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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


Copertina Dialoghi - Libro di Nidia Robba pubblicato a Trieste nel marzo 2016 Dialoghi
di Nidia Robba, Trieste 2016


Prefazione
Copertina catalogo mostra Maria Callas alla Fondazione Giuseppe Lazzareschi Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito
Catalogo della mostra

Recensione
Copertina catalogo mostra Dadamaino - Gli anni 80 e 90, l'infinito silenzio del segno Dadamaino
Gli anni '80 e '90


Catalogo della mostra

Presentazione
Copertina catalogo mostra Diario Pittorico di Antonella Affronti Antonella Affronti
Diario Pittorico


Catalogo della mostra

Presentazione


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016-17 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08


Opera di Giuseppe Ponzio Giuseppe Ponzio: "Aldilà, qui"
31 gennaio (inaugurazione ore 18.00) - 17 febbraio 2017
Studio Arte Fuori Centro - Roma

L'opera di Giuseppe Ponzio, soprattutto negli ultimi anni, si incentra su un dualismo formale che rivela e concilia i due principali ambiti della propria ricerca artistica, l'architettura e la pittura. Ma non solo. Dopo aver esplorato il vuoto che artigianalmente crea nelle sue opere tridimensionali - come formalmente un architetto crea i propri ambienti - Ponzio ne percepisce lo spazio da esso individuato e ne rivela la parte nascosta allo sguardo con appositi specchietti, lacerazioni, buchi o sporgenze. Viceversa, capta l'immagine riflessa dell'osservatore tramite una piccola area specchiante, sporgente in superficie, in modo tale che questi, senza accorgersene, venga dolcemente compreso in un giro percettivo e mentale sia dell'opera sia di se stesso.

Laddove c'è o si crea un vuoto, infatti, Ponzio lo esplora, percependolo nella sua 'inesistente' tridimensionalità e rappresentandolo in forma automatica tramite un indistinto e non ancora codificato linguaggio segnico, nero sul fondo bianco, che ne individua - al contrario e al contempo - il 'pieno' corrispondente: il vuoto rende possibile il pieno. Pieno segnico come anche, sinesteticamente, 'sonoro': in tal senso, la modalità calligrafica giapponese (Shodo), che arriva al segno dopo una particolare pratica di meditazione, e che consente intimamente di apprendere ed 'essere' l'oggetto percepito e infine di tracciarlo con inchiostro e pennello, ha aiutato l'autore ad esprimere l'indicibile.

Il linguaggio artistico di Ponzio segue il vuoto nel quale si appoggia e gira, coinvolgendo nel proprio flusso lo spettatore e portandolo in un percorso trascendentale, forse anche mistico, contenente insieme, armonicamente, realtà e spirito, mondo sensibile e mondo interiore: il tutto e il niente, come cantato nell'orientale "Sutra del Cuore", cui Ponzio si ispira. In questo senso si può interpretare la direzione circolare delle sue opere, in quanto ripetizione e rotazione. Il giro individua il vuoto e il vuoto fatto dentro di sé si riempie del respiro del mondo. In ogni caso, non è facile comprendere (anche in senso di circoscrivere) il lavoro di Ponzio, poiché in realtà è un lavoro 'aperto', come l'esperienza della vita.

E' una scoperta continua e sempre nuove, transitorie coordinate spaziali vengono dall'artista individuate e realizzate in modo interattivo con il 'messaggio' via via disvelato. E' un'indagine in punta di piedi la sua, non apodittica, bensì propositiva e perfettibile. Se ne avverte la caratteristica perfino nel linguaggio critico che dovrebbe definirla: si tende a proporre, tra virgolette, termini e qualificazioni che si intuiscono provvisori e non sostituibili da ulteriori termini, poiché non ancora coniati in italiano. Anche quando i pochi, distillati riferimenti alla natura, nelle opere meno recenti, cedono il passo ad una più nitida forma compositiva, apparentemente frutto di un'estrema e convinta concettualizzazione, ad un'analisi più approfondita si scopre il palpitare imperfetto della sensibilità e dell'umiltà di questo artista nei confronti del proprio lavoro, affrontato appunto come strumento di conoscenza, scoperta, comunicazione e condivisione.

Nell'economia del proprio lavoro, si individuano due modalità espressive: la tridimensionalità dei piani, che sovrappone superfici segniche o bianche le quali, a loro volta, si aprono via via fendendosi, spostandosi o ruotando su ideali perni, e penetrando all'interno nella scoperta di sempre nuove realtà. In alternanza, spazialità concave strutturano altre opere, nelle quali visivamente si può entrare, uscire e rientrare, in un moto circolare continuo che, come dicevamo, comprende l'osservatore nell'opera e ne partecipa il messaggio rinvenuto.

Scritture su fogli e oggetti curvilinei, fogli piegati e trattenuti dal bagno di gesso, intervalli ritmici incisi bianco su bianco, quasi come in un moderno cuneiforme, o segni dipinti su barrette cilindriche di legno, appuntite come stiletti, che cadenzano la composizione e declinano l'alternanza di pieni e vuoti e di vicino e lontano, articolano la durata e la velocità della lettura di ogni opera. Uno spazio aperto e un tempo 'corrente', che determinano la transitorietà e la trasformazione del pieno in vuoto e viceversa, nonché la necessità della compresenza dell'uno nell'altro, come nello Ying e nello Yang. Talvolta si prova una costante sensazione di impotenza nel non poter afferrare visivamente i segni che si intravedono sotto uno strato traslucido di policarbonato, come in Radura, 2011, proprio perché evidenziati da una cornice dipinta con ideogrammi nitidi e 'leggibili'.

A complicare la lettura, il riquadro bianco opaco al centro a destra, su cui si impiantano chiodi dai diversi e destabilizzanti orientamenti: tipologie segniche diverse, altri ritmi, altri significati; forse anche un possibile canale di comunicazione con il fondo, o un tentativo di interpretazione dei segni sottostanti? Infine, il pieno che si espande di segni, nella piccola Stele del 2014, scritta su tutti i lati, suscita, al contrario, la vertigine concava provata nei grattacieli contemporanei, laddove piani, pareti e ascensori di vetro trasparente spalancano spazi ignorati e desuete percezioni, rivelandoci altre dimensioni del mondo che ci circonda. Il conseguente 'spaesamento', cioè la sensazione di trovarci in un altro 'paese', in un altro mondo, pur restando nello stesso luogo, ci consente, attraverso la conoscenza, l'apertura infinita dello spirito. I quadri e le sculture di Ponzio ci permettono di provare tante e tali sensazioni, se si ha la pazienza di accostarsi con il silenzio dello spirito e della mente e di sentire, appunto, con il cuore. (Laura Turco Liveri - curatrice della mostra)




Cartoni. Disegni smisurati del '900 italiano
25-31 gennaio 2017
Spazio Sympò (ex Chiesa di Santa Maria dl Buon Pastore) - Bologna

La mostra, a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, inanella ben 20 cartoni di maestri come Adolfo De Carolis, Mario Sironi, Duilio Cambellotti, Giulio Bargellini, Achille Funi, Gino Severini, Galileo Chini, Publio Morbiducci, Achille Capizzano, Ottone Rosai. La scelta di questa spazio espositivo bolognese è legata proprio alla dimensione di questa mostra. Il cartone, com'è noto, è un disegno grande quanto l'opera o la parte di opera che l'artista intende realizzare. Debba essere questa un quadro, un affresco, una vetrata, un mosaico o un arazzo, il cartone è una realizzazione necessaria affinché l'opera sia portata a termine dall'artista stesso o dalle maestranze specializzate che devono materialmente compierla.

E poiché questi cartoni spesso si riferiscono a realizzazioni di grandi e grandissime dimensioni, richiedono uno spazio espositivo altrettanto ragguardevole. Ad essere qui svelata è la preziosissima Raccolta - vera e propria collezione da grande museo - che la Galleria del Laocoonte di Roma ha riunito, ricercando queste opere o sul mercato dell'arte o dagli eredi degli artisti. Per costituire una sorta di pinacoteca di "disegni smisurati" che evidenzi l'alto livello dell'esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso. Si va dal dannunziano Adolfo De Carolis di cui si espone il grande foglio preparatorio del dipinto Primavera (1903) ad una monumentale figura di Mario Sironi che pare scolpita nella roccia a colpi di grafite.

Del poliedrico Duilio Cambellotti è esposto il cartone per il rosone realizzato in vetri colorati per la Cattedrale di Teramo, oltre a due disegni preparatori per i manifesti del film Fabiola, peplum cristiano che fu uno dei primi kolossal italiani del immediato dopoguerra. (...) Achille Funi (Ferrara 1890 - Appiano Gentile, Como 1972) non è stato solo un formidabile frescante ma un restauratore in chiave moderna dell'arte di Giotto e Piero della Francesca con l'intento di ridar vita nell'Italia contemporanea alla storia antica, al Medioevo e al Rinascimento, raccontandola ai contemporanei come una favola mitologica.

Naturale che egli qui abbia la parte del leone, con due schiere di soldati romani disegnati per il Martirio di S.Giorgio per la chiesa omonima a Milano, le figure di Didone e della sorella Anna per la sala dell'Eneide, affresco effimero eseguito per la Triennale di Monza del 1930, una Zuffa di Cavalieri nella "Battaglia" di Legnano per la Sala Consiliare del Municipio di Bergamo ed infine la Vergine annunciata, cartone colorato a pastello. Di Galileo Chini una delle virtù, che ornavano il Padiglione delle Esposizioni della Biennale di Venezia.

Il cartone di carta lucida, perforato per il trasferimento a spolvero, ha assunto con il tempo l'aspetto di un'antica pergamena, mentre la figura, i cui contorni sono definiti dalla polvere di carboncino rimasta nei fori, ha l'aspetto di un apparizione irreale. Publio Morbiducci (1889-1963) è l'autore di una serie di disegni con trionfi di spoglie militari in cui le armi dell'antichità classica sono commiste con quelle moderne dell'ultima guerra. Del calabrese Achille Capizzano, autore tra l'altro di alcuni mosaici del Foro Italico, sono presentate due scene dalla Divina Commedia ispirate ad antiche xilografie.

"Non deve stupire - afferma Marco Fabio Apolloni - che nel '900 italiano, legato al ritorno alle tecniche di decorazione antiche e tradizionali, sopravvivano questi grandi fogli su cui l'ispirazione dell'artista, già spesa in studi, schizzi, modelli e bozzetti, ha saputo trovare finalmente la vera misura e le linee definitive della forma del proprio lavoro. Certo, tracciare sull'intonaco o la tela il disegno è solo il principio dell'opera quando essa è pittura, mentre il cartone per mosaico o arazzo è spesso già colorato dal pittore e dunque 'finito' per ciò che lo riguarda. In ogni caso dopo il cartone è raro che l'artista abbia pentimenti e che dunque vi siano grandi differenze rispetto al risultato definitivo.

E' dunque il cartone l'ultimo luogo delle incertezze, dei ripensamenti, dei cambiamenti improvvisi in corso d'opera. Sono le cancellature, le correzioni, ciò che rendono il cartone una sorta di sindone di carta di tutta la passione e le sofferenze di un artista nel corso della creazione del proprio capolavoro. E' questa qualità del cartone in cui l'opera d'arte e il documento di lavoro si confondono che costituiscono la sua maggiore attrattiva. Se imperturbabile nella sua durevolezza è il buon fresco, brillante il mosaico, splendente la vetrata, il cartone invece non mostra solo gli accidenti occorsi durante la lavorazione, ma il tempo anche lo rende fragile come un antico documento autografo. Da qui la sua preziosità, la reverenza con cui esso va trattato e mostrato". La mostra è accompagnata da un catalogo delle Edizioni De Luca a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli e prefazione di Paola Pallottino. (Comunicato ufficio Stampa Studio Esseci)




Opera di Friederike Oeser Esplorazioni
Sculture e disegni di viaggio di Friederike Oeser


21 gennaio (inaugurazione ore 17.30) - 25 febbraio 2017
Galleria ZetaEffe - Firenze

Gli esploratori amano considerare le emozioni come strumenti conoscitivi, sono aperti al nuovo per entrare in luoghi non dettati solamente dalla fascinazione di paesi ignoti, di nuovi spazi geografici, ma anche interiori. Le sculture e i disegni di viaggio dell'artista tedesca Friederike Oeser nascono da esplorazioni: sono itinerari di emozioni, di incontri con persone e oggetti, forme e idee, colori e suoni. Sono le voci dei passanti, le loro parole, ma anche le iscrizioni in lingue diverse ad entrare nelle sue opere. Nello spazio di un foglio si stratificano così voci e pensieri.

"Scrivo per percorrermi. Dipingere, comporre, scrivere: percorrermi. E' lì l'avventura di essere in vita" scriveva il poeta Henri Michaux. Friederike Oeser si sposta in continuazione per seguire la sua arte, è un'artista itinerante che in ogni viaggio è alla ricerca di una corrispondenza intima tra l'atmosfera di certi luoghi e lo spazio bianco di un foglio; esplora quello che in musica si chiama accordo musicale, che diviene nella sua opera una sorta di accordo cromatico, con masse di colore armoniosamente disposte. Come di una sinfonia non ci preoccupiamo di cogliere ogni singola nota, né di trovare una qualsiasi dipendenza diretta dalla natura, così, sia nei disegni che nelle sculture, troviamo il senso del segno, del volume e del colore che non rimandano ad altro fuori da sé, sono forme astratte per uno sguardo che rende visibile ciò che visibile non è, esplorazioni interiori che si mescolano ai frammenti del mondo.

Con la sua forza espressiva e con il solo uso delle cere ad olio la mano traccia, crea e raccoglie forme in cui la Oeser vede la propria evoluzione e libertà fino a renderli tridimensionali. Le sue opere si caratterizzano per variazioni di colori tracciate senza possibilità di correzione, in gran parte immaginate senza mai coprire per esteso il foglio, lasciando "passare l'aria" negli spazi bianchi, usando il disegno come forma di conoscenza e stendendo colori che prorompono e invadono il foglio come tramonti accesi. (Comunicato stampa)

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Explorations
Travel sculptures and drawings by Friederike Oeser


Explorers love to consider emotions as cognitive tools, they are open to new concepts to get into places suggested not only by the fascination of unknown countries and new geographical areas, but by introspection. The travel sculptures and drawings by the German artist Friederike Oeser arise from exploration: they are itineraries of emotions, of encounters with people and objects, forms and ideas, colors and sounds. They are the voices of passers-by, their words, but also the inscriptions in different languages that come into her works. In the space of a sheet, voices and thoughts are layered. "I write to travel allover myself. Painting, composing, writing: traveling all over myself. That's the adventure of being alive" wrote the poet Henri Michaux.

Friederike Oeser moves continuously to pursue her art, she's an itinerant artist and, in every trip, she looks for an intimate correspondence between the atmosphere of certain places and the white space of a sheet; she explores what in music is called musical chord, that in her works becomes a kind of color arrangement, with masses of color harmoniously arranged. As we don't care to catch every single note of a symphony, or to find any direct dependence on nature, as well, both in drawings and sculptures, we find the meaning of the sign, volume and color that do not refer to other things outside themselves, they are abstract forms for a gaze that makes visible what we can not see, introspective explorations that are mixed with fragments of the world.

With her expressiveness and using only the wax oil, the artist draws, creates and collects forms in which Friederike Oeser imagines her own evolution and freedom until they become three-dimensional. Her works are characterized by variations of colors plotted with no chance to correct them, largely imagined without ever covering in full the sheet, letting "air pass" through the white spaces, using the drawing as a form of knowledge and spreading colors that gush out and invade the sheet as bright sunsets. (Press release)




Giulia Ronchetti e Marco Giori: Di(Segno)
21 gennaio - 16 febbraio 2017
Galleria Gare 82 - Brescia

Giulia Ronchetti e Marco Giori, due sguardi che interpretano in modo differente la realtà, sensibilità distinte ma unite nella dimensione dell'arte figurativa. Dovessimo intraprendere idealmente un viaggio a ritroso nel tempo, potremmo vedere come il segno sia una costante imprescindibile, caratteristica unica e irripetibile di ogni artista. Così come il suono dà vita alla parola, il segno dà vita al disegno. In Giulia Ronchetti il segno è qualcosa di definito ma allo stesso tempo aleatorio, sognante. Un tratto nero, analitico e netto che definisce i soggetti e si fonde con la soffusa delicatezza delle campiture di colore. Al suo segno grafico e alle atmosfere oniriche si contrappongono il gesto materico e le scene realistiche di Marco Giori. La sua tecnica d'esecuzione è caratterizzata da un segno denso di colore e forma che sembra tracciare vie d'accesso, venature, cunicoli; un codice che pare volere condurre a portali della mente al di là dei quali sia possibile parlare il linguaggio dell'inconscio. (Federica Picco)




Prime anticipazioni per Be Comics!
Padova, 17-19 marzo 2017
www.becomics.it

Un'immagine in bianco e nero, in cui spiccano alcuni dettagli marcati da un tocco di rosso, uno dei colori ufficiali di Be Comics!; una ragazza immersa nella lettura, scossa dall'energia del fumetto e sovrastata da decine di balloon, simbolo della ricchezza di storie e immaginari. Il manifesto della prima edizione della manifestazione patavina è una vera e propria affermazione sulla vitalità del mondo dei comics, cuore pulsante dell'evento. Uno straordinario disegno creato da uno degli autori più prestigiosi del panorama fumettistico italiano, Lorenzo 'LRNZ' Ceccotti.

Lorenzo 'LRNZ' Ceccotti opera in diversi settori dell'arte visuale: graphic design, motion graphics, animazione, illustrazione e fumetto. Fondatore del collettivo Superamici e dello studio Brutus/Chimp Co. Fra i principali lavori legati al disegno: la regia dell'animazione del documentario The Dark Side Of The Sun, i libri a fumetti Golem e Astrogamma, illustrazioni e copertina per La Strana Biblioteca di Haruki Murakami. Sta ultimando il progetto Monolith per Sergio Bonelli Editore (film live action e fumetto a colori) e lavora al suo artbook Viewpoint per Magnetic Press/Lion Forge.

Il Premio Fumetto25 è un concorso rivolto a giovani fumettisti fino ai 25 anni che abbiano realizzato una pubblicazione a fumetti nel biennio 2015/2016. Il Premio Fumetto Cover Design selezionerà, invece, l'autore della migliore copertina tra le opere a fumetti italiane pubblicate nel corso del 2016. «L'obiettivo dei due Premi che abbiamo ideato - spiega Matteo Crosera, organizzatore di Be Comics! - è di portare all'attenzione del grande pubblico sia i giovani autori che, con il loro lavoro, stanno arricchendo il panorama nazionale di opere di grande valore creativo, sia gli autori delle copertine, primo strumento che permette ai lettori di scoprire e conoscere il fumetto presente sugli scaffali di librerie e fumetterie. Vogliamo dare un segnale tangibile - da qui la scelta di premi in denaro - del nostro appoggio al lavoro quotidiano degli illustratori e fumettisti del nostro Paese.» (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Italia 1920-1945. Una nuova figurazione e il racconto del sé
31 gennaio (inaugurazione ore 18.30) - 19 marzo 2017
La Triennale di Milano

Giuseppe Iannaccone inizia a collezionare alla fine degli anni Ottanta, per passione e curiosità. Il suo interesse si concentra subito sull'arte italiana tra le due guerre degli artisti "non allineati". Gli artisti - Birolli, Guttuso, Mafai, Pirandello, Scipione, Vedova... - e le loro opere diventano così compagni di viaggio, le loro biografie e le loro vicende umane e professionali diventano stimolo per continui studi e ricerche, nel tentativo di ricostruire un percorso non ancora così esplorato dalla storia dell'arte ufficiale, ma senza nessuna pretesa di completezza o esaustività. L'incontro con alcune personalità influenti, come Elena Pontiggia, Claudia Gian Ferrari o Zeno Birolli, con cui negli anni inizia a confrontarsi, lo convincono sempre di più dell'importanza di perseguire la strada dettata dal proprio istinto, alla ricerca non tanto di grandi nomi da aggiungere alla propria collezione, ma di grandi opere di quegli artisti nella cui umanità si rispecchia.

La mostra si apre con un'opera del 1920 di Ottone Rosai, L'Attesa. Crollato il mito metropolitano futurista della 'città che sale', Rosai si volge verso un arcaismo della forma, di retaggio masaccesco, riletto nella semplificazione volumetrica di Cézanne. L'artista ritrae quartieri popolari abitati da figure il cui verismo fisiognomico è sublimato partendo dal dato di natura per poi superarlo, indagandone pittoricamente la sostanza interiore e spirituale. Il percorso espositivo si articola poi in nuclei tematici che raggruppano opere di artisti che hanno gravitato attorno a scuole e movimenti o che semplicemente hanno condiviso momenti ed esperienze, accomunati da affini sensibilità.

Si comincia con la Scuola di via Cavour - uno dei numerosi gruppi sorti tra il 1925 e il 1945 in opposizione al cosiddetto 'ritorno all'ordine' promosso dal gruppo "Novecento Italiano" di Margherita Sarfatti - che con il suo rifiuto dell'astrazione e dell'eroismo littorio ricolloca al centro della propria ricerca l'uomo, annullato nel manichino postmetafisico o nel 'mito della stirpe' della classicità monumentale novecentista. Le opere esposte di Mario Mafai, Antonietta Raphaël e Scipione, reali promotori del gruppo romano, sono accomunate da un linguaggio in opposizione al conformismo ufficiale, un linguaggio prevalentemente espressionista che troverà presto evoluzione nella pittura tonalista di artisti come Fausto Pirandello, Renato Guttuso e Alberto Ziveri, compagni di strada degli artisti della Scuola di Via Cavour e insieme a loro originali protagonisti del rinnovamento pittorico tra le due guerre.

Dalla seconda metà degli anni Venti, la ricerca di una pittura giocata su essenziali stesure cromatiche sarà superata dai tre artisti per intraprendere, ciascuno sulla base della propria inclinazione e sensibilità, un più diretto e intenso lavoro di scavo nel reale. Il percorso prosegue con un'opera di Tullio Garbari del 1931, che apre a una selezione di opere dei Sei di Torino - Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio - gruppo formatosi alla fine degli anni Venti presso lo studio di pittura di Felice Casorati. Le fonti e le predilezioni visive condivise dai Sei proiettano il gruppo verso una modernità pittorica di respiro europeo, soprattutto francese, con schemi compositivi semplici ed essenziali ma dal ritmo chiaro e vivace, anti-monumentale e intimista, che prendono definitivamente le distanze dalla retorica dell'arte di regime.

I soggetti ritratti rivelano una predilezione per la sfera quotidiana e per il mondo degli affetti. Le stesse istanze post-impressioniste sostenute dai Sei di Torino vengono abbracciate anche dai Chiaristi lombardi, un gruppo di artisti che gravita attorno alla galleria Il Milione di Milano: Angelo Del Bon, Francesco De Rocchi, Umberto Lilloni, con Adriano di Spilimbergo e, successivamente, Cristoforo De Amicis difendono una comune tendenza pittorica caratterizzata dall'uso di colori chiari, stesi in punta di pennello, giocata su gamme delicate per soggetti paesistici, volutamente antiplastico, memore del primitivismo teorizzato da Leonello Venturi nell'omonimo testo del 1926.

Un'intera sala dedicata alle opere di Renato Birolli è lo snodo successivo, che anticipa l'esperienza di Corrente, rivista quindicinale fondata a Milano dall'allora diciassettenne Ernesto Treccani nel gennaio del 1938, alle soglie del secondo conflitto mondiale. Attorno al periodico si costituisce l'omonimo movimento artistico e intellettuale di poeti e scrittori (Nino Savarese, Vittorio Sereni, Elio Vittorini), critici (Sandro Bini, Raffaele De Grada, Umberto Silva) e filosofi (Luciano Anceschi, Enzo Paci, Luigi Preti).

Luogo di confronto e dibattito, in cui una comune coscienza di libertà e di azione culturale è attenta alle tendenze più aggiornate della cultura artistica europea contemporanea, Corrente si oppone all'autarchia e all'isolamento nazionalista delle politiche culturali fasciste. Contrario alla pittura retorica e celebrativa sostenuta dal Premio Cremona, istituito nel 1939 dal gerarca Roberto Farinacci, il gruppo riunisce le forze innovatrici di giovani pittori e scultori di tendenze figurative tra le più eterogenee, il cui principale punto di riferimento è Guernica di Pablo Picasso: l'opera del 1937, ispirata ai fatti della guerra civile spagnola, diventa il simbolo di un'arte dell'impegno etico e civile in chiave risolutamente antifascista.

Una mostra organizzata presso la Galleria Il Milione nel 1933 anticipa il clima di opposizione al regime che contraddistinguerà poi il gruppo e vede la partecipazione di Aligi Sassu, Renato Birolli, Giacomo Manzù e Luigi Grosso. Anche Renato Guttuso ha nel frattempo instaurato intensi rapporti con Milano, a seguito anche della collettiva di pittori siciliani ospitata sempre alla Galleria Il Milione. Tre anni più tardi il gruppo si amplia, con l'adesione di Giuseppe Migneco, Arnaldo Badodi e Italo Valenti. Dopo il 1940 si uniranno al movimento anche Bruno Cassinari, Ennio Morlotti e, qualche tempo dopo, Emilio Vedova. Nel giugno del 1940 la rivista è soppressa dalle autorità fasciste, ma Corrente continua la sua attività come spazio espositivo (la Bottega degli Artisti di Corrente), presieduta da Duilio Morosini, sostenuta e promossa dal collezionista sorrentino, ma genovese d'adozione, Alberto Della Ragione.

Il percorso prosegue con un focus su Filippo De Pisis. Lontano, come Rosai, dai canoni artistici ufficiali, De Pisis avvia il suo percorso artistico nella nativa Ferrara, dove conosce i fratelli De Chirico e Carlo Carrà, rimanendo suggestionato dall'atmosfera di enigmatica e intensa sospensione della loro pittura. Trasferitosi a Roma, segue dapprima la sua inclinazione letteraria, ma i nuovi stimoli pittorici recepiti durante il soggiorno romano (quando matura la decisione di dedicarsi alla pittura) si fanno ancora più intensi a seguito del trasferimento a Parigi nel 1925, attraverso l'elaborazione di uno stile personale e moderno in cui confluiscono con originalità suggestioni visive della grande tradizione colorista italiana, della pittura impressionista e della tavolozza di Soutine, di Matisse e dei Fauves, alle quali si aggiungerà poi la lezione di Turner (appresa direttamente durante i suoi soggiorni londinesi degli anni Trenta).

I soggetti prediletti da De Pisis sono i fiori e le nature morte, in cui riesce a fissare, con immediatezza, le emozioni che gli trasmettono gli oggetti, anche quelli più umili e fragili, cui affida la sua viva e intima visione esistenzialista della realtà. Rientrato in Italia a causa della guerra, De Pisis si stabilisce a Milano: la sua casa, come lo erano state in precedenza quelle di Roma e Parigi, diventa un punto di ritrovo per amici, poeti, letterati e pittori. A chiudere la mostra l'opera del 1942 di Emilio Vedova Il Caffeuccio Veneziano, che con la sua fattura ruvida e l'atmosfera irrespirabile segna un punto di non ritorno. Il quadro esposto all'ultima edizione del Premio Bergamo, è sembrato ai giovani del gruppo di Corrente un vero e proprio detonatore anticlassico: non si poteva costruire, in piena guerra, una pittura nuova, "moderna", se non prima distruggendo i valori di quella che era andata di moda per vent'anni.

Accompagna la mostra il volume Italia 1920-1945. Una nuova figurazione e il racconto del sé, un ricchissimo catalogo ragionato, edito da Skira, dedicato alla parte della Collezione Giuseppe Iannaccone riguardante le opere realizzate dal 1920 al 1945 e acquistate dal collezionista fino alla data del 30 novembre 2016. Il volume ricostruisce per ogni opera dettagli interessanti e talvolta inediti, grazie all'ampia raccolta e schedatura scientifica realizzata fin dal primo acquisto nel 1992. La prima parte del libro - con una prefazione di Giuseppe Iannaccone, un'intervista di Alberto Salvadori al collezionista e un testo di Rischa Paterlini, curatrice della collezione - è dedicata al collezionista, alla sua personale visione della storia dell'arte che ha prodotto un racconto il più fedele possibile della vita e delle scelte che hanno caratterizzato questa collezione.

A seguire, Flavio Fergonzi introduce allo scorcio storico dei venticinque anni che interessano questo periodo della collezione con un testo che propone e analizza dodici temi critici per l'arte italiana; seguono i saggi di Fabio Benzi, Giorgina Bertolino, Paola Bonani, Fabrizio D'Amico, Lorella Giudici, Mattia Patti, Elena Pontiggia e Carlo Sisi, studiosi che hanno letto, studiato e indagato la collezione analizzando minuziosamente le vicende culturali e storico-artistiche degli anni dal 1920 al 1945. Corredano il volume le schede delle opere, in ordine alfabetico, intervallate da testi nei quali è narrata la storia che ha portato le opere in collezione o il rapporto del collezionista con gli artisti e con persone che sono state fondamentali nella costruzione della raccolta.

Segue infine una ricca sezione di apparati, composta da un Regesto delle opere con tutti i dati tecnici necessari al fine di una ricostruzione storico-scientifica; da una Cronologia storico-critica, riferita all'arco temporale 1920-1945, nella quale sono riportati avvenimenti della storia politica e sociale italiana, dati biografici, mostre, premi e pubblicazioni riguardanti gli artisti della collezione e un'antologia critica per ciascuna opera; da un Regesto delle mostre, dove sono state ordinate per data le mostre a cui le opere hanno partecipato; e infine dalla Bibliografia, in ordine alfabetico per autore, che raccoglie, oltre ai volumi, la stampa quotidiana, quella periodica e i cataloghi delle mostre.

La mostra, a cura di Alberto Salvadori e Rischa Paterlini - curatrice della Collezione Giuseppe Iannaccone - promossa dalla Fondazione Triennale di Milano e da Giuseppe Iannaccone, parte del programma del Settore Arti Visive della Triennale diretto da Edoardo Bonaspetti.Durante il periodo di apertura al pubblico, una serie di attività arricchiranno il percorso di visita, offrendo ai visitatori interessanti occasioni di approfondimento. Un ciclo di tavole rotonde con gli autori dei saggi in catalogo e i più importanti studiosi d'arte del periodo storico tra le due guerre verrà organizzato con appuntamenti a cadenza settimanale. Nelle sale verrà proiettato un docu-film che racconterà i diversi aspetti del periodo artistico tra le due guerre. (Comunicato stampa Lara Facco)




Liberty in Italia: Artisti alla ricerca del Moderno
termina il 14 febbraio 2017 (prorogata allo 02 aprile 2017)
Palazzo Magnani - Reggio Emilia

Un ampia e raffinata indagine sul Liberty in Italia. Sette sezioni che vedono riunite quasi 300 opere: dipinti, sculture, illustrazioni, progetti architettonici, manifesti, ceramiche, incisioni. Selezionatissimi i prestiti provenienti dai più importanti Musei italiani e da straordinarie Collezioni private, e molti dei quali, oggetto di recenti studi, vengono presentati al grande pubblico per la prima volta. Ogni sezione della mostra - dedicata al dialogo tra le diverse arti - mette in luce l'alternanza tra le due "anime" del Liberty italiano: quella propriamente floreale e quella "modernista", più inquieta, stilizzata ed essenziale e che precederà le ricerche delle avanguardie, in primis il Futurismo.

"All'interno di una idea più ampia e generale di Liberty italiano - anticipano i Curatori Francesco Parisi e Anna Villari - abbiamo voluto porre a confronto le due diverse tendenze; cercando di assecondare in questo modo il dibattito storico artistico dell'epoca che individuava, come vera essenza del Liberty, la linea fluente, floreale e decorativa e, d'altra parte, recuperando il modello critico della letteratura coeva che identificava nel Liberty tutto ciò che era considerato moderno e di rottura, includendo quindi anche quelle esperienze non propriamente classificabili in Italia come floreali ma piuttosto moderniste o secessioniste".

Il percorso della mostra si sviluppa secondo una scansione per sezioni "tradizionali": pittura, scultura, decorazione murale, ceramiche, progetti di case d'artista (come chiave nuova per entrare nell'idea progettuale dell'architetto che lavora, eccezionalmente e con la massima libertà espressiva, per se stesso), manifesti, illustrazione e incisione. Filo rosso che collega tutte le sezioni di mostra è lo stretto dialogo tra opera e processo creativo, che si manifesta attraverso la pratica del disegno e l'esercizio sulla linea grafica: alle pitture, sculture, ceramiche, ai progetti decorativi e ai manifesti sono stati infatti accostati bozzetti preparatori, cartoni, i disegni relativi a vasi, piatti e oggetti, in un continuo scambio tra arti e campi di ricerca.

Si potrà così anche scoprire che lo scultore Arturo Martini ha disegnato vasi in ceramica, Felice Casorati ha progettato una fontana, Vittorio Corcos è stato anche cartellonista. Che risale insomma proprio al Liberty la ricerca di una bellezza applicata, grazie alla firma di un "autore", a tutte le forme del vivere quotidiano. Una chiave inconsueta che rivela, entrando nel vivo del "fare" e nella mente dell'artista, la vera essenza concettuale e espressiva del Liberty, un movimento, una tendenza e una moda che, a distanza di più di cento anni, non ha ancora esaurito il suo potere seduttivo. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Valerio Adami
Metafisiche e Metamorfosi


termina il 26 febbraio 2017
Accademia d'Ungheria, Galleria André, Galleria Mucciaccia - Roma

Con 50 opere dal 1972 ai giorni nostri, l'esposizione vuole rendere omaggio ad un grande artista italiano, noto più all'estero che in patria. La mostra accoglie alcuni momenti significativi del percorso artistico di Valerio Adami (Bologna, 1935), suddivisi in tre sedi: le opere più recenti sono esposte negli spazi della Galleria André e della Galleria Mucciaccia, mentre i lavori storici presso l'Accademia d'Ungheria. Così sarà possibile conoscere da vicino Valerio Adami, artista del quale vengono esposte sia le tele, spesso di grande formato; che i disegni, importanti, anzi fondamentali per capire la sua poetica e la sua tecnica. Il disegno, infatti, rappresenta sempre la base, il punto di partenza dei dipinti di Adami, che nascono dal rapporto tra linee nette, definite e chiuse e colori, ben definiti in nette campiture.

Osservare affiancati il disegno, su cui è possibile scorgere tracce delle numerose cancellature necessarie alla creazione infallibile dell'immagine, e il dipinto che da questi è tratto, permette di capire il percorso mentale ed emotivo compiuto dall'artista: sulla carta egli elabora un tema, una visione, che sviluppa lavorando di matita e gomma, seguendo lo scorrere e l'associazione dei pensieri, i ricordi, le reazioni consce e inconsce. Trasferisce poi sulla tela la struttura della composizione e comincia il gioco inventivo dei colori, che daranno il tono emotivo e il significato compiuto dell'opera. Sono due momenti creativi autonomi ma strettamente legati da una dialettica di rapporti interni.

La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue, italiano e inglese, illustrato (Cambi Editore) con un testo di Lea Matterella, un'intervista rilasciata dall'artista a Christophe Penot, e una selezione di scritti di filosofi, intellettuali e scrittori fra cui Italo Calvino, Jacques Derrida, Maurizio Ferraris, Carlos Fuentes, Michel Onfray, Octavio Paz, Antonio Tabucchi. (Comunicato stampa Ufficio Stampa Maria Bonmassar)




Massimo De Lorenzi - Settembre - olio su tela cm.100x150 Massimo De Lorenzi: Umbra luce
termina l'11 febbraio 2017
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

In mostra, a cura di Laura Romano. ventitré opere di grande e medio formato, recentemente realizzate dall'artista romano, ispirate alla millenaria Foresta Umbra, area protetta del Gargano, ed agli straordinari chiaroscuri e cromatismi che la luce intesse tra la fitta vegetazione nell'alternarsi delle stagioni e nelle diverse ore del giorno. "Partendo da soggiorni nella Foresta Umbra, Massimo De Lorenzi ha dipinto una serie di oli in cui la luce e l'ombra lottano per diventare il punto centrale dell'opera. La sensazione che si ha di fronte a queste tele è quella di ritrovarsi in un percorso in bilico tra realtà e sogno, dove la sequenza di tronchi, fogliame e rovi, lascia intravedere un mondo carico di umori vegetali, nel quale, a volte, si ha l'impressione di percepire gli odori della campagna e il sottile rumore del vento", scrive Pedro Cano nel suo testo in catalogo.

"Il lavoro artistico di Massimo De Lorenzi - scrive Marisa Cagliostro - sorprende e affascina positivamente sia nelle tele di grandi dimensioni che nei piccoli formati che hanno come principale soggetto il mondo silenzioso ed eloquente della natura incontaminata del paesaggio garganico della foresta Umbra. Esercizi ben riusciti di luce e di colore, di forme quasi antropomorfe che vorrebbero suggerire presenze/assenze umane che nulla aggiungerebbero alla pura visione di luoghi dell'anima, di spazi senza tempo nei quali immergersi sino ad identificarsi o annullarsi in un paesaggio senza stagioni e senza tempo".

"Dicono che musica e pittura siano indissolubilmente legate. Nulla mi suona più vero. La mia vita è un andirivieni dall'una all'altra. Non saprei dire quanto il mio essere musicista tragga dalla pittura e, allo stesso modo, non so affermare quanta musica suoni nei miei quadri", afferma De Lorenzi. La luce e l‘ombra (UMBRA LUCE) sono protagonisti di un eterno conflitto: bagliori e trame luminescenti che appartengono ad una memoria visiva personale, come tracce impresse in una vecchia pellicola fotografica che supera i confini del tempo. La continua ricerca che appassiona l'autore è il mutevole carattere della luce e l'effetto drammatico che ne scaturisce cambiando il modo di percepire la realtà che ci circonda.

Massimo De Lorenzi, artista figurativo romano, da anni espone i suoi lavori in mostre personali e collettive. Ha frequentato i corsi del pittore belga Pierre Chariot all'Ecole Europeénne di Bruxelles. Ma importante, nella sua formazione artistica, è l'incontro con il grande pittore spagnolo Pedro Cano, esponente di punta del neorealismo, che ha saputo individuare le attitudini dell'artista, indirizzandolo verso la ricerca di un proprio stile. La sua è una pittura ispirata alla natura vista come riflesso psicologico dell'uomo; nei suoi quadri si percepiscono atmosfere velate e visioni notturne affidate ad una personale ricerca della luce e del cromatismo. Combina la tradizione del paesaggismo romantico con la forza dei cromatismi moderni. Ricava così una scena compositiva dove le linee di forza vengono modulate dai ritmi scaturiti da una spirituale ricerca dello spazio. Tra i suoi ultimi lavori, la serie di tele a olio e ad acrilico dal titolo Miraggi. (Comunicato stampa)




Tobia Ravà - Arte matematica - Bosco cisalpino Tobia Ravà: L'Arte della Matematica
termina il 19 febbraio 2017
Casa Museo Spazio Tadini - Milano
www.spaziotadini.com

Percorso suggestivo di uno degli artisti più interessanti ed enigmatici del panorama artistico italiano. Tobia Ravà attinge sia dalla sua storia personale che dagli studi di semiologia delle arti all'Università di Bologna con maestri come Umberto Eco, Renato Barilli, Omar Calabrese e Flavio Caroli. Un artista del paesaggio, ma anche dell'astrazione. Ogni opera è rappresentazione e racconto. Le origini linguistiche dell'artista costituiscono le basi di partenza dell'elaborazione del suo lavoro di ricerca. L'alfabeto ebraico, composto da 22 lettere ha un corrispettivo numerico e ogni numero ha un riferimento anche oggettuale che sia un luogo, una persona, una relazione.

I suoi lavori pittorici diventano così paesaggi interamente composti da numeri. Sono, un continuo gioco tra il segno, il suo significante e il relativo significato. L'immagine diventa segno, anzi è essa stessa segno e non ne può prescindere. "Il mio lavoro trae ispirazione dall'applicazione della Ghematrià e dai riferimenti alla Kabbalah - spiega Tobia Ravà -. Un lavoro di ricerca che dagli studi di di uno degli artisti più interessanti ed enigmatici del panorama artistico italiano Luria alla sequenza di Fibonacci mi ha portato anche alla scoperta di una congettura matematica:facendo una riduzione teosofica (riduzione iterativa del risultato della somma delle singole cifre di un numero alla sua radice numerica) ho riscontrato che ogni 24 numeri si presenta la stessa sequenza".

"Tobia Ravà ci ricorda che tutto ciò che la scienza può produrre può essere solo immaginato dalla mente - precisa Melina Scalise curatrice della mostra insieme a Francesco Tadini -. Un aspetto interessate che conferisce alla struttura del pensiero, agli aspetti cognitivi della visione e della creatività un'importanza basilare non solo per comprendere il lavoro di un artista, ma anche l'invenzione tecnica e scientifica".

Tobia Ravà (Padova, 1959), lavora a Venezia, ha frequentato la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia ed Urbino. Si è laureato in semiologia delle arti all'Università di Bologna, allievo di Umberto Eco, Renato Barilli, Omar Calabrese, Flavio Caroli. Dipinge dal 1971 ed ha esposto dal 1977 in mostre personali e collettive in Italia, Belgio, Croazia, Francia, Germania, Spagna, Brasile, Argentina, Giappone e Stati Uniti. E' presente in collezioni sia private che pubbliche, in Europa, Stati Uniti, America Latina, e in Estremo Oriente. Nel 1983 è tra i fondatori del gruppo bolognese AlcArte, attivo all'Università di Bologna (Dams), con l'intento di coniugare il fare arte all'epistemologia. Dal 1988 si occupa di iconografia ebraica e ha svolto con Gadi Luzzatto Voghera e Paolo Navarro Dina un lavoro di ricerca e schedatura nell'ambito dell'epigrafia ebraica nel Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

Promotore del gruppo Triplani, che, partendo dalla semiologia biplanare di Greimas e Calabrese, prende il nome dall'ipotesi di un terzo livello di lettura simbolica, accanto a quelli del significato e del significante. Nel 1998 è tra i soci fondatori di Concerto d'Arte Contemporanea, associazione culturale che si propone di riunire artisti con le stesse affinità per riqualificare l'uomo ponendolo in sintonia con l'ambiente e rendere l'arte contemporanea conscia dei suoi rapporti con la storia e la storia dell'arte, anche interagendo espositivamente con parchi, ville, edifici storici e piazze di città d'arte. Dal 1999 ha avviato un ciclo di conferenze, invitato da università e istituti superiori d'arte, sulla sua attività nel contesto della cultura ebraica, della logica matematica e dell'arte contemporanea. (Comunicato Ufficio stampa Spazio Tadini)




Expo Bologna 2017 Expo Bologna 2017
7a edizione, 27 gennaio - 22 febbraio 2017
Galleria Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Un importante critico d'arte francese, che visse nel Settecento e che si chiamava Étienne La Font de Saint-Yenne, nel 1754, in un suo scritto, si fece una domanda retorica, che, a mio avviso, racchiude ancora in sé qual è il senso profondo dell'arte e della storia dell'arte. La domanda era: "Non siete d'accordo sul fatto che la pittura è stata inventata sia per il piacere che per l'utilità?", infatti ogni opera, infine, racconta del passato, del presente e del futuro, di solito dà godimento (anche quale "sfogo") a chi la realizza, spesso a chi la fruisce, e diviene simbolo di un'idea, di un ideale, di una fede, oppure atto di accusa nei confronti di un sistema sociale e di una condizione generale che l'artista non condivide.

In un mondo e in un Paese in cui l'arte e la cultura vengono messe sempre più in secondo piano mi pare oltremodo doveroso, nonché necessario, ribadire a che cosa serva il creare, lo studiare per farlo, il perché, appunto, coltivare l'amore per le opere d'arte, perché immergersi fra le stesse, andando a visitare un edificio storico, un museo, una chiesa, cioè per quale motivo è fondamentale interessarci all'arte, quindi difenderla e tutelarla. Molti sono i grandi artisti che la nostra Nazione ha dato, ma, se vogliamo essere degni eredi di quei padri, comunque non basta limitarci a venerarne le reliquie, ma bisogna emularne, anche, certe virtù come l'inventiva, per esempio, o la spregiudicatezza e, soprattutto, il sapere il che cosa ne muovesse i gesti.

Del resto, nella creazione di un'opera si assiste, come sosteneva Shelling, alla straordinaria fusione di una fase inconscia, quella definita, genericamente, della "ispirazione", e di una conscia, quella che determina la concreta realizzazione dell'idea. Nella dimensione dell'Essere che si viene a costituire durante il processo espressivo l'artista riesce a isolarsi da ogni elemento di disturbo e di contrasto, diventando un unicum con quanto va producendo. Tale fusione, che io considero mistica, oserei sacra, e assolutamente speciale, dimostra chiaramente quali livelli possa assumere la concentrazione e il ripiegamento interiore, cioè la capacità di analisi riguardante se stessi e ciò che ci circonda. Perciò la funzione sociale dell'arte, in un'era, come la nostra, dominata dalla meccanizzazione esasperata e dall'affermarsi del tecnologico definito "avanzato", componenti che mirano più alla quantità che alla qualità, diventa un forte punto di riferimento per riaffermare l'essenza della natura umana, per esaltarne il suo "genio", inteso come talento naturale e poi artiginale, autonomo, estroso, capace di superare costrizioni e mode.

Inoltre l'arte è anche via per rappresentare i sogni, i quali non è detto che possano, in un futuro più o meno lontano, diventare realtà. (...) Non a caso il primo approccio che si ha nei confronti di un'opera è sempre quello emozionale, quindi un incontro di tipo estetico, quale "giudizio" che deriva dalla immediata percezione che noi abbiamo di quel lavoro, un'opinione che deriva dalla suggestione che il dipinto o la scultura esercita su di noi, sia essa una suggestione positiva, perché quell'opera ci esalta, ci commuove, ci provoca sensazioni di vario genere e grado, o, più semplicemente, perché la troviamo gradevole, sia essa una suggestione negativa, perché magari ci disgusta, ci rattrista o ci fa orrore.

Ma ciò è sinonimo di piena libertà, infatti io credo che non ci sia conformismo peggiore del conformismo delle emozioni, cioè di quando un sistema impone, a priori, tramite la critica e il mercato, che quel dato lavoro è comunque valido, a prescindere dal giudizio di chi lo fruisce. E ciò rientra nel condizionamento, anch'esso tipico di questa società che tende sempre più ad omologare, omogeneizzare, costruire prodotti a tavolino, unicamente a fini consumistici-mercantili. Logico che dopo al primo impatto, quello di ordine immediato, quello suggerito da una pulsione di ordine estetico, poi nell'opera si debba entrare, la si debba capire, la si debba indagare (altro elemento importante che ci consegna l'arte: l'elaborazione intellettuale), ma la libertà, che i nostri sentimenti, la nostra personalità, il nostro spirito contengono, mai dev'essere influenzata, condizionata, costretta, indirizzata, addomesticata, ridotta a "condizione di massa".

Perché l'arte difende e innalza sempre quella libertà individuale, essendo uno dei suoi compiti primari. Perché l'arte, quella vera, si pone sempre contro ogni forma di "adeguamento". L'arte risulta, perciò, il vessillo dell'unicità del proprio "io", e, solo in seguito, strumento di contatto fra le varie singolarità, al fine che l'emozione, di cui ho parlato sopra, diventi elemento comune di confronto, di avvicinamento, di affezione, di legame reciproco. Questo, in sintesi... molto in sintesi... il valore che contiene in sé la creatività, e questa la lezione di vita che ogni opera umana racchiude, al fine di continuare ad agire per come in realtà si è, non per come altri vogliono che si sia. (Gian Ruggero Manzoni)

Artisti: Mirella Bendini, Ciro Di Fiore, Maria Antonia Fedon, Cleofe Ferrari, Maristella Laricchia, Angela Maggipinto, Milena Metaluna, Stefano Matteo, Maria Elisabetta Meneghello, Chiara Napolitano, Pasquale Portacci, Lucia Sabatini Degli Scaruffi, Mimmo Scuderi, Peter Seelig, Patrizia Storoni, Gianni Testa, Katerina Valleri, Maria Irene Vairo, Giuseppe Cacciatore, Paolo Baioni, Marco Travan.

Artisti in permanenza: Sauro Benassi, Luca Boatta, Marino Calesini, Francesco Cerutti, Claudia Dazzini, Angelo De Maio, Mario Esposito, Marco Fajer, Mauro Fastelli, Lucia Fiaschi, Giovanni Firrincieli, Antonio Franchi, Gian Luca Galavotti, Stefano Galli, Enrico Garoia, Francesca Guariso, Andrea Marchesini, Angela Marchionni, Mauro Martin, Silvana Mascioli, Mauro Masetti, Luisa Modoni, Elena Morizio, Ronak Moshiri, Andrea Prandi, Roberto Re, Paolo Rigoni, Marzia Roversi, Paolo Salvati, Ezio Tambini, Luca Tridente, Giovanni Trimani, Claudia Ventura, Stefano Manzotti. (Comunicato stampa)




Gianni Berengo Gardin
Vera fotografia con testi d'autore


termina il 30 aprile 2017
CAOS (Centro Arti Opificio Siri) - Terni
www.caos.museum

Le fotografie di Gianni Berengo Gardin hanno raccontato un'epoca, accompagnato e a volte costruito una visione. Si tratta di uno tra i più grandi maestri della fotografia italiana perché possiede il dono di riuscire sempre a sorprendere per la sua capacità di raccontare il nostro paese e il nostro tempo. Nessuno come lui è stato un vero interprete, un artigiano devoto, un compagno, un amante della fotografia intesa come documentazione attenta e mai banale della realtà. In sessanta anni di carriera, la vita del fotografo è stata caratterizzata anche da molti incontri, che in un certo senso sono all'origine di questa mostra.

Ciascuna delle foto esposte in mostra è infatti presentata da un protagonista dell'arte e della cultura, che ha commentato uno degli scatti scelti nell'immenso corpus fotografico di Berengo Gardin: amici, intellettuali, colleghi, artisti, giornalisti, registi, architetti. I loro testi, accostati a ciascuna delle 24 foto selezionate, permettono ancor di più di ragionare sul valore di testimonianza sociale ed estetica delle immagini.L'esposizione è inoltre arricchita da una proiezione di immagini tratte dall'archivio del fotografo. L'intera produzione e l'archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano. Accompagna la mostra il libro Vera fotografia pubblicato da Contrasto.

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) dopo essersi trasferito a Milano si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all'indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale ha documentato le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award. E' molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 250) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). L'intera produzione e l'archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano. (Comunicato stampa)




Opera di Jacob Gils dalla mostra Movements Jacob Gils: Movements
termina il 24 febbraio 2017
ProjectB - Milano

Prima mostra in galleria del fotografo danese Jacob Gils. In mostra sette opere, esempio d'impeccabile perizia tecnica e compositiva. Due diverse serie, Movements e Limit to Your Love, entrambe caratterizzate dal forte desiderio di rottura nei confronti di questi stessi dettami. Gils esplora il potenziale della fotografia, superando i confini teorici e stilistici della stessa, per affrontare sfide sempre nuove sia dal punto di vista creativo, che tecnico, ampliando così il vocabolario visivo dei generi fotografici. La stratificazione di molteplici scatti della serie Movements genera interpretazioni coinvolgenti di strutture iconiche, come le cabine telefoniche londinesi e il Duomo di Milano. Si tratta di immagini frammentate, drappeggiate e distorte, che chiedono allo spettatore non solo di essere guardate, ma anche di avvicinarsi e prestare attenzione a dettagli che non si rivelano a distanza.

A prima vista le opere possono apparire sfocate e mosse, in realtà si tratta di una sovrapposizione di diverse fotografie perfettamente a fuoco dello stesso soggetto, che Gils realizza spostando quasi impercettibilmente la macchina fotografica tra uno scatto e l'altro, creando così l'illusione del movimento. La stratificazione di queste immagini dà spesso vita a una seconda forma traslucida, che si traduce in uno stile vicino ai dipinti impressionisti, ma che, a un esame più attento, rivela i dettagli della fotografia moderna, realizzando immagini in bilico tra sogno e realtà, tra astrazione e realismo.

Le prime sperimentazioni lo portarono a trasferire le Polaroid su carta acquerello, dividendo consapevolmente la fotografia in più campi. Tecnica che permette di esprimere organicità e sensualità, evidenti nei nudi della serie Limit To Your Love, che spinge lo spettatore a riflettere sulla vita e la sua rappresentazione, attraverso l'inserimento di una campitura bianca che circonda l'immagine; un elemento di disturbo volto a sottolineare la rottura con la vita quotidiana a cui siamo abituati. (Comunicato stampa)

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ProjectB is pleased to present the first exhibition at the gallery of the Danish photographer Jacob Gils. The show includes seven works of impeccable technical and compositional expertise. The two different series - Movements and Limit to Your Love - are both marked by a strong desire to break away from the dictates that imprison photography, making it overly controlled and predictable. Gils explores the potential of the medium, going beyond its theoretical and stylistic boundaries to approach new creative and technical challenges, expanding the visual vocabulary of photographic genres. The layering of multiple shots in the Movements series generates engaging interpretations of iconic structures, like London red telephone boxes or the cathedral of Milan.

These are fragmented, draped, distorted images that require the viewer not only to observe, but also to approach, to pay attention to details that are not evident from a distance. At first glance the works may seem blurry, out of focus; but they are actually the overlaying of different perfectly focused photographs of the same subject, which Gils makes by almost imperceptibly moving the camera between one shot and the next, creating the illusion of movement. The layering of these images often gives rise to a second, translucent form that translates into a style close to that of Impressionist painting; but upon closer examination the details of modern photography emerge, triggering images balanced between dream and reality, abstraction and realism.

The first experiments involved the transfer of Polaroids onto watercolor paper, consciously dividing the photograph into multiple fields. This technique makes it possible to express wholeness and sensuality, as seen in the nudes of the Limit to Your Love series, which prompt the viewer to think about life and its representation, through the insertion of a white field that surrounds the image, a factor of disturbance aimed at emphasizing the break with the everyday life to which we are accustomed. (Press release)




Opera dalla mostra La guerra è finita. Nasce la Repubblica La guerra è finita. Nasce la Repubblica.
Milano 1945-1946. Fotografie di Federico Patellani


termina il 30 aprile 2017
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
www.mufoco.org

Il Museo di Fotografia Contemporanea celebra i 70 anni della Repubblica Italiana e del voto alle donne con una mostra dedicata a Federico Patellani: 70 immagini che raccontano la distruzione e la rinascita di Milano dopo la Seconda Guerra Mondiale e la vittoria della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946. La mostra, a cura di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, intende offrire una occasione di conoscenza e di riflessione su un periodo cruciale della storia dell'Italia del Novecento: i momenti immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il referendum Monarchia-Repubblica e l'elezione dei rappresentanti all'Assemblea Costituente, che ebbero luogo il 2 giugno 1946, una data fondamentale della quale quest'anno ricorre il settantesimo anniversario.

Immagini celeberrime e meno note, stampate in grande formato, accompagnano il visitatore all'interno di un percorso nella storia. Un primo corpus di fotografie mostra la vita nella città di Milano nell'immediato dopoguerra: case distrutte e macerie, in uno scenario di povertà e di disagio sociale che rimanda a un'Italia molto lontana, ferita e disorientata all'indomani del ventennio fascista. Il secondo corpus di immagini si riferisce specificatamente al referendum Monarchia-Repubblica e all'elezione dell'Assemblea Costituente. Un momento di enorme rilievo storico, nel quale, per la prima volta in Italia, le donne sono ammesse al voto.

Federico Patellani documenta questi passaggi con il consueto sguardo attento e amorevole, celebrando la vittoria della Repubblica con un'immagine divenuta icona: la cosiddetta "donna della Repubblica". All'interno del percorso espositivo saranno mostrati anche i provini realizzati dall'autore, che testimoniano il processo di costruzione della celeberrima fotografia. Il Museo conserva l'intero archivio di Federico Patellani, costituito da 690 mila pezzi tra stampe originali, provini e negativi, oltre alla fedele ricostruzione del suo studio. Gli eredi hanno depositato il Fondo fotografico presso Regione Lombardia, che l'ha affidato alle cure, alla gestione e alla valorizzazione del Museo di Fotografia Contemporanea.

Federico Patellani (Monza, 1911 - Milano, 1977) è uno dei maestri del fotogiornalismo italiano riconosciuto a livello europeo. Colto e sensibile narratore, testimone puntuale della società italiana, ha raccontato il paese nel dopoguerra, la ripresa economica, le industrie, la moda, il costume, la vita culturale. Ha affiancato all'attività fotogiornalistica la frequentazione del mezzo cinematografico e televisivo. Negli ultimi anni della sua attività si è dedicato a viaggi in tutto il mondo. Patellani realizza un reportage rigoroso, privo di retorica, attento a restituire all'osservatore gli elementi essenziali della narrazione, secondo lo stile di quello che egli stesso nel 1943 definì "giornalista nuova formula": chiarezza, comunicatività, rapidità, gusto nell'inquadratura, esclusione di luoghi comuni, così che le immagini "appaiano viventi, attuali, palpitanti, come lo sono di solito i fotogrammi di un film". (Comunicato stampa)




Francesco del Drago: Parlare con il colore
termina il 26 marzo 2017
Museo Carlo Bilotti - Roma
www.museocarlobilotti.it

«Fino al tempo di Matisse e Picasso, i pittori creavano quadri che servivano per essere visti dall'occhio. Oggi cerchiamo di agire direttamente sulla trasmissione dalla retina all'area cerebrale, ed io personalmente sull'area gratificante delle sinapsi edoniche». Ad esprimersi così è stato Francesco del Drago, l'artista di cui il Museo Carlo Bilotti annuncia la prima retrospettiva per l'inizio dell'anno, a cura di Pietro Ruffo, con la consulenza scientifica di Elena del Drago.

Francesco del Drago (Roma, 1920-2011) ha percorso quasi un secolo di storia da protagonista, partecipando attivamente e con passione tanto alle trasformazioni artistiche che si sono susseguite nel Novecento, quanto ai cambiamenti politici. Ha tenuto numerose mostre a partire dalla partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1954, ed è presente in molte collezioni pubbliche e private soprattutto europee e statunitensi. La mostra pensata da Pietro Ruffo per il Museo Bilotti presenterà una selezione di opere astratte fondamentali, che consentiranno di entrare nel pensiero e nella pratica artistica di Francesco del Drago. Seguendo un percorso a ritroso, la mostra all'Aranciera comincerà con le ultime opere realizzate dall'artista, commoventi nello sforzo di ampliare ulteriormente la gamma cromatica, per poi concentrarsi sugli imponenti polittici astratti, summa dell'intera ricerca di Del Drago.

Di del Drago, sarà evidenziata anche la statura di teorico, i suoi studi sul colore strettamente connessi alle più recenti scoperte matematiche attraverso una ricca selezione di documenti, filmati ed esperimenti. Particolarmente interessante è infatti la possibilità di passare dai risultati estetici alle premesse teoriche in un processo che consente di approfondire le problematiche dell'arte astratta de Novecento e, segnatamente, quelle riguardanti il colore. Non a caso la ricerca di Francesco del Drago ha influenzato profondamente l'utilizzo cromatico delle generazioni successive, ma anche nel mondo della grafica, della pubblicità e del cinema.

Intellettuale rigoroso e straordinario artista, indagò a lungo la fenomenologia del colore giungendo all'elaborazione del "Nuovo Cerchio Cromatico". I contrasti cromatici e la giustapposizione di determinate forme concorrono nel creare uno stato di eccitazione nelle aree cerebrali deputate alla visione. Le sue ricerche teoriche sono state oggetto di conferenze in molte università del mondo, ma anche di scambio con i numerosi amici artisti: tra gli altri Guttuso e Birolli in Italia, Picasso, Pignon, Matta e i maestri del colore francese come Herbin e Dewasne a Parigi, dove si trasferì nel 1951. Esperienza francese particolarmente rilevante nel suo percorso, tanto che lo storico dell'arte Nello Ponente scrisse: "Del Drago porta aventi tutti gli sviluppi della pittura contemporanea e in modo particolare quelli della tradizione francese." (Comunicato ufficio Stampa Studio Esseci)




Opera di Andy Warhol in mostra alla Galleria Allegra Ravizza di Lugano Andy Warhol
termina il 17 marzo 2017
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Una quindicina di opere che hanno caratterizzato il lavoro della "Pop star" americana Andy Warhol. Le opere intendono esplorare la relazione tra cultura commerciale ed espressione artistica utilizzando pubblicità, lusso e moda come oggetti per prodotti artistici. L'idea di elevare un prodotto ordinario verso una luce più glamour fino a diventare oggetto d'arte è alla base del lavoro artistico di Warhol e trova la sua piena espressione nella Shoes Series. Le scarpe hanno svolto un ruolo di primo piano nella carriera iniziale di Warhol come artista commerciale: i suoi annunci del 1950 calzature da donna e i suoi disegni di scarpe stravaganti erano molto famosi tanto che lui stesso aveva creato una serie di disegni in cui ogni scarpa aveva il nome di una celebrità.

In mostra alcuni lavori degli anni '80 in cui Warhol ritorna al soggetto come fonte di ispirazione per una serie di serigrafie dove le scarpe raffigurate in gruppi diventano reminiscenze di nature morte. Tutte le opere in mostra riflettono sull'idea di bellezza e di glamour che ha influenzato gran parte della produzione artistica di Warhol e presentano una dimensione autobiografica rivelando il suo amore per le cose femminili, la fascinazione per il denaro e le cose preziose. In mostra, infine, opere rappresentative della produzione di Warhol come Campbell's, Jackie e Fish.

Andy Warhol è stato un vero e proprio fenomeno culturale: grande artista e leader del movimento americano Pop art è diventato una figura influente nel mondo dell'arte utilizzando molteplici tecniche espressive: pittura, serigrafia incisione, fotografia, disegno, scultura, film, happening e performance. Ossessionato dalla celebrità, dalla cultura del consumo e dalla riproduzione seriale Andy Warhol ha creato alcune tra le immagini più iconiche del ventesimo secolo.

Andy Warhol (Pittsburgh, Pennsylvania, 1928 - New York, 1987) ha studiato grafica pubblicitaria presso la Carnegie Mellon University di Pittsburgh. La sua prima mostra importante è stata presso Ferus Gallery di Los Angeles nel 1962. Da allora, il suo lavoro è stato oggetto di innumerevoli mostre in musei e gallerie in tutto il mondo dalla famosa retrospettiva al Pasadena Art Museum, alle personali al MoMa di NY, alla Nationalgalerie di Berlino alla Tate Modern di Londra. Il Museo Andy Warhol nella sua città natale contiene una vasta collezione permanente di arte e di archivi ed è il più grande museo degli Stati Uniti dedicato ad un singolo artista. (Comunicato stampa)




Richard Loskot - Like a Cork on the Water - site-specific installation, mixed media 2016 Richard Loskot: "Like a Cork on the Water"
termina lo 04 febbraio 2017
Boccanera Gallery - Milano

L'installazione "Like a Cork on the Water" consiste di due piccoli robot. I robot muovono lungo le loro curve di livello. Ogni robot ha, a diverse altezze, una nuvoletta con un testo. E' un'allegoria di due persone viste da due posizioni diverse. E' un astratto gioco ambientale. La pratica artistica sperimentale e tecnologica di Richard Loskot (Most, 1984) mette in scena un'allegoria post-moderna dell'opposizione socio-politica che ha caratterizzato la storia del Sudetenland. Sul pavimento è replicata una sorta di mappa geografica in cui possiamo distinguere le zone montagnose da quelle fluviali. Prima del Secondo dopoguerra la popolazione di etnia tedesca, quella più borghese, era solita vivere in alto, presso le montagne, mentre la popolazione di etnia ceca occupava le zone più basse, presso i fiumi.

Due macchine elettriche seguono sul pavimento i profili di queste zone, girando senza sosta e senza una meta, portando con se' ognuna un palloncino volante posto a differente altezza. Il palloncino collocato più in alto dà voce alla comunità tedesca e reca la scritta: "From heights we see distant horizons - other ideas" (Dall'alto vediamo altri orizzonti lontani - altre idee), mentre quello posto più in basso dà voce alla comunità ceca: "Rivers connect us in lowlands and then flow to us - other ideas" (I fiumi ci connettono in pianura e ci portano - altre idee). L'accento posto sull'ultima parte di entrambe le frasi per sottolineare una certa comunanza in termini di risultato.

Pur non condividendo l'origine etnica e il luogo di insediamento, cechi e tedeschi hanno condiviso l'appartenenza geografica, una certa collocazione e concezione dell'altrove. L'opera di Richard Loskot impiega la tecnologia per realizzare opere sorprendenti, invita all'interazione ripensando lo spazio-tempo e simulando fenomeni naturali che intendono coinvolgere i sensi dello spettatore. In mostra anche l'installazione "Ocean System": il sistema funziona con il rumore monotono di una radio non sintonizzata. Un semplice controllo dell'intensità del volume e del basso porta alla trasformazione del rumore della radio in quello delle onde dell'oceano. Sentiamo le onde, un suono che evoca l'ambiente poetico, ma la fonte di questo suono sono le onde della radio. (Comunicato stampa)

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The installation "Like a Cork on the Water" consists of two small robots. The robots move along their contour lines. Each robot has a speech bubble placed at different heights. An allegory of two people from different positions. It is an abstract environmental game. The experimental and technological art of Richard Loskot (born in 1984 in Most) stages a postmodern allegory of the social-political opposition that has characterised the history of the Sudetenland. On the floor there is replicated a kind of map in which we can distinguish the mountainous areas from the river areas. Before the post-war period, the German ethnic population, the most bourgeois one, usually lived higher up in the mountains, while the Czech ethnic people lived in the lower areas near the rivers.

Two electric machines follow the outlines of these areas on the floor, moving without interruptions or any particular aim, each one bearing a balloon that floats at a different height. The higher balloon gives a voice to the German community and has written in it: "From heights we see distant horizons - other ideas", while the other one, lower down, gives a voice to the Czech community: "Rivers connect us in lowlands and then flow to us - other ideas". The accent placed on the last part of both phrases aims at underlining a certain commonality in terms of results.

Even though not sharing the same ethnic origin or the places of the settlements, the Czechs and Germans have in common this geographic identity, a certain collocation, and a conception of being elsewhere. Richard Loskot's work uses technology so as to create surprising works; he invites an interaction by rethinking space-time and by simulating natural phenomena in order to involve the senses of the spectators. In the show the installation "Ocean System": The system works with the monotonous noise of an untuned radio. A simple manipulation of the intensity of the volume and bass leads to the transformation of radio noise into that of ocean waves. We hear the ocean, a sound that evokes a poetic environment, but the source of this sound is radio waves. (Press release)




Opera di Alexandre Hollan Opera di Wayne Thiebaud Attualità di Morandi. Opere donate al Museo dal 1999 ad oggi
termina il 19 marzo 2017
Museo Morandi - Bologna
www.mambo-bologna.org/museomorandi

In occasione di Art City Bologna, il Museo Morandi dedica una intera sala del proprio percorso all'esposizione di una serie di opere che dal 1999 a oggi sono entrate a far parte della collezione a seguito di generose donazioni da parte di artisti che, nel loro percorso di ricerca estetica, hanno dichiaratamente guardato all'opera di Giorgio Morandi. Il Museo lavora da sempre a mettere in relazione la poetica di Morandi e la produzione di artisti che da lui hanno tratto ispirazione, ne hanno colto l'inattesa contemporaneità e hanno trovato nel suo linguaggio risposte alle domande del nostro tempo, portando alla luce nuove possibilità espressive.

Questa vocazione, oltre a promuovere inediti accostamenti nel percorso permanente - ad esempio con Eroded Landscape di Tony Cragg - e a dar vita a una serie di mostre personali temporanee - ultima in ordine di tempo quella di Ennio Morlotti - ha fatto sì che con Attualità di Morandi. Opere donate al Museo dal 1999 ad oggi vengano per la prima volta esposte in un'unica sala le opere acquisite tramite donazioni recenti. David Adika, Julius Bissier, Ada Duker, Alexandre Hollan, Joel Meyerowitz, Zoran Music, Wayne Thiebaud e Marco Maria Zanin sono gli autori dei 19 lavori esposti, diversi per tecnica e soggetto. Attraverso un confronto dialettico con le opere di Morandi si intende offrire al visitatore una nuova chiave di lettura e interpretazione del suo universo artistico, nonché ribadirne la forte presenza nell'immaginario culturale globale e la sua influenza sulla cultura visiva internazionale.

L'isolamento estetico dell'oggetto o dei gruppi di oggetti e l'apparente ripetitività della rappresentazione, che ritroviamo nelle opere di Thiebaud; la costruzione volumetrica e architettonica dello spazio dove anche il vuoto si fa forma nelle foto di Ada Duker; la dimensione atemporale e metafisica dell'oggetto nelle foto di Adika, Meyerowitz e Zanin; "i silenzi colorati" degli acquerelli di Hollan; la pulizia dell'immagine e il tono cromatico degli acquerelli di Music e Bissier; tutto ciò rimanda al rigoroso atteggiamento di Morandi nei confronti della pratica artistica, intesa come momento di indagine euristica, ovvero occasione per un'analisi obiettiva del dato naturale, territorio dove si celano incanto poetico ed emozione lirica. Comprendere questo aspetto della ricerca morandiana significa ricondurre la sua esperienza estetica ad un atteggiamento fenomenologico che si esplica nella sua affermazione dell'essere e dell'esistere e nella sua intuizione eidetica che consente di cogliere l'essenza delle cose. (Comunicato stampa)




Trame. Realtà, arte, cinema invenzione
14 e 21 gennaio 2017
Spazio Murat - Bari
www.spaziomurat.it

La mostra a cura di Francesca Girelli e Davide Quadrio è dedicata al lavoro di otto artisti tra i più seguiti della scena internazionale. Trame esplora i modi in cui l'arte risponde alla sfida dei media nell'esplorazione dei territori di confine, formali e morali, tra verità e finzione. Come nascono i miti, la Storia, quello in cui crediamo? Spina dorsale della mostra è il cinema, anche documentario: un dispositivo sempre più utilizzato dagli artisti per colmare i vuoti e le fratture che ci separano dalle costruzioni mitologiche, dai segreti della loro durata.

Il 14 gennaio appuntamento con l'artista Thomas Sauvin. Il ricercatore e archivista francese presenterà "Beijing Silvermine", un archivio di oltre mezzo milione di immagini recuperate nell'arco di sette anni in un impianto alla periferia di Pechino. Il progetto, parte integrante della mostra Trame, offre un ritratto unico della capitale cinese e della vita dei suoi abitanti nel decennio successivo alla rivoluzione culturale. Collezionista di fotografie e photo-editor francese residente a Pechino, Sauvin ha precedentemente esposto Beijing Silvermine, l'opera in mostra a Bari, alla galleria Paris-Beijing di Bruxelles, al Festival Images di Vevey (Svizzera), al Chicago Museum of Contemporary Photography, al 4A Centre for Contemporary Asian Art di Sydney e al Lianzhou Foto Festival, dove gli è stato assegnato il New Photography Award of the Year 2013. Silvermine, un'edizione limitata di album di fotografie provenienti dal suo archivio, è stato selezionato tra i finalisti del Paris Photo Aperture Foundation First Photobook Award 2013. Collabora dal 2006 all'Archive of Modern Conflict di Londra.

Il 21 gennaio alle 18.30 spazio all'incontro La forma del tempo durante il quale Domingo Milella dialogherà con il critico e curatore di fotografia Francesco Zanot e con il direttore del nascente polo per l'arte contemporanea di Bari Massimo Torrigiani. L'artista barese presenterà le fotografie da lui realizzate nel corso di quindici anni di viaggi nel tempo e nello spazio, alla scoperta del dialogo che sussiste da sempre tra uomo e natura. Solitario, la mostra personale che raccoglie una selezione di 190 immagini dall'archivio dell'artista, è visitabile nella galleria Doppelgaenger di Bari fino al 31 gennaio.

Domingo Milella (Bari, 1981), dopo essersi trasferito a New York, ha studiato fotografia alla School of Visual Arts sotto la guida di Stephen Shore. I suoi lavori sono stati esposti alla galleria Brancolini Grimaldi di Londra, presso Tracy Williams a New York, al Foam Museum di Amsterdam, al MACRO di Roma, alla 54a Biennale di Venezia e a Les Rencontres de la Photographie di Arles. Le sue opere sono state inserite in importanti collezioni nazionali e internazionali. Nel 2014 pubblica con Steidl il suo primo libro, Domingo Milella, e nel 2015 è tra i curatori della mostra Tempo al Tempo presso Roman Road (Londra). Attualmente vive tra Bari e Londra.

Massimo Torrigiani, direttore artistico del nascente polo per le arti contemporanee del Comune di Bari, dal 2013 al 2016 ha guidato il comitato scientifico del PAC, Padiglione d'Arte Contemporanea della Città di Milano, ed è ora nel comitato curatoriale del Teatro dell'arte della Triennale di Milano. E' co-fondatore di Fantom, collettivo nato nel 2009 tra Milano e New York con progetti editoriali e con mostre, e co-dirige a Milano l'agenzia creativa Boiler Corporation, che sviluppa progetti culturali e di comunicazione per aziende e istituzioni. Dal 2010 al 2013 è stato direttore della fiera d'arte contemporanea di Shanghai.

Francesco Zanot, curatore di Camera - Centro Italiano per la Fotografia di Torino e critico, ha lavorato a mostre e pubblicazioni con alcuni dei maggiori fotografi italiani e internazionali. Ha curato libri monografici di artisti come Mark Cohen, Guido Guidi, Takashi Homma, Linda Fregni Nagler, Domingo Milella e Boris Mikhailov. Suoi saggi sono stati recentemente pubblicati su libri dedicati al lavoro di Ettore Sottsass, Luigi Ghirri e Antonio Rovaldi, ed è autore con Alec Soth del volume Ping Pong Conversations. Direttore del Master in Photography and Visual Design organizzato dalla NABA di Milano, è associato al collettivo Fantom dalla sua fondazione. Nel 2016 ha curato Give Me Yesterday, la mostra inaugurale di Osservatorio, il nuovo spazio della Fondazione Prada dedicato alla fotografia. (Comunicato stampa Pierpaolo Lala)




Locandina della mostra O Terra di Ionia, di Federico Simonelli allo Spazio Arte Carlo Farioli Federico Simonelli: "O Terra di Ionia"
14-29 gennaio 2017
Spazio Arte Carlo Farioli - Busto Arsizio (Varese)
www.farioliarte.it

In occasione del 73° anniversario della deportazione nei campi di sterminio di alcuni lavoratori della Ercole Comerio di Busto Arsizio, la mostra presenta una serie di opere realizzate dall'artista Federico Simonelli (Lonate Pozzolo, 1944) che si ispira a un lavoro di ricerca sulla temporalità dell'esistenza. Il titolo dell'esposizione è mutuato dai versi di una poesia di Kavafis (O terra di Ionia), il più grande poeta alessandrino, che nel suo accorato grido piange la sua terra d'elezione (la Grecia) calpestata e distrutta dai conflitti bellici. Le opere di Simonelli, sculture e dipinti realizzati in differenti tecniche, nella loro desolante umanità diventano elementi di testimonianza di un male che la memoria aiuta a esorcizzare superando il disincanto di una visione di solitudine racchiusa in se stessa. (Comunicato stampa)




Opera di Mario Deluigi Mario Deluigi: Grattage
termina il 24 febbraio 2017
Galleria Studio Gariboldi - Milano
studiogariboldi.com

Retrospettiva dedicata all'artista Mario Deluigi (1901-1978), uno dei Maestri dello Spazialismo italiano. La mostra si concentra su un nucleo di opere eseguite tra l'inizio degli anni cinquanta e la fine degli anni sessanta, risultato di una rigorosa ricerca sullo spazio legata al colore e alla luce, tema dominante della sua opera. La sua originalità di esecuzione si concretizza con una nuova soluzione tecnica: il grattage. L'artista interviene sulla superficie pittorica segnandola in negativo, quindi incidendo la superficie del dipinto attraverso mezzi appuntiti. Scalfendo gli strati di pittura stesi in precedenza, Deluigi riesce a rivelare l'anima luminosa del colore. Il gesto genera il segno che a sua volta costruisce la luce e una forma plastica nello spazio. (Comunicato stampa)




Opera di Giammarco Roccagli dalla mostra a Cordovado in provincia di Pordenone Opera di Flavio Val dalla rassegna Percorsi di vecchi compagni di viaggio Percorsi di vecchi compagni di viaggio
Antonio Crivellari | Giuseppe Onesti | Gianni Pasotti | Giammarco Roccagli | Flavio Val

04 febbraio (inaugurazione ore 18) - 28 febbraio 2017
Palazzo Cecchini - Cordovado (Pordenone)

Come è naturale in tutte le cose umane, la vicenda dell'evoluzione della cultura di un territorio è legata quasi sempre ad un gruppo di persone che si pone di fronte all'esistente con spirito di forte rinnovamento e persegue questo obiettivo fino a coinvolgere tutto l'ambiente. Ciò è ancora più vero quando ad essere interessato all'evoluzione sia un territorio, in qualche modo, "difficile" per radicate convinzioni, per repentini cambiamenti o per naturale costituzione. Il rapporto tra le arti visive ed una regione "di frontiera" come è sempre stato il Friuli Venezia Giulia è stato sempre difficile ed articolato, per le enormi pressioni che venivano sia dall'Italia che dalla Mitteleuropa in cui la regione è integrata quasi per costituzione geografica.

Il territorio occidentale, poi, è stato sempre "chiuso a tenaglia" tra il Friuli storico e il Veneto incalzante; e la provincia di Pordenone, ultima nata, ha registrato in ogni settore impulsi e pressioni che hanno accelerato notevolmente il processo di evoluzione. Nel campo delle arti Visive, l'impulso è venuto anche, a partire dai primi anni Ottanta del Novecento, da un gruppo di operatori che si era accostato ai linguaggi nuovi dell'Arte e li aveva fatti propri. Il riferimento quasi naturale per Antonio Crivellari, Giuseppe Onesti, Gianni Pasotti, Giammarco Roccagli, Flavio Val fu l'Associazione Culturale "la roggia" che da oltre un decennio si proponeva come spazio privilegiato di sperimentazione artistica.

Dalla convergenza nacquero proposte, iniziative e impulsi che avrebbero inciso profondamente nella storia della Cultura del territorio, non solo provinciale ma anche regionale e nazionale. Dopo una lunga vicenda di collaborazione, hanno intrapreso altre esperienze, sia sul piano individuale che su quello collettivo, senza perdere lo spirito innovativo che avevano sin dagli esordi; ed hanno dato vita ad altre iniziative altrettanto importanti. Ripresentarli insieme in una Mostra Collettiva già prevista come transnazionale, significa per molti aspetti "andare alle radici" di questa vicenda per contribuire in qualche modo alla "scrittura" di una storia delle Arti Visive a Pordenone e sottolineare, per quanto possibile, il ruolo e il senso della loro attività. (Enzo di Grazia, curatore della mostra)




Bellini e i belliniani
Dall'Accademia dei Concordi di Rovigo


24 febbraio (inaugurazione) - 18 giugno 2017
Palazzo Sarcinelli - Conegliano

La mostra prosegue le esplorazioni sulle trasformazioni dei linguaggi della pittura veneziana e veneta negli anni tra Quattro e Cinquecento. Dopo Un Cinquecento Inquieto nel 2014, seguito dal Carpaccio, Vittore e Benedetto nel 2015 e, nel 2016 da I Vivarini, l'indagine approda alla figura imprescindibile di Giovanni Bellini, scelta tanto più opportuna nel quinto centenario della morte del maestro. Chi sono, quindi, i giovani artisti e collaboratori del grande Giambellino? Come si formarono, quale posto avevano nella produzione dell'atelier, della bottega, come si diceva allora? Che cosa trassero e che cosa a loro volta tramandarono dalla frequentazione e dalla stessa collaborazione con un artista-intellettuale tanto sublime per pensiero e per invenzione, per tecnica e non meno che per precisione formale?

La mostra prende le mosse proprio da queste domande e trova nella raffinata collezione dell'antica e prestigiosa Accademia dei Concordi di Rovigo lo spunto per tracciare una sorta di mappa (ipotetica e virtuale, ma supportata da una eletta serie di dipinti) del milieu belliniano o, almeno, di una parte significativa e originale di tale universo d'uomini e di capolavori. Bellini ha lasciato indubbiamente il segno inconfondibile del suo passaggio, ha creato punti di riferimento che hanno fatto scuola per un consistente numero di pittori, stilemi di cui possiamo riconoscere gli elementi costitutivi: semplici contorni di un volto, la postura e la struttura delle mani femminili, ma anche straordinari paesaggi incantati, spalle di colline scoscese e alberate, città murate e fortificazioni, il profilo lontano di catene alpine.

C'è tuttavia qualche cosa che è più difficile descrivere e definire del mondo belliniano: quell'estasi muta e pensosa, quell'essere amorevolmente assorti in insondabili pensieri virtuosi, quella mitezza e quasi pudore degli sguardi che è un'attitudine che parte dal Maestro e viene gelosamente conservata e tramandata dai seguaci. Quindi la 'svolta' atmosferica e tonale della sua pittura, nello sfumato in cui svanisce la percezione dei contorni e dei profili, dove i protagonisti sono avvolti e immersi in una luce dorata che nessuno però saprà più eguagliare.

In tale trama narrativa ed espositiva si vengono a collocare nomi e personalità molto diverse, tutte accumunate da una più o meno intensa frequentazione di Giovanni Bellini e del suo atelier: assistenti che hanno lavorato al suo fianco nelle grandi imprese decorative di Palazzo Ducale o nelle sale delle Scuole di San Marco e di San Giovanni Evangelista; aiuti che hanno replicato le più fortunate tavole destinate alla devozione privata; artisti partiti da cartoni della bottega, che hanno poi continuato la loro ricerca in autonomia di ispirazione e di linguaggio, dichiarando però il loro legame profondo e irrinunciabile con la pittura del maestro. Marco Bello, Andrea Previtali, i Santacroce, Luca Antonio Busati, Pasqualino Veneto, Jacopo da Valenza, Nicolò Rondinelli...

Non più fantasmi: nella mostra prendono corpo e fisionomia nelle loro Madonnine, nelle loro Conversazioni, nei paesaggi di una idealizzata pedemontana, nella ragnatela di sguardi inquieti e nostalgici. Talvolta permeati di una ingenua naïveté, tal altra attenti a recuperare tradizioni e caratteri derivati dal genius loci di periferie fiere e felici. Alcuni di questi maestri hanno segnato anche il territorio coneglianese, tanto che, una volta ancora, sarà possibile costruire una sorta di mappa-itinerario del loro passaggio tra Conegliano e Asolo, tra Serravalle e la trevigiana, riprendendo una proposta che ha trovato nelle due mostre precedenti di questo ciclo un ampio consenso e un sincero apprezzamento dei visitatori: completare l'itinerario compiuto dentro le sale espositive con una fitta rete di affascinanti "scoperte" di capolavori sparsi sul territorio, per conoscere lo straordinario museo diffuso che caratterizza il nostro Paese.

La mostra è, dunque, un'occasione per interrogarsi sull'eredità belliniana, ricostruendo con originalità una rete di rapporti e connessioni, mettendo in luce il raffronto possibile tra storie e opere, protagonisti e comprimari su palcoscenici diversi e alternativi e tuttavia legati da analogie e contiguità logiche e strutturali. Accompagnerà la mostra un catalogo edito da Marsilio Editori. (Comunicato Giovanna Ambrosano - ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Opera di Mikhail Opera di Andrey Buryak Andrey Buryak | Michael Inkov: Impronte e la materia
11 gennaio (inaugurazione)
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

Mostra dedicata a due artisti bielorussi: il pittore Andrey Buryak e lo scultore Michael Inkov. L'arte bielorussa nasce in seno al conflitto fra la tradizione culturale dell'Europa Occidentale e quella dell'Europa Orientale: da una parte l'influenza dell'ideologia sovietica, dall'altra la Sots-art, un movimento di artisti contemporanei che, nel periodo post-sovietico, danno vita ad un arte nuova. Dall'esperienza di Marc Chagall fino ad oggi, lo spazio artistico bielorusso si è sviluppato in varie direzioni, secondo le linee di scuole diverse fra loro.

Andrey Buryak (Minsk, 1965) ha compiuto gli studi, all'Art College e presso l'Accademia delle Arti bielorussa. Ha studiato con artisti bielorussi del calibro di Algerd Maliszewski e Gabriel Vashchenko. Tuttavia l'artista non ritiene che questi maestri abbiano inciso profondamente sulla sua personale visione artistica. Osservando le sue opere, si può notare che Buryak ricerca sempre nuovi metodi tecnici. I dettagli sono semplici e alludono alle idee principali del simbolismo concettuale; sebbene percorsa da sfumature surreali, la sua creatività non sconfina mai nel surrealismo tout court.

Mikhail Inkov (Zelva, 1954) si è laureato presso la Facoltà di Architettura del Politecnico bielorusso. Non soddisfatto dell'architettura circostante, insofferente del divieto di creare qualcosa di diverso, si dedica alla scultura astratta. Il suo linguaggio creativo si pone dunque in contraddizione con l'ideologia sovietica. Inkov, scultore e architetto, realizza opere monumentali - quali bassorilievi e busti - commissionategli dallo Stato e dalla Chiesa ortodossa; e tuttavia crea queste opere combinando lo stile monumentale con la concezione plastica. In esse si estrinseca uno stato d'animo: più che la ricerca intellettuale è un'esigenza espressiva che muove dall'interno verso l'esterno a informarle. Dal 1995 Inkov è nella Unione degli Artisti bielorussi. (Comunicato stampa)




Opera di Grazia Varisco dalla mostra Extrapagine - Anni '70 alla Cà di Frà di Milano Grazia Varisco: Extrapagine - Anni '70
09 febbraio (inaugurazione ore 18.00 - 21.00) - 24 marzo 2017
Cà di Frà - Milano
gcomposti@gmail.com

Dopo la personale "Apparenze" (Novembre 2013 - Gennaio 2014), Grazia Varisco con questa mostra pone attenzione alla lettura di un'ampia pagina dell'attività che si snoda nel decennio successivo alle sperimentazioni cinetiche degli anni Sessanta, di cui l'artista è stata protagonista come membro del Gruppo T. E' un'esperienza nella quale Grazia Varisco, tiene fermo l'interesse per il coinvolgimento personale e del pubblico. Conferma il confronto fra caso e programma, ma tende alla leggerezza sostituendo l'uso di materiali industriali con la scelta della carta come "strumento adatto ad accogliere, raccogliere in pagine e quaderni d'arte, compiti e riflessioni, quasi diari della perplessità e del dubbio".

Il "Se..." di cui Grazia Varisco è interprete in tutte le sue esperienze, come informa nel testo che accompagna la mostra monotematica su una ricerca affascinante ma, troppo spesso, rimasta in ombra. Pagine nate da un occasionale errore tipografico, che neppure ha un nome tecnico. Una piega fuori registro che permette di entrare in un campo di ricerca nuovo, uno spazio creativo fatto di stimolanti possibilità di scomposizione e ricomposizione, di effetti ottici e di percezioni sensoriali. Una piega che perentoria s'impone ed in crescendo piega di tutto... carta, cartone, metallo... "Extrapagine". (Comunicato stampa)




Luisa Lambri - Maureen Gallace
termina il 12 marzo 2017
Fondazione Rolla - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

Le opere appartengono alla collezione privata di Rosella e Philip Rolla che presentano in questa occasione quattro fotografie di Luisa Lambri, quattro dipinti e un disegno di Maureen Gallace. Luisa Lambri, fotografa, e Maureen Gallace, pittrice, entrambe figure di spicco a livello internazionale nei rispettivi settori, entrambe con un nuovo e caratteristico approccio all'arte visiva, sono presentate insieme per la prima volta. Philip Rolla: "Quando Luisa ha visto le opere di Maureen Gallace a casa nostra ci ha rivelato che è una delle sue artiste preferite. Ho immediatamente pensato che uno spazio con le fotografie di Luisa Lambri e i dipinti di Maureen Gallace, e nient'altro, sarebbe stato un paradiso". (Comunicato stampa)




Opera di Bernard Frize dalla mostra Northern Lights, Waterfalls and Oceans Bernard Frize
Northern Lights, Waterfalls and Oceans


termina l'11 marzo 2017
Galleria Gentili - Firenze

Bernard Frize (Saint-Mandé - Parigi, 1954) lavora a Parigi e Berlino, dove si trovano i suoi atelier e dove ha realizzato i dipinti di questa mostra. Nonostante il vasto riconoscimento ottenuto a livello internazionale, le sue opere sono state raramente esposte in Italia; con questa mostra, vengono presentate per la prima volta nella città di Firenze. La pittura di Bernard Frize non finisce di stupirci per le sempre nuove modalità di rappresentazione; nonostante la bellezza sensuale del cromatismo, dai suoi quadri emerge una vigorosa impostazione concettuale. Oltre il velo della composizione pittorica dell'immagine, simile per leggerezza alla luce evanescente di un'aurora boreale, domina il quadro una struttura chiaramente e precisamente studiata, proprio come, oltre il velo delicato di una cascata d'acqua, si intravede la struttura rigida del bordo di una piscina.

Frize presenta i suoi ultimi lavori, che somigliano a trame intessute di delicati fili colorati. Una superficie filigranata, cangiante come seta, realizzata con tratti paralleli di pennello che, tracciati ora in verticale, ora in orizzontale, si compenetrano fino a formare un reticolo di iridescente cromatismo. Il colore, steso con diversi pennelli, sembra riversarsi contemporaneamente sulla tela, laddove è praticamente impossibile riconoscere se la stesura più vigorosa rappresenti l'inizio o la fine della pennellata. Dove il tratto del pennello procede in verticale, nasce l'immagine di un leggero tendaggio, che vibra delicatamente davanti allo sguardo dell'osservatore. Nei quadri in cui la tessitura cromatica è condotta in direzione ortogonale, il velo sembra ispessirsi e assumere maggiore sostanza. (Comunicato stampa)

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Bernard Frize, born in Saint-Mandé near Paris in 1954, created the paintings for this exhibition at his studios in Paris and Berlin. His work has rarely been shown in Italy until now; this is the first exhibition by this internationally renowned artist in Florence. Frize's paintings continually surprise the viewer with their new modes of presentation. Beyond the allure and beauty of his use of colour, the conceptual foundations of the works resonate powerfully. Behind the veil of the image compositions, which resemble the incredible lightness and luminescence of polar light, reigns the clarity of planned structure - just as the gentle cascades of a waterfall result from the stone structure at the edge of a pool.

For this exhibition, the artist presents his latest works, which resemble woven fabrics of fine bright threads. Delicate, shimmering, silken surfaces are formed from parallel vertical and perpendicular brush strokes to create a quadratic grids of iridescent colour. The colour seems to flow onto the canvas, issuing from several brushes simultaneously. It is almost impossible to tell whether the denser application of colour represents the start or the end of each stroke. The vertical brush strokes produce the image of a curtain gently vibrating before the eyes of the viewer; In the case of the images that are woven through orthogonally, the veil appears to become denser and more substantial. (Press release)




Sabina Mirri - Cromoterapia Sabina Mirri - Immagine opera dalla locandina della mostra Sabina Mirri
Inventario (provvisorio) dello studio d'artista


termina lo 04 marzo del 2017
Galleria Passaggi - Pisa
www.passaggiartecontemporanea.it

Personale di Sabina Mirri basata sulla sua produzione più recente. Tra le protagoniste di spicco a livello nazionale e internazionale della stagione artistica degli anni '80 e '90, ha sempre utilizzato nel suo lavoro mezzi espressivi diversi - pittura, disegno scultura - per trascrivere un immaginario che si alimenta sia di ossessioni e memorie personali che di visioni trasfigurate di oggetti della quotidianità, con un'attitudine in cui si intrecciano introspezione, sentimento e ironia. La mostra consiste in una serie di lavori inediti, alcuni dei quali inseriti in una grande installazione architettonica incentrata sull'idea dello "studio" quale metafora del processo creativo, spazio intimo dedicato alla riflessione e alla realizzazione di opere, contenitore di oggetti d'affezione legati alle esperienze di vita e di lavoro.

Dagli studioli rinascimentali alle wunderkammer agli studi di artisti e scrittori contemporanei, questi luoghi hanno sempre esercitato un fascino particolare, per la possibilità di leggervi in filigrana i percorsi mentali, più o meno tortuosi, caotici, rigorosi, di chi li abita e vi lavora. La mostra intende restituire l'atmosfera di uno studio, con l'accumulo di oggetti, opere e materiali disparati in esso contenuti, configurandosi come una sorta di "inventario", per dare luce alla costellazione di senso che essi vanno a comporre. Lo spazio espositivo, luogo "pubblico" temporaneamente adibito a studio privato, "intimo" si configura come un inventario provvisorio di opere, oggetti, memorie, pensieri ed emozioni.

I lavori di Sabina Mirri esposti testimoniano i variegati ambiti di ricerca del suo percorso artistico. Tra i disegni e gli acquerelli innumerevoli sono gli omaggi ad artisti e a personaggi letterari che hanno segnato la storia del suo percorso formativo; altri invece hanno una connotazione più autobiografica; una serie di dipinti, dal titolo Cromo, rappresentano gli esiti più attuali del suo lavoro, tendente verso una ricerca cromatica sganciata da qualsiasi connotazione figurativa, all'insegna del piacere dell'accostamento del puro colore. In occasione della mostra verrà realizzato un catalogo che sarà presentato in galleria durante il finissage.

Sabina Mirri (Roma, 1957) ha studiato pittura al Liceo Artistico di Roma con il maestro Giulio Turcato. Nel 1976 esordisce con una personale alla Galleria "La Margherita" di Roma. Negli anni '80 ha partecipato alle prime rassegne dedicate da Achille Bonito Oliva alla post Transavanguardia; i compagni dell'avventura artistica romana sono i pittori del gruppo di San Lorenzo, Marco Tirelli, Giuseppe Gallo, Gianni Dessì. Si è poi trasferita a New York, dove ha esposto in mostre personali e collettive alla Annina Nosei Gallery. Tra gli anni '80 e '90 ha partecipato a importanti mostre internazionali e ha preso parte a numerose Biennali. Le sue opere sono presenti in importanti collezioni di arte contemporanea. Hanno scritto di lei, tra gli altri: A. B. Oliva, P. Balmas, E. Crispolti, T. Lichtenstein, F. Moschini, M. Quesada, G. Soave, L. Laureati, E. Kontova, L. Cherubini, L. Pratesi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Puglese)




Le stagioni dell'Arte IV - Rassegna d'arte alla Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte di Bologna Le stagioni dell'Arte IV
termina il 21 gennaio 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Esposizione collettiva, a cura di Deborah Petroni, sviluppata e consolidata nel corso degli anni dalla direzione della galleria, che raccoglie una selezione scelta di artisti contemporanei che indagano le stagioni dell'arte in rispondenza ai mutevoli sentimenti dell'animo. In un confronto continuo tra presente e passato, le opere propongono diversi punti di vista sul mondo, corrispondenti ad altrettanti panorami emotivi: la mostra collettiva non solo si preoccupa di portare all'attenzione del pubblico nuovi e consolidati talenti ma anche di sottoporre alla vista dello stesso un suggestivo dialogo tra generazioni, vissuti e scelte formali. Attraverso immagini evocative, gli artisti raccontano luoghi e sentimenti, espressioni di verità individuali eppure quotidiane e collettive. Come le stagioni, le opere esposte sono destinate a essere ammirate singolarmente oppure contemplate in un percorso articolato, esempio esplicativo della multiformità dell'arte. (Comunicato stampa)

Artisti in mostra: Bianca Beghin, Anna Bonini, Valentina Casalini, Svitlana Chemerys (Svity Chemerys), Venere Chillemi, Leonardo Ciccarelli, Margherita Colombini, Roumiana Damianova, Basilio Dipani, Nicoletta Furlan, Aurelio Gaiga, Florkatia Libois (Florkatia), Francesco Lombardo, Fabrizio Morosi, Carmen Oggianu (Caroggi), Gabriella Puthod, Sabrina Sborgi, Marina Schreckling, Mimmo Scuderi, Elena Shlyapina, Sandra Spolaore, Valentina Tudor Pascu, Ruth Withall.




Artico: Ultima frontiera
termina lo 02 aprile 2017
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.civitatrevenezie.it

La difesa di uno degli ultimi ambienti naturali non ancora sfruttati dall'uomo, il pericolo imminente del riscaldamento globale, la sensibilizzazione verso i temi della sostenibilità ambientale e del cambiamento climatico, la dialettica tra natura e civiltà. L'esposizione, curata da Denis Curti, presenta 120 immagini, rigorosamente in bianco e nero, di tre maestri della fotografia di reportage, quali Paolo Solari Bozzi (Roma, 1957), Ragnar Axelsson (Kopavogur, Islanda, 1958) e Carsten Egevang (Taastrup, Danimarca, 1969). La rassegna è un'indagine approfondita, attraverso tre angolazioni diverse, di un'ampia regione del pianeta che comprende la Groenlandia, la Siberia, l'Alaska, l'Islanda, e della vita della popolazione Inuit, di soli 150.000 individui, costretti a gestire, nella loro esistenza quotidiana, la difficoltà di un ambiente ostile.

La lotta con le difficoltà dell'ambiente, il passaggio, lento ma inesorabile, dallo stile di vita di una cultura millenaria a quella della civilizzazione contemporanea, cui si aggiunge il drammatico scenario del cambiamento climatico, figlio del surriscaldamento ambientale, sono i punti su cui s'incentrano le esplorazioni dei tre fotografi. Per questo appuntamento alla Casa dei Tre Oci, Paolo Solari Bozzi presenta il progetto inedito, frutto del suo viaggio, tra febbraio e aprile di quest'anno, sulla costa orientale della Groenlandia, nel quale ha visitato numerosi villaggi, riportando la quotidianità di una popolazione che ha scelto di vivere in un ambiente difficile.

Il reportage di Paolo Solari Bozzi sarà pubblicato nel volume, in edizione inglese, Greenland Into White (Electa Mondadori). Proprio le popolazioni Inuit sono al centro della ricerca di Ragnar Axelsson che, fin dai primi anni Ottanta, ha viaggiato nelle ultime propaggini del mondo abitato per documentare e condividere le vite dei cacciatori nell'estremo nord del Canada e della Groenlandia, degli agricoltori e dei pescatori della regione dell'Atlantico del nord e degli indigeni della Scandinavia del Nord e della Siberia.

Ragnar Axelsson racconta di villaggi ormai scomparsi, di intere comunità ridotte a due soli anziani che resistono in una grande casa scaldando una sola stanza; racconta di mestieri che nessuno fa più e di uomini che lottano per la sopravvivenza quotidiana. Ma dalle stampe di Axelsson emerge soprattutto l'umanità che ha incontrato sulle lunghe piste delle regioni artiche. Dal canto suo, Carsten Egevang, partendo da una formazione accademica in biologia, che lo ha portato dal 2002 al 2008 a vivere in Groenlandia e a studiare la fauna ovipara della regione artica, ha saputo documentare con la sua macchina fotografica la natura selvaggia e la tradizionale vita delle popolazioni Inuit.

Accanto alle potenti immagini di una natura infranta e al contempo affascinante, tre documentari arricchiscono la narrazione delle regioni del Nord: Sila and the Gatekeepers of the Arctic, realizzato dalla regista e fotografa svizzera Corina Gamma; Chasing Ice, diretto dal giovane film-maker americano, Jeff Orlowski; The Last Ice Hunters, un documentario dei registi della Repubblica Ceca Jure Breceljnik & Rožle Bregar. (Comunicato stampa)




Gino Baglieri
termina lo 02 febbraio 2017
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Qualche decennio fa Gino Baglieri sarebbe stato ritenuto un pittore sociale o, perlomeno, si sarebbe sottolineata in lui la tendenza a diventare tale. In realtà, oggi si è indotti a considerare la pittura come un fatto autonomo, che prescinde da specifici impegni di ordine socio-politico. Invece, nel pittore siciliano, un impegno di codesto genere sicuramente sussiste. Più che un colore partitico, però, il suo è un fatto ideologico, non contaminato dagli inevitabili compromessi che l'esercizio del potere, o l'ispirazione ad esercitarlo, comportano. La sua (...) è una dichiarazione di una nostalgia per quelli che, un tempo, erano considerati i sentimenti più nobili e legittimi. (...)

Sapere ch'egli è autodidatta, sconcerta chi ne esamina i disegni, così sicuri proprio per quel che concerne le difficoltà d'ordine accademico superate con una disinvoltura che gli permette, poi, d'imprimere ai suoi personaggi quel tanto di deformazione che li caratterizza, li interpreta più a fondo, ne scopre l'animo al di là dell'involucro formale. Nella pittura, invece, bisognerebbe non sapere affatto ch'egli non ha frequentato regolari scuole d'arte: infatti, conoscendo il suo percorso, si sarebbe indotti a credere che certe abbreviature, talune stesure del colore approssimative e trasandate (almeno all'apparenza), derivino proprio da carenze tecniche. invece è esattamente l'opposto: così forte è il suo istinto, così attenta è la sua naturale capacità di cogliere i valori pittorici nella loro reale essenza, ch'egli si può permettere di violare quelle regole che non ha mai studiato ma di cui ha intuito il peso, per giungere a risultati di sorprendente efficacia espressiva.

Che poi in lui vi sia costante un senso di ribellione, anche là dove il soggetto potrebbe invece far pensare a un senso nostalgico suscitato dagli affetti familiari, appare evidente dalla concitazione del suo pennello, dalla decisione dei contrasti, dal persin aspro rifrangersi delle luci. Tutte cose che solo un pittore nel pieno possesso degli strumenti tecnici e linguistici di quell' arte può possedere con altrettanta sicurezza. Non a caso Comiso, la sua città natale, ha prodotto artisti e letterati di assai alta estrazione (da Fiume a Gesualdo Bufalino, per andare in ordine di tempo) e non a caso egli vive in quella Vittoria - siamo sempre in provincia di Ragusa - dove l'arte vien tenuta in gran conto (Giovanni Conservo, lo scultore figlio d'arte, è la riprova, come pure lo scultore Di Modica che eseguì il Toro posto davanti a Wall Street a New York).

Ma poiché Baglieri pensa con la sua testa, fa di testa sua anche la propria pittura. (...) Il pittore sociale, che con qualche ingenuità scopriva le sue intenzioni qualche anno fa, si è raffinato, si è fatto meno polemico e più essenziale, il narratore ha acquisito maggiore scioltezza e abilità. (...) Un artista, dunque, Gino Baglieri, da tener d'occhio per quello che è oggi e per quello che potrà essere domani. Ma da considerare con molta serietà, poiché il suo impegno non ha nulla di provvisorio e le sue capacità si temprano quotidianamente in quella sacra fucina che è il lavoro. (L'impegno civile e umano della pittura di Gino Baglieri, di Mario Monteverdi)

Gino Baglieri vive e lavora nella città di Vittoria (Ragusa) dove ha lo studio. Appena quattordicenne, vince il terzo premio nel concorso di ceramica, l'opera è esposta nel Museo della ceramica di Faenza. Comincia ad esporre nel 1981, partecipando in seguito a varie esposizioni in diverse città italiane, riscuotendo innumerevoli riconoscimenti e consensi, e incontrando i favori di collezionisti e critici, uomini di cultura e artisti. Dal 2007 ad oggi espone con successo le sue opere a Parigi presso Le Gallerie Art Et Miss-Le Monde-Joseph. Sue opere sono presenti presso il Museo di Faenza (Ravenna) e il Museo di Arte Contemporanea di Senhur Do Bonfim Bahia (Argentina). E' stato ideatore, promotore e organizzatore di ben quattro edizioni della Biennale d'Arte Siciliana e cinque edizioni di Vittoriane. (Comunicato stampa)




Opera di Bruno Biondi dalla mostra Le stanze verticali Bruno Biondi: Le stanze verticali
termina il 24 gennaio 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 - Milano

Quanto l'arte possa essere taumaturgica è insondabile, ma è certo che sia profondamente possibile, veritiero e soprattutto necessario. Riuscire ad esorcizzare le proprie paure interiori, i propri fantasmi inconsci, le proprie tensioni emotive e psichiche; esternandole con l'ausilio della creatività è possibile. Bruno Biondi riesce a fare tutto questo nei suoi quadri: impattanti, intensi e carichi di atmosfere che oscillano dal cupo del buio dell'anima - di quella parte più nascosta del nostro inconscio - sino all'intento anelante di volersi avvicinare a quella luce che troppo spesso è stata spenta dagli accadimenti della vita.

Spesso le tonalità di grigi e neri fanno da "padroni" nelle opere di Bruno Biondi mentre le cromie chiare - metafora di quel lato illuminato presente in ognuno di noi - sono di riflesso meno presenti ma vogliono emergere... ad ogni costo. Segni incisi o disegnati e dipinti troneggiano orizzontalmente ma assai più verticalmente; scorticano la tavola lignea, affondano il segno nella tela e si mostrano a noi quasi come cicatrici dell'anima; come portali che secondo una tridimensionalità virtuale ambiscono a portarci nell'"Oltre"...

L' artista sceglie dunque volutamente di condividere con noi le sue emozioni più inconsce, il suo vissuto psicologico, i suoi traumi... l'essere. Nondimeno ci porta per mano verso tele che si paventano davanti a noi con textures simili a rifrazioni verticali, dove il colore ha un'imprimitura differente alla base e si palesa con accenni di bruni che echeggiano i colori delle terre. Gli spazi simbolici che incontriamo nei lavori di Bruno Biondi sono a volte privi di aria e pieni di quella solitudine e di quell'ossessività compulsiva che dipinge - usando tecniche miste - con sentore espressionista e dunque istintivo. Essi abbondano dell' espressione di una concettualità che denota un segno primitivo, analitico ma che consente una moltitudine di letture dell'opera.

La linea retta dell'universo di Bruno Biondi è una poetica insita nel suo grafismo, tende più spesso verso l'alto (verticale) che non verso est o ovest (orizzontale); e questo fa riflettere alla voglia, al desiderio dell'artista di poter spiccare verso l'alto, sublimando le proprie emozioni positive e cercando di distaccarsi dai mondi degli stati vitali più bassi. Ecco dunque perché associo questi quadri a delle "stanze verticali" ma mentali, a dei luoghi onirici che dominano la mente ma che l'artista desidera poter dominare; come se personificassero il luogo dove un regista teatrale - l'artista -, riesce a scrutare da dietro la quinta scenica, a regolare, a dirigere e infine a decidere quale sarà la trama, quale sarà il finale. Mostra a cura di Massimiliano Bisazza. (Comunicato stampa)




Dominik Uhlír - Inspired by the contours of lake and mountain, Flip is silicone bowl/container which can be easily reshaped with simply flipping its edge or top. Customise to your current need in the kitchen and create bowl to serve soups, sauces, desserts and fruits or use it as a lid covering food to prevent spoiling. Keep it in room as container for things you need around - keys, glasses, USB, pencils and hide those you don't. Flip its edge and use it as a phone, tablet or book holder. Possible to flatpack, it doesn't take nearly any space. Light weighted, you can take it wherever you want. Eco-friendly, food-grade silicone object is easy and cheap to produce by moulding into form. Flip is an original piece of tableware you will be proud to have on your shelf. Opera di Ena Priselec Waterline XII
Concorso internazionale di design - 12esima edizione
Ena Priselec (Croazia) e Dominik Uhlír (Repubblica Ceca) vincono il Premio Gillo Dorfles 2016

www.triestecontemporanea.it

Vittoria ex aequo del Primo Premio Gillo Dorfles da parte di Ena Priselec e Dominik Uhlír. Waterline è stata la terza ideale tappa di una serie di edizioni di questo concorso biennale accomunate da un particolare tipo di ricerca legata alla storia e al territorio. Con Double Track nel 2012 era iniziata una staordinaria mappatura di oggetti del recente passato, di uso quotidiano, di design anonimo del Centro Est Europa, dai quali i progettisti sono partiti per disegnare un nuovo oggetto (o dare nuova vita a quello vecchio). Due anni dopo con Map Pin la mappatura è continuata, con le puntine sulla carta geografica a segnalare beni culturali, artistici, materiali o immateriali, per i quali i partecipanti hanno realizzato kit turistici d'autore. E per finire nel 2016, con Waterline, l'attenzione è stata dedicata a una nuova idea e un oggetto sulla vita, il lavoro e lo svago sull'acqua in Europa.

L'acqua è una risorsa fondamentale. Una vasta serie di attività umana - riguardanti sia il lavoro che lo svago - coinvolgono l'acqua. L'Europa è circondata dal mare ed è disseminata di fiumi e laghi. Questo elemento naturale è inestricabilmente legato alla vita dell'uomo europea ed ha un ruolo sia di unione che di separazione economica e geopolitica. I mezzi di navigazione commerciale e di diporto, gli strumenti e le costruzioni utilizzate per svolgere attività che coinvolgono l'acqua, fanno parte di un importante comparto produttivo che, sempre più, deve rispondere in maniera specializzata alle vecchie e nuove richieste di questo settore.

La giovane designer croata sceglie di partire dalla šterna, una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana, molto diffusa nelle città costiere e insulari della Croazia. Situate nella piazza principale, le cisterne sono state il luogo simbolico della vita sociale di questi piccoli centri, punto di effettivo risparmio e condivisione di una risorsa vitale e preziosa come l'acqua. Da questa antica usanza la Priselec disegna un oggetto per la casa, che nella forma ricorda un tradizionale secchio. Il progetto vincitore aggiunge alla funzione di raccogliere l'acqua quella di purificarla con uno speciale filtro. Radicato nella tradizione, è dunque un invito al risparmio e alla consapevolezza delle limitate risorse naturali, al riuso intelligente e alla condivisione.

Il progettista ceco individua come punto di partenza del suo progetto l'impianto idroelettrico di Dlouhe Strane, in Moravia: una centrale con sistema di pompaggio e un lago artificiale di 15 ettari situato a 1.350 metri sul livello del mare. Il luogo è una straordinaria commistione di bellezza naturale e archeologia industriale ed è la fonte di ispirazione "acquatica" per l'oggetto finale che ha vinto il Premio Dorfles. La forma del lago, con i contorni delineati sulla cima tronca della montagna, molto caratteristica e facilmente riconoscibile, si presta come originale ispirazione per un oggetto d'uso contemporaneo. Una ciotola/contenitore in silicone che si può facilmente adattare a diversi usi capovolgendone la base o la punta. (Comunicato stampa)

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Mostre sui Balcani




Immagine dalla mostra Attraversare il tempo sospeso, di Teresa Pollidori Teresa Pollidori: "Attraversare il tempo sospeso"
termina il 27 gennaio 2016
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

Primo appuntamento di "Spazio Aperto 2017" ciclo di quattro mostre in cui l'associazione culturale Fuori Centro invita gallerie e critici a segnalare ambiti di ricerca in cui delineare i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nelle multiformi esperienze legate alla sperimentazione. La serie di lavori che, Teresa Pollidori ha realizzato per questa nuova personale, rappresenta il punto di arrivo di una ricerca avviata da poco più di un decennio, in cui l'interesse si è concentrato programmaticamente sull'indagine di spazi esplorati con l'obiettivo fotografico.

Lo scatto poi è rielaborato attraverso un complesso processo di scomposizione e ricomposizione, in cui l'artista sottrae e aggiunge, rilegge e trasforma, con una metodologia operativa di matrice pittorica, sebbene inevitabilmente digitalizzata, per restituire l'immagine completamente artefatta, frutto di una articolata elaborazione mentale. Tutto, infatti, appare sospeso in un'atmosfera metafisica, che cancellata ogni spontaneità scava silenziosamente la familiarità di uno spazio vissuto, fino a lasciare emergere un inaspettato spaesamento, una sottile inospitalità che in principio non erano percepibili. (Comunicato stampa)




Giovanna Bolognini in una foto di Mario Cresci Giovanna Bolognini
Camminare sul sentiero del filo


31 gennaio (inaugurazione ore 18.30) - 18 febbraio 2017
Galleria Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra di Giovanna Bolognini (Volpera di Mapello, Bergamo), a cura di Marcella Cattaneo, raccoglie una decina di sculture in fil di ferro e 14 disegni su carta lavorata del tutto inediti. Le sculture realizzate dalla Bolognini tra il 2010 e il 2016, si impongono nello spazio per quella peculiarità tipica del suo linguaggio, fatta di contrasti, tra una materia in continuo dialogo con lo spazio, in una osmosi vitalistica, e le asperità dei suoi fili che si ritorcono su se stessi fino a svelare la forma plastica ultima. Per lo più di piccolo formato, la selezione qui proposta si contraddistingue anche per la pluralità di tipologie rappresentate, dove accanto a sculture a tutto tondo, troviamo delle prime versioni finite in bozzetto, delle formelle molto suggestive nel loro travalicare il concetto stesso di quadro-scultura e opere di notevole dimensione come Specchio delle brame, dove il piacevole ricordo fantastico del titolo stride nel groviglio di steli terminanti in rovesciati cerchi concentrici.

La nuova serie di disegni su carta mostra una libertà formale del tutto nuova nell'indagine di Giovanna Bolognini. La ricerca su Semplesso, questo il titolo di questa nuova produzione, prende il via dal racconto tra il disegno di una forma nera, definita al suo interno da un grafismo, tipico, questo invece del lessico della scultrice, e il suo avanzare sul supporto cartaceo poroso, che si fa esso stesso superficie scultorea, nel suo procedere per nodosità. Una mostra calibrata che dà ben la misura della personalità dell'artista Giovanna Bolognini, una delle poche voci femminili che ancora narrano di scultura. Giovanna Bolognini ha frequentato l'Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo (1980-1983) e l'Accademia di Belle Arti di Brera, Milano (1991-1994). Importanti opere dell'artista sono conservate presso le seguenti istituzioni: Gamec di Bergamo, Musma di Matera; Museo della Scultura Contemporanea di Gubbio, Fondazione Vaf, Mart di Rovereto. Catalogo in galleria con testo di Marcella Cattaneo. (Comunicato stampa)

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Giuseppe Fossati: Nel corpo denso della materia
termina il 28 gennaio 2017
Galleria Cortina - Milano
Presentazione mostra




La Raccolta Salce
www.studioesseci.net

La più importante raccolta del settore in Italia e in Europa, che divide il primato con il parigino Musée de la Publicité (oggi Museé des arts décoratives), ha trovato collocazione in due antichi spazi nel cuore di Treviso. Si tratta della medievale Chiesa di Santa Margherita e dell'edificio comunicante con la Chiesa di San Gaetano. Nella prima delle due, la chiesa di Santa Margherita, stanno trovando collocazione, in grandi cassettiere tecnologiche, i 24.580 manifesti raccolti da Nando Salce e dalla moglie Regina Gregory. E, accanto ad essi, i laboratori scientifici indispensabili per garantire la loro perfetta conservazione e manutenzione.

"Naturalmente questi ambienti sono stati pensati per la conservazione e non per una fruizione pubblica allargata, chiarisce Marta Mazza, direttore del nuovo Museo Statale Collezione Salce. "Per ovvi motivi di conservazione e gestione l'accesso diretto a questo grande deposito sarà limitato agli studiosi. Tuttavia ciò che non può essere fisicamente messo a disposizione del pubblico, viene integralmente posto a disposizione di tutti, accedendo al sito www.collezionesalce.beniculturali.it dove vengono proposte le immagini di tutti i 24.580 nostri manifesti. A regime, a fine 2018, in Santa Margherita potrà essere ricavato anche uno spazio ulteriore per esposizioni dedicate."

Dall'8 aprile sarà invece aperto al pubblico l'importate spazio per mostre temporanee del Museo Salce, ricavato dallo storico immobile annesso alla Chiesa di San Gaetano, già Chiesa dei Cavalieri Templari con il titolo di San Giovanni al Tempio. Questi ambienti sono pronti ad accogliere mostre dedicate alla Collezione che, con ogni 4 mesi ne illustreranno una sezione, un tema o un autore. I 4 mesi previsti per ciascuna mostra costituiscono il tempo massimo previsto dai protocolli di conservazione di questi preziosi e fragili materiali cartacei.

Per l'apertura degli spazi museali di San Gaetano prevista la prima di tre successive mostre di un ciclo denominato "Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce". La mostra di apertura darà conto, per capolavori assoluti, della parte più antica della Raccolta, quella dedicata alla "La Belle Epoque". Le mostre successive riguarderanno i manifesti del periodo "Tra le due guerre" e, infine, "Dal secondo dopoguerra al 1962". In modo da offrire, nell'arco di un anno, un excursus, sia pure di estrema sintesi, nel percorso temporale della magnifica Collezione che accoglie manifesti datati tra il 1885 e il 1962.

Nel 1895, fu l'immagine di una procace donnina che campeggiava, per opera di Giovanni Maria Mataloni, nel manifesto della "Società Anonima Incandescenza a Gas" a colpire Nando. Che, al prezzo di una lira, riuscì ad ottenere dall'attacchino comunale l'agognata immagine. Era l'inizio di una passione che lo avrebbe portato, anche con l'aiuto della moglie Regina Gregory, ad accumulare nella loro casa migliaia di manifesti. Nemmeno Nando riusciva a conoscere il numero dei pezzi da lui raccolti, tanto che l'inventario effettuato dopo il suo lascito della Collezione al Ministero li ha quantificati in poco meno di 25 mila, il doppio di quanto il collezionista supponesse. Ma a colpire della Collezione Salce non è solo il dato quantitativo, oggettivamente strabiliante per una singola collezione privata, bensì sopratutto quello qualitativo.

Per questa sua passione Nando volle essere affiancato anche di esperti al massimo livello, creando una rete di rapporti che gli garantirono il meglio di quanto veniva proposto in Italia (ma non solo) nel settore della grafica pubblicitaria. Così come riuscì a intessere rapporti di collaborazione con editori e tipografi specializzati nel ramo pubblicitario (Wild e Tensi di Milano, Alessandro Marzi di Roma, Salomone di Roma, Chappuis di Bologna, Ricordi di Milano, Cassan di Tolosa, Hirth's Verlag e Bruckmann di Monaco di Baviera), con le ditte e le aziende committenti, con gli stessi cartellonisti (del Mataloni, l'autore del primo manifesto collezionato, rimase ammiratore fedele, al punto da commissionargli il disegno della sua carta intestata), con gallerie specializzate (Sagot di Parigi).

A 55 anni dalla scomparsa del collezionista e dal sua lascito, la Collezione ha trovato una collocazione consona, dopo essere stata ospitata in modo provvisorio in diverse sedi, tra cui i Civici Musei di Treviso. Tutti i 24580 manifesti Salce sono stati catalogati e fotografati e, con l'apertura del Museo, saranno disponibili anche on line. Tappe di un progetto organico che ha consentito di assicurare loro una "casa" definita e che segna un momento importante per la valorizzazione pubblica di questo immenso, affascinate patrimonio. Che non riguarda solo la storia della comunicazione ma anche quasi un secolo di storia del costume dell'Italia e degli italiani". (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Festività con l'Arte
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Le occasioni per passare delle "Festività con l'Arte" non mancano, dal Nord al Sud d'Italia ma anche in Svizzera, e, per chi si trovasse in quel Paese, anche in Giappone. Dalla Sicilia per risalire alla Svizzera. Muybridge Recall è il titolo della originale mostra che sino al 19 febbraio è allestita ad Acireale, alla Galleria Credito Siciliano. "Le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo". A scriverlo fu Paul Valéry riconoscendo l'importanza di Eadweard Muybridge (1830 - 1904), il fotografo che "inventò" il movimento, influenzando con le sue immagini Degas e gli artisti del suo tempo e anticipando la nascita del cinema. Dalla Sicilia alla Sardegna.

Dove il Man di Nuoro propone, sino al 5 febbraio, Soggettivo - Primordiale. Un percorso nell'espressionismo tedesco attraverso le collezioni dell'Osthaus Museum di Hagen. In mostra gli artisti che si riconoscevano in sodalizi come il "Die Brücke" (Il ponte) o "Der Blaue Reiter" (Il Cavaliere Azzurro). Rivoluzionari dell'arte e del pensiero che in una Germania stretta tra il conservatorismo della politica imperiale e la crescita di una nuova cultura di massa, trovarono riferimento nei valori dell'individualismo e del primordio, alla ricerca di esperienze di vita autentiche e originali. In Umbria, a Perugia un triplo appuntamento. Con L'Umbria sullo Schermo, sino al 15 gennaio in Palazzo Baldeschi al Corso. Doppio l'appuntamento, sino la 22 gennaio, in Palazzo Lippi Alessandri.

Con la doppia mostra I Tesori della Fondazione Cassa di Risparmio. La selezione propone oltre 50 importanti dipinti rappresentativi non solo delle esperienze artistiche che si affermano in Umbria nell'arco di quattro secoli, dal Trecento al Settecento, ma anche di altri aspetti della cultura figurativa italiana dal Rinascimento al Barocco. E, parallelamente, il medesimo spazio espositivo accoglie la mostra dedicata al caravaggismo nelle collezioni perugine. In Toscana, doppio anche l'invito a Viareggio. In Villa Argentina, sino all'8 gennaio, epea - European Photo Exhibition Award. "Confini sfuggenti": per la prima volta a Viareggio la palestra europea della fotografia. Il lavoro di 12 fotografi che hanno percorso l'Europa, per interpretarne, con i loro scatti, i cambiamenti più profondi, secondo il tema "Confini sfuggenti".

Una collettiva che raccoglie centinaia di immagini capaci di focalizzare l'evoluzione dei territori europei. Una mostra che giunge a Viareggio dopo la "prima" alla Fondazione Gulbenkian a Parigi, per poi approdare ad Amburgo e Oslo. E Il tempo di Signorini e De Nittis. L'Ottocento aperto al Mondo nelle Collezioni Borgiotti e Piceni, sino al 26 febbraio alla Fondazione Matteucci per l'Arte Moderna. A confronto i magnifici De Nittis, Zandomeneghi e Boldini con opere non meno superbe di Signorini, Lega e degli altri protagonisti del momento macchiaiolo. E' il racconto per immagini della "singolar tenzone" intellettuale e artistica che intercorse tra due straordinari collezionisti milanesi: Enrico Piceni e Mario Borgiotti. Diversi gli appuntamenti in Emilia Romagna. A Bologna, al Museo Morandi, Ennio Morlotti. Dalla collezione Merlini al Museo Morandi, sino all'8 gennaio.

Al Museo Morandi di Bologna, tra due protagonisti dell'arte italiana del Novecento. Un confronto che trova ragione nella stima di Morandi per il più giovane Morlotti che, a sua volta, riconosceva in Morandi un suo maestro. A rendere possibile questo confronto, le opere del Museo Morandi vis a vis con i bellissimi Morlotti della Collezione Merlini. Nella vicina Ferrara, la vedette è Orlando Furioso 500 Anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi, ai Diamanti sino a 29 gennaio. Qui si viene condotti in un appassionante viaggio nell'universo ariostesco, tra immagini di battaglie e tornei, cavalieri e amori, desideri e magie. Tappe i capolavori dei più grandi artisti del periodo, da Paolo Uccello ad Andrea Mantegna, da Leonardo a Raffaello, da Tiziano a Dosso Dossi: creazioni straordinarie che fanno rivivere il fantastico mondo cavalleresco del Furioso e dei suoi paladini, offrendo al contempo un suggestivo spaccato dell'Italia delle corti di cui è espressione il capolavoro dell'Ariosto.

Sempre a Ferrara, da non dimenticare il nuovo allestimenti in Castello dei capolavori di de Pisis, Boldini, Previati e Mentessi delle civiche raccolte. A Reggio Emilia, in Palazzo Magnani sino al 14 febbraio, Reggio Emilia, Palazzo Magnani Liberty in Italia. Artisti alla ricerca del Moderno. 300 opere, in gran parte inedite, per raccontare in modo nuovo il Liberty italiano. La sua anima più propriamente floreale e quella "modernista", più inquieta e vicina a influenze europee. Che porterà, da lì a poco, alle ricerche delle avanguardie e allo sviluppo in chiave più stilizzata ed essenziale del linguaggio decorativo. Ricco di proposte anche il Veneto. Cominciamo da Venezia, dove hanno ancora un sapore di fresco le nuove sale dell'Ala Palladiana delle Gallerie dell'Accademia.

Sette nuove sale, allestite nell'ala del convento dei Canonici Lateranensi disegnata da Andrea Palladio, ospitano i protagonisti dell'arte veneziana e veneta tra Sette e Ottocento. Sebastiano Ricci, Rosalba Carriera, Canaletto, Bellotto e Guardi, Hayez, tra i tanti. Ma soprattutto Antonio Canova cui sono riservati gli spazi della luminosa galleria e il celebre Tablino. A Rovigo, I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d'avanguardia, sino al 14 gennaio in Palazzo Roverella. Un centinaio di opere, molte conosciute, altre da scoprire, quattro grandi "isole" e tanto, tanto colore. Storie di artisti in fuga, da città, da legami, da loro stessi, in molti casi. Che trovano rifugio in riva al mare, quello potente della Manica o quello dolce e casalingo della Laguna veneziana. Quasi fossero alla ricerca del valore purificatore dell'acqua e degli elementi naturali.

Nella vicina Fratta Polesine, al Museo Nazionale Archeologico sino al 26 febbraio, Storia del Profumo, Profumo della Storia. Chissà se la Storia sarebbe stata la stessa nel caso in cui Cleopatra non avesse usato i suoi mitici unguenti profumati! In mostra tremila anni di profumi, attraverso i loro contenitori: da quelli dell'età greca e romana ai marchi della grande profumeria planetaria di oggi. Insieme a oggetti, libri, antichi formulari e farmacopee, strumenti multimediali. Oltre a esperienze sensoriali. All'insegna del "divertimento", la proposta di Padova dove, al San Gaetano, sino al 26 febbraio, c'è Godzil-Land. Un viaggio fantastico dal Mondo Perduto a Jurassic Park. I dinosauri sono diventati una costante culturale del nostro tempo. La fantascienza li ha resi protagonisti di storie indimenticabili.

Treviso cala molte, notevoli proposte. Innanzitutto Storie dell'Impressionismo. I grandi protagonisti da Monet a Renoir, da Van Gogh a Gauguin, sino al 17 aprile, al Museo di Santa Caterina. 140 opere, quasi tutti dipinti, ma anche fotografie e incisioni a colori su legno, per raccontare, come prima mai fatto in Italia, le varie storie dell'impressionismo. Opere, spesso capolavori, provenienti da musei e grandi collezione di mezzo mondo. Sempre a Santa Caterina, Tiziano Rubens Rembrandt. L'immagine femminile tra Cinquecento e Seicento. Tre capolavori dalla Scottish National Gallery di Edimburgo. Sono la Venere che sorge dal mare di Tiziano, il Banchetto di Erode di Rubens e Una donna nel letto di Rembrandt, concessi dalla Scottish National Gallery e offerti da Marco Goldin ai visitatori della grande mostra sulla Storia dell'Impressionismo, per festeggiare insieme i primi 20 anni di "Linea d'ombra".

Ancora in Santa Caterina Da Guttuso a Vedova a Schifano. Il filo della pittura in Italia nel secondo Novecento. Guttuso, Afro, Music, Turcato, Zigaina,Tancredi, Ferroni, Vedova, Guccione, Novelli, Schifano, Ruggeri, Morlotti, Scialoja, Birolli, Pizzinato, Dorazio, Vespignani, Bendini, Francese, Olivieri, Sarnari, Ruggero Savinio, Lavagnino. sono solo alcuni dei 55 artisti che Marco Goldin ha riunito per raccontare 55 anni di storia della pittura in Italia. Sempre a Treviso e sempre tra le iniziative collaterali alla grande mostra sull'Impressionismo, in Palazzo Giacomelli De Pictura. 12 pittori in Italia. Claudio Olivieri, Claudio Verna, Mario Raciti, Pier Luigi Lavagnino, Attilio Forgioli, Ruggero Savinio, Franco Sarnari, Piero Guccione, Piero Vignozzi, Gianfranco Ferroni.

Sono i 12 artisti riuniti da Marco Goldin a Palazzo Giacomelli, a vent'anni dal loro primo incontro a Palazzo Sarcinelli. Con in più un omaggio a Vincenzo Nucci, ad un anno dalla morte. I vent'anni di "Linea d'ombra" sono celebrati anche a Conegliano, Palazzo Sarcinelli, con Ode alla pittura sino all'8 gennaio. Nei suoi 15 anni di direzione di Palazzo Sarcinelli (1988 - 2002), Marco Goldin ha proposto ben 75 mostre. Che hanno fatto della sede espositiva coneglianese uno dei maggiori punti di riferimento italiani per la pittura contemporanea. La direzione di Goldin ha stimolato la donazione alle Collezioni stabili del Palazzo di quasi 200 opere. La mostra propone una selezione di 107, per delineare un percorso culturale e critico unico in Italia per unitarietà e livello.

Su altro registro, a Treviso in Fondazione Benetton, La geografia serve a fare la guerra? Mappe e arte in mostra sino al 19 febbraio. Ma è proprio vero che La geografia serve a fare la guerra? Certo, senza geografia le guerre non sarebbero nemmeno immaginabili, ma a fare la guerra è sempre l'uomo che per raggiungere i suoi obiettivi è disposto a utilizzare tutti i saperi disponibili come quelli della fisica, della chimica, della geometria o della matematica. E, naturalmente, anche la geografia. Molti e diversi anche gli appuntamenti di Vicenza. A cominciare da Andrea Palladio. Il mistero del volto, sino al 4 giugno al Palladio Museum. La vicenda potrebbe piacere a Dan Brown. Nessuno può dire che aspetto avesse Palladio, il più conosciuto architetto degli ultimi cinque secoli. Guido Beltramini conduce il visitatore nei meandri di una storia che si è fatta leggenda, tra falsificazioni, equivoci e colpi di scena. Giungendo ad una verità che riporta, non a caso, a Erasmo da Rotterdam.

Diverse e importanti le iniziative intorno alla riapertura di Palazzo Chiericati come nuova e più ampia sede della notevole Pinacoteca Civica. Innanzitutto da ammirare sono le sale ricchissime di opere proposte in un allestimento di grande eleganza. Poi, negli ambienti sotterranei, le antiche cucine del Palazzo, la mostra Ferro, Fuoco, Sangue. Vivere la Grande Guerra, sino al 26. Questa è una mostra di emozioni, di verità che fanno realmente "Vivere la Grande Guerra". E' una mostra che ti sommerge, inquieta, che non lascia indifferenti perché trasforma una "epopea," conosciuta dai più solo attraverso i libri di storia, in quello che la guerra in realtà fu: "Ferro, Fuoco e Sangue". Dallo stesso Chiericati, dove è esposto in una mostra dossier il Cristo crocifisso, parte di un itinerario dedicato a Giovanni Bellini.

Itinerario che conduce ad ammirare il Battesimo di Cristo in Santa Corona e, alle Gallerie d'Italia - Palazzo Leoni Montanari, la Trasfigurazione che sino al '600 era in Cattedrale, capolavoro che torna, Ospite Illustre", per la prima volta a Vicenza. Un percorso che esalta il ruolo di primo pittore italiano avuto dal Bellini al suo tempo. In Lombardia, a Milano, al Museo di Storia Naturale sino al 30 aprile, Terremoti. Origini, storie e segreti dei movimenti della Terra. A Cremona, al Museo del Violino sono al 29 gennaio, Janello Torriani. Genio del Rinascimento. Riuscì ad affascinare i due più potenti Sovrani del suo tempo, Carlo V e suo figlio Filippo II, che lo vollero al loro fianco, considerandolo un genio come per noi oggi è Leonardo da Vinci. A differenza di Leonardo, Janello Torriani non sapeva dipingere, non era un intellettuale, eppure le sue grosse mani da fabbro seppero creare meraviglie che tutta l'Europa ambiva.

In Piemonte, il grande appuntamento è con Futurballa, sino al 27 febbraio ad Alba alla Fondazione Piera Pietro e Giovanni Ferrero. Grandi prestiti internazionali, molte opere mai prima viste in Italia, per raccontare Giacomo Balla. Dall'apprendistato torinese al realismo sociale, alla sperimentazione della tecnica divisionista al grande momento futurista. In Svizzera, davvero straordinaria è la mostra Legni preziosi. Sculture, busti, reliquiari e tabernacoli dal Medioevo al Settecento, a Rancate (Mendrisio) alla Pinacoteca cantonale Giovanni Züst sino al 22 gennaio. Una materia povera, il legno, diventa capolavoro d'arte nelle mani di chi sa trasformalo in un oggetto di culto, di devozione e di piacere anche solo estetico.

Le opere dei grandi maestri italiani, svizzeri ed europei, tra Medio Evo e Settecento sono per la prima volta riunite in una affascinante mostra. Allestita da Mario Botta. Dalla Svizzera al lontano Giappone dove, sino al 15 gennaio, il National Art Center di Tokyo e il National Museum of Art di Osaka propongono, grazie alla collaborazione delle Gallerie dell'Accademia, la più imponente mostra sull'arte veneziana mai ammirata in Giappone. Venetian Renaissance Paintings from the Gallerie dell'Accademia, Venice è l'evento clou delle manifestazioni culturali organizzate per celebrare il Centocinquantesimo anniversario del Trattato di Amicizia e di Commercio siglato nel 1866 da Giappone e Italia. (Comunicato stampa Studio Esseci)

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Liberty in Italia: Artisti alla ricerca del Moderno
termina il 14 febbraio 2017c Palazzo Magnani - Reggio Emilia
Presentazione

Soggettivo primordiale
Un percorso nell'Espressionismo tedesco attraverso le collezioni dell'Osthaus Museum di Hagen

termina lo 05 febbraio 2017
Museo MAN - Nuoro
Presentazione

La geografia serve a fare la guerra?
Representation of human beings

termina il 19 febbraio 2017
Fondazione Benetton Studi Ricerche - Treviso
Presentazione

Legni preziosi
Sculture, busti, reliquiari e tabernacoli dal Medioevo al Settecento

termina il 22 gennaio 2017
Pinacoteca Züst - Rancate (Mendrisio - Canton Ticino, Svizzera)
Presentazione





Immagine dalla mostra Origines - Made in Mel - Dai Veneti Antichi a Enrico T. De Paris Origines - Made in Mel
Dai Veneti Antichi a Enrico T. De Paris


termina il 12 marzo 2017
Palazzo delle Contesse - Mel (Belluno)

La mostra, curata da Paola Brunello, responsabile del Museo Civico Archeologico di Mel e da Andrea Robassa, presidente dell'associazione "Il Feudo", presenta un percorso storico-artistico che parte - come una sorta di "macchina del tempo" - dalle antiche popolazioni venete per arrivare sino all'artista contemporaneo Enrico T. De Paris (Mel, 1960; vive e lavora Torino) attraverso reperti archeologici, documenti, fotografie, dipinti e installazioni.

Il titolo esprime il dinamismo di un percorso, dall'antico al futuro, a partire dalle lingue utilizzate: il latino, passato ma base della nostra civiltà e del nostro idioma e l'inglese, presente, futuro e globale. Mel contiene entrambi gli elementi con la sua storia che viaggia dai Veneti Antichi, passato ma di assoluta attualità con il nuovo museo che parte proprio dall'antico utilizzando le tecnologie moderne, fino a Enrico T. De Paris, artista internazionale partito proprio da Mel, che fa della multimedialità e della tecnologia il veicolo della propria creatività. In mezzo, in un cerchio, più che in una linea, tutti gli zumellesi che nei secoli, con le loro opere, hanno creato l'orgoglio di appartenere a questo paese incastonato nella valle del Piave e colmo di storia anche nei suoi edifici.

La mostra vuole essere un palcoscenico aperto nel tempo, i cui protagonisti possono essere scomparsi da anni, secoli o millenni o assolutamente attuali e futuri, ma con un unico fine, a volte palese, altre nascosto, altre ancora scoperto dallo spettatore: valorizzare un paese attraverso i propri manufatti, i propri quadri, le proprie opere, a volte inedite, che proprio in questa mostra stupiranno il visitatore che scopre Mel per la prima volta e riempiranno di orgoglio il cittadino zumellese. Orgoglio, ma non autocelebrazione. Mostrare, ma non esibire. "Si usano gli specchi per guardarsi il viso e si usa l'arte per guardarsi l'anima" (G.B. Shaw). Un percorso interiore da cui uscire più ricchi, nutriti da quanto il passato, anche recente, ci ha dato, attraverso la personalità, l'arte, la creatività, il genio dei cittadini zumellesi nel tempo.

Una mostra nata per celebrare i venti anni del Museo Civico Archeologico, che, nato in punta di piedi proprio nell'ottica di aprire un porta verso il passato e valorizzare quei piccoli tesori che la storia ha saputo conservare dall'epoca dei Veneti Antichi, ha saputo con la modestia dei piccoli passi ma con l'orgoglio e l'impegno di tutte le persone che vi hanno dedicato il loro tempo, arrivare fino ad oggi, arricchendo il paese di Mel con manifestazioni, mostre e conferenze e lanciare il nuovo allestimento per le generazioni future. (Comunicato stampa)




Marc Didou - Anamorfosi 4 - acciaio corten cm.75x60 2013 Pars Oculi
termina il 25 gennaio 2017
Biblioteca del Daverio - Milano

In esposizione, a cura di Philippe Daverio, Elena Maria Gregori Daverio e Marco Teseo, le opere di Marc Didou, artista francese, che da anni lavora sull'anamorfosi, sulle illusioni ottiche, sui giochi di luce e di prospettiva. Con un corpus di oltre 20 sculture, accompagnate da disegni e bozzetti, i suoi lavori uniscono il concettuale al figurativo, l'antico al moderno, offrendo allo spettatore la possibilità di interrogarsi sull'essere e l'apparire, sul reale e sul virtuale. Proprio attraverso distorsioni anamorfiche, infatti, i soggetti vengono parzialmente celati e ne è possibile il riconoscimento solo guardando la rappresentazione da una posizione precisa.

La ricerca di Marc Didou è molto innovativa, orientata all'utilizzo di nuove tecnologie, attenta al processo di decostruzione - soprattutto del corpo umano - e unisce alle potenzialità espressive della scultura, quelle del linguaggio scientifico e nello specifico della tomografia a risonanza magnetica (Rmt). Si crea di conseguenza un dialogo tra i materiali, quali ferro, bronzo, marmo, legno e imaging radiologico o dati informatici che divengono parte integrante per la realizzazione delle opere, estremamente bilanciate e armoniche. Molto significativo è l'intervento sulla mostra di Philippe Daverio: "Pars oculi. L'occhio vuole la sua parte. Questo lo sanno tutti ma Marc Didou lo sa più degli altri, il suo occhio non serve solo a guardare ma serve ad utilizzare l'intelligenza per vedere.

Ed è così diventato pacifico per lui riscoprire quella tecnica curiosa che generò la curiosità dei curiosi: l'anamorfico. Ne andavano ghiotti gli umanisti cinquecenteschi che avevano deciso di superare la prospettiva puntuale del Brunelleschi e il bifocalismo intuitivo di Leonardo, era nata allora la passione per i corpi ottici trasparenti o riflettenti che consentivano di ricomporre con il senso fisico della terza dimensione l'immagine piatta. Una rivoluzione. Hans Holbein ne diede un esempio straordinario con il suo dipinto degli ambasciatori del 1533 dove questi uomini coltissimi s'appoggiano ad uno scaffale che raccoglie strumenti tecnici geofisici e musicali, secondo la miglior tradizione scolastica del quadrivio cioè l'aritmetica la geometria l'astronomia e la musica. Marc Didou ripercorre oggi una strada analoga e la rinnova. Corre all'opposto di Holbein: all'aritmetica sostituisce il computer, alla geometria la restituzione plastica dell'immagine che si fa oggetto. Il tutto porta in un'armonia musicale che sembra aprire la mente alle dimensioni del cosmo. E l'artifizio diventa opera. E il guardare diventa vedere. E il vedere diventa sorpresa. E la sorpresa apre la mente alle magie della fantasia".

Marc Didou (Brest, 1963) frequenta la Scuola Superiore delle Belle Arti, nel 1987 consegue un diploma di laurea in Espressione plastica e inizia a lavorare l'acciaio. Realizza le sue prime sculture in ferro battuto nel 1988. Numerose sono le sue mostre internazionali in spazi pubblici e privati. Espone la sua prima personale presso il Museo delle Belle Arti di Brest nel 1991. I suoi lavori sono esposti da diverse istituzioni d'arte in Italia fra cui il Museo d'arte contemporanea Villa Croce a Genova. Nel 2005 inaugura a Torino la scultura sonora "Eco", collocata nel settore della Mole Antonelliana. Espone nel 2007 nel Regno Unito alla Queen's University di Belfast. Nel 2015 partecipa al progetto "L'art au fil de la Rance" presso la cittadina francese di Plouër sur Rance e al festival "Lieux Mouvants" di Lanrivain. Nel 2016 partecipa alla collettiva presso la Galerie Eulenspiegel di Basilea e la Galerie de Rohan di Landerneau lo accoglie con una personale. (Comunicato stampa Irma Bianchi Comunicazione)




Mostre nel 2017
www.studioesseci.net

Picasso diceva che "L'arte scuote dall'anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni". Ed ecco allora l'antidoto cui potremmo tutti ricorrere nell'anno che sta per iniziare. Cominciamo da Roma, dove dal 19 gennaio al Museo Bilotti, si potrà ammirare Francesco del Drago. Parlare con il colore. "I contrasti cromatici e la giustapposizione di determinate forme concorrono nel creare uno stato di eccitazione nelle aree cerebrali". Ne era convinto Francesco del Drago, cui il Bilotti dedica l'ampia retrospettiva. A curarla, il nipote, l'artista Pietro Ruffo, insieme ad Elena del Drago, figlia dell'artista. E' romano ma a celebrarlo stavolta è invece Milano. Renato Mambor. La retrospettiva lui dedicata con il sottotitolo "Connessioni invisibili", sarà dal 9 febbraio alla Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Refettorio delle Stelline. «Voglio fare di tutto, ballare, cantare, scrivere, recitare, fare il cinema, il teatro, la poesia, voglio esprimermi con tutti i mezzi, ma voglio farlo da pittore perché dipingere non è un modo di fare ma un modo di essere». In una frase Mambor così offre una precisa immagine del suo essere artista.

Esposizione importante e molto attesa quella che il Palazzo della Meridiana di Genova propone dal 10 febbraio. E' dedicata a Sinibaldo Scorza (1589 -1631). Favole e natura all'alba del Barocco. Nobile, destinato ad alti incarichi, scelse l'arte, travolto dalla passione per il disegno e la pittura. Geniale nel rappresentare animali, piante e fiori, sapeva infondere vita a storie favolose e paesaggi incantati. A Forlì, dall'11 febbraio, ai Musei di San Domenico, Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia. Rodolfo Valentino e le Divine, il Vate e il Grande Gasby. La Turandot e la moda. Il Rockefeller Center, la Chrysler e Metropolis, Tamara e i cactus di Venini... A Forlì rivive la grande stagione dell'arte e delle arti Dèco. Anni ruggenti e magmatici: quando l'Italia si confrontava con il mondo e il mondo l'ammirava.

Grande fotografia, dal 17 febbraio al MAN di Nuoro. Protagonista Berenice Abbott. Topografie. E' la prima grande mostra antologica italiana dedicata a Berenice Abbott, tra le più geniali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento. Una selezione di 100 meravigliosi scatti, per vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Tutta la grafica di Alberto Burri è esposta, dal 12 marzo, agli ex Essicatoi del Tabacco a Città di Castello. Con questi ulteriori 4mila metri quadri di percorso espositivo (il cosiddetto "Terzo Museo Burri"), giunge a completamento quello che è più grande Museo d'Artista al mondo. Nella nuova sezione, si potranno ammirare oltre 200 opere, l'intera produzione grafica di Burri che, iniziata nel 1950, si è conclusa nel 1994.

Doppio appuntamento, dal 17 marzo, a Padova. L'intera città sarà coinvolta dalla prima edizione di Be Comics!, mentre al Centro Culturale Altinate avrà inizio Super Robot World. La storia dei giganti d'acciaio da Mazinger Z a Evangelion tra fantasia e realtà. In mostra disegni originali, animation cel, manifesti, giocattoli e memorabilia. Sedici sezioni per far rivivere una mitologica che è epopea. Protagonisti i robot, che pur mutando forma e materia, generazione dopo generazione, permangono nell'immaginario collettivo. Il 18 marzo, alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, nel Parmense, prende il via Depero, il mago. Più di cento opere tra dipinti, le celebri tarsie in panno, i collage, disegni, abiti, mobili, progetti pubblicitari, per celebrare Depero, il geniale artefice di un'estetica innovativa che mette in comunicazione le discipline dell'arte, dalla pittura alla scultura, dall'architettura al design, al teatro.

Il tutto in quello scrigno che è a Villa dei Capolavori. Stesso giorno, ma nel più bel cuore della Toscana, ecco Il Buon Secolo della Pittura Senese. Dalla Maniera moderna al Lume Caravaggesco. Mostre in tre sedi: Pienza, Montepulciano, San Quirico d'Orcia. Un grande secolo di pittura, quello del Seicento in terra senese. Che questa esposizione fa emergere. Tre sezioni che sono altrettante mostre, accompagnate da un itinerario che si estende per chiese e palazzi. Il 4 aprile, Treviso festeggia l'apertura del nuovo Museo Nazionale della Collezione Salce che si presenta con la mostra La Belle Epoque. Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce, prima di un ciclo di tre mostre inaugurali. La rassegna è dedicata ai manifesti della "La Belle Epoque".

Per rivivere, attraverso i manifesti, i fasti di un momento storico tra i più vivaci e innovativi dell'epoca moderna. Il 5 aprile a Milano, alla Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Wipe Out Design. La Selettiva. Ettore Sottsass jr, Ilmari Tapiovaara, Werner Blaser, Gunnar Birkerts, Attilio Marcolli, Nigel e Sheila Walters, Lucien Kroll, sono stati tra i partecipanti al concorso di design "La Selettiva". I loro progetti sono esposti, insieme ad altri, al Refettorio delle Stelline accanto ad una teoria di creazioni di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio, in una sorta di contro-esposizione dedicata al "Wipe Out Design".E a due remake-artworks, omaggio a Doris Salcedo e Rachel Whiteread. In occasione del Salone del Mobile. Questo, e molto, molto altro, per un 2017 da vivere ad Arte. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Soggettivo primordiale
Un percorso nell'Espressionismo tedesco attraverso le collezioni dell'Osthaus Museum di Hagen


termina lo 05 febbraio 2017
Museo MAN - Nuoro
www.museoman.it

Insieme al Fauvismo in Francia, l'Espressionismo tedesco è stata la prima avanguardia artistica del Novecento. I celebri gruppi "Die Brücke" (Il ponte), fondato a Dresda nel 1905, e "Der Blaue Reiter" (Il cavaliere azzurro), nato a Monaco sei anni più tardi, non soltanto rivoluzionarono i canoni ereditati dalle esperienze pittoriche tardo-ottocentesche, ma posero anche le basi per lo sviluppo di uno dei più importanti filoni della ricerca artistica del XX secolo, destinato a influenzare una parte significativa delle sperimentazioni moderne. La mostra, a cura di Tayfun Belgin e Lorenzo Giusti, realizzata in collaborazione con l'Institut für Kulturaustausch (Tübingen), propone una riscoperta dei movimenti dell'Espressionismo tedesco attraverso una selezione di oltre cento opere provenienti dalla collezione dall'Osthaus Museum di Hagen, dedicato al grande collezionista Karl Ernst Osthaus, uno dei padri sostenitori dell'avanguardia artistica e architettonica europea, il primo in Germania ad acquistare opere di Gauguin e di Van Gogh.

Artisti in mostra: Max Beckmann, Walther Bötticher, Lyonel Feininger, Conrad Felixmüller, Erich Heckel, Alexej von Jawlensky, Wassily Kandinsky, Max Liebermann, Ernst Ludwig Kirchner, August Macke, Franz Marc, Ludwig Meidner, Otto Mueller, Gabriele Münter, Emil Nolde, Max Pechstein, Christian Rohlfs, Karl Schmidt-Rottluff.

In particolare la mostra pone l'accento su due aspetti fondamentali, che legano tra loro le ricerche artistiche delle diverse correnti dell'Espressionismo: la volontà di sviluppare una nuova forma di espressione soggettiva, libera da condizionamenti letterari, simbolici o tematici, e la ricerca di valori primordiali, da ritrovare sia nella vita delle città, sia - e soprattutto - nel contesto naturale. I linguaggi sperimentati dagli artisti tedeschi reagivano alle trasformazioni della società moderna e agli eventi politici dell'Europa dell'inizio del XX secolo. Stretti tra il conservatorismo della politica imperiale e la crescita di una cultura di massa favorita dallo sviluppo industriale, gli artisti trovarono così rifugio nei valori dell'individualismo e del primordio, alla ricerca di esperienze di vita autentiche e originali.

Autori come Ernst Ludwig Kirchner, Otto Mueller ed Emil Nolde indagarono l'espressione dei corpi umani, guardando sia ai lavoratori delle province tedesche sia ai nativi delle colonie lontane. Un lavoro fortemente legato all'attualità, che intendeva avanzare una critica al sistema politico e alla crescita incontrollata delle città e allo stesso tempo ribadire l'importanza del singolo, con i suoi sentimenti, i suoi stati d'animo, all'interno di una società sempre più massificata. Nolde in particolare - e con lui Max Pechstein - intraprese lunghi viaggi nei territori coloniali tedeschi d'oltremare, nel Sud del Pacifico, mentre Erich Heckel e Karl Schmidt-Rottluff si dedicarono invece al tema del paesaggio, lavorando spesso a Dangast, nel territorio morenico del Mare del Nord, dove realizzarono opere di grande originalità, dai colori accesi e brillanti, ricche di movimento e di pathos.

A queste tendenze si affiancò anche la ricerca di nuove forme, più individuali, di religiosità, da cui la riscoperta soprattutto dei temi della Passione di Cristo, a cui si dedicò - oltre allo stesso Nolde - anche Christian Rohlfs. Quest'ultimo, in particolare, insieme a Kirchner e Nolde, fu uno degli artisti dell'Espressionismo maggiormente amati da Osthaus e per ben trentasette anni mantenne il proprio atelier all'interno dell'edificio che ospitava la collezione del grande mecenate, il Folkwang Museum, inaugurato ad Hagen nel 1902 grazie al contributo di Henry Van de Velde, che ne curò l'arredamento e la decorazione interna.

In forme diverse anche Franz Marc e Alexej von Jawlensky - esponenti di punta del gruppo del "Cavaliere azzurro" insieme a Wassily Kandinsky - testimoniarono una profonda tensione spirituale, che nel primo trovò espressione negli scenari che circondano i suoi celebri animali - quasi la ricerca di una nuova condizione paradisiaca originale - e nel secondo si manifestò invece nelle realizzazione di figure iconiche, sulla scia della tradizione pittorica orientale, portata avanti, in maniera quasi ossessiva, a partire dal 1911. Completata con una serie di lavori di Max Pechstein, Lyonel Feininger, Max Beckmann, Max Liebermann, Conrad Felixmüller e Gabriele Münter. (Comunicato stampa Studio Esseci)

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Andreas Schulze: Guardando e ascoltando
Dipinti di panorami e sculture in ceramica dal viaggio in Sicilia dell'artista tedesco


28 giugno - 17 agosto 2013
Galleria Sprüth Magers - Londra
Presentazione mostra




Immagina dalla locandina della mostra La forza delle cose con opere di Renato Guttuso Guttuso. La forza delle cose
termina il 26 marzo 2017
Villa Zito - Palermo

In occasione dei venticinque anni dalla sua nascita, la Fondazione Sicilia, con Sicily Art Culture e in collaborazione con gli Archivi Guttuso e il Comune di Pavia - Assessorato alla Cultura e Turismo, promuove una importante esposizione, curata da Fabio Carapezza Guttuso e Susanna Zatti, direttrice dei Musei Civici di Pavia. Il progetto espositivo nato da una preziosa collaborazione tra i Musei Civici di Pavia con gli Archivi Guttuso da cui la realizzazione della prima tappa della mostra, da settembre a dicembre 2016, ospitata presso le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia. La mostra si avvale inoltre del patrocinio della Regione Sicilia, dell'Assemblea Regionale Siciliana e dell'Assessorato alla cultura della Città di Palermo.

Sono esposte 47 nature morte, genere che Renato Guttuso ha praticato nell'intero arco della sua attività e che costituiscono, dalla fine degli anni Trenta, una componente essenziale della sua produzione. L'artista indaga ossessivamente una serie di oggetti che si animano nelle tele e che diventano i protagonisti indiscussi delle opere grazie alla straordinaria forza espressiva e alla potenza cromatica. Scrive egli stesso in un articolo del 1933: "Se la pittura non penetra l'oggetto e non ne svela le vibrazioni, se non arriva partendo dall'oggetto e dall'osservazione sentimentale di esso alla creazione di un equivalente plastico dell'oggetto non si perviene alla poesia, ma si precipita nella fotografia."

Le opere esposte - che provengono da prestigiose sedi espositive tra le quali il Mart Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, la Fondazione Magnani Rocca, i Civici Musei di Udine, il Museo Guttuso, la Fondazione Pelline alcune importanti collezioni private offrono al pubblico una prospettiva inedita e di grande fascino sul percorso artistico del maestro siciliano, studiando la forza delle cose rappresentata nelle opere.

La mostra presenta opere degli anni Trenta e degli anni Quaranta, che documentano l'impegno dell'artista a testimoniare la drammatica condizione esistenziale, imposta dalla dittatura e dalla tragedia della guerra. Nel dopoguerra, con Finestra (1947) o Bottiglia e barattolo (1948), il crescente interesse verso la sintesi post-cubista picassiana rivela il profondo impegno dell'artista nel recupero della cultura artistica europea per arrivare, negli anni Sessanta, a una nuova fase che rivela una dimensione più meditativa, derivante anche dalla elaborazione, nei suoi scritti, dei temi del Realismo e dell'Informale, visibile ne Il Cestello (1959), La Ciotola (1960) e Natura morta con fornello elettrico (1961).

L'esposizione si conclude con una selezione di dipinti della fine degli anni Settanta - inizio anni Ottanta, periodo in cui la continua ricerca del reale di Guttuso si accentua per dare vita a celebri dipinti come Cimitero di macchine (1978), Teschio e cravatte, Bucranio, mandibola e pescecane (1984) che diventano metafore e allegorie del reale. Il percorso della mostra arricchito da fotografie in parte inedite concesse dagli Archivi Guttuso e da frammenti video messi a disposizione da Rai Teche che raccontano la vita, intima e pubblica, dellartista mostrando anche i luoghi del suo lavoro e delle sue relazioni con importanti scrittori come Moravia, Vittorini, Saba e Levi, scultori come Manz e Moore, poeti come Pasolini e Neruda, registi come De Sica e Visconti, musicisti come Nono e artisti come Picasso; rapporti che influenzeranno i suoi lavori e ispireranno non solo dipinti, ma anche illustrazioni per libri, scenografie teatrali, collaborazioni cinematografiche, sodalizi letterari e politici. (Comunicato stampa Ufficio Stampa Civita)

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Aspetti dell'arte italiana fra gli anni Trenta e Settanta
Sebastiano Carta, Bruno Caruso, Renato Guttuso, Giuseppe Mazzullo e Saro Mirabella


termina il 27 gennaio 2017
Palazzo Marchesale - Santeramo in Colle (Bari)
Presentazione mostra




Nanda Vigo - Exoteric Gate Nanda Vigo: Exoteric Gate
termina l'11 marzo 2017
Università degli Studi di Milano - Cortile della Ca' Granda

E' Nanda Vigo, artista milanese di respiro internazionale, la protagonista della seconda edizione de "La Statale Arte", il progetto che apre l'Ateneo all'arte contemporanea, ospitando mostre personali di artisti italiani e stranieri chiamati a dialogare, con lavori e installazioni site-specific, con la suggestiva architettura storica degli spazi seicenteschi della sede centrale. Per il nuovo appuntamento con "La Statale Arte", Nanda Vigo ha ideato Exoteric gate, un imponente progetto-luce, la prima installazione realizzata dalla Vigo per uno spazio esterno. Nanda Vigo appartiene a quella generazione di personaggi che hanno reso Milano una delle capitali dell'arte mondiale, a partire dagli anni Sessanta: la città di Fontana, Manzoni, Gio Ponti.

La sua continua indagine sulla luce ha fatto di lei un'interlocutrice imprescindibile per le neoavanguardie italiane. "La Statale Arte" rende dunque omaggio a un'artista il cui lavoro ha attraversato l'arte italiana degli ultimi decenni con una cifra stilistica riconoscibile e costante, capace di anticipare la trasversalità dei saperi e dei linguaggi nella fermezza di un'identica ricerca. Artista, architetto, designer, Nanda Vigo si è infatti sempre mossa in territori distinti, consapevole che l'arte e l'architettura da sole non potessero esaurire la complessità del suo lavoro e che, dunque, fosse necessario elaborare un linguaggio transdisciplinare.

Exoteric gate, oltre a una forte esperienza sensoriale in cui la luce in movimento definisce una nuova dimensione spazio/temporale, è un'installazione - la prima realizzata dalla Vigo per uno spazio esterno - che si pone come sintesi di una lunga ricerca avviata con i cronotopi negli anni Sessanta, ambienti o oggetti in cui la luce indiretta filtrata da materiali riflettenti e rifrangenti - vetri stampati, acciai, specchi - genera impressioni incerte che dilatano i concetti di spazio e tempo. Il ritmo di Exoteric Gate è quello scandito dalla luce prodotta dai 400 metri di led, mentre il movimento non programmabile è quello dato dalle superfici riflettenti che rendono lo spazio fluido stimolando imprevedibili percezioni.

Le forme dell'installazione creata per il cortile del Richini sono quadrati, cerchi e triangoli, forme primordiali e transculturali che Nanda Vigo considera il vocabolario di base per la costruzione di un linguaggio in cui il codice dei segni muta nell'interazione con la luce. Le otto piramidi di altezze diverse sono riconducibili sia ai lavori degli anni Settanta, definiti "Stimolatori di spazio", sia ai più recenti Deep Space: i primi sono piramidi-specchio in grado di attrarre lo spazio, le architetture circostanti e lo spettatore per restituire una visione multipla e smaterializzata della realtà; quelle del secondo tipo sono invece strutture dalle triangolazioni acute e direzionali, che suggeriscono uno spostamento ascensionale.

Il cilindro centrale si inserisce nella serie dei Totem creati dal 2005, e fa riferimento in particolare a quella dei Neverending Light, strutture verticali che, dalla terra, si prolungano in alto verso lo spazio. Il titolo Exoteric Gate, già utilizzato in lavori diversi dal '76, traduce quel "passaggio esoterico" e quel viaggio filosofico che Nanda Vigo ha intrapreso già negli anni Sessanta alla ricerca di una sapienza umana. Si tratta dunque di un esoterismo umanista, che sta a fondamento dei diversi piani in cui la sua indagine si è sempre mossa: i piani del reale, dell'irreale e della trascendenza, tradotti in materia luminosa. Exoteric Gate, a cura di Donatella Volonté, è il secondo appuntamento del progetto "La Statale Arte", un'iniziativa promossa dall'Università degli Studi di Milano, con il coordinamento del Professor Luca Clerici. Ogni appuntamento è accompagnato da una pubblicazione edita da Skira.

Nanda Vigo (Milano, 1936) dimostra interesse per l'arte fin dalla tenera età, quando ha occasione di osservare le architetture di Giuseppe Terragni da cui assimila l'attenzione alla luce. Dopo la laurea all'Institut Polytechnique di Lausanne e un importante stage a San Francisco, nel 1959 apre il proprio studio a Milano. Da quel momento il tema essenziale della sua arte diventa il conflitto/armonia tra luce e spazio, che l'artista utilizza nel proprio lavoro, anche come architetto e designer. Dal 1959 frequenta lo studio di Lucio Fontana prima, e poi si avvicina agli artisti che avevano fondato la galleria Azimut a Milano, Piero Manzoni ed Enrico Castellani. In quel periodo, viaggiando per le mostre in tutta l'Europa, conosce gli artisti e i luoghi del movimento Zero in Germania, Olanda e Francia.

Nel 1959 inizia la progettazione della Zero House a Milano, terminata solo nel 1962. Tra il 1964 e il 1966 partecipa a molte mostre Zero in Europea, compresa NUL 65 allo Stedelijk Museum di Amsterdam e Zero: An Exhibition of European Experimental Art alla Gallery of Modern Art di Washington. Nel 1965 l'artista cura la leggendaria mostra Zero avantgarde nello studio di Lucio Fontana a Milano, con la partecipazione di ben 28 artisti. Tra il 1965 e il 1968 collabora e crea con Gio Ponti la Casa sotto la foglia, a Malo (Vicenza), e nel 1971 viene premiata con il New York Award for Industrial Design per la Lampada Golden Gate. Nello stesso anno realizza uno dei suoi progetti più spettacolari per la Casa-Museo Remo Brindisi a Lido di Spina (Ferrara). Nel 1976 vince il 1° Premio St. Gobain per il design del vetro e nel 1982 partecipa alla 40a Biennale di Venezia.

Nel 1997 l'artista cura l'allestimento della mostra Piero Manzoni - Milano et Mitologia a Palazzo Reale a Milano. I lavori di Nanda Vigo sono presenti in permanenza al Museo del Design della Triennale. Nella sua attività opera con un rapporto interdisciplinare tra arte, design, architettura, ambiente, ed è impegnata in molteplici progetti sia nella sua veste non solo di architetto ma anche di designer e di artista. Quello che contraddistingue la sua vivace carriera è la ricerca dell'Arte, che la spinge ad aprire collaborazioni con i personaggi più significativi del nostro tempo e a intraprendere progetti sempre volti alla sua valorizzazione, come la mostra Italian Zero & avantgarde 60's al Mamm Museum di Mosca.

Nel 2014 espone al Guggenheim Museum di New York nella retrospettiva dedicata a Zero e nel 2015 all'interno del programma della mostra Zero Die Internationale Kunstbewegung der 50er & 60er jahare, espone al Martin-Gropius-Bau di Berlino e allo Stedelijk Museum di Amsterdam. Nel 2015 realizza diverse personali: Affinità elette al Centro San Fedele di Milano, Zero in the mirror alla Galleria Volker Dhiel di Berlino e al MAC di Lissone, oltre a quella più recente nella galleria Sperone Westwater di New York. (Comunicato ufficio stampa)




Tano Festa - Piazza d'Italia - acrilico su tela cm.100x80 1976 Paolo Minoli - Tempo A e Tempo B - acrilico su tela cm.120x160 1988 Shozo Shimamoto - Bottle crash - acrilici e vetro su tela cm.200x150 2008 Forme e colori
termina il 31 gennaio 2017
Galleria Bonioni Arte - Reggio Emilia
www.bonioniarte.it

Mostra collettiva, curata da Federico Bonioni, con opere realizzate dal venticinque artisti attivi dagli anni '50 ai giorni nostri. Il percorso espositivo si articola in due sezioni: da un lato la Pop Art di Franco Angeli, Tanto Festa e Mario Schifano, protagonisti della Scuola romana di Piazza del Popolo; dall'altro la Pittura Analitica di Rodolfo Aricò, Riccardo Guarneri, Elio Marchegiani, Gottardo Ortelli, Valentino Vago ed Arturo Vermi, con opere realizzate negli anni '60 e '70.

La mostra comprende, inoltre, un approfondimento dedicato alla scultura, con il bozzetto della scultura monumentale in acciaio corten realizzata da Paolo Minoli per la piazza di Cantù, un lavoro di Umberto Cavenago, una ceramica di Luca Freschi ed un'opera in gres porcellanato di Renata e Cristina Cosi, oltre a due oggetti di bronzo e legno dipinto di Pietro Consagra e Guillaume Corneille, fondatore del Gruppo Cobra. Per finire, opere selezionate di Gianfranco Baruchello, Enzo Cacciola, Ennio Chiggio, Roberto Crippa, Lucio Fontana, Alberto Magnelli, Umberto Mastroianni, Arnaldo Pomodoro, Daniel Spoerri ed una tela di grandi dimensioni di Shozo Shimamoto, fondatore del movimento d'avanguardia Gutai. (Comunicato ufficio stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




Immagine dalla mostra Animali in posa in un secolo di fotografia Animali in posa in un secolo di fotografia
termina il 28 gennaio 2017
Biblioteca civica Villa Amoretti - Torino
www.associazionefotografiastorica.it

Con questa mostra l'Associazione per la Fotografia Storica di Torino celebra anche il ventennale della sua nascita. Il 23 dicembre del 1996 alcuni collezionisti decidevano di unire le loro forze affinché le conoscenze e il materiale storico, inedito, acquisito nel tempo, uscissero fuori dai loro archivi per contribuire alla storicizzazione della fotografia e dei suoi protagonisti ma anche alla memoria storica collettiva. La mostra si snoda attraverso un percorso di 64 immagini vintage, scattate dal 1850 al 1979, in cui affiora il rapporto, da sempre conflittuale, fra uomo e animale.

L'avvento della fotografia ha contribuito a suo modo a fissare questo atavico legame di convivenza e dipendenza. Tante sono le interazioni di tipo emotivo e pratico che emergono. Ogni scatto racconta una storia. Dalla preziosa primitiva immagine di Giacomo Caneva alle interpretazioni ironiche dei fotografi contemporanei. Le prime bestie feroci fotografate nell'Ottocento, le volpi di Ottomar Anschütz che allora compiva i suoi primi studi sulla fotografia in movimento, il gatto immortalato da Alessandro Pavia alla stessa stregua dei suoi famosi ritratti dei Mille garibaldini, animali esotici, fantastici e macrofotografie di insetti. Immagini di Caldesi, Anton Hautmann, Giorgio Sommer, Félix Bonfils, Kozaburo Tamamura, Gian Carlo Dall'Armi, Renato Fioravanti, Maggiorino Gramaglia, Vittorio Sella, Pier Paolo Badoglio, Cesare Colombo, Toni Nicolini, Renzo Muratori, Gustavo Millozzi, Nicola Tamma e Alessandro De Carlo. (Comunicato stampa)

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Mostre su Vivian Maier in Italia
Vivian-Maier-mostra-italia-fotografie-filmati.htm




Constructive Alps - Costruire e ristrutturare in modo sostenibile nelle Alpi Constructive Alps
Costruire e ristrutturare in modo sostenibile nelle Alpi


03-23 dicembre 2016 / 10-31 gennaio 2017
Villa Saroli - Lugano
www.i2a.ch

Come si giudica la sostenibilità di un edificio? Che impatto ha sull'ambiente circostante? E che impatto ha sulle persone che lo usano e lo abitano? L'esposizione della i2a istituto internazionale di architettura nasce dalla volontà dell'Ufficio Federale dello Sviluppo Territoriale ARE di offrire uno spunto di riflessione per una buona qualità di vita nelle Alpi, dove le ristrutturazioni e le costruzioni sostenibili giocano un ruolo particolarmente importante: partendo dal premio Constructive Alps, la mostra concepita dal Museo Alpino Svizzero di Berna espone nell'allestimento curato da i2a i 32 finalisti scelti tra gli oltre 400 progetti provenienti da tutti gli stati afferenti all'arco alpino. Presenti anche due edifici ticinesi: la Scuola Agraria Cantonale di Mezzana e il Cementificio nel Parco a Morbio Inferiore. Alla mostra "alpina" fa da contraltare la pop-up exhibition curata dal fotografo Matteo Fieni. (Comunicato stampa Luca Crosta - i2a istituto internazionale di architettura)




Opera di Alan Gattamorta nella mostra Cesenatico 10 Cesenatico 10
termina il 12 febbraio 2016
Mostra on line

Il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta.







Mostra Natale al fronte al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste con schede composte da cartoline originali e distintivi natalizi Natale al fronte
termina il 31 gennaio 2017
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Durante il periodo natalizio, vicinanza o solitudine con parenti e amici vengono avvertite con intensità ben superiore al quotidiano. Figurarsi cosa poteva provare un soldato della Prima Guerra Mondiale costretto al fronte, nel disagio della trincea, bombardato e magari isolato dal fuoco di sbarramento. Certo una parola buona, scritta dalla sua famiglia riusciva a rinfrancarlo almeno un po' dalla misera condizione in cui la follia del conflitto l'aveva costretto. E, di sicuro, la possibilità di ricevere una cartolina d'auguri durante le festività di fine d'anno rappresentava un tonico la cui importanza non si fa fatica a comprendere. Fa specie sapere che durante la Grande Guerra, nella sola Austria Ungheria, viaggiarono circa quattro miliardi e quattrocento milioni di effetti postali, cifra che da sola fa intendere come, al tempo, le lettere e le cartoline fossero di importanza capitale per la comunicazione tra famiglie e militi, con particolare riguardo durante le festività. Di questo particolare vissuto, tra trincee e domicilii familiari, tratta la mostra.

La rassegna, realizzata da Roberto Todero per l'Associazione culturale F. Zenobi in collaborazione con la curatrice museale Chiara Simon, consiste di 51 schede composte da cartoline originali e distintivi natalizi. Altri oggetti postali e di vita quotidiana sostanziano la rassegna dove non mancano note e spiegazioni. "Quanta corrispondenza viaggiò al fronte durante le festività principali? Non lo sapremo mai - spiegano gli organizzatori - ma è certo che il volume di scambio di auguri e informazioni fosse altissimo, migliaia e migliaia di cartoline, lettere, ma anche pacchetti con doni spedite ai propri delle proprie truppe. Spedizioni che venivano effettuate anche da diversi comitati patriottici a sostegno dei propri soldati. Tra i materiali esposti, c'è anche una lirica composta dal poeta Carlo Mioni per una pubblicazione a favore dei soldati al campo. Intitolata Canta il soldato, la lirica venne edita nel 1916.

"La notte sacrosanta è di Natale - scrive Mioni - ed io mi trovo solo, abbandonato in un vasto stanzone d'ospedale...". Contenuti a parte, le cartoline esposte sono tutte degne di interesse: si tratta di "cartoline da campo" (Feldpost) create appositamente per le festività natalizie. Oggi sono diventate delle autentiche fonti storiche utili per la conoscenza della vita al fronte durante il 1914-1918. (Comunicato stampa)




Renato Guttuso - Vicino a Termini Imerese - acquaforte e acquatinta cm.42x56 Sicilia [][][]

Aspetti dell'arte italiana fra gli anni Trenta e Settanta
Sebastiano Carta, Bruno Caruso, Renato Guttuso, Giuseppe Mazzullo e Saro Mirabella


termina il 27 gennaio 2017
Palazzo Marchesale - Santeramo in Colle (Bari)

L'esposizione vuole rendere omaggio ad alcuni tra i più significativi artisti del panorama italiano del Novecento, accumunati dalla terra d'origine, la Sicilia, che hanno lasciato un segno indelebile nel linguaggio dell'arte del XX secolo. Con questa mostra infatti, in cui si presentano trenta opere per la maggior parte del tutto inedite - disegni, sculture, litografie e acqueforti che coprono un arco cronologico che va dagli anni Trenta agli anni Settanta - si vuole di fatto gettare nuova luce su questi artisti per farli conoscere ed apprezzare anche ad un pubblico più vasto.

L'intento dei due curatori è, idealmente, quello di ricreare l'atmosfera nata nell'immediato Secondo dopoguerra nell'abitazione romana dello scultore Giuseppe Mazzullo (Graniti 1913 - Taormina 1988) sita in Via Sabazio, 34 e detta, per via del colore delle sua mura, la "Casa Rossa". Questa, infatti, diviene un luogo di ritrovo di intellettuali e artisti italiani e stranieri: Giuseppe Ungaretti, Paul Eluard, Cesare Zavattini, Renato Guttuso, Sebastiano Carta, Piero Dorazio, Saro Mirabella, Pietro Consagra, ognuno dei quali poteva e voleva esprimere la propria idea di bellezza e impegnarsi nella rinascita culturale del proprio paese.

La mostra raccoglie una serie di disegni e litografie di Giuseppe Mazzullo che ripercorrono il percorso stilistico dell'artista, qui presentato in veste di disegnatore, e il suo costante muoversi fra Classicismo - con lo studio della statuaria classica e del corpo umano - e Realismo, con il ritrarre pescatori, contadine e operai che popolano la sua terra. La Sicilia, con tutte le sue contraddizioni, è infatti presente nelle opere anche degli altri artisti in mostra, quali Renato Guttuso (Bagheria 1911 - Roma 1987) che celebra la terra siciliana con i suoi colori e la sua vivacità.

Forte è il legame con le proprie origini anche per Bruno Caruso (Palermo 1927) come è ben evidente nelle incisioni dedicate all'Orto Botanico della città di Palermo. Le opere di Caruso si contraddistinguono nondimeno per il suo forte impegno politico e sociale, come testimoniano alcune opere in mostra. Di altra natura i disegni di Sebastiano Carta (Priolo Gargallo, 1913 - Roma, 1973), pittore poliedrico e schivo, lontano dalle mode e dalle leggi del mercato, che nel suo percorso artistico coniuga varie correnti - Futurismo, Espressionismo, Astrattismo - sperimentando tecniche differenti.

In mostra anche un disegno di Saro Mirabella (Catania 1914 - Roma 1972) - che insieme a Mazzullo e Guttuso tra il 1949-50 diede vita ad un sodalizio artistico denominato "Scuola di Scilla" - appartenente alla sua fase Postcubista e di impronta picassiana. Nel corso dell'esposizione si realizzeranno delle visite guidate gratuite rivolte anche alle Scuole, "incontri - studio" e serate a tema, che contribuiranno a fare del Palazzo Marchesale un luogo fruibile e aperto a scambi culturali. Tale evento vuole essere solo il primo di tante iniziative che possano contribuire a fare di Santeramo in Colle, considerando anche la vicinanza con Matera, capitale europea della cultura 2019, un nuovo centro e polo culturale, aperto ad esperienze e fermenti artistici innovativi. (Comunicato stampa Ufficio stampa Michele De Luca)




One plus One
Mat Collishaw: Leda e il cigno / Scultura lingua viva


termina l'11 febbraio 2017
Interno18 arte contemporanea - Cremona
www.galleriainterno18.it

La prima sala è dedicata a una presentazione monografica: l'attenzione sarà concentrata su Leda e il cigno, installazione del 2006 di Mat Collishaw (Nottingham, Regno Unito, 1966). La seconda sala ospiterà invece Scultura lingua viva, collettiva di scultura che raccoglie una selezione di lavori di importanti autori dagli anni Settanta a oggi. Mat Collishaw, emerso nel gruppo degli Young British artists a fine anni Ottanta - inizio anni Novanta, è oggi un autore rinomato a livello internazionale per la sua ricerca eclettica. Nella sua opera, spunti dal sapore scientifico vengono trasfigurati in atmosfere oscure e immaginifiche; riferimenti alla realtà odierna si alternano alla creazione di un tempo sospeso. Leda e il cigno, qui presentata, è un'opera atipica nel suo percorso, ma allo stesso tempo rappresentativa. L'installazione è una videoscultura che associa la classicità della scultura (il materiale è il marmo di Carrara, il tema fa riferimento alla mitologia greca) alla ricerca più contemporanea. L'immagine video viene proiettata su uno specchio e si riflette sulla parete, investendo anche le figure di marmo collocate al centro dell'opera.

La collettiva Scultura lingua viva riunisce diverse posizioni nel campo della scultura, partendo dagli anni Settanta e arrivando ai giorni nostri. Gli autori in mostra sono Enzo Esposito, Siegfried Anzinger, Martin Disler, Mimmo Paladino, Nunzio, Yi Zhou e Umberto Chiodi. Nella loro varietà, le opere esposte lasciano trasparire alcune linee di contrasto che attraversano la ricerca artistica dalle Neoavanguardie in poi. Si alternano la tendenza alla tridimensionalità e quella alla concettualità delle due dimensioni; la tendenza all'essenzialità minimale e l'espressionismo di linee e materiali. La struttura doppia dell'esposizione trova dunque un'eco nelle singole parti. Il confronto tra le sculture evidenzia differenti tendenze della ricerca artistica, opposte e complementari. L'opera di Collishaw vive dei contrasti tra scultura e video, tra tradizione e innovazione; il dualismo insito nelle due figure scolpite è amplificato dalla continua frammentazione e rifrazione dell'immagine. (Comunicato stampa)




La geografia serve a fare la guerra?
Representation of human beings


termina il 19 febbraio 2017
Fondazione Benetton Studi Ricerche - Treviso
www.fbsr.it

Il percorso espositivo si concentra sul periodo storico che va dalla fine dell'Ottocento agli inizi del Novecento, ma parte dall'antichità e arriva ai giorni nostri per raccontare anche un'altra geografia possibile. La mostra - a cura di Massimo Rossi - si apre con la sezione "Rocce e acque", in cui vedremo come con un semplice e perentorio segno - il confine naturale - le mappe indurranno monti e fiumi a diventare strumenti capaci di separare e dare forma fisica a gruppi etnici, linguistici, nazioni per trasformarli da "espressione geografica" a stati.

La seconda sezione, "Segni umani", si occuperà di raccontare l'uso del sapere geografico a fini propagandistici per trasmettere con forza l'idea di nazione ancora prima della sua ufficiale proclamazione politica. La terza parte, "Carte da guerra", porrà l'accento sulla coesistenza di due approcci culturali apparentemente inconciliabili, nel contesto della Prima guerra mondiale: simboli grafici per significare la smisurata industria bellica disseminata sul fronte del Piave, insieme a segni che testimoniano la presenza di migliaia di colombi viaggiatori che volando imprendibili ad alta quota e percorrendo grandi distanze in breve tempo, informano e trasmettono ordini.

In mostra la capacità delle carte di mettere ordine a un mondo altrimenti caotico, per renderlo più comprensibile e familiare, distinguendo gli oggetti, ma soprattutto nominando i luoghi per consentirci di riconoscerli, uno a uno. In tutte le epoche le mappe, prodotti sociali e umani per eccellenza, hanno raccontato i luoghi anche attraverso i toponimi esercitando su di essi un potere a volte aggressivo. Specialmente quando hanno alterato la grafia originaria di nomi secolari o addirittura quando questi ultimi sono stati sostituiti da altri di nuovo conio per farli corrispondere ai più recenti dominatori: l'olandese Niew Amsterdam diventa l'inglese New York; la tedesca Karfreit muta nell'italiana Caporetto per divenire la slovena Kobarid; l'asburgica Sterzing diventa la romanizzata Vipiteno.

O ancora per rispondere a impellenti urgenze sociali e dar voce a speranze territoriali prima inespresse: "Alto Adige", "Venezia Tridentina", "Venezia Giulia", o semplicemente, nel caso di un fiume, cambiandone il genere. La secolare Piave degli zattieri nel 1918 per offrire maggiore resistenza virile all'invasione austriaca diventa "Il Piave" per rassicurare l'immaginario collettivo della giovane nazione italiana. Ma è proprio vero che La geografia serve a fare la guerra? Certo, senza geografia le guerre non sarebbero nemmeno immaginabili, ma a fare la guerra è sempre l'uomo che per raggiungere i suoi obiettivi è disposto a utilizzare tutti i saperi disponibili come quelli della fisica, della chimica, della geometria o della matematica.

Questa mostra parla anche di un'altra geografia possibile, una geografia necessaria per riflettere e agire sul mondo quando proviamo a osservarlo dall'alto sfogliando le pagine dell'atlante rinascimentale di Abramo Ortelio che adotta il medesimo punto di vista di Dio, o contemplando The Blue Marble, la prima fotografia del pianeta terra vista dall'obiettivo degli astronauti dell'Apollo 17. Una geografia che moltiplica le sue potenzialità ogni volta che un artista decide di dialogare con una carta geografica - e in mostra saranno esposti tappeti geografici e alcune opere di artisti contemporanei. Ma soprattutto si potrà riflettere su un'altra geografia in grado di insegnarci a conoscere e progettare i luoghi attraverso un ininterrotto dialogo con i processi storici.

L'allestimento che Fabrica propone è un viaggio esperienziale, alla scoperta delle diverse mappe geografiche e dei luoghi che le hanno ispirate, attraverso la creazione di ambienti che coinvolgono il pubblico a percorrerli, a interagire con essi. Elementi dal design lineare e pulito, essenziali per valorizzare al meglio i pezzi in mostra, insieme a una grafica che reinterpreta in una chiave contemporanea gli elementi della cartografia tradizionale. L'intero progetto della mostra - allestimento e comunicazione - si combina con gli spazi di Palazzo Bomben, ricco di affreschi e di storia, in un dialogo di reciproca valorizzazione. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Mostra di Domenico Bianchi e Nunzio Bianchi | Nunzio
termina il 31 gennaio 2017
Galleria PioMonti arte contemporanea - Roma
www.piomonti.com

Da un incontro occasionale di Pio Monti con Domenico Bianchi e Nunzio, nasce l'dea di questa esposizione. I due artisti espongono un'opera ciascuno, pensata per lo spazio della galleria, e una fatta a quattro mani. Il bianco e il nero sono i coloro con cui si confrontano. L'opera di Bianchi di dimensioni 140x100 è un suo tipico lavoro in cera bianca e palladio, forme squadrate e segni appena accennati che alludono a immagini biomorfe, su una superficie levigata con ossessività. Adiacente, l'opera di Nunzio, anch'essa a parete, un legno combusto di intenso colore nero, dove l'artista indaga le possibilità espressive e formali della materia e le sue interrelazioni con lo spazio e la luce. (Comunicato stampa)




Opera di Giuseppe Fossati in mostra alla Galleria Cortina di Milano Giuseppe Fossati: Nel corpo denso della materia
termina il 28 gennaio 2017
Galleria Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra di Giuseppe Fossati (Novara, 1942) ripercorre gli ultimi anni della sua ricerca, incentrata sulla linea di una pittura materica, collocabile all'interno della vasta area dell'informale. Tracce di un racconto che ha spesso come protagonisti la natura e il paesaggio, visioni rappresentate da corposi spessori di colore a larga campitura, che tratteggiano con essenzialità montagne, laghi, alberi, mari. Il soggetto è evocato dalla stesura dei colori densi che delineano orizzonti o sagome, ma non è mai il soggetto a rivestire la parte principale ma la pittura stessa, che si presenta nella solidità del suo "corpo". (Comunicato stampa)

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50 e oltre
Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013


Catalogo a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
pag.167, ed. Cortina Arte Edizioni
Presentazione




Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana
termina lo 05 marzo 2017
Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo - Roma
Museo Giacomo Manzù di Ardea - Ardea (Roma)

All'indomani del Secondo dopoguerra il tema dell'arte sacra appare tanto ampio quanto spesso venato di ambiguità. Giacomo Manzù (Bergamo, 1908 - Roma, 1991) rappresenta in tale contesto un punto fermo. Specie in questo periodo egli prova difatti a stabilire un dialogo vivo e fruttuoso con l'arte contemporanea. Nello stesso periodo un secondo, grande maestro, Lucio Fontana (Rosario, 1899 - Comabbio, 1968) tenta di rispondere a interrogativi molto simili, ad esempio partecipando al concorso per le porte del Duomo di Milano del 1950. Stabilire un ponte, un dialogo fra Manzù e Fontana significa dunque riportare alla luce una linea essenziale dell'arte - italiana e non solo - fra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Il catalogo della mostra Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana è pubblicato dalla casa editrice Electa. (Comunicato stampa)




Immagine dalla mostra Da vicino Da vicino. "In ascolto dell'inudibile risuono dell'opera"
termina lo 06 febbraio 2017
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Artisti: Rodolfo Aricò, Francesco Candeloro, Nicola Carrino, Alan Charlton, Carlo Ciussi, Dadamaino, Riccardo De Marchi, Lesley Foxcroft, John Mccracken, François Morellet, Mario Nigro, Pino Pinelli, Bruno Querci, Ulrich Rückriem, Nelio Sonego, Niele Toroni, Günter Umberg, Grazia Varisco.

Mostra, a cura di Francesca Pola, che presenta esclusivamente opere di piccolo formato a creare una costellazione di linguaggi e visioni contemporanei. L'esposizione propone una particolare modalità esperienziale dell'opera d'arte rispetto a quella riservata alle installazioni monumentali o alle opere di grande dimensione, vale a dire una immedesimazione che nasce dalla relazione diretta, quasi tattile, con la fisicità di questi lavori che, per via delle loro dimensioni, possono appunto essere osservati e compresi tramite una percezione ravvicinata.

Se l'idea di una mostra di opere di piccolo formato può annoverare illustri precedenti storici, che vanno dalla Boîte-en-valise di Marcel Duchamp, ai Microsalon parigini di Iris Clert, alle proposte itineranti di sculture da viaggio e arte moltiplicata di Bruno Munari e Daniel Spoerri, essa non pone tuttavia l'accento sugli aspetti "portatili" dell'opera di queste dimensioni, che la rendono spesso la materializzazione di un'idea che appunto si può spostare con facilità. Ad essere privilegiata nel caso di questa mostra è invece l'intimità della relazione che si viene a creare tra osservatore e singolo lavoro, nella necessità di soffermarsi con attenzione su ogni opera per comprenderne i meccanismi creativi, dando luogo a una sorta di immedesimazione per empatia tra osservatore e oggetto.

Una componente non secondaria in questo processo di partecipazione è poi naturalmente quella del tempo di fruizione, che si dilata in misura inversamente proporzionale alla dimensione dell'opera stessa. Le relazioni tra le opere in mostra rispondono a meccanismi di tipo spaziale e associativo, privilegiando quelle personalità creative caratterizzate da una riduzione significante che da sempre costituiscono l'asse portante dei programmi espositivi della galleria. Una proposta di avvicinamento non scontata, nella quale la sequenzialità non è sinonimo di serialità, così come iterazione non significa ripetizione.

In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con un saggio introduttivo di Francesca Pola, la riproduzione delle opere in mostra e poesie di Carlo Invernizzi che partecipano della stessa empatia umana: a una sua frase, è anche ispirato il sottotitolo della mostra, che sottolinea appunto "l'inudibile risuono dell'opera", percepibile solo in questo "avvicinamento di attenzione". (Comunicato stampa)




Fragilis Mortalitas
1915: Renato Serra & il Diario di trincea


termina il 29 gennaio 2017
Casa Museo Renato Serra - Cesena

Dopo la prima edizione dell'iniziativa, dedicata lo scorso anno all'Esame di Coscienza di un letterato questa seconda edizione sposta l'attenzione su un'altra opera emblematica del nostro formidabile letterato cesenate Renato Serra (morto a 31 anni a Podgora nel corso di un combattimento il 20 luglio del 1915): Diario di Trincea. Una cronaca intima e personalissima di un'esperienza bellica sconvolgente, le cui annotazioni vibrano di poesia scintillante e calda umanità, qualità disperatamente protese alla ricerca di un senso, persino là dove i cieli e la terra rimbombavano dei tuoni della distruzione e della follia della guerra.

Le opere di Francesca Ceccarelli (Cesena, 1975) e Maurizio Battaglia (Cesena, 1971), due giovani artisti cesenati armati di una sensibilità contemporanea e di un'audace poesia, si relazioneranno con gli spazi della Casa Museo Renato Serra, animandone il giardino e le stanze interne, le pareti e i mobili con la loro provocatoria intensità. Francesca Ceccarelli, attraverso narrazioni raccolte intimamente in piccole teche di antica memoria, in cui i frammenti naturalistici compongono puzzle di intricata magia che si aprono a infinite interpretazioni come magiche cristallizzazioni o brani di un testo ideale da ricomporre. Di materiali altrettanto "affilati" si nutre la creatività di Maurizio Battaglia che sul prato della dimora di Serra disporrà 101 lapidi di marmo. Si tratta di vere e proprie "lastre cimiteriali" che con rigida compostezza ci ricordano, come solenni canne d'organo, l'effimera bellezza di ogni esistenza umana e l'eterna speranza in un aldilà che si rinnova in ciascuno di noi.

Quest'anno la mostra incarna, nella sua particolare declinazione, una temperie spirituale di smarrimento e scontro epocale che, seppure in altre forme, è ben presente ai nostri occhi di contemporanei. Diario di Trincea si riconferma, dunque, come una memorabile dichiarazione d'amore alla vita e un tentativo estremo di conservare valori fondamentali ed emozioni imprescindibili anche in condizioni estreme, sotto al fuoco nemico, in quelle trincee dove si attendeva la morte sperando nell'impossibile. Ecco allora che un luogo simbolo qual è Casa Museo Renato Serra si accenderà, anche quest'anno, delle appassionate incursioni dell'arte contemporanea, rievocando l'immagine e la personalità di un letterato dal respiro europeo, esempio di rara intelligenza qual è Renato Serra.

Tutte le opere in mostra - a cura di Marisa Zattini - verranno documentate nel catalogo edito per i tipi de Il Vicolo Editore, Collana "Le Ricordanze", corredate da testi inediti. Arricchisce ulteriormente l'edizione il repertorio di immagini fotografiche dedicate a Casa Serra a firma di Alberto Dradi Maraldi. Quale evento collaterale, il 5 dicembre, Roberto Greggi presenterà il catalogo bilingue (italiano, francese) dell'evento espositivo Fragilis Mortalitas - 1915: Renato Serra e la Grande Guerra / Federico Guerri e Luca Piovaccari svoltosi nel 2015 in Lussemburgo. (Comunicato stampa)




Opera di Fosco Bertani dalla mostra Le stagioni del paesaggio all'Anfiteatro della Cultura del Teatro Riccardi di Roma Fosco Bertani: Le stagioni del paesaggio
termina il 19 maggio 2017
Anfiteatro della Cultura del Teatro Riccardi - Roma

"Artista lombardo già conosciuto dal pubblico per le sue forti indagini sul colore, sulle tecniche e sulle riflessioni di fondo cui poggiano tutti i suoi dipinti; riflessioni di ordine filosofico dettate sia dalle letture dei grandi della letteratura antica ma anche contemporanea. Ecco allora che qualsiasi visione, oggetti, piante, figure, paesaggio, appunti religiosi, diventa per l'artista lombardo esercizio di comunicazione, quasi di evangelizzazione, di canto novello del mondo intero. Nei paesaggi dove l'accensione dei colori e dei toni è tutto di impianto mistico, Fosco Bertani lascia leggere un rimando tutto francescano, dove pezzature di cielo e terre, colline, luoghi di preghiera e riflessione, terre d'Italia, si accertano come la parte migliore della sua produzione. E' una pittura ossificata, essenziale, che non vive di decorazioni, coglie il cuore di ogni cosa, sicchè quest'ultimo capitolo artistico di Fosco Bertani è una piccola storia del paesaggio italiano e lombardo". (Carlo Franza)

Fosco Bertani (Asola - Mantova, 1951), ammira la pittura di Chagall e di El Greco, e compiuti gli studi classici a Monza, frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia a Milano fino alla scelta per la pittura nel '73, quando si iscrive alla Accademia di Brera, e poi a quella di Firenze, dove si diploma nel ‘78, con una tesi finale sul Beato Angelico. Nel '79 a Parigi studia la pittura degli ultimi anni di Cezanne. Nel frattempo ha conosciuto l'arte di William Congdon e ne rimane profondamente colpito. A Milano incontra e segue l'attività teatrale e critica di Giovanni Testori. Dopo il matrimonio si trasferisce nella campagna mantovana, per studiarne meglio il paesaggio. Nell'89 esegue un grande dipinto murale commissionato dall'architetto Sandro Benedetti a Roma nella chiesa di Sant'Alberto Magno. Nel '96 torna in Brianza e da allora insegna discipline pittoriche stabilmente al liceo artistico statale "Fausto Melotti" di Cantù. Alterna la pittura di paesaggio al ritratto. (Comunicato stampa)




Giacomo Balla - Studio libero per il ritratto Giacomo Balla e amici ProtoBalla: La Torino del giovane Balla
termina il 27 febbraio 2017
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

L'intento dell'esposizione è raccontare il legame del pittore con Torino, dove Giacomo Balla visse fino al 1895. A partire dalla documentazione del poverissimo Borgo del Rubatto, dove nacque nel 1871, si seguono le amicizie e la complessa formazione dell'artista. Un dialogo con la pittura piemontese che giunge fino al 1907, anno in cui Balla realizza lo straordinario Ritratto di Clelia Ghedini Marani, conservato alla GAM, e anno in cui si tolse la vita Giuseppe Pellizza da Volpedo, le cui ricerche sul fronte divisionista e simbolista furono un punto di riferimento cruciale per la ricerca giovanile di Balla. Realizzata con il generoso contributo della Fondazione Ferrero, la mostra è pensata come approfondimento di uno dei capitoli ancora poco indagati della vita di Giacomo Balla: un ideale complemento alla mostra FuturBalla alla Fondazione Ferrero di Alba.

Curata dal Conservatore capo della GAM Virginia Bertone e da Filippo Bosco, allievo della Normale di Pisa, la mostra offre un ritratto della scena artistica torinese fin de siècle in relazione alla formazione e alle amicizie di Giacomo Balla, che sotto il profilo professionale si affermerà poi a Roma all'inizio del Novecento. In mostra sono esposte per la prima volta le rare fotografie di Mario Gabinio che documentano la realtà povera dei sobborghi torinesi, e in particolare del quartiere Rubatto, accanto al grande dipinto di Giacomo Grosso, il Ritratto di Olimpia Oytana Barucchi e allo studio di Balla per il Ritratto di Clelia Ghedini Marani, oltre a opere di Federico Boccardo, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Pilade Bertieri, Felice Carena e Antonio Maria Mucchi. In mostra anche diverse riproduzioni di documenti di Giacomo Balla conservati all'Accademia Albertina.

Il percorso espositivo prende avvio dalla sua frequentazione dei corsi all'Accademia Albertina (1886-1891), scelta che appare decisiva per un artista che sarà sempre consapevole dei suoi mezzi tecnici e non secondario in tal senso è l'autorevole insegnamento di Giacomo Grosso, che si afferma in quegli anni come figura centrale della scena accademica torinese. La difficile situazione famigliare ed economica impone al giovane Balla esperienze lavorative nel mondo della tecnica, che saranno importanti tanto quanto l'educazione artistica: dapprima presso il litografo Pietro Cassina e poi presso l'importante studio di Paolo (Pietro) Bertieri; qui Balla approfondisce la pratica della fotografia cui lo aveva già avviato la passione autodidatta del padre.

L'amicizia con il figlio di Bertieri, Pilade, lo introduce nell'ambiente dei giovani artisti torinesi, che si individuano proprio come la generazione degli "allievi di Grosso". Ricerche pittoriche isolate e singolari di coetanei di Balla, come gli interni intimisti di Federico Boccardo e soprattutto le analitiche vedute urbane di Francesco Garrone, sono esempi utili ad arricchire il panorama torinese. Questo era caratterizzato dalla pittura di paesaggio e da quella accademica: un particolare rilievo per Balla assume la conoscenza di Giuseppe Pellizza da Volpedo, importante riferimento per il divisionismo che poi adotterà a Roma.

Il trasferimento a Roma nel 1895 non gli consente che una prima timida apparizione pubblica, con un acquerello non identificato, all'Esposizione della Promotrice di Belle Arti nel 1891. Non partecipa dunque alle grandi rassegne nazionali di fine secolo, nelle quali si profila la nuova generazione dei "giovani" torinesi, anch'essi allievi di Giacomo Grosso. E' con questi artisti che può essere confrontata la prima produzione romana di Balla, che nel 1902 mandava da Roma un'opera alla Prima Quadriennale. Oltre a Pilade Bertieri, si tratta di Felice Carena, Antonio Maria Mucchi, Luigi Onetti, Mario Reviglione, Domenico Buratti. Il fondamentale incontro con l'arte internazionale a Parigi nel 1900, la vivace ricerca di una modernità della pittura, la forte istanza sociale nelle opere di questi artisti, l'impatto positivo della torinese Esposizione d'Arte Decorativa Moderna del 1902 sono tutti elementi presenti nel Giacomo Balla pre-futurista. (Comunicato stampa)




Gianni Politi: Painting and sculpture
termina il 27 gennaio 2017
Galleria Lorcan O'Neill - Roma
www.lorcanoneill.com

Gianni Politi (Roma, 1986) espone per la prima volta lavori inediti in una sua personale alla Galleria Lorcan O'Neill. La mostra vuole rendere visibile il processo creativo che lega i diversi gruppi di lavori esposti, svelando la tensione dell'artista tra la ricerca di compiutezza dell'opera e l'invenzione di nuove forme di espressione. Negli spazi della galleria verranno esposti quadri astratti che l'artista ha realizzato riutilizzando frammenti di opere precedenti; alcuni piccoli ritratti su tela che l'artista dipinge ‘a memoria' ispirandosi ad un dipinto del pittore settecentesco Gaetano Gandolfi; e, infine, calchi di telai in bronzo realizzati con patine colorate, inserti in marmo e legno dipinto.

Nella sua profonda indagine del medium pittorico, Gianni Politi dimostra anche il suo consapevole debito con l'Espressionismo Astratto e i grandi maestri dell'arte italiana del ventesimo secolo, liberamente interpretati e trasfigurati. L'artista ha immaginato un preciso itinerario per lo spettatore attraverso i diversi lavori ed ha commissionato all'arch. Giuseppe Pasquali una particolare panca museale per permettere al visitatore di sedersi e sostare al centro della galleria. Politi ha partecipato a numerose mostre, tra le quali più recentemente le personali a Roma presso la Fondazione Nomas (2015) e la Galleria Nazionale (2014). (Comunicato stampa)

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Gianni Politi (b. Rome 1986) makes paintings - both abstract and figurative - which explore ways to confront and use the artistic wealth he inherited as a young Italian artist. This exhibition includes large abstract paintings, great colour fields made by over-layering parts cut from other canvases to make a new whole; a series of paintings based on a portrait by Gaetano Gandolfi (Bologna 1734-1802); and a group of bronze wall works, casts from old wooden stretchers of discarded paintings, with keys of fancy marbles and woods. In keeping with the museum-like installation of the show, a long bench for the centre of the gallery has been commissioned by the artist from architect Giuseppe Pasquali. Gianni Politi has participated in numerous exhibitions, including his recent one-person show at the Galleria Nazionale in Rome, and a major presentation at the Nomas Foundation in Rome, 2015. (Press release)




Diamante Faraldo - Inscape - marmo bianco di Thassos e camera d'aria 2xcm.72x54x7 2016 Diamante Faraldo: Win back
termina il 16 febbraio 2017
MAAB Gallery - Milano
www.artemaab.com

L'analisi della storia e una riflessione profonda sull'evoluzione e sul concetto di Occidente, unite a un'indagine sul ruolo dell'artista, costituiscono il fil rouge della ricerca artistica condotta da Diamante Faraldo (Aversa, 1962). Il ciclo dei lavori è ispitato alla figura di Orfeo, uno dei topos della cultura occidentale e rappresentazione dell'artista per antonomasia. Così come colui che, noncurante del divieto impostogli dagli Dei, mentre si trova sulla soglia degli inferi, si volta indietro verso l'amata Euridice, allo stesso modo l'artista volge il suo sguardo verso il passato, verso la nostra storia, ripercorrendola lentamente, in ogni sua sfumatura. Così, con le sue opere, Faraldo contrasta il bombardamento di immagini cui è sottoposta la società contemporanea.

Per questo le sue sculture sono rese con materiale austeri, lavorati in modo da causare una perdita di percezione dei confini e i disegni sono miniaturizzati, obbligandoci a una visione ravvicinata e attenta. Le sculture esposte, create appositamente per la mostra, sono realizzate prevalentemente in marmo con inserti di camera d'aria e, talvolta, bronzo, ebano e petrolio. Materiali aulici e antichi, simbolo di potere e classicità, messi a confronto, in un dialogo serrato, con le materie dell'oggi, assai più duttili e austere, frutto dell'era industriale. Completano il percorso espositivo alcuni disegni realizzati con la grafite e dotati, sul fronte, di una lente d'ingrandimento che ne stravolge la visione. L'esposizione è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano e inglese), con testi di Arianna Baldoni, Jacqueline Ceresoli, Angel Moya Garcia, Rosella Ghezzi e Gianluca Ranzi. (Comunicato stampa)





Alberto Martini - La Marchesa Casati in veste di Euterpe - olio su cartone cm.47x39 1931 Alberto Martini - Tra visione e sogno
termina il 24 febbraio 2017
Galleria Blu - Milano
www.uessearte.it

La mostra - a cura di Elena Pontiggia - comprende venti opere e vuole rendere omaggio al grande artista simbolista (Oderzo, 1876 - Milano, 1954) nella ricorrenza del centoquarantesimo anno della nascita (poco distante dal suo esatto giorno di nascita, che era il 24 novembre). Sono esposti alcuni dei lavori più significativi di Alberto Martini, tra questi spiccano i fogli dei Prigionieri (1896), del Macbeth (1910), le tavole per La secchia rapita (1902-1903), oltre a dipinti importanti degli anni tra le due guerre come la surreale La marchesa Casati in veste di Euterpe del 1931. Immagine-guida della mostra è il suggestivo Autoritratto del 1914, in forma di biglietto da visita, in cui si affiancano un'ala di corvo e gli artigli di un satiro, una sirena e un teschio, uno sguardo senza volto e una bocca, un'opera tipica delle tenebrose atmosfere di Alberto Martini. Tema centrale della mostra è il particolare sguardo dell'artista che, confrontandosi con gli antichi maestri tedeschi, col simbolismo europeo e anticipando le atmosfere del surrealismo, si muove tra visionarietà e sogno, cogliendo nella realtà gli aspetti di enigma e di mistero. (Comunicato stampa UesseArte)




Beatrice Gallori: Core
termina lo 05 febbraio 2017
Lu.C.C.A. Lucca Center of Contemporary Art - Lucca

Per dare il titolo alla sua mostra personale Beatrice Gallori ricorre al linguaggio scientifico: core come nucleo, termine con cui nell'informatica si intende una parte del microprocessore, insieme al package che lo contiene. L'esposizione si compone di opere-installazioni create site specific che ruotano attorno alle ricerche dell'artista toscana sulla "cellula" che sono poi il tramite per studiare l'uomo in quanto essere vivente.

"Al Lu.C.C.A. - spiega Luca Beatrice, uno dei curatori della mostra - Gallori espone tutte opere site specific che riflettono una volta di più sulla condizione residuale della pittura, unica possibilità che tale mezzo può giocarsi in una difficile condizione contemporanea. Certo la riflessione sul monocromo parte da lontano, con sfumature e variazioni sia internazionali che italiane: è uno stile ben radicato nella tradizione tardo novecentesca e attualmente tornato di attualità per la critica e per il pubblico. Gallori però fa di più, inserendo la propria riflessione nello spazio con cui dialoga e in qualche modo combatte negandone i tratti distintivi, modificando angoli e proporzioni con la sua tipica forma a blob".

"Viviamo il momento più interessante e imprevedibile nelle arti visive degli ultimi venticinque anni - aggiunge il co-curatore Maurizio Vanni - nel quale la realtà, privata di qualunque elemento interpretativo in grado di garantirne la coerenza, lascia il posto a coloro che non vogliono alluderla o narrarla, ma ricrearla ex novo attraverso una pluralità di codici plausibili. Beatrice Gallori riparte dalla molecola, dalla genesi della materia, non come operazione atavica e regressiva, bensì per ritrovare nel 'concepimento del Tutto' quelle relazioni capaci di ricostruire un nuovo mondo visivo. Core non è la risposta, ma l'unica via possibile".

Lo speciale allestimento della mostra coinvolge il visitatore, stimolando diversi sensi attraverso il colore delle opere, le modalità con cui sono state realizzate e il movimento che creano con la loro struttura all'interno delle sale. "Mi sono divertita - sottolinea Beatrice Gallori - a cercare il vuoto, il pieno, ciò che non si vede, ciò che c'è, quello che ancora non c'è, che potrebbe accadere oppure no. E' uno studio sulla cellula nuda e cruda, su quello che porta con sé e sulle informazioni che veicola dei nostri corpi, e che a volte li condanna. Una sorta di linea sottile tra la vita e la morte, ma anche una possibilità di comprensione dell'oltre. Ritengo che dobbiamo vedere l'infinitamente piccolo per capire l'infinitamente grande".

Beatrice Gallori (Montevarchi, 1978) nel 2001 concretizza la sua passione per la moda ed il design frequentando l'Istituto Polimoda di Firenze dove si specializza in Fashion Design e Maglieria. Dal 2008 espone in collettive in spazi pubblici e privati. Nel 2010 crea dei bozzetti di maglieria hand-made con interventi pittorici per il marchio "Bettaknit" che ne produce una vera e propria collezione. Le sue opere sono presenti in vari collezioni private e pubbliche italiane ed internazionali. (Comunicato stampa)




Bruno Cattani: Carousel
termina l'11 febbraio 2017
VisionQuesT contemporary photography - Genova
www.visionquest.it

Il viaggio fotografico di Cattani attraversa i luoghi che formano la nostra memoria, luoghi che da sempre conserviamo dentro di noi, strade, case, stanze, città, a volte oggetti di uso comune, vissuti secondo ogni individuale percorso di vita. Un cammino attraverso il quale registriamo emozioni che arricchiscono e nutrono la nostra anima, attribuendo a questi luoghi la storia di ognuno di noi. Questi luoghi, infatti, possiedono un'anima.

Il viaggio per immagini di Cattani, contiene elementi narrativi ed evocativi, andando oltre alla mera documentazione, riportando in vita le emozioni e la magia che appartengono alle nostre esperienze personali e collettive. Attraverso una precisa scelta estetica, Cattani - che ha girato in lungo e in largo per il mondo ricercando giostre e fotografandole spesso senza figure presenti - sovraespone l'ambiente circostante e accentua i colori delle sue giostre, ponendole in questo modo fuori dal loro contesto e sottolineandone l'atmosfera sognante, come se fossero navicelle spaziali appena atterrate in un mondo magico dove il tempo e lo spazio non esistono.

Bruno Cattani negli anni riceve numerosi incarichi nell'ambito della ricerca fotografica per musei quali il Musée Rodin, il Musée du Louvre, l'École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi; l'Istituto Nazionale per la Grafica, il Pergamonmuseum di Berlino e la Soprintendenza Archeologica di Pompei. Nel 2000 è presente nell'esposizione D'après l'Antique al Musée du Louvre e, nello stesso anno, la sua mostra L'arte dei luoghi è inserita nel del programma del Mois de la Photo di Parigi. Il 2014 è l'anno della ristampa del volume Memorie, edito da Danilo Montanari Editore, nuovo capitolo della sua ricerca che prosegue con molti nuovi scatti.

Le sue fotografie sono conservate presso gli Archives Photographiques du Musée du Louvre, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, The New York Public Library for the Performing Arts, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Bibliotéque Nationale de France di Parigi, il Musée Réattu d'Arles, il Musée de la photographie di Charleroi, il Musée Nicephore Niépce Ville de Chalon sur Saône, la Maison Europeenne de la Photographie di Parigi, la Polaroid Collection e il Museo di Thessaloniki (Grecia). (Comunicato stampa)




Tensioni strutturali - rassegna d'arte alla Galleria Eduardo Secci di Firenze Tensioni strutturali #2
termina il 19 febbraio 2017
Galleria Eduardo Secci - Firenze
www.eduardosecci.com

La trilogia Tensioni strutturali si articola come un progetto organico - a cura di Angel Moya Garcia - suddiviso in tre mostre, indipendenti ma interconnesse tra loro, che sono presentate gradualmente negli spazi della galleria. Se la prima mostra, realizzata a Febbraio 2016, si focalizzava sul ruolo centrale dell'individuo nella costruzione dello spazio percepito, attraverso installazioni ambientali di Carlo Bernardini, Monika Grzymala, Roberto Pugliese ed Esther Stocker, la seconda analizza in quest'occasione le diverse possibilità della materia come elemento di rappresentazione e, infine, la terza mostra studierà, il prossimo anno, i processi entropici dell'ambiente quotidiano.

Questa seconda parte della trilogia viene sviluppata dai cinque artisti invitati come un'analisi delle possibilità e dei limiti della materia nelle sue diverse strutturazioni, declinazioni e accezioni. In mostra vengono presentati una serie di lavori che si interrogano, in modalità nettamente contrastanti, sulle sfumature e sulle gradazioni che si nascondono negli interstizidelle ataviche dicotomie tra fisicità e astrazione, tangibilità e indefinitezza, stabilità e precarietà. Un'indagine fenomenica in cui il reale appare e si mostra attraverso tracce, rimandi e segni e in cui l'individuo può arrivare a riconoscerlo e a comprenderlo solo ed esclusivamente attraverso la propria esperienza.

In questo modo la mostra è concepita come una successione di impulsi, di indizi e di accenni in cui le opere rallentano, rivelandosi, e in cui la materia prova a emergere nella sua completa diversità, frammentazione e aleatorietà, annullando qualunque tentativo di classificazione o categorizzazione tassonomica e respingendo qualsiasi oggettivizzazione del reale. In particolare, nella prima sala, Aeneas Wilder mette in discussione la durevolezza e la sicurezza statica della materia attraverso Untitled #191, un lavoro strutturato solo tramite l'equilibrio e la forza di gravità e in cui non c'è traccia di nessun sistema di fissaggio tra i numerosi elementi dell'installazione.

Nella seconda sala, Lontanodentro di Davide Dormino si materializza in una cascata costruita con fili di ferro che coprono l'intera stanza e convergono dal perimetro del soffitto al centro del pavimento e in cui il visitatore può decidere se osservarlo da una prospettiva periferica o attraversarlo per raggiungere il suo nucleo. Nella terza sala, All Is Shining the Same di Marzia Corinne Rossi si compone di un intrico di elementi autoportanti in carta vetrata industriale pigmentata, materiale che connota la produzione dell'artista, che si allineano nello spazio espositivo mutando le sue caratteristiche fisiche e percettive.

Di fronte, Diamante Faraldo presenta A Nord del Futuro, una grande mappa rovesciata che impone la necessità di fermarsi a scrutarla attentamente per distinguere sfumature, dettagli e particolari nascosti dietro un materiale che prova a celarsi nella sua ambiguità. Infine, nell'ultima sala, Andrea Nacciarriti con il lavoro Crystallize #002 [matter] indaga sulla capacità di trasformazione e sulla fragilità della materia, dilatando la sospensione e analizzando la categoria di transizione, attraverso un atto di frammentazione che la trascina aldilà delle nostre possibilità di raggiungerla. (Comunicato Ufficio Stampa Ottavia Sartini)




Park Eun-Sun - Connection - Discontinuance - Space - marmi colorati cm.64(h)x56x9 2014 Fausto Melotti - Lo sguardo - gesso, tela, vetro, ottone, cm.50x35 1974 Afro - Volo d'estate - tecnica mista su carta riportata su tela cm.44.7x59.1 1961 Connection - Discontinuance
Sistemi autopoietici nella ricerca artistica contemporanea
Afro | Fausto Melotti | Piero Dorazio | Park Eun-Sun


termina il 26 febbraio 2017
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

L'esposizione, che trae il titolo da una scultura in marmo realizzata nel 2014 dall'artista coreano Park Eun-Sun, pone in dialogo le opere di autori diversi per provenienza, esperienza e linguaggio, collocati all'interno di un sistema autopoietico (dalla parola greca auto, ovvero se stesso, e poiesis, ovvero creazione), nel quale ogni cambiamento è subordinato al mantenimento della sua stessa identità. La mostra, dunque, può diventare tassello di un ipotetico sistema sociale dell'arte in cui, come scrive Laura Gemini in riferimento alla performance teatrale contemporanea ("L'incertezza creativa", FrancoAngeli, Milano, 2003), «i singoli prodotti artistici si devono posizionare in un reticolo di riproduzione, dove ognuno di essi si realizza in collegamento con gli altri».

Il percorso espositivo comprende un excursus attraverso il lavoro di Afro (Udine, 1912 - Zurigo, 1976), artista presente dagli anni '50 in collezioni pubbliche in Italia, Europa e America. Da un carboncino su carta di matrice cubista ("Senza titolo", 1947) sino al "Volo d'estate" del 1961, la cui accentuata componente gestuale lo avvicina all'Informale. Fausto Melotti (Rovereto, 1901 - Milano, 1986), denominato maestro dell'anti-scultura per il gioco ponderato di strutture filiformi sospese nello spazio, è presente in mostra con "Lo sguardo", un gesso dipinto del 1974 in cui emergono l'impostazione scenica e la suggestione musicale, ma anche con due lavori a tecnica mista che sottolineano l'importanza delle opere su carta nell'economia della sua produzione.

Di Piero Dorazio (Roma, 1927 - Perugia, 2005), uno dei padri dell'astrattismo italiano, è esposto "Solstice" del 1963-64, opera ad olio su tela caratterizzata da stratificazioni cromatiche tendenti al monocromo, translucide e vibranti. Un tessuto, o meglio una membrana, per citare Giuseppe Ungaretti ("Un intenso splendore", Im Erker Galerie, San Gallo, 1966), fatta di una «pittura uniforme quasi monocroma e pure intrecciata di fili diversi di colore, di raggi di colore». Park Eun-Sun (Corea, 1965) presenta due sculture recenti in marmi colorati ("Connection - Discontinuance - Space", 2014 e "Link", 2014). Nelle sue opere, che devono la bicromia all'architettura romanica toscana, si susseguono forme diramate e giochi di volumi, mentre la luce scivola sulla superficie curva delle sfere, percorse da una frattura che l'autore suggerisce di leggere «come un atto rigenerativo, che consente di far emergere la parte più nascosta della materia». La mostra è completata da opere selezionate di Enrico Della Torre, Lucio Fontana, Marco Gastini, Giorgio Griffa, Elio Marchegiani, Carlo Mattioli, Angelo Savelli, Giuseppe Spagnulo. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Ettore Sordini: Orme dell'anima
termina il 27 gennaio 2017
Ca' di Fra' - Milano
gcomposti@gmail.com

Ettore Sordini (Milano, 1934-2012) frequenta l'Accademia di Brera e gravita intorno allo studio di Antonio Malerba, scultore capo della Fabbrica del Duomo. Come sempre accade, sono gli incontri, i maestri, gli amici, quelli che formano; Roberto Crippa, Cesare Peverelli, Lucio Fontana, solo alcuni... Dopo l'esperienza futurista, era maturata una generazione di artisti le cui idee originali risentivano fortemente dell'insegnamento e del fascino di Lucio Fontana, tornato nel 1947 dall'Argentina e, proprio grazie a lui, Sordini partecipa, nel 1954, alla X Esposizione Internazionale Triennale di Milano.

In questo periodo Sordini sviluppa una pittura parasurreale vicina a quella di Piero Manzoni. Già nel 1959, però, inizia un graduale allontanamento dall'orbita manzoniana per sviluppare e maturare la sua ricerca sul segno, approfondendo sempre più il rapporto tra segno - gesto - natura. Nel 1962, gli ex nucleari Sordini e Verga e gli ex-naturalisti Agostino Ferrari e Arturo Vermi, insieme ad Ugo La Pietra ed al poeta Alberto Lùcia come teorico, danno vita al Gruppo del Cenobio, tentativo estremo di opporsi sia alle tendenze nichilistiche e ipercritiche nei confronti della pittura sia all'invasione della cultura artistica americana che con il successo della Pop Art stava segnando la fine del microclima milanese e non solo.

Gli artisti del Cenobio rappresentano uno dei volti della reazione milanese all'Informale. Nel Cenobio si accentua l'esigenza di togliere, di trasformare la pennellata in segno grafico, anticipando gli esperimenti immediatamente seguenti di poesia visiva. Elemento comune è l'interesse per il segno ridotto all'essenziale, al suo punto zero. Questa personale sarà l'occasione per approfondire il suo lavoro al di là delle definizioni, attraverso le sue stesse opere. Una ventina di lavori che coprono un arco temporale di quarant'anni (anni '60 - 2000) attraverso i materiali da lui usati: carte, tele e carte intelate. (Manuela Composti)

«Ho fatto una pittura al limite del niente, al limite del percepibile...» (Ettore Sordini)




Colomba da Rieti e Giuseppe Viscardi. Arte e devozione popolare
termina lo 05 febbraio 2017
Museo del Capitolo della Cattedrale - Perugia

Mostra che ha incoraggiato l'approfondimento sul tema del culto locale rivolto a Colomba da Rieti (Rieti, 1467 - Perugia, 1501), una delle più significative figure di sante donne attive in piena età umanistico - rinascimentale. Un'opportunità anche per riscoprire quattro lavori dedicati alla Beata Colomba provenienti da diverse collezioni: due opere inedite del pittore Giuseppe Viscardi (Rieti, 1720-1795) dalla Collezione Marignoli di Montecorona di Spoleto, un'opera di Giovanni Antonio Scaramuccia (Perugia, 1570-1633) proveniente dalla Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia e un'opera di un pittore centro-italiano del XVII secolo dall'Oratorio di San Giovannino in Perugia, sede dell'Associazione Culturale "Beata Colomba da Rieti".

Il catalogo dell'esposizione è il frutto di una ricerca approfondita compiuta nell'arco del 2016. Pubblicato da Editoriale Umbra per la Fondazione Marignoli di Montecorona e curato da Michele Drascek, raccoglie contributi di Gualtiero Cardinal Bassetti, Chiara Basta, Amilcare Conti, Michele Drascek, Duccio K. Marignoli, Alessandro Novelli e Laura Teza. (Comunicato stampa Patrizia Cavalletti Comunicazione)




Skateboarders vs Minimalism, 2015 - H.D. Video 1.79:1, colore, suono Shaun Gladwell: Skateboarders VS Minimalism
termina lo 04 febbraio 2017
Studio la Città - Verona
www.studiolacitta.it

«Qual è la differenza tra un scultura di minimal art e una rampa per skateboard? O sono la stessa cosa?» Sono queste le domande che Shaun Gladwell suggerisce allo spettatore che si pone di fronte al suo nuovo lavoro dal titolo Skateboarders vs Minimalism. Il video, realizzato grazie alla collaborazione di tre dei più importanti skaters a livello mondiale - Hillary Thompson, Jesus Esteban Correa e Rodney Mullen -, è girato in uno spazio espositivo dove gli skaters eseguono le proprie evoluzioni con abili movimenti saltando copie di sculture di Donald Judd, Dan Flavin e Carl Andre, e altri artisti che hanno diffuso la minimal Art negli anni '60 e '70.

Lo stesso Gladwell afferma: «minimalism offers such great forms for skateboarders to ride on. It is a formal issue. The forms are simple and clean - perfect for skateboarding» («l'arte minimale offre grandi forme da "cavalcare". Si tratta di una questione formale. Le forme sono semplici e pulite - perfette per lo skateboard»). Il video è accompagnato da Islands di Philip Glass.

Shaun Gladwell (1972, Sydney), cresciuto nella periferia a ovest di Sydney, non è un artista video convenzionale e le sue opere non sono i tipici video instabili e veloci degli skateboarder video-maker. Infatti, il suo lavoro si sviluppa attraverso la lettura di forme di espressione urbana - come skateboarding, hiphop, graffiti, BMX bike riding, break-dancing e sport estremi - e si fonda principalmente sullo studio del corpo umano all'interno dello spazio e sulla plasticità del movimento stesso. Tutti questi elementi sono spesso ambientati in contesti particolari e sono accompagnati, come in questa ultima opera, da composizioni musicali che sono parte integrante dell'opera stessa.

Nel 2009 Shaun Gladwell ha rappresentato l'Australia alla 53rd Biennale di Venezia con la mostra Maddestmaximvs: Planet & Stars Sequence. Il suo lavoro è stato ampiamente esposto in occasione di biennali internazionali fra cui Biennale del Cairo (2010), di Sydney (2008), di Taipei (2008), 52. Biennale di Venezia (2007), di São Paulo (2006), di Busan (2006) e alla Triennale di Yokohama (2005). Il lavoro di Gladwell fa parte di importanti collezioni pubbliche e private in UK, Australia, USA, Olanda e Giappone. (Comunicato stampa)




Panos Tsagaris - Untitled mixed Media On Canvas cm.180x130 Kalfayan Galleries Panos Tsagaris - Untitled arrow of ra - cm.180x130 Kalfayan Galleries Panos Tsagaris: Let The Sun Protest
termina il 28 gennaio 2017
MLF | Marie-Laure Fleisch - Roma
www.galleriamlf.com

Per la prima volta a Roma l'artista greco Panos Tsagaris (Atene, 1979). In mostra una serie di tele di grandi dimensioni e lavori su carta di recente produzione. Affascinato e influenzato dalla spiritualità, dalle tradizioni mistiche, dall'Occulto e dall'Alchimia, Panos Tsagaris lavora su temi di attualità e si ispira alla società contemporanea. Riveste però la sua ricerca di una dimensione sacra, dimostrando che valori e principi di diverse religioni sono connessi tra loro, che mira ad avvicinare lo spettatore a uno stato di Catarsi attraverso l'Arte. Le sue opere sono il risultato di una serie di passaggi che sottintendono un processo di continua trasformazione da uno stato più basso ad uno più alto, verso un'ideale purificazione.

Tsagaris ha realizzato la sua ultima serie di lavori, Untitled, a partire da installazioni che assembla nel suo studio usando degli specchi di forme e dimensioni diverse. Lo specchio è un oggetto fortemente simbolico, dalle molteplici valenze: nella tradizione mitologica simboleggia la transizione da uno stato divino a uno materiale. Il riflesso sgretola l'autenticità e l'unicità del proprio essere e lo fa precipitare in una corporeità ingannevole (come accadde a Narciso). Dall'altro lato, in senso positivo, nella filosofia neoplatonica e nel misticismo Cristiano la stessa anima umana, spinta per sua natura alla contemplazione del Divino, diviene lo specchio in cui se ne riflette la Bellezza innata.

Tsagaris fotografa le sue composizioni con l'I-Phone, specchio vanitoso dei tempi moderni e del nostro ego, le stampa in bianco e nero, e le rifotografa ancora tante volte aggiungendo sempre nuovi specchi fino a che questi perdono le loro proprietà riflettenti. A questo punto le foto sono serigrafate a mano su tela e attraverso la sovrapposizione delle stampe serigrafiche nascono nuove forme e figure. Nella fase finale le tele sono dipinte con acrilico e alcune aree selezionate sono evidenziate con la foglia d'oro. Assistiamo a una duplice trasformazione: concettualmente, eliminando le qualità riflettenti degli specchi, la coscienza umana abbandona lo stato materiale e terreno per innalzarsi a un livello superiore verso il raggiungimento dell'essenza divina. Concretamente, l'installazione tridimensionale iniziale muta divenedo fotografia, quindi serigrafia e infine pittura.

Alcuni di questi lavori sono affiancati a scritti sullo spiritualismo, come il dittico Transmutation, che accosta all'immagine un testo sull'ascesa e l'evoluzione dell'anima tramite il processo della tomb of transformation, tomba dalla quale l'anima discende per trovare la salvezza fluendo da una forma ad un'altra verso una nuova e sempre più alta condizione. La foglia d'oro, dalla forte connotazione simbolica, diventa protagonista nei tre lavori della serie Golden Newspaper, iniziata qualche anno fa dall'artista come risposta alla crisi finanziaria in Grecia. Panos raccoglieva giornali internazionali, per lo più il New York Times poiché in quel periodo viveva negli Stati Uniti, di cui riproduceva in grande formato la prima pagina lasciando solo il nome della testata e un'immagine rappresentativa, relativa alla crisi nel suo paese, e coprendo tutte le colonne di testo con la foglia d'oro.

Negli ultimi due anni la serie si è espansa focalizzandosi su problematiche socio-politiche a più ampio spettro. Nei lavori esposti in galleria l'artista si è concentrato su immagini relative al fenomeno dei rifugiati, presente in tutta Europa, che sta in particolar modo toccando i paesi dell'area Mediterranea. Panos Tsagaris opera un procedimento di sottrazione il cui risultato è di grande impatto visivo e trasforma l'opera in una sorta di icona religiosa. L'oro, segno di purezza, rappresenta uno stato di benessere, ma non materiale, piuttosto quello derivante dalla finalità ultima dell'opera: il risveglio della coscienza, individuale e collettiva, accompagnato da una crescita spirituale interiore che ci permette di comprendere con maggior consapevolezza la realtà circostante. (Comunicato stampa)

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MLF | Marie-Laure Fleisch presents for the first time in Rome a solo show by the Greek artist Panos Tsagaris entitled Let The Sun Protest. On show, a series of large canvases and recent works on paper. The exhibition will be accompanied by a critical text by Eugenio Viola. Fascinated and influenced by spirituality, mystical tradition, the Occult, and Alchemy, Panos Tsagaris explores current themes and takes his inspiration from contemporary society. He veils his research in sacred dimension, demonstrating the interconnection between the values and principles of different religions in his attempt to bring the spectator closer to a Cathartic state through Art.

His works are the results of a series of passages suggesting a process of continual transformation from a lower to a higher state, towards the ideal purification. Tsagaris has created his latest series of works, Untitled, starting from installations which he assembled in his studio using mirrors of different sizes and shapes. A powerfully symbolic object with multiple significances, in mythology the mirror traditionally symbolises the transition from a divine to a material state. The reflection disassembles the authenticity and uniqueness of the being, transposing it into a deceptive corporeity (as in the case of Narcissus).

On the other hand and in a positive sense, in Neo-Platonic thought and Christian mysticism, the same human soul, pushed by its natural urge to contemplate the Divine, becomes the mirror in which innate Beauty is reflected. Tsagaris photographs the precursors of his compositions using an I-Phone, a vain mirror of modernity and of our ego; he prints in black and white, photographing the same images over and over, always adding new mirrors until they lose their capacity to reflect. At this point, the photographs are silk-screen printed by hand on canvas and by superimposing the images, new forms and figures are created. In the final phase, the canvases are painted with acrylic paints, and some selected areas are highlighted with gold leaf. (Press release)




Terra! - I segreti della porcellana
Materie prime, capolavori barocchi e forme contemporanee


termina il 23 gennaio 2017
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

L'esposizione - a cura di Cristina Maritano, conservatore di Palazzo Madama, con Lorenzo Mariano Gallo e Annalaura Pistarino del Museo di Scienze Naturali di Torino - costituisce la quarta tappa del ciclo espositivo Terra!, che collega sotto un comune denominatore Palazzo Madama insieme ai musei legati alla storia della ceramica di Castellamonte, Savona, Mondovì, Albissola Marina e Albisola Superiore. Attraverso un approccio pluridisciplinare, Palazzo Madama racconta gli aspetti storici e tecnologici della produzione della porcellana, tecnica ceramica ben rappresentata nelle raccolte del museo, dove è custodita una delle collezioni più importanti al mondo per consistenza e qualità dei pezzi. La mostra illustra con opere e materie prime il passaggio dalla porcellana tenera - esemplificata dalla porcellana medicea, da quella di Saint-Cloud e di Sèvres - alla porcellana dura, rappresentata da due importanti vasi di Palazzo Reale.

Opere realizzate a Meissen per il Palazzo Giapponese di Augusto il Forte, furono inviati al Re di Sardegna Vittorio Amedeo II nel 1725. Essi documentano sia il primo periodo della direzione di J.F. Böttger, sia l'uso della porcellana come dono diplomatico. Arricchiscono il percorso della mostra a Palazzo Madama anche alcuni trattati scientifici per raccontare le tappe della conoscenza delle porcellane orientali in Europa: dall'opera di Giulio Cesare Scaligero al Museo Metallico di Ulisse Aldrovandi al Museo Cospiano. La mostra prosegue con uno sguardo sulla storia della manifattura di Sèvres in Francia, che dopo la scoperta di giacimenti di caolino sul suolo francese nel 1768, vicino a Limoges, avvierà un complesso e costoso processo di conversione industriale, abbandonando progressivamente la produzione di porcellana tenera a vantaggio di quella dura.

Infine, grazie alla collaborazione con il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, viene esposta una campionatura di terre e minerali utilizzati anticamente nelle manifatture europee per la produzione della porcellana dura e di quella tenera, evidenziando le differenze nei procedimenti. I campioni furono spediti nel 1833 dal direttore della fabbrica di Sèvres, Alexandre Brongniart, ad Angelo Sismonda, professore di mineralogia dell'Università di Torino, e sono recentemente venuti alla luce nei depositi del Museo di Scienze Naturali. Una testimonianza di come nell'Ottocento positivista continuasse tra gli scienziati lo scambio di informazioni sulle materie prime utilizzate nella fabbricazione della porcellana.

Ad arricchire il percorso anche le opere di The Bounty Killart, gruppo di giovani artisti torinesi emergenti su scala internazionale, che si ispirano alle porcellane settecentesche, reinterpretandole in chiave ironica e contemporanea. Da sempre The Bounty Killart considera l'arte del passato (antico, rinascimentale, recente) fonte principale della propria produzione. Reinterpretando le immagini restituiscono loro la parola, rendendole portatrici di nuovi significati e, soprattutto, trasformandole nell'oggetto principale di un'attività ludica da cui ha origine gran parte del processo conoscitivo. Le sculture in ceramica presentate a Palazzo Madama si inseriscono in questa linea di pensiero, mostrando all'opera non solo l'estro d'immaginazione, ma anche la perizia della tecnica. (Comunicato Tanja Gentilini - Ufficio Stampa Palazzo Madama)




La velocità delle immagini
termina il 21 gennaio 2017
Istituto Svizzero di Roma
www.istitutosvizzero.it

Una riflessione sul rapporto tra velocità, modernità e arte. Nell'esposizione - a cura di Samuel Gross - si incontrano autori di epoche diverse come il futurista Giacomo Balla e gli artisti Sylvain Croci-Torti, Chloé Delarue, Nicolás Fernández, Louisa Gagliardi, Miriam Laura Leonardi, Emanuele Marcuccio, Rammellzee, Manon Wertenbroek e Urban Zellweger. Se con il recente sviluppo degli strumenti informatici on-line le immagini sembrano aver raggiunto la loro massima velocità di circolazione su scala mondiale, questa mostra si propone, tramite un effetto collage, di suggerire che questa percezione di flusso e accelerazione offre già da tempo, e quasi paradossalmente, degli interstizi che gli artisti si sentono legittimati a occupare.

Fin dai primi anni del secolo scorso il Futurismo ha esaltato la velocità come uno dei valori essenziali della modernità, suggerendo anche che l'osservazione fisica dei suoi effetti potrebbe fornire lo spunto per un capovolgimento estetico. Ecco allora che incurvando le linee, spezzettando le rette, frantumando i colori, Giacomo Balla creerà un'iconografia della velocità, proiettando la pittura in uno spazio cinetico astratto. Ma il mondo della velocità meccanica e della riproducibilità delle immagini è anche quello dell'aumento esponenziale delle dimensioni in agglomerati divenuti megalopoli. I più svantaggiati, allontanati dai centri urbani, si ritroveranno a dipendere dai mass media e dai trasporti pubblici, da quegli oggetti privi di origine che i writer degli anni Ottanta attaccheranno per appropriarsi delle città e per sognare un'identità che possa andare al di là della loro condizione.

Ecco dunque Rammellzee immaginare un destino astrale, retrofuturista e rivendicatore, carico di promesse deluse dalla modernità. Per uno strano effetto di condensazione cronologica, non lontana dall'estatica speranza moderna di Balla, e dalla capricciosa disillusione di Rammellzee, le questioni di identità, diventano uno degli spazi privilegiati di tanti artisti. Essi non sono più interessati a inserirsi in una tradizione, in un movimento, in un campo ma semplicemente a immaginare i tanti filtri da posare sul mondo. E allora, se nulla ferma le immagini, gli artisti non smettono di cercare di fissarne ancor più i contorni, i colori e i riflessi lasciati dal loro passaggio. In contemporanea all'inaugurazione de La velocità delle immagini, vengono proposte al pubblico due installazioni degli artisti svizzeri Valentin Carron e Sylvie Fleury, che abiteranno per un anno gli spazi del patio e del giardino di Villa Maraini, sede romana dell'Istituto Svizzero.

Giacomo Balla (1871-1958) è stato un pittore, scultore, scenografo, esponente di spicco del movimento futurista. Fondamentalmente autodidatta, nel corso della sua vita artistica si rivolge anche all'astrattismo e al realismo naturalistico. Le sue opere sono esposte nei principali musei italiani e internazionali.

Sylvain Croci-Torti (1985) ha studiato presso l'ECAL - École cantonale d'art et de design de Lausanne, dove ha conseguito la laurea nel 2013. Ha partecipato a numerose mostre collettive, in Svizzera e a livello internazionale. Chloé Delarue (1986) vive e lavora a Ginevra. Ha studiato alla HEAD - Haute école d'art et de design di Ginevra, dove ha conseguito un Master nel 2014. Ha esposto in molte realtà svizzere e nel 2016 ha vinto il Prix Kiefer Hablitzel e il Prix Hirzel de la Société des Arts, Ginevra.

Il percorso formativo di Nicolás Fernández (1968) inizia presso l'École supérieure d'art visuel di Ginevra. Dal 1991 ha partecipato a mostre collettive in Svizzera e all'estero; nel 2016 ha partecipato alla Berlin Biennale.

Louisa Gagliardi (1989) nel 2012 ha conseguito la laurea presso l'ECAL - École cantonale d'art et de design de Lausanne. Ha esposto in diversi spazi in Svizzera e a livello internazionale. Nel 2014 è vincitrice dello Swiss Design Awards.

Miriam Laura Leonardi (1985) ha studiato presso la ZHdK Zürcher Hochschule der Künste, dove nel 2015 ha conseguito il Master of Fine Arts. Nel suo lavoro esplora le questioni che circondano le dinamiche sociali attraverso varie forme di media, in particolare testo, audio e performance.

Emanuele Marcuccio (1987) utilizza lastre di metallo perforate e componenti industriali come dipinti e sculture. Laureato all'ECAL - École cantonale d'art et de design de Lausanne, ha esibito recentemente le sue opere al Museo Experimental El Eco, a Città del Messico, alla Fondation d'Enterprise Ricard di Parigi e al Centre D'Art Contemporain a Ginevra.

Rammellzee (~1960 - 2010) è stato un artista visivo, rapper e street artist newyorkese. Come teorico ha coniato il termine Gothic Futurism, rivolgendo la sua attenzione alle tematiche del linguaggio: una attività che ha profondamente influenzato il suo lavoro di writer. Ha partecipato attivamente alla fase germinale del rap americano, collaborando con Beastie Boys, Cypress Hill e molti altri.

Manon Wertenbroek (1991) si è laureata all'ECAL - École cantonale d'art et de design de Lausanne nel 2014. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste e giornali a livello internazionale, e ha partecipato a diverse mostre.

Urban Zellweger (1991) nel 2014 ha conseguito la laurea alla ZHDK - Zürcher Hochschule der Künste e nel 2015 alla HEAD - Haute école d'art et de design di Ginevra. Ha partecipato a diverse mostre collettive in Svizzera e a livello internazionale.

Valentin Carron (1977) nei suoi lavori spesso riproduce elementi della Svizzera, rivisitandoli in modo critico. Recentemente ha allargato la sua produzione rivolgendosi a tematiche come il potere, la politica e la classificazione. Ha esposto, tra gli altri, alla 55 Biennale di Venezia (2013) dove ha rappresentato la Svizzera, e alla Kunsthalle di Berna (2014).

Sylvie Fleury (1961) si dedica alla scultura e alla modellazione di materiali vari e a video, neon, installazioni e murales. Nei suoi lavori riflette sulla posizione dell'artista nella società dei consumi, giocando con i riferimenti della storia dell'arte come Mondrian, Duchamp, Andre e altri. Da ricordare l'antologica allestita al MAMCO di Ginevra (2008-09), al CAC di Malaga (2011) e la mostra a Villa Stuck a Monaco (2016). Suoi lavori si trovano al Museum of Modern Art di New York, al Centre for Art and Media di Karlsruhe, e al Museum der Moderne a Salisburgo. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Santerini)




Immagine dalla locandina della mostra Passwor(l)d di Laura Zeni Laura Zeni. Passwor(l)d
termina il 12 febbraio 2017
Galleria d'Arte Moderna - Genova

Il titolo della mostra, Passwor(l)d - a cura di Fortunato D'Amico e Maria Flora Giubilei - gioca sull'ambiguità dei significati attribuibili a questo termine togliendo la lettera "L". Commenta Fortunato D'Amico: "Quella attuale è un'epoca di passaggio tra vecchio e nuovo mondo, è un tempo storico di transizione e di disagi in cui non si vedono con chiarezza le prospettive future. La Galleria di Arte Moderna di Genova Nervi è un luogo dove le opere dei Maestri dell'Ottocento e del Novecento rivelano momenti di vita, sia positivi sia negativi, rappresentativi della grande transizione epocale che nei due secoli precedenti ha trasformato la società da contadina a industriale".

Prendendo spunto dall'antico nome di Genova (in latino Janua, "porta"), importante città di transiti e collegamenti tra il Mediterraneo e l'Europa, l'artista estende il concetto di "passaggio" alle diverse sale del percorso espositivo, interagendo con ognuna di esse. Laura Zeni entra in dialogo con le opere delle collezioni museali, evidenzia analogie e differenze tra contemporaneità e recente passato grazie a un corposo nucleo di installazioni, opere pittoriche, collage e disegni fra cui spiccano numerosi inediti pensati ad hoc per lo spazio espositivo.

Di particolare rilevanza sono le grandi installazioni site specific con cui Laura Zeni interviene sui tre piani del Museo; ne sono esempio la grande ruota in ferro di due metri collocata al piano terreno, nella sala col bovindo proiettato nel parco, verso l'orizzonte marino, un rimando al viaggio e all'apertura verso l'esterno, simbolicamente contrapposta a un'installazione di fili di cotone blu su cui è adagiata la sagoma frammentata di un uomo, realizzata in plexiglass specchiato, a evocare una condizione di isolamento e di naufragio proprio sotto il mare dipinto che lambisce le coste italiane del grande olio su tela dell'olandese Petrus Theodor Tetar Van Elven, Veduta fantastica dei principali monumenti d'Italia, prefigurazione, nel 1858, dell'unità italiana.

Un riferimento alla relazione tra mondo interiore ed esteriore si scorge nella sala 4 del museo, dedicata alla pittura di paesaggio e di genere in cui, come nella poetica dell'artista, uomo e natura convivono apparentemente in una dimensione armonica. Qui una moltitudine di pezzi di carta, ritagli di volti e vedute, ricoprono i pilastri che scandiscono lo spazio e si ricompongono sotto le antiche volte in assembramenti cartacei simili a nuvole. Un'interpretazione ludica del paesaggio è offerta dalla rivisitazione da parte dell'artista di "cielo e terra" - ovvero del gioco della "campana" o del "pampano" -, un percorso composto da caselle numerate tracciate sul pavimento con Prima di salire al piano nobile della villa, nelle sale del Novecento, in stretta relazione con la sezione dei ritratti e gli autoritratti delle raccolte della GAM, dialogano le "teste" realizzate dall'artista con una linea ininterrotta, elementi ricorrenti della sua espressività da sempre incentrata sull'individuo e sull'interiorità, e intese come contenitori di pensieri, storie e stati d'animo.

Colpiscono in proposito l'imponente profilo umano dipinto su tela con i toni del nero e i numerosi disegni su carta dai colori vivaci e dalle opere della serie Ritratti interiori. Decisamente significativa è l'installazione concepita al piano nobile della Galleria, nel pieno del Novecento, per la bellissima terracotta del 1932 di Arturo Martini, La convalescente, ritratto a grandezza naturale della figlia Maria (la famosa Nena) col libro fra le mani, stremata dopo la malattia, ai piedi della quale Laura Zeni dispone diversi volumi aperti sui quali disegna delicate figure di donna, mentre, nella stanza successiva dedicata agli interpreti di quell'avanguardia, da Depero a Fillia, la tela dal titolo Geometrie femminili, fitta composizione di sagome intrecciate, evoca l'idea di movimento e si relaziona alle opere futuriste esposte.

Un omaggio ai numerosi lavori in blu oltremare del pittore ligure Rubaldo Merello, oscillanti tra simbolismo e divisionismo è dato dal fascio di fili blu che cade dall'alto, una sorta di pioggia che è possibile attraversare, ammirando al contempo le opere della collezione museale. E torna ancora il blu nello splendido dipinto dell'inglese William Scott, Blue still life, acquistato dalla Galleria genovese alla Biennale veneziana del 1958, esposto al piano ammezzato del museo: la sua presenza internazionale nel percorso delle raccolte permanenti è sottolineata da Laura Zeni con una installazione che propone al pubblico l'attività di designer dell'artista milanese. (Comunicato Ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Opera di Giancarla Frare Giancarla Frare - opera dalla mostra Ut sculptura Giancarla Frare. Ut sculptura
termina il 19 febbraio 2017
Castello di Ladislao - Arpino (Frosinone)
www.fondazionemastroianni.it

Nella sede della Fondazione Umberto Mastroianni, che accoglie la più ricca e rappresentativa eredità di uno dei più eclettici e geniali scultori del '900 e la memoria di un'intera famiglia di artisti, i Mastroianni, la mostra - curata da Loredana Rea - propone un suggestivo percorso nella ricerca artistica di una delle artiste italiane più interessanti. Le trenta opere presenti in mostra sono una stringente selezione dei lavori creati negli ultimi dieci anni, a sottolineare il profondo legame con la scultura e il senso plastico della forma, intrinseco alle ragioni pittoriche di un linguaggio intenso e sempre coerente a se stesso. Sono fogli, anche di grandi dimensioni, realizzati con inchiostri e pigmenti naturali, che definiscono immagini dal forte sapore tettonico e litico e trasmettono prepotentemente l'equilibrio tra posizioni di pensiero e necessità del fare.

Le opere scelte a sintetizzare la vocazione plastica di Frare compongono una sorta di "geografia di frontiera", sono infatti quasi paesaggi lunari e mineralizzati, pur al di là di ogni suggestione e allusività figurale, in cui lo sguardo può insinuarsi alla ricerca delle ragioni della quotidianità. Attori silenziosi e immobili di queste terre, realmente percorse e vissute o solamente immaginate, sono pietre, ora selvaggiamente geologiche ora monconi e frantumi di un passato che segna le infinite distese dalla luce incerta, improvvisamente ferite da segni che lasciano presagire possibili dinamismi.

Sono i luoghi del "non più e non ancora", frequentati da rari viaggiatori, che mai si lasciano vedere, tanto cari all'artista e ai poeti mitteleuropei - come Trakl e Celan - che spesso l'hanno accompagnata, nutrendo la pittura, l'incisione, la fotografia e le esperienze nella poesia e nella letteratura. Il catalogo, edito dalla Fondazione Mastroianni, si avvale dei contributi critici di Carlo Fabrizio Carli, Franco Fanelli, Daniela Fonti, per restituire la complessità di un percorso di ricerca che Giancarla Frare ha sviluppato in un trentennio di attività, accogliendo stimoli e suggestioni di natura differente.

Di origine veneta, Giancarla Frare si è formata alle Accademie di Napoli, Urbino e Venezia. Presente dal '79 al 1987 con continuità nelle mostre della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, è Borsa di Studio (1981) del Museo d'Arte Moderna di Ca' Pesaro. Ha realizzato un'ininterrotta attività espositiva che la vede presente in mostre individuali e di gruppo in Italia, Europa, America, Medio ed Estremo Oriente. Le opere di Giancarla Frare sono presenti nelle collezioni permanenti di Musei e Fondazioni in Europa e America. (Comunicato stampa)




Federico Seneca (1891-1976): Segno e Forma nella Pubblicità
termina il 22 gennaio 2017
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

La mostra celebra, a quarant'anni dalla sua scomparsa, Federico Seneca (1891-1976), uno dei protagonisti della grafica pubblicitaria del Novecento, attraverso manifesti, locandine, insegne, logotipi, cartoline, calendari, scatole in latta e cartone e splendidi bozzetti scultorei in gesso mai esposti. Tra i suoi lavori più conosciuti, la pubblicità dei "Baci" Perugina e l'esecuzione del concetto grafico dei "cartigli", i bigliettini che ancor oggi accompagnano i famosi cioccolatini.

In mostra oltre 300 pezzi fra manifesti, pieghevoli, locandine, cartoline, illustrazioni di copertina, bozzetti preparatori su carta quadrettata, album da disegno, elaborati grafici, insegne, cartelli, libri, riviste, lettere, biglietti d'auguri, scatole in legno e in latta, confezioni varie, matrici, prove di stampa, foto d'epoca, un cavalletto, il passaporto di Federico Seneca che documenta i viaggi che intraprende anche all'estero fin da giovane, e i suoi attrezzi, come le forbici che aveva progettato e realizzato da sé. Per la prima volta vengono esposti degli splendidi bozzetti scultorei in gesso di 20-40 cm che Federico Seneca creava (e poi distruggeva) per dare forma alle figure che animavano le sue pubblicità: una tridimensionalità che in seguito sintetizzava nei manifesti.

E' esposta anche una lettera datata 4.11.1929 che Federico Seneca invia a Giovanni Buitoni: l'occasione per gettare uno sguardo sul mansionario del direttore di un ufficio pubblicità dell'epoca (uno fra i primi, fra l'altro, in tutta Italia) che chiedeva maggiori risorse per svolgere il lavoro affidatogli alla Perugina. La mostra presenta inoltre un francobollo per pubblicizzare i "Baci" Perugina del 1925 circa; negli anni '20, infatti, le Poste italiane stipulavano accordi con le ditte per l'emissione di francobolli che reclamizzavano i loro prodotti. In mostra opere provenienti dal Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, dalla Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli - Castello Sforzesco di Milano, dal Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro Collecchio, dalla Collezione Salvatore Galati di Crema e da numerose collezioni private, con particolare riferimento alla collezione degli eredi di Seneca, per la prima volta visibile a un ampio pubblico.

L'esposizione - curata da Marta Mazza, direttore del Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, e Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo e di Spazio Officina di Chiasso - s'inserisce nel filone promosso dal m.a.x. museo della "grafica d'impresa" dei maestri del XX secolo, e racconta per la prima volta l'intero percorso creativo di Federico Seneca, dal liberty all'art déco a una visione futurista, per giungere, dal dopoguerra in poi, alla modernità con la sintesi grafica minimalista delle forme accompagnata da suggestioni tipografiche, un gioco di chiaroscuro e colori vivaci. L'esposizione e il suo catalogo (Silvana Editoriale, 2016, bilingue italiano/inglese), che colmano un vuoto bibliografico, sono frutto di un'intensa collaborazione con gli archivi d'impresa di note case produttrici.

Le donne in costume da bagno, gli innamorati che si tengono per mano reggendo una scatola di cioccolatini, i cuochi panciuti, i cigni che sbirciano nelle lavatrici, il gatto selvatico con la coda che prende fuoco, la suora che si china in un gesto protettivo, le portatrici di cacao sono solo alcuni dei personaggi e degli animali che animano le pubblicità di Federico Seneca e che traducono un mondo dinamico, colorato e in fermento. Al m.a.x. museo viene presentato un patrimonio visivo di grande piacevolezza con réclames che hanno caratterizzato l'immaginario visivo di un'epoca, come pure manifesti, locandine, grafiche pubblicitarie, insegne, logotipi, schizzi, bozzetti su carta quadrettata, cartoline, calendari, scatole in latta e cartone e splendidi bozzetti scultorei in gesso mai esposti, che fungevano da base per lo studio figurativo dei manifesti di Seneca.

La mostra, pensata come "progetto integrato", prevede tre tappe successive a quella svizzera: la prima, dal 12 marzo al 4 giugno 2017, alla Galleria Nazionale dell'Umbria a Perugia; la seconda, dal 14 luglio al 24 settembre 2017, alla Galleria Carifano - Palazzo Corbelli di Fano (Fondazione Gruppo Credito Valtellinese); la terza, dal 3 febbraio al 3 giugno 2018, al Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso. Un omaggio in quattro luoghi identitari del percorso di vita, di ricerca e di conservazione dell'intera opera di Federico Seneca. Come per tutte le mostre del m.a.x. museo, la redazione di Ultrafragola (3D Produzioni) ha realizzato un video sull'esposizione dedicata a Federico Seneca, visibile in una sala del museo e online sul sito di Ultrafragola, con interviste alle curatrici e al figlio, Bernardino Seneca. Il video sarà trasmesso anche su Sky Arte durante il periodo espositivo.

Federico Seneca (Fano, 1891 - Casnate (Como), 1976) studia al Regio Istituto di Belle Arti delle Marche, a Urbino, una delle più significative scuole di illustrazione in Italia. Nel 1912 inizia la professione di docente di disegno e di grafico pubblicitario disegnando i manifesti per la stazione balneare di Fano, di chiara ascendenza liberty. Allo scoppio della Prima guerra mondiale viene arruolato nel corpo degli alpini, dove si distingue per i suoi atti di Durante il periodo della Prima guerra mondiale viene arruolato e incontra e conosce Gabriele D'Annunzio, oltre a Francesco Baracca, Francesco De Pinedo, Gerardo Dottori e Luigi Fontana (fondatore di Fontana Arte), con cui stabilisce una profonda amicizia.

Terminata la guerra, Federico Seneca inizia l'importante e duratura collaborazione con la neocostituita impresa Perugina, di cui diventa responsabile dell'ufficio pubblicità per dodici anni, cui si unisce nel 1925 l'incarico di direttore dell'ufficio pubblicità per la Buitoni. Entrambe le industrie appartengono alla famiglia Buitoni di Perugia. Seneca diviene noto con il logotipo disegnato in occasione della creazione dei "Baci" Perugina e con l'esecuzione del concetto grafico dei "cartigli", i tipici bigliettini che accompagnano il celebre cioccolatino. Il 1928 segna il conferimento a Federico Seneca del primo premio alla "Mostra internazionale del manifesto" a Monaco di Baviera, che lo renderà famoso nel resto d'Europa.

Il rapporto di Seneca con la Perugina si interrompe nel 1933, quando si sposta da Perugia a Milano - crocevia di relazioni nel settore del graphic design -, dove apre un proprio studio di pubblicità. In questi anni Seneca allarga le sue collaborazioni lavorando per le più importanti e innovative aziende del secondo dopoguerra. Nel 1936 partecipa con i maggiori artisti-cartellonisti dell'epoca (Metlicovitz, Cambellotti, Cappiello, Dudovich, Nivola, Sepo, Sironi e molti altri) alla "I Mostra nazionale del cartellone e della grafica pubblicitaria" che si tiene al Palazzo delle Esposizioni a Roma. (Comunicato Amanda Prada - Ufficio stampa Svizzera e Insubria m.a.x. museo)




Opera di Sandro Chia - cm.112x140 2000 Sandro Chia - Senza titolo - 110X110cm 2003 Sandro Chia - Melanconia del Pittore - cm.128x140 1999-2000 Sandro Chia: Il Viandante
termina il 29 gennaio 2017
CIAC Centro Italiano Arte Contemporanea - Foligno
www.centroitalianoartecontemporanea.com

Personale dedicata all'artista toscano, tra i più noti protagonisti della Transavanguardia italiana. Curata da Italo Tomassoni, la mostra raccoglie circa 50 opere, in gran numero recenti ed inedite, molte realizzate appositamente per gli spazi del CIAC, - sono stati infatti sinora ospitati artisti informali, programmati concettuali, citazionisti "poveri", neo espressionisti - ed offrendo l'opportunità di incontrare l'esponente più ricco di invenzione figurativa della Transavanguardia.

Accanto a undici grandi tele realizzate tra il 1998 e il 2003, prestate dalla Galleria Mazzoli di Modena, con le caratteristiche grandi figure umane di Chia che emergono da sfondi coloratissimi di forme geometriche o di pennellate ricche e dense, troviamo un gruppo di dieci strepitose tele recenti, con al centro uomini e donne di grande felicità espressiva, su sfondi dove dominano gli azzurri, i verdi e i blu, e paesaggi delicati e poetici. Sono inoltre esposte una ventina di opere su carta eseguite con tecnica mista realizzate tra il 2012 e il 2014, magistrali schizzi di figure umane, dove Chia studia il movimento, inserendole in sfondi colorati di grande suggestione. Completano il percorso altri lavori recenti del Maestro, tutti di straordinaria qualità.

"L'immagine di un viandante - afferma Chia - è il mio tema preferito, una figura che incede tra cielo e terra, contornato dal paesaggio, possibilmente accompagnato da animali domestici. Il viandante è per me il tema più fecondo, più ricco di conseguenze pittoriche ed ideali". E ancora: "In fondo dipingere significa questo, significa pedinare a distanza un soggetto, braccare un'immagine, seguirne le tracce, scoprire le tracce, cancellare le tracce. Significa dimenticare se stessi nel paesaggio del quadro appena abbozzato, diventare lo specchio dell'immagine e quasi per caso, inavvertitamente, entrare nel quadro. Pochi passi dentro il quadro e il quadro diventa il teatro dell'auto seduzione, pochi passi dentro il quadro e il quadro si trasforma in autoritratto. Ancora un passo o due e si esce dal quadro lasciandovi l'immagine, l'ombra, il corpo astrale".

"Per una visione che concepisca la pittura contemporanea come un complesso di eventi che spezza la continuità della storia - afferma Tomassoni - Sandro Chia rappresenta una entità eretica, la occasione offerta alla pittura per un richiamo organico alla idea del rappresentare, che contraddice la frammentarietà e la schizofrenia sperimentale del post moderno. E organico Chia era stato fin dai suoi esordi, quando già all'inizio degli anni'70 intuì la necessità di ricollegare il proprio linguaggio figurativo alle fonti di quel Novecento che 50 anni prima aveva ricostruito un tessuto figurativo disperso dal Futurismo e dalle Avanguardie".

"Sandro Chia opera su un ventaglio di stili, sempre sostenuto da una perizia tecnica e da un'idea dell'arte che cerca dentro di sé i motivi della propria esistenza - scrive Achille Bonito Oliva, padre della Transavanguardia e profondo conoscitore dell'artista - tali motivi consistono nel piacere di una pittura finalmente sottratta alla tirannia della novità e anzi affidata alla capacità di utilizzare diverse "maniere" per arrivare all'immagine. I punti di riferimento sono innumerevoli, senza esclusione alcuna, da Chagall a Picasso, da Cèzanne a De Chirico, da Carrà futurista a Carrà metafisico e novecentista".

Sandro Chia (Firenze, 1946) dopo l'Istituto d'Arte e l'Accademia di Belle Arti viaggia in Europa e in Oriente. Nel 1970 è a Roma, dove nel 1971 ha luogo la sua prima personale presso la Galleria La Salita. Da questo momento in poi inizia una delle carriere più brillanti dell'arte italiana contemporanea con mostre, retrospettive e opere in collezione permanente in musei e gallerie di tutto il mondo. Nel 1982 è a New York, dove si fermerà per circa vent'anni. Nel 2010 è la grande retrospettiva alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma curata da Achille Bonito Oliva. Recentemente, tra il 2011 e il 2012 è stato presente alla mostra Transavanguardia al Palazzo Reale di Milano a cura di Achille Bonito Oliva, in varie personali a Bologna, Milano, Modena e in numerose collettive in tutta Italia. (Comunicato Chiara Cereda - Ufficio Stampa Lucia Crespi)




Richard Johansson | Erika Nordqvist
Woods where I grew up


termina il 28 gennaio 2017
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano
www.colomboarte.com

Doppia mostra personale degli artisti svedesi Richard Johansson ed Erika Nordqvist, a cura di Michela D'Acquisto. Richard Johansson, per la prima volta in Italia, ripercorre idealmente il viaggio verso il Nord America che, durante l'Ottocento, migliaia di svedesi - provenienti, come l'artista, dalla regione rurale dello Småland - hanno intrapreso per sfuggire alla depressione economica di quegli anni. Nella volontà di preservare la memoria e i sacrifici degli antenati, Johansson attinge dalle vicende e dalla tradizione folkloristica del suo paese, impiegandole come chiavi di interpretazione della società contemporanea: l'appartenenza alla classe operaia svedese e la promessa del sogno americano, ma anche la disuguaglianza sociale e la lotta politica, sono i temi che egli affronta nei suoi lavori, caratterizzati da un'estetica naïf e da una giocosa impertinenza.

E' all'immediatezza delle sue opere che Richard Johansson affida il compito di narrare la storia fortemente contrastante e frammentaria della Svezia - che così spesso si confonde, intrecciandosi, con la sua - utilizzando il «linguaggio non parole» della natura selvaggia auspicato dal connazionale Tomas Tranströmer, premio Nobel per la letteratura nel 2011. In occasione della sua seconda mostra negli spazi di Antonio Colombo Arte Contemporanea, Erika Nordqvist continua ad appropriarsi della realtà a lei circostante attraverso il disegno. Il processo creativo che distingue i suoi lavori è sempre visibile, in ogni sua fase, sul foglio bianco: lo stato iniziale di incertezza, contraddistinto da cancellature evidenti, lascia ben presto il posto a segni sempre più sicuri, come se l'artista fosse in grado di acquistare coscienza del mondo solamente disegnandolo.

E il mondo rarefatto che la Nordqvist fa apparire dal nulla non è che un palcoscenico nel fitto della foresta - una di quelle foreste dove i nostri artisti sono cresciuti. «Nella foresta c'è una radura inaspettata che può essere trovata solo da chi si sia perduto» e i personaggi di Erika Nordqvist, perpetuamente in bilico fra l'esistere e lo svanire, sembrano certamente conoscere questo luogo. In galleria saranno presenti dipinti, lavori su carta di grande formato, e sculture in bronzo e in legno.

Richard Johansson (Småland - Svezia, 1966) ha studiato arte alla Konstskolan Forum di Malmö dopo un trascorso da carpentiere. Fra le principali mostre personali, si ricordano: 2016, "Elvis Is Dead, But Kenny Rogers...", Little Finger Gallery, Malmö; 015, "51st State", Galleri Magnus Karlsson, Stoccolma. Tra le collettive: 2015, "Polyfoni 3", Galleri Thomas Wallner, Simris. Erika Nordqvist (Svezia) ha studiato arte in Inghilterra, prima all'Arts Institute di Bournemouth e poi alla Slade School Of Art di Londra. (Comunicato stampa)




La famiglia Papafava dei Carraresi dona una eccezionale raccolta di disegni di architettura al Palladio Museum
www.studioesseci.net

Una eccezionale raccolta di disegni e stampe di architettura è stata donata dalla famiglia Papafava dei Carraresi al Centro Internazionale di Studi di Architettura di Vicenza perché siano conservati al Palladio Museum. Si tratta di 50 disegni di grande formato ed un volume di stampe opera di celebri architetti del Settecento, da Giacomo Quarenghi a John Michael Gandy, raccolti da Alessandro Papafava trasferitosi a Roma per studiare architettura presso l'Accademia di San Luca tra il 1803 e il 1807, su consiglio di Antonio Canova.

La famiglia detta dei Papafava è l'unico ramo superstite dell'antica linea dei da Carrara, che divennero Signori di Padova dal 1318 al 1405. Inizialmente era un soprannome riferito a un Giacomo (che fu chiamato come podestà a Vicenza nel 1269) e poi adottato come cognome dopo la fine della Signoria. Le vicende della famiglia Papafava sono costantemente documentate e intrecciate agli eventi della storia di Padova fino ad oggi. Nel recente passato, merita di essere ricordato lo storico Novello Papafava (1899-1973), qui sopra nominato, noto anche per essere stato presidente della Rai nei primi anni Sessanta.

La collezione donata al CISA Andrea Palladio fu formata da Alessandro Papafava, giovane ed entusiasta studioso d'arte, che oltre all' Accademia frequentava gli atéliers degli artisti, il laboratorio del Canova e quello della pittrice Angelika Kauffmann, e anche quelli degli architetti Giuseppe Camporesi, Vincenzo Balestra, Mario Asprucci, acquistando da loro le stampe e i bellissimi disegni acquerellati, insieme a quelli dell'inglese John Michael Gandy, l'autore delle immaginifiche vedute dei progetti di Sir John Soane e di Giacomo Quarenghi (di cui nel 2017 ricorre il bicentenario della morte).

Tornato a Padova, Alessandro Papafava utilizzò quanto imparato a Roma quando progettò e arredò l'appartamento in stile neoclassico, in tutti i dettagli, nel palazzo Papafava di Padova e anche nel rinnovare nello stesso stile l'austera villa di famiglia di Frassanelle nei Colli Euganei. In questo modo, mettendosi in contatto con l'ambiente artistico veneto, fra cui certamente Giuseppe Jappelli, condividendo i suoi studi, i "suoi disegni " e la sua esperienza, Alessandro contribuì concretamente all'affermazione e alla diffusione dello stile Neoclassico nel Veneto. Continuò negli anni successivi a coltivare gli stessi interessi, ricoprendo numerosi incarichi civici ed essendo nominato Membro dell'Accademia di Belle Arti di Venezia e Deputato della Congregazione Provinciale di Padova.

La raccolta, conservata integra dalla famiglia Papafava per oltre due secoli, è costituita da materiali di altissima qualità grafico-pittorica, e riveste un valore storico enorme: essa ci restituisce infatti un rara istantanea del mondo di interessi di un giovane studente di architettura fra Sette e Ottocento, che si immerge nella cultura architettonica negli anni in cui i modelli del Neoclassicismo romano arrivano nel Veneto, rivoluzionandone il gusto.

Desiderio della famiglia Papafava è che la raccolta costituita dal loro antenato sia mantenuta integra, e i suoi materiali studiati, catalogati e resi disponibili ai ricercatori. Il luogo della loro conservazione e valorizzazione è stato individuato nel Palladio Museum creato dal CISA Andrea Palladio, l'istituto internazionale con storiche radici nella cultura veneta, espressamente dedicato allo studio dell'architettura. La donazione è stata fatta in memoria del conte Novello Papafava dei Carraresi e di sua moglie Bianca Emo Capodilista per volontà dei loro figli Benedetta, Alberto, Fina, Marsilio, Alessandro, Donata, nonché degli eredi dei non più viventi Lieta e Francesco.

Alla collezione e al mondo di Alessandro Papafava sarà dedicata una grande mostra già in calendario al Palladio Museum per l'autunno 2017. La cura della mostra è stata affidata al celebre studioso irlandese Alistair Rowan, già presidente del Society of Architectural Historians of Great Britain, profondo conoscitore della raccolta, e a Susanna Pasquali, docente alla Sapienza di Roma e componente il consiglio scientifico del CISA Andrea Palladio, curatrice, fra l'altro, del volume dedicato al Settecento nella Storia dell'architettura nel Veneto (Marsilio 2012). (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Sebastiao Salgado Sebastião Salgado: Genesi
termina il 29 gennaio 2017
Chiesa di San Giacomo in San Domenico - Forlì

Genesi è l'ultimo grande lavoro di Sebastião Salgado, il più importante fotografo documentarista del nostro tempo. Un progetto iniziato nel 2003 e durato 10 anni, un inno d'amore per la terra e un monito per gli uomini, nato da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del Pianeta. Un viaggio alle origini del mondo per preservarne il futuro, che lo stesso Salgado descrive in questo modo: "Personalmente vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell'uomo in natura. L'ho chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero ritornare alle origini del pianeta: all'aria, all'acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all'addomesticamento e sono ancora 'selvagge'; alle remote tribù dagli stili di vita 'primitivi' e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazione umane. Questo viaggio costituisce un tentativo di antropologia planetaria. Inoltre, ha anche lo scopo di agire da monito affinché si cerchi di preservare e se possibile ampliare questo mondo incontaminato, per far sì che sviluppo non sia sinonimo di distruzione Finora avevo fotografato un solo animale, l'uomo, poi ho preso la decisione di intraprendere questo progetto e di andare a vedere il Pianeta spinto da un'enorme curiosità di vedere il mondo, conoscerlo".

Il percorso espositivo è costituito da 245 eccezionali fotografie in bianco e nero realizzate con lo scopo di immortalare un mondo in cui natura ed esseri viventi vivono ancora in equilibrio con l'ambiente passando attraverso le foreste tropicali dell'Amazzonia, del Congo, dell'Indonesia e della Nuova Guinea, i ghiacciai dell'Antartide, la taiga dell'Alaska, i deserti dell'America e dell'Africa fino ad arrivare alle montagne dell'America, del Cile e della Siberia, ma anche una particolare attenzione per gli animali ripresi nel loro habitat naturale. Salgado ha infatti vissuto nelle Galapagos tra tartarughe giganti, iguane e leoni marini, ha viaggiato tra le zebre e gli animali selvatici tra il Kenya e la Tanzania.

Un'attenzione particolare è riservata alle popolazioni indigene ancora vergini: gli Yanomami e i Cayapó dell'Amazzonia brasiliana; i Pigmei delle foreste equatoriali del Congo settentrionale; i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica; le tribù Himba del deserto namibico e quelle più remote delle foreste della Nuova Guinea. Salgado ha trascorso diversi mesi con ognuno di questi gruppi per poter raccogliere una serie di fotografie che li mostrassero in totale armonia con gli elementi del proprio habitat. "Genesi non è solo una ricerca estetica - dichiara Salgado - ma anche etica e spirituale in un certo senso, un modo per dire soprattutto alle nuove generazioni che il Pianeta è ancora vivo e va preservato. Abbiamo fatto una ricerca e abbiamo fatto una scoperta molto interessante: circa il 46% del mondo è ancora come il giorno della Genesi, insieme possiamo continuare a fare in modo che questa bellezza non scompaia".

Nelle parole della curatrice, Lélia Wanick Salgado, "Genesi è la ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall'essenza della nostra natura. E' un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all'abbraccio del mondo contemporaneo. La prova che il nostro pianeta include tuttora vaste regioni remote, dove la natura regna nel silenzio della sua magnificenza immacolata; autentiche meraviglie nei Poli, nelle foreste pluviali tropicali, nella vastità delle savane e dei deserti roventi, tra montagne coperte dai ghiacciai e nelle isole solitarie. Regioni troppo fredde o aride per tutto tranne che per le forme di vita più resistenti, aree che ospitano specie animali e antiche tribù la cui sopravvivenza si fonda proprio sull'isolamento. Fotografie, quelle di Genesi, che aspirano a rivelare tale incanto; un tributo visivo a un pianeta fragile che tutti abbiamo il dovere di proteggere".

Viaggio unico alla scoperta del nostro ambiente, Genesi rappresenta il tentativo, perfettamente riuscito, di realizzare un atlante antropologico del pianeta, ma è anche un grido di allarme e un monito affinché si cerchi di preservare queste zone ancora incontaminate, per far sì che, nel tempo che viviamo, sviluppo non sia sinonimo di distruzione, e si cambi il nostro stile di vita, assumendo nuovi comportamenti, più rispettosi della natura e di quanto ci circonda per conquistare una nuova armonia. Al progetto Genesi è dedicata una monumentale pubblicazione edita da Taschen, di 520 pagine con oltre 1.000 illustrazioni, che sarà disponibile nel bookshop della mostra insieme ad una guida breve edita da Contrasto. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Teun Hocks: "Untitled"
termina il 25 febbraio 2017
Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Artista di rilievo internazionale, pioniere della Staged Photography, creatore di una foto-pittura di umorismo surreale capace di ricollegarsi ad alcune eredità importanti della storia dell'arte quali la lezione di Magritte, il gusto tipicamente nordico per il paesaggio, la precisione di tratto della pittura fiamminga, abbinando il tutto ad una visione ottimistica ed ironica anche delle situazioni più drammatiche. Sono proprio questi i tratti salienti dell'originale campionario fotografico, realizzato nel corso della sua lunga carriera, dall'olandese Teun Hocks, tra gli artisti rappresentati in esclusiva dalla galleria e protagonista di questo imperdibile evento.

La mostra sarà l'occasione per ammirare per la prima volta il lavoro del fotografo olandese da una prospettiva più completa, osservando le sue ultime creazioni in dialogo con tutto il resto della sua produzione, sull'eco della grande mostra antologica da poco conclusasi al Coda Museum in Olanda. Il lavoro di Hocks nasce dall'elaborazione dei bozzetti preparatori, ovvero piccoli schizzi in acquarello o a matita che anticipano ciò che sarà l'opera finita. A questo punto l'artista allestisce un vero e proprio set a cui egli stesso prende parte, calandosi nei panni del personaggio da interpretare. Ne deriva, così, una serie di autoscatti in polaroid dai quali, se soddisfatto del risultato, produrrà otto fotografie in bianco e nero e, una volta osservati i negativi, sceglierà la fotografia finale da stampare.

L'ultima fase del suo particolare metodo di lavoro consiste nel dipingere a mano con colori a tempera o a olio la superficie della stampa fotografica. L'opera di Hocks tratta temi importanti celati da un fine velo di umorismo che ne rende semplice la lettura. Le fotografie, infatti, creano una sorta di dialogo che porta lo spettatore a farsi beffa di queste figure a tratti goffe e buffe, nient'altro se non una manifestazione di noi stessi, una sorta di maschera che usiamo per camuffare il nostro essere inadatti e che riflettiamo sugli altri. (Comunicato stampa)

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Internationally acclaimed artist, pioneer of the Staged Photography, creator of a surrealistic photo-painting with a humor able to reconnect with the important heritage of the art history such as Magritte's lesson, the typical Nordic taste for landscape, the accuracy of the tract in the Flemish painting, combining all with on optimistic and ironic vision even of the most dramatic situations. These are the main features of the original production, achieved during his long career, by the Dutch photographer Teun Hocks, among the artists represented by in the gallery and main character of this great event.

It's with great pleasure that Paci contemporary is pleased to announce the Solo Show "Teun Hocks. Untitled" mainly focused on the new and most recent works by Teun Hocks, from October 21st to February 25th, 2017. The exhibition will be an opportunity to admire for the first time the work of the Dutch photographer from an overall perspective, observing his latest creations in dialogue with the rest of his production, following the echo of the great retrospective that has just ended at the Coda Museum in the Netherlands. Hocks' production is originated by preliminary sketches or small drawings in watercolor or pencil that anticipate the finished work. At this point the artist constructs a real set in which he himself takes part, becoming the character to be interpreted. The next step is a series of self-portraits in polaroid from which, if satisfied with the result, he will produce eight black-and-white photographs and, after observing the negatives, he will choose the final image to print.

The last phase of this process is to hand-paint with tempera or oil the surface of the photographic print. Hocks' photographs deal with important themes concealed by a thin veil of humor that makes easy to understand the ironical perspective. As a matter of fact, the photographs create a kind of dialogue that leads the viewer to mock these figures at times clumsy and funny, who are nothing but a manifestation of ourselves, a kind of mask that we use to disguise our being unfit and that we reflect on the others. (Press release)




Francesco Radino - Termovalorizzatore di Brescia - nel volume in mostra 2016 Francesco Radino - Centrale termoelettrica di Monfalcone - stampa su carta cotone cm.67x100 2016 Le cattedrali dell'energia
Architettura, industria e paesaggio nelle immagini di Francesco Radino e degli Archivi Storici Aem


termina il 27 gennaio 2017
Casa dell'Energia e dell'Ambiente - Milano

La mostra fotografica, ideata e promossa dalla Fondazione Aem - Gruppo A2A, offre al pubblico un'ampia panoramica sui luoghi e sulle architetture che - tra passato e presente, da Nord a Sud Italia - rappresentano le strutture dell'impresa legate all'energia dal 1910 ad oggi. L'esposizione, curata da Francesco Radino e Fabrizio Trisoglio, si articola in due sezioni che creano uno stretto dialogo fra loro. La prima, un'inedita campagna fotografica a colori, realizzata da Francesco Radino nel 2016, ripercorre gli edifici simbolo dell'impresa, le nuove architetture del Gruppo A2A e i suoi territori, dalle centrali valtellinesi al Friuli, dai termovalorizzatori lombardi agli invasi della Calabria. La seconda, dal taglio storico, propone un'accurata selezione di scatti fotografici in bianco e nero, appartenenti al prestigioso patrimonio fotografico conservato negli Archivi Storici Aem.

Le immagini della prima metà del Novecento ritraggono i luoghi storici di Aem: imponenti centrali, officine, ricevitrici e monumenti elettrici dislocati nella città di Milano, a Cassano d'Adda e in Valtellina, realizzate da Vincenzo Aragozzini, Guglielmo Chiolini, Antonio Paoletti, Gianni Moreschi e altri. Il corpus di immagini mette in evidenza due sguardi, due epoche, due diverse narrazioni che intrecciano trasversalmente paesaggio, architettura ed estetica attraverso i quattro principali elementi: acqua, terra, aria e fuoco, fondamentali anche per la produzione di energia. La mostra è corredata da un prezioso volume di oltre 150 immagini di grande valore storico e artistico che approfondiscono significativamente il tema.

Francesco Radino (Bagno a Ripoli - Firenze, 1947) dopo studi di Sociologia, negli anni Settanta si dedica completamente alla fotografia in vari ambiti da quello industriale al design, dall'architettura al paesaggio. Da sempre intreccia lavoro professionale e ricerca artistica ed è oggi considerato uno degli autori più influenti nel panorama della fotografia contemporanea in Italia. A partire dagli anni Ottanta partecipa a numerosi progetti di carattere pubblico di ricerca sul territorio. Stimato in Italia e all'estero, Radino dal 1984 ha collaborato con l'Aem a numerose campagne fotografiche, che hanno costituito uno dei fondi più ricchi e pregiati dell'Archivio fotografico contemporaneo di Fondazione Aem. Ha pubblicato inoltre numerosi libri e realizzato diverse opere audiovisive. Ha esposto in gallerie e musei italiani, europei, giapponesi e statunitensi e le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private internazionali.

Dichiarata di interesse storico-culturale dalla Soprintendenza archivistica per la Lombardia, la raccolta Aem, che consta di oltre 180.000 documenti fotografici, illustra dai primi anni del Novecento fino ai giorni nostri non solo la storia e lo sviluppo di una azienda elettrica municipalizzata, divenuta oggi una grande impresa multiservizi, ma anche i cambiamenti storico-economici e politici della nostra città, le trasformazioni sociali di una comunità e le evoluzioni del territorio lombardo, a partire da quello montano valtellinese. Suddiviso in vari fondi, l'archivio si è progressivamente composto per addizioni grazie all'opera dei tanti fotografi che hanno collaborato con l'Azienda Elettrica Municipale. In particolare, dal fascismo ai primi anni Cinquanta, autori del calibro di Antonio Paoletti, Vincenzo Aragozzini e Guglielmo Chiolini hanno costituito con i loro servizi fotografici un diario serrato di immagini che racconta la progressiva modernizzazione elettrica di Milano e la costruzione dei grandi impianti in Valtellina. (Comunicato stampa Irma Bianchi Comunicazione)




Opera di Henri Cartier Bresson Henri Cartier Bresson: Fotografo
termina il 26 febbraio 2017
Villa Reale di Monza

Centoquaranta scatti di Henri Cartier Bresson, dedicati al grande maestro, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava. Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera. "Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per 'dare un senso' al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione". Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale.

Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale". I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme. Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

"Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore". Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curator per la Villa Reale - è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947.

Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier-Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire. A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico italiano ha scritto: "Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco."

La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2000 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. Obiettivo della rassegna è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato Ufficio Stampa Civita)




Legni preziosi
Sculture, busti, reliquiari e tabernacoli dal Medioevo al Settecento


termina il 22 gennaio 2017
Pinacoteca Züst - Rancate (Mendrisio - Canton Ticino, Svizzera)

E' Mario Botta a firmare l'allestimento della raffinatissima esposizione dedicata alla scultura lignea. Il grande architetto ha studiato, a titolo completamente gratuito, ogni dettaglio affinché il visitatore sia immerso in un'atmosfera suggestiva e solenne, in cui la sacralità delle immagini esposte risulta pienamente valorizzata. La mostra presenta una carrellata di sculture in legno dal XII al XVIII secolo - Madonne, Crocifissi, Compianti, busti, polittici scolpiti e persino un Presepe - provenienti da musei, chiese e monasteri del territorio ticinese, dove questi autentici capolavori sono stati oggetto di devozione e ammirazione per secoli. Da sempre il legno rappresenta uno dei mezzi più disponibili ed economici, anche perché di facile trasporto, attraverso i quali l'uomo cerca un contatto con la sfera del sacro. Questa caratteristica ha fatto, per troppo tempo, scambiare questa produzione per semplice artigianato o "arte popolare".

In realtà gli studi degli ultimi decenni hanno posto in risalto da un lato la diffusione delle sculture lignee, e dall'altro il livello spesso altissimo della loro elaborazione formale. Per quanto riguarda il territorio ticinese, si tratta infatti di testimonianze di una tradizione artistica che raggiunse spesso vertici europei, realizzate degli stessi artisti attivi a Milano e nelle altre città dell'attuale Lombardia, ma anche nelle regioni oggi conosciute come Piemonte, Liguria, Romagna. Le opere giungono in mostra dopo essere state oggetto di una revisione e talvolta di restauri eseguiti grazie all'importante collaborazione dell'Ufficio dei beni culturali del Cantone Ticino. La rassegna è organizzata dalla Pinacoteca Züst e curata da Edoardo Villata, che è stato affiancato da un gruppo di lavoro formato da studiosi svizzeri e italiani. Le rilevanti novità critiche stimolate dagli studi condotti sono confluite nel catalogo interamente illustrato che accompagna l'esposizione. (Comunicato Studio Esseci)




L'anima del segno. Hartung - Cavalli - Strazza
termina il 29 gennaio 2017
Museo Civico Villa dei Cedri - Bellinzona
www.villacedri.ch

L'esposizione presenta tre percorsi originali che rendono omaggio al segno primordiale e che fanno di Villa dei Cedri il luogo di un dialogo artistico tra la cultura francese e italiana. La mostra propone infatti l'incontro virtuale tra il ticinese Massimo Cavalli (1930), l'italiano Guido Strazza (1922) e il precursore franco-tedesco Hans Hartung (1904-1989) sulla questione del segno nell'arte del dopoguerra. I tre artisti associano un interesse comune per il gesto con un'esplorazione dei fondamenti della pittura: superficie, luce, colore, tratto e segno grafico. L'esposizione affronta altresì la nozione di "incisore pittore", mettendo in luce l'importanza della pratica e delle sperimentazioni tecniche nel campo dell'incisione per generare anche un approccio innovativo alla pittura. La mostra invita quindi il pubblico ad avvicinarsi ai processi creativi, ad un'esplorazione parallela dei materiali e degli strumenti espressivi dei tre artisti e - per estensione - ad un viaggio nel loro linguaggio segnico, seguendo un percorso cronologico che ne evidenzia tematiche e motivi ricorrenti. (Comunicato stampa)




Le architetture di Vincenzo Scamozzi
www.palladiomuseum.org

Da oggi dallo smartphone potete accedere gratuitamente al primo itinerario completo fra 25 capolavori dell'architetto Vincenzo Scamozzi nel Veneto e in Lombardia: palazzi pubblici e privati, chiese, cappelle, ville, teatri. E' sufficiente connettersi a www.palladiomuseum.org/scamozzi. Per ogni edificio sono disponibili agili descrizioni, in italiano e inglese, splendide fotografie d'autore, e tutto ciò che serve per raggiungerli: mappe interattive e informazioni sulla loro accessibilità. Alcuni edifici sono strutturati per la visita di interni ed esterni.

In altri l'intervento scamozziano si limita agli esterni, di alcuni ancora - soprattutto fra le residenze private - gli interni non sono accessibili se non su richiesta. Tutte queste diverse opzioni sono espresse con chiarezza sul sito, e comunque l'itinerario rende possibile godere uno degli elementi chiave della poetica di Scamozzi, vale a dire l'inserimento dell'edificio nel contesto e nel paesaggio. L'iniziativa vuole essere un omaggio al grande studioso Franco Barbieri (1922-2016), anima del Consiglio scientifico del Centro palladiano per oltre quarant'anni e fondatore del campo di studi sull'architettura di Vincenzo Scamozzi.

Pur mantenendo un taglio divulgativo, questa guida digitale raccoglie gli esiti degli oltre sessant'anni di ricerca che il professor Barbieri ha dedicato a Scamozzi (la sua storica monografia sull'architetto vicentino risale al 1952) e va ad integrare le novità emerse nella mostra tuttora in corso Nella mente di Vincenzo Scamozzi. Un intellettuale architetto al tramonto del Rinascimento, l'ultimo progetto espositivo curato da Franco Barbieri per il Palladio Museum, insieme a Guido Beltramini (CISA Andrea Palladio), Katherine Isard (Università di Cambridge, UK) e Werner Oechslin (Politecnico di Zurigo). I suggestivi ritratti in bianco e nero delle architetture sono frutto di una campagna fotografica di Václav Sedy, mentre i testi sono stati messi a punto da Guido Beltramini. Elisabetta Michelato e Simone Baldissini (Cisa Andrea Palladio) hanno curato il database online.

Lista delle architetture consultabili:

Vicenza e provincia: portale del giardino Valmarana, palazzo Trissino al Duomo, palazzo Trissino al Corso, palazzo Valmarana Salvi, Teatro Olimpico, chiesa di Santa Maria della Misericordia, villa Ferramosca a Barbano, oratorio di San Carlo Borromeo a Lisiera, villa Verlato a Villaverla, villa Pisani (la Rocca) a Lonigo, villa Priuli del Ferro a San Germano dei Berici, villa Dolfin Campolongo a san Germano dei Berici, villa Godi a Sarmego di Grumolo delle Abbadesse; Venezia e provincia: Procuratie Nuove, atrio della Zecca, Statuario della Repubblica, chiesa dei Tolentini, cappella ducale, palazzo Contarini agli Scrigni, villa Ferretti a Dolo; Padova e provincia: chiesa di San Gaetano, villa Molin alla Mandria, complesso di villa Duodo a Monselice, villa Priuli a Due Carrare; Mantova: Teatro Ducale a Sabbioneta. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Fabio Di Bella Fabio Di Bella
termina il 30 gennaio 2017
Trattoria ai Fiori - Trieste
www.aifiori.com

Venti piccole opere su carta dedicate alla città di Trieste. Si tratta di una serie di paesaggi del sogno e della realtà, dove il segno graffiato che si sovrappone all'immagine finge la patina del tempo, ricordando allo stesso tempo una modalità espressiva caratterizzata dall'immediatezza percettiva e dalla velocità esecutiva, tanto che a proposito di queste opere è lecito parlare di valori difficili da definire, come la "visione" e il "desiderio" che si sovrappongono e si compendiano l'uno con l'altro. Il motivo del desiderio, che fa nascere la visione (l'opera) e la soggettività di questa (il punto di vista), sono sempre state istanze costanti nelle opere degli artisti di tutto il primo Novecento.

L'entusiasmo del desiderio ci regala l'emozione, ed è proprio la forte carica emozionale la caratteristica più tipica di questi suoi ultimi lavori, tanto da poter pensare che possano ritenersi anche godibili a livello visivo, per impatto cromatico o come testimonianza di un viaggio o di un appunto schizzato a memoria. L'emozione esalta, allora, la percezione dell'oggetto raffigurato (fondali architettonici, quinte sceniche), deformandolo e alterandolo: i piani si confondono, il colore deborda, pulsa e amplifica a dismisura il suo battito forte di energia, virando anche su tinte acide e talvolta incongrue. Fabio Di Bella (Messina, 1974) si laurea all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria ed è da diversi anni del gruppo "Spazio Libero Officina Artistica". La serata, presentata da Camilla Pasqua, è stata realizzata con il sostegno dell'Associazione Juliet. Il rinfresco del vernissage viene offerto da Villa Parens di Giovanni Puiatti. (Comunicato stampa)




Opera di Paolo Ghilarducci Paolo Ghilarducci: Il codice della bellezza
termina il 24 marzo 2017
Otel Ristotheatre - Firenze
www.otelvariete.com

"C'è uno schema classico alla base del percorso pittorico di Paolo Ghilarducci, alla base del suo racconto per immagini, giacchè esse esprimono una modernità dell'ispirazione e si accompagnano a una sorta di riecheggiamento favolistico, gravate da un senso incantato di lezione novecentesca, di ricerca decorativa e neoromantica, che vivacemente circola e avvolge tutte le figure, quel mondo rappresentato con mirabile miracolo, quel mondo quotidiano che Ghilarducci ci racconta come vissuto e desiderato compreso quel contatto fra uomo e natura.

Ghilarducci superbamente fa rivivere miti del presente e del passato, miracolose zoomate, immagine che una volta figurali poi via via si sono come alleggerite in una fasciolata geometrizzazione, in una magica danza di parti in libertà, fatta di accensioni, di toni a volte accesissimi e a volte acquerellati, e di classica nostalgia per un eden, un paradiso perduto e insieme ritrovato. Per tutto ciò, per l'impianto scenografico, per i toni di colore, e per la luce che in ogni tela si scioglie, tutto svela quell'esuberante personalità del Ghilarducci artista e poeta. (...)". (Carlo Franza - curatore della mostra)




Museo di scultura ceramica a Castel d'Ario, Mantova "Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica


Castel d'Ario (Mantova)

Inaugurato il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori", primo Museo dedicato all'arte ceramica della provincia di Mantova ed il secondo in Lombardia dopo il MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico, Cerro di Laveno Mombello (Varese). Dopo più di un anno di lavoro, di contatti, di rapporti, di incontri con gli amici scultori-ceramisti, finalmente Casa Museo Sartori è in grado di aprire al pubblico il "Museo della Ceramica". Nel Museo, ancora in divenire, viene presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. Altre opere sono attese e non appena ultimate dai vari maestri ceramisti invitati, verranno poste negli spazi per loro previsti. (Comunicato stampa)

Artisti che al momento figurano con le loro sculture nel Museo:

Accarini Riccardo (Savona), Angiuoni Enzo (Atripalda - AV), Barbagallo Orazio (Milano), Bartoletti Patrizia (Casalfiumanese - BO), Bertorelli Luciana (Savona), Bianco Lino (Sassuolo - MO), Blandino Giovanni (Milano), Bonechi Marco (Figline Valdarno - FI), Calzavacca Claudio (Gallarate - VA), Cannata Matteo (Cavenago Brianza - MI), Castagna Pino (Costermano - VR), Castaldi Domenico (Portogruaro - VE), Cattani Silvio (Rovereto - TN), Chiarcos Giorgio (Trento), Cicala Licia (Milano), Cipolla Salvatore (Mirabella Imbaccari 1933 - Sesto Fiorentino 2006), Confortini Elisa (Genova), Corsucci Umberto (Montefiore Conca - RN), Cropelli Fausta (Pontoglio - BS), D'Agostini Maurizio (Costozza di Longare - VI), De Mori Ferruccio (Tezze sul Brenta - VI), Desiderati Luigi (Mantova), De Zan Guido (Milano)

Difilippo Domenico (San Felice sul Panaro - MO), Di Giosaffatte Vincenzo (Penne /PE 1935 - Castelli /TE 2006), Ellen G. (Napoli), Ekman Yvonne (Roma), Ferraj Victor (Savona), Fioravanti Ilario (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012), Flores Ilaria (Milano), Fonsati Rodolfo (Ferrara), Forgione Pompeo (Milano), Frisinghelli Maurizio (Rovereto - TN), Gaeta Goffredo (Faenza - RA), Gaiezza Roberto (Cairo Montenotte - SV), Garesio Clara (Napoli), Gerosa Mirella (Milano), Gerull Martin (Milano), Gheller Monica (Seregno - MB), Gheno Floriano (Nove - VI), Gorreri Isa Palvarini (Suzzara - MN), Jori Andrea (Mantova), Laghi Luciano (Fognano - RA), Lanfredini Italo (Commessaggio - MN), Lazzari Isaia (Scandolara Ravara - CR), Leverone Adriano (Ferrada - Moconesi - GE), Lucchi Bruno (Levico - TN), Lucietti Antonio (Bassano del Grappa - VI)

Lucietti Giuseppe (Bassano del Grappa - VI), Ludovici Vincenzo (Ferentino - FR), Lunetta Silvana (Brescia), Madoi Giovanna (Milano), Mair Zischg Ingrid (Modena), Marchetti Massimiliano (Savona), Marchetti Sandro (Savona), Marrani Ruggero (Barasso - VA), Mazzotta Alfredo (Milano), Morini Gianfranco (Faenza - RA), Musi Roberta (Milano), Pancheri Aldo (Milano), Pedroli Gigi (Milano), Pesci Brenno (Castellamonte - TO), Pianezzola Pompeo (Nove 1925 - 2012), Pietrobono Fiorello (Alatri - FR), Pirozzi Giuseppe (Napoli), Plaka Ylli (Savona), Pompei Paolo (Belforte all'Isauro - PU), Pompili Graziano (Montecchio Emilia - RE), Previtali Carlo (Grumello Al Monte - BG), Provasi Germana (Mantova)

Quadrini Achille (Frosinone), Rea Fernando (Frosinone), Rebagliati Laura (Cesena - FC), Reggiori Albino (Laveno VA 1933 - 2006), Renzini Gianfranco (Gargnano - BS), Repulino Giulio (Roma), Restelli Lucilla (Rho - MI), Rigon Roberto (Pozzo Leone - VI), Roma Flavio (Albisola Superiore - SV), Ronchi Cesare (Castel Bolognese - RA), Rontini Aldo (Faenza - RA), Rossato Kiara (Mantova), Sabbadini Selvino (Roncoferraro 1912 - Mantova 1986), Sartori Cesare (Nove - VI), Sassi Ivo (Faenza - RA), Sciacca Giuseppe (Nicolosi di Catania), Sciannella Giancarlo (Roma), Sebaste Salvatore (Bernalda - MT), Soravia Sandro (Albisola Superiore - SV), Staccioli Paola (Scandicci - FI), Staccioli Paolo (Scandicci - FI), Torcianti Franco (Osimo - AN), Valenti Massimiliano (Casalmaggiore - CR), Van Wees Mara (Roma), Vasconi Franco (Spigno Monferrato 1920 - Milano 2014), Vitale Francesco (Casalmaggiore - CR), Volontè Lionella (Milano), Zago Paola (Campagna Lupia - VE), Zanetti Maria (Modena), Zitti Vittorio (Acqui Terme - AL), Zoli Carlo (Faenza - RA).




Trittico mostra Sergio Morello 100 Beste Plakate

Nell'ambito dell'ultima edizione del concorso internazionale "100 Beste Plakate 2014-2015 Deutschland Österreich Schweiz", promosso con l'intento di selezionare la migliore produzione grafica in Germania, Austria e Svizzera, è stato selezionato il manifesto dedicato alla mostra "Sergio Morello (1937). Trasformazioni e tensioni tra pittura e performance" a cura di Dalmazio Ambrosioni e Nicoletta Ossanna Cavadini - mostra tenutasi presso il Centro Culturale Chiasso a Spazio Officina (Chiasso, Svizzera) da ottobre a novembre 2015. Il manifesto è stato elaborato dal Laboratorio cultura visiva della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI). Il trittico premiato è il risultato di una collaborazione avviata a partire dal 2014 fra la SUPSI - in particolare il Laboratorio cultura visiva del Dipartimento ambiente costruzioni e design - e il m.a.x. museo / Spazio Officina, Centro Culturale Chiasso.

Il manifesto della mostra su Sergio Morello condensa creatività e qualità interpretativa: il trittico riassume gli aspetti concettuali e gestuali di Morello riprendendo in particolare frammenti di due opere esposte in mostra e pubblicate in catalogo (Tenere, acrilico e corda su tavola, 2015, e Horizon 2, acrilico e corda su tavola, 2012) con la firma dell'artista, per collegare le trasformazioni, le tensioni e le elaborazioni operate dall'artista stesso nel corso degli anni. La mostra antologica su Sergio Morello presentava, infatti, più di cinquant'anni di attività creativa caratterizzata da una continua ricerca sul senso dell'arte e della materia.

La giuria - composta da Günter Eder (A-Vienna), Igor Gurovich (RU-Mosca), Gunter Rambow (D-Güstrow), Patrick Thomas (ES-Barcellona / D-Berlino) e Megi Zumstein (CH-Lucerna) - ha esaminato ben 2.000 manifesti per arrivare alla rosa finale di 100, in collaborazione con AGD Allianz Deutscher Designer e.V. (D-Braunschweig), AGI Alliance Graphique Internationale (CH-Zurigo), BDG Berufsverband der Deutschen Kommunikationsdesigner e.V. (D-Berlino), Design Austria (A-Vienna), SGD Swiss Graphic Designers (CH-Berna), sgv Schweizer Grafiker Verband (CH-Zurigo) e Universität der Künste Berlin.

I manifesti premiati sono stati esposti in mostra a Berlino e toccheranno altre città: Norimberga (in corso, fino allo 04 settembre 2016), La Chaux-de-Fonds (07-20 settembre 2016), Lucerna (25 settembre - 02 ottobre 2016), Dornbirn (07 ottobre - 04 novembre 2016) e Vienna (28 settembre 2016 - 05 febbraio 2017). (Comunicato stampa Amanda Prada - Responsabile comunicazione, pubbliche relazioni, coordinamento m.a.x. museo Svizzera e Insubria)




Teelgramma per Pia Punter Pia Punter Poster dedicato alla cestista triestina Pia Punter e telegrammi originali
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Da una serie di telegrammi originali rinvenuti, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa dedica un poster a una cestista triestina che attorno alla fine degli anni Quaranta del Novecento fu pure capitana della nazionale italiana di "palla al cesto", quella Pia Punter che con la squadra del dopolavoro del Pubblico Impiego Ilva di Trieste vinse il campionato italiano 1939-1940. "Infinite congratulazioni al misterioso ma grande tesoro della Pallacanestro Italiana nonché capitana delle campioni d'Italia con orgoglio stringoti la mano abbraccioti" scrive in un telegramma tale Itala Soave riferendosi alla vittoria della Puntar e delle sue compagne sulle milanesi.

Erano tempi, quelli, in cui il basket veniva giocato sulla terra battuta, signore e signorine calzavano divise con le gonne ben sotto il ginocchio, i punteggi erano ben lontani da quelli odierni. Infatti l'Ilva Trieste di Pia Punter conquistò lo scudetto in una finale giocata contro l'Ambrosiana Inter di Milano, regolando le meneghine con un sofferto ma sufficiente 23 a 22. Da un dirigente nazionale del Dopolavoro un altro telegramma esprime "a Voi e camerate vivissimi rallegramenti per vittoria campionato nazionale palla canestro sicura promessa per altre future affermazioni nostra squadra". Era il ventennio fascista, e le compagne di squadra, erano, per l'appunto, "camerate".

Campionato dopo campionato gli scenari cambiano. "Juventus e Genova disposte ingaggiarti - riceverai offerte squadre - segue lettera", si legge in un altro telegramma che fa intendere come l'atleta fosse richiesta da tante altre squadre e fosse pronta a lasciare Trieste. Non per niente fu capitana della squadra nazionale che nel 1938 vinse il campionato europeo. Ne aveva fatta di strada da quel ricreatorio sangiacomino Riccardo Pitteri in cui iniziò a praticare da ragazzina il basket, la pallavolo e il tennis. Scomparsa nel 1984, appartiene meritatamente al novero di quelle azzurre triestine che hanno portato alto il nome della propria città nel Paese e all'estero. Il poster a Lei dedicato, con i telegrammi originali, sarà presentato alla presenza di alcuni familiari dell'atleta azzurra. Il poster arricchirà in modo permanente la collezione telegrafica della struttura museale. (Comunicato stampa)




"Il Magnifico Guerriero"
Bassano a Bassano


termina il 31 gennaio 2017
Civici Musei - Bassano del Grappa
www.museibassano.it

Di ritratti di Jacopo Bassano se ne conoscono pochi. Ne posseggono uno i Musei di Los Angeles, di Budapest e solo pochissimi altri. Bassano conservava solo un prezioso piccolo ritratto su rame del doge Sebastiano Venier, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571). Una lacuna di un grande ritratto è colmata ora dall'arrivo di questa tela (cm.109x82) che i Civici Musei hanno ottenuto in comodato gratuito, omaggio del possessore al Museo che è il fulcro degli studi intorno a Jacopo e alla sua famiglia. Il Magnifico Guerriero, o più esattamente Il ritratto di uomo in armi rappresenta un affascinate nobiluomo dalla fulva, curatissima barba. Non un giovane ma un uomo maturo, certo aduso al comando ma soprattutto ad una vita raffinata lontano dai campi di battaglia. Indossa una preziosa corazza alla moda dell'epoca, che lo costringe, ma che non riesce ad ingabbiare la sua grazia e la sua flessibilità. Le lunghe dita, curate e perfette, non sembrano le più adatte a menar fendenti, così come il suo spadino di ferro e oro sembra più da parata che da battaglia.

Secondo Vittoria Romani dell'Università di Padova, che ha avuto il merito di ricondurre a Jacopo Bassano questo autentico capolavoro già attributo a Veronese e a Pordenone, il ritratto è databile agli anni immediatamente seguenti il 1550, ovvero al momento più altamente manierista del maestro. Che si tratti di un'opera altissima di Jacopo lo afferma anche Giuliana Ericani, già direttore dei Civici Musei di Bassano, che ha stimolato la concessione del Ritratto per la Sala dei Bassano. Il Magnifico Guerriero era finito all'estero. Lo si ritrova nel '700 a Melbury House nel Dorset. Va sul mercato da Christie's nel 1968 con l'attribuzione a Paolo Veronese, non condivisa da Giuseppe Fiocco che lo riconduce invece al Pordenone. E' un'opera sicuramente interessante, tant'è che di essa si occupa anche Federico Zeri.

Vittoria Romani, nello studio redatto intorno a questo capolavoro, rileva che "La condotta pittorica dell'uomo d'armi appare. in sintonia con il clima lagunare, e anzi qui Bassano, che nei ritratti giovanili condivide il registro obiettivo di Lotto e di Moretto mostrando una peculiare riservatezza di sguardo verso i ritrattati, raccoglie la sfida tutta lagunare, risalente al magistero di Giorgione, degli effetti di luce incidente e dei riflessi sulle superfici specchianti delle armature. Colate di materia accesa nei punti di massima luce si alternano a una scrittura in punta di pennello, volta a risaltare gli ornamenti con l'oro spento e a cogliere i bagliori dei profili e della cotta di maglia che luccicano nell'ombra. Il grigio del metallo vira in azzurro nell'ombra, si mescola a riflessi bruni e si accende sul fianco sinistro del rosso della camicia. Su questo brano di pittura balenante di luce si innesta con un peculiare contrasto il volto leggermente reclinato sulla spalla, che introduce una nota sentimentale inattesa, gli occhi rivolti altrove, sgranati e liquidi".

Questo rientro è festeggiato con una serie di iniziative di prestigio: l'uscita di tre volumi degli Atti del Convegno sui Bassano del 2011, la pubblicazione del catalogo completo delle opere dei Bassano patrimonio dei Civici Musei della Città, l'esposizione, a Palazzo Sturm, di una selezionata parte del poderoso corpus di incisioni tratte da Jacopo. (Comunicato stampa Studio Esseci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

News culturali dalla Grecia di artisti ellenici Grecia moderna e Mondo ellenico
Convegni, iniziative culturali, festival musicali e cinematografici



Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Una donna - Una vita
Ideazione, regia e interpretazione di Pamela Guglielmetti

28 gennaio 2017, ore 21.30
Teatro Civico G. Giacosa - Ivrea
www.arcoliv.org

In occasione della Giornata della Memoria, l’Associazione Archivio Storico Olivetti presenta uno spettacolo teatrale liberamente ispirato a Ricordi della casa dei morti e altri scritti di Luciana Nissim Momigliano. Dopo l'esperienza durissima del campo di concentramento al quale sopravvive grazie alla sua formazione di medico, Luciana Nissim Momigliano collabora per alcuni anni con Olivetti nell'area dei Servizi sociali: a Ivrea diventa direttrice dell'asilo Olivetti e poi dei Servizi sociali a inizio anni Cinquanta. (Comunicato stampa)




Locandina presentazione film Trento Longaretti: Il Concerto Rassegna "Arte al Cinema"

Trento Longaretti - Il Concerto
Film di Alberto Nacci


25 gennaio 2017, ore 21.00
Garden Cinema Clusone (Bergamo)



Trento Longaretti - Il concerto
docufilm scritto e diretto da Alberto Nacci


con la partecipazione di (in ordine alfabetico) Mariella Bettineschi, Giovanni Bonelli, Nicola Capogrosso, GianMaria Labaa, Serena Longaretti, Trento Longaretti, Carlo Pirovano, Giovanni Valagussa

assistente alla regìa: Pietro Abati
musiche di: John Cage e Otto Sieben
foto di backstage: Vincenzo Magni
durata 58'
www.ajp.it

Pubblicato il DVD del film Trento Longaretti - Il concerto. Il 27 Settembre 2016 l'artista Trento Longaretti ha compiuto 100 anni, un testimone privilegiato di un secolo di arte in Italia. In questo docufilm Longaretti immagina (alcuni mesi prima dell'evento) di organizzare un grande concerto per i suoi 100 anni e invita alcune fra le persone che considera significative per il suo percorso artistico: il suo maggiore collezionista (Nicola Capogrosso), un gallerista (Giovanni Bonelli), il conservatore della Pinacoteca Carrara di Bergamo (Giovanni Valagussa), un'affezionato storico dell'arte (Carlo Pirovano) fino a coinvolgere due ex-allievi (l'artista Mariella Bettineschi e l'architetto GianMaria Labaa).

A ciascuna di queste persone Longaretti rivolge delle domande su diversi temi nel mondo dell'arte. E ciascuno risponde ponendo l'accento sul linguaggio artistico di Longaretti ma soprattutto su argomenti pertinenti alla loro attività professionale. Si parla quindi di arte antica, arte moderna e contemporanea ma anche di collezionismo nell'arte e di "mercato dell'arte". Longaretti diventa così un eccezionale medium attraverso il quale lo spettatore potrà avere un ampio panorama sul mondo dell'arte proposto con competenza da validi esperti. Il finale (a sorpresa) offre allo spettatore la possibilità di entrare in contatto con un uomo che guarda al futuro con la capacità di sorridere (di sé e degli altri) con uno sguardo agile come la sua mano, ancora perfettamente in grado di disegnare e dipingere... a 100 anni! Girato presso lo studio di Trento Longaretti, la Pinacoteca Carrara di Bergamo e gli studi di produzione di AJPstudios, da Novembre 2015 a Maggio 2016. (Comunicato stampa)




Immagine dalla rappresentazione teatrale de Il Processo, di Franz Kafka, in scena al Pacta Salone di Milano Il processo
di Franz Kafka







Con Maria Eugenia D'Aquino, Francesco Errico, Riccardo Magherini, Alessandro Pazzi, Annig Raimondi
Adattamento e regia: Annig Raimondi
Musiche originali: Maurizio Pisati
Scene e disegno luci: Fulvio Michelazzi
Costumi: Nir Lagziel
Cappelli di scena: Mirella Salvischiani e Alessandro Aresu
Assistente alla regia: Eleonora Ferioli
Assistente costumista: Marlene Pisati
Produzione PACTA. dei Teatri
Durata 1h e 30' senza intervallo

18-29 gennaio 2017
Pacta Salone - Milano
www.pacta.org

Dopo il successo della scorsa stagione torna il romanzo di Franz Kafka. Joseph K. è uno scrupoloso impiegato. Dalla mattina in cui viene accusato di un misterioso delitto in poi, la sua vita è tragicamente sconvolta e si assiste a una lenta ma progressiva metamorfosi che lo trasformerà da irreprensibile cittadino modello in un colpevole pronto a varcare la soglia della legalità e della moralità pur di sfuggire alla legge. Attorno a lui ruota una selva di personaggi...

"Sulla scena - descrive la regista Annig Raimondi - una città moderna, terrifica, impietosa, grottesca e poetica. Gli uomini che entrano in scena sono strappati dalla loro piena esistenza umana e non sono nient'altro che la loro 'professione'. La storia dell'ultimo anno di Josef K si esprime attraverso molteplici immagini, scelte, tagliate, ordinate da Josef K... Fra domande inattese, scorci di camere e corridoi, brividi di luce e pozzi bui, lo spettacolo si concentra su alcuni punti fondamentali: la solitudine dell'uomo; l'impossibilità di stabilire un rapporto col mondo che lo circonda; l'impossibilità di realizzarsi; il senso di essere oggetto di una volontà di cui ignora i fini; la consapevolezza della sua condizione..." (Comunicato stampa)




Logo 90 Volte Tor Pignattara Torpignattara - vecchia stazione 90 Volte Tor Pignattara
www.90voltetorpigna.it

Si terranno a partire dal 12 gennaio 2017 le celebrazioni e iniziative organizzate dal Comitato di Quartiere Tor Pignattara, dall'Associazione per Ecomuseo Casilino ad Duas Lauros, dalla Scuola Popolare di Tor Pignattara e dall'Associazione culturale Bianco e Nero (organizzatrice del KarawanFest) per celebrare i 90 anni del quartiere romano del Municipio Roma 5. Sebbene l'insediamento dell'abitato risalga alla costituzione della stazione sanitaria nel 1882, la notte fra il 17 e il 18 luglio 1927 segna un momento storico: l'atto di inclusione dell'area urbana nel territorio amministrativo interno al Comune di Roma. Quella notte, infatti, divenne esecutivo il provvedimento che impose lo spostamento della cinta daziaria comunale oltre via dell'aeroporto di Centocelle: un atto amministrativo che trasformò Tor Pignattara da borgo rurale della campagna romana in 'uno dei centri abitati compresi nel comune chiuso' di Roma.

Il progetto '90 Volte Tor Pignattara' intende costruire un programma annuale di manifestazioni attraverso la diretta partecipazione delle tante realtà sociali e culturali operanti nel territorio. Numerosi eventi condivisi, per costruire un'offerta culturale plurale, in cui ogni realtà possa dare il proprio contributo. Il calendario delle celebrazioni prenderà avvio giovedì 12 gennaio 2017 alle ore 9:00 con un evento di straordinaria importanza: la posa di 6 pietre d'inciampo (Stolpersteine) in memoria dei partigiani del quartiere trucidati alle Fosse Ardeatine.

L'iniziativa è parte dell'ottava edizione di 'Memorie d'inciampo a Roma', organizzata dall'Associazione ArteInMemoria, a cura di Adachiara Zevi. Il 15 gennaio, invece, prenderanno avvio le Domeniche dell'Ecomuseo Casilino 2017, con una passeggiata storica che avrà come filo narrativo le vicende vissute dal quartiere nei nove mesi di lotta per la liberazione di Roma dal nazi-fascismo. Il ciclo di trekking urbani proseguirà quindi nei mesi successivi per accompagnare i cittadini alla scoperta del patrimonio storico, archeologico, antropologico, artistico e paesaggistico del territorio.

Ad aprile 2017, invece, verrà presentato il primo fumetto sulla vita del partigiano Giordano Sangalli realizzato grazie al laboratorio tenuto da Alessio Spataro per la Scuola Popolare di Tor Pignattara. Il 25 aprile, invece, spazio alla tradizionale Festa della Liberazione, che si terrà, come da tradizione, al Parco Giordano Sangalli. "Questo è solo un assaggio - sottolineano gli organizzatori - delle tantissime manifestazioni che comporranno il calendario delle celebrazioni. Stanno arrivando infatti tantissime adesioni che sono al vaglio del comitato promotore. Una partecipazione straordinaria che ancora una volta testimonia la vitalità di un quartiere che, attraverso il suo straordinario tessuto associativo, respinge l'immagine mediatica di periferia degradata e rivendica il suo ruolo centrale nel panorama sociale e culturale romano".

Per sostenere questo obiettivo è stato realizzato un logo celebrativo, necessario per "segnalare" l'adesione del singolo evento all'iniziativa e un sito internet - www.90voltetorpigna.it - con fini informativi e promozionali. Le realtà associative che intendono aderire all'iniziativa - purché non affiliate a partiti politici e operanti senza scopo di lucro - non dovranno far altro che proporre la propria adesione compilando il formulario presente sul sito. (Comunicato Ufficio Stampa Carlo Dutto)




Locandina presentazione rassegna Hollywood è lontana al Goethe-Institut Palermo Hollywood è lontana
Film, storie e protagonisti sotto il cielo europeo


11 ottobre 2016 - 21 marzo 2017 (martedì, ore 18.30 - ingresso libero)
Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

Riparte il consueto appuntamento con il cinema tedesco e con il cineclub la deutsche vita. Questa volta la rassegna del Goethe-Institut Palermo presenterà 26 titoli per comporre l'affresco di un'epoca di incertezza ma anche di grandi opportunità, in cui i temi chiave dell'immigrazione e della società multietnica sono i protagonisti del cinema europeo. Si dice che la Hollywood classica sia stata inventata dagli europei, ma il cinema del vecchio continente e quello del nuovo sembrano ora più distanti che mai. Raccontare la realtà nelle sue tante sfaccettature e senza ipocrisie resta la forza del cinema al centro della rassegna. Per le scuole interessate (gruppi di minimo 30, massimo 100 partecipanti), sono previste proiezioni di mattina, in giorni e orari da concordare. I film sono tutti in versione originale con sottotitoli italiani. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)

Programma

11.10. Wir sind jung. Wir sind stark (We Are Young. We Are Strong)
18.10. 300 Worte Deutsch (300 parole in tedesco)
25.10. Mitfahrer (Il passeggero)
08.11. Lampedusa im Winter (Lampedusa d'inverno)
15.11. Atlantic.
22.11. Land in Sicht (Terra in vista)
29.11. Frankfurt Coincidences
06.12. Der Albaner The Albanian
13.12. Highway to Hellas
17.01. Lampedusa Mirrors, alla presenza della regista Micaela Casalboni
24.01. Weil ich schöner bin (Perché sono più bella)
31.01. Geboren in Absurdistan (Nati in Assurdistan)
07.02. Just Get Married (Spòsati); Die Sprachschule (La scuola di lingue); Schwarzfahrer; Welcome to Bavaria (Benvenuti in Baviera)
14.02. Das Wetter in geschlossenen Räumen (Il meteo nei luoghi chiusi)
21.02. Adopted (Adottati)
28.02. Ummah - Unter Freunden (Ummah - Tra amici)
07.03. Die Farbe des Ozeans (Il colore dell'oceano)
14.03. Café Waldluft
21.03. Er ist wieder (da Lui è tornato!)




Otello | I due volti della paura | Uno, Nessuno, Centomila
Pacta Salone - Milano
www.pacta.org

Otello
di William Shakespeare

Regia di Mario Gonzalez
Con Carlo Decio
Produzione Teatro Indaco

21-22 gennaio 2017

La vicenda ruota attorno alla gelosia di Otello, fiero condottiero militare della Repubblica di Venezia, per l'amata Desdemona, che, a causa delle insinuazioni di Iago, viene sospettata di avere una relazione con il luogotenente Cassio. Un solo attore, nulla in scena, luci accese in sala come in una piazza. Un modo originale, divertente e ironico per narrare Otello: teatro di narrazione, Commedia dell'arte e mimo per far vivere i principali personaggi dell'opera e i vari luoghi dove si svolgono le vicende della famosa tragedia di William Shakespeare.

Mario Gonzalez (Guatemala) è attore storico del Theatre du Soleil diretto da Ariane Mnouchkine, indimenticabile interprete di Pantalone ne l'"Age d'Or", e maestro di maschera al Conservatorio Nazionale Superiore di Arte Drammatica di Parigi, una delle scuole più prestigiose della Francia.

Lo spettacolo fa parte della nuovissima sezione della stagione PACTA. dei Teatri, TeatroInFamiglia, che vuole stimolare i componenti di un nucleo famigliare a passare un pomeriggio insieme condividendo uno spettacolo, sia esso di valore culturale, d'attualità o d'intrattenimento. L'esperienza di spettatori, facendo dell'incontro con il teatro un'occasione di apprendimento e insieme un'esperienza emozionale che forma il gusto, fa scoprire autori e storie, lascia tracce nella memoria. (Comunicato ufficio stampa iagostudio)




Pubblicato il bando di gara per il X Filmfestival del Garda
San Felice del Benaco (Brescia), 20 maggio - 04 giugno 2017
www.filmfestivaldelgarda.it

Il bando di gara del concorso del FFG17 è rivolto a lungometraggi opere prime e seconde di autori italiani e stranieri, le domande potranno essere presentate fino al 3 marzo. Oltre a quello della critica cinematografica, ogni anno presente in forza, un premio sarà assegnato anche dal pubblico attraverso schede di voto consegnate a ogni singola proiezione. La manifestazione, ideata e organizzata dall'Associazione culturale Cineforum Feliciano, presenta ogni anno dal 2007, quando si svolgeva a dicembre, opere che rappresentano le tendenze cinematografiche dei giovani autori del panorama internazionale e organizza eventi artistici, mostre e concerti ispirati all'arte cinematografica. Tra le novità dell'edizione la sezione dedicata agli istituti scolastici della prima infanzi, primari e secondari con laboratori e proiezioni accompagnate da professionisti.

"La prossima edizione - dice Veronica Maffizzoli, direttrice artistica del FFG - sarà un importante traguardo: dieci anni di Filmfestival del Garda sono una grandiosa soddisfazione per un evento che negli anni è riuscito a maturare e crescere. Il FFG17 si svolgerà ancora nel periodo estivo, avendo riscontrato con soddisfazione un interesse anche turistico oltre che culturale, e soprattutto con grande soddisfazione confermiamo la storica formula delle sezioni che, tornate lo scorso anno dopo un variante nel format, si divideranno tra Concorso lungometraggi, Retrospettive, Omaggi ed eventi speciali". (Comunicato stampa)




Cosa ci succede davanti a un opera d'arte - Le risposte del nostro cervello - Serie di conferenze alla GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino Cosa ci succede davanti a un opera d'arte?
Le risposte del nostro cervello


21 novembre 2016 - 23 gennaio 2017
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.fondazionedefornaris.org

Come la nostra mente percepisce i colori? Che cosa succede al nostro cervello quando guardiamo un'opera d'arte? Sono domande che - senza scomodare la Sindrome di Stendhal, il senso di sperdimento che può sopraggiungere di fronte al "troppo" bello - forse ci siamo posti più di una volta davanti a un capolavoro. Le risposte, affidate alle voci di tre prestigiosi studiosi nel settore delle neuroscienze, sono ora al centro della nuova serie di "Lunedì dell'arte". Si parlerà del rapporto tra la neuroestetica, la psicanalisi e l'arte, della percezione del colore, dei "neuroni specchio" e dell'empatia.

Si cercherà di capire in che cosa consista per il sistema cervello-corpo l'esperienza degli oggetti frutto della creatività. Sono temi che rappresentano l'avanguardia della scena artistica attuale, presi in considerazione in tempi recenti dai maggiori musei internazionali: dal MoMA, che ha inserito la neuroscienza nei suoi programmi, alla Tate Modern, dove si è tenuto nel 2014 un convegno sulla sinestesia, l'attivazione simultanea, anche nei confronti dell'opera d'arte, di sfere sensoriali diverse. Gli incontri introducono alla grande mostra "Colori", prevista alla GAM e al Castello di Rivoli nel marzo 2017, con capolavori da Kandinsky ai giorni nostri.

Programma

- 21 novembre, ore 18.30 Vittorio Gallese, Il senso del colore, tra corpo e cervello

Vittorio Gallese è professore ordinario di Fisiologia umana presso il Dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Parma. Tra i suoi contributi principali vi è la scoperta, insieme ai colleghi del gruppo di Parma, dei neuroni specchio. La sua attività di ricerca è testimoniata da oltre settanta pubblicazioni scientifiche su riviste e volumi internazionali, con particolare riferimento alla neuroestetica.

«Negli ultimi due decenni le neuroscienze hanno manifestato un crescente interesse nei confronti dell'arte e dell'estetica. Questo approccio si è da subito mostrato molto diversificato: alcuni neuroscienziati hanno utilizzato l'arte per comprendere meglio il funzionamento del cervello, utilizzando dipinti o spezzoni di film come meri stimoli per meglio comprendere le basi neurobiologiche di facoltà cognitive non arte-specifiche. Altri hanno studiato i concetti di 'bello', 'sublime' e 'piacere estetico' e, più in generale, i meccanismi neurali responsabili dell'analisi percettiva visiva di varie caratteristiche formali delle opere d'arte.

La nostra ricerca, invece, è guidata da presupposti differenti: studiare il sistema cervello-corpo per comprendere in cosa consista l'esperienza estetica degli oggetti che oggi denominiamo 'artistici'. Più che di neuroestetica dovremmo parlare di estetica sperimentale, dove la nozione di 'estetica' è declinata secondo la sua originale etimologia: aisthesis, cioè percezione multimodale del mondo attraverso il corpo. I risultati delle nostre ricerche suggeriscono che il processo di creazione di immagini caratteristico della nostra specie, pur articolandosi in un progressivo movimento di astrazione ed esternalizzazione dal corpo, mantiene intatti i suoi legami corporei, non solo perché il corpo è lo strumento della produzione dei manufatti artistici, ma anche perché ne è lo strumento principale di ricezione.

Queste recenti acquisizioni consentono di affrontare i temi dell'arte e dell'estetica da una prospettiva nuova, quella, appunto, di un'estetica sperimentale che indaghi insieme le risposte del cervello e del corpo, mettendo in luce le componenti 'invisibili' indotte dal visibile. Nella mia relazione mi concentrerò sul tema del colore, mostrando come pur avendo compreso molti dei meccanismi nervosi che ci garantiscono una percezione a colori del mondo, siano ancora relativamente poco esplorati gli aspetti che legano la visione del colore alla risonanza emozionale e alla percezione del dinamismo insito nelle immagini artistiche.» (Il senso del colore, tra corpo e cervello, di Vittorio Gallese)

- 05 dicembre, ore 18.30
Bracha Ettinger, Fore-image. Notes on butterflies' color-light and the spirit in painting

Bracha Ettinger artista, filosofa e docente, teorica della psicanalisi "femminista", è autrice di studi sulla relazione tra arti visive, etica, bellezza e sublime.

- 23 gennaio, ore 18.30
Richard E. Cytowic, Thinking in Metaphor: Color & the Creative Spark of Synesthesia

Richard E. Cytowic è docente di Neurologia alla George Washington University. Candidato al Pulitzer, è noto per le scoperte sulla sinestesia, ricondotta nell'ambito più generale della scienza. Con il saggio "Wednesday is Indigo Blue" ha vinto la Montaigne Medal. Ha parlato in istituzioni culturali di tutto il mondo. (Comunicato stampa)




No Go?
La stigmatizzazione della periferia

www.goethe.de/italia/nogo

"Focolai sociali", "ghetti", "aree no go": a determinate zone urbane viene impresso il marchio di quartiere difficile. Ma come nasce lo stigma e come lo affronta chi ci abita? Quali sono le iniziative cittadine che contrastano la stigmatizzazione nel quotidiano? Esame di casi di alcuni quartieri sensibili in Italia, Germania, Francia e Belgio e pubblicazione nel Magazine del Goethe-Institut di un dossier dedicato a cause e meccanismi del fenomeno, bandendo le generalizzazioni e focalizzandoci su fatti concreti ed esperienze positive raccontate direttamente degli abitanti. (Comunicato Goethe-Institut)




Michelangelo Pistoletto e Renato Ferraro
Comunicato speciale, 1968


termina il 22 gennaio 2017
VideotecaGAM - Torino
www.gamtorino.it

La VideotecaGAM, nell'ambito del proprio ciclo di esposizioni e incontri dedicato al video d'artista tra anni Sessanta e Settanta, ospitare l'incontro con gli autori Michelangelo Pistoletto e Renato Ferraro. In occasione dell'incontro sarà proiettato Comunicato speciale, realizzato tra il febbraio e il marzo del 1968 (16 mm, colore, suono, 8'). L'opera è parte di una raccolta di dieci film, non tutti oggi reperibili, girati da altrettanti cineasti indipendenti presso lo studio di Pistoletto. "I dieci film fatti in collaborazione - scrive l'artista nel marzo del 1968 - nascono in un luogo che sta a metà tra me e ognuno di loro. Ognuno ha girato ciò che voleva senza imposizioni né rinunce reciproche e, nella circostanza, la comunicazione creativa è stata piena. Il vero senso di ogni film è la creazione nel vuoto (tra le due persone)". Comunicato speciale è l'unica pellicola di quel gruppo di film rimasta nella collezione della GAM a seguito della sua proiezione nel 1970 in occasione della mostra Conceptual Art, Arte Povera, Land Art a cura di Germano Celant.

La proiezione del film, riversato in digitale, continuerà negli spazi della VideotecaGAM fino a gennaio accanto a una selezione di materiali d'archivio provenienti da Cittadellarte-Fondazione Pistoletto, relativi all'opera filmica e alla produzione artistica di quel periodo. Foto, manifesti e pubblicazioni daranno conto delle attività che animarono il gruppo di artisti e cineasti che frequentarono lo studio di Pistoletto tra il 1967 e il 1968 e delle proiezioni internazionali che seguirono alla realizzazione di Comunicato Speciale e degli altri nove film realizzati da Antonio De Bernardi, Renato Dogliani, Pia Epremiam, Mario Ferrero, Plinio Martelli, Paolo Menzio, Marisa Merz, Ugo Nespolo, Gabriele Oriani.

Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933) nel 1962 realizza i Quadri specchianti, con i quali raggiunge in breve un riconoscimento internazionale. Tra il 1965 e il 1966 produce gli Oggetti in meno, considerati basilari per la nascita dell'Arte Povera. Negli anni Novanta fonda a Biella Cittadellarte-Fondazione Pistoletto, ponendo l'arte in relazione attiva con i diversi ambiti del tessuto sociale, al fine di ispirare e produrre una trasformazione responsabile della società. Nel 2003 è insignito del Leone d'Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia. In quello stesso anno da avvio alla fase più recente del suo lavoro: il Terzo Paradiso. Nel 2013 il Museo del Louvre di Parigi ospita la sua mostra personale Michelangelo Pistoletto, année un - le paradis sur terre. Nell'ottobre dello stesso anno realizza l'opera Rebirth nel parco del Palazzo delle Nazioni di Ginevra. Sue opere sono presenti nelle collezioni dei maggiori musei d'arte moderna e contemporanea.

Renato Ferraro (Torino, 1946) è stato tra gli animatori della stagione del cinema sperimentale tra il 1966 e il 1969. Nel 1971 si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia diretto da Roberto Rossellini e ha firmato il documentario Marzo '43 Luglio '48, dedicato alla Resistenza e realizzato interamente con materiali di repertorio. In seguito ha girato altri documentari, tra cui quelli per la Biennale di Venezia e per il Gabinetto fotografico nazionale, e filmati istituzionali per grandi enti. Ha iniziato a lavorare per la Rai negli anni Ottanta e ha partecipato come regista a numerosi programmi tra cui Passioni (Rai2, 1997-1998), Emozioni (Rai2, 2010-2015) e Sfide (Rai3, 1998-oggi, premio Flaiano 2001), di cui è uno dei collaboratori di punta. (Comunicato stampa)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050


Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




L'uomo che ci regalò i numeri. La vita e i viaggi di Leonardo Fibonacci
di Paolo Ciampi, ed. Mursia, pp.192, euro 17,00, 2016

Presentazione libro
21 gennaio 2017, ore 18
Lo Spazio di via dell'ospizio - Pistoia

Leonardo da Pisa, detto Fibonacci, figlio di un mercante, attraversa il mare e approda in Cabilia dove incontra un maestro che traccia nella sabbia alcuni strani segni: sono i numeri che arrivavano dall’India. Nel 1202 con il suo Liber Abaci introduce in Europa il sistema numerico decimale e i principali sistemi di computo. E' la straordinaria eredità di Fibonacci: il libro di un mercante che sarà il principio dell’avventura dei numeri. Del suo autore però si perdono le tracce per secoli. Questo volume ne insegue l’ombra e ricostruisce, insieme alla sua vicenda umana, la vita nel Mediterraneo. Una biografia in cui la matematica si incrocia con la Storia in una riflessione sulla magia dei numeri e sul loro significato per tutti noi.

Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, è stato redattore e corrispondente di diversi quotidiani. E' direttore dell’agenzia di informazione della Regione Toscana. Si divide tra la passione per la letteratura di viaggio e i personaggi storici dimenticati. E' autore di più di venti libri, con diversi riconoscimenti nazionali. Nel suo blog "Ilibrisonoviaggi" racconta ogni giorno letture e viaggi. (Comunicato stampa)




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017 Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017

Presentazione catalogo
29 gennaio 2017, ore 11.00
Chiesa Madonna della Vittoria - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Artisti: Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Baldassin Cesare, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bobò Antonio, Bocelli Giuseppe -  <>Bodini Floriano, Bonaccorsi Miro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Brunelli Clara, Caccaro Mirta, Calvi Cesare, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Carbonati Antonio, Cargnoni Giacinto, Carnevali Vittorio, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Cattaneo Claudio, Cavallero Antonietta, Cazzaniga Giancarlo, Cermaria Claudio, Cerri Giovanni, Chinellato Sandro, Ciaccheri Paolo, Cipolla Salvatore, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Colombi Riccardo, Cordani Sereno, Costantini Carla, Costanzo Nicola, Cottini Luciano, Cristini Filippo, De Luigi Giuseppe, Desiderati Luigi, Diazzi Roberta, Di Fusco Anna, Di Venere Giorgio, Fabri Otello, Facciotto Giuseppe, Fastosi Gabriella, Ferraj Victor, Fioravanti Ilario, Folloni Luciano, Fornasari Memo, Fortuna Alfonso, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gaeta Goffredo, Galante Sabino, Gaudio Lucia, Gauli Piero, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Giacobbe Luca, Gi Morandini, Giunti Raffaello, Gnocchi Alberico, Grasselli Stefano, Gutris Anna Francesca, Ianni Stefano, Lelii Marisa, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Mantovani Gianni, Margonari Renzo, Martino Gabriella, Matsuyama Shuhei, Mattei Mario, Melli Ivonne, Melotti Enrica, Merik (Eugenio Enrico Milanese), Mignosa Lucia, Molinari Mauro, Montanari Roberto, Morelli Guido, Morselli Gino, Mottinelli Giulio, Nagatani Kyoji, Negri Sandro, Nonfarmale Giordano / Male, Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Palazzetti Beatrice, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paolini Parlagreco Graziella, Parmiggiani Alessandra, Pavan Adriano, Pellicari Anna Maria, Perbellini Flavio, Perini Sergio, Piovosi Oscar, Piras Enrico, Pirondini Antea, Po Massimo, Polpatelli Carlo, Polpatelli Mario, Pozzi Rinaldi Laura, Puppi Massimo, Raza Claudia, Reami Rossella, Reggiani Liberio, Restelli Lucilla, Rigato Carla, Ritorno Maria Luisa, Robustelli Raffaella, Rossato Kiara, Rossi Giorgio, Rossi Laura, Rossi Lorenza, Rovati Rolando, Santoro Giusi, Sauvage Max, Scandurra Placido - Scimeca Filippo, Settembrini Marisa, Solimini Renata, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spaggiari Franco, Spaggiari Rita, Spazzini Severino, Spennati Silvana, Terruso Saverio, Tommasini Barbara, Trubbiani Valeriano, Vanetti Tiziana, Vigliaturo Silvio, Villani Dino, Vivian Claudia, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zitti Vittorio, Zoli Carlo, Zotti Carmelo.

Artisti Madi: Cortese Franco, Frangi Reale F., Fulchignoni Aldo, Luggi Gino, Mancino Enea, Mascia Vincenzo, Milo Renato, Nicolato Gianfranco, Novaco Carmen, Pilone Marta, Rosa Giuseppe, Zangara Piergiorgio. (Comunicato stampa)




Copertina Giovanni dalle Bande Nere Giovanni dalle Bande Nere
di Marco Rastrelli e Lorenzo Nuti, ed. Kleiner Flug, collana "Prodigi fra le nuvole", pag. 48 pag., brossurato, colori, formato cm.21x28,5, 12,00 euro, ottobre 2016
www.kleinerflug.com

Ludovico di Giovanni de' Medici, detto Giovanni dalle Bande Nere, fu un condottiero italiano del Rinascimento che ha avuto breve vita e poi lunga fama. Detto anche il "Gran Diavolo", divenne famoso per i suoi successi militari e per aver fatto listare a lutto le bande dei suoi uomini, in occasione della morte di Leone X, il Papa Medici. Quella che racconta questo libro, però, non è la sua storia. Questa è la storia di Lodovico, figlio di Caterina Sforza e Giovanni de' Medici, detto il "Popolano", che sarà conosciuto anche con il nome di Giovanni di Giovanni de' Medici. Prima delle "Bande Nere". Prima del "Gran Diavolo".

Il volume arricchisce la collana Prodigi fra le Nuvole di Kleiner Flug con un altro pezzo da novanta, dopo Giotto, Nicola Pisano, Donatello, Petrarca, Dante Alighieri, Galileo Galilei e Raffaello. Gli autori, Marco Rastrelli e Lorenzo Nuti, con questo volume recuperano la storia umana e familiare di Giovanni di Giovanni de' Medici, troppo spesso messa in ombra dai suoi successi militari e dalla sua stessa morte, unendo alla tradizione di grandi maestri come Breccia, a una sensibilità più moderna, creando un'atmosfera unica. (Comunicato stampa)




Copertina libro Parole e Cartoons - Il linguaggio delle fiabe e il cinema d'animazione - di Maddalena Menza Parole e Cartoons - Il linguaggio delle fiabe e il cinema d'animazione
di Maddalena Menza, ed. Arbor Sapientiae

Il volume Parole e Cartoons - Il linguaggio delle fiabe e il cinema d'animazione è un viaggio nel mondo poco conosciuto del cartoon italiano. Un cinema che ha dato ottimi frutti tra cui i capolavori di Bruno Bozzetto, primo fra tutti Allegro non troppo, che negli Usa è un cult-movie, e i lavori di Enzo D'Alò, da La Freccia azzurra, tratto da Rodari a Momo, al grande successo de La gabbianella e il gatto. Il libro contiene una intervista all'illustratore proprio de La Freccia azzurra, Paolo Cardoni, ma grande spazio è dato anche al dimenticato pioniere dell'animazione, Stelio Passacantando, scomparso nel 2010, e creatore di personaggi ribelli quali Alice e Gian Burrasca, che ha lavorato con i grandi dell'animazione come George Dunning (collaborando al film sui Beatles Yellow submarine). Completano il volume le schede dei film e numerose interviste.

"Lo spunto del libro - sottolinea l'autrice, Maddalena Menza - arriva dal ricordo delle fiabe raccontate da mia madre napoletana, unita al mio personale vissuto di madre e maestra. Questo mi ha spinta a indagare la forza inalterata che conserva ancora oggi la fiaba (...) La sua magia non sta tanto nel trasportarci in mondi lontani quanto di mostrarci la verità sulla vita, come diceva Schiller, più di quanto lo facciano le 'verità' apprese da grandi".

Maddalena Menza, giornalista, scrittrice e docente, è laureata in Storia dello Spettacolo e dottore di ricerca in Pedagogia. Ha preso parte alla scuola drammaturgia di Eduardo De Filippo e ha lavorato con Federico Fellini nel film La voce della luna e con diverse produzioni teatrali. Redattrice di Pepe verde, Teatro Cult e Campo dè Fiori, per i suoi libri ha ricevuto riconoscimenti tra cui il Premio "Ricomincio da Roma" del 2013 e il Trofeo "Penna d'autore" di Torino. (Comunicato ufficio stampa Carlo Dutto)




Il gioco dell'arte
di Agata Boetti, Edizioni Electa

"Non mi ricordo di aver mai visto mio padre uscire per andare al lavoro. Non si rasava, non metteva la cravatta. Non parlava mai di colleghi e di stipendio. A volte dormiva tutto il giorno, altre volte spariva per giorni, settimane, addirittura mesi ". Alighiero Boetti, raccontato da sua figlia Agata nel libro Il gioco dell'arte, un libro spiazzante e delicato, pieno di immagini quasi completamente inedite. Scrive Deleuze in 'Conversazioni': "Il giusto modo di leggere oggi, è quello di porsi di fronte a un libro così come si ascolta un disco, come si guarda un film, come si sente una canzone: ogni atteggiamento di fronte a un libro che richieda per esso un rispetto speciale, un'attenzione di altra sorta, è qualcosa che giunge da un'altra epoca e che condanna definitivamente il libro".

Agata Boetti (Torino, 1972), direttrice dell'Archivio Boetti, a diciotto anni, lascia Roma per studiare psicologia a Parigi. Nel 1995, dopo la scomparsa di suo padre, Agata si dedica all'Archivio Alighiero Boetti insieme a tutta la famiglia, senza però abbandonare le sue altre attività a Parigi. Dal 2014, si dedica esclusivamente alla direzione dell'Archivio. (Comunicato stampa ufficio stampa Maria Bonmassar)




L'arte del cinema
Scritti teorici e riflessioni didattiche


di Lev Kulešov, Dino Audino Editore, pp.96, €.13,00, prezzo online €11,05
www.audinoeditore.it

Gli anni Venti del Novecento rappresentarono un momento di grande sviluppo per la cinematografia russa. Il governo bolscevico avendo compreso appieno come fosse utile promuovere il cinema - strumento adatto per la diffusione dell'ideologia comunista - favorì lo sviluppo di un'ampia sperimentazione. Si creò uno stimolante clima culturale nel campo dello spettacolo, nel teatro e nel cinema, che permise la nascita di nuove ingegnose esperienze di spettacolarità. Lev Kulešov fu uno dei protagonisti di questa stagione.

Autore di numerosi saggi teorici sul cinema mai editi in Italia, L'arte del cinema è il suo primo testo tradotto in italiano. Riconosciuto come pioniere e fondatore di tutto il percorso del cinema sovietico, Kulešov diresse, all'inizio degli anni Venti, la Scuola Statale di Cinematografia realizzando alcuni esperimenti fondamentali sul montaggio cinematografico, basati sulla correlazione visiva. La sua idea di montaggio è centrata sulla funzionalità narrativa: l'esperimento a dimostrazione della sua teoria, detta poi "effetto Kulešov" avvenne nel 1918, quando dopo aver ricavato da un vecchio film l'inquadratura del volto di uno dei grandi attori del cinema zarista, lo combinò con inquadrature di diverso tipo, come una minestra, una bara e una donna.

Gli spettatori interrogati, affermarono di volta in volta che gli occhi del personaggio evidenziavano fame, tristezza, eccitazione, lodando il talento dell'attore, mentre invece era sempre la stessa espressione. Questo esperimento servì a dimostrare che è l'accostamento delle inquadrature a produrre il senso delle immagini: un piano isolato non ha nessun senso, ma lo prende da ciò che segue o da ciò che lo precede. In questo senso il regista può dunque mirare al raggiungimento di determinati effetti influenzando la riflessione dello spettatore mediante il montaggio.

Scrive John Yorke, autore di un saggio dal titolo In the woods: «Kulešov aveva scoperto una verità alla base di tutta la grammatica cinematografica: il nuovo, straordinario mezzo che era il cinema approfittava del bisogno umano di imporre un ordine sul mondo. Osservando le immagini più disparate, lo spettatore le ricompone secondo un ordine logico... il pubblico assiste ad alcuni eventi chiave ed è invitato a creare un collegamento. Il binomio tesi/antitesi si sviluppa in crescendo. Aristotele ha trattato questo tema nella Poetica: "Il colpo di scena consiste nel rovesciamento al contrario dei fatti secondo necessità e verosimiglianza".

A tale proposito, cita la storia di Linceo: l'eroe viene condotto a morte, lo accompagna Danao incaricato dell'esecuzione, ma "i fatti si sviluppano in modo tale che Danao muore e l'altro si salva". E' la peripéteia ancora una volta, un ribaltamento della sorte: il mondo si rivela improvvisamente come l'opposto di ciò che sembrava. I Greci la associavano spesso all'anagnórisis o "agnizione" mediante la quale il personaggio passava dall'ignoranza alla conoscenza. Aristotele pensava, e sono d'accordo con lui, che questa fosse una delle unità fondamentali nella costruzione drammatica: nel confronto con il suo opposto ogni cosa si trasforma in qualcos'altro».

In un articolo del 1922, Kulešov si esprimeva in questi termini: «L'essenza del cinema sta nella composizione, nella successione dei pezzi girati. Per organizzare l'impressione, conta non tanto ciò che è stato girato in un dato pezzo, ma come un pezzo succede all'altro nel film, come sono costruiti. Il principio organico del cinema non va cercato entro i limiti del pezzo girato, ma nella successione di tali pezzi».

Ma L'arte del cinema non tratta solo di montaggio. L'esperienza creativa di Kulešov si riversò anche in un'attività didattica (suoi allievi furono tra gli altri Pudovkin e Ejzenstein). I suoi scritti affrontarono le potenzialità espressive e linguistiche del cinema che furono applicate nelle sue stesse produzioni cinematografiche. L'arte del cinema, che fu il suo primo libro pubblicato, affronta tutte le tematiche del fare cinema: un vademecum, un compendio manualistico pieno di osservazioni, consigli e indicazioni, ma ricco di intuizioni sulla specificità estetica del mezzo cinematografico. (Comunicato stampa Dino Audino Editore)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Copertina libro Gioseffo Zarlino e la scienza della musica nel '500 dal numero sonoro al corpo sonoro Gioseffo Zarlino e la scienza della musica nel '500 dal numero sonoro al corpo sonoro
di Guido Mambella

Cesarino Ruini e Monica Boni presenteranno il libro pubblicato a maggio 2016 dall'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia. Un dialogo, alla presenza dell'autore, con il professor Cesarino Ruini, ordinario di storia della musica medievale e rinascimentale all'Università di Bologna, e con la professoressa Monica Boni, direttrice della Biblioteca Armando Gentilucci dell'Istituto Peri di Reggio Emilia. Un libro, i cui contenuti appassioneranno sia i cultori di storia della scienza, di musica nonché di arte. Questo volume, come ha scritto Giulio Cattin, si presenta con caratteri di unicità e grande forza innovativa: "Non conosco nella storiografia italiana della teoria musicale uno scritto che gli possa stare accanto per l'originale solidità d'impostazione, l'ampiezza d'informazione, l'acutezza interpretativa e la ricchezza del materiale, anche di prima mano, proposto al lettore".

Per la copertina di questo libro è stato scelto un particolare dell'opera dell'artista cremonese Enrico Della Torre Costruzione (2011). Il quadro farà parte della mostra personale "Figuratività dell'Invisibile" che la Galleria d'Arte 2000 & Novecento dedica a questo autore e che sarà in corso durante la presentazione del libro. L'opera di Gioseffo Zarlino, maestro di cappella di San Marco e massimo teorico musicale del Cinquecento, e sempre stata considerata un monolite, un perenne monumento del pensiero, la cui compattezza e coerenza sembrano andare oltre i secoli. Ancora per tutto il Settecento il maestro veneziano e una fonte imprescindibile.

L'immensa impresa di una costituzione ab aeterno dell'arte musicale, su basi matematiche e insieme naturali, lo colloca in una sfera senza tempo in cui i martelli di Pitagora risuonano nell'armonia di Rameau. Altra e la prospettiva di questo studio che intende riportare Zarlino nella storia: nel suo originale ampio recupero della tradizione musicale greco-latina, nei rapporti spesso con littuali con i teorici a lui piu vicini, i contemporanei e gli allievi, nel procedere stesso del suo pensiero che, tra le prime e le ultime formulazioni, vede un tale rivolgimento di presupposti, dal numero sonoro al corpo sonoro appunto, da rendercelo vivo, problematico e di una irrisolta complessita.

Guido Mambella studia flauto dolce e viola da gamba e, in seguito, clavicembalo. Si laurea in filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sulla scienza musicale di Descartes. Prosegue gli studi a Parigi, presso il centro Ale andre o re, curando infine l'edizione del Compendio di musica cartesiano. uesto volume e il risultato delle sue ricerche sulla teoria musicale del Rinascimento. La personale di Enrico Della Torre "Figuratività dell'Invisibile" e la presentazione del libro di Guido Mambella fanno parte della terza edizione della rassegna "In Contemporanea" che vede l'apertura congiunta della stagione espositiva autunnale in sette gallerie d'arte di Reggio Emilia. (Comunicato Ufficio Stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse è nato a Córdoba (Argentina) nel 1934. Diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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