a fuoco quei frammenti di memoria, costruire il mio sguardo. (Laura De Martino)

Simona Morgantini (Livorno) si laurea in lettere con lode (indirizzo storico artistico). Studia teatro e scrive come critico su riviste specializzate di cinema e teatro (Hystrio, Close Up); parallelamente avvia Il suo percorso artistico traendo ispirazione dalla filosofia olistica yoga, la cultura contemporanea che si basa sull'idea di un equilibrio dialettico fra corpo e mente, razionale e irrazionale, microcosmo a macrocosmo, scienza e arte, progresso tecnologico e spiritualità. Focalizza la sua ricerca sul "mandala" in senso simbolico junghiano. (...) (Comunicato stampa)




Henri Chopin
termina il 19 luglio
Studio Tommaseo - Trieste
www.triestecontemporanea.it

Trieste Contemporanea ospita allo Studio Tommaseo una mostra retrospettiva dedicata all'artista e poeta Henri Chopin (1922-2008). Una rara occasione di conoscere in Italia alcuni esempi dei suoi "dattilopoemi", composizioni realizzate a macchina da scrivere, vere e proprie icone della Poesia Concreta, e delle sua "poesia sonora" su vinile. La carriera artistica di Henri Chopin si sviluppa tra Francia e Inghilterra ed è il barometro degli sconfinamenti tra media artistici europei avvenuti tra gli anni Cinquanta e Settanta. Secondo i principi dei movimenti artistici del tempo, e specificatamente del Lettrismo, essa infatti non compartimenta l'azione artistica ad un solo ambito creativo e quindi Chopin è artista visivo, musicista, poeta, designer grafico, tipografo, filmaker, regista radiofonico, editore indipendente, curatore e promotore culturale ed altro ancora.

Chopin è soprattutto in quegli anni un importante punto focale e di contatto internazionale fra gli artisti. E' molto attivo nell'organizzazione dei festival internazionali e sul fronte radiofonico realizza trasmissioni in mezz'Europa. Nel 1964 lancia la rivista-disco "OU/Cinquième Saison" che fu la prima rivista internazionale di poesia sonora e di poesia visiva. "OU" ebbe anche una versione inglese dal 1969 che raccolse fino al 1974 contributi sotto forma di registrazioni, testi, immagini e serigrafie realizzati da parte di scrittori e artisti internazionali. Tra di essi rappresentanti del Lettrismo e di Fluxus, Jiri Kolàr, William S. Burroughs, esponenti della generazione precedente come Raoul Hausmann e Marcel Janco, artisti da Cecoslovacchia e Polonia e molti altri.

In una sperimentazione infinita di sonorità e distorsioni vocali, Chopin produce i suoi primi esperimenti sonori - e quelle che saranno di fatto le prime Poesie Concrete in Francia - affascinato dall'avvento tecnologico della registrazione a nastro magnetico e dalla nuovissima riproduzione ad alta fedeltà stereofonica: a partire dalla metà degli anni Cinquanta e per tutto il decennio successivo lavora alla dimensione sonora della poesia e, registrando degli iniziali esperimenti vocali con un magnetofono, sposta l'attenzione dalla lingua al linguaggio, così come nei "dattilopoemi", con un'operazione abbastanza atipica nel mondo occidentale, decostruisce la semantica delle singole lettere restituendo loro il loro puro valore grafico.

Trieste Contemporanea propone questa mostra non solo per il legame storico del suo autore con il mondo artistico est europeo a cavallo delle modificazioni intervenute con il Patto di Varsavia, ma per la galvanizzante possibilità che Henri Chopin ci offre di riconsiderarne oggi l'esperienza artistica come di grande interesse ed esemplarità per cominciare a scrivere una analisi aggiornata dello strutturalismo nelle arti visive e dell'anticipatore spirito cross-sector che caratterizzò questo momento del pensiero europeo. (Comunicato stampa)




Vicende & Vincitori
Premio GhigginiArte giovani 2001 - 2016


termina il 24 giugno 2017
Galleria d'arte Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

Questo progetto vuole omaggiare le quindici edizioni del concorso dedicato alla promozione dell'arte contemporanea under 35 presentando in galleria una collettiva caratterizzata dalle opere recenti di tutti i vincitori, un racconto che viene raccolto in un catalogo, edito per l'occasione e disponibile anche in versione digitale, caratterizzato dalle immagini - ricordo e la diretta testimonianza di ogni artista. In mostra le opere di: Marco Anzani, Federico Romero Bayter, William Berni, Gabriela Butti, Luca Gastaldo, Simone Gilardi, Annalisa Fulvi, Federica Lazzati, Fiorella Limido, Juan Eugenio Ochoa, Filippo Piantanida, Leonardo Prencipe, Alice Secci e Luigi Christopher Veggetti Kanku. Doveroso sottolineare che il Premio GhigginiArte è frutto della sinergia di tanti elementi che insieme hanno contribuito alla riuscita del concorso quali.

Di seguito una selezione tratta dai testi presenti in catalogo: "Il poter giudicare aspiranti artisti è stato molto coinvolgente. I tanti lavori proposti per la selezione davano un'apertura su quanto di contemporaneo abitasse la loro mente e quanto venisse da loro metabolizzato". (Mariarosa Ferrari, direttrice del Circolo Culturale Il Triangolo a Cremona)

"A partire dalla XIII edizione dello stesso partecipo al premio, con piacere e riconoscenza, in qualità di giudice. Questo ruolo mi permette di vedere gli esiti delle differenti ricerche avviate da giovani artisti, spesso lontane dalle tendenze e dai gusti di mercato. Mi incuriosisce la genuinità e l'autenticità di alcuni lavori, e sono felice di constatare che, nonostante la pittura richieda scelte coraggiose, oggi come sempre, ci sia chi è pronto a crederci e a sostenerle". (Tetsuro Shimizu, docente di disegno per pittura all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano)

"Una delle caratteristiche del premio Ghiggini - che emerge con maggior evidenza oggi che ne festeggiamo il traguardo delle quindici edizioni - è la sua capacità di mutare pelle senza snaturarsi, valorizzando il cambiamento, le novità e soprattutto le energie che attraversano i territori dell'arte contemporanea". Licia Spagnesi, giornalista di Arte Mondadori. "Da anziani ci si ringalluzzisce se ti definiscono "giovane" da giovane mal sopporti d'essere bloccato lì, in questo recinto d'attesa, nel paddock dei Maturandi. Roba da giovani: sa di noia squattrinata, pulsione indicibile, manchevolezza inqualificabile. E Ghiggini titola "Premio giovani"; uno slogan che sa di generosità di preside d'istituto in cerca di attrattività". (Paolo Zanzi, fotografo, graphic designer e direttore artistico)

Visitando ArteVarese.com, il portale d'informazione artistico-culturale della provincia, è possibile approfondire l'opera dei vincitori delle otto edizioni del concorso digitale: Federico Lissoni, Federica Alì, Gabriela Butti, Raja Khairallah, Enzo Modolo, Loreno Molaschi, Adua Martina Rosarno e Debora Fella. (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Marino Sopracasa Il mio mondo è materia
Omaggio a Marino Sopracasa


termina l'11 giugno 2017
Villa Orsini - Scorzè (Venezia)

La mostra personale dedicata al pittore Marino Sopracasa, a cura del critico d'arte Gaetano Salerno, realizzata da Segnoperenne in collaborazione con il Comune di Scorzè e con il Circolo Culturale Scorzè, presenterà al pubblico la figura del pittore friulano (Enemonzo, Udine, 1897 - Venezia, 1982) e la sua articolata ricerca, avviata da autodidatta e condotta con rigore nel solco della grande tradizione paesaggistica italiana ed europea. Circa cinquanta lavori di piccole e medie dimensioni (oli su tela e faesite), espressione di differenti periodi della vita dell'artista e appartenenti a una collezione privata finora solo in parte esposta, presentati secondo un incedere critico che riprende e sottolinea il concetto di viaggiare per la natura trasmesso dal lavoro di Marino Sopracasa, rendendone la gioiosa espressività, dapprima racchiusa in codici accademici e poi, dagli anni Quaranta, caratterizzata da una destrutturazione del testo pittorico che conduce l'artista a un segno più libero, dominato dal sentimento.

Scrive il critico d'arte Gaetano Salerno, a proposito dell'opera di Marino Sopracasa: "Una pittura diffusa nel territorio, esterna ed estranea a studi e atelier, inserita nell'ambiente della natura, negli anfratti più reconditi del paesaggio ma profondamente legata alle geografie domestiche, (...) a tratti privata. Un percorso tracciato dall'energia dell'andare e del guardare, permeato da un sentimentalismo lirico proprio di una forma del dipingere tardo ottocentesca (e ancora pregna di venature tardo romantiche) costruita sull'emozione della visione, sulla continua scoperta di un dettaglio (in un bosco, in una radura, nei crinali aguzzi di una montagna o nelle sinuose dorsali di una collina, lungo un corso d'acqua, sulla facciata di una casa di campagna) silenzioso ma eloquente.

E sull'impressione immediata trasmessa dal soggetto ritratto, acquisito primariamente nella luce e nel colore e poi reso con vigore espressivo, caricato della propria esperienza, dei propri trascorsi, dagli amori che solo un luogo familiare e amico può racchiudere e dischiudere. L'opera di Marino Sopracasa, (...) si colloca così nello stretto passaggio tra Ottocento e Novecento, evidenziando lo scarto fondamentale tra impressione ed espressione che fornirà alla sua intera ricerca un guizzo di moderna innovazione senza tuttavia rinunciare alla compostezza e all'equilibrio strutturale fondamentale per esprimere il diretto e immediato attaccamento alle materie, alle cose, al dato reale del paesaggio che rimane nettamente al centro di ciascuna veduta.

Priva di svolte concettuali e di derive astrattiste, la pittura di Marino Sopracasa si costruisce così per accumulazioni e sovrapposizioni di sensazioni visive che, attraverso l'uso generoso e iperbolico del pigmento, diviene quasi tattile e rende il mondo - tutto il mondo sensibile - materia, acquisendo sulla tela la consistenza della verità e sancendo un rapporto simbiotico tra vita e pittura, tra verosimile e vero, sul cui confine, labile e (talvolta) indefinibile, sembra reggersi ciascun dipinto.

Lavori dalle dimensioni contenute e ridotte, quasi appunti di viaggio vergati da immagini chiare e forti con incredibile voracità, da segni eloquenti tracciati senza ripensamenti, senza tentennamenti, senza esitazioni, entro e mai oltre il luogo fisico dal quale il pittore si lascia circondare, respirando e traendo direttamente dagli oggetti disseminati lungo i percorsi campestri e montani la ragione espressiva che rende ogni quadro, pur nella quasi totale assenza di presenza umana, capitolo di una lunga narrazione sociale, della storia di un mondo perduto, di gesta narrate dalla Natura che vive, si evolve, racconta e semplicemente, sotto nuove forme determinate dalla continua spinta metamorfica degli elementi, esiste.

Nelle increspature della materia pittorica, mossa da gesti scarni e concreti di pennello e spatola, emerge così l'energia vorticosa e la forza dirompente di un mondo sempre in divenire che campiture piatte e tirate non avrebbero potuto sottolineare, non sarebbero riuscite a cogliere né a descrivere con tanta esattezza e tanta precisione. Una tavolozza parca e contenuta, incline ai toni della terra e delle piante, con le ocre e i verdi a dominare e a dettare l'impostazione ritmica d'immagini sinfoniche, raramente disposta a scatti tonali improvvisi e imprevisti, sempre connessa con l'amata Natura che insegna, a chi la sa ascoltare, la morigeratezza, la misura, l'armonia, l'aurea mediocritas.

Il colore si rapprende e si racchiude così nelle virgole dettate dalle punte di pennello, dal loro inquieto danzare sul bianco della superficie ormai nascosta dai numerosi passaggi e via via assume vita, talvolta estendendosi e allungandosi elasticamente per interpretare (sempre e fortunatamente con proprie regole) le teorie costruttive divisioniste, talvolta farfugliando sbuffi e schizzi liberi e disordinati, prossimi alle de-costruzioni linguistiche delle Avanguardie mitteleuropee. Entrambi esempi di quanto l'artista, pur confinato nella propria bucolica e aulica (a tratti arcadica) dimensione esistenziale, sia riuscito a intercettare e a personalizzare le grandi spinte dell'arte internazionale, i grandi sconvolgimenti intellettuali dei quali è stato coevo.

La ricerca pittorica si svolge così parallelamente alla ricerca del viaggio entro il paesaggio che per l'artista rappresenta la sola forma di conoscenza, la sola ragione dell'esistere; uscire e camminare, tra borghi collinari e montani, attraversare campagne e foreste, lambire corsi e specchi d'acqua dove la tavolozza dell'artista, grazie ai riverberi del sole riflesso, si schiarisce (anche se di poco), rappresenta per Marino Sopracasa l'adesione a un pensiero positivista e positivo che solo nella pittura en plein air raggiunge (dentro e fuori metafora) la luce, un approccio alla pittura che solo nell'aria della sua Carnia battuta, giorno dopo giorno, da passi lenti e riflessivi, trova la sua forma compiuta, la sua messa a fuoco nella retina e nella tela, la sua dimensione atemporale ed eterna".

L'opera di Marino Sopracasa è stata esposta in importanti mostre e le sue opere sono oggi presenti in importanti collezioni pubbliche e private. Tra i tanti eventi espositivi ricordiamo la collettiva Maestri del Paesaggio - Protagonisti del Novecento in Friuli Venezia Giulia (Cividale del Friuli, dicembre 2010 - febbraio 2011) nella quale l'artista è stato posto in dialogo con i maggiori interpreti della pittura di paesaggio del Friuli Venezia Giulia dal Novecento fino ai giorni nostri. (...) (Comunicato stampa)




Moreni Mattia - Era una lampadina al guinzaglio che volava - 1990 Mattia Moreni
Cartelli e Regressivo consapevole
opere 1964-1995


03 giugno (inaugurazione ore 18.00) - 22 luglio 2017
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

Con questa mostra omaggio all'opera di Mattia Moreni, la Galleria Peccolo di Livorno conclude la serie di personali dedicate ad artisti contemporanei Grandi isolati. Artisti che pur operando in sintonia con l'arte del loro tempo, ad un certo punto della vita hanno deciso di ritirarsi per affrontare nuove tematiche e continuare il proprio lavoro lontano dai clamori e dalle pressioni dal mercato.

Mattia Moreni (Pavia, 1920 - Ravenna 1999) tra il 1950 e il 1965, con la serie dei suoi famosi Cartelli in strada è stato il protagonista indiscusso della pittura espressionista e gestuale definita "informale" che in quegli anni ebbe ampia risonanza mondiale. Esposto in questa mostra Nuvola su piccola baracca in Romagna del 1964 un dipinto di grandi dimensioni, testimonianza significativa delle opere di quell'epoca. Dopo il 1965, con la serie delle giganti Angurie e dei Paesaggi in disfacimento Moreni comincia una svolta di lavoro che lo porterà ad un cambiamento radicale dei temi della sua pittura. Si ritira a vivere nella sua casa-studio a Brisighella, vicino alle foci del Po, dove dipinge nuove opere sul tema de la Regressione della Specie e la serie de il Regressivo Consapevole.

Una pittura dai colori carichi di molta materia e consapevolmente rivolta ad una visione selvaggia e primitivista di egressione Consapevole nei confronti della Cultura imperante manieristica e che lui sentiva ormai opprimente. Presente in questa mostra l'esemplare opera del 1990: Era una lampadina al guinzaglio che volava, ma il pugno gorillesco che pugnava monolitico velleitario non pugna più, con piaga cronica umanoide incurabile. Saranno queste le opere che esporrà nelle innumerevoli esposizioni in Italia e all'estero dove gli sarà reso il dovuto omaggio per il suo impegno e il suo lavoro. L'esposizione è accompagnata da un catalogo edito dalle Edizioni Peccolo contenente le immagini delle opere esposte con prefazione dello studioso Flaminio Gualdoni che nello scritto ripercorre le tappe salienti della carriera artistica di questo neo-selvaggio artista. (Comunicato stampa)




Generazione '30
Sette artisti nati negli anni '30
Enrico Benaglia | Ennio Calabria | Franco Marzilli | Ernesto Piccolo | Carlo Roselli | Sebastiano Sanguigni | Lino Tardia


termina il 17 giugno 2017
Galleria D'Arte Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Collettiva dedicata al lavoro di sette artisti nati negli anni '30. Le opere selezionate, tutte provenienti dalla collezione della galleria, ben rappresentano gli spunti e gli sviluppi cui ciascun artista, nella tipicità della propria provenienza geografica e formazione culturale, ha saputo legare un linguaggio pittorico di riconoscibile qualità tecnica ed espressiva. Dario Micacchi considerava che "La partenza lirica di Benaglia (1938) è sempre giuocando e canterellando come un fanciullo ma che si fa forte, come pittore e incisore, di tutte le trasgressioni che al fanciullo sono permesse e perdonate". Floriano De Santi osservava che "Il movimento della tavolozza di Calabria (1937), nei suoi vari periodi, è lento, tellurico, ha bisogno d'inventare ed esaurire, nel susseguirsi delle sue vere e proprie fasi epocali una frenesia sottintesa ma palpata in tutti i suoi aspetti immaginosi".

Carlo Fabrizio Carli sosteneva che "Ci si trova, comunque, in presenza di tele dalla denunciata matericità: sul supporto preparato a gesso, Marzilli (1934-2010) stende la pasta cromatica, ottenuta mescolando tempera e olio, una tecnica antica che non assicura la levigata e lucida finitura dell'olio, ma piuttosto l'effetto ruvido e polveroso dell'affresco". Piccolo (1936) pone il soggetto in una dimensione del tutto inedita e ne trae l'essenza del suo essere, in modo che possiamo incontrarlo e dialogarci, sentirlo creatura che vuole svelarci un segreto, che vuole accompagnarci fuori dal contesto puramente pittorico". Ida Mitrano rilevava che "Fantasia, gioco, verità, scienza. Roselli (1939) è qui, nell'incontro di queste componenti, che in lui non determinano disaccordo, perché la contraddizione diventa produttiva, generando mondi uguali dove tutto si ripete identico ogni giorno".

Ennio Calabria, qui in veste di testimone del lavoro di un altro pittore, scriveva a Sebastiano Sanguigni (1931-2012) che "Nelle tue opere precedenti i corpi dialogavano con l'aria e l'aria li contaminava. L'aria è il mare della storia che si infiltra nei pori della materia delle cose, rubando e riportando memorie. In queste ultime opere è intervenuta una scissione evidente e forse drammatica". Andrea Romoli Barberini constatava che "Nelle opere di Tardia (1938) segno e colore paiono ingaggiare un muto duello per la definizione di quelle forme che, specie nelle ultime opere, sembrano definirsi quasi sottintendendo i codici visivi di base, senza chiamarli direttamente in causa. Qui, linee, superfici e colori si generano reciprocamente". (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino Pop Art Italiana - opera in mostra "Io non amo la natura"
Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino


termina il 22 ottobre 2017
Complesso Monumentale di San Francesco (ex Chiesa di San Francesco) - Cuneo

La mostra - promossa dalla Fondazione Crc in occasione dei 25 anni dalla nascita, nel gennaio 1992 - propone un excursus intorno alla Pop Art italiana, attraverso una selezione di cinquanta opere tra dipinti, sculture e video, tutte provenienti dalla GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino. L'esposizione nasce dalla volontà di riflettere sulla vicenda storica della Pop Art in Italia, alla luce della recente rinnovata attenzione da parte della critica. Gli aspetti principali su cui la critica si è soffermata nel rileggere il fenomeno includono, da una parte, lo studio della cronaca di quegli anni, alla ricerca di corrispondenze dirette con l'arrivo del fenomeno Pop americano sul suolo italiano e dall'altra, la messa a fuoco della provenienza culturale e linguistica degli artisti italiani, evidenziandone contiguità e differenze rispetto agli internazionali.

La mostra vuole ricostruire l'ampio ventaglio delle proposte italiane maturate nei primi anni Sessanta. In quegli anni numerose furono le corrispondenze tra il progressivo ma rapido affermarsi della Pop Art americana e la scena italiana, in particolare nelle città di Roma e Torino, così come la circolazione degli artisti e delle loro proposte linguistiche. Il percorso espositivo illustra, per campionamenti, le differenti declinazioni di stile degli artisti, tra cui Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Fabio Mauri, Mario Ceroli, attivi sulla scena romana, accanto a personaggi come Jannis Kounellis e Pino Pascali.

Sul versante torinese, la mostra raccoglie opere di Ugo Nespolo, Aldo Mondino, Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, Antonio Carena. Sullo sfondo, tra le tante altre proposte in mostra - volte anche a presentare importanti esiti collaterali, non dichiaratamente Pop ma contestualizzabili in quella temperie di sviluppo e ricerca - esempi delle ricerche pioneristiche di Mimmo Rotella e Enrico Baj. Completano la mostra opere della Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris e della Fondazione Crt per l'Arte Moderna e Contemporanea, tutte custodite presso la GAM di Torino.

«Tutte le opere esposte provengono dalla GAM» racconta Riccardo Passoni, curatore della mostra e vicedirettore della GAM di Torino «Ed è importante sottolineare come la maggior parte di esse abbia trovato posto nelle nostre collezioni già da molto tempo. Questo è stato possibile soprattutto grazie all'arrivo nel museo, alla metà degli anni Sessanta, della collezione del Museo Sperimentale di Arte Contemporanea fondato nel 1963 da Eugenio Battisti presso l'Istituto di Storia dell'Arte dell'Università di Genova. Rileggere quella importante collezione da questo nuovo angolo visuale, ha costituito per noi una vera sorpresa, proprio per la ricchezza di opere sul tema Pop e dintorni.» (Estratto da comunicato stampa Fondazione Torino Musei)




Opera di Debora Garritani nella mostra Ver Sacrum allo Studio d'arte Cannaviello di Milano Debora Garritani: Ver Sacrum
29 giugno (inaugurazione ore 18.00) – 12 settembre 2017
Studio d'arte Cannaviello - Milano

Mostra fotografica composta di opere singole e trittici. Costituisce una riflessione sull'archetipo morte e rinascita che contiene in sé il germe della trasformazione e della rigenerazione, tema che si presta a innumerevoli chiavi di lettura, in un'atmosfera che guida nell'intimo come all'universale, senza soluzione di continuità, lasciando che l'immagine venga fissata e scoperta secondo la sensibilità, l'esperienza e il viaggio personale dello spettatore. Sia che la chiave sia biografica o universale, lo spettatore è immerso in un viaggio che implica necessariamente una trasformazione: un percorso di trasformazione e rigenerazione di cui è metafora la Primavera, momento di risveglio in cui si incontrano mitologia, filosofia, simbolismo e riti antichi.

Debora Garritani (Crotone, 1983) nel 2012 ottiene la laurea triennale con indirizzo pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 2014 tiene la sua prima personale allo Studio d'arte Cannaviello; nello stesso anno presenta i suoi lavori alla Galleria Interno 18 (Cremona) e T14 (Milano). Ha partecipato a numerose collettive in gallerie e musei fra cui: MA*GA, MAGA Museo di Arte contemporanea di Gallarate; Esentay Gallery (Kazakistan). (Comunicato stampa)




Opera di Luca Matti Luca Matti: La città dentro
termina il 25 giugno 2017
Galleria ZetaEffe Arte Contemporanea - Firenze
www.galleriazetaeffe.com

"L'opera di Luca Matti definisce un perimetro visivo nel quale una realtà composta viene osservata dall'alto, come da uno sguardo distante. Una intera teoria di palazzi si moltiplicano ai nostri occhi, seguendo traiettorie caotiche di una crescita incondizionata, di uno sviluppo abnorme in cui i legami e gli equilibri con la natura, con le determinazioni vitali dell'ambiente e con gli altri esseri viventi appaiono completamente negate. Una corsa proliferante di edifici, completamente simili tra loro, delinea uno sviluppo incontrollato, la cui ambizione alla crescita è proporzionale al progressivo buio prodotto dalla loro ombra sulla terra. L'unica idea di vita è data dal chiarore elettrico delle luci che illuminano le serrate, piccole e consecutive finestre che si susseguono nei palazzi, come a definire dei piccoli sistemi solari artificiali a cui è affidato il compito di sostituire il naturale bagliore della luce del sole ormai assente, perso in un cielo lattiginoso."

Luca Matti (Firenze, 1964) si occupa a lungo di fumetto, illustrazione e grafica, collaborando con riviste e case editrici. Si dedica alla scultura dal 1988 creando opere in camera d'aria e materiali poveri. Dalla metà degli anni Novanta inizia un'intensa attività espositiva, tra cui ricordiamo le mostre personali al Centro d'arte Spaziotempo di Firenze e alla Galleria Massimo Carasi di Mantova nel 1995; al Parlamento Europeo di Strasburgo nel 1998, al Teatro Romano di Fiesole nel 1999, alla Fondazione Mudima di Milano nel 2001, con Mark Kostabi ai Magazzini del Sale di Cervia nel 2004, alla Galleria Frittelli di Firenze nel 2007, all'Istituto Italiano di Cultura di Bratislava nel 2012. Nel 2013 la mostra Nuovimondi, al CAMeC - Centro Arte Moderna e Contemporanea di La Spezia. Nel 2016 espone con Lucio Pozzi alla Galleria alleArtBludenz in Austria e nello stesso anno inaugura una personale presso Cappelleschi Art Gallery di Knokke. (Comunicato stampa)




Locandina Milano Bici Festival 2017 Foto di alessandro-trovati Milano Bici Festival
termina il 18 giugno 2017
Casa Museo Spazio Tadini - Milano
www.spaziotadini.com

Primo evento dedicato interamente alla bicicletta dall'uso alla rappresentazione, dai campioni alla sua editoria. Per conoscere la nuova vita da protagonista di questo storico mezzo di locomozione. Chi l'avrebbe detto negli anni 70 che la bicicletta avrebbe superato l'automobile? Ebbene, questo è accaduto per tante ragioni dalla difesa dell'ambiente, all'economia e flessibilità del mezzo, ai vantaggi per la salute. Tutto questo in un evento presso la Casa Museo Spazio Tadini, dedicata a Emilio Tadini, pittore e scrittore milanese noto per essere sempre in giro per la città solo ed esclusivamente in sella alla sua bicicletta.

Da un'idea di Francesco Tadini e Melina Scalise (fondatori di Spazio Tadini), organizzato in questa sua prima edizione da Maria Zizza e Federicapaola Capecchi. Si anima di una serie di incontri, eventi e laboratori destinati a un pubblico di ciclisti e non con l'obiettivo di stimolare e far riflettere sull'uso della bici sia nel contesto urbano, che sportivo che di vacanza. L'evento vedrà l'esposizione di biciclette d'epoca e moderne, presentazioni di libri, momenti spettacolo, proiezioni cinematografiche, mostre di fotografia e numerose altre sorprese. Tra i Partner di Milano Bici Festival, solo per anticiparne alcuni, Rossignoli, Museo del Ciclismo Madonna del Ghisallo, Ediciclo, La Ciclistica, Upcycle Café.

La prima edizione del Milano Bici Festival nasce nell'ambito delle attività che Spazio Tadini dedica all'arte ma altrettanto al lifestyle e allo stare bene. Si tratta di una serie di incontri, eventi e laboratori destinati a un pubblico di ciclisti e non, che ha l'obiettivo di stimolare e far riflettere sull'uso della bici sia nel contesto urbano, che sportivo che di vacanza. Tutti gli eventi e serate si svolgono in contemporanea alla mostra fotografica personale - "Lo sport in bianco e nero" - di Alessandro Trovati, uno dei più grandi fotografi sportivi italiani, e alla mostra di Gabriele Poli, Tappe Cromatiche, che esporrà alcuni dipinti del ciclo pittorico che l'artista ha dedicato ai ciclisti traendo spunto dalla patafisica di Alfred Jarry. Rossignoli, Museo del Ciclismo e La Ciclistica sono i protagonisti della parte espositiva: le sale della Casa Museo Spazio Tadini ospiteranno biciclette d'epoca, da corsa, E-Bike, MTB, trekking e city. (Comunicato stampa)

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Alessandro Trovati: Lo sport in bianco e nero
28 maggio - 18 giugno 2017
Casa Museo Spazio Tadini - Milano
Presentazione




Andrea Buglisi: Abrasiva
termina lo 08 luglio 2017
Associazione culturale beBOCS - Catania
www.bebocs.it

Progetto ideato da Andrea Buglisi che approda per la sua prima personale a Catania dopo un periodo di residenza al BOCS. Sarà possibile visionare le opere in mostra, molte delle quali inedite, e assistere alla presentazione dell'omonimo catalogo, edito da Glifo Editore, con testi di Francesco De Grandi e Alessandro Pinto, che raccoglie una selezione di opere degli ultimi cinque anni dell'artista palermitano. A seguire alcuni testi estratti dal catalogo:

"Nel tentativo eroico di trovare l'infinito oltre la superficie delle cose, Andrea Buglisi raccoglie, cataloga e ritrae oggetti, situazioni e immagini provando a salvarli dall'oblio e dalla loro morte ed insieme ad essi prova a salvare anche se stesso e l'umanità intera. Le sculture, i dipinti, i disegni, gli oggetti customizzati donano nuove radici di senso a ciò che rappresentano, un nuovo senso semantico, una sorprendente forza espressiva. Tutto questo fa di Buglisi un artista poliedrico e dotato, capace di dilatare, rimpicciolire, dipingere, disegnare e imitare a suo piacimento il soggetto preso di mira individuandone il suo contenuto mitico e comunicandolo al mondo che lo osserva, con immediatezza e incisività caustica." (Francesco De Grandi)

"Con la sua ricerca Andrea Buglisi tenta di squarciare l'opacità, ma non per renderci un mondo limpido e di facile discernimento, il mondo rassicurante del bello, lo fa rendendoci esattamente il contrario, un mondo ancora più opaco, sfigurato e sospeso. L'intervento sull'objet trouvé ne altera i connotati superando il significato intrinseco dell'oggetto per giungere a un significato nuovo, a un'ipotesi che riformula l'oggetto di partenza. Riecheggiano le parole di Erasmo che descrive la follia come figlia del dio Pluto e della ninfa Neotete, della ricchezza e della giovinezza.

Nella ricchezza intesa come accumulazione sfrenata di oggetti va ricercata la genealogia delle opere di Buglisi, e nella sua ricerca di oggetti, ma anche motivi, lasciati indietro nella accumulazione della società del consumo. L'opera rivela molti degli elementi della ricerca dell'artista: la precisione della composizione dell'immagine, il rigore cromatico e l'equilibrio degli elementi contrastanti fra loro, tutto rivolto alla costruzione di un enigma folle la cui soluzione Buglisi, demiurgo sornione, affida a chi avrà il coraggio di decifrarlo." (Alessandro Pinto)

Andrea Buglisi (Palermo, 1974) si dipoloma in decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Palermo con una tesi sulla Street Art. Attualmente insegna discipline pittoriche al Liceo Artistico "Catalano" di Palermo. Dal 1998 si occupa principalmente di pittura, con particolare attenzione alle contaminazioni ed ibridazioni con altri media espressivi. (Comunicato stampa)

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___ Mostre di Artisti Siciliani e Rassegne in Sicilia in questa pagina

Elio Corrao: La materia, la forma
28 maggio - 17 giugno 2017
Galleria d'arte Studio 71 - Palermo
Presentazione

Loredana Longo: "1 mm di distanza"
termina lo 07 giugno 2017
Spazio C.O.S.M.O. - Milano
Presentazione

Valentina Mir: Miramorphoses
termina il 21 maggio 2017
Gagliardi Boutique Hotel - Noto (Siracusa)
Presentazione

Nell'attimo l'incontro. Lo spazio sacro nelle esperienze di Alberto Gianfreda
termina lo 08 luglio 2017
Fondazione Casa della Divina Bellezza - Forza D'Agrò (Messina)
Presentazione




Opera di Gian Pietro Arzuffi Locandina mostra di Gian Pietro Arzuffi, Peter Hide 311065 e Isabella Rigamonti alla Showcases Gallery a Varese 20, 20x20 x3=400
Gian Pietro Arzuffi | Peter Hide 311065 | Isabella Rigamonti


termina il 23 giugno 2017
Showcases Gallery - Varese
showcasesgallery.blogspot.it

Mostra dedicata a tre artisti contemporanei, che, accomunati nelle dimensioni delle opere che presentano (20 lavori ciascuno di dimensione cm.20x20), si esprimono attraverso linguaggi diversi, sia di natura formale che espressiva. Gian Pietro Arzuffi presenta opere in cui la presenza del colore e del tratto grafico intende essere primaria, dove la superficie acquista mobilità e dove i tasselli o "puzzle" che compongono l'opera rappresentano la completezza o incompletezza della nostra esistenza. Il colore è giocoso e rende l'opera leggera e mobile, ma il rigore del tratto ci ricorda che tutto ha un posto preciso e che di fatto tutto si completa con minuziosa precisione.

Peter Hide 311065 presenta una serie di lavori appartenenti ai suoi linguaggi ricorrenti, una sorta di riassunto delle tematiche affrontate negli anni. Dai Blood Money dove le banconote accostate in senso ordinato vengono infrante dalla gestualità del tratto e del colore potente ed evocativo, alle stratificate presenze delle Negazioni fino ad arrivare a Skulls and Flowers che giocando con la superficie pittorica e accostando teschi e fiori riflettono sulle infinite possibilità della rinascita. Sono presenti poi i famosi To love money over everything! e i raffinati In God we trust dove l'artista ci mostra il fascino del potere del denaro e contemporaneamente lo esorcizza e ci invita a trattarlo con il giusto equilibrio.

Isabella Rigamonti che da tempo utilizza un linguaggio originale in cui la fotografia è contaminata col collage rivolge la sua attenzione al fragile e repentino cambiamento delle cose e ci fa vivere immagini e contesti che si staccano dalla realtà, e divengono sempre nuovi. I suoi "luoghi non luoghi" abitati da architetture o personaggi dove gli equilibri fra gli spazi sono mutevoli, diventano, grazie all'intervento artistico, aree di relazione di immaginazione sorprendente e di rinnovata visione. L'artista lavora con la rappresentazione dei volumi, delle linee di forza, varia il baricentro della composizione e fa accendere e spegnere il colore, mostrando l'anima dell'immagine. Mostra curata da Showcases Gallery, testi critici di Palmira Rigamonti. (Comunicato stampa)




Pier Giorgio De Pinto
termina lo 01 luglio 2017
Spazio 5B - Bellinzona (Ticino - Svizzera)
www.depinto.it

«La geometria che uso ampiamente nel mio lavoro trova le sue radici nello studio della natura, così come i principi matematici che la compongono. Molte forme osservate in natura possono essere correlate alla geometria; ad esempio le api costruiscono in forma esagonale le cellule che contengono il loro miele. Nel mio lavoro c'è soprattutto uno studio sulla geometria tradizionale "sacra" che si riferisce ai cinque solidi platonici e allo studio della "Divina Proportione" tanto cara al matematico Luca Pacioli e a Leonardo da Vinci. I cinque solidi platonici sono da sempre correlati in questo ordine: il cubo alla terra, il tetraedro al fuoco, l'ottaedro all'aria, l'icosaedro all'acqua, e il dodecaedro all'universo o "prana/etere".

Platone scrisse che, "La terra vista dall'alto, assomiglia ad una palla contenuta in dodici pezzi di pelle cuciti tra di loro", con questa osservazione si iniziò a considerare il dodecaedro come simbolo di Gaia, il pianeta vivente "Terra". Trovo interessante questa connessione tra scienza/ambiente/natura e filosofia che ha generato uno dei miei più importanti progetti chiamato "Future is now"; progetto ancora in evoluzione che, con la mostra presso lo Spazio 5B, si arricchisce di tutta una serie di nuovi lavori presentati al pubblico per la prima volta.

Con "Future is now", sono partito dallo studi sulle migliaia di diverse sfaccettature del corpo, focalizzandomi su un tema antico quanto l'uomo stesso, tema che è nato con l'uomo come espressione ma anche limite della sua identità storica (la Terra è piatta o sferica? Siamo soli nell'Universo? C'è un ordine superiore che ci guida e che ci ha creati? etc...). Un Genius Loci (spirito del luogo), inteso come confronto territoriale per una definizione geografica/geometrica, partendo dal corpo come territorio in termini di proporzioni "divine". Questo aspetto parte quindi dal corpo ma include un viaggio verso il nostro ambiente, si espande in una visione verso il nostro intero pianeta, il cui percorso può essere tracciato a partire dalla superficie del corpo, sviluppandolo, successivamente, in termini di caratteristiche esoteriche contemporanee, e il loro rapporto con le forme archetipiche del passato.

Con le mie ricerche invito l'uomo a guardare verso la Natura come situazione primordiale ma coniugando questa visione all'uso della tecnologia. Realizzo progetti sul rapporto speciale tra Terra, Scienze, Spiritualità, Geometria e Geografia, attraversando diverse discipline artistiche. Ogni opera è solitamente costituita da un'installazione trans mediale; ovvero con l'uso di video, immagini digitali, installazioni interattive, performance, teatro sperimentale, danza contemporanea. Per fare questo beneficio dello sviluppo di molti software per la creazione di oggetti 3D e animazioni computerizzate, per la Realtà aumentata, la Realtà Virtuale, i codici QR e altre tecnologie. La tecnologia in se stessa se raccontata tale e quale finisce per annoiare e lo stupore che crea è momentaneo ed esauribile nel giro di pochi secondi.

Per questo motivo sviluppo i miei temi sempre coniugando tradizione e tecnologia quindi da un punto di vista storico e al contempo analitico; il risultato è un'analisi in bilico tra pragmatismo e visione, razionalità ed emozione. Suscito nel fruitore delle mie opere una reazione di pensiero e di azione e non solo un approccio passivo. Gran parte del mio lavoro si basa su foto o video la cui fruizione "digitale" rimuove il senso di profondità di campo, per questo aggiungo loro una nuova dimensione tridimensionale grazie alla manipolazione digitale. I risultati non sono solo parte di una percezione, ma anche una documentazione delle informazioni che raccolgo sul nostro ambiente circostante.

La fotografia e il video, non sono quindi parte di una percezione ma parte integrante delle informazioni. In questo contesto, trasformo le strutture architettoniche dell'ambiente umano, costituito da fattori fisici, in un mondo interattivo, non semplicemente virtuale, che ci permette di giocare con la prospettiva di cosa è oggi "essere umano" e "natura". Non amo molto il concetto di virtuale come contrapposizione al reale. Diciamo piuttosto che il mio lavoro genera (e vive) una seconda Natura. Die zweite Natur è tra l'altro il titolo della mostra a cui ho partecipato poco tempo fa presso la Hek Haus der elektronischen Künste di Basilea.

Vivo nell'incantato Ticino. Incantato nel senso specifico di pieno di meraviglie e di magiche energie. Mi sono trasferito in Svizzera nel 2010 per vivere esattamente dove sentivo questa particolare energia del territorio. In Ticino vi è, sicuramente, un Genius Loci speciale ed espanso. Un esempio per tutti il Monte Verità, dove chiunque può scoprire luoghi che emettono alte energie, come sorgenti benefiche, rocce magiche, alberi e boschi sacri, colline e punti panoramici, valli e antichi luoghi di culto. Attraverso il mio lavoro desidero dare, a chi lo osserva o lo porta a sé, la possibilità di sperimentare la storia e l'atmosfera magica dei luoghi da me visitati in vari territori del mondo.

Faccio questo attraverso ricerche sulla mitologia, sui racconti popolari, sulle architetture di paesaggi, ambienti urbanizzati, luoghi di culto e luoghi sacri. Durante i miei soggiorni conduco ricerche su come agisce la Natura sull'uomo, quale agente di trasformazione e di ciclicità costante. Lavoro su quei concetti di tempo e di spazio che ormai non sono necessariamente riconducibili ad un reale andare 'da qualche parte' o ad un comunicare con 'qualcuno'. Il mondo virtuale in cui le persone si connettono tra loro, tramite processori digitali attraverso l'uso quotidiano del 'social networking', ha creato infatti un vuoto, un altro tempo e spazio, una distanza dalla realtà "tangibile". Per assurdo siamo circondati da schermi tattili ma non tocchiamo direttamente più nessuno e nulla.» (Pier Giorgio De Pinto)

«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.» (Galileo Galilei (1564-1642), dal trattato Il Saggiatore, 1623) (Comunicato stampa MACT/CACT Arte Contemporanea Ticino)




Dimitra Siaterli Dimitra Siaterli: Per filo & per Segno

.. 27 maggio - 09 settembre 2017
Il Vicolo Galleria Arte Contemporanea - Cesena
.. 28 maggio - 18 giugno 2017
Grotta Monumentale - Santarcangelo di Romagna
www.ilvicolo.com

Scrive Marisa Zattini: «Nell'opera di Dimitra Siaterli (Argos, Grecia 1952) - opera che pulsa di un naturalismo germinativo evidente - emerge tutta l'esuberanza di un pensiero fertile e antico, ricco di memorie mitiche. Osserviamo il vortice totalmente invasivo di alcune lettere frammiste a simboli. Alfabeti quale invito offerto per decifrare e penetrare un intero mondo. Un filo di Arianna, forse, per dimenticarci di noi stessi e inoltrarci, lasciandoci assorbire, nelle spirali labirintiche di questo enigmatico universo. Nella mostra, che si articola in due città in Romagna, a Cesena, nel centro storico, in due spazi da decenni deputati all'arte contemporanea e a Santarcangelo, nella misterica grotta monumentale - l'artista greca ci conduce in una esplorazione del presente denso di antica conoscenza.

Un viaggio fatto di rimandi al passato, di sogni di andata e ritorno negli abissi della psiche e dell'inconscio (...). Il silenzio regna su tutto. E in mezzo si incista la fascinazione di un intero universo, frutto dell'intreccio culturale immaginario della nostra artista. Un intreccio riflessivo e potentemente perseguito con costante e puntuale perizia tecnica per abbracciare ogni espressione dell'arte: dalla pittura alla scultura, dalla ceramica al disegno, dall'incisione alla xilografia. Traiettorie tenebrose eppure luminose che riattivano energie sepolte nel tempo, «geroglifici infranti delle stelle» (F. Pessoa) legandoci al filo rosso delle sue fantastiche visioni».

E ancora, lo storico dell'arte Iannis Bolis: «Nelle sue composizioni, Dimitra Siaterli si approccia alla ragnatela con molteplici moti, ricercando ogni volta un contesto e un significato diversi: la ragnatela come labirinto esistenziale, rete di comunicazione e di contatto, di espansione, di fruttuosa coabitazione e scambio di idee, come indissolubile legame connettivo tra persone e civiltà, come trappola, come piano urbanistico o linea di confine nella carta geopolitica universale, come simbolo di creatività inesauribile. La sua problematica si estende; pone domande che toccano il ruolo dell'artista come artigiano-manovale, domande sui significati della femminilità e dell'identità di genere che determina l'opera d'arte, sulla tessitura che ha profonde radici nell'indole della donna, tessitura come dinamica scelta contemporanea, alternativa dell'espressione artistica». (Comunicato stampa)




Elio Corrao - Cartolina Elio Corrao - Scultura Elio Corrao: La materia, la forma
termina il 17 giugno 2017
Galleria d'arte Studio 71 - Palermo
www.studio71.it

In mostra - a cura di Francesco M. Scorsone - 64 ceramiche tra piatti, oggetti e sculture. Elio Corrao, di Palermo, dove vive e opera. Ha compiuto studi artistici al Liceo Artistico e all'Accademia di belle Arti di Palermo. Già professore ordinario al Liceo Artistico e all'Istituto Statale d'Arte di Palermo. Si occupa di pittura, ceramica e grafica praticamente da sempre. Scrivere dell'attività di ceramista di Elio Corrao è un esercizio ovvio. Egli si è sempre occupato di ceramica. Per anni è stato il direttore artistico dell'azienda di famiglia "Ceramiche artistiche", disegnando, producendo e realizzando ceramiche per un mercato internazionale ed in particolare per il Regno Unito. La sua attività è stata sempre improntata ad una filosofia di vita in quanto sostiene che: "L'uomo creativo osserva le cose vecchie con occhio nuovo" e Corrao lo ha fatto attraverso la ceramica asservendo la molle creta a rigida struttura antropomorfa dal significato ancestrale.

Nel testo in catalogo Aldo Gerbino scrive: "Elio desidera cogliere le suggestioni più pertinenti per la completezza volumetrica... Ed ecco, da tutto questo, si affaccia la ricerca di Elio inserita in una conversazione continua, attratta dalla sua visione personale (abbagliata nell'uso di pigmenti, smalti), dal suo bagaglio intimo fatto anche dell'ordito domestico, rigenerando lo spazio creativo, la stessa realtà, nutriti da un segno forte e concreto. Mentre nel testo di Tommaso Romano leggiamo: "La grande tradizione siciliana e nazionale, si rinnova così in Corrao, il suo dinamismo plastico ci fa riandare a Boccioni e a Tullio D'Albissola, senza trascurare Picasso o ancor prima Della Robbia (come pure notò acutamente, nel 1979, Alfredo Marsala Di Vita), senza concessioni al basso folklore di maniera e non ricorrendo allo stereotipo accademico e/o falsamente moderno, sorretto da uno stile di autentica riconoscibilità, che gli derivano da una pratica magistralmente espressa nell'unicità irripetibile delle sue creazioni".

Scrive Vinny Scorsone anch'essa nel suo testo per la mostra di Elio: "la materia, dono della Terra, suggerisce, invoglia, mette in contatto l'artista con le forze ancestrali che muovono il mondo. Creatore e materia, quindi, lavorano insieme alla nascita e "forgiatura" di nuove strutture. Fuoco, acqua e argilla si fanno elementi primari di un processo generativo che vedrà, nel soffio vitale, l'inizio di una nuova esistenza". (Comunicato stampa)




Lucio Fontana - Testina Lucio Fontana - Concetto spaziale - 1954 Lucio Fontana Scultore: dalla Terra al Cosmo
termina il 20 giugno 2017
Galleria Gracis - Milano

La mostra orienta l'attenzione sull'aspetto scultoreo della produzione artistica di Lucio Fontana e comprende disegni, sculture e ceramiche, di cui alcune inedite, dagli anni Trenta agli anni Sessanta. L'artista argentino è riuscito a trascendere le tradizionali distinzioni tra pittura, scultura, architettura e arti decorative. La mostra indaga l'ampio percorso dell'artista, a partire dai primi lavori figurativi e i progetti eseguiti su committenza pubblica ai lavori più tardivi, rispondenti ai principi espressi nel Manifesto Spaziale in cui si riflette la ricerca di Fontana su spazio, infinito ed eterno.

Tra le opere esposte: Battaglia, esemplificativa della nuova direzione presa dalla sua scultura, in parallelo con i primi manifesti spazialisti; Guerrieri a cavallo, comparsa alla Biennale di Venezia nel 1950 e acquistata successivamente per l'Hotel Bauer di Venezia; i bozzetti della Madonna Assunta e San Michele Arcangelo (1958) per una serie di bassorilievi in terracotta destinati alla facciata della Chiesa Parrocchiale di Maria Assunta a Piani, a Celle Ligure. Il catalogo comprende testi dello storico Paolo Campiglio e del curatore Luciano Tellaroli. (Comunicato stampa)




Opera di Mary Bauermeister nella locandina della mostra alla Studio Gariboldi di Milano Mary Bauermeister: 1+1=3
termina il 31 maggio 2017 (prorogata al 30 giugno 2017)
Studio Gariboldi - Milano
www.studiogariboldi.com

Mary Bauermeister (Francoforte sul Meno, 1934) irrompe sulla scena artistica agli inizi degli anni Sessanta con una serie di mostre sia in Europa sia negli Stati Uniti. Nel suo studio a Colonia, l'Atelier Mary Bauermeister, avvengono mostre, happening, letture e concerti di musica sperimentale, grazie all'incontro di artisti, musicisti, scrittori e poeti di primo piano, tra i quali Nam June Paik, John Cage, Merce Cunningam, Otto Piene, Ben Patterson. Sarà lo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1962 a ospitare la prima mostra personale dell'artista. Nello stesso anno, ispirata dai lavori di Robert Rauschenberg e Jasper Johns, Bauermeister si trasferisce a New York assieme a Karlheinz Stockhausen, che sposerà nel 1967.

Ottiene subito un grande successo, affermandosi sul mercato americano. Alcuni importanti musei come Museum of Modern Art, Solomon R. Guggenheim, Brooklyn Museum, Whitney Museum di New York e Hirshorn Museum di Washington aggiungono i suoi lavori alle loro collezioni. Durante il periodo newyorkese Mary Bauermeister realizza la maggior parte delle suelens boxes (alcune delle quali vengono esposte in questa mostra). Sono opere distintive della sua oeuvre, recipienti di idee, citazioni, disegni e oggetti trasfigurati dalla presenza delle lenti, che diventano delle porte verso una dimensione immaginaria ma anche tangibile.

Bauermeister interpreta la vita circoscrivendola nella multidimensionalità della box (scatola), che in questo caso diventa una thinking-case, con le tracce dei suoi pensieri, sia scritti che disegnati, velati e scombinati da diversi strati di vetro. Agli inizi degli anni Settanta, l'artista ritorna in Europa, a Colonia, dove si stabilisce definitivamente. Il lavoro di Mary Bauermeister si lega profondamente alla natura, alla musica e al cosmo. La continua contrapposizione di elementi come maschile e femminile, esterno e interno, destra e sinistra, introverso e estroverso, artificiale e naturale, ma soprattutto l'incontro tra la realtà e l'illusione, convenzionalmente percepite agli antipodi, puntano ad attivare nello spettatore un gioioso processo mentale, che lo fa precipitare in orizzonti di infinite soluzioni, dove 1+1 può essere anche uguale a 3. (Comunicato stampa)

«Non mi piacciono le affermazioni incontrovertibili, non mi piacciono i dogmi, ecco perché il mio slogan artistico è 1+1=3. Le cose non sono solamente come noi pensiamo che siano, ma hanno una grande varietà di risposte.» (Mary Bauermeister)




Terra Nullis
20th May - 25th May 2017
Platforms Project - Athens
www.terranulliusproject.com

Terra nullius is a Latin expression deriving from Roman law meaning "nobody's land", which is used in international law to describe territory which has never been subject to the sovereignty of any state, or over which any prior sovereign has expressly or implicitly relinquished sovereignty. Sovereignty over territory which is terra nullius may be acquired through occupation. The term is historically linked to 17nth century colonialism, firstly introduced by John Locke, but later on also to grey zones and contested areas and to system-gaps that create unexpected space for micronations such as Liberland. Using this metaphor Terra Nullius is a research laboratory for spaces of exception and practices of autonomy, that questions the issues of sovereignty and subsumption but also the opportunity of self-institution and the ability to create new terms and methods in the field of cultural production.

The idea is to proclaim Lo and Behold's space to Terra Nullius and invite art collectives, non profits, artist groups, artist run spaces, social engaged artistic practices and community builders to occupy it. That way a deliberate common space will be created that functions also as mapping of the art initiatives. The morphology of this shared space is unknown. It will be constantly shaped. As the occupation goes on and the common territory and network is built, this material will be published on an e-platform open to contributors, aiming to create more than an archive, a territory of critical thinking that questions the ethics and the terms of art production. Lo and Behold is a non-profit organization based in Athens, Greece, serving as a platform for the production of cultural activities, both in Greece and abroad, with a focus on contemporary art. LaB's objective is to highlight the work of art itself as the outcome of artistic inquiry, rather than as a commercial product.

Participants/ settlers: 22:37 (Italy) / A TRANS (Germany) / ATRII (Italy) / BEASTON Projects (United Kingdom) / Campus Novel (Greece) / Errands (Greece) / EX-MÊKH (The Netherlands) / Fragments of truth (Greece, Norway, Sweden) / Future Scenarios (The Netherlands, Greece) / JuJe Collective (Canada) / KRAATZ (Germany, France, United Kingdom) / LO AND BEHOLD (Greece) / Museum of Contemporary Cuts (USA, United Kingdom, Italy) / Open show studio (Greece) / Peninsula.Land (Germany) / S.a.L.E. Docks (Italy) / THE M{}ESUM / EN FLO (Greece) / and others on the way (Press release)

.. Associazione 22:37 contribution
The Tumbleweed
print cm.50x50 cm. Ed.1/50, 2017




Alessandro Trovati
Lo sport in bianco e nero


termina il 18 giugno 2017
Casa Museo Spazio Tadini - Milano
www.spaziotadini.com

La mostra fotografica, a cura di Federicapaola Capecchi, propone una selezione delle fotografie di Alessandro Trovati incentrata su il bianco e nero e sulla narrazione che in esso si muove. Nel Salone principale della Casa Museo Spazio Tadini si espone la ricerca in bianco e nero, e nella Sala delle Colonne, le foto più famose di Trovati sul ciclismo oltre che diversi scatti in anteprima assoluta dell'attuale Giro D'Italia. Il tutto nella cornice dell'evento che vede impegnate tutte le altre sale della Casa Museo: il Milano Bici Festival.

Si contano sul palmo delle mani i fotografi sportivi che perseguono una ricerca fotografica in bianco e nero e Alessandro Trovati si distingue per la capacità di fissare l'attimo come il gesto atletico, di dare una suggestione particolare alla prestazione atletica così come a tutta la situazione, per la sua immaginazione, la sua capacità di porre occhio e sguardo creando fotografie esclusive, in cui anche l'individualità e l'intimità del soggetto acquistano una forza narrativa forte, restituendoci spesso anche dei ritratti umani. Il suo fotografare notevole per empatia, forza e racconto, e ancor più in bianco e nero, è la narrazione di passioni ed emozioni complesse e Alessandro Trovati riesce a tramandare queste storie nel tempo.

"Le fotografie di Alessandro Trovati" - scrive Federicapaola Capecchi - "hanno la forza e il fascino della capacità di fissare l'attimo così come il gesto atletico, di immortalare gioia, fatica, dolore; di dare una suggestione particolare, a volte unica, non solo alla prestazione atletica in sé ma alla situazione tutta, come, per esempio, la fotografia di un ciclista colto all'interno di un tunnel stradale, davanti ai fari delle auto di gara, solo, verso il traguardo. Dalle sue fotografie è evidente come, negli anni, abbia sviluppato oltre l'esperienza sul campo anche molto, e soprattutto, l'immaginazione, ciò che gli permette di realizzare delle fotografie esclusive. Ha la capacità di immaginare e condensare in un attimo passato, presente, futuro di una fisicità, di un gesto, di un momento e di un'emozione, che rimane nel tempo.

Alessandro Trovati riesce a fermare in un fotogramma l'importanza e l'unicità del gesto atletico, della situazione e dello sportivo, a volte, persino anticipando, prevedendo e immaginando millesimi, attimi in progressione di quella prestazione. Indubitabilmente Alessandro Trovati ama essere immerso nell'azione e si percepisce dalle angolazioni e dai momenti che riesce a restituire, persino in subacquea, dalla creatività d'azione che ha, dalla dinamicità dell'attimo, di quella immagine in cui si muove tutta la storia vista, immaginata e da raccontare. La forza della narrazione di Alessandro Trovati trova la sua sublimazione nel bianco e nero.

Esprime con densa corporeità e musicalità la sua maestria nel porre occhio e sguardo, nella composizione di una fotografia tecnicamente elevata e poeticamente intima. L'intensità e il carattere del Bianco e Nero di Alessandro Trovati manifesta con forza l'essenza del soggetto, e di come lui ha scelto di coglierlo e guardarlo, ne svela l'intimità di ogni espressione, anche laddove non vediamo direttamente il volto, ed è la nervatura della Mostra, di questo suggestivo racconto. Luce e buio, chiusura e apertura, sfumature e gradazioni di ombre e grigi, silenzio e mistero, e un improvviso e assoluto bagliore in cui tutto può avvenire e raccontarsi."

La mostra è collegata all'evento Beyond The Body, di Luce e d'ombra, un progetto e performance in acqua dove danza e fotografia dialogano in una ricerca e creazione suggestiva e inusitata, che vedrà la sua anteprima in autunno/inverno. Contemporaneamente tutte le altre sale della Casa Museo sono dedicate al Milano Bici Festival – un'idea di Francesco Tadini, organizzato in questa sua prima edizione da Maria Zizza e Federicapaola Capecchi – anch'esso dal 27 maggio al 18 giugno 2017, che si anima di una serie di incontri, eventi e laboratori destinati a un pubblico di ciclisti e non, per far riflettere sull'uso della bici sia nel contesto urbano, che sportivo che di vacanza. Esposizione di bicilette d'epoca e moderne, presentazioni di libri, momenti spettacolo, proiezioni cinematografiche, e numerose altre sorprese. E la Mostra personale del pittore Gabriele Poli. Il primo Festival dedicato unicamente alla bicicletta! Tra i Partner di Milano Bici Festival, solo per anticiparne alcuni, Museo del Ciclismo Madonna del Ghisallo, Rossignoli, Ediciclo, La Ciclistica, Upcycle Café. (Comunicato stampa)




Renzo Ferrari - Stilleben Duchamp Game - olio su tavola cm.50x40 2016 Renzo Ferrari: "Busillis Time"
termina lo 02 luglio 2017
Galleria Wolf - Ascona (Svizzera)
www.galleriawolf.ch

Un pittore contemporaneo d'importanza europea torna dopo decenni ad Ascona. L'artista svizzero che ha lavorato fin dai primi anni Sessanta a Milano sviluppando un suo personale, nuovo, realismo. L'esposizione mostra le opere degli ultimi anni. "Busillis time" (Busillis= punto critico) è una rappresentazione delle sfide storiche del nostro tempo. Grandi formati come "Aleppo Desaster diary" e "Spiegel Duchamp", che nella loro veemenza ricordano i graffiti di strada, uniscono la vitalità pittorica alla tenebra opprimente. (...) Lo sguardo dell'artista si appunta sul cinismo dei sistemi mediali che trasmettono immagini dell'incessante dramma e, mentre le trasmettono, le deformano. (...) Ferrari impiega personaggi, allusioni, effetti cromatici che assegnano alle immagini un vibrante simbolismo: gli scenari del dramma planetario si confrontano con il vissuto quotidiano. Questi intensi dipinti rendono Renzo Ferrari un protagonista originale del ritorno alla pittura, dopo anni di dittatura della Neoavanguardia.

Talvolta la varietà scenica presentata rimanda ai personaggi di Bosch, così come a quell'"altro mondo" che Bosch ha mostrato nella sua pittura. In altre opere l'artista trova riparo in proprie mitologie familiari e culturali; così è il percorso di conoscenza nei grandi quadri Los Angeles-Mandrake, dedicati al nonno Papín, o l'omaggio epico-lirico allo scrittore, suo alter ego, Robert Walser. Le opere di Renzo Ferrari figurano in raccolte pubbliche a Milano (Raccolta Bertarelli e Museo della Permanente), Bellinzona (Villa dei Cedri), Lugano (MASI) o Parma (Università di Parma). La mostra rappresenta una occasione per conoscere le impetuose creazioni di questo artista nei suoi dipinti recenti. atalogo in galleria con saggi di Piero Del Giudice, Martin Kraft, Luca Nicoletti, Harald Szeeman. (Comunicato ufficio stampa Antea)




Eszter Ferencz - opera in mostra a Pordenone Opera di Eszter Ferencz Dalla rassegna d'arte con opere di Eszter Ferencz L'Europa a Pordenone - Pordenone in Europa
Eszter Ferencz

10 giugno (inaugurazione ore 11.30) - 30 giugno 2017
Associazione Culturale "la roggia" - Pordenone

«Insieme al restauro, è sempre stato molto importante per me l'espressione individuale sotto forma di disegni e dipinti. Il procedimento del restauro è subordinato a regole severe e richiede deferenza e rigoroso adattamento al ritmo dettato dalle forme artistiche e dai decori preesistenti. Il disegno e la pittura mi offrono la possibilità di trasporre i miei pensieri e le mie sensazioni più intimi in una maniera più libera e sperimentale. L'attrazione verso i colori e le forme hanno determinato con forza il mio interesse verso le arti creative.

Dopo essermi diplomata presso l'Istituto Superiore Artistico di Szombathely e un esame d'ammissione conseguito con successo, mi sono diplomata all'Università delle Arti Creative come artista del restauro specializzata nell'impiego di silicati. La pittura, il disegno sono sempre stati presenti nella mia vita, ma per un lungo periodo soltanto come attività seminascoste, da svolgere in casa. A partire dal 2014, grazie ad una serie di corsi d'arte sono riuscita ad aprire uno scorcio sul mondo delle mostre. Questo processo mi ha portato riconoscimenti inaspettati e mi ha confermato nella convinzione di proseguire su questa strada. Questo per me è un'opportunità entusiasmante in cui riscoprire un pò me stessa.» (Eszter Ferencz)




Opera di Silvano Zappi dalla mostra Volo sul Delta alla Galleria Arianna Sartori di Mantova Silvano Zappi. Volo sul Delta
termina lo 01 giugno 2017
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«Sono qui! Dopo 44 anni di Banca e nove trasferimenti, con ottimi risultati miei, mi fermai. Lavoravo soprattutto, però continuavo a pensare alle mie terre, mie acque e a tutti quei derivati "poetici" che solo situazioni particolari e profonde vissute possono creare. Lavoravo e seguivo il grande PO. Non sono per niente romantico anche perché in quel tempo ho creduto nella stupenda carriera. Quindi, finito il lavoro, con più tempo libero a disposizione, da autodidatta, ho dato spazio alla mia passione per la pittura che avevo già da adolescente, iniziata casualmente con il ritrovamento di una scatola abbandonata probabilmente da qualche soldato tedesco in ritirata, contenente tutto il necessario per dipingere. Partii senza un indirizzo artistico, anche se la mia tendenza era legata al movimento realistico. Allora approfittai di tutti i colori del mondo e del grande Po. Quindi utilizzando con grande impeto i colori, ho cercato di mettere sulle mie tele tutte le passioni ed emozioni vissute in quelle "terre umide"... Questa presentazione non è solo indirizzata a me ma anche a voi.» (Silvano Zappi)




Opera di Marina Settembrini Opera di Patrizia Quadrelli Opera di Luisa Garavaglia Opera di Sergio Gimelli Tra Immagine e Sperimentazione
Marisa Settembrini | Luisa Garavaglia | Sergio Gimelli | Patrizia Quadrelli


termina il 16 giugno 2017
ArteStudio 26 – Milano

Lo spazio oltre a vivacizzare ricognizioni ad ampio raggio di tendenze che caratterizzano l'arte contemporanea, offre lezioni tecniche e teoriche e conferenze di artisti e intellettuali italiani del secondo Novecento. L'esposizione curata da Carlo Franza, che firma anche il testo, dal titolo Tra immagine e sperimentazione, riunisce opere e installazioni di quattro artisti italiani, Luisa Garavaglia, Marisa Settembrini, Sergio Gimelli e Patrizia Quadrelli che "attraverso una serie di opere, attualizzate da un lavoro serrato di creatività, di pensiero filosofico e di riti risolti con materie e stili diversi, eppur sempre spazianti fra un'esistenza contemporanea e un universo di sogno, fanno registrare l'attenzione ad alcune grandi tematiche del nostro tempo, ovvero all'ambiente, alla comunicazione e alla desertificazione dell'interiorità.

Ognuno di questi artisti, dalla più conosciuta artista Marisa Settembrini alla cui scuola sono legati i tre nuovi artisti, Luisa Garavaglia, Sergio Gimelli e Patrizia Quadrelli, sviluppa un percorso di mirata attualità, di apprensione alle nuove materie, di attenzione agli scenari più attuali della movimentazione artistica contemporanea". La presenza di artisti affermati e di altri più giovani nel panorama delle scelte che l' ArteStudio 26 propone lascia intendere la capacità di leggere la storicità, di scoprire il nuovo, di rompere con un passato troppo vischioso e riscrivere anche una sorta di taccuino del futuro. (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Masahisa Fukase Opera di Edgar Martins La forza delle immagini
Collezione MAST. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro


termina il 24 settembre 2017
MAST.Gallery - Bologna

La Fondazione MAST presenta una nuova mostra tratta dalla propria collezione di fotografia industriale. Sessanta autori dagli anni Venti a oggi mostrano con oltre cento opere - alcune costituite da decine di scatti - il dirompente potere espressivo del linguaggio fotografico nei suoi molteplici significati. La mostra raccoglie una vastissima selezione di scatti provenienti dal mondo della produzione, una pletora di impressioni, un profluvio di visioni dell'industria pesante e di quella meccanica, della digitalizzazione, della società usa e getta.

Lo sguardo di oltre sessanta fotografi ci conduce attraverso il regno della produzione e del consumo, aiutandoci a sviluppare nuove modalità di visione. L'esposizione mette a fuoco gli ambienti che caratterizzano il sistema industriale e tecnologico, tocca questioni chiave di natura sociale, politica, collettiva ma, più che i fatti puri e semplici, le immagini cercano di raffigurare nessi e riferimenti articolati, profondi, presentando all'osservatore realtà complesse, che determinano anche un coinvolgimento emotivo e sensoriale.

L'universo iconografico dell'industria e del lavoro, della fabbrica e della società cui questa mostra dà vita è permeato dall'idea della pluridimensionalità: molti livelli diversi e linee temporali che corrono parallele o si incrociano. La mostra propone le opere di fotografi e artisti tra cui Berenice Abbott, Richard Avedon, Margaret Bourke-White, Thomas Demand, Simone Demandt, Jim Goldberg, Hiroko Komatsu, Germaine Krull, Catherine Leutenegger, Edgar Martins, Rémy Markowitsch, Richards Misrach, Jules Spinatsch, Edward Steichen, Thomas Struth, Shomei Tomatsu, Marion Post Wolcott e molti altri. (Comunicato stampa)

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Gli archivi sono giganti silenziosi. Si svegliano e cominciano a parlare se poniamo loro domande dirette, se li scuotiamo dal torpore grazie a determinate prospettive, a punti di vista particolari, o li rendiamo vivi con il nostro interesse, riportando il loro potenziale nel presente. Con le collezioni non è molto diverso, anche se in questo caso la selezione è accompagnata sin dall'inizio da una determinata volontà, un'idea, un interrogativo. Solo quando attingiamo con gli occhi e con la mente al fondo iconografico del passato, quando stabiliamo delle connessioni, quando leghiamo il presente a ciò che è stato, la produzione al consumo, l'uomo alla macchina, la fabbrica alla società, ecco accendersi la scintilla: gli archivi e le collezioni cominciano a raccontare, svelano i loro tesori, consegnano informazioni, entusiasmano con gli universi visivi che custodiscono.

Ogni archivio possiede una propria storia, un sistema specifico fatto di ordine e disordine, e risponde a una struttura del tutto particolare. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le fotografie ricoprono una funzione soprattutto descrittiva. In altre parole, una fotografia raffigura un determinato oggetto, lo rappresenta, mostra l'evento in questione, è stata scattata in un contesto specifico da un fotografo sconosciuto, spesso anonimo. Tutto qui. E' ciò che definiamo il punto di vista descrittivo, denotativo della fotografia, che porta a dimenticarne le potenzialità estetiche, la forza immaginifica, le suggestioni visive: i neri profondi nello strato di sali d'argento che ricopre la carta, l'imponenza dei soggetti sovradimensionati, lo splendore accecante dei colori.

Le fotografie possono fare molto più che definire, descrivere. Sono incisive, sviluppano forze d'irradiazione,... si insinuano dentro di noi anche emotivamente, comunicando non un messaggio univoco, bensì due, tre, quattro concetti diversi e paralleli. Si tratta dei cosiddetti messaggi connotativi, che trapelano dal contesto e possono avere sfumature simboliche o metaforiche, da leggere e comprendere a livello figurativo. Oppure si tratta di quegli stimoli che, come la musica, agiscono in modo diretto e immediato sulle nostre sensazioni ed emozioni. A volte, il potenziale emotivo di una fotografia ci avviluppa, ci pervade in maniera più intensa e profonda rispetto al suo contenuto descrittivo; altre volte la forza descrittiva e quella estetica si contrappongono in modo antitetico, si affrontano in un duello che suscita nell'osservatore un senso di disagio e insicurezza.

Ma se il sommario, il rimando, la definizione e, dal lato opposto, l'emozione, il potenziale figurativo si completano, si arricchiscono a vicenda, la fotografia acquisisce ed emana una forza incomparabile. Queste forze supplementari della fotografia sono quanto la mostra vuole scoprire e rivelare. Il percorso espositivo intende metterle in luce, impiegarle attivamente, facendo interagire le foto tra loro, giustapponendole per sviluppare una nuova forma di narrazione, più ricca, multiforme ed enigmatica. (...)

Lo sguardo di oltre sessanta fotografi ci guida attraverso ambienti, zone, settori diversi, nell'universo dell'industria e del lavoro, in regni che vengono raccontati, spiegati, che ci colpiscono anche emotivamente, rivelando nuove modalità di visione in un gioco di contrasti: similitudine, sdoppiamento, evidenza e impenetrabilità, pesantezza e lievità, pieno e vuoto, energia ed euforia contrapposte alla malinconia, alla tristezza, al mistero, in un mondo estremamente ricco di immagini com'è quello degli oggetti, del lavoro, dell'industria e della tecnica nella nostra società.

L'osservatore, per esempio, si trova immerso nel metallo o, più precisamente, nelle immagini che del metallo ci offrono Germaine Krull, Berenice Abbott, Nino Migliori, Takashi Kijima e Kiyoshi Niimaya: ne sperimenta la pesantezza e la plasmabilità, l'oscurità del processo produttivo, la luce, la brillantezza del risultato, ne osserva la stabilità, l'elasticità, la duttilità, lo vede trasformarsi, sottoposto a deformazione, in "fogli di metallo distorti" (dal titolo di uno scatto di Kiyoshi Niimaya). Il metallo è il materiale con cui si creano ponti, nel senso letterale del termine, come ci mostra la grandiosa serie di fotografie di Germaine Krull.

Il metallo è il materiale primario di una determinata epoca industriale. Poi però vediamo anche lamiera, acciaio, plastica, pneumatici di gomma, intonaco bianco e, nelle foto di Pietro Donzelli, asfalto, barili di catrame, pozzanghere bituminose nelle aree industriali dismesse. La grande opera in venticinque parti di Rémy Markowitsch è stata realizzata in vista di una mostra dedicata alle officine Volkswagen, alla grande fabbrica e alla città di Wolfsburg, cresciuta come appendice dello stabilimento. L'opera trasforma l'oggetto motore in uno Psychomotor (dal titolo che l'artista dà al suo lavoro), la potenza della sua meccanica in sensualità, in una carica erotica diversa a seconda dell'occhio che la guarda.

Le macchine diventano creature impenetrabili, surreali, animali: nelle opere di César Domela, i generatori di vapore si trasformano in giungle, organismi viventi, un concentrato di strutture urbane affollate di entità che ardono, sbuffano, strisciano e si insinuano, soffiano o ticchettano piano per poi partire in una nuvola di fumo. Forme chiuse, enigmatiche, superfici spezzate, motivi che ricoprono intere aree in modo affine ma con significati totalmente diversi: l'analogia formale è ciò che tiene insieme una schiera organizzata di minatori che trasportano carichi pesanti, i pozzi collegati di uno stabilimento chimico o la torre di raffreddamento di una centrale atomica, in modo tale da creare uno spazio fatto di contrasti stridenti. (...)

La grande fotografia di Jules Spinatsch dal titolo Turno del mattino. Unità 631 è un viaggio computerizzato attraverso un turno di otto ore negli impianti di produzione dei trattori John Deere. E' un intero turno, riassunto e schematizzato, ottocento scatti condensati in un'unica immagine. A conclusione del processo produttivo si passa alla verniciatura e al rivestimento, la scocca viene infilata sull'unità motrice come un vestito. In gergo questa fase è definita marriage o wedding, matrimonio. Simone Demandt ci guida all'incontro con le macchine e le apparecchiature notturne, quelle che funzionano ininterrottamente nei laboratori, misteriose e insieme rivelatrici, continuando a misurare, a ticchettare anche quando più nessuno è presente.

Le fotografie della Borsa di Chicago scattate da Geissler/Sann raccontano dello sfinimento dopo una battaglia aspramente combattuta, ma testimoniano anche l'ambizione perenne ad avanzare: un non-stop eterno, insaziabile, da cui non esistono vie d'uscita. Le foto di spazi e ambienti sono la struttura portante della mostra, guidano il visitatore, ne indirizzano lo sguardo, rappresentano i segnavia del percorso espositivo. Passiamo in rassegna capannoni industriali, per esempio quelli ritratti da Thomas Struth in Laminazione a caldo, Thyssenkrupp Steel, Duisburg o da Edgard Martins in Centrale elettrica Alto Rabagão: barra collettrice, oppure dispositivi come quello nella foto Interno della camera da vuoto del Large Space Simulator di Edgard Martins, percorriamo con lo sguardo la Raumfolgen 244 di Walter Niedermayr fino ai bianchi, freddi ambienti di lavoro raffigurati nella serie di Henrik Spohler dal titolo Global Soul che affronta il tema dell'intangibilità, dell'invisibilità dei flussi di dati. (...)

Hiroko Komatsu affronta il tema della produzione di massa con una moltitudine di stampe ai sali d'argento. L'artista erige templi di immagini, pareti di figure da attraversare come in una performance: se con le foto edifica strutture architettoniche, con l'architettura, sempre evocata in uno stato di avanzamento incerto, a metà strada tra costruzione e demolizione, crea un'atmosfera di catastrofe, rovina, sfacelo. L'installazione, costituita da fotografie che ritraggono ogni genere di materiale edilizio e da costruzione, si trasforma in una sorta di spazio fisico, tridimensionale, atto alla riflessione esistenziale: una "bioriserva sanitaria" (dal titolo del lavoro di Komatsu), malinconica bacheca della senescenza, reliquiario di oggetti in declino, ciascuno dei quali, per quanto magistralmente prodotto, è destinato a fine certa.

Anche la fotografia ha sperimentato il fenomeno dell'estinzione con la scomparsa dei processi definiti a posteriori analogici. Abbiamo assistito all'avvento della "fotografia elettronica", com'era chiamata inizialmente, continuando a pensare che non sarebbe riuscita a scalzare il procedimento analogico, considerandola tutt'al più un episodio marginale o un progresso da affiancare ai sali d'argento. Andy Grundberg, illustre critico fotografico del New York Times, ancora nel 1988 scriveva: "... è più probabile che la creazione di immagini elettroniche avrà un destino analogo al procedimento che Edwin Land chiamò polaroid, sarà un optional per la comunità dei produttori di immagini." (...)

Catherine Leutenegger racconta questa decadenza con fotografie a colori piene di ambienti e parcheggi vuoti o in disuso. Nessuna innovazione, neanche la più importante, può essere salvaguardata dal declino. Frattanto l'epopea per immagini si popola di esseri umani: operai, lavoratori, manager. Raramente legati agli ambienti in cui si trovano o alle macchine e agli strumenti che impiegano, sono invece isolati, come nei famosi ritratti della serie "Nel West americano" di Richard Avedon, selezionati e collocati da soli nello spazio figurativo e davanti alla macchina da presa. Sembrano chiedere: chi siamo? dove andiamo? cosa abbiamo fatto? Sono stati gettati nel mondo, come ha affermato Jean-Paul Sartre, condannati a una libertà che spesso, nelle condizioni sociali in cui vivono, non sono mai riusciti a sperimentare.

Paiono assai meno smarriti e alienati quando sono attivi e manovrano le loro macchine, le apparecchiature, gli strumenti. Allora sembrano meno vacui, più ricchi di significato. Il lavoro è una gigantesca macchina che produce identità. L'universo iconografico dell'industria e del lavoro, della fabbrica e della società cui questa mostra dà vita è permeato dall'idea della pluridimensionalità: molti livelli diversi, sentieri, linee temporali, atmosfere che corrono parallele o si incrociano - come l'uomo sul carro trainato da un asino ritratto di fronte a uno stabilimento industriale nella foto di Pepe Merisio.

"E' grazie alla forza delle immagini", scriveva André Breton, "che col tempo potranno compiersi le vere rivoluzioni". Viviamo in un mondo che lo dimostra quotidianamente. Il nostro obiettivo non è certo la rivoluzione: ma vogliamo comporre un'epopea, accendere un fuoco d'artificio di immagini, e farlo con le fotografie della collezione Mast. (Materia e idea, macchina e metafora. Un'epopea per immagini del mondo dell'industria e del lavoro, di Urs Stahel - Curatore della Photogallery MAST e dell'esposizione)




Opera di Maria Kasakova dalla mostra Flu-Mental alla Galleria Cortina di Milano Maria Kasakova: Flu-Mental
13 giugno (inaugurazione ore 18.30) - 23 giugno 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Al centro della fisica quantistica sta l'idea che la forma e le dimensioni degli oggetti dell'universo dipendono dalle percezioni dell'osservatore. Questa teoria sembra simile a quella dei filosofi idealisti che hanno sempre creduto che la realtà è un prodotto della mente umana. Essa può assumere diverse interessanti forme, perché la mente e la materia sono composte di pura energia. Le strane creature che galleggiano nei quadri di Maria Kasakova rappresentano i vettori energetici che trasmettono le informazioni del mondo invisibile in cui siamo immersi.

Queste "fluttuazioni" possono assumere varie forme insolite e ricordare le creature dalle profondità marine o del Microcosmo. Sono intorno a noi, interagiscono con noi e cambiano a seconda dei pensieri e degli stati d'animo, nuotando in un ambiente diverso, sullo sfondo di spazi 'luminosi', in ambienti urbani, a volte uniformi, a volte più dinamici. Gli acuti elementi in rilievo provengono dal mondo fisico, penetrano nelle fluttuazioni, creando una visuale dinamica (compositiva). L'obiettivo dell'artista è quello di far immergere lo spettatore in uno spazio magico che possa essere ancora più reale di ciò che ci circonda e ricordargli che siamo tutti connessi anche quando siamo fisicamente lontani gli uni dagli altri. Mostra a cura di Dora Bulart.

Maria Kasakova (Varna - Bulgaria, 1979) la sua passione per l'arte la porta prima a frequentare il liceo artistico nella sua città e poi a iscriversi all'Accademia di Belle Arti di Genova, dove si laurea nel 2003, specializzandosi in pittura. Ha esposto le sue opere in varie mostre di pittura in Italia e all'estero. E' stata invitata a collaborare a manifestazioni culturali, come la presentazione del libro Amore a Cape Town, tenutasi a Milano nel luglio 2008 in Galleria Spazio Tadini, per cui ha curato le scenografie esponendo alcune delle sue opere su stoffa. Nel 2011 prepara la scenografia, per il concerto Ritorno al Passato del gruppo vocale Palas, Museo Storico di Varna, Bulgaria. (Comunicato stampa)

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Edoardo Fraquelli. Materia - Colore
termina il 16 giugno 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
Presentazione




Livio Zoppolato - Ricerca interiore - tecnica mista su collage su faesite cm.40x60 2016 Livio Zoppolato
I muri raccontano


17 maggio (inaugurazione ore 18.30) - 06 giugno 2017
Sala Comunale d'Arte - Trieste

In mostra una trentina di dipinti realizzati a tecnica mista e collage dal 2001 a oggi, ma in prevalenza negli ultimi due anni. "L'Istria" - scrive Marianna Accerboni - "è protagonista da sempre della poliedrica pittura di Livio Zoppolato..."


Presentazione




Francesco Gentilini - Lambretta olio su tela cm.70x100 1988 Francesco Gentilini - Penny Lane - olio su tela cm.100x120 2010 Francesco Gentilini. Istanti
termina lo 05 giugno 2017
Biblioteca del Daverio - Milano

La mostra presenta una selezione di oltre venti oli su tela realizzati dagli anni Ottanta ad oggi da Gentilini, che da sempre affianca alla professione di architetto l'attività artistica. I lavori esposti, dal taglio fotografico, fissano sulla tela attimi e scene di vita quotidiana che l'artista recupera attingendo dal suo vissuto, da viaggi e ricordi, e che unisce a suggestioni provenienti da altri linguaggi come l'architettura, la musica, il cinema, la scrittura. Passione e fantasia popolano le tele di Gentilini che collegano tra loro situazioni vissute e oggetti osservati in tempi diversi, personaggi che rivivono istanti del passato e rivelano, nel presente, novità inattese, nascoste, che vengono alla luce e raccontano una nuova storia.

Accompagna la mostra un catalogo, in italiano e inglese, con testo critico di Philippe Daverio. Situata nell'antico refettorio di un convento, sui resti del quale alla fine del '700 è stato eretto il palazzo esistente, la Biblioteca del Daverio ospita la Crocifissione di Donato Montorfano (1460-1502). L'affresco, legato alla tradizione lombarda, è gemello a quello situato sulla parete opposta dell'Ultima Cena di Leonardo in Santa Maria delle Grazie. (Estratto da comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Muro e Parete
30 maggio - 08 settembre 2017
Galleria Gentili - Firenze
www.galleriagentili.it

Diversamente dall'inglese, il latino, l'italiano e il tedesco (così come molte altre lingue) distinguono tra "muro" e "parete". La distinzione sta nel fatto che con "muro" si intende la base fisica portante. In particolare negli interni, il muro viene rivestito con uno strato di intonaco, dando così vita a una superficie che finisce per far perdere di vista la sottostante presenza della struttura materiale e muraria. La parete liscia diventa una superficie di proiezione e immaginazione, su cui possiamo rappresentare qualsiasi cosa. E' lo spazio figurativo che gli artisti dell'antica Roma utilizzavano per la decorazione delle ricche ville. Sulle pareti potevano raffigurare dei mondi che superavano la limitatezza degli interni, richiamando architetture esotiche o lussureggianti scene di paradisi naturali.

In questo senso, i Wall Drawings di Sol LeWitt sono ovviamente qualcosa in più di disegni di grandi dimensioni. La caratteristica di queste opere è da individuare nel loro stretto collegamento con lo spazio. In Wall Drawing 247 le linee da e verso punti casuali specificati sulla parete sono determinate dal disegnatore con pastelli neri. Qualsiasi differenza nell'installazione dipende dalle differenze tra le pareti su cui viene disegnato il pezzo. Il disegno si muove quindi in una sua propria dimensione, che va al di là dello spazio reale. La parete visibile diventa quindi solo una parte di questa realtà ulteriore. Con l'arte di lavorare la carta, Ignacio Uriarte è in grado di trasformare la parete bianca in un rilievo di fogli di carta del medesimo colore.

L'arte ha il privilegio di non dover necessariamente produrre qualcosa, a volte è sufficiente ingrandire o portare in primo piano un gesto piccolo e occasionale per rivelarne il potenziale estetico. In ogni foglio di carta sono state praticate quattro pieghe che si congiungono in modo da comporre in modo casuale una figura a forma di rombo; ogni rombo si connette poi con le analoghe figure dei fogli adiacenti, al di sopra, al di sotto, a sinistra e a destra, tracciando in tal modo tra i fogli un'ulteriore serie di rombi uguali, che si delineano sullo sfondo rispetto al rilievo delle pieghe. Le pieghe da un lato riflettono la luce e dall'altro creano un gioco di ombre. Si vengono così a determinare anche differenti gradazioni di bianco e di grigio pur in assenza di una reale tecnica di colorazione. (Testo di Helmut Friedel)

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Latin, Italian and German - and many other languages as well - have two words for 'wall', in contrast to English, which only has one. German, for example, differentiates between 'Mauer' and 'Wand': 'Mauer' is the physical, load-bearing base constructed of stone or brick or other materials. In interiors in particular it is usually covered with a layer of plaster, which provides a surface that neatly hides the physical structure of the 'Mauer' or wall beneath. This smooth surface or 'Wand' becomes a surface for the imagination, for projection, on which anything can be portrayed. It is the image surface that artists of ancient Rome sought in decorating wealthy villas. On this surface they could bring forth image worlds that point far beyond the limits of the room indoors - to foreign architecture or magnificent paradisical scenes.

In this light, the Wall Drawings by Sol LeWitt are of course much more than simply over-sized drawings. Their essential element is that they should be seen within their close frame of reference to the room. In "Wall Drawing 247" the lines to and from random points specified on the wall are determined by the draftsman with black crayons. Any differences in the installation are due to differences between walls on which the piece is being drawn. The drawing now moves in its own dimension, which extends beyond real space. With his artful handling of paper, Ignazio Uriarte can transform the white wall into a relief of white sheets of paper.

Art possesses the privilege of not having to be productive, and it is frequently enough to enlarge a small, casual gesture or place the focus on it in order to make its aesthetic potential accessible. Each sheet of paper contains four folds that connect to a randomly shaped rhombus that connects further to the rhombus on the pages above, below, to the left and to the right, creating thereby a new, additional layer of rhombusses in between the pages that looks almost the same, but with depression instead of protrusions. The folds reflect the light above them and throw shadows below them. Different gradings of white and grey are created this way without the actual use of color. (Text by Helmut Friedel)




Mostra con opere di Mario Esposito, Enrico Garoia e Paolo Rigoni alla Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte di Bologna Mario Esposito | Enrico Garoia | Paolo Rigoni
termina lo 01 giugno 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

La pittura di Mario Esposito è imbevuta alla radice di una lunga tradizione storico artistica, che intende veicolare la disarmante bellezza dell'universo attraverso una semplicità apparente. Nell'attività dell'artista la creazione manuale si accompagna all'ideale creativo nella realizzazione di opere multiformi in cui nulla è lasciato al caso. Come nella tecnica del mosaico, nelle composizioni di Mario Esposito l'irregolarità della disposizione e degli accostamenti regala forti suggestioni luministiche di grande impatto visivo, riverberando in chiave pop l'eco di un'arte antica veicolante profondi significati simbolici. La reiterazione di oggetti e soggetti diviene allora un pretesto per favorire la meditazione sull'oggetto stesso e la quotidianità in cui il suo utilizzo di dipana, e sull'essenza stessa del soggetto raffigurato.

Per contro, l'accostamento di tele di piccola dimensione dal diverso contenuto permette lo sviluppo della capacità immaginativa, invitando l'osservatore a affacciarsi su nuove visioni di un mondo che pensava già conosciuto. La tessitura cromatica evoca gli accostamenti tonali di Gustav Klimt, che rimase abbacinato dall'arte musiva, e regala suggestioni vive e mai banali, che si affacciano tra i soggetti analizzati dall'artista. La curiosa straordinarietà del mondo e del suo essere superiore, l'uomo, spingono il giovane artista forlimpopolese Enrico Garoia a passare attraverso (sperimentare lat.) essi in una incessante ricerca della vera materia.

Molteplicità di stili, di materiali, di fatture, tutte volte alla produzione di concetti rappresentativi non interessati alla forma, alla linea, all'impostazione, ma a quella che dà il ragion d'essere a tutto: la sostanza. L'artista giunge a sperimentare empiricamente la vita in modo specifico, negando la distinzione tra fenomeno, la conoscenza involontaria sensoriale del mondo, e noumeno, l'intellegibile non tangibile. Garo fonde idea e oggetto, rendendo la materia libera di esplorare la tela senza avvertirne i limiti. L'innominabile è chiamato per nome ("Love"), l'indomabile è delimitato ("Immersus Emergo"), l'inarrestabile mutevolezza naturale è messa in dubbio ("Evolution?").

Paolo Rigoni è riflessivo, meticoloso nel processo creativo artistico; i silenzi e le analisi introspettive sono punti cardine di un operare unico nel suo genere; da una parte legato a momenti induttivi di alta poetica, dall'altra in tensione verso una costante ricerca formale, che non abbandona comunque l'esegesi dei grandi. Il fondo è dato dal collage sulla tela o sulla tavola di carte, pezzi di scatole, frammenti d'imballaggio, fogli stampati e pagine di quotidiani: elementi significativi quest'ultimi sia sotto il profilo meramente esecutivo, sia razionale, sia tematico. Paolo carteggia la pasta di carta indurita facendo emergere da subito il contrasto chiaroscurale dello sfondo.

E' il primo momento dell'ispirazione dell'artista; segue l'intervento con gli smalti, le tempere e in questo procedere, dà corpo ai soggetti. Il testo scritto trapela dai colori in modo criptato. Ad uno ad uno appaiono gli oggetti, il paesaggio, i volti definiti con pennellate vigorose, degne della migliore tradizione figurativa del '900. Le tematiche spaziano dallo scenario del paesaggio umbro, diverso nelle stagioni e quindi nelle tonalità, alle nature morte colte nel lirismo crepuscolare. (...) (Presentazione critica a cura della Dott.ssa Francesca Bogliolo)




Immagine dalla mostra Un anno di Liconi Arte a Torino "Un anno di Liconi Arte a Torino"
termina il 30 giugno 2017
Liconi Arte - Torino
www.liconiarte.com

Gli artisti della Liconi Arte presentano le loro opere per una nuova mostra che celebra il primo anno di attività della Galleria. Gianrico Agresta, Luisa Albert, Alessandra Carloni, Fabio Carmignani, Romain Mayoulou, Daniele Mini, Marina Tabacco, espongono le loro opere affiancando i due nuovi artisti della Liconi Arte, Luigi Baratta e Jacopo Mandich e la presenza delle sculture da indossare di Danesi ArtDesign Gianrico Agresta presenta per questa nuova collettiva opere astratte in cui va a ricercare equilibri compositivi che accennano alla figurazione, abbandonando in parte l'astrazione geometrica.

Luisa Albert, artista torinese, fu allieva del pittore Ottavio Mazzonis. Dopo l'esperienza presso lo studio del suo maestro l'artista ha iniziato l'attività espositiva presso importanti gallerie torinesi e di altre regioni. Luisa Albert dipinge in prevalenza nature morte, paesaggi e ritratti, le sue opere fanno parte di importanti collezioni istituzionali. Alessandra Carloni attraverso il linguaggio pittorico che la caratterizza, ha scelto di esporre alcune opere presentate nella mostra intitolata Cosimo, esposizione tenutasi a Roma, ispirata dal romanzo di Italo Calvino Il barone rampante. Alcuni dipinti quindi illustrano con la delicatezza e la poeticità tipiche di Alessandra Carloni, le scene più celebri del celebre romanzo. Le cromie di questi ultimi dipinti sono più accese, colori caldi e linee morbide caratterizzano quest'ultima fase.

Fabio Carmignani dipinge i personaggi di un mondo fantastico dove creature fiabesche si fondono con elementi della pittura classica, elementi che richiamano alla storia dell'Arte Rinascimentale, di cui l'artista è da sempre stato un gran estimatore e studioso. Fate alate con ali di farfalla si mescolano a muse con abiti scaturiti dalla fantasia dell'artista toscano, in cui affiorano citazioni del design Art Nouveau e Decò, oltre alle raffigurazioni di celebri sculture. Romain Mayoulou presenta in mostra le suggestioni della sua terra natia, l'Africa, giocando su forme che tendono all'astrazione e colori vivaci. Daniele Mini presenta tre tele che affrontano il tema della luce. Possiamo infatti osservare come l'artista sia sempre sensibile alla resa minuziosa dei dettagli delle cromature delle auto d'epoca e come riesca a rendere veritiero il riflesso del ponte di una barca a vela colpito da un raggio di sole, mentre la prua fende le onde.

Marina Tabacco continua la sua ricerca sul pattern, la ripetizione di un modulo è un concetto mutuato dalla cultura africana, sia dalla cultura figurativa, sia dalla musica, infatti la musica e la pittura di quel continente si caratterizzano per la continua ripetizione di fraseggi o di immagini che paiono avere una funzione rituale. Giulio Zanet presenta due nuovi lavori in cui usa come stencil materiali industriali, nello specifico una griglia metallica, al fine di trasmettere sulla tela effetti geometrici di luce e colore. Segnaliamo infine i tre artisti che sono entrati a far parte della programmazione della Galleria.

Luigi Baratta è un artista torinese la cui ricerca è da inquadrare nell'ambito dell'iperrealismo. La scelta dell'artista è quella di concentrarsi sul food painting e sulla descrizione di oggetti ormai entrati nel quotidiano come la lattina di Coca Cola, in questo caso accartocciata e descritta minuziosamente nei minimi dettagli che ne esaltano la lucentezza del metallo. Jacopo Mandich è uno scultore romano che presenta per questa mostra alcune opere della serie Keloidi Alchemici. Il termine Keloide è un termine medico-scientifico che definisce le cicatrici, l'alchimia è l'arte della sublimazione della materia che aveva come obiettivo quello di commutare il piombo in oro. L'artista concepisce le sue opere come "pianeti" che sono composti da elementi antitetici quali materiale naturale e materiale industriale, legno e ferro, materiale caldo e materiale freddo.

Le sculture di Mandich hanno le sinuosità e la lucentezza tipica del legno levigato impreziosito dalle venature, ma anche le forme geometriche degli elementi ferrosi che vi sono inseriti, questa unione evoca la trasformazione alchemica che ogni individuo affronta costantemente, ogni individuo è il risultato dell'unione di elementi eterogenei ed in conflitto. Danesi ArtDesign è uno studio di Design che ha il merito di credere nel fatto che un'opera d'arte possa anche essere indossata e per questo è iniziata la collaborazione con la galleria che ne espone alcune creazioni appartenenti alla collezione Non Finito, un termine che agli amanti dell'arte riporta alla mente, solo per fare un esempio l'ultima fase della produzione artistica di Michelangelo Buonarroti. (Comunicato stampa)




Mille Miglia: Il mito della velocità
termina lo 04 giugno 2017
Ma.Co.f Centro Italiano di Fotografia - Brescia
www.bresciaphotofestival.it

Una mostra che rende omaggio all'essenza stessa delle Mille Miglia, la corsa più bella al mondo, ovvero il "mito della velocità", naturalmente a Brescia. "Naturalmente" perché il brand Mille Miglia, oggi universale, è nato, come la competizione omonima, in questa città. Giusto novanta anni fa. Oggi Mille Miglia è un brand esclusivo che vede coinvolgere tutta una serie di eventi che vanno ben al di là della competizione sportiva. Per quattro giorni, dal 18 al 21 maggio, l'attenzione di un pubblico sempre più vasto e internazionale è concentrata su quello che viene giustamente definito "il più grande museo ambulante dell'automobile". Che accompagna le antiche Signore che si inseguono nel tradizionale tragitto Brescia - Roma - Brescia. Rappresentare questa vera e propria "leggenda universale" in una mostra che le rendesse omaggio senza cadere negli stereotipi delle fotografie esposte in tutte le vetrine del centro storico, addobbate ad hoc durante la manifestazione, non si configurava impresa semplice.

"Significava allargare - affermano i curatori - il campo di indagine per condurlo ad una visione più grande del fenomeno legato all'automobile: "il mito della velocità", nelle sue molteplici declinazioni. Ci è parso, questo, il modo forse più significativo e diretto per dedicare a Brescia, nel 90° anniversario della Mille Miglia, un'esposizione in grado di far colloquiare immagini e collezionismo, storia ed attualità". E' una intensa mostra "racconto" della nascita dell'epopea della corsa, dal 1927, anno di inizio delle Mille Miglia, a quel tragico pomeriggio del 12 maggio del 1957, quando la Grande Corsa venne funestata dall'incidente occorso alla Ferrari 335 Sn.531 condotta dal pilota spagnolo Alfonso de Portago e dal copilota statunitense Edmund Gurner Nelson, sul rettilineo tra Cerlongo e Guidizzolo, sulla strada napoleonica Mantova-Brescia. Quelle prime, gloriose pagine di storia sono raccontate dalle immagini tratte dagli archivi dell'epoca ma anche dai quotidiani e riviste che allora, come oggi, hanno fatto dell'impresa un mito. La seconda sezione è intitolata "Dal futurismo allo smartphone".

Qui, partendo dall'originale del "manifesto del futurismo" di Marinetti, passando attraverso le poesie del Vate D'Annunzio, la letteratura moderna e la grafica delle locandine pubblicitarie, si arriva sino alla messa in discussione della velocità stessa. Provenienti da una importante collezione privata, nella terza delle cinque sezioni di questa grande esposizione, sono riuniti esemplari di alto collezionismo dei primi modelli di automobili da corsa, fino alle più popolari macchine di latta a pedali. Non poteva mancare il cinema. Con le sequenze più significative dei film dove la velocità è affrontata come valore ma anche come occasione di divertimento, con sguardo ironico. Dal Sorpasso di Risi, al Vigile con Sordi, da Crash a il Maggiolino tutto matto.

Infine "Fotografare la Mille Miglia". Con la scelta di identificare 12 autori che con il loro stile assolutamente personale hanno diversamente fotografato ed interpretato il "mito". Per suggerire l'opportunità di riflettere anche sul linguaggio fotografico, sul suo utilizzo e le sue finalità. In mostra immagini di Silvano Cinelli, Eros Mauroner, Ernesto Fantozzi, Laura Giancaterina, Basilio Rodella, Roberto Ricca, Richard B. Datre, Giacomo Bretzel, Paolo Mazzetti, Beppe Vigasio, Paolo Mucciarelli e Claudio Amadei. Da sottolineare che "Mille Miglia. il mito della velocità" offre ai suoi visitatori l'opportunità di ammirare, con un unico biglietto, le altre grandi esposizioni fotografiche allestite allo stesso Ma.Co.f e in Santa Giulia fino al 3 settembre. In quest'ultima sede, sino al 3 settembre, si possono ammirare Magnum First e Magnum - La première fois e la prima mondiale di Steve McCurry. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

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Tazio Nuvolari. La leggenda della Mille Miglia
termina il 21 maggio 2017
Galleria civica "Gian Battista Bosio" - Desenzano del Garda (Brescia)
Presentazione




Fernando Cucci: Racconti d'inverno
termina il 10 giugno 2017
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

«Le opere di Fernando Cucci non sembrano venire dall'atelier di un artista di questo nostro tempo. Nella sua bianca pietra leccese, le tracce dello scalpello sono come smussate dai fenomeni atmosferici, si confondono con crepe e scheggiature, segni forse del gesto vandalico di un barbaro, di un crollo accaduto chissà quando. Anche i pigmenti delle pitture, così granulosi e rappresi, paiono simili a muffe, alle infiltrazioni di un intonaco rimasto per secoli sottoterra. Di fronte a queste sculture e queste pitture, alla loro coerente varietà di tecniche e di sviluppi formali, viene di pensare piuttosto al lavoro di un'antichissima bottega, dove si custodisce un'idea estetica nobile e misteriosa, con la quale un Maestro suggella inconfondibilmente ogni manufatto che esce da lì. Un'idea di bellezza che non si rivela mai del tutto.

L'arte di Cucci, quasi dissimulata nella sapienza dell'esecuzione, sembra coincidere a un primo sguardo con la stessa evidenza della materia: il sasso, la malta, le terre, le superfici porose. Ma basta un minimo effetto di luce, e subito ci si accorge che quest'arte chiede invece che la si guardi a lungo e con una speciale attenzione meditativa. Nasce dal silenzio e lo esige, ed è allora che le sue forme si rivelano determinate da qualcosa di astratto: un'esattezza della mente, un fermo riferimento alla verità del numero e delle proporzioni. Perché la neo-archeologia di Fernando Cucci non è un assemblaggio di citazioni squisite che simulano la casualità del reperto. E' l'esercizio solitario e severo di un'arte metastorica, dove l'antico e la modernità si compenetrano in un recupero di elementi davvero fuori dal tempo, assoluti.» (Franco Zabagli)

«... le opere di Fernando Cucci eseguite in questi anni di sperimentazione prelevano dalla storia dell'arte i silenzi, la dimensione atemporale che ricorda costantemente una origine antica, mediterranea, di civiltà e popoli, di una iconografia arcaica...» (dal libro diario di viaggio edito da Fratini Editore, testo di Sonia Zampini).

Fernando Cucci (Ugento - Lecce) ha studiato all'Istituto d'Arte di Firenze e all'Accademia di Belle Arti e la Kunstgewerbeschule di Basilea. Ha svolto l'attività di docente, titolare della cattedra di Discipline Pittoriche negli Istituti Superiori e nei Licei Artistici Statali. E' presente nelle maggiori fiere internazionali d'arte, rassegni e premi in Italia e all'estero. Numerosi le mostre personali e collettive. Alcune sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)




Verso l'Ovest - tempere, olio, collage su tela Franco Fortunato
La Storia della Querina


termina il 21 maggio 2017
Fondazione Villa Fabris - Thiene (Vicenza)

Franco Fortunato (Roma, 1946), grande appassionato di mare e storie di marineria, apprende le vicende della Gemma Querina e del suo equipaggio attraverso un libro edito dalla casa editrice Nutrimenti. Successivamente grazie al materiale documentale offertogli dai discendenti della famiglia Querini, approfondisce la conoscenza di quest'avventura dai diari di Pietro Querini, navigatore e mercante di nobile famiglia veneziana. Questi, partito da Creta per le Fiandre alla fine d'aprile del 1431 al comando della caracca Gemma Querina, costruita dai maestri d'ascia cretesi, con un carico di Malvasia, spezie, cotone e altre preziose mercanzie di provenienza mediorientale, dopo numerose peripezie, tra cui il danneggiamento della chiglia e del timone, fece naufragio e l'equipaggio, dopo una lunga navigazione alla deriva su un'imbarcazione di soccorso, raggiunse le acque delle isole Lofoten in Norvegia, duecento chilometri oltre il Circolo Polare Artico.

Tratti in salvo dai pescatori dell'isola di Røst, che nei diari vengono descritti come una comunità pura e generosa, Pietro Querini e i naufraghi superstiti furono loro ospiti per quelli che vengono definiti "100 giorni in paradiso", per poi rientrare, attraverso un lungo viaggio via terra, a Venezia nell'ottobre del 1432. A questa vicenda gli storici fanno risalire l'inizio del commercio dello stoccafisso e del baccalà dalla Norvegia all'Italia, paese a tutt'oggi consumatore di oltre il novanta per cento di questo specifico prodotto ittico.

L'esposizione è arricchita anche da un prezioso cortometraggio con la regia di Valentina Grossi, prodotto da Cut& Editing & More. Il video di circa venti minuti è stato costruito seguendo la cronologia della storia, utilizzando e rielaborando le immagini del Maestro con veri e propri movimenti di macchina, creando profondità e sfocature, tagli e sovrapposizioni che danno la possibilità ai vari elementi rappresentati di prendere Love and make it last a cura di Michela Mantoan ed è organizzata in collaborazione con Francesco Ciaffi di Galleria Edarcom Europa (Roma, www.edarcom.it). (Comunicato stampa)




Vittorio Sopracase - Deux temps dans le même temps - tecnica mista su tela cm.120x328.8 2007/2008 - ph. Enrico Amici Omaggio a Vittorio Sopracase
termina il 10 giugno 2017
Galleria Il Gabbiano Arte Contemporanea - La Spezia

La Galleria in occasione del primo anniversario della sua scomparsa rende omaggio all'artista Vittorio Sopracase. Accompagna la mostra un pieghevole con un testo inedito di Bruno Corà. Vittorio Sopracase (Galiziana di Pola - Istria, 1942 - La Spezia, 2016) nel 1947 deve lasciare l'Istria a seguito dei massacri delle foibe, quindi con la madre e il rimanente della famiglia si stabilisce alla Spezia. Compie i suoi studi al Liceo Artistico, poi all'Accademia di Belle Arti di Carrara. Dal 1960 inizia la sua intensa attività espositiva. Dal 1967 al 1975 fa parte del "Consiglio Nazionale del Sindacato Artisti" e dal 1968 al 1982 è Segretario Responsabile Provinciale.

Nel 1968 è tra i più entusiasti fondatori alla Spezia della Galleria d'Arte "Spezia 66". Nello stesso anno avvia rapporti operativi con il gruppo Cras di Torino, in particolare con Filippo Scroppo e Sergio Saroni. Conosce ed opera con gli artisti cecoslovacchi Jaroslav Zemina e Jirí Kolár. Nel 1971 il critico d'arte e poeta Cesare Vivaldi gli organizza una mostra personale nella galleria d'arte "Il Capitello" di Roma. Per questa occasione (18 febbraio) gli viene dedicato un servizio televisivo nella Rubrica "L'Approdo" - Lettere e Arti, al Telegiornale delle 13.30 di Rai1. Dal 1960 alla sua morte, Vittorio partecipa a oltre 500 mostre ed Esposizioni collettive ottenendo numerosi premi, mentre le Mostre personali sono oltre 40. A un primo periodo nell'ambito dell'Imprinting Figurativo segue un interessamento alla Pop Art e successivamente alla Nuova Figurazione.

Dopo il 1970 avviene la svolta che lo porta a una fedele e intensa ricerca tesa verso una "Astrazione", che guarda prima all'Astratto-Concreto di Lionello Venturi, successivamente all'Abstract Expressionism americano di Harold Rosemberg e Clement Greenberg, nonché a una costante ricerca nell'ambito dell'Abstract Lyrique, testimoniato dalle sue presenze espositive ai Salons Parigini. Non poche le sue attenzioni verso l'Art-Autre e l'Ecole de Paris. Non casuali i suoi viaggi a Parigi e le partecipazioni ai Salons (des Independents, d'Automne, ecc.). Queste esperienze di continua ricerca e costanti spostamenti trovano conferma nelle sue numerose conoscenze espositive in Italia e all'Estero (oltre 400).

Da qui numerose conoscenze amicali e operative con colleghi, intellettuali, artisti, critici d'arte, curatori di eventi, tra i quali: Giovanni Vanni, Enzo Brunori (con il quale stabilì una solida amicizia interrotta dalla scomparsa dell'artista), Giorgio Celiberti, Giovanni Campus, Gastone Breddo, Achille Perilli, Toti Scialoja, Jiri Kolibal, Gunther Kirchberger, Klaus Munch, Ulrich Zeh, Bruno Corà, Jannis Kounellis e altri. Nel 1993, in un momento di grande tensione a seguito della scomparsa degli amici Enzo Brunori e Vanni Ratti, avvenute un giorno una dall'altra, distrugge 57 dipinti di grande formato. Andrà così perduto un periodo consistente del suo lavoro; si salveranno pochi quadri solo perché di altra proprietà.

Nel 1998, a Stoccarda, in Germania, insieme ad altri artisti italiani e tedeschi, fonda il Gruppo "Pluritendenze Itineranti", tuttora operante, realizzando importanti esposizioni in varie città in Italia, Germania, Austria e Francia. Nel 2002 Vittorio viene incaricato del Coordinamento Tecnico della Biennale Europea Arti Visive La Spezia - Biennale del Golfo e della Mostra collegata dedicata a Berto Lardera, entrambi i progetti a cura di Bruno Corà. Nel 2006, in occasione della mostra Progetti d'artista, realizzata alla "Fondazione Il Fiore" di Firenze, vengono esposte, per la prima volta in pubblico, opere inedite della serie denominata Dolmen, realizzate con materiale di recupero e dove l'intervento del colore viene ancor più impreziosito dalla forma rigorosamente cilindrica, nelle misure più disparate, offrendo una chiave di lettura fuori dalle regole usuali dei materiali e supporti e delle forme (tela, telaio, tavola, quadrato, rettangolo, tondo, ovale), ma volutamente mantenendo il pigmento-colore usuale.

Nel 2008 partecipa insieme ad altri 98 artisti italiani alla "XV Quadriennale Nazionale d'Arte di Roma, Palazzo delle Esposizioni, dove viene considerato da una giuria di critici internazionali. Nel 2013 viene invitato a TV Koper di Capodistria, Slovenia, a parlare delle sue opere realizzate in memoria dei massacri delle foibe nei quali la sua famiglia era stata drammaticamente colpita nel 1947. Nel 2014 partecipa, insieme ad altri pittori e ceramisti, alla commemorazione di Jose' Ortega, al Museo "Casa Ortega" di Bosco, nel Cilento. Dal 2008 al 2016 segue un'incessante attività artistica di Vittorio Sopracase, il quale partecipa a numerose Mostre ed Esposizioni collettive e personali. Di questi ultimi anni è anche la sperimentazione di nuovi materiali, colori, forme, misure e tecniche. Si nota, infatti, anche uno sviluppo vivace e fruttuoso di conoscenze personali e professionali nel mondo artistico locale e internazionale. Diverse presenze programmate vengono successivamente cancellate dovute alla mancanza improvvisa del pittore. (Comunicato stampa)




Opera di Natalino Tondo Natalino Tondo: Spazio n-dimensionale
termina lo 04 luglio 2017
Galleria Davide Gallo - Milano
www.davidegallo.net

Prima mostra retrospettiva dell'artista Natalino Tondo (Salice Salentino, 1938 - Lecce, 2017), a cura di Lorenzo Madaro. Con questo progetto, la galleria desidera porre l'attenzione su un artista, recentemente scomparso, che pur rimanendo fedele alla Puglia, terra d'origine da cui non si è mai separato, ha saputo interpretare i linguaggi della sua contemporaneità in modo consapevole ed estremamente originale. Si è voluto ripercorrere, sebbene in maniera sintetica, il percorso multiforme di Natalino Tondo, individuando quattro momenti fondamentali della sua parabola creativa. A tale proposito, sono state selezionate opere che, pur non esaurendo la vastità e complessità della sua produzione, possono però soddisfarne un primo approccio conoscitivo.

Il percorso si apre con Tensioni strutturate (1967), opera realizzata con tubi di plastica di diverse dimensioni, mutuati dalla tecnologia industriale, su cui allora in Italia, e non solo, vi era un fervente dibattito critico e ideologico. Tali elementi, modulando la struttura non più bidimensionale dell'opera, avviano una speculazione su un tema che sarà costante anche nella sua fase più matura: lo spazio. Tondo costruisce così strutture in grado di essere ricomposte, come veri e propri moduli dell'industria tecnologica, alternati a geometrie e a superfici cromatiche, come rileva anche Franco Sossi nel suo volume Luce spazio strutture (1967). In questo modo Tondo aggiorna il suo linguaggio alle esperienze più avanzate della ricerca artistica internazionale.

L'artista vive in una periferia della contemporaneità, ma è dinamico, viaggia e studia molto, come emerge anche dalla carta del 1969 in mostra, che rivela come l'approccio legato alla struttura della forma tiene conto di tecniche e supporti differenti. Successivamente, siamo nei primi anni Settanta, Natalino Tondo avvia una considerazione legata all'antropologia e alle ricerche sociali con il ciclo Rilevamenti salentini, di cui in mostra è esposto un significativo esempio: l'ausilio della fotografia gli consente di individuare spazi di cambiamento, mutazioni in atto in una civiltà contadina, legata con ancestrale forza a un Salento primigenio, allora in procinto di affacciarsi alla modernità.

Recuperando i particolari di un determinato spazio salentino, isolandoli dal contesto paesaggistico, e guardando alle suggestioni della Land Art, l'artista concentra l'attenzione su tracce, anche poco visibili, definendo questa sua esplorazione come "oggettiva", perché frutto di "conoscenza tramite l'esperienza diretta che non esclude però il riconoscimento "della complessità del reale". Negli anni Ottanta, la modularità dello spazio aniconico troverà ulteriori sviluppi nel più complesso ciclo Spazio n-dimensionale - una sintesi di tutto il suo pensiero, motivo per cui è stato scelto come titolo del presente progetto -, caratterizzato da grandi tele di formato rettangolare, in cui Tondo riscopre la magica energia del colore. Fasce parallele rette o linee curve si sviluppano in tutte le direzioni, sottraendosi alla prigione dello spazio euclideo.

Le linee, quindi, in piena emancipazione, seguono direzioni differenti e il loro sviluppo cromatico subisce rinnovamenti costanti, mentre in altri casi rimane uniforme. Sebbene non in mostra, desideriamo anche citare Pagine di spazio, opere concepite nei primi anni Novanta, in cui la struttura modulare è data da pigmenti applicati a spruzzo, fino ad una stratificazione della campitura sulla superfice della tela, così da consegnare l'opera ad una spazialità indefinita, anzi "infinita", come suggerisce lo stesso artista. Ma il percorso di Tondo non si esaurisce neanche qui, basta citare la scultura e l'istallazione, o la ricerca sulle galassie negli anni Ottanta e Novanta, fino agli anni 2000 dove la sintesi tra forma e colore raggiunge livelli di estrema sofisticazione. Afflitto da una grave malattia, negli ultimi 10 anni l'artista si piega sempre più su stesso, in una sorta di silenzio psichico che lo porta al ricovero in clinica, e alla morte, avvenuta lo scorso marzo a Lecce. (Comunicato stampa)

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On Thursday May 18th, from 18 to 20.30, galleria Davide Gallo, in cooperation with Noon, is pleased to announce Spazio n-dimensionale the first retrospective show of Natalino Tondo (Salice Salentino, 1938 - Lecce, 2017), curated by Lorenzo Madaro. In this project, the gallery wishes to focus attention on an artist, recently dead, who always remained faithful to Puglia, his home land, and who has been able to interpret the languages of his contemporaneity in a conscious and extremely original way. If we we want to follow synthetically the multiform career of Natalino Tondo, through four important moments of his creative path, we chose his art works although not exhausting the vastness and complexity of his production, but anyway satisfying a first approach to learn about his research.

The path starts with Tensioni strutturate (1967), an art work made with plastic tubes in varied sizes, taken from industrial technology. On the matter of industrial technology there was, at that time, in Italy and beyond, a strong critical and ideological debate. The plastic tubes on the canvas are abandoning the bi-dimensional structure and so, in this way, a speculation starts on the "space", a subject that will be a constant for Natalino Tondo, even in a more mature phase of his production. The artist makes structures that can be replicated, as true modules of the industrial technology, in alternation with geometries and chromatic surfaces, as Franco Sossi explains in his book: Luce spazio strutture (1967).

In this way, Tondo updates his language to the most advanced experiences of international research in art. The artist lives at the border of the contemporaneity, but he is dynamic, he travels and studies a lot, as it evidenced by the work on paper 1969 shown at the gallery, that reveals how his approach to the structure of the shape considers different techniques and supports. Later, beginning of the seventies, Natalino Tondo starts an anthropological and social research with the cycle of Rilevamenti salentini, one of these, as a significant example, is shown in the exhibition. The medium of photography allows him to identify spaces of mutations in a rural culture, tied with an ancestral force to a primitive Salento, that was beginning to look, at that time, to the modernity.

In the process of Rilevamenti salentini the artist catches the details of a particular space in Salento, isolates them from the context of landscapes and, looking at the suggestions of Land Art, focuses attention on traces, even less visible, and so defines this exploration as "objective", because of the consequence of the "knowledge" obtained through direct experience that does not exclude the recognition of "the complexity of the reality". In the '80s, the concept of using modules to represent the not-iconic space, will find further developments in the most elaborate body of his works: Spazio n-dimensionale, a synthesis of his entire thought, that's why this title was chosen for this project.

The art works named Spazio n-dimensionale are large canvases of rectangular shape where Tondo rediscovers the magic power of colour. Parallel bands and curved lines develop in all directions, evading the cage of the Euclidean space. The lines, therefore, totally emancipated, follow different directions and their chromatic development undergoes constant renewal, while in others it remains uniform. Even if not present in the show, we also wish to mention Pagine di Spazio, works elaborated in the nineties, in which the modular structure is created by spray pigments, up to a stratification of the pattern on the surface of the canvas, so the art work approach an indefinite space, indeed "infinite," as the artist suggests.

But Tondo's path does not stop here, we just want to mention sculptures and installations, or the research on galaxiesdeveloped by the artist in the eighties and nineties until beginning of 2000 when the synthesis of form and colour reaches levels of extreme sophistication. Afflicted by a serious illness, in the last 15 years Natalino Tondo turns more and more on himself, in a sort of psychic silence that leads him first to the hospital than to death, which happened last March in Lecce. The exhibition will be open until Tuesday, July 4. (Press release)




Medaglia dedicata a Maria Teresa d'Austria Il Lazzaretto Teresiano e lo sviluppo di Trieste al tempo degli Asburgo
termina il 30 giugno 2017
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa | Spazio Filatelia - Trieste

Nel novero delle diverse iniziative legate all'anniversario dei 300 anni dalla nascita dell'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste propone la mostra di documenti e cartoline curata da Chiara Simon e da Mauro Malusa del Circolo Filatelico Kosir. La mostra realizzata al Museo Postale approfondisce le vicende e la funzione del Lazzaretto Teresiano, sorto a Trieste e inaugurato il 31 luglio del 1769 per volontà e lungimirante visione di Maria Teresa d'Asburgo. L'importante struttura sanitaria, che operò sino al 1868, era un mezzo di prevenzione per la peste e altre pandemie che periodicamente infestavano il vecchio continente.

Nei lazzaretti infatti transitavano uomini, navi e merci che, per un periodo di tempo, dovevano soggiornarvi affinché potessero successivamente essere sdoganati perché ritenute sani e puliti. Testimonianza di questo periodo storico e delle pratiche di prevenzione attuate dalle autorità del tempo, quel rastrello per la disinfezione della posta che il Museo postale triestino conserva e espone per gentile concessione del Comune di Muggia. Si tratta di un'oggetto unico, pochi ne risultano ancora conservati in tutto il mondo, e pertanto forma la "pietra d'angolo" della rassegna postale. Accanto, sarà esposta una medaglia originale della collezione di Franco Meriggi che ritrae l'imperatrice Maria Teresa e il figlio Giuseppe II, originariamente distribuita per l'inaugurazione di quel Lazzaretto Teresiano sorto di fronte al borgo di Roiano.

Oltre a altri materiali e approfondimenti documentari sul ruolo svolto dal Lazzaretto nel contesto del porto e dell'emporio triestino, la rassegna si sostanzia con una vasta scelta delle cartoline originali dedicate allo sviluppo del Borgo Teresiano e del resto della città sotto gli Asburgo raccolte da Mauro Malusa, collezionista e nel Circolo Filatelico Kosir. Le belle cartoline sono state sistemate sia negli ambienti museali che nel contiguo Spazio Filatelia. All'allestimento ha contribuito il tocco di fantasia artistica di Ana Cevallos di "6idea". Nell'ambito dello Spazio Filatelia, uno speciale annullo filatelico e la cartolina dedicata all'evento da Poste Italiane. (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della cartolina dedicata a Maria Teresa d'Austria

Visualizza versione ingrandita della immagine panoramica di Trieste




"Presenze Assenze"
termina il 17 settembre 2017
Galleria Eitch Borromini - Roma

Progetto culturale, in una location prestigiosa come il Collegio Innocenziano, sede della struttura alberghiera Eitch Borromini. E' l'Arte anima del progetto, un'arte che fa già parte della sua storia, poiché l'edificio storico (1644-55) è un capolavoro del celebre architetto Francesco Borromini. Il progetto, selezionato con cura, vedrà sviluppare un ciclo di grandi mostre in cui a partecipare saranno artisti di genere e provenienza diversa. La prima mostra "Presenze Assenze" ha un titolo altamente suggestivo, in luoghi come questi che conservano ancora le tracce di sottopassaggi utilizzati dal Papa Innocenzo X Pamphili come via di fuga.

A cura di Sveva Manfredi Zavaglia, la mostra ha come protagonisti cinque artisti della scena nazionale: Angelica Romeo, Chicca Savino, Francesca Merola, Marco Girolami e Quirino Cipolla. Il concept è un dialogo fra l'imponenza dell'arte antica e quella dell'arte contemporanea, in un mix di grande impatto visivo. Il percorso guidato parte dal chiostro al piano terra e prosegue al 4° piano dell'edificio dove sia i corridoi che le sale ricevimento faranno da cornice alle opere esposte, studiate appositamente per i diversi ambienti e raccontate attraverso la pittura, la scultura, il mosaico e la fotografia.

La mostra unica nel suo genere, è impaginata con un allestimento piuttosto all'avanguardia nel quale si unisce il passato al presente per consegnare alle generazioni future il senso del tempo dato dall'arte. Sono circa sessanta le opere che meritano di vedere la luce in uno spazio così altamente internazionale. Alcune già note al pubblico, altre più inedite, ma tutte nate per diventare qualcosa che porti a una ricognizione collettiva e simbolica come indicato dal testo della curatrice: "Rimbalza tra Presenze Assenze, l'essenza del tempo nella ricerca artistica dei cinque artisti. Il loro mondo interiore trova una collocazione appropriata al progetto che attraversa nello spaziotempo un viaggio fatto di presente e memoria". (Estratto da comunicato ufficio stampa Artpressagency di Anna de Fazio Siciliano)




Immagine dalla mostra di Hamish Fulton Hamish Fulton
"Unlike a drawn line a walked line can never be erased"


termina il 15 luglio 2017
Galleria Michela Rizzo - Venezia

Hamish Fulton si definisce un walking artist. Tutta la sua arte nasce dalle camminate di cui ha fatto esperienza in prima persona. Era la metà degli anni Sessanta, quando decise che l'arte avrebbe dovuto avere a che fare con la vita, non con la produzione di oggetti, come ha affermato: "Un oggetto non può competere con un'esperienza". Ha camminato in più di 25 paesi negli ultimi 50 anni: la sua prima art walk risale al 2 febbraio 1967. "Se non cammino, non posso fare un'opera d'arte" spiega Fulton. "Il coinvolgimento fisico della camminata crea una ricettività al paesaggio. Cammino sulla terra per essere a contatto con la natura. Una road walk può trasformare il mondo quotidiano e dare un senso più elevato della storia umana ".

Hamish Fulton mette in mostra ciò che chiama weaving, ovvero camminate che si collegano ad altre camminate. Invisible Footsteps collega quattro precedenti camminate all' ultima, percorsa a marzo di questo anno. Si parte dalla camminata sul vertice della Marmolada (Dolomiti) nel 2004; segue la camminata di sette giorni andata e ritorno a Bocca di Magra passando dal livello del mare alla cima del Monte Sagro fino a Carrara, località nota per l'estrazione del marmo, nel 2007 (Carrara). Proseguiamo con la camminata di cinque giorni nel 2012, dalle montagne della Marmolada a Venezia, proprio dove nel 2016 Hamish Fulton ha organizzato una camminata di un'ora con 216 partecipanti attraversando avanti e indietro le storiche linee che caratterizzano la pavimentazione in pietra di Palazzo Ducale nel 2015.

La più recente è la camminata di otto giorni: Hamish Fulton partendo da Bocca di Magra, e passando attraverso la Galleria del Seminario, è giunto a Venezia nella notte di luna piena (Not by car). La prima mostra di Hamish Fulton con la Galleria Michela Rizzo è stata nel 2012 in un dialogo con Richard Nonas. Nel 2014 la galleria ha organizzato la sua camminata sul Monte Etna che si è concretizzata nella mostra personale Migrant Volcano, ospitata a Palazzo Platamone di Catania. L'anno successivo, nel 2015, la galleria ha organizzato la performance Repetitive Walk, successa a Palazzo Ducale a Venezia con 216 partecipanti. (Comunicato stampa)




Gastone Primon
Spiragli - Voci e Volti della Materia


Este (Padova)
Ceramica | Museo Nazionale Atestino - termina il 21 maggio 2017
Pittura | Sala espositiva "Vecchia Pescheria" - termina il 18 maggio 2017

La mostra propone un importante e significativo gruppo di opere che testimoniano il dialogo continuo e fecondo tra pittura e scultura, portato avanti nel tempo da Gastone Primon. Artista di statura internazionale, il Maestro trova nella didattica e nella incessante ricerca la via, come sottolinea il Critico Giorgio Segato, della sapienza manipolativa, la perfetta e sempre aggiornata conoscenza di modi e tempi di cotture, di ossidazioni, di impiego di smalti, per rimettere in atto processi di trasformazione fisica, materica, e dunque anche, e soprattutto, psicologica, dichiarando la propria insoddisfazione per lo stato delle cose, per la condizione esistenziale, per l'inutilità consolatoria delle belle forme, delle armonie astratte, che cioè non tengano conto dei reali problemi del mondo e dell'uomo.

Le sue opere recuperano valenze primordiali, microcosmi ctoni di terra e materia emersa e dibattuta nel caos dove gli elementi terra, fuoco e acqua si amalgamano e dove l'uomo lascia le prime tracce. Ogni suo "lavoro" nasce da una urgenza indifferibile propria della storia dell'uomo, quella che leggiamo fra le forme ricche di squarci e quasi pulsanti sotto la spinta di una nascosta tensione. Le opere di Primon sono spesso enigmatiche ma soffermandosi dinanzi alle sue rappresentazioni, sembra di ascoltare e seguire il ritmo evolutivo delle cose, modificando non per distruggere un equilibrio, seppur momentaneo ed illusorio!

Sapere come le opere vengano realizzate e come i materiali siano assemblati non aggiunge niente alla comprensione, perché chi vede non cerca di ricostruire il cammino dell'artista, ma vi riconosce il proprio, afferma Pierina Borin. Spiraglio, così come propone il titolo, è sì apertura dove "viaggia" una luce, dove lo sguardo va a posarsi, cercando il reale ma anche l'immaginario fatto di apparenza ma anche di dubbi infiniti e nella concreta ipotesi comunque di individuare una possibilità, un barlume, uno Spiraglio di Speranza per il domani. Suoi capolavori sono conservati presso Chiese, Musei, Enti e collezioni private.

Ha affiancato alla sua vita d'artista anche ruoli didattici istituzionali che l'hanno portato a confrontarsi e collaborare con artisti stranieri. In tali contesti internazionali ha insegnato, per oltre 5 anni, e ha avuto modo di conoscere realtà artistiche locali portandolo a modificare, in alcuni aspetti, il suo credo d'indirizzo estense. Egli giunge a questa personale con più di 50 anni di esperienze e con "alle spalle" numerose esposizioni e conferenze sia in Italia che all'estero. Si sono interessati a lui numerosi critici, riviste, giornali e televisioni sia in Italia che all'estero oltre ad avere una ricca catalogazione personale presso la Galleria Nazionale di Arte moderna di Roma. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Salvatore Nocera - Villa sull'Adriatico - olio su tela cm.120x83 1960 Salvatore Nocera. Un decennio di ritardo
21 maggio - 23 luglio 2017
Palazzo d'Accursio - Bologna
www.bolognaperlearti.it

Prima mostra personale di Salvatore Nocera (1928-2008) nella sua città natale, a cura di Elisa Del Prete. L'esposizione, nata da un'idea di Mario Giorgi, autore che ha conosciuto l'artista in vita, e realizzata grazie a Eva Picardi e alla madre Felicia Muscianesi, eredi testamentarie di Nocera, è promossa nell'ambito delle attività dell'associazione culturale Bologna per le Arti con il patrocinio del Comune di Bologna e della Regione Emilia-Romagna.

Da Bologna trasferitosi a Parigi dalla fine degli anni Cinquanta, Salvatore Nocera non esporrà mai in città, tranne che in alcune mostre collettive giovanili. Di indole riservata, lascia ben poche tracce del suo percorso, talvolta arrivando a distruggere le sue stesse opere. Vorace conoscitore, tanto da mettere insieme una biblioteca di oltre 8000 volumi, prediligeva il dialogo con pochi intimi amici alle occasioni mondane e condivideva le sue profonde passioni intellettuali durante instancabili conversazioni, uniche alternative alla lettura isolata e all'attività costante e quotidiana in studio.

A quasi dieci anni dalla morte dell'artista, avvenuta nel 2008, sulla base della scarsa documentazione che si è rinvenuta e attingendo alle opere conservate in alcune collezioni private, la mostra propone dunque, attraverso una selezione finale di 40 tele, 24 disegni e alcuni scritti, un processo di riscoperta di una carriera artistica sfuggente durata quattro decenni, dalla fine degli anni Quaranta all'inizio degli anni Novanta, nell'intento primario di restituire alla città un patrimonio pittorico e librario fino a oggi nascosto. La preziosa biblioteca di Salvatore Nocera sarà infatti donata dalle eredi alla Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna, mentre il MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna acquisirà in collezione alcuni dei lavori.

Il titolo scelto per la mostra rimanda a una frase dei suoi diari: Sono sempre stato in ritardo, come minimo, di un decennio, nella quale si condensa lo stato d'animo di una figura inquieta, sempre alla prese col tentativo di afferrare il passato e di confrontarsi con una sua presunta inadeguatezza al presente. La lucidità di mano e vedute, oltre che il talento e la spontaneità che lo hanno fatto dipingere ogni giorno della sua lunga vita, fanno del suo percorso oggi quanto meno un caso che vale la pena portare alla luce. Accompagna la mostra un catalogo, il primo che ripercorre l'evoluzione della ricerca di Salvatore Nocera restituendone un percorso critico e la dovuta legittimità anche grazie al testo critico di Graziano Campanini e alla presentazione della curatrice Elisa Del Prete.

Salvatore Nocera si forma come scultore frequentando lo studio di Ugo Guidi e il laboratorio di Cleto Tomba, realizzando piccole sculture in cera e bassorilievi per lo più raffiguranti volti di donna, soggetti che resteranno sempre tra i suoi favoriti anche quando, quasi subito, passerà al mezzo pittorico. A sostenerlo in questo periodo aveva trovato il maestro Virgilio Guidi, figura di riferimento accanto a Giorgio Morandi all'Accademia di Belle Arti di Bologna. Ed è grazie a lui, nel 1953, che realizza la sua prima mostra bi-personale con l'amico e collega Emilio Contini presso una piccola galleria di Venezia, esponendo una serie di disegni a china.

Una ricca produzione di disegni scandisce con costanza la sua pratica e testimonia anch'essa un sguardo dall'impronta spesso voyeuristica a figure femminili a lui vicine, reinterpretate però attraverso riferimenti iconografici tratti dalla storia dell'arte rinascimentale. (...) Tale processo di riappropriazione di una pittura storica si evidenzia anche nel trattamento della materia che rende i suoi quadri quasi trasparenti, leggere stratificazioni che sembrano scomparire e fanno pensare a preparazioni per affreschi o a quadri volutamente non-finiti. Da sempre in auto-formazione, l'artista attinge a riferimenti colti provenienti anche da altri ambiti di ricerca, la poesia prime tra tutte ma anche il cinema e la fotografia, che confluiscono nella preparazione dei suoi soggetti, mai ritratti dal vivo ma sempre frutto di una rielaborazione di appunti e memorie.

Muovendo dalla figurazione iniziale, verso la metà degli anni Sessanta Nocera inizia a lavorare a una pittura decisamente più materica, in cui anche i soggetti si spostano dalla figura al paesaggio. Interpretando un "nuovo naturalismo" che risente certamente della lezione del critico Francesco Arcangeli, soprattutto nelle cromie di derivazione morlottiana e affini al percorso più intimo di Mandelli, ma attingendo altempo stesso a gesti e dimensioni che guardano più all'espressionismo astratto d'oltreoceano, oltre che adottando un trattamento materico di derivazione impressionista, Nocera conduce l'osservatore tra le asprezze di un bosco, sulle sponde di una vegetazione lacustre, dentro l'ambiente acquatico di un canneto.

In mostra vengono esposte alcune delle opere di grandi dimensioni, che l'artista predilige durante gli anni Settanta, come Vigne al tramonto (1973) o Degel de la Campagne veronese (1967), accanto a tele più piccole che, pur dal tratto riconoscibile, risultano di natura più intima e astratta, appartenendo probabilmente a un periodo successivo. Il passaggio all'informale coincide con il suo distacco da Bologna, quando, a partire dal 1960, l'artista affitta uno studio a Parigi nel quartiere di Montmartre, nel cuore della scena artistica locale, accanto anche ad altri artisti italiani. Qui si immerge nell'ambiente intellettuale parigino, inizia a frequentare artisti e collezionisti, si iscrive al Sindacato Nazionale degli Artisti Francesi ed espone con regolarità al Salon des Indépendants e al Salon d'Automne. Questa alcova, che unirà finalmente il suo spirito inquieto a un contesto artistico quanto meno di respiro europeo, diventerà per lui una base fondamentale cui ritornare con costanza nella sua pendolarità con l'Italia.

Tornato più stabile a Bologna (dove risiedeva ancora la madre) nel '79 dopo un divorzio turbolento con la prima moglie con cui l'artista aveva avviato anche la ristrutturazione di una casa nel veronese - la "ca' rossa" cui Nocera fa riferimento ossessivamente nei suoi diari più tardi -, l'artista conosce un periodo difficile, buio e isolato. L'attività pittorica riprenderà vigore solo verso la fine degli anni Ottanta grazie a una nuova musa, Felicia Muscianesi, che adotterà con amore la sua implacabile e addolorata follia creativa. Rintanato in una "salva" solitudine (da qui inizierà a firmarsi talvolta col nome Salvo) e in dialogo solo con pochi amici, l'artista inizia una nuova fase di sperimentazione, pur in una profonda inquietudine per una pratica artistica in cui fatica ormai a riconoscersi.

Volgendo lo sguardo all'informale di tradizione francese di Jean Fautrier e Antoni Tàpies, la sua pittura conosce nuove evoluzioni in cui la materia si fa decisamente più densa, la figura indefinita, e nuovi materiali trovano posto sulla tela negli assemblage. Se il disegno lasciaspazio ad acquerelli in cui l'artista reinterpreta con non troppa convinzione il tema del paesaggio, scotch, ritagli, carte e fotocopie diventano oggetto di nuovi tentativi compositivi che, seppur rimasti per lo più incompiuti, sono testimoni del suo sguardo ai cambiamenti in corso nell'arte di quegli anni e della ricerca insaziabile che nutre la sua visione fino alla fine della sua vita.

Nel corso della sua durata avrà luogo un ciclo di conferenze che, a partire dalla presentazione dell'artista svilupperanno, grazie alla partecipazione di critici, artisti, autori e ospiti d'eccezione, una discussione sul contesto e il periodo storico in cui Salvatore Nocera si è trovato a operare. Bologna per le Arti è un'associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 1999 per fornire un servizio diretto alla conoscenza e alla divulgazione delle arti figurative prediligendo l'area bolognese, con specifico riferimento ai periodi dell'Ottocento e del Novecento.

A tal fine, l'associazione si propone di organizzare e gestire mostre, conferenze e pubblicazioni finalizzate alla valorizzazione della tradizione artistico-culturale del territorio. Bologna per le Arti realizza i propri progetti tramite la collaborazione con enti, associazioni e istituzioni di natura pubblica e privata. Dal 2010 realizza le proprie mostre annuali (oltre 200mila visitatori) presso Palazzo d'Accursio, sempre corredate dal ciclo di incontri «Dialoghi Culturali a Palazzo d'Accursio» grazie alla partecipazione dei maggiori professionisti della cultura in città e nel Paese. (Comunicato stampa)

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___ Altre mostre a Bologna presentate in questa pagina della Newsletter Kritik

Alexey Titarenko: The City is a Novel
13 maggio - 15 settembre 2017
Spazio Damiani - Bologna
Presentazione

Catherine Wagner
termina lo 03 settembre 2017
Museo Morandi - Bologna
Presentazione

Paolo Ghilardi: Traiettorie Policrome
termina il 30 giugno 2017
Galleria Spazio Testoni - Bologna
Presentazione




Duilio Cambellotti
La collezione della Galleria del Laocoonte


Museo Emilio Greco - Sabaudia
termina lo 02 luglio 2017

La Galleria del Laocoonte di Roma presenta a Sabaudia una copiosa raccolta di opere di Duilio Cambellotti (Roma 1876-1960), artista di schietta e programmatica romanità, che padroneggiando ogni tecnica e materiali, fu poliedrico ed eclettico creatore di sculture di bronzo, legno, pietra e terracotta, di medaglie, di pitture murali, di vetrate, di maioliche, di incisioni e xilografie, di mobili e arredi. Fu anche scenografo, costumista, "metteur en scène", soprattutto per il teatro classico a Siracusa e ad Ostia, ma anche per il cinematografo, dagli inizi del muto fino al neorealismo del dopoguerra.

Il suo primo trionfo artistico, del resto, fu l'allestimento della prima rappresentazione de La Nave di Gabriele d'Annunzio, nel 1908. Fu anche creatore di manifesti come quello per l'Esposizione Internazionale di Roma del 1911, ed illustratore di numerosissimi libri. In mostra sarà la lussuosa edizione delle favole di Trilussa dalla copertina figurata in tessuto colorato, ricca come un piccolo arazzo. L'arte che non praticò mai fu la pittura da cavalletto destinata agli amatori privati. Infatti fu un fedele seguace dell'ideologia umanitaria di William Morris, e concepì sempre la sua arte come opera di divulgazione popolare, come educazione al bello per le masse, e all'inverso, impose al gusto contemporaneo eleganti idealizzazioni di oggetti rustici - mobili, maioliche - che potessero rendere consapevole il pubblico borghese dell'atavica bellezza degli strumenti del lavoro contadino.

Il suo amore per l'Agro Romano e Pontino lo portarono a studiare gli alberi e le piante, gli animali, i paesaggi, le abitazioni, le genti ed i costumi della campagna attorno a Roma, per conservarne il ricordo in forme artisticamente stilizzate e inconfondibili, diffondendone le immagini al fine di sensibilizzare la società sulle condizioni di arretratezza, fatica, miseria e malattia in cui vivevano i contadini dei latifondi malarici. Con Giovanni Cena, Giacomo Balla, Sibilla Aleramo e Alessandro Marcucci fu attivo per promuovere le scuole per i figli dei contadini. L'osservazione degli usi atavici lo portò a studiare la Roma antica delle origini, in un tempo in cui gli scavi al Foro e al Palatino ne portavano alla luce resti e memorie.

Nelle Leggende Romane, prima tempere e poi xilografie a cui lavorò tutta la vita, Cambellotti creò un neoclassicismo tutto suo, espressionista e rustico. Cambellotti, socialista umanitario, moderato e pacifista sempre, resuscitò la simbologia romana del fascio, dell'aquila e della lupa molto prima dell'avvento del fascismo, che quando venne se ne impadronì trovandosi un repertorio simbolico già bello e fatto. Illustratore di propaganda nella Prima Guerra Mondiale, creatore di singolari monumenti ai caduti nel primo dopoguerra - Terracina, Priverno - Cambellotti fu anche coinvolto nell'opera delle nuove città di fondazione della Bonifica Pontina. Sua la smisurata pittura murale con la Conquista della Terra.

Terracina era infatti la sua residenza estiva, dove abitava la pittoresca Torre Frangipane, dall'alto della quale- come si vede in mostra - ha immortalato un volo di rondini in uno splendido disegno in cui le volanti messaggere della primavera si librano alte e grandissime al di sopra dei tetti del paese minuscoli e lontani. In mostra i gessi originali di due delle tre Dolenti del Monumento ai Caduti di Terracina, uno splendido bronzo de La Corazza celebrazione dell'antico guerriero contadino italico, un gesso di leonessa, un commovente presepe di terracotta magistralmente dipinto. Delle Leggende Romane la tempera più antica del Ponte Sublicio e tre altre leggende, Marte, Orazio Coclite e l'Origine del Campidoglio, stampate da Cambellotti in vita. Acquarelli e disegni preparatori per la casa dei Mutilati di Siracusa.

La xilografia di Terracina bombardata e il suo disegno preparatorio, La Legnara, che fa parte di un poema iconografico dedicato al Circeo e alla navigazione antica. Manifesti e tempere preparatorie per le tragedie greche messe in scena a Siracusa. Una serie di medaglie di bronzo con le relative preparazioni in gesso e cera mostrano a qual punto alta fosse la maestria di Cambellotti in quest'arte nella quale egli fu davvero un Cellini del XX secolo. Un cartone di vetrata, per l'oculo della facciata del Duomo di Teramo, mostra una Vergine tra gli angeli circondata di fiori come una donna Liberty.

Numerose le illustrazioni per libri che mostrano la sapienza grafica di Cambellotti disegnatore, non solo di tavole, ma anche di vignette testate e finalini, una maniera di adornare il libro in ogni sua parte affinché quella dell'artista fosse pari a quella dell'autore del libro. E in ciò fu superiore, di molti libri avremmo perduto la memoria se non vi fossero le figure di Cambellotti a renderli preziosi. Il Catalogo a cura di Monica Cardarelli e Marco Fabio Apolloni, (De Luca Editori d'Arte), è introdotto da uno scritto di Antonio Pennacchi, l'epico romanziere di Canale Mussolini, e si avvale della collaborazione di Anna Maria Damigella, Francesco Parisi e Francesco Tetro. (Comunicato stampa Studio Esseci)




"ArchiLetture"
termina il 15 settembre 2017
Biblioteca dell'Accademia di architettura - Mendrisio (Svizzera)
biblio.arc.usi.ch

L'Accademia di architettura di Mendrisio ha ricevuto in donazione nel 2013 l'archivio fotografico della società IN.CO. Ingegneri Consulenti S.p.A. Il fondo conta circa 6000 fotografie in bianco/nero e a colori e costituisce un'importante testimonianza delle innovazioni costruttive e delle tecniche di messa in opera delle infrastrutture su scala mondiale nell'arco temporale tra il 1950 e il 1990. L'Archilettura proposta dalla Biblioteca in collaborazione con la Cattedra di strutture si riferisce anche alla metodologia didattica dell'Accademia di architettura di Mendrisio proponendo l'analisi e la messa a confronto per elementi costitutivi di più manufatti progettati dalla società italiana sotto la guida dell'ingegner Silvano Zorzi (1921-1994).

Le tavole esposte si focalizzano sulle specifiche dei materiali e delle tipologie di messa in opera, sulle fondazioni, sui pilastri e sugli impalcati delle diverse strutture presenti nell'archivio (ponti, viadotti, dighe, opere portuali, linee ferroviarie, metropolitane, grandi edifici civili ed industriali) al fine di evidenziare l'abilità creativa dell'ingegner Zorzi e riconoscere l'importanza e l'impatto dell'infrastruttura sul territorio. Mostra a cura di Valeria Francesca Gozzi, Mario Monotti, Sabina Walder e Angela Windholz. (Comunicato stampa)




Opera di Antonio Carbone dalla mostra I segni del tempo Antonio Carbone: I segni del tempo
termina lo 09 giugno 2017
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

Secondo appuntamento di "Osservazione 2017" ciclo di quattro mostre in cui gli artisti dall'Associazione culturale Fuori Centro, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione.

«Preminente campo d'indagine della ricerca di Antonio Carbone è la comunicazione umana, per questo rievoca antiche modalità di scrittura riproponendole in assemblaggi attuali e originali. In questi ultimi anni, ha sminuzzato testi, estrapolato frasi, smembrato parole, riducendole a monemi significanti quando l'ulteriore riduzione ne avrebbe fatto perdere ogni significato verbale e fonetico. Ha recuperato o imitato scritture differenti, dalle latine alle orientali, dall'arabo all'ebraico, 'inventando' (= trovando, da invenio, latino 'trovo') i segni lasciati dall'umanità. Nella frammentazione dei codici, ne ha alterato e interrotto la continuità linguistica, travalicando ogni significato particolare, per creare ritmo visivo e per cercare in quei frammenti caratteristiche delle comunità che le avevano ideate.

Si è appropriato dei caratteri usati in passato dai tipografi per comporre manualmente i testi dei volumi, e li ha resi strumenti estetici tridimensionali anche quando l'opera è realizzata su supporto piano, imprimendoli 'in bianco' con il martello nella carta ed evidenziandoli, in negativo, con lo sfregamento di carta carbone nera o blu sul foglio; allo stesso modo ha raccolto oggetti che potessero imprimere la loro forma sul foglio e li ha battuti, sfruttando nuovamente il pigmento copiativo; ha infine raccolto altri frammenti iconografici, come stradari o vecchie carte geografiche, usandoli in collage come supporto, anche simbolico, delle proprie composizioni. Le sue stratificazioni sono accuratamente pensate e realizzate per restituire un'opera finita e compiuta in tutte le sue parti, materiali e ideologiche.

Nel gioco negativo/positivo dei segni, articolato in semplici forme geometriche piane e nel piccolo come nell'insieme, Carbone trova, sceglie e risignifica, ottenendo un ipertesto e una "trans-scrittura" - come egli stesso spiega - che superano concetti, scritture e tracciati disegnativi tradizionalmente intesi, per lasciare a "pure tracce" e "sottili ombre" la lirica interpretazione delle sue opere. Si esalta soprattutto la portata comunicativa dei segni delle scritture che travalica appunto il significato particolare delle frasi, mostrando i caratteri storici e culturali delle popolazioni che le hanno inventate. Un po' come agiva Cagli cercando attentamente segni e immagini archetipiche, all'origine dell'umanità, il punto zero oltre il quale l'umanità non è più tale ma ancora anello di congiunzione.

Nelle opere recenti, l'artista si è progressivamente orientato verso la semplicità e la purezza formale dell'incisione a secco tout-court, dove perfino i segni liberi, espressivi della mano dell'artista, sono costantemente mediati dall'inchiostro secco della carta carbone e le rare, piccole 'inondazioni' di acquerello scuro appaiono sempre occultate e integrate perfettamente con questa procedura. Nella serie oggi in mostra predomina l'inchiostro blu, rispetto al nero precedente e, pur aumentando la varietà delle matrici, si constata una più puntuale attenzione per l'equilibrio formale. La liricità poetica e musicale di queste ultime opere è uno dei traguardi raggiunti dalla serie di carte incise.

Gli intervalli lineari, rappresentati dagli andamenti segnici e dall'affioramento di figure geometriche composte dal pulviscolo dei segni in libertà, spartiscono il foglio in zone precise e al contempo, grazie a un tonalismo monocromatico variamente accentuato, consentono di attraversare tridimensionalmente, in profondità e longitudinalmente, lo spazio immaginario creato dal bianco del foglio, sempre evidenziato da larghi margini, o addirittura talvolta rimarcato isolando il campo compositivo con un fondino giallo chiaro. Perciò la saturazione e lo spessore delle linee sono vari e variamente frastagliati dagli sfregamenti col pigmento blu e dalle impercettibili interruzioni di colore dovute alle incisioni acromatiche.

La distanza tra le linee è accuratamente calcolata, come calcolata è l'intersezione con trasparenti quadrati o rettangoli, formati da parati di piccoli fori o di lettere tipografiche, 'timbrate' con la stessa tecnica. Ugualmente, il lavorìo libero dell'artista interviene a graffiare, come in una puntasecca, le aree a maggiore densità, controbilanciando tonalmente e ritmicamente il fall-out delle lettere. Se fosse possibile tradurre sinesteticamente in musica quest'orchestra compositiva, percussioni ed archi predominerebbero sia nella tecnica esecutiva sia nel risultato estetico... Tuttavia, per comprendere meglio le ultime opere di Carbone, occorre considerare ancora più attentamente le serie precedenti di lavori con e sui i libri, corposo background degli ultimi risultati estetici.

Lavorando intensamente, infatti, su libri antichi tramite bruciature, tagli e strappi del testo, poi ricomposto in nuove pagine sui consueti supporti visivi - tavole telate generalmente bianche - Carbone ribadisce con forza, metodica e ostinata, la volontà di comunicare ciò che coglie al di là dei testi stampati, alla portata di tutti i lettori, servendosi invece di un altro linguaggio verbale e visivo, personalmente assemblato. Gli andamenti compositivi delle serie precedenti sono gli stessi che si ritrovano nelle opere incise a secco, costituendo anche la cifra espressiva dell'artista: alternanza di forme quadrate, rettangoli sfalsati verticalmente o in obliquo, fasce lineari ondulate, imprimiture a secco e in rilievo, griglie che lasciano intravvedere altri piani espressivi, incroci lineari plurimi e multidirezionali.

La scelta, infine, dei materiali e delle modalità esecutive supporta l'idea che il taglio di un testo già stampato o composto ex-novo su carta o metallo, nonché la sua ricomposizione in forme estetiche, raddoppi la portata informativa racchiusa nei ritagli e nel nuovo insieme geometrico, ritmico e cromatico. Inoltre, la sovrapposizione dei materiali o dei piani determinati dai gruppi di segni, pur non essendo erta di spessore, consente anche una lettura dell'opera nel tempo, in momenti successivi e via via più significanti e onnicomprensivi. Tale processo è particolarmente visibile nelle sculture, quasi manifesti dell'interesse analitico e riqualificante dell'artista. Sculture in installazione con le carte, così, impressioni e forme che si consolidano nell'oggetto libero dalla parete, diventano moderne Torri di Babele, dove la stessa tecnica impressoria si stigmatizza nel metallo, in rotoli di scritture avvolti a spirale ascendente o in fasce arcuate come vele al vento.

Sono scritture mute, che affascinano l'osservatore e idealmente attingono da immaginari, frammentari reperti, o da quei lacerti di scritture del passato, fortunosamente distillati dagli avvenimenti e sorprendentemente pervenutici ancora presenti, vivi e portatori della memoria del popolo che li ha creati. Con il loro apparire discreto e composto, queste sculture ci appaiono anche come testimoni archetipici di quel senso umano, profondo e fondante, di cui l'artista è costantemente alla ricerca, irriducibile cercatore e sensibile interprete che ricostruisce, col beneficio del dubbio e in una nuova antropologia artistica, la filosofia di un popolo antico che possa sostenere anche noi, umani del presente.» (De rerum humanis. I tracciati a secco di Antonio Carbone, di Laura Turco Liveri - curatrice della mostra)




Adamo ed Eva in Sud Tirolo. Tesori artistici fiorentini durante la Seconda guerra mondiale in Alto Adige
Adam und Eva in Südtirol. Kunstschätze aus Florenz während des Zweiten Weltkrieges in Südtirol


termina il 17 giugno 2017
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, fra l'agosto 1944 e il maggio 1945, in Alto Adige fu custodita una quantità inimmaginabile di capolavori della storia dell'arte. Varie centinaia di dipinti e sculture provenienti da musei fiorentini, fra cui opere di Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Lukas Cranach, Botticelli, Donatello, Caravaggio, Lorenzo Lotto, Tintoretto, Roger van der Weyden, Albrecht Dürer e Rembrandt, furono trasferite dal reparto militare tedesco per la tutela del patrimonio artistico (Deutscher militärischer Kunstschutz) nell'ex-palazzo di giustizia di San Leonardo in Passiria e nel castello di Neumelans, a Campo Tures.

Per la loro posizione defilata nella Zona d'operazioni delle Prealpi, questi luoghi erano considerati dagli esperti d'arte nazionalsocialisti come depositi relativamente sicuri rispetto ai quotidiani attacchi degli alleati, che si facevano di giorno in giorno più vicini. Fra l'8 agosto e il 9 settembre 1944 il reparto trasferì dalla Toscana in Alto Adige 37 carichi d'autoarticolato con opere d'arte di primo e primissimo rango. A parte poche eccezioni, dopo il crollo del Terzo Reich le opere furono recuperate dagli americani e riportate a Firenze nel luglio 1945. I depositi sudtirolesi furono stazioni intermedie di un furto d'arte organizzato su incarico dei vertici nazisti, o invece quelle del reparto per la tutela del patrimonio artistico erano misure volte a mettere in salvo gli inestimabili tesori e beni artistici italiani?

Ad oggi gli storici forniscono risposte controverse a questa domanda: quelli tedeschi tendono a porre l'accento sull'azione di salvataggio, mentre gli storici italiani e americani denunciano invece perdite, appropriazioni indebite e furti di preziosi beni culturali. Il sistematico furto di opere d'arte da parte dei nazisti, un'impresa senza precedenti - i ricercatori di opere trafugate stimano che nei territori conquistati furono rubati fra i tre e i cinque milioni di oggetti artistici -, rendono il sospetto perlomeno legittimo. L'esposizione al foto forum di Bolzano mostra l'allogamento e la messa in custodia delle opere nei depositi di San Leonardo in Passiria e nel castello di Neumelans a Campo Tures. (Comunicato stampa Foto Forum)

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In den letzten Monaten des Zweiten Weltkrieges, von August 1944 bis Mai 1945, ist Südtirol Aufbewahrungsort für eine unvorstellbare Menge von Meisterwerken der Kunstgeschichte. Mehrere hundert Gemälde und Skulpturen aus Florentiner Museen, darunter Werke von Michelangelo, Raffael, Tizian, Lukas Cranach, Botticelli, Donatello, Caravaggio, Lorenzo Lotto, Tintoretto, Roger van der Weyden, Albrecht Dürer und Rembrandt, werden von der Abteilung "Deutscher militärischer Kunstschutz" in Italien in das ehemalige Gerichtsgebäude in St. Leonhard in Passeier und den Ansitz Neumelans in Sand in Taufers verfrachtet. Die abgelegenen Orte in der Operationszone Alpenvorland galten den nationalsozialistischen Kunstexperten als vergleichsweise sichere Unterbringungmöglichkeiten vor den täglich näher rückenden Angriffen der Allierten.

Insgesamt 37 LKW-Ladungen mit Kunstwerken hohen und höchstens Ranges wurden in der Zeit vom 8. August bis 9. September 1944 vom "Kunstschutz" aus der Toskana nach Südtirol verfrachtet. Bis auf wenige Ausnahmen wurden die Werke nach dem Zusammenbruch des Deutschen Reiches von den Amerikanern sichergestellt und im Juli 1945 nach Florenz zurücktransportiert. Waren die Depots Zwischenspeicher des organisierten Kunstraubs im Auftrag von Nazi-Größen oder waren die Aktivitäten des Kunstschutzes Rettungsmaßnahmen für die unermesslichen Kunstschätze und Kulturgüter Italiens? Die Historiker beurteilen diese Frage bis heute kontrovers: Deutsche Historiker betonen eher die Rettungsleistung, italienische und amerikanische hingegen beklagen Verluste, Unterschlagung und Raub wertvoller Kulturgüter.




Immagine dalla locandina della mostra Tazio Nuvolari - La leggenda della Mille Miglia Tazio Nuvolari
La leggenda della Mille Miglia


termina il 21 maggio 2017
Galleria civica "Gian Battista Bosio" - Desenzano del Garda (Brescia)

In occasione della Mille Miglia, il Comune di Desenzano del Garda e Casa Museo Sartori di Castel d'Ario (Mantova) hanno organizzato la rassegna d'arte, curata da Arianna Sartori, che presenta venti dipinti realizzati dagli artisti: Carlo Barbero, Emanuele Biagioni, Sabina Capraro, Giovanni Cerri, Walter Davanzo, Gioxe De Micheli, Giovanni Faccioli, Carlo Adelio Galimberti, Riccardo Luchini, Marco Manzella, Patrizia Masserini, Antonio Miano, Alessandro Nastasio, Aldo Parmigiani, Vincenzo Perna, Roberto Rampinelli, Massimo Romani, Leonardo Santoli, Luigi Timoncini, Alberto Venditti. Le opere esposte sono state gentilmente prestate, per questa iniziativa culturale, da Casa Museo Sartori di Castel d'Ario. (Comunicato stampa)

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Artisti per Nuvolari
Quarta rassegna, settembre-ottobre 2016
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)
Presentazione




Opera di Alessandra Politi Artists for Whale
02 giugno (inaugurazione ore 17.30) - 18 giugno 2017
Forte di Santa Tecla - Sanremo (Imperia)
www.artists4rhino.org

Percorso espositivo - tra arte e scienza organizzato per la salvaguardia e la conservazione dei grandi mammiferi marini del Mediterraneo - allestito in occasione della manifestazione I giorni della balena (02-04 giugno). Oltre quaranta opere di trenta artisti esposte per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza della tutela dei cetacei dei nostri mari e di contribuire alla ricerca e alla loro conservazione. Una trentina di artisti, provenienti da diverse città italiane ed estere, presenterà per l' occasione opere a tema. La mostra è promossa dal Comune di Sanremo, da Artists4Rhino, dall'Istituto Tethys Onlus.

L'associazione Artists4Rhino fa' conoscere al mondo, attraverso l'arte, il problema dell'impatto delle pressioni antropiche sulle specie minacciate, catalizzando l'attenzione degli artisti su questo tema. Metà del ricavato dall'eventuale vendita delle opere d'arte andrà a sostenere le attività di monitoraggio e conservazione che l'Istituto Tethys Onlus conduce da 28 anni in Mar Ligure, nel cuore del Santuario Pelagos, un'area marina protetta istituita da Italia, Francia e Principato di Monaco per tutelare i cetacei del Mediterraneo. Alla inaugurazione, un incontro dal titolo Arte e scienza insieme per i cetacei del Mare Nostrum. (Estratto da comunicato stampa di Susanne Capolongo)

Artisti in mostra: Alessandro Alghisi, Mirek Antoniewicz, Christian Berrini, Maria Pia Binazzi, Gabriele Buratti Buga, Massimo Catalani, Roberta Cavalleri, Silvia Del Grosso, Antonio Delluzio, Stefano Diomede, Marica Fasoli, Marco Ferra, Alessandro Filardo, Giuseppe La Spada, Susy Manzo, Raffaella Maron, Tiziana Mesiano, Giorgia Oldano, Angela Ongaro, Domenico Pellegrino, Alessandra Politi Pagnoni, Davide Puma, Massimo Quadrelli, Daniele Roccaro, Sir Skape, Roberta Ubaldi, Giovanni Oscar Urso, Tiziana Vanetti, Yux.




Opera di Francois-Morellet François Morellet
termina il 12 luglio 2017
Galleria A arte Invernizzi - Milano

Mostra di François Morellet, protagonista dell'arte internazionale sin dagli anni Cinquanta. La collaborazione con l'artista francese, iniziata nel 1994 con l'esposizione Dadamaino Morellet Uecker tenutasi in occasione dell'apertura della galleria, ha portato negli anni alla realizzazione di numerose mostre personali sia in Italia che all'estero e, a un anno dalla scomparsa del maestro, questa esposizione desidera mettere in luce il suo peculiare e personalissimo approccio al "fare arte", ripercorrendo l'ultimo decennio della sua ricerca.

Nella prima sala del piano superiore sono esposte le ultime opere realizzate nel 2016, appartenenti al ciclo 3D concertant, in cui le direttrici nere, tratteggiate seguendo diverse gradazioni angolari, pervadono lo spazio bianco della tela e guidano l'occhio verso l'illusione ottica della terza dimensione. La combinazione tra rigore sistematico e incessante curiosità per la sperimentazione, che è una costante nella ricerca di Morellet, è evidente anche nella serie Desarcticulation (2012), visibile nella stessa sala, in cui le superfici e il semicerchio dipinto si accostano e si sovrappongono su due differenti tele accostate, celando il reale con la geometria ed aprendo la via a molteplici percorsi visivi.

Attraverso la combinazione di dissimili soluzioni linguistiche, di cui i titoli sono parte fondamentale, François Morellet crea un senso di continuo spaesamento che genera visioni ambivalenti, come nel caso di Lunatique neonly 4 quarts n.11 (2002). Qui i tubi al neon, la cui forma suggerisce quattro segmenti del medesimo cerchio, si adagiano intersecandosi sulla tela, anch'essa circolare, fino a sconfinarne in un ironico gioco di rimandi visivi e illusione percettiva. Al piano inferiore della galleria si trovano i lavori del ciclo p piquant neonly (2005-2007) in cui i neon si svincolano dal limite imposto dal perimetro delimitato dalla tela e si definiscono liberamente nello spazio.

La luce bianca e azzurra diviene, in questi lavori, elemento costitutivo. Le rette si susseguono in un andamento spezzato eppure continuo acquisendo una valenza costruttiva, anche a livello formale, che si traduce nella possibilità di una percezione consapevole, seppur pervasa da un persistente senso di ambiguità. In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue contenente la riproduzione delle opere in mostra, un saggio di Massimo Donà, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Marcello Lo Giudice - Red vulcano - cm.150x200 2016 Marcello Lo Giudice - Eden Blu -cm.140x140 2016 Marcello Lo Giudice
"Eden, Pianeti Lontani"


termina il 12 giugno 2017
MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo - Roma

In esposizione sei tele di grandi dimensioni, la serie Eden, e la scultura Cantico delle creature realizzata con 7000 api in oro che raccontano il percorso artistico di Marcello Lo Giudice, artista siciliano pittore "tellurico", così come è stato definito dal critico d'arte francese Pierre Restany per il suo profondo legame con la materia e la natura, ben evidente in tutte le sue opere. Una laurea in geologia all'Università di Bologna e successivamente l'Accademia di Belle Arti di Venezia hanno infatti contribuito a sviluppare il suo linguaggio pittorico, in cui l'interesse per l'ambiente e per la natura sono le caratteristiche principali.

Come spiega l'artista stesso "Studiando Geologia, paleontologia e geografia fisica ho conosciuto meglio il nostro pianeta. Analizzando i minerali al microscopio, in particolare, ho scoperto le meravigliose cromie che ci sono dentro un millimetro di zolfo, di calcite o di magma. Al microscopio vedi i più bei capolavori dell'arte contemporanea". Nella serie di dipinti Eden, il cui titolo è un richiamo all'episodio biblico della creazione, è particolarmente evidente come le opere di Lo Giudice vogliano, attraverso l'utilizzo di pigmenti su tela, ricreare remoti paesaggi geologici. La serie, che comprende Eden Blu, Eden Rossi, Eden Primavera ed Eden Vulcano, è stata recentemente esposta al Russian State Museum di San Pietroburgo. Anche nella grande scultura di circa tre metri di altezza, Cantico delle creature, si legge il suo amore per l'ambiente: un omaggio al cantico di San Francesco e alle creature fragili come le api. In occasione della mostra verrà stampato un catalogo con testi di Alexander Borovsky e David Rosenberg.

Marcello Lo Giudice (Taormina, 1957) dopo la laurea in Geologia all'Università di Bologna si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Venezia. Considerato uno degli artisti di punta del neoinformale europeo, la sua tecnica si caratterizza per l'utilizzo dell'olio misto a pigmenti colorati. Con questa sua particolare tecnica l'artista unisce l'ispirazione ai grandi maestri dell'informale alla sua formazione scientifica, riuscendo a tradurre su tela le suggestioni degli elementi e dei paesaggi naturali. E' un artista molto apprezzato all'estero: nel 2016 è entrato nel report di Art Price come uno degli artisti italiani più venduti nelle aste internazionali. Ha partecipato nel 2009 e nel 2011 alla Biennale di Venezia e oggi espone in tutto il mondo. Di recente ha esposto le sue opere al State Russian Museum di San Pietroburgo. (Comunicato stampa)




Opera di Fang Zhaolin dalla mostra Signora del Celeste Impero Fang Zhaolin - opera nella rassegna al Museo della Permanente di Milano Autoriratto di Fang Zhaolin Fang Zhaolin
Signora del Celeste Impero


15 giugno - 10 settembre 2017
Museo della Permanente - Milano

Il Museo della Permanente di Milano, in collaborazione con il Museo Xuyuan di Pechino, ospita la prima retrospettiva italiana dedicata all'artista cinese Fang Zhaolin, nata a Wuxi nella provincia dello Jiangsu nel 1914 e scomparsa a Hong Kong nel 2006 all'età di 93 anni. La mostra, curata da Daniel Sluse (direttore della Académie Royale des Beaux Arts di Liegi) con la collaborazione di Jean Toschi Marazzani Visconti, ripercorre attraverso 66 opere - tutte realizzate su carta di riso con pennello intinto in inchiostro nero o in pigmenti colorati - l'intero percorso pittorico di Fang Zhaolin, erede della tradizione artistica cinese.

Scrive Daniel Sluse nel suo testo in catalogo: "Viaggiatrice instancabile, alla perpetua ricerca delle proprie radici, essa incontrerà l'arte moderna, che la porterà a una maggiore comprensione della propria cultura" Fang Zhaolin approfondisce la conoscenza della storia occidentale, del classicismo, del pre e post impressionismo, del fauvismo, del cubismo e dell'espressionismo astratto. Ciononostante, è sulla Cina che verte tutta la sua opera. Una Cina dai paesaggi grandiosi, popolata da una vita intensa che anima la sua memoria e scaturisce dai suoi pennelli. Fang Zhaolin integra nella sua opera elementi visivi e tecniche artistiche del modernismo occidentale (Pollock, Kline, Kandinsky, Cezanne...) alla pittura paesaggistica cinese, introducendo significative novità nell'uso del pennello, della composizione e del colore.

Ma l'innovazione di Fang Zhaolin non é solo nella scelta di colori contrastanti, nelle figure geometriche astratte o nelle superfici piatte, ma anche nella capacità di creare un ritmo musicale attraverso pennellate libere, incisive, in costante alternanza fra inchiostri leggeri e spessi: la straordinaria e personalissima capacità di integrare la calligrafia cinese tradizionale nella pittura costituisce l'elemento cruciale della cinesità dei dipinti di Fang Zhaolin. Uno stile calligrafico unico che, da netto e deciso, si trasforma dal 1960 in una evoluzione ispirata all'asprezza e al primitivismo, caratterizzato da linee imprevedibili, leggere e pesanti, bagnate e asciutte. L'intreccio armonico di calligrafia e pittura è stato per Fang Zhaolin lo strumento principale per esplorare l'essenza della tradizione cinese e per esprimere le proprie emozioni. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio de Angelis)




Opera di Aldo Sergio nella mostra Isole allo Studio d'arte Cannaviello di Milano Aldo Sergio: Isole
termina il 27 giugno 2017
Studio d'arte Cannaviello - Milano
www.cannaviello.net

Aldo Sergio, per la sua prima personale presso lo Studio d'arte Cannaviello, ha deciso di partire dal fenomeno delle "Isole fantasma", ovvero isole che nel corso dei secoli sono state tracciate sulle carte geografiche e poi rimosse perché inesistenti, frutto di illusioni ottiche, errori di navigazione o semplicemente distrutte dopo l'avvistamento da esplosioni vulcaniche. L'artista vuole restituire l'idea della difficoltà di identificazione e definizione delle linee tramite l'uso dei pixel. Soggetti antichi, piante o animali, sono alterati dalla presenza disturbante di questa griglia che li cela in parte o nella loro totalità. Si delineano così degli incontri fuori dal tempo, dove si uniscono passato e presente. Il gesto delicato di Aldo Sergio dà così vita a un'atmosfera silenziosa, abitata da figure isolate e misteriose. La mostra presenta più di venti opere realizzate nell'ultimo anno.

Aldo Sergio (Salerno, 1982), conseguita la maturità artistica, nel 2007 si laurea in Scienze Antropologiche presso l'università di Perugia. Nel 2015 tiene la sua prima personale a Linz (Galerie M&K), alla quale seguono quelle di Almaty (Esentay Gallery) e Vicenza (Apart Spaziocritico). Ha inoltre esposto in diverse collettive presso lo Studio d'arte Cannaviello e all'estero (Hong Kong, Tokyo e Barcellona). (Comunicato stampa)




Fotografia di Gabriele Basilico su Matosinhos in Portogallo del 1996 Copertina libro Gabriele Basilico Disegno di Alvaro Siza per la mostra insieme con fotografie di Gabriele Basilico dedicata alla città portoghese di Matosinhos Gabriele Basilico | Alvaro Siza
Matosinhos. Non c'è spazio né architettura senza luce


termina lo 09 luglio 2017
Vicolo Folletto Art Factories - Reggio Emilia
www.vicolofolletto.it

Quaranta fotografie di Gabriele Basilico e dieci disegni su carta di Álvaro Siza compongono il ritratto di Matosinhos (comune portoghese situato nel distretto di Porto) e allo stesso tempo costituiscono l'esito del dialogo tra un architetto e un fotografo, maturato attraverso lunghe conversazioni nella casa della sorella di Siza, Tereza, ma anche e soprattutto attraverso camminate e sguardi condivisi. Basilico e Siza si conobbero in occasione del Progetto Espositivo Uma cidade assim (Una città così), commissionato dal Comune di Matosinhos. La mostra comprende, inoltre, alcune note fotografie di Porto scattate negli stessi anni da Gabriele Basilico. Accompagnata da un libro pubblicato da corsiero editore (presentazione 07 maggio 2017, ore 16.30)

«Stiamo passeggiando - scrive Gabriele Basilico nel 2011 - Alvaro e io, una domenica mattina per le strade di Matosinhos, non lontano dalla casa in stile eclettico di rua Brito Capelo, dove Siza ha vissuto per molti anni con la sua famiglia e dove tuttora abita sua sorella Tereza. I fabbricati che contornano le strade di questo quartiere sono capannoni, magazzini, spazi di industrie dismesse, dove una volta veniva lavorato e inscatolato il pesce. Le scritte delle compagnie, che campeggiavano enormi sulle facciate degli edifici, come nelle tele degli artisti pop, sono scolorite, quasi illeggibili e l'atmosfera, con la complicità della luce intensa che si riflette sul pavé e dell'assenza quasi totale di traffico, è come sospesa in un tempo dilatato».

«Circa venti anni fa - racconta Siza nel 1999 - visitò il Portogallo un architetto brasiliano, Charles Nelson che dirigeva la ristrutturazione di una favela a Rio de Janeiro. Ci presentò il suo progetto, un variopinto miscuglio di lotta urbana, auto-costruzione, samba e poesia. (...) Nacque in me l'idea che la città rinnovata, non sappiamo quale città, sarebbe sorta dalla periferia, dalle bidonvilles, dalle favelas, più che dalla memoria o dalla presenza dei centri storici. Provo la stessa sensazione quando guardo le fotografie di Basilico. (...)

Le immagini esasperate di Basilico sono l'espressione di un'enorme speranza, di comprensione e di tolleranza, della convinzione. Possiamo parlare di fede, fede nell'uomo in costruzione. Quelle immagini nascono da una passeggiata fra le macerie. A volte le macerie sono reali, rovine perforate dal tempo o dalle pallottole, non-rovine che rovinano la città, rovine disprezzate o abitate, mai ritoccate. (...) Basilico è un architetto che non esercita? È un architetto di visione al di là del pessimismo. Sa vedere meglio e apprendere, insegnare a vedere. I suoi strumenti sono l'ombra e la luce. Le ombre disegnano lo spazio. Dipendono dalla lue. Non c'è spazio né architettura senza luce. L'accettazione è creazione. Luce».

Gabriele Basilico (Milano, 1944-2013), dopo la laurea in architettura (1973), si dedica con continuità alla fotografia. La forma e l'identità delle città, lo sviluppo delle metropoli, i mutamenti in atto nel paesaggio postindustriale sono da sempre i suoi ambiti di ricerca privilegiati. "Milano ritratti di fabbriche" (1978-80) è il primo lungo lavoro che ha come soggetto la periferia industriale e corrisponde alla sua prima mostra presentata in un museo (1983, Padiglione di Arte Contemporanea, Milano).

Ha prodotto e partecipato a numerosissimi progetti di documentazione in Italia e all'estero, dai quali sono nati mostre e libri, tra cui "Porti di mare" (1990), "Berlino" (2000), "Appunti di viaggio" (2006). Tra i suoi ultimi lavori, "Roma 2007", "Silicon Valley '07" (per incarico del San Francisco Museum of Modern Art), "Mosca Verticale", indagine sul paesaggio urbano di Mosca, ripresa nel 2010 dalla sommità delle sette torri staliniane, "Leggere le fotografie" (2012).

Álvaro Joaquim Melo Siza Vieira (Matosinhos, 1933), tra il 1949 e il 1955 ha studiato alla Scuola di Architettura dell'Università di Porto. Il suo primo progetto costruito fu concluso nel 1954. Ha insegnato alla Scuola di Architettura (ESBAP) dal 1966 al 1969 ed è diventato professore assistente di Costruzione nel 1976. Visiting professor, ha insegnato alla Scuola di Architettura di Porto. E' nella American Academy of Arts and Sciences; "Honorary Fellow" del Royal Institute of British Architects; dell'AIA/American Institute of Architects; dell'Académie d'Architecture de France e della European Academy of Sciences and Arts; della Royal Swedish Academy of Fine Arts; dell'IAA/International Academy of Architecture; dell'American Academy of Arts and Letters. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Pablo Echaurren. Du champ magnétique. Opere 1977-2017
"La révolution mise à nu par ses agitateurs, même": Pablo Echaurren rilegge Duchamp


termina il 15 ottobre 2017
Scala Contarini del Bovolo - Venezia

L'esposizione propone una serie di opere realizzate nell'arco di quarant'anni in cui Pablo Echaurren dialoga con l'ombra del padre dell'arte concettuale Marcel Duchamp. Il percorso della mostra si sviluppa lungo lo spazio fisico della Scala Contarini del Bovolo, che nella sua forma a spirale (bovolo in dialetto veneziano significa chiocciola) rimanda emblematicamente alla coppia di opposti alto/basso e ascesa/discesa. Traendo spunto dall'opera duchampiana Nu descendant un escalier, l'artista ha concepito una serie di cartelli segnaletici che invitano lo spettatore, con un gioco di parole onomatopeico, a salire le scale (Nous ascendants un escalier) e poi a discenderle (Nous descendants un escalier).

La mostra è anche un viaggio nel tempo lontano/vicino e immaginato/vissuto che collega tre date: 1917, 1977 e 2017. 1917: anno in cui Duchamp presenta il ready-made "Fountain", l'opera provocatoria per antonomasia. 1977: abbandonata per qualche tempo la professione di artista, Echaurren, legandosi alla corrente ironica e creativa dei cosiddetti indiani metropolitani, elabora con il gruppo un nuovo linguaggio collettivo basato sull'uso delle provocazioni duchampiane ma in chiave politica, creando fanzine, disegni, collage e dando vita a happening a sorpresa. 2017: l'artista decide di recuperare i materiali legati a quei momenti, quaderni, appunti scritti e disegnati, proponendo anche nuovi lavori che mettono in evidenza la possibilità di servirsi ancora oggi di Duchamp come un palinsesto su cui tracciare un percorso personale.

Il fulcro della mostra è rappresentato da una serie di collage che entrano in rotta di collisione con i materiali cartacei della boîte verte, la scatola duchampiana intitolata La mariée mise à nu par ses célibataires, même (1934). Un'opera che rappresenta per Echaurren non solo un personale oggetto d'affezione ma anche uno stimolo e uno spunto di riflessione sul fare arte come prassi legata alla dimensione del pensiero. La scatola, com'è noto, contiene la riproduzione di appunti, foto, disegni e fogli strappati relativi all'elaborazione del Grande Vetro.

Una sorta di cassetta degli attrezzi ma anche un potenziale collage. Echaurren, che sin dal 1969 ha praticato la via del collage accanto alle altre discipline artistiche, ha utilizzato copie dei facsimile della "boîte" per realizzare cinquanta lavori in un'ideale partita a scacchi con il grande maestro. Al fine di rimarcarne l'importanza, un esemplare originale della scatola è materialmente presente nella mostra. A conclusione dell'itinerario, la scultura di ceramica U/siamo tutti Duchamp, una copia dello storico orinatoio firmato R. Mutt, sulla quale Echaurren è intervenuto applicandovi una sorta di tatuaggio realizzato con una tecnica desunta dal compendiario della grottesca faentina cinquecentesca, trasformando così l'oggetto in una suppellettile straniante attraverso un détournement in bilico tra medioevo, graffitismo, passato e presente, alto e basso.

Pablo Echaurren (Roma, 1951) inizia a dipingere a diciotto anni e, tramite Gianfranco Baruchello, viene scoperto dal critico e gallerista Arturo Schwarz che fa conoscere il suo lavoro in Italia e all'estero. Tra il 1971 e il 1975 espone a Berlino, Basilea, Filadelfia, Zurigo, New York, Bruxelles e nel 1975 è invitato alla Biennale di Parigi. Il suo esordio avviene all'insegna di un minimalismo, di una concettualità e di un'antipittoricità alternativi all'idea di opera d'arte come feticcio. Questa è la direzione in cui l'artista si è mosso da allora, sempre alla ricerca di nuovi linguaggi e nuove forme di espressione, senza mai adagiarsi sul già fatto.

Non solo pittore, si è impegnato in un'intensa attività applicata, realizzando illustrazioni, manifesti e copertine, tra cui quella del best seller Porci con le ali, nonché "metafumetti" che indagano sul possibile rapporto tra avanguardia e arte popolare, cercando quel necessario e fecondo cortocircuito tra "alto" e "basso", tra cultura e leggerezza, in sintonia con l'ideale di un'arte diffusa. La sua creatività si è sviluppata anche nel campo scrittura, pubblicando romanzi e pamphlet sul mondo dell'arte. Dopo il Duemila, la sua poliedrica produzione è stata presentata in alcune esposizioni personali. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Claude Monet - Impression, Soleil levant - Musée Marmottan Monet 1872 Hodler, Monet, Munch
Dipingere l'impossibile


termina l'11 giugno 2017
Fondation Pierre Gianadda - Martigny (Svizzera)

A partire dal 9 maggio la mostra che riunisce una serie di opere di Ferdinand Hodler (Berna 1853 - Ginevra 1918), Claude Monet (Parigi 1840 - Giverny 1926) ed Edvard Munch (Løten 1863 - Oslo 1944) si arricchisce di un'opera famosisissima di Monet - Impression, Soleil levant - proveniente dal Musée Marmottan Monet - dal cui titolo ha preso ispirazione il termine "impressionismo" che avrebbe connotato, da allora in poi, la produzione artistica di Monet e di altri autori attivi in Francia nella seconda metà dell'Ottocento. Varie le considerazioni che si possono fare su questo dipinto.

"Si sa - scrive in catalogo il curatore Philippe Dagen - che il sole era couchant (al tramonto) nel titolo, prima di essere considerato levant (all'alba)... per limitarci a considerazioni strettamente pittoriche, si segnala che, per dipingere il sole, Monet si affida a una modalità semplice: un disco vivacemente colorato di rosso che è l'unica forma nettamente definita della tela, essendo il bacino e le barche individuate da tracciati imprecisi di gradazioni di grigio, in modo che appaiano come delle ombre e dei fantasmidi e che la vivacità dell'astro solare si imponga così fortemente, essendo l'unico riferimento visivo stabile. Si segnala inoltre che questo motivo è assente dalla sua opera, fatto che potrebbe sembrare un paradosso. Consacrata dunque quasi esclusivamente alla luce, l'opera non fronteggia la sua sorgente luminosa così che questo lavoro può considerarsi una vera eccezione...".

L'opera si inserisce nel contesto di questa mostra organizzata dal Musée Marmottan Monet di Parigi e dalla Fondation Pierre Gianadda con la collaborazione del Munch-Museet di Oslo e che ha come titolo Dipingere l'impossibile, perché sviluppa la narrazione dei modi in cui tre artisti di formazioni culturali diverse - uno svizzero, un francese e un norvegese - affrontano temi complessi da rappresentare: le sezioni in cui l'esposizione si articola hanno come riferimento la rappresentazione dell'acqua, della neve, della luna e del sole, per concludersi con quelli che vengono definiti i "limiti dello sguardo", tutti argomenti che mettono alla prova le capacità percettive dell'artista che deve andare oltre le consuetudini sfruttando al massimo le proprie competenze tecniche e narrative mettendo a punto nuove, inedite e sorprendenti modalità espressive. (Comunicato stampa Uessearte)




Il Mito del Pop
Percorsi Italiani


termina lo 08 ottobre 2017
Galleria d'arte moderna e contemporanea Armando Pizzinato - Pordenone
www.artemodernapordenone.it

C'è stata una "via italiana" al Pop ed è stata assolutamente originale. Silvia Pegoraro lo evidenzia con questa mostra dal forte taglio critico, che riunisce circa 70 opere, alcune mai prima esposte, di una ventina di artisti. Si è spesso sostenuto che gli artisti italiani non fecero sostanzialmente altro che "copiare" gli americani. Alcuni di essi, è vero, erano stati in America prima del '64, anno del trionfo della Pop Art americana alla Biennale di Venezia, o si erano informati in precedenza sulle nuove poetiche visive statunitensi: per esempio Mimmo Rotella (celebri i suoi décollages - collages di manifesti pubblicitari strappati), Franco Angeli (tra le sue opere più famose le sue lupe e le sue aquile romane), Tano Festa, con le sue riletture di Michelangelo e di altri celebri maestri del passato, o Mario Schifano, che reinterpreta in pittura le icone pubblicitarie o foto storiche (come nel celeberrimo Futurismo rivisitato, del '66).

Tutti artisti, questi, legati alla romana "Scuola di Piazza del Popolo". Roma è infatti uno dei due punti di irradiazione della Pop Art di casa nostra: qui, il fenomeno della "dolce vita", legato al "boom economico", dà il via a un profondo rinnovamento del costume italiano. Nel dopoguerra, Roma è un luogo di incontri e dibattiti di livello internazionale. Di qui passano molti grandi artisti europei e americani. Si parla, si discute, si crea. Le gallerie di riferimento sono La Tartaruga di Plinio de Martiis e La Salita di Gian Tomaso Liverani, dove espongono gli artisti che fanno tendenza. Oltre a quelli già nominati, ci sono Cesare Tacchi, Sergio Lombardo, Renato Mambor, Ettore Innocente, e Mario Ceroli, che nelle sue famose sculture ricostruisce in legno grezzo immagini e oggetti della quotidianità.

L'altro centro propulsivo della Pop Art italiana è Milano, e il suo cuore è lo Studio Marconi, dove nel '65 espongono in una mostra, insieme a Schifano, Valerio Adami, Emilio Tadini e Lucio Del Pezzo. Questi artisti guardano più all'Europa che all'America: dalle soluzioni genialmente kitsch di Enrico Baj, influenzate dal dadaismo e dal surrealismo, alla altrettanto geniale ibridazione di metafisica dechirichiana e iconografia da fumetto di Adami, alla rigogliosa vena "narrativa" di Tadini che acquisisce, grazie al contatto con la Pop Art, una maggior sintesi d ell'immagine, oltre che un più forte impulso a inserire nella figurazione oggetti appartenenti al mondo reale e quotidiano. La mostra sarà anche un'occasione per ricordare e celebrare, nel trentennale della morte, l'artista Ettore Innocente, noto come uno dei più interessanti e originali artisti della Pop Art di ambito romano, ma provenienete in realtà dal territorio pordenonese, con il quale ha sempre mantenuto legami profondi, coltivati con assiduità.

"Il gusto tutto europeo e italiano, prima ancora che nei riferimenti alla tradizione artistica, si manifesta - afferma la curatrice - in tutti questi artisti nella forte istanza di intervento artigianale/manuale, lontana dalle tecniche prettamente industriali utilizzate dalla Pop americana. Una originalità che le opere in mostra confermano. Evidenziando che, fondamentale nel confronto, è soprattutto l'inclinazione degli italiani a lavorare su stereotipi culturali, anziché soltanto su oggetti-merce e su immagini della comunicazione di massa, con una più spiccata manipolazione delle immagini". (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Rinascimento segreto

13 aprile - 03 settembre 2017
Palazzo Ducale - Urbino
Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano - Fano
Palazzo Mosca - Pesaro
www.rinascimentosegreto.it

Nelle tre sedi sono esposte oltre ottanta opere, tra dipinti e sculture, disegni e oggetti d'arte dall'inizio del Quattrocento alla metà del Cinquecento, di proprietà di fondazioni bancarie, istituzioni e collezionisti privati con l'obiettivo di valorizzare, come indica il titolo stesso, un patrimonio artistico quasi sconosciuto (perché non esposto nei musei pubblici), e al contempo creare un dialogo con le opere rinascimentali presenti sul territorio.

Oltre a maestri di scuola marchigiana (Giacomo di Nicola da Recanati, Giovanni Antonio da Pesaro), sono stati selezionati capolavori inediti o ancora poco noti di artisti rappresentativi delle principali scuole pittoriche della penisola: toscana (Piero del Pollaiolo, Francesco di Giorgio Martini, Benvenuto Cellini, Pontormo, Baccio Bandinelli, Matteo Civitali, Agostino di Duccio, Desiderio da Settignano, Antonio Rossellino, Giovan Francesco Rustici); veneta (Bonifacio de' Pitati, Giovanni Bonconsiglio detto Marescalco, Marco Bello, Filippo da Verona); ferrarese (Maestro di Casa Pendaglia, Maestro delle Anconette ferraresi, Antonio Cicognara, Benvenuto Tisi detto Garofalo, Dosso Dossi, Ludovico Mazzolino, Giovanni Battista Benvenuti detto Ortolano); lombarda (Antonio de Carro, Gasparo Cairano, Agostino de Fondulis, Giovanni Agostino da Lodi, Cesare Magni, Defendente Ferrari, Gaudenzio Ferrari); emiliana e romagnola (Maestro di Castrocaro, Giovanni Francesco da Rimini, Bernardino da Tossignano, Severo da Ravenna, Marco Palmezzano, Bartolomeo Ramenghi detto il Bagnacavallo, Girolamo Marchesi detto da Cotignola, Francesco Zaganelli, Antonio da Crevalcore, Parmigianino, Giacomo e Giulio Francia, Amico Aspertini); umbra, adriatica e centroitaliana (Paolo da Visso, Nicolò di Liberatore detto l'Alunno, Raffaello, Perugino, Giulio Romano, Giovan Francesco Penni, Liberale da Verona, Cola dell'Amatrice).

Non c'è, probabilmente, nella storia umana e nella sua espressione attraverso l'arte, momento più alto e fervido d'invenzioni di quello che va dalla metà del Quattrocento alla metà del Cinquecento, da Piero della Francesca a Pontormo. A Firenze, e non solo a Firenze, ma a Venezia, a Ferrara, nelle Marche, in Sicilia, in Sardegna, in Friuli, in Lombardia, gli artisti danno vita a quello che è stato chiamato, con azzeccata definizione, Rinascimento. Anche prima di quegli anni l'arte era stata sublime, ma Piero della Francesca la arricchisce di una intelligenza che trasforma la pittura in pensiero, in teorema, ben oltre le esigenze devozionali.

Davanti alla sua Flagellazione non è più sufficiente l'iconografia religiosa, e così davanti alla Annunciata di Antonello da Messina, alla Tempesta di Giorgione, all'Amor sacro e Amor profano di Tiziano, alla Deposizione di Cristo di Pontormo. Di anno in anno appaiono capolavori sempre più sorprendenti. Tra 1470 e 1475 la creatività dei pittori e degli scultori raggiunge vette inattingibili; ma sarà così, di quinquennio in quinquennio, fino alla metà del Cinquecento. Sono gli anni di Mantegna, Cosmè Tura, Botticelli, Leonardo, di Raffaello, di Michelangelo, ma anche di Giovanni Bellini, di Lorenzo Lotto, di Tiziano, di Correggio, di Parmigianino. Sono gli anni delle meraviglie, gli anni in cui l'artista si sfida, in un continuo superamento di se stesso.

Tra i simboli della cultura umanistica, spicca la silenziosa Città ideale nella Galleria Nazionale delle Marche nel Palazzo Ducale di Urbino, città che divenne per merito dell'intelligenza di Federico da Montefeltro una delle interpretazioni più raffinate e feconde del Rinascimento. Convocando decoratori, artisti e architetti all'avanguardia come Piero della Francesca o Leon Battista Alberti, il principe rinnovò in maniera radicale il contesto culturale e urbano di Urbino, che, all'inizio del Cinquecento, fu definita da Baldassarre Castiglione "una città in forma di palazzo". Cuore pulsante del grandioso edificio progettato Francesco Laurana e completato da Francesco di Giorgio Martini è il piano nobile, dove si trova lo straordinario Studiolo di Federico, le cui pareti sono rivestite da eccezionali tarsie lignee realizzate da Giuliano e Benedetto da Milano.

E' l'ambiente più intimo del Palazzo e simboleggia il ritratto interiore di Federico, la sua cultura, le sue scelte intellettuali ed estetiche. Nella parte più alta dello studiolo si incontrano i ritratti degli Uomini Illustri attribuiti al fiammingo Giusto di Gand e allo spagnolo Pedro Berruguete. Negli altri ambienti del piano nobile si trovano le opere più antiche della Galleria Nazionale delle Marche, tra cui la Flagellazione e la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca e La Muta di Raffaello, capolavori assoluti dell'arte italiana ed emergenze inevitabili nel percorso rinascimentale garantito da altri notevoli lavori.

A Pesaro, via mare, su una delle imbarcazioni che collegavano Venezia ai porti dell'Adriatico, giunge intorno al 1475 la pala dipinta per la chiesa di San Francesco da Giovanni Bellini, il massimo pittore veneziano del Quattrocento. Figlio del grande Jacopo, fu proprio sotto l'egida del padre che Giovanni iniziò a muovere i primi passi nell'arte. Dopo le prime sperimentazioni donatelliane, Bellini avviò un fervido dialogo con Andrea Mantegna e fu una vera e propria sfida, presto superata in virtù di una sensibilità poetica sconosciuta al più rude cognato. Il confronto con Antonello da Messina, documentato in laguna intorno al 1475, suggerì a Bellini una compiuta monumentalità prospettica e una suprema sintesi tra i valori di luce e colore di ascendenza pierfrancescana, che di fatto inaugurò un nuovo corso della pittura veneta, traghettandola verso il moderno.

Ne è documento fondamentale la Pala di Pesaro (oggi in Palazzo Mosca), uno dei capolavori del Rinascimento italiano, nel quale la lezione di Mantegna appare ormai arricchita della luce chiara e dall'armonica sintesi tra architetture, paesaggio e figure di Piero della Francesca. A Fano la svolta è favorita da Sigismondo Malatesta. Emblematica è la Tomba di Pandolfo III, già pienamente rinascimentale, che egli commissionò quasi certamente a Leon Battista Alberti. Ai Malatesta Fano deve anche l'ampliamento della cinta muraria, il ripristino di porte e bastioni e la costruzione dell'imponente Rocca Malatestiana col relativo mastio.

Un secolo più tardi, con un nuovo grande bastione, anche Antonio e Luca da Sangallo avrebbero offerto il loro contributo di tecnici espertissimi al rafforzamento difensivo della città. Sul finire del secolo XV e nei primi anni di quello successivo aveva trionfato intanto il nuovo stile urbinate: nella Casa degli Arnolfi dalle belle finestre di gusto lauranesco, nell'Arco Borgia Cybo eretto a ricordo della ottenuta libertas ecclesiastica, soprattutto, nella chiesa di San Michele, dal bellissimo portale di Bernardino di Pietro da Carona che già alcuni anni prima aveva scolpito il pregevole portale della Chiesa di Santa Maria Nuova in San Lazzaro, trasferito poi nell'omonima chiesa cittadina, insieme con il prezioso coro intarsiato e intagliato dai fratelli Antonio e Andrea Barili da Siena e con le splendide pale di Giovanni Santi (Visitazione) e del Perugino (Annunciazione e Madonna in Trono con relativa lunetta della Pietà e la superba predella con Storie della Vergine). A Giovanni Santi, spetta anche la Sacra Conversazione dipinta per la chiesa di Santa Croce e ora presso la Pinacoteca Civica. (Comunicato stampa)




Opera di Zmago Kovac Opera di Sladana Matic Trstenjak Opera di Oto Vogrin Zmago Kovac | Sladana Matic Trstenjak | Oto Vogrin
termina lo 03 giugno 2017
Associazione culturale la roggia - Pordenone
www.laroggiapn.it

Sladana Matic Trstenjak (Doboj, Bosnia - Erzegovina) si è diplomata nella Sezione di Pittura all'Accademia di Belle Arti di Široki Brijeg dell'Università di Mostar, con master artium (Bologna system). Nell'Associazione Artisti di Belle Arti Maribor (DLUM), Associazione Artisti di Belle Arti di Slovenia (ZDSLU), ULUBIH (Ass. di Belle Arti BiH), HKDM (Ass. Croata di cultura a Maribor). Vari premi, mostre personali e collettive. Si occupa prevalentemente di pittura.

Oto Vogrin (Maribor) si è diplomato prima all'Accademia pedagogica dell'Università di Maribor e poi alla Facoltà pedagogica dell'Università di Lubiana. Ha ottenuto prima il master artium di grafiche e pittura nella stessa facoltà, e dopo il master di scienze. Nell'Associazione Artisti di Belle Arti Maribor (DLUM), e dell'Associazione Artisti di Belle Arti di Slovenia (ZDSLU). Vari premi, mostre personali e collettive in Slovenia ed all'estero. Lavora come insegnante d'arte. Si occupa prevalentemente di grafica e pittura.

Zmago Kovac (Maribor) è nell'Associazione Artisti di Belle Arti Maribor (DLUM) e nell'Associazione Artisti di Belle Arti di Slovenia (ZDSLU). Vari premi, mostre personali e collettive in Slovenia ed all'estero. Si occupa prevalentemente di scultura e pittura. (Comunicato stampa)




John Picking - Girl- House Metamorphosis - rilievo su legno cm.80x50 1998 John Picking - Girl- House Metamorphosis - rilievo su legno cm.80x50 1998 John Picking - Sicilian Resurrection - olio su tela cm.70x100 2011 John Picking: Planet Studio
Per un inventario siciliano


termina il 30 maggio 2017
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

In esposizione, a cura di Aldo Gerbino, 30 oli di grande, medio e piccolo formato, realizzati dal pittore inglese tra il 1969 e il 2017. La mostra testimonia il lungo e fervido impegno artistico di John Picking (Lancashire, 1939), caratterizzato da una continua ricerca formale e da un estro creativo inesauribile. Le tele esposte rimandano alla vitalità dell'artista e riflettono la curiosità di un uomo che osserva il mondo animato da una continua sete di conoscenza e che, con grande perizia tecnica e libertà poetica, condensa in una cifra personale e inconfondibile il proprio operare artistico. La peculiare figurazione a cavallo fra realismo e surrealismo, il richiamo al mito, la contaminazione tra le ascendenze britanniche e la cultura della sua terra di elezione (vive tra la Sicilia e la Lombardia) si fondono nella produzione di Picking, originando un linguaggio pittorico e cromatico che con coerenza contraddistingue il suo fare artistico da 60 anni.

«Per alcuni aspetti, una via tortuosa, ma per altri differenti punti di vista, un cammino virtuoso, ci appare quello che, con perseveranza, - o se vogliamo con vorace lucidità, - persegue John Picking sospinto, da lunghissimo tempo, dal suo fedele impegno intellettuale, armato di quel particolare governo ottico che insiste sul mondo e del quale egli gioiosamente s'ammanta. (...) Studi d'arte condotti a Wigan e all'Accademia di Edimburgo, insegnamento a Manchester, dopo aver percorso la Spagna, la Norvegia e l'Italia (Sicilia e Toscana), dipana la sua esistenza, dagli anni Settanta, tra i noccioleti e le sugherete dei Nèbrodi siciliani e le colline della Franciacorta a ridosso del lombardo bacino lacustre del Sebino.

Questa, icasticamente, può considerarsi la carta biologica, antropologica e culturale di John il quale ci ricorda come la geografia (qui etimologicamente trascritta nella misura di scrittura del mondo) non debba essere considerata quale epidermica indicazione, né tantomeno la sua valenza espressiva non possa per altro essere valutata quale semplice ornamento folklorico della propria vita. Non un corollario, dunque: e, a tal proposito, ne abbiamo un preciso ricordo grazie all'alta qualità delle parole pronunciate da Iosif Brodskij il quale, scrivendo di Derek Walcott e della sua Babele poetica che poggia su d'una Babele genetica, e, in particolare, della sua lingua inglese forgiata nel ribollente meticciato delle Indie orientali poste ai margini estremi dell'Impero, concreta l'idea di come le necessità biologiche, sottratte alle esperienze terrestri e travasate nella cultura, coinvolgano prepotentemente il nostro operato, modellino la nostra psiche.

Allora, ogni tentativo di definire il perimetro dell'arte, appare spesso quanto mai riduttivo, e specialmente quando ci si spinge ad incasellare il lavoro creativo o, ancor peggio, circoscrivere l'estensione della vita spesa per l'arte e nell'arte, si esercita un'incomprensione, un'azione di depauperamento; così, proprio per questo, si spiega - ribadisce Brodskij - il ripetuto fallimento dell'interpretazione critica sul tessuto vitale d'un artista (il riferimento è centrato sulla poesia di Walcott), fallimento che «va ricercato, è chiaro, in una scarsa conoscenza della geografia».

Il punto focale di tale osservatorio, inserito nella escursione di Planet Studio, ci offre una rastremata sintesi d'immagini e con una antiporta nata da un esercizio della fine degli anni Sessanta, in cui si sono consolidate, sulla tela, geometria e registro informale, necessità estetiche redatte in quel tempo e nate dall'archiviazione delle accademiche esperienze espressioniste. Opera qui rappresentata da Woman and Tuscan Landscape (1969), gradevolmente germinante in una matrice protometafisica (ma anche toccata, come per tante altre, da quegli strati surreali evidenziati dal poeta Romeo Lucchese) con figure centrali fluidificate ed orientate da tonali blocchi geometrici, e rivolte verso un essenziale orizzonte-finestra.

Elementi discoidali, frantumi di carte, simboli d'un catalogo euclideo che ritroviamo, esteso e sviluppato o inserito, in quelle pagine pittoriche contraddistinte dalla forza allegorica d'un classicismo rurale che affascina Picking e che appare particolarmente centrato sulla dimensione mitografica e antropica di una Sicilia per la quale l'omaggio guttusiano, coagulato nella Vucciria, testimonia tale suo trasporto. Un inventario siciliano distribuito in un manipolo di opere targate 2014 (da Eclipse of the Dancer with Vine a Game table I a Embryo matrix) in cui si osserva un congelamento dei riferimenti figurativi (icona rintracciabile nella tessitura di Cubed Sanctuary del 2011) fino a North and South Memories del 2017 dove la cisti embrionale dialoga con l'interezza naturalistica creata da John.

Un diorama visto dall'alto, percorso da quelle tracce emotive che possiamo leggere fin dalle suggestive pagine dell'Aeropittura di Gerardo Dottori (ne espungiamo l'esempio dalla Virata su fiumi, lago, mare, del 1934) e da cui, dal 2005 al 2017, Planet Studio si attesta su Sicilian Planet in cui il centro non è più occupato dall'artista ma dai suoi personaggi, dalle terre, dai monumenti. Allora nel taglio geologico si ritrovano faglie terrestri, distese agricole, lo spessore dei muri civici (tracce che ricordiamo in Renzo Collura), edicole votive, travi scomposte dai terremoti, capelli neri e sensuali di giovani donne siciliane: tutto inscatolato, imbottigliato, nel timore che qualcosa o qualcuno possano andar perduti. (...)» (Dall'Alto, di di Aldo Gerbino - Palermo, Pasqua del 2017)




Alexey Titarenko - Piazzetta San Marco Alexey Titarenko: The City is a Novel
termina il 15 settembre 2017
Spazio Damiani - Bologna
www.damianieditore.com

La mostra presenta circa venti opere realizzate dall'artista in tre differenti città: Venezia, New York e San Pietroburgo, sua città d'origine. Protagonista indiscussa nella ricerca fotografica di Titarenko è dunque la città, le cui diverse espressioni diventano metafore per raccontare condizioni di vita umana. Venezia, New York e San Pietroburgo sono i soggetti attraverso i quali Titarenko narra il suo racconto, un racconto intriso di raffinata cultura letteraria coltivata con gli scritti di Checov, Dostoevskij e molti altri autori. Prende così forma un'esposizione visiva che non cerca di fissare una scena metropolitana o, all'opposto, di catturarne il movimento; l'intento di Titarenko è quello di far parlare la città, di lasciarla libera di raccontare le proprie storie, sfumando il confine tra rappresentazione e realtà.

Per questa via trovano spazio nelle sue fotografie scene urbane in cui la nitidezza di alcuni elementi si combina a dettagli mossi ottenuti con tempi d'esposizione prolungati: le persone in movimento, le auto, ma anche gli agenti atmosferici mettono in scena dei tableaux vivants dal forte sapore narrativo. Il tempo e il suo trascorrere sono al centro della novel di cui Titarenko ci vuole parlare.Ciascuna città rappresenta uno snodo importante nella poetica di Titarenko. San Pietroburgo è la sua città natale, quella in cui ha maturato la propria sensibilità e che lo ha dotato di una particolare inclinazione per la rappresentazione onirica.

Su questa scia si colloca Venezia, che con i suoi mille riflessi acquatici e le atmosfere rarefatte ha offerto all'artista la più ampia gamma di luci ed ombre con cui misurarsi. New York, infine, è la città che lo ha accolto e nella quale ha individuato la versione più contemporanea delle storie di cui ama narrare.Tutte le fotografie in mostra, di medio e piccolo formato quadrato, sono stampe in bianco e nero ai sali d'argento. Il procedimento con cui Titarenko arriva al risultato finale è tuttavia più complesso perché include viraggi applicati a pennello in argento e seppia e un bagno di viraggio al selenio che conferisce luminosità ai bianchi e intensità ai neri e grigi. In alcuni casi completa il particolare processo di stampa un ulteriore viraggio in oro che conferisce alle vetrate degli edifici fotografati la luminosità tipica dell'ora del tramonto. The City is a Novel è anche il titolo del volume pubblicato da Damiani che presenta la serie completa scattata a Venezia, New York, San Pietroburgo e L'Avana.

Alexey Titarenko (Leningrado (ora San Pietroburgo), 1962) nel 1983 consegue un Master al Dipartimento di Arti Cinematografiche e Fotografiche dell'Istituto di Cultura di Leningrado. La sua serie di collages e fotomontaggi intitolata Nomenklatura of Signs (in mostra per la prima volta a Leningrado nel 1988) costituisce una critica al regime Comunista. Nel 1989 la serie Nomenklatura of Signs è stata inclusa in Photostroyka, una delle più importanti mostre allestite negli Usa sui fotografi russi emergenti.

A partire dal 1991 Titarenko ha prodotto diverse serie fotografiche che sottolineavano le tremende condizioni di vita sofferte dal popolo russo nel ventesimo secolo e in particolare sotto il regime comunista. Per illustrare il legame tra presente e passato ha introdotto nel genere streetphotography tecniche quali l'esposizione prolungata e lo scatto mosso come strumento volontario per ritrarre il movimento. La serie più nota di questo periodo è City of Shadows. Ispirato dalla musica di Dmitri Shostakovich e dagli scritti di Fëdor Dostoevskij, Titarenko ha tradotto la visione di Dostoevskij dello spirito russo in immagini della sua San Pietroburgo.

Nel 2002 il Festival Internazionale della Fotografia di Arles, ha presentato la sua mostra Les quatres mouvements de St. Petersburg a cura di Gabriel Bauret. Le stampe di Titarenko sono solitamente realizzate in camera oscura. Lo sbiancamento e i viraggi aggiungono profondità alla sua palette di grigi, rendendo ogni stampa unica ed intensa.Opere di Alexey Titarenko sono incluse nelle collezioni dei più importanti musei europei e americani tra cui: The State Russian Museum di San Pietroburgo; The Getty Museum di Los Angeles; il Philadelphia Museum of Fine Art; il Museum of Fine Arts di Boston; il Museum of Fine Arts di Houston; il Museum of Photographic Arts di San Diego; la European House of Photography di Parigi; il Reattu Museum of Fine Arts di Arles e il Musée de l'Elysée Museum for Photography di Losanna. (Comunicato stampa)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Berenice Abbott
Museo MAN - Nuoro, termina il 31 maggio 2017
Presentazione

Eric Rondepierre: "C'era una volta il cinema..."
Galleria Paci contemporary - Brescia, termina il 30 settembre 2017
Presentazione

Mostre su Vivian Maier in Italia
Presentazione

Elliott Erwitt: Kolor
Palazzo Ducale - Genova, 11 febbraio - 16 luglio 2017
Presentazione

Henri Cartier Bresson: Fotografo
Palazzo Ducale - Genova, 11 marzo - 11 giugno 2017
Presentazione




Immagine dalla rassegna Anteprima | 32 prototipi tra Design, Artigianato e Mediterraneo Locandina della mostra dedicata a 32 prototipi tra Design, Artigianato e Mediterraneo progettati dagli studenti di Design dell'Accademia delle Belle Arti di Catania Tappeto sonoro - prototipo per la rassegna Anteprima "Anteprima"
32 prototipi tra Design, Artigianato e Mediterraneo


termina il 21 maggio 2017
Palazzo della Cultura - Caffè Letterario - Catania

La mostra, a cura di Giovanni Levanti in collaborazione con Giuseppe Mendolia Calella e Francesca Danzì presenta una collezione di piccoli complementi per la casa progettati dagli studenti di Design del triennio e del biennio specialistico dell'Accademia delle Belle Arti di Catania. I prototipi - gran parte dei quali già presentati dal 12 al 19 novembre 2016 nel Padiglione Tineo, dell'Orto Botanico di Palermo durante la manifestazione "I-Design" - rappresentano la felice risposta al tema proposto durante il corso di Design: "sono un giovane imprenditore siciliano che vorrebbe produrre piccoli complementi di arredo per la casa. Immagino prodotti seriali con una forte componente innovativa. Qualche giovane designer può aiutarmi?".

Tutti i prototipi in mostra - dal portafrutta Pezzatura allo schiaccianoci Nocino, dalla lanterna a ricarica Kami ai piccoli portavasi in sale Saline, dal tavolino con vano portaoggetti Nodus al cuscino sonoro con tappetino Pilloud, e ancora, dall'hotel per insetti Bee&Bug all'annaffiatoio Trio - si pongono a metà tra produzione industriale e tradizione artigianale con chiaro riferimento a un ambito territoriale stimolante ed evocativo come quello dell'area mediterranea. Una mostra "Anteprima" sulla bellezza delle cose quotidiane ma anche una mostra didattica perché realizzata con prototipi pensati da studenti e perché si pone di ricordare il significato primo della parola Design, cioè, progetto.

Progettare vuol dire pianificare, trovare soluzioni che siano in grado di colmare il divario tra teoria e pratica. "Anteprima" - 32 prototipi tra Design, Artigianato e Mediterraneo - come spiega Giovanni Levanti, curatore della mostra, nonché designer, architetto, e docente dell'Accademia delle Belle Arti di Catania - che premia il prezioso lavoro degli studenti e che potrebbe intendersi come il primo nucleo di una collezione permanente di oggetti di design (Design - ABACollection) nati in Accademia a Catania. (Comunicato stampa)




Carla Bordini Bellandi - Alberi blu mini Carla Bordini Bellandi: "Enchanted Nature"
termina il 26 novembre 2017
Palazzo Mora - Venezia

Nel prestigioso contesto della Biennale di Venezia, la GAA Foundation propone una selezione accuratamente operata del lavoro fotografico di Carla Bordini Bellandi. Le sue foto, che vivono attraverso il suo sguardo e svelano aspetti nascosti e simboli, sono immagini che raccontano una natura osservata attraverso una visione onirica, alla ricerca di un pieno recupero del contatto con essa ma soprattutto del suo riconoscimento come elemento degno di rispetto e da non "usare" in maniera indiscriminata. Per riconquistare un'unione che sembra irrimediabilmente perduta, i suoi scatti, racconti tridimensionali e pieni di luce, regalano una visione pura e limpida. L'aspetto tecnico del suo modo di procedere è molto peculiare e insieme alla sua poetica, è ciò che le ha permesso di essere selezionata tra tanti artisti. Il risultato della sua ricerca si fonda sullo studio dell'"errore fotografico" che esclude l'uso del foto ritocco.

"Ricercatrice visiva", Carla Bordini Bellandi (Milano, 1962) è alla ricerca di storie e narrazioni che attraverso luce, forma e colore, si materializzino dentro lo spazio di un rettangolo di carta. Dai primi scatti realizzati con una Ferrania tascabile a quelli più attuali, il percorso di studio è stato lungo e paziente. Nei circa 40 anni di raccolta visiva e fotografica, sono decine di migliaia le immagini che ora compongono il suo bagaglio artistico. Esperta di colore, inventa, ispira proposte e combinazioni cromatiche anche in ambito tessile e nel mondo della moda. Con uno studio approfondito e attraverso l'analisi delle immagini, indaga l'origine del formarsi e dell'evolversi delle tendenze socioculturali più contemporanee.

Il progetto espositivo è anche la fase iniziale di un programma di salvaguardia ambientale, a testimonianza della necessità impellente di azioni concrete per tutelare il pianeta. Tuttavia l'artista non grida allo scandalo per la mancanza di rispetto delle leggi naturali, ma attraverso le sue foto sussurra un sentimento di profonda malinconia per uno stato ambientale originario che è difficilmente recuperabile. La mostra quindi è un'esortazione forte e silenziosa ad agire, affinché la poesia della natura non si perda del tutto.

Dal nome altamente evocativo e velatamente ironico, la mostra Enchanted Nature, raccoglie le immagini di una natura lontana dal reale, grafica e bidimensionale, nelle quali l'impressione soggettiva supera l'intento descrittivo e va oltre, alla ricerca di una forma estetica che ne rappresenti l'essenza: è un paesaggio ancora maestoso, misterioso, che affascina e stupisce. Collocate al di fuori dello spazio e del tempo, poetiche e astratte, mai coadiuvate da interventi formali sull'immagine, varie visioni convivono in ogni opera per meglio raccontare universi potenti e luminosi ma nel contempo - per contrasto - per narrare segreti essenziali di fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici. (Comunicato stampa Press Office artpressagency.it di Anna de Fazio Siciliano)




Particolare dalla locandina della rassegna Immagini di Arte | Appunti di fisica Armando Pelliccioni
Immagini di Arte | Appunti di fisica


termina il 17 giugno 2017
Università eCampus - Roma

L'opera d'arte, per Pelliccioni, è composta da un quadro e da alcune formule matematiche che esplicitano il concetto di verità all'interno dell'opera stessa. L'idea di base è di mostrare il percorso dell'arte inerente la Natura nel proprio incessante movimento. Questo percorso della Natura, può essere individuato applicando la Fisica, le forze della Natura, alla materia pittorica. Il risultato estetico non è la riproduzione fedele delle forme assunte dalla Natura, ma le forme della Natura create nel proprio processo di congelamento, dalla interazione delle forze e dei materiali adoperati. La matematica è il processo fondamentale per interpretare quel pezzo di verità che ogni opera nasconde al proprio interno. Mostra a cura di Cinzia Folcarelli. (Comunicato stampa)




Opera di Natasa Kos dalla mostra a Trieste Nataša Kos
termina il 15 giugno 2017
Mini mu (Parco di san Giovanni - Trieste

Mostra di Nataša Kos composta da sedici fotografie, con la presentazione è di dr Robert Inhof. Il lavoro risulta molto variegato e tocca molti aspetti: da quello documentaristico a quello sociale a quello creativo, che in altri anni, in una professione fotografica legata a sbocchi commerciali e pertanto a tematiche e soggetti determinati dalla committenza, si sarebbe chiamata "ricerca personale". Ecco, anche il motivo per cui il suo lavoro risulta così complesso e variegato, e tocca anche aspetti legati a situazioni, sebbene statiche, che possono ricordare aspetti quasi riferibili alle tematiche del comportamento e della performance, nel senso che il riferimento a sé stessi, alla propria presenza nello scatto fotografico o della situazione inquadrata in senso ambientale non può essere riferita a una semplice idea di ritratto o a una autoreferenzialità tout court, ma anche a una interpretazione, a una volontà di rappresentazione che è segno distintivo (e quindi di separazione) da una fotografia puramente documentaristica, per approdare a quel continente complesso e variegato che sposta l'idea stessa della fotografia sul piano della creatività ovvero di una progettualità artistica e quindi estetica, nel senso più alto del termine, e cioè di pensiero e di filosofia dell'arte. (Comunicato stampa)




Alvise - tecnica mista cm.19x13 2017 Serena Boccanegra: Sotto al letto di mia nonna
termina lo 06 luglio 2017
Bottega d'arte Gibigiana - Venezia

In mostra - ideata e realizzata con la curatela di Marianna Accerboni - una trentina di assemblage inediti creati ad hoc dall'artista.

Presentazione mostra






Opera di Paolo Gubinelli in mostra a Jesi Immagine dalla mostra L'opera di Paolo Gubinelli L'opera di Paolo Gubinelli
termina il 31 maggio 2017
Palazzo Bisaccioni - Jesi (Ancona)

Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata, sezione pittura, continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca: conosce e stabilisce un'intesa di idee con artisti e architetti: Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Isgrò, Umberto Peschi, Edgardo Mannucci, Mario Nigro, Emilio Scanavino, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini, Zoren. Partecipa a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero.

Le sue opere sono esposte in permanenza nei maggiori musei in Italia e all'estero. Nel 2011 ospitato alla 54 Biennale di Venezia Padiglione Italia presso L'Arsenale invitato da Vittorio Sgarbi e scelto da Tonino Guerra, installazione di n. 28 carte cm. 102x72 accompagnate da un manoscritto inedito di Tonino Guerra. Sono stati pubblicati cataloghi e riviste specializzate, con testi di noti critici e cataloghi di poesie inedite dei maggiori poeti Italiani e stranieri. Nella sua attività artistica è andato molto presto maturando, dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, un vivo interesse per la "carta", sentita come mezzo più congeniale di espressione artistica: in una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce piegandola manualmente lungo le incisioni.

In un secondo momento, sostituisce al cartoncino bianco, la carta trasparente, sempre incisa e piegata; o in fogli, che vengono disposti nell'ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli che si svolgono come papiri su cui le lievissime incisioni ai limiti della percezione diventano i segni di una poesia non verbale. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il segno geometrico, con il rigore costruttivo, viene abbandonato per una espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, il libero imprevedibile moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirico musicale. Oggi questo linguaggio si arricchisce sulla carta di toni e di gesti acquerellati acquistando una più intima densità di significati. Ha eseguito opere su carta, libri d'artista, su tela, ceramica, vetro con segni incisi e in rilievo in uno spazio lirico-poetico. (Comunicato stampa)




Opera di Loredana Longo Loredana Longo: "1 mm di distanza"
termina lo 07 giugno 2017
Spazio C.O.S.M.O. - Milano

Spazio C.O.S.M.O. inaugura il quarto progetto d'artista con una installazione di Loredana Longo (Catania, 1967). 1 mm di distanza è lo spazio minimo, visibile all'occhio umano, che intercorre fra due cose vicine, tra due corpi prima che si tocchino. Un millimetro è anche lo spessore di due fogli di carta sovrapposti, carta da parati, che l'artista incolla per creare un muro fittizio, un velo che divida due spazi. In passato, Loredana Longo aveva utilizzato le carte da parati per decorare gli interni domestici dei suoi set impiegando rivestimenti a fiori, piccole decorazioni dai colori delicati, che inevitabilmente ricordavano le atmosfere delle case anni Sessanta. Le carte, ormai scolorite dal tempo e che ancora oggi si possono ritrovare negli interni di vecchie palazzine in parte abbandonate, sono state adoperate, in questo intervento, non per decorare pareti ma per erigerle.

Nel suo lavoro, Longo ha spesso utilizzato muri, separè e recinzioni, come a voler evidenziare quella distanza fisica o ipotetica che intercorre tra due esseri umani, formalizzandola prima e demolendola poi attraverso l'uso del fuoco nelle sue possibili declinazioni, sparandogli contro, bruciandola, nel tentativo di superare concettualmente e materialmente questo spazio di confine, questa soglia. Per Spazio Cosmo l'artista ha creato un diverso tipo di barriera, una sorta di maglia visiva, una rete fatta di intagli, in cui sono i raggi di luci colorate ad attraversarne la superficie quasi a voler ricreare delle zone di intimità domestica dove sia possibile una contaminazione tra ciò che è fuori e quello che vive dentro ogni spazio privato o familiare. In questo gioco di luci e carte l'esterno diventa interno e viceversa e anche un millimetro può diventare un grado di separazione. (Comunicato stampa)




Fabrizio Ceccardi - Senza titolo - serie Out of Eden - stampa lambdacolor cm.113x99 2010-11 Fabrizio Ceccardi - Senza titolo - serie Landscapes - stampa Cibachrome e Polaroid Sx-70, cm.60x60 2000 Fabrizio Ceccardi - Senza titolo - serie Ce coté l'avant de l'objectif - Polaroid transfer e acquerelli su carte Fabriano 1992 Fabrizio Ceccardi: Landscapes
termina lo 07 giugno 2017
VV8artecontemporanea - Reggio Emilia
www.vv8artecontemporanea.it

Il percorso espositivo, a cura di Claudia Zanfi, comprende una ventina di immagini dagli anni '90 al 2014-15. Un conciso excursus attraverso l'intera produzione dell'autore, dalle prime polaroid (pezzi unici che descrivono paesaggi interiori) e dalle opere della serie Stanze segrete, fino ai cicli "Out of Eden" e "Landscapes" (che dà il titolo alla mostra), oltre ad una composizione di immagini appartenenti ad "Inequality". «Lo sguardo dell'autore - scrive Claudia Zanfi - ci conduce a un'inedita interpretazione del paesaggio: attraverso di esso si possono vedere tutte le devianze e le linearità della natura. Le opere di Ceccardi narrano di tensioni, incontri, dialoghi, inquietudini. Riflettono le contraddizioni, le ansie e le fratture dell'umanità".

«Nelle sue opere - aggiunge Roberto Mutti - sempre prodotte in copia unica come voluto richiamo alla peculiarità della pittura ma anche per ribadire la loro collocazione come momenti singoli facenti parte di una più ampia progettualità, molti sono i richiami che vanno dalla spettacolarità della Land Art alla creatività visionaria cara a Joseph Beuys passando per la lezione americana del Dialectical Landscape. Da tutto ciò nasce un'estetica che non si fa mai paradigma ma cambia per aderire esigenze suggerite dai progetti a cui l'autore dà vita».

L'esposizione, inserita nel circuito off di "Fotografia Europea", è accompagnata da un ampio catalogo edito da Silvana Editoriale (catalogo bilingue italiano/inglese di 144 pagine con 90 illustrazioni e testi di Claudia Zanfi e Roberto Mutti) e segna l'inizio della collaborazione tra Fabrizio Ceccardi e VV8artecontemporanea, ma anche un punto fermo in una ricerca ultratrentennale, presentata negli anni in Italia e all'estero. Nell'ambito della mostra, il 28 maggio 2017, alle ore 11.00, si terrà un matinée musicale offerto, per il secondo anno consecutivo, da VV8artecontemporanea. Per l'occasione, i Musicali Domestici eseguiranno una scelta di brani storici e contemporanei, in dialogo con la proposta fotografica. Ingresso libero sino ad esaurimento dei posti disponibili.

Il percorso creativo di Fabrizio Ceccardi inizia a metà degli anni Settanta, periodo in cui frequenta importanti artisti concettuali e fotografi. Partecipa alla stagione artistica delle performance, documentando diverse azioni. Negli stessi anni avvia una ricerca personale che lo porta ad utilizzare la tecnica del Polaroid Transfer, metodo con cui interviene sulla superficie dell'opera sfumando e cancellando parti dell'immagine per ottenere pezzi unici. Inizia così un percorso che lo porta ad esporre in Italia e all'estero. Da sempre vicino al mondo dell'arte, stringe una profonda amicizia con Giosetta Fioroni, insieme alla quale realizza diversi progetti editoriali. I suoi lavori, anche di grande formato, sono esposti nell'ambito di mostre personali e collettive. Ha al suo attivo collaborazioni con gallerie internazionali e pubblicazioni con importanti editori italiani e stranieri. Tra le recenti mostre si segnala "Landscapes" (RB Contemporary, Milano, 2017). (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Anto.Milotta | Zlatolin Donchev
Naturally Artificial


termina il 18 giugno 2017
Museo Villa Croce - Genova

Il lavoro del collettivo di questi due giovani artisti irrompe nella Project Room di Villa Croce con un'opera totale, realizzata in collaborazione con il sound designer Alberto Barberis nell'ambito di Art Test Fest. Naturally Artificial fonde insieme, in una ricerca condivisa che indaga il rapporto tra naturale e artificiale, i diversi linguaggi degli artisti: da una parte quello pratico-manuale di Anto. Milotta e dall'altra quello tecnico-tecnologico di Zlatolin Donchev. Il loro ultimo lavoro, esposto a Villa Croce, nasce dallo studio dei sette sistemi cristallini.

In natura tutti i minerali si formano mediante un lungo processo in cui la disposizione interna degli atomi determina l'aspetto estetico, la forma e la struttura dei cristalli che possono essere classificati in sette tipi diversi. Secondo l'International Mineralogical Association un minerale, per essere definito tale, deve formarsi in modo naturale e gli artisti, ribaltando questo principio, rielaborano tali sistemi attraverso l'uso della tecnologia. Riducendo ai minimi termini la dimensione temporale intrinseca alla loro formazione, hanno realizzato sette cristalli naturalmente artificiali in plastica ABS trasparente con l'uso della stampante 3D.

Progettare, programmare e infine stampare dei simil-minerali è in totale contraddizione con la formazione della materia originale, plasmata dalla natura, e il materiale sintetico utilizzato che, a causa della sua brevissima storia paragonata ai tempi lunghissimi di degradazione, provoca un cortocircuito temporale nell'ecosistema. Naturally Artificial ci proietta in una visione fantascientifica che trova al contempo importanti spunti di riflessione nelle più attuali scoperte mineralogiche. All'inizio del 2017 è stato constatato che l'attività umana, tra la rivoluzione industriale e oggi, ha dato origine a un incremento rapidissimo di nuovi minerali.

Sebbene la loro formazione sia avvenuta in modo naturale, molti altri cristalli potrebbero formarsi e restare per sempre sulla Terra a causa delle nostre immense discariche, dei rifiuti high-tech, delle batterie, delle tv, dei microchip e di molto altro. Questo fatto è una prova fondamentale che stiamo vivendo in una nuova epoca geologica, l'Antropocene, dove si attribuiscono all'essere umano le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche. Dare una forma naturale alla plastica diventa per Anto. Milotta e Zlatolin Donchev un gesto simbolico che restituisce valore all'utilizzo consapevole di ogni materiale sintetico o prodotto dall'uomo.

In quest'opera l'elemento naturale e quello artificiale convivono nell'apparenza delle sculture mentre l'installazione sonora, ricavata da oltre 3 ore di registrazione audio prodotta dalla stampante 3D, ci spinge a riconoscerne tutte le contraddizioni. Le tre tracce del lavoro sono state finalizzate dal sound designer Alberto Barberis utilizzando un software che permette di elaborare l'audio trattandolo come immagine e partendo appunto dallo spettrogramma (immagine del contenuto sonoro) delle registrazioni. Ogni traccia viene diffusa nella Project Room di Villa Croce utilizzando tre altoparlanti a parabola orientati verso il visitatore per ricreare un paesaggio sonoro artificiale. Ognuno di questi impianti rappresenta un'asse del piano prospettico, lo stesso sul quale si muove il braccio della stampante 3D. In questo modo viene diffusa contemporaneamente la stessa traccia audio elaborata in tre modi diversi seguendo le immagini bidimensionali delle sezioni di un minerale.

Il diverso approccio artistico di Anto. Milotta e Zlatolin Donchev genera un cortocircuito capace di trascendere i limiti dei singoli medium per creare una visione unificata dove la materia viene digitalizzata e il suono modellato attraverso operazioni simboliche, frutto di una ricerca interdisciplinare e interconnessa che rappresenta per i due artisti il concetto dirompente di tecnologia sensibile. La partecipazione degli artisti al workshop tenuto da Alberto Barberis durante Art Test Fest, è stato fondamentale per il completamento dell'installazione sonora di Naturally Artificial.

Art Test Fest è il festival di arte contemporanea che si è svolto a Genova lo scorso novembre e realizzato con il sostegno della Compagnia di San Paolo nell'ambito del bando ORA! per creare un terreno d'incontro tra artisti e produttori di nuove tecnologie. A quest'evento Barberis ha partecipato con un workshop sul suo lavoro realizzato insieme a Sandro Mungianu e Sylviane Sapir con Ormé, un software sviluppato con Max/Msp, e dedicato alla spazializzazione multicanale di musica stereofonica fissata su supporto, attraverso l'analisi dei contenuti spettrali. (Comunicato stampa)




Opera di Valentina Mir dalla mostra Miramorphoses Valentina Mir: Miramorphoses
termina il 21 maggio 2017
Gagliardi Boutique Hotel - Noto (Siracusa)
www.gagliardihotel.com

Il Gagliardi Boutique Hotel apre a Noto uno spazio espositivo con una programmazione artistica curata da Francesco Rovella. A dare inizio al ciclo di mostre di arte contemporanea nello spazio-galleria la prima personale di Valentina Mir nella città di Noto. Il suo lavoro artistico, presentato due anni fa dalla Galleria CartaBianca di Catania, si manifesta prevalentemente attraverso dei collage, tanto sapientemente realizzati da sembrare a prima vista frutto di un'elaborazione informatica, con immagini ricavate da giornali d'epoca pazientemente collezionati e ricercati su temi riguardanti personaggi storici o divi dello spettacolo le cui vite si dispiegano nell'opera come caleidoscopio di "avventure" dedicate agli accadimenti e alle figure chiave che attraversano le vite dei protagonisti in quel determinato momento storico. Così le Avventure di Marilyn o di Jackie O'', di Brigitte, di Elvis, come quelle di Winston o di Benito. Valentina Mir da due anni presenta con successo le sue opere in mostre a Parigi ed in altre città d'Europa. In giugno ne allestirà una dal titolo The eternal princess and the sorrow of the world all'Istituto Italiano di Cultura di Londra. Valentina Mir è nata in Sicilia, vive e lavora a Parigi. Il catalogo della mostra di Catania, sarà presente alla mostra di Noto.

Duccio Trombadori (figlio di Antonello) poeta, giornalista, critico d'arte, curatore di numerose e importanti mostre di arte moderna e contemporanea e anche curatore della mostra di Catania, così descrive le opere in catalogo: L'autrice di questi ricami visivi si esprime con efficace tensione produttiva e al tempo stesso mostra una attitudine curiosamente contemplativa del suo operato. Valentina Mir compone, e per prima si meraviglia di quella che le appare una morfosi biologica, come l'incessante variazione di forma degli organismi indotta da fattori ambientali esterni. In questa variopinta versione molecolare si incrociano e si sommano gli eventi umani, i fatti storici, il sedimento immaginario di riti e miti collettivi... Così Valentina costruisce passo dopo passo i suoi collages individuando una storia o motivo principale, cui addossa e accomuna tante altre microstorie, in una sorta di dentella cartacea progressiva che si deposita sul fondo bianco della memoria visiva...

La tecnica del collage venne adottata agli inizi del Novecento per la creazione di opere d'avanguardia, principalmente da esponenti del Cubismo ed in particolare da Braque e Picasso, che lo adottarono sin dall'autunno del 1912 con i cosiddetti papiers collés. Ben presto si concretizzò una sorta di 'polimaterismo' che condusse sia ad una corrente Collage classica sfociante nel Futurismo e nell'Astrattismo di tendenza geometrica, sia ad una corrente collage a tre dimensioni, chiamata più esattamente assemblage che trovò grande spazio nei movimenti Neo-Dada, nella Pop art e nel Nouveau realisme.

Tra gli altri precursori ricordiamo Raoul Hausmann, Hanna Höch, Paul Citroen, Michael Mejer e in genere tutti gli artisti di riferimento di movimenti come Bauhaus e Dada e addirittura il Surrealismo. Max Ernst, ad esempio utilizzava questa tecnica per i propri lavori incisiori di inizio secolo. Il collage viene utilizzato anche dai futuristi italiani e da numerosi artisti lungo il corso del ventesimo secolo. Tra questi è giusto ricordare Robert Rauschenberg, nome di spicco della Pop art americana, che fu uno dei principali maestri di questa tecnica, denominata più precisamente combines.

Gli artisti Mimmo Rotella e il francese Villeglè, a partire dagli anni '50, sperimentarono una tecnica apparentemente opposta denominata décollage realizzata mediante strappi su poster e materiali pubblicitari. Valentina Mir, che, per i suoi collage, utilizza la tecnica tradizionale delle forbici e della colla, applicata su ritagli ricavati da un'attenta ricerca storica ed estetica, è riuscita a portare in chiave contemporanea questa tecnica che, come detto, ha profonde radici nell'arte moderna dello scorso secolo. (Comunicato stampa)




Sarenco - Avanti popolo alla riscossa Lotta Poetica. Il messaggio politico nella poesia visiva (1965-1978)
termina lo 06 giugno 2017
Fondazione Banca del Monte di Foggia

Il titolo della mostra è liberamente ispirato a quello della rivista Lotta Poetica, ideata nel 1971 da Paul De Vree e Sarenco, che in quegli anni era luogo privilegiato di dibattito e confronto culturale, al di fuori dei canali di comunicazione tradizionali. In esposizione - a cura di Benedetta Carpi De Resmini in collaborazione con Michele Brescia - i lavori e le opere degli artisti che si sono impegnati a contrastare la nascente società dei consumi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: abbandonati i tradizionali strumenti comunicativi e cadute le barriere tra i diversi generi, gli artisti approdano a un linguaggio basato sul verbo e sull'immagine che trova definizione proprio nella Poesia Visiva, neoavanguardia nata in seno al fiorentino Gruppo 70, fondato da Lamberto Pignotti ed Eugenio Miccini.

Oltre quaranta le opere presenti, realizzate da artisti come Nanni Balestrini, Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Lamberto Pignotti, Sarenco, Mirella Bentivoglio, Luciano Ori, Michele Perfetti e tanti altri che animarono quel periodo storico. Collage, disegni, documenti, riviste, manifesti e libri d'artista raccontano l'immagine di un'arte militante, creando punti di vista inediti da cui osservare la compenetrazione tra immagine, segno verbale e segno grafico. In mostra opere provenienti dalla Fondazione Berardelli come l'opera icona Avanti popolo, 1972 di Sarenco e una serie di lavori del Gruppo 70 e Gruppo '63 dell'Archivio Carlo Palli, come I nemici, 1969 di Nanni Balestrini, o il celebre film Volerà nel 70, realizzato dal Gruppo 70.

Le opere esposte sottolineano le criticità della società contemporanea capitalistica: veicolano un'arte che, tramite collage di ritagli di giornali e rotocalchi, racconta l'atmosfera degli anni 70, attraversata da movimenti politici e sociali capaci di ottenere conquiste civili importanti come la legge sul divorzio e quella sull'aborto e, allo stesso tempo, sottolinea lo sviluppo economico e tecnologico che ha caratterizzato quegli anni. Nel percorso espositivo, il visitatore verrà immerso in uno spazio multisensoriale, creato dalla riproduzione di poesie sonore, ideate negli anni Settanta da Sarenco: autentiche installazioni che invaderanno simbolicamente la mostra con la riproduzione continua di slogan politici dell'epoca.

Una sezione è dedicata alle iniziative nate sul territorio, come la collaborazione di alcuni dei poeti verbo visuali con il partito socialista nella Taranto degli anni Settanta. In questa ottica, una particolare attenzione è rivolta alle attività della Cooperativa Punto Zero. La mostra non sarà solo occasione di lettura delle opere verbo-visuali degli anni Sessanta e Settanta ma anche per promuovere un approccio critico alle tematiche affrontate, attraverso le opere di giovani artisti, come nel video Gesti di relazione, realizzato appositamente per la mostra dalle artiste emergenti Grossi Maglioni (Francesca Grossi e Vera Maglioni) in cui lo schermo diventa un dispositivo per riflettere e far riflettere sul binomio Lotta / guerra. In occasione della mostra verrà presentato il catalogo, edito da Iacobelli editore, che comprende un omaggio all'artista Sarenco e a Mirella Bentivoglio recentemente scomparsi. (Comunicato Ufficio Stampa Casucci Seganti)




Immagine dalla locandina della mostra di Carlos Amorales Carlos Amorales: Life in the Folds
termina il 26 novembre 2017
Padiglione del Messico alla 57. Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia

Life in the folds è il risultato di un'estesa ricerca dove l'artista introduce un linguaggio formale che si articola su diversi supporti lungo l'installazione proposta alla Biennale Arte 2017. La mostra si compone di forme astratte, di poesie scritte in un alfabeto criptato, di ocarine in ceramica che vengono suonate da un ensemble in una performance secondo una partitura grafico-musicale. Amorales sottolinea che "Life in the folds (il titolo si riferisce al romanzo di Henri Michaux pubblicato nel 1949), scaturisce dalla tensione fra il concreto e l'astratto, luogo in cui si manifestano una serie di immagini poetiche associate ai luoghi in cui troviamo la vita; non in mezzo alla pagine, bensì nelle pieghe, nelle rotture, negli interstizi e nelle cose più piccole".

L'incomprensibilità dei testi richiede al pubblico di affrontare, a partire dalla perplessità iniziale, un mondo criptato nel quale dovrà decifrare messaggi e mettere in discussione interpretazioni della realtà. Life in the folds è un'opera d'arte totale in cui le diverse discipline coinvolte tra cui arti visive, grafica, animazione, film, musica, letteratura, poesia e performance convergono creando tensioni e attivando riflessioni non convenzionali. (Comunicato Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Reduce Reuse Recycle > International
termina lo 04 giugno 2017
Galleria dell'Accademia di architettura - Mendrisio (Svizzera)
www.arc.usi.ch

Mostra dedicata alla stretta relazione tra architettura, risorse disponibili e sostenibilità nell'epoca della globalizzazione, un'occasione per avvicinarsi al processo ideativo e al pensiero che sta alla base di progetti di riuso architettonico, provenienti dal panorama internazionale, e di strategie di trasformazione dell'esistente. Curata da Muck Petzet, Professore di Progettazione sostenibile all'Accademia di architettura, la mostra è frutto di un progetto di ricerca che prende avvio dal contributo al padiglione tedesco, alla Biennale di Venezia nel 2012, curato dallo stesso Prof. Petzet. Dopo decenni di crescita in apparenza costante e di eccessi senza fine, le nostre società stanno entrando in quella che possiamo definire come una nuova "epoca della riduzione".

La mostra propone nuove strategie per un cambiamento radicale: dare priorità al riuso dell'esistente rispetto alla logica della costruzione ex novo con l'obiettivo di ricondurre il processo di costruzione e di rigenerazione della città verso un futuro più sostenibile. Molti gli argomenti che il percorso espositivo offre: dall'individuazione di un sistema di valori per la gestione dei rifiuti nel settore edilizio, alla declinazione dei concetti di riduzione, riutilizzo, di intervento minimo e di riciclaggio; dalla questione di come le risorse accumulate possano essere utili e sostenibili anche per le prossime generazioni all'idea che probabilmente con i sempre più frequenti e necessari progetti di trasformazione dell'esistente cambierà anche l'immagine che gli architetti avranno di sé.

La mostra presenta una serie di 13 opere corredate da immagini di ampio formato realizzate per l'occasione dalla fotografa Erica Overmeer e una sezione video dedicata a circa 40 ulteriori progetti con materiali raccolti e studiati dagli studenti dell'Accademia di architettura di Mendrisio. Un vasto panorama di studio e di ricerca, di quella che non a caso gli architetti basilesi amano definire come Gedankenwolke, una grammatica di riferimento del fare architettura. (Comunicato stampa)




Gigi Bon - Il primo giorno del mondo Gigi Bon
Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia


termina il 26 novembre 2017
Studio Mirabilia | Libreria Lineadacqua - Venezia
www.gigibonvenezia.com | www.lineadacqua.com

In occasione dell'apertura della 57° Esposizione Internazionale d'Arte, una preziosa e inusuale mostra che verrà ospitata in due sedi. Preziosa, perché la prima è lo studio-atelier di Gigi Bon - collezionista-bibliofila-artigiana-artista veneziana - proprio nella calle dove Casanova nacque. Inusuale, la seconda parte, perché si sviluppa nell'unica libreria antiquaria rimasta in città: Lineadacqua. Al progetto si accompagna la pubblicazione del volume-diario Gigi Bon: Veni Etam. Naturalia et Mirabilia, pubblicato da Lineadacqua Edizioni che si avvale di una esaustiva introduzione a cura di Martina Mazzotta.

Il termine Wunderkammer, oggi molto utilizzato e in parte screditato, trova qui una declinazione contemporanea attraverso un omaggio poetico e consapevole a quella storia del collezionismo, della scienza e dell'arte che nei secoli XVI-XVII vide intrecciarsi natura e artificio nell'età d'oro della meraviglia, ripropostasi nel XX secolo a partire da certo Surrealismo. La mostra offre un florilegio di opere e reperti di naturalia, exotica e scientifica - tutti mirabilia disposti nell'atelier e in parte nella libreria. Nel recuperare la tradizione tardorinascimentale delle collezioni enciclopediche, nonché quella ermetico-alchemica, Gigi Bon presenta le opere più importanti della propria carriera venticinquennale, insieme con alcuni inediti.

Vi si ritrovano tecniche e materiali della più fine tradizione veneziana: una eco visuale a Veni Etiam, l'origine etimologica del nome della città secondo Francesco Sansovino, accolta da John Ruskin e da tutti coloro che hanno profondamente amato e interpretato Venezia: cioè, vieni ancora, e ancora, percioché quante volte verrai, sempre vedrai nuove cose, e nuove bellezze. Lo spazio alla libreria si presenterà come una sintesi dell'Universo dell'Artista: una grande scatola magica, di blu vestita. Il blu tanto caro a Gigi. Il blu del cielo, del mare, dell'Infinito. Il blu considerato dagli egizi come il colore degli Dei e presente in maniera fondamentale nelle opere della Bon.

In questo spazio fa da fondo un pannello che rappresenta il mondo immaginario dell'artista con una folla di Rhini Angeli giocosi; una parete-libreria carica di libri antichi e oggettistica preziosa; il grande quadro Museo Caspiano popolato dai lavori dell'artista come fossero personaggi in visita al museo. Personaggi che in questa occasione prendono vita: escono dal quadro e si materializzano in reali sculture animando lo spazio e dando vita a Gigi Bon Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia. L'artista, laurea in Giurisprudenza, con un brillante passato di consulente finanziario, non ha esitato a voltare pagina per dedicarsi alla realizzazione dei suoi sogni e della sua creatività. Le sue sculture, i suoi ritratti immaginari, le sue surreali tecniche miste sono ormai nelle collezioni private di tutto il mondo. (Comunicato stampa)




Opera di Ettore Frani Ettore Frani: L'ombra e la grazia
termina lo 09 giugno 2017
Spazio Aperto San Fedele - Milano
www.centrosanfedele.net

La ricerca di Ettore Frani riflette sui temi della luce e dell'ombra come analogia, per alludere alla dimensione dello spirituale che parla attraverso le cose della terra e, primariamente, attraverso le manifestazioni della Natura. La pittura a olio conferisce alle sue tavole la profondità della quadricromia attraverso l'uso del bianco e nero, l'estensione delle scale dei grigi, la scansione quasi geometrica del chiaroscuro, concepito come la vera forza modellante che crea profondità e volumi nelle forme. (Comunicato stampa)




"Ennaedro"
Susanna Bonetti, Martina Brugnara, Umberto Chiodi, Giorgia Ghiretti, Nicolò Maggioni, Giovanni Mantovani, Miriam Ronchi, Alberto Zanchetta, Camilla Zanini


termina lo 03 giugno 2017
Alba Area Gallyery Spazio LABA - Brescia

La mostra presenta alcune opere realizzate dagli iscritti e dagli ex-allievi della LABA che in quest'occasione riflettono sulla con/fusione delle discipline artistiche, instaurano un rapporto paritario con le ricerche artistiche dei loro docenti. Nella prima sala Umberto Chiodi presenta alcune opere del ciclo Crossage realizzato negli anni che decorrono dal 2013 al 2015; si tratta di opere su/di carta, dove il disegno a china e il collage a intarsio si confondono con l'intaglio del supporto stesso. Camilla Zanini si interroga su spazi che sono luoghi indefiniti e non limitati che contengono cose materiali.

Tali "spazi" si raccontano facendo percepire in modo esplicito soltanto la loro presenza, talvolta negando la loro essenza e/o assumendo un'entità differente dalla loro origine. Indorare di Nicolò Maggioni prende spunto dal culto basato sull'Individuo e il suo immaginario, ossia sull'Arte intesa come Religione, equivalenza che viene palesata attraverso un inginocchiatoio che rende evidente le incongruenze che nascono da tale concezione. Nella seconda sala Giovanni Mantovani propone tre scatti del progetto Ball / Stone, opera che si propone di determinare ed esaurire tutte le presumibili combinazioni tra due elementi dissimili per forma e funzione.

Individuati gli elementi, sono stati analizzati tutti i possibili binomi al fine di definire un sistema scultoreo che possa apparire in equilibrio. Martina Brugnara espone Marlis, un assemblaggio in legno ed attrezzi da lavoro, che fa parte di una serie di opere pensate dall'artista in relazione al coltellino svizzero Victorinox e alla famiglia che lo ha ideato alla fine dell'Ottocento. Morphing è invece il risultato di un lento ripescaggio di scatti realizzati durante il corso di tutta la vita di Susanna Bonetti; il lavoro comprende immagini provenienti da situazioni distanti tra loro nel tempo e nello spazio, le quali trovano il loro equilibrio una volta assemblate.

Nella terza sala, Alberto Zanchetta propone una serie di "esercizi di stile" che consistono in monocromi-non-monocromi che intendono verificare la proteiforme identità della «pittura in assenza di pittura». L'installazione audio di Giorgia Ghiretti contiene una serie di campionature provenienti dalla cinematografia hard, qui riprodotti in loop per tutta la durata dell'esposizione. Proprio per quest'operazione di decontestualizzazione, il lavoro si trasforma in una sorta di "doccia fredda" per l'ascoltatore (da qui il titolo Frigidarium). Infine, l'opera di Miriam Ronchi è composta da alcuni blocchi di legno posizionati in equilibrio tra loro, in modo da riprodurre la struttura di una sedia; i vari elementi, che sono appoggiati anziché essere fissati, inficiano la possibilità di sostenere un corpo, esaltando così l'illusione puramente estetica di trovarsi di fronte ad una sedia. (Comunicato stampa)




Arvid Gutschow - Untitled 1950s "It"
termina il 13 agosto 2017
Fondazione Rolla - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

La mostra, composta da ventisei fotografie, è stata ispirata dagli scritti di John Szarkowski, in particolare dal suo libro L'occhio del fotografo. I fotografi selezionati rappresentano frammenti di realtà in modo non puramente descrittivo, dando a soggetti inanimati una nuova visione, tutt'altro che banale. Gli autori esposti sono: Harry Callahan, Hans Finsler, Arvid Gutschow, Ruth Hallensleben, Charles Harry Jones, Peter Keetman, Hannes Meyer, Irving Penn, Albert Renger-Patzsch, Luciano Rigolini, Thomas Ruff, Aaron Siskind, Franco Vimercati. Le fotografie appartengono alla collezione privata di Rosella e Philip Rolla. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna LUCE Immaginario italiano a Matera Luce - L'immaginario italiano a Matera
termina il 15 settembre 2017
Fondazione Sassi | ex ospedale di San Rocco - Matera
www.fondazionesassi.org

Dal 1924 L'Unione Cinematografica Educativa, L.U.C.E., ha raccontato l'attualità del Paese attraverso le immagini dei cinegiornali e dei documentari. Oggi, l'Istituto Luce - Cinecittà è la più antica istituzione di cinema pubblico al mondo e, con un archivio di decine di migliaia di filmati e tre milioni di fotografie, un patrimonio di immagini impareggiabile per quantità e ricchezza di temi. Nel 2013 il fondo 'Cinegiornali e fotografie dell'Istituto Nazionale L.U.C.E.' è stato inserito nel Registro Memory of the World dell'Unesco. Ed è parte di questo corposo archivio che sarà aperto al pubblico a Matera. La mostra, a cura di Gabriele D'Autilia (curatore scientifico e testi) e di Roland Sejko (curatore artistico e regia video), è organizzata dalla Fondazione Sassi. L'ex Ospedale di San Rocco ospiterà video, fotografie, installazioni e pannelli esplicativi dedicati all'Italia; la Fondazione Sassi ospiterà materiale video e fotografico, anche inediti, sulla città dei Sassi e la Basilicata.

La mostra racconta l'evoluzione dell'Italia e degli italiani attraverso un flusso continuo di immagini. Grandi pannelli organizzati secondo un ordine tematico-cronologico, su cui in più di 20 schermi sono proiettate speciali videoinstallazioni, montaggi realizzati ad hoc di centinaia di filmati dell'Archivio storico Luce. Accanto alle immagini in movimento, più di 500 fotografie dell'Archivio fermano dettagli e momenti significativi, mentre pannelli di testo approfondiscono l'analisi storica e linguistica dei video. Un percorso visivo e uditivo di notevole impatto, che fa sì che ogni visitatore si confronti con un'immagine differente, e in cui ciascun video dialoga con quelli vicini per analogie e differenze. Una serie di parole-chiave lega l'itinerario.

Si va così dagli anni '20 di città/campagna, ai '30 di autarchia, uomo nuovo, architettura, censura e propaganda. Si arriva a Guerra e rinascita, Cassino (icona della brutalità distruttiva delle guerre), vincitori e vinti (con sequenze poco conosciute e straordinarie, anche a colori, dell'ingresso degli alleati non solo a Roma, ma anche nelle profondità del Paese), modernità/arretratezza (un parallelo significativo di immagini dell'Italia anni '60), giovani, economia, corpi politici, neotelevisione, e tante altre. L'ultimo spazio dell'esposizione è interamente dedicato al Cinema: con centinaia di foto di registi, attori, set, e una preziosa selezione di trailer e backstage di film. Se questo è il corpus principale della mostra, già esposto a Roma, Mantova e Catania, nella città dei Sassi, nei suoi antichi rioni in tufo, sarà possibile ammirare una ricca sezione di materiali inediti dedicati alla Basilicata e a Matera.

Fotografie e video raccontano tradizioni e vita a Matera. Immagini girate nel 1937 mostrano la festa per elezione dei materani: le celebrazioni in onore della Madonna Maria Santissima della Bruna, con i cittadini che attorniano il carro trionfale in piazza Vittorio Veneto e alla Cattedrale. E ancora: la visita del duce a Matera e quella del Presidente del Consiglio De Gasperi, la Riforma Fondiaria, la nascita di nuovi borghi da La Martella a Gaudiano, la costruzione delle dighe, l'emigrazione, sono solo alcuni dei temi del ricco materiale fotografico e video presente nella mostra. Matera è soprattutto i Sassi. E sono gli antichi rioni cittadini a essere protagonisti del film nato dall'inchiesta del giornalista Sandro De Feo e che venne diretto nel 1951 dal regista Romolo Marcellini.

La mostra ha il pregio di rivelare aspetti inediti dei lavori che si realizzavano su Matera in quegli anni. Il film di Marcellini ha una vicenda distributiva (ricostruita da Marco Bertozzi) che esprime bene lo spirito dei tempi. La commissione di censura concede il nulla osta per l'Italia ma, di fronte a una richiesta di esportazione in Gran Bretagna, chiede che «siano eliminate le scene in cui appaiono animali addetti ai lavori agricoli convivere nelle case degli abitanti in quanto esse possono suscitare errati e dannosi apprezzamenti sul nostro Paese». Di Diverso parere saranno gli americani: le scene rimasero al loro posto. (Comunicato stampa Sissi Ruggi - addetto stampa per la mostra "Luce - L'immaginario italiano a Matera" della Fondazione Sassi)




Opera di Leonella Masella Leonella Masella
Fontane di Cleopatra e Marco Antonio al Mercato Esquilino


termina il 15 giugno 2017
Mercato Esquilino - Roma
www.leonellamasella.com

In occasione delle celebrazioni per il Natale di Roma, l'artista Leonella Masella dell'Associazione Arco di Gallieno, allestirà nella piazzetta centrale dello storico Mercato Esquilino due sculture luminose: La Fontana di Cleopatra e La Fontana di Marco Antonio. L'iniziativa si avvale del sostegno dell'Associazione dei Commercianti del Mercato Esquilino (Co.Ri.Me.) e dell'Associazione Arco di Gallieno. Le due sculture sono interamente realizzate con vari materiali e plastiche di scarto.

"Sono gli "oggetti/rifiuto" che mi chiamano. Rivolgo loro la mia attenzione, passando dall'uno all'altro, con determinazione" scrive l'artista "Fustini per il detersivo, contenitori per creme ed alimenti hanno esaurito la loro funzione, ma resistono al luogo che li richiama a sè: la discarica. C'è sempre un colore, una forma, o la direzione di una linea immaginaria che catturano il mio sguardo; allora allungo il braccio, afferro l'oggetto, lo giro e rigiro fra le mani, lo accarezzo per seguirne le forme morbide e le superfici accattivanti. Comincio a cucire tra loro gli oggetti, li assemblo, costruisco, trasformo, usando filo di ferro e tessuti di plastica."

"E' per il volto, e il corpo di Cleopatra, e intorno a lei, nell'Antico e nell'attualità, che si gioca la partita di Ottaviano e Marco Antonio, di Augusto e la posterità, di Shakespeare e il profondo della psiche umana, che, umana, non è più, perché si è resa macchina di assemblaggio, utile e disutile, per quel tanto di vita biologica che, ancora, appartiene all'individuo sociale, o, più propriamente, per quella Babele, o confusione del linguaggio e delle culture, che porta sulla scia di un asservimento alla supremazia imperante del benessere accessorio, e nasconde, invece, in sé, la deriva d'ogni energia nell'inerziale inattività. (...)

Intorno a Cleopatra, alla Cleopatra di Leonella Masella, si gioca la partita del fare, nella quale vince la "luce" artificiale a più colori, che è calda e fredda, atta a captare la qualità dell'ambiente in cui si posiziona, che sia familiare oppure no, esterno o interno, in esposizione nella galleria. Poi, a seguire, stupisce, a ben guardare, la "varietà" dei materiali d'uso, scelti per metter su la figura intera, e il loro paziente incastro, privo di colle, con viti, fil di ferro, o altro, al bisogno. In più, trionfa la "leggerezza" del costrutto ottenuto, la sua aerea musicalità, dovuta all'impercettibile muoversi d'ogni singolo pezzo al variare, pur minimo, delle correnti d'aria, come, anche, per l'avvicendarsi delle persone, per il loro allontanarsi da lei, o avvicinarsi a lei, con l'intento di vederla in mostra, nella sua forma migliore, sotto i riflettori della comunicazione. (...) (testo tratto da Bello è lontano ovvero La fontana di Cleopatra, di Anna Maria Corbi)

Leonella Masella (Taranto) lavora per le Nazioni Unite in paesi difficili come il Mozambico, il Sudan, la Cambogia, l'Angola a stretto contatto con i drammatici problemi di popolazioni in lotta non tanto per lo sviluppo, quanto per la stessa sopravvivenza. Dal 1990 al 1995 ha vissuto e lavorato in Namibia, dove nel 1993 ha iniziato la sua formazione accademica in materia artistica conseguendo nel 2001 il diploma di Laurea Triennale in Arti visive e Storia dell'arte dell'Università del Sudafrica, Pretoria. E' stata vincitrice del Premio della Critica al concorso Premio Internazionale di Arti Visive "Espoarte 2003", presso il Museo Civico di Arte Contemporanea di Albissola Marina, Savona. (Comunicato stampa)




Opera di Edoardo Fraquelli dalla mostra Materia - Colore alla Associazione Culturale Renzo Cortina di Milano Edoardo Fraquelli - opera in mostra Edoardo Fraquelli
Materia - Colore


termina il 16 giugno 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra, a cura di Simona Bartolena, presenta una selezione di dipinti dell'artista, scomparso nel 1995, ma la cui memoria è alquanto viva e rappresentata dalla validità del suo percorso artistico. Una vicenda personale e umana caratterizzata da problemi psico-fisici e profonde crisi che gli hanno imposto lunghi soggiorni in centri di salute mentale. Nonostante tutto egli ha vissuto la pittura in modo intenso, trasferendo in essa vedute di natura e visioni interiori, in un percorso creativo che si è sviluppato ta informale e astrazione.

Edoardo Fraquelli (Tremezzo, 1933 - 1995) ha avuto una formazione autonoma e indipendente. Tiene la sua prima personale nel 1957 a Milano, presso la Galleria Prisma e un critico avveduto come Kaisserlian la recensisce con valutazioni estremamente positive: parla di "un giovane dotato che sa rivelarci un temperamento autentico... ha capito il senso della nuova pittura avida di contenuti emozionali molto più di tanti suoi coetanei diplomati all'Accademia ed aggiornati sulle ultime mode della pittura...". Dopo pochi anni iniziano a presentarsi quei problemi che lo isoleranno a lungo dal mondo dell'arte, ma senza rompere quella sincerità espressiva che gli permette di recuperare ogni volta, quasi al punto in cui lo aveva lasciato, il suo "racconto" pittorico.

I temi affrontati riguardano la natura, interiorizzata ma resa con grande partecipazione, soffermandosi ora sulle vedute invernali, già per sé intime e basse di colore, ora sui verdi e sulle terre di cui non cerca né prospettive né valori brillanti. Ai toni pacati e spenti si sostituiscono però presto tinte forti, potremmo dire espressioniste, che forse preludono alla malattia. Cui fa seguito la prima lunga sospensione dell'attività pittorica. La ripresa - siamo a metà degli anni Sessanta - parte da opere complesse e composite, in cui si percepisce la tensione interiore.

Stefano Agosti parla di "una serie allucinante (e allucinata) di paesaggi, appunto, desolati, la cui rappresentazione si raccoglie - al centro del quadro - in una sorta di grande gomitolo, o groviglio, fatto di nervature serpentine, rottami accatastati, o forse anche di ossami calcificati, ove i toni bruni e rossastri si accavallano sul fondo di stratificazioni tenebrose, il tutto magari circondato dagli ori, gli ocra, i verdi smorzati di una terra perduta". Poi ancora dieci anni di buio fino a quando, sul finire degli anni Settanta, un collezionista brianzolo scopre al Museo di Graz un'opera di Fraquelli e si mette alla ricerca dei suoi lavori e infine di lui.

L'attenzione che questo collezionista - che diventerà presto un amico fidato - gli riserva, diventa fondamentale per raggiungere una tranquillità che gli consente di affrontare i colori e le tele con fiducia. Fraquelli si fida di chi gli è vicino e recupera fiducia in se stesso e nelle proprie capacità. Nel 1981 una mostra a Merate con un importante catalogo curato da Giorgio Mascherpa, riapre i giochi che sembravano ormai destinati a una conclusione infausta. Seguono poi una mostra a Desio (1984), poi un'antologica alla Galleria San Fedele e all'Istituto di Cultura "Casa G. Cini" di Ferrara (1991), quindi alla Villa Fornari Banfi di Carnate (1991-1992).

La sua opera, però, ha ormai ritrovato un osservatorio attento. Numerose sono le presenze di sue opere in rassegne collettive dopo la morte, ma vengono anche proposte delle rassegne personali a Gemonio presso il Museo Bodini e a Gazoldo degli Ippoliti al Museo d'arte moderna (2004). Seguono altre mostre, alla galleria Olim di Bergamo (2005), al Circolo Culturale "Seregn de la memoria" di Seregno (2005) e alla Tadinoartecontemporanea di Milano (2011). Fino all'importante rassegna Fraquelli. Un vertice dell'Informale proposta nel 2006 a Sondrio presso la Galleria del Credito Valtellinese in Palazzo Sertoli e al Museo valtellinese di Storia e Arte, in Palazzo Sassi de' Lavizzari, all'Università Bocconi di Milano nel 2016. (Comunicato stampa)




Opera di Alan Gattamorta Cani e scarpe
termina il 18 giugno 2017
Mostra on line

Il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta.








Locandina della mostra di Alberto Gianfreda alla Fondazione Casa della Divina Bellezza Nell'attimo l'incontro
Lo spazio sacro nelle esperienze di Alberto Gianfreda


termina lo 08 luglio 2017
Fondazione Casa della Divina Bellezza - Forza D'Agrò (Messina) www.fondazionecasadelladivinabellezza.it

La mostra, a cura di Giuseppe Ingaglio, interpreta lo spazio sacro come luogo dell'incontro tra la dimensione del trascendente e il continuo fluire dell'immanente nel tempo. Nell'attimo l'azione di Dio si estende nell'operosità umana, momento per momento, in un labor continuo evocato dalle stesse esperienze artistiche di Alberto Gianfreda, le cui opere hanno spesso un riferimento al sacro, si pensi all'altare e all'ambone realizzati per la Chiesa di San Nicola da Tolentino a Venezia. Sono gli uomini e le loro scelte a creare lo spazio sacro, spazio inteso, in questo progetto curatoriale e artistico, nella duplice accezione di "luogo" e di "condotta" esistenziale, di dimensione e di direzione di vita dell'uomo contemporaneo, come ci ricordano le stesse opere di Gianfreda.

La mostra presenta una selezione di quattro sculture realizzate con materiali misti (terracotta, ferro, alluminio, marmo, ecc) dell'artista lombardo Alberto Gianfreda. Cinque insiemi di materia prima, 2014, Dove poggio le mie mani, 2014, Non basta all'infinito, 2015, Icona resiliente, 2016 dialogano con due opere provenienti dal Museo Diocesano di Caltagirone, nello specifico, Il Martirio di Santa Febbronia di Francesco Vaccaro del 1860 e Gesù Cristo Crocifisso, Bottega siciliana, della seconda metà del sec. XVIII.

Coerentemente con la mission della Fondazione Casa della Divina Bellezza, la mostra affronta "lo spazio sacro" come dimensione e senso di vita. "La Casa della Divina Bellezza - spiega il presidente della fondazione, il prof. Alfredo La Malfa - è un unicum nel panorama siciliano. Il viaggio che s'intraprende accedendo alla casa vuole corrispondere a un'ascensione spirituale, scandita da simboli grafici e architettonici, particolari che vanno cercati e ricercati dal visitatore-pellegrino. La scelta di dare alla dimora il nome di "Casa della Divina Bellezza" nasce da un'attenta riflessione con cui ho voluto sottolineare la nuova natura della struttura. Non più casa privata, ma luogo aperto in cui ospitare eventi atti ad arricchire lo spirito di chi lo visita. Un luogo dove condividere religioni e spiritualità, mostrando un percorso che si svela soltanto attraverso la manifestazione della bellezza".

Alberto Gianfreda (Desio, 1981) nel 2003 si diploma in scultura all'Accademia di Belle Arti di Brera, dove si specializza nel 2005 in Arti e Antropologia del Sacro. Nel 2007 completa la sua formazione al TAM (trattamento artistico metalli), sotto la direzione artistica di Nunzio e la presidenza di Arnaldo Pomodoro. Dal 2005 collabora con l'Accademia di Belle arti di Brera di Milano presso la quale è attualmente docente di Formatura, tecnologia e tipologia dei materiali. Dal 2002 partecipa a numerose collettive. (...) Tra le opere pubbliche più significative è da segnalare la cultura-braciere per il Duomo di Monza e quella nella collezione pubblica del MIC (Museo Internazionale della Ceramica di Faenza) o a Palazzo delle Paure (Museo Arte contemporanea di Lecco). E' del 2012 la collaborazione con l'architetto Stefano Larotonda per un progetto architettonico/scultoreo presentato al Laboratorio Casabella di Milano in occasione del concorso Giovani architetti grattano il cielo da qui l'invito a collaborare con l'istituto internazionale di ricerca per l'architettura i2a di Lugano in Svizzera. Nel 2013 fonda assieme ad un gruppo di altri cinque artisti e la curatrice Ilaria Bignotti il movimento Resilienza italiana.

La Fondazione Casa della Divina Bellezza è stata creata nel 2009 e divenuta un'organizzazione no-profit nel 2014. Frutto di un restauro durato circa tre anni, è finalizzata al rapporto fra arte e la teologia cristiana e la dimensione del sacro. Il viaggio che si intraprende accedendo alla casa vuole corrispondere ad un'ascensione spirituale, scandita da simboli grafici e architettonici, particolari che vanno cercati e ricercati dal visitatore-pellegrino. (...) Il sito urbano dove è ubicata la casa risale intorno al '700, si sviluppa su tre livelli, ed è affiancato alla chiesa Madre dedicata alla SS. Annunziata. La costruzione è stata realizzata dal Barone Giuseppe Giardina, Giurato forzese e proprietario anche del Castello di Sant'Alessio. (...) Nelle fasi di restauro dell'intero plesso si è potuto notare come era in atto un sistema di rifornimento idrico attraverso tre cisterne nei diversi piani della struttura per la raccolta dell'acqua piovana, e di ventilazione e rinfrescamento degli ambienti attraverso un condotto, peraltro ancora visibile e messo in evidenza a seguito della ristrutturazione da una copertura in vetro calpestabile. (Comunicato stampa)




Sinibaldo Scorza (1589-1631)
Favole natura all'alba del Barocco


termina lo 04 giugno 2017
Palazzo della Meridiana - Genova

Prima retrospettiva su Sinibaldo Scorza (1589-1631), protagonista della pittura genovese ed europea di primo Seicento, all'"alba del Barocco". Anna Orlando, specialista riconosciuta a livello internazionale per i suoi studi sulla pittura fiamminga e genovese del Seicento, dopo il successo di Uomini e Dei sempre a Palazzo della Meridiana (febbraio-giugno 2016), aggiunge nel sottotitolo altre due annotazioni, "favole e natura", a focalizzare la capacità di questo maestro di trasporre sulla tela il racconto, partecipato e personale, di situazioni, atmosfere e ambienti.

Accanto ai soggetti mitologici, come Circe  e Orfeo,  vi sono quelli in cui lo Scorza manifesta la propria passione per il mondo vegetale e animale, descritto con una qualità di dettagli che lo avvicina ad Albrecht Dürer, Paul Brill o Jan Brügel, ossia ai maestri fiamminghi che sappiamo per certo che Scorza vide nelle collezioni genovesi del tempo, studiò e copiò. Per il grande pubblico questa mostra fornirà l'occasione per avvicinarsi, per la prima volta, a un artista molto amato dagli esperti e collezionato nei musei del mondo, ma che, sino a questo appuntamento, non era mai stato raccontato da una grande esposizione né da una monografia.

Pittore notevolissimo, Scorza fu anche raffinato miniaturista, incisore, nonché straordinario e indefesso disegnatore. A quest'ultimo, specifico aspetto della sua produzione, I Musei di Strada Nuova, in Palazzo Rosso, a pochi passi dal Palazzo delle Meridiana, riservano una mostra parallela. Per questa storica occasione, in Palazzo della Meridiana saranno riuniti oltre sessanta dipinti, a documentare il meglio della produzione dello Scorza e degli artisti con cui egli si è formato o si è confrontato.

Ai dipinti, la mostra affiancherà anche una precisa selezione di   circa trenta tra disegni, incisioni e miniature, a voler evidenziare anche questi aspetti della effervescente, poliedrica personalità artistica dello Scorza. Anna Orlando, affiancata da una ampia compagine di esperti, curerà un catalogo che è di fatto la prima monografia sul pittore. Il volume, edito da Sagep, offrirà l'occasione per aggiornare gli studi sullo Scorza, personaggio la cui vita assomiglia a un romanzo.

Nel 1589, viene alla luce a Voltaggio, località dell'Oltregiogo oggi in Piemonte, ma allora parte della Repubblica di Genova. Di nobili origini, ha il privilegio di un'educazione umanistica, preludio per l'accesso alle alte cariche dello Stato. Ma la passione per il disegno e la pittura lo porta invece all'apprendistato artistico,  nella bottega di Giovanni Battista Paggi a Genova, uno dei più quotati pittori genovesi dell'epoca. Nel 1604 circa, non appena quindicenne, decide di trasferirsi a Genova per dedicarsi esclusivamente alla pittura. La fama che si conquista in città, lo porta a Torino, nel ruolo di Pittore di Corte del Duca di Savoia nel 1619.

Qui resta sino al 1625, quando, scoppiata la guerra tra i genovesi e il ducato sabaudo, fa ritorno a Genova. Imprigionato nella Torre Grimaldina di Palazzo Ducale (visitabile) e poi condannato all'esilio, si rifugia a  Massa e da qui raggiunge Roma, nel 1626. Può rimettere piede nella Repubblica di Genova soltanto due anni dopo, felice di poter poi fare ritorno nel suo paese natale, Voltaggio, che trova però semi distrutto a seguito della guerra coi Savoia. E sarà proprio Voltaggio a costituire il terzo polo di questo grande progetto intorno allo Scorza. Qui, dopo la chiusura delle due mostre genovesi, saranno organizzati eventi e percorsi di approfondimento sulle opere presenti in loco nei mesi estivi. (Comunicato Studio Esseci)




Giovanni Segantini e i pittori della montagna
termina il 24 settembre 2017
Museo Archeologico Regionale - Aosta

L'esposizione, a cura di Filippo Timo e Daniela Magnetti, propone un selezionato percorso che ha come fulcro l'esperienza pittorica di Giovanni Segantini, tra i massimi esponenti del Divisionismo italiano, che ha eletto la montagna a proprio soggetto principe, interpretandola in modo personale e innovativo, sia in termini di stile sia di poetica. La selezione di opere proposte in mostra individua e suggerisce uno dei molti possibili percorsi attraverso la pittura di montagna a cavallo tra il XIX e il XX secolo, limitando la propria attenzione ai soli artisti italiani e concentrandosi geograficamente sui lavori dell'arco alpino.

Accanto alle opere di Giovanni Segantini, scelte attingendo ad uno specifico momento dell'esperienza artistica del pittore, ovvero agli anni giovanili trascorsi in Brianza, compaiono più di cinquanta artisti, a partire da Vittore Grubicy, Emilio Longoni, Baldassarre Longoni, Carlo Fornara, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lorenzo Delleani, Cesare Maggi, Leonardo Roda, Italo Mus, sino a Fortunato Depero. Accanto alle opere di questi maestri trovano posto i dipinti di almeno tre generazioni di altri artisti che, pur non avendo incontrato tutti la grande notorietà, hanno saputo instaurare un dialogo con i capofila, divenendo anch'essi partecipi di una pagina importante della storia dell'arte italiana.

Nell'orizzonte tematico della pittura di montagna, le opere sono state organizzate in sette sezioni, oltre a quella dedicata a Segantini che vede esposto lo splendido olio su tela La raccolta dei bozzoli (1882-1883), così scandite: le vedute estive, le scene di vita campestre e contadina, i paesaggi antropizzati, i ricordi alpini, i laghi, i tramonti e i notturni, le vedute dei grandi paesaggi innevati. A queste si aggiunge una sezione dedicata a Italo Mus, il pittore valdostano più noto e ammirato del XX secolo, di cui ricorre nel 2017 il cinquantesimo anniversario della scomparsa. La mostra Giovanni Segantini e i pittori di montagna è corredata da un catalogo, edito da Skira, illustrato, con testi di Annie-Paule Quinsac, Filippo Timo, Daria Jorioz, Daniela Magnetti, Marco Albino Ferrari, Maurizio Scudiero, Luca Minella, Beatrice Buscaroli. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Luca Vernizzi - Scatola di cartone - tempera su carta incollata su tavola cm.92x80 2003 Luca Vernizzi - Alba di Ferragosto - tempera su tela cm.60x100 2016 Luca Vernizzi. Spazio e solitudine
termina lo 04 giugno 2017
VS Arte - Milano
www.vsarte.it

A pochi mesi di distanza dalla mostra allestita lo scorso autunno alla Triennale di Milano, l'artista torna con un nuovo percorso dedicato al tema dell'oggetto dipinto. Fra l'iconografia classica della natura morta e la rilettura in chiave concettuale dell'immagine, spicca una selezione di circa venti lavori recenti accanto a un nucleo di carte, piccoli disegni, studi preparatori e schizzi autonomi in cui l'oggetto rappresenta l'alibi per una indagine sullo spazio che ruota intorno. Costruttore di forme uniche, maestro della sintesi e della linea pura che incornicia ogni elemento con geometrico rigore, memore della lezione di Cézanne, Vernizzi guarda alla realtà in cerca di una regola che disciplina il visibile; un sistema cartesiano, uno schema metrico, una griglia impalpabile su cui costellazioni di mele o pesche si posizionano come astri in una galassia domestica. Lo sguardo alla vita feriale, all'esistenza quotidiana; le allusioni alla sospensione del tempo nelle stanze della memoria, sono macro-temi che coronano la sua necessità primaria di dare ordine e valore alla forma pura.

Chiara Gatti, curatrice della mostra, commenta: "La sintassi della composizione è dominata da corpi iconici, mai didascalici, mai narrativi. Vernizzi non insegue il racconto. Ma l'essenza delle cose nella loro eterna solitudine. E ragiona sui meccanismi della visione, sulla natura dello sguardo che vaga in lontananza, affonda in profondità; riflette sul respiro ampio, sull'aria che gira attorno alla materia. Ha bisogno di quest'aria nel suo procede algido, come se il peso dell'oggetto, la sua presenza fisica, acuisse la propria statura in proporzione allo spazio e al silenzio che lo avvolge. Più spazio, più solennità".

In questo si percepisce l'eredità della pittura metafisica italiana, sposata a un certo culto dell'oggetto stesso, che fa pensare alla pop art inglese, ai tavoli o alle sedie di David Hockney (Giovanni Testori ha parlato anche di Peter Blake) cui lo avvicinano altresì i ritratti, alcuni esposti in mostra. Condotti con lo stesso lessico rigoroso degli oggetti, sono universi paralleli, entità sospese nell'attesa, figure ipnotiche e isolate nella loro solitudine. Accompagna la mostra un catalogo in italiano e inglese con il testo critico di Chiara Gatti.

La prima mostra di Luca Vernizzi (Santa Margherita Ligure, 1941), alla Galleria Pagani nel 1968, è stata preceduta dall'attività svolta per alcuni anni come critico d'arte al "Corriere della Sera" dove collabora con Leonardo Borgese. Successivamente, oltre all'impegno di docente all'Accademia di Brera, si dedica alla ricerca artistica, continuando a coltivare l'attività letteraria con pubblicazioni di riflessione estetica e di proposte liriche. Rassegne di sue opere vengono allestite in sedi istituzionali oltre che private, in Italia e nel mondo. Si ricorda la mostra all'Arengario di Milano, oggi Museo del Novecento (1979), a Pechino, negli Archivi della Città Proibita (1996), al Centro Culturale Borges di Buenos Aires (2004). (Estratto da comunicato IBC Irma Bianchi Communication)




Immagine alla locandina della mostra Liquid Thought, di Donato Piccolo Donato Piccolo: Liquid Thought
termina il 21 giugno 2017
Galleria Seno - Milano
www.galleriaseno.com

Nelle sue opere, Donato Piccolo riflette sul rapporto tra il concetto di rottura spontanea della simmetria della natura (secondo il modello dei fisici Yoichiro Nambu e Giovanni Jona-Lasinio) - in cui si approfondisce il concetto di interazione della materia con le sue forme naturali - e il concetto di società liquida del sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, per il quale le azioni dell'uomo si modificano prima di essere consolidate. L'unione di queste due teorie dà luogo ad un "linguaggio ibrido", in cui la natura diventa, attraverso i suoi fenomeni, elemento di studio per la comprensione di leggi umane. Le coordinate del linguaggio di Donato Piccolo spaziano da sculture immateriali, create con gas, vapore ed acqua (saranno presentate tre sculture di colonne sonore, ovvero parallelepipedi al cui interno si sviluppano tornadi di vapore che si muovono vorticosamente su se stessi stimolati dal rumore esterno il cui obbiettivo è quello di trasformare il suono in immagine), a disegni in cui l'artista sottolinea con più forza il legame con la teoria sociologica di Bauman secondo la quale il nostro sapere è in continuo cambiamento.

E' in questo cambiamento che Bauman pronostica una società effimera, che cerca una stabilità attraverso elementi instabili. Ma quali sono questi elementi? E se le emozioni potessero essere di stimolo per la comprensione e la ricerca dell'essenza della nostra vita, del senso del nostro essere sulla terra? In alcuni disegni Donato Piccolo riporta frasi del filosofo, frasi incomplete che aspettano un pensiero esterno per essere completate. La compresenza delle sculture in trasformazione e dei disegni sottolineerà la scissione tra atto razionale di pensiero e atto istintivo o naturale degli stessi fenomeni. La mostra è curata in collaborazione con la Galleria Bibo's Place di Todi. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra Waiting in the Wings, di Claudia Wieser, a Genova Claudia Wieser: Waiting in the Wings
termina il 18 giugno 2017
Villa Croce - Genova

Prima installazione site-specific di Claudia Wieser in un museo pubblico italiano, realizzata in collaborazione con il Goethe-Institut Genua. Claudia Wieser si è affermata sulla scena internazionale attraverso un linguaggio stilistico personale capace di fondere ispirazioni tratte dal mondo dell'arte, del design e dell'architettura. Questa giovane artista tedesca ha elaborato una poetica contemporaneamente ispirata a un indefinito passato cinematografico velato di suggestioni futuriste e mistiche, evocative della classicità e del mondo sumero-babilonese.

I suoi lavori si articolano in dialogo con le ricerche del primo astrattismo guardando alla semplificazione formale delle prime ricerche moderniste; citando maestri come Gustav Klimt o Paul Klee, trasforma il disegno in uno strumento capace di indagare un mondo ideale e spirituale. Importanti per la ricerca di Claudia Wieser sono le ricerche concettuali del Bauhaus, nella loro capacità di indagare il rapporto tra la struttura architettonica e le sue decorazioni. Claudia Wieser mette in discussione la rigida separazione tra arti "alte" e arti applicate attraverso la combinazione di materiali e tecniche, utilizzando oltre ai supporti artistici materiali come carte da parati, ceramica, legno, tessuti, specchi, fotografie e foglia d'oro.

A partire dal suo interesse per l'architettura, intesa come spazio da vivere a 360°, l'artista sviluppa le sue installazioni site-specific ispirandosi a grandi architetti come Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Mallet-Stevens o guardando alle opere di architettura espressionista o a progetti utopici del secolo scorso. Il cortocircuito tra la profondità delle strutture rappresentate e la piattezza della stampa digitale, dà vita a delle strabilianti carte da parti che riproducono elementi architettonici quasi a grandezza naturale, come scale o colonne, trasformando lo spazio in cui vengono installate in una scenografia.

Come in un teatro gli elementi si combinano per modificare la percezione dello spettatore creando così la sensazione di essere in un altro luogo, onirico e spirituale. Nel wallpaper realizzato per lo scalone di Villa Croce, Claudia Wieser fa ricorso alle immagini di antichi capolavori, tratti da vecchie fotografie per combinarli con i suoi disegni e le sue sculture. Ispirazione di questo progetto è una serie televisiva degli anni '70 della BBC, intitolata I, Claudius, che raccontava le vicende dell'Impero Romano negli anni del passaggio dall'Impero di Augusto alla morte di Claudio.

Considerata tuttora come una serie-tv di grande rilievo, si resta sorpresi nel vedere che una rappresentazione così teatrale di quasi un secolo di storia antica, contraddistinta da un'estetica anni '70, riesca in maniera straniante ad affascinare il pubblico. Questa suggestiva rappresentazione di una reinvenzione del mondo classico permette all'artista di sviluppare una serie di immagini che nel loro anacronismo sanno raccontare la politica contemporanea. Waiting in the Wings che significa "aspettare che qualcosa di più grande accada" o semplicemente "attendere dietro le quinte" evoca la volontà di un'opera di trasformare lo spazio rimanendo sullo sfondo.

Questa carta da parati seduce creando una scenografia stratificata in cui sembra di aver accesso a diversi mondi, in cui si alternano scaloni nobiliari, vasi antichi che diventano colonne e profili inquietanti di eroi romani. Questi elementi lasciano intravedere sullo sfondo due occhi giganti di una misteriosa donna contemporanea - una moderna Dea ex machina - che scruta lo spettatore, o meglio, osserva il palcoscenico dove si sta svolgendo l'azione di cui ormai lo spettatore fa parte, inglobato in questo meta-spazio che trasforma lo scalone della villa in opera d'arte. Nella poetica immaginifica dell'artista questi occhi giudicanti diventano un'intrusione nello spazio pubblico, un dettaglio ossessivo che scruta lo spettatore spingendolo a divenire un fantoccio di un canovaccio di cui non conosce la trama.

Claudia Wieser (Freilassing - Germania, 1973) dal 1993 fino al 1997 ha svolto la mansione di apprendista presso un fabbro. Nel 1997 ha intrapreso il suo percorso di studi nel campo dell'arte presso l'Akademie der Bildenden Künste München nella classe di Axel Kasseböhmer e Markus Oehlen. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in Germania e all'estero. (Comunicato stampa)

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Villa Croce presents the first site-specific installation by Claudia Wieser in an Italian public museum, done in collaboration with Goethe-Institut Genua. Claudia Wieser has gained international acclaim thanks to a personal stylistic language capable of combining inspirations from the worlds of art, design and architecture. The young German artist has developed a contemporary poetic driven by an indefinite cinematic past, veiled by futuristic and mystical overtones, evoking classical antiquity and the Sumero-Babylonian world. Her works establish a dialogue with early abstract research and the simplification of forms of early modernism; referencing masters like Gustav Klimt or Paul Klee, she transforms drawing into a tool capable of investigating an ideal spiritual world.

The conceptual research of the Bauhaus is important for Claudia Wieser's approach, with its accent on exploration of the relationship between architectural structure and its decorations. Claudia Wieser challenges the rigid separation between "fine" and "applied" arts through a combination of materials and techniques, using art media but also materials like wallpaper, ceramic, wood, fabrics, mirrors, photographs and gold leaf. Starting with her interest in architecture seen as a 360° experience of space, the artist develops her site-specific installations by drawing on stimuli from great architects like Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Mallet-Stevens, or from the works of expressionist architecture and the utopian projects of the last century.

The short circuit between the depth of the structures represented and the flatness of digital printing gives rise to amazing wallpapers that reproduce architectural features almost in actual size, such as staircases or columns, transforming the host space into a set. As in a theater, the elements combine to modify the perceptions of the viewer, creating the sensation of being in another place, a dreamy and spiritual setting. In the wallpaper made for the staircase of Villa Croce, Claudia Wieser makes use of images of historic masterpieces, taken from old photographs, combining them with her drawings and sculptures.

The inspiration for this project is a BBC television series from the 1970s entitled I, Claudius which narrated the events of the Roman Empire in the years of passage from the reign of Augustus to the death of Claudius. Still considered an outstanding television production today, the series surprises us with the way a very theatrical representation of nearly a century of ancient history, marked by a Seventies aesthetic, manages to fascinate and engage its audience. This evocative representation of a reinvention of the classical world permits the artist to develop a series of images that address contemporary politics, in spite of their anachronism.

The title of the exhibition Waiting in the Wings suggests the intention of the work to transform the space while remaining behind the scenes. This wallpaper seduces us, creating a layered set in which we seem to have access to different worlds, alternating noble staircases, antique vases that become columns, disquieting profiles of Roman heroes. These elements leave a glimpse, in the background, of two giant eyes of a mysterious contemporary woman - a modern dea ex machina - who gazes at the spectator or, more preciserves the stage where the action is taking place, of which the spectator has become a part, incorporated in this meta-space that transforms the staircase of the villa into a work of art. In the imaginative poetics of the artist these judging eyes become an intrusion in public space, an obsessive detail that scrutinizes viewers, making them become puppets in a plot whose outcome is unknown.

Claudia Wieser was born in Freilassing, Germany, in 1973. From 1993 to 1997 she was apprenticed to a blacksmith. In 1997 she began her studies in the art field at the Akademie der Bildenden Künste, Munich, with Axel Kasseböhmer and Markus Oehlen. She has held numerous solo and group exhibitions, in Germany and abroad. (Press release)




Fabrizio Garghetti - Ella Fitzgerald al Teatro Lirico Milano - Vintage cm.24x18 Anni'70 Fabrizio Garghetti - Miles Davis -Vintage cm.24x18 Anni'60 Fabrizio Garghetti: JazzTime
termina lo 09 giugno 2017
Ca' di Fra' - Milano

Il Jazz è, forse, il fenomeno musicale più importante del '900, la Madre progenitrice di una serie infinita di movimenti musicali. Il Fluxus è, prima di tutto, musica dell'anima, sistema di vita ed espressione artistica. Designer, architetti, artisti visivi, musicisti, performer uniti nell'aspirazione a superare la tradizionale divisione delle Arti attraverso un continuo, costante, voluto sconfinamento dell'operare artistico nel "flusso" del quotidiano. Fluxus è un modo d'essere, di concepire l'Arte, ma prima ancora, il mondo intorno a sé. I due maestri assoluti furono Marcel Duchamp e John Cage. "L'arte deve essere divertente, occuparsi di tutto ed essere accessibile a tutti"; sosteneva Maciunas: "Tutto è arte e tutti possono farne". Figura "fluxus" del panorama italiano è, certamente, Fabrizio Garghetti (Salsomaggiore, 1939).

La sua produzione artistico - fotografica è immensa, le tematiche dettate dal suo "essere fluxus nell'animo" e la mostra allestita al Musèe d'art Contemporain de Maeseille (2017) lo testimonia. Nel 1966 Fabrizio Garghetti, nella collaborazione con "Jazz Magazine" e "Musica Jazz" fonde in sé Fluxus e Jazz. Dal suo archivio riemergono numerosi ritratti di Miles Davis, John Coltrane, Charles Mingus, Art Tatum, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Duke Ellington. Ca' di Fra' propone un "viaggio" nel mondo del Jazz per accostare uno spirito artistico Fluxus tra i più autentici. 25 Opere Vintage per riportare in primo piano i grandi personaggi del Jazz "storico". Patrimonio raffinato e inestimabile poiché impaginare una musica personale è divenire memoria collettiva. (Manuela Composti)




Picasso e Napoli: Parade
termina il 10 luglio 2017
Museo e Real Bosco di Capodimonte - Napoli
Antiquarium, Scavi di Pompei

Nel 2017 si celebra a Napoli e a Pompei il centenario del viaggio di Picasso in Italia che l'autore compì insieme a Jean Cocteau per lavorare con i Balletti Russi a Parade, balletto che andrà in scena a Parigi a maggio del 1917, su soggetto dello stesso Cocteau e musica di Erik Satie. Durante il soggiorno nel nostro paese l'artista fu a Napoli due volte, tra marzo e aprile del 1917, e a Pompei. L'evento espositivo - a cura di Sylvain Bellenger e Luigi Gallo - permetterà di sottolineare l'importanza dell'incontro diretto di Picasso con l'antichità a Pompei e soprattutto con la cultura tradizionale napoletana, aspetto totalmente nuovo negli studi picassiani, attraverso alcune fra le sue maggiori espressioni: il presepio, il teatro popolare e il teatro delle marionette. Con Parade, il pittore cubista torna alla sua prima ispirazione legata al mondo del circo, rinnovando inoltre l'interesse per la tradizione classica, evocata poi da Cocteau con il suo Richiamo all'ordine.

La reggia di Capodimonte ospiterà nella sala da ballo il sipario Parade. Sarà a Napoli, per la prima volta, la più grande opera di Picasso, di capitale importanza per l'arte moderna, una tela di 17 metri di base per 10 di altezza, conservata al Centre Georges Pompidou di Parigi ma, per le sue dimensioni, esposta solo in rare occasioni -al Brooklyn Museum (New York 1984); al Palazzo della Gran Guardia (Verona 1990); a Palazzo Grassi (Venezia 1998) e al Centre Pompidou di Metz (2012-2013). L'opera sarà accompagnata in mostra da un'ampia selezione di lavori del pittore spagnolo.

Sul rapporto di Picasso con il teatro e la tradizione partenopea, a Capodimonte saranno inoltre esposti i bozzetti eseguiti dall'artista per il balletto Pulcinella (in scena nel 1920 a Parigi con musiche di Stravinsky e coreografie di Massine) insieme a alcune marionette e pupi della maschera napoletana dalla collezione Fundación Almine y Bernard Ruiz-Picasso para el Arte. Il Museo di Capodimonte ha programmato per l'occasione una serie di eventi collaterali tra cui 5 concerti con il conservatorio San Pietro a Majella, 1 coreografia inedita dedicata al balletto di Rosalba Quindici, e un performance creata e interpretata da Valeria Apicella.

L'Antiquarium di Pompei accoglierà i costumi del balletto disegnati dall'artista, che fu a Pompei nel marzo del '17. A conferma dell'influsso dell'iconografia teatrale sull'arte di Picasso e per celebrarne la passione per la maschera, i costumi saranno messi a confronto con una raccolta di maschere africane, insieme a una scelta di reperti archeologici dal sito, tra cui un gruppo di maschere teatrali, per la maggior parte inedite (antefisse, lastre a rilievo, erme, statue...).

Il confronto inedito fra i riferimenti antichi e l'arte nègre è sottolineato a Pompei dal magnifico bozzetto del quadro manifesto del cubismo Les demoiselles d'Avignon dipinto nel 1907 e esposto per la prima volta con grande clamore nel 1916. Quest'estate il Teatro Grande di Pompei ospiterà il 27, 28 e 29 luglio due balletti con la coreografia di Leonide Massine: Parade su musica di Erik Satie e Pulcinella su musiche di Stravinskij, entrambi interpretati dai primi ballerini, solisti e corpo di ballo del Teatro dell'Opera di Roma.

Anche il Teatro di San Carlo di Napoli ricorda i 100 anni dalla visita di Pablo Picasso e partecipa alle iniziative in occasione dell'esposizione di Parade a Capodimonte, proiettando in loop, sul monitor collocato nel Foyer degli Specchi, e a Memus (Museo e Archivio Storico del Teatro di San Carlo), per il periodo della, i filmati di due balletti realizzati dal Teatro dell'Opera di Roma, nel 2007, in occasione di una serata Picasso - Massine, che comprendeva Parade, balletto realistico su musica di Erik Satie e Pulcinella su musica di Igor Stravinskij. Dunque, negli orari di apertura del Teatro, tutti i visitatori che vi entreranno tramite visite guidate, e tutti coloro che assisteranno agli spettacoli nei prossimi mesi, potranno, nel foyer, ricordare l'impatto teatrale di Picasso scenografo, in due capolavori assoluti nella storia della danza. (Comunicato stampa Electa)




Immagine della locandina della mostra Una matita italiana a Hollywood - Giacomo Ghiazza Storyboard Artist Una matita italiana a Hollywood
Giacomo Ghiazza Storyboard Artist


termina il 17 settembre 2017
Palazzo Mazzetti - Asti
www.palazzomazzetti.it

Le maggiori produzioni fantascientifiche e d'azione degli ultimi trent'anni nei disegni dello storyboard artist Giacomo Ghiazza. Esposizione, a cura di Umberto Ferrari e Giacomo Ghiazza. Matita italiana a Hollywood, Ghiazza è attivo nel cinema statunitense dalla fine degli anni Ottanta. Ha collaborato con importanti registi (Barry Levinson, Paul Verhoeven, John Carpenter, John Woo, Ang Lee) ed attori (Arnold Schwarzenegger, Tom Cruise), contribuendo alla riuscita di popolarissime saghe come Pirati dei Caraibi, Mission: Impossible e Hunger Games. Oltre ad una cospicua selezione di disegni dell'artista, ordinati in sequenze tali da rappresentare un'idea del suo lavoro per ogni lungometraggio, l'esposizione offre ai visitatori un viaggio nella macchina-cinema, attraverso il racconto di una delle sue professioni meno conosciute - quella dello storyboard artist - arricchito anche dalla presenza di manifesti, fotografie, musiche e proiezioni.

Lo storyboard artist costituisce un punto di contatto fra l'arte più antica, quella semplice del disegno a mano, e quella più moderna, delle immagini in movimento e degli effetti visivi più sofisticati. Il suo ruolo, nell'ambito della produzione di un film, è fondamentale soprattutto quando si devono effettuare sequenze acrobatiche con stuntmen, per le quali tutti i dettagli devono essere pianificati in anticipo. Realizza una sorta di sceneggiatura per immagini che consente di visualizzare le sequenze prima che vengano girate. Gli storyboard costituiscono, dunque, l'equivalente visivo di quello che è una sceneggiatura per i dialoghi o una partitura per la musica.

Giacomo Ghiazza, originario di Asti, da trent'anni negli Stati Uniti, dopo gli studi artistici e una breve esperienza a Roma, dove comincia a disegnare storyboard per la pubblicità, viene folgorato dalla visione di Incontri ravvicinati del terzo tipo e dalla lettura di un libro che raccoglie i disegni realizzati per I predatori dell'arca perduta, entrambi di Steven Spielberg. Nel 1985 parte per l'America e nel 1988, con la scelta di trasferirsi a Los Angeles, centro nevralgico della produzione hollywoodiana, comincia per lui una carriera che continua ancora oggi con successo, contando decine di lungometraggi, come Robocop 2, Speed, Twister, Fuga da Los Angeles, Face/Off, Vita di Pi.

La storia del cinema è legata ad Asti fin dai suoi albori. La città dette infatti i natali al regista Giovanni Pastrone, uno dei pionieri della settima arte, che nel 1914 con il kolossal storico Cabiria fece scuola in tutto il mondo per l'imponenza dei mezzi tecnici e artistici, citato e studiato da registi come David Wark Griffith, il padre del cinema americano. Il catalogo della mostra è a cura di Umberto Ferrari (Sagep, 2017) con prefazione del Maestro Paolo Conte. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

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Graffiti animati - I cartoon da emozioni a gadget (Recensione al libro)




Alberto Manfredi - Paesaggio - olio su tela cm.66x72 1985 - foto Fabio Fantini Antonio Ligabue - Pascolo - senza data (1948-1949) olio su tavola di faesite cm.8,7x12 - foto Fabio Fantini Giorgio Griffa - Sezione Aurea n.989 - acrilico su tela cm.100x135 2010 Landscapes: Declinazioni in giallo e in verde
termina il 30 giugno 2017
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Mostra collettiva con opere di Valerio Adami, Giorgio Griffa, Antonio Ligabue, Elio Marchegiani e Graham Sutherland. L'esposizione, che trae il titolo da un acquerello su carta di Graham Sutherland (Landscape, 1974), è dedicata al tema del paesaggio, inteso come luogo reale o immaginario, con figure e animali, sequenze ritmiche e creste materiche. Trait d'union, la dominante cromatica giallo-verde, colore della natura che si risveglia e simbolo di un nuovo inizio. Il percorso della mostra comprende due opere di grandi dimensioni di Valerio Adami, maestro della Pop Art italiana, caratterizzate da campiture piatte di colore all'interno di contorni netti, la "Sezione Aurea n°989" di Giorgio Griffa, esponente della Pittura Analitica, invitato da Christine Macel alla 57. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia e due paesaggi ad olio su tavola di Antonio Ligabue riconducibili agli anni 1948-49.

Presenti inoltre due "Grammature di colore" ad intonaco su lavagna di Elio Marchegiani che, negli anni '70, si proponeva di giungere ad una sintesi astratto-geometrica dell'affresco italiano, infine Graham Sutherland, artista inglese scomparso nel 1980, le cui forme sono sottoposte ad una continua metamorfosi che ci restituisce una natura frammentaria e destrutturata. La mostra è completata da opere selezionate di Enrico Della Torre, Omar Galliani, Herbert Hamak, Alberto Manfredi, Carlo Mattioli, Piero Ruggeri e Giuseppe Spagnulo. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opere di Marcello Morandini, Paolo Ghilardi e Alberto Zilocchi dalla mostra iafkg internationaler arbeitskreis für konstruktive gestaltung iafkg - internationaler arbeitskreis für konstruktive gestaltung
Marcello Morandini | Paolo Ghilardi | Alberto Zilocchi


termina il 30 giugno 2017
Archivio Alberto Zilocchi | Archivio Paolo Ghilardi - Milano

Opere di Marcello Morandini, Paolo Ghilardi e Alberto Zilocchi, che negli anni '70 facevano parte del Gruppo di Lavoro Internazionale per l'Arte Costruttiva, con sede ad Anversa e Bonn per la ricerca di nuove forme di espressività artistica.

Il percorso espositivo di Marcello Morandini (Mantova, 1940) inizia negli anni Sessanta con mostre personali alla celebre Galleria del Naviglio; partecipa con una sala personale alla XXXIV Biennale d'Arte di Venezia nel 1968 e alla XLII Biennale Arte e Scienze di Venezia del 1986; dagli esordi artistici con il sostegno critico di Germano Celant, Umbro Apollonio e Gillo Dorfles all'invito a rappresentare l'arte italiana alla IX Biennale di s. Paolo in Brasile. Nel 1976 ad Anversa, insieme con Alberto Zilocchi e altri, è tra i co-fondatori del Centro Internazionale di Studio d'Arte Costruttiva.

Tra le tappe principali del suo successo, la partecipazione a Documenta 6 di Kassel nel 1977 e a Documenta Urbana (Kassel, 1982) con Attilio Marcolli e ancora l'installazione permanente di grandi sculture davanti ai Musei tedeschi: al Museum Joseph Albers a Bottrop, al Museum für KonKrete Kunst di Ingolstadt, al Wilhelm Hack Museum di Ludwigshafen, all'Europaisches Museum di Selb e al Das Kleine Museum di Weissenstadt. Con la realizzazione di opere di design, ha collaborato con molte aziende svizzere, tedesche, giapponesi e italiane.

I suoi oggetti sono esposti in molti musei internazionali. A partire dagli anni '80 ambiziosi progetti architettonici caratterizzano la ricerca di Morandini, alcuni di questi realizzati principalmente in Germania, Singapore e Malesia oltreché a Varese, città in cui vive dal 1946. E' in corso al Museo MA*GA di Gallarate (Varese) una grande mostra dedicata all'artista, designer e architetto Marcello Morandini ILBIANCOILNERO a cura di Marco Meneguzzo ed Emma Zanella (fino al 16 luglio 2017).

Alberto Zilocchi (Bergamo 1931 - 1991) ha frequentato l'Avanguardia artistica di Milano a partire dalla metà degli anni '50. Ha conosciuto Lucio Fontana - con il quale ha esposto nel 1960 alla Galleria della Torre di Bergamo - Enrico Castellani, Agostino Bonalumi e soprattutto Piero Manzoni, con il quale ha firmato il Manifesto del Bar Jamaica nel 1957 insieme con altri frequentatori di quel famoso punto d'incontro artistico-culturale milanese, tra i quali Guido Biasi, Angelo Verga, Ettore Sordini, ed ha partecipato alla prima mostra alla Galleria Azimut di Milano, dal 22 dicembre al 3 gennaio 1960, insieme con lo stesso Manzoni e con Anceschi, Boriani, Castellani, Colombo, Dadamaino, De Vecchi, Mari e Massironi.

Avvicinatosi verso la fine degli anni '60 anche alle Avanguardie del Gruppo Zero di Düsseldorf, Alberto Zilocchi inizia a realizzare i Rilievi, opere caratterizzate da parti sollevate sulla loro superficie, tutte di un rigoroso ed esclusivo colore bianco acrilico opaco, su supporti lignei molto spesso quadrati come opere singole, oppure concepiti in serie, dando vita ad una rappresentazione tridimensionale dello spazio formato da linee sollevate che formano luci ed ombre, linee che Zilocchi talvolta definiva tagli. Con frequenti esposizioni in tutta Europa, l'evoluzione artistica di Alberto Zilocchi lo porta verso la metà degli anni '70 ad abbracciare il Movimento Nord Europeo dell'Arte Concettuale Costruttivista Concreta, divenendo attivo nel Centro Internazionale di Studi d'Arte Costruttiva.

Inizia a realizzare anche delle Linee, ricerca che svilupperà per tutti gli anni '80. L'attività artistica di Alberto Zilocchi con estensione in vari campi, come quello della scenografia per il Teatro Donizetti di Bergamo nei primi anni '60, lo ha visto protagonista in oltre 100 mostre personali e collettive in Italia e in gran parte nel Nord Europa tra il 1957 e il 1990. Dopo la sua scomparsa nel 1991, la famiglia non ha più reso disponibili i suoi lavori. Grazie all'attività di ricerca del collezionista Maurizio de Palma insieme alla Famiglia Zilocchi nel 2016 è stato costituito a Milano l'Archivio Alberto Zilocchi, che in collaborazione con la galleria Spazio Testoni di Bologna ha avviato la riscoperta di questo artista con la sua prima personale postuma a Bologna nel marzo-aprile 2016, dopo una prima presentazione in Solo Show in Arte Fiera Bologna 2016, poi a Lugano per la prima edizione di Wopart con opere su carta nel settembre 2016, seguita da una personale alla Werkstattgalerie a Berlino nel dicembre 2016 e nuovamente in Arte Fiera Bologna 2017.

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Paolo Ghilardi: Traiettorie Policrome
termina il 30 giugno 2017
Galleria Spazio Testoni - Bologna
Presentazione




La Raccolta Salce
www.studioesseci.net

E' stata spostata ad un fine settimana tra maggio e giugno l'apertura al pubblico del nuovo museo Nazionale Collezione Salce inizialmente prevista in aprile. La più importante raccolta del settore in Italia e in Europa, che divide il primato con il parigino Musée de la Publicité (oggi Museé des arts décoratives), ha trovato collocazione in due antichi spazi nel cuore di Treviso. Si tratta della medievale Chiesa di Santa Margherita e dell'edificio comunicante con la Chiesa di San Gaetano. Nella prima delle due, la chiesa di Santa Margherita, stanno trovando collocazione, in grandi cassettiere tecnologiche, i 24.580 manifesti raccolti da Nando Salce e dalla moglie Regina Gregory. E, accanto ad essi, i laboratori scientifici indispensabili per garantire la loro perfetta conservazione e manutenzione.

"Naturalmente questi ambienti sono stati pensati per la conservazione e non per una fruizione pubblica allargata, chiarisce Marta Mazza, direttore del nuovo Museo Statale Collezione Salce. "Per ovvi motivi di conservazione e gestione l'accesso diretto a questo grande deposito sarà limitato agli studiosi. Tuttavia ciò che non può essere fisicamente messo a disposizione del pubblico, viene integralmente posto a disposizione di tutti, accedendo al sito www.collezionesalce.beniculturali.it dove vengono proposte le immagini di tutti i 24.580 nostri manifesti. A regime, a fine 2018, in Santa Margherita potrà essere ricavato anche uno spazio ulteriore per esposizioni dedicate."

Per l'apertura degli spazi museali di San Gaetano prevista la prima di tre successive mostre di un ciclo denominato "Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce". La mostra di apertura darà conto, per capolavori assoluti, della parte più antica della Raccolta, quella dedicata alla "La Belle Epoque". Le mostre successive riguarderanno i manifesti del periodo "Tra le due guerre" e, infine, "Dal secondo dopoguerra al 1962". In modo da offrire, nell'arco di un anno, un excursus, sia pure di estrema sintesi, nel percorso temporale della magnifica Collezione che accoglie manifesti datati tra il 1885 e il 1962.

Nel 1895, fu l'immagine di una procace donnina che campeggiava, per opera di Giovanni Maria Mataloni, nel manifesto della "Società Anonima Incandescenza a Gas" a colpire Nando. Che, al prezzo di una lira, riuscì ad ottenere dall'attacchino comunale l'agognata immagine. Era l'inizio di una passione che lo avrebbe portato, anche con l'aiuto della moglie Regina Gregory, ad accumulare nella loro casa migliaia di manifesti. Nemmeno Nando riusciva a conoscere il numero dei pezzi da lui raccolti, tanto che l'inventario effettuato dopo il suo lascito della Collezione al Ministero li ha quantificati in poco meno di 25 mila, il doppio di quanto il collezionista supponesse. Ma a colpire della Collezione Salce non è solo il dato quantitativo, oggettivamente strabiliante per una singola collezione privata, bensì sopratutto quello qualitativo.

Per questa sua passione Nando volle essere affiancato anche di esperti al massimo livello, creando una rete di rapporti che gli garantirono il meglio di quanto veniva proposto in Italia (ma non solo) nel settore della grafica pubblicitaria. Così come riuscì a intessere rapporti di collaborazione con editori e tipografi specializzati nel ramo pubblicitario (Wild e Tensi di Milano, Alessandro Marzi di Roma, Salomone di Roma, Chappuis di Bologna, Ricordi di Milano, Cassan di Tolosa, Hirth's Verlag e Bruckmann di Monaco di Baviera), con le ditte e le aziende committenti, con gli stessi cartellonisti (del Mataloni, l'autore del primo manifesto collezionato, rimase ammiratore fedele, al punto da commissionargli il disegno della sua carta intestata), con gallerie specializzate (Sagot di Parigi).

A 55 anni dalla scomparsa del collezionista e dal sua lascito, la Collezione ha trovato una collocazione consona, dopo essere stata ospitata in modo provvisorio in diverse sedi, tra cui i Civici Musei di Treviso. Tutti i 24580 manifesti Salce sono stati catalogati e fotografati e, con l'apertura del Museo, saranno disponibili anche on line. Tappe di un progetto organico che ha consentito di assicurare loro una "casa" definita e che segna un momento importante per la valorizzazione pubblica di questo immenso, affascinate patrimonio. Che non riguarda solo la storia della comunicazione ma anche quasi un secolo di storia del costume dell'Italia e degli italiani". (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Catherine Wagner - Ombre 061 - cm.95.3x127 2015 Catherine Wagner - Oggetti Avvolti - 132: 007: 750: 061 - Quadrittico cm.54x40.6 cad. 2015 Catherine Wagner
In Situ: Traces of Morandi


termina lo 03 settembre 2017
Museo Morandi - Bologna

Il Museo Morandi prosegue nell'intento di valorizzare la propria collezione anche grazie a un programma di mostre temporanee tese ad accostare il lavoro di Giorgio Morandi all'opera di artisti che a vario titolo si sono a lui ispirati. Dopo Alexandre Hollan, Wayne Thiebaud, Tacita Dean, Rachel Whiteread e Brigitte March Niedermair, è Catherine Wagner a confrontarsi con l'opera del maestro bolognese.

La mostra In Situ: Traces of Morandi, a cura di Giusi Vecchi, che propone 21 lavori dell'artista americana, realizzati tra il 2015 e il 2016. Nel corso della sua più che trentennale carriera, Catherine Wagner ha studiato l'ambiente costruito come metafora del modo in cui creiamo le nostre identità culturali, usando la fotografia per analizzare le diverse modalità in cui l'uomo ha plasmato il mondo. L'artista ha soggiornato a Bologna per diverso tempo durante gli anni scorsi per lavorare nello studio di Casa Morandi - in quella che fu l'abitazione di Giorgio Morandi per gran parte della sua vita - e ha inoltre operato nello studio della casa di Grizzana per confrontarsi con la rigorosa logica strutturale e la poesia delle nature morte morandiane.

Catherine Wagner ha immaginato nuove nature morte con gli oggetti che l'artista bolognese rappresentava nelle sue opere, astraendo da questi modelli, sia formalmente che concettualmente, nuove composizioni attraverso la ripetizione e la natura effimera dell'ombra. Ne è nata la prima serie in mostra, intitolata Shadows, in cui sono fotografate solo le ombre proiettate delle sue composizioni, creando immagini dematerializzate in cui i solidi sembrano inafferrabili, racchiusi nell'aura vibrante al margine della loro parvenza. Gli oggetti di Morandi nelle fotografie di Wagner sono sollevati dalla loro tangibile presenza e diventano ombre effimere e trascendenti. Nell'altra serie, Wrapped Objects, gli oggetti sono stati avvolti dall'artista in un foglio di alluminio per dotarli di una nuova pelle che mascherasse la patina della storia re-immaginandoli in un presente astratto.

Osservando le nature morte di Morandi, accanto alla gamma di colori tenui che le caratterizzano a prima vista, Catherine Wagner ha identificato aree distinte di colore saturo: variazioni di cobalto, ambra, vermiglio, arancio bruciato e verde chartreuse. L'artista ha classificato e registrato metodicamente questi colori per definire i gel colorati posti come filtri sulle luci in studio e creare così i campi di colore in cui sono immerse le fotografie in mostra. Anche l'apparente oggettività dei titoli rimanda al numero di catalogo dei filtri colorati usati dall'artista e nei casi in cui ha usato più di un filtro o due volte lo stesso, i numeri nel titolo sono due.

In numerosi lavori Catherine Wagner adotta un formato tipologico che sottolinea la giustapposizione tra similitudini e differenze riecheggiando la serialità morandiana. Con questa tassonomia l'artista californiana affronta un'incisiva e sistematica astrazione: per lei, infatti, la sfida alla dinamica tra rappresentazione e astrazione è motore essenziale del proprio lavoro e nelle opere in mostra al Museo Morandi si esamina il modo in cui questa tensione anima i concetti di tempo, solidità e forma. Sono esposte anche due fotografie con cui Wagner rende omaggio alle vedute di paesaggio che il maestro bolognese amava contemplare e dipingere dalle finestre del suo studio a Grizzana.

In Situ: Traces of Morandi è accompagnata da un catalogo bilingue italiano/inglese Edizioni MAMbo, che include un'intervista all'artista a cura di Giusi Vecchi e un testo critico di Peter Benson Miller, Andrew Heiskell Arts Director alla American Academy di Roma. L'esposizione si avvale della collaborazione della Anglim Gilbert Gallery di San Francisco e della Gallery Luisotti di Los Angeles, così come dell'University of California Education Abroad program, Bologna.

Catherine Wagner (San Francisco 1953) ha lavorato nell'ambito della fotografia e dell'arte "site-specific", ha tenuto conferenze in diversi musei e università americani e insegna arte presso il Mills College di Oakland, California. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui Rome Prize (2013-14) e Guggenheim Fellowship. Nel 2001 è stata nominata da Time Magazine come una delle persone più innovatrici dell'anno nel campo dell'arte. Ha realizzato mostre personali presso alcuni fra i più importanti musei americani e le sue opere sono rappresentate in collezioni internazionali. (Comunicato stampa)




Francesco Irnem - Multiple Fractures #2 - Olio polvere di grafite su plexiglass, taglio laser cm.100x84 Unique piece 2016 - Courtesy l'artista e Glenda Cinquegrana Art Consulting Silvia Idili - Visionaria #41 - olio su tavola cm.20x20 2017 - Courtesy l'artista e Glenda Cinquegrana Art Consulting Silvia Idili e Francesco Irnem: Crossbuilding
termina il 30 maggio 2017
Glenda Cinquegrana Art Consulting - Milano
www.glendacinquegrana.com

Doppia personale con Silvia Idili e Francesco Irnem, con i testi di Francesca Franco e Rachele Paradiso. Crossbuilding vuole sottolineare una caratteristica peculiare del progetto-mostra: entrambi gli artisti collaborano per creare l'interazione fra contenitore e contenuto, fra struttura e opera. Pur con i rispettivi linguaggi e tematiche che sono differenti, Idili e Irnem propongono un allestimento globale in cui le opere sono in grado di connettersi strettamente fra di loro e con lo spazio che le circonda.

Il lavoro di Francesco Irnem (Roma, 1981) unisce pittura e scultura focalizzandosi, nello specifico, sul rapporto fra spazio naturale e artificiale. La serie Ground Layer si colloca in una ricerca che non vuole ricostruire filologicamente un passato ma piuttosto servirsene per introdurlo in un ambito del tutto inaspettato, cogliendo lo spunto paleografico per creare delle preziose entità dense di gravitas e di drammatico lirismo. I materiali da costruzione come l'intonaco e le reti metalliche si fanno supporto per raffigurazioni ad olio di ascendenza classica o pagana.

Le porzioni di muratura, staccandosi idealmente e materialmente dalla matrice originaria, connettono lo spazio all'opera stessa la quale, epurata dal vincolo del supporto canonico, diventa sviluppo naturale e sua ideale prosecuzione. In Multiple Fractures un materiale seriale come il plexiglass offre la base per rappresentazioni di busti classici sulle quali interviene un taglio netto al laser che, interrompendo il sogno antiquario, riposiziona bruscamente l'opera in una realtà mutata e nuova. Il suo non è un recupero dell'antico, ma una libera interpretazione che, inscritta in un linguaggio attuale, acquisisce una nuova valenza dalle molteplici possibilità avveniristiche.

La proposta di Silvia Idili (Cagliari, 1982) prosegue e completa quella di Irnem; l'artista presenta Visionaria, un progetto che prevede opere inedite, alcune delle quali create per Crossbuilding. La serie contempla lavori di piccolo formato dalla forte connotazione intimistica e profonda; sono opere che evocano idealmente rappresentazioni metafisiche: ritratti di volti femminili, corpi geometrici incorniciati da tendaggi e semplici unità architettoniche che emergono dal nero dello sfondo; tutti elementi riconoscibili ma che, posti fra loro in relazioni inedite assumono un significato nuovo e sorprendente. Nella serie Corpi Geometrici rielabora, in un linguaggio onirico che invita all'indagine, solidi geometrici e poliedri mistilinei protetti da drappeggi plastici che emergono da fondi indefiniti.

In stanze non determinabili e di spazi architettonici che ingannano le percezioni visive, i volti profetici delle Visionarie, spesso celati da maschere, si contrappongono alle forme geometriche in un assemblaggio di figure enigmatiche: un rebus imprevisto di forme e di colori che emerge in un exploit improvviso da un fondo coperto. Sono opere minute che, accolte e raccolte all'interno dell'arredo architettonico dello spazio che le circonda, riescono a instaurare con esso un dialogo profondo; come suppellettili preziose, esse danno voce allo spazio che le attornia e a tutte le componenti dell'arredo presenti all'interno, instaurando un rapporto di intima e riposta complicità. Come dice Rachele Paradiso nel testo,'nello spazio di Glenda Cinquegrana, concepito in modo innovativo e sperimentale per permettere una fruizione più intima e riflessiva, Crossbuilding è la giuntura fra l'esterno e l'interno, un'interdipendenza fra l'arte nelle sue molteplici varianti e l'architettura che sa accoglierla e che con essa si relaziona'. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra dedicata alle raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento Raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento - rassegna d'arte a Torino A Torino una mostra sulle Cose d'altri mondi
Raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento


termina l'11 settembre 2017
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Più di 130 oggetti, in gran parte mai esposti prima d'ora al pubblico, entrati nelle collezioni di Palazzo Madama grazie alle donazioni di diplomatici, imprenditori, artisti, commercianti e aristocratici. Reperti archeologici dell'America pre-colombiana. Tamburi, sonagli e lire congolesi. Pagaie cerimoniali, clave e tessuti in corteccia d'albero provenienti dalle isole dell'Oceania. Testi sacri e sculture buddhiste.

E ancora manufatti africani, maschere del Mali e della Nigeria; un pariko (diadema) di penne multicolori usato dai Bororo del Mato Grosso nelle cerimonie; opere queste provenienti rispettivamente da due importanti musei etnografici del territorio piemontese: il Museo Etnografico e di Scienze Naturali Missioni della Consolata di Torino e il Museo Etnologico Missionario del Colle Don Bosco. La mostra - curata da Maria Paola Ruffino e Paola Savio, storiche dell'arte di Palazzo Madama - riconduce a un'epoca in cui con sguardo positivista si studiavano i mondi lontani dall'Occidente e quindi esotici. Una stagione in cui i maggiori musei europei si aprirono ad accogliere reperti e manufatti di popoli e continenti diversi alla ricerca di nuove chiavi di lettura per la propria storia e cultura. Il percorso espositivo si articola in quattro principali sezioni: Africa, Asia, America e Oceania.

Nell'Africa troviamo una selezione di armi e strumenti musicali raccolti dal marchese Ainardo di Cavour, durante un avventuroso viaggio compiuto nel 1862 nella regione detta Sennar (tra Egitto e Sudan), e da Tiziano Veggia, che lavora nella prima metà del Novecento alla costruzione di ferrovie in Congo, nonché dai Missionari della Consolata, in contatto con numerose etnie, quali i Bambara nel Mali, gli Yoruba in Nigeria e i nomadi Beja. Dall'Asia proviene la collezione di sculture sacre, stoffe, avori intagliati ed altri oggetti d'uso, esposta per la prima volta, che l'imprenditore Bernardo Scala nel 1880 porta con sé al suo rientro dallo Stato del Myanmar (allora detto Birmania).

Di particolare fascino sono i testi buddhisti in lingua Pali, scritti su foglie di palma dorate e chiusi da tavolette in lacca rossa e oro che sono stati restaurati per la mostra, e gli oggetti provenienti dalla Corea donati dal conte Ernesto Filipponi di Mombello nel 1888: ventagli in carta di gelso dipinta e un libro che mostra esempi delle Cinque Relazioni Umane confuciane, in scrittura cinese e coreana. Nella seconda metà dell'Ottocento s'intensificano i viaggi oltreoceano, come testimoniano le numerose raccolte rappresentate nella sezione dedicata all'America. Dal Messico provengono gli oggetti precolombiani donati al museo nel 1876 dall'imprenditore Zaverio Calpini.

Reperti rari e preziosi quali le sculture olmeche, urne cinerarie zapoteche, ornamenti d'oro e idoli della cultura Maya, Mixteca e Azteca, e anche manufatti più comuni quali gli stampi in terracotta a rilievo per decorare il corpo o i rocchetti in ossidiana da inserire nei lobi delle orecchie, che trovano sintonie inaspettate negli usi e nella cultura contemporanea. Dal Perù arrivano i pettorali e pendenti in argento e oro donati da Giovanni Battista Donalisio, console di Panama. Resta invece ignoto il nome di chi abbia offerto al museo di Palazzo Madama la collana d'artigli di giaguaro dell'America centrale; inquietante quasi quanto la Tsantsa, la testa umana miniaturizzata portata sul petto quale trofeo dai guerrieri della tribù Jívaro in Ecuador, offerta ai concittadini da Enrico della Croce di Dojola nel 1873.

L'Oceania costituisce l'ultima sezione della mostra, con una selezione tra gli oltre 200 oggetti donati nel 1872 da Ernesto Bertea. Avvocato e pittore, Bertea non viaggia personalmente oltreoceano, ma acquista forse a Londra questo eccezionale nucleo di manufatti provenienti dalle isole polinesiane e Salomone, di pregio pari a quelli del British Museum. Tra gli oggetti esposti delle clave rompitesta, lance, fiocine, pagaie cerimoniali dipinte e intagliate a intrecci geometrici e alcuni tapa, tessuti fatti di fibra di corteccia battuta e decorata a stampo con motivi di linee e geometrie regolari. Il percorso nel suo articolarsi è carico di sorprese e suggestioni e consente di scoprire opere esteticamente insolite a tal punto da sembrare oggetti attinenti a certa illustrazione fantasy contemporanea o persino progettati da culture extraterrestri. (Comunicato stampa)

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Messico insolito in Europa. Incontro con Miguel Gleason
29 maggio 2017, ore 17.30
Presentazione




Pompei e i Greci
termina il 27 novembre 2017
Scavi di Pompei, Palestra Grande

Le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Oltre 600 reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate - greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana.

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro 'biografie' luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L'allestimento espositivo, che occupa gli spazi della Palestra Grande di Pompei, è progettato dell'architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). La grafica di mostra e la comunicazione sono disegnate dallo studio Tassinari/Vetta.

La mostra, curata dal Direttore generale Soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli), è promossa dalla Soprintendenza Pompei con l'organizzazione di Electa. Pompei e i Greci illustra al grande pubblico il fascino di un racconto storico non lineare, multicentrico, composto da identità multiple e contraddittorie, da linguaggi stratificati, coscientemente riutilizzati: il racconto del Mediterraneo. La mostra di Pompei è la prima tappa di un programma espositivo realizzato congiuntamente con il Museo Archeologico di Napoli: qui, a giugno, si inaugurerà una mostra dedicata ai miti greci, a Pompei e nel mondo romano, e al tema delle metamorfosi. (Comunicato stampa)




Immagine dalla mostra Deiknumena di Athena Vida alla Quartz Studio di Torino Athena Vida: Deiknumena
termina il 31 maggio 2017
Quartz Studio - Torino
www.quartzstudio.net

Progetto site specific dell'artista tedesca Athena Vida (nata come Gitte Schäfer a Stoccarda, Germania, nel 1972). Un atto rituale necessita di una definizione nello spazio e nel tempo. In genere segue un insieme di regole che rappresentano la coreografia di una liturgia. Deiknumena è una delle quattro parti in cui si dividono i Misteri eleusini, i riti e le iniziazioni religiose segrete dell'antica Grecia. Gli atti rituali erano composti dai seguenti elementi: Cose fatte (Dromena); Cose dette o cantate (Legomena); Cose mostrate (Deiknumena); Cose immaginate (Epiphania).

I misteri sono legati a un mito, celebrano il ritorno di Persefone dall'aldilà nel mondo dei vivi e danno il benvenuto alla primavera. Persefone, figlia di Demetra, fu rapida da Ade e portata nell'aldilà. Disperata, la madre la cercò trascurando i suoi doveri, così la terra si gelò e la gente morì di fame, il primo inverno. Quando infine Zeus permise a Persefone di tornare dalla madre, e le due furono di nuovo insieme, la terra rinacque, rifiorì e tornò a prosperare. Il ritorno di Persefone rappresenta la rinascita delle piante in primavera e, in senso più ampio, della vita sulla Terra.

La mostra apre all'inizio della primavera. All'equinozio, l'equilibrio fra il giorno e la notte, la durata di luce e buio è identica. Nel processo alchemico ha luogo un distillato dei poteri del sole e della luna che, tramite il processo di trasformazione, si fondono. L'essenza dell'alchimia è l'unificazione delle polarità, la comunione di spirito e materia per colmare il divario fra il regno terreno e quello celeste. I misteri avevano lo scopo di elevare l'uomo dalla sfera umana a quella divina. Sulla Tavola di smeraldo troviamo il seguente concetto: Ciò che è in basso corrisponde a ciò che è in alto e ciò che è in alto corrisponde a ciò che è in basso.

Corrisponde significa «è in unione con», due cose separate che in realtà sono una sola. I simboli sono punti d'unità. In tutte le tradizioni culturali esistono le immagini dell'androgino, della dualità dell'energia cosmica che rappresenta il concetto di unità, di completezza, l'unione del fisico e dello spirituale. Nel Neolitico esistevano culture molto organizzate e pacifiche basate sull'uguaglianza degli esseri umani. Per questi sistemi sociali equilibrati, né patriarcali né matriarcali, la scrittrice Riane Eisler ha coniato il termine "gilania". Poiché ciascuno di noi crea il mondo tramite la sua percezione di esso, si pensi a ciascuno di noi come a una gilania altrettanto equilibrata al suo interno. Uno spazio del Quartz Studio sarà racchiuso fra quattro colonne di rame sormontate dai rami dell'albero della vita.

Qui una dea verde, anonima e androgina, troneggerà su un altare a rappresentare l'Axis Mundi, che permette il continuo scambio fra regno alto e regno basso. La stessa dea, l'altare e le offerte che la circondano, come i simboli contenuti, tessono una trama di significati intrecciati. Creano il mito dell'unificazione incoraggiando la nostra parte androgina, promuovendo e sostenendo la reintegrazione dei principi femminili nella società per ritrovare l'equilibrio. I miti e i simboli parlano un linguaggio universale. La verità del mito non è sapere. Il mito parla tramite aspirazioni ed esempi radicati nelle immagini. Ciascuno di essi ci racconta com'è nata o ha avuto origine una realtà. Il mito e il rituale non distinguono fra i diversi livelli di realtà. Immaginazione ed esistenza sono la stessa cosa.

Se il lavoro della Schäfer dichiara apertamente il suo tributo ad artisti che l'hanno ispirata, come la surrealista Meret Oppenheim, l'incontro con Alejandro Jodorowsky, i Tarocchi e le sue idee sulla Psicomagia hanno profondamente influenzato l'artista e il suo percorso. Il lavoro di Gitte Schäfer, che solitamente assemblava objects trouvés con risultati sorprendenti come divertenti ritratti, meccanismi inutili e motivi geometrici e colorati, si è trasformato in più complesse installazioni in cui ogni singolo elemento ha un significato in una mitologia sincretica. Come Gitte Schäfer, l'artista ha tenuto mostre personali in diverse gallerie e in mostre collettive in tutto il mondo tra cui Kunstmuseum Luzern, Lucerna, Svizzera (2015); Kjubh e.V., Colonia, Germania (2014); Château de Chamarande, Centre d´Art Contemporain, Francia (2010). Athena Vida attualmente lavora con la galleria Mehdi Chouakri di Berlino, Germania, con Lullin + Ferrari di Zurigo, Svizzera, e con Studio Sales, Roma. (Comunicato stampa)




Buddha - Museo d'Arte Orientale Torino - rassegna d'arte sulla storia millenaria dei rapporti tra la Cina e l'Occidente Coppa - Venezia - Dall'antica alla nuova Via della Seta Rilievo MNAO - Roma - opera nella mostra Dall'antica alla nuova Via della Seta al Museo d'Arte Orientale di Torino Dall'antica alla nuova Via della Seta
termina lo 02 luglio 2017
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Un viaggio lungo rotte carovaniere, marittime e spirituali, riferimento per le interconnessioni tra Occidente e Oriente, una vasta e antica rete di scambi da sempre proiettata verso il futuro, una sinfonia di civiltà dove far prevalere lo spirito di dialogo e di collaborazione in tutti i campi: è la Via della Seta. Alcuni dei più importanti musei italiani ed europei - tra i quali il Museé du Louvre e il Musée Guimet di Parigi, il Museum für Byzantinische Kunst di Berlino, il Museo Nazionale d'Arte Orientale "Giuseppe Tucci" di Roma - hanno messo a disposizione loro preziose opere per realizzare una grande mostra che ripercorre la storia millenaria dei rapporti tra l'Oriente e l'Europa e si riallaccia al grandioso progetto del Presidente Xi Jinping di apertura di una nuova Via della Seta.

La mostra che raccoglie 70 antiche e preziose opere a rappresentare la storia millenaria dei rapporti tra la Cina e l'Occidente, in particolare l'Italia. Per almeno due millenni l'Antica Via della Seta ha unito Oriente e Occidente, incoraggiando i contatti all'interno di uno spazio immenso, e ha permesso alle diverse culture di crescere, attingendo reciprocamente alle conquiste scientifiche e culturali degli uni e degli altri attraverso l'intermediazione e il dialogo.

Mercanti, ambasciatori, monaci, esploratori, avventurieri e missionari di varie fedi, provenienti dai luoghi più disparati, si incontravano lungo le strade confrontando senza sosta usanze, pratiche e fedi religiose. Il Cammelliere su cammello battriano (VI-VII secolo), animale simbolo delle vie carovaniere, lo Straniero dal volto velato (VII-VIII secolo), piccolo capolavoro dell'arte funeraria cinese, la Descrizione illustrata del mondo di P. Ferdinand Verbiest (1674), un lavoro monumentale che rappresenta la sintesi più avanzata delle conoscenze geografiche dell'epoca, l'unicum Piatto con girotondo di pesci (XIII-XIV secolo), prodotto durante la dinastia mongola ilkanide, sono solo alcuni degli importanti oggetti presenti in mostra.

L'Italia ha avuto un ruolo fondamentale nella storia dei rapporti con la Cina: si tramanda che già Marco Aurelio, nel 166 d.C., invia un'ambasceria alla corte del Figlio del Cielo permettendo ai due imperi più grandi e longevi della storia di entrare in contatto; Marco Polo, nel Duecento, celebra lo splendore della Cina ne Il Milione, contribuendo a migliorare le conoscenze di popoli e mondi ancora poco noti in Occidente; il gesuita Matteo Ricci, accolto nel 1601 nella Città proibita come ambasciatore d'Europa, è ammesso dall'imperatore Wanli nella cerchia ristrettissima dei Mandarini e gli è concesso di fondare una chiesa a Pechino; Martino Martini, durante la sua lunga permanenza in Cina, redige il Novus Atlas Sinensis, primo atlante moderno della Cina che verrà pubblicato in Europa nel 1655. La mostra è curata da Louis Godart, David Gosset e Maurizio Scarpari. Il catalogo è a cura dei Proff. Louis Godart e Maurizio Scarpari. (Comunicato stampa)




Opera di Elisabetta Sperandio Elisabetta Sperandio: Profezie del Millennio
termina lo 06 ottobre 2017
Otel Ristotheatre - Firenze

"La creatività, la fantasia, la registrazione del mondo catturata dalla vita e dai viaggi, il sapore dell'Oriente, magico, spirituale e sensuale insieme, lascia leggere nel lavoro di Elisabetta Sperandio un clima di intellettualità spiccatamente aperta. Artista di grande esperienza, artefice di svariate tecniche artistiche, Elisabetta Sperandio vive oggi il clima più favorevole all'accoglienza del suo lavoro. Il clima simbolico attraversa le sue carte e i suoi dipinti, si offre come un ricamo e una sintesi di eccellenza, rompe gli innesti della razionalità e si porta verso l'immaginifico, l'orientalismo, l'incantamento di paesaggi, lacerti e tracce, diamanti di colore che affinano le sue proposte. Tra i cicli del suo lavoro troviamo soli, lune, mandala, orientalismi, giapponesismi, giardini, e mille altri rimandi a mondi e occasioni vissute dall'artista, e tutto diventa come una sorta di liberazione, di abbandono, di energia creativa. Ed è proprio uell'energia salvifica a segnare la migliore produzione, in cui il segno, forte, deciso ed emozionale rende visibili dimensioni segrete, giochi combinatori, quel versante informale e gestuale che l'ha resa artista di spessore". (Carlo Franza)

Elisabetta Sperandio (Milano) è diplomata al liceo artistico e all'Accademia di Belle Arti di Brera con Mauro Reggiani e Domenico Purificato. Dal 1967 al 1973 soggiorni e periodi di studi in Austria e Germania conseguendo il Deutsche Sprachdiplom presso il Goethe Institut / Maximilian Universitat di Monaco (Baviera). Ha frequentato corsi di tecniche dell'incisione alla Sommerakademie di Salisburgo, i corsi di calcografia e di litografia all'Istituto d'Arte di Urbino e corsi di tecniche sperimentali Goetz presso la Scuola Internazionale di Grafica a Venezia, corsi di pittura con Pierre Potet all'Accademie d'Eté a Nizza.

Nel 1974 è stata invitata quale rappresentante italiana per la grafica alla Biennale delle Livings Arts a Johannesburg ed è stata segnalata da Everardo della Noce sul Bolaffi n11 catalogo della Grafica Italiana. Ha collaborato per diversi anni come grafica alla collana scientifica della casa editrice "Vita e Pensiero" (Università Cattolica di Milano). Titolare di discipline artistiche per oltre vent'anni, si è occupata anche di design ed arredamento. Ha esposto con mostre personali nelle principali città italiane ed estere. (Comunicato stampa)




Opera dalla locandina della mostra di Robert Indiana Robert Indiana
termina il 13 agosto 2017
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno
www.museocasarusca.ch

L'esposizione - a cura di Rudy Chiappini - fa seguito alle ampie retrospettive promosse al MoMA, al Whitney Museum di New York e in altri grandi musei americani ed europei, ultimo dei quali in ordine di tempo, il Museo di Stato russo di San Pietroburgo, dove una sua mostra è stata organizzata la scorsa estate. Numerose tra le più significative opere di Indiana di quest'ultima rassegna saranno presentate, unitamente ad altri dipinti e sculture raramente esposti. La fama di Indiana è indubbiamente legata alla sua scultura "Love", icona inconfondibile della Pop Art, che si può ammirare in importanti luoghi pubblici di tutto il mondo. La mostra di Locarno, nell'ambito della quale il pubblico potrà ammirare le principali opere pittoriche e scultoree dell'artista americano, è frutto di una proficua collaborazione con la Galerie Gmurzynska di Zurigo e si configura come la prima personale di Indiana in un museo svizzero.

Attraverso circa sessanta opere la produzione dell'artista a partire dalla fine degli anni '50, quando si trasferisce nella "Grande Mela" in un loft nella zona portuale di Coenties Slip, dove l'incontro con i rappresentanti del movimento minimalista lo porta a una svolta stilistica, raccogliendo tutto il fascino di una pittura dalla vena geometrica, pulita, hard-edge. Accanto ai primi dipinti di natura astratta, il percorso espositivo presenta gli assemblaggi denominati "herms" realizzati con del materiale usurato (alberi di navi, assi di legno, metallo e ruote arrugginite), le colonne percorse da brevi iscrizioni, le sculture (la famosissima Love), fino alle recenti creazioni in cui i temi della sua ricerca sono tradotti in ideogrammi.

In passato in parte incompreso e ingiustamente dimenticato dalla critica, negli ultimi anni Indiana, con la sua complessità concettuale dell'arte, è stato al centro dell'attenzione di critici e storici dell'arte. Oggi gli si riconosce la capacità di avere esplorato i grandi temi dell'esistenza attraverso gli occhi della memoria, di avere espresso la propria comprensione personale delle aspirazioni e dei fallimenti associati al "sogno americano" e di essere stato un precursore nell'uso dei segni e del linguaggio ampiamente adoperato dagli artisti contemporanei. (Comunicato ufficio stampa Sabina Bardelle von Boletzky)




Matt Phillips - The Kingston Line - silica and pigment on linen cm.51x41 2017 Matt Phillips: Piano, Piano
termina lo 01 giugno 2017
Studio d'Arte Raffaelli - Trento
www.studioraffaelli.com

La pittura di Matt Phillips - artista, critico, e curatore americano - emerge lentamente, attraverso un delicato processo creativo che ricorda da vicino la dinamica musicale, in un crescendo di intensità velatura su velatura di colore. Visioni orfiche, in cui echeggiano da lontano alcuni pattern di Sonia Delaunay, prendono forma nel corpus di lavori realizzati per la mostra, una trentina di tele di medie e grandi dimensioni. I loro titoli suggeriscono intense narrazioni, che si dipanano lungo geometrie rigorose definite tuttavia "figurative" dall'artista stesso. L'immagine dipinta non riempie quasi mai totalmente la tela, ma cerca autonomamente il proprio spazio all'interno del supporto, che diventa puro margine. In ciascun'opera Matt Phillips individua un ritmo compositivo e una sorta di vibrazione ottica che siano in grado di aprire un portale tra artista e pubblico, creando un pieno oinvolgimento-riconoscimento. Accompagna l'esposizione un catalogo con un'intervista di Timothée Chaillou all'artista. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Traiettorie Policrome, di Paolo Ghilardi Paolo Ghilardi: Traiettorie Policrome
termina il 30 giugno 2017
Galleria Spazio Testoni - Bologna
www.spaziotestoni.it

Prima personale a Bologna di Paolo Ghilardi (Bagnatica, 1930 - Bergamo, 2014), a cura di Alberto Mattia Martini. Una selezione di opere e installazioni rese disponibili dalla Famiglia dell'Artista e dall'Archivio Paolo Ghilardi di Milano. Nelle varie sale della galleria sono presentate grandi opere di Paolo Ghilardi su tela dei primi anni '70, installazioni in metallo e tessuto, in plexiglas e vetro con all'interno fogli colorati trasparenti e diversi papier collage degli anni '90, che accompagnano una sua grande installazione ambientale, presentata per la prima volta alla Galleria Lorenzelli di Bergamo nel 1976, che occupa interamente la prima sala della galleria, composta da decine di lamine colorate in metallo leggero applicate alle pareti e a pavimento, che avvolgono il visitatore facendolo letteralmente "entrare" nella sua opera.

La ricerca artistica di Paolo Ghilardi è iniziata con l'espressività figurativa, poi si è via, via, sviluppata nelle geometrie, nel quadrato, nelle linee, nella semplificazione del linguaggio pittorico, inteso come sintesi, essenzialità dell'elemento, non per questo priva di contenuti ed emozioni generate in particolar modo dall'uso del colore. Un'espressività, quella di Ghilardi, sempre rigorosa, precisa, minimale, talvolta rigida, ma al contempo spontanea, emozionale e con un'ampia apertura alla dimensione della pura fantasia. Un'arte "percettiva" e aniconica, ma che stimola anche una dimensione intima, un'energia che interagisce tra spazio e tempo.

Il suo è un movimento perenne, che lo ha portato nel 1976 a spostare la sua ricerca dalla superficie della tela alla parete, e quindi allo spazio inteso come ambiente, ad una dimensione installativa che analizza la struttura e la geometria come indagine e ridefinizione interna del luogo, non solo espositivo, ma anche come spazio architettonico ricostruito attraverso varie traiettorie di colore. Aspetto questo della sua ricerca molto caro a Ghilardi e che lo porterà ad approfondire questa indagine fino alla sua recente scomparsa.

Paolo Ghilardi studia all'Istituto Tecnico Industriale e dagli anni Cinquanta lavora come disegnatore meccanico indipendente per la Dalmine e per l'Innocenti. Nel frattempo frequenta i corsi serali di Achille Funi, allora direttore dell'Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara di Bergamo approfondendo e completando la sua formazione artistica. Degli otto fratelli, Giuseppe, il più grande, è diplomato in pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e trasmette a Paolo la passione per la musica. Debutta sulla scena artistica lombarda dalla fine degli anni Quaranta, con la partecipazione a premi e a mostre collettive, dedicandosi con impegno all'attività espositiva. Nel 1967 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Mainieri di Milano.

L'anno successivo inizia a insegnare "Discipline pittoriche" al Liceo Artistico Statale di Bergamo, incarico che mantiene fino al 1986. Nel 1969 a Calice Ligure conosce i galleristi Remo Pastori e Maria Cernuschi Ghiringhelli con i quali stabilisce un lungo rapporto di amicizia. In questo ambiente ha la possibilità di incontrare numerosi artisti tra cui Carlo Nangeroni, Mauro Reggiani, Jean-Michel Folon, Jean Leppien ed Emilio Scanavino, per il quale progetterà la cappella funeraria nel cimitero di Calice Ligure. I suoi esordi si caratterizzano per l'adozione di un linguaggio figurativo sempre molto aggiornato, ma in seguito i suoi orizzonti si aprono alle ricerche sulla geometria, sulla struttura delle forme e sui valori cromatici; ne deriva un interesse sempre più consapevole verso l'astrattismo.

Insieme all'amico Alberto Zilocchi, alla metà degli anni Settanta partecipa agli incontri promossi dal Centro Internazionale di Studi d'Arte Costruttiva di Anversa-Bonn. A partire dal 1976 la sua ricerca sconfina oltre la semplice superficie della tela e Ghilardi si "appropria" di interi ambienti che, grazie ai suoi interventi si modificano totalmente, diventando essi stessi parti integranti dell'opera d'arte. Dal 1977 al 1980 insegna "Teoria del colore e Pittura" all'Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo. Nel 1980 realizza la prima grande scultura in vetro, "Atma, inerente il progetto di sistemazione del cimitero di Stezzano che susciterà non poche polemiche per la modernità di concezione.

Nel corso degli anni Ottanta, su incarico del Comune di Bergamo, si occupa del decoro urbano del centro storico realizzando notevoli recuperi; gli è affidato inoltre il ruolo di consulente per il "piano del colore" della città. Nel 1988 progetta la riqualificazione di piazza Libertà, del piazzale della Chiesa e dell'Auditorium del comune di Stezzano, dove Ghilardi risiede. Negli anni Novanta sperimenta l'assemblaggio di ferro, plexiglas, tessuto, in una originale ridefinizione dei confini tra quadro e scultura. Gli ultimi anni sono dedicati alla pratica del papier coupé e del collage sotto plexiglas che Ghilardi sviluppa prevalentemente in opere di medio e piccolo formato. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Shadows and Knives su Andy Warhol Andy Warhol: Shadows and Knives
termina il 30 giugno 2017
Cardi Gallery - Londra
www.cardigallery.com

Nel 1978 Andy Warhol intraprende la produzione di Shadows, con l'aiuto del suo entourage della Factory. Concepito come un unico quadro composto da più parti, il cui numero finale è determinato dalle dimensioni dello spazio espositivo, Shadows raccoglie centodue tele serigrafate che ufficializzano la precedente ricerca sull'astrazione da parte dell'artista. Quattordici tele di questo progetto sono in esposizione alla Galleria Cardi di Londra. Lo sfondo di Shadows è stato realizzato mediante l'utilizzo di un supporto spugnoso e presenta una tavolozza di colori vivaci tipica di Warhol, mentre le striature e le scie aggiungono movimento alle tele. Sono state utilizzate sette od otto diverse lastre per creare la serie, come è evidente osservando i piccoli spostamenti in scala delle aree scure e la presenza arbitraria di macchie di luce.

Le "ombre" si alternano tra le stampe positive e quelle negative mentre marciano lungo le pareti della galleria. Nel focalizzarsi sull'ombra per concepire la luce - ossia scintille di colore - Warhol torna ad uno dei temi fondamentali dell'arte: la percezione. Sviluppata la pellicola, i negativi furono portati allo studio di Warhol in modo tale che potessero essere selezionate le immagini caratterizzate dalle ombre più interessanti. Quelle foto furono sviluppate in bianco e nero in un formato di 20x25 cm. Da questa prima selezione fu fatta un'ulteriore scrematura e la decisione finale si tramutò nella scelta di lucidi di piccole e grandi dimensioni.

Andy e Ronnie posizionarono poi i lucidi sulla carta bianca per vedere come le immagini ombreggiate si combinavano insieme. I lucidi selezionati sarebbero successivamente stati trasformati in stampe serigrafiche. Andy dipinse poi lo sfondo dei quadri di piccole dimensioni con un pennello. Mentre, per i pannelli più grandi, realizzati successivamente, Andy utilizzò un mocio da cucina, acquistato nel negozio di May Department, situato vicino al suo studio. In questo modo ottenne colpi più grandi di "pennello" che aumentarono la consistenza della superficie dipinta. Nonostante l'apparente uso della tecnica della ripetizione, il "metodo macchina" di Warhol non è altro che mera riproduzione a mano.

Un fatto significativo e intrigante circa il progetto di Shadows è la irriproducibilità della sua apparente riproduzione: ogni Shadow, progetto fondamentalmente pittorico, corrisponde ad una forma che rivela, con precisione e consapevolezza, il suo spazio, dirigendo lo sguardo dello spettatore verso la luce. Il soggetto centrale di ogni Shadow è la percezione. La serie di Shadows è capace di evocare un sentimento spirituale di calma e meditazione nello spettatore in piedi nella stanza in cui è installata. Le opere di questa serie sono efficacemente contemplabili come un gruppo, o anche individualmente con i propri colori unici e gli sfondi pittorici che rendono le forme stesse astratte e apparentemente diverse. Questi sono dei dipinti forti che non possono essere ignorati. Con questa mostra la Galleria Cardi riconferma il suo interesse per gli storici artisti nazionali e internazionali. (Comunicato stampa)




Berenice Abbott
termina il 31 maggio 2017
Museo MAN - Nuoro

Prima mostra antologica in Italia dedicata a Berenice Abbott (Springfield, 17 luglio 1898 - Monson, 9 dicembre 1991), una delle più originali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento. Terza di un grande ciclo dedicato alla "street photography", la mostra, a cura di Anne Morin, presenta, per la prima volta in Italia, una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. Suddiviso in tre macrosezioni - Ritratti, New York e Fotografie scientifiche - il percorso espositivo restituisce il grande talento di Berenice Abbott e fornisce un quadro generale della sua variegata attività. Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray, esponenti di punta del movimento Dada. Con Man Ray, in particolare, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926.

Sono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell'avanguardia artistica e letteraria europea, da Jean Cocteau, a James Joice, da Max Ernst ad André Gide. Allontanatasi dallo studio di Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria "Le Sacre du Printemps". E' in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano. Per Abbott è un punto di svolta.

La fotografa decide di abbandonare la ricerca portata avanti fino a quel momento e di fare propria la poetica del negletto Atget - del quale, alla morte, acquisterà gran parte dell'archivio, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti - dedicandosi, da quel momento in poi, al racconto della metropoli di New York. Tutti gli anni Trenta, dopo il rientro negli Stati Uniti, sono infatti dedicati alla realizzazione di un unico grande progetto, volto a registrare le trasformazioni della città in seguito alla grande depressione del 1929. La sua attenzione si concentra sulle architetture, sull'espansione urbana e sui grattacieli che progressivamente si sostituiscono ai vecchi edifici, oltre che sui negozi e le insegne.

Il risultato è un volume, tra i più celebri della storia della fotografia del XX secolo, intitolato Changing New York (1939), che raccoglie una serie straordinaria di fotografie caratterizzate da forti contrasti di luci e ombre e da angolature dinamiche, ad esaltare la potenza delle forme e il ritmo interno alle immagini. Nel 1940 Berenice Abbott diventa picture editor per la rivista "Science Illustrated". L'esperienza maturata nelle strade di New York la porterà a guardare con occhi diversi le immagini scientifiche, che diventano per lei uno spazio privilegiato di osservazione della realtà oltre il paesaggio urbano. In linea con le coeve ricerche artistiche sull'astrazione, Berenice Abbott realizza allora una serie di fotografie di laboratorio, concentrandosi sul dinamismo e sugli equilibri delle forme, con esiti straordinari. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Mirko Baricchi - Pangea #19 - tecnica mista su tela cm.60x50 2017 Mirko Baricchi - Humus #19 - tecnica mista su cartoncino cm.150x300 2015 - foto Dario Lasagni Mirko Baricchi - Germogli. E di stelle - tecnica mista su tela 2012 cm.180x340 - foto Dario Lasagni Mirko Baricchi: Derive
termina il 18 giugno 2017
CAMeC centro arte moderna e contemporanea - La Spezia

Curata da Daniele Capra, la mostra raccoglie una trentina di opere su carta e su tela dell'artista spezzino che sintetizzano la produzione degli ultimi dieci anni, nonché una quindicina di lavori, molti dei quali di grandi dimensioni, realizzati appositamente per questa esposizione. "Derive" fa riferimento alla teoria geologica che spiega la formazione dei continenti a partire da un'unica massa indifferenziata. Una fonte comune è l'origine della pluralità, e parimenti ogni elemento derivato conserva traccia della propria impronta di provenienza. "Derive", dunque, come metafora di un percorso artistico su cui agiscono spinte personali consce ed effetti ambientali non preventivamente calcolabili, evidenziati dalle opere in esposizione, frutto di un decennio di indagine: da pezzi storici al ciclo "Germogli. E di stelle", dalle carte della serie "Humus" alla ricerca recente, rappresentata nell'economia del progetto da una quindicina di lavori inediti.

Come scrive il curatore, «la mostra racconta il lento e progressivo sviluppo di una pratica artistica che ha visto abbandonare gli stilemi iconici a favore di una pittura fluida, contraddistinta da una grande attenzione rivolta alla processualità esecutiva. La ricerca di Baricchi si è infatti evoluta, rispetto alla figurazione ondivaga e appena accennata degli esordi, verso una pittura caratterizzata dalla presenza di elementi reiterati, da campiture cangianti e minime aree piatte di colore. L'interesse dell'artista si è così spostato dal soggetto rappresentato nell'opera alla pittura in sé come linguaggio, alla ricerca di una superficie autosufficiente, in cui le tensioni visive siano bilanciate dall'equilibrio delle parti in campo». "Derive" è realizzata in collaborazione con la Galleria Cardelli & Fontana di Sarzana (La Spezia) ed è corredata da una pubblicazione bilingue che sarà presentata nel corso della mostra. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Apertura del terzo Museo della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri
Ex Seccatoi del Tabacco - Città di Castello (Perugia)
www.fondazioneburri.org

Nuova sezione del più grande Museo d'Artista al mondo, dedicato esclusivamente all'intero corpus dell'opera grafica di Alberto Burri. Il 12 marzo 2017, in occasione della ricorrenza della sua nascita, si conclude l'anno "lungo" del Centenario e si apre una nuova fase della vita della Fondazione. L'inedita sezione agli ex Seccatoi occupa infatti oltre quattromila metri quadri, tutti ottenuti da un recente intervento di riqualificazione di parte degli spazi sottostanti in vasti ambienti che accolgono, secondo l'originario allestimento predisposto dallo stesso Burri, i suoi Grandi Cicli d'opera. Con questo ingente nucleo di opere grafiche, la superficie espositiva offerta ai visitatori negli ex Seccatoi raggiunge gli undicimila e cinquecento metri quadri.

Con le tre diversificate raccolte, comprensive anche delle sculture all'aperto, complessivamente, il "Polo Burri" a Città di Castello è il più esteso Museo d'Artista al mondo ed è anche uno dei più importanti luoghi del contemporaneo in Europa. La nuova sezione, o Terzo Museo Burri, accoglie e propone l'intero repertorio grafico e di multipli dell'artista, consistente in oltre duecento opere. Si tratta di un importante aspetto della produzione artistica di Burri, che a volte precorre, a volte segue e in altri casi è coeva con le sue opere maggiori e pone in evidenza anche la sua straordinaria manualità e attitudine alla sperimentazione costante. L'esecuzione di queste opere in collaborazione con grandi stampatori ha visto l'artista stesso cimentarsi in differenti cicli produttivi che hanno distinto la sua attitudine alla sperimentazione rispetto a quella di altri artisti della sua generazione, tanto in Italia che all'estero.

«Nel caso di Burri, parlare di grafica non significa parlare di una produzione minore rispetto ai dipinti, ma soltanto di una modalità artistica diversa e parallela, nella concezione e nell'esecuzione, tale insomma da potersi annoverare con assoluto rilievo nella produzione del grande pittore, a fianco di tutti gli altri suoi rivoluzionari pronunciamenti innovativi. Anche nella grafica, Burri ha cercato di superare sfide tecniche e di spingere i confini sia degli strumenti che dei materiali utilizzati. Con esiti di interesse straordinario, come le opere esposte confermano», sottolinea Bruno Corà, Presidente della Fondazione. L'attività grafica di Burri ha inizio nel 1950 e si conclude nel 1994. Com'è noto, Burri ha ricevuto nel 1973 dall'Accademia Nazionale dei Lincei il Premio Feltrinelli per la Grafica con la motivazione che essa «... si integra perfettamente alla pittura dell'artista, di cui costituisce (...) una vivificazione che accompagna il rigore estremo a una purezza espressiva incomparabile».

Il Museo Burri della Grafica si aggiunge, come atto conclusivo, alle numerose iniziative del Centenario che ha avuto molte tappe importanti: dalla nuova edizione del Catalogo Generale al compimento del Grande Cretto di Gibellina, alla ricostruzione del Teatro Continuo a Milano, solo per citare gli eventi più importanti. L'impegno della Fondazione è stato profuso anche in ambito espositivo con mostre dedicate ad approfondire e/o rivedere il ruolo di Burri in vari contesti nazionali e internazionali, nonché riportando la Fondazione Burri al centro dell'attenzione internazionale, con convegni che hanno visto confluire nella sua città natale e proprio negli Ex Seccatoi artisti, studiosi, direttori di musei e critici da tutto il mondo per parlare dello stato dell'arte. Sino alla recente mostra "Burri. Lo Spazio di Materia / tra Europa e Usa", che lascia ora spazio alla definitiva collocazione museale dell'opera grafica e multipla di Burri. In occasione dell'apertura della Sezione Grafica della Collezione Burri è prevista una giornata dii studio con la partecipazione di studiosi del settore e importanti stampatori nazionali e internazionali. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Henri Cartier Bresson Henri Cartier Bresson: Fotografo
termina l'11 giugno 2017
Palazzo Ducale - Genova

Centoquaranta scatti di Henri Cartier Bresson, dedicati al grande maestro, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava. Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera. "Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per 'dare un senso' al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione". Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale.

Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale". I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme. Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

"Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore". Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curator per la Villa Reale - è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947.

Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier-Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire. A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico italiano ha scritto: "Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco."

La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2000 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. Obiettivo della rassegna è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato Ufficio Stampa Civita)




Eric Rondepierre: "C'era una volta il cinema..."
termina il 30 settembre 2017
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Ventun anni dopo la grande esposizione al Moma, che l'aveva inserito tra i fotografi sperimentatori più all'avanguardia nella scena artistica del momento, un anno dopo la grande antologica a lui dedicata dalla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Solo Show avrà come oggetto gli storici bianchi e neri delle serie Annonces e Précis de décomposition, testimonianza di una fotografia cinematografica che ricerca nel dinamismo dei rapporti tra fotografia e cinema la sua fonte di ispirazione. Il lavoro di Rondepierre, infatti, mette in gioco poesia, pittura, cinema e fotografia offrendo una visione enigmatica della realtà che, per quanto segnata da una grande forza sperimentatrice, sembra rievocare continuamente il fascino di epoche passate.

Non solo. I segni del tempo che affligono e deformano la pellicola donano all'immagine un fascino e un potere inatteso, suggerendo quella condizione di instabilità che stimola l'immaginazione dello spettatore. In mostra saranno inoltre visibili anche alcuni dei suoi lavori più noti (Champs-Elysées, Confidence, Cent Titres...) per la prima volta in grande formato, insieme alla celebre installazione Les 30 Etreintes. Nel caso della serie Annonces (1991-...) le fotografie sono tratte dalle pellicole di film francesi o americani risalenti agli anni 1930-1960, facendo particolarmente attenzione alla componente testuale che si insinua sullo schermo (nomi di attori, slogan generici, commenti...). L'artista visiona le varie pellicole in slow motion tramite un videoregistratore o direttamente al tavolo di montaggio, in modo da isolare e selezionare un fotogramma in cui il testo definitivo (come apparirà allo spettatore) non sia ancora totalmente leggibile.

La serie si articola in 25 scatti, suddivisi nelle varie categorie Annonces vidéo, Annonces peinture e Annonces film. Précis de décomposition (1993-1995) sancisce, invece, l'uso sistematico degli archivi cinematografici come punto di partenza del processo creativo di Eric Rondepierre. Consultando archivi americani, l'artista ha avuto modo di visionare frammenti di anonimi film muti che hanno subito l'azione del tempo, dell'ambiente o di cattive condizioni di conservazione e si presentano, quindi, corrosi e rovinati. Proprio queste anomalie sono diventate il soggetto centrale dei suoi scatti: cancellazioni, deformazioni, macchie... I 30 pezzi complessivi della serie si articolano in tre ambiti: Scènes mostra personaggi in azione, Masques si focalizza su volti in primo piano e Cartons invece evidenzia la corrosione dei cartelli testuali dei vecchi film muti. (Comunicato stampa)

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Almost twenty years after the great exhibition at Moma that celebrated him as one of the most talented experimenter photographers in the artistic scene of that time; a year after the great retrospective hold at the Maison Européenne de la Photographie in Paris, Paci contemporary gallery is pleased to announce Eric Rondepierre's Solo Show "C'era una volta il cinema...". The exhibition will feature the famous black and white images from the series "Annonces" and "Précis de décomposition", proof of a cinematographic photography that has its source of inspiration in the dynamism of the relationship between photography and cinema. Rondepierre's production involves poetry, painting, cinema and photography giving back an enigmatic vision of reality that, even if characterized by a great experimental attitude, is able to recall the fascination for ancient times.

Moreover, the signs of the time that distort and disfigure the film give an unexpected power to the image, suggesting a condition of instability able to inspire people's imagination. On view there will also be other famous works (Champs-Elysées, Confidence, Cent Titres...) for the first time visible in larger format, together with the great installation "Les 30 Etreintes". In the series "Annonces" (1991-...), the photographs are taken from trailers to French or American films from the period 1930-1960, in which particular attention has been paid to their special textual effects (actors' names, slogans, comments...). Films have been viewed in slow motion using a video player or an editing table, so that it could be possible to isolate a frame in which the graphics (as they will be viewed by the audience) are still being formed.

The series contains 25 shots articulated in different categories "Annonces vidéo", "Annonces peinture" and "Annonces film". "Précis de décomposition" (1993-1995) mirrors the systematic use of cinematographic archives as starting point of Eric Rondepierre's creative process. While consulting American collections, he came across some reels of unknown silent films that have been subjected to the passing of time, to the action of the environment or bad stocking conditions and show themselves as damaged and corroded. Exactly these anomalies have become the main subject in his photographs: erasures, deformations or stains. The 30 works of the series are subdivided in three main fileds: "Scènes" shows characters in action, "Masques" focuses on faces in close-up and "Cartons" contains texts of the intertitle cards of silent movies that have been corroded. (Press release)




Locandina mostra Magnum 70 anni Magnum 70 anni
da marzo 2017
Torino, Cremona, Brescia
www.studioesseci.net

Proprio 70 anni fa - si era nel 1947 - sulla terrazza del Museo d'Arte Moderna di New York, nacque l'agenzia fotografia Magnum. Si andava così concretizzando il progetto messo a punto da Robert Capa durante la guerra civile spagnola e discusso con altri fotografi come Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandivert. L'esigenza era quella di salvaguardare il lavoro del fotografo, rispettandone dignità professionale, sia dal punto di vista etico che da quello economico. Attraverso la formula della cooperativa, i fotografi diventavano così proprietari del loro lavoro, prendevano decisioni collettivamente, proponevano autonomamente alle testate i propri servizi e mantenevano i diritti sui negativi, garantendo così una corretta diffusione delle loro immagini.

Alcuni dei protagonisti individuarono specifiche aree geopolitiche e culturali di interesse: Cartier-Bresson sceglierà l'Asia (una scelta che lo porterà a compiere diversi viaggi in Cina, India, Birmania e Indonesia), Seymour si concentrerà sull'Europa, Rodger sull'Africa, mentre Capa, dall'America, sarà pronto a partire per ogni dove. L'impegno in prima linea ha portato alla tragica scomparsa di due dei soci fondatori, Robert Capa e David Seymour, oltre che di un altro dei soci della prima ora, lo svizzero Werner Bischof, tutti vittime dei teatri di guerra degli anni Cinquanta. Da quel giorno del 1947, le immagini di Magnum hanno connotato e cambiato la percezione della cronaca e della storia del mondo, narrando i grandi e i piccoli eventi dell'umanità per un settantennio. E ancora oggi Magnum, con sedi a New York, Parigi, Londra e Tokyo resta, nonostante le innovazioni del mondo dell'informazione, la fonte più autorevole di immagini del mondo.

Numerose le iniziative nel mondo in occasione del settantesimo anniversario di Magnum Photos, e anche in Italia, ben tre città - Torino, Cremona e Brescia - renderanno omaggio alla più storica e autorevole agenzia fotografica internazionale. A Torino, Camera - Centro Italiano per la Fotografia, festeggia la ricorrenza con la mostra L'Italia di Magnum. Da Cartier-Bresson a Pellegrin (2 marzo - 21 maggio 2017), a cura di Walter Guadagnini con la collaborazione di Arianna Visani. Venti sono gli autori (tra cui Robert Capa, David Seymour, Elliott Erwitt, Herbert List, Ferdinando Scianna, Martin Parr) chiamati a raccontare eventi grandi e piccoli, personaggi e luoghi dell'Italia dal dopoguerra a oggi, in un affascinante intreccio di fotografie iconiche e di altre meno note.

Al Museo del Violino di Cremona, a cura di Marco Minuz, i 70 anni di Magnum danno vita a "Life - Magnum. Il fotogiornalismo che ha fatto la storia" (4 marzo - 11 giugno 2017). In mostra fotografie di Eve Arnold, Werner Bischof, Bruno Barbey, Cornell Capa, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Ernst Haas, Philippe Halsman, Inge Morath, Dennis Stock. Terzo appuntamento a Brescia, dove, dal 7 marzo, prenderà vita la prima edizione di "Brescia Photo Festival 2017" dove Magnum sarà raccontata da tre mostre: "Magnum First", al Santa Giulia e sino al 3 settembre, ripropone, per la prima in Italia, le 83 stampe vintage in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, Marc Riboud, Inge Morath, Jean Marquis, Werner Bischof, Ernst Haas, Robert Capa e Erich Lessing. Sempre a Santa Giulia ci sarà anche "Magnum - La première fois" con i servizi che hanno reso celebri 20 grandissimi fotografi Magnum, tramite proiezioni e stampe originali. Inoltre, nella sede della Camera di Commercio di Brescia, per la prima volte le proiezioni di Brescia Photos, tre reportage su Brescia ed il suo territorio realizzati nel 2003 da tre celeberrimi reporter Magnum: Harry Gruyaert, Alex Majoli e Chris Steele-Perkins. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina mostra Art Deco' Art Déco
Gli anni ruggenti in Italia


termina il 18 giugno 2017
Musei San Domenico - Forlì

Un gusto, una fascinazione, un linguaggio che ha caratterizzato la produzione artistica italiana ed europea negli anni Venti, con esiti soprattutto americani dopo il 1929. Ciò che per tutti corrisponde alla definizione Art Déco fu uno stile di vita eclettico, mondano, internazionale. Il successo di questo momento del gusto va riconosciuto nella ricerca del lusso e di una piacevolezza del vivere, tanto più intensi quanto effimeri, messa in campo dalla borghesia europea dopo la dissoluzione, nella Grande guerra, degli ultimi miti ottocenteschi e la mimesi della realtà industriale, con la logica dei suoi processi produttivi. Dieci anni sfrenati, "ruggenti" come si disse, della grande borghesia internazionale, mentre la storia disegnava, tra guerra, rivoluzioni e inflazione, l'orizzonte cupo dei totalitarismi.

Dopo le grandi mostre dedicate a Novecento e al Liberty, nel 2017 Forlì dedica una grande esposizione all'Art Déco italiana. La relazione con il Liberty, che lo precede cronologicamente, fu dapprima di continuità, poi di superamento, fino alla contrapposizione. La differenza tra l'idealismo dell'Art Nouveau e il razionalismo del Déco appare sostanziale. L'idea stessa di modernità, la produzione industriale dell'oggetto artistico, il concetto di bellezza nella quotidianità mutano radicalmente: con il superamento della linea flessuosa, serpentina e asimmetrica legata ad una concezione simbolista che vedeva nella natura vegetale e animale le leggi fondamentali dell'universo, nasce un nuovo linguaggio artistico.

La spinta vitalistica delle avanguardie storiche, la rivoluzione industriale sostituiscono al mito della natura, lo spirito della macchina, le geometrie degli ingranaggi, le forme prismatiche dei grattaceli, le luci artificiali della città. Nell'ambito di una riscoperta recente della cultura e dell'arte negli anni Venti e, segnatamente, di quel particolare gusto definito "Stile 1925", dall'anno della nota Esposizione universale di Parigi dedicata alle Arts Decoratifs, da cui la fortunata formula Art Déco, che ne sancì morfologie e modelli, nasce l'idea di una mostra che proponga immagini e riletture di una serie di avvenimenti storico-culturali e di fenomeni artistici che hanno attraversato l'Italia e l'Europa nel periodo compreso tra il primo dopoguerra e la crisi mondiale del 1929, assumendo via via declinazioni e caratteristiche nazionali, come mostrano non solo le numerosissime opere architettoniche, pittoriche e scultoree, ma soprattutto la straordinaria produzione di arti decorative.

Il gusto Déco fu lo stile delle sale cinematografiche, delle stazioni ferroviarie, dei teatri, dei transatlantici, dei palazzi pubblici, delle grandi residenze borghesi: si trattò, soprattutto, di un formulario stilistico, dai tratti chiaramente riconoscibili, che ha influenzato a livelli diversi tutta la produzione di arti decorative, dagli arredi alle ceramiche, dai vetri ai ferri battuti, dall'oreficeria ai tessuti alla moda negli anni Venti e nei primissimi anni Trenta, così come la forma delle automobili, la cartellonistica pubblicitaria, la scultura e la pittura in funzione decorativa. Le ragioni di questo nuovo sistema espressivo e di gusto si riconoscono in diversi movimenti di avanguardia (le Secessioni mitteleuropee, il Cubismo e il Fauvismo, il Futurismo) cui partecipano diversi artisti quali Picasso, Matisse, Lhote, Schad, mentre tra i protagonisti internazionali del gusto vanno menzionati almeno i nomi di Ruhlmann, Lalique, Brandt, Dupas, Cartier, così come la ritrattistica aristocratica e mondana di Tamara de Lempicka e le sculture di Chiparus, che alimenta il mito della danzatrice Isadora Duncan.

Ma la mostra avrà soprattutto una declinazione italiana, dando ragione delle biennali internazionali di arti decorative di Monza del 1923, del 1925, del 1927 e del 1930, oltre naturalmente dell'expo di Parigi 1925 e 1930 e di Barcellona 1929. Il fenomeno Déco attraversò con una forza dirompente il decennio 1919-1929 con arredi, ceramiche, vetri, metalli lavorati, tessuti, bronzi, stucchi, gioielli, argenti, abiti impersonando il vigore dell'alta produzione artigianale e proto industriale e contribuendo alla nascita del design e del "Made in Italy".

La richiesta di un mercato sempre più assetato di novità, ma allo stesso tempo nostalgico della tradizione dell'artigianato artistico italiano, aveva fatto letteralmente esplodere negli anni Venti una produzione straordinaria di oggetti e di forme decorative: dagli impianti di illuminazione di Martinuzzi, di Venini e della Fontana Arte di Pietro Chiesa, alle ceramiche di Gio Ponti, Giovanni Gariboldi, Guido Andloviz, dalle sculture di Adolfo Wildt, Arturo Martini, alle statuine Lenci o alle originalissime sculture di Sirio Tofanari, dalle bizantine oreficerie di Ravasco agli argenti dei Finzi, dagli arredi di Ponti, Lancia, Portaluppi alle sete preziose di Ravasi, Ratti e Fortuny, come agli arazzi in panno di Depero.

Obiettivo dell'esposizione è mostrare al pubblico il livello qualitativo, l'originalità e l'importanza che le arti decorative moderne hanno avuto nella cultura artistica italiana connotando profondamente i caratteri del Déco anche in relazione alle arti figurative: la grande pittura e la grande scultura. Sono qui essenziali i racconti delle opere di Galileo Chini, pittore e ceramista, affiancato da grandi maestri, come Vittorio Zecchin e Guido Andloviz, che guardarono a Klimt e alla Secessione viennese; dei maestri faentini Domenico Rambelli, Francesco Nonni e Pietro Melandri; le invenzioni del secondo futurismo di Fortunato Depero e Tullio Mazzotti; i dipinti, tra gli altri, di Severini, Casorati, Martini, Cagnaccio di San Pietro, Bocchi, Bonazza, Timmel, Bucci, Marchig, Oppi, il tutto accompagnato dalla straordinaria produzione della Richard-Ginori ideata dall'architetto Gio Ponti e da emblematici esempi francesi, austriaci e tedeschi fino ad arrivare al passaggio di testimone, agli esordi degli anni Trenta, agli Stati Uniti e al Déco americano.

Non si è mai allestita in Italia una mostra completa dedicata a questo variegato mondo di invenzioni, che non solo produce affascinanti contaminazioni con il gusto moderno - si pensi per esempio al quartiere Coppedè a Roma o al Vittoriale degli Italiani, ultima residenza di Gabriele d'Annunzio - ma evoca atmosfere dal mondo mediterraneo della classicità, così come la scoperta nel 1922 della tomba di Tutankhamon rilanciò in Europa la moda dell'Egitto. E poi echi persiani, giapponesi, africani a suggerire lontananze e alterità, sogni e fughe dal quotidiano, in un continuo e illusorio andirivieni dalla modernità alla storia.

Trattandosi di un gusto e di uno stile di vita non mancarono influenze e corrispondenze col cinema, il teatro, la letteratura, le riviste, la moda, la musica. Da Hollywood (con le Parade di Lloyd Bacon o le dive, come Greta Garbo e Marlene Dietrich o divi come Rodolfo Valentino) alle pagine indimenticabili de Il grande Gatsby (1925), di Francis Scott Fitzgerald, ad Agata Christie, a Oscar Wilde, a Gabriele D'Annunzio. La mostra è curata da Valerio Terraroli, con la collaborazione di Claudia Casali e Stefania Cretella, ed è diretta da Gianfranco Brunelli. Il prestigioso comitato scientifico è presieduto da Antonio Paolucci. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Elliott Erwitt: Kolor
termina il 16 luglio 2017
Palazzo Ducale - Genova

Prima grande retrospettiva di immagini a colori del celebre fotografo Elliott Erwitt (Parigi, 1928). Se i lavori in bianco e nero sono stati esposti in numerose mostre di grande successo all'estero e in Italia, la sua produzione a colori, invece, è completamente inedita. Solo in tempi molto recenti Erwitt ha infatti deciso di affrontare, come un vero e proprio viaggio durato lunghi mesi, il suo immenso archivio a colori; una tecnica che aveva scelto di dedicare solo ai suoi lavori editoriali, istituzionali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall'architettura al cinema e alla moda. Immagini dunque sostanzialmente diverse, immagini sulle quali ha posato uno sguardo critico e contemporaneo a distanza di decenni, che ci fanno conoscere un mondo parallelo altrettanto straordinario.

La mostra comprende circa 135 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, traendoli dai suoi due grandi progetti a colori, Kolor e The Art of André S. Solidor. Kolor è il titolo del grande volume retrospettivo per realizzare il quale Erwitt ha rivisitato tutto il suo archivio, con un impegno imponente che attraversa tutta la sua produzione a colori. The Art of André S. Solidor è invece l'esilarante e sottile parodia del mondo dell'arte contemporanea con i suoi controsensi e con le sue assurdità. Mentre il primo progetto vive di scoperte dei vecchi negativi Kodak, in cui si ritrova il tipico linguaggio di Erwitt, dai ritratti di personaggi famosi alle immagini più ironiche e talvolta irriverenti, nella sezione di André S. Solidor, invece, egli crea un vero e proprio alter ego del maestro, con tanto di autoritratti, che si esprime in una produzione che non lascia più niente al caso o all'intuizione, come emerge anche in un breve ed esilarante filmato.

Dal 1953 della storica agenzia Magnum, fondata tra gli altri da Henri Cartier-Bresson e Robert Capa, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant'anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo. "Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane, improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l'aspetto delle cose, il tuo stato d'animo. Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l'istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla". Non a caso è considerato il fotografo della commedia umana. Con lo stesso atteggiamento d'altra parte Erwitt riserva la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto, portando all'estremo la qualità democratica che è tipica del suo mezzo.

Il suo immaginario è infatti popolato in prevalenza da persone comuni, uomini e donne, colte nel mezzo della normalità delle loro vite. Il percorso espositivo si conclude con una sezione multimediale che comprende la proiezione di due filmati che documentano la sua lunga carriera di autore e regista televisivo e una video collezione di alcune delle sue più significative fotografie in bianco e nero. La visita è corredata da una audioguida inclusa nel biglietto, che fornisce al visitatore il racconto di quanto accade nelle immagini di Erwitt. Un testo prezioso, frutto di una documentazione ricostruita dalla curatrice con l'autore, e mai pubblicato in precedenza. La mostra è curata da Biba Giacchetti, con il progetto grafico e di allestimento di Fabrizio Confalonieri. Prodotta da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57. (Comunicato stampa)




Thomas Ruff - Substrat 16 I - stampa cromogenica / chromogenic print cm.287x186 2002 Vassily Kandinsky - Impression Sonntag (Impression Sunday) - Städische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau München 1911 L'emozione dei colori nell'arte
Klee | Kandinsky | Munch | Matisse | Delaunay | Warhol | Fontana | Boetti | Paolini | Hirst


termina il 23 luglio 2017
Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea | GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.castellodirivoli.org - www.gamtorino.it

Esposizione di una raccolta di 400 opere d'arte realizzate da oltre 125 artisti provenienti da tutto il mondo che datano dalla fine del Settecento al presente. La mostra collettiva ripercorre la storia, le invenzioni, l'esperienza e l'uso del colore nell'arte moderna e contemporanea occidentale, nelle culture non occidentali e nelle culture indigene presenti nel mondo oggi. Attraverso una molteplicità di racconti e presentazioni di opere d'arte importanti, si affronta l'uso del colore da svariati punti di vista, tra i quali quello filosofico, biologico, quello antropologico e quello neuroscientifico.

"Durante il secolo scorso sono state organizzate numerose mostre sul colore a partire dalle teorie della percezione divenute popolari negli anni Sessanta. Quel tipo di approccio discende da una nozione universalistica della percezione e da una sua pretesa valenza oggettiva, molto distante dalla consapevolezza odierna della complessità di significati racchiusa nel colore", afferma Carolyn Christov-Bakargiev, curatrice della mostra. La mostra indaga l'utilizzo del colore nell'arte dando conto di movimenti e ricerche artistiche che si discostano dalle storie canoniche sul colore e l'astrazione, attraverso molteplici narrazioni che si ricollegano alla memoria, alla spiritualità, alla politica, alla psicologia e alla sinestesia.

I precedenti dell'arte astratta moderna sono indagati attraverso opere dei seguaci Hindu Tantra (XVIII secolo) e dei Teosofisti (XIX secolo) che utilizzavano le forme-colore come fonti per la meditazione e la trasmissione immateriale del pensiero. Il punto di avvio nell'astrazione teosofica è legato alle ricerche di Annie Besant (1847-1933), la quale scrisse attorno al 1904, "dipingere le forme vestite dalla luce di altri mondi con i colori ottusi della terra è un compito arduo; esprimiamo gratitudine a chi ha tentato di farlo. Avrebbero bisogno di fuoco colorato, ma hanno solo pigmenti e terre a disposizione". Alla fine del Settecento, Isaac Newton scopre che i colori che vediamo corrispondono a specifiche e oggettive onde elettromagnetiche non assorbite da materiali.

Johann Wolfgang von Goethe, che pubblica nel 1810 la sua Zur Farbenlehre (La teoria dei colori) si oppone a Newton, affermando che i colori sono prodotti dalla mente e non oggettivi. Goethe scopre il fenomeno degli Afterimage colors (il fatto che l'occhio umano percepisce come immagine residua il colore complementare a un colore osservato con persistenza su di una superficie bianca). All'epoca prevalse la teoria di Newton. L'Ottocento è anche il secolo del grande sviluppo della chimica e della scoperta dei colori sintetici derivati dal catrame di carbone. Nell'Ottocento e Novecento si sviluppa la standardizzazione industriale dei colori con i vari codici RAL e Pantone.

Gli artisti reagiscono con sfumature, esperienze sinestetiche, spirituali e psichedeliche del colore, oppure ironizzano sui codici e gli standard. Con il relativismo culturale che caratterizza l'epoca attuale e attraverso le recenti ricerche neuroscientifiche, si torna alla visione di Goethe, attribuendovi un valore nuovo. L'emozione dei Colori nell'arte riflette sul tema da un punto di vista che tiene conto della luce, delle vibrazioni e del mondo affettivo. Si pone in discussione la standardizzazione nell'uso del colore nell'era digitale, standardizzazione che riduce sensibilmente le nostre capacità di distinguere i colori nel mondo reale. Nel corso della mostra, il neuroscienziato Vittorio Gallese - che insieme a Giacomo Rizzolati ha scoperto i neuroni specchio - dirigerà, per la prima volta a livello mondiale, un laboratorio di studio neuroscientifico incentrato sull'esperienza del pubblico di fronte a opere d'arte.

Le opere in mostra includono alcuni lavori di Henri Matisse (1869, Le Cateau Cambrésis, Francia - 1954, Nizza, Francia), Wassily Kandinsky (1866, Mosca, Russia - 1944, Neuilly sur Seine, Francia), Paul Klee (1879, Münchenbuchsee - 1940, Muralto, Svizzera), Giacomo Balla (1871, Torino - 1958, Roma), Edvard Munch (1863, Løten, Norvegia - 1944, Oslo, Norvegia), Luigi Russolo (1885, Portogruaro - 1947, Laveno-Mombello, Italia), Andy Warhol (1928, Pittsburgh, Pennsylvania, Usa - 1987, Manhattan, New York, Usa), Katharina Fritsch (1956, Essen, Germania), Gerhard Richter (1932, Dresda, Germania), Carlos Cruz-Diez (1923, Caracas, Venezuela), Gilberto Zorio (1944, Andorno Micca, Biella, Italia), Alighiero Boetti (1940, Torino - 1994, Roma), Gustav Metzger (1926, Norimberga, Germania), fino a lavori recenti di artisti contemporanei. (Comunicato stampa)




Bellini e i belliniani
Dall'Accademia dei Concordi di Rovigo


termina il 18 giugno 2017
Palazzo Sarcinelli - Conegliano

La mostra prosegue le esplorazioni sulle trasformazioni dei linguaggi della pittura veneziana e veneta negli anni tra Quattro e Cinquecento. Dopo Un Cinquecento Inquieto nel 2014, seguito dal Carpaccio, Vittore e Benedetto nel 2015 e, nel 2016 da I Vivarini, l'indagine approda alla figura imprescindibile di Giovanni Bellini, scelta tanto più opportuna nel quinto centenario della morte del maestro. Chi sono, quindi, i giovani artisti e collaboratori del grande Giambellino? Come si formarono, quale posto avevano nella produzione dell'atelier, della bottega, come si diceva allora? Che cosa trassero e che cosa a loro volta tramandarono dalla frequentazione e dalla stessa collaborazione con un artista-intellettuale tanto sublime per pensiero e per invenzione, per tecnica e non meno che per precisione formale?

La mostra prende le mosse proprio da queste domande e trova nella raffinata collezione dell'antica e prestigiosa Accademia dei Concordi di Rovigo lo spunto per tracciare una sorta di mappa (ipotetica e virtuale, ma supportata da una eletta serie di dipinti) del milieu belliniano o, almeno, di una parte significativa e originale di tale universo d'uomini e di capolavori. Bellini ha lasciato indubbiamente il segno inconfondibile del suo passaggio, ha creato punti di riferimento che hanno fatto scuola per un consistente numero di pittori, stilemi di cui possiamo riconoscere gli elementi costitutivi: semplici contorni di un volto, la postura e la struttura delle mani femminili, ma anche straordinari paesaggi incantati, spalle di colline scoscese e alberate, città murate e fortificazioni, il profilo lontano di catene alpine.

C'è tuttavia qualche cosa che è più difficile descrivere e definire del mondo belliniano: quell'estasi muta e pensosa, quell'essere amorevolmente assorti in insondabili pensieri virtuosi, quella mitezza e quasi pudore degli sguardi che è un'attitudine che parte dal Maestro e viene gelosamente conservata e tramandata dai seguaci. Quindi la 'svolta' atmosferica e tonale della sua pittura, nello sfumato in cui svanisce la percezione dei contorni e dei profili, dove i protagonisti sono avvolti e immersi in una luce dorata che nessuno però saprà più eguagliare.

In tale trama narrativa ed espositiva si vengono a collocare nomi e personalità molto diverse, tutte accumunate da una più o meno intensa frequentazione di Giovanni Bellini e del suo atelier: assistenti che hanno lavorato al suo fianco nelle grandi imprese decorative di Palazzo Ducale o nelle sale delle Scuole di San Marco e di San Giovanni Evangelista; aiuti che hanno replicato le più fortunate tavole destinate alla devozione privata; artisti partiti da cartoni della bottega, che hanno poi continuato la loro ricerca in autonomia di ispirazione e di linguaggio, dichiarando però il loro legame profondo e irrinunciabile con la pittura del maestro. Marco Bello, Andrea Previtali, i Santacroce, Luca Antonio Busati, Pasqualino Veneto, Jacopo da Valenza, Nicolò Rondinelli...

Non più fantasmi: nella mostra prendono corpo e fisionomia nelle loro Madonnine, nelle loro Conversazioni, nei paesaggi di una idealizzata pedemontana, nella ragnatela di sguardi inquieti e nostalgici. Talvolta permeati di una ingenua naïveté, tal altra attenti a recuperare tradizioni e caratteri derivati dal genius loci di periferie fiere e felici. Alcuni di questi maestri hanno segnato anche il territorio coneglianese, tanto che, una volta ancora, sarà possibile costruire una sorta di mappa-itinerario del loro passaggio tra Conegliano e Asolo, tra Serravalle e la trevigiana, riprendendo una proposta che ha trovato nelle due mostre precedenti di questo ciclo un ampio consenso e un sincero apprezzamento dei visitatori: completare l'itinerario compiuto dentro le sale espositive con una fitta rete di affascinanti "scoperte" di capolavori sparsi sul territorio, per conoscere lo straordinario museo diffuso che caratterizza il nostro Paese.

La mostra è, dunque, un'occasione per interrogarsi sull'eredità belliniana, ricostruendo con originalità una rete di rapporti e connessioni, mettendo in luce il raffronto possibile tra storie e opere, protagonisti e comprimari su palcoscenici diversi e alternativi e tuttavia legati da analogie e contiguità logiche e strutturali. Accompagnerà la mostra un catalogo edito da Marsilio Editori. (Comunicato Giovanna Ambrosano - ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Dominik Uhlír - Inspired by the contours of lake and mountain, Flip is silicone bowl/container which can be easily reshaped with simply flipping its edge or top. Customise to your current need in the kitchen and create bowl to serve soups, sauces, desserts and fruits or use it as a lid covering food to prevent spoiling. Keep it in room as container for things you need around - keys, glasses, USB, pencils and hide those you don't. Flip its edge and use it as a phone, tablet or book holder. Possible to flatpack, it doesn't take nearly any space. Light weighted, you can take it wherever you want. Eco-friendly, food-grade silicone object is easy and cheap to produce by moulding into form. Flip is an original piece of tableware you will be proud to have on your shelf. Opera di Ena Priselec Waterline XII
Concorso internazionale di design - 12esima edizione
Ena Priselec (Croazia) e Dominik Uhlír (Repubblica Ceca) vincono il Premio Gillo Dorfles 2016

www.triestecontemporanea.it

Vittoria ex aequo del Primo Premio Gillo Dorfles da parte di Ena Priselec e Dominik Uhlír. Waterline è stata la terza ideale tappa di una serie di edizioni di questo concorso biennale accomunate da un particolare tipo di ricerca legata alla storia e al territorio. Con Double Track nel 2012 era iniziata una staordinaria mappatura di oggetti del recente passato, di uso quotidiano, di design anonimo del Centro Est Europa, dai quali i progettisti sono partiti per disegnare un nuovo oggetto (o dare nuova vita a quello vecchio). Due anni dopo con Map Pin la mappatura è continuata, con le puntine sulla carta geografica a segnalare beni culturali, artistici, materiali o immateriali, per i quali i partecipanti hanno realizzato kit turistici d'autore. E per finire nel 2016, con Waterline, l'attenzione è stata dedicata a una nuova idea e un oggetto sulla vita, il lavoro e lo svago sull'acqua in Europa.

L'acqua è una risorsa fondamentale. Una vasta serie di attività umana - riguardanti sia il lavoro che lo svago - coinvolgono l'acqua. L'Europa è circondata dal mare ed è disseminata di fiumi e laghi. Questo elemento naturale è inestricabilmente legato alla vita dell'uomo europea ed ha un ruolo sia di unione che di separazione economica e geopolitica. I mezzi di navigazione commerciale e di diporto, gli strumenti e le costruzioni utilizzate per svolgere attività che coinvolgono l'acqua, fanno parte di un importante comparto produttivo che, sempre più, deve rispondere in maniera specializzata alle vecchie e nuove richieste di questo settore.

La giovane designer croata sceglie di partire dalla šterna, una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana, molto diffusa nelle città costiere e insulari della Croazia. Situate nella piazza principale, le cisterne sono state il luogo simbolico della vita sociale di questi piccoli centri, punto di effettivo risparmio e condivisione di una risorsa vitale e preziosa come l'acqua. Da questa antica usanza la Priselec disegna un oggetto per la casa, che nella forma ricorda un tradizionale secchio. Il progetto vincitore aggiunge alla funzione di raccogliere l'acqua quella di purificarla con uno speciale filtro. Radicato nella tradizione, è dunque un invito al risparmio e alla consapevolezza delle limitate risorse naturali, al riuso intelligente e alla condivisione.

Il progettista ceco individua come punto di partenza del suo progetto l'impianto idroelettrico di Dlouhe Strane, in Moravia: una centrale con sistema di pompaggio e un lago artificiale di 15 ettari situato a 1.350 metri sul livello del mare. Il luogo è una straordinaria commistione di bellezza naturale e archeologia industriale ed è la fonte di ispirazione "acquatica" per l'oggetto finale che ha vinto il Premio Dorfles. La forma del lago, con i contorni delineati sulla cima tronca della montagna, molto caratteristica e facilmente riconoscibile, si presta come originale ispirazione per un oggetto d'uso contemporaneo. Una ciotola/contenitore in silicone che si può facilmente adattare a diversi usi capovolgendone la base o la punta. (Comunicato stampa)

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Mostre sui Balcani




La famiglia Papafava dei Carraresi dona una eccezionale raccolta di disegni di architettura al Palladio Museum
www.studioesseci.net

Una eccezionale raccolta di disegni e stampe di architettura è stata donata dalla famiglia Papafava dei Carraresi al Centro Internazionale di Studi di Architettura di Vicenza perché siano conservati al Palladio Museum. Si tratta di 50 disegni di grande formato ed un volume di stampe opera di celebri architetti del Settecento, da Giacomo Quarenghi a John Michael Gandy, raccolti da Alessandro Papafava trasferitosi a Roma per studiare architettura presso l'Accademia di San Luca tra il 1803 e il 1807, su consiglio di Antonio Canova.

La famiglia detta dei Papafava è l'unico ramo superstite dell'antica linea dei da Carrara, che divennero Signori di Padova dal 1318 al 1405. Inizialmente era un soprannome riferito a un Giacomo (che fu chiamato come podestà a Vicenza nel 1269) e poi adottato come cognome dopo la fine della Signoria. Le vicende della famiglia Papafava sono costantemente documentate e intrecciate agli eventi della storia di Padova fino ad oggi. Nel recente passato, merita di essere ricordato lo storico Novello Papafava (1899-1973), qui sopra nominato, noto anche per essere stato presidente della Rai nei primi anni Sessanta.

La collezione donata al CISA Andrea Palladio fu formata da Alessandro Papafava, giovane ed entusiasta studioso d'arte, che oltre all'Accademia frequentava gli atéliers degli artisti, il laboratorio del Canova e quello della pittrice Angelika Kauffmann, e anche quelli degli architetti Giuseppe Camporesi, Vincenzo Balestra, Mario Asprucci, acquistando da loro le stampe e i bellissimi disegni acquerellati, insieme a quelli dell'inglese John Michael Gandy, l'autore delle immaginifiche vedute dei progetti di Sir John Soane e di Giacomo Quarenghi (di cui nel 2017 ricorre il bicentenario della morte).

Tornato a Padova, Alessandro Papafava utilizzò quanto imparato a Roma quando progettò e arredò l'appartamento in stile neoclassico, in tutti i dettagli, nel palazzo Papafava di Padova e anche nel rinnovare nello stesso stile l'austera villa di famiglia di Frassanelle nei Colli Euganei. In questo modo, mettendosi in contatto con l'ambiente artistico veneto, fra cui certamente Giuseppe Jappelli, condividendo i suoi studi, i "suoi disegni " e la sua esperienza, Alessandro contribuì concretamente all'affermazione e alla diffusione dello stile Neoclassico nel Veneto. Continuò negli anni successivi a coltivare gli stessi interessi, ricoprendo numerosi incarichi civici ed essendo nominato Membro dell'Accademia di Belle Arti di Venezia e Deputato della Congregazione Provinciale di Padova.

La raccolta, conservata integra dalla famiglia Papafava per oltre due secoli, è costituita da materiali di altissima qualità grafico-pittorica, e riveste un valore storico enorme: essa ci restituisce infatti un rara istantanea del mondo di interessi di un giovane studente di architettura fra Sette e Ottocento, che si immerge nella cultura architettonica negli anni in cui i modelli del Neoclassicismo romano arrivano nel Veneto, rivoluzionandone il gusto.

Desiderio della famiglia Papafava è che la raccolta costituita dal loro antenato sia mantenuta integra, e i suoi materiali studiati, catalogati e resi disponibili ai ricercatori. Il luogo della loro conservazione e valorizzazione è stato individuato nel Palladio Museum creato dal CISA Andrea Palladio, l'istituto internazionale con storiche radici nella cultura veneta, espressamente dedicato allo studio dell'architettura. La donazione è stata fatta in memoria del conte Novello Papafava dei Carraresi e di sua moglie Bianca Emo Capodilista per volontà dei loro figli Benedetta, Alberto, Fina, Marsilio, Alessandro, Donata, nonché degli eredi dei non più viventi Lieta e Francesco.

Alla collezione e al mondo di Alessandro Papafava sarà dedicata una grande mostra già in calendario al Palladio Museum per l'autunno 2017. La cura della mostra è stata affidata al celebre studioso irlandese Alistair Rowan, già presidente del Society of Architectural Historians of Great Britain, profondo conoscitore della raccolta, e a Susanna Pasquali, docente alla Sapienza di Roma e componente il consiglio scientifico del CISA Andrea Palladio, curatrice, fra l'altro, del volume dedicato al Settecento nella Storia dell'architettura nel Veneto (Marsilio 2012). (Comunicato stampa Studio Esseci)




Le architetture di Vincenzo Scamozzi
www.palladiomuseum.org

Da oggi dallo smartphone potete accedere gratuitamente al primo itinerario completo fra 25 capolavori dell'architetto Vincenzo Scamozzi nel Veneto e in Lombardia: palazzi pubblici e privati, chiese, cappelle, ville, teatri. E' sufficiente connettersi a www.palladiomuseum.org/scamozzi. Per ogni edificio sono disponibili agili descrizioni, in italiano e inglese, splendide fotografie d'autore, e tutto ciò che serve per raggiungerli: mappe interattive e informazioni sulla loro accessibilità. Alcuni edifici sono strutturati per la visita di interni ed esterni.

In altri l'intervento scamozziano si limita agli esterni, di alcuni ancora - soprattutto fra le residenze private - gli interni non sono accessibili se non su richiesta. Tutte queste diverse opzioni sono espresse con chiarezza sul sito, e comunque l'itinerario rende possibile godere uno degli elementi chiave della poetica di Scamozzi, vale a dire l'inserimento dell'edificio nel contesto e nel paesaggio. L'iniziativa vuole essere un omaggio al grande studioso Franco Barbieri (1922-2016), anima del Consiglio scientifico del Centro palladiano per oltre quarant'anni e fondatore del campo di studi sull'architettura di Vincenzo Scamozzi.

Pur mantenendo un taglio divulgativo, questa guida digitale raccoglie gli esiti degli oltre sessant'anni di ricerca che il professor Barbieri ha dedicato a Scamozzi (la sua storica monografia sull'architetto vicentino risale al 1952) e va ad integrare le novità emerse nella mostra tuttora in corso Nella mente di Vincenzo Scamozzi. Un intellettuale architetto al tramonto del Rinascimento, l'ultimo progetto espositivo curato da Franco Barbieri per il Palladio Museum, insieme a Guido Beltramini (CISA Andrea Palladio), Katherine Isard (Università di Cambridge, UK) e Werner Oechslin (Politecnico di Zurigo). I suggestivi ritratti in bianco e nero delle architetture sono frutto di una campagna fotografica di Václav Sedy, mentre i testi sono stati messi a punto da Guido Beltramini. Elisabetta Michelato e Simone Baldissini (Cisa Andrea Palladio) hanno curato il database online.

Lista delle architetture consultabili:

Vicenza e provincia: portale del giardino Valmarana, palazzo Trissino al Duomo, palazzo Trissino al Corso, palazzo Valmarana Salvi, Teatro Olimpico, chiesa di Santa Maria della Misericordia, villa Ferramosca a Barbano, oratorio di San Carlo Borromeo a Lisiera, villa Verlato a Villaverla, villa Pisani (la Rocca) a Lonigo, villa Priuli del Ferro a San Germano dei Berici, villa Dolfin Campolongo a san Germano dei Berici, villa Godi a Sarmego di Grumolo delle Abbadesse; Venezia e provincia: Procuratie Nuove, atrio della Zecca, Statuario della Repubblica, chiesa dei Tolentini, cappella ducale, palazzo Contarini agli Scrigni, villa Ferretti a Dolo; Padova e provincia: chiesa di San Gaetano, villa Molin alla Mandria, complesso di villa Duodo a Monselice, villa Priuli a Due Carrare; Mantova: Teatro Ducale a Sabbioneta. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Museo di scultura ceramica a Castel d'Ario, Mantova "Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica


Castel d'Ario (Mantova)

Inaugurato il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori", primo Museo dedicato all'arte ceramica della provincia di Mantova ed il secondo in Lombardia dopo il MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico, Cerro di Laveno Mombello (Varese). Dopo più di un anno di lavoro, di contatti, di rapporti, di incontri con gli amici scultori-ceramisti, finalmente Casa Museo Sartori è in grado di aprire al pubblico il "Museo della Ceramica". Nel Museo, ancora in divenire, viene presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. Altre opere sono attese e non appena ultimate dai vari maestri ceramisti invitati, verranno poste negli spazi per loro previsti. (Comunicato stampa)

Artisti che al momento figurano con le loro sculture nel Museo:

Accarini Riccardo (Savona), Angiuoni Enzo (Atripalda - AV), Barbagallo Orazio (Milano), Bartoletti Patrizia (Casalfiumanese - BO), Bertorelli Luciana (Savona), Bianco Lino (Sassuolo - MO), Blandino Giovanni (Milano), Bonechi Marco (Figline Valdarno - FI), Calzavacca Claudio (Gallarate - VA), Cannata Matteo (Cavenago Brianza - MI), Castagna Pino (Costermano - VR), Castaldi Domenico (Portogruaro - VE), Cattani Silvio (Rovereto - TN), Chiarcos Giorgio (Trento), Cicala Licia (Milano), Cipolla Salvatore (Mirabella Imbaccari 1933 - Sesto Fiorentino 2006), Confortini Elisa (Genova), Corsucci Umberto (Montefiore Conca - RN), Cropelli Fausta (Pontoglio - BS), D'Agostini Maurizio (Costozza di Longare - VI), De Mori Ferruccio (Tezze sul Brenta - VI), Desiderati Luigi (Mantova), De Zan Guido (Milano)

Difilippo Domenico (San Felice sul Panaro - MO), Di Giosaffatte Vincenzo (Penne /PE 1935 - Castelli /TE 2006), Ellen G. (Napoli), Ekman Yvonne (Roma), Ferraj Victor (Savona), Fioravanti Ilario (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012), Flores Ilaria (Milano), Fonsati Rodolfo (Ferrara), Forgione Pompeo (Milano), Frisinghelli Maurizio (Rovereto - TN), Gaeta Goffredo (Faenza - RA), Gaiezza Roberto (Cairo Montenotte - SV), Garesio Clara (Napoli), Gerosa Mirella (Milano), Gerull Martin (Milano), Gheller Monica (Seregno - MB), Gheno Floriano (Nove - VI), Gorreri Isa Palvarini (Suzzara - MN), Jori Andrea (Mantova), Laghi Luciano (Fognano - RA), Lanfredini Italo (Commessaggio - MN), Lazzari Isaia (Scandolara Ravara - CR), Leverone Adriano (Ferrada - Moconesi - GE), Lucchi Bruno (Levico - TN), Lucietti Antonio (Bassano del Grappa - VI)

Lucietti Giuseppe (Bassano del Grappa - VI), Ludovici Vincenzo (Ferentino - FR), Lunetta Silvana (Brescia), Madoi Giovanna (Milano), Mair Zischg Ingrid (Modena), Marchetti Massimiliano (Savona), Marchetti Sandro (Savona), Marrani Ruggero (Barasso - VA), Mazzotta Alfredo (Milano), Morini Gianfranco (Faenza - RA), Musi Roberta (Milano), Pancheri Aldo (Milano), Pedroli Gigi (Milano), Pesci Brenno (Castellamonte - TO), Pianezzola Pompeo (Nove 1925 - 2012), Pietrobono Fiorello (Alatri - FR), Pirozzi Giuseppe (Napoli), Plaka Ylli (Savona), Pompei Paolo (Belforte all'Isauro - PU), Pompili Graziano (Montecchio Emilia - RE), Previtali Carlo (Grumello Al Monte - BG), Provasi Germana (Mantova)

Quadrini Achille (Frosinone), Rea Fernando (Frosinone), Rebagliati Laura (Cesena - FC), Reggiori Albino (Laveno VA 1933 - 2006), Renzini Gianfranco (Gargnano - BS), Repulino Giulio (Roma), Restelli Lucilla (Rho - MI), Rigon Roberto (Pozzo Leone - VI), Roma Flavio (Albisola Superiore - SV), Ronchi Cesare (Castel Bolognese - RA), Rontini Aldo (Faenza - RA), Rossato Kiara (Mantova), Sabbadini Selvino (Roncoferraro 1912 - Mantova 1986), Sartori Cesare (Nove - VI), Sassi Ivo (Faenza - RA), Sciacca Giuseppe (Nicolosi di Catania), Sciannella Giancarlo (Roma), Sebaste Salvatore (Bernalda - MT), Soravia Sandro (Albisola Superiore - SV), Staccioli Paola (Scandicci - FI), Staccioli Paolo (Scandicci - FI), Torcianti Franco (Osimo - AN), Valenti Massimiliano (Casalmaggiore - CR), Van Wees Mara (Roma), Vasconi Franco (Spigno Monferrato 1920 - Milano 2014), Vitale Francesco (Casalmaggiore - CR), Volontè Lionella (Milano), Zago Paola (Campagna Lupia - VE), Zanetti Maria (Modena), Zitti Vittorio (Acqui Terme - AL), Zoli Carlo (Faenza - RA).




Teelgramma per Pia Punter Pia Punter Poster dedicato alla cestista triestina Pia Punter e telegrammi originali
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Da una serie di telegrammi originali rinvenuti, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa dedica un poster a una cestista triestina che attorno alla fine degli anni Quaranta del Novecento fu pure capitana della nazionale italiana di "palla al cesto", quella Pia Punter che con la squadra del dopolavoro del Pubblico Impiego Ilva di Trieste vinse il campionato italiano 1939-1940. "Infinite congratulazioni al misterioso ma grande tesoro della Pallacanestro Italiana nonché capitana delle campioni d'Italia con orgoglio stringoti la mano abbraccioti" scrive in un telegramma tale Itala Soave riferendosi alla vittoria della Puntar e delle sue compagne sulle milanesi.

Erano tempi, quelli, in cui il basket veniva giocato sulla terra battuta, signore e signorine calzavano divise con le gonne ben sotto il ginocchio, i punteggi erano ben lontani da quelli odierni. Infatti l'Ilva Trieste di Pia Punter conquistò lo scudetto in una finale giocata contro l'Ambrosiana Inter di Milano, regolando le meneghine con un sofferto ma sufficiente 23 a 22. Da un dirigente nazionale del Dopolavoro un altro telegramma esprime "a Voi e camerate vivissimi rallegramenti per vittoria campionato nazionale palla canestro sicura promessa per altre future affermazioni nostra squadra". Era il ventennio fascista, e le compagne di squadra, erano, per l'appunto, "camerate".

Campionato dopo campionato gli scenari cambiano. "Juventus e Genova disposte ingaggiarti - riceverai offerte squadre - segue lettera", si legge in un altro telegramma che fa intendere come l'atleta fosse richiesta da tante altre squadre e fosse pronta a lasciare Trieste. Non per niente fu capitana della squadra nazionale che nel 1938 vinse il campionato europeo. Ne aveva fatta di strada da quel ricreatorio sangiacomino Riccardo Pitteri in cui iniziò a praticare da ragazzina il basket, la pallavolo e il tennis. Scomparsa nel 1984, appartiene meritatamente al novero di quelle azzurre triestine che hanno portato alto il nome della propria città nel Paese e all'estero. Il poster a Lei dedicato, con i telegrammi originali, sarà presentato alla presenza di alcuni familiari dell'atleta azzurra. Il poster arricchirà in modo permanente la collezione telegrafica della struttura museale. (Comunicato stampa)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Immagine dal convegno Messico insolito in Europa Messico insolito in Europa
Incontro con Miguel Gleason


29 maggio 2017, ore 17.30
Palazzo Madama - Torino

Prosegue il ciclo di incontri organizzato da Palazzo Madama in occasione della mostra Cose d'altri mondi. Raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento. Il secondo appuntamento, vede protagonista Miguel Gleason, ricercatore e giornalista messicano, che dal 2001 ha registrato e fotografato circa 9.000 oggetti del patrimonio culturale messicano in Europa. Opere d'arte realizzate in Messico dall'antichità ai giorni nostri e oggi conservate in 450 tra musei, chiese, biblioteche di 320 città europee, dalla Danimarca alla Spagna, dalla Finlandia all'Italia all'Irlanda. La sua ricerca è confluita nel volume fotografico México Insólito en Europa, pubblicato nel 2015 con una prefazione di Miguel Leon-Portilla. (Comunicato stampa)

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Cose d'altri mondi. Raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento
Presentazione mostra




Locandina Film Festival del Garda X edizione Film Festival del Garda
X edizione, 29 maggio - 04 giugno 2017
www.filmfestivaldelgarda.it

E' la felicità il tema conduttore della decima edizione del Festival in programma in quattro comuni del Benaco occidentale e a Brescia. Sarà ancora una volta un festival itinerante: dopo l'ormai tradizionale pre-apertura al cinema cittadino Nuovo Eden, FFG si muoverà tra San Felice del Benaco, Gardone Riviera, Manerba del Garda e Salò, utilizzando i luoghi suggestivi del lago dove mancano le sale cinematografiche vere e proprie. La felicità, declinata sotto tanti aspetti, accomuna molte delle opere selezionate, cominciando dal film che apre il programma, La felicità umana, di Maurizio Zaccaro.

Tanti gli ospiti del festival, grandi nomi come Franco e Mario Piavoli, lo stesso Zaccaro, Katia Bernardi e gli altri registi e autori che presenteranno le loro opere. Com'è consuetudine il cuore del programma è la Sezione Concorso, con cinque film europei in gara per il premio assegnato dal pubblico, che voterà al termine delle proiezioni. Questi i titoli della competizione: The Demon, The Flow and Me, di Rocco Di Mento, Germania 2016; Sparrows - Passeri, di Rúnar Rúnarsson, Islanda 2016; Funne - Le ragazze che sognavano il mare, di Katia Bernardi, Italia 2016; Moloch, di Stefano Testa, Italia 2017; La natura delle cose, di Laura Viezzoli, Italia 2016.

La confermata sezione Garda Ciak è composta dall'Omaggio a Zefiro Film e da una selezione di Corti. Sarà proiettato Festa, l'ultimo film di Franco Piavoli, presentato fuori concorso al Festival di Locarno 2016, insieme al suo Domenica sera (1962). E ancora Il suono del mio passo (2016) di Mario Piavoli. Gardesani sono anche gli autori dei cortometraggi in programma, con una piccola personale di Silvia Migliorati (Felicità raggiunta, Ma giungerà una sera, Dicembre, Percorrenze) e Oggi sono a Soncino, di Giuseppe Marcoli.

Il 4 torna la "Passeggiata cinematografica" condotta dal critico Nicola Falcinella: dopo la visita agli Ondastudios, il percorso sui luoghi del cinema a Salò si svilupperà in centro alla città. Si segnala anche la proiezione di estratti in anteprima di La nostalgia della condizione sconosciuta con il regista Andrea Grasselli e il protagonista Ettore Giuradei. Infine, le due mostre "Isotopi ermeneutici" di Pierluigi Cottarelli e "FFG-Story" realizzata per il decennale del festival con fotografie di Sergio Caratti (Sala espositiva dell'Ex Monte di Pietà di S. Felice). (Comunicato stampa)




Georges Schwizgebel - Erlkoenig Kang Animavì
Festival Internazionale del Cinema d'animazione poetico


II edizione, 13-16 luglio 2017
Casa Godio - Pergola (Pesaro - Urbino)
www.animavi.org

Festival con la direzione di Simone Massi, regista italiano di cinema d'animazione che da anni realizza il trailer e la locandina della Mostra del Cinema di Venezia. Ospite d'eccezione il Maestro svizzero Georges Schwizgebel, regista di fama internazionale premiato nei festival di tutto il mondo, da Cannes ad Annecy, autore di oltre venti cortometraggi d'animazione (tra cui La Course à l'abîme; The Man with No Shadow; Romance; Jeu; Erlkönig), in cui applica una tecnica originale, artigianale, che consiste nel dipingere a mano ogni fotogramma, realizzando una pittura animata, di fatto opere d'arte dinamiche.

A condurre le serate, che vedranno la partecipazione di ospiti musicali e personaggi del mondo della cultura italiana e internazionale, Luca Raffaelli, giornalista, saggista, sceneggiatore e uno dei massimi esperti di fumetti e animazione in Italia. A contendersi il Bronzo Dorato, prezioso trofeo artistico, ispirato all'omonimo gruppo equestre di epoca romana e simbolo della cittadina marchigiana, saranno 16 opere di animazione provenienti da tutto il mondo, dall'Australia alla Svizzera passando per l'italiano Confino, di Nico Bonomo, ma anche lavori da Spagna, Francia, Russia, Cina, Corea del Sud, Polonia, Lituania, Portogallo e Danimarca. La Croazia sarà rappresentata quindi da 1000 di Danijel Zezelj.

Animavì vuole soprattutto rappresentare a livello internazionale il "cinema d'animazione artistico e di poesia", quel genere di animazione indipendente e d'autore che si propone di raccontare per suggestione, prendendo le distanze in maniera netta dall'animazione mainstream. "Vogliamo cercare di portare a Pergola - sottolinea il direttore artistico Simone Massi - dei 'giganti' in un piccolo paese e in un piccolo festival. Un tentativo che facciamo in maniera scanzonata e allo stesso tempo con la consapevolezza che qualcosa di importante ce l'abbiamo anche noi: le colline, i piccoli borghi, la nostra Storia".

Animavì primo festival al mondo dedicato specificatamente all'animazione poetica e d'autore, vanta il supporto di numerose figure di spicco della cultura e dell'arte, insieme a contadini, minatori, partigiani: Pierino Amedano, Franco Armino, Andrea Bajani, Luca Bergia, Valentina Carnelutti, Max Casacci, Dilo Ceccarelli, Ascanio Celestini, Erri De Luca, Nino De Vita, Goffredo Fofi, Daniele Gaglianone, Gang, Valeria Golino, Nastassja Kinski, Emir Kusturica, La Macina, Neri Marcoré, Mau Mau, Laura Morante, Marco Paolini, Lyudmila Petrushevskaya, Umberto Piersanti, Alba Rohrwacher, Francesco Scarabicchi, Silvio Soldini, Oreste Tagnani, Paolo e Vittorio Taviani, Miklós Vámos, Daniele Vicari, Emily Jane White, Massimo Zamboni. (Estratto da comunicato ufficio stampa - Carlo Dutto)

* Trailer del corto Erlkoenig al link vimeo.com/ondemand/erlkoenig




Aroldo Tieri, Totò - Chi si ferma è perduto (1960) (Immagine)




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




Mondo di carta
Gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia leggono Pirandello


17 febbraio, 07 aprile, 26 maggio, 23 giugno, 06 ottobre, 03 novembre, 01 dicembre 2017
Istituto di Studi Pirandelliani e sul teatro Contemporaneo - Studio di Luigi Pirandello - Roma
www.fondazionecsc.it

A partire da venerdì 17 febbraio ogni mese per tutta la durata del 2017 l'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo ospiterà nella celebre casa studio dello scrittore l'evento "Mondo di carta": lettura delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello da parte degli allievi attori del Centro Sperimentale di Cinematografia. Un'occasione per celebrare il grande scrittore nei 150 anni dalla sua nascita in un percorso che vedrà riunite le novelle in una costruzione a più voci. La drammatizzazione è a cura dei docenti della Scuola Nazionale di Cinema Adriano De Santis e Roberto Antonelli.

Novelle per un anno è una raccolta pubblicata in 15 volumi editi tra il 1922 e il 1937: Luigi Pirandello tenterà l'impresa di comporne 365, una per ogni giorno dell'anno ma arriverà a 241 nel 1922 e 15 saranno pubblicate postume. I suoi protagonisti sono tormentati dal pensiero della morte, dal fato, dal male di vivere. Sono esseri semplici la cui esistenza è spesso sconvolta da drammi interiori e familiari che li condannano a crisi profonde. Gli allievi della Scuola nazionale di Cinema cercheranno di restituire l'essenza profonda di questi caratteri tracciati dallo scrittore siciliano che più di altri ha saputo interpretare la natura contraddittoria dell'uomo. (Comunicato Ufficio Stampa Susanna Zirizzotti - Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))

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«Pirandello»
di Nidia Robba
Poesia




Immagine di presentazione della serie di conferenze sulla Storia della Moda del Novecento Quattro conferenze sulla Storia della Moda del '900 con qualche excursus sull'Arte
Palazzo Caetani Lovatelli - Roma
Biglietto: €12 - Studenti €10 - Abbonamento all'intero ciclo di incontri €40
www.bertolamifinearts.com

Ritornano gli incontri culturali di Palazzo Caetani Lovatelli con un ciclo di conversazioni che Mariastella Margozzi dedicherà alla storia della moda del '900. Gli incontri, quattro in tutto che si terranno con cadenza mensile, tratteranno i seguenti argomenti:

Programma

.. 31 gennaio, ore 18.30, La moda nella modernità
Prima parte: tra Ottocento e Novecento - Dalla nascita dell'Haute Couture e dalla moda dettata dalle corti europee, alla Belle Epoque e al gusto charmeuse della borghesia. Focus su Frederick Worth. Seconda parte: il cambio di passo. Prima e dopo la Grande Guerra - La consapevolezza della donna moderna nella moda del secondo e terzo decennio del novecento. Focus su Paul Poiret.

.. 23 febbraio, ore 18.30, Tra le due Guerre. Moda e Costume
Il gusto decò contagia la moda negli anni venti e fino a metà dei trenta. L'emancipazione femminile nella società si riflette nel modo di vestire. Il fascismo detta nuove regole allo stile italiano. Da John Guida a Schuberth A Parigi: Cristobal Balenciaga, Madeleine Vionnet e Elsa Schiaparelli. Focus su Coco Chanel.

.. 30 marzo, ore 18.30, L'alta moda italiana degli anni Cinquanta. Le sartorie diventano maisons
La Sala Bianca di Palazzo Pitti e G.B. Giorgini. Walter Albini, Carosa, Maria Antonelli, Jole Veneziani, Sorelle Fontana, Germana Marucelli, Fernanda Gattinoni, Irene Galitzine, Salvatore Ferragamo. Nasce l'Alta moda italiana e si diffonde nel mondo. A Parigi: Dior e il primo Yves Saint Laurent. Focus su Sorelle Fontana.

.. 27 aprile, ore 18.30, Alta moda e non solo. Dagli anni Sessanta agli anni Novanta: trenta anni di fashion style made in Italy
La moda diventa comunicazione e recepisce tutte le novità sociali e culturali del momento. Il genere pop contagia la produzione per i giovani. Nasce il pret-à-porter. L'alta moda italiana si confronta con quella francese: da Capucci a Valentino, da Ferrè ad Armani, da Fendi a Sarli a Versace, i brands italiani vincenti. Focus su Capucci e Fendi. (Comunicato stampa Scarlett Matassi)




La stigmatizzazione della periferia - Goethe-Institut No Go?
La stigmatizzazione della periferia

www.goethe.de/italia/nogo

"Focolai sociali", "ghetti", "aree no go": a determinate zone urbane viene impresso il marchio di quartiere difficile. Ma come nasce lo stigma e come lo affronta chi ci abita? Quali sono le iniziative cittadine che contrastano la stigmatizzazione nel quotidiano? Esame di casi di alcuni quartieri sensibili in Italia, Germania, Francia e Belgio e pubblicazione nel Magazine del Goethe-Institut di un dossier dedicato a cause e meccanismi del fenomeno, bandendo le generalizzazioni e focalizzandoci su fatti concreti ed esperienze positive raccontate direttamente degli abitanti. (Comunicato Goethe-Institut)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050


Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Immagine dalla locandina della presentazione del libro Morgan Is Sad Today di Jean-Pierre Maurer e Robert Mueller Morgan Is Sad Today
di Jean-Pierre Maurer e Robert Müller, Edition Patrick Frey, brossura, 232 pagine, 95 fotografie in bianco e nero, 16×20.9cm, 2015,43€

La serie di fotografie di Jean-Pierre Maurer e Robert Müller fu mostrata solo una volta al Kunstgewerbemuseum di Zurigo nel 1968, accompagnata dal solo testo di Ettore Sottsass. Oggi il libro nella stessa identica versione grazie all'intervento dell'editore svizzero Patrick Frey, che lo ha finalmente pubblicato, ben 40 dopo la prima realizzazione. Il titolo, Morgan Is Sad Today, è legato a un film di Karel Reisz del 1966, Morgan matto da legare, che segnò un nuovo modo di fare cinema, ovvero quello del cosiddetto movimento britannico del Free Cinema (Cinema Libero), secondo cui nessun film doveva essere troppo personale. Un atteggiamento che ritroviamo in queste immagini.

I set costruiti in studio o le scene studiate in esterno ricordano, senza pretese, le posizioni che si riflettono nelle fotografie artistiche per esempio, degli svizzeri Manon o Urs Lüthi (che, peraltro, ha scattato il ritratto di famiglia all'inizio del libro); d'altro canto, lo stile formale, alcuni motivi, la narrativa, rimandano ai fumetti. Nel complesso, il libro esprime un senso di libertà e follia, come se raccontasse di un gruppo rock in tournée. E' un'istantanea della cultura pop e dello stile di un periodo ben definito, ma realizzata come se fosse fuori dal tempo. E' anche la conferma che i cosiddetti swinging sixties non furono solo a Londra. (Comunicato stampa)




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017 Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017
info@ariannasartori.191.it

Artisti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Baldassin Cesare, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bobò Antonio, Bocelli Giuseppe -  Bodini Floriano, Bonaccorsi Miro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Brunelli Clara, Caccaro Mirta, Calvi Cesare, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Carbonati Antonio, Cargnoni Giacinto, Carnevali Vittorio, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Cattaneo Claudio, Cavallero Antonietta, Cazzaniga Giancarlo, Cermaria Claudio, Cerri Giovanni, Chinellato Sandro, Ciaccheri Paolo, Cipolla Salvatore, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Colombi Riccardo, Cordani Sereno, Costantini Carla, Costanzo Nicola, Cottini Luciano, Cristini Filippo

De Luigi Giuseppe, Desiderati Luigi, Diazzi Roberta, Di Fusco Anna, Di Venere Giorgio, Fabri Otello, Facciotto Giuseppe, Fastosi Gabriella, Ferraj Victor, Fioravanti Ilario, Folloni Luciano, Fornasari Memo, Fortuna Alfonso, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gaeta Goffredo, Galante Sabino, Gaudio Lucia, Gauli Piero, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Giacobbe Luca, Gi Morandini, Giunti Raffaello, Gnocchi Alberico, Grasselli Stefano, Gutris Anna Francesca, Ianni Stefano, Lelii Marisa, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Mantovani Gianni, Margonari Renzo, Martino Gabriella, Matsuyama Shuhei, Mattei Mario, Melli Ivonne, Melotti Enrica, Merik (Eugenio Enrico Milanese), Mignosa Lucia, Molinari Mauro, Montanari Roberto, Morelli Guido, Morselli Gino

Mottinelli Giulio, Nagatani Kyoji, Negri Sandro, Nonfarmale Giordano / Male, Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Palazzetti Beatrice, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paolini Parlagreco Graziella, Parmiggiani Alessandra, Pavan Adriano, Pellicari Anna Maria, Perbellini Flavio, Perini Sergio, Piovosi Oscar, Piras Enrico, Pirondini Antea, Po Massimo, Polpatelli Carlo, Polpatelli Mario, Pozzi Rinaldi Laura, Puppi Massimo, Raza Claudia, Reami Rossella, Reggiani Liberio, Restelli Lucilla, Rigato Carla

Ritorno Maria Luisa, Robustelli Raffaella, Rossato Kiara, Rossi Giorgio, Rossi Laura, Rossi Lorenza, Rovati Rolando, Santoro Giusi, Sauvage Max, Scandurra Placido, Scimeca Filippo, Settembrini Marisa, Solimini Renata, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spaggiari Franco, Spaggiari Rita, Spazzini Severino, Spennati Silvana, Terruso Saverio, Tommasini Barbara, Trubbiani Valeriano, Vanetti Tiziana, Vigliaturo Silvio, Villani Dino, Vivian Claudia, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zitti Vittorio, Zoli Carlo, Zotti Carmelo.

Artisti Madi: Cortese Franco, Frangi Reale F., Fulchignoni Aldo, Luggi Gino, Mancino Enea, Mascia Vincenzo, Milo Renato, Nicolato Gianfranco, Novaco Carmen, Pilone Marta, Rosa Giuseppe, Zangara Piergiorgio. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse è nato a Córdoba (Argentina) nel 1934. Diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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