Trinacria simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


Copertina Dialoghi - Libro di Nidia Robba pubblicato a Trieste nel marzo 2016 Dialoghi
di Nidia Robba, Trieste 2016


Prefazione
Copertina catalogo mostra Maria Callas alla Fondazione Giuseppe Lazzareschi Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito
Catalogo della mostra

Recensione
Copertina catalogo mostra Dadamaino - Gli anni 80 e 90, l'infinito silenzio del segno Dadamaino
Gli anni '80 e '90


Catalogo della mostra

Presentazione
Copertina catalogo mostra Diario Pittorico di Antonella Affronti Antonella Affronti
Diario Pittorico


Catalogo della mostra

Presentazione


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016-2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08



Mimmo Jodice
Attesa. 1960-2016


termina il 24 ottobre 2016
Museo MADRE - Napoli
www.madrenapoli.it

La più ampia mostra retrospettiva mai dedicata a Mimmo Jodice (Napoli, 1934), uno degli indiscussi maestri della fotografia contemporanea. In un percorso retrospettivo, a cura di Andrea Viliani, appositamente concepito dall'artista per gli spazi del museo MADRE, la mostra presenta più di cento opere, suddivise in diverse sezioni, fra loro connesse. In queste opere, che hanno contribuito a definire gli sviluppi della ricerca fotografica a livello internazionale, Mimmo Jodice esplora il mondo intorno a noi soffermandoci sulle soglie di un tempo indefinito, in cui si intrecciano il passato, il presente e il futuro. Jodice delinea in questo modo una dimensione posta al di là dello scorrere del tempo e delle coordinate spaziali, sospesa nella dimensione - contemporaneamente fisica e metafisica, empirica e contemplativa - dell'attesa.

Un'attesa che è anche matrice di una pratica rigorosamente analogica della fotografia: l'attesa come ricerca paziente dell'illuminazione, spesso mattutina, in grado di rilevare l'essenza del soggetto rappresentato, o l'attesa come l'altrettanto paziente bilanciamento dei bianchi e dei neri in camera oscura. E se, dal 1980, da queste opere scompare la figura umana - fino a quel momento presenza ricorrente - ciò a cui Jodice perviene è l'ineffabile eternità e il nitore assoluto di immagini in bianco e nero restituite dallo sguardo rivelatore di una macchina da presa che si fa "macchina del tempo" (o, meglio, del superamento del tempo), nell'affascinata perlustrazione del mondo, da quello più prossimo del ventre di Napoli alle sponde del Mediterraneo, con le loro vestigia di antiche civiltà ormai scomparse, fino agli incerti confini delle megalopoli globalizzate. (...)

Nella sala Re_PUBBLICA MADRE al piano terra - in prossimità della strada su cui il museo si affaccia - è messa in scena, nel formato di una grande proiezione cinematografica (Teatralità quotidiana a Napoli, 2016), una selezione di immagini dalle serie dedicate, negli anni Sessanta e Settanta, alla città di Napoli: dalla registrazione di forme di aggregazione sociale come i cortei del partito comunista o le feste popolari (oggetto, quest'ultime, anche del volume Chi è devoto?, 1974, con prefazione di Carlo Levi e schede di Roberto De Simone). Sono gli anni di un'estesa e approfondita interpretazione fotografica della realtà (a cui la rivista "Progresso fotografico" dedica nel 1978 un numero monografico, che segue il volume Mezzogiorno. Questione aperta del 1975).

In queste immagini Jodice, senza mai ridurle a semplice documentazione, restituisce il senso stesso della propria epoca e della propria città, colti nelle loro irriducibili contraddizioni, con un'attenzione estetica che si traduce in impegno etico e antropologia democratica degli oggetti comuni, delle abitudini quotidiane, dei comportamenti collettivi, dei residui della Storia, delle ideologie e delle fedi. Un'analisi lucida che si erge a inno barocco, epistemologia lirica, chiaroscuro sociale e culturale: "teatralità quotidiana a Napoli". La mostra prosegue al terzo piano: qui, l'inizio e la fine del percorso espositivo sono dedicati alle coeve ricerche sperimentali: incunaboli di una fotografia che si declina come investigazione concettuale delle potenzialità del linguaggio fotografico: in Vera fotografia (1979), l'immagine della mano dell'artista, intenta a scrivere a penna le parole del titolo, le riporta sulla carta fotografica come una vera scritta a penna. (...)

Fino a giungere all'autoanalisi sia del proprio strumento (Macchina fotografica, 1965) che degli innumerevoli accadimenti trasformativi in fase di stampa (Chimigramma, 1966). Ne emerge tutta la libertà ideativa e compositiva di una pratica fotografica che aveva avuto inizio, del resto, da autodidatta, alla fine degli anni Cinquanta, non con l'uso della macchina da presa o della pellicola ma con l'uso di un ingranditore, e quindi con i concetti extra-fotografici di tempo (di esposizione) e (grado di) luminosità.

Una libertà che è anche quella con cui l'identità dell'artista viene riplasmata: esaltando il valore modernista della processualità rispetto al prodotto, ed investigando al contempo, e con straordinario anticipo, le logiche del post-moderno citazionista e appropriazionista, nel 1978, nel progetto Identificazione presso lo Studio Trisorio di Napoli, Jodice ri-fotografa non solo le immagini ma anche le estetiche di altri fotografi quali Richard Avedon, Bill Brandt, Walker Evans, André Kertész, Ralph Gibson, Christian Vogt, esplorando le possibilità di "dilatazione o restringimento, sviluppo o riduzione" fotografiche. Nelle tre ali del terzo piano si succedono poi - in una stringente contiguità e continuità fra i tre differenti tempi del passato (prima sezione), del futuro (seconda sezione) e del presente (terza sezione) - opere da tutte le principali serie di Jodice, a partire dagli anni Ottanta, evocando un tempo circolare, ciclicamente ritornante su se stesso e sui suoi motivi ispiratori.

Nella prima sezione si procede dalle radici culturali del Mediterraneo (ricerca avviata nel 1985) alle epifanie del quotidiano (Eden, serie del 1995 presentata in mostra in una nuova versione inedita). (...) Mentre nella seconda sezione, collocata al centro della mostra, prende corpo la matrice visionaria e meditativa di tutta la ricerca di Jodice, quella creazione di un reale al di là della realtà che, rintracciando un corrispondente emotivo e intellettuale nel Surrealismo novecentesco (richiamato in mostra dall'opera di René Magritte L'amour, 1949), si dischiude compiutamente nel nuovo ciclo Attesa, posto da Jodice quale approdo ideale della mostra ma anche, allo stesso tempo, quale suo fulcro generatore e suo eterno ritorno: nello spazio-tempo dell'attesa di un futuro che mai si compie, Jodice non riconosce più lo spazio o il tempo reali, ma li ricrea, mentre il mondo e la Storia, trasfigurati nel bianco e nero di un sublime mattino da camera oscura, sembrano essere ormai solo il ricordo di quello che erano, sono o saranno.

Per la prima volta in una sua mostra Jodice lascia infine affiorare anche le fonti di ispirazione della sua ricerca, rappresentate da opere selezionate con l'artista stesso: due capolavori dell'archeologia mediterranea (la scultura in marmo bianco del Compagno di Ulisse e il busto in bronzo di Artemide, provenienti da quell'ipotetico museo del mare nostrum che Jodice evoca nelle sue opere di soggetto archeologico) sembrano presagire, tramite il catalogo di frammenti antiquari delle acqueforti su rame di Giovanni Battista Piranesi, la loro futura sintesi fotografica. La ferocia astratta di Eden oscilla fra la Natura morta con testa di caprone (1645-1650) di Jusepe de Ribera e la quiete delle nature morte di Giorgio Morandi, mentre i paesaggi di Jodice sembrano trovare accogliente assonanza nelle metafisiche piazze d'Italia di Giorgio De Chirico (La grande torre, 1932-38) o nei silenziosi, compendiari, minimali scenari cittadini di Mario Sironi (Paesaggio urbano, 1920).

Dopo la formazione all'Accademia di Belle Arti di Napoli (dove, grazie al suo Direttore, il pittore Emilio Notte, Jodice inaugurerà nel 1970 i primi corsi sperimentali e, dal 1975 al 1994, sarà docente del primo corso di fotografia in un'Accademia italiana), l'artista tiene la sua prima mostra personale nel 1967, presso la libreria La Mandragola. Nel 1971 conosce Cesare De Seta, con il quale condividerà uno studio a Napoli fino al 1988, mentre attraverso la collaborazione anche con i galleristi Lucio Amelio e Lia Rumma inizia quel rapporto con l'ambiente artistico napoletano che sarà poi l'oggetto del volume Mimmo Jodice. Avanguardie a Napoli dalla contestazione al riflusso, 1996.

Jodice è autore di numerosi altri volumi monografici, molti presenti in mostra, tra i quali Vedute di Napoli, 1980, con cui si chiude il "periodo sociale" e si avvia una ricerca sulla spazialità caratterizzata dallo scavo di memorie collettive e archetipe e da vuoti metafisici. A Jodice hanno dedicato mostre personali alcuni dei più importanti musei del mondo, e sue opere sono presenti nelle collezioni di vari musei. All'artista sono stati conferiti infine diversi riconoscimenti quali nel 2003 il Premio Antonio Feltrinelli dell'Accademia dei Lincei, nel 2006 la Laurea Honoris Causa dall'Università degli Studi Federico II di Napoli, nel 2011 l'onorificenza di Chevalier de l'Ordre des Art et des Lettres e, nel 2013 e 2016, la Laurea Honoris Causa dell'Università di Architettura di Mendrisio e dell'Accademia di Belle Arti di Macerata. (Comunicato ufficio stampa Electa)




Opera di KayOne KayOne: "Confine"
29 giugno (inaugurazione ore 18.30)
Miart Gallery - Milano
www.miartgallery.it

La mostra, che propone 10 nuove opere realizzate su tela e lamiera. L'artista, pioniere del Graffiti Writing e riferimento per le nuove generazioni, racconta con questa mostra la relazione che lega realizzare Graffiti in strada e portare il proprio lavoro anche su tela. E' attraverso l'esecuzione di una vera e propria performance realizzata per il pubblico che KayOne proporrà l'arte di strada eseguita su pareti allestite appositamente sulle vetrate della galleria, contemporaneamente nella galleria le pareti bianche saranno sfondo per i lavori su tela e lamiera, a descrivere il superamento di spazio e tempo, del confine tra questi spazi.

KayOne fa rivivere negli spazi di Miart Gallery il viaggio compiuto dal Graffiti Writing e dalla Street Art in trent'anni di cammino, dai muri grigi della città agli interni delle più importanti gallerie e musei internazionali. Colori, lampi, luci tra i quali si fa strada la bianca evanescenza che ritroviamo al centro di ogni opera dell'artista. Una ricerca dell'animo, che viaggia attraverso lo spazio e il tempo, in perenne moto, l'approdo e il principio, legati in un inevitabile susseguirsi di nuove fasi. "Con i miei lavori cerco di portare il sapore della strada su una tela; quadri molto materici, pezzi di muro estrapolato, decontestualizzato, testimonianza della velocità della strada, con il suo carico di forza, colore e vita." (Comunicato stampa)




Riccardo Corti - olio su tela cm.105x130 Opere nella mostra Six "Six"
02 luglio (inaugurazione ore 18) - 23 luglio 2016
Fondazione Giuseppe Lazzareschi - Porcari (Lucca)
www.fondazionelazzareschi.it

In esposizione recenti dipinti di Daniela Caciagli, Riccardo Corti, Marco Manzella, Guido Morelli, Armando Orfeo, Valente Taddei: i sei artisti, seppur diversi tra loro per formazione estetica, scelte stilistiche e tecniche pittoriche, sono accomunati da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della figurazione contemporanea. Nei suoi dipinti a olio e acrilico, Daniela Caciagli (Bibbona, 1962) cerca di plasmare la realtà e di farla immaginare in continua mutazione, creando associazioni fantastiche di frammenti di vita quotidiana, in cui i riferimenti spazio-temporali appaiono sfumati. Gli oli di Riccardo Corti (Firenze, 1952), dall'intenso impatto visivo e dalla forte valenza simbolica, creano un gioco testuale di notevole pregio stilistico, nell'ambito di una pittura di sintesi, volta ad indagare il sensibile con lirismo.

Nelle tempere di Marco Manzella (Livorno, 1962) salta agli occhi la qualità emblematica delle scene: la sensazione è quella di un'immobilità congelata in un silenzio quasi artificiale, come se tutti gli elementi del dipinto fossero in attesa di un evento imminente. Guido Morelli (La Spezia, 1967) è autore di raffinati oli dall'impronta materica, nei quali sono raffigurati sintetici paesaggi naturali: l'artista si concentra su un linguaggio psicologico del dipinto, allontanandosi dagli aspetti descrittivi e mirando a una pura fusione di cromatismi e luminosità.

L'universo creativo di Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) è vicino al mondo dei fumetti. Nelle sue tecniche miste, vengono raffigurati singolari paesaggi urbani in cui ondeggiano i grattacieli e si stagliano architetture ardite, in una dimensione ad un tempo onirica e giocosa. Valente Taddei (Viareggio, 1964) realizza dipinti ad olio e china dal taglio narrativo e minimalista, nei quali un minuscolo individuo conduce una paradossale esistenza, sospesa in tempi e spazi indefiniti: l'artista offre una metafora dei limiti umani, sdrammatizzando, con sottile ironia, il senso di caducità che l'uomo può provare di fronte al proprio destino. La mostra, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, è corredata di catalogo con introduzione di Gianni Costa. (Comunicato stampa Galleria Mercurio Arte Contemporanea)




Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli - opera in mostra a Vigevano Paolo Gubinelli
09-30 luglio 2016
Musei Civici L. Barni - Vigevano

«Parlare delle mie "carte" è pretendere un distacco emotivo-intellettuale e un trasferimento da un linguaggio a me più proprio (quello dell'opera) ad un altro più estraneo, quello verbale, con l'inquietudine e il disagio, sempre di travisare i contenuti e le motivazioni del mio lavoro. Questo, per onestà; il resto, se può agevolare una lettura dell'opera. Il "concetto" di struttura-spazio-luce si muove nell'ambito di una ricerca razionale analitica in cui tendo a ridurre sempre più i mezzi e i modi operativi in una rigorosa ed esigente meditazione. Il mezzo: la carta; anzi un cartoncino scelto per la sua morbidezza e docilità al tatto, e per il suo "candore" (luce) incontaminato da ogni intervento esterno di colore, capace di rimandarmi a emozioni di purezza, di contemplazione quieta e chiarificante.

Su questa superficie traccio, con una lama, un'incisione secondo linee geometriche, progettuali (proiezioni, ribaltamenti di piani...); quindi intervengo con la piegatura manuale delicata, attenta, che crea un rilievo sottile, capace di coinvolgere lo spazio, strutturarlo e renderlo percettibile. La superficie vibra di una struttura-luce che non ottengo con effetti di chiaroscuro dipinto, ma con l'incidenza della luce (radente) sul mezzo stesso, la carta incisa e piegata, in cui mi oppongo rigorosamente alla tentazione di un arricchimento dell'opera.

Inoltre, le superfici mutano, variano secondo i punti di vista e l'incidenza della luce; ne deriva una spazialità dialettica che coinvolge lo spettatore in una serie di rapporti dinamici, permettendogli una riappropriazione creativa dello spazio circostante. Le mie "carte" pretendono una lettura non superficiale, ma attenta e prolungata; il loro discorso non è immediatamente percepibile e hanno bisogno di un lettore disponibile per mediare contenuti, motivazioni e stimoli di ricerca.» (Paolo Gubinelli, Firenze, gennaio 1975 - Autopresentazione, Ed. Galleria Indiano Grafica - Firenze, 1977)

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«Nella mia attività artistica la "carta" è stata fino ad oggi il mio unico mezzo espressivo: dopo la prima fase di intervento su cartoncino bianco, morbido al tatto, inciso con lama e piegato manualmente secondo strutture geometriche (con effetto visivo di "spazio-luce"). Sono passato alla carta trasparente (lucido da architetti) sempre incisa e piegata: o in fogli disposti nell'ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli - papiro con lievissime incisioni al limite delle percezioni che si svolgono nell'ambiente. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, ho abbandonato il segno geometrico con il suo rigore costruttivo per un segno più libero fatto con pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, capace, mi sembra, di tradurre i moti imprevedibili del discorso interiore. Ultimamente questo linguaggio si arricchisce sulla carta di gestualità e tonalità acquarellate acquistando, mi pare, un significato più intimo e intenso.» (Paolo Gubinelli - Firenze, giugno 2000)

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Quella che segue vuol essere una breve storia di incontri come la raccolta di Paolo Gubinelli propizia. Tempo fa, in un crepuscolo romano festivo e chiassoso come quello del borgo leopardiano, mi capitò di osservare tra Piazza di Spagna e Largo Mignanelli, passante tra molti eppure solitaria, Maria Luisa Spaziani. Colsi in quel modo, nell'andamento assorto ma di abituale quotidianità uno tra gli infiniti atti della sua vita, senz'altro riscontro consapevole esterno che il mio sguardo. Vinsi, infatti, in quel frangente, lo stesso mio desiderio di tentare un incontro, interrompendo quel suo cammino, anche per pochi istanti. Resta così in me semplice ma vivida l'immagine della poetessa in un giorno qualunque della sua vita. (...)

Con Luzi e Orengo gli incontri, seppur diversi, sono avvenuti in circostanze di letture compiute in pubblico, seduti a un tavolo, in confronti serenamente ragionati, in presenza del suono dei loro versi, della loro voce, ma anche di opere d'arte che, in circostanze alterne, ognuno di noi aveva a cuore di evocare. Luzi, che accolse un mio invito a Prato, nel Centro di Arte Contemporanea, si spese generosamente in una visita nelle sale del Museo e in un dibattito successivo nella biblioteca, Orengo, che avevo conosciuto precocemente a Torino, su segnalazione di Giulio Paolini, di cui era amico, lo riebbi davanti quando al Castello di Brunnenburg, ospiti di Mary de Rachewilz, figlia di Pound, si trattò di introdurre le sue poesie congiunte alle incisioni di Claudio Parmiggiani, per una mirabile nuova opera recante il poundiano titolo di A lume spento.

E poi ancora, dopo quella, altre preziose volte. L'impatto con Cesare Vivaldi, oltre che di persona, avvenne spesso sulle pagine non solo di critica d'arte, ma anche della sua produzione poetica. Dotato di un misurato e pacifico eloquio, il suo sorriso discreto e bonario lasciava presumere grandi margini di possibilità per tutto, non certo incline al fatalismo, ma sapientemente tollerante. Un testimone dell'arte che, assieme a pochissimi altri, mi è parso sempre attendibile. Ora, queste poche parole dedicate soprattutto a chi ho fisicamente sfiorato nei miei percorsi, non esauriscono certo una memoria ancora attiva e possibile per altri incontri a venire, quali quelli qui già incipienti con i poeti autori degli altri poemi raccolti con tenacia da Gubinelli.

Questi miei, perciò, sono semplici ricordi, velocemente tratteggiati per non rubare tempo e spazio al lettore, dunque pretesti. Come gli stessi disegni di Gubinelli, mercuriali policromi tracciati, per favorire l'intreccio tra muse diversamente dotate. (...) Lievi come versi i suoi cieli, o le simmetriche lande lacustri ove immaginare turbolenze turneriane o dilatate luminosità rotkiane. Sono questi gli atti di ciascuno e di tutti gli autori oggi tra loro ravvicinati, che lasciano presumere la segreta intesa: C'è un orizzonte comune / tra la pittura e la poesia / linea infinita ma conclusa / circolare dove / ut pictura poiesis / e viceversa / luogo di incanti. (Incontri di Bruno Corà 2003 - Roma - BZF - Ed. Vallecchi - Comune di Firenze 2004)

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Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata, sezione pittura, continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca: conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti: Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Isgrò, Mario Nigro, Emilio Scanavino, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini. Partecipa a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. Le sue opere sono esposte in permanenza nei maggiori musei in italia e all'estero.

Sono stati pubblicati cataloghi e riviste specializzate, con testi di noti critici e cataloghi di poesie inedite dei maggiori poeti Italiani e stranieri. Nella sua attività artistica è andato molto presto maturando, dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, un vivo interesse per la "carta", sentita come mezzo più congeniale di espressione artistica: in una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce piegandola manualmente lungo le incisioni.

In un secondo momento, sostituisce al cartoncino bianco, la carta trasparente, sempre incisa e piegata; o in fogli, che vengono disposti nell'ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli che si svolgono come papiri su cui le lievissime incisioni ai limiti della percezione diventano i segni di una poesia non verbale. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il segno geometrico, con il rigore costruttivo, viene abbandonato per una espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, il libero imprevedibile moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirico musicale. Oggi questo linguaggio si arricchisce sulla carta di toni e di gesti acquerellati acquistando una più intima densità di significati. Ha eseguito opere su carta, libri d'artista, su tela, ceramica, vetro con segni incisi e in rilievo in uno spazio lirico-poetico. (Comunicato stampa)

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Paolo Gubinelli, born in Matelica (province of Macerata) in 1945, lives and works in Florence. He received his diploma in painting from the Art Institute of Macerata and continued his studies in Milan, Rome and Florence as advertising graphic artist, planner and architectural designer. While still very young, he discovered the importance of Lucio Fontana's concept of space which would become a constant in his development: he became friends with such artists as: Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Isgrò, Ugo La Pietra, Emilio Scanavino, Mario Nigro, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini, and established a communion of ideas and work. His work has been discussed in various catalogues and specialized reviews by such prominent critics, many others have also written about his work.

His works have also appeared as an integral part of books of previously unpublished poems by major Italian poets foreigners. He participated in numerous personal and collective exhibitions in Italy and abroad. Following pictorial experiences on canvas or using untraditional materials and techniques, he soon matured a strong interest in "paper" which he felt the most congenial means of artistic expression. During this initial phase, he used a thin white cardboard, soft to the touch and particularly receptive to light, whose surface he cut with a blade according to geometric structures to accent the play of light and space, and then manually folded it along the cuts.

In his second phase, he substituted thin white cardboard with the transparent paper used by architects, still cutting and folding it, or with sheets arranged in a room in a rhythmic-dynamic progression, or with rolls unfurled like papyruses on which the very slight cuts challenging perception became the signs of non-verbal poetry. In his most recent artistic experience, still on transparent paper, the geometric sign with its constructive rigor is abandoned for a freer expression which, through the use of colored pastels and barely perceptible cuts, translates the free, unpredictable motion of consciousness in a lyrical-musical interpretation. Today, he expresses this language on paper with watercolor tones and gestures which lend it a greater and more significant intensity. He made white and colour pottery where engraved and relief signs stand out in a lyrical-poetic space. (Press release)




Opera di Angela Chiti Angela Chiti: "Tracciati"
24 giugno (inaugurazione ore 18.00) - 07 luglio 2016
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

"Tracciati è il nuovo progetto fotografico di Angela Chiti che descrive un ideale proseguimento rispetto ai precedenti lavori; il ciclo di fotografie individua infatti un percorso che partendo dall'unicità della sua natura diventa voce corale di condizioni che si legano a processi evolutivi propri dell'esistenza, unendo in questo modo l'esperienza personale autobiografica della fotografa con dimensione più ampia ed universale propria dell'esperienza collettiva..." (S. Zampini)

Angela Chiti, dopo aver compiuto studi linguistici, si è diplomata alla Scuola Internazionale di Fotografia F64 di Luciano Ricci a Firenze. Ha lavorato per il teatro, realizzato diversi réportages in Italia e all'estero, concentrandosi particolarmente sul ritratto. Ha collaborato per molti anni con l'Istituto Ernesto de Martino, documentandone le numerose iniziative svolte nell'ambito della ricerca sulla musica e la cultura popolare. Le sue immagini sono state oggetto di una tesi realizzata nel 1996 da Maria Teresa Giancoli all'Hunter College, Nyc (Usa) riguardante uno studio sui fotografi italiani contemporanei.I lavori degli ultimi anni testimoniano una nuova ricerca, basata sull'introspezione, volta a creare immagini altamente simboliche ed evocative. Ha esposto sia in Italia che all'estero e sue immagini fanno parte di collezioni private. (Comunicato stampa)




Arlecchino con specchio (Arlequin au miroir)
termina l'11 settembre 2016
Gallerie d'Italia - Palazzo Zevallos Stigliano - Napoli

Con l'esposizione di Arlecchino con specchio viene lanciato il programma "Careers in Art" per avvicinare i giovani ai mestieri dell'arte. Arlecchino con specchio (Arlequin au miroir), capolavoro di Picasso sarà esposto nella sede partenopea delle Gallerie d'Italia. Questo dipinto, che fa parte della serie dei grandi "Arlecchini seduti" realizzati nel corso del 1923, è diventato una delle opere più amate e popolari di Picasso. Il viaggio in Italia del 1917 imprime un cambiamento nell'arte del pittore andaluso che, nell'ambito del cosiddetto movimento del ritorno all'ordine, ritrova un interesse per la figura, per l'antico e per la tradizione classica.

Tuttavia, a differenza degli altri quadri del 1923, nei quali Arlecchino ha le sembianze del pittore spagnolo Jacinto Salvadó ed è vestito col costume a scacchi tipico della popolare maschera, in questo caso, dopo aver pensato in un primo tempo a un autoritratto, l'artista segue un percorso iconografico molto originale. Infatti, se il cappello a due punte rimanda ad Arlecchino, il costume è quello con la calzamaglia tipico di un acrobata e il volto malinconico ricoperto dal cerone è quello di Pierrot. Questa contaminazione rende l'opera ancora più straordinaria, perché rimanda alla prima produzione di Picasso, al cosiddetto "periodo blu e rosa" dove compaiono, insieme agli artisti del circo - acrobati, pagliacci e saltimbanchi - proprio le due maschere di Arlecchino e Pierrot, che simboleggiano la condizione emarginata dell'artista.

La cristallina bellezza e la misura di questa immagine, che sprigiona malinconia e tenerezza, derivano dal confronto di Picasso con le antiche pitture romane, ammirate nella sua visita del 1917 a Pompei, e con Ingres. La limpida sintesi plastica dei volumi ricorda il celebre ritratto di Ingres Madame Moitessier seduta della National Gallery di Londra, con il quale l'Arlecchino presentato oggi condivide il motivo della mano accostata al volto. A Napoli Picasso si interessò tanto alle antiche pitture di Pompei quanto alla tradizione iconografica della figura di Pulcinella e tra il 1922 e il 1924 condivise questi temi con altri artisti come Gino Severini e André Derain, divenuti anch'essi straordinari interpreti, nei loro Arlecchini, Pierrot e Pulcinella, del fascino che continuava a esercitare la Commedia dell'Arte, vista come una grande metafora della vita stessa.

L'iniziativa segna il secondo appuntamento con L'Ospite illustre, la rassegna - avviata con il Ritratto d'uomo di Antonello da Messina, conservato a Palazzo Madama di Torino - che si prefigge di presentare al pubblico delle Gallerie d'Italia, in brevi e ricorrenti eventi espositivi, un'opera di grande rilievo proveniente da collezioni prestigiose o da musei o chiese, in un rapporto di scambio e collaborazione con importanti istituzioni culturali nazionali o estere. La presenza a Napoli di questi capolavori è tanto più significativa in quanto sia le opere sia gli autori - Antonello e Picasso - rivelano un legame privilegiato con la città e con la sua storia culturale e artistica.

A rendere ancora più evidente tale rapporto, nel percorso espositivo di Arlecchino con specchio è una testimonianza relativa al balletto Pulcinella, di cui il grande maestro andaluso disegnò costumi e scenografia, memore delle sue passeggiate napoletane e di quella maschera da lui varie volte osservata mentre improvvisamente "si offriva in spettacolo per le strade". Nel 1920, infatti, Picasso porta in teatro il suo interesse per la commedia dell'arte occupandosi delle scene e dei costumi per il balletto Pulcinella di Igor Stravinskij. A Picasso tornarono utili le gite a Napoli, i ricordi delle belle stampe di Pulcinella e delle collezioni relative al teatro napoletano.

Il bozzetto per il costume di Pulcinella dell'omonimo balletto è quasi una sintesi dei due stili privilegiati in questi anni dal pittore. Nella stagione 1986-1987 il Teatro di San Carlo presenta il Pulcinella con scene originali e costumi realizzati su studi di Picasso; in scena una stella della danza, Vladimir Vassiliev, nel ruolo della maschera napoletana. Grazie alla collaborazione con il Teatro di San Carlo, la presenza de L'Ospite illustre sarà affiancata dall'esposizione di sei abiti di quello spettacolo, ricostruiti sui bozzetti di Picasso con l'aiuto del figlio di Léonide Massine, autore della coreografia originale. (...)

Contemporaneamente alla mostra di Napoli, dal 21 giugno al 18 settembre 2016, il Museo Thyssen-Bornemisza ospita Caravaggio y los pintores del Norte, esposizione incentrata su Michelangelo Merisi da Caravaggio e sull'influenza che il genio italiano ebbe sui pittori nordici che, affascinati dal suo lavoro, ne diffusero lo stile. Saranno in mostra un gruppo di opere che abbracciano l'intera carriera dell'artista, dal periodo romano fino alle cupe e commoventi composizioni dei suoi ultimi anni. (Comunicato ufficio stampa Novella Mirri e Maria Bonmassar)




Rassegna David Bowie Is "David Bowie Is"
14 luglio - 13 novembre 2016
MAMbo - Bologna

Prima retrospettiva dedicata alla carriera di David Bowie, uno degli artisti più audaci, influenti e innovativi nel panorama musicale contemporaneo. Il percorso si sviluppa attraverso contenuti "multimediali" che conducono il visitatore nel processo creativo del Duca Bianco e descrive come il suo lavoro abbia canalizzato i più ampi movimenti nell'ambito dell'arte, del design, del teatro e della cultura contemporanea. Il ritratto che emerge è quello di un artista capace di osservare e reinterpretare la società contemporanea con uno sguardo innovatore lasciando tracce indelebili nella cultura visiva e pop.

I curatori della mostra Victoria Broackes e Geoffrey Marsh hanno selezionato più di 300 oggetti dell'archivio personale del musicista tra cui: l'outfit di Ziggy Stardust (1972) disegnato da Freddie Burretti, fotografie di Brian Duffy; le artistiche cover degli album realizzate da Guy Peellaert e Edward Bell; estratti di video e performance live come The Man Who Fell to Earth, video musicali come Boys Keep Swinging e arredi creati per il Diamond Dogs tour (1974). Oltre a oggetti personali quali: i testi originali delle sue canzoni scritti a mano e alcuni dei suoi strumenti. Risultato finale di questo indimenticabile viaggio è la scoperta dell'evoluzione delle sue idee creative.

La mostra, che nella sola Londra è stata vista da oltre 300.000 visitatori, è tematicamente suddivisa in tre principali sezioni: la prima introduce il pubblico ai primi anni di vita e della carriera di David Bowie nella Londra del 1960, risalendo man mano fino al punto di svolta del singolo Space Oddity nel 1966. La seconda parte accompagna il visitatore nel processo creativo di David Bowie e rivela le differenti fonti d'ispirazione che hanno dato forma alla sua musica e allo stile delle sue performance. La terza, delle stesse dimensioni delle precedenti, immerge il pubblico nello spettacolare mondo dei grandi concerti live di Bowie. In quest'ultima sezione, le presentazioni audio e video di grandi dimensioni sono accoppiate all'esposizione di diversi costumi di scena e materiali originali dell'artista. (Comunicato stampa)




Lorenzo de Carris e i pittori eccentrici nelle Marche del primo Cinquecento
29 giugno (inaugurazione ore 18.30) - 02 ottobre 2016
Museo Piersanti - Matelica
www.civita.it

Attraverso la selezione di pitture e sculture che vanno dal 1490 alla metà del Cinquecento, la mostra - a cura di Alessandro Delpriori e Matteo Mazzalupi - racconta l'arte nelle Marche del Rinascimento maturo e si snoda lungo un percorso cronologico e stilistico che accosta le opere di Lorenzo de Carris a quelle dei suoi contemporanei coma Luca Signorelli, Cola dell'Amatrice e Vincenzo Pagani. Lorenzo di Giovanni, che dal 1502 viene chiamato anche il Giuda, era di origine slava e nacque a Matelica tra il 1465 e il 1466, la sua prima opera è una pala d'altare commissionata per la famiglia Turelli e destinata alla Cattedrale di Matelica. Questa è stata smembrata e dispersa ma due frammenti sono conservati ancora al Museo Piersanti. Il lavoro di ricostruzione del percorso critico ha permesso di puntualizzare la cronologia interna del pittore, anche e soprattutto in relazione alle presenze nel territorio di altri artisti con cui Giuda ha collaborato o da cui ha trovato ispirazione.

All'inizio del Cinquecento Matelica diventa infatti una città cruciale per l'intero svolgimento dell'arte nelle Marche, la presenza in San Francesco della pala di Marco Palmezzano datata 1501 e l'arrivo della grandiosa Deposizione di Luca Signorelli nel 1505 per Sant'Agostino, segna un clamoroso cambio di passo nel gusto delle immagini per tutto il territorio. La chiesa di San Francesco appena riaperta sarà una sezione esterna della mostra in cui sarà possibile vedere il maestoso dipinto di Palmezzano completo in ogni sua parte e perfettamente conservato, e un dipinto di Eusebio da San Giorgio datato 1512 che rappresenta in maniera perfetta la penetrazione del raffaellismo umbro anche nelle Marche.

In mostra sarà presente in maniera del tutto eccezionale un tondo di Luca Signorelli commissionato al pittore dal figlio di Luca di Paolo, Giovannantonio, che fu usato dagli agostiniani come tramite per arrivare al famoso pittore cortonese. Lorenzo di Giovanni si spostò poi a Macerata dove visse fino alla morte avvenuta ben oltre la metà del secolo, dopo il 1555. La sua tavola per il Duomo di quella città che sarà presente in mostra è opera sintomatica della cultura locale nei primi decenni del secolo, in cui la pittura lucida di Palmezzano si sposa in maniera perfetta con la cultura antiquaria di stampo romano di Cola dell'Amatrice e con il gusto cromatico di Lorenzo Lotto, che nel frattempo era arrivato nelle Marche. La mostra racconta l'intero percorso del pittore avendo raccolto tutte le opere mobili disponibili tra cui spicca il prestigiosissimo prestito dalla Pinacoteca di Brera di Milano che ha acconsentito alla movimentazione di una pala d'altare che era in origine a Serra San Quirico.

Il catalogo della mostra, edito da Quattroemme, è curato da Alessandro Delpriori e da Matteo Mazzalupi e conterrà un approfondito studio scientifico sul pittore e sul panorama artistico locale della prima metà del Cinquecento con numerose nuove attribuzioni, puntualizzazioni critiche e novità storiche. L'importanza della manifestazione è tale che la Fondazione Federico Zeri dell'Università di Bologna ha deciso di organizzare una Summer School a Matelica, dal 2 al 9 luglio sul tema: Marche 1500. Tra protoclassicismo ed eccentrici al tempo di Perugino e Raffaello ed è curata da Anna Maria Ambrosini Massari e Andrea De Marchi. Saranno presenti docenti e studiosi da tutta Europa. (Comunicato ufficio stampa Civita)




I voli dell'Ariosto: L'Orlando furioso e le arti
termina il 30 ottobre 2016
Villa d'Este - Tivoli
www.civita.it

In occasione del cinquecentesimo anniversario della prima edizione dell'Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1516), una mostra organizzata dal Polo Museale del Lazio, celebra l'impatto esercitato dal poema fino ad oggi sulle arti figurative. Villa d'Este, con il suo celebre giardino e i suoi ambienti affrescati, costituisce uno scenario ideale per una mostra di questo tipo: il cardinale Ippolito II d'Este, che fece costruire e decorare tra gli anni Sessanta e Settanta del Cinquecento questa villa di delizie, nipote del cardinale Ippolito I a cui era stato dedicato il Furioso, non solo è citato più volte nel poema, ma aveva avuto modo di frequentare l'Ariosto negli anni della giovinezza trascorsi presso la corte ferrarese. Già i contemporanei hanno giudicato Ludovico Ariosto un "poeta che colorisce", capace di "dipingere" le armi e gli amori con la penna e con l'inchiostro: pochi decenni dopo la sua morte lo si poteva già celebrare paragonandolo a Tiziano.

E' anche a causa della natura intrinsecamente figurativa dei versi ariosteschi che l'Orlando furioso ha goduto, nei secoli, di una vasta fortuna visiva: una vicenda che non si è ancora esaurita e che la mostra, curata da Marina Cogotti, Vincenzo Farinella e Monica Preti intende ricostruire, analizzando in dettaglio una serie di episodi significativi, partendo dagli inizi del Cinquecento e giungendo fino al Novecento. Le opere convocate a Villa d'Este, attingendo alle più varie tipologie e tecniche artistiche (dipinti, sculture, arazzi, ceramiche, disegni, incisioni, medaglie, libri illustrati...), intendono costruire un'esposizione rigorosa, nel suo costante rapporto con i temi del poema ariostesco, ma al tempo stesso capace di suggestionare emotivamente il visitatore.

Il percorso si aprirà, al piano nobile della villa, negli appartamenti del cardinale. Si potranno seguire, in un itinerario cronologico, alcune vicende della fortuna visiva del poema: dopo una premessa dedicata al volto e al mito del poeta (dove i ritratti cinquecenteschi dell'Ariosto dialogheranno con le rievocazioni ottocentesche di alcuni episodi, reali o fantastici, della sua vita), una sezione sarà dedicata alla storia figurativa del Furioso nel Cinquecento. Ad integrazione della mostra, Villa d'Este proporrà durante il periodo di esposizione una serie di manifestazioni ed eventi collegati: percorsi nel territorio, concerti, proiezioni cinematografiche, spettacoli teatrali, conferenze, letture ariostesche. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Arte Forte: "La Babele di linguaggi e di simboli legati ai conflitti"
Installazioni d'arte contemporanea in otto forti austroungarici del Trentino


08-09-10 luglio (inaugurazione 10 luglio, ore 18.00) - 28 agosto, 2016
Circuito dei Forti del Trentino
www.studiolacitta.it

Studio la Città presenta l'artista Antonio Ievolella a Lavarone, mostra nel progetto Arte Forte, dove 16 gallerie espongono le opere di 30 artisti, grazie a un'idea di Giordano Raffaelli e alla partecipazione di ASPART - Associazione dei galleristi trentini e ANGAMC - Associazione Nazionale Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea. L'esteso percorso espositivo s'inserisce nell'ambito della rassegna "Sentinelle di Pietra. Di forte in forte sul Sentiero della Pace", curata dal Circuito dei forti del Trentino.

Antonio Ievolella e Studio la Città hanno selezionato sei sculture per gli spazi di Forte Belvedere delineando un percorso espositivo strettamente legato al contesto. L'opera artistica di Ievolella respira nella poetica della memoria, del rito, dell'archetipo e apre spesso ad un linguaggio universale quasi senza tempo. A Forte Belvedere teatro di storia, sofferenza, luogo di commistione di genti e nazioni diverse, Ievolella parla una lingua molto chiara. Due grandi scudi in cemento appoggiati al muro delle stanze interne rimandano alla battaglia, alla lotta: sono "gli scudi", dall'aspetto arcaico e per questo estremamente evocativi, che dichiarano come, nel corso dei secoli, la guerra possa mutare l'abito, ma non il volto, affinare le tecniche, ma mantenere l'archetipo.

In quel contesto la sopravvivenza è ciò cui l'uomo principalmente ambisce. E' così che questo "creatore di forme evocative" - come lo definisce Virginia Baradel - percorre l'anniversario della prima grande guerra. Partendo da lontano, da quelle forme antiche e quasi totemiche, il percorso espositivo si conclude con un'opera site specific intitolata La pagina non scritta. Si tratta di un lavoro costituito da 56 formelle di ferro e piombo che compongono appunto una grande pagina di vita, quella che i giovani soldati vittime di quel conflitto non hanno potuto scrivere proprio perché prematuramente caduti. Ogni formella è incorniciata in metallo scuro, presenta tracce di tessuto, rosso: un piccolo esercito semplice con pochi segni ma molti simboli.

L'impiego di materie primarie come il ferro e il legno sottolineano ancor più la forza, l'energia intrinseca alle singole opere siano esse di grandi o piccole dimensioni. Enrico Crispolti riconosce nelle sculture di Ievolella: la monumentalità quale principio dei materiali organizzati dalla manualità organico-vitale dell'uomo, la fisicità comunicata attraverso la tangibile cromia dei supporti, la valenza progettuale della società umana quale principio fondante del fare dell'arte. La guerra è privazione, lontananza, solitudine, paura. In questa atmosfera che ancora si percepisce in questo luogo Antonio Ievolella affida alle sue opere anche stralci di una quotidianità perenne come la scultura Il mistero del pane. Epifanie di cose semplici che acquistano valore diventano preziose proprio quando se ne avverte la mancanza. Lo scultore qui scandisce con la forza delle sue opere i passi della storia e la loro memoria. (Comunicato Ufficio Stampa Studio la Città)

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- Il Bastione: Una fortezza veneziana sul Garda
Museo di Riva del Garda - 2007
- Alessandro Bernasconi | Heimo Prünster
La costruzione del Vallo Alpino italiano in Alto Adige

Galleria foto-forum - Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano - 2016
Presentazioni mostre

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David Simpson: Opere degli anni '80
30 giugno (inaugurazione ore 18) - 12 settembre 2016
Studio la Città - Verona
Presentazione mostra




Fragilis Mortalitas - 1915: Renato Serra e la Grande Guerra
termina il 30 giugno 2016
Maison de l'Union Europèenne - Lussemburgo
www.ilvicolo.com

La mostra - già allestita presso la Casa Museo Renato Serra e Il Vicolo Galleria Arte Contemporanea a Cesena, nel 2015 - offre un interessante nucleo di opere tematiche elaborate dai due artisti cesenati Federico Guerri (Cesena, 1972) e Luca Piovaccari (Cesena, 1965) che si sviluppano fra luci e tenebre nelle sostanze raffinate della grafite, dei segni incisori e di raffinati slittamenti emotivi risolti con il mezzo della "fotografia". Renato Serra (Cesena, 1885 - Podgora, 1915), grande intellettuale italiano dal pensiero e dallo spirito europeo, è emblema della catastrofe della Grande Guerra, con la sua morte sul Podgora, ma anche con il suo testamento intellettuale: Esame di coscienza di un letterato.

La mostra è documentata in un catalogo bilingue, con traduzione in lingua francese, edito da Il Vicolo Editore (pagg. 164). Esso comprende, oltre alla riproduzione delle opere oggetto della mostra, un testo critico a firma di Marisa Zattini, uno a firma congiunta dei due architetti curatori, la riproduzione in anastatica del testo autografo de l'Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra e un testo critico del 1996 a firma di Ezio Raimondi. La mostra si completa con un dvd audio (durata 70') dell'intero Esame di coscienza di un letterato, per la voce di Gianfranco Lauretano. Per l'occasione espositiva in Lussemburgo verranno esposte 12 fotografie a colori che riproducono le opere dei due artisti nelle stanze del Museo Casa Serra. (Comunicato stampa)




Tre Mondi - Omaggio al Festival dei Due Mondi Tre Mondi: Omaggio al Festival dei Due Mondi
Sol LeWitt | Dino Pedriali | Emilio Prini


termina lo 09 luglio 2016
Palazzo Collicola Arti Visive - Spoleto (Perugia)
www.palazzocollicola.it

In occasione del Festival dei Due Mondi, la Galleria Pio Monti omaggia la celebre manifestazione con una mostra intitolata "Tre Mondi" con opere di Sol LeWitt, Dino Pedriali e Emilio Prini. Ai due Mondi del Festival, quello europeo e americano che dialogano dal 1958 connettendo teatro, musica e arti visive, la mostra che Pio Monti ha ideato risponde con "Tre Mondi", accogliendo tre artisti, tre universi poetici, affini e complici della sua quarantennale storia di gallerista: Sol LeWitt, artista americano, esponente di spicco della Minimal Art e Conceptual Art, che ha soggiornato per molti anni a Spoleto nella sua casa-studio, polarizzando l'attenzione e l'interesse culturale insieme ai numerosi altri artisti di fama internazionale che la città ha accolto negli anni. Si esporranno alcuni disegni su carta degli anni '90 e la scultura Complex form del 1991.

Dino Pedriali, importante fotografo contemporaneo, assistente di Man Ray e Andy Warhol, che è riuscito a catturare con forza l'intimità poetica di molti personaggi dell'arte, della letteratura, del cinema, ricordiamo uno fra tutti Pier Paolo Pasolini. Per omaggiare l'intento interdisciplinare del Festival, in mostra sarà presente con una fotografia del celebre ballerino Rudolf Nureyev e due dedicate a Villa Adriana di Tivoli, residenza e teatro dell'imperatore-filosofo Adriano che gli ispirò componimenti esistenziali e celebri memorie che hanno visto nuova luce nel novecento con romanzi (Memorie di Adriano della Yourcenar) e messe in scena cinematografiche e teatrali. Emilio Prini, artista legato all'Arte Povera concepita da Germano Celant, che si è contraddistinto per la sua originalità espressiva, negando e smaterializzando l'idea di opera d'arte attraverso la sottrazione e essenzialità linguistica, partecipa alla mostra con un'opera rappresentativa del suo lavoro: lo Standard, 1967. (Comunicato stampa)




Teelgramma per Pia Punter Pia Punter Poster dedicato alla cestista triestina Pia Punter e telegrammi originali
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Da una serie di telegrammi originali rinvenuti, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa dedica un poster a una cestista triestina che attorno alla fine degli anni Quaranta del Novecento fu pure capitana della nazionale italiana di "palla al cesto", quella Pia Punter che con la squadra del dopolavoro del Pubblico Impiego Ilva di Trieste vinse il campionato italiano 1939-1940. "Infinite congratulazioni al misterioso ma grande tesoro della Pallacanestro Italiana nonché capitana delle campioni d'Italia con orgoglio stringoti la mano abbraccioti" scrive in un telegramma tale Itala Soave riferendosi alla vittoria della Puntar e delle sue compagne sulle milanesi.

Erano tempi, quelli, in cui il basket veniva giocato sulla terra battuta, signore e signorine calzavano divise con le gonne ben sotto il ginocchio, i punteggi erano ben lontani da quelli odierni. Infatti l'Ilva Trieste di Pia Punter conquistò lo scudetto in una finale giocata contro l'Ambrosiana Inter di Milano, regolando le meneghine con un sofferto ma sufficiente 23 a 22. Da un dirigente nazionale del Dopolavoro un altro telegramma esprime "a Voi e camerate vivissimi rallegramenti per vittoria campionato nazionale palla canestro sicura promessa per altre future affermazioni nostra squadra". Era il ventennio fascista, e le compagne di squadra, erano, per l'appunto, "camerate".

Campionato dopo campionato gli scenari cambiano. "Juventus e Genova disposte ingaggiarti - riceverai offerte squadre - segue lettera", si legge in un altro telegramma che fa intendere come l'atleta fosse richiesta da tante altre squadre e fosse pronta a lasciare Trieste. Non per niente fu capitana della squadra nazionale che nel 1938 vinse il campionato europeo. Ne aveva fatta di strada da quel ricreatorio sangiacomino Riccardo Pitteri in cui iniziò a praticare da ragazzina il basket, la pallavolo e il tennis. Scomparsa nel 1984, appartiene meritatamente al novero di quelle azzurre triestine che hanno portato alto il nome della propria città nel Paese e all'estero. Il poster a Lei dedicato, con i telegrammi originali, sarà presentato alla presenza di alcuni familiari dell'atleta azzurra. Il poster arricchirà in modo permanente la collezione telegrafica della struttura museale. (Comunicato stampa)




Isabelle Cornarò - Paysage avec Poussin VI - materiali vari, dimensioni variabili 2014 - Courtesy AGIVERONA Collection, Galerie Balice Hertling, Paris Georges Adeagbo - Costellazione 14 - installazione, 5 oggetti inclusa foto - Dimensioni Variabili - Fotografia cm.140x100 2010 - Courtesy AGIVERONA Collection, Frittelli Arte Contemporanea, Firenze Nari Ward - Wishing arena - cestini di plastica, legno, lumini, lattine 2013 - Courtesy AGIVERONA Collection, Galleria Continua "Che il vero possa confutare il falso"
termina il 15 ottobre 2016
Santa Maria della Scala, Palazzo Pubblico e Accademia dei Fisiocritici - Siena

Alcuni tra i più bei palazzi storici di Siena aprono al pubblico per accogliere una mostra sulla collezione di opere d'arte contemporanea di AGIVERONA Collection, a cura di Luigi Fassi e Alberto Salvadori. "Il dialogo fra presente e passato, fra linguaggi contemporanei e linguaggi artistici classici costituisce il filo rosso che accompagna l'attività del Santa Maria della Scala per tutto il 2016, dichiara Daniele Pitteri, Direttore del complesso museale e prosegue, "Che il vero possa confutare il falso, non è una semplice tappa di questo percorso, ma costituisce il primo mattone di una progettualità che sempre di più dovrà servire a far convergere a Siena esperienze di ampio respiro nazionali e internazionali capaci di dialogare in maniera dinamica e aperta al futuro con le energie artistiche e creative della città".

La mostra fa parte delle iniziative comprese in ITINERA, progetto ideato e diretto dall'Associazione Fuoricampo con l'Associazione Culturing in collaborazione con il Comune di Siena. Il progetto ha come obiettivo il supporto alle giovani generazioni attraverso lo scambio e la mobilità di artisti e operatori culturali tra la Toscana e il Belgio, ma anche la formazione di nuovi amateur e sostenitori dei linguaggi contemporanei. In quest'ottica l'esposizione della raccolta, una delle più illuminate presenti in Italia, rappresenta un modello di sostegno alla produzione artistica, richiamando l'attenzione alle pratiche del collezionismo contemporaneo, alle nuove forme di mecenatismo nell'ambito artistico e alle nuove formule di collaborazione che si instaurano oggi tra artista e collezionista.

AGIVERONA Collection nasce negli anni Sessanta. Fino agli anni Ottanta concentra il suo interesse sui grandi maestri contemporanei, dopodiché sposta la sua attenzione sui giovani artisti, per promuovere progetti dedicati all'arte contemporanea, sostenere l'attività dei giovani artisti internazionali e finanziare, sul lungo temine, l'apertura di uno spazio di fruizione e formazione culturale legato all'arte contemporanea.

La collezione si compone di diverse opere le cui date di creazione coincidono per lo più con la loro data di acquisizione, per ricordarne alcune: negli anni Ottanta l'acquisizione di Arienti, nel 1991 di Cattelan, nel 1999 di Jim Lambie, nel 2000 di Adel Abdessamed, di Chen Zhen e del primo video di Anri Sala, nel 2001 di Subodh Gupta e nel 2003 di Tino Sehgal (per entrambi gli artisti fu la prima acquisizione da parte di una collezione straniera) ed ancora nel 2004 Simon Starling, nel 2008 Susan Phillips e più recentemente, nel 2012, la giovane Vanessa Safavi e il giovane artista Ibrahim Mahama esposto con un'installazione site-specific alla 56° Biennale di Venezia.

"Ignoranza, Consapevolezza, Ricerca sono le tre fasi che caratterizzano il mio percorso e la mia crescita da collezionista" afferma Giorgio Fasol e prosegue "Passione e conoscenza sono alla base di tutto. Mi piace rischiare, scommettere sui giovani artisti, lasciarmi coinvolgere dal colpo di fulmine oltre ogni ragionevole dubbio... Il più delle volte la fortuna mi assiste, gli artisti su cui punto spesso raggiungono successi importanti anche a livello internazionale...Viaggio molto, i chilometri percorsi sono oramai incalcolabili, ma l'adrenalina mi permette di non essere mai stanco, di restare attento, vigile e curioso, sempre."

"Progetti per l'Arte" di AGIVERONA Collection è una piattaforma di crowdfunding che mira al finanziamento di progetti artistici. Diversamente dal solito, invece di premiare i donatori in base al contributo personale del singolo, la piattaforma premia chi si attiva maggiormente per il successo del progetto coinvolgendo altre persone nella raccolta. In questo modo le persone sono incentivate a diventare ambasciatori del progetto divulgandolo presso altri potenziali sostenitori.

Giorgio Fasol (Verona, 1938) è una delle figure più significative e preziose della cultura artistica attuale. Dalla sua grande passione per l'arte contemporanea nasce un'importante raccolta privata: AGIVERONA Collection. Nel 1988 concede il primo prestito: cinque opere, esposte in occasione di Arte Fiera Bologna per una mostra curata da Silvia Evangelista e dedicata alla ricerca sul collezionismo italiano. Da allora le opere appartenenti alla sua collezione non hanno più smesso di viaggiare, richieste e prestate a Musei e Fondazioni di tutto il mondo vengono esposte in mostre e rassegne dedicate al linguaggio artistico contemporaneo.(Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)

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«La mostra è un dialogo a due tra la collezione AGIVERONA e la città di Siena. AGIVERONA è una collezione di arte italiana e internazionale, costruita in diversi decenni di attività. Il suo tratto identitario è quello di aver intercettato opere di artisti in una fase aurorale della loro carriera: la maggior parte delle opere della collezione sono state acquisite nel medesimo anno di produzione delle stesse. La presentazione di AGIVERONA Collection nella città di Siena ha determinato l'avvio di un dialogo tra la storia della città e le narrazioni delle opere selezionate. La mostra propone una chiave d'interpretazione di una selezione di opere mediante la loro collocazione all'interno di diversi contesti cittadini caratterizzati storicamente da una ricerca del vero intesa come espressione di razionalità politica, umanitaria e scientifica.

E' questo il caso del Palazzo Pubblico, luogo della ragione e del governo, dell'ex-ospedale di Santa Maria della Scala, sito da sempre definibile come laboratorio della scienza deputato alla salvezza dell'uomo, e dell'Accademia dei Fisiocritici, espressione della più alta definizione di quello spirito di matrice moderna che ha prodotto formidabili intellettuali e scienziati, attori determinanti nella crescita della conoscenza attraverso il connubio tra scienza e passione. I tre luoghi, sede di alcuni degli eventi e delle memorie più importati delle città di Siena, testimoniano tutti una volontà di affermazione del vero come principio di un'epistemologia razionale, esito di uno sguardo sul mondo capace di discernere con sicurezza tra vero e falso, realtà e finzione, prova e illusione.

E' in particolare l'Accademia dei Fisiocritici ad essere luogo decisivo di questa volontà euristica moderna, anticipatrice di una nuova temperie culturale di portata internazionale. Fondata nel Seicento, in parallelo a quella del Cimento a Firenze, l'Accademia senese è sorta in dialogo con le prime coeve esperienze di ricerca scientista sperimentale, in reazione alla ormai esausta tradizione della trattatistica aristotelica. I Fisiocritici, mossi dal desiderio di immergersi nell'investigazione scientifica del mondo naturale colto in tutta la sua complessità, inaugurano a Siena un mutamento epocale: l'abbandono della tradizione aristotelica a favore di un metodo nuovo, quello della scienza sperimentale, avviato ad affermarsi mediante una vera e propria visione del mondo. Tale nuova stagione troverà pieno sviluppo nella cultura del Positivismo ottocentesco, destinata a diffondersi in tutta Europa.

La scienza positivista non è tuttavia una rottura con la tradizione antica ed è anzi proprio negli exempla della classicità romana che viene individuata una identità a cui idealmente riconnettersi. Così è Lucrezio, poeta e filosofo epicureo, all'epoca delle tensioni repubblicane di Roma del primo secolo avanti Cristo, a divenire nume tutelare dell'Accademia dei Fisiocritici senesi e a dare forma al suo motto: veris quod possit vincere falsa. Tale affermazione, che il vero possa vincere il falso, è il verso 481 del quarto libro del De Rerum Natura, poema didascalico di natura scientifico-filosofica e compendio descrittivo di tutto il reale, dalla materia infinitesimale degli atomi al mondo umano, sino all'investigazione dei fenomeni cosmici e celesti. Al contempo discorso sul metodo e guida epistemologica della natura, Lucrezio pone al centro del trattato la laicità della ratio, il discorso razionale come modalità conoscitiva sulla natura del mondo e dell'uomo, anticipando intuizioni rivoluzionarie giunte sino alla scienza contemporanea.

Che il vero possa vincere il falso è la chiave di interpretazione prescelta per la proposta di lettura delle opere esposte. Il filo rosso della mostra è un dialogo ideale tra storia senese e produzioni artistiche contemporanee, dove queste ultime si distinguono per una complessa molteplicità di media - dall'installazione sonora al disegno, dalla video arte alla performance. La mostra è una rigorosa interrogazione del reale da parte delle opere degli artisti, dove l'investigazione di problemi gnoseologici, l'analisi di memorie pubbliche e private, ma anche la riflessione su temi sociali e politici, trovano espressione mediante un approccio di analisi razionale nelle quali emozioni e passioni divengono parte di un più ampio tentativo dell'arte di comprendere il mondo. Il visitatore è così invitato a percorrere le sale delle tre istituzioni senesi alla scoperta delle riflessioni degli oltre 40 artisti coinvolti.

Il Palazzo Pubblico, Santa Maria della Scala, e l'Accademia dei Fisiocritici divengono così teatro delle investigazioni zoologiche di Mark Dion, Berlinde de Bruyckere e Vanessa Safavi, del rapporto uomo-natura analizzato da Cyprien Gaillard, Michail Sailstorfer, Steve Roden e Judith Hopf, delle tensioni tra storia della scienza e storia delle relazioni sociali evidenziate da Rashid Johnson, Abdel Abdessemed, Anri Sala e Georges Adeagabo, e dell'estetica umanistica di Adrian Paci, Neri Ward, Franco Vaccari e Tino Sehgal. Come ancora nel De Rerum Natura scriveva Lucrezio, dobbiamo vedere con la ragione sagace di che sia fatta l'anima e la natura dell'animo, ed è questo il messaggio finale che la mostra senese affida alla sensibilità interpretativa dei suoi visitatori.» (Che il vero possa confutare il falso - Veris quod possit vincere falsa, di Luigi Fassi e Alberto Salvadori)




Mostra di Opere degli anni '80 di David Simpson Opera di David Simpson David Simpson: Opere degli anni '80
30 giugno (inaugurazione ore 18) - 12 settembre 2016
Studio la Città - Verona
www.studiolacitta.it

Tra le proposte espositive del Summer Show, pensato da Studio la Città per offrire ai visitatori un nuovo allestimento "estivo" dei propri spazi, una sala sarà dedicata ai lavori dell'americano David Simpson di cui presentiamo, per la prima volta in Italia a cura di Marco Meneguzzo, le particolarissime opere degli anni '80: lavori il cui il bilanciamento del colore veniva operato dall'artista con l'ausilio di forme geometriche dai contorni netti. Anche in queste tele l'illuminazione e il colore hanno un'importanza fondamentale per l'artista, ma in forma diversa rispetto a quelle cangianti: la loro struttura sagomata, talvolta composta da quadrati affiancati o sovrapposti, implica inevitabilmente un dialogo serrato tra volumi e cromie, territorio di ricerca di questo artista fin dai suoi esordi a Berkeley, negli anni '50, tra il gruppo astrattista americano.

Infatti, come per i suoi lavori più noti dalla fine degli anni '90 ad oggi, anche in questo caso, i dipinti di Simpson non sono referenziali, né allegorici e le trasformazioni di luce e colore che generano non sono solo ottiche, ma veramente esperienziali. Forse qui più che in altre opere si percepisce il legame serrato con la storia dell'arte americana del primo dopoguerra e la diretta discendenza di questi lavori dai quadri dei pittori astrattisti di metà '900 come Ad Reinhardt, Mark Rothko e Robert Ryman. Allo stesso tempo, lo studio su luce, colore e forma può essere ritrovato in quel contesto minimalista che generò le composizioni lineari e fluorescenti di Dan Flavin o le installazioni luminose e immersive di James Turrell e, più in generale, del movimento californiano Light and Space. Durante l'inaugurazione Marco Meneguzzo presenterà la monografia inglese dell'artista americano: David Simpson, Works 1965-2015, edita da Radius Book, con testi di Louis Grachos, Jonathon Keats, Kenneth Baker e David Simpson. Il libro costituisce un compendio esplicativo delle opere dell'artista realizzate tra il 1965 e il 2015.

David Simpson (Pasadena, 1928) nel 1956 Simpson si laurea alla California School of Fine Arts (ora San Francisco Art Institute) con un BFA e nel 1958 consegue l'MFA al San Francisco State College. Dal 1958 Simpson partecipa a più di 70 mostre personali in gallerie e musei di tutto il mondo. I suoi dipinti sono stati inclusi in centinaia di mostre collettive in tutti gli Stati Uniti e in Europa. Durante i primi anni '60 Simpson è stato incluso in due importantissime mostre: Americans 1963, presso il Museum of Modern Art di New York a cura di Dorothy Canning Miller e Post-Painterly Abstraction, curata da Clement Greenberg nel 1964; che è poi stata riproposta al Los Angeles County Museum of Art, al Walker Art Center e alla Art Gallery di Toronto. Allora Simpson dipingeva quadri astratti derivati dal paesaggio poi, negli anni '70, si dedicò ad un'astrazione riduttiva anche se sempre riferita al paesaggio. Ma fu solo con la scoperta, nel 1987, di un nuovo mezzo acrilico che riuscì finalmente e con successo ad abbracciare il radicalismo del monocromo. Studio la Città lo rappresenta dagli anni '90 e collabora tuttora per promuoverne il lavoro in Italia e in Europa. (Comunicato stampa)

«The human spirit, light, the human soul, energy; all are part of this same thing, and art is one of its signs. All art that celebrates life, no matter how trembling and uncertain, gives off sparks of this light and energy. Rothko's paintings give it, as do the frozen moments of Vermeer, Monet, Delacroix and the hundreds of anonymous medieval artists who illuminated book pages, created glass windows and lit their sculpture by placing it within the darkened niche. It may be old fashioned to say that art should be redemptive, but I belive it should be when it can.» (David Simpson)




Opera di Carlo Albasio Carlo Albasio: Nei segni del volto il destino dell'uomo
29 giugno (inaugurazione ore 18.30-21.00) - 12 luglio 2016
Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 - Milano

Carlo Albasio si dedica da lungo tempo allo studio della figura umana e di quella di ogni essere vivente. Profondamente attratto dalle masse organiche dove la fisiognomica e l'anatomia del corpo fanno da protagoniste nella poetica dell'artista milanese. (...) Il volto di un uomo segnato dal tempo, ci osserva, prende forma su fogli di carta; e quando ci osserva diviene una finestra sul mondo urbano - e non solo - che di sovente ci dimentichiamo di osservare, troppo impegnati dallo scorrere della vita e del quotidiano. Si evince così una chiave di lettura riflessiva, che consta nell'auspicio di imparare a dedicare più tempo ad osservare il mondo che corre veloce attorno a noi; con conseguente beneficio di quell'appagamento che solo l'osservazione e l'ascolto sanno insegnarci.

I suoi disegni - compendio di anni di disegni dedicati all'umana natura - risultano essere molto attrattivi e mostrano il fascino di chi sa osservare le molte sfaccettature tipiche del comportamento umano. All'interno della mostra sarà presente anche un carnet di bozzetti e si potranno osservare anche oggetti vari, su legno e altri materiali, che l'artista ha sapientemente disegnato. Oggetti d'arte chiusi in bauli che riportano alla metafora del bagaglio della vita. Mostra a cura di Massimiliano Bisazza. (Comunicato stampa)




Architectural Landscapes Architectural Landscapes
Silvio Canini | Luciano Romano | Sandra Senn


termina il 10 settembre 2016
VisionQuesT contemporary photography - Genova
www.visionquest.it

L'idea di questo progetto a tre mani nasce dal desiderio di esplorare ed immaginare di dar vita a quel momento in cui la fotografia architettonica trascende la rappresentazione, sia essa reale, composta, interpretata o totalmente inventata; un paesaggio diverso, indipendente e plasmato dall'interpretazione e dall'esperienza, quasi a voler fissare l'attimo in cui l'intervento dell'artista diventa esso stesso paesaggio. Nelle fotografie di Silvio Canini da "cosa cerchi, il mare?" dune improvvise ed invadenti sembrano infrangersi su architetture urbane altrettanto presenti: un mare non mostrato ma suggerito come se, e solo apparentemente, a vederlo fosse unicamente il fotografo, mentre l'uomo e l'architettura osservano indiferrenti.

Eppure di questo mare Silvio Canini ci rende pienamente coscienti a tal punto che ci sembra di vederlo, sentirlo e di percepirne l'odore. Luciano Romano ricerca invece luoghi reali da mettere in scena e trasfigurare. E' l'immaginazione a trasformare il luogo fisico in un'immagine mentale, e simmetricamente a trasformare la visione che l'artista ha in mente in qualcosa che sia visibile agli altri. Spazi spesso disabitati oppure popolati da figure indistinte, ombre sfuggenti, come le persone che avverti con la coda dell'occhio per la strada. Lo spazio della natura ma anche quello modificato e costruito dall'uomo, diventano il teatro dell'esistenza.

Sandra Senn attraverso le sue immagini dalla serie "Home" simili a modellini composti tra finzione e realtà, crea scenari, architetture impossibili e paesaggi in cui il trattamento iperrealista ci riporta agli studi dell'arte pittorica; con le sue immagini insieme seducenti e irritanti, l'artista esplora lo spazio tra realtà e utopia e con una strana disposizione degli elementi architettonici, mette in discussione il nostro concetto di realtà. Nel suo lavoro, i paesaggi e gli edifici pur avendo sempre qualcosa di familiare ci propongono spazi abitativi visionari e metafore suggestive. (Comunicato stampa)




Opera di Robin Clerici SOS - Save Our Souls | Robin Clerici
termina il 15 luglio 2016
Spazio Menexa - Roma
www.spaziomenexa.it

Di fronte alle opere presentate da Robin Clerici a Spazio Menexa l'osservatore s'interroga su quale sia il vero soggetto dei quadri, l'immagine dei personaggi visti dall'alto, ma sono più importanti i soggetti o le loro ombre? La rappresentazione dall'alto viene accompagnata dalla presenza delle ombre degli individui e ci si interroga sul perchè queste persone siano in quel posto e cosa stiano facendo, in un atmosfera di rarefazione e di sospensione dove si coglie l'individualità dei personaggi un gruppo si amalgama attraverso le ombre che prendendo vita assumono una loro specifica identità. Le ombre sembrerebbero dialogare tra loro e diventano il soggetto dominante, quasi ad indicare che sotto l'apparente indifferenza degli individui si crea un collegamento di altra natura che nasce tra le anime delle persone.

Sorge spontanea una riflessione sull'invisibile, esiste una collocazione geometrica precisa che potrebbe svelare il significato recondito dell'opera e che è stato volutamente nascosto, ed anche la volontà di contrapposizione dei due quadri esposti più grandi; una disposizione circolare ed una lineare che avvalorano le molteplici possibilità relazionali tra gli individui e che ci riconducono allo stesso isolamento proprio, solo le ombre s'incontrano in una molteplicità di rapporti e collegamenti. Viene interpretata la definizione di cerchio che è il simbolo della compiutezza e dell'unione, e di linea retta che ha il significato di ordine, di parità, di schieramento; le ombre che sono in primo piano seguono l'ordinamento geometrico ma ne stravolgono il significato minimizzando l'importanza della disposizione e creando una mescolanza relazionale.

Negli altri dipinti l'artista indaga l'individualità delle persone, il trittico W 54st. raffigura l'andamento dei passanti in una strada di New York che camminano individualmente dove non c'è commistione e nessun rapporto, sono persone che hanno bisogni e obiettivi accompagnati dalle proprie ombre; in questo caso l'ombra è quel che di noi non può essere risolto in valore collettivo, essa indica la vera individualità e corrispondenza. La materia densa spalmata sulla tela dona ai dipinti la pesantezza che serve ad influenzare lo sguardo per dare il senso della sospensione in un luogo irreale ed in un tempo impreciso; i colori sono variati rispetto ai suoi lavori precedenti, c'è una tendenza allo schiarimento dei toni che enfatizza ciò che dovrebbe essere complementare al disegno che invece non è per il suo significato, le ombre infatti spiccano ben delineate come ulteriori personaggi sovrastando il peso della materia.

La sensazione di poter fermare il tempo, il passaggio tra il passato ed il futuro, è un importante ulteriore elemento che l'artista riesce a realizzare nelle sue opere, viene così eliminata a favore del significato concettuale la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi, ci si ritrova spogli di distrazioni a dover considerare l'essenzialità dell'esistenza individuale e collettiva. L'elegante lavoro di Robin Clerici ha una forza evocativa che arriva attraverso la fisicità sottile dei suoi personaggi e la solitudine determinata dal luogo desolato in cui si trovano, il peso e la concretezza della pittura materica ci tiene sospesi in un tempo indeterminato trasmettendo una leggera tensione emotiva e meditativa. (Micaela Legnaioli)

Robin Clerici si è diplomata all'Accademia di Moda e Costume. Ha realizzato il design di costumi teatrali e film (1983-1991, come assistente del Premio Oscar Franca Squarciapino per i teatri di Parigi, Lione, Glascow, Londra, Berlino, New York, Milano e Roma), è stata la stilista e designer di scarpe di alta moda. Esegue lavori di Trompe-l'oeil e murales per importanti luoghi privati ed uffici in Italia ed all'estero. Ha studiato le tecniche dell'affresco e del mosaico ed affronta allo stesso tempo la pittura, la fotografia e l'arte digitale. Si dedica alla creazione di gioielli-scultura realizzati con la tecnica della cera persa. Tutto il suo lavoro viene trasformato in momenti di comunicazione diretta come solo può esserlo l'aria, si ritrova nella sua tecnica un illustrazione serena che si esplica nella rappresentazione di spiagge, città e campi arati e prati, portando l'osservatore in una partecipazione silenziosa ed emotiva negli scenari del mondo, utilizzando prevalentemente l'acrilico su lino e la fotografia digitale. E' dal 1996 che espone in gallerie e fiere nazionali ed internazionali. (Comunicato stampa)




Videozoom Danimarca Videozoom: Danimarca
Borderlines


XIV edizione, 23 giugno - 13 luglio 2016
Sala 1 Centro Internazionale d'Arte Contemporanea - Roma
www.salauno.com

La rassegna Videozoom quest'anno presenta opere di video artisti operanti in Danimarca con una conferenza della curatrice dell'edizione Lorella Scacco alla presenza degli artisti Jeanette L. Schou e Sonja L. Christensen. Un progetto in progress, realizzato da Sala 1 - Centro Internazionale d'Arte Contemporanea, che racconta la video arte contemporanea nella specificità culturale delle diverse realtà territoriali del mondo. Videozoom racconta la Danimarca presentando il lavoro di sei artisti danesi, già affermati a livello internazionale e che considerano la video arte una delle loro forme espressive più forti.

I video di Sonja Lillebæk Christensen, Søren Thilo Funder, Stine Marie Jacobsen, Henrik Lund Jørgensen, Jeanette Land Schou, Gitte Villesen vertono sull'intreccio della memoria e della quotidianità, a volte elaborato con ironia e immaginazione e altre con dovizia da reporter, in cui emergono temi cari alla società danese contemporanea come il ruolo dell'individuo all'interno del gruppo sociale e le relazioni di potere che si creano. Gli artisti, di diverse generazioni, pongono domande allo spettatore su temi storici e umani, spesso facendo riferimento al lato psicologico. Le video opere saranno proiettate sull'abside della Sala Santa Rita coniugando in una suggestiva sintesi la memoria monumentale della città all'arte contemporanea. In occasione della rassegna Videozoom: Danimarca sarà pubblicato da Edizioni Sala 1 un catalogo bilingue (italiano - inglese) con un testo critico della curatrice. (Comunicato stampa)




Opera di Francesco Clemente Francesco Clemente. Fiori d'inverno a New York
29 giugno - 02 ottobre 2016
Santa Maria della Scala - Siena

Con questa mostra - a cura di Max Seidel, con la collaborazione di Carlotta Castellani - Francesco Clemente rende omaggio a Siena, città che già nel 2012 ha dimostrato un vivo interesse per la sua arte con la prestigiosa nomina per l'esecuzione del drappellone del Palio. In seguito a tale collaborazione l'artista ha realizzato dieci opere inedite, suddivise in due cicli distinti, da esporre nella città su invito di Max Seidel. Si tratta di dieci tele di grande formato realizzate dal pittore napoletano a New York a partire dal 2009 ed esposte per la prima volta a Siena. La serie dei Fiori d'inverno a New York è costituita da cinque opere che hanno impegnato l'artista per più di cinque anni (2009-2016).

Questo ciclo nasce in collaborazione con la moglie dell'artista, Alba Primiceri, nota attrice e coreografa, la quale ha scelto alcuni fiori presenti a New York nei mesi invernali che hanno costituito la base per una rielaborazione pittorica da parte di Francesco Clemente, contraddistinta dall'accurata selezione dei pigmenti di origine vegetale utilizzati per ciascun lavoro. Sono presenti in mostra anche le opere della serie - intitolata "l'Albero della vita" - che rappresenta la summa del linguaggio adottato dall'artista fin dai suoi esordi, con riferimenti ad alcuni motivi presenti nella sua produzione e collegati al tema del ciclo della vita. L'iconografia di Clemente attinge liberamente dalle fonti più svariate come la mitologia classica, il buddhismo, la storia e la letteratura orientali e l'immaginario contemporaneo. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Civita)




Opera di Piero Fogliati dalla mostra Eterotopia Piero Fogliati: Eterotopia
termina lo 06 agosto 2016
Galleria Dep Art - Milano
www.depart.it

La mostra monografica dedica all'artista, da poco scomparso, una retrospettiva con opere dagli Anni '70 all'ultimo periodo. Un percorso che si articola tra i suoi soggetti più famosi, tra i quali Euritmia evoluente, Latomia, Liquimofono, Reale virtuale, Prisma meccanico, Fleximofono, Forme di buio e Macchina che respira. Ancor più che opere d'arte, quelle di Piero Fogliati ci appaiono come le invenzioni di un visionario che si è nutrito di sogni. Sogni troppo grandi per un uomo solo. Dagli anni Sessanta Fogliati ha infatti iniziato a concepire una Città fantastica in cui l'ebbrezza meccanica generava "esperienze sensoriali" nelle persone. Molte delle sue intuizioni sono purtroppo rimaste sulla carta: Fissazioni - come amava chiamarle lui - che si esprimono in poche linee e qualche parola.

Assumendo lo spettatore a guisa di ricettore, Fogliati ne mette alla prova le dinamiche visive e le facoltà cognitive; molte sue opere si basano sul "principio percettivo autonomo", ossia sui movimenti saccadici dell'occhio, che sono involontari. Con queste opere Fogliati si avventura in uno spazio animato da enigmi sensoriali, i cosiddetti fantasmi che possiamo intercettare grazie a una persistenza retinica. Una delle invenzioni più famose di Fogliati è la luce sintetica, altrimenti detta "luce fantastica" che resta bianca a contatto con un corpo statico, scomponendosi viceversa nei colori dell'arcobaleno quando illumina un corpo in movimento. Affrancando il colore dal supporto pittorico, Fogliati si è sempre avvalso di dispositivi elettromeccanici che avverano una "pittura dell'aria". Uno spazio potenziale, depositario di meraviglie e delizie, dove linee e volumi fluttuano per poi dissolversi. Completa la mostra un catalogo bilingue italiano ed inglese con testo critico di Alberto Zanchetta. (Comunicato stampa)




Archeologia dell'IO
termina lo 08 luglio 2016
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

L'evento è il terzo appuntamento di Osservazione 2016 ciclo di cinque mostre in cui gli artisti dall'Associazione culturale Fuori Centro, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione. Per questa mostra conclusiva di fine stagione si è chiesto agli artisti, soci e invitati, di partecipare con un'opera, "recuperata" dal proprio archivio di studio o quello della memoria, che potesse essere identificata come un "reperto archeologico dell'IO" e in cui fosse possibile riconoscere e identificare le tracce sedimentate o in nuce del proprio percorso artistico.

E dunque, scrive Silvia Del Campo nel testo che accompagna la mostra, "da questo personalissimo e intimo archivio ha attinto ciascun artista, chi con grande coerenza formale rispetto al proprio percorso, chi con imprevedibilmente diversa connotazione linguistica, chi proponendo, o riproponendo, autentici ritrovamenti, chi presentando opere nuove ma rappresentative comunque della propria ricerca artistica, a costituire una visione globale articolata e dinamica (...) una foto ricordo di una esperienza ancora in corso..." che continuerà in un percorso espositivo la cui prima tappa sarà il Museo Archeologico di Tolfa

Gli artisti: Minou Amirsoleimani, Franca Bernardi, Giancarlo Bertoncini, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Angelo Falciano, Fernanda Fedi, Mavi Ferrando, Stefano Frascarelli, Delio Gennai, Salvatore Giunta, Silvana Leonardi, Giuliano Mammoli, Patrizia Molinari, Rita Mele, Alessandro Monti, Franco Nuti, Antonio Picardi, Teresa Pollidori, Luciano Puzzo, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Massimo Salvoni, Alba Savoi, Grazia Sernia, Lucia Sforza, Stefano Soddu, Ilia Tufano, Oriano Zampieri.

«Archivio: la raccolta ordinata e sistematica di atti e documenti la cui conservazione sia ritenuta di interesse pubblico o privato... e, per estensione, luogo in cui tali atti e documenti vengono conservati... proseguendo, e qui si fa per noi più interessante, con questa citazione, il linguaggio è per lo scrittore l'archivio della memoria... così recita il dizionario on-line autorizzandoci con tali parole a pensare che anche per l'artista visivo il linguaggio sia l'archivio della memoria e quindi le opere, certo, ma anche gli appunti, gli schizzi, i progetti, i bozzetti, presenti in studio e ivi "archiviati", sia pure in modo non sempre ordinato e sistematico, anzi il più delle volte affastellati, ammonticchiati, depositati o riposti con criteri organizzativi o casuali, a scelta e secondo preferenza e attitudine, costituiscano oltreché una testimonianza tangibile del proprio vissuto, anche e soprattutto una sorta di stratificazione geologica, un'orografia o una geografia interiore, una sorta di giacimento dove nel tempo sono stati registrati gli accadimenti, le emozioni, le invenzioni, le rotture epistemologiche, le avventure e le scoperte... lo specchio, o appunto, l'archivio, dell'IO.

Il tema proposto in questa mostra ha quindi rappresentato una ghiotta occasione per fare un tuffo à rébours, per rovistare, in modo più o meno figurato, nel proprio archivio personale e quindi, anche, nella propria memoria, per fare in qualche modo i conti col proprio passato, per riprendere interesse ad una ricerca interrotta, ad un progetto non realizzato, per colmare una lacuna, e infine, e forse principalmente, per ritrovare un'immagine di sé, che, come in una fotografia emersa casualmente o al termine di un'accanita ricerca, invecchiata dal tempo ma ancora perfettamente leggibile, conservi però una sorprendente somiglianza, o una intrigante diversità, con il nostro essere nel presente.

E da questo personalissimo e intimo archivio ha attinto ciascun artista, chi con grande coerenza formale rispetto al proprio percorso, chi con imprevedibilmente diversa connotazione linguistica, chi proponendo, o riproponendo, autentici ritrovamenti, chi presentando opere nuove ma rappresentative comunque della propria ricerca artistica, a costituire una visione globale articolata e dinamica. Ed ecco quindi, tutte di piccole dimensioni, opere di inusitata eleganza, di accattivante sapienza materica con accenti di poetico rigore, stravaganti narrazioni sospese tra gioco e ironia...una imaginerie collettiva, una armonica babele unificata da un più o meno esplicito rapporto con il tempo e la memoria...una foto ricordo di una esperienza ancora in corso, come testimoniato dal supporto-scatola in cui verrà esposto e poi sì custodito, il prezioso reperto, ma per essere riproposto nelle tappe successive di un viaggio affascinante...» (Silvia Del Campo)




Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia Dalla mostra ReSONAnT Ritmi e Suon ReSÒNAnT Ritmi e Suoni: l'Arte ritrovata
termina il 17 settembre 2016
Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" - Vibo Valentia

L'esposizione propone reperti provenienti da scavi archeologici o conservati presso altre istituzioni e ricostruzioni desunte da fonti letterarie o iconografiche, ritmi, suoni, declamazioni di testi classici, rappresentazioni scenografiche. La mostra è dedicata alla cultura musicale; arte molto importante e assai praticata nel mondo classico, della quale si trovano solo pochi frammenti, spesso anche di difficile interpretazione e con tentativi di riproduzione sonora. (Estratto da comunicato stampa)




Gino Terreni - Figura di ragazza 2 - affresco su tela Gino Terreni
Ricordo di un Maestro del Novecento
Prima retrospettiva


termina il 30 giugno 2016
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
www.ginoterreni.it

Gino Terreni (Empoli - loc. Tartagliana, 1925 - 2015) è stato un artista italiano legato alla corrente Espressionista. Figlio di coltivatori diretti, Fin da giovanissimo ha espresso le proprie doti artistiche plasmando l'argilla del luogo e disegnando la vita quotidiana dei contadini della valle dell'Orme. L'evento bellico interrompe i suoi studi. Finita la guerra, riprende gli studi al Magistero Fiorentino (Istituto d'Arte di Porta Romana), sotto la guida di Francesco Chiappelli e Pietro Parigi. Gli orrori della guerra lo segneranno profondamente e da questo momento inizierà a percorrere la strada dell'Espressionismo. La sua arte diviene testimonianza della Storia Italiana del Secondo Novecento, dagli orrori della guerra alla speranza della pace, dalla vita dei campi all'arte sacra, sperimentando quasi tutte le tecniche conosciute.

Realizza la sua prima personale nel 1955, al Fondo Anichini a Piombino (Livorno). Dopo saranno centinaia le mostre personali e collettive su invito, realizzate un po' in tutto il mondo. La sua produzione è sterminata e le sue opere, frutto di quasi ottanta anni di attività artistica (il suo primo autoritratto è del 1937), si trovano presso numerosi musei, nazionali ed internazionali, in decine di chiese, edifici storici e piazze italiane. Ha realizzato sette monumenti pubblici, tra cui da evidenziare il monumento internazionale alla Pace, in bronzo e mosaico, all'Abetone (Pistoia) su incarico dell'Onu; il grande monumento marmoreo "Lo Stupore", dedicato alle vittime per l'Eccidio del Padule di Fucecchio.

Nel 2008 la Regione Toscana gli ha dedicato una mostra omaggio a Palazzo Cerretani a Firenze e nel maggio 2012 e settembre 2014 ha tenuto due grandi esposizioni, sempre omaggio alla sua carriera artistica, organizzate dall'Accademia delle Arti del Disegno a Firenze. E' stato accademico dell'Accademia delle Arti del Disegno di Firenze con nomina nel 1970, delle Muse e degli Incisori d'Italia. Ha fondato, a Empoli, con l'amico Carmignani i "Musei della Resistenza e d'Arte Moderna". Il 3 marzo 2016 nasce, per iniziativa degli eredi Leonardo Giovanni e Sabrina Terreni, insieme a storici dell'arte ed allievi, l'Associazione "Archivio Gino Terreni", per la tutela e la valorizzazione delle opere del Maestro. (Comunicato stampa Galleria Arianna Sartori)




Maier Nataly - pittura collage 2016 Nataly Maier: "Confinitudine e pittura collage"
termina il 29 luglio 2016
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

Nataly Maier (Monaco di Baviera, 1957), pittrice, milanese di adozione dal 1981. In questa sua personale a Livorno sono esposti i dipinti degli ultimi 3 anni dove il colore è il protagonista indiscusso ed assoluto "... è il perno del mio lavoro.." come dichiara l'artista stessa nell'intervista fatta con il critico, e curatore della mostra, Federico Sardella e pubblicata in catalogo. E l'autrice prosegue "... nel far convivere colori diversi sulla stessa superficie, adoperando più colori si deve affrontare la questione della convivenza, del dialogo, della sovrapposizione.

Il colore viene costruito tenendo conto di quello che c'è sotto, perché la stesura, anche la più sommersa, in qualche modo traspare, e diventa parte integrante della superficie del quadro". Questa è la poetica e i parametri con cui si confronta nel proprio lavoro e in ogni suo quadro Nataly Maier. In mostra sarà anche presente il Libro d'Artista "Pensare Pittura", edito nel 2012 dalle Edizioni Peccolo nella Collana Memorie d'Artista n.27. L'esposizione è accompagnata da un catalogo bilingue italiano/inglese contenente le immagini delle opere esposte e l'intervista/conversazione dell'artista con Federico Sardella. (Comunicato stampa)




Mette Stausland - Moving Parts 617-Z - matita su carta cm.68x54 2016 Robert Wood - Pavilion for a Constellation - H mm.360 x W mm.730 x L 1020 2015 Mette Stausland | Robert Wood: Drawing - Construction
22 June - 03 September 2016
Maurer Zilioli Contemporary Arts - München
www.maurer-zilioli.com

In the case of Mette Stausland (b. 1956 in Kristiansand, Norway) drawing proves to be a diversely structured creative process. The artist, who graduated at the Royal Academy of Fine Arts in Stockholm and today lives in Basel and Denmark, dedicates herself to observing emotional events on the one hand and, on the other, explores external relationships - for instance, of space and signs or gestures - between universal knowledge and individual sensitivities. Her materials are simple - paper, pen, chalk, scissors - the results complex. In this way the feelings of spontaneity and unpredictability in her works - qualities to which the drawing is naturally bound - fuses with the skilled and deliberately executed fluency and movement, contrasting to the solidness of the at once abstract and organic body and form. They bear witness to the tension within the artistic action, to creative consideration and received intimacy. Drawings appear in their originality as clear-sighted views through a window into the artistic process, so that the observer becomes complicit in the Other. (Eckhard Schneider)

Drifting poetry, teasing uncertainty and propitious stability become manifest, qualities with which Mette Stausland as a dancer - an activity she had to give up after an accident - is all too familiar with. Openness and opacity alternate and communicate with one another. Nevertheless, as a whole it is rather less about uncovering and revealing solely personal motifs than primarily about the visualisation of intellectual pulses per se. With this, Stausland refers in the broadest sense to one of the most essential factors of identification in modern and present day art: grid or lattice works, deciphered by Rosalind Krauss as a key motif of non-representational expression in the second half of the twentieth century. With Stausland this form turns with an autonomous pre-eminence into a metaphor for the artistic state of being, as if the author had steeped her message within the rhythmic 'musical scores' of her work, inventing her own representative language.

Robert Wood (born 1957 in Toronto / Ca): "Although the three-dimensional works in the exhibition adopt some of the formal conventions of architectural model making it is perhaps more useful to think of them in relation to drawing - that is drawing as thought made visible. If they are to be seen as models, then these are models that test rather than plan, speculate rather than solve and favour process over product. If they are to be seen in relation to architecture, then it is a personal architecture that makes it's way towards a tangible equivalent to the different stages of creative thought and memory and their complex and often contrary interplay. It is a journey that often involves a myriad of references, such as, improvised games, lexicons of temporary structures, follies, pavilions and building sites.

Structures and assemblies form a field of memory, analysis and representation at points balanced between the wreckage of things remembered and the foundations of things yet to be constructed. Similar to the architecture of 'follies' in the 17 th and 18 th centuries and 'pavilions' of the 20th and 21st centuries, they are more concerned with the potential of buildings and ruins to embody meaning, rather than their functional purpose. By their nature these are fragile, provisional constructions that hint rather than state. They test processes at the interface of sculpture and architecture, design and improvisation, metaphor and measure. Despite the façade of precision, they have more in common with the 'sketch' where ambiguity is productive and meaning variable." (Press release)




Michele Recluta - Immagini in eterno movimento - t.m. su tela cm.80x90 2016 Maria Luisa Ritorno - Sensazioni - 2010 Koinè 2016 - Per un linguaggio comune dell'arte contemporanea
termina lo 02 luglio 2016
Galleria ItinerArte - Venezia
www.zamenhofart.it

Dopo il successo a Roma, Milano e Ferrara, approda a Venezia, - in occasione di "Art Night Venezia" - il Progetto curato da Virgilio Patarini e organizzato da Zamenhof Art. In esposizione nella giovane galleria veneziana, fondata nel 2014 per iniziativa di Maria Novella dei Carraresi, una ventina di lavori di tecniche e stili differenti, tra figurazione e astrazione, di artisti provenienti da tutta Italia, di caratura nazionale, selezionati per il fatto di essere al tempo stesso classici e contemporanei. In mostra in questa occasione quadri e sculture di Salvatore Alessi, Walter Bernardi, Alberto Besson, Sergio Boldrin, Simona Ciaramicoli, Mario D'Amico, Raffaele De Francesco, Maria Grazia Ferraris, Luisa Ghezzi, Maria Franca Grisolia, Maristella Laricchia, Giulia Martino, Franco Maruotti, Giuseppe Piacenza, Sergiu Popescu, Michele Recluta, Maria Luisa Ritorno, Gabriella Santuari, Elena Schellino, Ivo Stazio, Paolo Viola.

La mostra costituisce un appuntamento fisso ormai da molti anni per Zamenhof Art, associazione culturale che fin dalla sua nascita (vent'anni orsono) si occupa della selezione e della promozione di artisti emergenti. Dal 2009, anno della prima esposizione con questo titolo, la mostra "Koinè" è l'occasione per fare il punto della situazione, sia sugli artisti selezionati per la stagione (o su una parte di essi), sia più in generale sullo "stato dell'arte", presentando una carrellata di opere di autori e stili diversi, affinché dall'accostamento dell'una all'altra opera il fruitore possa intravvedere - coi propri occhi e con la propria capacità di discernimento - punti di contatto e similitudini, nell'intento di delineare una serie di minimi comuni denominatori da ipotizzare come base per un "linguaggio comune dell'arte contemporanea".

E così anche quest'anno le opere sono accostate le une alle altre e come per magia, "senza soluzione di continuità", si passerà dal figurativo all'informale, all'astratto geometrico. In questi ultimi anni il progetto "Koinè" con le relative mostre è stato accolto con successo di critica e di pubblico in molte città italiane, da Milano a Roma, da Piacenza a Venezia (a Palazzo Zenobio nel 2012). Di pochi mesi fa (nel febbraio 2016) Il grande afflusso di pubblico in occasione dell'esposizione a Napoli a Castel dell'Ovo. (Comunicato stampa)

Il tempo delle Avanguardie è finito. Si è aperto con l'Impressionismo e si è chiuso con la Transavanguardia. Per oltre un secolo ogni nuova generazione di artisti ha cercato di smarcarsi dalla generazione precedente proponendo una nuova, differente idea di arte contemporanea. Ora tutto questo sembra non funzionare più. Il meccanismo pare inceppato. A partire dal discorso generazionale. Da molti anni l'articolato progetto espositivo ed editoriale perpetrato sotto l'egida di "Zamenhof Art" cerca di mettere in luce proprio ciò, presentando, di volta in volta, in contesti diversi e con diversi abbinamenti e articolazioni, una nuova 'generazione' di artisti che anziché inseguire il nuovo a tutti i costi, rinnegando il lascito delle generazioni precedenti, cerca piuttosto di definire un linguaggio comune per l'arte contemporanea, una sorta di "koinè", facendo tesoro delle 'invenzioni' delle Avanguardie, attraverso un paziente, complesso, raffinato processo di sintesi e contaminazioni.

E una prova lampante che un certo 'meccanismo' sia saltato balena agli occhi di tutti se si sofferma l'attenzione, senza pregiudizi, su di un fatto concreto, tangibile, facilmente riscontrabile: da molti anni ormai si è annullato un qualsiasi significativo 'scarto generazionale'. Non a caso nel selezionare opere e artisti per questo progetto che in definitiva mira a definire al meglio che cosa si intenda per 'Post-Avanguardia' si è dovuto sempre necessariamente prescindere da vincoli generazionali. Per la prima volta, da oltre un secolo a questa parte, artisti di tre generazioni differenti stanno uno accanto all'altro e parlano (più o meno) la stessa lingua. E ad ascoltarla con attenzione ci suona come una lingua nuova e antica allo stesso tempo: inaudita eppure riconoscibile. Originale ma decifrabile.

In anni di sempre più rutilante trasformazione, sotto tutti i profili, l'arte più che mai si deve interrogare su se stessa: sul proprio ruolo, sulla propria funzione, ma anche e soprattutto sul proprio linguaggio. Poiché è proprio attraverso le sue forme, la sua estetica, la sua sintassi, i suoi stili e stilemi, che l'arte può entrare, più o meno, in rapporto con la realtà circostante, con la storia, con la vita degli uomini che la fanno e che ne fruiscono. Un rapporto che può (e forse deve) essere ambivalente: un viaggio di andata e ritorno. L'arte deve subire l'influenza della realtà e del suo divenire, ma deve anche, al tempo stesso, influenzarla e influenzarne, in qualche modo, le trasformazioni. O almeno deve provarci. Non solo lavorando sulle idee, e dunque sulla percezione, sull'interpretazione della realtà, ma anche sulla sua progettazione.

Ma perché questo possa accadere occorre che l'arte contemporanea diventi strumento più forte e più duttile al tempo stesso, da una parte recuperando e rinsaldando le proprie radici e dall'altra aprendosi alla molteplicità delle sue (quasi) infinite possibilità espressive ed altrettanto (quasi) infinite concezioni estetiche attuali. Solo così l'arte può entrare efficacemente in rapporto dialettico con una realtà così articolata, stratificata, sfaccettata e complessa come quella contemporanea. Nel corso degli ultimi 150 anni il succedersi delle scoperte scientifiche e tecnologiche ha impresso alla storia dei mutamenti vertiginosamente rapidi e radicali. Allo stesso modo negli ultimi 150 anni il succedersi delle invenzioni e delle trasformazioni sul versante artistico, col succedersi inesorabile e travolgente delle Avanguardie, è stato altrettanto vertiginoso.

Ed è ovvio che tra le due cose ci sia un rapporto più o meno diretto di causa-effetto, o per lo meno di osmosi o di contagio. Ora il mondo in cui oggi viviamo è l'inquieto, stratificato, caotico e contraddittorio risultato di tutte queste trasformazioni. E l'arte che può entrare in rapporto con questo mondo non può che essere un'arte capace di raccogliere e sintetizzare l'inquieta, stratificata, caotica e contraddittoria eredità delle Avanguardie e degli ultimi 150 anni di arte contemporanea. E forse anche oltre, poiché in effetti negli ultimi 150 anni, tra un'Avanguardia e l'altra non sono mancati momenti di "Ritorno all'ordine" in cui si è guardato indietro con occhi nuovi alla tradizione pittorica più antica.

E anche questi momenti fanno parte del retaggio della Contemporaneità e hanno contribuito a forgiarne le forme. E questa è la linea che abbiamo seguito in questi ultimi anni nel selezionare opere ed artisti: opere ed artisti che fossero in grado non solo di recuperare e reinventare il retaggio delle grandi Avanguardie storiche, ma anche e soprattutto di sintetizzare e contaminare stili e linguaggi, trovando punti di contatto inediti e suggestivi. (V.P. - Nota critica introduttiva)




Esperanto - cartolina Trieste 1922 Ghez - ufficiale postale e professore di Esperanto Esperanto - lingua friulana Esperanto - Udine L'Esperanto nella Filatelia
termina il 27 agosto 2016
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

A 110 anni dalla fondazione dell'Associazione Esperantista Triestina, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa presenta una ricognizione storico filatelica della lingua e dell'esperienza Esperanto. Accanto alla rassegna, è stata realizzata una speciale cartolina commemorativa e sarà garantito l'annullo filatelico dedicato. La mostra consta di 15 pannelli ricchi di documenti originali: francobolli, cartoline, annulli postali, chiudilettera, disegni, fotografie e altri documenti della ricca collezione della signora Elda Doerfler, segretaria dell'associazione Esperantista. La Doerfler è presidente dell'associazione internazionale dei collezionisti filatelici esperantisti.

"Questa rassegna - spiega Edvige Ackermann, presidente del sodalizio esperantista triestino - oltre a presentare materiali importanti per i collezionisti, offrirà al visitatore diversi documenti di valore assoluto, utili a rappresentare una coerente e esaustiva panoramica del nostro movimento dalla fondazione ai tempi odierni. Tra le chicche esposte, un francobollo del Brasile stampato in modo singolare tanto da risultare unico. Sono documenti molto interessanti anche per la loro grafica bella e elegante, segno dei tempi in cui sono stati concepiti". C'è una speciale liason tra Poste Italiane e il movimento esperantista locale. Agli albori del 1900 il triestino Arturo Ghez, laureatosi in giurisprudenza all'Università di Graz e dipendente della Direzione delle Poste di Trieste, viaggia per lavoro in tutta Europa. Ghez scopre la nuova lingua del fondatore Lazzaro Ludovico Zamenhof e si appassiona tanto da apprenderla in un batter d'occhio e poi impegnarsi per promuoverla nella propria città.

Nel 1906 è tra i fondatori del Circolo Esperantista triestino "Rondo Esperanta Trieste". Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, quando Trieste entra a far parte del Regno d'Italia, il suo coinvolgimento nella promozione dell'Esperanto non muta: Ghez fa parte del comitato che a Trieste organizza nel 1922 il 7° Congresso degli esperantisti italiani. A testimonianza dell'interesse di questa regione per questa cultura, Udine ospiterà nel 1929 il 14° congresso esperantista. In tempi recenti il Circolo Esperantista triestino ha continuato con intensità la propria attività di promozione nelle regioni di Alpe Adria, curando anche la pubblicazione del Bollettino mensile: "La Eta Gazeto". (Comunicato Ufficio Comunicazione Territoriale Friuli Venezia Giulia, Trentino A.A., Veneto)




Bendini ultimo (2000-2013)
termina lo 01 ottobre 2016
Accademia di San Luca - Roma

Vasco Bendini, uno fra i maggiori nostri artisti della seconda metà del secolo Ventesimo, è ricordato da una mostra, a cura di Fabrizio D'Amico, che ne ripercorre, a un anno dalla scomparsa, il lavoro ultimo, attraverso circa 40 opere di grande dimensione. Un lavoro che da un canto testimonia della fedeltà di Bendini al tema del segno e a quello della luce, tramite i quali egli ha fondato la sua pittura già all'inizio degli anni Cinquanta - quando tutta la critica più attenta al nuovo, da Arcangeli a Calvesi, da Emiliani a Barilli, da Tassi ad Argan, ne percepiva la "candida, solitaria primogenitura" in una vicenda che andava muovendosi oltre l'Informale padano, verso l'astratto.

D'altro canto, pur fedele sempre alle proprie fondamentali vocazioni, Bendini ha reso nell'ultimo suo tempo più coinvolta la sua ricerca, scoprendo una luce che s'è fatta sempre più attimale, concitata, drammatica. Del suo ultimo lavoro, mai esposto prima con questa larghezza, la mostra dà conto, dopo che un positivo riscontro di pubblico e di critica esso ha registrato a New York, presso la R H Contemporary Art gallery, in una sua recentissima uscita. Il primo laboratorio di Vasco Bendini (Bologna, 1922 - Roma, 2015) si svolge fra intense letture filosofiche e l'alunnato all'Accademia di Belle Arti, ove è allievo di Virgilio Guidi e di Giorgio Morandi.

Dopo l'esordio alla Bergamini di Milano nel '49, espone in varie mostre personali e collettive, a partire da quella alla Torre di Firenze del '53, con introduzione di Francesco Arcangeli. E' quindi presente - tra l'altro - alla Biennale del 1956, alla Quadriennale romana del 1959, alla Biennale di San Paolo del Brasile del 1961 e alla Biennale di Tokyo del 1962. Ovunque espone una pittura d'ambito informale, ma venata da una propensione a un più determinato astrattismo. Una nuova ricerca ha inizio appena varcata la metà del settimo decennio, antesignana di certe inflessioni formali che saranno dell'arte povera. Il nuovo modo approda nel 1966 ad una personale all'Attico di Roma, presentata da Giulio Carlo Argan, e ad un'altra personale, nel '67, allo Studio Bentivoglio di Bologna, presentata da Arcangeli.

Partecipa tra l'altro, con sale personali, alle Biennali di Venezia del 1964 e del 1972. Nel 1973 si stabilisce a Roma, dove rimarrà a lungo, e dove tornerà a risiedere nel 2012, dopo un intervallo di vita lavorativa trascorso a Parma. A partire dagli anni Settanta ha numerosissime, importanti mostre personali e antologiche, oltre che in molte gallerie italiane e straniere, in enti pubblici e sedi museali. (Comunicato stampa ufficio stampa Studio Esseci)




Linea Continua: Moltitudini del disegno contemporaneo

hermann albert, siegfried anzinger, gabriele brucceri, nicola caredda, nicola carrino, umberto chiodi, francesco de grandi, martin disler, roberto fanari, tamara ferioli, daniele galliano, karl h. hödicke, roberto longo, urs lüthi, helmut middendorf, nunzio, mimmo paladino, paolo pibi, federico pietrella, pierluigi pusole, salvo, sophia schama, aldo sergio, gianluca sgherri, anselm stalder, ettore tripodi, julia tschaikner, elena vavaro, bernd zimmer, davide zucco, michael zwach

termina il 16 luglio 2016
Interno18 Arte contemporanea - Cremona
www.galleriainterno18.it

Un allestimento a prisma, volutamente ipertrofico e prolisso, per di più "costretto" in uno spazio decurtato (l'ingresso e una sola sala anzichè due), per ottenere maggiore immediatezza e intensità d'insieme. L'evanescenza del contemporaneo è ineludibile, non si danno stati di appartenenza e, come contrappasso, prolifera a dismisura l'archivio di individualità. Il disegno è attuazione primaria del segno, aderisce dal profondo alla soggettività artistica, e fatalmente si manifesta firma d'artefice. Il confronto con tale prassi si declina nei modi più disparati: una calligrafia come gesto irripetibile o il suo annullamento nelle forme dell'immagine, embrione presagio di altri approdi o opera compiuta e autonoma, registrazione immediata di pensiero, appunto automatico. Tuttavia è in questione non tanto la gamma di possibilità che offre il disegno, ma la reiterazione di un flusso multiforme, che s'intride di svariate reminiscenze fino alla dispersione. Un delta estetico luogo di approdi formali distinti e contigui come cunicoli di alveare. Questo mosaico balenante impone la progressiva inadeguatezza delle categorie e depotenzia i concetti critici in favore di un eclettismo esasperato. Diaspora enigmatica del contemporaneo.

«Ogni nozione individuale è come un automa spirituale, ovvero ciò che essa esprime è interiore a essa, essa è senza porte né finestre; essa è programmata in tal modo che ciò che essa esprime sia in compossibilità con ciò che un'altra esprime.» (Gilles Deleuze in Deleuze / Leibniz Cours Vincennes - 15/04/1980)




Salvo - anni '80 - olio su tela cm.51x73 Paolo Pibi - weight - acrilico su cartone vegetale cm.70x50 2015 Paesaggi
termina il 13 settembre 2016
Studio d'arte Cannaviello - Milano
www.cannaviello.net

Dipinti e Fotografie di: I. Balia, N. Caredda, R. Cutforth, V. D'Amaro, M. Dapino, F. De Grandi, F. Fontana, A. Fulvi, M. Galimberti, J. Garcerà, J. Gerz, M. Giacomelli, M. Giagnacovo, P. Horn, P. Hutchinson, M. Kajioka, S. Keenleyside, B. Koberling, L. Lupi, T. Martini, I. Mc Keever, E. Minguzzi, G. Montesano, P. Pibi, F. Pietrella, P. Pizzi Cannella, S. Polke, L. Presicce, P. Pusole, Salvo, Serse, G. Sgherri, E. Tripodi, R. Welch, M. Zalopany, B. Zimmer.

«Un paesaggio è uno stato d'animo.» (Henri Frédéric Amiel)




Locandina rassegna R.S.V.P. - Répondez, s'il vous plaît (Si prega di rispondere)

Progetto espositivo work-in-progress, strutturato in due fasi, che chiama il pubblico a partecipare attivamente alla sua realizzazione insieme all'artista. Nel mese di giugno il videomaker Paolo Comuzzi, curatore del progetto, videointervisterà i cittadini di Monfalcone sulla loro percezione e sulle loro aspettative rispetto al Museo della cantieristica, di prossima apertura, e alla Galleria comunale d'arte contemporanea e rispetto al ruolo che l'arte contemporanea e l'archeologia industriale possono avere nei confronti del pubblico. Dal 9 luglio al 7 agosto gli esiti di questa operazione artistica condotta "sul campo", una videoinstallazione e alcune sequenze fotografiche, saranno oggetto di una mostra in Galleria (inaugurazione venerdì 8 luglio). (Comunicato Galleria Comunale di Monfalcone)




Arcane Geometrie - mostra di Delio Gennai e Massimo Gasperini Arcane Geometrie
Delio Gennai | Massimo Gasperini


termina il 25 settembre 2016
Studio Gennai Arte Contemporanea - Pisa
www.studiogennai.it

Delio Gennai da tempo crea figure e oggetti che, prendendo spunto dalla lunga, celebrata storia della sua città, si risolvono in ricercati rapporti tra positivo e negativo, tra luci e ombre, nel candore dei bianchi che uniformano e danno organicità alle sue creazioni. Le tarsie, gli stendardi, i libri d'artista. Il minuzioso lavoro con il bisturi su cartone di lieve, talora lievissimo, spessore, l'utilizzo di sottili garze a chiudere e muovere i geometrici spazi creati costituiscono il filo conduttore di un linguaggio coerente, organico, emozionante. Gli si affiancano i Quaderni neri di Massimo Gasperini.

Avvolgenti repertori di frasi, pensieri e disegni. Pagine dense e armoniose attraversate da struggenti immagini. Disegni costruiti in sottilissima punta di lapis, di rado connotati da leggeri, soffusi tocchi di colore: immagini di architetture scarnificate dallo loro consistenza materica divengono minuziosi reticoli di purissima sostanza geometrica; e dalla geometria sgorgano immagini fantasiose, che si diffondono nell'imperscrutabile universo dell'immaginario. Recondite armonie, tra i due. Un incontro fortuito e fortunato, voluto dal caso, da quel misterioso refolo che perenne aleggia nell'aria. Dunque, arcane geometrie. (Ilario Luperini)




Paolo Manazza: Untitled
termina lo 08 luglio 2016
Robilant+Voena - Milano

Paolo Manazza presenta alcuni dei suoi più recenti lavori pittorici. Conosciuto da tutti come intellettuale, scrittore e collaboratore da oltre vent'anni del più importante quotidiano nazionale, Paolo Manazza è da sempre anche pittore e rivela, con questa serie di opere sorprendenti, che niente nasce dal caso. Questi venti dipinti dai formati diversi esplorano il senso di sovrapposizione del colore - nel segno di tutti gli insegnamenti ricevuti dall'Informale europeo e statunitense - alla ricerca di una personale e contemporanea visione. I lavori di questo artista si inseriscono nel grande recupero della pittura, intesa come momento gestuale e primario, che ritroviamo oggi in numerose situazioni internazionali e che percorre sempre, come un fil rouge, la storia dell'arte recente da Helen Frankenthaler a Günther Förg. Paolo Manazza fa un uso del colore totalmente spregiudicato senza concedere nulla all'incertezza e ci racconta come uno sguardo della realtà cromaticamente interpretata sia l'unico possibile modo di "vedere" il mondo interno ed sterno.

"Ogni dipinto di Paolo Manazza è un soliloquio - osserva Alan Jones nel catalogo della mostra - un dialogo tra l'artista e il proprio sé, come le due parti di Bach, una traduzione simultanea nella lingua della pittura dove la 'composizione' è la grammatica, e il colore è il vocabolario". Mentre Giandomenico di Marzio scrive che "Paolo Manazza appartiene a quella generazione di artisti che ancora oggi, nel vasto mare dei nuovi linguaggi dell'arte contemporanea, si ostina a esplorare le infinite possibilità della pittura" In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo con un saggio di Alan Jones e altri contributi critici di Giandomenico Di Marzio e Massimo Mattioli. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Mostra di Fred Brathwaite Fred Brathwaite: Fab 5 Freddy
termina lo 04 luglio 2016
Galleria Seno - Milano
www.galleriaseno.com

Ci sono icone conosciute in tutto il mondo, che hanno fatto la storia dell'Hip Hop. Il film Wild Style, la trasmissione Yo! MTV Raps e quel treno dipinto a zuppe Campbell's che fece il giro del mondo sul libro Subway Art. Tutte immagini che trasmettono il sapore di quella cultura, con un unico punto denominatore, Fab 5 Freddy. Nel 1980 la galleria Paolo Seno ospitò una bi-personale di Fred Brathwaite in arte Fab 5 Freddy e George Quinones conosciuto da tutti nel mondo del Graffiti Writing come Lee. Una mostra memorabile, la prima occasione in cui Milano si affacciava al quel nuovo linguaggio a New York. Anni in cui il melting pot tra Graffiti Writing, Pop Art e Street Art era sottile e il fermento artistico a New York, vide in Fab 5 Freddy il grande artefice di produzioni musicali e video, mostre d'arte e trasmissioni televisive, mantenendo inalterata la forza ed energia che arrivava dalla strada. A distanza di trentasei anni Fab 5 Freddy torna alla galleria Seno, con una mostra personale, dedicata ai suoi ultimi lavori, con intatto quel sapore che solo un pioniere dell'Hip Hop può esprimere e fermare su tela. (Comunicato stampa)




Opera di Giovanni Favero dalla mostra Dolomiti Giovanni Favero: "Dolomiti"
termina il 10 settembre 2016
Spazio espositivo Mini Mu (Parco di San Giovanni) - Trieste

Mostra di opere fotografiche di Giovanni Favero, presentata dal prof Giancarlo Torresani, direttore artistico TPD "Trieste Photo Days". Favero è un autore che proviene da quell'area culturale che ha le sue radici più profonde nel culto del reportage e nell'osservazione del particolare naturalistico, e che in ambito fotografico possiamo far risalire fino alla forza espressiva di un padre putativo della statura di Ansel Adams. Ecco, in questo ambito in cui la rappresentazione guarda all'assoluto più che al particolare, s'inseriscono i lavori proposti in questa mostra. Si tratta di foto impeccabili, stampate in b/n, in medio e grande formato. Il tema è quello delle Alpi ovvero di un ristretto orizzonte geografico, dove uomini, animali e testimonianze culturali sono del tutto assenti: il silenzio domina in queste inquadrature.

I lavori qui esposti privilegiano un uso controllato e meditato di soggetti e materiali sensibili all'effetto monocromatico, volendo così prendere le distanze, a un tempo, dalla contemporaneità tecnologica (oramai pervasa dalle relative manipolazioni informatiche) oltre che dalla ridondanza cromatica di tante immagini pubblicitarie. E' questa un'operazione che permette all'autore di guardare alla realtà ritratta, con un certo disincanto, ma anche con una memoria storica che non si lascia scavalcare dal sentimento della pittura: le opere dei grandi vedutisti veneti, al pari di quelle della pittura divisionista, esistono in quanto eventuale punto di riferimento, e non quali modelli proponibili.

Le atmosfere, caratterizzate da cieli spesso corruschi, evidenziano il tormento di una terra aspra, forte, difficile da dominare, e dalla quale l'uomo viene facilmente messo ai margini. Con queste immagini l'autore vuole trasmetterci semplicemente le sensazioni di allargamento dello spirito che lui ha provato durante alcune campagne fotografiche condotte "ad alta quota". Si tratta allora di immagini "facili" nella loro comprensibilità, eppure difficili nella purificazione formale che le sottintende. Là dove la forma conchiusa trova la sua ragione d'essere nell'iterazione del tema, la narrazione nel perdere il suo soggetto primo (l'uomo e la scansione temporale delle sue azioni), riconduce il tutto al bisogno di una scoperta continua: non più verità, bensì condizione soggettiva; e queste immagini ne divengono il segno incontrovertibile. (Comunicato stampa Roberto Vidali)




In Tre - Forse un giorno In Tre - Porta aperta "San Nin De" ("In Tre")
Gino Di Frenna | Gian Pietro Ghidoni | Soko Kotsugai


termina lo 02 luglio 2016
Galleria 8,75 Artecontemporanea - Reggio Emilia
www.csart.it/875

«Quando l'Associazione 8,75 Artecontemporanea - spiega Gino Di Frenna - si è trasferita da Via Dei Due Gobbi a Corso Garibaldi, nei primi anni 2000, collaborava alla messa in opera delle mostre una simpatica e giovane giapponese, Soko Kotsugai. Vedendola scrivere nella sua lingua, venivo affascinato da quei segni misteriosi e sconosciuti, che mi riportavano indietro nel tempo, quando a scuola imparavo calligrafia. Quelle volute repentine, quel tratto nero secco, a volte leggero altre volte incisivo e profondo, mi provocavano intensa emozione. Così, un giorno, trovandomi in galleria con un amico pittore, Gian Pietro Ghidoni, per gioco l'abbiamo invitata a scrivere i suoi ideogrammi, per precisione i suoi "Hiracana" (ossia uno dei tre modi fonetici di scrittura giapponese che sono dei sillabari fonetici, cioè dei segni semplici con valore solo fonetico, ricavati dagli ideogrammi del IX secolo circa) su dei cartoncini, così da far nascere un lavoro pittorico integrato dall'intervento gestuale di Ghidoni e dal mio brulicante mondo di segni».

Gino Di Frenna, gallerista, pittore, umorista, per anni ha collaborato con il giornale satirico "L'asino" diretto da Ro Marcenaro. Fondatore dell'Associazione 8,75 Artecontemporanea (1994), ha realizzato quasi duecento mostre con autori conosciuti sia in campo nazionale che internazionale, non trascurando gli artisti locali. Dalla Sicilia, negli anni Novanta si è trasferito a Reggio Emilia, partecipando attivamente alla vita culturale della città. Gian Pietro Ghidoni, dopo gli studi presso l'Istituto d'Arte di Modena, si dedica alla pittura, interessandosi sia all'arte figurativa che all'arte astratta.

Gestualità piena che trasfigura il reale con citazioni e rimandi alla Color field painting americana. Ha partecipato ad esposizioni collettive a Copenaghen, New York, Spoleto, Venezia, Alessandria e Reggio Emilia. Da anni è iscritto al Circolo degli Artisti di Modena, partecipando attivamente con personali e collettive. Soko Kotsugai (Akita - Giappone), laureata in Filosofia Estetica (corso di Storia dell'Arte) in Giappone, nel 1993 consegue il diploma del Corso Superiore d'Arte all'Università per stranieri di Perugia. Nel 1995 inizia a lavorare tra Giappone ed Italia come traduttrice nel settore industriale ed artistico. E' attualmente impegnata tra il servizio di traduzione e l'insegnamento della lingua giapponese. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Mirko Baricchi - Archè #2 - tecnica mista su carta fabriano 300gr cm.200x150 2016 - foto Luca Peruzzi Mirko Baricchi
"Archè, Ben prima del nome chiamato"


termina il 17 luglio 2016
Atipografia - Arzignano (Vicenza)
www.atipografia.it

Accompagnata da un giornale con testi di Luca Beatrice (storico e critico d'arte), Marco Mioli (critico d'arte) ed Elena Dal Molin (direttore artistico Atipografia), la mostra è parte di una programmazione annuale dedicata all'epochè, ovvero alla sospensione del giudizio, considerata come necessaria data l'assoluta incertezza di ogni conoscenza concernente la realtà esterna. Un tema precedentemente analizzato da Denis Riva con "Carte sospese" e da Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini con "Erranza". Con "Archè" Mirko Baricchi ricerca un momento, un non-tempo, in cui galleggiano tutti gli ingredienti che improvvisamente costituiranno l'immagine. «L'epidermide della carta - spiega l'artista - lascia trasparire, avvilisce o evidenzia processi precedenti, alcuni dei quali ormai scomparsi, altri in potenza che diventano improvvisamente atto».

In un momento storico segnato da una profonda assenza di valori, da fedi religiose contrapposte e da grande incertezza, l'autore sente l'esigenza di "porre tra parentesi il mondo" (Edmund Husserl), concentrandosi sulla pittura come medium, come materia ancor prima che linguaggio. «L'idea è fatta di luce - spiega Baricchi - ed inevitabilmente si scontra, o si intreccia, con la prassi che è di terra e d'argilla. Due elementi contrapposti che si alimentano a vicenda». In esposizione, una decina di grandi opere a tecnica mista su carta, quasi tutte realizzate nel 2016, unitamente ad alcune tele in formato 30x40 cm, afferenti ad un ciclo dedicato alla natura morta e al paesaggio, oltre al video "De Rerum" (2015), realizzato in collaborazione con Uovo Quadrato, in cui una lepre, elemento ricorrente nella poetica di Baricchi, ruota in loop sul proprio asse, immersa in una sorta di nebbia, in un liquido amniotico che culla lo spettatore con una ninna nanna composta dall'artista a partire da carillon rallentato.

L'allestimento, pensato nel rispetto dei muri di Atipografia, ricchi di storia e memoria, gioca con la luce, dando ampio respiro alle opere esposte. Come spiega Elena Dal Molin, «L'anno dell'epochè non poteva che chiudere con Mirko Baricchi. La carta, resa trasparente, si apre a più piani pittorici: l'uso della grafite e della tempera separatamente danno una forte sensazione di tridimensionalità. Ci appare un paesaggio surreale, sospeso, dove ci si sente stranamente a proprio agio. Nei colori, quasi primari, e nei segni semplici in grafite riconosciamo forme primitive che si accordano immediatamente, forme archetipe».

Mirko Baricchi (La Spezia, 1970) a Firenze frequenta l'Istituto per l'Arte e il Restauro Palazzo Spinelli. Dopo il diploma e un breve periodo di lavoro come grafico pubblicitario, parte per il Messico, un viaggio che segna la sua vita d'artista. Qui lavora come illustratore per una nota agenzia di comunicazione americana, ma non abbandona la sua passione per la pittura. In una delle sue numerose visite ai musei messicani viene folgorato dall'artista Rufino Tamayo. Lascia il lavoro in agenzia come illustratore e, poco dopo, partecipa ad una collettiva al Museo Siqueros, ricevendo riscontri positivi da parte della critica. Dopo oltre due anni torna in Italia, trasferendosi a Milano, dove lavora nel campo della pubblicità e dell'editoria. In questo periodo matura la decisione di dedicarsi esclusivamente alla pittura. Numerose le mostre personali e collettive, nochè le partecipazioni a fiere di settore. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




7 giorni - video 7 giorni
termina il 31 luglio 2016
MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna

Opera video del duo artistico tedesco M+M. L'esposizione, curata da Laura Carlini Fanfogna e Gino Gianuizzi, apre l'edizione 2016 di Biografilm Festival. L'installazione è costituita da sette episodi, uno per ogni giorno della settimana, che si ispirano a scene di celebri film girati tra gli anni '60 e gli anni '80: Shining, 1980, di Stanley Kubrick per Lunedì; Il marito della parrucchiera, 1990, di Patrice Leconte per Martedì; Un uomo, una donna, 1966, di Claude Lelouch per Mercoledì; Francesco, 1988, di Liliana Cavani per Giovedì; Tenebre, 1982, di Dario Argento per Venerdì; La febbre del sabato sera, 1977, di John Badham per Sabato; Il disprezzo, 1963, di Jean-Luc Godard per Domenica.

Il progetto si è sviluppato tra il 2009 e il 2015 ed è stato concepito fin dall'inizio per avere una gestazione prolungata, con un unico protagonista, l'attore austriaco Christoph Luser, che vediamo nella sua evoluzione dai 28 ai 34 anni, il quale nell'ambito dei sette giorni consecutivi si confronta con alcune situazioni ambigue e dai toni emotivi contrastanti nella loro apparente quotidianità. La doppia narrazione simultanea di ogni giornata/scena, alternata alla successiva con unaproiezione su quattro canali, crea un effetto enigmatico e inatteso in virtù della presentazione antinomica e coinvolge lo spettatore con un effetto includente e immersivo. (Comunicato stampa)




Fabio Civitelli - Tex Winter Sunrise - Sierra Nevada (2013) Fabio Civitelli - Tex Walpi Pueblo - cm.40x60 Fabio Civitelli: Senza Frontiere
termina il 29 luglio 2016
Ca' di Fra' - Milano
gcomposti@gmail.com

Fabio Civitelli, disegnatore tra i più conosciuti nel mondo texiano, collabora con la Sergio Bonelli Editore da più di trent'anni. Artista tra i più apprezzati dagli amanti della Nona Arte, firma la seconda mostra a Ca' di Fra' (2012). Quest'occasione, però, è sensibilmente differente poiché sarà una personale unicamente di opere su tela. Un vero e proprio battesimo per un "Civitelli artista"; un ingresso a pieno titolo in un territorio nuovo... La questione se il Fumetto sia o meno Arte risulta ormai stucchevole, se non semplicemente superata dai fatti. Unico strumento necessario per dirimere la questione: uso degli occhi. Perfetto equilibrio di ogni elemento; Ogni singolo puntino o linea, ombra o tratto ha una sua assoluta necessità e ragion d'essere... una ineluttabile necessità di esistere. Opere ricche di riferimenti storico - artistici, mai improvvisate.

Le tele di Fabio Civitelli raccontano una storia intera in un unico istante, sospesa tra "tempo dei sogni e dei giochi" e "tempo della riflessione". La passione di Fabio Civitelli per la Storia della Fotografia e del Cinema è palpabile; Il lavoro raffinato e colto; a più livelli di decodificazione. I cieli di Michael Kenna, l'intensità di Paul Strand, i paesaggi sconfinati di Ansel Adams, ma anche i tagli cinematografici di George Romero, le inquadrature de La Mummia di Karl Freund (film con Boris Karloff del 1932), Nosferatu, film muto del 1922 diretto da Friedrich Wilhelm Murnau, sono il palcoscenico delle sue opere. Il Fumetto è Arte. Il lavoro di Fabio Civitelli lo testimonia in ogni "punto", rivelando una trasversalità di linguaggi (fotografia, pittura, fumetto) e suggestioni affascinanti. La mostra si compone di una ventina di opere su tela. (Comunicato stampa Manuela Composti)




Opera di Anka Krasna Opera di Bogdan Cobal Opera di Marijan Drev "Pordenone in Europa - l'Europa a Pordenone"
"Contra-Posto"
I premiati Dlum 2015
Bogdan Cobal | Anka Krašna | Marijan Drev


termina il 30 giugno 2016
Associazione culturale La Roggia - Pordenone

Bogdan Cobal (Zrenjaninu, 1942) si é diplomato presso l'Accademia di Belle Arti di Lubiana, Dipartimento di pittura nel 1967. Tanti anni lavorava come professore di pittura e teoria presso il Dipartimento di Belle Arti della Facoltà di Pedagogia, Università di Maribor. Adesso insegna la teoria di pittura presso la Facolta di tecnica, Università di Maribor. Ha partecipato ad tante mostre personali e collettive, numerose collonie d'arte. Ha ottenuto vari riconoscimenti e premi (Premio Glazer - Commune di Maribor, tanti premi Dlum) ed è in Dlum (Associazione di Belle Arti Maribor) e ZDSLU (Associazione generale di Belle Arti di Slovenia).

Marjan Drev si è diplomato presso l'Accademia di Belle Arti di Lubiana, Dipartimento di scultura (prof. Zdenko Kalin, Slavko Tihec, Dušan Tršar). Seguendo i corsi post-laurea presso la stessa Accademia ottiene un master e nel 2015 a conseguito il dottoratto in teoria di scultura (prof. Jožef Muhovic). E' autore di numerose sculture pubbliche e fontane in tutta Slovenia. Ha realizzato numerose mostre personali, partecipazioni a numerevoli mostre collettive in Slovenia e all'estero. Ha ottenuto vari riconoscimenti e premi (due volte Dlum) ed è in Dlum (Associazione di Belle Arti Maribor) e ZDSLU (Associazione generale di Belle Arti di Slovenia).

Anka Krašna (Maribor, 1950) si è diplomata presso l'Accademia di Belle Arti di Lubiana, Dipartimento di pittura nel 1976 (prof. Gabrijel Stupica - pittura, prof. Franc Kokalj - vitraille). Seguendo i corsi post-laurea presso la stessa Accademia ottiene un master nel 1979 (prof. Jože Ciuha e prof. Marjan Tršar). Viaggi di studio nel Asia, America ed Europa, finalmente il soggiorno a Cité Internationale des Arts di Parigi. Da tanti anni lavora come professoressa di pittura presso il Dipartimento di Belle Arti della Facoltà di Pedagogia (Università di Maribor). Ha partecipato ad oltre 80 mostre personali e 180 collettive, numerose collonie d'arte. Ha ottenuto vari riconoscimenti e premi (1995 Premio UGM - Galleria di Belle Arti Maribor, 2004 Premio Glazer - Comune di Maribor, 1996/2015/2016 Premio Dlum, 2015 Premio ZDSLU ecc) ed è in Dlum (Associazione di Belle Arti Maribor) e ZDSLU (Associazione generale di Belle Arti di Slovenia). (Comunicato stampa)




Locandina mostra Nel cuore dell'arte Nel cuore dell'arte
2a edizione, 01-30 giugno 2016
Artstudio50 - Firenze
www.artstudio50.net

Mostra a cura di Gabriella Machne della Bottega d'arte Amèbe di Trieste e di Raffello Mastroberardino di Artstudio50 Firenze. Espongono: Alberto Crismani, Carla Dovier, Susanna De Vito, Aldo De Vidal, Antons Feduns, Mirella Granduc, Patrizia Mikol, Erika Musmeci, Francesco Martinuzzi, Gabriella Machne, Rezja la Piturante, Bruna Zazinovich. "E' con vero piacere che ritorniamo ad esporre a Firenze, nella stessa galleria e nello stesso mese del 2011. Un ricordo bellissimo. I dodici artisti sono presentati in un catalogo e una sezione è dedicata a chi non ha potuto materialmente partecipare alla collettiva fiorentina, ma sono "virtualmente presenti". A tutti gli artisti auguro un buon ricordo e un buon esito per questa collettiva che ci vede ancora una volta "Nel cuore dell'arte". (Gabriella Machne - Curatrice artistica - Bottega d'arte Amèbe Trieste)

Erika Musmeci si esprime con il disegno e predilige il carboncino e la sanguigna. I suoi lavori, sospesi tra il moderno e la memoria classica, seguono il tratto morbido e sinuoso. Ricercatezza e stile sono alla base di questi disegni figurativi che risaltano sopratutto nei particolari sfumati. Susanna De Vito, d'ispirazione cubista, usa colori acrilici. Ricerca la costruzione dell'insieme, la scomposizione del reale e la reinterpretazione della prospettiva tradizionale. Ma sono i colori, studiati e intensi, che determinano il suo stile. I disegni originali, le velature e le sovrapposizioni cromatiche danno vita ai dipinti con tocco romantico.

Aldo De Vidal (Lorenzago, 1912-2006), dipinse fin da giovane. Negli anni '40 conobbe Emilio Vedova, arricchendo così il suo bagaglio artistico, tecnico e culturale. Nel 1948 partecipò alla 24esima Biennale di Venezia. Espose anche a Buenos Aires, Rio De Janeiro e al Museo "Puskin" di Mosca. Ha scritto di lui il noto regista Ermanno Olmi: (...) In tanta eccentricità dell'arte in generale, nelle opere di De Vidal si avverte, sin dal primo sguardo, come Egli dipinge per convinzione e non per convenienza. (...) Passione e ballo sono i due elementi fondamentali che uniscono le opere pittoriche di Viviana Zinetti. Ballerina classica dalla brillante carriera, che l'ha vista esibirsi nei migliori Teatri, ha trovato una nuova dimensione artistica nella pittura e, in particolar modo, nei quadri che rappresentano il Tango. In questi lavori s'intravede "l'improvvisazione" del Tango, la sua eleganza, la sua passionalità".

Iscritto all'Associazione Madonnari d'Italia (Ami), Francesco Martinuzzi partecipa a vari raduni soprattutto in occasione dell'Assunta il 15 agosto nella piazza delle Grazie a Mantova. Dopo una lunga pausa artistica, recentemente si è avvicinato nuovamente alla pittura. Si dedica ai ritratti e soprattutto ai paesaggi cittadini, cimentandosi in scorci di una Trieste poetica e nostalgica, come i colori tenui che usa. Bruna Zazinovich, pittrice, è appassionata anche di fotografia. Pur rimando sempre fedele al figurativo più classico, (ha studiato con il M° Claudio Cosmini), sente l'esigenza di sperimentare altri stili. Di notevole effetto sono i suoi "informali" definiti da lei "shakj dripping" (sgocciolato agitato).

Mirella Granduc realizza quadri in tecniche diverse (olio, collage ecc.). Ora figurativi ora informali, dai suoi lavori emerge spesso l'Amore per la Natura. Di notevole espressione artistica sono i dipinti d'ispirazione impressionista. Colori vivi e sfumature sostengono il cromatismo fatto di tonalità a volte insolite, facendo vibrare l'occhio di fantasia. Il personalissimo stile Rezja la Piturante si può definire una "pittura fantastica". Ricca di metafore, racconta di "storie nascoste" dove a parlare sono i simbolismi, proiettando il fruitore in un mondo fatto di scorci e situazioni reali descritte poeticamente. Il cromatismo acceso e brillante sottolinea la sua arte pittorica che la identifica in modo originale e unico.

Nel corso degli anni Antons Feduns si è specializzato nei tatuaggi. Un'arte, questa, che fa risaltare la sua padronanza nel tratto e nella tecnica. Di notevole bravura sono i suoi quadri. Dallo stile moderno, alterna tranquilli paesaggi e seducenti donne. Sopratutto nei ritratti, si evince la ricerca di fondere assieme la figura e ciò che gli fa da contorno (sfondo, particolari ecc.), mettendo così in risalto il soggetto scelto. Carla Dovier, conosciuta e apprezzata soprattutto per i ritratti, di notevole bellezza sono anche i suoi personaggi incastonati in scenari poetici. Queste sono le sue principali caratteristiche della sua arte pittorica. Mentre i ritratti ci sorprendono poeticamente con sguardi intensi, i paesaggi sono immagini di un tempo quasi sospeso tra il ricordo e il presente, lasciando in chi guarda attimi nostalgici.

Patrizia Mikol ha affinato una sua espressività che nasce con taglio impressionista ma che poi si fa via via più rarefatta per proporre visioni di scorci paesaggistici ed urbani che diventano quinte esistenziali, un fermo immagine di una natura immortalata nel silenzio che conduce ad una poetica tranquillità, questa è la cosa che più desidera esprimere nei suoi dipinti. Alberto Crismani, pittore che si diletta anche con la fotografia, dall'amore per l'Africa riporta sulle tele colori scintillanti, vivi e brillanti. Sfumature e tratti spontanei sono ricchi di ricordi. La poesia che traspare è nostalgica, a sottolineare un'animo sensibile.

Marco Madeddu, artista creativo e originale, unisce arte e luce elettrica."Dopo le grige e fumose guerre, emergono all'orizzonte le vele colorate della Pace". Da questo punto di vista dell'artista nascono le "Vele sul golfo di Trieste" della foto a lato. L'opera è realizzata in legno e acciaio verniciato nero lucido unita con l'alta tecnologia LED e con acciaio, policarbonato, alluminio,elettronica, effetto specchio infinito. Misure in cm. h.154-L.86-P.22 David Cej sperimenta varie tecniche e utilizza materiali diversi. Nell'ultimo periodo si cimenta in un genere astratto-informale, usando delle stesure miste, con malte composite, colle, colori acrilici ed altri ingredienti. Si distingue per la cromaticità intensa accostata ai dettagli che hanno un senso. I suoi quadri s'ispirano al mare, ai fiumi, alle montagne, interpretando i paesaggi che lo circonda in chiave personalistica dove tutto è vita. Compaiono spesso il sole e la luna abbinati a pianeti immaginari frutto della sua fantasia

Loredana Riavini, conosciuta soprattutto per le sue poetiche case del Carso triestino, si diletta anche a rappresentare scorci di vita rurale con un tocco di simbolismo. Una pittura figurativa originale, dove i particolari si ammalgamano con l'insieme dei colori caldi e tenui. Una pittura d'autore semplice e ricercata allo stesso tempo. Per questi lavori su tela, Marino Salvador ha usato colori acrilici e dipinti a pennello. Si possono definire un astratto geometrico istintivo perche li disegno è di getto, lasciando che la mano vada seguendo l'istinto. Questo fa parte di una quarta fase dell'artista, dopo i quadri sul corpo umano, le sculture e le serigrafie, sempre nella ricerca del suo vero stile.

Claudio Martincic con maestria e poesia rappresenta in modo reale paesaggi e scorci cittadini. In particolar modo sono d'apprezzare le immagini nostalgiche di "un'archeologia industriale" ricca di ricordi che parla nostalgicamente di un passato fatto di lavori manuali e di fatica. Questi due quadri sono stati premiati a due concorsi pittorici della Bottega d'arte Amèbe di Trieste. Carla Fiocchi è attratta dall'esperienza della pittura en plein air che la coinvolge in modo appassionato. La tavolozza ha toni delicatamente malinconici, ma allo stesso tempo gioiosi e solari, e la luce è sempre protagonista. La tecnica è principale è olio su tela, oppure su carta.

Sergio Machne, artista dal talento naturale, si diletta con piccole sculture, con disegni a matita e predilige la pittura ad olio su tela. I suoi temi preferiti sono i paesaggi e i ritratti di personaggi celebri. Da giovane ha studiato musica, sax tenore, ed è stato allievo del M° Stelio Licudi. Ha suonato in varie bande cittadine. Lo stile pittorico di Gabriella Machne è "informale-intuitivo". Le forme create non partono da un soggetto ma dalla casualità che la stesura del colore, unita alla tecnica base, lascia intravedere e che poi viene lavorata. Con il suo stile inconfondibile, riporta su vetro, stoffa, legno e carta le acquatiche sensazioni dei suoi quadri, creando pezzi unici: capi d'abbigliamento, arredamento ecc. Nel 2007 l'Ass.to all Cultura del Comune di Trieste le ha conferito una targa per l'attività artistica. Curatrice artistica, organizza mostre, concorsi, corsi; presenta artisti, libri, ecc. (Comunicato stampa)




Pietro Nobile
Viaggio artistico attraverso l'Istria
Motivi istriani di inizio Ottocento


termina lo 09 luglio 2016
Biblioteca Statale Stelio Crise - Trieste

In concomitanza con l'uscita del catalogo trilingue Viaggio artistico attraverso l'Istria (Histria Editiones, 2016) e dopo gli allestimenti di Pola, Fiume, Abbazia e Capodistria, l'omonima mostra Pietro Nobile - Istarski motivi pocetkom 19. stoljeca | Motivi istriani di inizio Ottocento | Istrski motivi z zacetka 19. stoletja approda con nuovi contenuti a Trieste, città adottiva dell'ingegnere-architetto ticinese. La raccolta di 82 disegni propone vedute di paesaggi, panorami e monumenti relativi a località istriane realizzati da Nobile intorno al 1815, in veste di responsabile della Direzione delle Fabbriche di Trieste. La mostra è organizzata dal Polo Museale del Friuli Venezia Giulia e dalla Società Umanistica Histria, in collaborazione con l'Archivio di Stato di Fiume, il Museo storico e navale dell'Istria di Pola, e la Comunità degli Italiani "Santorio Santorio" di Capodistria. (Comunicato stampa)




Sezioni trasversali 4x2+1
Archetipi visivi del paesaggio contemporaneo
Domenico Carella - Federico Guerri - Barbara La Ragione - Luca Piovaccari


termina il 30 giugno 2016
ACMA Centro Italiano di Architettura - Milano

Progetto espositivo che vede protagonisti gli artisti Domenico Carella, Federico Guerri, Barbara La Ragione e Luca Piovaccari che, coerentemente con le scelte attuate nelle rispettive ricerche, affrontano un dialogo e un confronto con il tema architettonico.  Ciascuno degli artisti, infatti, nel rispettivo lavoro, ripensa l'ambiente, la struttura, la funzionalità, il pensiero e l'idea di architettura, concetto che viene declinato attraverso tecniche e materiali differenti, scelte orientate ad una sperimentazione dei media pittorico, fotografico e scultoreo. Tutte le opere suggellano una peculiare attitudine nel superare ogni convenzionalità formale e accademica, ripensando le rispettive tecniche in modo personale e puntuale, frutto di uno specifico linguaggio sviluppato dai singoli artisti nel corso degli anni.

Il contesto dell'artificialità degli ambienti umani, e delle relative costruzioni, si ri-legge nelle opere proposte attraverso un'indagine che insiste sul principio archetipale del progetto stesso che si definisce sempre con una dimensione di pensiero attenta a comprenderne e indagandone, tra realtà e immaginazione, sollecitudini, tensioni, immaginari secondo nuovi parametri e orientamenti. Lo sviluppo architettonico si destituisce dalla sua dimensione tecnica per accedere alla complementarietà di originali visioni che, intrecciandosi e confrontandosi, muovono verso gli orizzonti di nuove estetiche e riflessioni, sono queste ad accompagnare lo sguardo alla percezione di letture che, con stimoli singolari, si generano in esperienze non abituali.

L'architettura viene riletta da Domenico Carella attraverso un'antica mappa di Milano, che nella rielaborazione subita per l'occasione diventa una sorta di fondale/struttura, un cortocircuito tra l'arcaicità della rappresentazione (e dei lunghi testi didascalici affiancatigli) e l'aspetto post-modernista dato dagli interventi gestuali dell'artista, che riconfigurano con due colori (oro e argento) la suddivisione degli spazi urbani. Federico Guerri utilizza un segno scritturale essenziale impresso da un elemento grafico minimo ripetuto con il quale - quasi fossero immaginari mattoni - compone un reticolo costruttivo complesso ed elaborato.

L'espansione progressiva del disegno che si genera apre alla definizione di ipotetiche architetture - simulacri di edifici antichi o avveniristici, ma anche di strutture desunte dalla natura - che si frappongono all'esperienza pittorica con cui si propongono sulle tele evanescenti mondi e ambienti provenienti da dimensioni sconosciute. Per Barbara La Ragione, l'architettura è un'estensione della mente - e del corpo - dell'uomo, nasce come una sorta di copricapo o di apparato e si fonde con il corpo in un nuovo individuo figlio della seconda età delle macchine. L'uso del mezzo fotografico, unito ad un intervento di (s)montaggio e completamento accentua l'effetto di straniamento tra la "presenza" del volto e l'artificialità della rappresentazione architettonica.

Infine Luca Piovaccari ricorre a sua volta alla fotografia che, adeguandosi alla consolidata scelta dell'artista di stampare le proprie immagini su carte da lucido trasparente, va a definire una realtà che perde il proprio contenuto di concretezza e trasforma ogni presenza riportata in una suscettibile messa in prova della percezione. Ogni visione da lui proposta recepisce il senso di transitorietà tanto della fotografia quanto della tangibilità del reale che, nelle trasparenze, evidenza la sua friabile e impermanente bellezza. Tutto pare svanire e scomporsi, alleggerendo quell'idea di stabile solidità delle nostre certezze. La mostra si completa di un catalogo pubblicato da Editore Gli Alberi con l'introduzione di Antonio Angelillo di ACMA e il testo critico di Matteo Galbiati e Kevin McManus. (Comunicato stampa)




Roberto Intorre - Argento e Corallo Roberto Intorre e Elena Cipolato
Arte Orafa degli abissi


termina il 30 giugno 2016
Bottega d'arte Gibigiana - Venezia

L'intenzione è quella di proseguire nel percorso intrapreso già con precedenti esposizioni, dando spazio e luce ad artisti che usano tecniche e mestieri antichi per esprimersi e creare le proprie opere.


Presentazione mostra




Mostra di Sam Havadtoy Sam Havadtoy: Only remember the future
termina lo 08 luglio 2016
Fondazione Mudima - Milano

La mostra curata da Attila Nemes, ripercorre, attraverso 40 opere, tra dipinti e sculture, la produzione recente di uno degli artisti più interessanti e originali della scena newyorkese, tra gli anni Settanta e Ottanta. Sam Havadtoy (Londra, 1952), cresciuto nell'Ungheria post 1956, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1972, dove ha iniziato a lavorare come arredatore d'interni, ha vissuto da protagonista sul palcoscenico di quella straordinaria stagione creativa, sviluppatasi nella seconda metà del Novecento a New York. In questi anni ebbe modo di conoscere e diventare intimo amico di John Lennon, Yoko Ono e di altre personalità quali Andy Warhol, Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, John Cage e molti altri.

La cifra espressiva più caratteristica del lavoro di Sam Havadtoy risiede nell'utilizzo del merletto, materiale insolito per l'arte contemporanea, ma il cui impiego trova riscontro nella memoria dei popoli dell'est Europa dove proprio il merletto intrecciava associazioni complesse con classe, religione, storia e moda. I suoi lavori si manifestano attraverso un processo che ricorda la formula di Paul Klee di "rendere visibile l'invisibile" e inizia spesso con un testo personale scritto direttamente sulla tela, poi cancellato con strisce di merletto, colore e con una successiva sovrapittura che dona tridimensionalità alla tela stessa. Quello che ne consegue è una composizione stratificata che ricorda i palinsesti, ovvero quei manoscritti di papiro o pergamena, di epoca antica o medievale, dove il testo originario veniva lavato per fare spazio a un altro scritto.

L'esposizione testimonia il forte legame di Havadtoy con l'Italia, "il mio paese di adozione", com'ebbe modo di affermare. E' proprio in Italia, nel 2008, che il suo lavoro subisce una decisa trasformazione, che si traduce in una tavolozza di colori fino ad allora sconosciuta. Invitato da amici a trasferirsi in una casa affacciata sul mar Mediterraneo, Havadtoy seppe cogliere le suggestioni che gli provenivano dal paesaggio circostante. La tecnica divisionista che caratterizzava la sua opera si arricchisce di una luminosità più gioiosa e serena. Lo stesso artista ricorda come "Dipingere sul mare, attorniato dai miei nuovi amici mi ha fatto comprendere che il prezzo della mia nuova vita doveva essere la perdita o eventualmente la trasformazione di quella vecchia. Tutti i ricordi del passato, evocati da quei puntini che mi hanno aiutato ad arrivare a questo momento della mia esistenza, mi hanno dato una nuova direzione. Non significavano più perdita, piuttosto crescita e realizzazione".

Anche dal punto di vista tematico, l'Italia è molto presente nelle pitture e nelle sculture di Sam Havadtoy. In mostra, infatti, si trovano molti dei suoi d'après, tratti da opere di Boccioni, di Modigliani, oltre che di Giorgio Morandi, uno dei maestri che più l'hanno influenzato, per il puro piacere della pittura e la ricorrente qualità dei suoi colori e soggetti. Ma anche il genio italico non manca di stupire Havadtoy. Non è un caso che sia una vera Fiat 500 d'epoca, decorata con la sua caratteristica tecnica a merletto, ad accogliere il visitatore. Così come la scultura di Pinocchio concentra la sua attenzione su un personaggio di fantasia della letteratura italiana che ha saputo farsi conoscere ben oltre i confini della nazione.

Il luogo che accoglie la mostra racchiude inoltre un significato altamente simbolico per Havadtoy. E' qui nel 2008 che tenne la sua prima personale italiana, nello stesso spazio in cui si sono alternati alcuni dei precursori modernisti quali Alan Kaprow, Marcel Duchamp e John Cage, e dove ebbe modo di conoscere lo storico dell'arte Arturo Schwarz che è diventato ben presto suo amico, mentore ed esegeta. A Milano, ci sarà l'occasione per ammirare la serie inedita Doors. Sono porte dipinte, 14 come le stazioni della Via crucis, che simboleggiano i momenti di passaggio e di sofferenza che ogni uomo esperimenta lungo tutto il corso della sua vita. Accompagna la mostra un catalogo Fondazione Mudima edizioni. (Comunicato stampa)




Opera di Giuliano Dal Molin Giuliano Dal Molin: Into the Emptiness
termina lo 08 luglio 2016
Galleria Davide Gallo - Milano
www.davidegallo.net

Giuliano Dal Molin (Vicenza, 1956), dopo un decennio di sperimentazione, sia a livello formale (dalla figurazione all'astrazione), che in termini di indagine sul materiale, approda, nella seconda metà degli anni '80, ad una sintesi geometrica della forma-colore, che lo avvicina alla migliore tradizione italiana dell'Arte Minimale e Spaziale. La sua ricerca però, a differenza di quelle già note, che raccontano lo spazio attraverso una palese deformazione della tela, e a differenza dell'astrazione monocromatica, trova la sua autonomia in due elementi, ancora non troppo esplorati dai linguaggi contemporanei: la prospettiva e il vuoto.

Per Giuliano Dal Molin, infatti, la prospettiva entra a far parte dell'opera in maniera decisa, poiché è proprio nel rapporto tra osservatore e spazio necessario alla visione, che l'opera definisce la sua identità. Le superfici di Dal Molin flettono, impercettibilmente, sfondano le une nelle altre, oppure sembrano coesistere pacificamente, ma la loro, in realtà, è solo una momentanea tregua, nello scontro di forze tra forma e colore. E' nella distanza, nella prospettiva, che l'opera di Dal Molin si definisce, e trasforma la semplice mutevolezza in raffinata ambiguità. Ma la prospettiva non è il punto di arrivo della sua ricerca, bensì uno strumento per affrontare una dimensione ancora più profonda: il vuoto.

Ecco che le opere di Dal Molin diventano espressioni del vuoto, le superfici flesse, gli spazi colorati, non hanno valore per loro stessi, ma rimandano al vuoto, a quella non-forma che o contengono o suggeriscono. Il vuoto per Dal Molin è frutto di analisi matematica, strutturato secondo coordinate geometriche, nulla di metafisico, un'entità a sé che dà consistenza all'opera rendendola autonoma dallo spazio fisico, e che la ricolloca nello spazio mentale dell'osservatore. Il vuoto, le sue diverse qualità energetiche, è la diversa intensità del colore a saperla suggerire. Ecco perché il pigmento, nel lavoro di Giuliano Dal Molin è un grande protagonista, ed ecco perché è lui stesso, con sapere alchemico, a distillare il pigmento, dal quarzo, dai minerali, dal cristallo e dalle sabbie e questo processo altro non è se non una sublime comunione spirituale dell'artista con la sua opera. (Comunicato stampa)

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Tuesday, May 31 the Galleria Davide Gallo is pleased to present "Into the Emptiness", the first solo show in Milan, of the artist Giuliano Dal Molin. Born in Vicenza in 1956, after a decade of experimentation, both at a formal level (from figuration to abstraction), and in terms of investigation of materials, Dal Molin lands, in the second half of the 80s, to a geometrical synthesis between shape and color, that brings him closer to the best Italian tradition of "Arte Minimale" and "Spazialismo". However his research, despite those already known that narrate the space through an evident deformation of the canvas, and despite the monochromatic abstraction, identifies its autonomy in two elements, not yet explored by contemporary languages: perspective and emptiness.

For Giuliano Dal Molin, in fact, prospective becomes part of the art process in a decisive way, because the work defines its identity through the relation between the observer and the space necessary to the vision. The surfaces of Dal Molin flex, imperceptibly, break one into each other, or seem to coexist peacefully, but also in this case it is just a momentary truce, in the clash of forces between forms and colors. It is in the distance, through the prospective, that the work of Dal Molin defines itself, and transforms its simple variabilità, in a refined ambiguity. Prospective is not the arrival point of Giuliano Dal Molin research, but rather a method, an instrument, to face an even more important and profound dimension of art: the emptiness. So, the work of Dal Molin become expressions of emptiness.

The flexed surfaces, the colored areas, do not have value for themselves, but refer to the void that either contain or suggest. The emptiness, for Giuliano Dal Molin, is the result of a mathematical analysis, and not something of metaphisical. It is known through geometric coordinates, an entity by itself which makes powerful the art work, and independent from the physical space, relocating it in the mental space of the observer. The different energetic qualities of emptiness, are suggested by the different intensity of the colored surfaces. That's why the pigment has a big importance, and that's why, as a contemporary alchemist, he distills by himself the pigment from quartz, minerals, crystals and sands, and this process put the artist in a sublime spiritual communion with the his work. (Press release)




Franco Fanelli - L'opera incisa Franco Fanelli: L'opera incisa
termina lo 03 luglio 2016
Palazzo Poli - Roma

Attraverso una cinquantina di incisioni datate dalla metà degli anni Ottanta a oggi, la mostra ripercorre l'opera di uno dei maggiori incisori italiani contemporanei. Il percorso in cinque sezioni non è cronologico ma tematico e accosta opere di diversi periodi. Le "Geografie" costituiscono una sorta di atlante di luoghi immaginari, spesso ispirati dalla letteratura noir anglosassone, ma anche da riferimenti simbolisti e dalla poesia elisabettiana e barocca. "Sibyllae" è il titolo di una serie di sei incisioni di grande formato che documenta, alla fine degli anni Ottanta, la prima maturità dell'autore. Le pesanti matrici diventano scudi ed emblemi che recano i nomi delle Sibille michelangiolesche e che emergono da un magma materico ottenuto da stratificazioni di tecniche, da "pentimenti" e riprese che tramutano le lastre in palinsesti.

Ritratti di pugili, lottatori e rapper afroamericani, talora rivisitati nell'iconografia dell'«uomo d'arme» cinquecentesco, sono invece i protagonisti delle lastre incise tra gli anni Novanta e Duemila esposti nella sezione «Nigredo». Anche in questo caso affiorano nei titoli riferimenti letterari, dal demone marino Davy Jones evocato da Melville nel Moby Dick a Tom Corbin, eroe di un racconto di Conrad. Antecedenti a questi ritratti sono, negli anni Ottanta, le piccole incisioni raffiguranti metamorfiche creature marine, ibridazione tra iconografia classica e i mutanti di H.P. Lovecraft.

L'«Archeozoologia» immaginata da Fanelli nei primi anni Duemila è un'altra forma di ibridazione, laddove la ricorrente immagine della scimmia cinocefala diventa elemento simbolico ma anche decorativo in vasi ispirati al pastiche archeologico piranesiano. L'archeologia visionaria, ancora sulle orme di Piranesi, è infine il tema dell'ultima sezione: il "Voyage Pittoresque" dell'autore inizia dalla natura pietrificata eppure metamorfica ispirata sia dal Gordon Pym di Edgar Allan Poe sia dalla poesia di John Donne e alla sua "Anatomia del mondo" (senza dimenticare i tormentati paesaggi dei seicentesco Hercules Seghers), prosegue con due scorci dell'arco romano di Orange abitato da protomi di scimmie e da avvoltoi e approda, nelle opere più recenti, nelle due acqueforti intitolate "Il sogno dell'archeologo".

Sono cave immaginarie, veri e propri luoghi mentali, «encefali di pietra» da cui affiorano i frammenti di un'antichità d'invenzione e le testimonianze di misteriose civiltà. Filo conduttore di tutta l'opera incisoria di Fanelli è il ricorso alle tecniche tradizionali dell'incisione, dall'acquaforte alla puntasecca, dal bulino all'acquatinta, dalla vernice molle alla maniera nera, quasi sempre compresenti su matrici di forte impatti scultoreo, contrassegnate da un insistito lavoro di "scavo" e da continue rielaborazioni. Completano la mostra una selezione di matrici e il libro d'artista Polvere, sassi, oli con poesie di Alberto Toni e sei incisioni originali di Fanelli. In catalogo, realizzato a cura della Fondazione Sardi per l'Arte di Torino, testi di Maria Antonella Fusco, Dirigente dell'Istituto centrale per la grafica, Fabio Fiorani, curatore della mostra, e di Renzo Mangili, storico dell'arte, e un'ampia antologia critica.

Franco Fanelli (Rivoli - Torino, 1959) dal 1987 è docente di Tecniche dell'Incisione presso l'Accademia Albertina di Belle Arti. Ha esordito come incisore nel 1985, con la collettiva «Giovani Artisti a Torino», Palazzo degli Antichi Chiostri, Torino. La sua prima mostra personale, «Uncharted», è del 1987 presso la galleria Documenta di Torino. Ha esposto in mostre monografiche anche alla Galleria Franco Masoero di Torino (1989), alla Galleria il Bisonte di Firenze (1995) e alla Galleria dell'Incisione di Brescia (2004). Tra le mostre recenti, le personali del 2012 presso le gallerie Colophon di Belluno e Simone Aleandri Arte Moderna di Roma e del 2013 alla Galleria Carte d'Arte di Catania. (Comunicato Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Annamaria Buonamici - olio su vetroresina "ARTinCLUB 4" - Arte Contemporanea alla Residenza d'Epoca
Dipinti di Annamaria Buonamici


termina il 30 settembre 2016
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com

Mostra di pittura, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. In esposizione una serie di recenti dipinti dell'artista Annamaria Buonamici. L'iniziativa ARTinCLUB, giunta alla quarta edizione, nasce con l'intento di offrire al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Annamaria Buonamici (Lucca, 1954) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in Italia e all'estero. I suoi dipinti sono realizzati con una tecnica personalissima, mediante la quale l'artista dipinge sul retro lastre trasparenti di vetroresina con colori ad olio. Il suo universo creativo è focalizzato sull'osservazione del paesaggio naturale: attraverso continui giochi di sovrapposizione ed effetti di contrasto, la pittrice rappresenta la natura con suggestive combinazioni cromatiche, nel tentativo di coglierne l'essenza più profonda. La mostra è corredata di catalogo con introduzione di Gianni Costa. (Comunicato stampa)




Opera di Fabio Di Bella Eugenio Vanfiori - pungiball Fabio Di Bella | Eugenio Vanfiori: Il gioco
termina il 15 settembre 2016
Impresa Sociale Ad Formandum - Trieste

La mostra organizzata con il concorso dell'Associazione Juliet sarà presentata da Camilla Pasqua. Entrambi i due autori sono componenti del collettivo artistico "Spazio Libero Officina Artistica" insieme a M.Saija, O.Sturniolo e S.Marino. Il tema conduttore che unisce questi due autori è quello del gioco, come emerge anche dal titolo della mostra. Le carte da gioco nel primo caso e il soggetto delle giostre nel secondo. Di Bella utilizza l'iconografia del mazzo di carte e la sua struttura bidimensionale, per trasformarla nelle sue opere sia in impianto scenografico, sia in personaggi che interagiscono in quello spazio dove tutto può esistere e prendere forma.

L'attenzione di Vanfiori si sofferma sulle giostre e le attrazioni del Luna Park, perciò il suo processo è inverso, visto che dalla grande dimensione si passa a una scala ridotta. Egli utilizza la rappresentazione di questi "macchinari ludici rotativi e luminescenti" per dialogare con il fruitore, ma attrezzato dalle suggestioni della gioia per il divertimento e la paura per ciò che si presenta saltuariamente nei periodi di festa, per quel mondo ignoto e misterioso che si dichiara presuntuoso con i suoni e i colori di questi immensi "giocattoli". (Comunicato stampa)




La Forma della Città La Forma della Città
termina il 13 agosto 2016
Galleria Eduardo Secci Contemporary - Firenze
www.eduardosecci.com

La Forma della Città propone una serie di posizionamenti nel rapporto tra l'artista contemporaneo e lo spazio urbano indagato come luogo in cui si sviluppano tensioni sociali, trasformazioni culturali e il senso stesso della storia. I sette artisti coinvolti, Elena El Asmar, Andrea Galvani, Michele Guido, Margherita Moscardini, Marco Neri, Luca Pancrazzi, Giuseppe Stampone, sono stati chiamati a confrontarsi con il valore ambivalente della città nella tradizione di matrice europea: la forma creata per fondazione o stratificazione nei secoli e il suo diluirsi nell'espansione incontrollata del Novecento, con la dissipazione di quella continuità tra spazio e abitanti che per secoli ha garantito il legame tra comunità e produzione culturale.

E' quindi un progetto incentrato sulla facoltà critica dell'artista e sul modo in cui il suo sguardo può comprendere la storia. I sette artisti forniscono altrettanti punti di osservazione per reinterpretare l'architettura, lo spazio urbano, le diverse declinazioni della sfera pubblica, tra memoria e vertigine immaginativa, tra senso del politico e forme del poetico. In mostra la varietà dei linguaggi e degli esiti formali (in lavori quasi sempre realizzati espressamente per questo progetto) si ricompone in un percorso giocato su due fattori comuni: la scelta di opere quasi sempre bicrome, e una varietà di livelli ottici che obbliga l'osservatore a muoversi tra la superficie e la visione panoramica dell'opera.

L'installazione a parete di Marco Neri mette in scena un interno urbano con una tessitura bidimensionale che rivela la natura geometrica della città. La sua uniformità (alienante nell'edificazione intensiva), rappresentata come mappa e come ritratto di periferia, vibra grazie alla variazione fornita dalle scelte individuali. Nel lavoro di Michele Guido la geometria è quella della matrice rinascimentale, a partire dalla definizione delle forme pure (il cerchio, il quadrato) fino alla pianificazione del colonialismo. Nelle serigrafie, nei disegni e nella grande scultura, Guido utilizza gli strumenti della ricerca storiografica per mettere in evidenza il rapporto tra l'idea della città e la sua immagine reale. Anche il lavoro di Elena El Asmar, qui formalizzato in tre grandi arazzi, si svolge come un continuo "esercizio del lontano", coniugando la dimensione mentale dei luoghi con la loro realtà tangibile.

A partire dalla figurazione della memoria, e nel suo incontro con i materiali, le città fenicie dell'artista si ramificano lungo i confini del paesaggio toscano, dell'architettura postmoderna, dello spazio immaginato. La città si dissolve nell'opera di Andrea Galvani lasciando emergere un paesaggio notturno e onirico: le sue fotografie mostrano spazi limitrofi della città come autentiche apparizioni, conducendo lo spettatore in un'osservazione del quotidiano vibrante e inedita. Le città su specchio e su rete di Luca Pancrazzi rivelano uno sguardo sul margine, tra prospettive ripidissime e visioni macroscopiche. L'artista elabora sottrazioni cromatiche e sintesi formali che puntano a un' estetica divergente dello spazio urbano, dove le visioni delle periferie e i passaggi radenti sono il sintomo di un movimento continuo.

Giuseppe Stampone compie una critica delle icone della società occidentale: le sue opere su carta creano piccole deflagrazioni di senso che mettono in discussione le relazioni tra il potere e la complessità sociale. In una grande installazione la negazione dell'ovvietà del visibile indica il legame tra dominio e forma della città. Lo sguardo di Margherita Moscardini si pone da dietro le quinte di una resistenza civica che individua proprio nello scarto, nell'errore, nello spazio liminale, la possibilità di nuove narrazioni, individuali e collettive. Gli artisti hanno indicato le proprie bibliografie legate alla forma della città: una scelta dei libri che hanno informato i loro sguardi sarà disponibile in galleria, per la consultazione e la vendita, grazie a una collaborazione con la Libreria Brac di Firenze. (Comunicato stampa)




Christian Megert - Mobile - legno, specchio 1965 Christian Megert: Attraverso la scultura
termina il 29 luglio 2016
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

"Attraverso la scultura" rappresenta l'inizio di un progetto che intende rendere omaggio all'artista in qualità di scultore, proponendo un percorso attraverso una selezione di sculture dagli anni Sessanta sino ai nostri giorni. La scultura di Megert si basa su forme astratte-concrete che egli realizza utilizzando materiali differenti, come vetro, granito e marmo, e che consentono grazie alla loro superficie lucida, e a sua volta riflettente, di catturare la luce dell'ambiente e rispecchiare lo spazio circostante. Megert afferma di voler creare uno spazio senza limiti, senza inizio e senza fine, immobile e, allo stesso tempo, in movimento". La mostra attraverso una ricca selezione di opere, dalle tecniche e forme differenti, mette in luce la poetica dell'artista, che oscilla tra spazi reali e spazi irreali di vetro e granito. La scultura di Megert è riflessione dello spazio, rinnovamento nella comprensione del mondo attraverso lo studio delle diverse prospettive geometriche. Questo si rende evidente, in particolare nella scultura in granito rosso di forma cubica, del 1985, posizionata su base di plexiglass, la quale in un gioco di volumi, propone un dialogo tra pieni e vuoti, tra leggerezza e pesantezza e diventa luogo di contemplazione.

Christian Megert (Berna, 1936) ha partecipato attivamente alle ricerche artistiche del Gruppo Zero, fin dagli anni sessanta. Vive e lavora tra Düsseldorf e Berna. Nel 1961 Megert scrive il suo Manifesto Ein Neuer Raum (Un nuovo spazio), sintesi della sua ricerca artistica. Protagonista di numerose esposizioni personali, l'artista ha preso parte alle esposizioni del Gruppo Zero e a quelle dell'Arte cinetica in Europa. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni private e pubbliche, tra cui il Musée des Beaux Arts di Montreal, il Progressive Museum di Basilea, il Museum of Modern Art di New York, il Gropius-Bau di Berlino. (Comunicato stampa)




Opera di Filippo Capperucci Opera di Mimì Buffelli Opera di Giuseppe Patanè Opera di Adriano Castelli Opera di Eugenia Serafini Opera di Franca Maria Catri Scenari








Filippo Capperucci, Mimì Buffelli, Giuseppe Patanè, Adriano Castelli, Eugenia Serafini, Franca Maria Catri


termina il 21 ottobre 2016
Plus Florence - Firenze

"Scenari" si campiona ad essere, in una città come Firenze, lo specchio di un'arte di frontiera, assolutamente in movimento, ipermoderna, ipertesa, ipercolta, mente e cuore, ma anche progetto e destino della comunicazione estetica. E' con questo progetto, ideato e diretto dal Prof. Carlo Franza, che si vuole indicare e sorreggere l'arte nuova e, dunque, protagonisti e bandiere, bandendo ogni culto del transitorio per porgere a tutti il culto dell'eterno. Con "Scenari" si troveranno ad essere coinvolti, ogni volta, sei artisti con sei mostre personali. I sei di questo capitolo sono Filippo Capperucci, Mimì Buffelli, Giuseppe Patanè, Adriano Castelli, Eugenia Serafini, Franca Maria Catri.

Capperucci: Corsari della Libertà
Plus Florence - Piano Beige

"Filippo Capperucci è un protagonista originale della pittura italiana contemporanea, molto conosciuto non solo per le immagini strutturate con effetti di potente semplificazione, ma anche per il singolare bestiario, per i suoi insetti e animali mostruosi irti di aculei e gobbe. Capperucci cerca di capire e leggere il mondo prima di rappresentarlo, lentamente immaginando che non sia finita l'euforia, il gioco a colori di questo mondo animale da paradiso terrestre che sorprende per una realtà e certi abissi nascosti. D'altronde i sogni sono nelle mani degli angeli, mentre il bestiario umano che egli traduce a colori stordisce e disincanta. (...) Filippo Capperucci ha esplorato il nostro mondo carpendone anche quella parte fantastica che incanta non poco. La sua è stata un'invasione mentale niente affatto affidata all'avanguardia, ma capace di alimentare la curiosità del turista visivo. (...)". (Carlo Franza)

Filippo Capperucci (Parigi, 1955) ha frequentato l'istituto d'arte di Firenze e si è diplomato all'Accademia di Belle Arti, sezione scenografia, nel 1978. La sua pittura si è sempre mossa nell'ambito del figurativo, sperimentando modi diversi sia nel rappresentarlo che nell'uso del colore sulla tela. Molti suoi lavori sono a tecnica mista, con inserti di materiali vari che richiamano la tecnica del mosaico, collage e fotografia, creando l'effetto desiderato. Ha al suo attivo varie mostre personali. Dal 2005 ha iniziato la realizzazione di un mosaico murale nel giardino del proprio studio, prontamente battezzato " il giardino dei gatti felici". Il suo pensiero prevalente si rifà a una frase di F. Hundertwasser. "Un mondo pieno di colori e' sempre sinonimo di paradiso".

Mimì Buffelli: Armonie dell'Universo
Plus Florence - Piano Fucsia

"Tutta la nutrita serie di opere in mostra lascia leggere "la Puglia di Mimì Buffelli", la Puglia del sole e del fico, fortezza dell'antichità e porta della Grecia. Solo una attenta pittrice poteva inscenare sia il vigore storico che la favola meridionale divenuti per sua mano modulazione grafica e ritmo poetico, sorprendente sintesi che maggiormente racconta una singolarità espressiva sempre più magica e rarefatta. (...)Il suo neorealismo un po' necessariamente neoromantico impreziosisce le immagini raccolte, calate poi in una luce che arde di grazia metafisica (...)". (Carlo Franza)

Mimì Buffelli Russi (Salve - Lecce) ha tenuto mostre personali, collettive, marguttiane, itineranti, interessando le sedi e gli ambienti più disparati, sempre con una dichiarata volontà: quella di legare la sua passione alla fede pittorica. Le città che hanno ospitato le sue mostre le troviamo dislocate in tutta Italia, soprattutto in Puglia, comprese tra i paralleli di Altamura e Santa Maria di Leuca. I suoi dipinti sono stati utilizzati anche per illustrare libri, e sono state oggetto di studio da parte di studenti di licei artistici che hanno prodotto tesi su di lei.

Giuseppe Patanè: Mediterranea
Plus Florence - Piano Arancio

"(...) Narrazioni storiche, episodiche, geografiche, trafiggono il mare della visione esistenziale, così da far mostrare a Giuseppe Patanè, pur se rivolto in taluni momenti ad ambiti diversi come la moda, l'allegoria e la derivazione barocca del suo procedere sul reale, il repertorio delle sue immagini proiettate su situazioni sospese, la struttura dei volumi e delle connessioni pittorico - esistenziali, ed anche il suo fervore creativo(...)". (Carlo Franza)

Giuseppe Patanè (Catania), fashion designer dal carisma eclettico e passionale, con all'attivo corsi di tessile e creazione di costumi teatrali conseguiti all'Accademia delle Belle Arti, muove i primi passi creativi proprio nel cuore della Sicilia, sua terra natale; prima, in qualità di vetrinista, display manager e visual merchandiser, poi come direttore artistico, designer e stylist in diversi show room europei fino ad approdare al pianeta Moda, da sempre sua meta ideale. Da Parigi a Milano, inizia a collaborare fianco a fianco ad illustri griffe internazionali nella creazione di linee pret-à-porter donna per poi lanciare, nella stagione autunno-inverno 1996/97, una personalissima collezione che porta finalmente il suo nome.

Adriano Castelli: Luci Padane
Plus Florence - Piano Rosso

"(...) L'amore per il paesaggio italiano è quanto Castelli offre al destino di questo genere con cui colloquia con naturale ossessione da sempre. Eppure, si badi bene che nel paesaggio e nella grande pittura di questo artista italiano c'è tutta una lezione pittorica di forte rilevanza che trae umore da artisti che hanno iniziato la pittura moderna tra Ottocento e Novecento, che concede ad esso non una semplice rappresentazione dal vero, quanto una serie di vibrazioni sottili, capaci di svelare un sentimento lirico e meditativo, un immaginario fantastico che solleva il racconto nel colore, legandolo ad una condizione emotiva ed esistenziale. (...) Con Adriano Castelli va in frantumi l'immaginario classico e si scoprono le tracce di piccoli mondi che rielaborano la scena artistica e la qualità di certi riti. L'occhio cattura la nostalgia del postmoderno, con quell'invisibile e delicata polvere di colori che interagisce con il grido e l'eco dello spettacolo totale (...)". (Carlo Franza)

Adriano Castelli (Asola, 1955), dopo un lungo periodo dedicato alla grafica in bianco e nero dal 1977 inizia ad usare il colore con una valenza simbolica d'arte romantico nordica che si traduce nella serie delle porte, del 1982, dove i passaggi tonali dall'ombra alla luce alludono metaforicamente al ciclo e ai transiti dell'esistenza. Negli anni Ottanta Castelli accelera gli impegni espositivi anche in Germania. Gli scenari che ora i suoi pastelli costruiscono con calcolata misura trasportano in una dimensione aurorale le vedute monumentali piranesiane.

I paesaggi di Castelli sembrano anche recuperare il chiarore delle luci lombarde, iscrivendosi nella tradizione del paesaggio padano con suggestioni metafisiche e astrazioni liriche del tutto autonome. Il risultato di questo percorso è visibile nel ciclo "Le luci della sera" del 1990 a Palazzo Ducale di Mantova e successivamente, nel 1994, a Sirmione con la mostra "Harmonices Mundi" con opere ispirate allo scienziato Keplero. (...) Nel 2016 la collettiva "Quattro storie": storie simmetriche tra i due mari, quattro artisti, due italiani e due americani (Adriano Castelli, Stefano Spagnoli, Paulette Long e Michael Rizza) a cura di Mary Serventi Steiner al Museo Italo-Americano Fort Mason Center di S.Francisco in California.

Eugenia Serafini: Tra aurore e nubi del mondo
Plus Florence - Piano Azzurro

"E' da qualche tempo che questa straordinaria artista italiana mira a raccontare con le sue opere la salvaguardia del mondo e dell'ambiente (...). Ora attraverso un fibrillare di colori e segni, di macchie e lacerti del vedere, Eugenia Serafini in modo proprio sconvolgente ci consegna, costellazioni, vie lattee, stelle, pianeti e satelliti, arie e nuvole, e mille altre riflessioni oggettivate sull'universo. (...)" (Carlo Franza)

Eugenia Serafini, docente universitaria, artista e scrittrice/performer, giornalista, è stata allieva di Natalino Sapegno. Figura complessa e interessante, è stata docente di Storia dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Carrara e dell'Accademia dell'Illustrazione e della Comunicazione Visiva di Roma, e dal 1999 Docente di Disegno dell'Università della Calabria. Poeta performer e installazionista, lavora da anni alla contaminazione intermediale e all'arte totale, utilizzando e fondendo gli apporti di diversi rami creativi: da quello visivo-digitale a quello teatrale, poetico e musicale che utilizza nella creazione delle sue installazioni performative.

Direttrice editoriale dell'Artecom-onlus, ne ha ideato e dirige la Collana di Libri d'Artista e la Sezione per l'Ex-libris ed è responsabile delle rubriche di Arte e Letteratura Contemporanea della rivista FOLIVM. Numerose le sue pubblicazioni di saggi e monografie di artisti moderni e contemporanei. La sua ultima pubblicazione è il volume di poesia visuale e performativa con CD delle sue performances, Canti di cAnta stOrie (Roma, 2008), presentato dal professor Mario Verdone. Ha fondato nel 1998 il Museo di Arte Contemporanea "Micu Klein" di Blaj, in Romania. Ha vinto il Premio Leone d'Argento per la Creatività della Biennale di Venezia 2013.

Franca Maria Catri: La parola dipinta
Plus Florence - Piano Verde

"Avanguardia, nuova avanguardia quella di Franca Maria Catri, poetessa di lunga data con raccolte memorabili che io stesso in parte ho recensito, in particolare Psichiatria di stato (1977). Procede su un piano di consapevole impegno culturale, poesia e vita, poesia e storia, poesie che sono il racconto duro e severo di una vita senza retorica, con un verso spaziato, disteso, disarmonico a volte. Libri austeri e raccolti, in cui si legge amarezza, pietà, disgusto, una fede percossa, ma non avvilita nei destini del mondo. Poesia ideologica che è una profezia con cui la Catri pone una grossa e confortante ipoteca sulla realtà. (...) Toccanti i versi della Catri, perché fitti di accoranti memorie, di rimpianti, di strazianti figure e fatti della vita, di segni d'inquietudine e di incertezze. E la sua è una poesia alta, altissima, anche se vive una posizione di isolamento, di indipendenza esemplare". (Carlo Franza)




Opera di Michel Verjux Michel Verjux
termina il 15 luglio 2016
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Mostra personale dell'artista francese Michel Verjux che presenterà una serie di interventi pensati appositamente per gli spazi della galleria. Come scrive Michel Verjux nel testo in catalogo "Queste illuminazioni, proiezioni di luce, orientate, incorniciate e messe a fuoco, svelano chiaramente ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi. Esse producono, distribuiscono e diffondono questo agente fisico chiamato "luce" su qualcosa d'altro da se stesso (materia, forma, spazio, etc.). E generano e provocano, non solamente la luce riflessa, ma l'ombra (differenti generi di ombre), la rifrazione, la diffrazione e la dispersione, e alcuni altri fenomeni o epifenomeni.

A seconda di come sono orientate, inquadrate e focalizzate, queste proiezioni di luce creano, a contatto con lo spazio e i suoi elementi costitutivi (piani, volumi, etc.) delle rotture di continuità, dei frammenti, dei tocchi e delle forme libere le une in rapporto alle altre...". In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con la riproduzione delle opere in mostra, un saggio introduttivo di Tommaso Trini, un testo di Michel Verjux, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Buffoni, villani e giocatori alla corte dei Medici
termina l'11 settembre 2016
Palazzo Pitti - Firenze

La mostra presenta alcuni dei più bizzarri e inaspettati soggetti figurativi ricorrenti nelle collezioni medicee che, tra Cinquecento e Settecento, trovarono significative, e talvolta curiose, rappresentazioni artistiche. Si tratta di scene cosiddette 'di genere', un universo figurativo che nella acclarata gerarchia della pittura barocca, permetteva di illustrare, spesso anche con intenti morali o didascalici, diversi aspetti comici della vita sociale e di corte, quei temi ritenuti, cioè, altrimenti bassi e privi di decoro, indegni di una pittura alta, di soggetto sacro, mitologico o storico. Nella società apparentemente immobile dell'antico regime, cui danno volto nelle sale di Pitti i ritratti dei granduchi e dei gentiluomini della corte, la pittura 'di genere' diviene lo strumento critico che permette di attingere, attraverso l'arte, alla più variegata realtà del mondo.

Un campionario variopinto, quanto inaspettato, di personaggi della corte medicea, incarna l'ambivalente mondo della buffoneria e del gioco. Sono spesso personaggi realmente vissuti, cui erano demandati l'intrattenimento e lo svago dei signori, antidoto alla noia sempre in agguato tra le maglie del rigido cerimoniale spagnolesco. Così dimostrano il grottesco più sgradevole del Nano Morgante del Bronzino e, all'opposto, la leziosità cortigiana dei Servitori di Cosimo III de' Medici. La comicità di questi soggetti, non esente nel profondo anche da risvolti drammatici o almeno malinconici, si declina nei buffoni di professione, qui rappresentati nei tre tipi: della parola - abilissimi nelle acrobazie verbali e nelle improvvisazioni di spirito -; del fisico; e, infine, della devianza mentale come il Meo Matto di Giusto Suttermans. Partecipano inoltre alle buffonerie alcuni rustici, come la contadina Domenica dalle Cascine, raffigurata dal Suttermans - ritrattista ufficiale dei granduchi - nel quadro omonimo, che risulta saltuariamente stipendiata dalla corte per prestazioni da "buffone".

Appartengono invece al mondo della buffoneria di mestiere Alberto Tortelli e Giuliano Baldassarini raffigurati da Niccolò Cassana in veste venatoria, sospesi dunque tra il piano figurativo dell'ambientazione arcadica, non altrimenti qualificati di segni allusivi al ruolo svolto a corte, e quello della verità biografica che ce li restituisce al mestiere di addetti al divertimento del gran principe Ferdinando. Della serie dei servitori fa parte anche il magnifico quadruplice ritratto di Servi della corte medicea con cui Anton Domenico Gabbiani offre una sorta di regesto di forme e temi, qui antologizzati nel bizzarro campionario di personaggi tutti realmente documentati come 'prestatori d'opera', servile o buffonesca, a palazzo.

Tra gli svaghi un posto non meno trascurabile di quello occupato dai suscitatori del riso avevano i giochi, nelle molteplici fattispecie di quelli di parola, da tavolo - in particolare le carte -, e quelli propriamente fisici. Non mancano testimonianze pittoriche, oltre che letterarie, di svariati personaggi di corte intenti all'esercizio di un gioco ginnico, come l'enigmatico Ritratto di giocatore con palla. Intriganti, nella loro dimensione di personaggi 'irregolari', e per questo 'attirati' all'occasione della presente esposizione, i protagonisti della movimentata Scena di gioco e chiromante in atto di leggere la mano di Nicolas Regnier o l'umanità errante e cenciosa dei Due cantastorie vagabondi.

L'incisione col Ritratto di Bernardino Ricci detto il Tedeschino, a cui Stefano della Bella ha affidato il racconto di una delle personalità più interessanti della buffoneria di professione al servizio dei Medici nel primo Seicento, completa - in termini di confronto e completamento - le tematiche rappresentate dai dipinti. A corredo della mostra è stato predisposto un itinerario nel Giardino di Boboli dove tutti questi personaggi, pur pietrificati, e si nascondono nei boschetti e nelle radure come sfuggiti dall'universo pittorico che li ha creati, ad attendere i visitatori con calembour figurativi e comicissime espressioni. In occasione della presente esposizione sono stati effettuati i restauri di 14 dipinti, 2 sculture e diverse cornici recuperate dai depositi. (Comunicato stampa Civita.it)




Opera di Eugenio Vanfiori Eugenio Vanfiori
termina il 15 settembre 2016
Trattoria ai Fiori - Trieste

Mostra di Eugenio Vanfiori (Messina, 1981) composta da quattordici opere appartenenti al tema delle giostre e del luna park. Eugenio Vanfiori si laurea all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria nel 2006 ed è da diversi anni del gruppo "Spazio Libero Officina Artistica". Le giostre, da anni, sono i soggetti principali delle sue tele: turbini colorati e a tratti psichedelici suggeriscono allo spettatore i ricordi dell'infanzia e le sottili inquietudini della nostra epoca. Vanfiori realizza anche installazioni con materiali riciclati e performance circensi nel tipico abito da "imbonitore".

L'esposizione progettata per "i Fiori" è costituita da piccoli e grandi frammenti di un Luna Park immaginario: opere dipinte ad acrilico su tela, dove si rimescolano in modo festoso e gioioso, gli elementi di un sedimentato immaginario adolescenziale. Sul fondo si staglia un orizzonte formato da catene montuosa "civilizzate" da illuminazioni di urbe lontane, la costa calabrese, scenografia di un luogo reale. Le giostre, in questo paesaggio notturno diventano le protagoniste. La loro presenza rotante e luminescente dichiara, al fruitore la propria essenza fatta di forza ed energia emanata da strutture complesse e ciclopiche come macchine belliche. (...)

E poiché la società del consumo e dell'apparire ha messo in vendita i nostri sogni, rappresentandoli e pubblicizzandoli come oggetti di trasgressione, così il nostro autore si riappropria di una fetta di sogno, spettacolarizzandola, con tratti leggeri e con l'aggiunta di particolari accezioni luministiche o di colori edulcorati, come in una sfida in cui si debbano sostenere le differenze tra ciò che si ama e ciò che ci disturba. Nella stesura cromatica e nella sagomatura "disturbata" di questi corpi/totem/macchine emerge una grande carica emotiva e riflessiva, che si traduce in una serie di riferimenti formali che riassumono un complesso percorso creativo, fino a suggerire un incastro molteplice di letture, organicamente contrapposte, come in una duplice concezione dello spazio e del tempo, dello spirito e della materia, della luce e delle tenebre. La serata, presentata da Camilla Pasqua, è stata realizzata con il sostegno dell'Associazione Juliet. (Comunicato stampa)




Mostra di Helmut Zimmermann Helmut Zimmermann
termina il 30 giugno 2016
Studio Gariboldi - Milano
www.studiogariboldi.com

Retrospettiva dedicata ai lavori pittorici degli anni Sessanta di Helmut Zimmermann (1924-2015). Dopo la Seconda guerra mondiale comincia a studiare pittura e scultura a Monaco e Norimberga e a fare lunghi viaggi in tutta l'Europa. In questi anni si appassiona alle teorie di Carl Gustav Jung, in particolare alla psicologia del profondo e al processo di individuazione: concetti che saranno alla base della sua pittura per molti anni. Per Zimmermann la pittura è un mezzo per acquisire coscienza di se stessi, un processo che documenta lo sviluppo della personalità individuale e dello spirito. Quest'ultimo, che non è visibile, diventa percettibile agli occhi di chi guarda attraverso l'immagine pittorica. Il quadro diviene un'auto-proiezione, leggibile come una radiografia, dove la corporeità non è più un limite.

Opere d'arte quasi Mandala (traduzione dal sanscrito cerchio) che rappresentano uno schema dell'esistenza, dove Zimmermann è al centro. Il solco tracciato intorno fa da recinto della personalità più intima evitando la dispersione e proteggendo tutto ciò che ne è contenuto. Ecco che sulla tela appare il disegno di un possibile ordine mentale, con i lati bui e le ombre, insieme a fenditure e spiragli di luce zenitale, parti integranti dell'anima e indispensabili per l'elevazione spirituale. La continua trasformazione interiore si ripercuote sulle proiezioni pittoriche, che l'artista usa per scoprirsi e di conseguenza cambiare ulteriormente. In questo modo la sua ricerca diventa un cammino della psiche verso la totalità e verso la purificazione dello spirito. Volgendo lo sguardo in se stesso cerca di trovare e di costruire un centro di luminoso silenzio. (Estratto da comunicato stampa)

"Mi sto preparando nel quadro una zona dove è possibile la vita. Devotamente sto cercando nel mio campo l'ordine, la salute, la salvezza." (Dal catalogo della mostra alla Galleria del Naviglio, 1965)




Walter Valentini - Altair - tecnica mista su tavola cm.40x120 2007 Enrico Della Torre - Atlantico - olio su tela cm.15,5x21,5 2010 
Nunzio - pigmento e pastello su cartone cm.71,5x51,5 2007 Chromatic Harmony
Pittura Tra equilibrio e misura


termina il 31 luglio 2016
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Con undici protagonisti dell'arte del nostro tempo, l'esposizione si propone di offrire al pubblico una carrellata di "visioni contemporanee" dove le opere in mostra, attraverso "assonanze cromatiche" si legano l'una all'altra tramite un profondo ritmo armonico. Armonie cromatiche che si ritrovano nella densa qualità pittorica de Il gesto del pugno di Marco Gastini - in cui l'impasto pittorico aumenta di complessità ritrovando un acceso cromatismo e rinnovata matericità - accostato a Tre linee con arabesco n°877 di Giorgio Griffa, dove il libero narrare di segni sulla tela avviene secondo raffinate scelte tonali, tipiche di un artista attento alla calda materialità della pittura più che all'idea o al concetto.

La sapiente tessitura, la rigorosa divisione dello spazio e l'armonia cromatica presenti in Atlantico - piccolissimo olio su tela di Enrico della Torre - dialogano con un grande lavoro di Mario Schifano, artista tra i più poliedrici ed innovativi del panorama artistico internazionale della seconda metà del XX secolo. Così come un Paesaggio di Carlo Mattioli, realizzato con una vena pittorica sospesa tra formale ed informale e forti ispessimenti materici, colloquia in perfetta sintonia con un Paesaggio con cavallo e contadino di Antonio Ligabue, testimonianza di un mondo semplice e rurale, dipinto con pathos espressionista e con quella sua tipica capacità di intercettare le forze segrete della natura e di farne narrazione. Il percorso espositivo comprende anche opere di Herbert Hamak, Omar Galliani, Nunzio, Piero Ruggeri e Walter Valentini. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Felipe Gimenez Felipe Gimenez: Non tutti i mondi sono uguali
termina il 30 giugno 2016
Galleria Doppia V - Lugano

Felipe Gimenez torna alla Galleria Doppia V di Lugano a presentare un nuovo e interessante capitolo della propria arte. Tema di questa nuova stagione è il mondo, inteso come allegorica forma sferica su cui tutto sembra scivolare o, al contrario, aggrapparsi con forza. O ancora ruotare con aerea leggerezza, come i suoi personaggi tipici hanno sempre fatto, da soli o in gruppo, osservando la realtà a mezz'aria. Non tutti i mondi sono uguali, però: nelle tele presenti in mostra l'ambivalenza è palese, alternando suggestioni oniriche dal decorativismo marcato a sintetici ritratti in cui la gravità riduce lo spazio a visioni concrete e solitarie. (Comunicato stampa)




Thorsten Kirchhoff - Sostanza Antroposofica - olio su tela cm.85x150x13 2015 Thorsten Kirchhoff: Underground Party
termina il 30 giugno 2016
Alberto Peola Artecontemporanea - Torino
www.albertopeola.com

La mostra si sviluppa dal video ispirato al film Underground (1995) del regista Emir Kusturica. Nel film di Kusturica i protagonisti si riparano dai bombardamenti della guerra in un rifugio antiaereo nel quale rimarranno nascosti per molti anni, ben oltre la fine del conflitto, nel tentativo di vivere la gioia che non è più possibile provare nel mondo di sopra. Allo stesso modo, nel video di Thorsten Kirchhoff (Copenaghen, 1960) si allude alla possibilità di trovare una realtà alternativa a quella desolata e sterile del presente, in cui il bisogno umano di cercare risposte, seppur vane e illusorie, è ancora vivo. Nasce così, per accumulo di energia e pulsione vitale, una discoteca sotterranea che apre le sue porte agli abitanti di un mondo sempre più svuotato e privo di significato.

Al ritmo di musiche techno, ideate dall'artista con un ensemble italo-danese, un Dj stellare dirige la danza senza fine del popolo underground, con incursione finale nel video dello stesso Kirchoff in veste di un reale minatore. Come altre opere di Thorsten Kirchhoff, il video è proiettato all'interno di un'installazione-cornice che lo rende fisico, organico, parte integrante ed essenziale di un ambiente con il quale il flusso filmico intrattiene un rapporto osmotico. In questo modo, secondo un procedere transmediale, i fotogrammi fuoriescono dal video e s'incarnano in forme oggettuali, acquisendo consistenza materica. Le immagini dipinte diventano plexiglass, velluto, ceramica, parrucche e ombrellini da cocktail dando vita a un'atmosfera sospesa tra il giocosamente grottesco e l'inquietante. (Comunicato stampa)




Leonard Freed. Io amo l'Italia
termina il 20 settembre 2016
Centro Saint-Bénin - Aosta

Un importante corpus di cento opere, omaggio alla fotografia internazionale d'autore, a cura di Enrica Viganò e realizzata in collaborazione con il Leonard Freed Archive e Admira. Immagini scattate dal fotografo americano, della celebre agenzia Magnum Photos, in diverse città fra cui Firenze, Milano, Napoli, Roma, Venezia e in piccole località italiane, a partire dalla metà del Novecento agli inizi del nuovo secolo. Gli scatti, tutti in bianco e nero, raccontano il rapporto fra Leonard Freed e l'Italia - terra che ha amato profondamente e che lo ha ospitato per oltre quarantacinque soggiorni - tappa importante della sua autorevole carriera. Emerge dai suoi lavori, colmi di sentimento, una colossale forza che si scorge nei volti e nelle inquadrature, ritratti in maniera realistica e liberi da stereotipi, ma dotati di grande sensibilità ed umanità.

"La storia d'amore" con l'Italia, così come lui stesso la definiva, ha inizio tra il 1952 e il 1958, quando, mosso dall'interesse per l'arte, compie i primi viaggi in Europa e scopre la passione per la fotografia. Da sempre attratto dallo studio della natura umana, dei comportamenti, dei caratteri, s'innamora da subito degli italiani che ne incarnano le differenti tipologie e che ha modo di osservare anche nella Little Italy di New York, dove si trasferisce nel 1954. Passano quindi in secondo piano i paesaggi, l'arte, l'architettura, la politica, che rappresentano lo sfondo della sua personalissima analisi della società. La ricerca di Leonard Freed, sensibile all'antropologia culturale e all'indagine etnografica, scaturisce dalla necessità di ritrovare il senso delle proprie origini attraverso lo studio di comunità tradizionali.

Ne deriva il suo esser affascinato dalla vita della gente comune, dal calore e dalla spontaneità che si osserva negli scatti che immortalano lavoratori siciliani, persone che passeggiano, uomini e donne che compiono i gesti tipici della loro quotidianità... La sua analisi trasversale della società offre uno spaccato di 50 anni di storia, dove se da un lato sono evidenti i cambiamenti e le differenze socio-economiche legati al trascorrere degli anni, dall'altro si percepisce una continuità gestuale che esula dal passare del tempo. Gli atteggiamenti, le espressioni, i gesti appaiono come cristallizzati in un passato che diviene presente.

Il suggestivo percorso espositivo offre quindi una minuziosa descrizione della popolazione italiana, dove a scene di uomini che spingono carretti di legno - per il trasporto di frutta nella Little Italy di New York degli anni '50 o nel frettoloso spostamento di un enorme pesce nell'assolata Sicilia degli anni '70 - si alternano scene di semplice rilassatezza. Lo si scorge negli scatti con persone sedute davanti alla propria abitazione o nell'immagine di un uomo intento ad offrire prodotti tipici (Sicilia, 1974), secondo i costumi dell'ospitalità mediterranea. Spiccano opere dal gusto vivace e ironico in cui i preti giocano a tirarsi palle di neve in Piazza San Pietro (Roma, 1958), o dove tre cani attendono di entrare in una Farmacia (Venezia, 2004). Il carattere poetico e riflessivo, ma al contempo di estrema forza, è trasmesso da Napoli, 1956: il ritratto di una ragazza dallo sguardo espressivo fisso in camera si staglia sullo sfondo di un gruppo di donne che guardano all'orizzonte.

Del rapporto con la fotografia e con i suoi soggetti Leonard Freed aveva un'idea molto chiara e affermava infatti: "Sono come uno studente curioso, che vuole imparare. Per poter fotografare devi prima avere un'opinione, devi prendere una decisione. Poi quando stai fotografando, sei immerso nell'esperienza, diventi parte di ciò che stai fotografando. Devi immedesimarti nella psicologia di chi stai per fotografare, pensare ciò che lui pensa, essere sempre molto amichevole e neutrale". E ancora: "Voglio una fotografia che si possa estrapolare dal contesto e appendere in parete per essere letta come un poema". La mostra è corredata da un volume italiano-inglese, riccamente illustrato, edito da Admira Edizioni. (Comunicato IBC Irma Bianchi Communication)




Memoria del visibile - mostra di Simonetta Ferrante Simonetta Ferrante: Memoria del visibile
Segno, colore, ritmo e calligrafie


termina il 25 settembre 2016
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

Si tratta della prima antologica su Simonetta Ferrante (Milano, 1930), che affronta tutto il suo articolato percorso mettendo in luce il doppio background fra grafica e arte. Se, infatti, la sua attività parte con la formazione in graphic design - inizia presso Max Huber (creatore del logotipo de La Rinascente), frequenta poi su consiglio di Pier Giacomo Castiglioni la Central School of Arts and Crafts di Londra, lavora in seguito con Bob Noorda, con Bruno Munari alla Bompiani, collabora con la grafica svizzera Giovanna Graf e con Carlo Pollastrini per vari clienti -, Simonetta Ferrante si volge poi verso l'incisione, la pittura, il collage, i libri d'artista, l'arte calligrafica con gli studi di calligrafie e inchiostri, e le installazioni.

Tali ambiti disciplinari sono complementari e da intendersi quali fasi di un'unica poetica artistica diretta allo studio del segno, del colore, del ritmo e della scrittura: fra grafica, design, arte e calligrafia. La mostra ha il patrocinio di Aiap, Associazione italiana design della comunicazione visiva, e del Gruppo Calligrafia Ticino, ed è accompagnata da un catalogo che viene a colmare un vuoto bibliografico. Per l'occasione Simonetta Ferrante ha realizzato una speciale cartella grafica - Frammento della martora - che si potrà acquistare al m.a.x. museo. La mostra si inserisce nel filone della "grafica contemporanea", è dedicata quest'anno a Simonetta Ferrante. (Comunicato stampa Amanda Prada - Responsabile coordinamento, comunicazione, Ufficio stampa Svizzera e Insubria - m.a.x. museo)




Ale Guzzetti - Affective Robots - Daniele da Volterra Michelangelo - 2014 Ale Guzzetti: Sculture che osservano
Arte interattiva: dall'elettronica alla robotica


termina il 24 luglio 2016
Galleria Valmore - Vicenza
www.aleguzzetti.it

In mostra una esaustiva selezione di opere che rappresentano il trentennale percorso di Ale Guzzetti, artista che tra i primi ha indagato il rapporto tra arte, natura e tecnologia attraverso la robotica. Le sue opere, accolte in musei e collezioni di tutto il mondo, parlano di un'arte relazionale che mette al centro lo spettatore e il suo rapporto con la tecnologia per riflettere sulla natura umana. Annoverabile tra i pionieri italiani dell'arte elettronica interattiva, Guzzetti lavora dal 1983 alle forme e ai circuiti elettronici delle sue Sculture sonore, agglomerati di oggetti in plastica di uso comune (bottiglie, boe, tubi,...) che alloggiano circuiti elettronici o dispositivi luminosi in grado di emettere suoni, rumori, voci e luci, in risposta alle sollecitazioni esterne. La presenza, il contatto o la manipolazione diretta da parte dello spettatore permettono di modificare volume, timbri, altezze, cicli di ripetizione e pause tra un suono e l'altro e di condizionare gli effetti luminosi agendo attivamente sulla struttura audiovisiva dell'opera.

Negli anni '90 Guzzetti estende la ricerca attraverso gli acquarelli elettronici - immagini sintetiche tratte da motivi musicali processati da un elaboratore - e i vetri parlanti - sculture in vetro soffiato capaci di rielaborare dati provenienti dall'ambiente e reagire agli stessi. All'inizio del nuovo millennio, con il progetto Techno-Gardens aumenta la sinergia tra ambiente circostante e opera d'arte. Inizia così, in contrapposizione all'idea di scultura monumentale localizzata in un luogo, l'installazione di micro-sculture robotiche alimentate a pannelli solari, diffuse sul pianeta in luoghi naturali e di particolare pregio, capaci di rapportarsi simbioticamente con il territorio. Le più recenti ricerche di Guzzetti sono orientate alla robotica: particolarmente significativi i suoi Affective Robots, busti scultorei in alluminio, plastica e circuiti elettronici, dotati di grandi occhi tecnologici che permettono alle opere di scrutare l'ambiente, interagire con l'osservatore e dialogare fra loro.

Scrive la curatrice Monica Bonollo: (...) Le opere di Ale Guzzetti non solo chiedono il coinvolgimento dello spettatore inducendolo a stabilire dei collegamenti, a conoscerne il funzionamento, ad attualizzarne le possibili configurazioni audio e visive; i loro esiti imprevedibili si sviluppano all'interno di una propria autonomia dando vita ad "organismi tecnologici" in grado di animarsi, dialogare con lo spettatore ed esplorare il mondo attorno a loro. Le opere di Guzzetti danno vita ad un mondo ibrido che stabilisce una relazione inedita tra le diverse forme di "esseri viventi".

Ale Guzzetti (Tradate - Varese, 1953), dopo aver studiato all'Accademia delle Belle Arti di Brera (Milano), conduce studi e ricerche di musica elettronica assistita dall'elaboratore presso il Politecnico di Milano e il Centro di Sonologia Computazionale dell'Università di Padova. Ha svolto il dottorato di ricerca inizialmente presso la School of Computing Communications and Electronics dell'Università di Plymouth (Uk), successivamente presso il Centro Ricerche sul Contemporaneo di Brera (Milano) ed infine presso il CE.R.CO., Centro Ricerca Antropologia ed Epistemiologia della Complessità dell'Università di Bergamo. Tra le sedi di mostre personali in Italia la Fondazione Mudima di Milano e la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. Le sue sculture vengono acquisite da numerose collezioni private, fondazioni e musei in tutto il mondo, fra cui il Museo di Arte Moderna di Gallarate; la Galleria Nazionale di Praga, il Corning Museum of Glass New York, il Museen im Antonierhaus - Memmingen; il Museum fur Sepulkralkultur di Kassel. (Comunicato stampa)




Pensare Pittura
termina il 10 settembre 2016
Liconi Arte - Torino
www.liconiarte.com

Che cosa è la pittura al giorno d'oggi? I pigmenti di colore che vanno a tracciare un segno, che sia su una roccia, una tavola, una tela o un muro, sono il linguaggio più antico che l'uomo abbia mai usato. Il dipingere è stato un vettore di emozioni dal momento in cui i nostri progenitori hanno sentito l'esigenza di narrare il loro quotidiano, pregare e dare un senso alla loro creatività. Questo linguaggio si è evoluto sino ad arrivare ai giorni nostri, nell'era del computer e della realtà virtuale; il linguaggio pittorico nell'ultimo secolo ha vissuto fortune alterne tanto che c'è chi collega l'evoluzione della tecnologia a una perdita di interesse verso la pittura, nonostante ciò i cultori rimangono affascinati da quella categoria di artisti, i pittori, che si tramandano tecniche per trasporre su una tela o una carta pregiata un'immagine o un'emozione.

Liconi Arte oggi si presenta alla città di Torino con l'intento di esporre opere pittoriche di artisti scelti che confermino che questo tradizionale mezzo espressivo continua e continuerà ad accompagnare la storia dell'uomo. Gli artisti rappresentati in questa mostra, Gianrico Agresta, Alessandra Carloni, Fabio Carmignani, Daniele Mini, Stefano Ronchi, Vitaliano, Giulio Zanet, sono quindi testimoni delle moderne correnti d'espressione artistica, sono tutti accomunati dalla capacità di armonizzare linee e colori. Possiedono una pregevole creatività immaginativa dello spazio, riescono a distribuire il medium pittorico giustapponendo i colori in modo che il fruitore possa contestualmente leggere armonia di segno e tonalità. La pittura quindi in questo momento storico accresce la sua preziosità proprio perchè tramanda una sapienza antica. (Comunicato stampa)




Nove - manifattura Agostinelli Dal Prà anni Trenta secolo XX diametro cm.50 - collezione privata Maiolica Nove - manifattura Antonibon fine secolo XIX cm.110x50x35 marchio: stella cometa in blu - Collezione Angelo Comacchio Scrigni di fiori e profumi
Le ceramiche di Nove: capolavori tra natura e finzione


termina il 16 ottobre 2016
Castello di Miramare - Trieste
www.castello-miramare.it

Viaggio nella grazia raffinata della tradizione delle ceramiche di Nove a decoro floreale tra Settecento e Novecento, testimonianze splendide che dimostrano come la ceramica abbia saputo nei secoli registrare - con ricchezza e virtuosismo - alcuni tra gli elementi fondamentali dell'arte figurativa, quali l'attenzione verso la natura e la botanica. L'interesse verso le piante e i fiori non poteva trovare una cornice più adeguata del Castello triestino, dove il meraviglioso parco voluto da Massimiliano d'Asburgo (assieme ai libri della sua Biblioteca) rappresenta l'incontro per eccellenza di arte e natura. Proprio negli anni attorno al 1859, quando Massimiliano stava allestendo il parco del Castello e venivano collocati alberi di notevole interesse botanico ed essenze esotiche provenienti dal Messico, dall'America settentrionale, dall'Africa e dall'Estremo Oriente, il decoro floreale delle ceramiche di Nove (presso Bassano del Grappa) raggiunge un grande successo e rivela una particolare attenzione per l'identità botanica di fiori ed essenze.

Quest'ultimo aspetto è stato ripreso e approfondito in occasione della mostra e ha fornito un ulteriore sviluppo della ricerca botanica che, oltre all'identificazione delle essenze e delle specie floreali raffigurate sulle ceramiche - ha analizzato le opere - attraverso un notevole sforzo interdisciplinare - da un punto di vista nuovo e insolito. Sul piano scientifico sono state individuate quarantatré categorie, tecnicamente "taxa", tra cui il Cotogno nel Vaso a mostarda e 17 diverse specie nelle decorazioni del Vaso Antonibon collocato nella Sala del Trono.

In mostra - curata da Katia Brugnolo - sono presenti 32 opere, tutte provenienti da collezioni private ed esposte per la prima volta in tale circostanza; 17 pezzi sono infatti del tutto inediti. La selezione delle ceramiche consentirà, grazie alla diversità dei modelli, di ammirare la varietà produttiva delle manifatture novesi tra Settecento e Ottocento. Porta-orologi, putti, vasi, cestine con fiori, specchiere, piatti, terraglie, orci, vasche, un rarissimo percolatore settecentesco (utilizzato per colare le essenze come il rosolio), tutti caratterizzati da sorprendente naturalezza nella rappresentazione floreale, delicatissima trasparenza delle sfumature dei petali e una vividezza cromatica.

Particolare rilievo scientifico assume la presenza del magnifico Vaso in maiolica di manifattura Antonibon, con la segnalazione - mai rilevata prima - della duplice firma del celebre pittore Giovanni Ortolani, e l'identificazione della Chiesa Arcipretale di Nove con il suo campanile e il ponte in primo piano, in una delle piccole riserve monocrome, dipinte sulla bocca traforata del Vaso. La raffinatissima opera rappresentò la manifattura di Pasquale Antonibon all'Esposizione di Parigi del 1889, come testimonia l'illustrazione della prestigiosa rivista La ceramica italiana all'Esposizione. Nella stessa, proprio sopra la riproduzione grafica del Vaso appena menzionato, è riprodotto lo spettacolare Vaso con Venere, presente in mostra con riproduzione recente da stampo antico. L'originale fu realizzato dalla celebre ditta Antonibon per l'Esposizione di Parigi. Un bel decoro floreale impreziosisce l'elegante manufatto, con la presenza di fiori variopinti.

La collocazione degli oggetti nei vari ambienti del Castello rispetta la loro originaria funzione e lo stile che li caratterizza. Le elegantissime ceramiche novesi s'inseriscono così perfettamente all'interno del sontuoso arredo del Castello. Le sale accolgono gli oggetti in ordine cronologico, ma anche attraverso suggestioni tematiche: l'appartamento di Carlotta, ad esempio, ospita oggetti prettamente femminili, tra cui un porta orologio, un centro tavola con pizzi e merletti e un nido con uccelli e bambù collocati nella sala da pranzo, o un bureau trumeau, elegantissimo mobile, all'interno della camera da letto.

Al fine di offrire un'esperienza unica al visitatore, la Sala dei gabbiani al primo piano ospita le cosiddette stazioni olfattive, che richiamano il senso dell'olfatto, legando così immagini, storia e percezione emotiva. Un oggetto sinuoso racchiude le sei famiglie olfattive, contraddistinte ognuna da quattro essenze, percepibili dal visitatore dai sei cassetti, colorati con tinte che richiamano il carattere dei profumi ospitati. Chiude trionfalmente il percorso espositivo la magnifica Sala del Trono dove sono riuniti con un'esplosione di colori e fantasia di forme prestigiosi capolavori - tra i quali i Vasi Antonibon esposti a Parigi nel 1889 e due meravigliose Specchiere che rappresentano le più celebri manifatture ottocentesche di Nove, Antonibon e Viero, in stile neorococò, modellate con volute e raffinati ramage con fiori dipinti.

La mostra rappresenta un'occasione unica, infine, per approfondire la ricerca all'interno del vasto panorama artistico dell'arte veneta, e individuare un fil-rouge che segni il percorso culturale da cui emergerà, tra '700 e '800, il decoro floreale nella ceramica di Nove come fenomeno artistico che segue e sviluppa una tradizione ben più antica in area veneta. La riproduzione realistica di elementi botanici nelle ceramiche di Nove ha, infatti, un suo inizio nella cultura artistica veneta con la pittura del veronese Girolamo Dai Libri (Verona, 1474-1555), miniaturista e poi pittore che, adottando un linguaggio rinascimentale attento alle novità della pittura di Andrea Mantegna e di Giovanni Bellini, considerati all'epoca i grandi e innovativi maestri dell'arte veneta, riprodusse piante e fiori di tante specie.

Un viaggio affascinante nella storia del castello e dell'arte veneta, e nelle tradizioni dei costumi sette-, otto- e novecenteschi attraverso una selezione di ceramiche significative - e di incredibile bellezza -, ma anche un percorso emozionante che coniuga l'aspetto visivo con quello olfattivo per offrire un'esperienza unica. La mostra sarà accompagnata da un catalogo, Marsilio Editori, con i testi di Katia Brugnolo, Marco Squizzato, Rossella Fabiani e Maurizio Anselmi, illustrato con 150 foto a colori. (Comunicato Giovanna Ambrosano - Ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli
Opere su carta, ceramica plexiglass, vetro


termina il 30 giugno 2016
Biblioteca Comunale Lazzarini - Prato
www.bibliotecalazzerini.prato.it

Nella Galleria espositiva saranno allestite circa cinquanta opere: oltre a quelle su carta anche una trentina di opere su ceramica, vetro e plexiglass a testimonianza dell'intensa attività artistica di Gubinelli, che l'ha visto protagonista di numerose quanto prestigiose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata) scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca. Collabora con artisti e architetti come Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Alberto Burri, Emilio Isgrò. Nel 2011 è stato ospitato alla 54 Biennale di Venezia Padiglione Italia invitato da Vittorio Sgarbi e scelto da Tonino Guerra. Una ricchissima bibliografia accompagna i suoi lavori: di lui hanno scritto noti critici in cataloghi e riviste specializzate.

Dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, Gubinelli matura un vivo interesse per la "carta", sentita come il mezzo più congeniale di espressione artistica. In una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce, e lo piega manualmente lungo le incisioni. In un secondo momento sostituisce al cartoncino bianco la carta trasparente, sempre incisa e piegata. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il rigore costruttivo del segno geometrico viene abbandonato per un'espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e di leggere incisioni, un moto della coscienza di tipo lirico-musicale.

E' proprio questa dimensione lirica del suo fare artistico, che fa vivere le sue opere sulla stessa lunghezza d'onda dell'espressione poetica, che lo porta ad avere spesso per compagni di strada i poeti. La natura di intimo colloquio tra le sue carte incise e acquerellate con le pagine di importanti poeti del nostro tempo, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Alberto Bevilacqua, Mara Luisa Spaziani, Franco Loi, gli fa sentire pian piano la necessità di confrontarsi anche con l'esperienza del libro d'artista, che per sua natura prevede un dialogo, un reciproco scambio tra parola e immagine, tra segno scritto e segno inciso. Nella mostra allestita alla Lazzerini saranno esposte anche una serie di opere che testimoniano, appunto, l'incontro fra Gubinelli con i versi di Andrea Zanzotto, uno dei massimi poeti del Novecento. (Comunicato stampa)




Alessandro Scarabello - The Womb - oil on canvas cm.179,5x140 2015 - courtesy The Gallery Apart, Rome Alessandro Scarabello: The Garden of Phersu
termina il 31 luglio 2016
The Gallery Apart - Roma
www.thegalleryapart.it

Ciclo di lavori che Alessandro Scarabello (Roma, 1979) ha realizzato dopo l'MFA alla Royal Academy of Fine Arts-KASK di Ghent (B) e il suo trasferimento a Bruxelles. Un intenso periodo di elaborazione e ricerca che si concretizza in una serie di tele di grandi e medie dimensioni e di disegni su carta che testimoniano tanto l'evoluzione di un percorso quanto la linea di continuità con il lavoro precedente dell'artista che The Gallery Apart segue sin dai suoi esordi. Scarabello sceglie un riferimento a metà strada tra storia e mito quale titolo della mostra, richiamando la figura enigmatica di Phersu, un personaggio ritratto in affreschi dipinti su alcune tombe etrusche di Tarquinia caratterizzato da elementi fisiognomici e prossemici che ne rendono appieno la caratteristica di maschera, come peraltro confermato dal nome recato dalle iscrizioni che significa appunto maschera e che è poi all'origine del latino persona.

Nelle opere proposte in mostra, che l'artista considera l'affermazione di un lessico composto da elementi tecnici e teorici assorbiti e raccolti negli ultimi due anni, l'attenzione al corpo e alla corporeità è mediata attraverso il ricorso ad un oggetto-simulacro, lo spaventapasseri, che del corpo umano ripropone posture e forme, ma senza i limiti imposti dalla realtà e dalla verosimiglianza, bensì lasciando libero spazio alla deformazione e alla surrealtà, alla maschera appunto. Nell'immaginario dell'artista, sia Phersu (che è un traghettatore verso l'Oltretomba) sia lo spaventapasseri rappresentano figure in bilico tra la risata nevrotica e l'orrore, come molte figure della commedia dell'arte e della tradizione culturale italiana.

Il lavoro di Scarabello è da sempre collegato alla teatralità, alla maschera, alla messa in scena, ma oggi la sua ricerca si concentra nell'ambito più specifico dell'identità. Come in una fotografia al negativo, l'artista cura tale ambito sotto il profilo della spersonalizzazione, nel tentativo di chiarire come l'individuo, a contatto con la cultura massificata, lo "spettacolo" e la continua proliferazione di immagini, alteri se stesso per meglio adattarsi alla realtà in modo da perseguire con efficacia strategie, a volte anche istintive e inconsapevoli, tese ad allontanare la paura atavica della morte. Strategie che spesso assumono connotazioni grottesche, evidenziando quanto la reazione dell'individuo alla contemporaneità possa risultare goffa, come lo sono i suoi comportamenti.

Nelle opere di Scarabello i movimenti dei soggetti si estremizzano per un deficit di comunicazione verbale e si riducono fino all'immobilità per un eccesso di compensazione. L'immagine simulacro di volta in volta creata da Scarabello si colloca quasi sempre in ambienti caratterizzati da fitta vegetazione. E' una costante che l'artista pone in diretta correlazione con il modo in cui gli occidentali percepiscono l'idea della fuga, della distrazione, del divertimento. L'immagine stereotipata dei paesaggi e della natura, e quindi il desiderio di "esotico", di vacanze in terre tropicali, deriva direttamente dalla (triste) eredità lasciata dai colonizzatori occidentali e dalla loro percezione unidirezionale del "nuovo mondo". (...) Nei dipinti in mostra l'elemento figurativo viene restituito attraverso una lettura astratta del dettaglio e, l'idea di "vuoto" si concretizza attraverso il modo di dipingere anziché la manipolazione del supporto. (Comunicato stampa)




Premiazione concorso pittorico Premiazioni del concorso pittorico "Colori e luci"
10^ Trofeo Electric Amèbe


24 aprile 2016
Villa Prinz - Trieste
www.amebe.com



I vincitori:
Trofeo: Salvatore Marchese
1° astratto: Gianfranco Donati | 2° astratto: Susanna De Vito | 3° astratto: non è stato assegnato
1° figurativo: Claudio Martincic | 2° figurativo: Carla Dovier | 3° figurativo: Franca Nordio

Opera segnalata: Marisa Ferluga
Menzione speciale della giuria a: Aldo De Vidali




Premiazioni del concorso pittorico-fotografico "Fashion & colors in Carnival"
24 aprile 2016
Villa Prinz - Trieste

Il concorso, che ha visto la collaborazione della Bottega d'arte Amèbe e di MC59 per la fotografia, si è svolto al 6 febbraio, nel periodo del carnevale, presso il centro commerciale Montedoro (Muggia-Trieste). La giuria ha premiato le foto migliori ma anche i quadri che compaiono nelle foto vincitrici.

I vincitori:

Trofeo per la foto: Manuel Sulli
Trofeo per il quadro: Franca Nordio

1° foto: Piero Zaccaria | 1° quadro: Aldo De Vidal 2° foto: Mauro Bernazza | 2° quadro: Dom 3° foto: Sergio Marsi | 3° quadro: Alberto Schettino




Sogni d'oro
termina il 22 luglio 2016
AlbumArte - Roma
www.albumarte.org

In questo momento storico, in cui la scienza invade e analizza tutti i campi, incluso quello delle arti visive, la curatrice francese Ariane C-Y ha manifestato la necessità di focalizzare l'attenzione su un fenomeno psicologico ammantato ancora dal mistero: la mente che sogna, il suo peregrinare inspiegato in dimensioni irreali e affascinanti, raro spazio di completa libertà. D'altro canto l'infinito immaginario della mente addormentata è una tematica che permea la storia dell'arte, della letteratura e della poesia da tempo immemore, fornendo risorse di espressione inesauribili. Cinque gli artisti internazionali, i francesi Guillaume Castel, Raphaël Thierry e Samuel Yal, lo spagnolo Ivan Cantos e l'inglese William Wright, selezionati per creare un percorso che si snoda nelle sale espositive dell'associazione, trasformando lo spazio in un territorio in cui esplorare la dimensione onirica.

Tele, disegni, ma soprattutto sculture e installazioni, per lo più create appositamente per la mostra, invitano lo spettatore a misurarsi con il proprio inconscio rappresentato dalle opere ideate per lasciare completamente libera l'immaginazione e l'introspezione. Lo studio e il confronto con le strutture della natura è fonte di suggestione per Guillaume Castel e Raphaël Thierry: il primo elabora una scultura monumentale in acciaio e oro che rappresenta il mondo del sogno, ispirandosi a motivi iconici naturali; il secondo usa materiali naturali, come il legno e l'oro, per esprimere la sua ricerca di luce e libertà, concependo installazioni e grandi disegni visionari.

Ancora la luce è al centro della poetica di Samuel Yal, artista in residenza quest'anno a Madrid, che utilizza una porcellana bianca luminosissima per le sue sculture, come nel lavoro Dissolution. Le sue sculture sospese suggeriscono vulnerabilità e potenziale instabilità, ponendo l'accento sul tema del sogno a occhi aperti e dell'attaccamento del corpo umano allo spazio. Ivan Cantos contribuisce alla collettiva con un ritratto in terracotta, mentre William Wright ricerca la serenità del sonno nella sua tela caratterizzata da uno stile naïve di nostalgico abbandono.

AlbumArte è un'associazione culturale indipendente e no-profit che dal 2010 propone un articolato programma di eventi per il sostegno e la diffusione dell'arte contemporanea e dal 2014 realizza i progetti nel suo spazio espositivo di Roma, una vecchia stalla restaurata di Villa Poniatowsky. (Comunicato stampa Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Behind the glass
Donato Amstutz & René Odermatt


termina lo 03 luglio 2016
Museo Civico di Villa dei Cedri - Bellinzona (Svizzera)
www.cacticino.net

La mostra apre in concomitanza con Dimensione Disegnon. Posizioni Contemporanee, mostra che avrà luogo - per le cure di Carole Haensler Huguet - presso il Museo Civico di Villa dei Cedri di Bellinzona. Donato Amstutz (1969), di cui si ricorda tra l'altro la personale al MACT/CACT del 2011 con la pubblicazione monografica Apathia, è una sorta di pittore del ricamo, abilmente in bilico tra tradizione e contemporaneità, tra velocizzazione e annullamento del rapporto - tutto tecnologico - spazio/tempo e riappropriazione del decorrere temporale, che risulta essere un elemento fondamentale per la ridefinizione del suo lavoro e dell'approccio alla costruzione dell'immagine.

Il ricamo manuale e la sua estenuante lentezza esecutiva fanno riflettere e rimettono in discussione un'epoca, la nostra, fortemente connotata e marcata dalle tecnologie veloci e dagli apparati informativo-comunicazionisti, dai concetti di efficienza e ottimizzazione, di cui la produzione artistica del secondo 1900 si è fortemente intrisa fino ad arrivare al binomio arte/tecnologia, arte/scienza. Ecco che Donato Amstutz è come se recuperasse i reperti archeologici di una fotocopiatrice 'moderna' - ormai quasi interamente sostituita dallo scanner per la trasmissione telematica dei dati -, per conservarli nel suo archivio di 'prodotto' ormai inguardati, estetizzato e di consumo; consolatori quali sono gran parte delle immagini oggi. Amstutz si nutre di queste foto, di queste figure; le seleziona e le riproduce ricamandole a mano su tessuto.

Ed è proprio questa componente di lenta riscrittura dell'immagine, quasi uno stupidogramma artigianale di notevole durata esecutiva e gesto ripetitivo, che ridà all'arroganza del guardare il senso del vedere. Ricamare le riproduzioni di immagini informative quotidiane destinate fondamentalmente al macero, dopo essere state più volte riprodotte e fors'anche alterate dalla macchina, intende assumere quella capacità di sublimazione e restituzione alla rappresentazione il suo centro di gravità e la sua importanza iconologica e iconografica, spostando l'esperienza concettuale nuovamente nel verso di quella visuale. E' ironico quanto intelligente il suo modo di analizzare e disaminare il processo di costruzione e decostruzione del linguaggio visivo in rapporto a un'epoca connotata fondamentalmente dall'inibizione corale e modaiola, laddove tutti vorrebbero essere diversi ma finalmente uguali.

Parallelamente, René Odermatt (1972) fa della materia e dei materiali uno degli elementi costitutivi del suo lavoro: il legno, con qualche diversione. La sua abilità artigianale - non fine a se stessa - vanifica i troppi stereotipi à la mode e/o à la carte, che vediamo sempre più sovente all'interno del mercato dell'arte. La contemporaneità sta subendo i duri colpi dell'evoluzionismo e la post-contemporaneità avanza, trascinando con sé una maggiore consapevolezza della Storia passata. Odermatt opera proprio su e con la Storia, pensando in maniera linguistica all'iconologia.

Come Amstutz, anch'egli fa sua la bravura artigianale, da cui il pubblico si aspetta l'autenticità del gesto, come recupero di una qualità ormai scomparsa: forse è questo il nuovo senso da dare al concetto di contemporaneità, ossia il ritorno dell'umano entro le congetture di un universo possibilista, ma tutto prevalentemente virtuale e virtualmente sociale. Questi influssi sono egregiamente descritti da Odermatt, che - grazie all'impostazione della scultura lignea classica - mette ironicamente in discussione i loghi dell'immagine stereotipata. Anzi, è proprio la sua bravura tecnica a colpire nel segno, permettendogli di riprodurre con altri materiali luoghi comuni dal sapore 'pop', smascherandone spesso banalità e autoreferenzialismo. (Mario Casanova, 2016)




Alberto Zilocchi - opera dalla mostra Rilievi e linee Opera di Alberto Zilocchi Alberto Zilocchi: Rilievi e linee
termina lo 02 luglio 2016
Galleria Spazio Testoni - Bologna
www.spaziotestoni.it

Prima mostra personale di Alberto Zilocchi dopo la sua scomparsa nel 1991.La riscoperta della sua opera artistica è stata possibile grazie al lavoro di ricerca di Maurizio de Palma, collezionista e appassionato dell'arte italiana degli anni '60 e '70, che attraverso le opere accompagnate dai materiali storici presentati in questa esposizione, ci racconta questa sua eccezionale esperienza: "Dopo anni di partecipazione come fruitore, e talvolta come collezionista, agli eventi d'arte contemporanea più rilevanti, ho acquisito contatti e ho avuto la possibilità di confrontarmi con diversi artisti e galleristi, iniziando così una mia personale ricerca sull'espressività artistica italiana tra gli anni '60 e '70.

Circa due anni fa questa mia ricerca mi ha portato a conoscere il lavoro di Alberto Zilocchi e poi a ricostruire i vari passaggi della sua vita, che attraverso vari riferimenti, alla fine mi hanno messo in contatto con la sua famiglia. L'idea di realizzare un progetto di riscoperta e valorizzazione del lavoro di Alberto Zilocchi è venuto poi da sé, dopo lunghe conversazioni con la famiglia, che mi ha consentito di approfondire la conoscenza diretta delle sue opere. E' stato entusiasmante riscoprire i suoi scritti, ritrovare alcune sue immagini fotografiche degli anni milanesi '50, '60 e '70, ricordare con la famiglia quel clima che Alberto, ha vissuto appieno, con l'irrequietezza dei suoi anni giovanili (...)"

Dopo un'iniziale attività in ambito informale, Alberto Zilocchi crea i suoi inconfondibili Rilievi su tavole supportate da complessi telai rigidi, sempre in legno, che tengono perfettamente piane le superfici ad acrilico opaco rigorosamente bianche, come sintesi di tutti i colori, dove si stagliano con effetto quasi scultoreo i chiaro-scuri formati da rilievi che si sollevano sulla tavola per poi sfumare sino ad annullarsi nella tavola stessa. Questa rigorosa scelta dell'uso del bianco, mai rinnegata, è una delle chiavi di lettura del suo lavoro.

Negli anni '70 e particolarmente poi negli anni '80 Zilocchi realizza anche le Linee eseguite su carta o su tela bianca poi applicata su tavola, tracciate con Graphos Rotring nero in base a formule matematiche complesse da lui individuate, dove la componente 'casuale' ha un peso determinante. Ad esempio, l'utilizzo dei dadi che gettava sul tavolo ed il cui risultato veniva inserito nelle sue formule, determinava la lunghezza delle linee, la loro inclinazione ed il loro spessore. Nel corso della sua vita, Alberto Zilocchi, oltre che in Italia, ha esposto in particolare in Paesi del Nord Europa: in Germania, Finlandia, Svezia, Polonia, Inghilterra, ecc., con più di 100 esposizioni nella sua biografia, ed ha inoltre aderito al Movimento Neocostruttivista Nord Europeo partecipando attivamente alle loro riunioni.

Alberto Zilocchi (Bergamo, 1931-1991), ha frequentato l'Avanguardia artistica di Milano a partire dalla metà degli anni '50. Ha conosciuto Lucio Fontana - con il quale ha anche esposto nel 1960 alla Galleria della Torre di Bergamo - Enrico Castellani, Agostino Bonalumi e soprattutto Piero Manzoni. Con Piero Manzoni ha firmato il Manifesto del Bar Jamaica nel 1957 insieme con altri frequentatori di quel famoso punto d'incontro artistico-culturale milanese, tra i quali Guido Biasi, Angelo Verga, Ettore Sordini, ed ha partecipato alla seconda mostra alla Galleria Azimut di Milano, dal 22 dicembre 1959 al 3 gennaio 1960, insieme con lo stesso Manzoni e con Anceschi, Boriani, Castellani, Colombo, Dadamaino, De Vecchi, Mari e Massironi.

Avvicinatosi verso la fine degli anni '60 anche alle Avanguardie del Gruppo Zero di Dusseldorf, Alberto Zilocchi in quegli anni inizia a realizzare i Rilievi. Grazie anche alle sue frequenti esposizioni in tutta Europa, l'evoluzione artistica di Alberto Zilocchi lo porta dalla metà degli anni '70 ad abbracciare il Movimento Nord Europeo dell'Arte Concettuale Costruttivista Concreta, divenendo membro attivo del Centro Internazionale di Studi d'Arte Costruttiva ed inizia a realizzare anche le Linee. L'attività artistica di Alberto Zilocchi con estensione in vari campi, come quello della scenografia per il Teatro Donizetti di Bergamo nei primi anni '60, lo ha visto protagonista in oltre 100 mostre personali e collettive in Italia e in gran parte nel Nord Europa tra il 1957 e il 1990. (Comunicato stampa)




Gioielli vertiginosi
Ada Minola e le avanguardie artistiche a Torino nel secondo dopoguerra


termina il 12 settembre 2016
Palazzo Madama - Torino

La mostra, curata da Paola Stroppiana, si articola in cinque sezioni e presenta per la prima volta al pubblico 120 gioielli che delineano i principali caratteri della produzione orafa di Ada Minola (1912-1993), poliedrica scultrice, orafa, imprenditrice, gallerista, attiva a Torino nella seconda metà del '900, focalizzandosi sulle diverse aree di influenza stilistica: dall'Art Nouveau al gioiello d'artista, dai confronti con le sculture di Giò Pomodoro e Lucio Fontana al periodo neo-barocco, dai dialoghi con le opere di Umberto Mastroianni alle influenze dell'universo estetico del geniale architetto Carlo Mollino.

Ad arricchire l'esposizione anche un costante rimando a opere d'arte, disegni, libri, fotografie di repertorio che consentono una puntuale contestualizzazione storica e critica degli oggetti in mostra. Vivace protagonista della borghesia torinese, che nel secondo dopoguerra si apre alle novità culturali di respiro internazionale, Ada Minola vive un periodo felice d'incontri che segneranno profondamente la sua ricerca artistica. Amica di Mollino, al quale commissiona gli arredi dell'abitazione di famiglia nel 1944, frequenta gli artisti Lucio Fontana, Giò Pomodoro, Umberto Mastroianni e, alla fine degli anni '50, conosce l'affermato critico d'arte francese Michel Tapié, con il quale instaura una fruttuosa collaborazione e una solida amicizia. Tapié chiamerà Ada a dirigere l'International Center of Aesthetic Research da lui fondato a Torino nel 1960.

Figlia e nipote di orafi lombardi, dall'inizio degli anni Cinquanta Ada Minola realizza i primi manufatti in oro, argento e pietre preziose con la tecnica della fusione a cera persa. Piccoli capolavori caratterizzati da volumetrie fiammeggianti e da un ardito trattamento della materia. I suoi gioielli riscuotono da subito una buona fortuna critica tra i suoi contemporanei tanto che alcuni suoi esemplari - su invito di Arnaldo e Giò Pomodoro - vengono esposti alla Triennale del 1957. Nei due decenni successivi partecipa a numerose mostre collettive dedicate al gioiello d'autore in diverse gallerie in Italia e all'estero, e alcuni suoi gioielli entrano in prestigiose collezioni private italiane e internazionali come quella della gallerista americana Martha Jackson e del poeta francese Emmanuel Looten, che li definirà in una poesia a lei dedicata "gioielli vertiginosi".

Donna dal grande carisma, amatissima da artisti, poeti e intellettuali di cui fu musa e amica, Ada Minola trasferisce nei suoi gioielli il grande fervore creativo da cui era circondata, riuscendo a tradurre con originale creatività istanze e scelte formali. In particolare, in mostra sono proposti interessanti confronti con due bracciali disegnati dall'artista Afro, un fantasioso piatto con l'Arlecchino di Lucio Fontana e alcuni disegni - matita e china su carta - di Giò Pomodoro, del quale è presente anche la scultura in bronzo dorato intitolata Folla del 1962 già in collezione Minola. Le sculture in bronzo dorato di Umberto Mastroianni, amico di famiglia, costituiscono il riferimento stilistico per orecchini e pendagli riferibili alla sua produzione degli anni Settanta. Infine, eccezionale presenza in mostra, il tavolo disegnato espressamente per Ada da Carlo Mollino nel 1964. Realizzato dallo scultore Gianni Fenoglio, il tavolo sembra richiamare nelle pronunciate scanalature dell'intaglio ligneo alcuni tra i gioielli più elaborati in mostra. Accompagna la mostra un catalogo edito da Silvana Editoriale. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra Landscape: Hide and Seek alla Barbara Frigerio Contemporary Art di Milano Landscape - Opera di Giuseppe Cavaliere 
Patricia Glee Smith - Blue Buoy - olio su tela cm.150x80 Landscape: Hide and Seek
(Un)Hidden Beauties


termina lo 02 luglio 2016
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it

Quante volte ci è capitato di attraversare la via di casa ed accorgerci, per caso, di dettagli passati inosservati nella quotidianità? Alzare lo sguardo e notare particolari di un edificio davanti al quale passiamo tutti i giorni, stupendoci della loro esistenza ed impressionandoci per la loro silenziosa ed inosservata bellezza? O viaggiare in treno ed in macchina, su un tragitto familiare, e notare, grazie ad una particolare atmosfera, la peculiarità e la magia del paesaggio che ci circonda? (...) Come scriveva Goethe "la bellezza è negli occhi di chi guarda": attraverso lo sguardo attento, ma allo stesso tempo sognante, di artisti contemporanei che utilizzano tecniche diverse e hanno ispirazioni molto lontane tra loro, riscopriamo da "diverse angolazioni" il fascino nascosto di luoghi che normalmente osserveremmo con occhi distratti.

Intraprendiamo così un viaggio lasciandoci coinvolgere dagli artisti in una sorta di nascondino tra concreto e immaginario, tra familiare e sconosciuto: dai bucolici paesaggi toscani dell' americana Patricia Smith, ospite per la prima volta della galleria, passando poi per i paesaggi di montagna di Maurizio Bottoni e le fotografie, a tema naturalistico, di Giuseppe Cavaliere. Proseguendo poi per le strade misteriose e oniriche di Esther Nienhuis ci imbattiamo nel paesaggio urbano, vero protagonista della mostra: tra le opere esposte ricordiamo le città spettrali di Daniele Cestari, familiari ma stranianti, allo stesso tempo qui ma in nessun luogo, e le spettacolari vedute di New York di Valerio D'Ospina e di Eric Serafini. A questi si aggiungono i dipinti di Francesca Galliani e Dave Earle che danno vita a scorci di città con colori sgargianti. Massimiliano Muner propone una realtà scomposta mediante l'utilizzo di pellicole istantanee, ed Alberto Fanelli ci guida in una visione 3D di città italiane ed internazionali. (Alice Montani)




Miroslav Tichý
termina il 28 agosto 2016
Rolla.info - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

L'undicesima mostra organizzata dalla Fondazione Rolla sarà dedicata all'artista Miroslav Tichý, esponendo 40 fotografie e 5 lavori su carta appartenenti alla collezione di Philip e Rosella Rolla. Miroslav Tichý (Kyjov - Repubblica Ceca, 1926-2011), tra il 1960 e il 1985, con macchine fotografiche auto costruite utilizzando oggetti trovati come cartone, lattine e altri materiali, ha scattato migliaia di fotografie per lo più di donne nella sua città natale, Kyjov. Le fotografie sono rimaste in gran parte sconosciute fino al 2004 quando il curatore Harald Szeemann lo introduce nel mondo dell'arte presentandolo alla Biennale di Siviglia. Gli scorci fugaci, sfuocati, macchiati e stampati male - a causa delle limitazioni del suo equipaggiamento primitivo e una serie di errori di elaborazione intenzionali - raggiungono imperfezioni poetiche. In catalogo un testo di Francesco Zanot, curatore di Camera - Centro Italiano per la Fotografia, Torino. (Comunicato stampa)




Dimensione Disegno - Posizioni contemporanee Dimensione Disegno. Posizioni contemporanee
termina lo 07 agosto 2016
Museo Civico Villa dei Cedri - Bellinzona (Svizzera)
www.villacedri.ch

La mostra esplora la pratica del disegno contemporaneo, la sua materia, i suoi supporti e i suoi formati, la sua impermanenza e, a volte, la sua monumentalità. Un percorso insolito che riunisce una decina di giovani artisti provenienti da tutta la Svizzera: Manon Bellet, Sophie Bouvier Ausländer, Raffaella Chiara, Robert Estermann, Franziska Furter, Lang/Baumann, Zilla Leutenegger, Luca Mengoni, Valentina Pini, Didier Rittener, Denis Savary, Julia Steiner e Marie Velardi. "Il disegno si trova veramente fra le arti maggiori dei nostri tempi poiché offre questa possibilità semplice e immediata di essere spontaneo, ma soprattutto di essere concettuale allo stesso tempo. La contingenza tra caratteri intimi e movimenti di pensiero elaborati gli consente oggi di affermarsi. Atteggiamento, scrittura del tempo e dello spazio, il disegno tenta di cogliere senza bloccarla la definizione di questo momento contemporaneo che ci sfugge." (Karine Tissot nel catalogo della mostra)




Velocità e Colore
Alfonso Borghi interpreta Automobili Lamborghini


termina il 30 giugno 2016
Museo storico della Casa - Sant'Agata Bolognese

Automobili Lamborghini inaugura le celebrazioni del 50° Anniversario della Miura con una mostra d'arte. Ad interpretare la Miura e il marchio del Toro è stato chiamato un artista del territorio, Alfonso Borghi, di Campegine (Reggio Emilia), che nelle sue 10 opere esposte in mostra ne interpreta l'anima, l'essenza e i colori. Caratterizzata da un linguaggio informale e astratto, la pittura di Borghi è il risultato della rielaborazione inconscia delle forme dinamiche, degli stilemi del design e dell'innovazione nei colori che hanno da sempre contraddistinto le supersportive Lamborghini. Dieci tele di grandi dimensioni (8 da cm.200x150 e 2 da cm.180x180) a olio e tecnica mista svelano lentamente tra forti giochi di colore ad effetto tridimensionale alcuni particolari di Lamborghini di ieri e di oggi, dall'icononica Miura alla Reventón, dalla Sesto Elemento all'Aventador.

L'esposizione si inserisce naturalmente e nel rispetto della prestigiosa collezione del Museo Lamborghini di Sant'Agata Bolognese, inaugurato nel 2001. Un luogo unico frutto della volontà di Automobili Lamborghini di mettere in luce il suo importante patrimonio storico, che coniuga la migliore tradizione artigianale italiana con una costante innovazione tecnologica. Le più belle automobili progettate e costruite a Sant'Agata Bolognese - dal 1963 sino ad oggi - sono presentate agli occhi dei visitatori in una sequenza mozzafiato: percorrendo i due piani del Museo si possono ammirare sia vetture storiche come la 350 GT, la Miura, la Countach, l'LM 002 e la Diablo, sia concept e vetture in serie limitata come la Reventón, la Sesto Elemento e l'Urus, il concept del futuro SUV Lamborghini. L'esposizione, che ha visto la collaborazione di Automobili Lamborghini, Artioli 1899 (storico editore modenese e società di eventi culturali) e il Prof. Paolo Fontanesi, è accompagnata da un volume edito da Artioli 1899.

Alfonso Borghi (Campegine di Reggio Emilia, 1944), autodidatta, espone per la prima volta all'età di 18 anni. In oltre 50 anni ininterrotti di attività è passato attraverso l'espressionismo, il figurativismo morandiano, il surrealismo fino all'astrattismo di impronta futurista. Borghi è arrivato oggi a una sintesi, in cui un uso abilissimo della materia si associa a un senso del colore di estrema sensibilità. A partire dagli anni '70 le sue opere viaggiano nelle principali città europee e statunitensi (Barcellona, Berlino, Madrid, Vienna, Parigi, New York, Los Angeles). A partire dagli anni '80 un susseguirsi di mostre e di eventi importanti in Italia e all'estero costellano l'attività artistica del maestro. Non solo pittura però. Si dedica anche all'arte plastica, dando un senso tridimensionale a quelle opere che già vivono su tela. Lavora il vetro, la ceramica, ma si dedica anche alla scultura. Oggi le sue opere trovano spazio in collezioni pubbliche e private e in musei italiani ed europei.

La Miura, che quest'anno compie 50 anni, rappresenta un caso unico di automobile. Progettata nel 1965 dal team ingegneristico Lamborghini, sotto la guida di Gian Paolo Dallara e Paolo Stanzani e vestita da Marcello Gandini per la Carrozzeria Bertone, divenne immediatamente l'oggetto del desiderio per chi poteva permettersela. Dal design sinuoso, sensuale, è alta solamente 105 centimetri dal suolo, con una altezza minima da terra di 135 millimetri. Presentata al Salone di Ginevra del 1966, riscuote un immediato successo mondiale, polverizzando qualsiasi criterio di riferimento nel settore delle auto sportive. Motore centrale posteriore disposto in senso trasversale a 12 cilindri a V di sessanta gradi, quattro litri di cilindrata, unico blocco comprendente cambio e differenziale, sviluppa una potenza di 350 CV a 7000 giri e una velocità massima record per quei tempi di 280 km/h.

Un progetto raffinato e modernissimo, nettamente in anticipo sui tempi, certamente ispirato ai grandi prototipi da corsa che in quell'epoca si sfidavano nelle gare sulle lunghe distanze, e che solo dopo parecchi anni avrebbero generalizzato la tecnica del motore posteriore per le più raffinate sportive stradali. Con la Miura, che prendeva il nome di Edoardo Miura, grande amico del fondatore Ferruccio Lamborghini e famoso allevatore di tori, si inaugura la tradizione Lamborghini di dare alle proprie vetture nomi derivanti dal mondo della tauromachia. La Miuramania contagiò regnanti, cantanti, attori... Nel mondo ne vennero consegnati 763 esemplari in tre differenti versioni dal 1966 al 1972 e in ben 60 diversi colori.

La mostra fa parte di una serie di eventi e iniziative legate ai festeggiamenti dei 50 anni della Miura. (...) L'8 giugno il gruppo di Miura partirà da Bologna, passerà per la sede di Lamborghini a Sant'Agata Bolognese e per la Dallara Automobili a Varano de' Melegari (Parma) per un saluto a Gian Paolo Dallara, a cui si deve la progettazione della Miura nel 1965. Il viaggio, di oltre 500 km in 4 giorni, attraverserà Emilia, Liguria e Toscana e si concluderà a Firenze.

Fondata nel 1963, Automobili Lamborghini ha sede a Sant'Agata Bolognese. La Lamborghini Huracán LP 610-4, che ha festeggiato il proprio debutto mondiale al Salone di Ginevra 2014, la Huracán Spyder e la versione LP 580-2 a trazione posteriore del 2015 sono le eredi dell'iconica Gallardo e, grazie alla loro tecnologia innovativa e alle prestazioni eccezionali, ridefiniscono l'esperienza di guida delle supersportive di lusso. L'Aventador LP 700-4 e l'Aventador LP 750-4 Superveloce, nelle versioni Coupé e Roadster, rappresentano il nuovo punto di riferimento nel panorama delle supersportive di lusso con motore V12. Con 135 concessionari in tutto il mondo, in mezzo secolo di vita Automobili Lamborghini ha creato una serie ininterrotta di auto da sogno, che annovera 350 GT, Miura, Espada, Countach, Diablo, Murciélago, e serie limitate come Reventón, Sesto Elemento e Aventador J; Veneno Coupé, Egoista e Veneno Roadster sono state create per celebrare i 50 anni dell'azienda nel 2013, mentre la Centenario commemora i 100 anni dalla nascita del fondatore Ferruccio Lamborghini nel 2016. (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Alberto Burri. Il trauma della pittura
termina lo 03 luglio 2016
Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen (Collezione d'arte del Nordreno-Vestfalia, NRW) - Düsseldorf

Con i suoi inconfondibili quadri realizzati in semplici materiali quali ferro, juta o plastica, Alberto Burri (1915-1995) è stato uno degli artisti più influenti del Secondo dopoguerra. Tuttavia la sua opera è ancora alquanto sconosciuta in Germania. In cooperazione con la Solomon R. Guggenheim Foundationdi New York, la Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen (Collezione d'arte del Nordreno-Vestfalia, NRW) di Dusseldorf ospiterà la grande retrospettiva di Alberto Burri con circa 70 opere provenienti dalla mostra di New York. Insieme a Lucio Fontana, Burri è l'artista italiano più importante del Novecento e ritenuto iniziatore dell'Arte Povera.

"Il sua forte interesse per tutto ciòche è fatto di materia, ricopre un grande ruolo anche nell'arte più recente", sostiene la direttrice della Kunstsammlung NRW, Marion Ackermann. La retrospettiva di Burri si terrà nei locali espositivi al livello interrato del museo K21 e sarà integrata dalle opere di artisti di quell' ambito internazionale nel quale operava l'artista umbro, quali Jannis Kounellis, Robert Rauschenberg o Cy Twombly. Tali opere, di proprietà della Kunstsammlung NRW, documentano la forte autorevolezza dell'arte di Burri.

La sua biografia esprime il trauma italiano alla fine del fascismo e rispecchia il turbolento nonché drammatico decorso del ventesimo secolo. Subito dopo la fine della guerra, l'artista autodidatta fece confluire la sua esperienza di ufficiale medico e quella della prigionia americana in un'arte potente, ma testimone di spaventosi ricordi. L'opera di Burri riveste una particolare importanza per la Kunstsammlung NRW e per il Museo Guggenheim: i rispettivi direttori ne riconobbero presto il valore promuovendo l'artista. Infatti già nel 1966 Werner Schmalenbach acquisisce per la Kunstsammlung NRW Grande Sacco BS (1956), una delle opere più significative dell'artista italiano.

Burri si distanzia presto dalla gestualità pittorica dell'espressionismo astratto di stampo americano e dall'arte informale europea tramite l'impiego di materiali insoliti, "poveri" e industriali, come non era mai stato fatto prima. Con la sua estensione in rilievo del dipinto bidimensionale nello spazio, Burri crea alla fine degli anni '40 quei "paesaggi del materiale" che condizioneranno profondamente gli artisti di diversi movimenti artistici e in particolare gli esponenti del Neo Dadaismo, dell' Arte Processuale e dell' Arte povera. Alberto Burri è conosciuto soprattutto per la serie dei "Sacchi", quadri realizzati con frammenti di sacchi di juta rattoppati e cuciti insieme, di frequente uniti a brandelli di vecchi abiti. In questa categoria rientra anche l'opera di proprietà della Kunstsammlung NRW.

La mostra, curata da Emily Braun, presenta tutti gli altri cicli di opere dell'artista che prendono nome dai più disparati materiali, colori e tecniche di lavoro: i Catrami, le Muffe, i Gobbi, i Bianchi, i Legni, i Ferri, le Combustioni Plastiche, i Cretti e i tardi lavori in Cellotex su pannelli di truciolato. Nel corso della sua vita artistica Burri si occupa ripetutamente di questioni essenziali per la pittura, come la monocromia. L'artista esamina infatti le qualità fisiche ed ottiche di un colore con un nuovo tipo di impiego monocromatico del materiale, un'innovazione che riceve visibilità tematica per la prima volta in questa mostra. Nella stessa è messo in risalto anche il dialogo di Burri con il Minimalismo americano, evidente soprattutto nei tardi cicli dei Cretti e dei Cellotex.

In occasione della sua prima mostra individuale tenutasi a Roma nel 1947, egli espone paesaggi e nature morte per poi prendere definitivamente le distanze dall'espressione figurativa. Colori ad olio e tele sono rimossi a favore di materiali e procedimenti inusuali. Inizialmente Burri effettua degli esperimenti impiegando polvere di pietra pomice, vernici industriali o tubi di metallo, distruggendo la superficie del quadro con sovrapposizione di materiali e convessità al di sotto della tela. Come Lucio Fontana, l'artista crea delle ferite sulla pittura rivelando e decostruendo il supporto dell'immagine.

Con l'opera-memoriale il Grande Cretto (1985-1989/2015), Burri estende queste ricerche dal dipinto su tavola al paesaggio. Questo monumentale progetto di Land Art realizzato sulle rovine delle mura di Gibellina, distrutta dal terremoto del 1968, determinerà più tardi l'incontro tra Alberto Burri e Joseph Beuys. Grazie al film realizzato dall'olandese Petra Noorkamp per la retrospettiva, questo insolito monumento sarà presente alla mostra. Grazie a James Johnson Sweeney che durante la sua direzione del museo Guggenheim redasse nel 1955 la prima biografia su Burri, l'artista realizzò numerose mostre in America dove visse periodicamente dal 1963. Burri partecipò più volte alla Biennale di Venezia e di San Paolo e alla Documenta di Kassel (1959,1964,1982). (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Alla scoperta del Giappone "Alla scoperta del Giappone"
Felice Beato e la scuola fotografica di Yokohama 1860-1910


termina il 30 giugno 2016
Fondazione Luciana Matalon - Milano
www.fondazionematalon.org

La mostra presenta una documentazione fotografica, delle prime immagini scattate in Giappone, tra cui spicca il lavoro di uno dei maggiori fotografi dell'Ottocento: l'italiano Felice Beato. Questo materiale, proveniente dalle collezioni del Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze, contribuisce ad esemplificare l'interesse e il fascino esercitato dal mondo orientale alla fine dell'Ottocento nella cultura europea. L'esposizione raccoglie 110 fotografie originali d'epoca (vintage-prints) colorate a mano con prodotti all'anilina, che ne caratterizzano inconfondibilmente la provenienza dall'atelier di Beato, oltre a tre preziosi album-souvenir con copertine originali, in lacca, madreperla e avorio, che testimoniano la moda orientalista largamente diffusa nell'Europa del XIX secolo.

L'iniziativa, curata da Emanuela Sesti, responsabile scientifica di Fratelli Alinari, è organizzata e prodotta da Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia e Fondazione Luciana Matalon, fa parte del programma ufficiale delle celebrazioni del 150° anniversario della firma del Trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone. Felice Beato (1832-1909), di origini veneziane naturalizzato inglese, nei suoi primi anni di attività lavora insieme al fratello Antonio e al fotografo inglese James Robertson a Costantinopoli durante gli anni della guerra di Crimea, della quale riportano alcune straordinarie immagini di documentazione.

Nel 1857, sempre accompagnato dal fratello e da Robertson, inizia il suo viaggio verso Oriente, raggiungendo l'India e nel 1860 la Cina. Nel 1863 arriva da solo in Giappone, dove rimane per oltre 15 anni e fonda la sua attività fotografica insieme al pittore Charles Wirgman, specializzato nella caratteristica coloritura delle stampe fotografiche di Beato. La mancanza di colore nelle fotografie ottocentesche era avvertita come un limite e la policromia di queste stampe, unite alla loro raffinatezza e esoticità, hanno contribuito al grande successo commerciale con cui furono accolte, tanto che Beato e Wirgman crearono una vera e propria scuola a Yokohama, alla quale collaborarono molti artisti locali.

Tale scuola proseguì la produzione delle fotografie 'alla maniera di Beato', anche molti anni dopo la partenza del fotografo italiano, creando uno stile e una moda che perdurò fino ai primi del Novecento. Per la colorazione di una buona fotografia occorreva quasi mezza giornata. I tempi erano così lunghi che vennero assunti sempre più artisti in un solo atelier, istituendo così una catena di montaggio che aveva una gerarchia produttiva ben precisa e che seguiva anche le inclinazioni e il grado di abilità di ciascun colorista. La Yokohama Shashin, ovvero la fotografia in stile Yokohama, acquisì notevole importanza grazie al turismo.

I viaggiatori compravano, come souvenir, gli album con una cinquantina di immagini circa, affascinati dal Giappone e dalle sue più antiche tradizioni di vita sociale e di costume, ma anche dalle atmosfere e dagli irripetibili paesaggi ricchi di fascino e spiritualità, cercando fotografie che confermassero l'immagine esotica che avevano del Giappone, in antitesi alla cultura del mondo occidentale. Attraverso le fotografie del XIX secolo realizzate in Giappone, si possono leggere i costumi, i paesaggi, la vita quotidiana giapponese: le geishe, i samurai, i lottatori, i monaci buddisti, i piccoli artigiani, i paesani, ma anche i paesaggi, i fiori e le scene di strada. Ogni immagine è una finestra aperta sul mondo orientale, su un lontano e sconosciuto Giappone che grazie alla fotografia si offriva alla curiosità del pubblico europeo del secolo scorso. (Estratto da comunicato stampa)




Warped Passage - Stampa digitale su carta cotone Hahnemuehle montata su alluminio, cornice floccata cm. 100x123x8 2015 Aqua Aura: Dreamscape
termina il 10 luglio 2016
CSArt e ClubArt - Reggio Emilia
www.csart.it

Dalle finestre che si aprono sulla via Emilia, luogo di storie e memorie, un viaggio immaginario in una terra di confine, dove scenari primordiali diventano immagine di un possibile futuro. In mostra - a cura di Chiara Serri e Paolo Barilli - una selezione di fotografie delle serie Scintillation (2015-16) e Frozen Frames (2011-14). Paesaggi silenziosi, ipnotici, irreali ed allo stesso tempo estremamente verosimili. Composizioni nate dall'elaborazione digitale di ritagli fotografici autografi, attraverso una lenta costruzione dell'immagine.

Come spiegano Chiara Serri e Paolo Barilli, «Le opere della serie Scintillation, benché strettamente legate a Frozen Frames, presentano un carattere di sostanziale novità, ossia la riduzione delle componenti drammatiche, per lasciare campo ad atmosfere sospese, in cui la visione diviene stupore». Nella nuova produzione è stata, inoltre, riposta grande attenzione alla scelta della carte e degli inchiostri, nonché alle cornici floccate che, come spiega l'autore, presentano un'epidermide vellutata, anch'essa parte dell'opera. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Spilla con girasole - Trifari, 1941, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Spilla a Corona - Adolph Katz per Coro, 1946 ca, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Spilla con airone in volo - Alfred Philippe per Trifari, 1950-1955, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Gioielli Fantasia. Sogni americani
termina lo 02 ottobre 2016
Palazzo Mazzetti - Asti
www.palazzomazzetti.it

Oltre 500 esemplari di Gioielli Fantasia provenienti dalla Collezione personale di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo: Collane, spille, orecchini e bracciali tracciano l'evoluzione della Costume Jewelry e raccontano una storia articolata e affascinante, dalle riproduzioni di gioielli classici alle creazioni pop degli anni '50 e '60, concepite ed elaborate dai più importanti designer, come Trifari, Marcel Boucher, Coro, De Rosa, Eisenberg, Miriam Haskell, Eugène Joseff, Kenneth J. Lane, Pennino, fino a Wendy Gell e Iradj Moini. La storica dimora astigiana, scrigno di raffinate raccolte di intagli, tessuti antichi e ceramiche, si offre come luogo ideale per un'esposizione dedicata ad un settore particolare delle arti decorative come quello del "gioiello fantasia".

Il percorso espositivo accompagna il visitatore alla riscoperta della produzione di costume jewelry, fenomeno socio-culturale nato negli Stati Uniti all'indomani della grande crisi del 1929-1939: con la drastica riduzione del mercato dei prodotti di lusso, la sperimentazione con materiali non preziosi diventa l'unica via di sopravvivenza per i gioiellieri, ma anche stimolo per la fantasia e per la messa a punto di nuove tecniche. Nascono ornamenti bellissimi e poco costosi che gli studi cinematografici di Hollywood non esitano ad adottare, facendoli diventare protagonisti della stagione d'oro del cinema americano. Nonostante l'utilizzo di pietre e leghe di costo contenuto, l'accuratezza delle finiture e il formato sorprendente sono il segno evidente delle straordinarie capacità creative dei designer dell'epoca e di una maggiore libertà di sperimentazione di nuovi materiali. (Estratto da comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Da Lotto a Caravaggio
La collezione e le ricerche di Roberto Longhi


termina il 24 luglio 2016
Complesso Monumentale del Broletto - Novara

Roberto Longhi (1890 - 1970) ha contribuito in modo determinante alla conoscenza che oggi abbiamo dell'arte italiana, avendo dedicato la sua vita di studi e la sua passione intellettuale alla riscoperta del filone naturalistico che attraversa l'arte dei secoli passati, mettendo in evidenza tra gli altri la figura di Caravaggio, pressoché dimenticato nella storiografia Ottocentesca. La mostra è idealmente guidata da Roberto Longhi, dal suo sguardo di conoscitore e dalla sua passione di collezionista. Con Roberto Longhi la mostra attraversa due secoli di pittura e si sofferma sui periodi e sulle scuole dell'arte italiana più studiate e spesso riscoperte proprio dal grande critico.

Il percorso espositivo, organizzato in maniera cronologica e tematica, inizia con le opere del Cinquecento che sono riconducibili all'"Officina ferrarese" e prosegue con quelle di Lorenzo Lotto a cui sono accostati alcuni protagonisti del manierismo e della scuola veneta, per arrivare all'area prediletta - sia per gli studi di Longhi che per le opere della sua collezione presentate - quella del Caravaggio, dei suoi predecessori e dei suoi seguaci, per terminare infine con un gruppo di ritratti e mezze figure del Seicento tra le quali si nota una bellissima serie di Jusepe de Ribera. La scelta dei dipinti caravaggeschi mette in particolare evidenza l'importanza dei suoi precursori lombardi e veneti, tra i quali spicca la figura di Lorenzo Lotto.

Come precocemente scrisse Longhi: "Lotto è un luminista immenso, che va oltre Vermeer von Delft (...). Specie la prima maniera luministica di Caravaggio (...) può dirsi preparata, - certo oltrepassata - dal luminismo del Lotto. E' un luminismo che si serve di una caratteristica luce radente e pure essenzialmente fissatrice di movimenti non scompositrice di essi, tale insomma da preludere al luminismo statico di Caravaggio". (Longhi, Caravaggio, tesi di laurea, 1911, p. 30)

Per ricostruire il percorso critico di Roberto Longhi nella riscoperta della "pittura della realtà" sono state selezionate opere particolarmente significative che riflettono l'originalità del pensiero dello studioso. Oltre a Lotto, Caravaggio e Ribera saranno in mostra, tra le altre, opere di Dosso Dossi, Amico Aspertini, El Greco, Lambert Sustris, Romanino, Saraceni, Borgianni, Fetti, Battistello Caracciolo, Valentin de Boulogne, Stom, Van Honthorst, Lanfranco, Mattia Preti, il Morazzone e il Cerano, con la Deposizione di Cristo del Museo Civico di Novara. Oltre ad alcuni prestigiosi prestiti esterni, il nucleo portante è rappresentato da quasi 50 dipinti appartenuti al grande storico dell'arte. Dipinti che con la loro storia attribuzionistica e con i tempi del loro ingresso nella raccolta rappresentano una vicenda capitale di riferimento per la critica attuale.

"Da Lotto a Caravaggio. La collezione e le ricerche di Roberto Longhi" è curata da Mina Gregori e da Maria Cristina Bandera, Presidente e Direttore Scientifico della Fondazione di Studi di Storia dell'Arte Roberto Longhi ed è organizzata dalla società Civita Mostre. Il catalogo della mostra, edito da Marsilio, oltre alle schede critiche delle opere esposte, comprenderà alcuni saggi sulla personalità di Roberto Longhi e sugli artisti rappresentati in mostra, scritti dalle curatrici, da Cristina Acidini e Daniele Benati. La rassegna conterà infine su una audioguida messa a disposizione di tutti i visitatori e un suggestivo allestimento che valorizzerà la ricchezza delle opere esposte nel contesto dell'antico Broletto di Novara. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Immagine dalla locandina della mostra di Francois Morellet e Grazia Varisco Francois Morellet | Grazia Varisco
termina il 21 agosto 2016
Ghisla Art Collection - Locarno

La mostra che viene presentata alla Fondazione Ghisla Art Collection di Locarno intende proporre un dialogo tra questi due protagonisti dell'arte europea, che hanno esposto insieme in più occasioni dagli anni Sessanta. Il percorso vuole mettere in luce sia i parallelismi sia le diversità delle loro personalità poetiche, che in modi differenti hanno sempre cercato nel loro lavoro di mettersi in relazione con lo spettatore in un modo anticonvenzionale, per coinvolgerlo in un'esperienza artistica ogni volta inattesa e sorprendente. ra gli aspetti che più avvicinano questi due artisti c'è infatti proprio la volontà di contraddire continuamente le condizioni consuete delle convenzioni rappresentative e di relazione con l'opera artistica, sempre con ironia e leggerezza.

Agendo secondo modalità che si fondano sulla decostruzione della geometria, sull'attivazione dell'immagine attraverso la presenza luminosa, sulla movimentazione percettiva e talvolta interattiva della materialità dell'opera, e creando così una relazione insieme immediata e complessa tra opera e spettatore. Una prima sala propone una selezione di lavori storici di entrambi gli autori, degli anni Sessanta e Settanta, realizzati secondo coordinate di riduzione formale e materiale che intendono cancellare qualsiasi residuo di emotività negativa e di solipsismo espressivo, per dare vita invece a opere che sono veri e propri campi di esperienza, nelle quali a una estrema essenzialità corrisponde una profonda comunicatività.

A seguire, due sale monografiche, una dedicata a Morellet e l'altra a Varisco, presentano lavori di cronologia più recente e sono concepite insieme agli artisti stessi appositamente per l'occasione, in relazione agli spazi di Fondazione Ghisla Art Collection, per mostrare le reciproche specificità delle loro vitalità poetiche, e la persistente attualità delle loro ricerche. Alle opere in mostra, e al loro rapporto con questi spazi, sono dedicate le due interviste inedite, realizzate in questa circostanza. La mostra è presentata al terzo piano dell'edificio di Fondazione Ghisla Art Collection, a suggello e culmine del percorso espositivo della collezione permanente che viene presentata negli altri spazi: si pone infatti in una sorta di colloquio ideale con le altre opere della Collezione, che è stata in parte riallestita per l'occasione. (Comunicato stampa)

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The exhibition presented at the Ghisla Art Collection Foundation in Locarno intends to propose a dialogue between these two protagonists of European art who have exhibited together on various occasions since the 1960s. The itinerary of the exhibition wishes to evidence both the parallelisms and the differences of their poetic personalities which in different ways have in their work always tried to relate to the spectator in an anti-conventional way in order to involve him or her in an artistic experience which is every time unexpected and surprising. In fact, from among the aspects shared most by these artists is the wish to continually contradict the usual conditions of the representative conventions and the relation with the artistic work, always with irony and lightheartedness.

Acting according to modalities based on the deconstruction of geometry, on the activation of the image by means of the luminous presence, on the perceptive and sometimes interactive handling of the materiality of the work, in this way creating a relation that is both immediate and complex between the work and the spectator. The first room proposes a selection of historical works by the two artists that date to the 1960s and 1970s, created in accordance with coordinates of formal and material reduction that intend to cancel whatever residue of negative emotivity and expressive solipsism in order to instead give rise to works that are real fields of experience in which to an extreme essentiality there corresponds a profound form of communication. This room is followed by two monographic ones housing the works of each artist.

They present more recent works and were conceived together by the artists especially for this exhibition in relation to the spaces of the Ghisla Art Collection Foundation. The prime intention of these two rooms is to show the reciprocal specificity of their poetic vitality and the persistent actuality of their research. In addition to the works on exhibit and their relationship with the spaces of the Ghisla Art Collection Foundation, there are two interviews with the artists drawn up for this occasion. The exhibition is housed on the third floor of the Foundation's building as the formal ratification and culmination of the itinerary of the permanent collection which is presented in the other rooms. In fact, this exhibition is a sort of ideal 'conversation' with the other works of the Collection which has in part being reordered for the occasion. (Press release)




Ferrara nel mondo
E' già un successo il de Chirico ferrarese alla Staatsgalerie di Stoccarda


A pochi giorni dall'inaugurazione, il 18 marzo, l'esposizione allestita alla Staatsgalerie di Stoccarda si è già conquistata recensioni molto positive da diversi dei principali media ed è assolutamente notevole anche la risposta del pubblico. Cosa per nulla scontata, visto che de Chirico, pur noto e amato in Germania, vi è naturalmente meno di casa di quanto non lo sia in Italia. La mostra ferrarese resterà la vedette internazionale della Staatsgalerie sino al 3 luglio.

(...) A dimostrazione dell'attenzione che la Staatsgalerie riversa su questa mostra, un grande convegno internazionale incentrato proprio sull'artista (21 e 22 aprile) su un argomento di grande interesse artistico ma anche per il mercato dell'arte. Ovvero il tema delle repliche. Si tratta, si chiederanno gli esperti - di espressioni di esigenze artistiche o di risposte alle richieste del mercato, moto dell'anima dell'artista o precisa strategia economica?" Il caso da cui parte la due giorni di riflessione è proprio quello delle Muse di de Chirico, un tema i cui esordi sono ben documentati nella mostra proveniente dai Diamanti. Un tema sul quale de Chirico è tornato tutta la vita, sia in pittura che in scultura. Spinto esclusivamente dall'esigenza di cercare forme diverse alle sue "creature" o - questo è l'interrogativo degli esperti - strategia di mercato?".

Ad aprire i lavori, con una riflessione sul tema delle Muse dechirichiane, sarà il professor Paolo Baldacci, curatore dell'esposizione ferrarese. L'indomani il calendario delle Giornate di Studio è occupato dal meglio della critica d'arte tedesca e di altri Paesi. Per dibattere il tema delle repliche, delle proposte seriali, delle copie non solo in de Chirico ma in numerosissimi altri grandi artisti. A partire da Courbet, per passare alle celeberrime, ripetute Isole dei morti di Boecklin, alle diverse riprese dei temi polinesiani in Gauguin o alle riprese di spunti in Munch, indagando quindi le "versioni" ma anche le assonanze di tema e di opere tra Matisse e Picasso, poi le repliche in Max Beckmann, Max Ernst, o i ready made di Duchamp o i monocromi di Yves Klein.

Come a dire una indagine su una costante nell'arte di ogni tempo, incentrata però esclusivamente sull'Ottocento e Novecento. In tutto questo de Chirico viene indicato a paradigma, in un dibattito nel quale, assodato il valore assoluto dell'artista, gli esperti si interrogano su di lui, e sui molti suoi altrettanto illustri "Colleghi", circa il loro porsi al di sopra delle regole o, per de Chirico, nel suo essere "falsario di se stesso". Interrogativi molto stimolanti, affidati ad esperti di primo livello, ad indagare la complessa grandezza di de Chirico anche nel porsi a rifermento di modi controversi di intendere la produzione artistica. (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Gae Aulenti Omaggio a Gae Aulenti
termina il 28 agosto 2016
Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli - Torino
www.pinacoteca-agnelli.it

La Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli presenta la mostra che racconta la vita straordinaria di una delle personalità di maggior rilievo della cultura architettonica italiana del XX secolo attraverso un percorso che tocca le sue opere più significative, strettamente collegate ai luoghi, ai tempi e alle persone che ha incontrato. Da architetto Gae Aulenti ha sviluppato il suo percorso professionale attraverso il design, l'architettura, gli allestimenti e la scenografia, costruendo la sua carriera in un costante dialogo tra le arti.

La mostra - a cura di Nina Artioli, nipote di Gae Aulenti - segna le tappe del suo ricco percorso culturale e professionale partendo dal luogo che più di ogni altro può raccontare la sua personalità: la casa studio di Milano, progettata nel 1974. Un grande spazio a doppia altezza pieno di libri, di oggetti, di ricordi di viaggi, di prototipi, di quadri dedicati, di modelli, ognuno testimone a modo suo delle numerose collaborazioni con artisti, registi, amici e intellettuali. Oggi questo luogo così ricco di memorie è la sede dell'Archivio Gae Aulenti, che si pone come obiettivo la conservazione e la promozione del patrimonio culturale che Gae Aulenti ci ha lasciato. (Comunicato Ufficio stampa Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli)

"Non sono una collezionista ma ho raccolto negli anni le cose che mi incuriosivano." (Gae Aulenti)




Opera di Gianfranco Bonomi dalla mostra Geometrie Costruttive Gianfranco Bonomi: Geometrie Costruttive
termina il 23 settembre 2016
Palazzo Borghese - Firenze

"... I moduli colorati curvilinei e ascensionali costituiscono una limpida testimonianza di come la lezione di Balla sia stata e continui ad essere illuminante ed ispirata per l'artista. La stagione creativa di Bonomi pulsa per le dinamiche forme e gli accesi cromatismi, ove l'alfabeto pittorico è scandito da espressioni simboliche e aforismi multicolori, immagini geometriche libere che si rincorrono e si intrecciano con la fresca purezza della poesia, un corollario di immagini in sequenza di natura astratto-geometrica fulgide come una rivelazione. E sorprende non poco la capacità sua di aprire sempre nuove finestre sullo spazio e l'infinito irrorando di poetica germinazione la tessitura avvolgente e festosa delle forme e dei colori.

La polarità strutturale del suo modo di procedere in termini di esuberanza cromatica e lirica sospensione emotiva, asseconda una tensione mentale e psicologica che defluisce in suggestiva e visionaria scenografia (le opere) pulsante di vitalità ed energia. Questo concreto astrattismo geometrico dopo aver assorbito la spazialità analitica, il dinamismo plastico e le forme di luce-colore, ritaglia la dinamica scomposizione della luce, trova congeniali soluzioni come la fantasia cromatica e il ritmo ludico del movimento. Spazi aperti e chiusi dove i colori, gli azzurri guizzanti, i blu profondi, i rossi fiamma, i gialli amplificati, i verdi smaglianti e i teneri viola recitano una ricircolante." (Carlo Franza - curatore della mostra)

Gianfranco Bonomi (Lumezzane S. Sebastiano, 1939) ha frequentato l'Istituto Tecnico Industriale Statale di Brescia. Nel 1960 all'età di 21 anni con il padre e i fratelli porta avanti una piccola attività industriale ereditata dal nonno Tobia. Nel 1964 con la famiglia trasferisce l'azienda a Concesio-Brescia, in un capannone costruito modernamente. E ' in questo periodo che va alla ricerca di prodotti nuovi che potevano rivestire grande interesse per le aziende dei fratelli; così ha fatto esperienza con diversi materiali di uso industriale, come l' acciaio al carbonio e inossidabili, leghe di rame, alluminio, e varie plastiche tecniche. Nel 1988, ha frequentato la galleria "Sincron" di Brescia.

successivamente inizia una importante collaborazione con la galleria "arte struktura" diretta da Anna Canali a Milano. Nel 1989 Anna Canali edita, grazie alla collaborazione di Gianfranco Bonomi, lo storico volume da titolo "arte costruita: incidenza italiana", sulle tendenze astratto-geometriche; presenta quattro opere per ciascuno dei cinquantun operatori estetici, fornendo una visione complessiva della situazione artistica di questa tendenza, anche se limitata al solo campo nazionale; quindi solo operatori della tendenza, solo opere quadrate e tutte di dimensione 50x50cm. Da allora Bonomi ha partecipato a tutte le vernici dei vari artisti che si sono succeduti nella galleria arte struktura.

Questa sua esperienza quindicinale è continuata anche quando la galleria milanese è stata chiusa e trasferita a Desenzano. Nel 1977 viene editato da arte struktura e con il supporto vivo di Bonomi un secondo volume storico dal titolo "costruttivismo, concretismo, cinevisualismo + Nuova Visualità Internazionale". Un successo editoriale con 4.000 copie, distribuite in tutto il mondo. In esso sono raccolte opere da 100x100 di 121 artisti sia nazionali che internazionali, della tendenza meglio specificata nel titolo, con l'aggiunta del progetto relativo usato per l'esecuzione dell'opera stessa. Nella parte iniziale del libro vi sono opere di 25 pionieri dell'arte costruttiva e, nella parte intermedia un tributo a due grandi artisti: Bruno Munari e Michel Seuphor.

La collezione delle 121 opere è tuttora nelle mani di Gianfranco Bonomi, anche se l'artista-collezionista vorrebbe la collezione inserita in un apparato museale italiano. Nel 2001 ha editato, assieme alla galleria arte struktura, con la collaborazione di Salvador Presta e il saggio critico di Dorfles, il volume Salvador Presta, artista con il quale intrattiene una fruttuosa amicizia e frequentazione. Nel 2002 ancora in collaborazione con la galleria arte struktura, edita il volume Arte Madì Italia, che è servito a far conoscere il gruppo Madì italiano, con una grande mostra a Madrid.

Nel 2002 con Anna Canali e l'artista Fabrizio Parachini edita Intorno al quadrato, testo sulla ricerca del quadrato, inteso come simbolo e come utilizzo da parte dei vari artisti del '900, di arte costruttiva e costruita, specie quella succedutasi ai quadrati assoluti di Malevic. Nel 2007 su suggerimento di Salvador Presta e con la messa a disposizione di molte opere, ha editato, il volume Salvador Presta presentato al Museum of Geometric & Madì Art di Dallas, corredato da uno scritto di Gillo Dorfles. Nel 2015 esce una prima monografia con buona parte della produzione artistica di Gianfranco Bonomi e nello stesso anno in novembre, in occasione della sua prima personale a Milano presso Artestudio 26. (Comunicato stampa)




Severini. L'emozione e la regola
termina lo 03 luglio 2016
Fondazione Magnani Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.studioesseci.net

Mostra monografica dedicata al pittore Gino Severini (Cortona, 1883 - Parigi, 1966) nel cinquantenario della morte, in 100 opere, 25 inedite in Italia, dal Divisionismo al Futurismo, dal Cubismo al Classicismo. La mostra, a cura di Daniela Fonti e Stefano Roffi, intende celebrare l'intera attività di Gino Severini - allievo di Giacomo Balla, al quale la Fondazione ha recentemente dedicato una mostra di grande successo - non concentrandosi esclusivamente sul suo periodo di adesione al Futurismo e al Cubismo, cui sarebbero seguite, secondo alcune interpretazioni della critica, fasi interessanti ma non capitali per il linguaggio artistico del secolo XX.

E' infatti maturata la consapevolezza che il suo percorso artistico rappresenta fino alla fine, proprio nella sua articolazione e nella sua inquieta ricerca di "perfezione nella contemporaneità", una perfetta parabola di protagonista del Novecento, attratto prima dalle rotture linguistiche dell'avanguardia e successivamente concentrato sulla ricerca di un equilibrio armonico, di ispirazione classica ma non vuotamente classicista, che caratterizzerà ogni successiva stagione, da quella, più rigorosa della misura aurea negli anni Venti e Trenta a quella pittoricamente più libera ed estroversa degli anni Quaranta, alle riprese neocubiste e neofuturiste dei Cinquanta e Sessanta.

L'esposizione prende spunto dalla presenza di due importanti opere di Severini nella collezione permanente della Fondazione Magnani Rocca: la Danseuse articulée del 1915, capolavoro futurista, e la matissiana Natura morta con strumenti musicali, della prima metà degli anni quaranta, volute dal fondatore Luigi Magnani per il proprio tempio dell'Arte. Accanto a queste, vengono esposte circa cento opere, fra dipinti e lavori su carta di dimensioni importanti, fra cui alcuni studi preparatori che integrano significativamente la sequenza delle opere su tela o tavola. Sono ben venticinque le opere inedite, frutto di recenti scoperte, o mai esposte in Italia.

La pittura di Severini, pur nelle sue diverse stagioni espressive, contraddistinte nella maturità da varie riprese di tematiche affrontate nella giovinezza, è caratterizzata da una sostanziale fedeltà ad alcuni soggetti, che emergono nei suoi esordi e che - variamente declinati nelle epoche dello sperimentalismo linguistico dell'avanguardia o nelle riprese del naturalismo - definiscono la personalità della sua creazione artistica. Un'esposizione tematica, dunque, articolata non in successione cronologica ma nella rivisitazione del tema centrale delle varie Sale che, affrontato in chiave prima divisionista, poi futurista e cubista, non cessa di essere operativo anche nei decenni della maturità. Alcuni temi - che sono, significativamente, quelli caratteristici del Novecento pittorico italiano, sia sperimentalista che "classico" - sono stati così individuati:

- Il Ritratto / La Maschera

Il ritratto emerge subito agli inizi del secolo nella fase divisionista e resta un soggetto importante anche nel periodo futurista (ritratti della moglie, delle cantanti del Varietà, della famiglia) e, limitatamente, in quello cubista. Il suo "trionfo" avviene però nella splendida produzione dei secondi anni Trenta, con la rimeditazione della grande produzione del ritratto romano. In quest'ambito si iscrive anche la prolungata attenzione al tema delle Maschere italiane che dal 1915-16 arriva fino agli ultimi giorni, tema al centro di tutta la produzione per Léonce Rosenberg e della decorazione ad affresco del Salottino di Montegufoni (1921-22), che anticipa di dieci anni la riscoperta della "pittura murale".

- La Danza

E' il tema che più lo contraddistingue nella koiné futurista, e per il quale elabora decine di composizioni che dal primo carattere più descrittivo-cinetico (le ballerine dei café-chantant) approdano a una formulazione quasi astratta di natura cosmica, nelle serie splendida delle Espansioni della luce. Alla figura danzante, tuttavia impegnata nel balletto classico, ritornerà poi alla fine dei Quaranta, in opere neocubiste e neopuntiniste con le quali è sempre presente nelle Biennali veneziane del dopoguerra.

- Il Paesaggio e la Natura morta

Entrambi i temi sono presenti sia nella fase divisionista che in quelle futurista e cubista ma è soprattutto la natura morta che domina decenni di pittura fino agli anni Cinquanta e Sessanta, come un soggetto d'elezione attraverso il quale analizzare il suo stesso sguardo rispetto alla restituzione delle forme del mondo. La grande decorazione murale, di soggetto laico e religioso Viene presentato un approfondimento dedicato alla grande decorazione murale che, in diversi periodi della vita e in risposta a diverse esigenze di carattere privato o di pubblica committenza, occupò l'attività del pittore in modo esclusivo.

Della decorazione del Castello toscano di Montegufoni, che tuttora ospita l'incantevole Salottino delle Maschere musicanti (1921-1922), vengono proposti alcuni studi, come per la decorazione della Maison Rosenberg a Parigi (1928), oltre a studi e maquettes per le grandi commissioni degli anni Trenta/Quaranta. Severini è poi fra i pochissimi artisti europei che abbia - in diversi decenni d'intenso lavoro - consapevolmente affrontato e risolto il tema della decorazione religiosa contemporanea, sfuggendo alle secche dell'ottocentismo più trito e innestando nella figurazione sacra le conquiste più meditate della pittura del Novecento.

- Il Libro d'artista

Fleurs et masques del 1930 rappresenta il più alto contributo dato da Severini nel campo dell'arte del libro che proprio in quegli anni raggiungeva livelli ineguagliabili. Le tavole, splendidamente concepite e incise, ne fanno il più ammirato fra i libri d'artista del Novecento ed esemplificano il moto e l'arrivo della ricerca di Severini: è una suite musicale e teatrale, nella quale le geometrie delle nature morte sono accostate alle maschere della Commedia dell'arte, ai miti classici, alle rovine e alle maschere antiche, con l'altissimo risultato formale di una sorta di Déco metafisico. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Locandina della mostra Da Poussin agli Impressionisti Da Poussin agli Impressionisti
Tre secoli di pittura francese


termina lo 04 luglio 2016
Palazzo Madama - Torino

Selezione di oltre 70 opere dalle collezioni del prestigioso Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo per una mostra che illustra la storia della pittura francese dal 1600 alla fine dell'Ottocento, dall'avvento delle accademie fino alla nuova libertà della pittura en plein air proposta dagli impressionisti. E ad accompagnare le opere, l'audioguida emozionale di Artune, con musiche di grandi artisti italiani. La mostra che getta uno sguardo sulla storia dell'arte francese come da tempo non succedeva in Italia. Capolavori straordinari che rispecchiano l'evolversi del gusto artistico in Russia e la passione per l'arte francese, e nel contempo testimoniano l'amore per l'Italia di molti dei pittori in mostra.

La mostra intreccia tutti i grandi temi della pittura moderna - dai soggetti sacri a quelli mitologici, dalla natura morta al ritratto, dal paesaggio alla scena di genere - e delinea la storia della fortuna dell'arte francese in Russia: le ragioni storiche e culturali del successo di alcuni generi accademici, rispetto all'impegno sociale delle correnti realiste; il gusto raffinato di Caterina II che nel 1772 si aggiudicò gran parte dei dipinti raccolti a Parigi dal celebre amateur francese Pierre Crozat negli anni a cavallo tra il Sei e il Settecento; gli acquisti alla moda dei ricchi aristocratici russi nell'Ottocento, le riorganizzazioni dei musei nel Novecento in seguito alla Rivoluzione d'Ottobre.

Il percorso in mostra, articolato in 12 sezioni per un totale di circa 50 artisti dei quali vengono esposti alcuni dei più noti ed emblematici lavori, si apre con le influenze caravaggesche di Simon Vouet, prosegue attraverso il destino dei grandi maestri del classicismo, da Philippe de Champaigne ai sommi Poussin e Lorrain; attraversa la nuova libertà della pittura di Watteau, Boucher e Fragonard, per approdare al ritorno all'antico di Greuze e alla poesia venata di Romanticismo di Vernet e Hubert Robert; il neoclassicismo di Ingres si intreccia al nuovo sentimento del paesaggio che si affaccia con Corot e all'affermazione dell'Impressionismo con Renoir, Sisley, Monet, Pissarro, fino all'apertura verso le avanguardie moderne con Cézanne e Matisse.

Dopo "Porcellane Imperiali. Dalle collezioni dell'Ermitage" e "Il Collezionista di Meraviglie. L'Ermitage di Basilewsky", questa nuova mostra, che Palazzo Madama presenta nella cornice unica di Sala del Senato, costituisce la terza tappa della collaborazione da tempo avviata da Città di Torino e Fondazione Torino Musei con il Museo Statale Ermitage e con Ermitage Italia per attività di studio e ricerca e per progetti culturali. Tutti questi eventi sono stati realizzati con il sostegno di Intesa Sanpaolo, che conferma anche in questa occasione il proprio impegno a favore della cultura e la vicinanza al territorio.

Le 75 opere in mostra, giunte a Torino dal museo russo, la cui collezione di pittura francese conta oltre duemila dipinti, la più vasta raccolta al di fuori della Francia, sono state selezionate dai curatori Clelia Arnaldi di Balme, Natalia Demina, Enrica Pagella con l'organizzazione generale della Fondazione Torino Musei e la collaborazione di Villaggio Globale International. Il catalogo della mostra è edito da Skira Editore e raccoglie scritti di Clelia Arnaldi di Balme, Natalia Demina, Aleksandr Babin, Ekaterina Derjabine, Albert Kostenevic e Natalia Serebryannaya. (Comunicato Ufficio Stampa Fondazione Torino Musei)




Domenico Rotella - Il re del rock (Elvis) - Decollage su tela, cm.196x140 2003 © Fondazione Mimmo Rotella Domenico Rotella - Cleopatra Liz - Décollage su tela cm.132x135 1963 © Fondazione Mimmo Rotella Rotella e il Cinema
termina il 14 agosto 2016
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno

Con l'esposizione, a cura di Rudy Chiappini e Antonella Soldaini, la Città di Locarno celebra l'opera di una delle personalità più rappresentative e influenti dell'arte italiana del secolo scorso. Nel suo percorso di vita artistica Domenico Rotella (Catanzaro, 1918 - Milano, 2006) si è sempre dimostrato un grande sperimentatore. La sua capacità di aprire uno spazio nuovo e di rivoluzionare i linguaggi artistici del dopoguerra lo ha fatto apprezzare nel mondo. Oltre a più di cento esposizioni personali in Italia e all'estero, l'artista ha partecipato anche a rassegne internazionali fra cui "Hall of Mirrors" al Museum of Contemporary Art di Los Angeles (1996) dove sono state affiancate le Marylin di Rotella e di Warhol, sino a culminare nella partecipazione in veste di maestro storico alla 49esima Biennale di Venezia (2001).

Inventore inesauribile, autore di poemi e di composizioni musicali, suonatore di strumenti a percussione, cantante, attore e viaggiatore instancabile. Rotella anticonformista lo era davvero tanto da essere l'ispiratore dell'esilarante personaggio di Un americano a Roma, di Nando Mericoni interpretato da Alberto Sordi. Nel 1952, tornato dagli Stati Uniti, Rotella attraversa una profonda crisi creativa e interrompe quasi del tutto la produzione pittorica. E' però in questa Roma degli anni Cinquanta in cui si respira un clima culturale effervescente concentrato sul dibattito tra astrattismo e arte figurativa, che l'artista ha improvvisamente quella che definisce "illuminazione Zen": la scoperta del manifesto pubblicitario come espressione artistica della città.

Sono le lacerazioni causate dalle intemperie e dai passanti a suggerirgli di strappare i manifesti affissi sui muri per poi collezionarli nel suo atelier. Nascono i primi décollages e i retro d'affiches costituiti da vari strati di manifesti incollati su una superficie di cartone o di tela, siano essi il recto o il verso, rielaborati nello studio tramite un raschietto con cui traccia dei ritagli sui lembi di carta. Un'invenzione in sé inevitabile, tanto che negli stessi anni altri artisti la sviluppano. Infatti Rotella condivide lo stesso interesse con Jacques Mahé de la Villeglé, Raymond Hains, François Dufrêne, Gérard Deschamps i quali, su invito del critico Pierre Restany nel 1960, confluiscono nel Nouveau Réalisme che riunisce, fra gli altri, Yves Klein, Arman, Jean Tinguely, Daniel Spoerri, César, Christo e Niki de Saint Phalle.

In occasione della 32esima Biennale di Venezia del 1964, a Rotella viene assegnata una sala dove trovano posto i grandi décollages realizzati negli anni precedenti tra cui Marilyn (1963), l'opera che ottiene più successo e Il grande circo (1963), presente in mostra. E' la consacrazione ufficiale. Il tema centrale su cui si focalizza la mostra riguarda lo stretto rapporto che ha caratterizzato l'intera attività di Rotella con il mondo del cinema: attraverso un percorso cronologico e tipologico, sono analizzate le molteplici tecniche utilizzate dall'artista per rappresentare il suo legame con il cinema italiano e internazionale. A partire dai primi décollages dell'inizio degli anni Sessanta - dove il soggetto cinematografico diventa man mano protagonista - il percorso prosegue focalizzandosi sulle tecniche fotomeccaniche del riporto fotografico e dell'artypos, sviluppate tra il 1963 e il 1980: se nei primi Rotella isola singoli fotogrammi riportandoli su una tela trattata con un'emulsione fotografica, negli artypos i manifesti diventano materia prima di una sovrapposizione di immagini e scritte.

Conclusa l'esperienza con la Mec-Art, negli anni Ottanta l'artista sceglie di ritornare al manifesto cartaceo, che diventa canovaccio per le sovrapitture realizzate apponendo un segno pittorico sulle affiches, dando così vita alle icone della cultura cinematografica, da Brigitte Bardot a James Dean. La centralità del manifesto porta Rotella a concentrare la sua produzione degli anni Novanta e dei primi anni duemila di nuovo sui décollages dove i miti del cinema "storico" come Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor, Sofia Loren, John Wayne e Elvis Presley si confrontano con i nuovi divi e registi di quello contemporaneo, come Keanu Reeves, George Clooney, Quentin Tarantino, Lana e Andy Wachowski, creando un dialogo sempre attuale con la cosiddetta "settima arte".

A sottolineare la centralità del cinema nella produzione dell'artista, sono presenti nella mostra dei monitor che proiettano - a fianco di alcuni dei lavori - degli spezzoni di quei film che hanno ispirato Rotella e la cui locandina è stata da lui utilizzata per la realizzazione delle opere. Una modalità espositiva che permette di percepire in maniera simultanea e per libera associazione, la fonte di ispirazione da cui l'artista ha tratto spunto creativo. La mostra, in collaborazione con la 69esima edizione del Festival del film di Locarno, è organizzata con il Mimmo Rotella Institute e la Fondazione Mimmo Rotella. (Comunicato Ufficio stampa Sabina Bardelle von Boletzky)




Andrew Moore - Cash Meier Barn Andrew Moore: Dirt Meridian
termina il 22 luglio 2016
Spazio Damiani - Bologna
www.damianieditore.com

Selezione di circa venti fotografie che l'autore americano Andrew Moore ha scattato in oltre dieci anni in America lungo il centesimo meridiano. Gli scatti raccontano la regione delle grandi pianure che si estende lungo il centesimo meridiano, linea che divide l'America in due, marcando il confine tra il fertile e verde Est e l'arido Ovest. Gran parte di questo meridiano attraversa la cosiddetta "Flyover Country", quell'area degli Stati Uniti caratterizzata da paesaggi scarsamente popolati, da prolungate siccità e da una lunga serie di sogni infranti. Altre parti del meridiano, invece, intersecano luoghi in cui la presenza e l'attività umana è stata al centro di controversie ancora vive; è questo ad esempio il caso dell'area montuosa del Bakken, in Nord Dakota, pesantemente sfruttata dall'industria estrattivo mineraria.

Le fotografie di Andrew Moore descrivono quindi la vita e l'atmosfera di un'America sfuggente e remota combinando orizzonti sconfinati e cittadine rurali con ritratti intimi di una comunità legata ad un paesaggio aspro e non sempre ospitale, che corre lungo la zona ad ovest del centesimo meridiano nel Nord e Sud Dakota, Nebraska, Colorado, Texas e Nuovo Messico. Molte fotografie sono state scattate con una camera digitale appositamente modificata comandata dal computer di Andrew Moore e montata su un piccolo aereo dal quale il fotografo ha realizzato immagini che offrono allo spettatore una prospettiva unica di questo paesaggio.

I paesaggi di Moore raccontano temi di primaria importanza che riguardano la tutela dell'ambiente. In un momento in cui il cambiamento climatico, la siccità e l'esplorazione di energia sono sempre in prima linea delle preoccupazioni nazionali, gli scatti della serie Dirt Meridian descrivono una terra soggetta a condizioni atmosferiche estreme, dove l'acqua e le risorse sono sempre stati scarsi e quindi nel corso degli anni l'insediamento delle comunità ha sempre faticato ad avvenire. Damiani ha pubblicato un libro intitolato Dirt Meridian che raccoglie oltre settanta fotografie, una prefazione del noto autore americano Kent Haruf, un saggio del curatore Toby Jurovics e un testo di Inara Verzemnieks. Sarà pubblicata anche una speciale edizione limitata a 25 copie che includerà una fotografia firmata e numerata da Andrew Moore.

Andrew Moore è un fotografo e regista americano noto al grande pubblico soprattutto per le fotografie di grande formato realizzate a Detroit, a Cuba, in Russia, nelle grandi pianure americane e nei teatri di Times Square di New York. La fotografia di Moore se da un lato impiega il linguaggio formale della fotografia di architettura e paesaggio, dall'altro affronta i temi del cambiamento sociale in un'ottica documentaristica. I suoi lavori fotografici sono stati pubblicati in monografie, antologie e importanti testate tra cui The New York Times Magazine, Time, The New Yorker, National Geographic, Harper's Magazine, The New York Review of Books, Fortune, Wired e Art in America. Moore tiene un Master in Fine Art di Fotografia, Video e Media alla School of Visual Arts di New York. (Comunicato stampa)




"Il Magnifico Guerriero"
Bassano a Bassano


termina il 31 gennaio 2017
Civici Musei - Bassano del Grappa
www.museibassano.it

Di ritratti di Jacopo Bassano se ne conoscono pochi. Ne posseggono uno i Musei di Los Angeles, di Budapest e solo pochissimi altri. Bassano conservava solo un prezioso piccolo ritratto su rame del doge Sebastiano Venier, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571). Una lacuna di un grande ritratto è colmata ora dall'arrivo di questa tela (cm.109x82) che i Civici Musei hanno ottenuto in comodato gratuito, omaggio del possessore al Museo che è il fulcro degli studi intorno a Jacopo e alla sua famiglia. Il Magnifico Guerriero, o più esattamente Il ritratto di uomo in armi rappresenta un affascinate nobiluomo dalla fulva, curatissima barba. Non un giovane ma un uomo maturo, certo aduso al comando ma soprattutto ad una vita raffinata lontano dai campi di battaglia. Indossa una preziosa corazza alla moda dell'epoca, che lo costringe, ma che non riesce ad ingabbiare la sua grazia e la sua flessibilità. Le lunghe dita, curate e perfette, non sembrano le più adatte a menar fendenti, così come il suo spadino di ferro e oro sembra più da parata che da battaglia.

Secondo Vittoria Romani dell'Università di Padova, che ha avuto il merito di ricondurre a Jacopo Bassano questo autentico capolavoro già attributo a Veronese e a Pordenone, il ritratto è databile agli anni immediatamente seguenti il 1550, ovvero al momento più altamente manierista del maestro. Che si tratti di un'opera altissima di Jacopo lo afferma anche Giuliana Ericani, già direttore dei Civici Musei di Bassano, che ha stimolato la concessione del Ritratto per la Sala dei Bassano. Il Magnifico Guerriero era finito all'estero. Lo si ritrova nel '700 a Melbury House nel Dorset. Va sul mercato da Christie's nel 1968 con l'attribuzione a Paolo Veronese, non condivisa da Giuseppe Fiocco che lo riconduce invece al Pordenone. E' un'opera sicuramente interessante, tant'è che di essa si occupa anche Federico Zeri.

Vittoria Romani, nello studio redatto intorno a questo capolavoro, rileva che "La condotta pittorica dell'uomo d'armi appare. in sintonia con il clima lagunare, e anzi qui Bassano, che nei ritratti giovanili condivide il registro obiettivo di Lotto e di Moretto mostrando una peculiare riservatezza di sguardo verso i ritrattati, raccoglie la sfida tutta lagunare, risalente al magistero di Giorgione, degli effetti di luce incidente e dei riflessi sulle superfici specchianti delle armature. Colate di materia accesa nei punti di massima luce si alternano a una scrittura in punta di pennello, volta a risaltare gli ornamenti con l'oro spento e a cogliere i bagliori dei profili e della cotta di maglia che luccicano nell'ombra. Il grigio del metallo vira in azzurro nell'ombra, si mescola a riflessi bruni e si accende sul fianco sinistro del rosso della camicia. Su questo brano di pittura balenante di luce si innesta con un peculiare contrasto il volto leggermente reclinato sulla spalla, che introduce una nota sentimentale inattesa, gli occhi rivolti altrove, sgranati e liquidi".

Questo rientro è festeggiato con una serie di iniziative di prestigio: l'uscita di tre volumi degli Atti del Convegno sui Bassano del 2011, la pubblicazione del catalogo completo delle opere dei Bassano patrimonio dei Civici Musei della Città, l'esposizione, a Palazzo Sturm, di una selezionata parte del poderoso corpus di incisioni tratte da Jacopo. (Comunicato stampa Studio Esseci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

News culturali dalla Grecia di artisti ellenici Grecia moderna e Mondo ellenico
Convegni, iniziative culturali, festival musicali e cinematografici



Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura Cinematografica Sergio Amidei 35esimo Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura Cinematografica "Sergio Amidei"
14-20 luglio 2016
Palazzo del Cinema - Hiša Filma (Parco Coronini Cronberg) - Gorizia
www.amidei.com

Da sempre impegnato ad indagare le pieghe della scrittura cinematografica, sia essa sceneggiatura, critica, sperimentazione, il Premio Sergio Amidei, premio internazionale alla migliore sceneggiatura cinematografica, riaccenderà i rifleettori su uno dei Premi più prestigiosi conferiti annualmente, il Premio alla Cultura Cinematografica. Nato nel 2013 per omaggiare personalità, Enti o Istituzioni della cultura che abbiano saputo ampliare, divulgare e condividere pubblicamente il pensiero cinematografico, il Premio alla Cultura Cinematografica 2016 verrà conferito all'Associazione 100autori per la difesa delle libertà artistica, morale e professionale, per la tutela dell'autorialità in ogni sua forma, per la volontà di promuovere la formazione di nuovi talenti, per il sostegno al coraggio e all'innovazione dei prodotti e infine per la volontà di trasformare l'esperienza creativa individuale in un'occasione di crescita - civile e culturale – collettiva.

Nell'ambito delle proposte legate al Premio alla Cultura Cinematografica verrà inoltre proiettato il film La terrazza di Ettore Scola (1980) vincitore del Premio per la miglior sceneggiatura al 33° Festival di Cannes e scelto dall'Associazione100autori quale omaggio al grande maestro recentemente scomparso nel quale vanno in scena, con l'ironia amara che ha caratterizzato tutta la sua opera, un gruppo di autori e produttori del cinema e della televisione italiana che si incontrano periodicamente in una terrazza romana per raccontarsi e per raccontare la loro vita e il loro lavoro. (Comunicato stampa AtemporaryStudio)




Sotto le stelle dell'Austria
Rassegna cinematografica, 28 giugno - 13 luglio 2016, ore 21.00
Forum Austriaco di Cultura - Roma
www.austriacult.roma.it

Come di tradizione il Forum Austriaco invita al cinema nel proprio giardino. Sei proiezioni in tre settimane per presentarvi le novità del cinema austriaco. Giunta alla quarta edizione e accolta da un successo sempre crescente, anche quest'anno la rassegna si conferma come un appuntamento unico per scoprire i migliori titoli del cinema austriaco contemporaneo, una realtà ormai tra le più dinamiche e interessanti della scena internazionale. Ad aprire le danze, sarà la première italiana di Chucks, di Sabine Hiebler e Gerhard Ertl, che verrà introdotta al pubblico dalla giovane scrittrice austriaca Cornelia Travnicek, autrice del romanzo che ha ispirato il film e l'ha consacrata in patria come un vero fenomeno letterario.

Il mondo giovanile, raccontato in modo non convenzionale, torna protagonista anche in Einer von uns, esordio di Stephan Richter vincitore del Max Ophüls Preis, e in Paradies: Hoffnung, capitolo finale della celebre trilogia di Ulrich Seidl rimasto inedito in Italia e acclamato come uno dei titoli più provocatori del regista. In programma spicca poi Superwelt, opera seconda dopo Atmen di Karl Markovics, amatissimo in patria per il suo lavoro di attore, ma divenuto ormai un regista di punta del panorama europeo. A completare il calendario delle proiezioni ci sono infine due documentari d'eccezione, Meine Keine Familie e Fang den Haider: il primo sa raccontare prima luci e ombre di una storica comune degli anni Settanta, quella di Friedrichshof, mentre il secondo rievoca la carriera di un politico controverso come Jörg Haider, tra i primi leader a portare il populismo di destra al potere. In questi giorni di grandi tensioni sui temi della xenofobia e delle frontiere, un film imperdibile per capire la storia recente dell'Austria e dell'Europa intera. Tutte le proiezioni saranno in lingua originale con sottotitoli in italiano. (Comunicato Forum Austriaco di Cultura)




Aqua Film Festival Aqua Film Festival
I edizione, 06-09 ottobre 2016
Casa del Cinema - Roma
www.aquafilmfestival.org

Termine di partecipazione: 15 luglio 2016

Rassegna di opere cinematografiche, dedicate al prezioso puro e limpido elemento e fonte di vita, ma anche ampio contenitore di simposi, workshop, seminari, talk, incontri, tavole rotonde, mostre, sfilate, rappresentazioni e corsi specialistici, anche per ragazzi, sul tema dell'Acqua, interpretato nelle sue nelle sue diverse forme e funzioni. Il progetto nasce da un'idea di Eleonora Vallone, attrice, giornalista ed esperta di metodiche in acqua. Il festival sarà suddiviso in aree tematiche quali sport, cultura e scienza, moda, arti e performance e promuove un concorso cinematografico con 3 temi che riguardano: l'Acqua DOLCE, l'Acqua MARE e l'Acqua TERME, diviso in due sezioni: 'Corti' della durata massima di 25 minuti e 'Cortini' della durata massima di 3 minuti, anche realizzati da cellulare.

Un fitto programa di proiezioni e incontri animerà il festival. Tra i numerosi lavori finora pervenuti ai selezionatori, guidati da Giorgia Priolo, si passa dalla videoarte sperimentale di Subemergency, dell'italiana Debora Vrizzi, diplomata al Centro Sperimentale, al cinema documentario di The Diver, del messicano Esteban Arrangoiz, giovane talento già riconosciuto dai Festival più prestigiosi (Berlino, Cannes) che ha fatto dell'acqua e della problematica ecologica il centro focale delle proprie opere. Spazio anche all'animazione in stop motion con Grace under water, dell'australiano Anthony Lawrence.

I corti saranno giudicati e premiati dalla Giuria composta dal suo presidente, il regista Giancarlo Scarchilli; lo scrittore Pietro Belfiore; la cantante Cecile; il Marketing Director di Comingsoon.it, Marco D'Ottavio; l'attore Ludovico Fremont; l'attrice Paola Gassman; il direttore della fotografia Blasco Giurato; l'attrice e regista Simona Izzo; lo scrittore e drammaturgo Giuseppe Manfridi; il montatore Luca Montanari; l'attrice Elisabetta Pellini; il critico musicale e conduttore Dario Salvatori; il regista Massimo Spano; l'attore e regista Ricky Tognazzi e l'attore e doppiatore Luca Ward. Il festival si fregia anche di un Comitato Scientifico presieduto dal prof. Giovanni Spagnoletti. L'Aqua Film Festival è realizzato dall'Associazione di volontariato Universi Aqua, che riunisce esperti e tecnici delle varie anime che rappresentano l'acqua come Spettacolo e nei suoi differenti quotidiani aspetti. (Comunicato Ufficio Stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Iarin Munari 4tet Locandina Pennellate di Jazz e sfumature di gusto Alfredo Pini Pennellate di Jazz e sfumature di gusto
08 luglio 2016, ore 20.30
Antiche Distillerie Mantovani - Pincara (Ro)
www.lacerba.com

Nei locali con annesso museo e nei giardini adiacenti, i fratelli Mantovani hanno organizzato una serata dedicata al jazz ed al gusto. Il quartetto Iarin Munari 4tet ci farà ascoltare i suoi brani, mentre Alfredo Pini presenterà i suoi quadri dedicati al jazz e Antiche Distillerie Mantovani ci delizierà coi suoi sapori. (Comunicato Bottega d'arte Lacerba - Ferrara)




IX Filmfestival del Garda
Premiati i film di Ferdinando Cito Filomarino e Alessio Lauria

www.filmfestivaldelgarda.it

Due film italiani hanno vinto il IX Film Festival del Garda. A conclusione di quattro intense giornate di proiezioni e incontri, la giuria e il pubblico hanno espresso il loro verdetto premiando due dei cinque film in concorso: il primo lungometraggio di Ferdinando Cito Filomarino e quello di Alessio Lauria. "Per la manifestazione - dice Veronica Maffizzoli, direttrice artistica - si chiude un'edizione di successo, con un'ottima partecipazione di pubblico (2700 persone, ndr), nonostante le incerte condizioni meteo e la concomitanza con i Campionati europei di calcio, a tutte le iniziative: i lungometraggi in gara, l'arena serale, le proiezioni supine, il Focus Slovenia, il Garda Ciak e la passeggiata cinematografica a Salò".

La giuria della critica, composta da Angelo Signorelli (Bergamo Film Meeting), Caterina Rossi (Laba/Radio Onda d'urto) e Ilaria Feole (FilmTv), ha scelto di premiare Antonia di Ferdinando Cito Filomarino con la seguente motivazione: Per la capacità di riscoprire e soprattutto raccontare una figura cruciale nel panorama letterario italiano del Novecento, restituendone la complessità, la dimensione intima e la grande energia creativa. Del film vanno apprezzati la messa in scena misurata e accurata dei dettagli e l'interpretazione appassionata e intensa dell'attrice protagonista Linda Caridi.

Una menzione speciale è stata assegnata a A long story della regista olandese Jorien van Nes con la motivazione: Per la solidità di un racconto che unisce la vita di personaggi ben tratteggiati con un affresco sociale convincente di due realtà europee distanti ma in dialogo. Il premio del pubblico, espresso con il voto degli spettatori presenti alle proiezioni, è invece andato a Monitor di Alessio Lauria. Dopo la cerimonia di premiazione di domenica sera, il festival si è concluso con capolavoro restaurato Il cielo può attendere (1943) di Ernst Lubitsch con Charles Coburn, Marjorie Main, Gene Tierney e Dom Ameche.

Antonia ripercorre la breve vita della poetessa milanese Antonia Pozzi. Una donna suicida nel 1938 a soli 26 anni e pubblicata e scoperta solo la sua morte: Eugenio Montale la definì una dei più grandi poeti del '900. A Long Story è toccante viaggio a ritroso verso la Romania per fare i conti con il passato. È la storia di un uomo, Ward, che, in seguito alla morte della moglie, decide di rimettere in ordine la propria vita ristrutturando la vecchia casa... Monitor, con Michele Alhaique, Valeria Bilello e Claudio Gioè, è collocato in una grande azienda, in un presente parallelo al nostro, introducendi la figura del monitor che ascolta senza essere visto i problemi dei dipendenti. Ma anche Paolo, il migliore dei monitor, un giorno va in crisi e l'azienda non è più perfetta come appare. (Comunicato stampa)




Südtirol Jazzfestival Alto Adige
24 giugno - 03 luglio 2016
www.suedtiroljazzfestival.com

Come da tradizione, anche nel 2016 il Südtirol Jazzfestival Alto Adige inizia l'ultimo venerdì di giugno per concludersi la prima domenica di luglio. Dieci giorni in cui far risuonare il jazz in ogni vallata e montagna. Dal concerto di apertura del 24 giugno fino alla chiusura di domenica 3 luglio, la carovana jazz, composta quest'anno da più di 100 musicisti, toccherà 60 località sparse in 20 comuni dell'Alto Adige. La XXXIV edizione del Südtirol Jazzfestival Alto Adige sceglie, come filo conduttore del festival, Austria e Italia, due nazioni strettamente legate all'Alto Adige e tramite l'Alto Adige. "E' il terzo anno che decidiamo di invitare artisti di un determinato paese, in questo caso di due, perché ci permette di conoscere meglio le singole realtà jazzistiche europee", spiega Klaus Widmann presidente e direttore artistico del Südtirol Jazzfestival Alto Adige, "forse la musica del nostro festival contribuirà a gettare ponti e unire piuttosto che dividere".

"Una scelta accurata e precisa", aggiunge Helga Hinteregger di Austrian Music Export, "che ha saputo selezionare i gruppi più amati dell'attuale scenario jazz austriaco". Con più di 80 concerti, le sonorità jazz risuoneranno nelle piazze di città e paesini, nei laghi e fin su nei rifugi e nelle malghe di alta quota. A inaugurare il festival, una cooperazione fra musicisti austriaci e italiani: "Kinzelbinder's Melting Orchestra", a sottolineare la mescolanza di culture e di generi musicali derivante dall'incontro tra il duo acustico viennese "Die Strottern" e il trio napoletano "Assurd". Un concerto d'apertura che fonderà la passione delle serenate napoletane con lo charme unico dei Lieder viennesi e, naturalmente, anche con il jazz dei giorni nostri. (Comunicato Forum Austriaco di Cultura Roma)




Locandina Bosque Muerto Premio Giulio Questi - Prima edizione
Vince il cortometraggio venezuelano "Bosque Muerto"

www.premioquesti.it

E' Bosque Muerto, cortometraggio venezuelano della regista Lorena Colmenares il vincitore della prima edizione del Premio Giulio Questi, evento internazionale di cortometraggi realizzati in digitale per registi under 27, che si è tenuto a Roma, presso la Casa del Cinema. Il corto è stato premiato con questa motivazione: "Per la sua grande capacità di raccontare, con un'ironia nera e fulminante, una storia di enorme suspence visiva ed emotiva. Straordinario lavoro di messa in scena, di montaggio e di fotografia. Un corto che, ne siamo sicuri, sarebbe piaciuto moltissimo a Giulio". Bosque Muerto racconta di un uomo che, per il timore che il suo crimine venga scoperto, cerca di nascondere le prove in una strana foresta che custodisce un segreto spaventoso. Il Premio Giulio Questi, dedicato al regista, sceneggiatore e scrittore scomparso nel 2014, autore, tra gli altri di Se sei vivo spara (vero e proprio cult-movie del western all'italiana) e di La morte ha fatto l'uovo, nasce da un'idea della moglie Diana Donatelli, con l'intento di promuovere e sostenere opere di giovani autori. (Comunicato Ufficio Stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Trailers FilmFest 2016 Trailers FilmFest 2016
Concorso Pitchtrailer

www.trailersfilmfest.com

Termine di partecipazione: 30 giugno 2016

Trailers FilmFest - il festival dei trailers cinematografici, giunto alla XIV edizione, diretto da Stefania Bianchi e che si terrà per la prima volta dopo 13 edizioni - a Milano, presso il Teatro Dal Verme dal 5 all'8 ottobre 2016, lancia anche quest'anno il Concorso Pitchtrailer. A iscrizione gratuita, alla sua ottava edizione, novità assoluta in Italia, il concorso è ideato e organizzato dall'Associazione Seven con l'obiettivo di offrire uno spazio alle idee degli autori indipendenti, incarnando pienamente la vocazione del Trailers FilmFest di sperimentare i nuovi linguaggi cinematografici per dare un'opportunità unica a tutti coloro che vogliono promuovere, attraverso un trailer, l'idea di un film ancora da realizzare.

Possono partecipare tutti i trailer, tratti da sceneggiature di film ancora da realizzare della durata minima di 1 minuto e della durata massima di 2 minuti e 30 secondi. L'invio dei lavori deve avvenire con upload di un video in.flv o.mov o.mp4 (max 25mb) e di una sinossi in formato.doc o.pdf sul sito del festival alla sezione Professional - Concorso Pitch Trailer. Una giuria di 5 produttori cinematografici, scelti dalla direzione del festival, decreterà quindi tra i migliori 10 Pitch (preselezionati dal comitato del festival) il Miglior Pitch Trailer, che sarà premiato in una delle serate Première del festival. Come Premio finale, il vincitore del Miglior Pitch Trailer sarà ospite a Milano per due giorni per durante la XIV edizione del Trailers FilmFest. I 10 Pitch Trailer in competizione saranno promossi sul sito del festival, sul suo canale youtube e verranno proiettati nell'ambito della sezione Trailers Professional. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




I parenti terribili
di Jean Cocteau

24 giugno - 10 luglio 2016
Nuovo Teatro Ariberto - Milano

Traduzione Paolo Bignamini
Regia: Annig Raimondi
Con Maria Eugenia, D'Aquino, Carlo Decio, Riccardo Magherini, Lorena Nocera, Annig Raimondi
Disegno luci Fulvio Michelazzi
Costumi: Nir Lagziel
Scene: Giuseppe Marco Di Paolo
Musiche: Maurizio Pisati
Produzione PACTA. dei Teatri

Una tragicommedia, scritta nel 1938, intensa e movimentata, capolavoro letterario di Cocteau, poeta, romanziere, drammaturgo e pittore francese (1889-1963). Un complicato groviglio di rivalità, gelosia e sensualità si svolge all'interno di una bizzarra famiglia che vive reclusa in un appartamento soprannominato "Il carrozzone". (Comunicato PACTA. dei Teatri)




Centro Sperimentale di Cinematografia
Corsi del triennio 2017-2019

www.fondazionecsc.it

* Per partecipare alle selezioni per i corsi di Roma c'è tempo fino al 25 luglio prossimo per le altre sedi fino al 5 settembre.

Il Centro Sperimentale di Cinematografia ha pubblicato il nuovo Bando di Selezione per l'ammissione ai corsi del triennio 2017-2019. Accade ogni anno e l'occasione è unica per chi nel proprio futuro vuole avere uno spazio importante nel cinema. Il concorso prevede l'ammissione alle selezioni per 66 posti riservati a giovani dell'Unione Europea e a giovani extracomunitari: 6 posti per ciascuno dei corsi di Costume, Fotografia, Montaggio, Regia, Sceneggiatura e Scenografia, 8 posti per i corsi di Produzione e Suono, 14 posti riservati invece a ragazzi e ragazze che desiderano frequentare il corso di Recitazione

I programmi didattici della Scuola si prefiggono l'obiettivo di una formazione completa degli allievi attraverso percorsi volti a coniugare tradizione e innovazione, sperimentazione e ricerca, stimolando al massimo i processi di collaborazione delle diverse discipline, nelle loro specifiche peculiarità ma anche come parti solidali, tecniche e artistiche, che concorrono alla creazione dell'opera cinematografica. Nelle prime due annualità l'insegnamento è finalizzato a stimolare le attitudini e le capacità degli allievi alla luce delle conoscenze acquisite, attraverso esercitazioni collettive e laboratori. La terza annualità è dedicata ai corsi di approfondimento e alla realizzazione di una prova finale (un cortometraggio o un film a episodi) che vede coinvolte tutte le aree specialistiche. Nell'ambito dell'attività didattica è prevista la partecipazione degli allievi a stage formativi presso produzioni di rilevanza nazionale ed internazionale.

La Scuola si avvale di docenti di fama internazionale, nella maggior parte protagonisti del miglior cinema italiano: Franco Bernini (sceneggiatura), Stefano Campus (suono), Francesco Frigeri (scenografia), Giuseppe Lanci (fotografia), Daniele Luchetti (regia), Giancarlo Giannini (recitazione), Domenico Maselli (produzione), Maurizio Millenotti (costume), e Roberto Perpignani (montaggio).

Uno degli obiettivi importanti della Scuola è favorire l'inserimento dei diplomati negli ambiti professionali più qualificati del cinema, a tal fine e specificatamente per il corso di Recitazione, la Scuola ha attivato una struttura interna denominata Service Cast Artistico che opera nel mondo del lavoro come una vera e propria agenzia. Inoltre la Csc Production nasce appunto per realizzare i lavori di allievi ed ex allievi e per sostenere i loro primi passi nel mercato cinematografico.

Nelle sedi regionali del Centro Sperimentale di Cinematografia è possibile seguire il corso di Reportage audiovisivo in Abruzzo, in Piemonte il corso di Animazione, in Lombardia i corsi di Cinema d'impresa e pubblicità e di Creazione e produzione fiction e in Sicilia il corso in Documentario storico artistico e docu-fiction. (Comunicato stampa Susanna Zirizzotti - Centro Sperimentale di Cinematografia)




Detour - Festival del Cinema di Viaggio
5a edizione, Padova, Cinema PortoAstra, 05-09 ottobre 2016
www.detourfilmfestival.com

Il Festival si struttura intorno a due sezioni principali: Concorso internazionale, Omaggio all'autore e una serie di eventi speciali. Possono essere ammessi al Concorso internazionale esclusivamente lungometraggi di finzione e documentari. Nei film deve essere presente il tema del viaggio nelle sue possibili declinazioni: la fuga, l'esilio, la migrazione, l'esplorazione. Sono ammessi film di generi diversi, dal dramma al road movie, dalla commedia al cinema di fantascienza che mettano in scena viaggi di ritorno, di scoperta, di formazione, o che affrontino temi come lo spaesamento, l'attraversamento, il confine.

I film devono essere di durata superiore ai 60 minuti per i lungometraggi di finzione e di durata superiore ai 50 minuti per i documentari. I film devono essere stati completati dopo il 31 dicembre 2014. Le opere non in lingua italiana devono avere i sottotitoli in italiano o in inglese. Per essere ammessi alla selezione per il Concorso Internazionale è necessario compilare la scheda di iscrizione presente sul sito. Una copia del film in DVD deve essere spedita entro e non oltre il 9 luglio 2016. (Estratto da comunicato stampa)




Damiani Happy Hour Damiani Happy Hour
25 febbraio - 14 luglio 2016
Spazio Damiani - Bologna
www.damianieditore.com

Ciclo di 6 incontri con la storia della fotografia organizzato da Spazio Damiani, dedicato alla fotografia di viaggio.

Programma a cura di Luca Capuano

- 25 febbraio | C'era una volta la Fotografia: 7 gennaio 1839
Con Pier Francesco Frillici

I pionieri della fotografia in Francia: Joseph-Nicéphore Niépce, Louis-Jacques Mandé Daguerre, Hippolyte Bayard. William Henry Fox Talbot e l'invenzione del calotipo in Inghilterra. I grandi ritrattisti del XIX secolo. L'alba del reportage: dalle campagne belliche alle spedizioni geografiche, da Roger Fenton a Timothy O'Sullivan. La nascita delle istantanee e l'inizio del nuovo secolo.

- 17 marzo | Obiettivi di viaggio. Esplorazioni fotografiche nel corso di due secoli
Con Pier Francesco Frillici

La fotografia, come il viaggio, è conoscenza e testimonianza. L'esotico e il diverso, l'altrove misterioso ma anche il banale quotidiano, il reale e l'immaginario diventano grazie alla fotografia materiali simbolici per l'archiviazione e la trasformazione del mondo. Viaggeremo nelle opere di Maxime Du Camp, Francis Frith, Felice Beato, Walker Evans, Robert Frank, Lee Friedlander, Henri Cartier-Bresson, Sebastião Salgado, Steve McCurry, Franco Vaccari, Luigi Ghirri e altri.

- 21 aprile | La fotografia e la moda. Dal Pittorialismo allo Snapshot Style
Con Federica Muzzarelli

Quando nasce la fotografia di moda, con quali obiettivi e grazie a quali vicende storiche, tecniche, culturali. I grandi autori della fotografia di moda dal pittorialismo di De Meyer allo Snapshot Style di Terry Richardson passando per altri grandi protagonisti attraverso stili, epoche e modelli femminili del Novecento: Edward Steichen, Richard Avedon, Helmut Newton.

- 12 maggio | Immaginando l'America. Luoghi, personaggi, eventi, tra arte e fotografia nel Primo Novecento
Con Pier Francesco Frillici

Nei primi decenni del XX secolo New York diventa la capitale culturale nonché economico-finanziaria dell'arte contemporanea nel segno della fotografia. Dalla galleria 291 e la rivista Camera Work alla nascita del Moma, dall'Armory Show, fiera delle avanguardie storiche, al New Deal e ai progetti di rinnovamento sociale e morale degli anni trenta-quaranta, attraverseremo le strade della "Grande Mela" insieme a Marcel Duchamp, Alfred Stieglitz, Paul Strand, Georgia O'Keeffe, Walker Evans, Berenice Abbott e tanti altri.

- 23 giugno | La scoperta dell'archivio. Origine di un nuovo linguaggio dagli anni '70 ad oggi
Con Luca Panaro

Migliaia di artisti in tutto il mondo prelevano fotografie e video e le riutilizzano per dare vita a nuove opere d'arte. Ma quando ha avuto origine questo fenomeno? Quali artisti nel secolo scorso hanno introdotto il prelievo di un oggetto oppure di un'immagine come atteggiamento artistico? In che modo questo può essere l'elemento che accomuna cento anni di storia dell'arte, dalle avanguardie d'inizio Novecento fino all'epoca attuale? Saranno messi in evidenza alcuni autori dagli anni Settanta ad oggi, scelti per l'anticipo sui tempi con cui hanno affermato il loro interesse per l'archivio, come luogo a cui attingere ma anche come atteggiamento per la produzione di un corpo d'immagini omogeneo (Bernd e Hilla Becher, Maurizio Cattelan, Candida Höfer, Thomas Ruff, Joachin Schmid, Franco Vaccari).

- 14 luglio | Finzione come realtà. La fotografia come "messa in scena" dagli anni '70 ad oggi
Con Luca Panaro

La fotografia ha sempre mentito e sempre lo farà. Ancora oggi però ci stupiamo quando accade, nonostante l'affermarsi delle tecnologie di matrice informatica lascerebbe pensare il contrario. Ma in che modo l'immagine mente? Ci sono tante occasioni per fingere utilizzando la fotografia. Sarà approfondita la conoscenza di quegli autori che dagli anni Settanta ad oggi hanno rivolto una particolare attenzione alla ricostruzione di ambienti architettonici, piuttosto che soggetti scultorei o paesaggi sintetici, ma anche ritratti ambientati. Situazioni che possiamo già considerare finzione prima ancora di essere trasformate in fotografia, ma che necessitano di quest'ultimo passaggio per divenire opera (Olivo Barbieri, James Casebere, Thomas Demand, Cindy Sherman, Hiroshi Sugimoto). (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione del Seminario internazionale di progettazione di ACMA ACMA Centro di Architettura: Seminario internazionale di progettazione
Lisbona, 2016
www.acmaweb.com

ACMA rinnova l'appuntamento al Seminario Internazionale di Progettazione "Rifare Paesaggi" che si terrà a Lisbona nel mese di luglio 2016. Il seminario intende individuare una strategia di riqualificazione di alcune aree critiche della città, selezionate di anno in anno, attraverso una molteplicità di incontri, dibattiti e proposte progettuali. Lisbona presenta una delle più vaste aree metropolitane europee e rappresenta il paradigma della città contemporanea con le sue contraddizioni: da un lato l'espansione edilizia ed infrastrutturale e le relative conseguenze ambientali, economiche e sociali, dall'altro la necessità di ritrovare e conservare l'identità dei luoghi negli attuali e inarrestabili processi di trasformazione urbana e paesaggistica.

Attraverso l'esperienza e l'intensa attività di giovani e docenti internazionali provenienti da diversi ambiti culturali, l'obiettivo dell'iniziativa è quello di far emergere le problematiche che attraversano la città, riconoscere le aree sensibili alle modificazioni urbane, sottolineare le necessità e le modalità di possibili interventi. Il seminario di progettazione contempla una serie di apporti teorici giornalieri (lezioni dei docenti), una fase di esperienza del luogo, attività di laboratorio, ciclo di conferenze, dibattito e presentazione delle proposte.

Il seminario si configura come un corso intensivo di perfezionamento ed aggiornamento rivolto a diplomati, studenti e laureati nelle discipline di carattere tecnico-scientifico legate alla gestione del territorio (architettura, architettura del paesaggio, ingegneria, scienze ambientali, scienze naturali, scienze agrarie e forestali, beni culturali, antropologia, sociologia, urbanistica, scienze e politica del territorio) e nelle discipline di arti visive. Sono richieste basi tecniche medie sulla ripresa fotografica. Le iscrizioni verranno raccolte fino al raggiungimento del numero massimo di partecipanti previsto. Il corso prevede 100 ore di didattica e la possibilità che vengano riconosciuti crediti universitari. (Comunicato stampa)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050
www.fiab-onlus.it

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori

Incontro con l'autrice: Maja Haderlap
01 luglio 2016 ore 17.30
Festival L'Isola delle Storie - Altre Prospettive - Gavoi (Sardegna)
www.isoladellestorie.it

La XIII edizione del Festival Letterario della Sardegna (30 giugno - 3 luglio 2016) ospita quest'anno Maja Haderlap, drammaturga, poetessa e saggista austriaca, il cui romanzo d'esordio L'angelo dell'oblio (Engel des Vergessens) ha vinto il prestigioso premio letterario Ingeborg-Bachmann. A presentare l'autrice al pubblico italiano sarà lo scrittore Marco Peano nel ciclo "Altre prospettive". Maja Haderlap (Eisenkappel/Zelezna Kapla, 1961), da una famiglia appartenente alla comunità di lingua slovena della Carinzia, dopo gli studi di germanistica e scienze del teatro lavora prima come assistente di produzione e drammaturga a Trieste e Ljubliana, poi dirige il teatro comunale di Klagenfurt.

Per molti anni scrive per la rivista slovena-carinziana "Mladjé" per la quale funge anche da editrice e redattrice. Dal 1989 insegna all'università di Klagenfurt. Ha pubblicato diversi volumi di poesie, come anche saggi e prosa sia in lingua tedesca sia in sloveno. L'autrice ha ricevuto diversi riconoscimenti come il Premio Bruno-Kreisky, il Premio Rauriser Literaturpreis e il Premio della Fondazione Ravensburger Verlag. L'angelo dell'oblio, (Edizioni Keller, 2014) vincitore del prestigioso premio Ingeborg-Bachmann ricevuto nel 2011, è il suo primo romanzo.

Ecco come la casa editrice Keller, editore italiano del romanzo, presenta L'angelo dell'oblio: "Lassù nella baita aleggia il profumo d'affumicato e del pane appena sfornato, l'odore degli animali e del loro cibo. Eppure in questa terra sono le storie a riempire ogni cosa. Riecheggiano nelle osterie, nelle fiabe della buonanotte, nei discorsi di famiglia tra adulti, nelle parole di una nonna alla nipote e parlano di masi e partigiani, di lager e confini. (...) Quello che pagina dopo pagina prende vita sotto i nostri occhi è un romanzo straordinario: la storia di una vita e allo stesso tempo l'affresco di un popolo, quello sloveno, raccontati attraverso le vicissitudini di una famiglia nel cuore delle Alpi e dell'Europa”. E' possibile leggere le prime pagine de L'angelo dell'oblio online (issuu.com/robertokeller/docs/angelo-oblio-preview). (Comunicato Forum Austriaco di Cultura Roma)




Catalogo BOCS Ltd Presentazione catalogo BOCS Ltd
www.bebocs.it

L'associazione Culturale beBOCS presenta il catalogo risultato del progetto BOCS Ltd, promosso nell'ambito del progetto IART all'interno dello spazio del Centro Culturale Polivalente del Palazzo della Cultura di Catania. BOCS Ltd (Catania / Berlino / Londra) è l'ultimo progetto di network internazionale ideato e organizzato da Giuseppe Lana e Claudio Cocuzza per supportare gli artisti che gravitano intorno al primo artist run space costituito a Catania, in un confronto internazionale in grado di alimentare lo scambio di idee sui nuovi processi di lavoro e gli approcci al contemporaneo. Catania, Berlino, Londra sono le città che BOCS Ltd ha collegato fisicamente e metafisicamente attraverso un ciclo di mostre avvenuto tra giugno e settembre 2015.

I tre spazi espositivi invitati a partecipare al progetto, BOCS per Catania, Shau Fenster per Berlino e Five Years per Londra, hanno scelto, in totale autonomia, i lavori di Filippo Leonardi, Sebastiano Mortellaro, Ekaterina Mitichkina, Johannes Buss, Rochelle Fry e Sally Morfill che hanno caratterizzano e sintetizzato le loro mission. Durante la presentazione interverranno Valentina Noto, responsabile Museo Civico Castello Ursino, e Marcella Borzì, dottore di ricerca in Organizzazione del territorio e sviluppo sostenibile, Anna Mignosa, economista della cultura, insieme a Giuseppe Lana e Miriam La Rosa, curatrice del catalogo, in collegamento da Londra. (Comunicato stampa)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna

- Recensioni a libri su Armenia e Caucaso




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Racconti effimeri - di Mario Alimede Racconti effimeri
di Mario Alimede, ed. L'Omino rosso, pagg. 104, 2014
www.marioalimede.it

Questi racconti brevi si accendono come una fiamma e nello spazio della loro durata effimera appunto, affascinano e coinvolgono, poi quasi repentinamente si spengono in un finale mai scontato; il lettore, per ritrovare quell'emozione, deve necessariamente passare al racconto successivo e poi a quello dopo e a quello dopo ancora. Proprio nella brevità sta la loro forza e intensità; la trama in un attimo vira cambiando direzione e la narrazione si conclude in un altro modo rispetto a quello che il lettore si aspetta, lasciandolo divertito e sorpreso. C'è il sapore delle favole antiche unito al linguaggio pulito e misurato dei racconti di Gianni Rodari.

I racconti vivono dentro il tempo della narrazione e non è importante sapere quando si svolgano le vicende, perché la realtà è sospesa nella lettura ed è proprio bello godersela così. Anche il dove dell'ambientazione potrebbe essere collocato ovunque: una città, un paese, una casa o una soffitta; i luoghi assumono la caratteristica di uno sfondo adatto a contenere i fatti che assumono maggiore rilevanza rispetto al contesto in cui avvengono.

Qui si muovono i personaggi che tratteggiati con tocco leggero, hanno la consistenza del simbolo di ciò che via via rappresentano: l'avidità, l'insoddisfazione, la noia ma anche la tranquillità, il divertimento e la sorpresa. Ma non c'è nessuna morale da insegnare, solo qualche suggerimento dettato dall'esperienza. Il ritmo calmo e sicuro fa scorrere piacevolmente la lettura e la narrazione fluisce semplice e spontanea dalla penna dello scrittore. Tutto ciò rende la raccolta adatta ad un pubblico vario e di ogni età che ritroverà un po' della magia delle storie del passato raccontate di sera attorno al fuoco. (L'Editore De L'Omino Rosso)




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse è nato a Córdoba (Argentina) nel 1934. Diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria: sbsae-cal@beniculturali.it)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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