La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Articolo di Ninni Radicini sul film Il Pianeta delle Scimmie nel 50esimo anniversario dalla realizzazione
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie
Libro Ottavio Bottecchia - Il forzato della strada di Paolo Facchinetti Libro Tour de France 1903 - La nascita della Grande Boucle di Paolo Facchinetti
Bottecchia
Tour de France 1903
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo
Tazio Nuvolari
Tazio Nuvolari
Mostre



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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I Ciardi viaggiatori in Europa
Paesaggi e giardini


febbraio-giugno 2019
Palazzo Saracinelli - Conegliano (Treviso)

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra è il secondo appuntamento del ciclo volto ad approfondire il tema del paesaggio nella pittura veneta tra '800 e '900, inaugurato nel 2018 con la retrospettiva Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio. Curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato e Stefano Zampieri, l'esposizione, presenta circa 70 opere, provenienti da musei pubblici e collezioni private, di Guglielmo Ciardi (Venezia, 1842-1917) e dei figli Beppe (Venezia, 1875 - Quinto di Treviso, 1932) ed Emma (Venezia, 1879-1933). La rassegna sottolinea il particolare rapporto che lega Guglielmo, Beppe ed Emma alla natura, in un percorso tematico che attraversa circa ottant'anni della scena artistica italiana ed europea, facendo emergere peculiarità, convergenze e divergenze nella produzione di questi artisti.

Guglielmo, il fondatore della 'dinastia', è considerato unanimemente colui che porta la pratica dell'osservazione verista del paesaggio, soprattutto veneto, alla sua rappresentazione più matura e consapevole. Dopo la sua esperienza presso i macchiaioli e la scuola napoletana - e il rinnovamento linguistico che ne deriva - mette in evidenza le potenzialità di una pittura anti-accademica e anti-retorica, scoprendo le qualità poetiche dei luoghi periferici e marginali della laguna, in cui si mescolano e quasi si identificano l'umiltà e la fatica del lavoro con il sommesso lirismo delle paludi e delle barene. Suo figlio Beppe introdurrà, pur nella fedeltà alla poetica paterna, elementi nuovi e inediti fino a dar spazio a originali accenti simbolisti e di realismo sociale. Emma, infine, riscopre la grande tradizione guardesca in un inedito settecentesimo ironico e brioso. La sua produzione tocca forse i più singolari risultati nell'attenzione verso i giardini e i parchi, con un chiaro gusto moderno e insieme citazionista, che affonda le sue radici nella tradizione pittorica di un Settecento decadente.

La pittura di paesaggio dei Ciardi si afferma nelle Biennali veneziane da fine Ottocento fino agli anni Trenta, con un successo mai scalfito. Abbandonata la scena di genere e mai veramente praticata quella di figura, la ricchezza della loro scelta a favore del paesaggio si misura nelle radicali novità che essi (e soprattutto Guglielmo) sanno introdurre in questo genere pittorico: la luce declinata in tutte le possibili atmosfere, la presenza viva e palpitante della natura nelle piante, nei campi, nelle messi, nelle distese di eriche; la maestosità spesso scabra delle masse montuose, colte nella luce azzurra dell'alba o in quella struggente e aranciata dei tramonti, i filari, i covoni, i corsi d'acqua. Con Beppe si afferma anche una presenza pacata e quasi bucolica degli animali, dei pastori, delle mandrie; poi qualche mercato contadino, qualche figura di paesani in riposo.

Vi è un altro elemento importante: le numerose peregrinazioni artistiche in Europa e in Inghilterra. In questi viaggi la passione naturalistica e, in particolare, la pratica della veduta di paesaggio e il linguaggio si arricchiscono di acquisizioni cosmopolite così come di soggetti e iconografie rinnovati, dagli Impressionisti alla scuola di Glasgow. Emma, in particolare, porterà alla fine a una sorta di esplosione o di de-strutturazione figurativa la sua pittura, accogliendo suggestioni e stimoli dalle sperimentazioni degli artisti contemporanei. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Lupercalia aujourd'hui - olio su tela cm.150x200 Marco Cingolani: Lupercalia aujourd'hui
19 luglio (inaugurazione ore 18.30) - 31 agosto 2018
Villa Cattolica - Museo Guttuso - Bagheria (Palermo)

Inserita nel ricco programma di Animaphix, festival internazionale di cinema d'animazione, una mostra personale di Marco Cingolani (1961), colto ed eclettico artista milanese, tra i migliori pittori della sua generazione. La mostra è curata da Giulia Calì che, nel catalogo del festival, a proposito del titolo e del tema della mostra scrive: Lo storico Georges Dumèzil racconta che per un solo giorno, il 15 febbraio, giovani sacerdoti chiamati Luperci, guidati dal dio Fauno, rompevano l'equilibrio fra il mondo razionale e quello irrazionale, la classica lotta tra apollineo e dionisiaco in cui, per un giorno, il secondo prendeva il sopravvento sul primo. Durante la celebrazione, i Luperci, sistemati in fazioni avverse e vestiti di pelle di capre appena sacrificate, stringendo tra le mani strisce di pelle, correvano frustando il terreno e il ventre delle donne, che si esponevano volontariamente alle sferzate, veicolo di fertilità.

I Lupercalia rievocano una rinascita, ma anche una perdita di raziocinio, il transito dall'inverno alla primavera, diventando il tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, attraverso riti di passaggio esperiti sulla base di un istinto irrazionale e selvaggio. Un atto di purificazione, quindi, vincolato ai rituali dell'antica Roma. Lupercalia aujourd'hui, come spiega il titolo stesso, è un'esperienza simbolica che trasferisce il senso della festività romana nella contemporaneità, nella quale il rito della festa, dal Carnevale ad Halloween, dalla Love Parade ai raduni musicali inaugurati da Woodstock, corrisponde a un momento di pausa dalla meccanica quotidianità (...). Le opere di Marco Cingolani si inseriscono dentro questa dialettica tra il regolare e l'irregolare, ravvisabile nei tocchi di colore puro, in contrasto con lo sfumato del "paesaggio".

Se si osserva con attenzione, il turbinio di colori, che danza nella caoticità della tela, si inserisce dentro un tracciato di linee che delimita il supporto, creando l'illusione di uno spazio cubico, un luogo chiuso, forse interiore, che rievoca, anche soltanto concettualmente e di certo non stilisticamente, Lo studio rosso che Matisse dipingeva nel 1911, in cui l'interiorità del pittore si tramutava in concetto spaziale e cromatico. Ecco dunque rappresentate le forze che governano il sentire umano, le società antiche e contemporanee che si intersecano e si legano, dilatando tempi e luoghi in un unico sostrato culturale in cui la storia dell'uomo, il pathos, la ritualità e la spiritualità si ripetono sempre come unici protagonisti. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Spazialisti a Venezia Spazialisti a Venezia
termina il 16 settembre 2018
Galleria di Piazza San Marco | Palazzetto Tito | Forte Marghera - Venezia
www.bevilacqualamasa.it

L'Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia, e il Forte Marghera, Mestre, ospiteranno la mostra Spazialisti a Venezia, a cura di Giovanni Granzotto. Un percorso esaustivo che ripercorre l'avventura spazialista a Venezia, tra la seconda metà degli anni '40 e l'inizio degli anni '60. In esposizione circa 150 opere di Fontana, Guidi, Deluigi, Bacci, Morandis, Tancredi, Gaspari, Licata, Vianello, Finzi, Gasparini, Rampin e De Toffoli.

Nella sede di Piazza San Marco, alle Procuratie Nuove, troveranno spazio alcune importanti opere di Fontana, appartenenti per lo più agli anni Cinquanta, tra queste una Venezia, Tagli, Buchi e opere barocche, insieme ai lavori dei maestri dello Spazialismo veneziano, che ne sottoscrissero i Manifesti, come Guidi, Deluigi, Tancredi, Morandis, Bacci, De Toffoli e Vianello, e le opere degli artisti che, alcuni per motivi anagrafici, non apposero la firma ai Manifesti ma ne condivisero appieno la temperie, come Finzi, Licata, Rampin, Gaspari e Gasparini. L'esposizione proseguirà nella sede di Palazzetto Tito con opere spaziali di altrettanta rilevanza, con una maggiore attenzione per gli artisti più giovani e una piccola sala interamente dedicata alle marine spaziali di Guidi. Infine, al Forte Marghera, troverà spazio una sezione interamente dedicata alla grafica spazialista con alcune opere coeve e quelle successivamente edite dalla stamperia Fallani, a cui si deve anche l'apertura di un laboratorio divulgativo durante la mostra. L'esposizione proporrà un importante catalogo che raccoglierà testi critici su tutti gli artisti esposti. (Comunicato stampa)




Valerio Pellegrini: Minerva
termina lo 04 agosto 2018
Wild Mazzini data art gallery - Torino
www.wildmazzini.com

Immagina di prendere l'intera produzione letteraria di uno dei più grandi filosofi della storia e di osservarla tutta insieme. Così nasce Minerva di Valerio Pellegrini che, in collaborazione con i professionisti del Politecnico e dell'Università di Milano e dell'Università di Duisburg-Essen, ha creato un sistema visivo per indagare il pensiero di Immanuel Kant. La serie di nove tavole esposte da Wild Mazzini, rappresenta la fase intermedia di questo lavoro, nella quale vengono esplorate e visualizzate per la prima volte le strutture nascoste del pensiero del filosofo: le relazioni fra le opere e le parole, e la comparsa, scomparsa ed evoluzione dei lemmi più utilizzati da Kant nel corso degli anni della sua produzione.

Valerio Pellegrini collabora con testate giornalistiche italiane ed estere, tra cui BBC, Wired e Boat magazine, e con laboratori di ricerca e aziende in Italia, Stati Uniti, Cina, Regno Unito e Olanda. I suoi lavori sono stati esposti alla Triennale di Milano, al Magazzino delle Idee a Trieste, al Los Angeles Center for Digital Arts, al Kunsthalle Museum di Zurigo e a Prato nello spazio BBS-pro. Ha vinto due volte il premio Kantar - Information Is Beautiful Awards. (Comunicato stampa)

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Minerva is the result of the collaboration between different academic and professional realities, such as the designers of the Density Design Lab of the Politecnico di Milano, the computer scientists of the University of Duisburg-Essen and a team of historians of the philosophy of the University of Milan. Minerva was designed as a digital tool to support research in the field of philosophical historiography and allows researchers to investigate the corpus of Immanuel Kant, the only philosopher who enjoys a complete digitalization of his work. Its strength can be summarized in two fundamental components.

The first is the ability to represent the whole evolution of the Kantian lexicon, making the frequency of the terms and their mutual hierarchy evident; the second is the possibility to work directly on the text by accessing different levels of reading, searching for the lemmas of interest and editing notes dynamically related to the structured text. The series of tables Minerva represents the intermediate phase of the project, in which the hidden structures of the philosopher's thought were explored and displayed for the first time: the connections between the works and the words, and the appearance, disappearance and evolution of the most used lemmas by Kant during the years of his production. (Press release)




Opera di Renzo Marinelli Renzo Marinelli
termina il 29 luglio 2018
Chiesa di S. Maria della Giustizia Vecchia - Verona
www.incorniciarte.it

Mostra a cura di Anna Ballini e Giulia Abbondati. Renzo Marinelli (Verona, 1922-2003) frequenta il Liceo Artistico e l'Accademia di Belle Arti "Cignaroli", partecipando a diverse esposizioni collettive veronesi sia prima che dopo la guerra. Dagli anni '50 entra a far parte di quel clima di inesausta sperimentazione e di febbrile confronto culturale che lo vede,insieme agli amici Chiecchi e Rampinelli, esporre presso la Galleria Ferrari, un'arte allora poco compresa e poco accettata. Insieme a questi amici, e in seguito con Degani e Mozzambani dà vita a una sorta di Secessione, a testimonianza di un irripetibile momento di "militanza artistica". Negli anni Sessanta espone ancora presso Ferrari, la Galleria Zero, partecipa a numerose collettive fuori città: Termoli, Firenze, Lubiana, Torino ed altre.

Nel '67 è tra gli organizzatori della 58° Biennale Nazionale d'Arte di Verona, ed è tra i fondatori della CGIL Artisti. Nel '71 espone in una personale alla Galleria Linea 70. Dopo un periodo in cui le sue apparizioni pubbliche si fanno più rade, nell'80 ritorna ad esporre presso la Galleria Novelli e nel '86 presso lo Studio Toni de Rossi. In seguito però preferirà partecipare solo a collettive. A partire dal '90 inventa e realizza "Arte in fabbrica", rassegna di quadri e sculture allestita negli spazi della falegnameria Bissoli, con l'idea di portare l'arte nei luoghi del lavoro, nella convinzione del valore sociale e culturale di ogni manifestazione artistica. (Comunicato Galleria Incorniciarte)




Donatello a Palazzo Venezia
termina il 28 aprile 2019
Palazzo Venezia - Roma

Dal 12 luglio il prezioso busto in terracotta raffigurante San Lorenzo, realizzato da Donatello, finora comparso in mostre temporanee, viene posto a Palazzo Venezia per circa nove mesi a disposizione del grande pubblico. Donato de' Bardi, detto Donatello (1386- 1466) fu il più celebrato scultore fiorentino del quindicesimo secolo e uno dei più grandi scultori di ogni tempo. Partito da un clima ancora largamente connesso al cosiddetto Gotico internazionale, l'artista s'impose ben presto insieme a Brunelleschi e a Masaccio per la carica innovativa, diventando uno degli alfieri del primo Rinascimento. Il busto in terracotta di San Lorenzo fu realizzato per il portale maggiore della Pieve di San Lorenzo a Borgo San Lorenzo nel Mugello, una chiesa posta una quarantina di chilometri a nord di Firenze. La datazione sembra cadere intorno al 1440, negli stessi anni in cui Donatello realizzava il David in bronzo - che ancor oggi ispira il famoso premio cinematografico - e dunque poco prima del cruciale soggiorno a Padova. Anche per via della sua collocazione disassata il San Lorenzo rimase per molti secoli nell'oblio.

Già transitato nelle collezioni dei principi di Liechtenstein, è stato riscoperto dalla critica soltanto nel 2003, con il suo ingresso nella collezione di Peter Silverman e Kathleen Onorato. Il busto viene attualmente considerato una delle più serie e importanti acquisizioni al catalogo di Donatello. L'iniziativa, promossa dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è inserita nell'ambito di Artcity Estate 2018. Gestito dal Polo Museale del Lazio, il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia ha sede entro un grandioso edificio del Rinascimento, Palazzo Venezia appunto, fondato negli anni Cinquanta del XV secolo. Fin dalla costituzione del museo, nel 1916, la raccolta si caratterizzò per il numero e la qualità dei pezzi quattrocenteschi. La presenza stabile nell'odierno percorso di visita di autori come Pisanello, Benozzo Gozzoli o Mino da Fiesole rappresenta il contesto ideale per il busto di Donatello. Per tale motivo visitare in questi mesi il Museo del Palazzo di Venezia significa comprendere un momento chiave dell'intera arte italiana. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




rolls - B.Zarro Vulci Mon Amour. Frammenti di Paesaggio. Frammenti di Sottosuolo
termina il 15 settembre 2018
Parco archeologico e naturalistico di Vulci (Viterbo)
www.artpressagency.it

Da un'idea di Mara van Wees, mostra collettiva - a cura di Francesca Perti e Gianna Besson - con opere di Lucilla Catania, Tommaso Cascella, Francesco Castellani, Andrea Fogli, Antonio Grieco, Massimo Luccioli, Jasmine Pignatelli, Paolo Torella, Mara van Wees e con l'esposizione site-specific di B. Zarro (Vulci's in fundo. L'archeologia del destino). In un contesto come Vulci così ampiamente caratterizzato dal sovrapporsi di fasi archeologiche etrusche, romane e cristiane, emerge più forte il contrasto trai ruderi, le rovine e l'opera d'arte contemporanea manipolata da B.Zarro. Se delle pietre, dell'antico restano per sempre le tracce e a lungo si intuisce il profilo di ciò che erano; al contrario un oggetto d'acciaio e di ferro tra cento, mille anni non conserverà più la memoria né la percezione della sua forma o funzione Allora è qui che interviene l'artista per porre una cesura, un limite di percezione e di senso di molta dell'arte contemporanea.

Un monumento, un rudere soprattutto qui a Vulci, dove segni antichi ancora parlano la lingua antica e conosciuta dell'archeologia etrusca, la sua opera, una Rolls Royce, dal nome Vulci's in fundo. L'archeologia del destino, racconta una storia completamente diversa. E suscita diverse riflessioni: un oggetto d'arte industriale che tracce produrrà oltre la sua stessa ruggine? Se la Rolls, un'auto d'epoca che fino a qualche tempo fa rappresentava un bene di lusso, punta più alta di un pensiero residuale post-comunista, che per giunta sta all'origine dell'incrinazione post-consumista del mondo occidentale, non regge, secondo B.Zarro, al confronto con l'antico. Da qui parte la sua azione-denuncia: l'auto diversamente dai ruderi di Vulci non è un "monumento" non c'è nulla da ricordare, ma è sull'altro significato di ammonimento che B.Zarro si sofferma, perchè attraverso la manipolazione dell'opera d'arte traslittera il significato in una logica di paesaggio, anche danneggiato, occultato, devastato. (Comunicato Press office Artpressagency di Anna de Fazio Siciliano)




Giovanni Pierpaoli - ritratto Giochino Rossini Pelagio Palagi - Ratto delle Sabine "Rossini 150"
termina il 18 novembre 2018
Palazzo Mosca | Musei Civici - Pesaro
Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano - Fano
Palazzo Ducale - Urbino
www.mostrarossini150.it

Nell'anno delle celebrazioni per i 150 anni trascorsi dalla morte di Gioachino Rossini (Pesaro 29 febbraio 1792 - Parigi 13 novembre 1868), dichiarato per legge "anno rossiniano", articolato in tre sedi, il percorso "Rossini 150" mantiene una omogeneità di fondo ed esplora aspetti particolari della vita, dell'opera, dei luoghi e più in generale del tempo di Rossini. L'allestimento suggestivo e originale offre al visitatore un'esperienza unica. Un viaggio nel mondo rossiniano per scoprire la figura del maestro nella versione più completa e autentica possibile. Pesaro, città natale del Cigno, ospita a Palazzo Mosca - Musei Civici la mostra "Pesaro racconta Rossini", esposizione esperienziale e multimediale, con percorso narrativo a cura di Emanuele Aldrovandi, che vuole far rivivere la complessa vicenda biografica del compositore e far apprezzare al meglio le sue intramontabili opere.

Viene inoltre riesposta integralmente la prestigiosa collezione Hercolani-Rossini, composta da 38 dipinti e un marmo, pervenuti a Gioachino in punto di morte per ripagare un suo prestito ai nobili bolognesi Hercolani. Infine il Conservatorio G. Rossini, in collaborazione con l'Ente Olivieri e la Fondazione G. Rossini, cura una ricca sezione documentaria che ripercorre la propria storia a partire dalla nascita, nel 1882, per volontà del maestro. A Urbino, nella sede di Palazzo Ducale, Sale del Castellare, si prosegue con la mostra a cura di Vittorio Sgarbi, "Gesamkunstwerk: Pelagio Palagi e Gioachino Rossini", dedicata alle opere del noto e apprezzato pittore bolognese Pelagio Palagi; disegni, dipinti e ritratti (in gran parte inediti), provenienti dalle Collezioni della Fondazione Carisbo, dalla Fondazione Cavallini Sgarbi e da gallerie e raccolte private, documentano il "secolo" rossiniano tra neoclassicismo e romanticismo.

Nella città di Fano, al Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano, Sala Morganti, la mostra "Rossini, il teatro, la musica" prende spunto dall'esibizione fanese del piccolo Gioachino per conoscere l'innovativo teatro barocco di Giacomo Torelli e per raccontare la tematica della scrittura musicale di colui che diventerà un genio assoluto in questo campo. L'esposizione di autografi a cura della Fondazione G. Rossini e la guida all'ascolto della musica, con proiezione di video in grande scala, consentono ai visitatori di entrare in contatto con l'opera e comprenderne le partiture.

L'esposizione è stata ideata dal Comitato Promotore delle Celebrazioni Rossiniane, è promossa da Comune di Pesaro, Comune di Urbino, Comune di Fano, in collaborazione con la Regione Marche, e organizzata da Sistema Museo. L'evento si avvale inoltre dell'importante collaborazione con la Fondazione G. Rossini, il Conservatorio Statale di Musica "Gioachino Rossini", il Rossini Opera Festival, l'Ente Olivieri - Biblioteca e Musei Oliveriani, istituzioni pesaresi, e con il Museo del Pianoforte Storico e del Suono di Accademia dei Musici, struttura artistico musicale di ricerca e divulgazione della musica classica, che opera principalmente nelle Marche. (Comunicato Ufficio Stampa Sistema Museo)




Giorgio Distefano - Mare Tirrenum - tecnica mista su cartamodello intelato cm.100x160 2017 Marilina Marchica - Landscape - tecnica mista su tela di juta cm.150x105 2016 Geografie sentimentali
Giorgio Distefano | Marilina Marchica


21 luglio (inaugurazione ore 18.30) - 31 luglio 2018
091 Art Project (c/o RizzutoGallery) - Palermo
www.091artproject.it

Bipersonale di Giorgio Distefano e Marilina Marchica, a cura di Cristina Costanzo, dedicata a due differenti ricerche riconducibili a un'affine geografia sentimentale, in riferimento a una riflessione del noto fotografo Luigi Ghirri che, nell'introduzione a Paesaggio italiano (1989), notava: "Questo lavoro sul paesaggio italiano vorrei che apparisse un po' così, come questi disegni mutevoli, (...) una cartografia imprecisa, senza punti cardinali, che riguarda più la percezione di un luogo che la sua catalogazione o descrizione, come una geografia sentimentale dove gli itinerari non sono segnati e precisi, ma ubbidiscono agli strani grovigli del vedere". La mostra fa parte della rassegna "Attraverso" ed è inserita nel calendario degli eventi di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018.

Giorgio Distefano presenta "Carte della Sopravvivenza nel Mediterraneo", serie in corso d'opera che rende omaggio all'inesorabile spettacolo della Natura, in cui confluiscono i tratti peculiari della produzione dell'artista: la sperimentazione trasversale di tecniche, lo studio del paesaggio e la ricerca della resa materica e dei valori ottici legati alla distanza e al senso di astrazione di cui la figurazione è portatrice. Fonte di ispirazione primaria del progetto sono le mappe geografiche dei Musei Vaticani di Roma, che si aprono alla suggestiva commistione con diversi registri iconografici e all'uso dei cartamodelli, leit motiv dell'attività di Distefano, già scenografo e costumista. I cartamodelli, con la loro struttura geometrica e funzionale ma anche decorativa, esaltata dall'oro e dal colore, accolgono il gesto pittorico che si manifesta in un'intricata trama di linee e segni da cui scaturiscono visioni e atmosfere sospese. Opere come "Aphricum Mare", "Ionio Pelagos", "Mare Tirrenum", esposte insieme a una selezione di "Ex voto", sono la testimonianza di una o più sopravvivenze - tanto umane quanto territoriali - tra cielo e terra, "carte" liricamente fragili come le rotte della vita eppur capaci di misurarsi con l'infinito.

Nelle opere di Marilina Marchica il paesaggio e la natura conducono la visione oggettiva del reale al limite dell'astrazione attraverso un procedimento a levare, volto a rimuovere ciò che è superfluo, alla ricerca del senso che strappi, lacerazioni e scarti lasciano emergere dall'ambiente circostante e dal vissuto comune. La traccia e il segno, come riduzione del passaggio dell'uomo e testimonianza di un tempo in continuo divenire, sono i protagonisti privilegiati della ricerca dell'artista. Nelle serie "Landscapes" e "Signs", immagini poetiche e rarefatte in cui si fondono stasi e memoria, il tratto sintetico e la prassi minimalista danno origine a paesaggi entropici e segni, impronte di un universo fatto di abbandoni e fragilità, crolli e demolizioni ma anche rinascite. In equilibrio tra ordine e disordine, caos e cosmo, queste opere sono emblematiche delle mutevoli e incerte costellazioni di significato del quotidiano, icone intime e misteriose che scaturiscono dalla scarnificazione di segni e contenuti per scandagliare il significato più profondo della relazione tra uomo e natura nel tempo. Lo sguardo sulla natura come metafora del viaggio e l'urgenza esistenziale della rigenerazione sono alcune tra le assonanze delle Geografie sentimentali di Giorgio Distefano e Marilina Marchica. (Comunicato stampa)




Lorenzo Luini - Verso lontani orizzonti Luisa Garzonio. "Acqua viva"
Lorenzo Luini. "Verso il futuro"


termina il 26 luglio 2018
Location Camponovo - Varese

Nell'ambito della rassegna "Sogno d'Estate", la doppia mostra personale di Luisa Garzonio e Lorenzo Luini. L'esposizione di Luisa Garzonio presenta una selezione di opere che proseguono la ricerca dell'artista sulla personificazione del paesaggio e dei suoi elementi. «...I ritratti che s'intravedono - spiega l'artista - in filigrana su una partitura geometrica e evocativa dei paesaggi, ne sono l'identificazione. Il territorio, i giardini, gli elementi, diventano persona, anima del luogo, in un processo d'incarnazione del paesaggio. Partendo dalle mappe di città nel 2007 che generavano ritratti-volti di città, ora è il volto a farsi mappa territorio dell'anima, in una simbiosi reciproca. La tecnica prediletta resta il pastello ma nuove sperimentazioni con acrilico, danno l'avvio a una resa più strutturata.

L'acqua è uno degli elementi indagati, per la trasparenza e i suoi moti, il paesaggio della diga Panperduto uno dei suoi luoghi d'elezione di attuale studio insieme al museo Parisi valle di Maccagno e le acque del Giona. Si sa però, che il soggetto è un pretesto per sempre nuove sperimentazioni, tra nuove tecniche contemporanee vedi stampe digitali su plexiglass e il fare antico. La prassi operativa resta sempre primaria per una valorizzazione dell'artigianalità della pittura, che, resta sempre la disciplina prediletta, seppur non dimenticando l'uso delle nuove tecnologie. Anche il paesaggio e il volto restano i temi fondativi dei lavori fino a sconfinare uno nell'altro e diventare voltografie infinite e volti territoriali. Per la mostra, sono state realizzate 3 opere specifiche dedicate, che indagano il mistero e celebrano il Sacro Monte».

La personale di Lorenzo Luini presenta una sequenza di opere di arte digitale, divenuta ormai la tecnica prediletta dall'artista, che partendo dal dato reale ed oggettivo sperimenta l'uso del colore nelle sue diverse declinazioni digitali e innovative. Sfidando il buio assoluto Luini ricerca la terza dimensione usando la luce per creare le ombre che poi spariscono lasciando spazio al colore e aprendo così nuove prospettive per raggiungere lontani orizzonti. Durante questo percorso nasce la materia nella sua forma incolore dalla quale riemerge la figura che genera nuove e infinite possibilità creative. Questa azione simbolica porta verso paesaggi fantastici, illimitati, in cui lo spazio virtuale, indica l'ipotesi di un divenire cosmico. Questi scenari virtuali si prestano a fungere da sfondi nelle immagini in cui compare la figura, che diventa elemento centrale della rappresentazione. (Comunicato stampa)




Ana Kapor - Incanto d'acqua - trittico, olio su tela, cm.90x95 Triptychs
termina il 22 settembre 2018
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

Mostra collettiva - a cura di Daina Maja Titonel - in cui propone una serie di trittici tra olii, disegni e fotografia di sette artisti, italiani e non, distanti tra loro per stili e atmosfere. Della serie Russian faces, di Isabella Ducrot si espongono i ritratti dei compositori Antonin Dvorjak, Jakov Gotovac, Modest Mussorgsky, presentati per la prima volta nel 2008 alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma e successivamente a New York. Rimanendo in tema del ritratto, Francis Bacon è il protagonista del trittico inedito di Angelo Titonel. In un'atmosfera senza tempo s'immergono le immaginarie architetture medievali di Ana Kapor dai contorni nitidi e dalle magiche geometrie. Il francese Pierre-Yves Le Duc occupa una intera parete con l'imponente trittico Soap Opera: un'onda gigante di "hokusaiana" memoria compie davanti ai nostri occhi il suo ciclo vitale. Aleksandar Dimitrijevic legittima i segni degli "appunti di gioco" giocando con i segni stessi in piccole tele dai colori vivaci. Gianfranco Toso indaga la creazione della forma come tensione ad una dimensione metafisica dell'immaginazione, servendosi delle forme della geometria come strumento di ricerca. Infine l'unico trittico fotografico, quello di Veronica Della Porta, dove il close-up di venature e tagli su tavole di legno si ricompone richiamando un'astratta pittura. (Comunicato stampa)




"50"
1968 - 2018


27 settembre (inaugurazione ore 18.00) - 27 novembre 2018
Studio d'arte Cannaviello - Milano www.cannaviello.net

Lo Studio d'arte Cannaviello celebra i suoi cinquant'anni di attività (dall'anno artistico '68/'69 al '18/'19) e il suo fondatore, Enzo Cannaviello, con una mostra antologica che presenta più di 70 fra gli artisti esposti nella sua storia.

Saranno presentate opere e/o documenti di: Vincenzo Agnetti, Hermann Albert, Karin Andersen, Siegfried Anzinger, David Askevold, Donald Baechler, Georg Baselitz, Bill Beckley, Luca Bertolo, Norbert Bisky, Alighiero Boetti, Christian Boltanski, Günter Brus, Marc Camille Chaimowicz, Umberto Chiodi, Francesco Clemente, Walter Dahn, Jasper De Beijer, Francesco De Grandi, Agnes Denes, Martin Disler, Hannah Dougherty, Jean Dubuffet, Rainer Fetting, Giosetta Fioroni, Gianikian e Ricci Lucchi, Daniele Galliano, Gérard Garouste, Mimmo Germanà, Jochen Gerz, Nicky Hoberman, Karl Horst Hödicke, Peter Hutchinson, Jörg Immendorff, Edward Kienholz, Bernd Koberling, Milan Kunc, Maria Lassnig, Jean Le Gac, Les Levine, Felice Levini, Robert Longo, Urs Lüthi, Carlo Maria Mariani, Fabio Mauri, Bas Meerman, Ryan Mendoza, Helmut Middendorf, Jan Muche, Hermann Nitsch, Nunzio, Mimmo Paladino, Luca Maria Patella, A.R. Penck, Federico Pietrella, Cristiano Pintaldi, Piero Pizzi Cannella, Sigmar Polke, Luigi Presicce, Pierluigi Pusole, Sergio Ragalzi, Arnulf Rainer, Mimmo Rotella, Salvo, SEO, Gianluca Sgherri, Ettore Tripodi, Bernard Venet, Wolf Vostell, Maja Vukoje, Roger Welch, Michele Zaza, Bernd Zimmer. (Comunicato stampa)

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Paolo Pibi : Change
termina il 15 settembre 2018
Studio d'arte Cannaviello
Presentazione




Suggestioni d'Italia
Dal Neorealismo al Duemila. Lo sguardo di 14 fotografi


termina il 23 settembre 2018
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.gamtorino.it

Una mostra - a cura di Riccardo Passoni - di oltre 100 fotografie, realizzate dalla fine del Secondo dopoguerra ai primi anni Duemila, che raccontano l'Italia per immagini: il paesaggio e le città della penisola esplorati da 14 grandi fotografi, sia nell'architettura sia nella loro dimensione umana e sociale. Le foto, in bianco nero e a colori, sono selezionate con l'intento di scandagliare l'interpretazione degli 'esterni', dall'arco alpino e le città come Torino e Milano, per proseguire lungo la dorsale emiliana fino a scendere verso il Sud, tra Napoli, Matera, e infine toccare la Sicilia. Paesaggi, luoghi, e anche i cosiddetti non-luoghi fanno parte di questa carrellata. La decisione di presentare questa esposizione alla GAM nasce dalla volontà di tornare a focalizzare l'attenzione del museo sul tema della fotografia, tralasciato dalla programmazione da circa dieci anni, ma che costituisce un indubbio supporto di valore per le nostre collezioni. A cavallo del 2000 infatti, la GAM prima, e la Fondazione CRT per l'Arte Contemporanea in seguito, avevano costituito una ragguardevole collezione di fotografia dal secondo dopoguerra in avanti. Quasi tutti i grandi nomi di questo linguaggio sono entrati a far parte delle nostre collezioni.

Ai primi 'reportage' in ambito di Neorealismo e alle documentazioni politiche si affiancano distillati di paesaggio italiano e letture di alto formalismo, come di ricerca di una apparentemente semplice verità ottica di documentazione dell'architettura. Questa mostra ha l'intento di trasportare il visitatore in un continuo alternarsi di sensibilità e di atmosfere, intense e differenti, facendo emergere in filigrana una prospettiva storica-temporale delle interpretazioni del soggetto-paesaggio. Narrazioni antiretoriche che lasciano spazio a nuove retoriche dell'immagine, senza distinzione tra fotogramma al volo e situazioni accuratamente studiate. Nelle fotografie di Nino Migliori (Bologna, 1926) prevalgono i luoghi e i segni dell'uomo. Le sue immagini sui soggetti deboli sono costruite con una intenzione sapientemente narrativa. E' forse il fotografo che prima di tutti ha saputo interpretare la forza del Neorealismo.

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, GE, 1930) sembra appartenere allo stesso ordine di attenzioni: nel condurre l'obiettivo della macchina fotografica sui temi del disagio, della arretratezza sociale, in una dimensione di straordinaria epica popolare. Sui temi di un ritardo arcaico, sulla soglia dell'umiltà, si cimenta anche in seguito Mario Cresci (Chiavari, GE, 1942) sia pure in una investigazione più marcatamente concettuale. Territorio e memoria sono indagati dal punto di vista dell'uomo come dei luoghi di lavoro, le cave. Mimmo Jodice (Napoli, 1934) ha saputo interpretare, in bianco e nero, in maniera al contempo semplice e intensa, sia paesaggi sia luoghi ad alta intensità culturale e monumentale. Ciò è avvenuto nella proposizione di temi del sud e anche nelle incursioni nel nord dell'Italia. Anche Mario Giacomelli (Senigallia, AN,1925 - 2000) fissa l'attenzione sulla cultura 'bassa', collegandosi soprattutto alla indagine sulla campagna. Da qui si innesta però una rilettura formale, ad altissimo potenziale, dei campi governati dall'uomo, sfruttando al massimo le capacità del bianco e nero.

Sullo stesso orizzonte paesaggistico si è cimentato Franco Fontana (Modena, 1933), solo portando la sua ricerca sul versante di un colore trionfante, forte, di alta - per l'epoca - eccitazione cromatica. Un colore che è stato tuttavia letto in chiave mentale, inteso a portare la naturalità dei soggetti in una dimensione astraente. Di tutt'altro segno è la fotografia a colori inaugurata da Luigi Ghirri (Scandiano, RE, 1943 - Roncocesi, RE, 1992). I suoi paesaggi 'vuoti', quasi non sfiorati dalla presenza umana, ci impongono un nuovo sguardo sulle cose, architetture e paesaggi. Dai suoi scatti emerge un sentimento invincibile di mistero, che ci proietta in una nuova dimensione di interpretazione del mondo. Questa considerazione vale anche per le straordinarie fotografie - ma in bianco e nero - di Ugo Mulas (Pozzolengo, BS, 1928 - Milano, 1973). I suoi paesaggi ci obbligano a guardare in maniera diversa i soggetti, ci danno la vertigine per quel che non avevamo saputo vedere in essi prima di adesso. Ciò vale anche per la sua indagine sulle periferie brumose della città industriale, che assumono, paradossalmente un forte, inedito, fascino.

Il bianco e nero è strumento necessario anche per dare forza alle immagini di Uliano Lucas (Milano, 1942). La sua è una fotografia, infatti, di denuncia, perché riguarda la dimensione urbana e industriale, dove però è l'uomo a costituire il dato prevalente: la sua fotografia registra lotte e sofferenze, collocate in una dimensione collettiva. Sono in bianco e nero anche le fotografie di Ferdinando Scianna (Bagheria, PA, 1943). Le persone che ritrae ci inducono a considerare i luoghi in una dimensione antropologica. Queste immagini, come quelle di paesaggio, vivono di contrasti: sole-luce /buio, in una visione quasi abbacinante. Di Gabriele Basilico (Milano, 1944 - 2013) colpisce la oggettività concettuale del suo bianco e nero in cui emergono dai suoi scatti le architetture e il vuoto. La dimensione è urbana, periferica ma non solo. La regola delle geometrie, specialmente perfette, ci introduce a un nuovo ordine di considerazioni sulla natura dell'architettura e del suo potenziale connotante il paesaggio contemporaneo.

Anche le fotografie dedicate all'Abbazia di San Galgano di Aurelio Amendola (Pistoia, 1938) sono consapevoli del significato di volumi e pesi dell'elemento architettonico. Esterni, Interni, dettagli sono interpretati con religiosa semplicità. Enzo Obiso (Campobello di Mazara, TP, 1954) lavora sul potenziale del bianco e nero. La sua Sicilia solare non ne esce affatto ridimensionata, ma anzi i suoi luoghi aumentano il potenziale di mistero, di apparizioni sorprendenti. Il colore controllato degli scatti di Bruna Biamino (Torino, 1956) ci porta lontano, in una sorta di sogno lattiginoso. Architetture, paesaggi disadorni, luoghi d'acqua, alludono alla sospensione e al vuoto e contengono, al contempo, uno stato di concentrazione e di spaesamento indissolubili. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna Mini-Arte 3 a Cagliari Mini-Arte 3
Mostra Collettiva d'Arte Contemporanea


termina il 19 luglio 2018
Salotto dell'Arte - Cagliari
www.salottodellarte.it

Piccole opere ma significative. Una grande diversità di espressioni artistiche, di piccoli formati, di tecniche, che vi permetteranno di osservare, contemplare, apprezzare, di scoprire eventualmente, di ritrovare descrizioni, emozioni, ricordi come solo delle opere d'arte, piccole o grandi sono capaci di suscitare. Piccoli oggetti artistici esposti. Una serie di mostre che si susseguono nel periodo estivo e che animano il quartiere storico della Marina di Cagliari dove è situato il Salotto dell'Arte.

Artisti: Arti Noa, Michele Cara, Stefano Congiu, Anna Bonaria Cozzolino, Emanuela De Murtas, Giovanna Ferrari, Laura Lusso, Carla Melis, Giacomo Mereu, Simone Mereu Canepa, MicettaMinù Giulia Marini Alviani, Mademoiselle Crayon, Vittorio E. Pisu, Maria Chiara Pruna, Emanuela Puddu, sAveddaeMari (Comunicato stampa)




Opera di Katsuro Kimura Katsuro Kimura: Distruzione e Ricostruzione
termina il 24 luglio 2018
Fondazione Mudima - Milano
www.mudima.net

I lavori più recenti dell'artista giapponese Katsuro Kimura (Tsuyama, 1941), molti dei quali realizzati appositamente per gli spazi della fondazione. La mostra comprende lavori su carta tradizionale giapponese e lavori su pannelli di legno o lavor'acqua come li definisce lo stesso artista. Le carte Washi sono carte fatte a mano, prodotte con fibre vegetali, come da tradizione giapponese. L'artista interviene su di esse con polvere di grafite e bastoncini d'incenso. Il suo tratto è spontaneo e raffinato, gli sfumati si trasformano in materia pittorica. Sui pannelli di legno invece l'artista ha voluto recuperare l'antica tecnica dell'affresco, sovrapponendo strati di materiale. Nella parte finale del processo lavorativo, l'artista applica della cera d'api alla superficie, ottenendo così più trasparenza. In questo modo la sua pittura è organicamente viva e trattiene le tracce e le vibrazioni di una natura cangiante.

Come scrive lo stesso artista "La natura parla sempre attraverso i suoi innumerevoli cambiamenti ed evoluzioni. Rampante, continuerà a sfidare gli esseri umani con la sua forza. Pensandoci, come un flusso silenzioso, ogni giorno ci fa provare contemporaneamente i sussulti del cuore o la calma della mente. Inutile dire che la convivenza empatica con ciascuna delle quattro stagioni mi ha regalato molti benefici. Mi sono fermato di fronte a questa grandiosa percezione del movimento spazio-temporale. Ho ascoltato, toccato e, come in un gioco silenzioso, il cuore ha iniziato a vibrare permettendomi di incontrare un'energia misteriosa che mi fa sentire l'armonia tra gioia e dolore. Senza dubbio il segno lasciato da quella sensazione è fonte della mia ispirazione.

La situazione che si crea in quel 'luogo', portatrice del sistema di 'inevitabilità del tutto', è più bella di qualsiasi artefatto che l'uomo possa produrre. Sull'opera stessa ripeto l'atto di porre (o sovrapporre) gli elementi plastici secondo il cambiamento di sostanza che si verifica nella fluttuazione dello spazio-tempo. Tentando di unificare la sensazione fisica conscia con quella inconscia, affidandomi al gioco delle forme che intercorre tra il breve spazio dell'apparire e scomparire, elaboro autonomamente la mia espressione pittorica. Recentemente, in questa sperimentazione, prendo a motivo il linguaggio (calligrafia). In particolare attraverso la stratificazione di antichi caratteri hiragana (uno degli alfabeti usati in Giappone), esploro quel 'luogo'". (Comunicato stampa)




Equazioni per Luisa - raso 70x55 Il Vuoto e le Forme 6
Una sera incontrai un ragazzo gentile

Chiavenna (Sondrio), 22 luglio - 07 ottobre 2018
Chiesa e chiostri ex Convento Cappuccini | Palazzo comunale | Palazzo Pretorio | Palazzo Vertemate
Inaugurazione il 21 luglio, ore 11.00, nella Chiesa ex Convento Cappuccini
www.bellatieditore.com

Il Vuoto e le Forme giunge quest'anno alla sua 6. Edizione. La Biennale d'Arti Visive di Chiavenna, fondata da Anna Caterina Bellati nel 2008, nel 2018 si chiama Una sera incontrai un ragazzo gentile (il titolo è mutuato dal verso di una nota canzone, Amore disperato, scritta e interpretata da Nada). L'arte da sempre racconta le passioni umane, in particolare quella amorosa. Dai quadri rinascimentali a quelli moderni, il rapporto tra due individui si è evoluto nel tempo e per conseguenza è cambiata la sua rappresentazione. La mostra narra ogni possibile sfaccettatura del tema, arricchendolo in tutte le forme espressive possibili. Ogni autore presente interpreta, utilizzando le tecniche che gli sono abituali, il microcosmo della diade uomo/donna immerso nel macrocosmo che chiamiamo mondo. Il Vuoto e le Forme esplora l'animo femminile e dice, a più voci, il sorprendente viaggio dell'innamoramento. Tuttavia, poiché questa esperienza non è praticabile a tutto tondo se non all'interno di una coppia, l'indagine non si ferma ai soli risvolti del cuore muliebre, ma si specchia e addentra anche nella risposta dell'altro. Con tutti i possibili coinvolgimenti del caso. L'evento è stato ideato e progettato da Bellati Editore, a cura di Anna Caterina Bellati.

Artisti: Peggy Milleville (Solo Exhibition), Antonio Abbatepaolo, Massimo Barlettani, Carlo Cane, Carmela Cipriani, Marco Cornini, Diego Dutto, Martine Della Croce, Donato Frisia jr., Ettore Greco, Anna Lorenzini, Paola Madormo, Susanna Magrin, Marco Martelli, Filippo Negroni, Mario Paschetta, Tobia Ravà, Luana Segato, Alessandro Spadari, Marialuisa Tadei, Teresano Sara, Fulvia Zambon, Alessandro Zannier, Elisabetta Zanutto. (Estratto da comunicato stampa)




Erodiade - La Scapiliata in mostra Erodiade porta la testa di San Giovanni Battista a Salomè, di Bernardino Luini
accanto a
La Scapiliata, di Leonardo da Vinci


termina lo 02 settembre 2018
Gallerie d'Italia - Palazzo Zevallos Stigliano - Napoli
www.gallerieditalia.com

L'associazione Save the Artistic Heritage - organizzazione non profit per la promozione e la valorizzazione del patrimonio storico e artistico italiano - espone per la prima volta la riproduzione digitale del dipinto Erodiade porta la testa di San Giovanni Battista a Salomè di Bernardino Luini accanto alla celeberrima opera di Leonardo da Vinci La Scapiliata, proveniente dal Complesso Monumentale della Pilotta di Parma. L'esposizione, curata da Marco Carminati, anticipa le celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Leonardo previste per il prossimo anno. Il celebre dipinto di Leonardo è una tavoletta in legno di 27 centimetri per 21, dipinta con terra d'ombra, ambra inverdita e biacca, nota sin dal 1627 per la citazione, negli inventari di Federico Gonzaga, di "un quadro dipintovi la testa di una donna scapigliata bozzata..., opera di Leonardo da Vinci". La sua datazione è tutt'ora incerta e oggetto di studio, così come la sua effettiva natura (dipinto non finito, abbozzo, studio preparatorio), la provenienza e la sua destinazione.

Accanto a La Scapiliata sarà esposta una riproduzione digitale di Erodiade porta la testa di San Giovanni Battista a Salomè di Bernardino Luini. L'opera originale, datata tra il 1527 circa è di straordinaria importanza storica: la sorprendente somiglianza tra la Testa di fanciulla di Leonardo e la protagonista femminile del dipinto olio su tavola del pittore lombardo contribuisce a collocare a Milano il prototipo leonardesco almeno fino al 1530, sottolineando la fortissima influenza che il maestro toscano continuava a esercitare sui più giovani artisti che si erano formati o perfezionati alla sua bottega. Il dialogo tra i volti del capolavoro di Leonardo e quello di Luini è qui reso possibile grazie all'esposizione di quest'ultimo sotto forma di DAW® - Digital Art Work, copia digitale riprodotta in serie limitata, numerata e certificata, in scala 1:1 in tutto e per tutto fedele all'originale. (Estratto da comunicato stampa)




Roberto Crippa e Toni Dallara Lucio Fontana e Toni Dallara, 1961 Toni Dallara, Renzo Cortina, Buzzati Toni Dallara: Omaggi
18 settembre (inaugurazione ore 18.30) - 06 ottobre 2018
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Presentare Toni Dallara il cantante sarebbe assai facile. Uno dei primi "urlatori", inventore di uno stile inimitabile, Vincitore di Festival di Sanremo e Canzonisima, le cui canzoni ancora sono nelle orecchie e cantate non solo dai più agée ma anche dai giovani, che lo ascoltano ospite gradito nei principali network radiofonici come Radio Deejay. Ma qui si parla del Toni Dallara pittore, amante delle arti visive e amico degli artisti e dei galleristi. La sua prima mostra personale data addirittura 1960 e si tenne alla storica Galleria Cairola di Milano, negli anni del suo pieno successo canoro, seguita da una lunghissima serie di esposizioni in Gallerie altrettanto prestigiose come la galleria d'Arte Cortina di Renzo Cortina a cui lo legava una brillante amicizia. E amico dei grandi artisti della generazione storica è stato tanto che questa mostra "Omaggi" è un tributo a queste relazioni e hai Maestri che lo hanno ispirato. Mentre frequentava da protagonista il gran mondo dello spettacolo arrivando a conoscere Marylin Monroe, Dallara coltivava amicizia e familiarità con giganti dell'Arte quali Lucio Fontana, Roberto Crippa, Enrico Baj, Andy Warhol, Dino Buzzati. Questa esposizione, a cura di Stefano Cortina, ripercorre in breve la carriera pittorica di Dallara attraverso una serie di homages ai maestri che maggiormente lo hanno influenzato. (Comunicato stampa)

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50 e oltre
Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013

Catalogo a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
pag.167, ed. Cortina Arte Edizioni
Presentazione




M. L. Ritorno - Viaggio Mentale - H.50X40 acrilici e carboncino 2014 Astrazione 2.0
Quattro personalità a confronto


termina il 20 luglio 2018
Muef Art Gallery - Roma

In esposizione una trentina di opere di quattro artisti italiani contemporanei, tra astrazione geometrica e Informale. Quattro vere e proprie mini-personali di 7-8 opere ciascuno degli artisti Salvatore Alessi, Alberto Besson, Maria Luisa Ritorno e Laura Ziocchi, curate da Virgilio Patarini per Zamenhof Art in collaborazione con Muef Art Gallery

«In questa mostra si squadernano opere che vanno da una razionalità di strutture compositive di matrice spiccatamente geometrica a una ricchezza inquieta e sottilmente emotiva di stesure cromatiche e segniche di matrice più informale. Senza soluzione di continuità e con una teoria di passaggi "intermedi" in cui la geometria non ostacola, ma asseconda il pulsare dell'emozione che soggiace, e al tempo stesso ne scandisce il ritmo, passaggi che dimostrano, in maniera plastica ed evidente, che i due poli opposti -Astratto geometrico e Informale, o, fuor di metafora, Ragione e Sentimento- non sono in realtà né davvero opposti né tanto meno inconciliabili. Nello specifico le opere della Ritorno e della Zilocchi si dipanano intorno a linee curve e sinuose e stesure uniformi del colore che delimitano lo spazio e suggeriscono un fluire dell'essere, più concentrico nella Zilocchi che a tratti sembra alludere anche ad un universo alfabetico, più aperto ed eccentrico nella pittura della Ritorno che ci apre ad orizzonti visionari.

Nell'arte di Besson le forme geometriche irregolari e policrome si frastagliano in un proliferare che suggerisce un ritmo inquieto e dinamico. Nelle ultimissime opere poi la narrazione si compone in più quadri nel quadro arricchendo la complessità senza perdere il senso complessivo di equilibrio e armonia. Analogo paradosso di "equilibrato disequilibrio" costituisce la cifra della pittura di Salvatore Alessi, in cui su di una struttura di linee oblique si incardinano guizzi di pittura gestuale o segnica o frammenti di pagine di giornale o altro che aprono il significato verso orizzonti di senso più complessi e stratificati.» (Tra ragione e sentimento. Ovvero tra Astratto Geometrico e Informale, di Virgilio Patarini)




Locandina della mostra Collector's choice, con opere di Luca Pozzi, Martin Lukac, Ricardo Passaporte e Kristian Touborg a Firenze Collector's choice
Luca Pozzi | Martin Lukac | Ricardo Passaporte | Kristian Touborg


termina il 14 agosto 2018
Eduardo Secci Contemporary - Firenze
www.eduardosecci.com

Tutti e quattro gli artisti, ognuno attraverso un personale e riconoscibile linguaggio, si cimentano in un confronto diretto con l'immagine nella contemporaneità, andando alla ricerca di essa, facendola emergere da un contesto quotidiano, isolandola, manipolandola, analizzandola, riducendola a matrice, arrivando persino a valutarne la possibilità di sopravvivenza, in un mondo sovraccaricato e sovraeccitato da continui e incessanti stimoli visivi. Gli artisti, tutti nati nel corso degli anni Ottanta, sono diretti testimoni di profondi e incontrovertibili cambiamenti sociali, causati tanto dalle più recenti conquiste scientifiche, tecnologiche e digitali, quanto dalla soverchiante sottoposizione a un'estetica capitalistica e commerciale che ha contribuito a modificare la percezione che l'essere umano ha dell'immagine. Quest'ultima ricorre nelle opere degli artisti come segno, come impronta di sé; essa è ripetuta, negata o sublimata. La mostra, a cura di Claus Busch Risvig, si configura come una scelta consapevole in grado di offrire uno scorcio sui linguaggi di quattro artisti, posti per la prima volta in un inedito confronto, tale da suggerire alcune riflessioni sul ricorso all'immagine nel corso del secondo decennio del Ventunesimo secolo.

Lo spazio-tempo è da sempre al centro dell'interesse di Luca Pozzi (1983, Italia). Passato, presente e futuro sono indistinguibili. Un'unica dimensione fluida e onnicomprensiva emerge da un confronto diretto con le sue istallazioni ibride, concepite dal loro stesso autore come dispositivi di pittura sospesa nello spazio e nel tempo. I suoi "Detector", sfruttando la metafora del ping pong, rappresentano il fascio di particelle colto nell'attimo prima di un'ipotetica collisione all'interno del rivelatore. Le opere di Martin Lukac (1989, Slovacchia) si alimentano di motivi ricorrenti che egli trae liberamente da stemmi, immagini politiche o soggetti della cultura pop anni Novanta. Individuato un motivo che attrae la sua attenzione, egli lo estrapola dal contesto, lo ripete più volte, anche entro i confini della stessa tela, sino a esaurirlo completamente, giungendo in molti casi a delle vere e proprie astrazioni che rivelano la natura essenziale della sua ricerca artistica.

Immediati, diretti, mondani, sono alcuni degli aggettivi migliori per definire i dipinti e le istallazioni di Ricardo Passaporte (1987, Portogallo). Egli è un attento interprete del potere comunicativo insito nei loghi, font e colori impiegati da grandi aziende multinazionali e dall'artista stesso rivisitati, scomposti o replicati. Appropriandosi di tali icone e mettendone in risalto, non senza una certa ironia dissacratoria, il valore sociale e culturale, Passaporte dà corpo a un seducente simbolismo contemporaneo. Riproduzione tecnica e ricostruzione sono i linguaggi predominanti che Kristian Touborg (1987, Danimarca) adotta nelle sue opere. Egli tenta un superamento del concetto di tela bianca, andando a costruire degli assemblage di sensibilità dadaista, frutto delle esperienze tattili e ottiche che l'artista raccoglie nel proprio quotidiano e va a proporre sotto forma di riproduzioni manuali o digitali. Le sue opere si nutrono dell'accumulo di immagini, divenendo rappresentazione grafica di esperienze simultanee. (Comunicato stampa)




Gubbio al tempo di Giotto
Tesori d'arte nella terra di Oderisi


termina lo 04 novembre 2018
Palazzo dei Consoli, Museo Diocesano, Palazzo Ducale - Gubbio
www.civita.it

La città di Gubbio conserva intatto il suo splendido aspetto medievale, con le chiese e i palazzi in pietra che spiccano contro il verde dell'Appennino. E' ancora la città del tempo di Dante e di Oderisi da Gubbio, il miniatore che il sommo poeta incontra tra i superbi in Purgatorio e al quale dedica versi importanti, che sanciscono l'inizio di un'età moderna che si manifesta proprio con la poesia di Dante e l'arte di Giotto. La mostra vuol restituire l'immagine di una città di media grandezza ma di rilievo politico e culturale nel panorama italiano a cavallo tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, esponendone il patrimonio figurativo sia civile che religioso. Per l'occasione ha restaurato dipinti nascosti dalla polvere dei secoli, riconsegnando a Gubbio opere disperse nel corso della storia, riunendo quadri degli stessi pittori eugubini destinati ad altre città dell'Umbria, chiamando importanti prestiti dall'estero.

Dipinti su tavola, sculture, oreficerie e manoscritti miniati delineano, anche con nuove attribuzioni, le fisionomie di grandi artisti come Guido di Oderisi, alias Maestro delle Croci francescane, Il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro Espressionista di Santa Chiara ovvero Palmerino di Guido, "Guiduccio Palmerucci", Mello da Gubbio e il Maestro di Figline. Il padre di Oderisi, Guido di Pietro da Gubbio, viene oggi identificato in uno dei protagonisti della cosiddetta "Maniera Greca", da Giunta Pisano a Cimabue. Palmerino fu compagno di Giotto nel 1309 ad Assisi, e con lui dipinse le pareti di due cappelle di San Francesco, per poi tornare a Gubbio e affrescare la chiesa dei frati Minori e altri edifici della città.

A "Guiduccio Palmerucci", oggi nome di convenzione, si attribuiscono ancora rapinosi polittici. Mello da Gubbio scrisse il proprio nome ai piedi di una Madonna dal volto pieno e giulivo come le Madonne di Ambrogio Lorenzetti nella città di Siena. Il Maestro di Figline, che dipinse le vetrate per il San Francesco ad Assisi, poi il grande Crocifisso nella chiesa di Santa Croce a Firenze, è probabile che avesse lasciato a Gubbio uno straordinario polittico nella chiesa di San Francesco, che possiamo di nuovo ammirare in questa mostra grazie agli odierni proprietari che ne hanno concesso per la prima volta il prestito. Dai documenti d'archivio e dall'aspetto delle Madonne e dei Crocifissi appesi alle pareti dei musei, risulta come fossero originari di Gubbio i pittori che si affiancarono a Giunta Pisano, poi lavorarono accanto a Giotto e infine a Pietro Lorenzetti, per rivestire d'immagini variopinte il capolavoro che aprì le porte dell'arte moderna nella chiesa eretta sopra la tomba del santo di Assisi.

Tornati in patria, quei pittori, che erano stati coinvolti nella nuova lingua di Giotto e di Pietro Lorenzetti per un pubblico di papi e cardinali, si cimentarono con un piglio raffinato nello stile e popolare nell'aspetto illustrativo, per farsi intendere anche da un pubblico di fabbri e di maestri di pietra. Si parlò allora a Gubbio la lingua della lauda assieme alla lingua della Commedia. La mostra è allestita in tre sedi diverse, perché ci sono opere inamovibili, ma anche perché ci sono luoghi ricchi di significato e intrisi di bellezza: il Palazzo dei Consoli che sorge sopra una favolosa terrazza che lo fa somigliare a quelle città che i santi portano in cielo nei polittici degli altari; il Museo Diocesano che sorge accanto alla chiesa cattedrale e infine il Palazzo Ducale, che nacque come sede del Comune e finì per essere la residenza di Federico da Montefeltro, signore di Urbino.

Lungo questo percorso si potranno calcare le impronte degli uomini e delle donne di quel tempo antico, per vedere dalla stessa prospettiva e intendere con lo stesso gusto un'arte civica e religiosa insieme. Curata da Giordana Benazzi, Elvio Lunghi ed Enrica Neri Lusanna, la mostra è promossa dal Comune di Gubbio, dal Polo Museale dell'Umbria, dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell'Umbria, dalla Chiesa Eugubina e dalla Regione Umbria. L'organizzazione è affidata a Civita Mostre in collaborazione con Gubbio Cultura e Multiservizi e Associazione Culturale La Medusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Elliott Erwitt: Personae
termina lo 09 settembre 2018
Castello Carlo V - Lecce

Prima grande retrospettiva delle immagini di Elliott Erwitt sia in bianco e nero che a colori. I suoi scatti in bianco e nero sono ormai diventati delle icone della fotografia, esposti con grande successo a livello internazionale, mentre la sua produzione a colori è quasi del tutto inedita. Il percorso espositivo mette in evidenza l'eleganza compositiva, la profonda umanità, l'ironia e talvolta la comicità del grande fotografo americano, tutte caratteristiche che rendono Erwitt un autore amatissimo e inimitabile, non a caso considerato "il fotografo della commedia umana". Curata da Biba Giacchetti, la mostra comprende oltre 120 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, con Biba Giacchetti nel suo studio di New York, traendoli dal suo vastissimo archivio. Le foto, nel formato di cm.70x100 e di cm.50x60cm, sono allestite con cornici fine art e vetro antiriflesso.

Marilyn Monroe, Sophia Loren, Arnold Schwarzenegger, sono alcune delle numerose celebrità colte dal suo obiettivo ed esposte in mostra. Su tutte Erwitt posa uno sguardo acuto e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge l'ironia e la complessità del vivere quotidiano. Con lo stesso atteggiamento, d'altra parte, Erwitt rivolge la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto. Con il titolo "Personae" si allude proprio a questa sua adesione alla vita concreta degli individui e, nello stesso tempo, a un senso della maschera e del teatro, che si manifesta soprattutto in alcune foto che sono una dissacrante parodia del mondo dell'arte contemporanea.

Elliott Erwitt (Parigi, 1928), di genitori russi emigrati, ha trascorso i primi anni di vita a Milano. All'età di dieci anni, a seguito delle leggi razziali, la sua famiglia si trasferì di nuovo a Parigi, l'anno successivo a New York e poi a Los Angeles nel 1941. Mentre frequenta la Hollywood High School, Elliott lavora in un laboratorio di fotografia sviluppando stampe "firmate" per gli appassionati delle stelle del cinema. Nel 1949 torna in Europa, viaggia e fotografa in Italia e in Francia, iniziando di fatto la sua carriera professionale. Nel 1953 Erwitt viene invitato in Magnum Photos direttamente dal fondatore, Robert Capa. Nel 1968 diventa presidente della prestigiosa agenzia e ricopre tale carica per tre nomine. Quando Erwitt inizia la sua carriera, negli anni '40, la fotografia è sostanzialmente in bianco e nero.

Le prime pellicole a colori, appena comparse, sono instabili, hanno costi molto alti, risultati poco fedeli e soprattutto non gestibili nei laboratori personali dei fotografi. Con gli anni il colore migliora tecnicamente e i giornali lo adottano, imponendolo ai fotografi, che, per comodità e per scelta di linguaggio espressivo, rimangono ancorati al bianco e nero per le foto artistiche. Anche Erwitt vi si mantiene fedele, dedicando il colore solo ai lavori editoriali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall'architettura al cinema e alla moda. A distanza di decenni, intorno a queste immagini Erwitt ha compiuto un vero e proprio viaggio, durato mesi, posando su di esse uno sguardo critico e contemporaneo.

E' nata così una raccolta, pubblicata per la prima volta nel 2013 con il volume Kolor edito da teNeues. La rassegna dimostra così come la sua straordinaria sensibilità passi indifferentemente dal colore al bianco e nero e viceversa, in una totale continuità di stile e di ricerca. Dal 1953 nella storica agenzia Magnum, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant'anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo. Un'audioguida in italiano e in inglese è disponibile per tutti i visitatori. La mostra è promossa dal Comune di Lecce ed è prodotta da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57 e di Theutra. (Comunicato stampa)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

La Fotografia di Strada come paesaggio urbano
termina il 26 agosto 2018
Castello di San Vito al Tagliamento (Pordenone)
Presentazione

E il giardino creò l'uomo
termina il 24 luglio 2018
Galleria Alberto Peola - Torino
Presentazione

Robert Capa Retrospective
termina lo 09 settembre 2018
Real Albergo dei Poveri - Palermo
Presentazione

La fotografia dipinge: il Grand Tour di Andrea Samaritani
termina il 23 novembre 2018
BFMR & Partners - Reggio Emilia
Presentazione

Nancy Burson: Composites. La Pioniera dei ritratti computer-generated
termina il 30 settembre 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
Presentazione




Ghiglia. Classico e moderno
07 luglio - 04 novembre 2018
Centro Matteucci per l'Arte Moderna - Viareggio

Una monografica selezionatissima che, accanto ai capolavori più noti di colui che, in modo del tutto personale, ha saputo aggiornare la lezione di Fattori, propone, per la prima volta, una ventina di opere fondamentali, che sino ad ora, mai erano uscite dai raffinati salotti di un collezionista d'eccezione. "In Italia non c'è nulla, sono stato dappertutto. Non c'è pittura che valga. Sono stato a Venezia, negli studi. In Italia, c'è Ghiglia. C'è Oscar Ghiglia e basta". La nota affermazione di Modigliani, riferita da Anselmo Bucci nei Ricordi parigini (1931), contrasta con il silenzio venutosi a creare attorno a Ghiglia dopo la morte. Condizione riservata, come osservava Carlo Ludovico Ragghianti nel 1967 in occasione della mostra "Arte Moderna in Italia. 1915-1935", a quell'intera generazione d'artisti penalizzata dal "giudizio negativo sul fascismo".

E' con gli studi di Raffaele Monti e Renato Barilli della metà degli anni Settanta, confluiti in una serie di mostre monografiche rivelatrici di un grande talento, che il livornese comincia ad essere preso in considerazione, rappresentando un "caso" che incarna, in termini esemplari, la cultura figurativa dei primi decenni del Novecento. Una pittura, la sua, priva di contaminazioni anche per il tratto umbratile e scontroso del personaggio, non molto aperto alle relazioni, spesso in contrasto anche con amici vicini, come Giovanni Papini e Amedeo Modigliani. Se del primo, dopo la condivisione delle idee attraverso la collaborazione con Spadini, Borgese e Prezzolini al "Leonardo", mal digerì la svolta futurista, della frattura con il secondo sfuggono le ragioni.

A testimonianza di un sodalizio, che per i riflessi sull'opera appare tra i più fertili e intensi dell'arte moderna, restano le famose cinque lettere inviate, nel 1901, durante il soggiorno a Venezia e Capri, da Modigliani a Ghiglia; il tono è di un giovane che, aprendosi al mondo, intravede nell'artista più maturo il proprio alter ego. Formatosi nella Firenze "modernista" delle mostre rivoluzionarie della Promotrice e di Palazzo Corsini, da autodidatta di grande talento Ghiglia si rivela tra i più ricettivi alle nuove istanze cosmopolite, declinanti in una pittura di pura invenzione, dove classico e moderno idealmente si fondono. A cogliere in anticipo l'essenza di questo doppio registro è Llewelyn Lloyd che definisce l'arte dell'amico "originalissima non somigliante a nessun'altra, che non ha punti di riferimento né coi macchiaioli toscani né con l'impressionismo francese".

Nell'estrema generosità, il giudizio tralascia, però, i poli essenziali di riferimento: Fattori e Cézanne, dei quali Ghiglia ha percepito l'elevata caratura, rapportandovisi come ad un magistero più che come ad un modello. Negli oltre quaranta capolavori in mostra tali radici emergono inequivocabilmente, sebbene il livornese non abbia mai smesso di guardare al di là delle Alpi. In una lettera a Natali allora a Parigi scrive: "Perché non vai a trovare Rosso? Come italiano e giovine artista tu dovresti farlo (...) Digli che io lo saluto considerandolo una delle più grandi glorie di questo secolo e che spero di poterlo presto abbracciare. Sono contento che ti piaccia Van Gogh, ma cerca ancora di vedere Cézanne, ti convincerai che il passato, così, è l'avvenire". (Comuncato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Alan Gattamorta nella mostra Scogli con figure Scogli con figure
termina il 26 agosto 2018
Mostra on line

Il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta.







La Fotografia di Strada come paesaggio urbano
termina il 26 agosto 2018
Castello di San Vito al Tagliamento (Pordenone)
www.mignon.it

Nonostante il termine "Street Photography" sia stato adottato in diversi contesti sin dalla fine dell'Ottocento non esiste un preciso riferimento ad un genere fotografico nella sua specificità da un punto di vista storiografico. In un'intervista del 1981, il fotografo Garry Winogrand, oggi riconosciuto come una delle figure preminenti di questo genere, dichiarava "stupida" questa classificazione. Prima di lui questo appellativo era stato rifiutato da altri importanti fotografi. Nel 1985 il numero 101 della rivista Aperture apre con l'editoriale dal titolo "The human street" in riferimento ad una convenzionale "Street Photography" ispirata dal lavoro dei grandi maestri, Cartier-Bresson, Robert Frank e lo stesso Winogrand.

Bystander: a History of Street Photography (1994) di Colin Westerbek e Joel Meyerowitz è il primo libro che codifica questo genere con un carattere storico autorevole. Il libro indaga il divenire del genere inquadrandolo in un ampio quadro storico coinvolgendo autori che normalmente non vengono associati a questa tipologia d'immagine. L'immagine presa singolarmente non può essere codificata. E' l'approccio del fotografo ad essere determinante per definire il significato. La fotografia di strada è un modo di essere e vivere la fotografia che è usata come linguaggio con cui esprimersi.Il potenziale della fotografia nel congelare i gesti con una velocità e agilità che sono peculiari dell'istantanea sono stati già eloquentemente ottenuti con l'affermarsi del piccolo formato agli inizi del XX° secolo.

Anche se si sono raggiunti traguardi considerevoli nel primo secolo di vita della fotografia, è attraverso lo sguardo di André Kertész in Europa e di Walker Evans in America che possiamo ritenere maturo il linguaggio della "Street photography". Il lavoro di Robert Frank nel celebre volume The Americans aggiunge un nuovo valore grazie alla sequenzialità dell'iconografia fotografica. Curiosamente nella recente edizione di Bystander (2017) è stato inserito un nuovo capitolo intitolato "Now and then: in defense of traditional Street Photography", nel quale gli autori sostengono di non essere d'accordo con molte declinazioni che il genere sembra aver assunto negli ultimi anni. Pur non mettendo in discussione la validità del lavoro degli autori più recenti questa parte del libro sembra prendere le distanze rispetto a proposte che si allontanano dai tradizionali valori estetici d'intuizione, invisibilità e spontaneità.

Soprattutto le più recenti proposte sembrano aver perso di vista l'obiettivo principale della fotografia di strada: raccontare l'uomo nel suo tempo. Il gruppo Mignon già dagli anni '90 intitola alcune delle proprie mostre "Fotografia di Strada" e "Paesaggio umano" non solo per sdoganare questi termini e per delimitarne il campo d'azione, ma anche per proporre delle esposizioni dove l'accostamento delle immagini, non per autore, ma per contenuti, restituissero all'osservatore un chiaro esempio di cosa aspettarsi da questo genere fotografico in relazione al proprio tempo. Rethinking the human street rappresenta la volontà da parte di questo collettivo italiano di confermare un approccio autentico alla fotografia di strada contemporanea. (Angelo Maggi)




Miho Ikeda - utopia girl 1 - xilografia Kenji Takahashi - Uovo - marmo statuario e nylon cm18x12x12 2008 Miho Ikeda - Kenji Takahashi "Carta e Sasso"
termina il 21 luglio 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La coppia di artisti giapponesi Miho Ikeda (Tsukiyono, 1978) e Takahashi Kenji (Kitagata, 1957) esporranno in una mostra personale a due, alla Galleria Arianna Sartori, dove avevano già presentato le loro opere insieme nel 2013. La mostra "Carta e Sasso" gode del patrocinio della Fondazione Italia Giappone di Roma. "Tutte le cose cambiano forma col passare del tempo e con la modificazione naturale. La screpolatura nata sul marmo con un colpo di martello può diventare uno degli elementi della forma primaria. Io vorrei rappresentare l'inevitabilità della relazione tra spaccatura e cucitura ripetuta sul marmo. Penso che fare a pezzi il marmo è una liberazione del fisico, ricostruire è una meditazione mentale". (Kenji Takahashi)

Miho Ikeda presenterà le sue delicate xilografie e i suoi dipinti recenti, mentre Kenji Takahashi esporrà le sue sculture in marmo spaccate e ricucite. "Tramite la xilografia, l'artista Miho Ikeda intende rappresentare il mondo lirico, utilizzando la figura della ragazzina immersa in una natura onirica. (...) Fauna e flora si fondono all'unisono, poiché tutto vive in armonia nel mondo unico. La Terra non è solo per gli umani: tanti esseri vivono insieme a noi, e l'artista vuole portare rispetto ed onore a tutti i viventi. Infine, un simbolo ricorrente è la Luna, la quale sempre ci osserva dal cosmo serenamente. Le sue opere puntano a rappresentare il cosmo nella sua completezza ed armonia". (Comunicato stampa)




Nuovo allestimento museale di Castelvecchio

Dipinti su tavola appena restaurati, delicati manufatti in vetro e lattimo decorati, maioliche, croci astile, ostensori, reliquari, reperti archeologici, inediti rilievi marmorei antichi, preziose medaglie bronzee del Pisanello, e rarissime sculture lapidee policrome trecentesche saranno per la prima volta visibili al pubblico nel nuovo allestimento proposto in Castelvecchio. Alla inaugurazione (22 giugno) la rassegna Madonna in blu. Una scultura veronese del Trecento, dedicata ad una rara scultura in pietra policroma del Trecento. Insieme con la Madonna allattante, molto probabilmente proveniente dalla cattedrale di Trento ed ora nel Museo Diocesano Tridentino, opera del "maestro del sorriso", la trecentesca Madonna che si esporrà al pubblico è tra le pochissime testimonianze rimaste di scultura lapidea veronese del Trecento nel Trentino. Proveniente dal complesso agostiniano di San Marco, la Madonna è stata ora restaurata e ricondotta alle sue splendide cromie originali, su tutte la veste blu di azzurrite che ne fa un unicum nel panorama artistico nazionale.

Oltre agli oggetti "cult" delle collezioni museali, come il rarissimo piatto in vetro ametista con decorazioni a smalto eseguito a Murano nel 1450/60, fino ad oggi esposto solo in occasioni di mostre temporanee, il nuovo percorso è frutto di una completa ricognizione, riscoperta e restauro del ricco patrimonio museale conservato fino ad oggi nei depositi, che raggiunge quanto è già esposto. Sono infatti quasi oltre cento le opere d'arte che verranno presentate al pubblico dopo il loro trasferimento e un attento lavoro di restauro e pulitura in una nuova cornice allestitiva. Nuovo percorso della parte più antica del castello, Castelvecchio, concludendo quindi la prima tranche di lavori del nuovo allestimento museale, interventi che si concluderanno l'anno prossimo con il restyling espositivo anche del Magno Palazzo e che daranno un volto completamente diverso ed accattivante al maniero/museo più importante della regione.

Il riallestimento segue un criterio cronologico con la precisa scelta di contestualizzare il contenitore, ovvero gli ambienti del castello, con le proprie collezioni. Oltre la sala introduttiva alla visita, negli ambienti che ospitavano la collezione egizia trova ora posto la ricca raccolta archeologica, ampliata negli spazi e con alcune novità espositive. Dopo alcuni anni nei depositi torna infatti ad essere visibile il magnifico e monumentale mosaico romano proveniente dal Doss Trento, assieme ad altri reperti esposti per la prima volta, reliquiari, fibule, capitelli, un prezioso sacramentario gregoriano del IX secolo, corredi sepolcrali di varie zone del territorio. Nel nuovo spazio ricavato nell'andito alla Torre Granda vengono sono esposti, nella prosecuzione dell'itinerario che contempla stabilmente nuovi suggestivi ambienti, alcuni rilievi lapidei come con un leone di San Marco del XIV secolo, opera di Egidio da Campione, un affresco di San Giovanni e San Matteo proveniente dalla chiesa di S. Biagio di Mori del XII secolo, un capitello proveniente dal Duomo della bottega d'Arogno del XIII secolo.

Tra gli oggetti più significativi dell'età medievale si potrà tornare ad ammirare dopo molto tempo diversi affreschi staccati, uno dedicato all'Adorazione dei Magi, all'Ascensione e all'Annunciazione, eseguito attorno al 1360/1370, il grande riquadro del mese di aprile/maggio del 1330 con il Re di Calendimaggio, proveniente dal ciclo dei mesi di casa Franzinelli, restaurato per l'occasione, l'affresco della Battaglia proveniente da Castel Madruzzo, oggetto della recentissima donazione Larcher Fogazzaro, e ancora San Giorgio e la principessa, proveniente da Terres e la stupenda tavola della Madonna dell'Umiltà di fine Trecento realizzata da un pittore di ambito veneto.

Un'ulteriore sala è dedicata ai tanti oggetti, monili, e suppellettili che testimoniano la raffinatezza raggiunta dall'elegante età gotica, mentre l'itinerario prosegue infine con il grande ambiente dedicato all'"autunno del Medioevo", dove oggetti di oreficeria accompagnano grandi altari a portelle che testimoniano l'adozione di modelli figurativi e formali di provenienza germanica ad illustrare la composita cultura trentina. Il percorso si raccorda a questo punto con quello interno al Magno Palazzo, in una soluzione che, secondo il criterio allestitivo cronologico, prosegue con le collezioni risalenti al XVI secolo, conducendo in tal modo il visitatore a proseguire il suo viaggio nella storia e nell'arte trentina. (Comunicato ufficio Stampa Studio Esseci)




Opera dalla mostra Joan Miró. Meraviglie grafiche 1966-1976 Joan Miró. Meraviglie grafiche 1966-1976
termina lo 04 novembre 2018
Palazzo della Corgna - Castiglione del Lago (Perugia)
www.palazzodellacorgna.it

Forme, colori e segni svelano il rapporto del Maestro catalano con i «libri d'artista». In mostra 70 opere grafiche appartenenti a quattro serie complete. "È solo questo, una magica scintilla, che nell'arte conta", scriveva Miró. Nelle sue creazioni surrealiste le forme, i colori e lo straordinario alfabeto di segni sono il risultato dell'incredibile capacità di rinnovarsi alla luce di una visione globale dell'arte, vissuta con curiosità e versatilità. La mostra, a cura di Andrea Pontalti, espone quattro serie realizzate tra il 1966 e il 1976: "Ubu Roi" (1966), "Le Lézard aux Plumes d'Or" (1971), "Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró" (1975) e "Le Marteau sans maître" (1976). Quattro capolavori che raccontano il "sogno poetico" di Miró, quella sua capacità di oggettivare le immagini della fantasia e di esprimerle attraverso un linguaggio assolutamente personale.

Gli sfondi neutri vengono "macchiati" da segni scuri e colori brillanti, come blu, rosso, verde, giallo, in una precisa alternanza tra corpi informi e linee curve, per dare vita alle sue visioni oniriche. Scriveva Miró. "Ho una certa esperienza per poter realizzare quello che si può definire fare un libro, non illustrarlo, che è sempre qualcosa si secondario. Un libro deve avere la stessa dignità di un'opera scolpita nel marmo". Fino alla seconda metà dell'Ottocento l'illustrazione costituisce un apparato accessorio al testo, ne è parafrasi sempre subordinata alla parola scritta e con essa è legata da un rapporto prettamente mimetico. Il surrealismo eredita le sperimentazioni delle avanguardie precedenti, ma diventa il terreno più fecondo e longevo per la riflessione sul rapporto tra testo e parola e per la creazione dei «libri d'artista».

Per l'ampiezza delle pubblicazioni e per il costante lavoro di sperimentazione intrapreso dagli artisti, il «libro d'artista» surrealista rappresenta uno dei contributi artistici ma anche teorici più interessanti del Novecento e Miró ne fu uno dei massimi sperimentatori. Miró dialogò con l'opera di alcuni dei principali esponenti del mondo letterario del Dopoguerra. Nelle tredici coloratissime litografie di "Ubu Roi" ciascuna tavola è lavorata come una scena teatrale in cui forme e volumi sembrano potersi muovere liberamente. Ubu è un personaggio grottesco le cui funzioni viscerali dominano su quelle intellettuali e rappresenta la caricatura di ogni abiezione umana.

In "Le Lézard aux plumes d'or" Miró diventa illustratore di se stesso: "La lucertola dalle piume d'oro" rappresenta la fusione compiuta tra immagine e testo poetico, in una equilibrata coesistenza di grafismo e immagini. Nelle illustrazioni di "Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró" l'artista catalano si esprime con segni neri e vivaci macchie colorate dal forte impatto visivo. Le sue "Meraviglie" sono la perfetta espressione di quell'instancabile fantasia nel creare forme e disegni che assomigliano a un linguaggio misterioso e affascinante. Con il ciclo "Le Marteau sans maître" Miró rende omaggio al poeta René Chair, una delle voci più importanti della letteratura francese del Novecento. Anche in questa serie Miró non rinuncia al colore, ma la scelta dell'acquatinta valorizza non la lucentezza dei cromatismi ma una delicata, modulata porosità delle superfici. (Comunicato Ufficio Stampa Sistema Museo)




Opera di Utagawa Hiroshige Hiroshige
Oltre l'onda. Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts


28 settembre 2018 - 10 febbraio 2019
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.hiroshigebologna.it

Opere del Maestro Utagawa Hiroshige (1797-1858), nella seconda tappa di una grande monografica dedicata a uno dei più influenti artisti giapponesi di metà Ottocento. Una selezione di circa 220 opere, provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston e per la prima volta in Italia. Il progetto di mostra, diviso in 6 sezioni tematiche, curato da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson. L'esposizione prosegue le iniziative avviate nel 2016 per il 150° anniversario delle relazioni bilaterali Italia-Giappone. Gli anni Trenta dell'Ottocento segnarono l'apice della produzione ukiyoe. In quel periodo furono realizzate le serie silografiche più importanti a firma dei maestri dell'arte del Mondo Fluttuante, che si confermarono - qualche decennio più tardi con l'apertura del Paese - come i più grandi nomi dell'arte giapponese in Occidente.

Hiroshige, che fu Maestro dell'arte del Mondo Fluttuante, tra questi, divenne un nome celebre per la qualità delle illustrazioni di paesaggi e vedute del Giappone, per l'abilità nel descrivere gli elementi naturali e atmosferici, il trascorrere del tempo e un peculiare effetto della luce. Nevi, piogge, nebbie, chiarori di luna erano elementi che Hiroshige sapeva far percepire in modo quasi tattile e la varietà di tipologie di pioggia per ogni stagione che riuscì a rappresentare nelle sue centinaia di silografie policrome del Mondo Fluttuante, gli valse il titolo di "maestro della pioggia". Immagini molto conosciute nella cultura dell'epoca, rappresentarono una fonte di conoscenza del territorio e furono un contributo importante per la costruzione dell'immaginario collettivo, al fine di rafforzare il senso di appartenenza e di legame nazionale.

Hiroshige era sempre alla ricerca di un punto di vista alternativo che esaltasse la bellezza dei luoghi e la vivacità delle attività umane. Iniziò a lavorare con il formato orizzontale, che portò alla massima espressione nel trittico ma anche nella serie completa delle Cinquantatre stazioni di posta del Tokaido, conosciuta come Hoeido dal nome dell'editore che lanciò verso il successo Hiroshige, poi sperimentò la forma rotonda del ventaglio rigido e infine, negli anni cinquanta, approdò al formato verticale, che segnò un cambio epocale nel filone classico del paesaggio. Sfruttando l'asimmetria della composizione, in un equilibrio di pieni e vuoti che si controbilanciano nello spazio del foglio, Hiroshige mette un elemento in primissimo piano, gigante, come in una sorta di close-up fotografico, lasciando tutti gli altri elementi del paesaggio sullo sfondo e in dimensioni molto ridotte.

Questa novità stilistica sarà ben visibile in mostra in particolare nel suo capolavoro finale, Cento vedute di luoghi celebri di Edo. Qui gli elementi selezionati per il primo piano sono di dimensioni esagerate e mai mostrati per intero, tanto da diventare puri espedienti per un gioco grafico, ottico, quasi illusionistico che sfrutta tutte le tecniche prefotografiche legate ai visori ottici, all'effetto di prospettiva aumentata grazie a lenti di ogni tipo e dispositivi come la lanterna magica importati dall'Occidente e utilizzati in gran quantità dai maestri dell'epoca. La natura calma, rasserenante di Hiroshige, la sua abilità nell'uso della linea curva o spezzata che si ripete in molte sue vedute cambiando da un punto di vista ampio e sopraelevato a uno frontale ed estremamente stretto, la dedizione e la serietà con cui lavorò al tema del paesaggio fecero di lui una fonte di ispirazione importante per gli artisti europei - tra cui Van Gogh, Monet, Degas, Toulouse Lautrec - superando in questo, con la sua disciplina, anche Hokusai, genio fuori dalle righe e dalla personalità tormentata di più difficile controllo.

Accanto a silografie di prima tiratura, dove i colori e la tecnica di sfumatura bokashi sono ancora visibili intatti come raramente si può vedere, sono esposti anche una serie di disegni preparatori (shitae) realizzati a pennello e inchiostro da Hiroshige per essere poi consegnati all'incisore ma mai divenuti opere finite, motivo per cui sono arrivati a noi integri evidenziando l'abilità pittorica del maestro, capace di passare dal dettaglio più minuto a linee abbozzate come in un fumetto contemporaneo. Durante tutto il periodo di mostra sarà visibile, attraverso un video realizzato dalla Adachi Foundation, il completo processo di stampa e saranno tantissime anche le occasioni per approfondire, attraverso una serie di eventi collaterali - laboratori, corsi tematici, eventi di cinema, cucina, tattoo, manga e carta giapponese (aperti al pubblico di tutte le età) - quelle tradizioni culturali e artistiche del Giappone che fanno da sfondo alle immagini del Mondo Fluttuante, fino ad arrivare alle più attuali forme di grafica e illustrazione contemporanea che nell'ukiyoe trovano le loro radici. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra ci Sangermani Alessandro Sangermani Alessandro
01-30 settembre 2018
Camponovo del Sacro Monte di Varese

L'Artista Sangermani ci regalerà un momento ricco di poesia in un viaggio nel passato, entrerà nei nostri sguardi con un intensa spontaneità e vibrazione del colore pur rimanendo nella contemporaneita, ci farà sognare e renderà partecipi del suo enigmatico sentimento, un Artista dalle mille sfumature e da una sensibilità tutta da scoprire. E' una pittura tra espressionismo figurativo ed espressionismo astratto. (Comunicato presentazione di Manuela Cartoccio)






Immagine locandina della mostra Boico, Cervi, Frandoli, Nordio alla Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone Boico/ Cervi/ Frandoli/ Nordio
Interni navali tra arte e design 1963-1967


termina il 25 agosto 2018
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone
www.mucamonfalcone.it

Nel secondo dopoguerra gli architetti triestini Romano Boico (1910-1985), Aldo Cervi (1901-1972), Vittorio Frandoli (1902-1978) e Umberto Nordio (1891-1971) furono tra i massimi protagonisti nel campo del design e della progettazione d'interni navali. Questa esposizione si focalizza, con il supporto di foto d'epoca, studi, progetti esecutivi, bozzetti, pubblicazioni, sulle realizzazioni degli anni Sessanta sulla turbonave Galileo Galilei (1963), Guglielmo Marconi (1963), Oceanic (1965), Raffaello (1965) e sulla motonave Italia (1967). Sarà esposto anche il "Cavallo rampante" in bronzo di Marcello Mascherini, opera scultorea che decorava la sala delle feste di prima classe della turbonave Marconi. La mostra è promossa e realizzata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Monfalcone, con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia e la curatela di Francesca Nodari. (Comunicato stampa)




Opera di Karl Stengel Karl Stengel: di-segni
termina il 31 luglio 2018
Galleria ZetaEffe - Firenze
www.galleriazetaeffe.com

Karl Stengel nacque nel 1925 a Neusatz/Novisad, città sulle rive del Danubio, allora Ungheria. Ancora in età scolare venne arruolato nell'esercito e alla fine del 1943 in tutta la sua compagnia venne fatto prigioniero dei russi. E, scherzo della sorte, proprio nel lager siberiano dove era rinchiuso, Karla Stengel ebbe la sua prima mostra: un ufficiale russo lo vide disegnare in una pausa di lavoro con un pezzo di carbone su un sacco di cemmento vuoto e gli chiese di ritrarre lui e i suoi colleghi russi. Era il 1944.

"(...) Io sono dell'opinione che non contino il tipo di formazione che un artista ha ricevuto, né il numero delle sue mostre, ma solo la sua creazione, il suo lavoro. Il mio consiste in uno sforzo continuo e onesto di conferire forma ed espressione nella maniera migliore e persuasiva, a ciò che vuole e deve assumere forma, a ciò che la vita mostra a me e a tutti noi e può giungere a un'espressione più intensa attraverso un'immagine, un'immagine che può essere un dipinto, una scultura, disegno, collage o altro (...)" (Karl Stengel)

Questi disegni sono un diario di immagini - di estratti di quotidianità - che l'autore ha fissato e mette a disposizione dell'osservatore e se ne appropri e li abiti. Il segno è scultoreo ma non imbriglia il furore espressivo che, nella bella intuizione di Ed Mc Conmack, "ha una freschezza quasi da Art Brut". (Ivan Teobaldelli)

Davanti ai disegni di Karl Stengel si capisce anche come la tradizionale limitatezza espressiva di questa tecnica non sia affatto un limite, ma come anzi essa sia propriamente un veicolo di immediatezza e pienezza allo stesso modoin cui sanno esserlo solo alcune forme della danza contemporanea o del jazz. Come in queste discipline anche nei disegni di Stengel appare subito evidente come l'antinomia astratto/figurativo abbia in realtà bene poco senso. (Prof. Alessandro Tempi)

___ Presentazione di altre mostre in questa pagina con riferimenti all'Arte Astratta

James Brooks, Selected Works Vol. XI
termina lo 01 settembre 2018
Galleria Opere Scelte - Torino
Presentazione

Mario Nigro. Gli Spazi del Colore
termina lo 02 settembre 2018
Fondazione Ghisla Art Collection - Locarno
Presentazione

Valeria Modica: Le stagioni del Mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze
Presentazione

Ferruccio Gard: Intrecci Dinamici
termina il 15 luglio 2018
Museo Boncompagni Ludovisi - Roma
Presentazione

"Yesterday, Today, Tomorrow". Elegia del colore dagli anni '40 ad oggi
termina il 21 luglio 2018
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
Presentazione

Una Collezione Italiana: Opere della Collezione Merlini
termina il 23 luglio 2018
Museo Palazzo Fortuny - Venezia
Presentazione




Opera di Gian Maria Tosatti nella mostra Il mio cuore è vuoto come uno specchio - episodio di Catania Palazzo Biscari - Catania Gian Maria Tosatti
Il mio cuore è vuoto come uno specchio - episodio di Catania


16 luglio - 18 agosto 2018
Palazzo Biscari - Catania
www.un-fold.org

Per la prima volta nella sua storia, Palazzo Biscari, una delle più importanti residenze barocche della Sicilia, apre le sue porte all'arte contemporanea. Il palazzo ospiterà l'installazione site specific dell'artista Gian Maria Tosatti intitolata Il mio cuore è vuoto come uno specchio - episodio di Catania, a cura di Adele Ghirri, Ludovico Pratesi, Pietro Scammacca, e presentata da unfold, associazione culturale no profit. La mostra è inserita nella programmazione ufficiale di Manifesta12 (Palermo). Ampliando i confini fisici e concettuali dello spazio espositivo, unfold invita a investigare l'identità di questi luoghi commissionando installazioni temporanee con lo scopo di tracciare una topografia innovativa del territorio siciliano. E' il primo capitolo di un progetto che porterà l'artista in un lungo pellegrinaggio attraverso l'Europa tra le macerie della Storia moderna che allunga ancora le sue ombre sul presente, e i germogli di un tempo nuovo, forse una Nuova Storia.

Tosatti, nel suo cammino, si pone come testimone di fronte ad uno dei più profondi passaggi di civiltà che l'occidente abbia registrato, teso fra la spinta verso un futuro di totale trasformazione - profetizzata da autori come Pier Paolo Pasolini - e l'opposizione di vecchie strutture come gli stati-nazione, il capitalismo, il colonialismo, che nella loro resistenza mostrano il loro volto più sinistro. L'opera di Tosatti si propone come un viaggio che il visitatore affronterà individualmente: una sorta di percorso solitario il cui inizio coincide con l'ingresso in un nuovo monumentale romanzo visivo. Attraverso una narrazione ispirata dall'architettura dell'edificio, ma ricca di riferimenti a Visconti, Céline e ai suoi diari personali, l'artista orchestra un'esperienza immersiva, per trasformare il palazzo in una rovina contemporanea, logorando il suo genius loci.

Con la creazione di un'atmosfera spettrale, in bilico tra presenza e assenza, passato e futuro, Tosatti genera un paradosso temporale che situa il visitatore in una sorta di sepolcro della modernità, un punto di attraversamento tra due epoche radicalmente diverse che può vederci passare o fallire. Il contrasto che prende forma tra le tematiche dell'opera e gli affreschi barocchi richiama la nozione di allegoria come concepita da Walter Benjamin nel suo trattato Il Dramma Barocco Tedesco (1925). Per Benjamin, l'allegoria barocca è una forma di espressione che si manifesta durante i passaggi escatologici della Storia, quando il declino e la precarietà di una civilizzazione diventano percepibili. Il titolo della mostra derivante da Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman, si presenta come uno spazio allegorico ed entropico, dove il tempo sembra essere finito, o continuare in una dimensione ulteriore e separata.

Il lavoro di Gian Maria Tosatti (Roma, 1980) si sviluppa prevalentemente attraverso grandi cicli di opere che affrontano temi legati al concetto di identità, sia sul piano politico che spirituale. I progetti a lungo termine realizzati fin ora hanno portato l'artista ad utilizzare prevalentemente edifici storici e monumentali per farne potenti macchinari visivi capaci di sviluppare temi profondamente radicati nelle comunità di riferimento e nel presente storico. Tali operazioni, talvolta, hanno innescato processi di trasformazione di intere città (Sette Stagioni dello Spirito, Napoli 2013-2016) o aree geografiche (New Men's Land, Nord-pas-de-Calais 2015-2016). Ogni progetto realizzato dall'artista ha la forma del "romanzo visivo", spesso declinato in più capitoli, costituendo un percorso esperienziale per il visitatore che forza i limiti del rapporto tra arte e realtà.

Fondata nel 2017 da Pietro Scammacca, unfold è un'associazione culturale no profit con sede a Palazzo Biscari, Catania. Grazie al supporto della città, donazioni e altre istituzioni, l'associazione invita artisti italiani e internazionali a produrre opere site specific presso i luoghi di interesse storico-artistico siciliani. Ampliando i confini fisici e concettuali dello spazio espositivo, unfold invita a investigare l'identità di questi luoghi commissionando installazioni temporanee con lo scopo di tracciare una topografia innovativa del territorio siciliano.

La nascita di Palazzo Biscari, capolavoro del barocco siciliano, ha come preambolo un'immane tragedia: il catastrofico terremoto che nel gennaio del 1693 colpì la Val di Noto, distruggendo oltre 45 centri abitati e causando la morte di più di 60 000 persone. Ignazio Paternò Castello, III Principe di Biscari, ottenne il permesso di edificare il suo nuovo palazzo sopra il terrapieno delle mura cinquecentesche fatte edificare da Carlo V, che avevano resistito alla devastazione della città, ed affidò l'incarico all'architetto Alonzo Di Benedetto. I primi lavori di costruzione ebbero inizio nel 1702. La costruzione dell'edificio subì l'impulso definitivo quando a succedere a Vicenzo fu il figlio, Ignazio come il nonno, il "grande principe" che avrebbe impresso la propria personalità poliedrica su ogni pietra ed in ogni salone del palazzo.

Appassionato di archeologia, socio di accademie di lettere ed arti in tutta Europa, mecenate e benefattore munifico, Ignazio il grande ebbe l'idea di aggiungere un'ala dove ospitare un museo privato che accogliesse le sue collezioni archeologiche e di naturalia e mirabilia, una vera e propria Wunderkammer siciliana. Nel 1758 il museo Biscari venne inaugurato con grandi festeggiamenti, divenendo immediatamente una delle mete principali dei visitatori stranieri che estendevano il "Grand Tour" fino all'esotica isola di Sicilia. Tra i molti personaggi illustri che visitarono il palazzo, ricordiamo Johann Wolfgang von Goethe, che espresse la sua grande ammirazione per il palazzo nel suo diario Viaggio in Italia (1816). Palazzo Biscari è ora un sito permeato da storie inesplorate, un tesoro in attesa di essere interpretato e riscoperto. (Comunicato stampa)

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For the first time in its history, Palazzo Biscari, one of the most magnificent Baroque palaces in Sicily, opens its doors to a contemporary artist. From the 16th of July to the 18th of August 2018, the palace will host a site specific environmental installation by Gian Maria Tosatti entitled Il mio cuore è vuoto come uno specchio - episodio di Catania (My heart is a void. The void is a mirror - episode of Catania), curated by Adele Ghirri, Ludovico Pratesi, and Pietro Scammacca, and presented by unfold, a nonprofit cultural association founded by Scammacca in 2017. With the support of the city, donors, and other institutions, unfold invites Italian and international artists to produce site specific work based on Sicily's historical sites. By amplifying the physical and conceptual limits of the exhibition space, unfold commissions environmental works that investigate the identity of specific locations with the aim to map an innovative cultural topography of the Sicilian territory.

Il mio cuore è vuoto come uno specchio - episodio di Catania marks the first chapter of a pilgrimage that will take the artist across Europe in search of Modernity's ruinous remains, which project their shadow onto the present, and the gems of a new time-perhaps a 'New History.' Tosatti positions himself as a testimony to one of the most profound historical passages that the West has ever registered, a moment stretched between a future in total transformation-professed by authors such as Pier Paolo Pasolini-and the oppositionality of old structures, such as the nation-state, capitalism, and colonialism, which in reactionary revolt reveal their most sinister faces. The work, which takes its shape from the eighteenth-century palace, is thus a sort of prologue, a visionary and cruel space that will occupy the central stairway, the first three chambers of the salons, and the monumental ballroom. Tosatti's work presents itself as a journey that the visitor will venture individually: a solitary path as a visual novel that begins from the very first step of the central stairway.

Through a narrative structured by the architecture of the edifice, but rich with references to Visconti, Céline and his personal diaries, the artist orchestrates an immersive experience and transforms the palace into a contemporary ruin deprived of its genius loci. With the creation of this spectral atmosphere, halfway between presence and absence, past and future, Tosatti generates a temporal paradox that situates the visitor in what could be defined as the afterlife of modernity, a point of passage between two radically different epochs. The contrast that takes shape between these themes and the baroque frescoes gracing the palace's walls recalls the notion of allegory as conceptualized by Walter Benjamin in The Origin of German Tragic Drama (1925). For Benjamin, the baroque allegory is a form of expression that manifests itself in the eschatological passages of History, when the decline and precariousness of a civilization become perceptible. My heart is a void. The void is a Mirror - Episode of Catania - which borrows its title from Ingmar Bergman's The Seventh Seal, is an allegorical and entropic space, where time seems to be finished, or to continue in a separate direction. (Press release)

___ Mostre sulla Sicilia, in Sicilia e di Artisti Siciliani

Gino De Dominicis. Genio della dimensione
termina il 26 agosto 2018
Palazzo Belmonte Riso - Palermo
Presentazione

Alba Gonzales. Miti mediterranei
termina il 30 settembre 2018
Villa Malfitano (Fondazione Giuseppe Whitaker) - Palermo
Presentazione

Archimede a Siracusa
termina il 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
Presentazione

Sicilia, il Grand Tour
termina il 22 luglio 2018
Palazzo Cipolla - Roma
Presentazione

Robert Capa Retrospective
termina lo 09 settembre 2018
Real Albergo dei Poveri - Palermo
Presentazione

L'essenziale verità delle cose. Francesco Trombadori
termina lo 02 settembre 2018
Galleria d'Arte Moderna di Palermo
Presentazione




Opera di Amleto Emery nella mostra Spazio Luce Amleto Emery. Spazio Luce
termina il 15 luglio 2018
Ceramiche Ibis - Cunardo (Varese)

Artista di grande spessore intellettuale, ma ancora poco conosciuto al grande pubblico, Amleto Emery ha lasciato un grande patrimonio artistico dopo la sua scompa nel 2001. In mostra una selezione di opere che ripercorrono la sua personale ricerca che si è articolata in diverse tecniche espressive: dall'olio, l'acquerello, il pastello e il disegno. L'esposizione è promossa dall'Associazione che porta il suo nome, nata nel 2014 da un gruppo di amici e collezionisti con l'obbiettivo di rivalutare la sua figura e la sua opera. Nel corso della sua lunga ricerca, iniziata negli anni dell'immediato dopoguerra a contatto con l'ambiente artistico milanese insieme all'amico Alberto Montrasio, Emery dopo aver iniziato nel segno di una figurazione naturalistica e di un disegno votato ad una geometria concisa, approfondisce la sua ricerca in un percorso informale.

Ritornato all'attività dopo una decina d'anni di continui ricoveri, Emery riprende a dipingere con una serie di pastelli ad olio su cartone, di commovente sensibilità dedicati al paesaggio. Il lungo travaglio, dal 1976 al 1986, con continui ricoveri negli ospedali, durante i quali non ci sono possibilità di contatti e occasioni per usufruire di una certa libertà, provoca in Amleto la necessità di esprimersi in altro modo. E' l'inizio del ciclo dei lavori denominati "Spazio Luce" in cui l'artista, con personalissima originalità da lui stesso definita come "Linguaggio dell'anima", dà vita a dipinti bidimensionali di registro astratto nei quali luce e colore si compenetrano originando un naturalismo cosmico di pretta origine emotiva. Si tratta di opere ancora poco conosciute dal pubblico che grazie al lavoro dell'Associazione Amici Emery vengono presentate in una serie di mostre in luoghi storici della provincia. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre mostre in questa pagina con riferimenti all'Arte Informale

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
termina il 22 luglio 2018
Palazzo Strozzi - Firenze
Presentazione

Marco Lodola - Giovanna Fra. Tempus - Time
termina il 15 settembre 2018
Reggia di Caserta
Presentazione

Arturo Vermi
termina il 27 luglio 2018
Ca' di Fra' - Milano
Presentazione

Una Collezione Italiana: Opere della Collezione Merlini
termina il 23 luglio 2018
Museo Palazzo Fortuny - Venezia
Presentazione




Bernd und Hilla Becher - Quenching Tower Zeche Emscher Lippe Dattlen, Ruhr II 2204 - cm.91,44x75,25 fotografia bn ed 2su5 E il giardino creò l'uomo
Hilla e Bernd Becher | Botto&Bruno | Paola De Pietri | Gioberto Noro | Hamzehian/Mortarotti | Simone Mussat Sartor | Dubravka Vidovic


termina il 24 luglio 2018
Galleria Alberto Peola - Torino
www.albertopeola.com

Il titolo della mostra è la citazione del saggio E il giardino creò l'uomo di Jorn de Précy, filosofo giardiniere, personaggio letterario creato dallo storico dei giardini Marco Martella. De Précy, vissuto tra Ottocento e Novecento, epoca segnata da una grande trasformazione industriale, urbanistica e sociale, nel 1912 pubblicò in Inghilterra The lost garden in cui racconta la bellezza e la spiritualità dei giardini, luoghi sacri dove la natura può crescere libera e incontaminata, veri e propri rifugi per l'anima. Non manca di esprimere però la sua forte preoccupazione verso un mondo che sta cambiando, interrogandosi su quello che potrebbe essere il nostro destino: «(...) domandarsi cosa sarà del giardino significa domandarsi cosa ne sarà dell'umanità, tanto intimo è il legame tra giardino e uomo (...)».

L'immagine fotografica di Gioberto Noro apre la collettiva. L'opera emana un'atmosfera onirica e al contempo sacra. Per coglierne la suggestione più profonda andrebbe guardata ascoltando A horse with no name degli America, a cui Sergio Gioberto e Marilena Noro si sono ispirati per la composizione del titolo Civilisation - An elder with no name. Nata da un sogno di Marilena, realizzata all'alba con una luce piena, l'opera vuole offrire una chiave di lettura positiva, una via d'uscita alla nostra sempre più evidente disumanizzazione. La canzone degli America termina con Under the cities lies a heart made of ground, but the humans will give no love (Sotto le città si adagia un cuore fatto di terra, ma gli umani non gli daranno amore). Ma forse, se prestiamo attenzione, possiamo ancora porre rimedio a questo nostro disinnamoramento.

Chissà quali sarebbero state le osservazioni di De Précy sulla città a distanza di più di un secolo dalla pubblicazione del suo libro. Egli descriveva la città come un luogo anonimo, fatto per le masse e non per l'individuo, un luogo disumanizzante. Se questo pensiero può essere in parte condivisibile, non si può negare che le città custodiscano mille volti e nella loro complessità nascondano anche il loro fascino. Questa suggestione appare evidente nelle fotografie ossessive e frenetiche di Simone Mussat Sartor che ci racconta la città e il suo ritmo costante e convulso nell'opera Scooter nord /Scooter sud, realizzata nel 2017 durante un viaggio in Vietnam. Si percepiscono la massa, il vociare della gente, il suonare dei clacson, l'energia delirante di un luogo che sembra non dormire mai. Ed è proprio in questa frenesia che è racchiuso il potere al contempo spaventoso e ammaliante delle città.

Allo sguardo istintivo e a colori di Simone Mussat Sartor si affianca quello razionale e monocromatico di Hilla e Bernd Becher le cui immagini descrivono un paesaggio fatto di un susseguirsi di cisterne, serbatoi idrici, silos, architetture industriali che, viste attraverso i loro occhi, ci appaiono in una veste nuova e mostruosamente seduttiva, come fossero le cattedrali del XX secolo. Ma sono le opere di Botto&Bruno e di Dubravka Vidovic a sottolineare in modo più evidente la rischiosa tendenza di una società sempre più disumanizzante. Da sempre Botto&Bruno dedicano la loro arte alla periferia. Le loro opere sono il frutto di rielaborazioni in cui la periferia viene fotografata, ritagliata e ricomposta fino a creare un paesaggio periferico "altro", che non esiste nella realtà ma che potrebbe identificarsi in qualsiasi luogo.

Proprio come accade in Sing a lone star, paesaggi desolanti di degrado urbano sono spesso accompagnati da cieli plumbei, da riferimenti al mondo musicale e dalla presenza di giovani figure di cui non si riesce mai a scorgere il volto. Luoghi e identità fantasma che tentano di catturare la nostra attenzione. L'ambiente che ci descrive Dubravka Vidovic attraverso l'opera Shikumen's wall #1 ci riporta in oriente, in Cina. Qui l'artista sofferma il suo sguardo sulle superfici dei muri degli shikumen, le tradizionali case di Shanghai, la città più popolosa al mondo, dove l'aggressiva politica di sviluppo urbano ha determinato la distruzione di queste abitazioni e il conseguente sfratto degli abitanti. Prima che fossero abbattuti, Vidovic ha fotografato i muri degli shikumen, inserendovi tra i mattoni grezzi vecchi libri e frammenti di stoffa, traccia di vissuto umano altrimenti dimenticato.

Le opere esposte nell'ultima sala della galleria costituiscono il capitolo conclusivo della mostra: la natura qui sembra prendere il sopravvento sull'essere umano e sulla città, la vegetazione spontanea si riappropria di ogni luogo abbandonato dall'uomo proprio come nel Terzo Paesaggio di Gilles Clément. Paola De Pietri analizza con sensibilità il cambiamento sociale e ambientale del vasto territorio della pianura padana. La serie Questa Pianura è un lavoro meticoloso che la impegna per dieci anni, dal 2004 al 2014, durante i quali ha fotografato alberi e case coloniche ormai disabitate e spesso in rovina. Alberi e case, con una distribuzione non casuale nello spazio, hanno perso la loro funzione originaria agricola, economica e sociale, e appaiono come parole di un discorso frammentario di cui non è più possibile cogliere il senso complessivo. Se la dissoluzione e la rovina sono evidenti, gli alberi ora privati di vincoli funzionali, crescono nello spazio secondo il loro piano biologico naturale e originario.

In Black Silence i paesaggi periferici di Botto&Bruno vengono questa volta ispirati dalle illustrazioni fantastiche di Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, che gli artisti hanno via via celato attraverso sovrapposizioni e ripetizioni di segni a china, nero su bianco, dando vita a una vegetazione astratta che lentamente si riappropria di angoli e interstizi urbani. Out of Garden #2 di Gioberto Noro, immagine volutamente enfatizzata, sprigiona un'atmosfera magica e surreale. Un paesaggio con un che di lunare ingloba tra le sue rocce quel che resta di un bunker corroso dal tempo, traccia tangibile della guerra, quasi come se la natura avesse il potere di azzerare tutto, ma anche di chiederci di fermarci, di ascoltare e di ridimensionarci.

Infine, emblematica e potente è l'opera di Anush Hamzehian e Vittorio Mortarotti. Decontestualizzata dall'ampio progetto Most Were Silent realizzato ad Alamogordo, New Mexico, dove ebbe inizio l'era atomica, l'immagine tagliente di un cactus, illuminato da un flash abbagliante, sembra parlare anche di un'altra storia, quella di Pripyat, città ucraina ormai fantasma, emblema del disastro nucleare di Chernobyl, dove la natura ha riconquistato con fatica il territorio violato. E così il cactus, fotografato là dove furono eseguiti i primi test nucleari, può diventare anche simbolo della forza della natura che si oppone ai disastri ambientali che l'uomo continua a provocare. (E il giardino creò l'uomo - testo di Francesca Simondi)




Opera di James Brooks dalla mostra Selected Works Vol. XI James Brooks, Selected Works Vol. XI
termina lo 01 settembre 2018
Galleria Opere Scelte - Torino
www.operescelte.com

Undicesima mostra personale dell'artista londinese. Brooks trasforma l'informazione in un'opera d'arte astratta, creando un linguaggio alternativo. Il processo di astrazione è il metodo attraverso cui egli trasmette i propri interessi; gli piace indagare il modo in cui la società attuale si sia evoluta dalle antiche civiltà, utilizzando innovazioni scientifiche come la geometria greca, l'alfabeto latino o il sistema decimale arabo. Così l'artista crea serie nelle quali gli spazi - strade romane, antichi laghi greci, piazze e confini urbani - nelle loro parti costitutive diventano il punto di connessione tra il contemporaneo e il passato. Come un cartografo, lavora entro i confini della pura geometria priva di ogni riferimento umano. Le forme sono definite con precisione e riapplicate in una base che è una struttura geometrica.

Guardando i suoi lavori da vicino è possibile vedere i calcoli, le linee e le esplorazioni geometriche; da lontano, il colpo d'occhio è un insieme rigoroso di forme reiterate e rese in colore piatto. Nell'ultima serie, Portmanteau Portraits, continua l'esplorazione di conversioni alfanumeriche e matematiche per mettere in discussione la relazione tra linguaggio e astrazione attraverso i nomi di persone e luoghi specifici. Simile alla precedente serie Transformation of Cities - anch'essa in mostra - i Portmanteaus Portraits esplorano la metamorfosi di imperi ed epoche antiche, utilizzando specificamente i nomi delle divinità storiche greche e romane, con l'intenzione di esplorare l'idea del cambiamento delle diverse credenze della storia. (Comunicato stampa)




Manet e Massimiliano
Un incontro multimediale

19 giugno 2018 - 19 giugno 1867
La ricorrenza della morte di Massimiliano imperatore del Messico


termina il 30 dicembre 2018
Scuderie e Castello di Miramare - Trieste
www.castello-miramare.it

Dopo le celebrazioni dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo, un percorso immersivo e "multimediale" - a cura di Andreina Contessa e Rossella Fabiani, in collaborazione con Silvia Pinna - per dar vita all'incontro impossibile tra l'imperatore del Messico, fucilato il 19 giugno 1867, ed Édouard Manet, il grande pittore francese che, indignato dalla vicenda, denunciò con la sua pittura le responsabilità dell'imperialismo francese. Il sorprendente itinerario - promosso dal Museo storico e il Parco del Castello di Miramare e prodotto da Civita Tre Venezie e Villaggio Globale International - trasporterà migliaia di visitatori all'interno di questa storia, dentro i luoghi che l'hanno scandita, da Miramare al Messico a Parigi, grazie a una dimensione immersiva di suoni, proiezioni e ambienti ricreati. Sarà inoltre valorizzato anche il contesto di Miramare richiamato attraverso testimonianze quali lettere, libri, documenti e dipinti.

Ad accompagnarci in questo flashback virtuale sarà la narrazione teatrale ideata dallo sceneggiatore Alessandro Sisti e recitata da Lorenzo Acquaviva, che nei panni di Massimiliano farà rivivere le emozioni e le contraddizioni di questa trama, raccontando in prima persona le preoccupazioni dell'imperatore, il suo amore per Carlotta e per Trieste, il suo impegno per il Messico e i suoi tentativi di un governo illuminato. La "multimedialità" sarà al centro di questa rievocazione, instaurandosi su più livelli di lettura, non solo per l'evidente relazione tra il racconto digitale e l'ambiente di Miramare in cui questo viaggio viene "rivissuto", ma anche per la pluralità di piani cui rimanda.

Dai giornali, attraverso cui Manet viene a conoscenza della tragica fine di Massimiliano, alla pittura come mezzo per aprire un acceso dibattito sulla censura - che fu animato peraltro dallo scrittore Émile Zola e coinvolse figure come Giosuè Carducci e Franz Listz -, dalla narrazione scenografica e potente ai video finali di due artisti messicani che ci riporteranno all'oggi. In questo tessuto di connessioni emergerà anche la doppia valenza dell'arte, che se da un lato indossa le vesti ufficiali della cronaca, come mostrano i dipinti del tempo esposti nelle Scuderie e nel Castello, dall'altro esprime la sua capacità di smascheramento della rappresentazione della realtà.

Massimiliano, divenuto imperatore del Messico su invito dell'invasore francese Napoleone III, viene fucilato dalle truppe ribelli a Querétaro insieme ai due generali Miramòn e Mejía. Di fronte a rivolte divenute ormai scontro armato, il sovrano francese lo aveva abbandonato. L'eco della notizia giunse immediata in Europa e a Parigi. La morte di Massimiliano fu uno scandalo per le implicazioni politiche e culturali che portava con sé: sotto la patina rifulgente della Belle Époque, metteva in moto i fermenti che avrebbero condotto alla Prima Guerra Mondiale. Manet ne fu così ossessionato che realizzò tra il 1867 e il 1868 ben tre versioni di grande formato, come si confaceva ai dipinti di storia, uno schizzo ad olio e una lastra litografica. La forza polemica e la verve politica dell'opera ne impedirono l'esposizione al Salon di Parigi, dove era stata annunciata, e nessuna delle versioni dell'Esecuzione di Massimiliano fu mai esposta al pubblico finché Manet fu in vita.

Dalla partenza per il Messico, con cui si apre la mostra, allo scoppio inarrestabile della guerra civile guidata da Benito Juàrez, saremo condotti fino a Parigi, dentro lo studio di Manet. Ascolteremo i pensieri dell'artista e i commenti dei giornali del tempo, vedremo gli scatti dell'unico fotografo autorizzato a immortalare il cadavere di Massimilano sul luogo della fucilazione, Francois Aubert; davanti ai nostri occhi scorreranno le immagini dei quadri - conservati ora in vari musei d'Europa e d'America (Boston, Londra, Copenhagen, Mannheim) - di cui scopriremo dettagli e particolari inediti. Grazie a una serie di effetti speciali seguiremo l'evoluzione del lavoro. Nella prima versione del dipinto, realizzata di getto a poche settimane dal truce episodio, Manet manifesta la partecipazione emotiva agli eventi, ma risente delle ancora scarse notizie e della mancanza di immagini circolanti in Europa. Nelle versioni successive l'artista cerca di arricchire i particolari in base alle informazioni ormai diffuse.

Aggiunge così il muro di fondo, alcuni spettatori, cambia la posizione dei generali di Massimiliano e soprattutto inserisce un'invenzione che esprime una precisa presa di posizione: veste i soldati del plotone d'esecuzione non più con i panni borghesi, bensì con le uniformi dell'esercito francese, definendo il messaggio e il senso dell'opera. La versione finale del 1868 sarà la più grande, quella dal tratto più definito, in cui l'esempio della pittura spagnola e di Goya appare esplicito. Ora la cronaca si decanta e acquisisce un significato universale: dalla crudezza del primo impatto si è giunti all'equilibrio simbolico del dipinto finale e Massimiliano, fra i due generali, finisce per assomigliare a Cristo fra i due ladroni, sacrificato sull'altare dell'imperialismo francese.

Da Parigi torniamo così a Trieste, lì dove il viaggio aveva preso avvio. Il mare e le onde nell'ultima sala ci circondano. Il 15 gennaio 1868 la fregata Novara, la stessa con la quale la coppia reale era partita piena di speranze, riconduce il feretro del sovrano nell'unica città in cui Massimiliano si era sentito veramente a casa. Trieste, proclamato il lutto cittadino, veglia il corteo funebre, che attraversa le strade della città. In lontananza la sagoma del Castello di Miramare. Dopo l'esperienza immersiva ideata e realizzata da Senso Immersive (studio creativo, spin-off di DrawLight), ecco le lettere di Massimiliano, i libri della sua biblioteca riferiti al Messico e all'America, altri documenti storici - dai proclami alle stampe sulla sua fucilazione - e poi alcuni dipinti conservati nei depositi e in altri ambienti del Castello, che descrivono la partenza per il nuovo regno e il rientro della salma.

Al centro di quest'ultima sezione è esposto l'imponente Ritratto di Massimiliano Imperatore, a rievocare il simbolo delle antiche glorie. Memorie iconiche che preparano a scoprire l'immaginario messicano e la sua rivisitazione artistica in chiave contemporanea. A chiudere il percorso sono, infatti, i video di due giovani artisti Calixto Ramírez e Enrique Méndez de Hoyos, che si confrontano con una vicenda cruciale della storia del loro Paese e offrono uno sguardo che restituisce alla (nostra) prospettiva europea la lente d'ingrandimento messicana, intrecciando ancora una volta in un'unica trama presente e passato, storia e arte. (Comunicato stampa Civita Tre Venezie)

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Mostre su Trieste




Immagine per la presentazione della mostra 8 Scenografie per Macbeth 8 Scenografie per Macbeth
termina il 10 settembre 2018
Palazzo Madama - Torino

La mostra presenta le maquette realizzate dagli studenti dell'ultimo anno della laurea in Architettura del Politecnico di Torino, in collaborazione con il Teatro Regio di Torino. Se nel 2016 i progetti realizzati nel workshop dedicato a Madama Butterfly di Giacomi Puccini erano stati esposti al MAO-Museo d'Arte Orientale, in una cornice ideale per l'ambientazione esotica dell'opera, quest'anno la scelta dei curatori è caduta su Palazzo Madama, sia in considerazione delle precedenti collaborazioni con il Teatro Regio durante le celebrazioni del 2011, sia per i molti possibili confronti con le collezioni museali, che vantano un ricco patrimonio di stampe e disegni a soggetto teatrale, firmati da artisti attivi nel Settecento per la corte sabauda, come Filippo Juvarra e i fratelli Bernardino e Fabrizio Galliari. La mostra è curata da Roberto Monaco è Professore Ordinario del Politecnico di Torino; Valentina Donato è architetto; Claudia Boasso è scenografa del Teatro Regio di Torino; Attilio Piovano è docente del Conservatorio "G. Cantelli" di Novara; Loris Poët è architetto; Martina Poët è illustratrice grafica.

Le opere sono il frutto di una sinergia di competenze e conoscenze tecniche, artistiche e musicali e costituiscono il risultato di un workshop di durata annuale, nel corso del quale gli studenti hanno affrontato la complessità della macchina dello spettacolo, in particolare dell'opera lirica, approfondendo nello specifico lo studio del Macbeth di Giuseppe Verdi, il cui libretto è tratto dal Macbeth di William Shakespeare. Il workshop si è svolto nell'anno accademico 2016-17 in significativa concomitanza con le celebrazioni per i 400 anni dalla morte del grande drammaturgo e poeta inglese. Si tratta di un variegato progetto, realizzato in gran parte presso i laboratori di scenografia del Teatro Regio di Torino a Settimo Torinese, rivolto agli studenti dei corsi di laurea magistrale dell'area dell'Architettura.

Ogni anno il laboratorio si svolge a numero chiuso e coinvolge una quarantina di studenti riuniti in una decina di gruppi, che partecipano a lezioni frontali di carattere storico-musicale e scenografico, anche con l'intervento di professionisti del settore: registi, scenografi, giornalisti, critici, cantanti etc. Questa prima fase è propedeutica al lavoro vero e proprio di progettazione architettonica dell'allestimento. Già nel corso delle edizioni precedenti del workshop, che videro oggetto di studio varie opere di musicisti italiani dell'Ottocento, e anche in quest'anno accademico 2017-18 dedicato al Don Giovanni di Mozart, gli studenti hanno potuto cimentarsi con un progetto di scenografia, che ha condotto all'elaborazione di bozzetti, tavole tecniche, campioni di elementi di scena.

E' questo il materiale che occorre produrre nella realtà per l'allestimento di un'opera lirica, confrontandosi con le tecniche costruttive e i materiali imposti dal palcoscenico, in particolare da quello del Teatro Regio di Torino. In mostra sarà dunque possibile ammirare progetti veri e propri, potenzialmente pronti per una messa in scena, molto dissimili l'uno dall'altro, frutto della creatività di giovani e fantasiosi studenti, che si sono accostati con entusiasmo e competenza al mondo fatato e magico della lirica, al quale erano perlopiù estranei. Un'avventura affascinante e pressoché unica nel loro percorso di studi, che ricorderanno certo con piacere e che forse, per alcuni di loro, potrà costituire il possibile sbocco per un'attività professionale. I modelli realizzati saranno in dialogo con alcune opere a soggetto teatrale appartenenti alle collezioni di Palazzo Madama. (Comunicato stampa)




Immagine dal film Il Buono, il Brutto, il Cattivo Per il cinema italiano
Roma, 30 giugno - 21 luglio 2018
www.fondazionecsc.it

La realtà non si forma che nella memoria, scrisse Marcel Proust. Il Centro Sperimentale di Cinematografia ha fatto di questa verità uno dei suoi obiettivi primari attraverso la conservazione, il restauro e la diffusione dell'immenso patrimonio cinematografico e fotografico della Cineteca Nazionale.  Dalla memoria al futuro del cinema italiano, attraverso la Scuola nazionale di Cinema e la formazione di nuove  generazioni di cineasti che ogni anno affrontano la realtà e il futuro dell'universo audiovisivo. Una delle tre sezioni della manifestazione organizzata dal CSC e dal Mibact con la collaborazione di Luce Cinecittà, è proprio dedicata alla memoria. Tra i tanti eventi che coinvolgeranno il pubblico ci saranno le mostre allestite lungo il percorso che si snoda nell'area di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Entrando, a destra, nel porticato del Museo degli Strumenti musicali si potrà visitare la mostra fotografica curata da Alberto Crespi, intitolata "L'Italia restaurata", un racconto attraverso le immagini dei film conservati nell'archivio della Cineteca nazionale e restaurati negli ultimi anni.

"L'Italia restaurata" è un viaggio nella memoria e nell'identità del nostro Paese, attraverso una serie di fotografie e fotogrammi, che copre un arco di circa trent'anni: dalla seconda guerra mondiale alla fine degli anni Sessanta. Si parte dalla memoria della guerra con Achtung! Banditi!, Il Generale della Rovere, La Grande guerra, Paisà, Il buono, il brutto, il cattivo, La ciociara, Tutti a casa, Una giornata particolare, Roma città aperta; si percorrono gli anni difficili ma pieni di speranza del dopoguerra con Il cammino della speranza, Il bandito, In nome della legge, La lupa, Miseria e nobiltà, Non c'è pace tra gli ulivi, Riso amaro, Totò al giro d'Italia, Totò cerca casa, Umberto D;  fino ad arrivare al boom economico con Guglielmo il dentone, Divorzio all'italiana, Il sorpasso, Le mani sulla città, Rocco e i suoi fratelli, I soliti ignoti.

Un altro spazio sarà dedicato alla "Mostra degli allievi della Scuola nazionale di cinema" dove verranno esposti bozzetti, progetti scenografici e fotografie, realizzati dagli allievi dei corsi di costume, fotografia e scenografia, selezionati dai maestri Francesco Frigeri, Maurizio Millenotti e Giuseppe Lanci. E infine, nel porticato della sede del Mibact, a un passo dalla basilica di Santa Croce, gli allievi del terzo anno del corso di scenografia allestiranno "Il set di Miseria e Nobiltà" ricostruendo, a partire dalla documentazione originale del film, una scena della celebre commedia interpretata da Totò. Miseria e nobiltà è anche uno dei film restaurati che saranno proiettati nelle giornate di Santa Croce. (Comunicato stampa)




Frida Kahlo & Diego Rivera by Gisèle Freund
termina il 28 luglio 2018
Guidi&Schoen Arte Contemporanea - Genova
www.guidieschoen.com

Quando Gisèle Freund arrivò in Messico, nel 1950, la sua intenzione era di fermarsi per due settimane, il tempo necessario per scattare alcuni ritratti agli artisti, pittori e fotografi appartenenti alla comunità locale. Due anni dopo partì, quasi fuggì e in seguito disse: "sentivo che stava arrivando il momento in cui il Messico mi avrebbe divorata, è un paese dai contrasti così intensi, inumani". Gisèle nel 1933 fu costretta a lasciare la Germania per la Francia. Arrivò in Sud America nel 1942, nuovamente in fuga dal Nazismo, su invito di Sylvia Ocampo fondatrice ed editrice della rivista Sur, che l'avrebbe introdotta nei circoli dell'intellighenzia del continente. Lei comunque sopra ogni cosa voleva incontrare la tempestosa e mitica coppia formata da Frida Kahlo e Diego Rivera. Anche se molto legata al lavoro del muralista (tanto da girare su di lui un film recentemente ritrovato), si avvicinò molto velocemente a Frida.

Frida Kahlo è il soggetto principale di questo racconto che si svolge intorno a Casa Azul - la residenza/studio della coppia - situata a Coyoacán, nel Sud del Messico. Gisèle Freund usa abitualmente il bianco e nero ponendo attenzione alla luce ma non perdendo l'opportunità, da vera precursora, di scattare alcune preziose immagini a colori. Questi rari documenti ritraggono Frida immersa in una serena atmosfera vestita con un'ampia gonna a fiori e uno scialle di seta rossa a coprirle le spalle. Vediamo Frida dipingere un ritratto del padre; Frida in giardino con i suoi cani; mentre da da mangiare alle oche; Frida con il proprio medico; Frida in posa con lo sguardo pieno di forza e determinazione. Le due donne si intendono perfettamente. Sono fatte dello stesso metallo resistente a tutte le prove. Due sopravvissute sempre perseguitate per le loro idee politiche. Il fascino del mondo che ruota intorno a Frida fatto di artisti e attivisti politici è evidente nelle immagini di Gisèle. Non c'è niente di agiografico.

Freund, seguendo la sua idea di reportage, documenta e registra ogni elemento che possa avere un significato: i dettagli della casa, la tavolozza, le foto dei dipinti che la colpiscono. Per avvicinarsi a Diego Rivera, Gisèle cambia approccio adattandosi ai progetti e alla personalità larger than life del grande muralista. Gioca con le proporzioni facendo quasi scomparire l'artista nelle sue creazioni. Nei più tradizionali ritratti si sente una distanza che non traspare invece nelle fotografie in cui la protagonista è Frida; si ha quasi la sensazione che siano una concessione ad un genere, di meno essenziale necessità. Nel grande lavoro fotografico realizzato da Gisèle Freund nei due anni trascorsi in Messico, Diego e Frida si distinguono indiscutibilmente per la loro avventura umana e visiva assolutamente unica. Indubbiamente, ciò che colpisce di più, è la complicità - ritratta, immagine dopo immagine - tra la fotografa e la pittrice, tra due vite e due donne straordinarie che hanno creato immagini per esprimersi nella bellezza e nel dolore. Vere eccezioni per la loro epoca, inevitabilmente destinate ad incontrarsi e ritrovarsi. (Christian Caujolle, dal Catalogo Frida Kahlo & Diego Rivera, Edizioni Clairefontaine)

Gisèle Freund è stata una delle più importanti fotografe europee. Nel corso della sua lunga carriera ha collaborato regolarmente con Life e Time. E' stata tra i fondatori dell'agenzia Magnum. Nel 1991 le è stata dedicata una retrospettiva dal Centre Pompidou di Parigi. La mostra, composta da 30 fotografie scattate tra il 1950 e 1951, è stata realizzata in collaborazione con la lussemburghese Galerie Clairefontaine. Contemporaneamente prosegue la collettiva "Springtime in the basement " con opere inedite di alcuni degli artisti da noi rappresentati. (Comunicato stampa)




Ugo La Pietra - Rapporto città campagna, collage e disegno originale penna su carta, 24x18, 2016 - Courtesy Archivio Ugo La Pietra - Milano - Ca' di Fra' - Milano Ugo La Pietra
La città che scorre ai miei piedi


20 settembre (inaugurazione ore 18.00-21.00) - 26 ottobre 2018
Ca' di Fra' - Milano

Ugo La Pietra è un artista difficilmente etichettabile; Qualsiasi categoria risulta un abito troppo stretto. Sarebbe corretto definirlo un artista poliedrico, un caleidoscopio di curiosità intellettuali ed interessi. Negli anni '60, con il Gruppo del Cenobio sperimentò un sodalizio artistico - intellettuale che anticipò tutta la corrente della pittura segnica. Allo stesso tempo però, già a fine anni '60, andava esplorando la città dal centro alla periferia con un atteggiamento simile all'antropologo alla ricerca dei comportamenti sociali rispetto all'ambiente urbano. "Gradi di Libertà", "Tracce", "Recupero e reinvenzione" sono solo alcune tra le ormai storicizzate ricerche sul territorio. Oggi La Pietra continua a sperimentare e studiare, svolgendo ancora un ruolo di lettura ed analisi attraverso il suo segno e le sue ormai famose contrapposizioni tra segno e immagini fotografiche.

Ca' di Fra' propone due sequenze di opere riferite una alla crescita della città mentre la seconda relativa al rapporto città-campagna. Mentre nella prima - La città cresce e scorre come un fiume in piena, senza quella programmazione intelligente capace di governare un organismo in continua trasformazione - ci rivela lo stesso La Pietra, nella seconda sequenza - Il percorso dal centro verso la campagna secondo un itinerario "alla deriva" ci porta a leggere attraverso il tempo le due realtà che si scontrano e contrappongono-.

La critica definisce così questa ricerca:

Nessuna direzione, solo percezione, ma percezione nella consapevolezza, che oggi si raggiunge soltanto attraverso quell'apparente leggerezza, quell'ironia che sa cogliere il comico nella tragedia, quella capacità di sorvolare la pianificazione ormai abbandonata a se stessa e di scomparire - o di mimetizzarsi, di nascondersi - nell'indistinto. Forse, se negli anni settanta il punto dell'osservatore privilegiato era fuori dal flusso - la città scorre ai miei piedi, ma questo accade perché io sono fermo - oggi deve essere dentro il flusso: io scorro nella città. (Marco Meneguzzo, 2011)

La centralità che in Ugo La Pietra assume l'urbano quale oggetto di rappresentazione (in quanto effetto di formazioni discorsive e visive) segna in modo decisivo la radicale contemporaneità del suo intero lavoro. Se la comunicazione, il linguaggio e l'informazione si sono venute a sostituire alle precedenti condizioni del lavoro quale nuovo oggetto di espropriazione e sfruttamento, appare chiaro come la ricerca di La Pietra non sia allora altro che un continuo esperimento dentro e contro la rappresentazione, dentro e contro il linguaggio. (Marco Scotini, 2017)

Va da se che il centro verso cui si va non è solo il centro cittadino, partendo dalla periferia, ma il centro poetico, il centro della soluzione verso il quale ogni poetica tende. Ciò avviene mediante opere-analisi che ci parlano di come i territori sono stati ridisegnati geograficamente ed esistenzialmente dalle guerre e dalla pulizia etnica, c'è addirittura chi ha scritto che le guerre sono progettualmente interessanti in quanto il loro distruggere, il loro fare tabula rasa permette poi di dover ricostruire, insomma offrono occasioni progettuali (sic!). Naturalmente non Ugo La Pietra le cui opere in proposito sono una critica alla guerra e ai suoi effetti alla sua deterritorializzazione, in quanto le guerre riscrivono i territori attraverso la morte, mentre bisognerebbe farlo con Ugo sempre con e per la vita. (Giacinto Di Pietrantonio, 2017) (Comunicato stampa)




Gino De Dominicis - Il guerriero - tecnica mista acrilico e foglia oro, cm.40x40, coll.privata Palermo Gino De Dominicis - Arianna - tempera su carta intelata cm.153x153 coll. Jacorossi Gino De Dominicis
GDD - Genio della dimensione


termina il 26 agosto 2018
Palazzo Belmonte Riso - Palermo
www.poloartecontemporanea.it

Il Polo Museale regionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, presenta la mostra dedicata a Gino De Dominicis, occasione di poter vedere un'antologia di opere tra le più rilevanti del grande artista. L'iniziativa si inserisce nel calendario degli eventi culturali promossi da Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018 e della celebrazione del ventennale della scomparsa dell'artista, celebrando l'omaggio al paradosso della scomparsa di un immortale. Il Museo Riso ospiterà 60 opere pittoriche e grafiche dagli anni '80 alla fine degli anni '90. Tra queste sarà esposta per la prima volta un'opera di De Dominicis proveniente da collezione privata siciliana, seguendo un percorso coerente dal punto di vista stilistico e concettuale, concentrato sui temi mitologici e dell'immortalità.

Il lavoro di De Dominicis ha assunto un respiro internazionale, mettendo in evidenza il modo originale dei temi sviluppati nella sua produzione artistica. Le opere in mostra evidenziano il ruolo complesso che la figura di De Dominicis ha assunto nel panorama culturale italiano e internazionale. Già dalla sua prima importante personale nel 1969, presso la galleria romana L'Attico, l'opera di De Dominicis era caratterizzata da un modo di porsi non convenzionale nei confronti dei dogmi della scienza e della cultura tout court. Opere come Poltrona per un viaggio nello spazio, Due verifiche di invisibilità, e il suo stesso Necrologio, hanno già tutte le sfumature paradossali del superamento dei limiti fisici e della realtà umana, della riflessione metalinguistica e dell'impossibile realizzazione di quanto descrivono nel loro stesso titolo.

Così come l'istallazione audio dal titolo D'IO, presentata sempre nella stessa galleria romana nel 1971, opera unica nello spazio completamente vuoto, è l'istrione acustico che ironicamente diffonde il mistero dell'identità trasfigurata dal mito. Oltre al personaggio mitizzato, le opere in mostra a Palazzo Riso restituiscono un percorso artistico in cui De Dominicis costruisce il proprio "personaggio" e lo inserisce in una storia dell'inattualità e della distanza critica del presente. Gli "alter ego" fantastici di De Dominicis, dall'eroe sumero Gilgamesh alle figure aliene smaterializzate d'oro, evidenziano l'attività dell'artista totale rispetto al discorso critico e di mercato, così da riconoscere in lui il parodista, l'artista mimetico e performativo che rivendica il primato dell'opera e dell'artista.

Dichiara Valeria Patrizia Li Vigni, Direttrice del Polo Museale: "Il Museo Riso, sempre attento a non tralasciare i tre filoni fondamentali della sua programmazione - da una parte le mostre degli artisti di fama internazionale, dall'altra le antologiche sui grandi artisti siciliani e infine l'attenzione verso gli artisti dell'Archivio SACS, Sportello per l'Arte Contemporanea della Sicilia -, è riuscito a portare a Palermo una mostra antologica dedicata a Gino De Dominicis (...) La mostra di De Dominicis rappresenta per il Museo Riso un traguardo per l'unicità e grandiosità del personaggio, che amava considerare le sue opere parte integrante della sua vita. Le opere travalicano le mode e le "oscillazioni del gusto" come direbbe Gillo Dorfles. La sua volontà di non documentarle, di non voler partecipare a mostre istituzionalizzate, di non volerle stigmatizzare nelle riproduzioni fotografiche di un catalogo, sta a indicare la sua posizione nei confronti dell'opera d'arte che vive come un tutt'uno con la sua vita. Le opere di De Dominicis assumono una funzione filosofica e religiosa che è di gran lunga superiore a quella artistica. Non amava etichettarsi moderno o contemporaneo, rifuggiva le scuole tanto da non considerarsi mai affiliato ad un movimento o ad una moda critica del momento, ma allo stesso tempo ha avuto nei confronti delle scuole una funzione ispiratrice. In questo senso la sua stessa vita è divenuta un opera d'arte perché è stata il gesto assoluto dell'arte sulla forma artistica". (Comunicato stampa)




Immagine opera di Agostino Ferrari da locandina Agostino Ferrari: Segni del tempo
termina il 28 ottobre 2018
Museo del Novecento - Milano
www.museodelnovecento.org

Agostino Ferrari. "Alla fine del 1962 incominciai a usare il segno come scrittura non significante... oggi esiste ancora la consapevolezza del reale, che rappresento come ho sempre fatto, sviluppando un tema con segni e forme. Contemporaneamente esiste tutto quello che non conosco sull'uomo e la sua vita, una superficie nera che sta oltre l'esistenza, prima della nascita e dopo la morte, il vuoto e il buio, la limitatezza del nostro pensiero rispetto a quell'infinitamente grande".

Per oltre mezzo secolo Agostino Ferrari ha utilizzato il segno come strumento espressivo capace di raccontare le sue emozioni personali e le sue reazioni verso la realtà esterna ma anche come cifra di un linguaggio partecipe del mainstream contemporaneo, fra post-informale, arte programmata, minimal, pop e i vari ritorni alla pittura. Pittura a cui Agostino Ferrari non ha mai voluto rinunciare, come i compagni che nel 1962 fondano con lui il gruppo del "Cenobio" (Angelo Verga, Ettore Sordini, Arturo Vermi e Ugo La Pietra), pur riducendola ai minimi termini di un fraseggio grafico di moduli a-significanti tracciati nel colore, il cui vago modello visuale erano pagine di giornale: una tattica per coniugare la cronaca di un'epoca inquieta e radicale con un'intensa sensibilità, il pubblico con il privato.

Dopo lo scioglimento del gruppo e due soggiorni negli Usa, nella seconda metà degli anni Sessanta il lavoro di Ferrari acquista una consistenza oggettuale, in parallelo alle coeve esperienze degli amici Agostino Bonalumi, Enrico Castellani e soprattutto Dadamaino. Il segno diventa incisione concretamente praticata sulla superficie, traccia rappresentata o filo metallico in rilievo (nel ciclo intitolato "Teatro del segno"); vengono effettuate anche ricerche sulla forma, ottenuta attraverso un metodo rigoroso, di carattere processuale ("Forma totale") che suscita l'interesse e l'apprezzamento di Lucio Fontana. Infine, dopo il segno, la forma e lo spazio, l'artista prende in considerazione il colore, indagato in relazione a diverse figure geometriche, con un procedimento lucidamente razionale e tale da evitare qualunque implicazione espressiva (le opere si intitolano "Segno, forma colore" e "Autoritratto").

Alla fine degli anni Settanta, una fase di ripensamento e di bilanci definita "rifondazione" porta Ferrari a recuperare un segno più gestuale che da quel momento non lascerà più: moduli e grafie illeggibili, di consistenza diversa, talvolta impreziosite da uno spessore di sabbia nera vulcanica e brillante, si moltiplicano attraverso nuovi cicli che impegnano l'artista per alcuni decenni, dagli "Eventi" ai "Palinsesti" alle "Maternità", dove uno schema centrale (matrice) è ripetuto nella fascia più esterna del quadro, dando luogo a una ripresa con valori tonali invertiti; fino ai recenti "Oltre la soglia" e "Interno-esterno", caratterizzati dalla presenza di uno squarcio colmo di impenetrabile nero in cui il segno si immerge o da cui fuoriesce, come per connettersi all'esperienza positiva della luce con l'indefinibile alterità del nuovo spazio rivelato da Lucio Fontana con i suoi squarci e i suoi fori nella tela.

L'antologica allestita al Museo del Novecento ricostruisce l'intero percorso dell'artista milanese; nel primo ambiente saranno esposte nove opere di formato grande o grandissimo, pietre miliari che scandiscono l'ultima parte dell'itinerario di Agostino Ferrari dopo la "rifondazione": dai Palinsesti ai recentissimi Prosegni (Interno/Esterno), compresa anche un'opera inedita, eseguita appositamente per l'occasione. L'archivio invece accoglierà una serie di pezzi piccoli, esemplificativi della prima parte del percorso, dai Racconti del 1963 ai Teatri del Segno, alle Forme totali agli studi per Autoritratto (l'Alfabeto) e le analisi del colore. Moltissimi gli studi e le carte, che offrono, per la prima volta, un prezioso insight sul metodo creativo e i processi seguiti dall'artista milanese nel suo lavoro. In totale verrà esposto un centinaio di opere originali. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Nomos Edizioni e curato da Martina Corgnati. Circa 2500 le opere documentate, esclusi i multipli e i progetti, oltre a testi critici e apparati bio-bibliografici.

Agostino Ferrari (Milano, 1938) espone per la prima volta nel 1961 alla galleria Pater, presentato da Giorgio Kaisserlian. Incontra Lucio Fontana e gli artisti con cui l'anno successivo fonderà il gruppo del Cenobio. I giovani milanesi vogliono "salvare al pittura" interpretandola e rinnovandola così da renderla gesto puro, primitivo ma al contempo proteso verso il futuro. La via da seguire è quella che porta alla nascita di una vera e propria "poetica del segno" dove la tecnica pittorica si riduce a grafia e la composizione a un sovrapporsi di tratti archetipici cifrati. Dopo lo scioglimento del gruppo, Ferrari continua a coltivare il segno come scrittura non significante. Nel 1966 espone a New York, alla Eve Gallery. Successivamente, tornato in Italia, elabora cicli oggettuali e processuali dedicati agli ingredienti della pittura, segno, forma e colore, vere e proprie "messe in scena" dal carattere "fondamentalmente plastico", come scrive Lucio Fontana nel 1967.

Questa ricerca lo conduce, nel 1975, all'Autoritratto, l'unica installazione prodotta in tutto il suo itinerario creativo, esposta per la prima volta all'Arte Fiera di Bologna con la Galleria L.P.220 di Torino e, l'anno successivo, nella mostra personale a Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Negli anni successivi, tra il 1976 e il 1978, Ferrari esegue l'Alfabeto, due serie di sei opere che sono la conseguenza dei suoi studi di Segno Forma Colore e che segnano la sintesi di quanto contenuto nell'Autoritratto. Nel 1978, dopo un soggiorno a Dallas dove espone l'Alfabeto presso la Contemporary Art Gallery, riemerge in lui l'esigenza di esprimersi con il segno puro ed entra in un periodo di "rifondazione". Quasi contemporaneamente incomincia l'uso della sabbia vulcanica, che resterà caratteristica costante del suo lavoro fino ad oggi. Agostino Ferrari ha esposto in centinaia di mostre personali e collettive in Italia e all'estero.

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Arturo Vermi
termina il 27 luglio 2018
Ca' di Fra' - Milano
Presentazione




Immagine di presentazione per la mostra dedicata alla Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste La Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
Dal 12 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nuova esposizione permanente che amplia la sezione dedicata alla Telefonia. Gli oggetti provenienti dalla collezione di Claudio Sequalino, vanno a arricchire lo spazio museale inaugurato nel 2007, anno di nascita di Postemobile. dove già sono esposti numerosi radiotelefoni della collezione di Marco Zanettovich. In mostra anche gli strumenti d'epoca e quelli utilizzati per la manutenzione telefonica. La fruizione delle nuove installazioni, oltre alla possibilità di interagirvi, sarà facilitata dal posizionamento di una serie di pannelli che ripercorreranno la storia della telefonia da Meucci sino all'anno 2000. A completare il potenziamento della sezione, l'apporto tecnico e pratico fornito dalla classe V C "Elettrotecnici" dell'Istituto Tecnico Alessandro Volta di Trieste che, grazie al lavoro dello studente Federico Bologna, ha fornito al Museo Postale alcune nuove fonie automatiche che introducono ai contenuti del museo. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra dedicata ad Achille Castiglioni Achille Castiglioni (1918-2002) Visionario
L'alfabeto allestitivo di un designer regista


termina il 23 settembre 2018
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

Mostra che celebra, a cento anni dalla nascita, Achille Castiglioni, architetto e designer di fama internazionale. L'esposizione - sviluppata secondo la curatela, il progetto di allestimento e la grafica di Ico Migliore, Mara Servetto (Migliore+Servetto Architects) e dell'architetto Italo Lupi, in collaborazione per la curatela con Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo - s'inserisce nel filone dedicato ai "Maestri del XX secolo" ed è promossa in collaborazione con la Fondazione Achille Castiglioni. Protagonista della stagione d'oro del design italiano, Achille realizza nella sua intensa attività professionale ben 484 progetti di allestimenti, 290 oggetti, tra i quali si annoverano vere e proprie icone della cultura del design, e 191 progetti di architettura.

La mostra intende raccontare l'avventura degli allestimenti (per fiere campionarie, per stand o esposizioni) e degli oggetti di design disegnati prima dai fratelli Achille e Pier Giacomo e poi, dal 1968, dal solo Achille, mettendo altresì in luce il ruolo dell'allestimento temporaneo come strumento di comunicazione culturale e commerciale di straordinaria importanza, da sempre centrale nella tradizione del fare. La sperimentazione per l'"architettura effimera" è stata da sempre l'ambito d'elezione di Achille e Pier Giacomo per l'innovazione e la ricerca, che ha poi marcatamente influenzato l'architettura e il design a livello internazionale. L'esposizione fornisce anche l'occasione per ricordare la stretta amicizia che legava Achille Castiglioni al graphic designer svizzero Max Huber (1919-1992), ripercorrendo attraverso "l'alfabeto" allestitivo di Castiglioni i progetti realizzati insieme.

Il fuori scala, la cinetica, l'allegoria, il ready made, il segno grafico sono solo alcuni degli elementi chiave, ricorrenti nei progetti di Achille, che vengono messi in luce nel percorso espositivo. Dai memorabili allestimenti dei Padiglioni per Rai, Eni e Montecatini ai magistrali progetti per la cultura, per l'innovazione e per l'esposizione dei prodotti, emerge chiaramente la figura di Achille Castiglioni, capace di concepire la messa in scena come una regìa. Ogni elemento è studiato, ogni peso calibrato, il ritmo modulato; tutto è reso in funzione dell'allestimento, che si struttura come un racconto per immagini dinamico e inaspettato. Unendo la sperimentazione alla razionalità, Achille Castiglioni riesce a combinare semplicità e ironia con l'attenzione per l'utilizzo della tecnologia e dei nuovi materiali. I suoi progetti diventano così "atemporali", capaci di vivere una continua attualità nelle diverse fasi storiche.

L'esposizione presenta un patrimonio visivo di grande piacevolezza, cercando di ricostruire la storia visiva del concepimento delle idee di Castiglioni, leggibile attraverso schizzi, disegni, modelli, testimonianze video, prototipi, oggetti originali e testi autografi - di cui una gran parte è presentata per la prima volta -, grazie alla collaborazione con Carlo e Giovanna Castiglioni che gestiscono l'Archivio di Achille Castiglioni attraverso la Fondazione Achille Castiglioni insieme a Antonella Gornati. Intervallano la mostra una trentina di oggetti di design in cui fanno la loro comparsa, fra gli altri, le lampade Arco, Aoy, Noce, Ipotenusa, Toio e la Gibigiana, il sedile da giardino Allunaggio, gli sgabelli Mezzadro e Sella, le posate Dry, gli orologi Firenze e Record, lo stereo RR126 Brionvega, l'interruttore Rompitratta che ben esprimono l'atteggiamento del grande maestro, capace di guardare alle cose in modo sempre unico, traducendo nel campo del design i concetti sperimentati in ambito allestitivo.

Inoltre, all'esterno del m.a.x. museo i visitatori vengono accolti da un "bosco di manifesti", omaggio ad Achille Castiglioni; infatti, per l'occasione 22 grafici di fama mondiale - Alberto Bianda, Mauro Bubbico, Giorgio Camuffo, Rosa Casamento + Nicola Munari, Paolo Cavalli + Alfio Mazzei, Pierluigi Cerri, Alessandro Costariol, Francesco Dondina, Milton Glaser, Steven Guarnaccia, Aoi Huber Kono, Felix Humm, Michele Jannuzzi, Sergio Menichelli, Armando Milani, Mario Piazza, Massimo Pitis, Emiliano Ponzi, Guido Scarabottolo, Leonardo Sonnoli, Paolo Tassinari e Heinz Waibl - sono stati chiamati a realizzare ciascuno un manifesto grafico che traduce la genialità e fantasia rigorosa di Castiglioni.

La mostra racconta pertanto, con un taglio inedito, oltre alla "storia della grafica" e dell'allestimento, anche le vicende di una Milano imprenditoriale nel mutare dei consumi e delle relazioni internazionali della città. L'esposizione si avvale di importanti prestiti; si ringraziano per la preziosa collaborazione la Fondazione Achille Castiglioni, l'Archivio Max Huber, l'Archivio del Politecnico di Milano e l'Archivio Volonté, cui si aggiungono oggetti di design di Castiglioni della collezione del m.a.x. museo. Accompagna la mostra un catalogo bilingue italiano-inglese (Éditions d'Art Albert Skira, Ginevra, 2018) a cura di Ico Migliore, Mara Servetto, Italo Lupi e Nicoletta Ossanna Cavadini.




Siegfried Anzinger - senza titolo - 1989, tecnica mista su carta intelata cm.41x30 Siegfried Anzinger: Works on paper
termina il 29 settembre 2018
Galleria Interno 18 arte contemporanea - Cremona
www.galleriainterno18.it

La mostra, a cura di Stefano Castelli, riunisce un nucleo di una trentina di lavori su carta tra matite, carboncini, pastelli, tecniche miste di Siegfried Anzinger. La selezione di opere costituisce un focus specifico - la maggioranza dei lavori sono degli anni 1989 e 1990, con qualche sortita nei primi anni Ottanta. L'esposizione getta così uno sguardo alternativo e laterale sulla poetica dell'artista austriaco, che però consente di esplorarne alcuni tratti fondamentali. Il disegno è per lui una pratica costante, che innerva la sua produzione pittorica soprattutto negli ultimi anni. Il segno appare qui nella sua componente più diretta e cruda, di grande efficacia anche negli schizzi e nei disegni d'occasione.

Nel complesso, la mostra introduce il visitatore in una sorta di backstage del lavoro di Anzinger, nel suo processo ideativo convulso e frenetico ma sempre analiticamente teso all'obiettivo della fulminante chiusura formale. La fusione tra individuo e ambiente è il soggetto principale dei lavori. Non idilliaco, ma a suo modo utopico e marcatamente sensuale, il rapporto tra figura umana (o animale) e paesaggio è stilizzato ma articolato. Grazie alla loro datazione, le carte colgono un momento di snodo e di passaggio decisivo nella carriera dell'artista. Partendo dalla pittura più tendente alla gestualità e al colore dei primi anni Ottanta, negli anni recenti Anzinger ha infatti accentuato la componente del disegno anche nelle sue tele, con tratti complessi e articolati che sottolineano la figura, fungendo da controcanto al colore.

Siegfried Anzinger (Weyer, Austria - 1953) insegna alla Kunstakademie. Con un'opera caratterizzata da motivazioni complementari e alternative alla generale ondata Neoespressionista, negli anni Ottanta è stato protagonista eccentrico del diffuso "ritorno alla pittura". Nel suo curriculum spicca la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1988 (padiglione Austria). Tra le mostre recenti, quella del 2014 al Bankaustria kunstforum di Vienna e quella del 2010 al Lentos Kuntmuseum di Linz. In Italia, è stato di recente protagonista nel 2016 di una personale allo Studio d'Arte Cannaviello di Milano. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)




Giovanna Fra - Overexposed - foto digitale elaborata e smalto su tela cm.130x130 2018 Marco Lodola - Pegaso Viola - persplex e led cm.280x180x15 2018 Marco Lodola - Giovanna Fra
Tempus - Time


termina il 15 settembre 2018
Reggia di Caserta

Il titolo della mostra, a cura di Luca Beatrice, è un voluto riferimento al trait d'union che Marco Lodola (Dorno - Pavia) e Giovanna Fra (Pavia), grazie alle loro opere, creano fra il Tempus, la dimensione temporale legata all'antichità, al classico, alla storica sede espositiva e il Time, sintesi del mondo contemporaneo. Il percorso espositivo si compone di una selezione di opere dei due artisti, che dall'ingresso si snoda negli spazi interni, nel parco reale, fino ad arrivare agli appartamenti del piano nobile. L'immenso parco della sontuosa villa, nel raggio di un chilometro, è punteggiato da oltre venti monumentali sculture luminose di Marco Lodola che rappresentano alcuni dei suoi soggetti tipici, uomini e donne, ballerini, danzatrici, animali, figure reali e immaginarie, che metaforicamente partecipano a una festa di corte.

Questi lavori, oltre al forte impatto creato grazie alla loro imponenza e alla vivacità dei colori, si caratterizzano per la loro peculiarità: l'emanare luce, che genera dinamismo, potenza, vitalità; qualità che non riguardano solamente le opere in sé, ma che vengono trasmesse anche all'ambiente circostante. Le installazioni di Lodola appaiono in grande sintonia con le tele di Giovanna Fra che accolgono il visitatore negli appartamenti reali e, caratterizzate da un forte cromatismo, incarnano perfettamente quell'arte contemporanea in cui la contaminazione di tecniche e la sperimentazione sono elementi imprescindibili. L'artista si misura con lo spazio interno e l'architettura vanvitelliana, reinterpretando nelle sue opere i motivi decorativi settecenteschi, arazzi, carte da parati, arredi Barocchi e Neoclassici, attraverso il linguaggio segnico, costituito da tracce di colore dalle forme imprevedibili e uniche, da textures astratte che si intrecciano con le trame del supporto digitale.

I suoi lavori di matrice informale abbandonano infatti i mezzi tradizionali e, partendo da frame fotografici stampati su tela, Giovanna Fra arriva al risultato finale, percorrendo un cammino a ritroso, che la conduce a terminare l'opera con delle pennellate tradizionali, un'ulteriore dimostrazione del legame fra tempus e time e nel caso specifico del "passaggio da time a tempus". Seppure provenienti da formazioni diverse i lavori di Marco Lodola e Giovanna Fra creano un profondo dialogo e si completano vicendevolmente, ma soprattutto instaurano un forte legame con il luogo che li ospita, come afferma Luca Beatrice nel testo dedicato alla mostra: "Dialogare con stucchi, decorazioni, pitture di genere e, soprattutto, con un'architettura di inestimabile pregio può costituire infatti una sfida ardua eppure affascinante per gli artisti contemporanei, a partire dall'utilizzo di materiali anomali che solo da poco sono entrati nel novero appunto dell'artisticità. Senza contare volumi, cubature e l'immensità di un parco che farebbe spaventare chiunque. (...) Realizzare un cortocircuito visivo tra il tempus e il time, ovvero il passato e il presente, è rischio che l'arte di oggi sente di correre con sempre maggior frequenza. Ora, in particolare, tra pittura, elaborazione digitale, plastica e luce". (Comunicato stampa)




Arturo Vermi - Marina - acrilico e foglia argento su tela cm.100X80 1966 - Courtesy Archivio Arturo Vermi - Seregno | Ca' di Fra' - Milano Arturo Vermi - Tramonto - acrilico e foglia oro su tela cm.149,5x116 1966 - Courtesy Archivio Arturo Vermi - Seregno | Ca' di Fra' - Milano Arturo Vermi
termina il 27 luglio 2018
Ca' di Fra' - Milano

Seconda mostra di Arturo Vermi (Bergamo, 1928 - Paderno d'Adda, 1988) prendendo le mosse dalla prossima uscita del tanto atteso Catalogo ragionato a cura di Luciano Caramel (Skira editore). Parleranno di questo evento editoriale il professor Francesco Tedeschi, Alessandro Bonfanti di Skira e Rino Tornambè, responsabile dell'Archivio A. Vermi (Galleria Artestudio). Una personale che desidera toccare i temi portanti della ricerca di Arturo Vermi, dai Diari agli Inserti, dalle Presenze alle Sequoie ai Colloqui. Una occasione per riprendere il dialogo con la ricerca sul segno degli artisti del Gruppo del Cenobio. La serata inaugurale presenterà un altro evento di assoluto prestigio: Ca' di Fra' ed il liutaio Pierre Bohr, ospiteranno un concerto per viola da gamba del virtuoso Petr Wagner. Una contaminazione di Arti, una collaborazione gioiosa e collaudata da eventi quali il concerto per due viole da gamba di Roberto Gini e Marco Angilella nel 2010 o le improvvisazioni alla viola da gamba di Paolo Pandolfo su letture di Ugo Cornia nel 2014.

Curato da Luciano Caramel, il Catalogo ragionato di Arturo Vermi (Edizione bilingue italiano-inglese 24x28cm, 544 pagine, circa 2500 immagini a colori e in b/n) nel presentare la sua opera creativa diviene, per quella simbiosi tipica di Vermi tra impegno nell'arte e vissuto esistenziale, la sua biografia di uomo oltre che d'artista, dando spazio ai suoi sentimenti, alla sua sensibilità e spiritualità. Suddiviso in nove sezioni, ognuna corredata da note che le introducono, il catalogo illustra tutte le opere note documentate, adottando il criterio di procedere, come suggerito nel 1983 dallo stesso Vermi in una Lettera aperta, "come in un calendario, cercando di spiegare almeno i motivi contingenti e sociali che hanno motivato la ricerca".

Partendo dal periodo informale degli inizi (anni Cinquanta), viene qui presentata la vera ricerca del segno quale "interprete dello spazio". A partire dalle Lavagne e dalle Lapidi dei primi anni Sessanta, questa gestualità diventa sempre più ordinata per approdare nei Diari a un linguaggio pittorico ridotto ai minimi termini: il segno è incisivo e protagonista, si ripete in sequenze che scandiscono la superficie pittorica al punto da poter essere interpretato come scrittura. Con il proseguire del suo lavoro, il segno acquisisce in Vermi un tratto sempre più minimale: dai Paesaggi leggeri e irrazionali, alle tele monocrome segnate ora da un'asta verticale nelle Presenze, ora da due linee parallele in basso a destra nelle Figure in uno spazio tempo, ora da una linea orizzontale parzialmente incurvata a ricordo dell'onda del mare nelle Marine.

Dalla metà degli anni Sessanta la sua opera risente della vicinanza di Lucio Fontana, stimolo per approfondire il concetto di spazio, "lo spazio al di fuori della terra, lo spazio cosmico". Da qui, gli Approdi, in cui lo spazio diventa cosmico e il colore luce con l'applicazione di foglia oro e argento; gli Inserti, in cui lo spazio fuoriesce dalla struttura dell'opera, grazie all'inserimento nella tela di tavole dorate o argentate; e infine le Piattaforme, gli Esodi e i Frammenti, in cui la luce domina su tavole ricurve ricoperte da foglia oro, argento e grafite. Dopo aver eseguito un ciclo di opere dedicate agli astri, le Lune, e alle relazioni umane, i Colloqui, l'attenzione di Vermi si sposta verso una poetica di felicità, espressa nella rivista "Azzurro", di cui è ideatore e direttore, e nel Manifesto del Disimpegno del 1978. La sua ultima opera, L'Annologio, ne è esempio: "un misuratore dei tempi più umano, più in sintonia con i nostri tempi", dice l'artista. Un orologio che compie un giro di un anno come la Terra intorno al Sole e che non suddivide la vita umana in frazioni, con conseguenti obblighi, doveri e imposizioni.

Luciano Caramel (Como, 1935) è critico e storico dell'arte. Una vita per l'arte e la cultura, in cui è sempre tenace la voglia di indagare i legami profondi tra l'opera, il suo creatore e il suo tempo. Nel 1970 collabora alla Biennale a Venezia, di cui è commissario nel 1982 e, nel 2003, curatore del Padiglione dell'Uruguay. Nel 1993 è commissario della Quadriennale di Roma. La sua carriera accademica si svolge, nell'arco di un cinquantennio, nei ruoli di rettore dell'Accademia Albertina di Torino, nell'anno accademico 1976-1977, di vicerettore dell'Accademia di Brera, dal 1979 al 1982, di professore ordinario di Storia dell'arte moderna all'Università di Lecce, infine di professore ordinario di Storia dell'arte contemporanea alla Cattolica di Milano e Brescia (fino al 2008). Ha scritto, in ambito contemporaneo, sull'opera di Medardo Rosso, Manlio Rho, Mario Radice e degli altri astrattisti italiani degli anni Trenta, del M.A.C., di arte cinetica e programmata, dell'architettura futurista di Antonio Sant'Elia. (Comunicato stampa)

I cortili di ringhiera della Vecchia Milano si animano.
.. ore 18.30-19.30, Petr Wagner, concerto per viola da gamba
.. ore 20.00 F. Tedeschi, presentazione del Catalogo ragionato di Arturo Vermi




Scenari
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze

Opera di Giulio Perfetti Giulio Perfetti: Su per le vie dell'Infinito
Plus Florence - Piano Beige

"Nella fase oggi più acuta della mitografia e dell'ideologia irrazionale, l'abbandono al gesto, alla forma e alla materia, costituiscono per Giulio Perfetti la dimensione dell'atto totale. Lo spazio si apre all'incidenza del tempo e procede in un percorso ritmico che scandisce tre coordinate, ovvero tempo, spazio e percezione. Merito di Perfetti è aver visualizzato questo concetto con la tecnica della pittura e non solo, grazie all'apertura alla psicologia, alla filosofia, alla stilistica, allo strutturalismo. L'accumulo di iconologie sedimentate si porta in una direzione di racconto, con caratteristiche di cultura e di linguaggio che lasciano leggere Novelli, Perilli e Barucchello, sicchè Giulio Perfetti è un artista dello spazio mentale e immaginativo che allude a un tempo illimitato di durato, quel tempo che segna e contempla l'infinito". (Carlo Franza)

Giulio Perfetti (Macerata, 1968) studia presso la Scuola d'Arte e l'Accademia delle Belle Arti. Interrompe quasi subito il corso di Pittura e continua nel percorso diventato la sua professione, il design d'arredamento. Sin dal 1994 partecipa a rassegne artistiche, confrontandosi con nuove produzioni che lo portano a realizzare diverse forme di espressive senza mai dimenticare il suo timbro poetico. (...) Lavorare con la luce è una delle ultime ricerche dell'artista che, per la seconda edizione del "Festival delle Grotte di Sant'Eustachio" 2011 a San Severino Marche, ha realizzato l'opera AM-gse-1, una citazione del monolite che compare nel film 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

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Opera di Eugenia Serafini Eugenia Serafini: Omaggio a Salvatore Quasimodo nel 50° della morte
Plus Florence - Piano Rosso

"E' proprio l'arte e anche la poesia a certificare nel tempo gli incontri, le relazioni, le influenze nell'incontro pur a distanza con sensibilità, entità, anime ugualmente risonanti; lo è maggiormente in certe occasioni come questa, ovvero la commemorazione per i cinquant'anni della scomparsa dell'illustre poeta italiano Salvatore Quasimodo (1968-2018), Premio Nobel per la Poesia, che ha innestato e dato spunto a un'altra illustre artista italiana qual'è Eugenia Serafini poetessa anch'ella, a porgere l'omaggio con una mostra e una serie di dipinti (...)

La poesia di Quasimodo, gli episodi della vita, i rimandi alla Sicilia e alla sua classicità, il dramma della guerra, gli episodi della giovinezza, le stazioni e il passaggio dei treni come metafora degli anni e del transito sulla terra, le riflessioni sulla vita e la morte e ogni altra cosa che poteva muovere e smuovere la creatività poetica dell'illustre italiano, tutto ciò ha portato a fermentazione anche la creatività fantastica e illuminante di Eugenia Serafini per l'accoglienza date alle immagini, per la dolcezza della memoria, per la loro sensualità, attive nella Sicilia-Grecia che riassume i sentimenti dell'infanzia isolana; Quasimodo e la sua terra animata da splendidi paesaggi mitici, da una plastica classicità, di una terra dolente, amara, chiusa nella sua sofferta ricerca, nel bisogno di essere amata. I dipinti mettono in luce il mondo della Sicilia, della natura, dei luoghi cari a Quasimodo, pure attraversati dal mistero dell'esistente attraverso il filtro della memoria. Eugenia Serafini è in questo processo materico, segnico, creativo, moderno, artista impareggiabile, perché fa vivere il dato poetico, la parola di Quasimodo, il verso prescelto nei termini di una edificazione, di una restituzione oggettiva del reale ed esprimendo così anche tutte le potenzialità della pittura. Opere, quelle di Eugenia Serafini, di respiro assolutamente grandioso, per la ricchezza di colore e di luce, infatti in questo colto e leggero apparire, questo capitolo pittorico nel solco di quella cultura poetica quasimodiana svela e rivela le coordinate storico-esistenziali del poeta qui ricordato". (Carlo Franza)

Eugenia Serafini, Docente universitaria, artista e scrittrice/performer, giornalista, si è laureata in Lettere Classiche all'Università La Sapienza di Roma ed è stata allieva del grande Natalino Sapegno. Figura complessa e interessante, è stata Docente di Storia dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Carrara e dell'Accademia dell'Illustrazione e della Comunicazione Visiva di Roma, e dal 1999 Docente di Disegno dell'Università della Calabria. E' nata a Tolfa (Roma), piccolo e attraente borgo etrusco, nel 1946 e il suo percorso culturale l'ha portata a diventare artista di spicco nell'arte contemporanea internazionale. Poeta performer e installazionista, lavora da anni alla contaminazione intermediale e all'arte totale, utilizzando e fondendo gli apporti di diversi rami creativi: da quello visivo-digitale a quello teatrale, poetico e musicale che utilizza nella creazione delle sue installazioni performative. Direttrice editoriale dell'Artecom-onlus, ne ha ideato e dirige la Collana di Libri d'Artista e la Sezione per l'Ex-libris ed è responsabile delle rubriche di Arte e Letteratura Contemporanea della rivista FOLIVM. Numerose le sue pubblicazioni di saggi e monografie di artisti moderni e contemporanei. Vanta una vasta produzione di scrittura creativa e libri d'artista. La sua ultima pubblicazione è il bellissimo volume di poesia visuale e performativa con CD delle sue Performances, "Canti di cAnta stOrie", Roma 2008, presentato dall'indimenticabile professor Mario Verdone che le è stato vicino per tanti anni nel suo percorso artistico ed esistenziale. Realizza da anni eventi di Cultura sul Territorio nella città di Roma ed eventi multimediali con partecipazioni internazionali di altissimo livello.

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Opera di Elena Borboni Elena Borboni: Una finestra sul mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Piano Azzurro

"C'è una lettura ad ampio raggio del mondo e della natura, tradotta attraverso una pittura che sfaccetta in mondo anche simbolista ogni elemento che la Borboni ritrova utile alla sua poetica. Paesaggi, cosmo, natura in crescita, la arborea rinascita della primavera, il ventre materno che genera la vita, tutto diventa occasione di studio pittorico, di segnale di vita, di bellezza, accompagnato da una esplosione di colori capace di destare sorpresa, stupore, canto alla vita. Sappiamo che la Borboni da anni si cimenta con tecniche e materiali diversi, e sempre sorprende per la maestria dell'uso dei colori, per l'eleganza e la compostezza delle forme, per la brillante operosità delle composizioni (...) (Carlo Franza)

Elena Borboni (Ome - Brescia, 1947) fonda una sua scuola di pittura dove insegna per anni e contemporaneamente affina ed amplia le conoscenze d'arte frequentando numerosi stage. Ha tenuto mostre collettive e personali in più città italiane.

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Opera di Tony Tedesco Tony Tedesco: "Impronte adimensionali"
Plus Florence - Piano Arancio

"Il lavoro di Tony Tedesco che da anni si misura sulle 'impronte adimensionali' si connatura con le culture antiche. Gli anonimi cavernicoli che, circa 17.500 anni fa, affrescarono con il racconto della loro vita, dei loro sogni e delle loro paure, il cunicolo delle grotte in località Lascaux, appoggiarono, tra l'altro, sulle pareti le loro mani lasciando decine di impronte colorate. Quelle figure stabiliscono quella che lo storico dell'arte Georges Didi-Huberman ha definito, nel suo omonimo libro, la 'somiglianza per contatto' (La ressemblance par contact, 2008). Gli 'artisti delle grotte di Lescaux', infatti, non dipinsero le mani, ma lasciarono un'impronta, produssero un segno attraverso la pressione di un corpo su una superficie. (...) Tony Tedesco ha disegnato la complessità del mondo, la complessa articolazione tra impronta e immagine nel passaggio tra la tradizione classica e quella cristiana. Ma fa sua, propria, l'impronta dell'età antica come traccia eternalizzata di un passaggio fisico, considerata più vera dell'immagine." (Carlo Franza)

Tony Tedesco (Milano, 1952) ha frequentato la Scuola d'Arte del Castello Sforzesco e l'Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 1970 al 1982 si è dedicato allo studio di forme composte d'ispirazione surreale che poi abbandona per la ricerca e lo studio dell'essenza ed evoluzione della materia dove arriva a definire l'Adimensionale. Nel 1989 è fondatore del Gruppo M.A.V. Movimento Adimensionale Visivo. Ha tenuto mostre personali e collettive in più città italiane ed estere.

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Opera di Giuliano Grittini Giuliano Grittini: La cracker'Art - Mitografie
Plus Florence - Salone del Glicine

"Torrenziale, come un fiume in piena, il percorso artistico di Giuliano Grittini offre, dopo il capitolo della 'Clonart' messa in piedi negli anni Novanta del Novecento, un'ampia apertura verso quelli che sono stati almeno fino ad oggi i chiari segnali della comunicazione. E' pur vero che in arte abbiamo avuto già la 'funk art' - che vuol dire assemblaggio di cose e oggetti - e Edward Kienholz, ne è stato un precursore tra gli Anni Cinquanta e Sessanta. La 'funk art' è stato un movimento dedito a raccogliere detriti e rottami da discariche e negozi di seconda mano - ben altra cosa del ready made - per comporre assemblamenti tali che, invadendo lo spettacolo della quotidianità, come estensioni tridimensionali del vero, lo provocassero. (...) La funk art allora andava alla ricerca di cose da riciclare anche se orribili, con Giuliano Grittini c'è oggi sempre una ricerca in tal senso, un ritrovare qualcosa da poter riutilizzare, ma più nobile, più concettuale, più alta nel senso di mettere in cornice una immagine rieditata, nuova, assolutamente nuova attraverso una procedura tecnica e stilistica che Grittini chiama 'cracker' art', o meglio una 'funk art / cracker'art' che nobilita il perduto, l'abbandonato, il desueto, il passato di moda. (...) Nel volgere di pochi anni il suo lavoro ha superato rapidamente le abituali destinazioni che regalano le differenze tra discipline artistiche, riuscendo a mettere insieme un corpus articolato e complesso (ma sempre di altissima e curatissima qualità estetica) fra cinema, fotografia, video, musica e teatro, mai avendo timore a ricombinarli in affreschi dal coinvolgimento ritmo visivo-narrativo. (...)". (Carlo Franza)

Giuliano Grittini (Milano) ha frequentato la scuola di Disegno Grafico e alcuni studi di importanti artisti, lavorando e realizzando libri d'artista e approfondisce l'arte della stampa. Realizza opere con artisti tra cui: Baj, Fiume, Sassu, Guttuso, Scanavino, Tadini, Warhol, Vasarely, Rotella, Ugo Nespolo e altri. Appassionato di fotografia, frequentando studi di artisti li fotografa in varie fasi del loro lavoro e durante le mostre in gallerie d'Arte. Con il critico e scrittore Luciano Prada pubblica il Volume "44 facce d'Autore" Fotografie e aforismi di artisti e personaggi del mondo dell'arte. Ha tenuto numerose mostre personali e collettive e ha partecipato a fiere nazionali e internazionali. Nel 2003 viene pubblicato- Libro Unico - "ANTE LUCEM", Marina Cerati. Autore insieme al regista Cosimo Damiano Damato del Film "una donna sul Palcoscenico" con foto e video su Alda Merini e testimonianza di Mariangela Melato. Presentato nel 2009 al festival del cinema di Venezia.Dal Dicembre 2010 a Palazzo Reale di Milano presenta una serie di immagini dedicati ad Alda Merini con la regia di Pier Paolo Venier nella mostra "Ultimo atto d'Amore" con Mimmo Rotella e una serie di opere dedicate a Marilyn. Nel 2015 a Milano lavora con l'Amiga di Andy Wharol per Deodato Arte, dopo aver realizzato cartelle di opere per Missoni e Fiorucci. (Comunicato stampa)




Opera di Valeria Modica Valeria Modica: Le stagioni del Mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze

"Attendibile, pronta, avversa a un nuovo che rinnega il passato, aperta a nuove e transitorie ricerche che intersecano le strade dell'arte contemporanea, Valeria Modica si muove su capitoli che indagano l'esteriore e l'interiore, e sempre in sintonia con il proprio tempo, con il presente, con la storia dell'oggi. In questo caso per la mostra fiorentina l'artista ha pensato di campionare il paesaggio, e dunque insistere su un'arte anche ambientale, proprio per dare al paesaggio italiano e toscano in specie, la densità dell'appartenenza, della cultura, delle radici e della memoria. Significativa e appassionata ricerca del contemporaneo attraverso linguaggi che dettano un' appartenenza a quel mondo che ruota giornalmente attorno all'artista e che si è poi fatto mito. (...)". (Carlo Franza)

Valeria Modica (Caltanissetta, 1967) docente di discipline pittoriche e scenografiche, presso il Liceo Artistico Brera nell'anno 2015/2016. Da molti anni si dedica ad pittura di matrice astratta sperimentando sulla tela piccoli collage polimaterici. Esperta in arte contemporanea opera da diversi anni con varie istituzioni per la promozione di eventi ed attività culturali in genere. Collabora con diversi artisti di fama internazionale come Richard Long e Rosemarie Trockel e Carsten Hoeller, per la creazione delle mostre promosse e patrocinate dal Comune di Palermo presso i Cantieri Culturali alla Zisa. Direttrice artistica e promotrice di eventi culturali patrocinate e promosse dal Consiglio di Zona 3 del Comune di Milano. Responsabile della MaMo galleria Laboratorio di Arti Visive" a Milano. (Comunicato stampa)




Opera di Aldo Runfola Aldo Runfola
termina lo 05 settembre 2018
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Terza personale di Aldo Runfola alla Galleria, dopo il solo show Eventi nel 2014 e Welcome-Goodbye nel 2004. Aldo Runfola (Palermo, 1950) è uno dei più enigmatici artisti italiani, votato a una sparizione "personalistica" per una riappropriazione di un pensiero profondo, e critico, intorno all'opera d'arte. La sua produzione è poetica nella misura dell'estetica: l'approccio alla costruzione del senso non è situato tanto nel visivo quanto nel gesto politico che permea ogni azione consapevole. Il lavoro di Runfola non è agito dall'impulso, né tantomeno è interpretabile sotto aspetti fashion o di "sciamanesimo" contemporaneo, ma indagando questi fenomeni da un'altra prospettiva assume una forza tagliente e marginale, decostruendo "ai lati". Nulla è generalizzato o "visibile" nella produzione dell'artista, ma è necessario approcciarsi alle opere con uno sguardo disposto al pensiero di una forma dissolta, che si dà come enigmatica.

Nelle tre serie in mostra alla galleria Michela Rizzo, Macchie o Gocce, Nomi e Ritratti, le opere perdono il "problema" dell'autorialità partendo non tanto dalla comune produzione meccanica del lavoro, che ancora disturba la percezione popolare dell'arte, quanto in una sequenza di punctum - loghi, elenchi di nomi, macchie identiche l'una all'altra, appunto - elementi dell'ordine precostituito che circoscrivono un lembo di identità e allo stesso tempo lo eludono. Sono simboli reiteratamente identici a se stessi, validi in ogni campo dell'esistenza, chiamati ad affermare un'appartenenza nel mondo, sia come singoli che nella collettività.

Elementi che vengono interpretati da un personale potere immaginativo e culturale; sono "significanti" che in relazione agli oggetti veicolano ciò che De Saussure definisce il "concetto", ovvero il significato che crea il linguaggio legando arbitrariamente parole e cose. Sotto questo punto di vista Aldo Runfola da anni indaga una dimensione concettuale dell'arte che, partendo da forme universalmente riconosciute esercita una pressione sulla visione, uscendo dalla semplice riconoscibilità per liberare l'opera dallo statuto della "dittatura della bellezza" e di un appeal "social", per caricarla di una serie di metaforici trompe l'oeil che accordano al lavoro una soglia di apertura critica, di una interrogazione contigua all'esperienza della visione.

Scrive Bertrand Rougé citato da Elio Grazioli nel suo volume dedicato all'arte contemporanea ai limiti "Infrasottile": «L'opera d'arte si distingue dal semplice oggetto per il fatto che è ciò che ci chiama a guardarvi almeno due volte». Ma Grazioli incalza: «Guardare un'opera d'arte, già la prima volta è un riguardare. La si guarda già con una attenzione interrogativa, una consapevolezza che non si tratta di un oggetto come gli altri. Già il primo sguardo, in arte, è il secondo». È anche da questo presupposto che sarebbe troppo facile guardare a macchie, ritratti o elenchi come se fossero semplicemente tali, ma Runfola ribalta la situazione e aggiunge al doppio sguardo che si riserva all'opera un terzo passaggio: una smentita che ci riporta all'originale signifi cante: sono macchie, è vero, ma seppure messe lì a caso, quasi con noncuranza estetica, "parlano".

Il tema sul piatto potrebbe essere solamente uno: quello universale dell'identità, declinata in questo caso attraverso la critica dell'arte. Critica esercitata nella sua antica etimologia di scelta, che passa ovviamente anche per una presa di posizione contro quell'anestetizzazione estetica e civile che impone la società della comunicazione. Una critica che non può non accostarsi alla parola "crisi", che per dirla con Ivan Illich, intellettuale al quale Aldo Runfola fa spesso riferimento, è «Vocabolo che indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà». Continua Illich: «Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire "scelta" o "punto di svolta", ora sta a signifi care: "Guidatore, dacci dentro!"». (Crisi) può indicare l'attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all'improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa.

Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero. Sono parole che lo storico e sacerdote ha scritto esattamente 40 anni fa, e che trovano ora il più acuto compimento, così come il lavoro di Aldo Runfola può compiersi situandosi negli stessi spazi interstiziali che appartengono tanto all'economia - dell'arte e non solo - quanto alla sua comunicazione. Ma crisi è anche quel «Momento bellissimo in cui si dà il via a un assalto contro l'ordine del mondo», come scrive Guy Debord nel 1978 nel testo fuori campo per il film In girum imus nocte et consumimur igni. E Runfola, per cui il rifiuto dello spettacolo integra e defi nisce la sua politica nel lavoro sceglie invece, scardinandoli, gli emblemi della comunicazione usando come un hacker gli stessi mezzi di diffusione di massa. Un esempio è il progetto Monuments, realizzato sulle pagine della rivista Frieze: «Non ho scelto la posizione delle pagine né i contenuti che mi venivano affi ancati. Ho solo presentato l'immagine di un mio lavoro, totale e sempre più ravvicinato, come quando si ingrandisce l'immagine sullo schermo aprendo il pollice e l'indice.

Mi interessava sottolineare da un lato il movimento, vicino lontano - lontano vicino, dall'altra il tempo da una singola istantanea all'altra, un tempo dilatato a dismisura e affidato alla circostanza del tutto casuale in cui un qualsiasi lettore della rivista avrebbe incontrato l'altra pagina, la successiva, molti mesi dopo e su un numero diverso della rivista», spiega l'artista, che innesca anche un'altra dimensione su cui poter rifl ettere: quella della diff erenza tra fruizione controllata (e-book, tempo di permanenza sulle pagine web, like, interazioni, condivisioni) che si mette in atto con lo stesso impercettibile "tocco", lo stesso touch, che si riserva sia allo schermo che alle pagine, ma che in un caso scorre in tempo reale e non dromologico, nell'accezione data da Paul Virilio. Aldo Runfola sceglie l'ombra come stato dal quale lasciar arrivare un messaggio mai diretto, e per questo ancora più corrosivo.

Accade nei Ritratti di Arthur Rimbaud, di Friedrich Nietzsche, di Deleuze o Rudolf Stingel: la riconoscibilità è minima, l'esattezza dei tratti diventa un composto di pittogrammi che fanno a pari con l'omogeneità delle gocce, ricreando le ombre di quegli uomini d'oggi la cui costante è quella di «una eclatante carenza di attività teoretica e della sua negazione», scrive lo stesso Runfola. Che invece sceglie, appunto, grandi pensatori e si chiede se esistano ancora «Uomini speculativi abili nel pervadere i dati a portata di tutti d'una luce di verità abitualmente indisponibile se non ai pochi in grado di intuirla. Una abilità sommamente logica, per nulla romantica, tanto meno irrazionale».

Ed è così che gli AR si compiono e dispongono ordinatamente e pittoricamente a sancire una unione non letteraria ma fatta di empatie con le parole, l'arte, la filosofia, tra la pratica di Runfola e questi uomini avvicinati per frequenze comuni, simpatie, amicizia, stima o attraverso incontri nei percorsi della mente. Fuggendo l'idea di "visionarietà" tanto quanto l'antidogmatismo conformista. Nell'epoca della comunicazione il corpus di opere di Aldo Runfola appare a sua volta profondamente reazionario: è quel che di più lontano possa esistere dalla pura immagine, dall'arte per l'arte, da ritorni a favore di esercizi professionali o messi a punto per compiacere il pubblico.

La vecchia società liquida di Bauman è stata attualmente superata da una civiltà allo stato gassoso dove la trasmissione di dati che ci permettono di navigare tra risorse preesistenti o configurabili, è nel cloud - nella nuvola globale - e insieme all'imprendibilità dell'aria sembra essere sempre più lontana la possibilità di costruirsi un diritto all'esistenza sulla base delle proprie necessità e da bisogni che non siano quelli categorizzati. Nulla, insomma, accade per caso ed ecco che anche in questo caso Aldo Runfola apre un varco nel pensiero. Le Gocce o Macchie, scrive l'artista, «Riproducono arbitrariamente il caso con cui i punti sono disposti sulla tela».

Sono un accadimento "gratuito", ovvero non legato a logiche estetizzanti, che ha come area di sviluppo la superficie della tela. Sono un altro esempio lampante di come la casualità dell'identità sia soggetta a una disposizione non precostituita, che tende in tutti i modi ad allargarsi e a debordare dai confini: nelle macchie è metaforicamente lampante come la presenza dell'uomo tenti di sovrastare non solo se stessa, ma anche lo spazio atrofizzato del presente in cui è arginata. E' fuor di ogni dubbio una immagine distopica: «(...) Parlo di coloro che un bel giorno, tirando le somme, vengono alla conclusione di aver scoperto il "nulla sociale". Niente ritiro dal mondo, quindi: anzi, partecipazione più fitta: tanto più fitta quanto più in malafede, necessitata dalla mancanza di alternative, e intesa come parodia.

Niente ascesi; ma interesse per le cose sociali nullificate, e rifondate sul pragmatismo (...) non credere più nei valori del mondo annullato da uno spirito critico (...) implica fatalmente un regresso, una riaccettazione conservatrice e moderata della società». Lo scrive Pier Paolo Pasolini, nell'Appunto 84 (Il Gioco) del suo Petrolio. Tutti in fila, pronti a cadere come gocce nel mare buio e uniforme, o a essere macchie casuali e talvolta mimetiche, le pedine del gioco che opera allo stesso modo del sistema dell'arte. Ed ecco qui, nell'elenco dei Nomi che Runfola ci propone, che si svela una terza parte del frammento contemporaneo della rappresentazione della realtà: una lista completamente arbitraria di artisti di successo, corredata da un lampadario.

Viene in mente una vecchia lettera di Tano Festa ad Arturo Schwartz in cui descrive la sua fascinazione per I coniugi Arnolfini di Van Eyck, ma soprattutto per un oggetto contenuto nel dipinto: «Questo lampadario incombe sulle figure degli Arnolfini come qualcosa che sta a misurare la durata e quindi il limite delle loro esistenze». L'oggetto inquietante di Runfola, in questo caso, è l'anonimo ma allo stesso tempo argenteo, visivamente prezioso e brillante, schedario di protagonisti che si ritrovano ammassati sul fragile supporto di cartone allo stesso modo con cui compaiono le gocce e si formano i ritratti: per affinità col caso, per la capacità di uscire fuori dal recinto della tela che contiene le macchie, per strategia o grandiosità. Come del lampadario degli Arnolfini, cosa resterà di questi elenchi su un cartellone temporalmente fragile come lo può essere la memoria della storia?

«L'arte è soprattutto un gioco di società cui bisogna adeguarsi per non essere messi nell'angolo e dimenticati» scrive ancora Runfola, parlando di un altro progetto. È forse questo il punto nodale di questo Grande Fratello in negativo al quale, con la "seconda visione" riservata a questo corpus di opere, possiamo accedere entrando in contatto con la parte rivoluzionaria, quella che anziché considerare la verità come «eufemisticamente puro e semplice diritto all'esistenza» ci permette di scoprirne sotto la superficie le crepe che - in determinate circostanze di consapevolezza e pensiero - potrebbero essere in grado di generare quel terremoto sociale di cui si sono fatti portatori alcuni uomini. D'oggi e ieri. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Carte dal Futurismo a oggi Carte dal Futurismo a oggi
termina il 27 luglio 2018
Galleria Edieuropa - Roma
www.galleriaedieuropa.it

Con oltre quaranta opere tra chine, inchiostri, carboncini, tempere, olii, acquarelli e gouache di artisti attivi dal Futurismo ad oggi, la mostra intende esaltare il supporto per eccellenza dell'arte, la carta, depositaria delle tracce e dell'azione dell'artista. La carta è inoltre luogo della memoria per molti degli artisti presenti in mostra: Accardi, Afro, Alviani, Angeli, Biggi, Boccioni, Bonalumi, Cagli, Cotani, Depero, Dottori, Franchina, Lorenzetti, Pascali, Perilli, Russolo, Sadun, Sanfilippo, Scialoja, Severini, Sironi, Strazza, Turcato, Uncini, Veronesi, Verna, esponenti dei principali movimenti artistici del '900 italiano, cui si aggiungono gli internazionali - tra tutti Tàpies - ed i contemporanei Almagno, Bros, Capitano, Faggi, Giuli, Murasecchi, Porfidia, Porcari, Raciti, Scolamiero.

Come sottolineato da Daniela Fonti nel 1992 - in occasione della prima mostra dedicata alle "Carte" ed organizzata in galleria -, la carta "la si può scoprire nelle compatte stesure di tempera, come fa Carla Accardi, che da sempre la utilizza come il luogo privilegiato dove i segni scoprono la legge sapiente dell'aggregazione, sperimentando i tempi lunghi dell'affioramento e della scomparsasi(...); la si può affrontare con le sciabolate del pastello che nelle opere di Verna, costruiscono una materia spessa e densa che si può raschiare se fosse pittura, lasciando emergere la parte più segreta del suo lavoro, i suoi fantasmi, (...). La si può piegare, come fa Strazza, lasciando poi alle stesure impalpabili della tempera, alle impronte della grafite sui solchi sottili il compito di annotare la storia dell'emozione che si concentra in un gesto, con la stessa discrezione, lo stesso stupore magico dei graffiti preistorici" (...); "lo schermo diafano nelle sapienti increspature della materia, è luogo dell'inconscio, schermo proiettivo del proprio rapporto con la realtà, la carta è da sempre per Perilli la materia primaria dalla quale far emergere l'immagine". Ecco dunque che la carta cambia e muta il suo valore per chi vi agisce e per chi la scruta, ma c'è qualcosa di eterno, immutabile ed incorruttibile nella carta, ed è il ruolo che da sempre le viene attribuito, quello di "raccogliere e distillare gli umori fantastici e ironici dell'artista, organizzandoli in un racconto intrigante che incatena il riguardante ai tempi lunghi della percezione". (Comunicato stampa)




Paolo Pibi - Foyer - acrilico su tela cm.100x80 2017 Paolo Pibi - ruysch 1664 - acrilico su tela legno e chiodi cm.70x50 2018 Paolo Pibi - Pollen - acrilico su tela cm.80x100 2017 Paolo Pibi : Change
termina il 15 settembre 2018
Studio d'arte Cannaviello - Milano

Paolo Pibi (Oristano, 1987), per la sua prima mostra personale allo Studio d'arte Cannaviello, presenta più di quindici opere, realizzate ad acrilico su tela e sulla superficie di vecchi vasi. Il suo lavoro, da sempre caratterizzato da ambienti irreali e sospesi nel tempo, arriva oggi a indagare nuovi soggetti e supporti. In questa nuova fase di ricerca, l'artista si lascia guidare verso "luoghi" sconosciuti e capisce di essere davanti ad un periodo di cambiamento. Pibi negli ultimi mesi ha attraversato quello che è descritto da Kurt Lewin come "percezione a 3 stadi del cambiamento", in cui vi è una prima fase di "scongelamento" in cui si attua il superamento dell'inerzia e lo smantellamento della mentalità e delle abitudini esistenti; una seconda di "confusione"  in cui si è consapevoli che il quadro precedente è stato messo in discussione ma non si ha ancora una chiara percezione di come sostituirlo; una terza di "ri-congelamento" che comporta il consolidamento del nuovo quadro e delle nuove abitudini e la loro conseguente cristallizzazione.

L'artista ci rende partecipi di questo suo percorso iniziato nel mese di gennaio 2018. Quella di Paolo Pibi è una pittura meditativa, dove predomina un metodo di lavoro e indagine inusuale che lo conduce a una conversione dei suoi temi classici. Non si lascia imprigionare dal manierismo e tenta, con questa nuova serie di lavori di estendere la sua indagine pittorica anche alla realtà materiale. Con questa intenzione l'artista presenta una mostra "studio" sui processi di sviluppo del suo lavoro. (Comunicato stampa)




Sanna Kannisto - days of departure Sanna Kannisto: A song system
termina il 21 luglio 2018
Metronom - Modena
www.metronom.it

La mostra, a cura di Chiara Bardelli Nonino, presenta una selezione di lavori recenti e inediti di Sanna Kannisto, dalle serie Local Vernacular, Act of Flying e Days of Departure. Come in un globo celeste, la mostra vuole disegnare costellazioni da usare come mappe per orientarsi nell'universo della fotografa finlandese, in cui convivono l'immensa biodiversità della foresta tropicale e il minimalismo del paesaggio scandinavo, il rigore dei procedimenti scientifici e l'assoluta libertà dell'arte, la fissità dell'immagine fotografica e la tensione degli animali immortalati in tutta la loro vitalità. Il titolo della mostra fa riferimento a una specifica serie di strutture cerebrali che regolano negli uccelli canori la capacità di apprendere a comunicare, strutture che trovano analogie inaspettate con pochissime altre specie animali - tra cui l'uomo.

I lavori di Sanna Kannisto (Finlandia, 1974) sono stati esposti in alcune delle più prestigiose istituzioni artistiche internazionali. Nel 2011 la Aperture Foundation di New York pubblica Fieldwork, monografia dedicata al lavoro di Sanna Kannisto, con un saggio di Steve Baker. Nel 2017 Metronom Books pubblica il volume in edizione limitata White Space, con un testo critico di Chiara Bardelli Nonino. Nel 2015 l'artista vince il Premio di Stato finlandese per la fotografia.

Chiara Bardelli Nonino (1985) dal 2012 è Photo Editor di Vogue Italia; scrive e coordina progetti di fotografia per Vogue.it, di cui è Editor della sezione Photography, e per l'Instagram di Vogue Italia, ed è curatrice del Photo Vogue Festival, rassegna annuale dedicata alla fotografia di moda e alle più recenti espressioni fotografiche, per cui con Alessia Glaviano ha in particolare curato e prodotto le mostre The Female Gaze e Fashion & Politics in Vogue Italia. Ha collaborato con Flash Art Italia e The British Journal of Photography e nel suo lavoro di ricerca si concentra principalmente sulla fotografia contemporanea, contribuendo a progetti curatoriali ed editoriali indipendenti. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della Inaugurazione di Casa Russolo Inaugurazione di Casa Russolo
Portogruaro (Venezia), 15 giugno 2018

Portogruaro rende omaggio a Luigi Russolo allestendo nel nobile palazzo rinascimentale che nel 1885 lo vide venire alla luce, "Casa Russolo". Per volontà della Amministrazione Comunale, la dimora cinquecentesca, che già ospita Il Centro Culturale con la Biblioteca Civica, accoglierà, dal prossimo 15 giugno, uno Spazio interamente dedicato all'artista e che diventerà la sua Galleria permanente. In esso viene esposta l'intera raccolta delle lastre originali di tutte le sue incisioni, insieme ad un nucleo importante di suoi olii di proprietà del Comune di Portogruaro, ed ad una ampia documentazione multimediale della sua produzione, della sua originale vicenda personale ed artistica. Mentre la copia (gli originali sono andati tutti distrutti) tratta dal brevetto depositato, di uno degli strumenti da lui creati - un Intonarumori della Collezione del prof. Pietro Verardo - sottolineerà il ruolo fondamentale di Russolo nella musica del Novecento.

Per l'occasione, dall'archivio storico del Comune di Portogruaro riemergerà, per essere eventualmente oggetto di studio, l'importante carteggio (circa una trentina di documenti) fra la vedova dell'artista, Maria Zanovello, e il Comune di Portogruaro, in cui è documentato anche il dono al Comune del quadro "Impressioni di bombardamento". Il progetto di Casa Russolo è affidato alla curatela di Boris Brollo. L'obiettivo è presentare l'artista nella sua duplice veste di pittore e incisore, da un lato, ma anche e soprattutto di musicista, ruolo che gli ha assicurato una amplissima notorietà internazionale.

Russolo fu, insieme a Boccioni, Carrà, Severini e Balla, il firmatario dei Manifesto della Pittura Futurista. Iniziò l'attività artistica con la serie di originali incisioni (1906/13), documentate in Casa Russolo. L'adesione al Futurismo portò ad opere ammirate per la loro originalità anche da Klee. Negli ultimi 10 anni di vita, ritiratosi sulle rive del Lago Maggiore, produsse una pittura paesaggistica e ritrattistica dichiaratamente 'filosofica" che lui stesso definì "Classico Moderna". Russolo, infatti, fu anche filosofo. La lunga elaborazione dei suo pensiero si può trovare nel trattato "Al di là della Materia" composto tra il 1934 e il 1938. Tra i suoi scritti inediti si ricorda anche i "Dialoghi tra l'lo e l'Anima".

Seguendo la passione familiare per la musica (il padre era stato un importante organista, il fratelli Giovanni e Antonio si diplomarono al Conservatorio G. Verdi di Milano; fra l'altro, Antonio lavorò al fianco di Toscanini), Russolo nel 1913 scrisse "L'Arte dei Rumori", autentico fulmine a ciel sereno nel panorama musicale del tempo. Ma l'artista non si accontentò di teorizzare il trionfale ingresso del rumore nella musica, ma con eclettismo inventò, a partire dal 1913, macchine straordinarie, gli )arumori, in grado di modulare i rumori mediante una leva che tendeva o rilasciava una membrana. Questi nuovi strumenti rivoluzionarono la tecnica musicale, riproducendo la grande varietà di suoni della città e delle macchine nella vita moderna. Gli )arumori rappresentarono per la prima volta la possibilità di sintetizzare un rumore e furono precursori di tutto ciò che è stato fatto in seguito per quanto riguarda le tecniche di registrazione e montaggio ed i primi sistemi di sintesi elettronica del suono.

Il Russolo inventore progettò e realizzò una ventina di diversi intonarumori divisi per timbro, proprio come in orchestra. Le famiglie furono denominate in maniera inequivocabile: gorgogliatori, crepitatori, urlatori, scoppiatori, ronzatori, stropicciatori, sibilatori, scrosciatori. Furono utilizzati per memorabili concerti a Modena, Milano, Genova, Londra, Dublino, fino a Parigi. L'artista collaborò con il musicista Edgard Varèse al perfezionamento del suo Rumorarmonio. Nella notte del 15 giugno, l'apertura ufficiale di Casa Russolo si connoterà come un evento in puro spirito futurista. Riecheggia, nell'attualità, la celebre affermazione di Marinetti: "Noi canteremo le grandi folle agitate del lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; la stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Armando Orfeo - Il giorno fortunato - acrilico e olio su tela cm.50x50 Armando Orfeo: "ARTinCLUB 6"
termina il 22 settembre 2018
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com/artinclub6

L'iniziativa ARTinCLUB, giunta alla sesta edizione, nasce con l'intento di offrire al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d' Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con personali e collettive sia in Italia che all'estero. Nelle sue tecniche miste, un bizzarro individuo si muove, inquieto e curioso, tra numerosi oggetti simbolici e architetture audaci. L'artista sottolinea il paradosso insito nel destino dell'uomo, riproducendo situazioni surreali nelle quali l'unica via di salvezza appare la Patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie. Orfeo realizza così un'onirica indagine sulla condizione dell'essere umano, con i suoi miti e i suoi dilemmi: lo fa servendosi di un'ironia volta a stimolare una riflessione non banale sull'esistenza e a indicare una visione 'altra' del mondo. La mostra, corredata di brochure con introduzione di Gianni Costa, è organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio e patrocinata dal Comune di Camaiore. (Comunicato stampa)




Opera di Ferruccio Gard Ferruccio Gard: Intrecci Dinamici
termina il 15 luglio 2018
Museo Boncompagni Ludovisi - Roma

Dialogo intenso e vitale tra le collezioni e gli spazi del Museo Boncompagni Ludovisi e l'arte di Ferruccio Gard, uno dei protagonisti della linea Optical-costruttivista della pittura italiana che esporrà una selezione della sua ultima produzione insieme ad alcune nuovissime sculture astratto-cinetiche. Ferruccio Gard che ha presentato le sue opere in diverse edizioni della Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma del 1986, è riconosciuto come uno dei maestri e dei precursori delle ricerche Optical-cinetiche internazionali che hanno avuto negli ultimi anni un importante revival di critica e di pubblico. Le opere di Gard, nella loro tessitura di geometrie e di intersezioni cromatiche, vogliono dunque entrare con cautela negli spazi del museo per creare un legame diretto e forte con le sue collezioni, che presentano capolavori in cui ha preso forma concreta l'espansione delle arti visive verso la moda e il design dell'abito.

Il lavoro di Gard si inserisce infatti a pieno titolo in quella linea nobile dell'arte italiana e internazionale che parte dal Futurismo (e in particolare da Giacomo Balla) dove le ricerche sull'arte astratta e sulla geometrizzazione della pittura si sono coniugate alle prime esperienze cinetiche. La vibrazione della pittura di Gard, le sue profondità illusive e il suo rigore compositivo potranno comporre così un intenso e vitale confronto con il Museo Boncompagni Ludovisi, in un interessante e intenso dialogo tra storia e contemporaneità fondato sul colore, la geometria e la pulsazione luminosa dei suoi intrecci dinamici. Mostra a cura di Lorenzo Canova, storico dell'arte, critico d'arte e docente di storia dell'arte contemporanea all'Università del Molise.

Ferruccio Gard (Vestignè - Torino, 1940) è uno dei massimi esponenti dell'arte neocostruttivista, programmata e cinetica che pratica dal 1969. Ha partecipato a sette Biennali di Venezia (1982, 1986, 1995, 2007, 2009, 2011 e 2017), all'XI Quadriennale di Roma (1986), alla Biennale Internazionale Architettura di Venezia (2016) e a numerose mostre internazionali sull'arte cinetica. Da Pechino a New York ha tenuto oltre 170 mostre personali in tutto il mondo. Di eccezionale importanza l'antologica curata da Gabriella Belli che la Fondazione Musei Civici di Venezia gli ha recentemente dedicato a Ca' Pesaro, Galleria Internazionale d'Arte Moderna (16 ottobre-10 dicembre 2015) nell'ambito di un dialogo fra un maestro della contemporaneità veneziana e la 56esima Biennale d'Arte e allestita nell'ambito della collezione permanente, accanto a capolavori di Klimt, Kandinsky, Chagall, Munch, Rodin, Martini, Medardo Rosso, Mirò, Calder, Arp, de Chirico e altri celebri maestri dell'arte moderna mondiale. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Mario Merz - Bicchiere trapassato - 1967 bicchiere, neon Photo Andrea Guermani Mario Merz: Sitin
termina il 16 settembre 2018
Fondazione Merz - Torino
www.fondazionemerz.org

La mostra si inserisce nella programmazione della Fondazione che prevede momenti espositivi dedicati all'opera di Mario e Marisa Merz e succede a quella inaugurale alla Fondazione nel 2005 e a quelle tematiche: nel 2007 sulla pratica del disegno, nel 2010 sulla produzione pittorica, nel 2011 sul legame al progetto architettonico e l'ultima, La natura è l'equilibrio, incentrata sul rapporto tra natura e cultura, nel 2016. Nel cinquantenario dei movimenti di contestazione del '68, la mostra fornisce - attraverso una decina di opere realizzate da Merz tra il 1966 e il 1973 - uno spunto di riflessione intorno ad un periodo ricco di fermenti creativi, che ha innescato nuovi processi di trasformazione e che ha rinnovato la visione del futuro. Questo cambiamento coinvolge tutte le arti, dalla letteratura alla musica, al teatro, al cinema e naturalmente l'arte visiva, che ha visto coesistere movimenti così significativi come il minimalismo, l'arte povera, la land art e il concettuale, mettendo a confronto e di pari passo l'arte emergente statunitense con quella europea. Ha generato un clima ricco di straordinaria sensibilità, un nuovo modello esistenziale basato sull'impegno costante nella concezione, nella presentazione e nella diffusione dell'arte del proprio tempo.

Per Mario Merz, che ha vissuto quegli anni da protagonista, quell'intensità è stata come "Una domenica lunghissima dura approssimativamente dal 1966 e ora siamo al 1976. Siamo verso la fine del pomeriggio di una lunghissima domenica. Noi non abbiamo mai lavorato! Quasi dieci anni non abbiamo fatto che pensare a passare una lunghissima domenica tra due immense e grigie settimane di lavoro che incombono prima e forse dopo (...) Invece stiamo svestendo la cultura per vedere come essa è fatta. E questa è la nostra lunga domenica, stiamo svestendo la cultura per vedere come essa è fatta." (hopefulmonster 2005). La mostra diventa un racconto, quindi, tra lo storico, il politico e il poetico, una narrazione che parte dalle parole stesse di Mario Merz passando attraverso alcune tra le più importanti opere di quegli anni divenute icone del suo percorso artistico.

Sono state selezionate una decina di lavori datati tra il 1966 e il 1973, tra i quali alcuni 'oggetti' realizzati tra il 1966 e il 1969 e accomunati dall'essere "trapassati" da un neon, come la Lancia (1966), il Salamino (1969) e il Bicchiere trapassato (1967), ma anche l'opera che dà il titolo alla mostra, Sitin (1968) esposta al centro della scena proprio come la forma di protesta sit-in. In mostra anche due igloo: l'Igloo di Giap, del 1968, dedicato al generale vietnamita Vo Nguyen Giap, che riporta sulla creta la frase al neon del comandante che ha condotto il Vietnam alla liberazione 'Se il nemico si concentra, perde terreno, se si disperde, perde forza' e il secondo, composto da ferro e vetri, porta il titolo di una domanda ricorrente nei pensieri e nelle pagine scritte dell'artista, Is space bent or straight?, (lo spazio è curvo o diritto?). Ad accompagnare il lavoro alcune fotografie del primo allestimento a Berlino nel 1973, sulle quali si riconoscono Mario Merz e Emilio Prini seduti nell'igloo intenti a registrare parole e a scriverle a macchina.

Seguono la scritta al neon Sciopero generale azione politica relativa proclamata relativamente all'arte e l'installazione A real sum is a sum of people (1972). Quest'ultima, una serie di fotografie di persone in uno spazio pubblico in progressione secondo la sequenza di Fibonacci, è tra le prime opere in cui compare la progressione del matematico pisano; in questo caso il luogo dell'intervento performativo è un pub di Londra. Un'altra importante opera dal sapore un po' performativo è It is possible to have a space with tables for 88 people as it is possible to have a space with tables for no one, una serie di tavoli di grandezze differenti e seguenti la progressione Fibonacci.

Insieme all'opera verrà esposta la documentazione della performance che avvenne nel 1973 in occasione di una mostra a Berlino, all'Akademie der Künste, durante la quale il pubblico venne invitato a sedersi intorno ai tavoli e a consumare un bicchiere di latte e un uovo sodo. Il titolo della performance recitava: "Una somma di uomini è una somma reale. Una somma reale è anche una somma seriale, una somma seriale è una forma, gli esseri umani hanno una funzione come somma di unità, gli esseri umani hanno una funzione seriale come storia, l'estensione seriale dei tavoli raccoglie una somma seriale di esseri umani, le forme a spirale della frutta sono somme seriali di quantità. Vi invitiamo a venire il (...), 1973, alle h (...), a una funzione seriale all'Accademia". A completare l'allestimento un'ampia selezione di disegni, note, appunti, libri d'artista e fotografie. (Comunicato stampa)




Opera di Alba Gonzales nella mostra Miti mediterranei Alba Gonzales. Miti mediterranei
termina il 30 settembre 2018
Villa Malfitano (Fondazione Giuseppe Whitaker) - Palermo

Con diciannove sculture di grandi e medie dimensioni collocate nel parco della Fondazione Whitaker, a Palermo, Alba Gonzales darà vita ad un viaggio ideale e simbolico attraverso i miti mediterranei, rivissuti nel moto pendolare fra desiderio e nostalgia. La mostra è promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte ed è organizzata da Civita Sicilia.

Romana di nascita, fra genitori e nonni la nota scultrice raduna in sé origini siciliane, greche, spagnole e francesi, che spiegano per alcuni aspetti il patrimonio mitico e mitologico che dà linfa alle sue opere, sotto il segno di un culto sensuale della forma e del corpo umano. Proprio per queste radici così legate al Mare nostrum, l'approdo delle sculture di Alba Gonzales a Palermo, moltiplica gli echi epici ed evocativi delle sue opere, ulteriormente arricchiti dalla sede scelta per la mostra, quella Villa Malfitano Whitaker nata per volontà di un illustre esponente (Giuseppe Whitaker) della comunità anglopalermitana di fine '800 e ricca di tesori giunti dalle culture più diverse e lontane.

Come scrive in catalogo il curatore della mostra, Gabriele Simongini, "Alba Gonzales appartiene alla schiera sempre più ristretta di scultori nell'autentico senso del termine e in particolare spicca per l'aspirazione a dire tutto, interamente e senza filtri intellettualistici, attraverso la forma che è per lei, essenzialmente, forma del corpo umano inteso come tempio dell'anima, nei suoi aspetti negativi e positivi, destinati a convivere indissolubilmente. Di fronte ad una società votata alla ricerca dello stordimento ed anestetizzata dai social network, la Gonzales, manifestando un intenso impegno etico, forza volutamente i toni delle tematiche scelte (...), li rende icastici, teatrali e quasi iperbolici, portando al tempo stesso avanti la necessità di non cancellare la memoria e i mille fili che ci legano al focolare del passato, da tenere sempre acceso.".

Afferma il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente Onorario della Fondazione Cultura e Arte, che ha fortemente voluto questa mostra: "Chiunque si trovi di fronte ad un'opera di Alba Gonzales non può che rimanerne sedotto o sorpreso. La grazia delle forme e delle linee, la plasticità dei movimenti, gli atteggiamenti sensuali ma mai volgari propri delle sue sculture - la volgarità e la corruzione dei costumi è anzi ciò che l'artista intende negativamente registrare e denunciare - sono la cifra stilistica più evidente della Gonzales, che incredibilmente riesce a sortire questi risultati forgiando la materia senza partire da un disegno o un progetto preparatorio. La sua arte è spontanea, immediata, fluisce dalle sue mani e dalla sua anima che sono un unicum, e che diventano a loro volta un tutt'uno con il mezzo, il bronzo, scelto anche perché potenzialmente eterno, come lo sono le opere di Alba Gonzales e le questioni esistenziali che esse interpretano.".

Superata la fase prettamente formativa, il percorso creativo di Alba Gonzales si è articolato, sostanzialmente, in due grandi fasi. Fino al 1986 l'artista ha privilegiato la dialettica della struttura con figurazioni antropomorfiche che sondano in modo originale il senso del mito arcaico e del meccanicismo moderno. Successivamente, nelle sue opere, si afferma con forza il tema "Amori e Miti", tutt'ora in divenire, con l'emersione progressiva di una figurazione più chiaramente articolata e riconoscibile, di natura metamorfica, a sua volta riconducibile ad una rinnovata riflessione sulla cultura e sulle civiltà mediterranee. Contemporaneamente, un altro tema sollecita la ricerca scultorea di Alba Gonzales nella sua aspirazione ad affrontare la condizione esistenziale dell'uomo: "Sfingi e Chimere", in un'evidente drammatizzazione e teatralizzazione della sua figurazione fantastica. Nel 1989 Alba e suo marito fondano il Museo Pianeta Azzurro, aprendo la loro villa sul Lungomare di Ponente a Fregene e trasformandola, in parte, in un museo di scultura contemporanea con opere disseminate all'interno della costruzione e nell'ampio giardino.

Il catalogo della mostra, pubblicato da Silvana Editoriale, oltre alle immagini delle opere fotografate nel parco di Villa Malfitano Whitaker, conterrà i testi del Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Prof. Paolo Matthiae, Dante Maffia e Gabriele Simongini, un'intervista all'artista di Tiziana D'Acchille, Direttrice dell'Accademia di Belle Arti di Roma, un'antologia critica e una nota biografica. Per l'occasione verrà realizzato da Raffaele Simongini un documentario dedicato all'artista che sarà proiettato in mostra ldurante tutta la durata dell'esposizione. (Comunicato stampa)




Abscondita
Segreti svelati delle opere d'arte


termina lo 03 settembre 2018
Galleria Civica del Museo di Bassano del Grappa (Vicenza)

Hai mai visto il retro di un celebre dipinto? Ritratti, paesaggi, nature morte, scene sacre e profane raffigurate in una grande selezione di opere, resteranno invisibili. Perché girati verso il muro. Nella mostra a cura di Chiara Casarin, ciascuno retri di queste tele racconta e documenta una precisa e affascinante storia, ignota al pubblico che invece ben conosce il fronte. Tele, telai e cornici svelano la loro vera materia ma soprattutto si mostrano supporto di informazioni determinanti per la conoscenza della storia del dipinto, dell'artista e di coloro che nel tempo lo hanno posseduto. I viaggi, le mostre, i mecenati e le dediche diventano i tasselli di una storia dell'arte inedita.

Nel panorama internazionale mai è stato realizzato un progetto espositivo come questo, ideato da Chiara Casarin. Il richiamo ideale che la curatrice propone è al dipinto di Cornelius Norbertus Gijsbrechts, realizzato tra il 1670 e il 1675 oggi patrimonio della National Gallery of Denmark di Copenhagen, raffigurante il retro di una tela dipinto sul davanti. Quel dirompente dipinto, frutto di un virtuosismo senza pari, fu un "tentativo di vedere l'arte come ad un medium che pensa a se stesso e alle sue strutture nascoste, generando - spiega Chiara Casarin - un nuovo linguaggio, in questo caso meta-pittorico, privo di rappresentazione referenziale. Proponendo la prima manifestazione assoluta - integrale - di un gesto autoriflessivo della professione del pittore, lontano dall'autoritratto in studio, qualcosa di più eversivo".

A Bassano si invita il visitatore a cambiare abitudini e leggere la storia dell'arte - con esempi che spaziano dal tardo Medioevo al Novecento passando per Da Ponte, Canova, Hayez, Sironi etc. - attraverso la percezione dei segnali, degli indizi, delle informazioni presenti nel lato b delle opere d'arte. Superando la soglia del visibile, di quanto è di norma ufficialmente proposto. Osservando ciascuna tela si entra nel backstage dell'opera, penetrando mondi ignoti e finora ignorati. "Se davanti troviamo le invenzioni - chiosa la Curatrice - dietro c'è un mondo di inventari". Osservare il retro di un dipinto ci induce ad avvicinarci il più possibile senza subire le regole della prospettiva che il fronte, la composizione pittorica, solitamente ci detta. I più piccoli dettagli diventano nuovi elementi di conoscenza di un'opera e di come sia stata realizzata. Dai chiodi ai telai, dai cartellini delle mostre in cui l'opera è stata esposta, alle tracce dei restauri, ai codici di inventario. Tutte tracce che rivelano, a chi le sa decrittare, il percorso nel tempo dell'opera.

Una mostra che inverte anche i ruoli e che fa sentire esperti e privilegiati anche gli appassionati d'arte. Ma guardare dietro non significa solo girare i dipinti. Vedere il lato nascosto di una collezione pubblica significa concedere allo sguardo del pubblico di insinuarsi fin dove non potrebbe accedere. Ecco che così in mostra viene allestito il backstage del museo con le opere che non vengono esposte perché rovinate o addirittura distrutte e non ancora restaurate, oppure il backstage della mostra con tutto ciò che ha portato alla sua realizzazione e al suo allestimento ma che, nella normale prassi curatoriale, viene sempre tassativamente tenuto nascosto al visitatore. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Anne Tardos Rosanna Chiessi. Pari&Dispari
termina il 16 settembre 2018
MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna
www.mambo-bologna.org

L'esposizione intende omaggiare una protagonista dell'arte italiana ed internazionale, al cui nome si deve un impegno fondamentale per la conoscenza e la diffusione di alcune delle avanguardie più influenti del secondo Novecento: area concettuale italiana, poesia visiva, Azionismo Viennese, movimenti Fluxus e Gutai, arte performativa. Il progetto consente dunque di riscoprirne l'intensa avventura - per la prima volta in un contesto museale dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2016 - attraverso alcune delle testimonianze più rilevanti della sua attività che, negli anni Settanta, ha trasformato Reggio Emilia e Cavriago in crocevia di correnti artistiche di eccezionale rilievo. Nel suo restare sempre fedele alla dimensione di un'arte prodotta per ricerca e non per redditività di mercato, il profilo di Rosanna Chiessi si sottrae a tentativi di connotazione univoca per la vitale molteplicità di ruoli attraversati in quarant'anni di passione per l'arte contemporanea: gallerista, editrice, promotrice e animatrice pionieristica di eventi divenuti epocali, collezionista, mecenate e scopritrice di talenti. Sopra tutto, la vocazione, intuita in età già matura, a sostenere, spesso nella loro manifestazioni primigenie, le sperimentazioni dei linguaggi artistici più rivoluzionari, in una prospettiva partecipativa di condivisione con la comunità del territorio.

In questa apertura mentale, supportata da un'instancabile curiosità anticonformista, risiede forse la cifra più autentica di una donna che ha scelto di vivere la propria quotidianità a stretto contatto umano e creativo con gli artisti, in un intreccio ininterrotto tra arte e vita. La mostra allestita al MAMbo è concepita come un ritratto biografico che prende forma dall'accostamento di materiali compositi, posti in dialogo fra loro per associazione, a raccontare le poetiche e i principali eventi da lei sostenuti e promossi. Si trovano così opere realizzate dagli artisti con cui Chiessi strinse i legami di amicizia e intesa più profondi, molte delle quali a lei dedicate fin nel titolo, come nel caso del ritratto di Anne Tardos Sunset for Rosanna con cui si apre il percorso espositivo; oggetti simbolo, come il grande tavolo di lavoro che campeggiava nella sua casa-studio di Cavriago e la doppia chiave ideata come logo di Pari&Dispari; reperti iconici di artisti carismatici come il giubbotto firmato di Joseph Beuys e un paio di scarpe di Shozo Shimamoto utilizzate in una delle sue spettacolari performance.

E ancora fotografie, multipli, edizioni numerate e libri d'artista, provenienti da collezioni private e dal corpus documentale conservato dall'Archivio Storico Pari&Dispari - Rosanna Chiessi, che ne ha raccolto e sistematizzato l'eredità. Una costellazione di pezzi ancora oggi in grado di trasmettere le energie di un'eccezionale stagione di libertà in cui le forme del fare cultura furono rivoluzionate da una creatività dirompente.Dopo un iniziale interesse verso le vicende del realismo figurativo come gallerista a Reggio Emilia, a metà degli anni Sessanta Rosanna Chiessi entra in contatto con i fermenti sperimentali delle neoavanguardie che iniziavano a diffondersi anche nella provincia italiana, mentre la sua casa inizia a diventare punto di incontro e scambio per i giovani artisti e poeti attivi in ambito emiliano. L'avvicinamento verso l'arte di ricerca, che genererà in lei un irreversibile rovesciamento di approccio verso le produzioni artistiche contemporanee, si compie all'inizio degli anni Settanta dopo l'incontro con Joseph Beuys, che conosce personalmente a Düsserdolf.

Dopo la fondazione nel 1971 della casa editrice Pari&Dispari, con cui produce edizioni grafiche apprezzate a livello internazionale, per Chiessi inizia un periodo frenetico di incontri e frequentazioni con i principali esponenti dei movimenti artistici di rottura, il cui lavoro all'epoca era pressoché sconosciuto in Italia. A prevalere in lei sin dall'inizio è l'interesse verso l'indagine del gesto e delle sue possibilità espressive tracciate da alcune delle esperienze più radicali di arte performativa, di cui si occupa come promotrice di numerosi eventi e happening. Tra questi, il celebre festival Tendenze d'arte internazionale organizzato a Cavriago nel 1977 e nel 1978, che introdusse per la prima volta in Italia il movimento Fluxus con un concerto diretto da Geoffrey Hendricks, Joe Jones e Takako Saito. In questi anni Chiessi si muove in tutta Europa e stringe amicizia con artisti come Philip Corner, Giuseppe Desiato, Al Hansen, Dick Higgins, Allan Kaprow, Alison Knowles, Urs Lüthi, Hermann Nitsch, Arnulf Rainer, Dieter Roth, Franco Vaccari, molti dei quali vengono ospitati per lunghi periodi nella sua casa-galleria ricavata in una casa colonica nella campagna del piccolo centro in provincia di Reggio Emilia.

Memorabili le parole con cui il poeta Emilio Villa, suo stretto amico e mentore, descrisse lo spirito delle sue iniziative: "Rosanna Chiessi per due anni ha alimentato la scena di Cavriago, i moti della fantasia operante, dell'emozione collettiva unanime, in un senso chiaro di caos e ilarità, di ripensamento e di sorpresa: un raduno felice di incursioni a abbracci, con cuore e con ansia di fare".Con entusiasmo Chiessi aderisce alla concezione di arte totale rivendicata da Fluxus, promuovendo esperienze di incontro tra arti poetiche, visive e performative. Da ricordare, per il loro particolare rilievo, il suo sodalizio con artisti e performer come Giuseppe Chiari, Joe Jones, Charlotte Moorman e Nam June Paik che sperimentarono la traduzione di partiture musicali in oggetti visivi e concettuali.

Dopo il trasferimento a Capri, dove svolge l'attività di animatrice culturale per la Fondazione Casa Malaparte, nei primi anni Duemila Chiessi si avvicina alle ricerche del gruppo giapponese d'avanguardia Gutai, cui si deve il superamento della centralità della composizione figurativa nel gesto pittorico per un ripensamento dell'atto creativo basato sull'esaltazione della fisicità dei materiali e delle azioni corporee insite nel processo artistico. Intenso e duraturo fu il rapporto con uno dei rappresentanti più celebri del movimento, il maestro Shozo Shimamoto, cui nel 2007 dedicò, insieme a Laura Montanari e Giuseppe Morra, la fondazione dell'associazione omonima in Italia e in Giappone, con lo scopo di promuoverne la ricerca e archiviarne l'intero corpus artistico.

Aspetto non meno rilevante nel raccontare la sensibilità con cui comprese e interpretò l'arte del suo tempo è il fondo "Rosanna Chiessi, Archivio fotografico storico-artistico Pari&Dispari" costituito da 54 album contenenti migliaia di fotografie riordinate e da lei stessa commentate, e istituito da Comune di Reggio Emilia Biblioteca Panizzi in seguito alla donazione disposta dalla figlia nel 2017. Di questo eccezionale diario per immagini che restituisce la complessa attività di promozione dei fenomeni artistici allora più avanzati, sono visibili in mostra due album e un'ampia selezione di immagini. Tra queste, si distinguono i momenti conviviali e di amicizia vissuti con gli artisti che testimoniano la sua propensione a tessere relazioni di complicità e creare luoghi accoglienti per l'arte e per gli artisti.

Il meritorio lavoro di digitalizzazione e pubblicazione on line su Biblioteca Reggiana Digitale, completato a cura di Laura Gasparini con il servizio Fototeca della biblioteca, ha trasformato un luogo privato di memoria in uno spazio condiviso, a disposizione di tutti coloro che intendono studiare, approfondire e osservare uno spaccato di arte contemporanea internazionale che ha visto Reggio Emilia protagonista. I numerosi eventi artistici promossi da Rosanna Chiessi sono stati documentati non solo fotograficamente, ma anche con il linguaggio video a partire dal 1975. In alcuni casi si tratta di semplici riprese degli artisti durante la creazione delle loro opere nella sua casa-studio, altri, invece sono video prodotti attraverso una regia e un montaggio a cura dell'operatore per Pari&Dispari e sono una documentazione preziosa delle performaces organizzate a Cavriago, a Reggio Emilia e in altri luoghi significativi per l'arte in Italia. Anche questi materiali rari sono oggi accessibili su Biblioteca Reggiana Digitale, per arricchire ulteriormente la sezione degli album fotografici. In concomitanza con la mostra, per i tipi di Danilo Montanari Editore esce un volume dal titolo omonimo, che costituisce la più ampia pubblicazione disponibile sulla figura e sull'attività di Chiessi.

Artisti in mostra: Rafael Alberti, Eric Andersen, Joseph Beuys, Giulio Bizzarri/Corrado Costa/Bruno Picariello, Giuseppe Chiari, Philip Corner, Giuseppe Desiato, Al Hansen, Geoff Hendricks, Dick Higgins, Joe Jones, Allan Kaprow, Hyon Soo Kim, Alison Knowles, Urs Lüthi, Jackson Mac Low, George Maciunas, Valerio Miroglio, Charlotte Moorman, Hermann Nitsch, Nam June Paik, Arnulf Rainer, Angela Ricci Lucchi, Dieter Roth, Shozo Shimamoto, Yasuo Sumi, Anne Tardos, Franco Vaccari, Bob Watts. (Comunicato stampa)




W. Eugene Smith - Area residenziale - City Housing, 1955-1957 - Stampa ai sali d'argento - gelatin silver print 33.97x26.67cm - Gift of the Carnegie Library of Pittsburgh © W. Eugene Smith - Magnum Photos W. Eugene Smith - Area residenziale - City Housing, 1955-1957 - Stampa ai sali d'argento - gelatin silver print 33.97x26.67cm - Gift of the Carnegie Library of Pittsburgh © W. Eugene Smith - Magnum Photos W. Eugene Smith: Pittsburgh
Ritratto di una città industriale


termina il 16 settembre 2018
Mast.Gallery - Bologna
www.mast.org

Per la prima volta in Italia una mostra interamente dedicata all'opera che il fotografo americano W. Eugene Smith (1918-1978) ha realizzato a partire dal 1955 su Pittsburgh, (Pennsylvania, Usa), la città industriale più famosa del primo Novecento. L'esposizione, a cura di Urs Stahel, propone il nucleo principale di questo lavoro magnifico e sofferto: 170 stampe vintage provenienti dalla collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh sulla città e insieme sull'America degli anni Cinquanta, tra luci, ombre e promesse di felicità e progresso. Il progetto, considerato da Smith l'impresa più ambiziosa della propria carriera, segnò un momento di svolta nella vita professionale e personale del fotografo.

A trentasei anni, dopo i successi e la notorietà ottenuti documentando come fotoreporter alcuni dei principali avvenimenti della seconda guerra mondiale per "Life", Smith decise di chiudere con la rivista e con i mal tollerati vincoli imposti dai media per dedicarsi alla fotografia con una maggiore libertà espressiva. Come spiega Urs Stahel, "W. Eugene Smith lottava per rappresentare l'assoluto. Ben lungi dall'accontentarsi di documentare il mondo, voleva catturare, afferrare, almeno in alcune immagini, niente di meno che l'essenza stessa della vita umana." Il primo incarico che Smith accettò fu di realizzare in un paio di mesi un centinaio di fotografie su Pittsburgh per una pubblicazione celebrativa sul bicentenario della sua fondazione.

La città era in pieno boom economico grazie alla crescita dell'industria siderurgica e in particolare delle sue acciaierie, che garantivano lavoro e attiravano operai da tutto il mondo. Smith rimase affascinato dalla città dell'acciaio, dai volti dei lavoratori, dalle sue strade, dalle fabbriche dagli infiniti particolari e dalle contraddizioni del tessuto sociale, registrandoli meticolosamente per comporre il ritratto di una città a tutto tondo. Questo semplice mandato si trasformò così in uno dei progetti più importanti della sua vita. In circa tre anni realizzò instancabilmente 20.000 negativi, 2.000 masterprint e per tutta la vita cercò, senza riuscirci mai completamente, di produrre il saggio definitivo che avrebbe rivelato l'anima della città senza lasciare fuori nulla, un'opera senza precedenti nella storiadella fotografia.

Solo una piccola parte di questo lavoro venne conosciuto dal grande pubblico, tramite il "Photography Annual" del 1959, l'unica rivista su cui Smith accettò di pubblicare le sue foto perché gli garantì il controllo assoluto sulle 36 pagine intitolate Labyrinthian Walk, rifiutando importanti offerte economiche da "Life". Il risultato non fu all'altezza delle aspettative di Smith, che continuò per anni ad avere come priorità la pubblicazione di un intero libro su Pittsburgh. La selezione di immagini esposta offre un quadro intenso e rappresentativo di questo progetto di cui lo stesso Smith, riconoscendo le difficoltà incontrate nel comporre in un'unica opera i contrasti di una città così complessa, affermava: "Penso che il problema principale sia che non c'è fine ad un soggetto come Pittsburgh e non ci sia modo di portarlo a compimento".

William Eugene Smith (Usa, Wichita, Kansas, 1918 - Tucson, Arizona 1978) studia fotografia all'Università di Notre Dame, nell'Indiana, e nel 1937 si trasferisce a New York, dove lavora come fotoreporter per "Newsweek", "Collier's", "Parade", "Time", "Fortune", "Look" e "Life". Durante la Seconda guerra mondiale è corrispondente dalle isole di Saipan, Iwo Jima, e Okinawa, in Giappone, dove viene ferito gravemente da una granata. Nel 1947 entra nell'organico di "Life". Nello stesso anno, entrato a far parte dell'agenzia Magnum, accetta di realizzare un saggio fotografico su Pittsburgh. Nel 1959 solo una parte di quell'impresa ambiziosa e sofferta arriva al pubblico: Pittsburgh-W. Eugene Smith's Monumental Poem to a City, la più ricca versione del lavoro, con un layout di 36 pagine dello stesso Smith, appare sulle pagine di "Photography Annual", annuario della rivista "Popular Photography".

Nel 1971 presenta a New York e poi a Tokyo "Let Truth Be the Prejudice", grande mostra di oltre 400 fotografie curata da lui stesso. Dal 1971 al 1975 vive in Giappone, dove si avvicina alle associazioni che si battono contro l'inquinamento industriale nella città di Minamata. E' del 1973 la personale a Tokyo "Minamata: Vita-sacro e profano", che due anni dopo sarà esposta all'International Center for Photography, New York. Nel 1977 si trasferisce a Tucson, Arizona, dove gli viene assegnata una cattedra universitaria. Il suo ricchissimo archivio entra a far parte della collezione del Center for Creative Photography dell'Università dell'Arizona.

All'inizio degli anni Trenta il sistema della stampa illustrata aveva raggiunto un suo primo momento culminante. Inventata e sviluppata nell'Ottocento quale forma abbreviata e parallelo visivo della novella o del romanzo borghese, negli anni Venti la fotografia iniziava la sua marcia trionfale grazie a numerose novità, come la macchina da stampa veloce, la rotativa, il procedimento a scala di grigi, la stampa a due e a più colori. Pioniere in Germania furono la "Berliner Illustrirte Zeitung" e la "Arbeiter Illustrierte Zeitung", con una tiratura che superava, in entrambi i casi, le 500.000 copie. Negli anni Trenta questa nuova forma di storytelling, con molte fotografie e testi di accompagnamento, si diffuse in tutti i paesi.

E' questa l'epoca in cui nacque W. Eugene Smith. Già a sedici anni iniziava a fotografare e pubblicare. In pochi anni diventò, insieme a Margaret Bourke-White, uno dei grandi eroi del reportage e del saggio fotografico. Il medico di campagna, Vita senza germi, Il villaggio spagnolo, La levatrice, Charlie Chaplin al lavoro, Il regno della chimica e Un uomo compassionevole sono, oggi come allora, tra i servizi più celebri che siano mai stati realizzati per riviste illustrate. Sequenze di fotografie che intendevano trasmettere un significato di per sé, le fotografie di W. Eugene Smith andavano molto oltre i consueti reportage fotografici. Le sue immagini erano buie, a volte perfino cupe, molto cariche, non intendevano descrivere il mondo ma contenerlo, non riprodurlo ma, per così dire, darlo alla luce loro stesse. Al culmine della sua fama di fotografo per riviste, dopo soli sette anni di impiego a tempo pieno per "Life" - seguiti da un altro paio d'anni di lavoro su commissione - nel 1954 W. Eugene Smith abbandonò tutto e lasciò la rivista per un diverbio.

Era un fotografo difficile, il suo modo di portare avanti le commissioni ricevute era complesso, tortuoso, non consegnava mai un lavoro in tempo, non era mai soddisfatto del layout delle immagini, dell'impaginazione, dell'intensità delle foto stampate, delle didascalie, dell'intera presentazione della story, come si diceva. Si liberò dal sistema degli incarichi, dal lavoro dipendente, alla ricerca di maggiore profondità, autenticità, verità, sospinto dal desiderio di trovare l'assoluto, di essere davvero pronto e presente nei rarissimi attimi in cui la verità della vita si manifesta nelle apparenze del mondo. La rottura con la stampa, con le riviste, con i media, rappresentò una cesura nella sua vita, e da ultimo anche una rottura con la famiglia, con la moglie Carmen Martinez e con i quattro figli.

Si trovò di fronte a un grande bivio personale e professionale: fu costretto a vendere la sua casa a Croton-on-Hudson, N.Y. e si trasferì a New York, dove andò ad abitare in uno loft in un edificio in cui suonavano jazz, sulla Avenue of the Americas, dalle parti del tratto meridionale della Ventesima strada, in quello che un tempo era il Flower District di Manhattan. Ad acuire il suo isolamento gli giunse la richiesta di realizzare, nel giro di un paio di mesi, tra le 80 e le 100 foto della città di Pittsburgh. L'incarico si trasformò gradualmente nel progetto più ambizioso della sua vita, e poi nel suo fallimento più doloroso. Invece che per un paio di mesi, Smith continuò a fotografare per due o tre anni, rimanendo poi impegnato per il resto della vita in innumerevoli tentativi di produrre, il libro definitivo su Pittsburgh. (Comunicato stampa)




Il Canale Emiliano Romagnolo nello sguardo di Enrico Pasquali
termina il 25 novembre 2018
Museo del Patrimonio Industriale - Bologna

L'esposizione fotografica, a cura di Sonia Lenzi, consegna al nostro presente la rilevanza del Canale per le economie agroalimentari di parte dell'Emilia e di gran parte della Romagna. Al contempo essa ci fa compiere un salto all'indietro, in un universo composito fatto di essenzialità, cruda, reale, quasi documentaristica, rappresentato dal maestro di neorealismo di Castel Guelfo, nato in quella fetta di terra bagnata dal Sillaro spesso indicata come spartiacque di confine tra l'Emilia e la Romagna, che ha iniziato il "mestiere" di fotografo a Medicina. In mostra viene esposta una scelta significativa dei lavori di Enrico Pasquali degli anni '50-'60 e un video con una ricca serie di testimonianze orali e interviste a lavoratori, tecnici, progettisti e dirigenti, protagonisti dell'avviamento dei lavori del Canale Emiliano Romagnolo, recentemente realizzate da Sonia Lenzi, con la regia di Enza Negroni. (Comunicato stampa)




Archimede Archimede a Siracusa
termina il 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Cristian Avram - Waiting for miracle - oil on canvas cm.65x50 2017 Richard Loskot - Heaven on Earth, 2018, installation, dettaglio Richard Loskot: Cosmology Model
Cristian Avram "The place we call home"


termina il 28 luglio 2018
Boccanera Gallery - Trento

Le opere dei due artisti indagano in maniera opposta sulle molteplici influenze nel rapporto tra uomo e spazio: Cristian Avram, nelle sue opere a olio su tela, esplora il microcosmo delle pareti domestiche della sua casa-studio nelle campagne nei dintorni della città rumena di Cluj-Napoca (Alba-Iulia, Romania, 1994), e Richard Loskot (Most - Cecoslovacchia, 1984), attraverso la creazione di apparati tecnologici rudimentali, macchinari assemblati con parti di oggetti di uso comune e pezzi di mobilio, guarda alla grandezza e ai misteri del Cosmo. Lo spazio non è solo la proiezione di un soggetto, un involucro, un disegno ma è anche il deposito di tutte le nevrosi e le fobie della società che lo circonda. In questo senso lo spazio non è vuoto ma pieno di oggetti disturbanti. L'arte ha la capacità di rappresentare lo spazio nella sua distorsione, modificando la maniera tradizionale in cui è stato storicamente concepito.

Il progetto di Richard Loskot, Cosmology Model, verte sulla contraddizione tra l'avanzamento tecnologico e suoi stessi limiti. Partendo dal concetto di reprocità, Richard riflette sul rapporto tra Uomo e Universo e su come l'ignoto scateni nella mente umana una serie di quesiti esistenziali ai quali, nonostante l'apporto delle più avanzate intelligenze artificiali, non è possibile rispondere. Loskot s'interroga su concetti apparentemente semplici: cos'è un colore, cos'è il vuoto, come si comporta il caso. Cosmology Model è un viaggio che parte dallo scheletro scarno della macchina e si muove verso alla percezione enigmatica interiore del concetto d'infinito.

I lavori di Loskot sono modelli che restituiscono immagini con l'ausilio di apparati posti strategicamente tra lo spettatore e l'oggetto, trasformando i luoghi riprodotti dalla macchina in spazi sensibili. L'opera quindi ha sempre due tempi di lettura, quella d'insieme e quella innescata dalla presenza del fruitore. Costruire questi oggetti tramite l'assemblaggio di meccanismi recuperati da oggetti comuni, ha come fine ultimo quello di riflettere sul microcosmo che circonda l'essere umano nella quotidianità. Il mondo è ricoperto di una costellazione di oggetti capaci di svelarci l'essenza della vita, se solo si cerca con attenzione.

In The Place we call Home, attraverso le sue pitture a olio su tela, Cristian Avram esplora la collisione tra mondo interno e mondo esterno, e come quest'ossimoro può dare origine a stati di coscienza superiore. Cristian come Richard parte da concetti semplici: come la ricerca della bellezza della quotidianità permetta agli esseri umani di chiamare un luogo casa. Cristian Avram recentemente si è trasferito dalla città a un remoto complesso di casa-studio d'artista nelle campagne di Cluj Napoca. Nella solitudine di quel luogo, durante il suo primo inverno passato vivendo in isolamento, ha osservato come lo spazio da impervio stabile post-soviet si sia trasformato nella sua casa ed ha ritratto la trasformazione attraverso i residui della presenza umana nello spazio.

Il lavoro di Avram, sempre concentrato sul suo vissuto personale, sviluppa il senso del tempo puro, non databile. Con un'analisi sull'estetica dello spazio, tenta di sondare le possibili alterazioni dell'ambiente, dal tangibile all'immateriale, alla dimensione privata a quella sociale. Il giovane pittore rumeno quindi cerca di ricomporre nella composizione delle sue opere una gerarchia estetica, ritraendo il disordine organizzato degli spazi usati dall'uomo in sua assenza. L'esistenza dell'essere umano è tangibile ma l'astrazione del mezzo della pittura restituisce la dimensione animifica propria degli ambienti ritratti, creando un luogo dell'ammina. Lo spazio espande nelle sue dimensioni fisiche verso l'infinito dello spirito. Entrambe le mostre convergono quindi sulla riflessione della reciprocità tra microcosmo e macrocosmo e come la dimensione sensibile della percezione dello spazio renda le sue coordinate illeggibili. (Comunicato stampa)

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Boccanera Gallery, Trento, is pleased to present the second solo exhibition by Richard Loskot (Most, CZ in 1984), Cosmology Model, at the Main Gallery space, and The Place we call Home, Cristian Avram's project (Cluj-Napoca, RO in 1994), at the Project Room space. Recently, Boccanera Gallery has developed its Trentine headquarters, and in its 300 square meters will be hosting the projects of two young Eastern European artists focused on a shared interest: space. The works of both artists investigate the relationship between man and space. In his oil paintings on canvas Cristian Avram explores the microcosm of the domestic surroundings of his home-studio in the countryside of the Romanian city of Cluj-Napoca. Richard Loskot looks at the greatness and the mysteries of the Cosmos building rudimentary devices, machines assembled with parts of everyday objects, obsolete technology and pieces of furniture.

Space is not only the extension of a subject, a box, a design but it is also the storage of neuroses and phobias of the surroundings' society. In this sense, space is not empty but full of unsettled objects. Art can represent space in its distortion, modifying the traditional way in which it has been historically perceived. Cosmology Model by Richard Loskot focuses on the contradictions of the limits of advanced technology.Starting from the concept of reciprocity, Richard envisions the relationship between Man and the Universe and how the unknown unleashes a series of enigmatic questions about existence in which, despite the contribution of the most advanced artificial intelligence, they remain incomprehensible.

Loskot reflects on likely banal concepts: what is a color, what is emptiness, how does a circumstance work? Cosmology Model is a journey that starts with the bone structure of the machine and moves towards the inner perception of the enigma of the infinite. Loskot's works are models that construct images only visible through a third piece of equipment placed strategically between the viewer and the object with the aim of translating the space reproduced by the machine in the space of consciousness. Therefore, the work always has two different stages of analysis: the whole and the one triggered by the presence of an audience. Through the assembly of mechanisms recovered from ordinary objects, Loskot reflects on the everyday life's microcosm surroundings the human beings. The world is coated with an unequivocal constellation of objects capable of unveiling the essence of life.

In The Place we call Home, in his oil paintings, Cristian Avram explores the collision between the inner world and the outer world, and how this oxymoron can rise states of higher consciousness. As with Richard, Cristian starts his research from a simple concept: what are the factors that can bring a human being to call a place home and how beauty can be the key to it. Cristian Avram recently moved from the city to a remote artist-studio complex in the countryside of Cluj Napoca. During his first winter spent living in solitude and isolation he experienced how the post-Soviet impervious building turned into his home, portraying the transformation through the ghostly presence of humans activities in the space.

Avram's work focuses on his personal experience translating it into timeless images. He explores the possible alterations of the environment capturing the moment between the tangible to the immaterial, from the personal matter to the public life. The young Romanian painter reconstructs in his works an aesthetic hierarchy, portraying the organized manmade disorder of spaces occupied by human beings in its absence. The existence of being is tangible, but the abstraction of the medium creates a place of the soul in the subject of the artwork. The physical proportions of the space expand towards a spiritual dimension. Both exhibitions reflection on the interchange between microcosm and macrocosm and how the coordinates of space are illegible applying variables related to irrational thought.

Richard Loskot was born in Most (Cz) in 1984, lives and works in Usti nad Labem (CZ). He studied in the faculty of Art and Architecture at the University of Liberec as well as in the Munich School of Fine Art. He has exhibited in Germany, the UK, and in Romania, as well as in the Czech Republic and Slovakia. In 2012 and 2014 he was one of the five finalists for the most prestigious prize in Czech Republic Jindrich Chalupecký prize with a special mention. In January and February 2014 participated in a residence in the International Studio & Curatorial Program of New York. In September 2104 he did a group exhibition Europe, Europe curated by Hans Ulrich Obrist, Thomas Boutoux, Gunnar B. Kvaran at Astrup Fearnley Museet in Oslo. Currently, he is part of two group shows Nature. Arte ed Ecologia, curated by Margherita de Pilati, in Galleria Civica in Trento and Arthouse Lapidarium, curated by Lenka Lindaurová at the National Museum in Prague.

Cristian Avram, born ad Alba-Iulia, RO in 1994, is attending the first year of the Masters in Painting at the Cluj-Napoca University of Art and Design (RO). Selected exhibitions: Talking 'bout my generation, group exhibition, Plan B Cluj-Napoca; Bridges, group exhibition, Boccanera Gallery, Milan (2018); Starpoint Prize 2017, group exhibition, Victoria Art Center, Bucharest (2017); Cutting Edge III, group exhibition, Museum of Art Cluj-Napoca, (2016). (Press release)




Opera di Guenter Umberg Günter Umberg: De Pictura
termina il 17 luglio 2018
Galleria A arte Invernizzi - Milano

Come per le precedenti esposizioni tenutesi in galleria a partire dal 1997, anche in questa occasione l'artista tedesco ha ideato un percorso espositivo mirato e specifico, che mette in relazione diretta le opere e l'ambiente circostante. Sin dagli anni Settanta Günter Umberg interpreta il tema del monocromo creando opere che si definiscono come presenze pienamente corporee nello spazio, lavori che l'artista ottiene sovrapponendo pigmenti puri di colore fissati con resine. Umberg stende i pigmenti in modo verticale e orizzontale alternato, fino a che ciò che appare visibile a chi osserva il suo lavoro non è più un insieme di strati di pittura sovrapposti ma un corpo "altro", completamente indipendente.

Come scrive Serge Lemoine: "Questa pittura che sta a contatto diretto col muro, e che non ha nulla a che vedere con un quadro da cavalletto, è la caratteristica tipica del modo di fare arte di Günter Umberg: una struttura semplice, un colore, una superficie uniforme, un supporto molto sottile, privo di materialità. L'opera non lascia emergere alcuna composizione, non ha una struttura e non ha corpo. E' una sola ed unica entità, al contempo superficie e profondità, generatrice di uno spazio immateriale". Le superfici dei diversi Ohne Titel esposti negli spazi della galleria, sia singolarmente che nei Plan, insiemi organizzati di più elementi, vibrano dell'eco di profondità insondabili e si mostrano cariche di materia, quasi emanassero un'energia sufficiente a mutare la percezione degli ambienti in cui sono installate. In occasione della mostra verrà pubblicato un volume che ripercorre le diverse esposizioni, dalla metà degli anni Novanta, alla galleria A arte Invernizzi e in musei e spazi pubblici, con un saggio introduttivo di Serge Lemoine, testi di Paolo Bolpagni, Massimo Donà, Carlo Invernizzi e Eva Schmidt, la riproduzione delle opere esposte in mostra e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Saline di Trapani Agrigento, Valle dei Templi Particolare del mosaico della Stanza di Ruggero, Palazzo Reale di Palermo Sicilia, il Grand Tour
termina il 22 luglio 2018
Palazzo Cipolla - Roma

Raccolta di acquerelli di Fabrice Moireau raccontati da Lorenzo Matassa. Un'iniziativa promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte, in collaborazione con la Fondazione Federico II. Nel titolo c'è il richiamo alle suggestioni di quel fenomeno che, tra il Settecento e la prima metà dell'Ottocento, portò in Sicilia viaggiatori stranieri e uomini di cultura accompagnati da artisti del paesaggio. Così accadde a Goethe che visitò l'Isola nel 1787. Il suo diario, illustrato da Christoph Heinrich Kniep, divenne leggenda. Circa 400 opere a colori del "pittore dei tetti di Parigi", concesse dalla Fondazione Dragotto, tracciano un nuovo percorso goethiano. Illustri viaggiatori hanno offerto il proprio sguardo per raccontare la Sicilia al mondo intero. Superarono mille difficoltà per scoprire paesaggi disegnati dalla natura e rileggere ciò che l'antichità e l'arte avevano consolidato in monumenti d'immenso valore. Nelle loro parole la Sicilia fu il luogo della definitiva crescita conoscitiva ed emozionale.

Nei luoghi ritratti l'artista si è recato personalmente, accompagnato dall'inseparabile zaino che contiene gli attrezzi da lavoro del pittore: la tavolozza, i colori, i fogli bianchi, i pennelli, l'immancabile sgabello pieghevole. Riprese dalla mano sapiente del Maestro Moireau diventano acquerelli le testimonianze archeologiche dell'Isola, le vedute di alcune riserve naturali, le isole minori, i numerosi castelli, gli scorci dei siti Unesco. Un lungo itinerario nella Sicilia più intima, nei luoghi meno conosciuti, ma non per questo meno affascinanti e meritevoli di un viaggio.

«La mostra "Sicilia, il Grand Tour" è per me un meraviglioso viaggio nella memoria, un'immersione nei luoghi, negli scorci, nei paesaggi più belli e suggestivi della mia terra natia, condotta sull'onda della soave pennellata di Fabrice Moireau, indiscusso maestro di una tecnica tanto pregevole quanto oggi scarsamente praticata qual è l'acquerello. - afferma il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente Onorario della Fondazione Cultura e Arte - Un percorso espositivo che è una vera poesia, un inno all'isola che indusse Federico II di Svevia ad affermare che era al tal punto felice di vivere in Sicilia da non invidiare a Dio il Paradiso. Ecco, gli acquerelli di Moireau, con l'ideale contrappunto dei testi di Lorenzo Matassa, connotati da un lirismo ispirato che fa apparire le opere ancora più belle, restituiscono oggi intatto il senso della meraviglia dei viaggiatori stranieri di fine Settecento ed inizio Ottocento, di cui Goethe narrò in una delle sue famose lettere: "E' in Sicilia che si trova la chiave di tutto. La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l'unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra... chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita".». (Estratto da comunicato ufficio stampa Civita)

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  • The Rough Guide - Sicilia (Recensione di Ninni Radicini)

  • Andreas Schulze - Dipinti di panorami e sculture in ceramica dal viaggio in Sicilia dell'artista tedesco (Mostra, giugno-agosto 2013)

  • La Trinacria - Storia e Mitologia (Articolo di Ninni Radicini)

  • Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico 2010 | Documentari su Grecia e Sicilia Ellenica

  • Sicilia e Grecia | Città fondate da Siciliani e Greci





  • Opera di Veronica Smirnoff Veronica Smirnoff
    Tales of Bright and Brittle


    termina il 20 luglio 2018
    Galleria Riccardo Crespi - Milano

    Terza personale in Italia dell'artista inglese di origine russa Veronica Smirnoff. Le opere in mostra costituiscono un corpus quasi completamente unitario, concepito e dipinto tra il 2017 e il 2018 dall'artista che approfondisce varie intuizioni tra fantasia e storia, folclore e immaginazione. Smirnoff trae ispirazione dalle sue esperienze di luoghi, dal suo amore per libri e racconti, nel rispetto di storia, miti ed epiche comuni. La tempera all'uovo su tavola gessata, una delle tecniche più antiche e minuziose, è strumentale al procedimento in cui l'artista combina la tecnica dell'icona con la miniatura, la tradizione asiatica con l'arte popolare, nonché con spunti e simboli da altre fonti, per aggiungere significato e validità ai suoi soggetti. Impadronendosi di diversi linguaggi pittorici attraverso giustapposizione irrazionale e pura intuizione, fa intuire l'implacabile conflitto tra figurazione e astrazione, un equilibrio sottile e costantemente re-immaginato tra allegoria e appropriazione.

    Nelle parole dell'artista: "La magia dell'audacia di raccontare quel che sempre accade nello spazio mentale è la prova dell'immaginazione che permette di muoverci liberamente nel regno della fantasia, riluttanti a mettere in discussione la mancanza di logica tra le cose incomprensibili che prima o poi trovano un senso e ci insegnano qualcosa sul mondo reale." Gli spunti tematici sono molteplici e inestinguibili: in Scarlet and Seraphim l'esplicito riferimento a L'isola dei morti di Böcklin si allenta in uno spazio più luminoso, suggerendo la possibilità di esplorare ancora pittura e vita - che qui mostrano un destino comune in cui pensieri ed immagini sono soggetti ad un eterno ritorno. La mostra sarà accompagnata da un libro edito da Gli Ori, Pistoia. (Comunicato stampa)




    Pittore attivo a Roma nel primo quarto del XVI secolo - Madonna col Bambino, 1519 - olio su tavola, cm.100x71,5 Una ritrovata Madonna della Fabbrica di San Pietro
    termina il 16 luglio 2018
    Palazzo Madama - Torino

    L'opera viene esposta in anteprima assoluta al pubblico dopo un lungo e complesso restauro. Il dipinto è un olio su tavola e fu commissionato nel gennaio del 1519 a un "Dipintore", del quale purtroppo non è tramandato il nome e per il quale non c'è al momento un'attribuzione sicura. Conosciamo, invece, il committente, la moglie di tal Pietro Pedreto, che fece realizzare il dipinto per la chiesa di San Giacomo Scossacavalli in Roma. L'edificio sorgeva nei pressi della basilica vaticana, ma fu demolito nel 1937, insieme a tutte le case circostanti della cosiddetta "Spina di Borgo", per realizzare la monumentale Via della Conciliazione che dal Tevere conduce a Piazza San Pietro. In seguito alla demolizione della chiesa di San Giacomo, il dipinto fu trasferito nei depositi della Fabbrica di San Pietro e abbiamo notizia di primi tentativi di restauro nel XVII e poi nel XVIII secolo.

    Solo nel 2016 venne avviato il non facile restauro, affidando l'incarico a due valenti professionisti romani: Lorenza D'Alessandro per la parte pittorica e Giorgio Capriotti per il supporto ligneo. L'intervento è stato lungo e impegnativo, perché il dipinto era fortemente danneggiato, soprattutto sul busto della Vergine e nella metà inferiore, con cadute irreversibili di colore dovute molto probabilmente all'immersione nell'acqua del Tevere che era straripato allagando tutta la chiesa all'antivigilia di Natale del 1598. Le cronache raccontano che l'acqua si arrestò improvvisamente sotto le labbra della Vergine, lasciando il segno della piena. Quella storica traccia si può ancora riconoscere in una scura linea orizzontale che attraversa il dipinto, e il danno è ancora più evidente nella parte inferiore, dove la pittura è andata totalmente perduta.

    Nell'allestimento ideato per Palazzo Madama dall'architetto Roberto Pulitani, oltre al dipinto vengono presentate riproduzioni di fotografie e documenti che descrivono non solo il complesso intervento di restauro in tutte le sue fasi, ma anche la storia della chiesa andata distrutta e del contesto urbanistico ove essa sorgeva. La chiesa di San Giacomo era infatti sede dell'Arciconfraternita del Santissimo Corpo di Cristo, che ebbe come confratelli più di venti cardinali - tra i quali i futuri papi Innocenzo IX e Paolo V - e numerose alte cariche della curia romana, con personaggi illustri come Domenico Fontana e Pierluigi da Palestrina. Il restaurato dipinto della Madonna col bambino era allocato sopra l'altare della prima cappella a destra entrando.

    Qui certamente lo vide Raffaello, che abitava in un palazzetto di fronte a questa chiesa, e anche il pittore Perin del Vaga, che dimorò anch'egli in Borgo Nuovo in una casa vicino all'abitazione del maestro urbinate, del quale fu allievo e collaboratore. Nel 1521 un anonimo artista di Parma realizzò per la Madonna di Scossacavalli un tabernacolo, che serviva anche da "macchina processionale" quando la venerata immagine mariana veniva solennemente portata in processione, come nell'anno 1522 per scongiurare la peste che aveva colpito la popolazione di Roma. Nella cappella ad essa dedicata, detta anche "Cappella della Beata Vergine delle donne", il dipinto fu oggetto d'intensa devozione, testimoniata sulla tavola dalla presenza di numerosi fori e abrasioni dovuti alla pratica devozionale di fissare con chiodi corone, collane, gioielli ed ex voto.

    La mostra di Palazzo Madama costituisce un'occasione unica e irripetibile, nel mese che per la religione cattolica è tradizionalmente dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, maggio è il mese della primavera e delle rose, fiore mistico, dedicato alla Santissima Vergine, a Torino particolarmente venerata nell'icona di Maria Consolata, patrona della Città insieme a San Giovanni Battista. La mostra rappresenta dunque un appuntamento imperdibile non solo per gli appassionati di arte, ma anche per tutti i devoti che a Torino avranno l'opportunità di conoscere la storia di questa straordinaria icona. (Estratto da comunicato stampa)




    Michelangelo alla Cripta di San Sepolcro
    termina il 15 settembre 2018
    Cripta del Santo Sepolcro - Milano
    www.criptasansepolcromilano.it

    In uno dei luoghi più suggestivi della città, un'installazione del grande regista Michelangelo Antonioni dedicata al Mosè di Michelangelo Buonarroti, conservato in San Pietro in Vincoli a Roma, accompagnata da alcune immagini del fotografo Aurelio Amendola. Dopo la mostra di Bill Viola, tocca a Michelangelo Antonioni (1912-2007), uno dei maggiori registi della storia del cinema. Lo sguardo di Michelangelo, un cortometraggio di 15 minuti, realizzato dal regista ferrarese nel 2004, tre anni prima della sua scomparsa, può essere considerato una sorta di suo testamento spirituale. Lo sguardo di cui si parla nel titolo è quello del regista che entra camminando nella penombra della chiesa, si arresta e rimane immobile, quasi sopraffatto, di fronte al capolavoro del Buonarroti, scrutandone i particolari e soffermandosi sull'espressione del profeta.

    Il Mosè è un marmo che "parla", capace di trasmettere all'osservatore tutta la bellezza che l'artista gli ha regalato. In questa sua visita, Antonioni entra in completa simbiosi con la scultura, muovendo delicatamente il braccio fino a sfiorarla con la mano per coglierne lo spirito. L'uscita del regista dalla porta della chiesa, accompagnato da un misteri oso coro di Pierluigi da Palestrina, fa ritornare l'autore del documentario verso la luce del Sole che penetra dall'esterno. Il percorso espositivo sarà arricchito da alcuni ritratti fotografici del Mosé realizzati da Aurelio Amendola. Al termine della mostra sarà possibile acquistare gli scatti d'autore originali e nello stesso tempo contribuire sensibilmente alle opere di recupero della Cripta. (Comunicato stampa)




    Andrea Samaritani - Teatro Valli - fotodipinta su pannello di legno cm.33x48 - Reggio Emilia 2017 Andrea Samaritani - Piazza Grande - fotodipinta su pannello di legno cm.48x33 - Modena, 2017 La fotografia dipinge: il Grand Tour di Andrea Samaritani
    termina il 23 novembre 2018
    BFMR & Partners - Reggio Emilia

    In mostra, una quarantina di Fotodipinte di Andrea Samaritani: immagini fotografiche provenienti dall'ampio archivio dell'artista, successivamente sottoposte a coloritura manuale «per rendere più poetica la fotografia e più realista la pittura». «Intenso e profondo - scrive il curatore Sandro Parmiggiani - è il rapporto che Andrea Samaritani intrattiene, da tanti anni, con la fotografia: il suo sguardo ha cercato di catturare immagini del "Bel Paese", di andare alla scoperta di itinerari culturali insoliti, di rivelare i segreti di studi d'artista e di opere d'arte antiche e moderne. Dodici anni fa, Andrea si è avventurato in un'esperienza, intensificatasi nel tempo, che riunificasse la sua duplice passione per la fotografia e per la pittura, cominciando a stendere colori sulle sue immagini stampate su carta.

    Ecco riunite, in questa mostra, alcune delle visioni con le quali Samaritani sembra essersi impegnato in una sorta di aggiornamento dei portolani del Grand Tour italiano, sulle orme dell'incanto che sedusse aristocratici e intellettuali europei dal Seicento in poi. In verità, Andrea ci propone una revisione di alcune delle immagini che fondarono il mito della bell'Italia nella cultura d'Europa, che per lui ora s'incarna nella fusione delle piazze silenti, metafisiche, contese tra la luce e l'ombra, di Giorgio de Chirico, e delle figure scarnificate di Alberto Giacometti, che l'artista di Stampa percepiva come una visione che s'assottigliava fin quasi a dissolversi nel vuoto».

    Andrea Samaritani (Cento di Ferrara, 1962) artista dal 1985, si è espresso in diverse discipline: fotografia, giornalismo, grafica, pittura e regia video. Collabora con le principali riviste dell'editoria italiana e europea. Ha pubblicato più di 50 libri fotografici come autore e sue immagini sono contenute in più di 300 volumi di storia e di arte. Ha realizzato più di 100 mostre d'arte e fotografia. Ha percorso l'Italia da Nord a Sud per trent'anni, sul tema degli Itinerari Culturali e del Grand Tour. Nel 2006 ha iniziato a intervenire manualmente sulle sue fotografie creando la serie delle Fotodipinte. Sono più di duemila i soggetti fotografici dipinti da Andrea Samaritani, dal vasto archivio fotografico personale, composto da 500.000 immagini. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




    Robert Capa Retrospective
    termina lo 09 settembre 2018
    Real Albergo dei Poveri - Palermo

    La mostra dedicata alla figura di spicco del fotogiornalismo del XX secolo, in occasione delle celebrazioni dei 70 anni dalla fondazione di Magnum Photos, giunge a Palermo, promossa dall'Assessorato Regionale ai Beni Culturali e all'Identità Siciliana in occasione di Palermo Capitale della Cultura 2018 ed è organizzata da Civita in collaborazione con Magnum Photos, e la Casa dei Tre Oci. Robert Capa (Budapest, 22 ottobre 1913-Thai Binh, Indocina, 25 maggio 1954), è lo pseudonimo di Endre Friedmann, inventato nel 1936 insieme alla compagna Gerda Taro.

    Il progetto curatoriale di Denis Curti, fa fede alla mostra originariamente curata da Richard Whelan. La rassegna, presenta 107 fotografie in bianco e nero, che il fotografo, fondatore di Magnum Photos nel 1947 insieme a Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David "Chim" Seymour e William Vandivert, ha scattato dal 1936 al 1954, anno della sua morte in Indocina. Eliminando le barriere tra fotografo e soggetto, le sue opere raccontano la sofferenza, la miseria, il caos e la crudeltà della guerra. Gli scatti, divenuti iconici - basti pensare alle uniche fotografie (professionali) dello sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944 - ritraggono cinque grandi conflitti mondiali del XX secolo, di cui Capa è stato testimone oculare. «Se la tendenza della guerra - osserva Richard Whelan, biografo e studioso di Capa - è quella di disumanizzare, la strategia di Capa fu quella di ri-personalizzare la guerra registrando singoli gesti ed espressioni del viso. Come scrisse il suo amico John Steinbeck, Capa "sapeva di non poter fotografare la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma è riuscito a fotografare quell'emozione conoscendola da vicino"».

    L'esposizione si articola in 12 sezioni: Copenhagen 1932, Francia 1936-1939, Spagna 1936-1939, Cina 1938, Gran Bretagna e Nord Africa 1941 - 1943, Italia 1943 - 1944, Francia 1944, Germania 1945, Europa orientale 1947, Israele 1948-1950, Indocina 1954. La mostra si conclude con una sezione dedicata ai Ritratti di amici e artisti: Gary Cooper, Ernest Hemingway, Ingrid Bergman, Pablo Picasso, Henri Matisse, Truman Capote, John Huston, William Faulkner, Capa stesso insieme a John Steinbeck, e infine un ritratto del fotografo scattato da Ruth Orkin nel 1951. La mostra comprende una sezione speciale dedicata alle fotografie scattate da Capa in Sicilia. Il fotografo era giunto qui nel luglio del 1943 imbarcato su una nave che portava rifornimenti e fungeva da copertura per l'avanzata della Settima Armata del generale George D. Patton verso Palermo. Infine sarà messa a disposizione di tutti i visitatori, inclusa nel biglietto di ingresso, una audioguida in italiano e in inglese, con cui seguire tutto il percorso espositivo. (Comunicato ufficio stampa Civita)




    Valerio Adami - Looking to the east - acrilico su tela cm.198x147 2001 Giorgio Griffa - Policromo - acrilico su tela cm.120x190 2003 Galliano Mazzon - Senza Titolo - tecnica mista su cartone cm.66,5x47,7 1946 "Yesterday, Today, Tomorrow"
    Elegia del colore dagli anni '40 ad oggi


    termina il 21 luglio 2018
    Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
    www.duemilanovecento.it

    Esposizione collettiva che, attraverso le opere di tredici autori selezionati, illustra l'uso del colore nella pittura italiana dagli anni '40 ad oggi. Tre sezioni distinte, ricerche ed espressioni artistiche differenti, proposte eterogenee che, pur nella loro diversità, risultano complementari l'una all'altra. La parte storica comprende due opere del 1946 di Galliano Mazzon, esposto per la prima volta in Galleria, due tempere su tela e su cartoncino, rispettivamente di Mario Nigro e Carla Accardi, e due opere di Fausto Melotti riferibili agli anni '70. A completare il gruppo, una tela di Giulio Turcato del 1971, un paesaggio di Carlo Mattioli, caratterizzato da una grande matericità, colori intensi e dipinto al limite della sinestesia, ed un olio su tela del 1988 Piero Dorazio, artista che ha incarnato per una vita la ricerca dell'Astrattismo italiano.

    La sezione "Today" pone l'attenzione su opere recenti di Enrico Della Torre e Valerio Adami, entrambi nati nella prima metà degli anni '30. Lavori a sviluppo geometrico di Della Torre accostati a "Looking to the east" di Adami, il cui stile si distingue nell'uso di una materia cromatica in stesure piatte, lisce e continue, all'interno di nette recinzioni nere delimitate dal disegno. Concetto e disegno confluiscono pertanto inscindibilmente nell'impianto artistico-narrativo del quadro suggerendo un forte e sicuro impatto comunicativo ed emotivo. A queste ricerche, si aggiungono un dipinto di Walter Valentini e diversi lavori di Giorgio Griffa, al centro di importanti rassegne italiane ed internazionali. Dell'artista torinese sono esposti, in particolare, due acquerelli su cartoncino e un acrilico su tela di grandi dimensioni. Aprono, infine, al divenire le sculture da parete di Paola Pezzi, realizzate attraverso il meticoloso assemblaggio di matite colorate, ed un grande paesaggio contemporaneo del 2002 di Andrea Chiesi, "S.P.K. 38", dipinto in maniera lenta e rigorosa, in cui tempo e memoria si fondono con i concetti di impermanenza e vacuità.




    Locandina della mostra Panta rei dedicata a Gio Pomodoro Gio' Pomodoro: Panta rei
    termina il 15 luglio 2018
    Galleria Nazionale delle Marche (Palazzo Ducale) - Urbino

    In omaggio ad uno dei più emblematici scultori italiani del'900, Gio' Pomodoro, la Galleria dedica una singolare antologica, inaugurando, di mostre in memoria dei grandi artisti di origine marchigiana. La mostra, fortemente voluta dal Direttore Peter Aufreiter, nasce dal progetto ideato dall'architetto Marisa Zattini col figlio dell'artista Bruto Pomodoro che propone un dialogo inedito fra l'arte rinascimentale e la scultura classica contemporanea. Questo omaggio al Maestro marchigiano - uno fra gli scultori italiani più significativi del dopoguerra - avviene a sedici anni dalla sua scomparsa e a quattordici anni dall'inaugurazione della piazza a lui dedicata a Orciano, grande "Luogo scolpito" dell'artista nelle sue amate terre d'origine.

    Profondamente legato ai propri luoghi natali, Gio' Pomodoro (Orciano di Pesaro, 1930 - Milano, 2002), l'artista montefeltrino ha più volte ricordato quanto la cultura materiale, paesaggistica e storica del Montefeltro abbia influito sul suo percorso artistico e intellettuale: la scoperta in età giovanile dei capolavori dell'umanesimo rinascimentale, in particolare quelli di Piero della Francesca e di Raffaello custoditi nelle sale della Galleria Nazionale, sono stati fondamentali per lo sviluppo creativo del giovane artista. Il cortile di Palazzo Ducale, nelle sopralogge e negli affascinanti spazi sotterranei, appannaggio della corte di Federico, Duca di Montefeltro, ospita 25 sculture fra marmi, bronzi e poliesteri, alcuni di dimensioni monumentali.

    A completamento della mostra si potranno ammirare una dozzina di grandi carte disegnate a china, alcune delle quali inedite, strettamente connesse al ciclo delle Tensioni, alle quali il progetto espositivo è interamente dedicato. Nel decennio che va dal 1958 fino al 1968, abbandonate le esperienze legate all'Informale, Gio' Pomodoro sviluppa un propria ricerca legata alla espressione del vuoto: "Il vuoto è all'origine del nostro essere scultori, non già il bisogno di innalzare statue". L'ossessione di ogni vero scultore è per Pomodoro il vuoto, "il tentativo di esprimerlo o catturarlo o definirlo". Le Superfici in tensione, declinate nelle loro molteplici forme - Folle, Tensioni, Forme Distese, Radiali - ne individuano la natura in un fluire continuo, dove "il vuoto coincide con il pieno in un espandersi virtualmente infinito".

    Abbandonata la ricerca all'inizio degli anni '70, per seguire la geometria e i numeri ad essa legati, si assiste a una ripresa delle Tensioni a partire dall'inizio degli anni '90 con le opere, documentate in mostra, quali la Figlia del Sole, le Derive fino agli ultimi Frammenti di Vuoto, opere monumentali che chiudono l'esperienza artistica del Maestro sul nascere del nuovo millennio. In un fluire ininterrotto di intuizioni geniali che percorrono un arco temporale di più di quarant'anni di lavoro, le opere di Pomodoro sono la testimonianza di uno fra i momenti artistici più alti nel panorama della scultura internazionale del XX secolo, che gli avvale - pochi mesi prima della sua scomparsa - il prestigioso premio alla carriera Lifetime Achievement Award in Contemporary Sculpture. (Comunicato stampa)




    Nancy Burson: Composites. La Pioniera dei ritratti computer-generated
    termina il 30 settembre 2018
    Galleria Paci contemporary - Brescia
    www.pacicontemporary.com

    Sin dall'inizio della propria carriera artistica, Nancy Burson si è interessata alle interazioni tra arte e scienza ed è stata tra i primi artisti ad applicare la tecnologia digitale al genere della ritrattistica fotografica. Attraverso la sintesi di diverse immagini resa possibile dall'impiego del suo personalissimo metodo di lavoro, Burson genera opere completamente nuove che sfidano la verità fotografica con la nascita della manipolazione digitale. Il suo lavoro è da considerarsi unico perchè è stata la prima artista ad introdurre i ritratti "composite" nell'era elettronica. E' conosciuta, infatti, proprio per il suo lavoro pionieristico nell'uso delle tecnologie di morphing, l'impiego di programmi computerizzati per cambiare o sovrapporre le foto mostrando nuovi aspetti dell'età, della razza o del personaggio del soggetto originale.

    Oltre alla fusione di due o più immagini in un "composite", il lavoro di Nancy Burson include anche immagini modificate al computer attraverso un sistema deformante che interviene cambiando la realtà di un'immagine, invecchiando e ringiovanendo fotografie e proiettando, così, un ritratto nel futuro o nel passato. In collaborazione con i ricercatori del Massachusetts Institue of Technology, Nancy Burson ha iniziato a produrre ritratti "composite" generati al computer tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80: ha sviluppato, così, un software che può essere utilizzato per "invecchiare" un volto umano. Il suo lavoro affonda le proprie radici in secoli di studi sociali, scientifici e pseudo-scientifici sul volto umano.

    Tuttavia l'atteggiamento dell'artista verso la scienza è da sempre intriso di ironia e di una profonda consapevolezza delle assurdità insite in molti concetti storici, come quelli di razza e genere, che oggi diamo per scontati. La mostra antologica "Composites" esplora i primi lavori pionieristici di Nancy Burson a partire dal 1976 (Method and Apparatus for producing an image of a person's face at a different age) sino alle serie "Composite" degli anni '70 e '80. Combinando e manipolando digitalmente immagini di individui spesso molto noti, tra cui star del cinema e leader mondiali, Burson esamina questioni politiche, genere, razza e standard di bellezza.

    Una sezione speciale della mostra sarà poi dedicata alla serie dei Composite Paintings del 1986: Nancy Burson ha impiegato la sua solita tecnica per combinare e mescolare alcuni dei più famosi capolavori di artisti del XX secolo quali Picasso, De Kooning, Rothko, Cézanne, Van Gogh, Newman... Un grande volume antologico sarà pubblicato a corredo della mostra. Le opere di Nancy Burson sono esposte in musei e gallerie in tutto il mondo e sono parte delle collezioni di importanti musei quali il Metropolitan Museum of Art di New York; il Whitney Museum of American Art, New York City; il Centro Internazionale di Fotografia, New York City; New Museum, New York City; la Biennale di Venezia, Venezia; il Museum of Contemporary Arts di Houston e il Museum of Contemporary Photography di Chicago. (Comunicato stampa)

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    The Paci contemporary gallery is pleased to announce the Solo exhibition "Nancy Burson: Composites. The Pioneer of computer-generated portraits", centered on the American photographer Nancy Burson, the last great new entry in the gallery. Since the beginning of her artistic career, Nancy Burson has been interested in the interactions between art and science and was among the first artists to apply digital technology to the genre of photographic portraiture. Through the synthesis of several photos made possible by the use of her very personal working method, Burson generates completely new works that challenge photographic truth with the birth of digital manipulation. Her work is to be considered unique because she was the first artist to indroduce "composite" portraits into the electronic age. Indeed, she is known for her pioneering work in the use of morphing technologies: the use of computer programs to overlay and manipulate photos showing new aspects of the age, race or character of the original subject.

    In addition, by merging two or more images into a "composite", Nancy Burson's work also includes computer-modified images through a distorting system that intervenes by changing the reality of an image, aging and rejuvenating photographs, and thus projecting a portrait in the future or in the past. In collaboration with researchers at the Massachusetts Institute of Technology, Nancy Burson began producing computer-generated "composite" portraits in the late 1970s and early 1980s: she developed software that could be used to "age" a human face. Her work has its roots in centuries of social, scientific and pseudo-scientific studies on the human face.

    However, the artist's attitude towards science has always been imbued with irony and a profound awareness of the absurdities inherent in many historical concepts, such as those of race and gender, which we take for granted today. This great anthological exhibition "Composites" explores the first pioneering works of Nancy Burson from 1976 (Methods and Apparatus producing an image of a person's face at a different age) to the "composite" series of the '70s and' 80s. By digitally combining and manipulating images of often well-known individuals, including movie stars and world leaders, Burson examines political issues, gender, race and beauty standards.

    A special section of the exhibition will then be dedicated to the series of Composite paintings of 1986: Nancy Burson used her techniques to combine and mix some of the most famous masterpieces of twentieth century artists such as Picasso, De Kooning, Rothko, Cézanne, Van Gogh, and Newman. A large anthological volume will be published in support of the exhibition. Nancy Burson's works are exhibited in museums and galleries all over the world and are part of the collections of important museums such as the Metropolitan Museum of Art in New York; the Whitney Museum of American Art, New York City; the International Center of Photography, New York City; Museum of Modern Art, New York City; the Venice Biennale, Venice; the Museum of Contemporary Arts, Houston; and the Museum of Contemporary Photography, Chicago. (Press release)




    Joan Miró - Le Lézard aux Plumes d'Or Mostra Joan Mirò al Castello Carlo V di Monopoli Joan Miró. Opere Grafiche 1948-1974
    termina il 15 luglio 2018
    Castello Carlo V - Monopoli (Bari)
    www.mostrepuglia.it

    La mostra, promossa dal comune di Monopoli e organizzata dalla società Sistema Museo, è rappresentativa della creatività di uno dei più grandi e influenti artisti del Novecento, è dedicata alla scoperta del meraviglioso mondo di Miró attraverso un'antologia di circa 90 opere grafiche, appartenenti a quattro serie complete. Nelle creazioni del Maestro catalano le forme, i colori e lo straordinario alfabeto di segni sono il risultato della sua incredibile capacità di rinnovarsi alla luce di una visione globale dell'arte, vissuta con curiosità e versatilità. Gli sfondi neutri vengono "macchiati" da colori brillanti, come blu, rosso, verde, giallo e nero, in una precisa alternanza tra corpi informi e linee curve, per dare vita alle sue visioni oniriche. Le serie in mostra sono Parler Seul (1948-50), Ubu Roi (1966), Le Lézard aux Plumes d'Or (1971) e Les Pénalités de l'Enfer ou les Nouvelles-Hebrides (1974).

    Quattro capolavori realizzati tra il 1948 e il 1974 che raccontano il "sogno poetico" di Miró, quella sua capacità di oggettivare le immagini della fantasia e di esprimerle attraverso un linguaggio assolutamente personale. "Niente semplificazioni né astrazioni. In questo momento io non mi interesso che alla calligrafia di un albero o di un tetto", scriveva Miró. Un linguaggio surrealista composto da colori e segni, una vera "baraonda cromatica" che incanta lo sguardo dell'osservatore. Sperimentatore di tecniche e materiali, Miró - come Chagall, Picasso, Braque - si rivolse alla litografia affascinato dalle sue molteplici potenzialità in termini di espressione artistica. La prestigiosa esposizione di Monopoli è un'occasione unica per scoprire il meraviglioso mondo di Miró dal quale lasciarsi incantare. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta dell'alternanza armoniosa di segni, di immagini vibranti di colori e di versi, per sorprendersi di inattese visioni e libertà espressiva.

    Miró dialogò con l'opera di alcuni dei principali esponenti del mondo letterario del Dopoguerra. La serie di litografie Parler Seul racconta l'omonimo poema scritto da Tristan Tzara durante la degenza nell'ospedale psichiatrico di Saint-Alban nel 1945. Tzara, poeta rumeno, fu uno dei fondatori del movimento Dada e grande ispiratore e animatore del movimento surrealista. In Parler Seul Miró non volle "illustrare" il testo, ma preferì far dialogare le sue litografie con le parole di Tzara, giungendo ad una rara ed esemplare simbiosi tra scrittura e immagini. Il ritmo e l'ordine sono determinati da un lato dall'alternarsi di illustrazioni al testo e dall'altro da sequenze dinamiche di immagini, tanto che versi e disegni sembrano provenire da un'unica mano.

    La serie Ubu Roi è una raccolta del 1966 composta da coloratissime e corpose litografie: Ubu è un personaggio grottesco le cui funzioni viscerali dominano su quelle intellettuali e rappresenta la caricatura di ogni abiezione umana. Una serie ispirata dall'opera teatrale omonima di Alfred Jarry del 1896. In tanti l'hanno rappresentata in diverso modo, da Pablo Picasso a Salvador Dalí da Jacques Prévert a Max Ernst.

    Le Lézard aux Plumes d'Or, realizzata nel 1971, rappresenta la fusione compiuta tra immagine e testo poetico dal grande artista catalano, in una equilibrata coesistenza di grafismo e immagini. La poesia surrealista diventa immagine e l'immagine è testo poetico: l'attività di illustratore ha sempre rappresentato un momento fondamentale nel percorso artistico di Miró, facendone un protagonista assoluto della storia del libro d'artista. Le parole si liberano del "buon comporre" e prendono vita: il segno diventa disegno in una vera baraonda cromatica.

    Il ciclo Les Pénalités de l'Enfer ou les Nouvelles-Hebrides prende il nome da una nota opera del poeta francese surrealista Robert Desnos. Miró e Desnos avevano immaginato una collaborazione già nel 1922 ma le vicissitudini storiche e l'internamento di Desnos nel campo di concentramento di Terezin dove trovò morte nel 1945 impedirono la realizzazione del progetto. Fu la moglie del poeta a fornire a Miró le poesie e l'artista spagnolo, con questo ciclo, rese omaggio all'amico scomparso. Le opere lavorano su suggestive giustapposizioni di grafemi, forme e contrasti cromatici. Il particolare formato delle tavole permette inoltre a Miró di impostare le sue opere in un'ambivalenza di vertigine espressiva e forma narrativa. (Comunicato Ufficio stampa Sistema Museo)




    Xenia - Roma 2011 - legno, smalto, voci narranti vetro, metracrilato, pigmento cm.120x370x320 Esercizio 1 - plexiglass, led cm.200x200x20 2010 I have head - 2004 - alluminio verniciato, lampada ambiente - Courtesy Sergio Rossi - Ph. Paolo Emilio Sfriso "Voci"
    Vittorio Corsini con Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno


    Peccioli (Pisa), dal 21 aprile 2018




    - Sedi espositive
    .. Chiesa del Carmine, Piazza del Carmine, Peccioli
    .. Chiesa delle Serre, Le Serre, Peccioli
    .. Chiesa di San Giorgio, Via di Cedri, Peccioli
    .. Campanile della Chiesa di San Verano, Piazza del Popolo 1, Peccioli
    .. Oratorio della Santissima Annunziata, Via Santa Maria, Ghizzano (Pisa)
    .. Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, Via Vittorio Veneto, Fabbrica (Pisa)

    Progetto del Comune di Peccioli in collaborazione con la Fondazione Peccioliper. I racconti inediti di sei tra i più noti scrittori italiani contemporanei - Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno - e la pratica artistica di Vittorio Corsini danno voce e forma a sei nuove installazioni permanenti che, a partire dalla cittadina di Peccioli, si snodano tra i borghi circostanti creando percorsi inattesi. Incastonato in un paesaggio collinare dal sapore antico, Peccioli unisce il fascino della Toscana medioevale all'idea di un vero e proprio museo diffuso. Da circa un trentennio l'Amministrazione Comunale porta avanti un progetto che interseca l'arte contemporanea con il territorio e la sua identità. Grazie ad una serie di interventi ad hoc di artisti contemporanei (tra questi Nagasawa, Dubosarsky-Vinogradov, Garutti e lo stesso Corsini), si è costituito nel tempo una sorta di museo a cielo aperto che ha stabilito nuove relazioni con il paesaggio circostante arricchendolo di elementi che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.

    Voci nasce dalla volontà di creare all'interno del territorio del Comune di Peccioli un percorso artistico-letterario che accompagni alla scoperta di luoghi nuovi e inesplorati. Le voci narranti sono quelle di alcuni tra i maggiori autori contemporanei. A ciascuno di loro è stato chiesto di costituire un tassello di questo percorso, scrivendo un racconto a partire dalle suggestioni nate dall'incontro con alcuni edifici religiosi del territorio, per lo più costruiti in prossimità di piccoli borghi, ognuno con una propria storia e identità. Trasposte in forma audio dagli stessi autori, queste storie tornano al luogo che le ha generate e trovano modalità di ascolto attraverso sei nuove opere concepite appositamente da Vittorio Corsini e installate all'interno del Campanile della Chiesa di San Verano, della Chiesa della Madonna del Carmine e della Chiesa delle Serre a Peccioli, nella Chiesa di San Giorgio a Cedri, nella Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica, nell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano.

    La ricerca di Vittorio Corsini si estende attraverso tre decenni di intensa attività nel campo della scultura e dell'installazione; fin dagli inizi si concentra sul concetto e sui modi dell'abitare, sulle dinamiche che interessano la vita negli spazi domestici e negli spazi pubblici e sullo spazio fisico come metafora di incontro tra l'individuo e la collettività. Essenziale nelle forme, il lavoro di Corsini si fa tramite di un contenuto emozionale e genera le condizioni per una diversa esperienza del quotidiano. Nel corso degli anni numerosi interventi di arte pubblica nello spazio urbano hanno visto l'artista a lavoro in centri abitati con la realizzazione e la progettazione di cortili, fontane, giardini pensati come generatori di incontri e sorti come effetto di pratiche ordinarie o abitudini consumate dagli abitanti locali. "Abbiamo bisogno di attivare nuovi territori, afferma Corsini, l'artista è come un esploratore che rende visibili quei nuovi territori, che oggi sono fatti non tanto di materiali, tecniche, linguaggi, quanto piuttosto di modi, rapporti, energie (...)

    La scultura pubblica per me è qualcosa che attiva uno spazio; è importante che l'opera funzioni, che si possa attraversare, che sappia dialogare che possa assumere una dimensione umana e sociale, di scambio e di relazione". Riprodotta su un tappeto di segatura colorata piuttosto che proiettata come fascio di luce sulle pareti di una stanza, la parola da sempre è uno degli elementi fondanti della ricerca di Vittorio Corsini. Nel 2007 collabora per la prima volta con uno scrittore per Chi mi parla, un lampione con seduta che racconta le storie degli abitanti del luogo. Nel 2011, avvalendosi nuovamente dell'ausilio di due scrittori realizza per il Macro di Roma Xenia, un luogo di sosta ritagliato sulla terrazza del museo, dove le vibrazioni di una staccionata trasformano i racconti in suono. Definiscono uno spazio, creano relazioni, predispongono all'ascolto e, come nell'installazione romana, danno materialmente voce alle narrazioni dei sei autori le opere che Corsini concepisce per Voci.

    E non per vendetta è il titolo dello scritto di Laura Bosio. Narratrice dell'anima, in questo racconto come nei suoi libri sceglie una donna come protagonista della storia. Liuba è una ragazza ucraina che fugge dalle violenze della guerra. Approda a Peccioli e grazie all'aiuto del parroco della Chiesa del Carmine dà inizio a una nuova vita. Corsini coglie del racconto della Bosio la dimensione corale e predispone all'ingresso della chiesa due sedute a semicerchio che si fronteggiano. L'elemento posto al centro diffonde la voce narrante dell'autrice.

    La scrittura di Mauro Covacich dialoga in modo intenso con l'arte come testimonia la pentalogia che realizza tra il 2003 e il 2011. "Il sagrato è protetto da due lecci. Sul tronco di entrambi un'antica ferita. Due alberi gemelli castigati dallo stesso fulmine, sopravvissuti allo stesso incendio, in cima a questa altura che sembra una nuvola sospesa sulla campagna, e invece è terra, invece è Toscana". Così Covacich inizia il suo racconto, accompagnandoci nella Chiesa delle Serre di Peccioli. Credo è un monologo interiore, una preghiera laica lucida, spietata, a tratti disperata che tuttavia non abbandona la speranza. Corsini restituisce visivamente il rigore della scrittura di Covacich collocando all'interno della chiesa delle panche di pietra. A "parlare" dall'alto di un ponteggio di ipotetici lavori in corso, un asse in legno che vibra.

    Maurizio de Giovanni per questo progetto firma Il segno della Madonna. La storia, ambientata in una Chiesa di San Giorgio a Cedri, racconta un'improbabile conversazione tra due anziani personaggi, Giuseppe e Guido, in merito alla "scomparsa" di un prezioso dipinto: la Madonna dell'Umiltà di Beato Angelico. "Sono molto diversi fra loro, i due anziani. Uno se ne sta dritto, composto, i capelli grigi tirati all'indietro e gli occhiali di corno, le mani in grembo. L'altro è un po' curvo, la chioma candida disordinata sulla nuca e sulle spalle, una specie di mantello scuro addosso. Le mani gli tremano un po' (...)". L'installazione di Corsini è un invito a riflettere sul paradosso diacronico messo in scena dallo scrittore.

    Si intitola L'ora della verità il racconto di Romano De Marco, uno dei più apprezzati scrittori italiani di genere noir e, più di recente, thriller. Il giallo si consuma durante la visita di un famoso quanto attempato scrittore, il professor D'Eramo, ad uno dei monumenti simbolo di Peccioli, il Campanile della Chiesa di San Verano. "E' la storia di una ragazza che si suicidò, gettandosi proprio da una di queste aperture." D'Eramo lo guardò, finalmente incuriosito. "Aveva vent'anni, ed era di qui, di Peccioli. Sin da bambina sognava di diventare una scrittrice di romanzi (...)". Corsini fa correre la voce di De Marco lungo il corrimano delle scale che danno accesso alla torre. Il suono ci conduce idealmente fino alla sommità del Campanile; lì De Marco svela il finale della sua storia.

    Ferruccio Parazzoli è uno dei più significativi scrittori contemporanei, i suoi romanzi si caratterizzano per una costante attenzione ai problemi etici e per il capovolgimento del fantastico e del metafisico nell'umile quotidiano. Per predisporre le persone all'ascolto della narrazione di Parazzoli, Prima della notte, Corsini colloca sul fondo dell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano due sedie e una scultura di marmo statuario. Le sedie poste vicine, ricreano quell'atmosfera intima e privata che caratterizza la conversazione tra i due protagonisti del racconto: "(...) Questa che vede", riprese il professore, "è la Santa dei Santi, il mio oratorio privato. Qui regna la pace. Vuole sapere da cosa erano ricoperte queste pareti prima che prolificasse questa colonia di Santi? Libri, soltanto libri, ormai inutili libri. La metamorfosi ebbe origine molti anni fa quando..." Si tolse gli occhiali, appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona e cominciò a raccontare, come raccontasse un sogno (...)".

    "Ogni autore ha delle ossessioni che si ripropongono: io torno spesso a scrivere di natura, del rapporto tra l'uomo e gli animali, delle trasformazioni del pianeta, ma anche del rapporto che abbiamo con la morte e la scomparsa. Un'ambientazione ricorrente, per me, è il bosco", dichiara la poetessa e scrittrice Laura Pugno in una intervista rilasciata in occasione del Premio Campiello 2017. L'incendio, il racconto che scrive per questo progetto, è la storia di Pietro un uomo che appicca incendi convinto di ritrovare, tra le fiamme del fuoco, il volto della figlia scomparsa. "Sapeva che era l'ultima volta, che appiccando quell'incendio - in qualche modo, lo sapeva - sarebbe morto, anche se neanche adesso, sul prato della chiesa, con l'umido sotto e il cielo sopra, le sue ustioni erano mortali. Chiuse gli occhi, sentì qualcosa (...)". L'altare della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica è cinto da un intreccio di rami e di foglie. Sedendoci su una delle panche il cespuglio si accende del rosso del fuoco e, dall'altare che vibra, si diffonde la voce dell'autrice. (Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




    Una Collezione Italiana: Opere della Collezione Merlini
    termina il 23 luglio 2018
    Museo Palazzo Fortuny - Venezia

    Fondazione Civici Musei Veneziani svela, a Palazzo Fortuny, la Collezione Merlini, una tra le maggiori raccolte private d'arte specializzate sul Novecento nazionale. Singole parti della grande Collezione sono già apparse in alcune mostre in anni recenti (nella stessa Venezia, a Palazzo Loredan a Firenze al Museo Marino Marini a Firenze, a Bologna al Museo Morandi, ecc.), ma questa esposizione ha il merito di proporre la Collezione in modo realmente rappresentativo dei suoi notevolissimi contenuti. Al Fortuny la Collezione Merlini non potrà essere esposta nella sua integrità, dato che il suo patrimonio supera di gran lunga i 400 pezzi. Ma Daniela Ferretti e Francesco Poli, curatori dell'esposizione, ne offrono una rappresentazione curatoriale di assoluto rilievo. In sintonia con lo spirito del collezionista, in una prospettiva di lettura inedita, determinata anche dalle affascinanti e peculiari caratteristiche degli ambienti del museo.

    Le principali sezioni attraverso cui è stata scandita la collezione sono le seguenti: Metafisica e Novecento italiano; Realismo sociale e esistenziale; L'Astrattismo geometrico e il MAC; La stanza del collezionista (Wildt, Fontana, Melotti); Le tendenze dell'Informale (Gruppo degli Otto, Spazialismo, Movimento Nucleare, Ultimi Naturalisti); Omaggio a Morlotti; Il gruppo Azimuth e le tele strutturate; la Pittura Analitica. "Nucleo centrale della Collezione, e della mostra, è proprio "La stanza del Collezionista". Al Fortuny - sottolinea Mariella Gnani che della collezione è la curatrice viene riproposto, arredi compresi, uno degli ambienti di casa Merlini, quello che riflette maggiormente le passioni del Collezionista. Che ha voluto riunire, in questa stanza, una sequenza spettacolare di opere di Fontana, accanto alla "Madre" di Wildt, opera che lo scultore tenne per se stesso, e a due capolavori assoluti di Melotti, tra cui Teorema".

    Giuseppe Merlini ha iniziato ad acquistare opere d'arte negli anni '60/'70, sviluppando - sottolinea Francesco Poli - "il suo interesse da un lato verso i grandi protagonisti ormai storicizzati del '900, e dall'altro verso le tendenze del dopoguerra, con un'attenzione costante anche agli sviluppi più attuali. In questo modo il suo progetto si è definito nel tempo come un tentativo riuscito di delineare un percorso (ben meditato e culturalmente fondato) tale da documentare con esempi significativi quasi tutti gli aspetti salienti dell'arte italiana. Ma è importante sottolineare il fatto che non si tratta di un insieme con caratteristiche freddamente documentarie, bensì di scelte di qualità che rispecchiano un gusto individuale e l'interesse particolare per certi artisti, nonché l'esclusione di altri".

    "Merlini, ad esempio, si è interessato poco agli artisti della Pop Art, e per nulla alle ricerche sperimentali degli anni '60/'70 di area poverista e concettuale. Rimanendo fedele alla sua passione per la pittura ha però concentrato la sua attenzione su un buon numero di esponenti della cosiddetta Pittura Analitica, emersa negli anni'70, tra cui in particolare Olivieri e Vago". Per Merlini, Poli fa diretto riferimento alla grande tradizione del collezionismo lombardo. Quella che ha portato alla formazione di grandi raccolte come quelle di Jesi, la Mattioli, Piero Feroldi, Carlo Frua De Angeli, Carlo Grassi e Giuseppe Vismara, Piero Boschi - oggi in gran parte oggi confluite in musei pubblici. "Successivamente, con lo sviluppo sempre più accelerato e allargato del sistema dell'arte (a partire grosso modo dalla fine degli anni Settanta) il comportamento delle nuove generazioni di collezionisti è cambiato assumendo spesso connotazioni più mondane e più dichiaratamente speculative, con lo sguardo maggiormente rivolto alla scena artistica internazionale", chiosa Francesco Poli.

    Quello di Giuseppe Merlini rimane invece uno straordinario esempio di "collezionismo vecchio stampo", essenzialmente improntato alla volontà di contribuire, con entusiasmo e competenza, a formare dei percorsi che, anche se rimangono un patrimonio privato, devono comunque avere come finalità quella di accrescere la circolazione e la conoscenza dell'arte a livello socialmente più allargato. Le oltre 400 opere raccolte da Merlini testimoniano questa visione culturale, mai speculativa. E, insieme, il raffinato gusto del collezionista forgiato anche attraverso attente frequentazioni con musei, gallerie e artisti. Con una scala di attenzione del tutto personale. Come un vero collezionista deve saper fare ed esprimere. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    Opera di Francesco Trombadori dalla mostra L'essenziale verità delle cose L'essenziale verità delle cose. Francesco Trombadori
    termina lo 02 settembre 2018
    Galleria d'Arte Moderna di Palermo

    Esposte circa sessanta tele, dipinte tra il 1915 e il 1961, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private di tutta Italia, disegni, libri, cataloghi di mostre e articoli di giornale provenienti dall'Archivio dell'artista, custodito nel suo studio a Villa Strohl-Fern. La mostra, che ha avuto una sua prima edizione a Roma, presso la Galleria d'Arte Moderna (13 ottobre 2017 - 11 marzo 2018), riscuotendo un ampio successo, si inserisce nel programma di Palermo 2018 Capitale italiana della cultura. E' promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo, dalla Galleria d'Arte Moderna di Palermo e da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è a cura di Giovanna Caterina De Feo dell'Associazione Amici di Villa Strohl-Fern e della Sovrintendenza Capitolina. L'organizzazione è affidata a Civita - Opera Laboratori Fiorentini. Il catalogo è edito da Maretti edizioni.

    Il titolo della mostra è tratto da una considerazione di Trombadori che per intero recita: "Moderna non è certo l'arte perché rispecchia il nostro tempo, che allora si tratterebbe di una questione di moda e formale. L'arte moderna come è anche antica, solo quella che riesce ad esprimere l'essenziale verità delle cose con profonda umanità e spiritualità...", un pensiero che, chiarendo quali siano le aspirazioni dell'artista, ne spiegano anche il proprio coerente percorso pittorico. Dopo più di dieci anni, dall'ultima mostra monografica tenuta a Siracusa, la Sicilia torna ad ospitare l'opera di Francesco Trombadori.

    Siracusano di nascita, Trombadori dal primo dopoguerra visse a Roma, tuttavia non dimenticò mai la terra natia, come giustamente notava Leonardo Sciascia: "la pittura di Trombadori è ineffabilmente, segretamente intrisa del suo nascere a Siracusa, degli anni dell'infanzia e della prima giovinezza che vi ha passato, del suo esserci anche standone lontano". Lo dimostra Siracusa mia! (1919 ca), una veduta del Teatro Greco di Siracusa con sullo sfondo Ortigia e il mare, un quadro in mostra che, insieme ai paesaggi siciliani degli anni Cinquanta, testimoniano un amore costante per la Sicilia, seppure a distanza. Dal primo decennio del Novecento Trombadori è a Roma dove esordì nel vivace ambiente della cosiddetta Terza Saletta del Caffè Aragno, nel primo decennio del XX secolo, dove l'artista si avvicina al formativo ambiente de "Il Convito", la rivista d'arte e letteratura fondata da Adolfo De Bosis con Gabriele d'Annunzio e Angelo Conti.

    Di questo primo periodo - raccontato in mostra anche dai disegni giovanili e da alcune, poco note, prove di illustratore condotte sotto l'influenza dello Jugend Münchner illustrierte - si propongono, tra le altre, anche le opere Il Viale di Villa Strohl-Fern (1919 circa), che apre alla nuova fase nella pittura di Trombadori e Alberi controluce (1920), un raro dipinto di stampo simbolista. La seconda sezione della mostra è incentrata sulle opere dipinte all'indomani della Prima Guerra Mondiale. Trombadori è ora vicino all'ambiente di Valori Plastici, la rivista fondata da Mario Broglio e, sulla scorta delle suggestioni del cosiddetto "Realismo Magico" di Bontempelli, avvia una profonda riflessione sull'antico in rapporto dialettico con le istanze dell'avanguardia e della tradizione.

    Alle Biennali di Venezia e di Roma e alle Mostre del Novecento Italiano cui è invitato in questi anni perviene ad un proprio, personale neoclassicismo, immergendo in atmosfere domestiche di raffinata purezza formale i suoi ritratti, nature morte, quali, ad esempio, la Natura morta con i limoni, (1923) già in collezione Ugo Ojetti, la Natura morta con i cavoli rossi (1937). In questi anni Trombadori inizia un'intensa attività espositiva, in occasione della quale i suoi quadri vengono acquistati dal Comune di Roma ed entrano a far parte delle collezioni della Galleria d'Arte Moderna di Roma. Negli anni Trenta prosegue il contatto con il mondo culturale della capitale, in particolare con il mondo della rivista "Circoli" (1931-1939) fondata dal poeta Adriano Grande, per cui scrive come critico d'arte, i cui collaboratori sono Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Giacomo Debenedetti, Giuseppe Ungaretti, Marcello Gallian, Alberto Savinio, Umberto Saba, Romano Bilenchi e Rosso di San Secondo. In questo periodo dipinge la Natura morta con i cavoli rossi, boccale e tela (1937, Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale), opere mature, ricche di suggestioni musicali e letterarie.

    La mostra prosegue con un accenno al difficile decennio 1940-1950, tra guerra e ricostruzione, con l'anomalo quadro "Lo sbarco del pilota ferito" (1942, Studio Francesco Trombadori, Villa Strohl-Fern). Il percorso espositivo si conclude, infine, con i dipinti dal 1950 al 1961, scorci immersi in un'atmosfera deserta e lunare: i "paesaggi del silenzio" dipinti nelle tonalità dell'azzurro neutro e del grigio. Sono vedute di Roma, la città in cui vive, ma anche vedute della Sicilia, come il rimarchevole "La Fonte Aretusa", la "Casa con i fichi d'India", già collezione di Anna Magnani, La Marina di Siracusa, e i passaggi a livello. Ogni sezione della mostra è corredata dal ricco patrimonio documentario proveniente dall'Archivio dell'Artista a Villa Strohl-Fern, oggi Casa Museo, con cui si intende illustrare anche l'importante attività di critico che Trombadori svolse, dagli anni Venti, scrivendo per diverse testate nazionali. (Comunicato ufficio stampa Civita)




    Immagine di presentazione della mostra Arte e Diletto con opere di Valeria Pasta Morelli e altre pittrici Arte e Diletto
    Valeria Pasta Morelli (1858-1909) e le pittrici del suo tempo


    termina il 26 agosto 2018
    Pinacoteca cantonale Giovanni Züst - Rancate (Mendrisio)
    www.ti.ch/zuest

    La Pinacoteca Züst ha ricevuto di recente un'importante donazione di opere - 34 dipinti, anfore, album di studi, medaglie e diplomi - di una delle rare donne pittrici che il Ticino conti: Valeria Pasta Morelli (Mendrisio 1858 - Milano 1909). Rare e oltretutto spesso confinate nell'ambito familiare. Anche per questo motivo spesso dimenticate. E' stata la nipote, Valeria Morelli Razzini (1923-2014), che portava lo stesso nome della nonna, a destinare alla sua morte il lascito al nostro museo in memoria e onore dell'artista ma anche come segno di stima per il lavoro svolto dalla nostra istituzione. Valeria, che avrà come maestri anche Bartolomeo Giuliano e Sebastiano De Albertis, fu una delle poche ragazze a frequentare l'Accademia di Brera a Milano. Qui raccolse premi e riconoscimenti, mentre in patria la "Gazzetta ticinese" la celebrava come "esimia giovane artista" ricordando un suo dipinto allegorico realizzato per il carnevale di Mendrisio. Il matrimonio con un alto funzionario italiano chiuderà tuttavia le sue ambizioni, confinandola nel circuito domestico, l'unico ritenuto adatto a una donna della sua posizione.

    La mostra intende far luce per la prima volta sulla personalità artistica di Valeria, non mancando tuttavia di contestualizzarla nel particolare ambito familiare nel quale si muoveva. Valeria era infatti figlia del noto dottor Carlo Pasta, consigliere nazionale e promotore, tra le altre imprese, della ferrovia e dell'industria alberghiera sul Monte Generoso. Lo zio era invece Bernardino Pasta, un pittore appartenente alla cerchia degli Induno che godette di buona fama. A queste figure così importanti sono quindi dedicate le prime sale della mostra. Una sezione presenta inoltre opere di altre donne artiste attive nel Cantone Ticino negli stessi anni, come Marie-Louise Audemars Manzoni, Giovanna Béha-Castagnola, Adele Andreazzi, Olga Clericetti, Elisa Rusca, Antonietta Solari e Regina Conti. Appartenenti quasi tutte a famiglie della borghesia locale, non frequentavano però le Accademie né le scuole di disegno dislocate sul territorio. Donne di buona famiglia, che coltivavano privatamente la loro passione per l arte, come un hobby piuttosto che come un lavoro, e che si esercitavano perlopiù negli studi dei pittori. Tra i maestri più apprezzati si ricorda Gioachimo Galbusera, che teneva nel suo atelier frequenti corsi e del quale si espongono alcuni dipinti. (Comunicato stampa Studio Esseci)




    Carlo Magno a caccia nella foresta con alcuni vassalli, 1300-1315 - Pittura murale proveniente dal Castello di Cruet (Val d'Isère, Francia) Chambéry, Musée Savoisien - Département de la Savoie Carlo Magno va alla guerra
    Cavalieri e amor cortese nei castelli tra Italia e Francia


    termina il 16 luglio 2018
    Palazzo Madama - Torino

    La mostra presenta per la prima volta in Italia il rarissimo ciclo di pitture medievali del Castello di Cruet (Val d'Isère, Francia), una testimonianza unica della pittura del Trecento in Savoia. Dopo una prima tappa a Ginevra nel 2017, l'esposizione giunge con importanti novità a Torino grazie alla collaborazione tra il Museo Civico d'Arte Antica di Torino e il Musée Savoisien di Chambery, nell'ambito delle iniziative della Rete internazionale di musei appartenenti ai territori originariamente parte del ducato di Savoia. A Torino la mostra, grazie alla curatela di Simonetta Castronovo, conservatore di Palazzo Madama, rivolge particolare attenzione all'arredo e alla vita di corte nei castelli di Piemonte e Valle d'Aosta nel 1300, con opere provenienti da Torino, Moncalieri, Montaldo di Mondovì (Cuneo), San Vittoria d'Alba (Cuneo) e Quart (Aosta). Le pitture murali provengono dal castello di Cruet, proprietà dei signori de la Rive, vassalli di Amedeo V di Savoia (1285-1323); lunghe complessivamente oltre 40 metri, sono state staccate dalle pareti della dimora savoiarda nel 1985 per ragioni conservative e, dopo un restauro concluso nel 1988, sono da allora esposte presso il Musée Savoisien di Chambery.

    Il ciclo rappresenta episodi tratti da una celebre chanson de geste, il Girart de Vienne di Bertrand de Bar-sur-Aube, composta nel 1180 e dedicata alle vicende di un cavaliere della corte di Carlo Magno. Raffigura pertanto scene di caccia nella foresta, battaglie, duelli, l'assedio a un castello, l'investitura feudale, la raffigurazione di un banchetto, accanto ad episodi narrativi specifici di questo poema cavalleresco. Presentate in sequenza in Corte Medievale, le pitture ricostruiscono idealmente la decorazione della sala aulica del castello di Cruet grazie a uno scenografico allestimento realizzato dall'architetto Matteo Patriarca con Gabriele Iasi e Studio Vairano. Accanto a queste straordinarie pitture, la mostra presenta una cinquantina di opere provenienti dalle collezioni di Palazzo Madama e da altre istituzioni, con pezzi mai esposti prima al pubblico. Essi arricchiscono il percorso consentendo di immaginare la vita nei castelli medievali della contea di Savoia tra 1200 e 1300. Sculture, mobili, armi, avori, oreficerie, codici miniati, ceramiche, vasellame da tavola, cofanetti preziosi, monete e sigilli documentano i tanti aspetti dell'arte di corte e della cultura materiale dell'epoca. (Comunicato stampa)




    Mostra Nascita di una Nazione - Tra Guttuso, Fontana e Schifano Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
    termina il 22 luglio 2018
    Palazzo Strozzi - Firenze

    Viaggio tra arte, politica e società nell'Italia tra gli anni Cinquanta e il periodo della contestazione attraverso ottanta opere di artisti come Renato Guttuso, Lucio Fontana, Alberto Burri, Emilio Vedova, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Mario Schifano, Mario Merz e Michelangelo Pistoletto. L'esposizione, a cura di Luca Massimo Barbero, vede per la prima volta riunite assieme opere emblematiche del fermento culturale italiano tra gli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta: un itinerario artistico che parte dal trionfo dell'Arte Informale per arrivare alle sperimentazioni su immagini, gesti e figure della Pop Art in giustapposizione con le esperienze della pittura monocroma fino ai nuovi linguaggi dell'Arte Povera e dell'Arte Concettuale.

    La mostra racconta la nascita del senso di Nazione attraverso gli occhi e le pratiche di artisti che, con le loro sperimentazioni, da un lato fanno arte di militanza e impegno politico, dall'altra reinventano i concetti di identità, appartenenza e collettività collegandosi alle contraddizioni della storia d'Italia negli anni successivi al cupo periodo del fascismo e della guerra. Sono questi gli anni del cosiddetto "miracolo economico", momento di trasformazione profonda della società italiana fino alla fatidica data del 1968, di cui nel 2018 ricorre il cinquantesimo anniversario. E' in questo ventennio che prende forma una nuova idea di arte, proiettata nella contemporaneità attraverso una straordinaria vitalità di linguaggi, materie e forme che si alimentano di segni e figure della cronaca. Come in una sorta di "macchina del tempo" costruita per immagini, con un originale taglio curatoriale, l'esposizione narra il periodo più fertile dell'arte italiana della seconda metà del Novecento, che oggi è riconosciuto come contributo fondamentale per l'arte contemporanea, ripercorrendo alcuni temi identitari di un Paese in cui l'arte viene concepita sia come forza innovatrice sia come strumento di approfondimento di un più ampio contesto culturale.

    "Nascita di una Nazione vuole offrire una chiave di lettura ad un periodo artistico che si è intrecciato indissolubilmente con lo sviluppo dell'Italia e che ha tratto dalla politica, dal costume e dai cambiamenti sociali linfa vitale", spiega Luca Massimo Barbero. "Le sale riassumono le tensioni sociali, politiche, culturali e sociali di quegli anni dando un quadro straordinariamente ricco ed eterogeneo di ricerche artistiche che può sorprende vedere qui riunite per assonanze e contrasti, ma che fotografano un dialogo che risulta, a maggior ragione oggi, assolutamente vitale". (Comunicato stampa)




    Mario Botta - Cattedrale della Resurrezione Mario Botta. Spazio Sacro
    termina il 12 agosto 2018
    Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno
    www.museocasarusca.ch

    Progetto espositivo curato dallo studio Mario Botta Architetti, con la direzione scientifica di Rudy Chiappini. Dopo aver presentato artisti di fama internazionale (Valerio Adami, Fernando Botero, Hans Erni, Mimmo Rotella, Javier Marín e Robert Indiana), il Museo inaugura la programmazione espositiva del 2018 con una mostra dedicata a Mario Botta, estendendo il proprio orizzonte di ricerca e interesse anche all'architettura. L'esposizione documenta una tipologia cara all'architetto Mario Botta che, in tanti anni di attività, ha avuto diverse opportunità di confrontarsi con la dimensione del sacro, tanto da giungere ad affermare che "attraverso gli edifici di culto ho l'impressione di aver individuato le radici profonde dell'architettura stessa. I concetti di gravità, di soglia e di luce come generatrice dello spazio, il gioco delle proporzioni e l'andamento ritmico degli elementi costruttivi, fanno riscoprire all'architetto le ragioni primarie, di matrice in qualche modo sacra, detettura stessa."

    Per la prima volta in assoluto saranno presentate 22 architetture realizzate in differenti Paesi. Tutti i progetti saranno documentati con modelli originali, disegni e gigantografie. La capacità dell'architetto svizzero è infatti quella di sviluppare un linguaggio architettonico basato sullo studio delle forme primarie, dei volumi puri, della geometria elementare e dei materiali naturali. Una sfida importante da vincere per Botta è misurarsi con l'infinito attraverso elementi finiti, figure semplici che sono più facilmente distinguibili e in cui tutti si possono riconoscere. L'esposizione sarà accompagnata da un catalogo illustrato, accompagnato da una introduzione di saggi critici (Salvatore Veca, Gianfranco Ravasi, Corrado Bologna, Pierluigi Panza, Giorgio Ciucci) e da una selezionata raccolta antologica a complemento di ogni capitolo. (Comunicato stampa)




    Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

    La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

    Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




    Mario Nigro - Spazi del colore Mario Nigro. Gli Spazi del Colore
    termina lo 02 settembre 2018
    Fondazione Ghisla Art Collection - Locarno
    www.ghisla-art.ch

    Retrospettiva antologica su Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992), uno dei protagonisti dell'arte italiana della seconda metà del '900, organizzata in collaborazione con la Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca e con l'Archivio Mario Nigro in occasione del centenario della nascita dell'artista. La rassegna, curata da Paolo Bolpagni e Francesca Pola, già nel titolo sottolinea due aspetti fondanti dell'opera dell'artista, peraltro ampiamente rappresentati in un lavoro significativo di Nigro, Spazio totale del 1953, presente fra i capolavori della Collezione Ghisla.

    Mario Nigro si situa nell'ambito dell'arte astratta in modo del tutto personale, a partire dalla fine degli anni Quaranta, con opere che guardano ai maestri delle avanguardie storiche (Kandinsky, Klee, Mondrian) coniugando sollecitazioni di matrice più lirica con un uso rigoroso della geometria, per giungere nei primi anni Cinquanta alla definizione del suo primo grande ciclo compiuto, quello dello "spazio totale", in cui struttura e colore dialogano in modo continuo, generando intensi dinamismi. Attraverso le 35 opere che costituiscono la mostra appare chiaro l'impegno di Nigro ad indagare il rapporto dell'uomo con lo spazio, inteso come luogo del divenire, luogo entro cui, nel tempo, l'azione si compie. Nelle fasce pittoriche vettoriali delle opere di "spazio totale", che lasciano campo alla libertà dei segni grafici che si intrecciano a formare reti e reticoli o a costruire forme vibranti che agiscono a raggiera, si riconosce questo suo intento che volge alla essenzialità.

    In questo percorso, l'artista raggiunge prima una liberazione dalla rete di segni creando scansioni di segmenti obliqui tra loro paralleli che, per righe successive, riempiono il piano o la figura geometrica nelle progressioni del suo "tempo totale"; arriva poi alla massima semplificazione nelle opere dedicate alla "analisi della linea", in seguito spezzata a mimare il tracciato di un lampo o la fessurazione del suolo a seguito di un terremoto (da qui la denominazione del ciclo dei "terremoti") per giungere agli "orizzonti" dove un tratto orizzontale è l'unico elemento di narrazione. Siamo alla fine degli anni Ottanta quando Nigro riprende un uso espressivo del colore, con opere in cui le pennellate per lo più orizzontali prendono densità e diventano fortemente incisive, quasi l'artista intenda partecipare ai drammatici rivolgimenti della storia con un suo canto drammatico al colore, che, forzato con la gestualità dei segni, sembra diventare unico protagonista della sua pittura.

    Poi tutto si placa con le "meditazioni" fatte di un pacato disporre di rettangoli di colori che si rarefanno nel tempo e con le "strutture" in cui i rettangoli sono costituiti da segni puramente cromatici, che danno nuova sostanza allo spazio. Per comprendere meglio l'artista non possiamo dimenticare che il variare della sua poetica era conseguenza diretta dell'attenzione che poneva al mondo reale, alle situazioni sociali, agli eventi, ai cambiamenti, alle persone, a se stesso. Una pittura quindi non avulsa dal tempo, come potrebbe essere ritenuta l'arte astratta, ma ben immersa dentro la storia. La rilevanza internazionale della produzione di Mario Nigro ha suscitato, per l'attualità della sua visione creativa, un crescente interesse del sistema dell'arte nelle sue varie componenti, dalle istituzioni al collezionismo, in particolare nel corso dell'ultimo decennio. Accompagna la mostra un'ampia monografia in italiano e in inglese pubblicata dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull'Arte con testi dei curatori Paolo Bolpagni e Francesca Pola e di Mattia Patti. (Comunicato ufficio stampa uessearte)




    Dna Epigen - scultura interattiva ferro, silicone, plexiglas, pvc, acqua, vapore, vortice d'acqua, suono,
oro, software programmati ad hoc, cm.150x400 2018 Claud Hesse: Dna Epigen
    termina lo 06 gennaio 2019
    MUSE Museo delle Scienze - Trento

    L'artista Claud Hesse porta al MUSE, nell'ambito della mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici, una macro scultura interattiva, che sollecita i visitatori a introdurre delle mutazioni importanti nello stato dell'opera, diventandone loro stessi artefici. Tramite la scelta di parole chiave "epigeniche" - che illustrano situazioni impattanti sul genoma umano, proposte su un maxi tablet - il pubblico può provocare in Dna Epigen il passaggio da uno stato quieto e armonioso a uno attivo. Vengono così svelati, uno a uno, i contenuti segreti custoditi nei "cubi epigenetici" incastonati in questo macro frammento significante di DNA, per raccontare in modo interattivo e sempre diverso l'impronta che le esperienze e gli stili di vita possono imprimere sul DNA e che sono studiati, appunto, dall'epigenetica.

    Claud Hesse, artista visiva che lavora tra l'Italia e Berlino, è considerata "l'artista del DNA". Da sempre lavora sulle tematiche della genetica ed è conosciuta per aver ideato e realizzato il progetto dei Dna Portraits (veri e propri ritratti ad personam del genotipo di varie persone, molte delle quali illustri) partecipando a numerose mostre in Italia e all'estero e vincendo diversi premi. Il campo d'ispirazione primario della sua ricerca artistica è sempre stato quello della genetica, della biologia e della fisica, tematiche presenti in maniera latente nelle sue opere, tanto da trovarne continuamente riferimenti, che si arricchiscono anche di raffinati concetti filosofici e profonde riflessioni interiori. La sua opera, Dna Epigen - costruita ad hoc per il MUSE e per la mostra Genoma umano - declina con il linguaggio immaginifico dell'arte i temi complessi e importanti che trovano nella mostra un approfondimento scientifico e coinvolge il pubblico chiamato a mettersi in gioco e scoprire i concetti dell'epigenetica.

    Perché le persone sono tutte diverse? Da dove provengono i talenti? Perché c'è chi invecchia in modo invidiabile e chi, purtroppo, no? Perché la vita ha un termine biologico e come possiamo prevenire le malattie? La mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici affronta interrogativi che ci riguardano profondamente e sui quali, oggi, è focalizzato un settore importante e promettente della ricerca in campo biologico. L'esposizione costituisce il principale progetto espositivo per l'anno 2018 con il quale il Museo conferma il proprio ruolo di centro di mediazione di una conoscenza scientifica che mira a rendere il proprio pubblico più consapevole, offrire modalità comunicative nuove per poter comprendere temi scientifici complessi, discriminare e scegliere tra le offerte della biologia moderna.

    Genoma umano sarà un viaggio tra le nuove sfide offerte dalla genomica - una scienza in continua evoluzione che non manca di suscitare interrogativi e dubbi anche sul piano etico - con un focus su opportunità e rischi originati dall'applicazione delle nuove conoscenze ad ambiti particolarmente sensibili, quali la salute. Grazie a un percorso interattivo e immersivo - che potrà contare su numerosi supporti multimediali ed exhibit in grado di toccare le corde più profonde della sensibilità personale, attraverso video e multi-proiezioni di grande impatto scenico e la mediazione dell'arte - la mostra affronterà tre questioni fondamentali sul patrimonio genetico umano: quanto conta il DNA, quali altri fattori intervengono nella sua definizione (ad esempio ambiente e stili di vita), come e quanto possiamo intervenire per modificarlo.

    Un cambio di scala, dal macro al micro, che tuttavia non trascura la componente umana e sociale, porterà il pubblico a esplorare un mondo affascinante, che custodiamo dentro di noi e che ci rende ciò che siamo: unici. Lo studio del nostro genoma e di quello delle altre specie, supportato dall'evoluzione di tecnologie sempre più sofisticate, prospetta future possibili soluzioni per migliorare la qualità della vita. Tra queste, ad esempio, l'aumento della longevità e la prevenzione e cura di numerose patologie. Al contempo, il suo sviluppo porta con sé nuovi interrogativi che investono scelte e decisioni personali e sociali. A promesse, speranze e aspettative si accompagnano infatti incertezze sulla reale efficacia e i potenziali rischi, facendo nascere molti dubbi di natura etica, giuridica ed economica.

    E' il caso ad esempio dei test sul nostro DNA, oggi disponibili a chiunque anche on-line e al di fuori delle strutture mediche, che promettono di portarci alla scoperta delle nostre origini e di fornirci dati (di difficile interpretazione per chi non è 'addetto ai lavori') su eventuali predisposizioni a malattie. Inoltre, la diffusione mediatica di informazioni non affidabili, soprattutto in campo medico, ostacola spesso un proficuo dibattito pubblico. La mostra Genoma Umano sollecita il pubblico a riflettere sulla realtà e sui problemi di una scienza in continua evoluzione, mantenendo sempre viva l'attenzione su aspetti etici e promuovendo un approccio critico. (Comunicato stampa)




    Immagine dalla locandina di presentazione di Museo Navigante Museo Navigante

    Il Museo Navigante è una iniziativa promossa dal Mu.MA - Galata di Genova, dal Museo della Marineria di Cesenatico, dall'associazione La Nave di Carta della Spezia e dall'Associazione Musei Marittimi del Mediterraneo, che ha riunito musei pubblici e privati per valorizzare il patrimonio culturale marittimo italiano. Il Polo Museale della Calabria, guidato da Angela Acordon, ha aderito all'iniziativa con il Museo Archeologico dell'antica Kaulon, diretto da Rossella Agostino e con il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone, diretto da Gregorio Aversa.

    Il percorso espositivo del Museo archeologico dell'antica Kaulon - Monasterace (Reggio Calabria) illustra la storia della colonia magno-greca di Kaulonia dall'età di fondazione, ad opera dei crotoniati, fino ad età ellenistico-romana ed ospita anche reperti subacquei tra cui, ancore e resti di colonne lavorate da aree limitrofe all'odierno Museo situato a poca distanza dalla costa nei pressi di Punta Stilo caratterizzata dalla presenza del Faro. L'esposizione presenta per alcuni settori parziali ricostruzioni di edifici abitativi e sacri finalizzate ad una migliore lettura da parte del pubblico.

    Le Collezioni più importanti sono: rocchi di colonne in marmo anche lavorate rinvenute nelle acque antistanti il sito dell'antica città di Kaulonia; Tetto tempio del Colle della Passoliera di età greca caratterizzato da una ricca policromia; Collezione numismatica e fra i "pezzi" più significativi si segnalano: manufatti bronzei, tra cui specchi, elementi di armature ed una interessante iscrizione votiva in lingua achea dall'area del tempio dorico; Mosaico pavimentale policromo con la raffigurazione di drago di età ellenistica dall'abitato.

    Il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone è suddiviso in tre sezioni principali dedicate la prima ("Terra") ai resti dell'insediamento sorto sul promontorio in età romana, la seconda ("Sacro") al santuario di età greca sviluppatosi sullo stesso luogo e, infine, una terza ("Mare") destinata ad illustrare le problematiche dell'archeologia subacquea, espone una parte del carico di marmi trasportati dalla nave naufragata presso Punta Scifo e databile al III sec.d.C., oltre ad altre suppellettili rinvenute durante lo scavo del relitto e oggetti prelevati da altri contesti sottomarini. Terrecotte architettoniche, vasi a figure nere, vasetti miniaturistici, bronzetti figurati attestanti la frequentazione del santuario greco e appartenenti al cd. Tesoro di Hera, formano le collezioni più importanti. Fra i pezzi di maggior pregio si ricordano: frammenti in marmo pario appartenenti alla decorazione del grande tempio di ordine dorico di cui, nell'attiguo Parco Archeologico, si conserva parte del basamento ed una colonna in blocchi tufacei. (Comunicato stampa)




    Immagine presentazione mostra Monaco, Vienna, Trieste, Roma - Il Primo Novecento al Revoltella Monaco, Vienna, Trieste, Roma
    Il Primo Novecento al Revoltella


    termina lo 02 settembre 2018
    Civico Museo Revoltella - Trieste
    www.museorevoltella.it

    E' un continuo dialogo tra il dentro e il fuori quello che si può ammirare al quinto piano della Galleria d'Arte Moderna del Museo "Revoltella". Il "dentro" è rappresentato dalle fondamentali proposte di artisti triestini e giuliani. Il "fuori" è offerto dalla superba collezione di artisti italiani, e non solo, patrimonio del Museo. Il titolo dell'esposizione - "Monaco, Vienna - Trieste - Roma" - richiama l'influenza di Monaco di Baviera e di Vienna su Trieste, negli anni in cui il capoluogo giuliano apparteneva all'Impero d'Austria-Ungheria, e l'interscambio - parallelo e successivo - tra gli artisti della città e del territorio e l'Italia.

    Il percorso, ideato da Susanna Gregorat, conservatore del "Revoltella", si sviluppa su sette sezioni, a documentare questi flussi e queste influenze, dagli anni delle Secessioni a quelli del "ritorno all'ordine", coprendo una storia che dagli albori del Novecento si inoltra nel "secolo lungo", sino a lambire il secondo conflitto mondiale. L'esposizione prende il via dalle opere realizzate nei primi anni del Novecento dai più prestigiosi e noti artisti triestini e giuliani. Ricorrono i nomi di Eugenio Scomparini, Glauco Cambon, Arturo Rietti, Adolfo Levier, Argio Orell, Vito Timmel, Guido Marussig, Antonio Camaur, Alfonso Canciani, Piero Lucano, Guido Grimani, Gino Parin, e ancora Carlo Sbisà, Arturo Nathan, Leonor Fini, Giorgio Carmelich, Vittorio Bolaffio, Edgardo Sambo, Marcello Mascherini.

    Sono dipinti, sculture e grafica fortemente condizionati dal clima secessionista d'Oltralpe monacense e viennese. Sperimentato, in molti casi, attraverso la formazione veneziana e il clima internazionale delle Biennali, ma soprattutto frutto della formazione alle Accademie di Belle Arti di Monaco di Baviera e di Vienna. Una sezione monografica è riservata all'arte pittorica e grafica di Federico Pollack, più noto a Trieste come Gino Parin, contraddistinta da uno stile del tutto originale e maturata in ambito europeo e britannico.

    Il percorso introduce poi il visitatore nella duplice sezione dedicata all'arte italiana degli anni Venti e Trenta, caratterizzata dal recupero della tradizione artistica italiana (il cosiddetto 'ritorno all'ordine' di sarfattiana memoria). Qui si ammirano i capolavori patrimonio del Museo: i dipinti di Felice Casorati, Carlo Carrà, Mario Sironi, Guido Cadorin e Felice Carena, in ambito nazionale. E, a livello territoriale, le autorevoli opere di Piero Marussig, Carlo Sbisà, Edgardo Sambo, Oscar Hermann Lamb, Edmondo Passauro, Mario Lannes, Eligio Finazzer Flori, Alfonso Canciani. La sezione successiva indaga lo stretto rapporto umano e artistico instauratosi tra i triestini Arturo Nathan, Carlo Sbisà e Leonor Fini, non disgiunto dall'interazione, pur limitata nel tempo, con un grande artista avanguardista quale fu Giorgio Carmelich, prematuramente scomparso a soli ventidue anni. Segue la sezione dedicata alla figura del pittore goriziano Vittorio Bolaffio, artista dalla personalità tormentata, fortemente legato a Trieste e al triestino Umberto Saba, nel cui particolare lirismo si rispecchiò.

    A concludere il percorso è la inedita sezione riservata alla Secessione romana, rievocata dai dipinti di alcuni protagonisti di quella stagione particolare che, sviluppatasi tra il 1913 e il 1916, vide a confronto numerosi artisti di diversa provenienza geografica e formazione artistica, in una visione moderatamente avanguardistica, ma molto ben definita. Qui, opere di artisti italiani quali Armando Spadini, Plinio Nomellini, Giovanni Romagnoli, Felice Carena, Lorenzo Viani si affiancano ad artisti territorialmente più vicini, quali Teodoro Wolf-Ferrari, Virgilio Guidi, lo scultore Ceconi di Montececon e, ancora, il triestino Edgardo Sambo che nel suo sorprendente dipinto Macchie di Sole del 1911 riecheggiò mirabilmente quella fervida e oramai lontana esperienza del secessionismo italiano.

    "Questa mostra - osserva Laura Carlini Fanfogna, Direttore dei Civici Musei di Trieste - evidenzia, ancora una volta, la ricchezza delle Collezioni d'arte del "Revoltella", Museo fondamentale per qualsiasi indagine sul Novecento italiano. Qui troviamo, com'è opportuno che sia, una documentazione puntuale e organica dell'arte giuliana. Ma qui si conservano e ammirano anche capolavori tra i maggiori del secolo, degli artisti italiani e non solo. Come questa esposizione attentamente mette in luce". (Comunicato stampa Studio Esseci)




    La Collezione Roberto Casamonti
    termina il 10 marzo 2019
    Palazzo Bartolini Salimbeni - Firenze
    www.collezionecasamonti.com

    Dal mese di marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all'arte moderna e contemporanea. L'antica dimora - attentamente restaurata - accoglierà la selezione delle opere che Roberto Casamonti, nella sua lunga attività nel mondo dell'arte, ha raccolto per costituire il corpus principale della propria Collezione. I dipinti e le sculture esposte sono il frutto di anni di appassionate ricerche che danno vita ad un assieme in grado di rappresentare l'eccezionale evoluzione storico artistica che attraversa per intero il XX secolo.

    "La Collezione, con le sue dotazioni in permanenza, si appresta a qualificarsi - sottolinea il critico Bruno Corà - come una delle maggiori raccolte d'arte moderna e contemporanea aperte al pubblico esistenti in Italia. La scelta di offrire questa sua Collezione a fiorentini e turisti - evidenzia ancora il curatore scientifico della Collezione - si esprime come un autentico gesto mecenatizio (...) l'atto di riconoscenza di un cultore appassionato d'arte, per la città che lo ha seguito nel corso della sua attività professionale e della sua stessa vita". Per precisa scelta dell'Associazione Culturale, appositamente costituita per gestire e animare questo nuovo spazio culturale, il pubblico potrà ammirare le opere esposte accedendovi gratuitamente, su semplice prenotazione.

    La Collezione di opere d'arte italiane e straniere si articola in due grandi nuclei: il primo considera opere di artisti agli esordi del Novecento e sino ai primi anni Sessanta, il secondo, dal 1960 ai nostri giorni. In Palazzo Bartolini Salimbeni, la Collezione sarà proposta per sezioni. Il primo nucleo, dal 24 marzo 2018 e sino alla primavera del '19 e, a seguire, il secondo. Al primo appartengono capolavori di Fattori, Boldini, Balla, Viani, Sironi, Severini, Marini, Morandi, de Chirico, Savinio, Prampolini, Casorati, Magnelli, Licini, Picasso, Leger, Soutine, Klee, Chagall, Ernst, Kandinsky, Hartung, Fautrier, Matta, Lam, Dorazio, Accardi, Afro, Vedova, Capogrossi, Burri, Klein, Fontana, Castellani, Manzoni, Lo Savio e numerosi altri. La direzione è stata affidata a Sonia Zampini, storica dell'arte e da anni collaboratrice della galleria Tornabuoni Arte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    San Teonisto
    Il ritorno dei dipinti trafugati da Napoleone


    Chiesa di San Teonisto - Treviso
    www.fbsr.it

    Ritorno in San Teonisto, antica chiesa trevigiana, di 19 delle 22 opere pittoriche che erano patrimonio dell'edificio monastico sino alla sottrazione napoleonica del 1810. Quando, per effetto dei decreti napoleonici, il monastero benedettino di San Teonisto, nel cuore di Treviso, venne demanializzato, le opere d'arte che monastero e chiesa conservavano vennero confiscate. Finirono dapprima a Parigi, per andare poi a Milano, dove furono distribuite tra Brera e Castello Sforzesco, una fu in seguito destinata a Roma, altre rientrarono a Treviso, al locale Museo Civico. L'odissea delle opere rientrate "a casa" non era finita. Dal museo trevigiano, che ne era diventato proprietario, le tele furono riposizionate nell'originario luogo di culto.

    Ma, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, la chiesa, come gran parte della città, venne colpita da un terribile bombardamento alleato. Recuperati dalle macerie, i dipinti furono trasferiti al Museo Civico che li ha custoditi fino a oggi. Ora tornano sui muri per i quali erano stati dipinti, restituiti nella loro originaria bellezza da un accurato intervento di restauro di cui si è fatta carico la Fondazione Benetton, che consentirà alla cittadinanza di godere nuovamente di queste importanti opere pittoriche. Le grandi tele furono commissionate nel corso del Seicento dalle monache benedettine che avevano eretto il convento e la chiesa di San Teonisto a illustri pittori dell'epoca quali Jacopo Lauro, Carletto Caliari, Matteo Ingoli, Bartolomeo Scaligero, Pietro della Vecchia, Ascanio Spineda, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Matteo Ponzone, Paolo Veronese e Antonio Fumiani.

    A rendere possibile l'evento del loro rientro, per molti versi storico, è il completo restauro di San Teonisto, voluto e finanziato da Luciano Benetton, che ha riconsegnato alla città un importante patrimonio storico per lo svolgimento di attività culturali. Il complesso intervento di recupero dell'edificio, iniziato alla fine del 2014 e affidato alla cura e alla creatività dell'architetto Tobia Scarpa nel solco del suo fertile sodalizio con il Gruppo Benetton, ha restituito un'architettura rinnovata, ma capace di raccontare i segni del passato di luogo consacrato, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944 e spogliato dei suoi arredi, e infine dimenticato.

    Successivamente sconsacrato e adibito a usi diversi, l'edificio è stato gestito dal Comune di Treviso fino all'acquisizione, nel 2010, da parte di Luciano Benetton che successivamente l'ha donato alla Fondazione Benetton Studi Ricerche per farne un luogo di cultura in grado di ospitare eventi di respiro internazionale. Ora, grazie a un accordo trentennale tra il Comune di Treviso e la Fondazione Benetton, i muri di San Teonisto ritrovano il loro patrimonio d'arte che potrà nuovamente essere ammirato dal pubblico nella cornice originaria. Nel rendere concreto l'ambizioso progetto di ricollocazione ha avuto parte decisiva anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

    I dipinti inizialmente sottratti a San Teonisto erano 22, taluni di grandissime dimensioni. A tornare sono oggi "solo" 19 di essi, anzi 18 perché una delle pale d'altare, "Le nozze di Santa Caterina" del Lazzarini, inserita nelle esposizioni stabili della Pinacoteca Civica, resta nelle sale dei Musei Trevigiani. In sostituzione di essa, dalla Pinacoteca giunge però la pala della "Madonna del Rosario e i santi Domenico e Rosa" di Jacopo Lauro. Una sostituzione per nulla casuale. Questa pala, infatti, era già stata collocata in San Teonisto allorché un dipinto della stessa chiesa, il "Martirio di Santa Giuliana" era finito al Castello Sforzesco di Milano, dove ancora è conservato. All'appello mancano ora tre capolavori. Oltre al già citato "Martirio di Santa Giuliana" di Jacopo Lauro, ora di proprietà dello Sforzesco, la pala dell'altare maggiore di Jacopo Palma "Martirio dei Santi Teonisto, Tabra e Tabrata" (1603) finita nella chiesa di Brusuglio, poi danneggiata da un incendio e trasferita nella Galleria di Brera per essere restaurata. La terza delle opere mancanti, "Le Nozze di Cana" di Paolo Veronese e bottega (1580), è custodita nella Sala Gialla di Palazzo Montecitorio.

    «La famiglia Benetton ha restituito dignità a questa antichissima chiesa e ha voluto affidarla alla nostra Fondazione perché la faccia vivere» commenta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. «La restituzione a San Teonisto delle sue opere, da parte del Comune di Treviso, è un atto di amore e responsabilità che completa quello del signor Luciano che di questa chiesa abbandonata ha voluto farsi carico. In un momento così importante non posso nascondere un sogno» continua Tamaro «che anche il gioiello maggiore di San Teonisto torni a casa. Mi riferisco alla lunetta di Paolo Veronese raffigurante "Le Nozze di Cana", oggi "esiliata" a Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Quella tela è entrata nelle collezioni di Brera per decreto di Napoleone Bonaparte, finendone confinata nei depositi.

    Successivamente è stata concessa a Roma per ornare le pareti di un luogo di passaggio e di incontro in Montecitorio. Credo che oggi ci siano le condizioni culturali e strutturali perché questo nostro capolavoro torni a casa. Naturalmente, ferma la "proprietà" che su di esso, da oltre due secoli, ha diritto di vantare il Museo di Brera. Così come mi auguro possa gradualmente avvenire anche per il Palma che da tempo resta a Brera in attesa di restauro, sempre che non venga destinato alla chiesa milanese che lo aveva temporaneamente ospitato, e per il "Martirio" di proprietà del Castello Sforzesco». (...) In occasione del rientro delle opere in San Teonisto, la Fondazione organizza alcuni momenti pubblici per riscoprire quest'ingente patrimonio artistico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    L'Amsterdam Museum presenta i suoi capolavori del XVII secolo restaurati

    L'Amsterdam Museum è attualmente impegnato nel restauro di uno dei suoi capolavori, I Capi della Guardia Civica (1653) di Bartholomeus van der Helst (ca.1613 - 1670), che sarà l'opera di punta della mostra in prestito a TEFAF Maastricht 2018, nella sezione TEFAF Paper. Per la prima volta i visitatori della Fiera potranno non solo ammirare i risultati del restauro, ma anche comparare gli oggetti raffigurati nel dipinto con esempi originali di argenteria del XVI secolo - una situazione unica per l'arte olandese. TEFAF Maastricht, la Fiera di arte figurativa e antiquariato più importante del mondo, ha avuto luogo dal 10 al 18 marzo 2018 al MECC (Maastricht Exhibition and Congress Centre) di Maastricht, Paesi Bassi.

    Il ritratto di gruppo raffigura diverse personalità di spicco: l'ex borgomastro Jan van de Poll (1597-1678), il mastro birraio Albert Dircksz Pater (1602-1659) e il celebre cartografo ed editore Joan Willemsz Blaeu (1598-1673). Insieme, erano i custodi della Guardia Civica, e della sua collezione di ritratti di gruppo e reperti storici. I personaggi sono raffigurati seduti a un tavolo, mentre sulla destra i loro figli allenano le proprie doti di arcieri. I quattro uomini del dipinto sono circondati di preziosa argenteria; sullo sfondo, una credenza appare colma di tazze, tazzine e cucchiai; sulla sinistra Banninck Cock regge un calice finemente decorato, e i suoi colleghi mostrano il collare e il bastone della Guardia, coronato da decorazioni a forma di uccelli. Sullo sfondo, la moglie del locandiere presenta il corno potorio sul suo piede d'argento, sempre appartenente alla Guardia. La presenza di questi oggetti preziosi sul tavolo richiama l'illustre storia della Guardia Civica di quegli anni, sottolineando il buon governo delle personalità raffigurate nel dipinto.

    Oltre che per il suo pittore, uno dei più grandi ritrattisti del Secolo d'oro olandese, per la fama dei suoi protagonisti e per l'apprezzata prospettiva sott'in su, questo ritratto di gruppo si distingue poiché raffigura tre oggetti d'arte tuttora esistenti. Il collare, il bastone e il corno potorio finemente decorati, appartenenti alla collezione della Guardia Civica, non erano solo valorizzati dai capi del 1653, ma possono ancora essere ammirati dai visitatori dell'Amsterdam Museum, poiché appartengono al Comune di Amsterdam. Capolavori in argento del genere, provenienti dal XVI secolo, sono una rarità in qualsiasi collezione pubblica o privata dato che in molti casi venivano modificati sulla base dei gusti delle varie epoche oppure addirittura fusi. L'esistenza di oggetti di tale valore, raffigurati in un dipinto di così alta qualità, è un fatto più che eccezionale.

    Il capolavoro di Van der Helst sarà circondato da altri cinque ritratti di gruppo che sono stati restaurati da poco. Insieme testimoniano il successo e la qualità della ritrattistica di gruppo ad Amsterdam durante il Secolo d'oro. Due di questi dipinti, entrambi restaurati nel 2017, sono di Ferdinand Bol (1616-1680) e raffigurano i governatori e le governatrici dell'Asilo dei Lebbrosi di Amsterdam. Al momento fanno parte della mostra sull'artista dell'Amsterdam Museum. Un altro ritratto di gruppo di Van der Helst, I Capi degli Archibugieri della Guardia Civica, restaurato nel 2011, dopo un prestito per cinque anni alla National Gallery of Art di Washington sarà esposto per la prima volta dal suo ritorno nei Paesi Bassi. Le ultime opere sono due Lezioni di Anatomia, una di Aert Pietersz (1550-1612), l'altra di Adriaen Backer (1635-1684), restaurate in collaborazione con le istituzioni che negli anni le hanno prese in prestito per le proprie mostre. Dal 2016 l'opera di Backer ha fatto parte della mostra permanente di ritratti del Secolo d'oro dell'Hermitage Amsterdam, che vanta un'incredibile collezione di ritratti di gruppo ambientati ad Amsterdam. Queste sono le quattro opere che completeranno la mostra in prestito a TEFAF Maastricht. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    "Ritratto" attribuito a Giorgione
    Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

    www.letramedigiorgione.it

    Danila Dal Pos, curatrice della imminente mostra "Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa di Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo), annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

    Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

    Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

    Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
    Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

    www.federicosecondostupormundi.it

    Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

    Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

    Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

    Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

    Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

    Locandina Der Träumer · Palermo Der Träumer · Palermo
    Live Painting & Electronics

    Czm live painting | Erta Ale musica, live electronics

    17 luglio 2018, ore 21.30, Museo Archeologico Regionale 'Antonino Salinas' - Palermo
    19 luglio 2018, ore 22.00, Villa Cattolica – Museo Guttuso - Bagheria (Palermo)
    www.goethe.de/palermo

    Nella magica cornice rinnovata del Museo Archeologico Regionale Antonino Salinas di Palermo e in quella altrettanto suggestiva di Villa Cattolica al Museo Guttuso di Bagheria, il Goethe-Institut Palermo, in collaborazione con Regione Sicilia – Assessorato Beni Culturali e dell'Identità Siciliana, Museo Archeologico Regionale Antonino Salinas, CoopCulture, Associazione QB, Animaphix – International Animated Film Festival, Comune di Bagheria, Museo Guttuso, presenta lo spettacolo multimediale di live painting e musica Der Träumer · Palermo con gli artisti italo-tedeschi CZM ed Erta Ale.

    Der Träumer (Il Sognatore) di Erta Ale | Czm è uno spettacolo di storytelling multimediale che combina live painting digitale e musica ed è ispirato e dedicato alla città di Palermo. Der Träumer è un sognatore che, guidato dalle mani dei due artisti, ci accompagnerà attraverso mondi fantastici e storie ispirate a fatti reali o sognati della città che quest'anno è Capitale italiana della Cultura. Dipinti creati dal vivo e suoni si mescoleranno in un racconto onirico e immaginifico, alternandosi e stimolandosi a vicenda. La narrazione si sviluppa attraverso un flusso ininterrotto di visioni e metamorfosi, innescate e animate dalla musica. Libero dai vincoli dello spazio e del tempo, il Träumer vive la città come in un sogno. La storia, i luoghi e le genti di Palermo sono gli ingredienti di cui si compone questo racconto. Pochi luoghi al mondo vantano una cultura tanto densa, fatta di migranti, esploratori, conquistati e conquistatori che l'hanno attraversata, stratificata e arricchita nei millenni.

    Cosimo Miorelli aka Czm è un illustratore e live-painter digitale. Dipinge dal vivo contribuendo alla creazione di performance multimediali, reading poetici e spettacoli teatrali. Collabora, tra gli altri, con Stefano Benni, Paolo Rumiz e Raf. CZM lavora anche alla creazione di video animati per musei e film documentari e tiene laboratori presso scuole e università. In Italia ha pubblicato fumetti e libri illustrati.

    Fabrizio Nocci aka Erta Ale collabora attivamente con registi e video artisti nella produzione di musica per film e video sperimentali. Scrive anche musica per il teatro, per la danza e show multimediali. Dal 2007 collabora con importanti video artisti presentando le sue performance nei più importanti festival internazionali: New York, Berlino, Milano, Roma e in tutta Europa. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)




    I restauri del CSC - Cineteca Nazionale ai prossimi festival internazionali
    I fratelli Taviani e Liliana Cavani


    Il Centro Sperimentale di Cinematografia, presieduto da Felice Laudadio, annuncia tre importanti restauri realizzati dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con Istituto Luce-Cinecittà che tra agosto e settembre verranno presentati in due grandi festival internazionali: il festival di Locarno, in programma dall'1 all'11 agosto 2018, e la Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, che si svolgerà dal 29 agosto all'8 settembre 2018.

    Locarno, giunto alla 71esima edizione, dedicherà nella sezione "Histoire(s) du cinéma" un omaggio a Paolo e Vittorio Taviani. Verrà proiettato il film Good Morning Babilonia (1987) - interpretato fra gli altri da Greta Scacchi che sarà a Locarno - il cui restauro è stato appena portato a termine dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con Istituto Luce-Cinecittà. Paolo Taviani e Greta Scacchi verranno celebrati in piazza Grande la sera dell'8 agosto, e il film sarà proiettato il 9 agosto.

    Dalla stessa collaborazione nascono gli altri due restauri che saranno proiettati nella sezione Venezia Classici della Mostra di Venezia (la cui giuria sarà presieduta dal regista Salvatore Mereu, diplomato in regia del CSC). Il programma, annunciato oggi dalla Biennale di Venezia, include Il portiere di notte (The Night Porter) di Liliana Cavani (1974) e La notte di San Lorenzo di Paolo e Vittorio Taviani (1982). E' importante segnalare anche il titolo internazionale del film di Liliana Cavani poiché si sta lavorando al restauro della copia originale in lingua inglese: a Venezia sarà possibile vedere il film con le vere voci di Dirk Bogarde e Charlotte Rampling. (Comunicato stampa)




    Sinfonie Notturne
    06, 27 luglio e 10 agosto 2018, ore 21.00
    Casa Museo Renato Serra - Cesena

    La Casa Museo Renato Serra - dal 2015 sede delle esposizioni annuali di grande rilevanza culturale per la città, dedicate e al progetto Fragilis Mortalitas - apre le porte del suo intimo giardino interno per ospitare, in tre serate estive, letture di poesie e racconti dalle voci - a cura di Marisa Zattini - degli autori più interessanti del territorio, pubblicate da Il Vicolo editore e dalla rivista "Graphie". Il 6 luglio ore 21.00: Gianfranco Lauretano proporrà i Sonetti a Cesena e Millenovecentottantasei, mentre Angela Fabbri leggerà alcuni haiku tratti dalla sua raccolta Giardini di sabbia. Il 27 luglio le voci femminili di Naïs Aloisi e Marzia Persi, rispettivamente con Ombre coi tacchi a spillo e Undici racconti. Il 10 agosto, la lettura del monologo teatrale Per colui che è di Gian Ruggero Manzoni e di Mecanìsum di Alex Ragazzini. In apertura e in chiusura di ogni incontro, a rimarcare il forte legame con l'ambiente, verranno riproposti alcuni brani cardine dell'opera di Renato Serra, già celebrati in Fragilis Mortalitas. Le letture saranno intermezzate da interventi musicali. (Comunicato stampa)




    Locarno Festival omaggia i fratelli Taviani

    Il Locarno Festival renderà omaggio durante la sua 71esima edizione (1-11 agosto) alla straordinaria carriera dei fratelli Taviani ricordando Vittorio, scomparso lo scorso aprile. Paolo Taviani, il regista e sceneggiatore italiano, sarà ospite in Piazza Grande. L'omaggio sarà accompagnato dalla proiezione della versione restaurata del film Good morning Babilonia (1987) realizzata dalla Cineteca nazionale (CSC) e dall'Istituto Luce-Cinecittà. Autori di un linguaggio dalle profonde sfumature poetiche e politiche, i fratelli Taviani hanno scritto alcune delle pagine più significative del cinema italiano. Due maestri che fin dagli anni Sessanta hanno dato vita a un cinema impegnato e allo stesso tempo poetico, raccontando storie vere, intessute di contraddizioni, capaci di portare all'attenzione del pubblico temi fondamentali di impegno politico e civile. Un talento, quello dei fratelli Taviani, che Locarno ha conosciuto per la prima volta nel 1974 (San Michele aveva un gallo), poi nel 1982 (La notte di San Lorenzo), e che ha segnato profondamente la storia del Festival.

    Paolo e Vittorio Taviani esordiscono dietro la macchina da presa nel 1954 realizzando una serie di documentari a sfondo sociale. È di questo periodo il cortometraggio San Miniato, luglio '44, girato con la collaborazione di Cesare Zavattini. Successivamente dirigono insieme a Joris Ivens L'Italia non è un paese povero (1960). Il debutto sul grande schermo avviene nel 1962, quando i Taviani e Valentino Orsini firmano il lungometraggio Un uomo da bruciare, con Gian Maria Volonté. Da quel momento i Taviani firmano insieme una lunga filmografia, che parte da I sovversivi (1967) e Sotto il segno dello scorpione (1969).

    Negli anni successivi si aprono a nuove ricerche stilistiche e per i due fratelli arriva il momento dei riconoscimenti internazionali: San Michele aveva un gallo (1972) e Allonsanfàn (1974), con Marcello Mastroianni e Lea Massari, vengono selezionati alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes, ma è con Padre Padrone (1977), tratto dall'omonimo romanzo di Gavino Ledda, che conquistano la Palma d'Oro e il Premio della Critica: a premiarli è il presidente della giuria Roberto Rossellini mentre in Italia viene loro assegnato un David Speciale e un Nastro d'Argento. Dopo Il prato (1979) i fratelli Taviani dirigono un'altra importante pellicola, La notte di San Lorenzo (1982), un affresco della campagna Toscana ai tempi della Seconda Guerra mondiale. Il film fa conquistare ai due autori toscani il Gran Prix a Cannes, David e Nastri d'Argento per la regia e la sceneggiatura.

    Nel 1984 i due registi si dedicano a un altro adattamento di un'opera letteraria, Kaos (1984), tratto dalle Novelle per un anno di Pirandello, che vince il David di Donatello per la migliore sceneggiatura. Due anni più tardi ricevono il Leone d'oro alla carriera in occasione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, mentre nel 1987 si affacciano al panorama internazionale con Good morning Babilonia, la storia di due fratelli toscani che partono per gli Stati Uniti in cerca di fortuna. Ambientati nel passato anche Il sole anche di notte (1990), Fiorile (1993), Le affinità elettive (1996), Tu ridi (1998).

    In seguito i due registi si avvicinano al mondo televisivo: sono di questo periodo Resurrezione (2001) e Luisa Sanfelice (2004). Proseguono anche gli adattamenti letterari: La masseria delle allodole (2007) e Maraviglioso Boccaccio (2015). Nel 2012 i Taviani tornano a Berlino con Cesare deve morire, il film si aggiudica l'Orso d'Oro, vincendo anche il David di Donatello per la miglior regia e per il miglior film. L'ultimo lavoro pensato a due è del 2017, Una questione privata, firmato solo da Paolo Taviani a causa delle condizioni di salute del fratello Vittorio. L'ultima collaborazione dopo una vita trascorsa insieme che segna la chiusura di un cerchio e che lascerà un profondo vuoto nel panorama del cinema internazionale. Paolo Taviani riceverà l'omaggio del Locarno Festival in Piazza Grande, l'omaggio sarà accompagnato dalla proiezione in prima mondiale della versione restaurata di Good morning Babilonia (1987), realizzata dalla Cineteca nazionale (CSC) e dall'Istituto Luce-Cinecittà. (Comunicato stampa)




    Premio Amidei alla Migliore Sceneggiatura 2018 Premio Amidei - Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura
    37esima edizione, Gorizia, 12-18 luglio 2018
    Palazzo del Cinema - Hiša Filma | Parco Coronini Cronberg

    Organizzato dal Comune di Gorizia - Assessorato alla Cultura, Associazione culturale "Sergio Amidei", Dams - Discipline dell'audiovisivo, dei media e dello spettacolo, Corso interateneo Università degli Studi di Udine e Trieste in collaborazione con l'Associazione Palazzo del Cinema-Hiša Filma, il Premio Amidei si distingue per la grande capacità di raccontare l'evoluzione della sceneggiatura promuovendo il dialogo tra grandi autori, sceneggiatori, accademici, amanti e curiosi del cinema. Fin dalla sua prima edizione la manifestazione si è posta l'obiettivo di approfondire il ruolo della sceneggiatura per accompagnare il pubblico in un continuo percorso di esplorazione nella vastità delle forme di scrittura per il cinema, la televisione e il web. Proprio la sceneggiatura, attraverso uno strutturato e armonico intreccio narrativo, assume un ruolo dominante nel raccontare realtà, nuove prospettive e mutamenti che stimolano lo spettatore a intraprendere un processo identitario.

    Anche l'edizione 2018 promette un'interessante e ragionata proposta culturale dove il Premio alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" - attribuito alla sceneggiatura che più si distingue per originalità e capacità di sperimentare nuove formule narrative, oltre che per l'attenzione alla realtà sociale e ai temi emergenti del mondo contemporaneo - vedrà in concorso 7 film di produzione italiana ed europea scelti tra quelli usciti nelle sale durante la stagione cinematografica 2017-18. La giuria del Premio è composta da Marco Risi, Massimo Gaudioso, Francesco Bruni, Giovanna Ralli, Silvia D'Amico, Doriana Leondeff e a partire da questa edizione anche da Francesco Munzi, regista e sceneggiatore romano. Oltre alla sezione cardine dedicata al Premio alla migliore sceneggiatura, il Premio Amidei sarà ancora una volta articolato in numerosi riconoscimenti che celebrano i modi, le forme, le invenzioni stilistiche e discorsive dello scrivere per il cinema attraverso proiezioni diurne e serali, incontri e momenti di dialogo con l'autore accessibili gratuitamente. (Comunicato stampa)




    Magna Graecia Film Festival
    XVa edizione, Catanzaro, 28 luglio - 05 agosto 2018
    www.magnagraeciafilmfestival.it

    Kermesse cinematografica ideata e diretta da Gianvito Casadonte e dedicata alle opere prime e seconde. Proiezioni, dibattiti, live musicali, presentazioni di libri ed eventi collaterali animeranno il festival, che avrà numerosi ospiti, nel cuore della Magna Graecia, nella suggestiva location del porto marinaro di Catanzaro. L'edizione 2018 avrà come ospite d'onore il regista statunitense Oliver Stone. Classe 1946, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e attore, Oliver Stone ha diretto oltre venti film, vincendo tre Premi Oscar - due come Miglior regista, per Platoon e Nato il quattro luglio e una per la Miglior sceneggiatura non originale, per Fuga di mezzanotte. Ha inoltre vinto quattro Golden Globe, l'Orso d'Argento per la Miglior regia al Festival di Berlino per Platoon, il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, due Directors Guild of America Award, un Premio BAFTA e due Independent Spirit Awards.(Comunicato stampa Reggi&Spizzichino Communication)




    Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




    Un Castello all'Orizzonte
    7a edizione, 06 maggio - 13 ottobre 2018
    Castello di Postignano (Perugia)

    Il festival propone concerti di musica classica, jazz, contemporanea - reading - incontri con scrittori - mostre di fotografia, scultura e pittura - proiezioni di film documentario. Tutte le iniziative sono ad ingresso gratuito. L'evento clou del programma di quest'anno sarà il minifestival di musica da camera "Tra Luce e Sogno" organizzato da Mari Kodama Nagano e Bita Razeghi Cattelan, che si terrà da 26 luglio al 29 luglio, con la partecipazione degli artisti Pavel Vernikov, Andrey Baranov, Svetlana Makarov, Grazia Raimondi, Hartmut Rohde, Eivind Holtsmark Ringstad, Luigi Piovano, Matt Haimovitz, Pascal Moragues, Clara Bellegarde, Christian Gerhaher, Mari Kodama, Momo Kodama, Gerold Huber. Eseguiranno musiche di Prokof'ev, Haydn, Beethoven, Šostakovic, Mendelssohn, Benjamin, Ravel, Bruch, F.Poulenc, Debussy, Messiaen, Verdi, Schumann, Bach/Busoni, W.F.Bach, Bach/Kurtag, Hindemith, Britten, Bartók, Brahms.

    L'anniversario schubertiano (1797-1828) sarà celebrato con due altri concerti eseguiti dal Trio Ars et Labor e Marco Albrizio. Sempre per la musica classica saranno ospitati Sergio Lattes, Mariano Bellopede, Carmine Marigliano, Christian De Luca, Giuseppe Guarrera. Per il jazz e la musica contemporanea si esibiranno Maurizio Marrani, Graziano Brufani, Nicola Polidori, Michela Musco, Alfredina De Vincenzi, Alessandro Musco, Manuel Magrini, Roberto Gatti. Alla fotografia, scultura e pittura saranno dedicate quattro mostre: Paolo Valerio, Stone heart Broken heart Love Cages and Surroundings; Virginia Ryan, I Will Shield You - 2015-2018; Flavia Amabile, I contadini volanti (e altri eroi); Franco Passalacqua, Metafisica della natura.

    Gli scrittori che presenteranno i loro libri sono: Giulia Sissa, "La Gelosia. Una passione inconfessabile" - Patrizia Magli, "Il volto raccontato. Ritratto e autoritratto in letteratura"- Lamberto Gentili, "Un diamante per le zitelle" - Giuseppe Bearzi, "Fiabe d'Acqua" - Loredana De Pace, "Tutto per una ragione. Dieci riflessioni sulla fotografia" - Pasquale Scialò, "Storia della canzone Napoletana 1824-1931 Volume I" - Teresa Severini Zaganelli, "Il Museo del Vino Lungarotti a Torgiano" - Virginia Virilli e Margherita Vicario, Reading "Le ossa del Gabibbo". Saranno proiettati due film documentario: di Pappi Corsicato, "L'arte viva di Julian Schnabel" - di Franco Passalacqua, "La valle incantata" I pittori Plenaristi nella valle del Nera".

    Castello di Postignano, in Umbria, frazione del Comune di Sellano (PG), fu abbandonato negli anni '60 ed è tornato a vivere grazie ad una attenta opera di restauro durata molti anni. Il Castello fu fondato tra il IX e X secolo lungo una importante strada che collegava Spoleto, Foligno, Norcia e Assisi, ha forma di triangolo, con torre di avvistamento in alto e mura che circondano le abitazioni costruite sul declivio di una collina, da cui il nome di "castello". La prima chiesa fu dedicata a San Primiano, il cui culto era diffuso in Valnerina, dal IX secolo d.c.. Nel 1333 la chiesa fu ridedicata a San Lorenzo e, successivamente, alla SS. Annunziata. Fu conteso da Foligno e Spoleto e prese parte alle guerre tra guelfi e ghibellini.

    Soprattutto tra il XIV e il XV secolo, il borgo ebbe una fiorente economia basata su agricoltura, attività forestali, artigianato del ferro e canapa. A partire dal XVI secolo la sua popolazione cominciò a diminuire; nel corso del '900 vi fu una consistente emigrazione. Nel 1966, a seguito di un piccolo cedimento del terreno, le famiglie furono evacuate. L'abbandono provocò il deterioramento del borgo, aggravato dal sisma del 1997. "Castello di Postignano è l'archetipo dei borghi collinari italiani", così è stato definito dall'architetto americano Norman F. Carver Jr, tanto da riprodurre le imponenti case-torri del borgo, aggettanti l'una sull'altra, nella copertina del suo libro fotografico "Italian Hilltowns" pubblicato nel 1979. (Estratto da comunicato ufficio stampa Patrizia Cavalletti Comunicazione)




    Immagine copertina Nidia Robba Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste








    Oltreconfine
    www.goethe.de/italia/oltreconfine

    Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

    Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




    Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
    I Festival come motori culturali sul territorio italiano

    Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

    www.goethe.de/palermo

    I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

    Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

    .. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
    .. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
    .. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
    .. La Digestion (Napoli)
    .. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
    .. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
    .. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
    .. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

    "Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

    A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




    Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
    Proiezione della versione restaurata


    Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

    La proiezione sarà accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e sarà preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

    La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

    La memoria dell'altro

    Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
    Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
    Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
    Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
    Soggetto: baronessa De Rege;
    Fotografia: Angelo Scalenghe;
    Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

    Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

    Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

    Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

    Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




    Locandina FeliCittà FeliCittà
    Un ritratto acustico di Palermo


    www.goethe.de/felicitta

    Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

    Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




    Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
    Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


    "Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

    Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

    Racconto scaricabile alla pagina seguente

    Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

    "7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

    Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




    "Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

    Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




    "Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
    Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

    Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

    Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

    "Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

    Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

    Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




    Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




    Copertina libro L'ultima diva dice addio - di Vito di Battista L'ultima diva dice addio
    di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
    www.otago.it

    E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




    Il videogioco. Storia, forme, linguaggi, generi
    di Lorenzo Mosna, Dino Audino Editore, pp. 128, prefazione di Gianni Canova
    www.audinoeditore.it

    Nel 1958 lo scienziato William Higinbotham del Brookhaven National Laboratory, Long Island, a pochi passi da New York City ritenendo che l'area adibita ai visitatori fosse terribilmente statica, priva di qualunque attrattiva che facesse comprendere l'importanza delle recenti scoperte scientifiche nella vita quotidiana si mise all'opera per rendere interattivo il rapporto tra studenti e visitatori e l'area espositiva. Come? Dopo due settimane di assemblaggio e qualche modifica al progetto originale, sullo schermo di un oscilloscopio pilotato da un computer a valvole Higinbotham creò un gioco chiamato Tennis for Two. Il gioco simulava una partita di tennis per due giocatori, che agivano tramite due apparecchi collegati al computer attraverso un cavo, e dotati di un potenziometro per regolare la direzione della pallina e di un relè per sferrare il colpo. Il 18 ottobre 1958, in una delle giornate aperte ai visitatori, Tennis for Two fu mostrato per la prima volta al pubblico. La noiosa giornata di visita a Brookhaven si trasformò: i presenti fecero la fila per giocare, la voce si sparse e i visitatori diventarono centinaia.

    Da a allora il videogioco si è sviluppato e attualmente si appresta a superare l'industria del libro per imporsi come terzo più grande attore nel mercato dell'intrattenimento. Il linguaggio dei video giochi, più di ogni altro, ha risentito delle innovazioni tecnologiche che lo hanno accompagnato, trasformandosi e modificandosi sotto il peso del progresso. Ecco perché oggi è necessario guardare al passato, ripercorrere la storia del medium videoludico e della sua tecnologia per comprenderne le origini, lo sviluppo, l'evoluzione estetica e del suo linguaggio. La natura interattiva fa del videogioco un medium che sta davvero sulla frontiera della contemporaneità e che affronta per primo alcuni dei nodi non solo teorici che riguardano l'evoluzione del nostro rapporto con le intelligenze artificiali che noi stessi abbiamo creato.

    Ogni nuova generazione ha dovuto combattere per vedere riconosciuta dignità culturale a forme di intrattenimento, di spettacolo e di comunicazione che si facevano largo nella società, fecondavano l'immaginario, trasformavano le relazioni individuali e collettive con il tempo, con il corpo, con lo spazio. Lorenzo Mosna rivendica la dignità culturale del proprio oggetto di studio videoludico riecheggiano i toni con cui - un paio di generazioni prima - i cinefili militanti di allora si battevano perché il cinema potesse entrare nelle scuole. (Comunicato stampa)




    Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
    di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

    E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

    - Sinossi

    E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

    Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




    Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
    di Ada Fichera, ed. Polistampa
    www.polistampa.com

    L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




    Presentazione libro Raffaello on the road Raffaello on the road.
    Rinascimento e propaganda fascista in America (1938-40)

    a cura di Lorenzo Carletti, Cristiano Giometti (Carocci, 2016)

    Che cosa ci facevano nel 1939 a San Francisco la Madonna della Seggiola di Raffaello, il Tondo Pitti di Michelangelo e la Nascita di Venere di Botticelli? Non si trattò di un furto, ma di una mostra d'arte allestita per motivi propagandistici alla fiera commerciale della Golden Gate International Exposition. Mentre il mondo era sull'orlo del precipizio, ventisette capolavori del Rinascimento italiano partirono da Genova sul transatlantico Rex senza copertura assicurativa e, con un viaggio coast to coast che si prolungò con tappe non previste a Chicago e poi a New York, tornarono in patria alle soglie dell'entrata dell'Italia in guerra. Una storia romanzesca che racconta la politica culturale fascista in America e anticipa l'odierna degenerazione del fenomeno espositivo, con i capolavori adoperati come ambasciatori o presentati insieme ai prodotti tipici nelle vetrine dell'Expo. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




    Copertina Catalogo Sarto d'Arte Contemporanea 2018 Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
    a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore, pp. 272 con 706 illustrazioni a colori, formato cm.30,5x21,5, €70,00
    Locandina della presentazione

    «Portiamo avanti ormai da diversi anni il nostro progetto di diffusione dell'arte italiana, così con nostra soddisfazione, il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea, è giunto alla quinta edizione. Siamo davvero convinti che l'Italia sia un'incredibile fucina di talenti artistici, moltissimi i nomi degli artisti, pittori, scultori, ceramisti e incisori che praticano la loro arte in un ambito davvero arduo e molto impegnativo, difficile emergere, difficile farsi notare, difficile essere innovativi, difficile vivere di arte, e tutto questo, oggi, è ancora più complesso e complicato dalla crisi non solo economica, ma anche culturale che pare senza fine.

    Ai nomi degli artisti confermati e dichiarati Maestri già nei decenni scorsi, continuamente se ne affiancano altri che grazie alla loro ispirazione riescono a esprimersi al meglio, producendo opere davvero intriganti, riuscendo, nonostante le difficoltà su citate, a coinvolgere galleristi, critici d'arte e, soprattutto, un buon numero di attenti appassionati e collezionisti. A tutti questi attori dell'arte, proponiamo il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea come puro strumento di lavoro, come fonte al fine di poter migliorare e o confermare le conoscenze del panorama artistico contemporaneo italiano. Consapevoli che internet con i suoi numerosi motori di ricerca, aprendo orizzonti infiniti, metta a disposizione informazioni veloci e aggiornate, siamo assolutamente convinti che il "libro cartaceo" confermi la propria valenza prioritaria anche oggi, per la qualità della lettura che consente un'attenzione maggiore da parte di chi legge o sfoglia, un oggetto che per la sua fisicità, lascia un'impronta, una traccia di sé concreta nel tempo e non epifanica.

    La prima fase della nostra ricerca è stata la scelta dei nomi degli artisti da invitare, quindi la "raccolta dei dati", ossia l'insieme di quelle informazioni disponibili relative al nostro progetto, le biografie, i curricoli relativi alle diverse attività artistiche, le immagini, i testi critici, l'indicazione dei contatti, gli indirizzi, i numeri telefonici, le mail e i siti Internet. L'entusiasta risposta degli artisti che hanno aderito al nostro invito e che ci hanno messo a disposizione tutto il copioso materiale, ci ha trovato pronti a disporre e ordinare le informazioni ricevute, selezionandole con metodo, per arrivare alla stesura definitiva del volume che si è completata con la migliore riproduzione possibile delle numerosissime opere raffigurate. In questa edizione proponiamo duecentocinquantanove schede dedicate ad altrettanti artisti che operano su tutto il territorio nazionale. E poiché crediamo che, solo aprendo a tutte le possibili correnti artistiche, si possa avere davvero il termometro di quale sia il tessuto artistico italiano, così ancora una volta, abbiamo inserito artisti che percorrono strade e ricerche le più diverse.» (Arianna Sartori)

    259 Artisti

    Acerbo Domenico, Achilli Ernesto, Alatan Anna Rita, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Arpaia Enzo, Badari Grazia, Baldassari Enrico, Baldassin Cesare, Barbagallo Orazio, Bartoli Germana, Bedeschi Nevio, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Belluti Gianfranco, Bencini Ennio, Benetton Simon, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertozzi Elisabetta, Bevilacqua Gianfranco, Bianco Lino, Bignotti Ulderico, Billoni Giuseppe, Bisio Pietro, Bobò Antonio, Bogoni Gino, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Bornoffi Luca, Bortoluzzi Milvia, Boschi Alberto, Brogli Amedeo, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo

    Calvi Cesare, Camiz Paolo, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Cardone Pietro, Carradore Vittorio, Carraro Renata, Caselli Edda, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Castelli Ada, Cattaneo Claudio, Cattaneo Pierluigi, Cavanna Giulio, Cavicchini Arturo, Cermaria Claudio, Cesana Angelo, Ciaccheri Paolo Francesco, Ciaponi Stefano, Cibi (Besozzi Carlo), Cipolla Salvatore, Civitico Gian Franco, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cominale Gabry, Costantini Carla, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cozza Anna Paola, Cravero Margherita, Crescini Giovanna

    D'Adda Gianni, Dalla Fini Mario, D'Ambrosi Diego, Da Riva Daniela, De Caro Beatrice, De Luigi Giuseppe, De Marinis Fausto, De Palos Gianfranco, Di Fazio Laura, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, Dugo Franco, Dulbecco Gian Paolo, Facciotto Giuseppe, Falchi Aldo, Falchi Paride, Fastosi Gabriella, Ferrari Maria Angiola, Ferri Massimo, Fioravanti Ilario, Fiore Antonio, Ufagrà, Forno Osvaldo Raffaele, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gard Ferruccio, Garuti Giordano, Gauli Piero, Gentile Domenico, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Goldoni Meris, Gorlato Bruno, Gozzi Rinardo, Granero Silvana, Graziani Alfio Paolo, Grazioli Enrico, Guala Imer, Guerrato Denis, Guidoni Francesco

    Ianni Stefano, Iardella Francesca, Impinto Luca, Lanci Amedeo, Lanzi Mirco, Lanzione Mario, Laterza Lia, Lazzari Isaia, Leverone Adriano, Li Gotti Annamaria, Lipreri Mario, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Lorenzetti Raimondo, Luchini Riccardo, Magri Pier Domenico, Mancino Enea, Mantovani Licia, Marchetto Adriana, Marciani Leopoldo, Margonari Renzo, Marino Gabriele, Marino Giuseppe, Marra Mino, Mascelli Gianfranco, Masserini Patrizia, Matshuyama Shuhei, Mattei Luigi Enzo, Melotto Vito, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Migliorati Luciano, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Monfardini Alfonso, Monga Paolo, Morselli Luciano, Mottinelli Giulio, Mutti Ezio, Nagatani Kyoji, Nastasio Alessandro, Natali Silvio, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano, Male, Nucci Alessandra

    Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Pachì Stefano, Paggiaro Vilfrido, Paiano Dora, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pavan Adriano, Pegoraro Olivia, Pennoni Fiorito, Peretti Giorgio, Peretto Enrico Dennj, Perna Lucio, Perrella Maria Rosaria, Peruzzi Silvano, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pilon Valerio, Pirondini Antea, Placuzzi Tosca, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Poltronieri Alceo, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Puppi Massimo, Quaini Marialuisa, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Restelli Lucilla, Rezzaghi Teresa, Righini Valerio, Rinaldi Angelo, Roma Flavio, Romanin Sabina, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Rosselli Natale, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Ruglioni Vittorio

    Salzano Antonio, Santoro Giusi, Sauvage Max Hamlet, Scaranari Claudio, Scardovelli Raffaella, Sciutto Renza Laura, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simone Salvatore, Soave Giorgio, Sodi Milvio, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spazzini Severino, Spoltore Paolo, Stradiotto Raphael, Tambara Germana, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Temparte, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Togo (Migneco Enzo), Tonelli Antonio, Torcianti Franco, Vaccaro Vito, Vanara Adriano, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Vitale Francesco, Vitolo Lucrezia, Viviani Gino, Volta Giorgio, Wal (Guidobaldi Walter), Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zanetti Enzo, Zangrandi Domenico, Zappi Silvano, Zarpellon Toni, Zazzeroni Gianfranco, Zelda (Zanferli Elda), Zen Sergio, Zerlotti Natalina, Zitelli Fabrizio, Zitti Vittorio, Zoli Carlo.




    Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
    L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

    di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

    Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

    Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




    Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
    Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


    di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
    www.leonardolibri.com

    Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




    Copertine libri Pasolini - Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa
    - Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini

    di Ilario Quirino, Edizioni Orizzonti Meridionali
    www.studio71.it

    Il saggio Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa, pubblicato nuovamente dopo diciassette anni, rappresenta la profonda immedesimazione dell'autore nel poeta di Casarsa, tesa a ricomporne la geniale vena artistica e la proiezione verso il sacrificio esibito. L'amore nei riguardi della madre, contrapposto al sentimento lacerante nei confronti del padre, sfocia nel senso di colpa per l'omicidio del fratello Guido, trucidato da mano fraterna nemica sui monti della Carnia. Il dolore insopportabile di Pier Paolo, che si rende conto di avere spinto il partigiano verso la testimonianza estrema, lo porta alla ricerca di una motivazione superiore che possa giustificare quanto verificatosi: lo scrittore la trova facendo rifluire la sua esistenza nel Passato per incontrare San Paolo, che diviene lo strumento per affermare l'eversione della sua poesia, mediante l'organizzazione degli eventi che preparano lo spettatore al trasumanar dell'intellettuale nella periferia di Ostia. Attraverso quella fine scandalosa e violenta, che illumina i tratti salienti della propria esistenza conferendo un significato superbo al percorso terreno di Pier Paolo Pasolini, proiettato verso l'immortalità del mito.

    Il volume Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini rappresenta, pur nella sua autonomia, una sorta di continuazione (e di conferma) del precedente saggio, Pasolini sulla strada di Tarso; l'autore continua la frenetica ricerca nell'ambito dell'opera pasoliniana seguendo le indicazioni del maestro Giuseppe Zigaina, che ha dedicato una porzione rilevante della sua vita alla ricostruzione semantica della matassa linguistica del poeta di Casarsa, a partire dalla sua fine tragica, esibita, nello sterro desolato della periferia di Ostia. Quirino si addentra, in particolare, in seno a due sceneggiature strettamente collegate a tale realtà geografica: Ostia e San Paolo, per chiarire le intenzioni del regista lungo l'asse che unisce il senso di colpa per l'omicidio dell'amato fratello Guido alla conseguente identificazione con l'apostolo Paolo, fino a definire i contorni di un dramma esistenziale che il genio del regista tramuta nell'operazione più controversa: quella inerente alla propria morte violenta che, come un faro, illumina i passi più significativi della sua poliedrica attività culturale in modo tale che lo scandalo di quel corpo violato continui a lampeggiare sulla nostra società. (Comunicato stampa Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo)




    Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

    www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

    La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

    Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

    Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




    Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
    di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

    Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

    Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

    Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

    Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




    Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
    di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
    www.corbaccio.it

    «Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

    Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

    Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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    - 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
    Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

    Presentazione rassegna




    Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
    Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

    di Roberta Sorgato
    www.danteisola.org

    Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

    Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

    La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

    «L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

    Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

    L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

    «"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




    Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
    di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
    www.vallecchi.it

    Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

    Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




    Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
    di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
    www.rudycaparrini.it

    Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

    Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




    Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
    di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
    www.edizionisolfanelli.it

    «Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

    Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

    Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




    Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
    La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

    di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
    www.comunitaarmena.it

    Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




    L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
    a cura di Alessandra Anselmi

    Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

    Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

    Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




    Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
    (Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
    di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
    Presentazione




    Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
    di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
    www.vallecchi.it

    L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

    Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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