La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
Newsletter Indipendente
di Ninni Radicini
Mostre d'arte, Iniziative culturali, Recensione Libri, Attualità
  freccia Per ricevere la newsletter Kritik, inviare una e-mail (senza testo) freccia  
Prima del nuovo numero di Kritik...
Mostre
  
Iniziative culturali
  
Libri
  
E-mail
Link Arte
   Numeri precedenti    Cataloghi da mostre

Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia

Hutter e Nosferatu nel film diretto da Murnau
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Metropolis di Fritz Lang
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Articolo di Ninni Radicini sul film Il Pianeta delle Scimmie nel 50esimo anniversario dalla realizzazione
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Pagina dedicata al primo podio in Formula 1 di Gilles Villeneuve, nel Gran Premio di Austria nel 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Il leggendario pilota automobilistisco Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018-19 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018-19 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

___ www.facebook.com/Ninni.Radicini.articoli.recensioni.libri

___ www.facebook.com/Newsletter.Kritik.Ninni.Radicini



Opera di Alberto Serarcangeli Opera di Patrizio Marafini Opera di Michele Volpe Opera di Marcello Trabucco "Incisioni di storia e paesaggio"
Patrizio Marafini
Alberto Serarcangeli
Marcello Trabucco
Michele Volpe


23 marzo (inaugurazione ore 17.00) - 04 aprile 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Patrizio Marafini (Cori - Latina, 1959) dopo la maturità artistica si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Roma nel corso di scenografia, studia arte e set design con Nato Frascà, Mario Ceroli e Fabio Vergoz. Termina gli studi accademici con una tesi sul "Terzo Teatro" e in particolare sull'esperienza politico-teatrale del gruppo di Julian Beck "The Living Theatre". Successivamente frequenta i corsi di incisione alla Calcografia Nazionale di Roma dove approfondisce le diverse tecniche calcografiche (acquaforte, acquatinta, ceramolle, etc) e quelli di sperimentazione foto/grafica dell'AIAP, con stage a cura di Ferruccio Piludu, Mario Cresci e Bob Noorda. Sperimentando diversi linguaggi (fotografia, pittura, incisione, allestimenti scenografici), studia e reinterpreta i paesaggi naturali e urbani, richiamando l'attenzione con i suoi interventi sulla salvaguardia dei siti naturali a, sulla valorizzazione dei centri storici, sulla riqualificazione dell'ambiente urbano

Alberto Serarcangeli (Latina, 1957) dopo il diploma al Liceo Artistico Statale di Latina prosegue gli studi presso la facoltà di Architettura dell'Università "La Sapienza" di Roma. Dal 1975 allestisce diverse mostre personali e partecipa a numerose mostre collettive e rassegne in Italia e all'estero esponendo in Francia, Finlandia, Svezia, Ungheria, Rep. Ceca. Si occupa di pittura, incisione, scultura e ceramica, fotografia, design e interior design, promozione culturale, valorizzazione del patrimonio artistico. Ha tenuto corsi di tecniche incisorie e pittoriche nei corsi internazionali "G.B. Piranesi" in Italia, "Konstu 91", "International Art Camp" ad Hivijnkaa e Tornio in Finlandia, a Upice in Rep. Ceca, ha realizzato varie campagne di catalogazione e rilievo del patrimonio mobile e immobile del territorio pontino in convenzione o collaborazione con istituzioni pubbliche ed EE.LL.

Marcello Trabucco (Volterra - Pisa) si è laureato in architettura a Roma, nel 1983, ha progettato e realizzato edifici per civile abitazioni e strutture industriali. Ha partecipato a numerosi concorsi di architettura, tra i quali: Lungomare di Terracina, (premiato). Sistemazione piazza Piozner, Sabaudia, (premiato). Ampliamento Università di Architettura di Venezia. Napoli, Progettazione Lungomare Caracciolo. Gaeta Sistemazione del Lungomare Caboto, (primo premio), Progettazione Area antistante Tempio d'Ercole a Cori. Progetto per la sistemazione della Marina di Latina. Studioso della storia e della trasformazione del paesaggio e del territorio ha prodotto numerose cartelle di incisioni calcografiche. Alla professione tecnica, ha da sempre affiancato l'espressione artistica realizzando e partecipando a numerose esposizioni. Le ultime ricerche vertono su composizioni totemiche approfondendo le valenze artistico-simboliche delle antiche civiltà.

Michele Volpe (Savigliano - Avellino) ha cominciato a dipingere da giovanissimo, la sua prima mostra risale al 1959, e dal 1977 ha aperto uno studio calcografico. E' uno dei pochi e veri artigiani dell'incisione. La sua arte di pittore e di incisore si integra, nessuna delle due primeggia sull'altra. E' un vero maestro nel produrre idee e cultura con le sue opere. Tutta la sua umanità e la sua sensibilità escono con forza dalle sue acqueforti e acquetinte. In queste opere il contrasto tra il passato ed il futuro, tra il bene e il male, tra la vita e la morte è molto marcato ed evidente, forse dovuto anche al segno e al tratto della sua vera tecnica di incisore. La ricerca a trovare un punto d'accordo tra questi contrasti è il fondamento della sua opera e della sua vita. (Comunicato stampa della mostra a cura di Arianna Sartori)

Locandina di presentazione della rassegna

___ Altre mostre alla Galleria Sartori presentate in questa pagina della newsletter Kritik

ARTeSPORT
termina il 14 aprile 2019
Presentazione

Carlo Zoli: "Coma piuma leggera"
termina il 21 marzo 2019
Presentazione

Claudio Caldana: "Materia e Spirito"
termina il 28 marzo 2019
Presentazione

Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova
Presentazione

Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019
ed. Archivio Sartori Editore
Presentazione




Palazzo Sturm in una immagine dalla locandina di presentazione Palazzo Sturm e il suo famoso Belvedere
I saloni restaurati accolgono la mostra di Dürer


Bassano del Grappa (Vicenza)
www.studioesseci.net

Palazzo Sturm, dal cui belvedere si può godere di un'impareggiabile panorama sul fiume Brenta e sul Ponte Vecchio, fu donato al Comune di Bassano dal barone Giovanni Battista Sturm von Hirschfeld nel 1943. La preziosa dimora nell'antica contrà Cornorotto, voluta e commissionata da Vincenzo Ferrari, importante industriale e commerciante di sete, venne edificata verso la metà del XVIII secolo. L'edificio si presenta in tutta la sua elegante imponenza, con oltre settanta stanze distribuite su sette livelli progettati dall' architetto Daniello Bernardi. Le decorazioni pittoriche all'interno del palazzo, eseguite dal pittore veronese Giorgio Anselmi nel 1760 circa, denotano un gusto che richiama la maniera dei cosiddetti trionfi barocchi romano-bolognesi.

I soggetti scelti, prevalentemente mitologici e allegorici, alludono alle imprese commerciali ed economiche nella manifattura della famiglia Ferrari, come il monocromo della Filatrice con il fuso. Già di proprietà della famiglia Vanzo-Mercante, nel corso dell'Ottocento il palazzo ha subito alcuni ampliamenti e modifiche architettoniche, come la sopraelevazione del corpo di fabbrica, il raccordo del nuovo tetto con il coronamento della loggia-belvedere, originariamente aperta su tre lati. Palazzo Sturm è tra i principali luoghi culturali cittadini. Dopo un anno e mezzo di lavori di restauro, l'edificio è ora completamente restituito. Le sale del quarto e del quinto piano, dove sono stati riportati alla luce magnifici affreschi e stucchi, saranno destinate alle esposizioni temporanee a partire dal 20 aprile con la grande mostra dedicata a Dürer. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Saverio Rampin- Senza Titolo - dettaglio, 1976 Saverio Rampin: "Pensai il colore, guardai il sole"
23 marzo (inagurazione ore 12.00) - 01 maggio 2019
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Prima mostra - a cura di Davide Ferri - che la Galleria Michela Rizzo dedica a Saverio Rampin con l'intento di illuminare il lavoro di uno dei più importanti artisti veneziani della seconda metà del Novecento. E di farlo guardandolo negli interstizi, nei momenti di svolta, e attraverso un inedito accostamento di opere appartenenti a periodi diversi del suo percorso. La mostra include una serie di opere (su tela e su carta) appartenenti agli anni Sessanta e Settanta, la stagione successiva a quella degli esordi, segnata da una poetica sospesa tra Informale e Spazialismo, un linguaggio che l'artista andò formulando attraverso il contatto quotidiano con artisti della sua generazione (Tancredi Parmeggiani ed Ennio Finzi in particolare - attratti, come lui, dalla pittura americana che approda a Venezia nella Biennale del 1948); l'influenza di maestri come Armando Pizzinato e Virgilio Guidi; la scoperta dello Spazialismo, in occasione dei suoi frequenti viaggi a Milano. Pensai il colore, guardai il sole tiene sullo sfondo questa stagione (l'unica che può permettere una facile collocazione storica del lavoro dell'artista) e guarda al Rampin della maturità, cioè a partire da un momento di passaggio avvenuto tra la fine degli anni Cinquanta

e l'inizio degli anni Sessanta, verso l'articolazione di un linguaggio completamente autonomo, segnato dall'approdo a una nozione di "colore - luce", del colore come evento luminoso (talvolta lacerante, come quando, in alcuni dipinti, una stretta fenditura satura di colori squarcia come un lampo il bianco della tela). E da una progressiva apertura della superficie a campiture più larghe e distese (che si realizza pienamente negli anni Settanta), una composizione come dinamismo di corpi cromatici, vibratili e instabili per via dei contorni sfrangiati e dei toni delicati e poeticamente esangui, che si contaminano e si rilanciano reciprocamente. Quella di Rampin è anche una grammatica astratta che sembra spesso derivare dall'incanto e dall'osservazione abbagliata della natura (non a caso alcuni dei lavori più emblematici di questa svolta si intitolano Momenti di natura), un'esperienza epifanica del reale senza che questo, necessariamente, si traduca nei suoi dipinti in figure. La presenza intermittente, all'interno di una partitura di forme geometriche e spaziali, di elementi riconducibili al reale - l'orizzonte, i riflessi e il movimento dell'acqua o di cose che galleggiano sulla superficie dell'acqua, il sole (costante punto di riferimento dello sguardo dell'artista) - è infatti un altro dei possibili fili conduttori della mostra. (Comunicato stampa)




Opera di Kenro Izu Kenro Izu: "Seduction"
22 marzo (inaugurazione ore 18.30) - 31 luglio 2019
Spazio Damiani - Bologna
www.spaziodamiani.it

In mostra quindici scatti dalla serie Still Life, realizzati tra il 1991 e il 2017 dal fotografo giapponese Kenro Izu. Le opere selezionate per questa esposizione sono tratte dalle quattro sezioni in cui si articola la serie: Flora, Body, Blue e Orchard. Una menzione particolare meritano le due cianotipie tratte dalla sezione Blue, un omaggio dell'artista al Periodo Blu di Pablo Picasso. (...) L'estetica di Izu affonda le sue radici nella cultura tradizionale giapponese che, fra le molte peculiarità, assegna al fenomeno delle ombre un ruolo e un valore assai diversi rispetto alla cultura occidentale. Mentre qui è la luce ad incarnare il valore positivo e la sua assenza è una mancanza, in Giappone l'ombra è ciò che, al pari della luce, contribuisce a definire i corpi, gli oggetti e gli spazi.

L'interesse e la fascinazione che le ombre esercitano su Kenro Izu è alla base della serie Still Life. Nel processo creativo dell'artista, anche la tecnica di stampa riveste un ruolo cruciale. Tredici delle quindici opere fotografiche che saranno esposte sono stampe al palladio, la più raffinata tra le tecniche di stampa in bianco e nero. Questa tecnica permette infatti di realizzare immagini dai toni ricchi in cui l'ampiezza delle sfumature è massima, consentendo così all'artista di dispiegare il gioco di luci e ombre in tutta la sua forza. La mostra Seduction è accompagnata da un'omonima monografia pubblicata da Damiani. Il libro sarà proposto anche in un'edizione limitata che include una stampa a pigmenti realizzata in 15 copie firmate e numerate dall'artista e intitolata Seduction #1045, 2016.

Kenro Izu (Osaka - Giappone, 1949) durante la sua formazione alla Art at Nippon University di Tokyo visita New York; vi si trasferisce nel 1974. A partire dal 1979 inizia a fotografare i luoghi sacri delle grandi civiltà antiche: le piramidi d'Egitto, quelle dei Maya e il sito neolitico di Stonehenge, in Inghilterra. Questa serie, intitolata Sacred Places, lo impegnerà per tutta la sua carriera artistica. Scattata in formato 14x20, Sacred Places prende vita sotto forma di stampe al palladio. Dal 2013 al 2016 si dedica a Eternal Light, un progetto sulle persone ai margini della società indiana scattato in medio formato. Il progetto più recente, iniziato nel 2015 e intitolato Requiem, ruota intono alla vicenda della città di Pompei, distrutta dall'eruzione del Vesuvio quasi 2000 anni fa. Requiem costituisce il primo approccio di Kenro Izu alla fotografia digitale. Izu ha pubblicato 14 volumi e ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali il National Endowment for Arts, il New York Foundation for Arts e la Guggenheim Fellowship. (Comunicato stampa)




Aldo Mondino - Libra - tecnica mista su tela cm.18013022 senza data Aldo Mondino - Sportivo - tecnica mista e collage su masonite cm.150x100 1963 Mondino a colori. La pittura dagli esordi al linoleum
29 marzo (inaugurazione ore 18.00) - 22 settembre 2019
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia
camec.museilaspezia.it

Retrospettiva che ripercorre l'intera produzione pittorica di Aldo Mondino, promossa dal Comune della Spezia e prodotta dal CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea, su progetto scientifico dell'Archivio Aldo Mondino. L'esposizione si propone quale ideale contrappunto della mostra "Aldo Mondino scultore" (Pietrasanta, 2010) indagando - proprio nella città che ha ospitato Il Premio del Golfo, uno dei più importanti premi di pittura del Novecento - questo medium, per così dire, 'naturale' e precipuo della Spezia. Aldo Mondino ha sempre pensato e vissuto da pittore. La sua 'miopia' nei confronti del dato reale è diventata, negli anni, uno strumento per conoscere il mondo a proprio modo, senza eternarsi in uno stile ripetitivo. Con lui, già all'inizio degli anni Sessanta, si sono superate le barriere tra pittura e concettuale, tanto che nessuno è mai riuscito a chiudere il suo lavoro in una precisa definizione.

Nel periodo della formazione, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, in piena crisi dell'Informale, il giovane Mondino aderisce ad un Surrealismo gestuale, frenetico e popolato di segni e immagini che richiamano le opere di Matta, Lam e Tancredi. Studia incisione a Parigi da Stanley William Hayter, nel cui atelier lavoravano anche Picasso, Chagall, Giacometti, Pollock e molti altri grandi artisti dell'epoca. Approfondisce in seguito il mosaico con Severini perché la tecnica per lui è una regola da conoscere e poi reinventare con soluzioni originali. L'idea della grafica che si fa pittura e viceversa lo conduce negli anni ad un percorso unico nel suo genere. Non vuole annullare la pittura, la vuole riscattare, anche se ne comprende la crisi post Informale.

Nel milieu artistico del tempo, cerca di comprendere le molteplici direzioni che si aprono ai cambiamenti sociali, economici e culturali di quegli anni veloci e affollati di uomini e idee. Al CAMeC sono presentati una quarantina di lavori su tela, carta e linoleum realizzati dal 1961 al 2000, tutti provenienti dall'Archivio Aldo Mondino e da un selezionato gruppo di prestatori. Dai dipinti degli esordi, passando per i "Quadri a quadretti" e le finte incisioni, si giunge ai linoleum, che hanno reso l'artista popolare anche presso il grande pubblico. La comparsa di questo supporto, negli anni Ottanta, deriva da una vera e propria ossessione per l'universo della grafica, legata all'idea del colore e del segno pittorico.

Oltre al gioco di parole insito nell'etimologia stessa del termine linoleum (olio di lino / olio su lino), Mondino era affascinato anche dalla grande varietà dei colori e delle texture appartenenti ad un materiale semplice e industriale, come lo era del resto anche l'Eraclit, il legno 'povero' dei cantieri, su cui dipinse i suoi altrettanto celebri "Tappeti". Il percorso espositivo comprende anche un'opera delle collezioni del CAMeC: Longships, 1980 circa, tecnica mista su tela, cm.25x35, collezione Cozzani. In occasione della mostra sarà disponibile presso il bookshop il primo volume del Catalogo Generale dedicato al lavoro di Aldo Mondino (Allemandi, 2017) con testi di autorevoli studiosi e critici dell'opera dell'autore e con la riproduzione fotografica di oltre 1600 opere archiviate.

Aldo Mondino (Torino, 1938-2005) nel 1959 si trasferisce a Parigi, dove frequenta l'atelier di William Heyter, l'Ecole du Louvre e il corso di mosaico dell'Accademia di Belle Arti con Severini e Licata. Nel 1960, rientrato in Italia, inizia la sua attività espositiva alla Galleria L'Immagine di Torino (1961) e alla Galleria Alfa di Venezia (1962). L'incontro con Gian Enzo Sperone, direttore della Galleria Il Punto, risulta fondamentale per la sua carriera artistica. Tra le principali mostre si ricordano le due partecipazioni alle Biennali di Venezia del 1976 e del 1993, le personali al Museum fur Moderne Kunst - Palais Lichtenstein di Vienna (1991), al Museo Ebraico di Bologna (1995). Le sue opere appartengono alle collezioni permanenti dei più importanti musei nazionali ed internazionali e a numerose collezioni private. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine di un opera di Andrea Panarelli nella locandina della mostra Ombra illuminata Andrea Panarelli: Ombra illuminata
23 marzo (inaugurazione ore 19) - 27 aprile 2019
Museolaboratorio ex manifattura tabacchi - Città Sant'Angelo (Pescara)

Come Victor Stoichita ha bene indicato, Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia afferma che circa gli inizi della pittura si sa ben poco. Sin dall'antichità, v'è incertezza se sia l'Egitto la terra che ha visto i suoi primi segni, oppure la Grecia (in particolare in quest'ultima vi sarebbe la disputa tra Sicione e Corinto). Però, al di là dei suoi natali, si concorda all'unisono che la pittura nacque dall'uso di contornare l'ombra umana con una linea (omnes umbra hominis lineis circumducta). Da qui, da questa consonanza di acqua sotto i ponti ne è passata (si pensi, in primis, al mito platonico della caverna) e possiamo dire che il rapporto con l'ombra segna la storia della raffigurazione occidentale, e con Hegel possiamo affermare che il vedere, con tutte le condizioni di possibilità che comporta, è il profondamente altro non solo dell'assoluta oscurità ma anche e soprattutto dell'assoluta chiarezza. “La pura luce e la pura oscurità sono due vuoti, che sono lo stesso”, scrive il filosofo tedesco.

Ed è quindi lecito sostenere che solo nella luce determinata, e quest'ultima non può che essere determinata dall'oscurità, ovvero intorbidata dall'oscurità, qualcosa si rende distinguibile dal altro da sé; analogamente questo qualcosa si distingue solo nell'oscurità determinata e l'oscurità viene definita dalla luce, quindi solo nell'oscurità rischiarata. I recenti lavori pittorici di Andrea Panarelli, "sottoposti alla luce" presso le sale del Museolaboratorio di Città Sant'Angelo, si presentano come felici occasioni riuscite per esperire proprio quanto il nostro "atto di vedere" (così come lo chiama Wim Wenders), di percepire ciò che ci è di fronte sia da sempre una questione anche e soprattutto esterna a noi e ai nostri occhi.

Questa mostra di Panarelli - a cura di Enzo De Leonibus e Domenico Spinosa - è un viaggio esemplare nel nostro quotidiano attraverso gli scenari della luce e dell'ombra, e come in un'epifania umana troppo umana proiettata su quinte terrestri si dipanano di colpo le luci e le ombre che ci appartengono, che abbiamo cucite addosso, di cui siamo fatti. Ci sembra, infatti, quasi di ritrovarci come d'incanto in una vecchia sala cinematografica dove appunto le ombre prodotte dalla luce del proiettore si confondono con i profili delle nostre figure. (...) E' un invito sincero che si rivolge a quella parte di noi vedenti disposta a non farci accontentare "di piccole gioie quotidiane" come anche appiattire sui "fallimenti che per nostra natura normalmente attiriamo".

Visitando le sale, ci giunge qualcosa simile a un sussurro soave che fedelmente ci accompagna verso preziosi attimi di dimenticanza di sé, di smemoratezza, di abbandono, e riprendiamo con gli occhi e con le mani anche quella ciotola, quel bicchiere, quell'angolo di un interno, quella sedia, quello spazio, quel tempo che avevamo per distrazione sottovalutato. Sin dalla cena che ci aspetta una volta usciti dal museo o dal cinema, lì sulle tavole imbandite ritroviamo le stesse cose (posate, piatti, bottiglie etc.), ma tutto insieme sarà come rinnovato dal nostro sguardo un po' più educato. Non sarà più solo ciò che ci sembra essere quello che avremo sotto i nostri sensi, ma sarà l'atmosfera a cui per fortuna faremo parte. (...). (Domenico Spinosa)




Immagine di presentazione della mostra Sulla via della folgore di diamante Rotazione di dipinti nella Galleria della Regione himalayana - Sulla via della folgore di diamante Sulla via della folgore di diamante
Rotazione di dipinti nella Galleria della Regione himalayana


27 marzo 2019 - 05 aprile 2020
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Visibili per la prima volta, 25 thang-ka databili tra il XVII e il XIX secolo. Il termine thang-ka indica un tessuto dipinto che può essere arrotolato. I dipinti sono eseguiti a tempera, il supporto è una mussola di cotone e la base di preparazione è realizzata con una mistura di gesso e caolino. I dipinti sono considerati oggetti sacri non solo perchè presentano soggetti religiosi e simboli pertinenti alla complessa iconografia buddhista tantrica, ma anche perché fungono da supporto concreto alla meditazione. Le thang-ka, anche quando incentrate sulla raffigurazione di un unico soggetto religioso, sia esso simbolico, umano o divino, intendono trasmettere una complessità di conoscenze filosofico-religiose che si esplicitano attraverso la definizione di elementi iconografici minori, immediatamente colti dai devoti buddhisti.

I soggetti iconografici esposti spaziano dalle raffigurazioni del Buddha Shakyamuni a quelle del Buddha Primordiale e dei Cinque Grandi Buddha Cosmici che da esso discendono. Nel sistema Vajrayana - la Via della Folgore di diamante - i Cinque Grandi Buddha sono infatti considerati essere emanazioni delle qualità spirituali del Buddha Primordiale, personificazione dell'Illuminazione innata. Ciascuno dei Cinque Buddha Cosmici è associato a una direzione dello spazio. Amitabha, il "Buddha della Luce Infinita" è collocato a Occidente, mentre Amogasiddhi "Colui che conduce all'infallibile realizzazione" è il reggente del Nord. Nell'ambito di questo universo spirituale così spazialmente definito, si collocano esseri intermedi, quali i Bodhisattva, ovvero coloro che rinunciano all'estinzione dal ciclo di nascite e morti (nirvana) per indicare la via della salvezza a tutti gli esseri senzienti.

Oltre alle figure spirituali pacifiche troviamo divinità protettrici della religione, dall'aspetto terrifico, come Mahavajrabhairava, il Grande Terrifico, o Yamantaka, il distruttore della morte, così come maestri e adepti tantrici, che a loro volta si mostrano gentili come Tson-ka-pa, fondatore della scuola che dal XVI secolo sarà retta dai Dalai Lama, o terrifici nell'atto di scacciare i demoni. Due thang-ka tibetane del XVIII secolo, piuttosto rare sono quelle prodotte nell'ambito della scuola monastica del Bon. Si tratta di una via spirituale parallela al Buddhismo, risalente come quella dei Rnyng-ma-pa a un gruppo antico di lignaggi di praticanti tantrici. E' la principale forma religiosa del Tibet non buddhista.

Oltre a vari soggetti religiosi, le opere esposte mostrano alcuni tratti stilistici appartenenti a diverse scuole pittoriche. Lo stile della thank-ga Storie di Mandhatar, Candraprabha, Supriya del XVIII secolo, si rifà alla scuola karma sgar bris, una delle due grandi correnti stilistiche in cui si divide la pittura tibetana degli ultimi quattro secoli. Questa bella thang-ka1 proveniente dal Khams, Tibet orientale, si distingue per la levità e delicatezza dei toni con cui viene trattato il paesaggio e per l'eleganza da miniatura con cui sono dipinte le piccole figure collocate nei vari edifici o distribuite nei larghi spazi aperti, elementi che rimandano immediatamente all'estetica del Celeste Impero. Tali caratteristiche sono presenti anche nella thang-ka Il Palazzo Celeste di Shyamatara (Tara verde), dove l'accento posto sull'architettura e la concezione vivace del paesaggio conferiscono alla composizione una notevole freschezza, nonostante l'artificiosità della costruzione. Anche se un poco indurite, sopravvivono nelle descrizioni della zona inferiore del dipinto le tracce del trattamento del paesaggio proprio di questo stile.

Oltre ai soggetti rappresentati frontalmente, con una disposizione geometrica delle figure minori, che ricordano il primo stile d'origine nepalese, come nella thang-ka Vajradhara e i mahasiddha, si segnalano dipinti dalla gradazione cromatica particolare, come nella thang-ka Rol-pa'i-rdo-rje e nove manifestazioni di Amitayus che appartiene al gruppo dei mtshal-khang (pittura vermiglia), realizzata con sottili tratti dorati su fondo preparato con il rosso cinabro. Il dipinto Amoghasiddhi, una thang-ka di carattere misto, vede la figura centrale dipinta a tempera con vari pigmenti su un fondo realizzato con la stessa tecnica delle mtshal-thang. (Comunicato stampa)




Opera di Antonio Carbone Opera di Francesco Calia Opera di Lucia Di Miceli dalla mostra Abbazie Abbazie - Magia di luoghi oltre il tempo
Villa Comunale - Frosinone, 30 marzo (inaugurazione ore 17.00) - 10 aprile 2019
MACS - Museo Arte Contemporanea S. M. Capua Vetere, 19 aprile - 11 maggio 2019
www.artefuoricentro.it

Gli artisti di Fuori Centro in occasione di questo evento hanno voluto mettere a confronto, attraverso le loro opere, l'atmosfera destabilizzante della vita moderna con l'armonia e la spiritualità che si respira nelle Abbazie, luoghi dell'anima, ricchi di valori estetici e simbolici. La mostra, ideata e organizzata dall'Associazione culturale Fuori Centro, verrà in seguito esposta presso il MACS - Museo Arte Contemporanea S. M. Capua Vetere.

Artisti: Minou Amirsoleimani, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Luce Delhove, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Salvatore Giunta, Giuliano Mammoli, Gianfranco Mascelli, Rita Mele, Patrizia Molinari, Isabella Nurigiani. Teresa Pollidori, Giuseppe Ponzio, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Alba Savoi, Grazia Sernia, Elena Sevi, Oriano Zampieri. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra
1969 - Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale 1969. Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale
23 marzo - 24 maggio 2019
Museo Civico "P.A. Garda" - Ivrea

Secondo appuntamento espositivo ad Ivrea, nell'ambito di un progetto di valorizzazione delle collezioni di fotografia della Società Olivetti che trova una proficua stagione di collaborazione tra il Museo Civico Pier Alessandro Garda e l'Associazione Archivio Storico Olivetti, con il contributo scientifico e curatoriale di Camera - Centro Italiano per la Fotografia di Torino: a partire dai documenti storici che l'Archivio conserva e valorizza, nell'ambito di un protocollo d'intesa con Camera - Centro Italiano per la Fotografia, si apre al museo eporediese una mostra internazionale che presenta una selezione di fotografie dell'omonima mostra che la Società Olivetti organizzò nel novembre del 1969 a Parigi, che proseguì a Barcellona, Madrid, Edimburgo e Londra, per concludersi infine a Tokyo nell'ottobre 1971.

A cinquant'anni anni dalla prima esposizione, la mostra odierna ricostruisce e restituisce non soltanto i contenuti di quella storica mostra, curata dall'architetto Gae Aulenti per la Società Olivetti, ma anche la storia dei personaggi che gravitavano dentro e intorno alla Direzione delle Attività Culturali Olivetti e a quella cerchia: da Giorgio Soavi a Lord Snowdon, da Ettore Sottsass a Mario Bellini, da Renzo Zorzi a Italo Calvino. La mostra si sviluppa attraverso le immagini originali dell'Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea con l'obiettivo, oltre che di rievocare la stagione effervescente e dinamica di quegli anni, anche di proporre un pensiero che, con incredibile e ancora attualissima modernità, coniugava arte, industria, design, produzione e creazione di valore, a partire dal mondo del lavoro. L'esposizione costituisce, quindi, anche un'occasione unica per il pubblico di conoscere un grande modello di impresa responsabile, la cui "immagine" è portavoce della cultura creativa più avanzata del tempo e oggi riconosciuta come patrimonio dell'Unesco. (Comunicato stampa)

---

Le case Olivetti a Ivrea - L'Ufficio Consulenza Case Dipendenti ed Emilio A. Tarpino
di Carlo Olmo, Patrizia Bonifazio e Luca Lazzarini, con un contributo fotografico di Paolo Mazzo


Presentazione volume
22 marzo 2019 ore 17.30
Spazio Lab, La Triennale di Milano
Presentazione




Cesare Reggiani - La foresta svelata - olio su tela cm.60x80 2016 Cesare Reggiani: "Nel Tempo"
termina il 20 aprile 2019
Il Vicolo Galleria Arte Contemporanea - Cesena
www.ilvicolo.com

Cesare Reggiani (Faenza 1949), artista eclettico - già fumettista, grafico, illustratore, autore di libri d'artista, editore - dagli anni Novanta ha scelto la pittura come cifra distintiva del suo "fare" artistico. Divide la sua attività, e la sua vita, fra Faenza e Parigi. Oltre venti opere allestite nelle sale della Galleria, selezionate dall'architetto Franco Bertoni, che scrive: «Veniamo subito ai dati caratterizzanti il suo lavoro pittorico. Da un lato una tecnica di rappresentazione che non indulge mai a forzature espressionistiche o iperrealistiche, quasi sottaciuta, chiara e piana e, tuttavia, dalle mille, sottili, trasparenze e variazioni coloristiche. Dall'altro, un repertorio iconografico immutabile e minimalisticamente ripetuto fatto di metafisici edifici dalla imperscrutabile funzione e di animali posizionati con teatrale cura in paesaggi tanto improbabili quanto comuni. (...)

Le orchestrazioni pittoriche di Reggiani parlano certamente di un mondo altro, di un'altra dimensione spaziale e temporale, ma sono credibili e, proprio per questo, non mancano di toccare le corde più intime e sensibili dell'interiorità. Lontani, ormai, sono i tempi del suo fumetto forse più significativo (Le dieci esperienze di Orino Vientellio, del 1982) e delle copertine per i libri di fantascienza (che gli valsero l'amicizia di Karel Thole e un non maturato diritto di successione per Urania) ma qualcosa è rimasto in lui di queste attrazioni, spesso terribilmente distopiche, tramutatesi nel tempo in più serene utopie. In fondo, Reggiani, raccogliendo memorabilia naturali e artificiali, non fa altro che comporre un mondo più perfetto di quello in cui ci troviamo: un mondo depurato dal rumore, dalle scorie della quotidianità e dall'inessenziale. Il primo a fare le spese di quest'opera di decantazione è proprio l'essere umano. (...)» A seguire, breve presentazione dell'ultimo di Graphie, n.86 (anno XXI - 2019), "Donna: domina - mulier - femmina". (Comunicato stampa)




Lin Delija - Ritratto di donna - olio su cartone telato, 1970, cm.24x18 collezione Santa Mazzocchi Lin Delija
In viaggio verso casa. Gorizia - Zagabria - Scutari


23 marzo (inaugurazione ore 17.30) - 09 aprile 2019
Biblioteca Statale Isontina - Gorizia

In mostra, a cura di Marianna Accerboni, una sessantina di dipinti a olio, tempera, tecnica mista e disegni realizzati dall'artista (Scutari 1926 - Roma 1994) a matita, pennarello, penna e pastello tra gli anni Cinquanta e il 1990.

Presentazione




Mario Nigro - Spazio totale - divergenze drammatiche simultanee - tempera verniciata su tela cm.100x73 1955 - copyright Archivio Mario Nigro, Milano - Courtesy A arte Invernizzi, Milano Mario Nigro. Dallo "Spazio totale" alle "Strutture"
23 marzo (inaugurazione ore 17.00) - 12 maggio 2019
Kunstmuseum Bochum - Bochum (Repubblica Federale Tedesca)
Locandina

Il Kunstmuseum Bochum presenta la mostra antologica dell'artista italiano Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992) protagonista dell'arte italiana del XX secolo. La retrospettiva, a cura di Hans Günter Golinski, Paolo Bolpagni e Francesca Pola, è realizzata in collaborazione con l'Archivio Mario Nigro di Milano e ripercorre la ricerca dell'artista dal 1948 al 1992. Mario Nigro è uno dei grandi protagonisti dell'arte italiana ed europea dalla fine degli anni Quaranta: pur nella complessità di riferimenti e legami con il contesto internazionale, ha perseguito da subito una ricerca creativa fortemente individuale, che si è continuamente rinnovata senza mai esaurire la propria profondità poetica. Coniugando la propria vocazione pittorica con interessi musicali e scientifici, che connotano la sua visione sin dagli anni della formazione, Nigro ha dato vita a una particolare declinazione di astrattismo, fondata sulle dinamiche delle relazioni umane e sulla visione dell'arte come forma di conoscenza, traducendola in una grande ricchezza di soluzioni compositive, cromatiche e spaziali.

La mostra presenta trentaquattro opere di fondamentale importanza nel suo percorso creativo: in particolare, lavori di grande dimensione e di natura installativa e ambientale, esposti dall'artista in importanti rassegne internazionali, come ad esempio varie edizioni della Biennale di Venezia, che sono stati specificamente selezionati in relazione agli spazi del Kunstmuseum Bochum per definire una serie di momenti chiave nell'evolvere della sua multiforme creazione artistica. L'opera di Nigro coniuga rigore compositivo geometrico ed espressività cromatica: in questi aspetti, appare in perfetta sintonia con alcune matrici della cultura visiva internazionale che hanno fortemente caratterizzato la cultura tedesca, quali l'espressionismo o il concretismo della prima metà del novecento, come dimostra anche la fortuna espositiva e critica della sua opera in Germania. Il nitore espressivo delle sue opere interpreta queste componenti con una sensibilità tutta italiana, dando vita a un singolare connubio che la mostra intende evidenziare nella sua unicità.

L'esposizione prende le mosse dai primi cicli pittorici ispirati ai canoni del suprematismo e del neoplasticismo, come Ritmo verticale (1948), prosegue con le 'scacchiere visuali' del ciclo dei "Pannelli a scacchi" (1950), per giungere al moltiplicarsi dei reticoli e delle griglie che si articolano in piani di colore di diversa intensità cromatica dello "Spazio totale" - ciclo a cui l'artista lavora a partire dal 1952-1953 e sino alla seconda metà degli anni Sessanta. La scelta di esporre alcuni lavori di natura installativa e ambientale, quali Dal tempo totale: passeggiata ritmica progressiva con variazione cromatica (il corso della vita: le stagioni) (1967-1968) e Lettera di un raro amore (1972), testimonia l'evoluzione della ricerca dell'artista verso i successivi cicli del "Tempo totale" sino a giungere, nel corso degli anni Settanta, all'approfondimento delle tematiche dell'"Analisi della linea" e della "Metafisica del colore".

Dopo l'approfondimento e l'utilizzo di formule matematico-geometriche, tra il 1980 e il 1981, Nigro realizza il ciclo "Terremoto", che nasce anche dal coinvolgimento emotivo con gli avvenimenti coevi e dalla riflessione sullo scorrere inesorabile della storia e sulla possibilità sempre imminente della catastrofe. Dalla metà degli anni Ottanta la spinta verso l'azzeramento, inteso come espressione dell'assoluto, si acuisce e si traduce nella parcellizzazione della linea stessa. Nelle opere del ciclo "Orizzonti" la superficie viene attraversata da una singola sequenza di puntini che la attraversano in orizzontale senza raggiungerne il margine estremo. Nell'arco di un solo anno l'artista giunge a creare, dapprima, il ciclo delle "Orme" in cui il colore steso in pennellate riconoscibili e distinte va a formare delle macchie eterogenee, ed in seguito raggiunge il massimo della dilatazione e dell'ingrandimento della singola componente creando un unico amalgama di colore che occupa tutta l'altezza della tela.

Per approdare a lavori che appartengono agli ultimi due cicli realizzati dall'artista all'inizio degli anni Novanta, "Meditazioni" e "Strutture". Queste due serie segnano il ritorno alla riflessione sulla relazione tra spazio e forma e si avvicinano nuovamente a una costruzione più strutturata: nelle prime l'elemento geometrico è infatti suggerito più che costruito dai tratti del pennello e nelle altre il concetto di griglia torna evocato dall'accostarsi e dal sovrapporsi di segni suddivisi per gruppi, ancora una volta disposti secondo lo schema compositivo ortogonale. In occasione della mostra, verrà pubblicata una monografia trilingue - tedesco, italiano, inglese - con introduzione di Hans Günter Golinski e Gianni Nigro, saggi di Paolo Bolpagni, Carlo Invernizzi e Francesca Pola dedicati ad approfondire i diversi aspetti della sua poetica artistica, corredati da materiale iconografico a colori e relativi apparati bio-bibliografici. (Comunicato stampa)

---

Mario Nigro. From "Total Space" to "Structures"
23 March (opening 5 p.m.) - 12 May 2019
Kunstmuseum Bochum
Poster of the art exhibition

The Kunstmuseum Bochum presents an anthological exhibition of works by the Italian artist Mario Nigro (Pistoia 1917 - 1992 Livorno), one of the great exponents of twentieth-century art in Italy. Retracing the artist's career from 1948 to 1992, the retrospective is curated by Hans Günter Golinski, Paolo Bolpagni and Francesca Pola, and is realized in collaboration with the Archivio Mario Nigro in Milan. Mario Nigro was one of the great protagonists of Italian and European art from the late 1940s onwards: notwithstanding intricate references to and links with the international context, he immediately embarked upon a highly personal form of artistic research, which he constantly revised and updated, never losing any of his poetic verve. Combining his vocation for painting with his musical and scientific interests, which were a feature of his vision from the time of his training onwards, Nigro created a particular form of abstractionism, based on the dynamics of human relations and on a vision of art as a form of knowledge.

He turned this into a vast wealth of compositional, chromatic, and spatial solutions. The exhibition presents thirty-four works that were of fundamental importance for his creative journey: in particular, these include large-format environmental and installation works that he exhibited at major international shows, including various editions of the Venice Biennale. These have been specially selected for the spaces of the Kunstmuseum Bochum in order to focus on a series of key moments in the development of his kaleidoscopic artistic career. Nigro's work combines geometrical compositional discipline with chromatic expressiveness, and it is here that we see how it fits perfectly with some of the main roots of international visual culture, which are such a feature of German culture.

These include the Expressionism and Concretism of the first half of the twentieth century, as demonstrated by the success of his work with critics and in exhibitions in Germany. The expressive clarity of his works interprets these aspects with a quintessentially Italian form of sensitivity, opening up to a singular combination, unlike any other, that will be clearly illustrated in the exhibition. The exhibition starts with the first series of paintings, which were inspired by the canons of Suprematism and Neo-Plasticism, as in the case of Ritmo verticale (Vertical Rhythm) (1948), and it continues with the "visual chessboards" of the "Pannelli a scacchi" ("Chequered Panels") series (1950). It ventures on through to the multiplication of lattices and grids arranged in planes of colours of varying intensities in the "Spazio totale" ("Total Space") series, on which the artist worked from 1952-53 until the second half of the 1960s.

A number of environmental and installation works, such as Dal tempo totale: passeggiata ritmica progressiva con variazione cromatica (il corso della vita: le stagioni) (From Total Time: Progressive Rhythmical Walk with Chromatic Variation (The Course of Life: The Seasons)) (1967-68) and Lettera di un raro amore (Letter of a Rare Love) (1972), illustrate the evolution of the artist's research towards the subsequent "Tempo totale" ("Total Time") series and on to the "Analisi della linea" ("Analysis of Line") and "Metafisica del colore" ("Metaphysics of Colour") in the 1970s. After studying and introducing mathematical and geometrical formulas, in 1980 and 1981 Nigro created the "Terremoto" ("Earthquake") series, which also arose from his emotional involvement in events of the time and from his reflections on the inexorable flow of history and on the constant possibility of imminent catastrophe.

From the mid-1980s, the drive towards elimination, viewed as an expression of the absolute, became more intense, leading to the fragmentation of the line itself. In the works in the "Orizzonti" ("Horizons") series, the surface is run through by a single sequence of dots, which cross it horizontally without reaching all the way to the edge. In just one year, the artist first created the "Orme" ("Footprints") series, in which the colour is spread in clearly distinct brushstrokes, creating uniform patches, and later achieved the greatest possible dilation and enlargement of the individual component. This led to a single amalgam of colour that reached the entire height of the canvas, The closing cycle of this analysis, which sounds out the very foundations of painting, is that of the "Dipinti satanici" ("Satanic Paintings"), ending with works from "Meditazioni" ("Meditations") and "Strutture" ("Structures"), the artist's last two series in the early 1990s.

These two series mark a return to meditations on the relationship between space and form, and they go back once again to a more structured form of construction: in the former the geometric element is actually more suggested than constructed by the brushstrokes, while in the others we again find the concept of the grid. This is evoked by a juxtaposition and overlapping of signs, which are divided into groups, once again arranged in an orthogonal composition. On the occasion of the exhibition, a trilingual monographic volume will be published - in German, Italian, and English - with an introduction by Hans Günter Golinski and Gianni Nigro, essays by Paolo Bolpagni, Carlo Invernizzi and Francesca Pola, who will examine various aspects of Nigro's artistic vision, accompanied by colour illustrations and bio-bibliographical notes. (Press release)

---

Mario Nigro. Vom "Totalen Raum" zu den "Strukturen"
24. März - 12. Mai 2019
Kunstmuseum Bochum
Plakat der Kunstausstellung

Das Kunstmuseum Bochum präsentiert mit der anthologischen Ausstellung des italienischen Künstlers Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992) einen Hauptvertreter der italienischen Kunst des 20. Jahrhunderts. Die Retrospektive, kuratiert von Hans Günter Golinski, Paolo Bolpagni, und Francesca Pola, wurde in Zusammenarbeit mit dem Mailänder Archivio Mario Nigro realisiert und verfolgt den künstlerischen Weg des Künstlers von 1948 bis 1992.

Mario Nigro ist seit den späten 40er Jahren des letzten Jahrhunderts einer der Protagonisten der italienischen und europäischen Kunst: Bei allerVielschichtigkeit der Beziehungen zum internationalen Kontext, hat er von Anfang an eine individuelle künstlerische Linie verfolgt, die sich kontinuierlich erneuert hat, ohne sich in ihrem poetischen Tiefgang je zu erschöpfen. Indem er seine Berufung zur Malerei mit den musikalischen und wissenschaftlichen Interessen vereint, durch die sich sein Blick seit den künstlerischen Anfangsjahren auszeichnet, hat Nigro eine besondere Ausprägung der Abstraktion gefunden. Gegründet auf die Dynamismen der menschlichen Beziehungen und auf eine Vision der Kunst als Form der Erkenntnis, führt er sie zu einem großen Schatz an Möglichkeiten für Komposition, Farbe und Raum.

Die Ausstellung zeigt vierunddreißig Werke, die von fundamentaler Bedeutung für seine künstlerische Entwicklung sind: Insbesondere großformatige, installative und raumbezogene Arbeiten, die der Künstler auf wichtigen internationalen Kunstschauen präsentiert hat, wie zum Beispiel zu mehreren Ausgaben der Biennale di Venezia, und die nun speziell für die Räume des Kunstmuseums Bochum ausgewählt wurden, um eine Reihe von Schlüsselwerken innerhalb der Entwicklung seines vielförmigen künstlerischen Schaffens festzuhalten. Nigros Werk verbindet geometrische Strenge der Komposition mit Expressivität der Farbgebung: Darin erweist er sich in vollkommenem Einklang mit einigen Grundmustern der internationalen visuellen Kultur, die auch für die deutsche Kultur prägend waren, wie dem Expressionismus oder der Konkrete Kunst der ersten Hälfte des 20.

Jahrhunderts, und davon zeugt auch der Erfolg seiner Ausstellungen in Deutschland und das kunstkritische Echo zu seinem Werk. Die expressive Klarheit von Nigros Werken interpretiert diese Elemente mit einer durch und durch italienischen Sensibilität: Sie gehen in seinem Werk eine besondere Verbindung ein, die diese Ausstellung in ihrer Einzigartigkeit sichtbar machen will. Die Ausstellung beginnt mit den ersten malerischen Zyklen, die ihre Inspiration von Suprematismus und Neoplastizismus beziehen, wie Ritmo verticale (Vertikaler Rhythmus) (1948), sie geht weiter mit den ‘visuellen Schachbrettern' aus dem Zyklus der "Pannelli a scacchi" ("Schachbrett-Tafeln") (1950) und kommt schließlich zu der Periode, in der sich mit "Spazio totale" ("Totaler Raum") Netzwerke und Gitter vervielfachen und in Farbflächen unterschiedlicher, chromatischer Intensität artikulieren - ein Zyklus, an dem der Künstler ab 1952-1953 und bis Mitte der 60er Jahre arbeitet.

Die Miteinbeziehung einiger Werke mit installativem und raumbezogenem Charakter innerhalb der Ausstellung, wie Dal tempo totale: passeggiata ritmica progressiva con variazione cromatica (il corso della vita: le stagioni) (Aus der totalen Zeit: Progressiver rhythmischer Spaziergang mit chromatischer Variation (Der Lauf des Lebens: die Jahreszeiten) (1967-1968) und Lettera di un raro amore (Brief einer seltenen Liebe) (1972), macht deutlich, wie der Weg des Künstlers sich hin zu den nächsten Zyklen von "Tempo totale" ("Totale Zeit") entwickelt, bis er im Lauf der 70er Jahre zur Vertiefung der Themen der "Analisi della linea" ("Analyse der Linie") und der "Metafisica del colore" ("Metaphysik der Farbe") kommt.

Nachdem er sich in den Arbeiten zwischen 1980 und 1981 vertieft mathematisch-geometrischen Formeln zugewandt hat, schafft Nigro den Zyklus "Terremoto" ("Erdbeben"), der auch aus Anteilnahme und Erschütterung durch die damaligen Ereignisse und dem Nachdenken über den unausweichlichen Strom der Geschichte und die immer drohende Möglichkeit der Katastrophe seinen Ursprung hat. Ab Mitte der 80er Jahre wird das Streben nach der Reduktion auf Null, als Ausdruck des Absoluten verstanden, dringlicher und führt zur Aufsplitterung der Linie. In den Werken des Zyklus "Orizzonti" ("Horizonte") verläuft über die Bildfläche eine einzelne Abfolge von Pünktchen, die sie horizontal durchqueren, ohne den äußeren Rand zu erreichen.

Innerhalb eines einzigen Jahres erschafft der Künstler zuerst den Zyklus der "Orme" ("Spuren"), bei denen die Farbe, aufgetragen in deutlichen, voneinander abgesetzten Pinselstrichen, heterogene Flecken bildet, und erreicht danach die größtmögliche Dehnung und Vergrößerung dieser einzelnen Komponente in einer einzigen Farbverschmelzung, die die Leinwand in ihrer ganzen Höhe einnimmt. Der dritte Zyklus dieser Untersuchung, die die Fundamente der Malerei auslotet, ist der der "Dipinti satanici" ("Satanische Bilder"). Die Ausstellung beschließen Arbeiten, die zu den letzten beiden, Anfang der 90er Jahre vom Künstler geschaffenen Zyklen, "Meditazioni" ("Meditationen") und "Strutture" ("Strukturen"), gehören.

Diese beiden Serien markieren die Rückkehr zur Reflexion über das Verhältnis von Raum und Form und nähern sich von neuem einer stärker strukturierten Konstruktion an: Bei den "Meditationen" wird das geometrische Element von den Pinselstrichen eher angedeutet, als konstruiert, während bei den "Strukturen" die Grundidee des Gitters durch Nebeneinanderstellen und Sich-Überlagern der in Gruppen gegliederten Zeichen wachgerufen wird, die wieder nach dem orthogonalen Kompositionsschema angeordnet sind. Anlässlich der Ausstellung erscheint eine dreisprachige Monographie - deutsch, italienisch, englisch - mit Vorwort von Hans Günter Golinski und Gianni Nigro, Essay von Paolo Bolpagni, Carlo Invernizzi und Francesca Pola, die verschiedene Aspekte seiner künstlerischen Poetik vertiefen, versehen mit farbigen Abbildungen und bio-bibliographischem Anhang. (Pressemitteilung)

---

Trentino in der Zeit: Politische und kulturelle Identität anhand einer Familiengeschichte
06.04, um 18.45 Uhr
Società Dante Alighieri Berlin




Locandina della mostra Tribute to Mono-Ha Tribute to Mono-Ha
13 March - 26 July 2019
Cardi Gallery - London
www.cardigallery.com

Cardi Gallery London is proud to present an anthology exhibition dedicated to the pioneering Japanese movement Mono-ha, introducing the London public to seminal works by artists Koji Enokura, Noriyuki Haraguchi, Susumu Koshimizu, Lee Ufan, Katsuhiko Narita, Nobuo Sekine, Kishio Suga, Jiro Takamatsu, Noboru Takayama and Katsuro Yoshida. Eighteen works produced between 1968 and 1986, often of monumental size and shown for the first time in the United Kingdom, will inhabit the Georgian townhouse. The exhibition is curated by Davide Di Maggio and completed by a rich display of rarely seen archival photographs and videos, illustrating the history of the movement.

Mono­ha ("The School of Things") emerged in 1968 Tokyo as one of a number of networks engaged in radical counter-art practices of non-making that characterized the post-war Japanese artistic discourse, such as the Gutai group in the '50s, the Neo-Dada Organisers and Hi-Red Center in the early '60s. The young artists of Mono-ha never formalized into a group devoted to a fixed doctrine or manifesto: they were a polyphony of artistic voices maintaining their own distinctly personal ways of working, while sharing similar concerns. Although some of them were directly engaged in critical conversations, writing or even working together (Yoshida and Koshimizu were instrumental to the design and execution of the seminal piece of Mono-ha: Sekine's Phase - Mother Earth, a 2.6-metre-high and 2.2-metre-wide cylinder of dirt next to an identically shaped hole in the ground shown at 1968's Contemporary Sculpture Exhibition in Kobe), or often showed alongside one another at Tokyo galleries between the end of the '60s and the early '70s, these artists never organized Mono-ha exhibitions; their works were often displayed alongside those of non-Mono-ha artists in museum shows.

Until World War II Japanese Modernism had presented a local version of all major Western art movements; the introduction of new trends and styles permeating from the West having been injected with native sensibility since the Meji period (1868-1912). The aftermath of the conflict saw the development of a new web of international relations and alongside it, a larger influx of Western art especially from France and the United States. The reconstruction process was rapid: from a defeated country rising from the ashes of its nuclear trauma, Japan quickly transformed into an industrial, strongly urbanized nation. The individual's awareness of the self completely dismantled, this new expanding Japan required a reconstruction able to entirely redesign and reaffirm ideologies, philosophies and principles that the individual stands for, in a novel way aligned with the changing times.

The second half of the '60s, was a site of animated discussions in the political and cultural arenas: from the student movements' yearning for radical reform, to the desire of redefining the country's identity and position on the world's map. Mono-ha artists - many still studying at Tokyo's Tama Art University at the time - embarked in a quest for the essential. Turning to Taoist philosophy, they embraced the notion that perception should be freed of names and concepts, to allow things to be seen as they are when removed from their ordinary context. In an effort to revitalize art, they saw a projection of selfhood in Modernist self-referential art and in those prepared artist's materials art had relied upon, which they rejected.

By starting at the level of thing (Mono) and matter, these artists found stimulation in the power of reality inherent in the very existence of things. Having stripped away the concepts related to specific things and materials, they revealed a new world of meaning through their explorations of the essential, creating a new formal vocabulary where the artwork is involuntarily, metaphysically transformed into one single signifier through a process of abstraction coinciding with the physical presence of things. Rejecting the traditional artist's materials, they turned to simple, widely available natural and industrial ones which were embedded in their contemporaneity (cloth, rocks, wood, paper, rope, metal, cotton, glass, etc.). They presented them almost plainly, essentially unadulterated by their interventions.

In Mono-ha, ordinary things are presented in extraordinary ways, materials traditionally seen as incompatible juxtaposed, limits of geometry defied. Never self-referential nor self­contained, they exist - as the Tokyo-based Korean philosopher and key Mono-ha artist Lee Ufan defined them - as encounters: relationships amongst materials (kai), relationships between things and other things in space, relationships between things and the body and more broadly, between man and matter (natural and man-made). Mono-ha juxtapositions of things and matters not only challenge perception but also corporeality: they are places of immediate encounter within the context of an ever-evolving social realm tainted by ruthless development and industrialization at the expense of nature, at once sites of both poetic and political concern.

Although Mono-ha created an original new vocabulary, its recognition as truly one of the driving forces of Japanese post-war art production begun only in the early '90s, first as an influence on Japanese artists and later in the West, where it was seen as a critically-engaged movement thanks to the contemporary relevance of its language and themes, so deeply linked to both nature and industry, as well as for its similarities with Arte Povera. Represented in major international collections (Tate Modern, MOMA New York, etc.) Mono-ha has been the subject of significant retrospective exhibitions across Europe and the USA since the mid '90s, amongst which: Asiana (Palazzo Vendramin Calergi, 1995); Mono-ha: School of things (Kettle's Yard, 2001); Silence and Time (Dallas Museum of Art, 2011); Requiem For the Sun: The Art Of Mono-Ha (Blum and Poe Los Angeles 2012), Prima Materia (Punta della Dogana at the 2013 Venice Biennale); Mono-Ha (Fondazione Mudima, 2015).

__ The Artists

Koji Enokura (Tokyo, Japan 1942 - 1995) earned a BFA from Tokyo National University of Fine Arts and Museum in 1966 and continued to teach at Tokyo University of the Arts until his death. His work has been widely exhibited in Japan since the mid '60s; he gained international recognition at the beginning of the '70s, with participation in biennales (Paris, 1971; Sydney, 1976; Venice, Japanese Pavilion, 1978), his practice being presented by major institutions worldwide since the 1980s. His practice is represented in the collections of the National Museums, Northern Ireland and Japan Foundation, New York, and included in significant museums and private collections across Japan. Interested in exploring the 'material as a medium' in its roughest possible form, early in his career Enokura used oil or grease to soak paper or walls so as to reveal the materiality of the surface covered. He also sought to verify himself and prove his existence through his relationship with the surrounding world, exploring the tension between body and matter.

Noriyuki Haraguchi (Yokusaka, Japan, 1946; lives and works in Zushi) studied art at Nihon University where he first concentrated on oil painting. Since the early '60s, he has taken part in a large number of solo and group exhibitions in Japan, the U.S. and Europe, becoming widely known for his participation in Documenta 6 (1977) with Matter and Mind, a spent-oil reflecting pool. His work is represented in international collections, including Tate Modern. Since his student days, Haraguchi has been combining a minimalist sculptural vocabulary with the aesthetics of militarism and heavy industry, favouring industrial substances such as concrete, steel I beams and car parts, waste oil, polyurethane and rubber. His practice raises questions about the environment, modernisation and war.

Susumu Koshimizu (Uwajima City, Japan, 1944; lives and works in Kyoto) studied sculpture at Tama Art University in Tokyo, which he left in 1971 due to student protests. He was a faculty of the Department of Sculpture at Kyoto City University of Arts from 1994 to 2010. Since the '60s, he has had numerous solo exhibitions in Japan and internationally; his work has also been included in landmark exhibitions, such as "Prima Materia" (Punta della Dogana, 2013-15), Tokyo 1955-1970: A New Avant-Garde (MOMA, New York, 2012), Century City: Art and Culture in the Modern Metropolis (Tate Modern, 2001), Sa~o Paulo Biennale (1983), Venice Biennale (Japanese Pavilion, 1980). Koshimizu has worked mainly with natural materials like wood, iron, soil, stone and paper, presenting them in unexpected circumstances and combining them with contrasting industrial materials, in an exploration of the very essence of sculpture.

Lee Ufan (Kyongsangnamdo,1936, South Korea; lives and works between Kamakura, Japan and Paris, France) studied Art in Seoul, in 1956 moving to Tokyo where he graduated with a degree in philosophy from Nihon University (1961). A painter, sculptor and accomplished academic, he was a Professor at Tama Art University in Tokyo between 1973 and 2007. Lee's works have been largely exhibited in Japan since 1968; he gained international recognition at the beginning of the '70s, with participation in biennales (Paris, 1971; Sa~o Paulo, 1973; Sydney, 1976; Documenta 6, 1977), his practice being presented by major institutions worldwide since the 1980s. Lee's works are held in the collections of Centre Pompidou, MOMA New York, Seoul Museum of Arts and Tate Gallery, among others.

Credited as the main theorist of Mono-ha, Lee advocated a methodology of de-westernization and de-modernization, informed by Eastern philosophical teachings on being and nothingness as well as profound feelings towards nature, as an antidote to the Eurocentric thought of 1960s post-war Japanese society. Best known for his sculptural pieces, encounters between steel plates, rubber sheets, combined with stones, glass, cotton (etc.) accentuating juxtapositions between objects, as well as the relationship between manmade materials and the natural world, Lee reveals the physical materiality of the artwork allowing materials to establish their own relations independently of his artistic intervention.

Katsuhiko Narita (Pusan City, Japan, 1944 - Kumamoto, 1992) earned a painting degree from Tama Art University in Tokyo in 1969. While his work has been widely exhibited in Japan since the mid '60s, it is less known in the West. Sumi is undoubtedly his most iconic piece; first exhibited at the Biennale de Paris in 1969, it consists of large pieces of charcoal, aiming to eliminate the act of 'making' as much as possible. The burning of the wood left the creative process in the hands of nature and emphasized its material presence. However, Narita's overall practice deals more with spatial perception than the materiality of things.

Nobuo Sekine (Saitama, Japan, 1942) trained in oil painting at Tama Art University in Tokyo. His sculpture, Phase Mother Earth (1968), is regarded as the manifesto piece of the Mono-ha movement. His work has been widely exhibited in Japan since 1967, soon gaining international recognition through biennials such as Paris (1969) and Venice (1970, Japan Pavilion). More recently, he took part in landmark exhibitions at Guggenheim Bilbao (2017), Jewish Museum (2014), Punta della Dogana (2013-15), Shanghai Sculpture Space (2011). His work is included in major collections across Japan and internationally (Louisiana Museum, Riijksmuseum). Sekine explores sculpture through a vast vocabulary of materials. Examining the relationship between art and architecture through a fusion of Western mathematics (topological shapes) and ancient Eastern aesthetics and philosophy, he jolts to the foundations of three-dimensionality in art: topological shapes becoming 'phases' extendable over contraction and expansion.

Kishio Suga (Morioka, Japan, 1944; currently lives in Ito) graduated in 1968 with a BFA from Tama Art University, Tokyo, where he was taught by the pioneering painter Saito. Exhibiting internationally since the early '70s, Suga was subject of major solo shows, amongst which in 2016 Pirelli HangarBicocca, Milan and Dia: Chelsea, NY and his work was included in the 57th Venice Biennale VIVA ARTE VIVA in 2017. His work is represented in major collections, including Tate Modern, Dallas Museum of Art, Guggenheim, Margulies Collection, Dia Art Foundation. Suga works in sculpture, photography, painting, and performance. He uses and places stone, wood, metal and string in a deeply transformative way, bringing forth the material's own desire to change and adapt to a transitory 'situation', studying how things 'exist' through relationships and arrangements in relation to time, duration as well as site.

Jiro Takamatsu (Tokyo, Japan, 1936 - 1998) was a key figure in shaping Mono-ha, having taught several of its young members at Tama Art University in Tokyo between 1968 and 1972. Also a co-founder of the performance group Hi-Red Center (1963), his work has been widely exhibited both in Japan and internationally since the late '50s, and is held in major collections (Guggenheim Museum, Tate Modern, MOMA New York, Dallas Museum of Modern Art). He exhibited in landmark shows such as Venice Biennale (1968, Japan Pavilion), Paris Biennial (1969), Sao Paulo Biennial (1973) and Documenta 6 (1977). A major retrospective was recently dedicated to his practice at the Henry Moore Institute (2016). Trained as a painter, Takamatsu worked across a variety of media (photography, sculpture, painting, drawing, and performance) investigating the philosophical and material origins of art and the nature of perception. His vocabulary encompassed abstract concepts (shadows, perspective), everyday objects (bottles, cloth, string, stones, furniture) and materials of the sculptural tradition (marble, wood and concrete).

Noboru Takayama (Tokyo, Japan, 1944 - lives and works in Tokyo) graduated in 1970 from Tokyo University of the Arts, where he is a Professor. His work is represented in private and public collections across Japan, where he has been exhibiting widely since the '60s. Major international group exhibitions include Gwanju Biennale (2000, 1997); P.S.1 Contemporary Art Center (1990-91) and Paris Biennale (1973). Since 1968, Takayama's practice has been mostly revolving around the use of a specific material, railroad ties, which he sees as sacrificial "human pillars", requiems for bodies destroyed by the changing personal and professional culture brought about by Japan's modernization. His work constructs a space closely connecting object and memory, addressing the body and the tension between opposing forces. In the 1970s, he began coating his installations in tar to add an olfactory element, augmenting the works' presence beyond sight alone.

Katsuro Yoshida (Fukaya, Japan, 1943 - 1999) graduated in 1968 from Tokyo's Tama University of Art, Department of Painting, where he taught for a few years in the '90s. While his work has been widely exhibited in Japan since 1968, international recognition initially came not for his sculptures but rather for his silkscreen prints and photo-etchings, which were included in Prints Biennials (Krakow, 1972; Fredrikstadt, 1978; Bradford, 1979). From the mid '90s, with the growing international interest in the Mono-ha movement, of which he had been a central figure between 1968 through the '70s, his sculptural works have been included in major retrospectives outside of Japan (Fondazione Mudima, 2015; Kettle's Yard, 2001; Palazzo Vendramin Calergi, Venice, 1995; SF MOMA and Guggenheim Museum, 1994). Especially through his "Cut Off" series, Yoshida created sculptural works characterised by a strong materiality, using wood, iron sheets, stones, ropes and paper. From 1969, he began to make silkscreen prints (and later photo-etchings) using snapshots of landscapes and people. (Press release Lara Facco P&C)




La Magna Charta - L'Europa a Vercelli nel Duecento
Immagine nella presentazione della mostra La Magna Charta - La Magna Charta
Guala Bicchieri e il suo lascito. L'Europa a Vercelli nel Duecento


23 marzo - 09 giugno 2019
Arca (ex chiesa di San Marco) - Vercelli
santandreavercelli.com

La Città di Vercelli, a 800 anni dalla fondazione dell'Abbazia di Sant'Andrea, espone per la prima volta in Italia il manoscritto della Magna Charta Libertatum, nella sua redazione del 1217, che proviene dal Capitolo della Cattedrale di Hereford nel Regno Unito. La mostra è un omaggio al Cardinale Guala Bicchieri che, con la posa della prima pietra alla data convenzionale del 19 febbraio 1219, diede avvio alla costruzione dell'abbazia, dando vita nel corso dei sette anni successivi a uno dei primi esempi di costruzione gotica in Italia. Ma la storia ci consegna l'importanza e il peso politico internazionale del Cardinale Guala Bicchieri, insieme alle sue grandi doti diplomatiche, soprattutto perché la sua figura è legata alla vicenda della Magna Charta Libertatum, documento scritto in latino che il re d'Inghilterra Giovanni Senzaterra fu costretto a concedere ai baroni del Regno, suoi diretti feudatari, presso Runnymede, il 15 giugno 1215.

Per la prima volta nella storia un documento di natura giuridica elenca i diritti fondamentali del popolo (o di una parte del popolo) e riconosce che nessuno, sovrano compreso, è al di sopra della legge e che chiunque ha diritto ad un processo equo. Per queste ragioni la Magna Charta viene ancora oggi ritenuta da molti studiosi il primo documento fondamentale per il riconoscimento universale dei diritti del popolo, nonostante fosse inscritta nel quadro di una giurisprudenza di tipo feudale, nonché il documento che ha decretato la nascita del moderno stato di diritto o per certi versi della forma moderna della democrazia. Guala Bicchieri, legato pontificio presso la corte inglese e tutore del giovane re inglese Enrico III fece da "supervisore" al documento ponendo il proprio sigillo sia nella versione revisionata del 1216, sia nella riconferma della carta qui esposta, redatta nel 1217. Le doti diplomatiche del Cardinale fecero sì che questa seconda versione della Carta avesse miglior sorte della precedente.

Ma l'importanza delle missioni affidategli dal Pontefice e il ruolo che giocò sullo scacchiere internazionale, non fecero dimenticare al prelato l'amore per la sua città e due anni dopo finanziò con le sue rendite la realizzazione dell'Abbazia di Sant'Andrea di Vercelli. L'allestimento scenografico nello spazio dell'Arca metterà in luce le caratteristiche e l'importanza della Magna Charta e del Cardinale Guala Bicchieri, permetterà di far conoscere la sua storia e il legame con la città di Vercelli, in un viaggio temporale attraverso il medioevo e i secoli successivi per scoprire non solo la storia del documento e dei personaggi ad esso collegati, ma soprattutto focalizzare l'attenzione sulla figura di Guala. L'Abbazia di Sant'Andrea e la Magna Charta, unite a Vercelli, illustrano, come un prezioso dittico, la visione politica e le grandi doti diplomatiche del Cardinale che giocò un ruolo fondamentale nello scenario internazionale della sua epoca, lasciando un'importante eredità.

Accanto a questo straordinario documento, che rappresenta uno dei momenti più importanti della nostra storia, la mostra accoglie opere di eccezionale valore storico-artistico, che raccontano la sensibilità e il gusto del vercellese Guala Bicchieri: il prezioso cofano e gli smalti di Limoges da Palazzo Madama - Museo Civico d'Arte Antica di Torino, insieme al raffinato coltello eucaristico proveniente dalle Civiche Raccolte di Arte Applicata – Castello Sforzesco di Milano. Completano il percorso espositivo, ideato da Daniele De Luca, due ritratti del XVII e del XIX secolo, del Cardinale Guala Bicchieri, concessi in prestito dall'ASL-Ospedale di Sant'Andrea di Vercelli e un nucleo di documenti inediti: codici, carte e pergamene della Biblioteca diocesana Agnesiana di Vercelli, oltre a una pergamena e a uno dei due codici detti "dei Biscioni" della Biblioteca Civica di Vercelli. Le mostre sono curate da: Cinzia Lacchia per il Museo Francesco Borgogna, Luca Brusotto per il Museo Leone, da Timoty Leonardi per il Museo del Tesoro del Duomo e da Elena Rizzato per l'Archivio Storico. Il catalogo, a cura di Saverio Lomartire, riunisce in un'unica pubblicazione tutte le opere presenti nelle diverse esposizioni. (Comunicato stampa)

---

Italiae Medievalis Historiae
ed. Tabula Fati
Recensione di Ninni Radicini




Opera di Roger Welch nella mostra alla Galleria Opere Scelte di Torino Roger Welch
prorogata fino al 23 marzo 2019
Galleria Opere Scelte - Torino
www.operescelte.com

Spaziando dalle video installazioni alla fotografia, dalle opere su carta alle sculture, la ricerca di Roger Welch è stata sin dagli inizi, dagli anni '70, improntata all'arte concettuale e alla performance, e i temi dell'identità e della memoria sono costanti e fondamentali per l'approccio al suo lavoro. Welch è un pioniere della Video Art, della Multi-Media Installation e della Conceptual Narrative Art anche conosciuta come Story Art. Nel 1970 divenne noto per una serie di lavori fotografici di famiglia e mappe della memoria derivate dai ricordi di persone anziane - attraverso video-installazioni Welch è riuscito a ricostruire il passato dei personaggi coinvolti, documentando gli eventi e materializzando i ricordi. Nell'ambito della sua ricerca sul tempo, la mostra propone il lavoro Edgar Allan Poe's Home che comprende una serie di acquerelli e il video omonimo che presenta la casa del celebre scrittore, ubicata a New York, nel Bronx, all'angolo tra Grand Concourse e Kingsbridge Road.

Il video è una ripresa fissa nell'arco di tempo di 24 ore, pratica ricorrente in molti lavori di Welch, e l'immagine è speculare, ovvero una linea morbida orizzontale sembra far da specchio creando un panorama continuo che si rivolge ai limiti geografici del tempo. Il video inizia e termina con le luci notturne e per tutta la durata si percepisce il trascorrere delle ore grazie al sottofondo dei rumori della città e del respiro dell'artista, al di là della videocamera. Sempre legata al tempo e alla memoria, la serie di acquerelli in mostra rappresenta un rendering fedele delle tappezzerie del 1800 presenti nell'abitazione. Questi motivi floreali si connettono ai ricordi dell'artista e della sua famiglia che nell'arco di circa 100 anni, per tre generazioni, ha posseduto un negozio che vendeva appunto colori e carte da parati. Così, come nei suoi primi lavori quindi la memoria e la sua storia personale sono fonte di ispirazione e si fondono nella sua ricerca. Oltre a questo Welch è un grande ammiratore di Edgar Allan Poe, in particolare dei suoi racconti sulle esperienze di pre-morte e sui suoi studi del cosmo. La tipica narrazione per immagini in mostra è tanto forte in video quanto negli acquerelli e i due media si completano a vicenda grazie a un gioco di rimandi che l'artista ha pensato proprio per l'esposizione torinese. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre rassegne di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik

Obiettivi su Burri | Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993
termina il 12 settembre 2019
Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri (Ex Seccatoi del Tabacco) - Città di Castello (Perugia)
Presentazione

Ando Gilardi Reporter. Italia 1950-1962
termina il 16 giugno 2019
Wunderkammer GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
Presentazione

Franco Grignani (1908-1999) | Polisensorialità fra arte, grafica e fotografia
termina il 15 settembre 2019
m.a.x museo - Chiasso (Svizzera)
Presentazione

Ferdinando Scianna: Viaggio Racconto Memoria
termina il 28 luglio 2019
Galleria d'arte Moderna - Palermo
Presentazione




Alberto Venditti - Gioco del calcio n.2 - olio su tela cm.130x97 1996 ARTeSPORT
termina il 14 aprile 2019
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)
info@ariannasartori.191.it

Locandine di presentazione della mostra

La Casa Museo Sartori, nell'anno in cui Mantova è "Città Europea dello Sport 2019", ha organizzato le due rassegne "ARTeSPORT" e "Artisti per Nuvolari 2019" (15 settembre - 20 ottobre 2019). Le sessantasei opere d'arte, raccolte in questa significativa rassegna dedicata allo "Sport", sono state realizzate a partire dalla fine degli anni '70 del secolo scorso fino ai nostri giorni, da artisti italiani. La mostra che presenta dipinti ad olio, acrilico, tecnica mista, collage, pastelli, incisioni, sculture in legno, terracotta, ceramica, porcellana, gesso e bronzo ed è intitolata non a caso "ARTeSPORT", propone opere che raffigurano discipline atletiche (corsa, maratona, anelli, salto con l'asta, salto in alto, corpo libero, tiro con l'arco), boxe, lotta, calcio, rugby, pallacanestro, pallavolo, ciclismo, triathlon, automobilismo, motocross, nuoto, vela, canoa, pesca, tennis, golf, biliardo, bocce; l'offerta per il visitatore è ricca di proposte, sia per le varie interpretazioni dei soggetti presentati con stili molto diversi gli uni dagli altri che per le varie tecniche utilizzate per la loro realizzazione.

Gli artisti che provengono dall'intero territorio nazionale, dalla Sicilia al Piemonte, dalla Puglia al Trentino Alto Adige, dalla Sardegna al Friuli Venezia Giulia, sono presenti ciascuno con le peculiarità della propria espressione artistica. Evento collaterale della rassegna, è la bella mostra "Pugili", omaggio all'artista mantovano Albano Seguri (1913-2001), allestita al primo piano di Casa Museo Sartori. Negli anni Trenta il maestro Seguri praticava questo sport e ne era stato anche un valente esponente; il ricordo della sua gioventù lo accompagnava spesso negli anni successivi tanto da diventare motivo di ispirazione di molti dipinti e alcune sculture. Oggi sono presentati una ventina di dipinti e una scultura in bronzo di quel periodo.

La mostra "ARTeSPORT", a cura di Arianna Sartori, nasce da un'idea e progetto di Adalberto Sartori, con i patrocini di CONI Comitato Regionale Lombardia Mantova, Regione Lombardia, Provincia di Mantova, Comune di Castel d'Ario, Comune di Mantova, Ecomuseo della risaia, dei fiumi, del paesaggio rurale mantovano, Pro Loco di Castel d'Ario. Il Catalogo con testo critico di Maria Gabriella Savoia, riproduce tutte le 66 opere a colori e le biografie degli artisti, oltre alle pagine dedicate all'artista Albano Seguri - Archivio Sartori Editore, Mantova, 160 pagine, € 25,00.

«Una mostra così... "fatta per sport" e se questa espressione sopravvive, lo deve proprio all'antico significato della parola che voleva essere... divertimento. Nata in Inghilterra, pare nel 1532, la parola sport deriva a sua volta dal francese antico della voce "desport", e da lei lo spagnolo "deporte" e l'italiano "diporto", spasso, svago, divertimento, ricreazione, usato nel Ventennio (rimasto tuttora nelle locuzioni imbarcazione da diporto, naviglio da diporto, con cui vengono indicate genericamente le imbarcazioni a vela, a motore o a remi, usate per crociere senza scopi commerciali o per competizioni sportive). Ma una vasta gamma di "sport" era già praticata dai tempi dell'antica Grecia: la corsa, il salto in lungo, la lotta, il pugilato, il lancio del giavellotto, il lancio del disco, la gara dei carri da guerra e il pentathlon erano quelli prevalenti. I giochi sacri si tenevano in onore di Zeus ogni quattro anni a Olimpia, un piccolo villaggio del Peloponneso.

Le Olimpiadi erano la celebrazione dell'eccellenza individuale, delle varietà culturale e artistica dell'intera cultura greca e l'occasione per onorare la massima divinità religiosa, così, il vincitore delle Olimpiadi era considerato "l'uomo più potente del mondo" ed era immortalato in statue o poemi. Anche gli antichi egizi praticavano molte attività sportive come lotta, ginnastica, pugilato, nuoto, canottaggio, pesca, atletica, giochi con la palla, per le quali si provvedeva a stilare le regole di base ed affidare il controllo delle gare ad un arbitro neutro, a dotare i giocatori di uniformi, e ad ornare i vincitori assegnando loro collari di fogge particolari, e i faraoni che promuovevano la costruzione delle strutture necessarie, assieme ai dignitari, assistevano alle gare sportive. Con il passare dei secoli...

Per fortuna il barone Pierre de Coubertin, alla fine dell'800 cercò di organizzare i moderni giochi olimpici, con la sua celebre massima "L'importante non è vincere, ma partecipare. La cosa essenziale non è la vittoria ma la certezza di essersi battuti bene." condensando quei principi di lealtà, impegno e rispetto che devono essere alla base della pratica sportiva a ogni livello, sia che si tratti di atleti professionisti che di dilettanti. Quindi è la competizione ciò che qualifica e diversifica il gioco dallo sport. Certo è che da De Coubertin a oggi molte cose sono cambiate e altre si sono aggiunte, l'invenzione dei motori in tutte le loro tipologie, dei diversi mezzi di trasporto il forte avvento tecnologico, certo non gli appartenevano.

Così, poiché al lavoro l'uomo sa sempre unire il divertimento, sono nati sport straordinari, competizioni sportive su strada o su circuiti, dal ciclismo al motociclismo, dalle corse automobilistiche alle gare di motoscafi, regate, competizioni con mongolfiere, gare in parapendio, paracadutismo, sci, alpinismo e arrampicata, ed i giochi del tennis, biliardo, ping pong, bowling... sicuramente chiunque mi stia leggendo ne può aggiungere moltissimi... e ne praticherà qualcuno. Oggi, al sostantivo sport - divertimento, si contrappone tutto l'insieme delle gare ed esercizi fisici individuali o di gruppo che sono praticati per svago, ma anche per competizione e intorno al quale può ruotare un consistente interesse economico ed anche politico. E' anche vero che praticando uno sport s'impara a socializzare e a comunicare con l'altro in maniera efficace e adeguata; lo sport permette, inoltre, lo scambio immediato di cultura, informazioni e strategie.

Sappiamo che i diversi sport svolgono svariate funzioni di tipo motorio, intellettivo, sociale, emotivo, affettivo, ma in particolare lo sport ci permette di allenare la mente e il corpo, di sviluppare la fantasia e controllare l'emotività. Così, infine gli effetti terapeutici positivi dello sport nelle tante occasioni nelle quali il singolo può manifestare disturbi più o meno gravi. Va comunque confermato che, gli strumenti dello sport sono tanto più efficaci quanto più sono semplici e scarsamente strutturati. Fattori che determinano il successo e la diffusione di uno sport, sono, tra gli altri, la semplicità dei regolamenti e, soprattutto oggi, l'attenzione riservata dai mass media.

A completamento della mia curiosità, vorrei inserire l'elenco degli sport ammessi ai Giochi della XXXII Olimpiade che si terranno a Tokyo, in Giappone, dal 24 luglio al 9 agosto 2020: arrampicata sportiva, atletica leggera, badminton, baseball-softball calcio, canoa/kayak, canottaggio, ciclismo, equitazione, ginnastica, golf, hockey su prato, karate, judo, lotta, nuoto e sport acquatici, pallacanestro, pallamano, pallavolo, pentathlon moderno, pugilato, rugby a sette, scherma, sollevamento pesi, skateboard, surf taekwondo, tennis, tennis da tavolo, tiro a segno/volo, tiro con l'arco, triathlon, vela. (...)» (Una mostra così... "fatta per sport", di Maria Gabriella Savoia)

Artisti: Baglieri Gino, Baldassin Cesare, Bedeschi Nevio, Benghi Claudio, Bianco Lino, Bongini Alberto, Businelli Giancarlo, Calabrò Vico, Campanella Antonia, Capraro Sabina, Castagna Angelo, Castellani Claudio, Cocchi Pierluigi, Colacitti Pasqualino, Costa Piero, D'Ambrosi Diego, Davanzo Walter, Della Valle Marcello, De Micheli Gioxe, Denti Giuseppe, Desiderati Luigi, Dugo Franco, Faccioli Giovanni, Ferraris Giancarlo, Fonsati Rodolfo, Frisinghelli Maurizio, Galbusera Renato, Garuti Giordano, Gravina Aurelio, Guala Imer, Lo Presti Giovanni, Luchini Riccardo, Macaluso Elisa, Mafino Beniamino, Martino Maurizio, Masserini Patrizia, Merik Milanese Eugenio Enrico, Miano Antonio, Molinari Mauro, Morra Rosario, Musi Roberta, Mutto Alessandro, Nastasio Alessandro, Nigiani Impero, Orlandini Fabrizio, Paggiaro Vilfrido, Pauletto Mario, Pieroni Mariano, Piovosi Oscar, Pirondini Antea, Previtali Carlo, Prinetti Silvana, Romani Maurizio, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Sauvage Max, Scano Giorgio, Scotto Aniello, Settembrini Marisa, Setti Maurizio, Togo, Valentinuzzi Diego, Vasconi Franco, Venditti Alberto, Zangrandi Domenico, Zoli Carlo. (Comunicato stampa)

---

Libri di Sport recensiti da Ninni Radicini




Immagine di Alberto Burri dalla presentazione della mostra Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993 Obiettivi su Burri
Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993


termina il 12 settembre 2019
Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri - Città di Castello (Perugia)
www.fondazioneburri.org

A Città di Castello, ogni anno, a partire dal 2015, ricorrenza che ha segnato le celebrazioni del Centenario della nascita di Alberto Burri, stabilendo un apice della popolarità internazionale del Maestro tifernate, ha preso avvio l'iniziativa del "12 marzo", suo giorno natale, presso gli ambienti del Museo a lui dedicato. Anche quest'anno la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri ha ideato e realizzato a cura di Bruno Corà un evento che non solo ricorda Burri, ma che, per la prima volta, compie una ricognizione esauriente sui maggiori e più assidui professionisti della fotografia che lo hanno ritratto in differenti momenti e circostanze della sua vita.

I ritratti, a partire dagli anni Cinquanta, in cui Burri iniziava a consolidare il suo percorso artistico, scrutano e fissano in stampe di grande intensità e valore storico, espressioni, azioni, luoghi, frequentazioni, abitudini e momenti solitari del grande artista per il quale la pittura rappresentò una scelta di vita e un impegno radicale e senza compromessi con l'autenticità della propria vocazione poetica. In occasione di questa mostra verranno aperti al pubblico altri 2.300 metri quadrati di nuovi ambienti museali opportunamente messi a norma presso gli Ex Seccatoi, nei quali avranno luogo, oltre all'evento in programma, future iniziative rivolte ad approfondire lo studio e la conoscenza dell'opera di Burri e l'influenza da lui esercitata sull'arte contemporanea.

Tra i numerosi fotografi professionisti individuati, sono presenti in mostra opere fotografiche di Aurelio Amendola, Gabriele Basilico, Giorgio Colombo, Vittor Ugo Contino, Plinio De Martiis, Gianfranco Gorgoni, Giuseppe Loy, Ugo Mulas, Josephine Powell, Sanford H. Roth, Michael A. Vaccaro, André Villers, Sandro Visca, Arturo Zavattini e altri. Nell'occasione sarà edito un catalogo a cura della Fondazione che, oltre a raccogliere le immagini più significative dei fotografi prescelti, ospiterà i saggi e i contributi critici di Bruno Corà, Aldo Iori, Rita Olivieri e Chiara Sarteanesi, nonché agli apparati bibliografici e le schede biografiche dei fotografi, redatti da Greta Boninsegni. Sono previste visite guidate e un ciclo di conferenze sull'opera di alcuni tra i fotografi che hanno operato assiduamente con il Maestro. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Lygia Pape Lygia Pape - opera in mostra Lygia Pape
28 marzo - 21 luglio 2019
Fondazione Carriero - Milano
www.fondazionecarriero.org

Prima mostra personale mai dedicata da un'istituzione italiana a una delle maggiori esponenti del Neoconcretismo in Brasile, a cura di Francesco Stocchi e organizzata in stretta collaborazione con l'Estate Projeto Lygia Pape. A quindici anni dalla scomparsa di Lygia Pape (Rio de Janeiro, 1927-2004), la Fondazione Carriero intende raccontare e approfondire il percorso dell'artista brasiliana sottolineandone in particolare l'eclettismo e la poliedricità. Nell'arco dei quarantacinque anni della sua carriera, Pape si è confrontata con una molteplicità di linguaggi - dal disegno alla scultura, dal video al balletto, sconfinando nell'installazione e nella fotografia - facendo propria la lezione del modernismo europeo per poi fonderlo con le istanze della cultura del suo Paese, fino ad arrivare a una personalissima sintesi tra le pratiche artistiche.

Seguendo l'architettura della Fondazione, la mostra rappresenta un vero e proprio viaggio nel mondo dell'artista, che si articola in diversi ambienti, ciascuno deputato all'approfondimento di un aspetto del suo lavoro attraverso la presentazione di nuclei di opere realizzate tra il 1952 e il 2000. La mostra propone un'occasione di conoscenza, analisi e confronto con un'artista la cui pratica contiene alcune delle ricerche chiave dell'arte del secondo dopoguerra. Il lavoro di Lygia Pape presenta una particolare declinazione del modernismo, dove la figura umana acquisisce centralità e il linguaggio si apre alla sensualità, in una sorta di sincretismo artistico che riesce ad attrarre e far convivere mondi diametralmente opposti. Il rapporto con la sua terra natale, il Brasile, si fonde con lo studio delle istanze del costruttivismo russo, assorbito e riformulato in un linguaggio multiforme e originale.

Mentre il modernismo europeo propone il superamento del passato tramite un sistema organizzato di teoria e metodo, di rigore e razionalità, la proposta modernista di Lygia Pape si nutre della sua cultura d'origine e riesce a muoversi e trasformarsi più liberamente traendo ispirazione dalla natura e dall'uomo. Il risultato di questo processo dà vita a un corpus di opere che, alchemicamente, miscela diversi mezzi espressivi, stimolando tutti i canali percettivi fino a reinventare il rapporto tra opera e spettatore in un'ottica fortemente contemporanea, per cui il percorso verso il futuro è veicolato dall'istinto e dall'assenza di un processo preordinato.

La mostra offre ai visitatori l'occasione di avvicinarsi alla produzione dell'artista e osservarla da molteplici punti di vista, a partire dall'analisi della sua ricerca, una sintesi tra invenzione e contaminazione, da cui emergono colore, gioia e sensualità. Il pieno e il vuoto, la presenza e l'assenza convivono ponendo in risalto la figura di Pape e la sua continua sperimentazione, supportata dalla capacità di fondere in maniera inedita materiali e tecniche mediante l'utilizzo di modalità espressive e linguaggi non convenzionali. Il complesso della sua produzione evidenzia infatti come ogni nuova ricerca nasca e si sviluppi come naturale evoluzione delle precedenti. Queste connessioni sono messe in risalto dall'allestimento delle opere in mostra, che si articolano negli ambienti della Fondazione e rimangono legate a una radice comune; il filo conduttore trova la sua origine nell'osservazione della natura e nella sua traduzione in segno.

Tra le opere esposte troviamo ad esempio Livro Noite e Dia e Livro da Criação, alcuni dei suoi principali lavori, libri intesi come oggetti con cui entrare in relazione che condensano esperienze mentali e sensoriali. I Tecelares, la serie di incisioni su legno in cui si fondono tradizione popolare brasiliana e ricerche costruttiviste di origine europea. E ancora, Tteia1, la celebre installazione che racchiude tutta l'indagine di Lygia Pape sui materiali, la tridimensionalità e la costante propensione all'innovazione e reinterpretazione del suo linguaggio. Ancora oggi il suo lavoro offre interessanti strumenti per interpretare le istanze del nostro presente con un approccio meno intriso di regole e più orientato alla spontaneità, che già l'artista aveva adottato come chiave di lettura per rappresentare il mondo che ci circonda. La mostra è accompagnata da un catalogo (italiano e inglese), edito da Koenig Books, curato da Francesco Stocchi, che raccoglierà testi critici, materiale di archivio e immagini delle opere allestite negli spazi della Fondazione Carriero. (Comunicato stampa)




Giancarlo Cerri - Sequenza plurima a memoria Giancarlo Cerri: "I quadri dell'orbo"
termina lo 06 aprile 2019
Centro Culturale di Milano
www.deangelispress.it

"Quadri dipinti senza vedere i colori, ma solo ricordandone la forza e l'intensità..." Con queste parole il pittore milanese classe 1938 Giancarlo Cerri, da oltre dieci anni ipovedente, la sua nuova mostra dal titolo più che mai evocativo. Curata da Stefano de Angelis, la mostra è stata realizzata in collaborazione con CBM Italia Onlus, l'organizzazione umanitaria internazionale impegnata nella cura e prevenzione della cecità evitabile nei Paesi del Sud del mondo. Il catalogo della mostra presenta un contributo critico di Stefano Crespi. Da un'idea di Stefano de Angelis e Massimo Maggio, direttore di CBM Italia Onlus, la mostra presenta 21 opere, tutte delle stesse dimensioni (100x80), realizzate nel 2017, quando l'artista è tornato a dipingere nonostante la grave maculopatia che lo affligge dal 2004 e che poco alla volta ha spento i suoi occhi, rendendolo quasi completamente cieco. Dodici anni fa, esattamente nel 2006, Giancarlo Cerri aveva dovuto infatti smettere di dipingere, non riuscendo più a distinguere i colori.

Oggi, invece, si è rimesso davanti a una tela per dipingere nuovamente, escogitando una modalità che ha trasformato radicalmente la sua pittura, a cominciare dal passaggio dai colori ad olio agli acrilici, di più rapida essicazione e maggiormente malleabili. E' stata una rivoluzione "copernicana" imposta dalla vita e fortemente voluta dall'artista: "La verità è che non mi sono mai arreso alla malattia, trovando alla fine una mia particolare tecnica che mi consente di tornare a dipingere, sia pure saltuariamente e limitatamente. Uso gli unici colori che in qualche modo ancora distinguo e che ricordo maggiormente, come il rosso, il giallo e il nero, oltre al bianco della tela". I nuovi lavori di Giancarlo Cerri, realizzati per lo più d'estate quando la luce del giorno è molto forte e lo aiuta a "vedere" meglio le tonalità, sono stati "costruiti" usando una tecnica molto particolare: con l'aiuto di alcune carte di varie misure posizionate sulla tela si creano degli spazi geometrici nei quali Cerri dipinge.

Si tratta dunque di opere che, prima di essere create sulla tela, vengono dipinte per "immaginazione compositiva", attraverso una vera e propria "architettura" del quadro stesso, con colori acrilici usati in maniera cromaticamente timbrica, così come era solito fare quando lavorava unicamente con i colori a olio. I nuovi lavori di Giancarlo Cerri, realizzati per lo più d'estate quando la luce del giorno è molto forte e aiuta a vedere meglio le tonalità, sono stati "costruiti" con una tecnica molto particolare, posizionando sulla tela alcune carte di varie misure, a creare spazi geometrici nei quali dipingere. Si tratta dunque di opere che, prima di essere create sulla tela, vengono dipinte per "immaginazione compositiva", attraverso una vera e propria "architettura" del quadro stesso, con colori acrilici usati in maniera cromaticamente timbrica, così come era solito fare quando lavorava unicamente con i colori a olio.

Il risultato, sono dipinti astratti di grandissimo impatto visivo, ma che mantengono intatte le peculiarità del "fare pittura" di Giancarlo Cerri, da lui stesso definita "astrattismo concreto": sottrazioni alla ricerca dell'essenziale, contrasti di forze contrapposte che reclamano il proprio spazio. Decisamente non più una pittura istintuale e di movimento, ma una pittura prevalentemente di composizione, ugualmente potente e intensa. Opere costruite prima nella mente, capaci di evidenziare come Giancarlo Cerri sia sempre in grado di leggere la società e le vibrazioni che quest'ultima trasmette, grazie a una straordinaria capacità, anche nel passaggio da vedente a disabile, di utilizzare il linguaggio espressivo che ha accompagnato la sua vita per oltre cinquant'anni: la pittura. (Comunicato stampa)




Opera di Claudio Caldana nella mostra Materia e Spirito alla Galleria Sartori di Mantova Claudio Caldana: "Materia e Spirito"
termina il 28 marzo 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Opere dell'artista veronese Claudio Caldana che ritorna dopo una prima personale tenuta nel 2017, che aveva riscontrato un notevole interesse del pubblico. La mostra è curata da Arianna Sartori.

«Sono tele originali ed affascinanti che sciolgono ogni struttura formale, quali rappresentazioni sospese in un'atmosfera generata da tinte che raccontano all'osservatore di abbandoni, di emozioni che premono con la loro emergenza e parlano di una visione sentimentale diffusa, di una corporeità passionale assecondata da schegge luminose e da apparizioni improvvise. E' una poetica sottesa dal colore che vibra come se fosse un liquido organico capace di ospitare forme primordiali di vita vive e pulsanti nella superficie dominata da spinte vitali di energia intensa, che supera i confini del quadro come limiti angusti per espandersi in una pittura esuberante che ha stretto un rapporto colloquiale con i baluginii dell'inconscio.

L'Artista Claudio Caldana privilegia l'ascolto dei fremiti, delle vibrazioni che veicolano, attraverso la fantasia immaginifica ricchissima di segni esplosivi, quel linguaggio personale, scevro da ogni tipo di staticità, che dilaga nella complessità dell'atto creativo, come valore assoluto del germinare, dell'esistere dell'evolversi di ogni essere. Claudio Caldana è consapevole che l'Arte possiede una grande struttura che s'innalza verso cieli immensi e s'inabissa in radici profonde dove caso e certezza, impulsi gestuali e geometria si intrecciano nel tessere un ordito insolito in un movimento libero dal peso gravitazionale, che stordisce e solleva, aleggia evocazioni e misteri, scava nelle profondità delle stratificazioni, nei territori del pensiero frantumato nella sconfinata realtà del sentimento». (Materia e Spirito, di Marifulvia Matteazzi Alberti - Storica dell'Arte, Vicenza)

Claudio Caldana (Povegliano Veronese, 1953) si diploma all'Artistico di Verona e frequenta l'Accademia Cignaroli della stessa città, seguendo corsi di affresco, encausto e restauro pitture murali. Dipinge da 50 anni. I primi anni sono all'insegna della ricerca per trovare uno stile personale in cui potersi riconoscere e distinguere. Navigando in un ampissimo mare di opportunità, Caldana approda alle più particolari tecniche: i velluti, gli affreschi, l'encausto, l'oro, la luce. I particolari sono i veri protagonisti di ogni periodo artistico di questo pittore. La donna, i visi, i corpi, le forme, le penombre. Negli anni Caldana è riuscito ad arricchire il suo curriculum con premi prestigiosi e oltre 200 mostre, in Gallerie, Palazzi storici e fodazioni, tra cui le esposizioni di Roma al MACRO, le Sale e al Chiostro del Bramante per la Triennale, Palazzo della Ragione a Verona, Palazzo Bentivoglio (Fondazione Ligabue) di Gualtieri (Reggio Emilia), in Russia con una permanenza presso la Casa delle Nazionalità di Mosca e a Settembre sempre a Mosca. Inoltre in tantissimi altri luoghi in Italia, Germania, Francia e vari stati Europei. Tutta la vita di Caldana gira attorno all'arte, collabora con gallerie, realizza murales, esegue piccoli restauri, insegna pittura privatamente e a gruppi. (Comunicato stampa)




Carlo Zoli - Nicola custode di speranza Carlo Zoli: "Coma piuma leggera"
termina il 21 marzo 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La Galleria Arianna Sartori presenta l'ultimo ciclo di opere realizzate dallo scultore faentino Carlo Zoli. La mostra a cura di Arianna Sartori sarà inaugurata alla presenza dell'artista, che ritorna per la nona volta ad esporre con una personale nella galleria mantovana.

«Ancora un viaggio con le opere di Carlo Zoli. Un viaggio nella storia. Un viaggio tra simboli, miti, leggende, con eroi, dame, cavalieri, templari, catari e poi i cavalli. Un viaggio tra creature arcaiche e mitiche, figure femminili dalla silhouette delicata, figure alate e cavalli dal profilo elegante si stagliano entro uno spazio bidimensionale, distruggendo l'illusione e rivelando la verità icastica della forma che vive di vita propria. Un senso di umana sacralità percorre le opere di Carlo Zoli, da sempre interessato ad indagare i territori profondi e misteriosi del primitivo e della storia. L'artista elude il passaggio prosaico della favola mitologica ed esclude l'esercizio, narcisistico e consolatorio, della divinizzazione dell'umano e della narrazione per immagini, maturando un nuovo linguaggio figurativo, in cui sintesi formale e segnica gli consentono di recuperare la dimensione primaria della figurazione.

Le immagini, dense di ogni significato descrittivo, anedottico e narrativo diventano puri simboli, fantasie archetipiche che emergono dall'inconscio collettivo, cariche della potenza del mito e al contempo intrise di modernità. Si collocano in uno spazio arcaico e attuale allo stesso tempo, in una cornice atemporale sospesa, suggerita dalle forme, da cui affiora la dimensione simbolica. Carlo Zoli lavora sui simboli ad alto valore antropologico, guarda al valore risanato e primordiale dei simboli, al ragionamento sulle radici fonetiche e culturali di una frase, al cuore di tante icone che spesso non percepiamo nella loro integrità originaria. Per farlo usa un atteggiamento ironico e dissacrante, con senso umanistico, rispetto al modus e sintetica calibratura visiva. Gli stessi linguaggi, un mescolamento mai dogmatico di manualisti e tecnologie semplificate, confermano la forza morale di un viaggio che attraversa il tempo storico senza alcuna paura del dubbio.

Le sue forme figurative, disegnate con la plastica materica, increspata, disegnano linee fluide composte in una sorta d'esplosione vitale. I primi piani della materia, che si forma, si disgrega e si ricompone nell'eterno gioco della vita sotto il soffio vitale dell'autocoscienza e dell'intelletto, si dilatano in uno scenario figurativo, rappresentano simboli, corpi femminili, guerrieri, cavalli. In queste forme materiche che imprimono alla staticità della massa quasi un vertiginoso dinamismo del cosmo interiore, è proprio l'uomo a essere il perno di queste illuminanti visioni, rivelandosi in tutta la sua fragile realtà e disvelando utopiche "isole" nascoste. I miti e le leggende sono racconti fantastici che narrano le origini, le vicende, la storia di un gruppo sociale. Prima di essere scritti, miti e leggende sono stati raccontati a voce e nel tempo hanno perso una precisa configurazione storica e geografica.

Ma la principale caratteristica del mito è costituita dalla presenza nel racconto delle figure divine, che agiscono compiendo azioni eccezionali, al di là dei lumiti del tempo e dello spazio. Sono storia vera perché aderenti alle tradizioni del gruppo di appartenenza, ma anche sacri poiché in essi vi si riconoscono tutti coloro che partecipano alle stesse emozioni religiose. Anche le leggende traggono il loro contenuto dalle vicende di una comunità, da eventi che si presumono realmente accaduti, da fatti storici. Ma, a differenza dei miti, le leggende hanno una collocazione più precisa nel tempo, una maggiore determinazione di luoghi, date e personaggi. (...) Con le sue sculture femminili Zoli intende sottolineare il ruolo della donna nella mitologia e contrapporla a quella dei nostri giorni. Nell'età classica il ruolo pubblico della donna era andato sempre più riducendosi. Il corpo femminile nelle opere di Carlo Zoli si apre allo sguardo dell'artista raccontando le mille storie che finora ha custodito e che l'artista veste del corpo dei pigmenti nero, rosso ed oro.

Zoli dà loro voce dando evidenza al gesto plastico, dove i grumi della materia ed il segno rivelato dal gesto sulla superficie offrono una nuova e più affascinante possibilità narrativa ai corpi ritratti. Il corpo femminile si inserisce tra le riflessioni scultoree compiute da Zoli. Come sempre l'artista non si è fermato a un'osservazione superficiale ma ha espresso un concetto ben più complesso di identità interiore resa manifesta da specifici connotati esteriori. Zoli, però, non cede a facili interpretazioni e arricchisce l'opera di nuovi interrogativi: riaffiora, infatti, quello sdoppiamento tipico vissuto dai suoi personaggi, nei capelli che da neri divengono rosso porpora e nel busto che si allarga in un volume asimmetrico, rispetto al collo sottile e allungato. Emerge il ritratto di una donna forte e sicura della sua fisicità, che libera con disinvoltura la folta chioma rossa in una cascata di morbide onde.

Nelle opere di Zoli il fascino di una femminilità dalle forme accattivanti si tinge di mistero nella fisionomia appena accennata al volto. Il volto si mostra prezioso tra le geometrie concatenate del busto ed è un angolo di delicata nudità nella confusa sovrapposizione di piani, quella sorta di corazza si costruisce in una prospettiva che non accogliere nelle forme. Zoli le plasma a tratti fluidi, talvolta materici, sfruttando a pieno gli effetti concessi dalla mano. Ci scopriamo nuovamente attratti dall'essenza "bipolare" della figura, nella compresenza di forme taglienti e flessuose con cui Zoli ha plasmato un'entità profonda e complessa che ci lascia ancora sul limite della piena comprensione.

Zoli racconta il cavallo con un proprio linguaggio stilistico, non proponendo un'iconografia mimetica e idealizzata, ma dando vita a cavalli dalle forme incompiute e non finite senza far perdere la loro carica simbolica fatta di eleganza, forza e vitalità. Il cavallo è stato tema ricorrente nell'arte di Zoli e direi determinante anche perché ripercorrendo il tempo mitologico, non poteva non essere affascinato dal dinamismo proprio di questo splendido animale. Dunque anche Zoli non poteva non essere preso da un simile soggetto che per la verità poi diverrà assai ricorrente, tenendo presente anche che la figura di questo animale vigoroso, elegante e dinamico era ben impresso nella memoria dell'artista. Quello dei cavalli è stato un tema privilegiato di Carlo Zoli, il quale ha voluto fare, dell'animale, un simbolo del dinamismo e della vita, ma anche un emblema della lotta che è sempre sottesa ad ogni aspetto dell'esistenza, non esclusi quelli ideologici e sociali.

I cavalli di Zoli sono caratterizzati da inquietudine, da vigoria, da occhi vividi e da muscolature guizzanti, quasi a rappresentare un'esaltazione della rivolta per l'affermazione del diritto di vivere. Zoli associa spesso il cavallo a battaglie storiche o a scene mitologiche, lo inserisce nelle sue composizioni ad accompagnare uomini e guerrieri. I cavalli sono plasmati con delicatezza, accennati con pochi ma decisi tratti, eppure marcati e possenti, mitologici immersi in un'atmosfera surreale: ma sempre e comunque eleganti, leggiadri e dinamici. Zoli, che ha fatto del cavallo il suo soggetto privilegiato e amato, lo affronta nella prediletta pratica scultorea, accesa e vibrante, pur nell'essenzialità dei tratti. Cavalli in ordinata fila e al passo, muscoli "scolpiti" tesi in movimenti estremi, lucidi e lucenti in tutto il loro splendido dinamismo». (Vittorio Amedeo Sacco)

Carlo Zoli (Bari, 1959), di sangue pugliese e di adozione romagnola, presenta tutte le caratteristiche di queste due terre che ne hanno plasmato un carattere figurativo non comune. E' il quarto elemento di una discendenza diretta d'avoli ceramisti: Carlo, Paolo e il padre Franco, sotto la cui guida si è formato artisticamente. Nel 1995 presenta la sua grande scacchiera, una delle opere più significative ed apprezzate dalla critica e dal pubblico, ideale campo di battaglia delle sue "ariostiche" realizzazioni. Le sue figure, infatti, sembrano spesso dare forma e dimensione alle epiche imprese descritte dal grande Ludovico e questo è sicuramente un primo saldo legame del romagnolo con Ferrara, oltre naturalmente al fatto della collaborazione con il gallerista ferrarese Francesco Pasini.

Poi come non ricordare la prima grande scultura di Zoli fusa in bronzo, il San Giorgio che tiene alto sulla sua testa il drago infizato dalla lancia, con il bene che vince sul male guardandolo dritto negli occhi, opera di rara suggestione e di forte richiamo Ferrarese, così come l'unicorno, altro tema caro all'Artista proprio per la sua simbologia: la purezza; l'animale, infatti, tocca le acque con il suo corno e le purifica e non a caso è anche una delle imprese più significative della casa estense. I cavalli, i cavalieri e le enigmatiche e raffinate figure femminili di Zoli iniziano così a essere presenti in tutte le maggiori rassegne artistiche eurepee, decretando il successo del suo percorso artistico. La fama dell'Artista giunge anche oltreoceano e, nel 2002, ottiene una prestigiosa commissione negli Stati Uniti, a Charleston.

La Medical University of South Carolina, infatti, sceglie un'opera di Carlo Zoli come simbolo del "Charles Lindbergh Symposium", convegno scientifico a livello mondiale, che celebra il centenario dalla nascita del celebre aviatore e inventore americano. La scultura in bronzo dal titolo "Elizabeth" è una perfetta fusione tra l'uomo e la macchina cardiaca che può tenerlo in vita, dove Zoli interpreta artisticamente il concetto di umanizzazione della tecnologia. Ancora un forte legame tra Zoli e il mondo scentifico è l'importante convegno promosso dall'Ordine dei Chimici della Campagna sulle "qualità della vita", per cui è stata scelta come testimonial l'opera in bronzo "la sorgente", unita a una significativa grafica di Zoli.

A rafforzare ulteriormente il suo legame con il mondo culturale e artistico, Zoli ha realizzato la medaglia commemoraiva del centenario della "ferrariae Decus", ispirata alla prima tessera sociale, che raffigurano i due monumenti principali di Ferrara - il castello estense e la cattedrale - tramanderà ai posteri la memoria dei primi cento anni di attivià della prestigiosa associazione ferrarese. Ha tenuto mostre personali in tutta Italia ed è stato più volte invitato a importanti mostre insieme ai grandi maestri della scultura del XX secolo. Le sue opere sono in permanenza in spazi pubblici e privati, in Gallerie e musei di arte contemporanea. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Segni esemplari Segni esemplari
termina il 18 maggio 2019
Complesso Monumentale della Pilotta - Parma

Si è da poco concluso l'anno in cui ricorreva il bicentenario della pubblicazione del Manuale tipografico di Giambattista Bodoni, ed è da questo spunto che si parte per organizzare una mostra e una giornata di studio promosse dalla Fondazione Museo Bodoniano di Parma. Com'è noto il manuale venne pubblicato postumo dalla vedova di Bodoni con l'intento di portare a termine quello che era stato un progetto lungamente pensato, e infine avviato dal marito. Raccoglie una collezione di 665 alfabeti diversi e una serie di circa 1300 fregi, oltre a una prefazione nella quale Bodoni espone alcuni criteri di metodo legati al suo modo di operare. Esiste una precedente raccolta di caratteri, stampata da Bodoni nel 1788, priva di prefazione o altro tipo di testo esplicativo, già a suo tempo intitolata Manuale tipografico. Evidentemente, il tipografo parmense aveva mutuato il termine dal piccolo manuale tecnico di Fournier, il Manuel typographique del 1764, ma in realtà i due volumi esprimevano, seppur con lo stesso titolo, due oggetti con funzione diversa.

Quello di Fournier, in effetti, era un vero manuale nel senso di strumento divulgativo di descrizione degli elementi essenziali di una pratica complessa, dall'incisione dei punzoni all'impressione delle matrici e alla fusione dei caratteri mobili. Quello di Bodoni era invece un campionario di caratteri e ornamenti da lui realizzati. Il Manuale tipografico del 1818 è ancora diverso, si tratta in effetti di un ibrido che, nonostante il suo nome, non appartiene né all'ambito dei manuali, né all'ambito dei campionari di caratteri. Ci troviamo piuttosto di fronte a un orgoglioso e monumentale riepilogo della propria attività che Bodoni vuole fissare nel tempo, nero su bianco. Prendendo quindi spunto da questi presupposti, mettiamo in mostra accanto ai volumi di Bodoni, ai suoi punzoni e sue matrici, agli studi manoscritti e ai documenti d'archivio anche alcuni manuali e campionari di caratteri realizzati da altri autori (precedenti e successivi al 1818), con l'intento di mostrare e raccontare a un pubblico meno specialistico queste due distinte e poco note tipologie di libri.

Ciò che le accomuna è però l'oggetto della narrazione, cioè la scrittura alfabetica nella sua forma tipografica, scrittura che nel suo di diffondersi tanto peso ha avuto nella cultura occidentale degli ultimi cinque secoli. Parallelamente si espone una parte dedicata all'oggi. Un selezionato gruppo di grafici internazionali ha contributo realizzando un Manifesto tipografico. Obiettivo di questa sezione della mostra è operare una ricognizione visiva di concetti intorno alle potenzialità della scrittura espressi da parte di progettisti, ai quali si riconosce una spiccata e consapevole attitudine tipografica. Se il manifesto può anche essere definito come un documento programmatico che espone regole e principi ispiratori, ci troveremo, in questo caso, nella particolare situazione in cui l'oggetto trattato e la sua forma coincidono, così come l'autore e il progettista. Segni esemplari, dunque, testimonianze visive che ci permettono di rintracciare attraverso l'evoluzione della forma dei caratteri lo svolgersi stesso della nostra storia, e di sfruttare l'occasione per avviare nuovi discorsi critici intorno al tema della scrittura come strumento di conoscenza. (Silvana Amato) (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Barbara Giavelli - Vittoria Giulia - tributo a Raffaello - Musa Euterpe - mosaico in marmi smalti e ori cm.905x113 2004 Barbara Giavelli: "Introspezione"
termina il 24 marzo 2019
Rocca dei Boiardo - Scandiano (Reggio Emilia)

La personale s'intitola "Introspezione" in riferimento al rapporto intimo e profondo che l'artista ha con le pietre, che nel suo laboratorio sono suddivise in diversi contenitori e bottiglie trasparenti. Le stanze dell'Appartamento Estense ospiteranno una cinquantina di opere a mosaico, alcune delle quali con parti ad olio e foglia d'oro, realizzate dal 2002 al 2018. Se nelle prime stanze sarà esposta una cospicua selezione di lavori inediti o di recente produzione, il percorso della mostra si concluderà con un conciso excursus attraverso le opere storiche in mosaico e micro mosaico. Particolare attenzione sarà inoltre rivolta alla parte tecnica, con la ricostruzione del tavolo di lavoro dell'artista e l'illustrazione di metodi diretti e indiretti, unitamente ad alcuni disegni a pastello e studi preparatori. Se in passato Barbara Giavelli era interessata soprattutto alla figurazione, con mosaici iconici dedicati, tra cui, a Marylin Monroe e alla musa Euterpe (tratta da Raffaello), così come ad animali reali e immaginari, la sua nuova produzione si caratterizza per la matrice prevalentemente astratta, tesa a valorizzare le linee, le forme e i colori.

Barbara Giavelli (Reggio Emilia, 1970) da sempre attratta dall'arte, in particolare dalla pittura e dal disegno, sperimenta varie tecniche. Nel 2000 inizia a frequentare i corsi di pittura tenuti da Alessandra Ariatti che, contemporaneamente, la indirizza verso l'arte musiva. In un primo tempo affronta la tecnica del mosaico in modo autonomo, successivamente si rivolge al mosaicista Gian Domenico Silvestrone per acquisire maggiore dimestichezza con la materia. Già dai primi lavori, l'artista intuisce le potenzialità del mosaico e la possibilità di esprimere con tessere in pietra, ori e smalti veneziani il proprio sentire. Dopo un primo studio dei soggetti classici, concentra la propria attenzione sulla potenza espressiva del colore, sull'effetto della luce che colpisce la materia vitrea e la pietra. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per lArte)




Immagine dalla mostra Ando Gilardi Reporter Italia 1950-1962 Ando Gilardi Reporter. Italia 1950-1962
termina il 16 giugno 2019
Wunderkammer GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.gamtorino.it

Mostra dedicata ad Ando Gilardi (Arquata Scrivia - Alessandria, 1921-2012), fotografo e fotoreporter nell'Italia del dopoguerra, attraverso una selezione di scatti eseguiti tra il 1950 e il 1962. Il progetto espositivo, realizzato in collaborazione con la Fototeca Gilardi, rappresenta una novità rispetto alle mostre fotografiche dei circuiti principali ed è anche l'occasione per valorizzare il recupero e la digitalizzazione dell'importante collezione di negativi del fondo Ando Gilardi Reporter, portato a termine nel 2017 da ABF - Atelier per i Beni Fotografici di Torino. Ando (Aldo) Gilardi, Ando da partigiano, è stato fotografo, giornalista, storico e critico della fotografia, noto per la sua riflessione sulla valenza e sul potere dello scatto quale documento, tesi sulla quale consacrò studi e ricerche, condivise attraverso numerose pubblicazioni e riviste da lui fondate o dirette.

L'interesse di Ando Gilardi per la fotografia nasce nell'immediato dopoguerra quando, rientrato a Genova dopo aver passato con i partigiani il periodo del conflitto, fu reclutato nel laboratorio di riproduzione fotografica dalla Commissione Interalleata per la Documentazione dei Crimini di Guerra a supporto del processo di Norimberga. Militante del Partito Comunista fu giornalista de L'Unità, Vie Nuove e anche del settimanale sindacale Lavoro. Proprio per Lavoro Gilardi iniziò a realizzare i servizi fotografici a supporto visivo per i suoi articoli di inviato in Italia, fra il 1950 e il 1962. La mostra - a cura di Daniela Giordi - è composta da una selezione di 55 immagini, in prevalenza istantanee prese nei luoghi di occupazione e nelle abitazioni, a documento delle condizioni di lavoro e di vita degli operai, dei braccianti agricoli e delle rispettive famiglie. In misura minore gli scatti riguardano situazioni di manifestazioni o dimostrazioni sindacali come scioperi, occupazioni di fabbriche o terre, oltre a momenti ludici e di svago, a testimonianza della ripresa del paese.

A corredo dell'esposizione sono presenti una serie di documenti e rotocalchi originali che accompagnano il visitatore in un viaggio alla scoperta della ricchezza dell'archivio del fotografo. L'allestimento si delinea in un itinerario articolato fra alcune inchieste legate a momenti di cronaca e a eventi che fecero notizia in quegli anni, intervallato da alcuni scatti iconici dell'autore. I temi ricorrenti sono il lavoro, l'emancipazione femminile, l'identità degli italiani, gli scioperi, le attività sindacali. L'esposizione rivela come il linguaggio fotografico di taglio post neorealista e giornalistico di Ando Gilardi fosse supportato da una cultura visiva d'oltralpe e d'oltre oceano, con un occhio di riguardo alle immagini della Grande Depressione americana. Ma con questa mostra si è voluto anche dare spazio al suo sguardo da autore, al suo approccio ontologico e umano verso il soggetto fotografato, alla sua visione politica dell'esistenza e al profondo rispetto per l'altro. Perché l'immagine non veniva rubata da Gilardi, ma con i suoi scatti il soggetto diventava testimone, interlocutore e attore dell'attimo impresso sulla fotografia. La mostra apre le attività di "Archiviare il Presente", contenitore culturale per un progetto condiviso fra enti, associazioni culturali, centri polivalenti, gallerie, che avrà luogo nella primavera 2019 e rientra nella Kermesse "Fo-To Fotografi a Torino". (Comunicato stampa)




Lorenzo Pacini - Soldatini verdi su tela cm.240x160 2015 Futura | Lorenzo Pacini
termina lo 06 aprile 2019
Galleria KoArt Unconventional Place - Catania
www.galleriakoart.com

Mostra personale del toscano Lorenzo Pacini a cura di Aurelia Nicolosi. Dalla sua città - Firenze - Lorenzo Pacini assorbe la bellezza, la tradizione, l'arte, il dolce stil novo. Stimoli filtrati e decantati nel tempo che ritornano nelle sue opere come urgenza espressiva suggerita da gesti, momenti, attimi di quotidianità. E allora percorrere una strada in salita diventa l'equilibrio anomalo e perfetto dell'acqua in un bicchiere poggiato su un tavolo inclinato, un'altalena che dondola e si ferma immobile nella magia del suo punto più alto, una vecchia foto... In ogni piccola cosa che accade si può trovare nuova e inaspettata dignità, un significato ulteriore e profondo a corrodere lo scorrere altrimenti inutile della vita. Ed è solo un osservatore semplice, mai neutro però, mai rumoroso però, mai stanco però. Ha esposto a Firenze, Milano, Vimercate, Chiusa, Catania, Bratislava, Budapest, Berlino, Parigi.

Non solo galleria ma spazio creativo che dialoga con il cuore pulsante di Catania e con i nuovi scenari dell'arte contemporanea, la Galleria KoArt - nata nel 2014 per iniziativa della storica dell'arte Aurelia Nicolosi - accoglie nuove generazioni di artisti che si muovono in prima linea sulla scena nazionale e internazionale. Grazie alla preziosa collaborazione del comitato di Centrocontemporaneo e delle Associazioni San Michele Art Power e Fund4art Firenze, sono state numerose le mostre di qualità che hanno determinato il successo di un'iniziativa forte e coraggiosa, volta al recupero di una bellezza superiore al puro piacere estetico.

Le opere proposte dalla Galleria KoArt spaziano dal figurativo al concettuale alle ultime tendenze nel campo del design e della fotografia. Il curriculum dell'artista non è l'unico criterio adottato per la selezione dei lavori esposti: creatività, raffinatezza tecnica e originalità della ricerca giocano un ruolo fondamentale per costruire un buon portfolio e accedere a importanti progetti. Un'aria internazionale si respira nella Galleria KoArt che sembra ricordare le architetture di Soho e Chelsea, quartieri cool della città di New York, aperti alle nuove tendenze creative: il candore delle pareti stempera i toni scuri del pavimento in un gioco di rimandi, che rendono l'ambiente un perfetto incubatore di idee. La luce, curata dalla designer Marzia Paladino (Ladyled), costituisce un punto di forza essenziale per valorizzare le tele e le sculture, rendendo l'allestimento unico e innovativo, in linea con gli orientamenti di ultima generazione che sfruttano la tecnologia a led. (Estratto da comunicato stampa)




Amanda Chiarucci - Onde Maestose - opera dedicata ad Alessandro Giovanardi 2018 Amanda Chiarucci: "Rubedo"
termina il 28 aprile 2019
Galleria Bonioni Arte - Reggio Emilia
www.bonioniarte.it

Una mostra all'insegna della natura, del viaggio e della scoperta. Costituite da carte ripiegate su se stesse e porzioni di vita vissuta, le opere di Amanda Chiarucci sono diari senza parole, sculture silenziose che, come organismi viventi, si evolvono e si trasformano. Il titolo della personale - "Rubedo" - allude al compimento ultimo del processo di trasformazione alchemica, in cui l'anima si eleva al di sopra della materia. Amanda Chiarucci compie la sua alchimia utilizzando il mezzo espressivo dell'arte come transfer per la sua trasformazione interiore, ricongiungendo spirito e materia, natura e umanità, microcosmo e macrocosmo. Attraverso l'arte sublima la Natura, sotto la spinta ardente dello Spirito (Rubedo). In mostra - a cura di Matteo Galbiati - una decina di opere realizzate dal 2016 al 2019 con la tecnica dell'Origami Modulare Tridimensionale, insieme scultoreo di moduli identici che vanno a costruire paesaggi e a tessere forme organiche.

Nello specifico, il linguaggio scelto dall'artista è quello del Golden Venture, che si contraddistingue per un tipo di modulo a forma di triangolo rettangolo, ideale per la costruzione geometrica di montagne e strutture sinuose protese verso l'alto. Un linguaggio, quello del Golden Venture, che consente all'artista di decodificare, attraverso processi di costruzione e stratificazione, ciò che non può essere percepito realmente, ovvero il tempo, il pensiero e il desiderio. Essi rimangono nella dimensione dell'invisibile, ma contengono una potente energia che Amanda Chiarucci registra, frammento dopo frammento, in una continua tensione verso l'alto che si esplica in talee, utopiche mappe del desiderio, altorilievi geografici modulati dall'impulso di esplorare il paesaggio (conosciuto e sconosciuto) e da un sentimento interiore di amore e rispetto verso la Natura e ogni forma di vita. «Nella carta - dichiara l'artista - ci sono linee invisibili che sono il risultato di studi geometrici e calcoli matematici. L'origami cela l'essenza della forma, l'atto della creazione in chiave spirituale, poiché la geometria si trova in tutte le creazioni della Natura, come se si celasse al suo interno un disegno divino».

Amanda Chiarucci (Cesena, 1974) consegue la Maturità Classica a Forlì e il Diploma in Pittura e Costume per lo Spettacolo all'Accademia di Belle Arti di Bologna. I suoi esordi artistici sono legati all'happening e alla performance. Realizza successivamente diversi cicli di opere - "Ninfa", "Camicie di forza", "Matrjoske", "Madonne" - dedicate all'indagine della figura femminile, tra passato e presente, quotidianità e sacralità. La sua prima personale, "Matrjoske", è allestita alla Galleria del Loggiato di Cesena. Nel 2005 risulta tra i vincitori del Premio Celeste, nella categoria Pittura Mediale, con l'opera "Finché il mio sangue non sia puro" e partecipa alla collettiva "Young Italian Painters" alla Sacy Gallery di Firenze. Il 2007 si apre con il ciclo di autoritratti e ritratti fotografici "Madonne", esposto allo Spazio Cotogni di Forlì con la curatela di Giovanni Gardini.

Nel 2014 espone al MEAM, Museo Europeo di Arte Moderna di Barcellona nell'ambito della collettiva "Martyrium Sanctae Eulaliae" e al MUSAS, Museo Storico Archeologico di Santarcangelo (Rn) in occasione della collettiva "La scrittura disegnata, quaderni di artisti e scrittori contemporanei tra disegno, parola e invenzione quotidiana", a cura di Claudio Ballestracci e Dacia Manto, nell'ambito della Biennale del Disegno di Rimini. Nel 2013 realizza il progetto "Talee" con una tecnica completamente differente da quelle utilizzate in precedenza (Golden Venture) per esplorare un tema fondamentale nella vita, ossia il tempo. Da qui la personale "Il sentimento dell'evoluzione", curata da Alessandro Giovanardi alla Galleria Luigi Michelacci di Meldola (Fc) nel 2015 e le collettive "Dialoghi Paralleli" alla Galleria Lara e Rino Costa di Valenza (Al) e "La scultura è una cosa seria" alla Galleria Bonioni Arte di Reggio Emilia, curata da Niccolò Bonechi. Nel 2018 partecipa al "Cantiere Disegno" della Biennale del Disegno di Rimini, nella sezione curata da Massimo Pulini presso il Museo della Città di Rimini. (Comunicato stampa)




Locandina di presentazione della mostra Divine Astrazioni Divine Astrazioni
termina il 10 maggio 2019
Bibo's Place - Roma
www.bibosplace.it

Collettiva composta da un insieme di opere selezionate sulla base dell'abituale dialettica generazionale di Bibo's Place, che affianca lavori di epoche diverse, di generazioni diverse, ricercando fra esse un filo conduttore. L'idea alla base di questa mostra viene dal senso stesso del verbo "astrarre" che letteralmente, e in senso etimologico, significa tirare fuori l'essenziale. Pertanto il comune denominatore fra le opere esposte consiste nell'assolutezza di una ricerca tesa all'essenza, che sfronda quindi ogni elemento superfluo. Chiaramente questa attitudine è multiforme: un filone è quello dell'Astrattismo vero e proprio (che è cosa diversa dall'astrazione), di matrice avanguardista memore delle ricerche di Mondrian o Kandinsky. In altri casi la sintesi, o l'analisi sono di altro genere e utilizzano altri strumenti visivi, di natura tonale, sempre tesi verso l'essenza della forma. Per paradosso, poi, alcuni altri lavori apparentemente figurativi, di matrice iperrealista, hanno una sospensione tale da rendere la realtà rappresentata così rarefatta da diventare astrazione di se stessa. Saranno presenti opere di: Angeli, Burri, Dorazio, Fontana, Montessori, Piccolo, Pintaldi, Pizzi Cannella, Sanfilippo, Ward, ed altri. (Comunicato stampa)




Opera di Ray Parker nella locandina della mostra Simple Paintings Ray Parker: "Simple Paintings"
termina il 29 marzo 2019
Galleria Studio Gariboldi - Milano
www.studiogariboldi.com

Serie creata da Ray Parker tra il 1958 e il 1965. "Il processo della pittura è improvvisato- si esclude il metodo impostato, il progetto, schizzi di studio, disegno prima del colore o relativi stadi di finitura. Può essere veloce o lento come tempistica, impulsivo o pensato come carattere. I cambiamenti sono fatti nel corso della creazione; niente può essere sistemato, aggiunto o corretto... Il dipinto è sia una cosa che un evento,... un oggetto "estetico"... e un comportamento sotto forma di un atto significativo. Mentre il soggetto dell'artista è il quadro, il soggetto del quadro è l'artista stesso..." (Ray Parker, "A Cahier Leaf: Direct Painting", It Is 1 (Spring 1958))




Venia Dimitrakopoulou - Dialoghi - installazione acciaio e inchiostro indiano su carta cinese - dimensioni variabili 2019 
Venia Dimitrakopoulou - Veste di Nesso IV - inchiostro indiano su carta cinese cm.178x175 2018 Venia Dimitrakopoulou
Futuro Primordiale - Logos


termina il 31 marzo 2019
Galleria della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo - Torino
Locandina

Prosegue il tour italiano della poliedrica artista con la seconda importante personale che propone una nuova selezione di lavori - a cura di Afrodite Oikonomidou e Matteo Pacini - tra cui spiccano due installazioni di grandi dimensioni: l'opera inedita Ellampsis (2019) creata appositamente per l'occasione, che rappresenta un'epigrafe in acciaio con una "profetica" scritta luminosa, e l'installazione Dialoghi (2019) che rimanda a libri destrutturati in imponenti lastre d'acciaio e delicata carta cinese, sui quali fluttuano in inchiostro nero e rosso frasi ispirate da una ricerca sociologica realizzata tra la gente comune, espressione delle voci che solitamente non hanno una risonanza mediatica.

Venia Dimitrakopoulou approda, infatti, in Italia con il suo trittico di mostre in una fase difficile, drammatica per la storia dell'Occidente e per i destini dell'Europa, fatta di muri, populismi, nazionalismi, discriminazioni razziali e nuove frontiere, come rileva Franco Fanelli nel testo critico in catalogo; ma è proprio nella crisi che "l'eroe", in questo caso l'artista atto a risvegliare la coscienza collettiva, «deve saper porre le domande giuste ai giusti interlocutori. Sempre nella crisi l'eroe cerca le sue risposte nella profondità estrema». Per questo Dimitrakopoulou si interroga e indaga nel mito, nella storia e nel passato prossimo, fino alle radici comuni tra Italia e Grecia, spostandosi «dalla torre d'avorio dell'arte alla torre di controllo della condizione sociale», per citare il filosofo Dionysis Kavvathas.

Tema principale dell'intera esposizione torinese è il "logos", parola che si fa segno e al contempo segno che diventa parola, che ben si coniuga con le superfici candide della sala espositiva che sembrano richiamare «pagine non scritte», come suggerisce la scultrice. «Tutti i lavori presentati - spiega Venia Dimitrakopoulou - hanno una caratteristica in comune: sono ricoperti da testi che sembrano quasi una scrittura automatica. Piccoli libri, leporelli, diari, e ancora la Veste di Nesso e l'Armatura Segreta». Proprio queste due opere fungono da "collegamento" tra la mostra palermitana - "Futuro Primordiale - Materia" conclusasi al Museo Salinas lo scorso 3 febbraio - e la tappa di Torino, come evidenzia ancora Fanelli: «In questi due splendidi lavori su carta, inscritti nella forma di un'antica tunica sacerdotale o di uno stendardo istoriati da una tormentata scrittura, prendono vita l'alfa e l'omega, il rapporto tra opposti e la circolarità che costellano l'opera della Dimitrakopoulou».

Una dualità che si ritrova nel formato delle opere proposte e nel messaggio da esse veicolato, che racconta di una condizione universale nelle creazioni più imponenti e di un mondo intimo in quelle di scala più contenuta, come A diary, 3.107 Linethoughts, Labirinto, Amuleto, le serie Summer Days e Cold Days, veri e propri libri d'artista che vanno a formare personali antologie di avvenimenti interiori. L'inchiostro indiano, il pastello, l'acquerello, fino al collage su carte rare danno quindi forma ad opere che vanno dalla piccola alla grande dimensione, all'insegna di un nomadismo stilistico e tecnico che, spaziando dalla scultura tradizionale all'installazione, dal video all'azione, dalla scrittura alla grafica, come ci precisa Fanelli è «condizione coerente e necessaria per un'artista che, nell'esilio della classicità, vive e opera sul limitare di un trapasso epocale.

La soglia è in tal senso figura metaforica ricorrente nel suo lavoro, al pari del doppio, della circolarità cronologica, dell'ossimoro stesso che dà il titolo a questo suo trittico italiano: "Futuro Primordiale". Sono tutti concetti che rimandano con forza a quell'idea di confine che ci pare il tratto più presente nel suo lavoro, insieme alla metamorfosi, per lei condizione esistenziale e poetica». L'esposizione a Torino ha i patrocini del Ministero della Cultura e dello Sport della Repubblica Ellenica, dell'Ambasciata di Grecia a Roma, della Regione Piemonte, della Città di Torino, del Museo Nazionale di Arte Contemporanea di Atene (EMST), dell'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, del corso di laurea DAMS dell'Università degli Studi di Torino, dell'Associazione Piemonte-Grecia "Santorre di Santarosa" e dell'Associazione Culturale Italo-Ellenica per la Formazione "Microkosmos". L'evento si configura come seconda tappa della trilogia di mostre italiane organizzata dalla Fondazione Ellenica di Cultura - Italia in collaborazione con Artespressione di Milano, galleria di riferimento dell'artista in Italia per questa rassegna, che dal 12 aprile al 14 giugno 2019 proseguirà poi a Trieste presso il Civico Museo Sartorio e il Castello di San Giusto con altre opere inedite sul tema del "Suono".

Le tre esposizioni di Venia Dimitrakopoulou nel nostro Paese a Palermo, Torino e Trieste rientrano nel programma "Tempo Forte Italia - Grecia", iniziativa promossa dall'Ambasciata d'Italia ad Atene e sancita nel corso del Primo Vertice Intergovernativo tra Italia e Grecia, tenutosi il 14 settembre 2017 a Corfù, volta a favorire e sostenere il rafforzamento delle relazioni culturali tra i due Paesi, nel rispetto dell'equilibrio tra i vari ambiti culturali, dalla tradizione al contemporaneo, dal passato al futuro. La rassegna è accompagnata da un esaustivo catalogo bilingue, italiano e inglese, edito da Umberto Allemandi.

Venia Dimitrakopoulou è una scultrice greca, di Atene, formatasi presso l'Accademia di Belle Arti e si diploma alla Scuola Superiore di Arte Drammatica del Conservatorio di Atene, perfezionandosi poi presso l'Atelier Vivant de l'École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi. Attualmente lavora tra la capitale greca e l'isola di Egina, è membro della Camera di Belle Arti della Grecia e del gruppo di lavoro del programma "Tempo Forte Italia - Grecia" dell'Ambasciata d'Italia ad Atene. Numerose le mostre personali e collettive in Grecia e all'estero, dove le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private.

La sua scultura monumentale Promahones è esposta e presentata nell'inverno 2014-15 presso il Museo Benaki di Atene, unitamente alla pubblicazione Venia Dimitrakopoulou - Promahones edita da Hatje Cantz; quindi nell'ottobre 2016 l'opera trova la sua collocazione nel cortile principale del Museo Archeologico Nazionale della capitale greca. Nel 2015 presenta la sua attività artistica in Italia nel quadro dei programmi educativi della Biennale Sessions di Venezia con due incontri organizzati dall'Università Ca'Foscari di Venezia in collaborazione con la sezione giovani del Fondo Ambiente Italiano e la Fondazione Ellenica di Cultura - Italia; gli eventi sono a cura di Caterina Carpinato e della galleria Artespressione di Milano di Paula Nora Seegy, dove nell'aprile 2016 Venia Dimitrakopoulou inaugura la sua prima personale italiana dal titolo Selected works, a cura di Charis Kanellopoulou e Matteo Pacini. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)

---

Venia Dimitrakopoulou | Futuro Primordiale - Materia
15 novembre - 03 febbraio 2019
Museo archeologico regionale "Antonino Salinas" - Palermo
Presentazione




Opera di Paola Mazzetti nella mostra a Roma Paola Mazzetti: tempere, disegni, vignette
termina il 26 marzo 2019
Il Museo del Louvre - Roma
www.ilmuseodellouvre.com

Questa raccolta di tempere su tela di Paola Mazzetti (Roma 1927) sono una piccola parte di quell'«abbondanza biblica» (Cesare Zavattini) di disegni, acquerelli, guaches e vignette che abitano la sua lunga e straordinaria vita creativa. Rappresentano l'esito di una selezione mirata e di reiterati incontri amicali tra Paola Mazzetti e Giuseppe Casetti, che ha scelto di mostrare nel suo spazio di via della Reginella soltanto alcuni soggetti pittorici, appartenenti alla produzione più recente dell'artista psicoterapeuta. Figure femminili e animali di varie specie, uniformati nella tecnica e nel linguaggio: chiaro, diradato ed evanescente. Nella luminosa essenzialità di colori diluiti, e nel tratto continuo di un disegno scultoreo che margina il colore e circoscrive il bianco dei supporti.

I dipinti acquerellati di Paola Mazzetti non raccontano il suo vissuto prematuramente tragico, né i temi conseguenti della perdita, della rimozione, del disincanto. Sono piuttosto, come lei stessa ancora insegna e pratica, forme espressive che liberano l'immaginario e trasfigurano giocosamente il visibile. La sua è una pittura spontanea - ma anche ironica, ammiccante, onirica - che descrive luoghi edenici, fiabeschi, spesso popolati da figure sognanti e docili animali. Elementi naturali ed esseri viventi convivono armoniosamente, quasi si compenetrano, e suggeriscono un modo - possibile - di stare al mondo. (Rossella Caruso)




Immagine dalla locandina della mostra Risonanza tra Civiltà - mostra di stampe contemporanee cinesi Risonanza tra Civiltà
termina il 30 marzo 2019
Biblioteca Statale Stelio Crise di Trieste
Locandina

Mostra di stampe contemporanee cinesi in Italia, organizzata dall'Associazione Nazionale Incisori Contemporanei in collaborazione con il China Printmaking Museum di Guanlan. Dal realismo puntuale, alla sintesi naturalistica sino a formulazioni compiutamente astratte: la varietà di proposte estetiche e di scelte comunicative nelle quasi settanta opere esposte in questa mostra, rivela la vivacità espressiva e l'attualità del panorama grafico cinese. Trentaquattro maestri cinesi, presentati ciascuno da due opere, sono stati accolti dall'Associazione Nazionale Incisori Contemporanei nel programma, ormai ben strutturato e avviato da alcuni anni, di contatti e connessioni con gruppi stranieri di maestri incisori, programma che aveva proposto lo scorso anno nelle stesse sale espositive della Biblioteca Statale "Stelio Crise" di Trieste una mostra di artisti della Romania.

A suggello della continua ricerca di confronti con dimensioni artistiche internazionali - favorevole il recente incontro con il China Printmaking Museum di Guanlan - la presente mostra ci offre un frammento della produzione incisoria cinese contemporanea, rivelando la particolare attenzione dei maestri orientali per metodi di stampa come la serigrafia e la litografia, pur non mancando un nutrito gruppo di prove affidate alle tecniche calcografiche e xilografiche. La selezione delle opere esposte - opere di maestri individuati da Zhao Jiachun, direttore della Guanlan International Print Biennial e dell'International Exchange department - China Printmaking Museum -, anzi, realizza una sostanziale parità nella diversità delle tecniche adottate: segnale, in ogni caso, di una differenza con la produzione italiana più dedicata al recupero di metodi calcografici tradizionali, pur sempre sapientemente rivisitati.

Altro aspetto di questa panoramica si rivela nella sensibilità al colore: gli incisori cinesi dialogano apertamente con la cromia non esitando a ricorrere a tonalità accese e vibranti. Mentre l'estetica formale, sempre molto curata, si accompagna alla maestria tecnica, alla finezza e complessità dell'esecuzione dei fogli. Il linguaggio figurativo si combina con opere dal sapore decisamente aniconico; molto indagato è l'elemento naturale, dal paesaggio, ovvero la combinazione di ambiente di natura e presenza umana, in ampie vedute, sino al dettaglio vegetale e animale; ma non mancano scorci urbani, piccole scene, situazioni immaginarie, puri giochi di forme. (Comunicato stampa)

---

Il nuovo TEFAF Art Market Report dedicato al mercato cinese dell'Arte
TEFAF Maastricht, 15 marzo 2019
Presentazione




Gabriele Poli - Soglia - 2014 cm.100x100 Gabriele Poli - Angelo - 2013 cm.97x60 Gabriele Poli - Strada di campagna - 2017 cm.80x80 Gabriele Poli
"Studi e percorsi"
La sinossi pittorica di Gabriele Poli


02 aprile (inaugurazione ore 18.30) - 04 maggio 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra, a cura di Luca Pietro Nicoletti, segue la personale tenuta nel mese di marzo presso il Centro Culturale Sergio Valmaggi di Sesto San Giovanni, dove sono state esposte le opere relative ai d'Apres. In questa mostra - in collaborazione con la Galleria Orenda Art International di Parigi - saranno esposte circa 20 opere che testimonieranno il percorso pittorico svolto nell'arco di quattro decenni. Si comincia con un opera del 1973, dedicata alla nonna materna, nella quale si possono già individuare alcuni elementi fondamentali e ricorrenti nella successiva ricerca pittorica: un forte sentimento della realtà e nel contempo l'esigenza di evocarla, più che rappresentarla, attraverso la dinamicità della materia e della luce. Un'opera del 1985, Sfinge, mette in risalto l'azione di revisione strutturale della figura attraverso l'azione texturizzante e di corrosione del segno pittorico. Segue un'opera del 1986, Cascina Meriggia, dove appare l'utilizzo della "pasta alta", materia pittorica data in spessore e sulla quale vengono registrati in modo tattile il segno e la trama.

Nucleo del 1987 è un opera nella quale il lavoro di tessitura del segno viene spinto agli estremi. L'elemento di dinamicità futurista, di natura boccioniana, viene spinto nelle sue estreme conseguenze di vitalismo biologico. Gli anni '90 e i primi del 2000 segnano un momento di avvicinamento all'esperienza informale, attraverso configurazioni materiche, tracce di paesaggio metropolitano, impronte e figure, sempre però percepite e rivissute attraverso luminosità atmosferiche reali. Dagli anni 2000 una serie di opere testimoniano la ricerca orientata verso una possibile ridefinizione della figura, nata dal desiderio di riarticolare gli elementi del linguaggio pittorico sviluppati sino a quel momento. Tra le quali in particolare gli Angeli della Periferia, i d'Après, i Muri, i Ciclisti, le Veneri, opere che porteranno il percorso espositivo fino ad oggi. Catalogo in galleria, Edizioni Cortina Arte, testo critico di Luca Pietro Nicoletti, contributi di Stefano Cortina, Giovanni Cerri, Annalisa La Porta, Dimitri Plescan, Anna Finocchi, Melina Scalise. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre mostre alla Galleria Cortina in questa pagina e Cataloghi pubblicati da Cortina Arte Edizioni

Jaco Caputo, Iacopo Pesenti e Luisa Turuani
12 marzo (inaugurazione) - 30 marzo 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
Presentazione

Dadamaino: Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
Catalogo a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione

Dario Zaffaroni: Geometrie Cromo-cinetiche
Catalogo a cura di Stefano Cortina, Susanne Capolongo, Dario Zaffaroni
Presentazione

50 e oltre | Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013
Catalogo a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
Presentazione




Opera dalla mostra dedicata a Jean Auguste Dominique Ingres Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone
termina il 23 giugno 2019
Palazzo Reale - Milano

L'esposizione comprende oltre 150 opere, di cui più di 60 dipinti e disegni del grande maestro francese, riunite grazie a prestiti internazionali da alcune delle più grandi collezioni di tutto il mondo. La mostra è curata da Florence Viguier-Dutheil, Conservatore Capo del Patrimonio e Direttrice del Musée Ingres di Montauban. Il suo percorso è singolare e sorprendente. Considerato come un inclassificabile, percepito come l'erede di Raffaello e allo stesso tempo come il precursore di Picasso, tra il maestro della bella forma e quello della non-forma. Realista e manierista al contempo, egli affascina tanto per le sue esagerazioni espressive quanto per il suo gusto del vero. Il 12 giugno del 1805, dopo essersi fatto incoronare a Milano, Napoleone I dichiarava di voler «francesizzare l'Italia». L'espressione è certamente brutale, ma testimonia, in quel contesto storico, il desiderio di accelerare le trasformazioni della vita pubblica e culturale da parte del Generale divenuto Imperatore e poi Re d'Italia.

Coniugando eredità della Rivoluzione e dispotismo autoritario, in effetti la sua politica ha avuto un impatto immediato e duraturo anche al di qua delle Alpi. Proprio in ragione della sua ampiezza e della funzione attribuita alle arti, si è sviluppato uno straordinario incontro tra le diverse tendenze che compongono la modernità europea nella stagione del neoclassicismo, di cui Jacques Louis David (1748-1825), Antonio Canova (1757-1822) e Jean Auguste Dominique Ingres (1780-1867) sono stati i punti di riferimento. La definizione "neoclassicismo" emerge in epoca romantica ed assume un senso peggiorativo, per stigmatizzare uno stile algido e "marmoreo", un banale "ritorno all'antico". Ci vorrà più di un secolo perché il neoclassicismo ritrovi un senso positivo e una fisionomia originale, nel quadro di una rivalutazione che continua ancora oggi.

La mostra intende presentare al pubblico italiano l'artista che più di ogni altro si è ispirato a Raffaello e nello stesso tempo vuole restituire alla vita artistica degli anni a cavallo del 1800 la sua carica di novità e, per così dire, la sua "giovinezza conquistatrice". Con una particolare attenzione a Milano, che in quella riorganizzazione politica e artistica ebbe un ruolo fondamentale. In una stagione di grande prosperità, la città fu fortemente rimodellata nei suoi monumenti, nei suoi spazi verdi e nelle infrastrutture urbane, a partire dalla nuova Pinacoteca di Brera. Anche gli artisti italiani furono coinvolti nell'ondata di lavori e di cantieri che ne seguì.

Appiani nella pittura e Canova nella scultura si avvalsero ampiamente di questa "politica delle arti", ascrivibile all'arte del governare di Napoleone Bonaparte. Ma non fu da meno l'iniziativa privata di nuovi protagonisti, estranei al mecenatismo aristocratico: primo fra tutti Giovanni Battista Sommariva, definito da Francis Haskell "il mecenate indubbiamente più importante dopo l'imperatore e la sua famiglia". Ingres è parte integrante di queste storie incrociate, senza le quali l'Europa di oggi sarebbe incomprensibile. Con la mostra, il pittore delle odalische, nella sua modernità, svela anche la sua italianità, un'impronta che fa di lui una figura fondamentale della vita artistica prima, durante e dopo l'Impero.

Ingres (1780), originario di Montauban, nel Sud-Est della Francia, dimostra presto un talento straordinario per il disegno. Dal 1797 è a Parigi nella cerchia di David. Nel 1800 concorre per il prix de Rome e nel 1806, dopo aver completato il grande Napoleone in costume sacro, è finalmente a Roma, dove può approfondire gli studi e la passione per Raffaello. Inviato in Italia sotto l'Impero e poi coinvolto nei cantieri imperiali di Roma, Ingres decide di restare «italiano» fino al 1824, per tornare più avanti a dirigere Villa Medici. (...) Della vita artistica in questo periodo, oggi abbiamo una visione globale. Dato che si proclamava come continuazione degli antichi, la "paradossale modernità del neoclassicismo" (Marc Fumaroli) richiede insomma di essere apprezzata nelle sue tensioni, nelle sue contraddizioni, nella sua dualità solare e tenebrosa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Renzo Ferrari - Marianna e Meka - olio su tavola 47,5x33cm 2018 Renzo Ferrari: "Rabisch"
termina il 13 aprile 2019
Galleria d'Arte La Colomba - Lugano
www.lacolomba.ch

Personale del pittore ticinese Renzo Ferrari (Cadro, 1939). Rabisch, il titolo della mostra, raccoglie un nucleo di 50 opere - oli, acrilici, acquerelli e teatrini polimaterici - realizzate dal 2003 ad oggi, con una prevalenza di lavori del biennio 2018-2019 e con temi e moventi ispirati alla raccolta in versi composta dal pittore lombardo Giovan Paolo Lomazzo e dall'Accademia dei Facchini della Val di Blenio nel 1589, con l'intento di opporsi ad un'arte aulica allora dominante. Come quegli "arabeschi" pittorici, ornamenti intricati ed eccentrici che trovarono nel bizzarro una via di espressione autonoma, i "rabisch" di Ferrari confermano una sua vocazione al grottesco, da intendersi in un'accezione nordica del termine, come strumento ironico che vuole alleggerire la pressione del tempo presente.

Osservando questo ciclo di opere, scelte per confronti diacronici, sembra di visitare il suo atelier Barakon a Cadro, in mezzo a cumuli di oggetti, pupazzi, cartoons, teschi e schizzi di colore che ricordano da vicino quel senso di caos metaforico presente nei suoi lavori. Un caos che si riflette, anche con contaminazioni verbali, nei dipinti: italiano, inglese, tedesco, francese e dialetto, dosati, di volta in volta, secondo la sfumatura più o meno intensa da dare a iscrizioni e titoli di quel suo "diario del mondo" (World Diary). Rabisch lo spinge a rivisitare il passato, a metterlo a confronto con il groviglio del vissuto quotidiano attraverso un linguaggio che, come sottolinea l'artista, si muove "tra un tempo lento e un tempo veloce". (Comunicato Ufficio Stampa Antea)




Festival internazionale del Fumetto, del gioco e della cultura pop Be Comics - particolare dalla locandina Be Comics!
Festival internazionale del Fumetto, del gioco e della cultura pop


3a edizione, Padova, 23-24 marzo 2019
www.becomics.it

La manifestazione, organizzata dalla Fiera di Padova in collaborazione con Arcadia Arte e il supporto del Comune di Padova, si presenta fortemente rinnovata, pur conservando, anzi potenziando, le caratteristiche che in solo due anni hanno consentito di fare di Be Comics! una delle manifestazioni di punta nel settore in Italia. La prima novità riguarda la sede stessa della manifestazione. Non più tendostrutture in piazze della città, ma gli ampi padiglioni attrezzati messi a disposizione dalla Fiera di Padova. Sono questi ad offrire la location ideale per l'entertainment di Be Comics!, con ampi spazi dedicati agli editori, spazi games, videogames, cosplayer, YouTuber. Il Centro Culturale Altinate San Gaetano si mantiene come sede d'elezione per le grandi mostre.

Il programma 2019 delle esposizioni è rivolto sia al pubblico più attento alle nuove tendenze nel fumetto, sia ai visitatori interessati ad approfondire le opere o i creatori che hanno segnato la storia del fumetto e dell'animazione. Lo spirito è quello di portare lo spettatore alla scoperta di nuovi protagonisti del panorama contemporaneo mantenendo sempre vivo l'interesse al passato e ai suoi maestri. L'internazionalità è il focus di Be Comics!2019 tra Giappone, Cina e Medio Oriente. Lo stesso manifesto dichiara l'interesse al Giappone confermato anche dalla presenza di ospiti d'eccezione: lo YouTuber Dario Moccia, appassionato ed esperto del Paese del Sol Levante, come di anime e di manga, il fumettista Tuono Pettinato autore dello stesso manifesto e che, al Giappone, ha dedicato la sua opera Big in Japan, il fumettista giapponese Tetsuya Tsutsui, uno degli autori di maggior rilievo del manga moderno, e ancora l'animatore Masami Suda, una delle personalità che hanno reso grande l'animazione e che per decenni ha lavorato ad alcune delle serie più amate, tra cui Ken il guerriero. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

---

Copertina libro Graffiti animati - Storia dei cartoni animati di Marilena Lucente Graffiti animati - I cartoon da emozioni a gadget
di Marilena Lucente, ed. Vallecchi

Negli oltre cento anni di storia del cinema, l'animazione ha fin dall'inizio acquisito un ruolo di primo piano sia nella produzione sia nel mercato. I primi cortometraggi della Warner arrivano negli anni '30 e hanno per protagonisti personaggi tratti dal mondo animale. Trasmessi negli intervalli dei film (ruolo paragonabile a quello dell'avanspettacolo in Italia) in poco tempo conquistano il pubblico.




Il nuovo TEFAF Art Market Report dedicato al mercato cinese dell'Arte
TEFAF Maastricht, 15 marzo 2019
www.tefaf.com

La Cina sarà l'oggetto di studio del TEFAF Art Market Report di quest'anno al TEFAF Maastricht, la Fiera d'arte e antiquariato più importante del mondo. La trentaduesima edizione di TEFAF Maastricht si terrà al Maastricht Exhibition and Congress Centre dal 16 al 24 marzo 2019. Intitolato TEFAF Art Market Report: The Chinese Art Market, il nuovo documento è stato redatto da Kejia Wu, Professore del Sotheby's Institute di New York e giornalista per il FTChinese. Il report sarà scaricabile dal sito di TEFAF a partire dalle 10 di mattina del 15 marzo. Il mercato cinese dell'arte ha messo a segno una straordinaria crescita negli ultimi 40 anni, divenendo il secondo del mondo. Le sue principali case d'asta, Poly Auctions (fondata nel 2003) e China Guardian (fondata nel 1993) occupano rispettivamente la terza e quarta posizione nella classifica delle case d'asta più importanti del mondo, alle spalle di Christie's e Sotheby's.

Attraverso una ricerca approfondita e un dialogo con i maggiori esponenti del mercato, il nuovo report si prefigge di spiegare questo fenomeno illustrando l'evoluzione storica del commercio dell'arte in Cina, iniziato nell'era moderna e sviluppatosi fino alla portata odierna. Il documento include un sondaggio sottoposto ai principali collezionisti d'arte cinesi per dimostrare cosa li spinge a collezionare, cosa collezionano oggi e cosa collezioneranno in futuro. Il report è suddiviso in cinque capitoli:

- Capitolo uno, una panoramica delle origini del mercato cinese dell'arte;
- Capitolo due, la descrizione di come il mercato dell'arte sia emerso dopo la Rivoluzione Culturale (1966-1976), espandendosi nei decenni attraverso diverse fasi;
- Capitolo tre, il sondaggio sottoposto ai più importanti collezionisti e titolari di musei del mercato, per conoscere la natura del loro collezionismo e i piani per i loro musei privati;
- Capitolo quattro, una prospettiva del mercato basata sul dialogo con i suoi esponenti;
- Capitolo cinque, una serie di interviste approfondite con i principali protagonisti del mercato per capire il loro punto di vista sulla crescita degli ultimi decenni e i trend per il futuro.

"Benché il mercato cinese sia il secondo più grande del mondo la sua comprensione resta limitata", ha dichiarato Patrick van Maris, AD di TEFAF. "La prospettiva storica e le interviste ai collezionisti e ai protagonisti dell'industria presenti nel report forniranno maggiori informazioni su questo mercato sempre più maturo". Il TEFAF Art Market Report: The Chinese Art Market sarà il secondo documento pubblicato in formato digitale e accessibile da dispositivi mobili e pc, da cui si può scaricare in formato PDF per essere stampato. Il formato digitale fornisce sia una lettura lineare che non lineare grazie a contenuti correlati, opinioni degli esperti e termini di glossario che arricchiscono l'esperienza di lettura. L'obiettivo di lungo termine è costruire sul sito di TEFAF una libreria online facilmente accessibile che funga da principale fonte di ricerca e di informazione sul mercato. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Crali e il Futurismo - immagine dalla locandina della mostra Crali e il Futurismo. Avanguardia culturale
termina il 12 maggio 2019
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone
Locandina

La mostra espone, oltre ottanta opere di Tullio Crali (Igalo 1910 - Milano 2000), noto in Italia e nel mondo soprattutto per la sua bravura di aeropittore, ultimo, coerente e irriducibile futurista. Tra le opere esposte brilla l'unica opera di provenienza pubblica, Prima che s'apra il paracadute (1939), che giunge dal Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Udine, scelto dal Guggenheim Museum di New York, tempio dell'arte contemporanea, tra i 300 più importanti dipinti futuristi italiani, quale immagine di copertina al catalogo della più grande mostra internazionale sul Futurismo mai realizzata "Italian Futurism 1909-1944: Reconstructing the Universe".

Sarà esposto in mostra anche un dipinto inedito di Giacomo Balla, acquistato da Crali direttamente dall'autore, "il solo quadro che io abbia mai comperato, sia perché non sono un collezionista sia perché mai ho chiesto un dono agli amici pittori", come racconta Crali stesso in Una vita per il Futurismo. Tra scossoni e vuoti alla ricerca di quota. Per la parte documentale saranno esposti numerosi documenti, riviste, cataloghi di mostre futuriste del tempo, libri d'epoca e i famosi "manifesti" a stampa, di cui Marinetti, geniale e generoso capo del Futurismo, si servì ampiamente per far conoscere in forma dinamica e crescente le linee guida e la visione arte-vita del movimento. Fra le opere che più incisero sul linguaggio artistico italiano e non solo, si vuole citare Pittura scultura futuriste di Umberto Boccioni, Zang Tumb Tumb di Marinetti e L'arte dei rumori di Luigi Russolo, oltre ad alcune opere a stampa di quel vero mago della pubblicità che fu Fortunato Depero. (Comunicato stampa)




Gal Weinstein - Untitled - 2019 Gal Weinstein: "Echo"
termina lo 04 maggio 2019
Galleria Riccardo Crespi - Milano
www.riccardocrespi.com

Terza personale in Galleria di Gal Weinstein, uno degli artisti israeliani più significativi degli ultimi decenni: ha rappresentato il suo Paese nella scorsa edizione della Biennale di Venezia e in innumerevoli altre manifestazioni internazionali. L'opera di Weinstein si basa su soggetti iconici manipolati per rappresentare, non senza una sottile ironia, la contemporaneità. Dopo il successo del suo Padiglione Israele, l'artista torna in Italia con opere che sono state concettualmente originate proprio da quella esperienza, mostrando la diversa resistenza di alcuni materiali e manifestandone i processi di dissoluzione, decomposizione e invecchiamento. Processi immaginari o concreti che indicano il passare del tempo e le fluttuazioni tra i diversi stati della materia, come metafora del nostro inquieto presente nella sua realtà politica, materiale e simbolica. (Comunicato stampa)

---

Riccardo Crespi gallery presents Echo, the third solo exhibition in the gallery by Gal Weinstein, one of the most popular Israeli artists in recent years: he represented his Country in the last edition of the Venice Biennale and in countless other International events. Weinstein's work is based on iconic subjects, then manipulated to represent contemporaneity, not without a subtle irony. After the success of his Israel Pavilion in the last edition of the Venice Biennale, the artist returns to Italy with works that have been conceptually originated from that experience, they show the diverse resistance of some materials, manifesting procedures of dissolution, decomposition and aging. Concrete processes that indicate the passage of time and the fluctuations between the different states of matter, that could be interpreted as a metaphor of our restless present in its political, material and symbolic reality. (Press release)




Mario Tozzi - La ragazza del canarino - olio su tela cm.73x50 1972 Mario Tozzi: Geometria della purezza
termina il 30 marzo 2019
Galleria de' Bonis - Reggio Emilia
www.galleriadebonis.com

Mostra monografica dedicata a Mario Tozzi, un grande maestro nel '900 che sta vivendo un felice e fortunato momento storico. Protagoniste dell'esposizione saranno diverse opere rappresentative del periodo più ricercato dell'artista, quello dei fondi bianchi di Suna (indicativamente da metà anni '60 a metà anni '70), che prende il nome dalla località sul lago Maggiore nella quale Tozzi ha risieduto per tanti anni. Si tratta di opere che fanno parte della maturità del pittore, caratterizzate da fondi bianchi, gessosi e spatolati, che ricordano l'intonaco e l'affresco. Accanto a questi dipinti trovano spazio in mostra opere precoci, del secondo decennio del '900, che mostrano già una grande perizia pittorica e una straordinaria sensibilità cromatica, come "Notturno" del 1912, una chicca per collezionisti. La pittura di Tozzi è enigmatica e fuori dal tempo, la sua ricerca ruota intorno ad una gamma cromatica raffinata e selezionata che gioca sui toni del bianco e del rosa, tingendosi talvolta di nero e illuminandosi di azzurro. Le sue figure femminili sono ieratiche e lontane come divinità, protette da una geometria silenziosa abitata da piccole figure stilizzate, oggetti e linee che costituiscono quasi un lessico misterioso dell'artista.

Mario Tozzi (Fossombrone - Urbino, 1895 - Saint-Jean-du-Gard, 1979) vive gran parte della sua vita a Suna, sul Lago Maggiore, nella residenza di famiglia. Negli anni '20 si trasferisce insieme alla moglie, di origine francese, a Parigi. Artista colto e raffinato, grazie alla ricchezza della sua formazione, fonda il "Groupe des Sept" (conosciuto come "Les Italiens de Paris") con Campigli, De Pisis, Paresce, De Chirico, Savinio e Severini. "Mostri sacri" dell'Arte Italiana, questi giovani artisti domineranno la scena artistica nella Parigi degli anni '20 e arriveranno ad affermarsi a livello internazionale. (Comunicato ufficio Stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Franco Bassignani - Mantova - Palazzo TE, Esedra Franco Bassignani - Mantova - P.zza Erbe Mantova e la sua Provincia. 24 incisioni di Franco Bassignani
inaugurazione 20 febbraio 2019
"Parete Sartori" (Galleria Arianna Sartori) - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La "Parete Sartori" di Mantova, nella Galleria Arianna Sartori, dopo il successo dell'esposizione della rara incisione, raffigurante il progetto del "Parco dedicato al sommo poeta Virgilio", ideato dall'architetto Paolo Pozzo ed inciso dal maestro Francesco Rosaspina del 1801, presenta una nuova mostra di grafica, sempre di interesse mantovano. Esposta per la prima volta, a 35 anni dalla sua pubblicazione, l'intero corpo delle 24 stampe, Mantova e la sua Provincia - 24 incisioni di Franco Bassignani, commissionate da Adalberto Sartori Editore all'artista mantovano e da lui incise e stampate dal 1984 al 1985. La serie, che fa parte della collana "Italia Monumentale", era stata pubblicata dietro sottoscrizione di abbonati, ed aveva una diffusione mensile di 2 incisioni ognuna unite in cartelle.

La raccolta delle 24 incisioni si compone di 14 tavole che raffigurano le piazze, le chiese e i palazzi della città di Mantova: Castello di S. Giorgio, Piazza S. Barbara, Piazza Sordello (Palazzo Ducale), Piazza Sordello (Palazzo Bonacolsi), Piazza Erbe, Casa del Mercante Boniforte, Piazza S. Andrea, Piazza Canossa, Palazzo d'Arco, Chiesa di S. Francesco, Teatro Sociale, Casa di Giulio Romano, Palazzo Te - Esedra, Palazzo Sordi; e 10 tavole che raffigurano piazze e monumenti dei dintorni e di alcune località della provincia: Castel d'Ario - Castello, Castiglione delle Stiviere - Duomo, Curtatone - Santuario della Madonna delle Grazie presso Mantova, Marmirolo - Bosco della Fontana - Castello di caccia, Monzambano - Castello, Porto Mantovano - Mantova - Ruderi del Palazzo della Favorita, Revere - Torre e Palazzo Gonzaga, Rivarolo Mantovano - Torre Gonzaghesca, Sabbioneta - La piazza Ducale, San Benedetto Po - Monastero. Tutte le incisioni sono state realizzate da Franco Bassignani (Guidizzolo 1942) con la tecnica dell'acquaforte e acquatinta, stampate in seppia, e misurano mm. 220x325 su foglio di cm.35x50. Esposizione a cura di Arianna Sartori. (Comunicato stampa)




Elisa Filomena - Donna - pastelli su carta cm.35x48 2018 Elisa Filomena: "Diario notturno"
termina lo 07 aprile 2019
Circoloquadro arte contemporanea - Milano
www.circoloquadro.com

Grandi tele e numerose carte vanno a formare un racconto, come in una sorta di diario intimo e personale, scritto durante le ore silenti della notte, il momento prediletto dell'artista torinese per dedicarsi alla pittura tanto amata. Diario notturno, il progetto che Elisa Filomena (Torino 1976) presenta per la prima volta a Milano, è il risultato degli ultimi due anni di lavoro, intensi e frenetici. Di notte, quando tutto tace, l'artista torinese disegna e dipinge senza sosta e con urgenza. Questa "pagine" notturne vengono mostrate a Circoloquadro, aperte una per una davanti allo sguardo dello spettatore che può così cogliere frammenti di vita e di storie diverse. Alla base di questo progetto c'è la curiosità e la volontà di Filomena di indagare sempre più il disegno che diventa uno strumento di mediazione tra la realtà e l'arte. "La mano è collegata alla mia testa senza che nessun filtro si frapponga; il gesto è veloce e immediato non c'è più l'ostacolo della tecnica o della materia pittorica." E questo percorso di ripensamento sul disegno porta Elisa Filomena ad accorciare le distanze tra il suo disegno e la sua pittura, che diventa essenziale e sintetica e ben aderente alle carte in mostra, con una coerenza estrema e sorprendente.

Alle pareti di Circoloquadro le "pagine" del suo diario notturno si mescolano a tele di grandi dimensioni in cui diverse immagini vengono racchiuse come fossero dei frames in una unica tela: qui il racconto che non ha un ordine cronologico, ma assume senso e poesia grazie al segno pittorico dell'artista che ricorda il linguaggio utilizzato in poesia, per rime e accostamenti, punti e vuoti riempiti con colori e piccoli segni grafici. La vicinanza con la pratica del disegno viene rivelata da un pittura particolare in cui non ci sono ripensamenti o stratificazioni. Accanto a questi lavori una serie di ritratti su carta, ripresi da fototessere americane degli anni '60, eseguiti con tecnica mista, unici per la loro forza esistenziale. I personaggi delle carte prendono forma grazie a un disegno istintivo dove il segno è unico e irripetibile, concentrato su una ricerca espressiva dove "l'errore" pittorico non è contemplato, e dove il segno è dato da una espressività` maturata dal lavoro quotidiano. Con un allestimento particolare, "a riempire", Diario notturno racconta così non solo due anni interi di lavoro e quindi il percorso artistico e personale dell'artista, ma anche le storie e le vite dei personaggi che abitano le tele e le carte di Elisa Filomena. (Comunicato stampa)




Opera di Franco Grignani Franco Grignani (1908-1999)
Polisensorialità fra arte, grafica e fotografia


termina il 15 settembre 2019
m.a.x museo - Chiasso (Svizzera)

Mostra antologica in cui si presenta la complessità del lavoro di Franco Grignani e della sua ricerca declinata attorno al tema della polisensorialità. Tre i settori esplorati: fotografia, grafica e arte. Attraverso una ricca scelta di opere e materiale di archivio, in parte inediti, si ripercorrono le tappe fondamentali della ricerca artistica di Grignani, dall'iniziale sperimentazione fotografica alla grafica pubblicitaria, dall'analisi matematico percettiva alla Optical Art. Chi non ha mai visto il marchio "Pura Lana Vergine"? Disegnato nel 1963, è l'opera di un progettista - precursore e innovatore - che con arguzia ne ha modellato le linee bianche e nere per costruire una forma unica, un'icona che associamo istintivamente a qualcosa di morbido.

L'esposizione è curata da Mario Piazza e Nicoletta Ossanna Cavadini, con il contributo in catalogo di Giovanni Anceschi, Roberta Valtorta, Bruno Monguzzi e le testimonianze di numerosi grafici svizzeri che hanno conosciuto o collaborato con Franco Grignani. La mostra è il frutto della ricerca effettuata sull'Archivio di Famiglia, su Fondi specifici del Mufuoco - Museo di Fotografia Contemporanea e Aiap Associazione italiana design della comunicazione visiva e del suo CDPG (Centro di Documentazione sul Progetto Grafico), e su importanti collezioni d'arte private italiane e svizzere. Con il partenariato del Museo della seta di Como sono stati realizzati due foulard su disegno di Franco Grignani: le due opere referenti sono esposte, rispettivamente, al m.a.x. museo di Chiasso e al Museo della seta di Como. La sezione fotografica della mostra sarà esposta nel febbraio del 2020 al Museo di Fotografia Contemporanea. (Comunicato stampa)




Opera di Ruben Montini Ruben Montini: Il Vuoto Addosso
termina il 23 marzo 2019
Prometeogallery di Ida Pisani - Milano
www.prometeogallery.com

Urgenza, radicalità, romanticismo e nostalgia caratterizzano la ricerca di Ruben Montini (Oristano, 1986). La sua necessità di evidenziare l'indebolimento di quei legami che derivano dal senso di appartenenza e dalla partecipazione alla vita collettiva di una determinata comunità, insieme all'esigenza di sublimare alcuni aspetti della propria vita privata determinano una produzione di lavori in cui ricami, rappresentazioni fotografiche, installazioni e performance diventano istantanee, precarie e fragili. Un linguaggio visivo intimo e rivolto verso la storia della performance che l'artista attualizza e rilegge costantemente. Il vuoto addosso è una sensazione privata, dilatata e ampliamente diffusa nella realtà attuale, che viene originata prevalentemente dalla frammentazione e dal deterioramento delle certezze identitarie, relazionali, ideologiche, sociali e politiche che invadono la percezione della contemporaneità e la contraddistinguono da ogni altra singola epoca. (...)

La performance "Il vuoto attorno", presentata durante il giorno dell'inaugurazione introduce la mostra e stimola fin dall'inizio la riflessione su ciò che è solo suggerito in modo romantico ma mai palesato. Una sorta di abbraccio sospeso in completa solitudine in cui Ruben Montini, sorretto soltanto da alcune strutture in acciaio utilizzate per le impalcature, si rapporta a un'alterità celata. (...) La paura, la rabbia, l'esitazione e il dubbio si insinuano, altresì, quando questo bisogno rischia di allontanare ogni possibile relazione, quando questa viene a mancare o finisce irrimediabilmente e il tentativo di costruzione di un nuovo amore rimane un atto fallimentare. (...) Il romanticismo cede davanti alla nostalgia, mentre la malinconia, a sua volta, diventa quasi rassegnazione nella serie di broccati sardi in cui la fine di una storia personale viene accennata attraverso l'efficacia del ricordo come qualcosa di più appagante del ricordato stesso. Una mancanza, in relazione a quella fine, che viene sottolineata nell'ultimo lavoro in mostra in cui alcuni spartiti sono completamente ricamati, lasciando visibili solo le pause musicali, sole le assenze, solo il vuoto che resta addosso. (Angel Moya Garcia)




Locandina della mostra dedicata ai Icicli grafici e alle incisioni di Rembrandt Rembrandt. I cicli grafici, le sue più belle incisioni
termina il 24 marzo 2019
Palazzo Arnone - Cosenza

A Cosenza, nel cinquecentesco Palazzo Arnone, un focus dedicato all'attività grafica di uno più celebri artisti del Seicento europeo. L'esposizione, organizzata dall'Associazione N. 9 in collaborazione con il Polo museale della Calabria, presenta oltre trenta incisioni originali provenienti da collezioni private ed è supportata da attività laboratoriali. La mostra è patrocinata dall'Ambasciata dei Paesi Bassi. Un tributo a Rembrandt proprio nel 2019, mentre - a 350 anni dalla scomparsa - l'Olanda gli rende omaggio con iniziative diffuse su tutto il territorio nazionale. (Estratto da comunicato stampa)




William Hogarth - Ritratto di Signora William Hogarth. Un ritratto in visita dal Museo di Belle Arti di Gand
termina il 28 aprile 2019
Museo Davia Bargellini - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

Conosciuto e ammirato per la sua pittura dal realismo narrativo, sottilmente descrittivo e tagliente, dai contenuti moralizzanti e satirici, William Hogarth (1697-1764) assurse al rango di pittore della Corte inglese solo negli ultimi anni della sua vita. Tradotti a stampa in copiose tirature, i suoi dipinti criticano eventi politici, descrivono e denunciano abitudini sociali e vizi della società inglese del tempo. Sino a circa la metà del XIX secolo, una sorta di Hogarthomania contrassegnò il grande successo riscosso dall'opera del pittore, per molti versi rivoluzionaria. Rinomato ritrattista, Hogarth si dedicò inizialmente a un pubblico prevalentemente aristocratico, ma dal 1740 circa iniziò ad estendere il suo interesse verso una clientela appartenente all'emergente ricca borghesia commerciale, per la quale forgiò un nuovo lessico della ritrattistica inglese dell'epoca.

Realizzato intorno al 1740, il Ritratto di Signora in abito bianco e orecchini di perle che il Museo Davia Bargellini espone in collaborazione con il Museo di Belle Arti di Gand, appartiene agli anni in cui Hogarth, dedicandosi al genere pittorico fra i più apprezzati dalla committenza inglese (la ritrattistica), sperimenta soluzioni innovative nell'intento di incontrare il favore dei suoi clienti, per lo più personaggi provenienti dalla classe borghese dei mercanti, dei professionisti, degli ecclesiastici. Un'etica nuova, fondata sui valori dell'onestà, della rettitudine, dell'operosità, deve rendersi esplicita attraverso la naturalezza delle espressioni, la schiettezza dell'adesione alla realtà, l'assenza di affettazioni retoriche, per raccontare l'ascesa e il successo di una borghesia ormai affermata sul fronte economico, ma ricca soprattutto di sentimenti e di moderna sensibilità umanitaria.

Così la posa e la resa fisionomica della donna protagonista di questo dipinto, raffigurata in un paesaggio architettonico caratterizzato da un'elegante balaustra classicheggiante, appaiono più intime e naturali rispetto ai ritratti d'apparato dell'aristocrazia del tempo. Se la spontaneità della posa sembra attingere con incuranza dagli istanti insignificanti della vita della giovane signora, al contempo il suo lussuoso vestito di seta bianca con riflessi argentei allude a un affluente benessere economico, condizione che Hogarth sembra voler registrare con attitudine documentaria, più che celebrativa.

Nell'esecuzione, la pennellata libera e rapida, che non manca di restituire solidità alla figura, ne coglie anche la grazia fugace, insieme alla freschezza del volto, con lo sguardo luminoso improvvisamente distolto dall'osservatore/interlocutore, e richiamato altrove, fuori campo. Piuttosto rari, i ritratti di William Hogarth sono oggi per lo più raccolti in musei britannici o americani; un solo ritratto è conservato al Museo del Louvre e uno all'Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. Pochi altri musei europei possiedono suoi ritratti e tra questi il Museo di Belle Arti di Gand, dove il Ritratto di Signora pervenne nel 1911, come dono degli Amici del Museo, la potente associazione filantropica che determinò la qualità e la varietà delle collezioni d'arte della città fiamminga.

L'esposizione dell'opera a Bologna si inserisce in un accordo di prestito che ha visto i Musei Civici d'Arte Antica concedere due bellissimi pezzi dalla collezione del Museo Davia Bargellini per la fortunata esposizione Les Dames du Baroque. Femmes peintres dans l'Italie du XVIe e XVIIe allestita nel museo belga dal 20 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019. Nell'eccezionale galleria di opere che il progetto espositivo ha riunito con il fine di mettere in luce il ruolo determinante che le artiste donne ebbero nella pratica pittorica italiana tra il 1550 e il 1680, affrontando con nuove e brillanti soluzioni espressive le restrizioni imposte dalla Controriforma, hanno infatti trovato un ruolo di primo piano un Ritratto di gentildonna di Prospero Fontana (1512-1597) e la Giuditta con la testa di Oloferne realizzata dalla figlia, Lavinia Fontana (1552-1614).

L'olio su tela del primo, datato tra il 1565 e il 1570, effigia una gentildonna, colta con un'espressione sognante e malinconica, che si staglia solenne in un interno cinquecentesco. Interessante è il raffinato virtuosismo prospettico, che rivela l'esperienza di Prospero Fontana nel mondo del teatro. L'effigiata dialoga con le "cose" della sua scena quotidiana, visualizzate con sofisticate annotazione luministiche (i gioielli, la seggiola, i vetri illuminati della finestra, il vaso di fiori), che Fontana va studiando fin dalla giovanile esperienza a Genova (Giulio Romano) e che ulteriormente mette a punto confrontandosi con le inclinazioni fiammingheggianti della tarda maniera fiorentina e con le curiosità scientifiche di Ulisse Aldrovandi. Il dipinto di Lavinia, con il popolarissimo soggetto biblico di Giuditta, appartiene alla fase della maturità dell'artista.

Nella composizione dell'opera l'ambientazione notturna viene affrontata con grande padronanza degli effetti luministici e con una sensibile attenzione alla resa analitica dei dettagli, di gusto fiammingo. Il volto dell'eroina, come quello della fantesca, paiono restituire tratti fisionomici peculiari, tanto da suggerire che possano identificarsi in due ritratti, come per altro accade in altri dipinti di analogo soggetto prodotti in area bolognese negli stessi anni (ad esempio da Agostino Carracci). Giuditta, vedova audace e pia, che osa sedurre il tiranno per ucciderlo e liberare così il proprio popolo, si presta infatti a fornire i sembianti per un travestimento in veste biblica, essendo modello di virtù femminile apprezzato nell'età di Controriforma, tanto da divenire tema fra i più ricorrenti nei quadri da stanza destinati agli interni dei palazzi nobiliari. (Comunicato stampa)




Lucia Pescador - Copialettere Etrusco - Installazione, febbraio 2019 Lucia Pescador: "Geometrie con Copialettere Etrusco"
termina il 29 marzo 2019
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

Lucia Pescador (Voghera, 1943) si è diplomata all'Accademia di Brera e ha insegnato al Liceo Artistico Boccioni. Ha da sempre privilegiato il disegno, lavorando su tematiche legate alla natura, alla cultura e all'arte. Nel 1965 inizia ad esporre i suoi lavori presso la Galleria Arte Centro di Milano, galleria con cui manterrà a lungo un rapporto di collaborazione. Con gli anni '90 comincia il suo lavoro di opere basate sulla raccolta di immagini e catalogazioni - una sorta di atlante panoramico dell'arte delle avanguardie e della cultura del XX Secolo, dal titolo Inventario del Novecento con la mano sinistra - che proseguirà fino agli anni del nuovo millennio. Sono di questi recenti anni di inizio secolo le sue installazioni multimediali "Wunderkammern" in cui riunisce sulle pareti tempere e pastelli realizzati su carta riciclata, maschere, oggetti, disegni e immagini fotografiche riportate su acetato, vasi di ceramica dipinta e vasi di enormi dimensioni dipinti su cartoni a creare una campionatura visiva di piccoli oggetti museali.

Questa mostra livornese nasce dalla collaborazione dell'artista con la Galleria Peccolo che recentemente ha edito nella Collana Memorie d'Artista uno speciale Libro d'Artista intitolato dall'autore Copialettere Etrusco che dà, anche, il titolo alla mostra. "Un libro in cui emerge la volontà dell'autrice di scavo e studio sull'antico e le fantasie mitologiche del passato unita alla quotidianità contemporanea. Si notano infatti vasi, buccheri etruschi, disegnati a pastello, oltre alla scritta di Pyrgi - nome greco della città portuale dell'odierna Cerveteri - misti a deliziose figure femminili (Pin-up) che riportano la lancetta del tempo al Secondo dopoguerra europeo, mostrando così l'andirivieni fra passato, presente e futuro cui tende da oltre cinquant'anni la poetica artistica di Lucia Pescador" come scrive nell'introduzione alla mostra il critico Maria Letizia Paiato. Nell'occasione della personale sarà presentato il libro Copialettere Etrusco di cui saranno esposti i lavori e le carte creati appositamente per questa edizione, insieme ad una speciale installazione realizzata in galleria per l'occasione e intitolata Geometrie da Teoria del colore. (Comunicato stampa)




Opera di Niele Toroni Niele Toroni
termina il 29 aprile 2019
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

L'esposizione, realizzata in occasione dei venticinque anni di attività della galleria, presenta opere in dialogo con l'ambiente ed è improntata intorno al numero venticinque. Dal 1967 Niele Toroni lavora con una precisa metodologia la quale prevede, su supporti differenti, la successione di impronte di pennello n. 50 a 30 cm di distanza l'una dall'altra, ciascuna delle quali risulta luogo di epifania di un divenire e di una metamorfosi incessante del suo fare nel tempo.

"Niele Toroni ripete la sua impronta di pennello nel tempo e nello spazio. E mai è la stessa cosa, perché lo stesso è lo stesso è lo stesso è irriducibilmente dissociato dall'essere identico. Il pleonasmo diventa batteria; l'energia dell'iterazione, struttura aperta. Non gli alti e bassi dell'anima dell'artista sono gli inibitori dell'identità, ma i luoghi di esplicitazione del metodo. L'esercizio della pittura vera, sbarazzata dalla zavorra di tutti i giudizi di valore e di tutti gli ammiccamenti storici, è la costante: trova in ogni lavoro la propria essenza attraverso il rimando alla sua stessa essenza. Il mondo non viene ridotto a due dimensioni, come altrimenti in un quadro, ma pittura è una determinata situazione e diventa così struttura aperta, liberamente riconcepibile nel tutto." (Harald Szeemann, 1991).

Al piano superiore un'opera costituita da venticinque carte, ciascuna contenente una sola impronta di pennello, verrà installata nella sala espositiva a partire da multipli di 30 cm di distanza affinchè ci si possa lasciar guidare visivamente nella percezione dello spazio come campo attivo; completeranno il progetto espositivo due tele di grandi dimensioni, alcuni interventi a muro e lavori realizzati su differenti supporti, quali manifesti, carte giapponesi e cartoncino. Al piano inferiore l'opera Impronte di pennello n. 50 a intervalli di 30 cm del 1987 - composta da venticinque tele ciascuna di 100x100 cm - ridefinisce lo spazio espositivo con le sue pennellate ritmando lo sguardo del visitatore che può liberamente seguire la loro scansione, frutto di un gesto quasi tantrico, che non è mai ripetizione bensì materializzazione di una irripetibile e sempre mutevole individualità. In occasione della mostra verrà pubblicata una monografia bilingue contenente una intervista immaginaria di Niele Toroni e un testo di Giorgio Verzotti, corredata da materiale iconografico che ripercorre il lavoro realizzato dal pittore nel corso degli anni in collaborazione con A arte Invernizzi, sia presso la galleria che in spazi pubblici e privati. (Comunicato stampa)




Opera di Alan Gattamorta nella mostra Galline Galline
termina il 10 aprile 2019
Mostra sul sito antologico

Il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta.







Ferdinando Scianna: Viaggio Racconto Memoria
termina il 28 luglio 2019
Galleria d'arte Moderna - Palermo
www.gampalermo.it

Grande mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra, e organizzata da Civita. Con circa 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l'intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Ferdinando Scianna è considerato uno tra maestri della fotografia non solo italiana. Ha iniziato ad appassionarsi a questo linguaggio negli anni Sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d'origine, la Sicilia.

Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche - l'attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare - tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In oltre 50 anni di racconti non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose - esordio della sua carriera - all'esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi i reportage (fa parte dell'agenzia foto giornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi grandi amici, maestri del mondo dell'arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni.

Per approfondire i contenuti dell'esposizione, incoraggiando la riflessione sulla portata iconica della fotografia di Ferdinando Scianna, Civita Sicilia ha ideato un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, che prevede i classici tour guidati, ma anche visite-esplorazione e laboratori didattici su prenotazione. In una audioguida (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. In mostra è inoltre proposto un documentario dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna. La mostra è corredata da un grande catalogo pubblicato da Marsilio Editori.

La sera del 20 febbraio, presso il Real Teatro di Santa Cecilia, Ferdinando Scianna incontra il pubblico di Palermo: un vero e proprio abbraccio con la città, aperto a tutti, in cui il Maestro insieme al co-curatore Denis Curti presenterà l'esposizione e risponderà alle domande dei presenti. Al termine dell'incontro, ai partecipanti sarà riservata una visita all'esposizione nella vicina Galleria d'Arte Moderna (ingresso consentito fino alle 21.30 ai possessori dell'apposito coupon che verrà rilasciato al pubblico presente all'incontro). Ferdinando Scianna firmerà il catalogo e le sue pubblicazioni presso il bookshop del museo, fino alle ore 21.30. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna artistica Collezioni del Contemporaneo - Pittura Spazio Scultura - Opere di artisti italiani tra gli anni Sessanta e Ottanta Collezioni del Contemporaneo
Pittura Spazio Scultura
Opere di artisti italiani tra gli anni Sessanta e Ottanta


dal 15 febbraio 2019
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

Nuovo allestimento delle collezioni del contemporaneo. Si tratta della prima edizione di un programma di diversi ordinamenti che si succederanno su base biennale. Le diverse esposizioni permetteranno di far conoscere al pubblico la ricchezza delle collezioni del museo e di dare voce a molteplici letture e interpretazioni critiche. Questo primo ordinamento, a cura di Elena Volpato, si concentra su due decenni, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, in rapporto di continuità cronologica con quanto è esposto nelle collezioni del '900. Lo fa scegliendo di raccontare aspetti rilevanti delle ricerche artistiche di quegli anni, perlopiù scarsamente riconosciuti dalla più diffusa interpretazione storica. Lo fecero senza recidere i legami con la storia, ponendo mente alle origini stesse del gesto pittorico e scultoreo, aprendo le loro opere, come mai prima di allora, ad accogliere e nutrire al loro interno il respiro dello spazio e, con esso, quello del tempo.

Gli artisti rappresentati non fanno parte di un unico gruppo. Alcuni dei loro nomi sono legati alle vicende dell'Arte Povera. Il percorso di altri si è intrecciato con quello della Pittura analitica. Altri ancora, dopo una stagione concettuale, hanno trovato nuove ragioni per tornare a riflettere su linguaggi tradizionali e su antichi codici espressivi. Tuttavia, se le loro opere sembrano dialogare qui con naturalezza, non è per mera cronologia, ma perché nel lavoro di ciascuno di loro c'è molto più di quanto le parole della critica militante avesse motivo di raccontare. In tutti loro, come spesso accade, c'è più personalità e indipendenza di quanto le ragioni di un raggruppamento o le linee di tendenza del mondo dell'arte possano dire.

A distanza di decenni, ora che quelle storie d'insieme sono note e codificate, ora che semprepiù mostre internazionali vengono tributate ad alcune di esse, possiamo concederci di guardare agli aspetti più personali del loro lavoro. Ed è proprio in quella cifra individuale che sembra risuonare con più chiarezza un insoluto legame con la storia dell'arte, con i suoi antichi linguaggi, per ciascuno in modo diverso, ma con simile forza. Se si dovesse provare a spiegare in una frase cosa avvicina tra loro queste opere e i loro autori, là dove sembrano esprimere la loro voce più personale, si direbbe che hanno in comune un autentico desiderio dell'arte, un senso di appartenenza, la consapevolezza di tutto ciò che quella parola aveva significato sin lì e tutto ciò che ancora poteva rappresentare in virtù di quel passato.

Le opere in mostra provengono interamente dalle collezioni del museo. Il nucleo espositivo più rilevante è frutto delle numerose acquisizioni realizzate durante la direzione di Pier Giovanni Castagnoli, tra il 1998 e il 2008. Molte di queste opere sono state acquisite grazie al contributo della Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT, a cui si deve anche la recente acquisizione dei libri d'artista e delle due opere di Marco Bagnoli, Vedetta notturna, 1986 e Iris, 1987, avvenuta durante l'attuale direzione di Riccardo Passoni. Animale terribile di Mario Merz, del 1981, e Gli Attaccapanni (di Napoli) di Luciano Fabro, prime tra le opere acquisite dalla Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT dalla sua costituzione, fanno parte di un ristretto gruppo di lavori provenienti dalla Collezione Margherita Stein, acquistato per essere affidato alla comune cura della GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea e del Castello di Rivoli. (Comunicato stampa)




Opera di Iacopo Pesenti Opera di Luisa Turuani Opera di Jaco Caputo Jaco Caputo, Iacopo Pesenti e Luisa Turuani
"Sono appena morto"


termina il 30 marzo 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Le porte della primavera così come quelle della galleria Cortina si aprono ad una collettiva - a cura di Mafalda Cortina - che ospita tre giovani artisti formatisi a Brera. Jaco Caputo, Iacopo Pesenti e Luisa Turuani si legano umanamente e artisticamente negli anni d'accademia, in una condivisa e fertile penombra. Affiatamento, stima e la medesima fede in un'arte autentica sono il collante di questo trio di compagni e amici, nel reciproco gioco dei loro differenti sguardi. Nello schiudersi di prospettive divergenti che si sfiorano senza mai confondersi, essi propugnano ognuno la propria poetica e la sua validità nell'atto artistico. Il titolo scelto dai tre autori per questa mostra, "Sono appena morto", potrebbe forse evocare una vita possibile oltre l'opera d'arte. Il prodotto artistico è sacrificato, avendo fine nel suo sbocciare per incarnarsi nell'emblema sospeso tra il fisico e l'etereo di un processo creativo ormai compiuto. Esso nasce e cresce tra le mani del suo creatore, che già guarda sfiorire il frutto del suo parto. L'inaugurazione, infine, si permette di onorare tale reliquia attorniata dai suoi cari spettatori che, celebrandone le spoglie, la rendono immortale.

Jaco Caputo ci rende partecipi di un'escursione pittorica in cui ogni opera rappresenta un nuovo territorio che le orme del colore hanno conquistato. Sdoganato dalle forme classiche del telaio, ogni pezzo trova e conquista tumultuosamente i suoi propri confini. In questi è il governo di una gestualità volubile, che ora ora si espande ora si rapprende, in un complesso contrasto di implosioni ed esplosioni cromatiche. Iacopo Pesenti, accostandosi in maniera forse più tradizionale alla materia pittorica, tenta di schiudere l'invisibile uscio dei propri supporti. Le sue tele mostrano i confini di queste aperture, rivolte a mondi di idee vergini sospese in uno spazio silenzioso. Monocromatiche campiture, infinite e desertiche, ospitano le minuziose raffigurazioni di oggetti incogniti; tridimensionali presenze insinuate in uno spazio privo di coordinate, come idee primigenie e pellegrine, centri di un desertico universo. Luisa Turuani, attraverso un approccio che si discosta completamente dai classici formalismi della scultura, si fa portavoce del soffio vitale nascosto degli oggetti più comuni. Ella anima, dà vita e mostra la caduta delle inerti creature del viver quotidiano. Senza scetticismi, interpreta e restituisce le emozioni delle "cose", resuscitate, così, da quell'anima ironica e caduca che solo l'installazione sa restituire. (Comunicato stampa)




Opera di Dan Flavin Dan Flavin
20 febbraio - 28 giugno 2019
Galleria Cardi - Milano
www.cardigallery.com

Mostra personale del leggendario artista minimalista americano Dan Flavin (1933-1996). La mostra è organizzata in collaborazione con l'Estate di Dan Flavin ed è accompagnata da un catalogo illustrato che include un saggio dello stimato critico d'arte italiano Germano Celant. L'artista americano è riconosciuto a livello internazionale per le sue installazioni e opere scultoree realizzate esclusivamente con lampade fluorescenti disponibili in commercio. La mostra presenterà quattordici opere luminose dalla fine degli anni '60 agli anni '90 che mostrano l'evoluzione di oltre quattro decenni delle ricerche dell'artista sulle nozioni di colore, luce e spazio scultoreo. Nell'estate del 1961, mentre lavorava come guardia presso l'American Museum of Natural History di New York, Flavin iniziò a realizzare schizzi per sculture che incorporavano luci elettriche. Più tardi quell'anno, tradusse i suoi schizzi in assemblaggi, che chiamò "icone", che accostavano le luci a costruzioni di Masonite dipinte di un colore solo.

Nel 1963, rimosse completamente il supporto rettangolare e iniziò a lavorare con le sue lampade fluorescenti. Nel 1968, Flavin espanse le sue sculture ad ambienti grandi come una camera e riempì un'intera galleria di luce ultravioletta a Documenta 4, Kassel (1968). Flavin negava sempre con enfasi che le sue installazioni scultoree di luce avessero alcun tipo di dimensione trascendente, simbolica o sublime, affermando: "E' quello che è e non è nient'altro". Sosteneva che le sue opere fossero semplicemente luce fluorescente che rispondeva a uno specifico ambiente architettonico. Usando la luce come mezzo, Flavin è stato in grado di ridefinire il modo in cui percepiamo lo spazio pittorico e scultoreo.

Daniel Flavin (1933) ha studiato arte attraverso il Programma di estensione dell'Università del Maryland in Corea. Al suo ritorno a New York nel 1956, ha brevemente frequentato la Scuola di Belle Arti Hans Hofmann e ha studiato storia dell'arte presso la New School for Social Research. Nel 1959, ha frequentato corsi di disegno e pittura presso la Columbia University; quell'anno, iniziò a creare assemblaggi e collage oltre che dipinti che indicavano il suo primo interesse per l'espressionismo astratto. Nel 1961, ha presentato la sua prima mostra personale di collage e acquerelli alla Judson Gallery di New York. Dopo questa mostra l'artista inizia a produrre quello che diventerà un corpo di lavoro singolarmente coerente e prodigioso che ha utilizzato esclusivamente lampade fluorescenti disponibili in commercio per creare installazioni di luce e colore con composizioni sistematiche. Le principali retrospettive del lavoro di Flavin sono state organizzate dalla National Gallery of Canada di Ottawa (1969), St. Louis Art Museum (1973), Kunsthalle Basel (1975) e Museum of Contemporary Art di Los Angeles (1989). Ha anche eseguito molte commissioni per lavori pubblici. Sia il Deutsche Guggenheim di Berlino nel 1999 che la Dia Foundation for the Arts nel 2004 hanno montato importanti retrospettive postume del lavoro dell'artista. (Comunicato stampa)




Opera di Altedo Guizzaro Altedo Guizzaro
termina il 21 marzo 2019
MUSAP Museo degli Artisti Polesani (Cittadella della Cultura) - Lendinara (Rovigo)

L'esposizione, ideata e curata dal Dott. Guido Signorini critico e storico dell'arte, direttore del MUSAP, presenta una selezione di opere dell'artista eseguite nel periodo che va dagli anni Sessanta agli anni Novanta del secolo scorso. I lavori di Altedo Guizzaro (Monselice, 1925 - Rovigo, 2010), densi di colori caldi, sono un inno alla pace e alla solidarietà umana. Combattente partigiano nel periodo della Resistenza, ha dipinto con passione per oltre cinquant'anni. Sue opere sono conservate in collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)





Kenjiro Azuma - Mu - scultura in gesso cm.93x65x5 1962 circa Nobuya Abe - Senza titolo - tecnica mista su tavola cm.25x50 1961 Ne-Wo-Orosu | Mettere radici
termina il 29 marzo 2019
RBfineart - Milano
www.rbfineart.it

Il legame che gli artisti provenienti dal Giappone hanno avuto, e ancor oggi hanno con l'Italia, ha radici profonde. I primi contatti Italia-Giappone si ebbero nel 1866 e i primi artisti giunsero nel nostro paese agli inizi del '900. Nel dopoguerra molti di loro approdarono come giovani studenti per poi trascorrere tutta la loro vita in Italia. A Milano incontrarono i grandi maestri, alcuni dei quali docenti dell'Accademia di Brera come Marino Marini e Francesco Messina, si confrontarono prima con l'arte antica, poi con l'arte contemporanea e con le nuove avanguardie, divennero amici di quelli che erano già considerati dei maestri come Lucio Fontana, ebbero dunque la possibilità di esporre nelle gallerie più importanti dell'epoca come la galleria del Naviglio, galleria Minima e galleria Pagani del Grattacielo.

Nonostante le forti influenze artistiche europee riuscirono a trovare la loro personale cifra stilistica, mantenendo sempre saldo il forte legame con la cultura di provenienza. La mostra vuole essere un omaggio all'arte giapponese in Italia. Tutte le opere esposte sono espressione perfetta del connubio oriente-occidente. Sono differenti i linguaggi, le tecniche e i periodi, sono gesti che portano l'essenzialità del pensiero zen e della conoscenza dell'arte occidentale, espressioni delle contaminazioni culturali ed estetiche messe in atto dagli artisti. In esposizione opere di artisti storici come Kengiro Azuma, Nobuya Abe,  Nobuo Sekine, Hsiao Yamagata, Shu Takahashi a confronto con artisti contemporanei come Haruka Fujita, Oki Izumi, Takeshi Shikama che ancora oggi vivono o lavorano in Italia. (Comunicato stampa)




Flicks - Video gallery on line Flicks
Fondazione Alberto Peruzzo
www.fondazionealbertoperuzzo.it

Video gallery online a cura di Valentina Tanni che trasforma il sito web della Fondazione in uno spazio espositivo temporaneo ospitando, a rotazione, lavori inediti commissionati per l'occasione ad artisti italiani e internazionali. I video, collocati in un'ampia area - la principale - dell'home page, accoglieranno il visitatore della pagina offrendo suggestioni in un luogo normalmente destinato alla veicolazione di semplici informazioni. Il sito web si trasforma così in una vera e propria architettura virtuale, incorniciando e accogliendo le sperimentazioni portate avanti dagli artisti nel settore dell'immagine in movimento. Con 'flicks' - letteralmente colpi, scatti, movimenti veloci - gli anglosassoni si riferiscono in maniera colloquiale al mondo del cinema e ai film. Nel progetto curato da Valentina Tanni per la Fondazione Alberto Peruzzo Flicks diventa una serie di opere d'arte in formato video da fruire online: sequenze brevi e intense, pensate per catturare l'attenzione di uno spettatore impegnato nella navigazione quotidiana attraverso un universo informativo magmatico e ipertrofico.

Il primo video, online dal 25 gennaio prossimo, è Everyday is my birthday commissionato all'artista giapponese Kensuke Koike. Il video - e in generale l'opera di Koike - sono coerenti con uno dei filoni di intervento della Fondazione stessa, essendo una riscoperta e una riformulazione, in chiave digitale e contemporanea, di qualcosa di tradizionale: la fotografia stampata. Attraverso l'arte moderna e contemporanea, la Fondazione infatti riscopre palazzi storici, come nel caso della mostra Guernica. Icona di Pace, reinterpreta come con alcune statue del Museo Pushkin di Mosca e la mostra di Fabrizio Plessi The Soul of Stone, e sta restaurando una chiesa dell'anno Mille che valorizzerà con l'arte contemporanea.

Kensuke Koike (Nagoya - Giappone, 1980), principalmente attraverso i mezzi del collage, del foto-collage, dell'installazione e della scultura, nella sua pratica artistica compie un'operazione di trasformazione degli oggetti e delle immagini capace di svelarne gli aspetti più inediti portando su di essi uno sguardo nuovo, facendo incontrare analogico e digitale. La sua ricerca si concentra sulle origini dell'immaginazione e sulle potenzialità della percezione umana. I suoi lavori sono stati esposti in gallerie e musei in tutto il mondo e può vantare diverse collaborazioni importanti. Tra le più recenti ricordiamo quella con la maison Gucci per la campagna di lancio della collezione autunno inverno 2018, e quella con l'artista e collezionista francese Thomas Sauvin, con cui Koike ha realizzato 3 libri d'artista. (Comunicato stampa)




Martin Creed - Work No. 3067 - 2018 Change Connect Continue
Martin Creed, Giorgio Griffa and Tatsuo Miyajima


25 January 2019 - 23 March 2019
Galleria Lorcan O'Neill - Roma
www.lorcanoneill.com

Martin Creed, Giorgio Griffa and Tatsuo Miyajima are artists whose work explores ideas of chance and order, of the apparent chaos of life and man's efforts to make sense of it. Looking at time, space and infinity, the works in this exhibition search for order while at the same time they accept fate and serendipity. Profoundly influenced by Buddhist philosophy, Japanese artist Tatsuo Miyajima (b. 1957) uses LED counters, set at differing speeds and never showing a zero, to make installations that express the interconnectivity of everything. The Italian painter Giorgio Griffa (b.1936) believes that the rhythms of the universe - he includes those of music, poetry and mathematics - are cornerstones of his practice as a painter.

In using these rhythms he accepts the inspiration of the moment, the blurring of colours, the draw of the brush, the incidental fold of the canvas - which for him are metaphors that contain a powerful fusion with reality. A great musician (as well as a self-professed algebra lover) Martin Creed (b. 1968) often makes work using a compositional rule as an attempt to create order. His paintings and sculptures employ principles of organization - such as arranging shapes or objects by typology, colour, or size - in an effort to give structure to the chaos of life. Rhythm, repetition, and incremental changes, all play an essential role in Creed's work as an artist and as a performer. (Press release)




Giorgio Vasari- Cristo Portacroce Vasari per Bindo Altoviti. Il Cristo portacroce
termina il 30 giugno 2019
Galleria Corsini - Roma
www.barberinicorsini.org

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano per la prima volta, nella sede di Galleria Corsini a Roma, un capolavoro recentemente riscoperto di Giorgio Vasari: il Cristo Portacroce, realizzato per il banchiere e collezionista Bindo Altoviti nel 1553. Il dipinto costituisce uno dei vertici della produzione dell'artista aretino e uno degli ultimi dipinti realizzati a Roma prima della sua partenza per Firenze. Il ritrovamento si deve a Carlo Falciani, esperto studioso di pittura vasariana, che lo ha riconosciuto nel quadro registrato da Vasari nel proprio libro delle Ricordanze, indicandone la data e il nome del prestigioso destinatario.

Il dipinto testimonia un momento assai importante dell'attività romana di Vasari, allora al servizio di papa Giulio III e della sua cerchia. Riportata nel suo contesto, l'opera si rivela un caso esemplare per capire le pratiche di lavoro di Giorgio Vasari e i caratteri peculiari della sua fortunatissima 'maniera'. In occasione della mostra è previsto un ciclo di conferenze sull'opera esposta e la figura dell'artista. Sarà inoltre pubblicato un catalogo (editore Officina Libraria) a cura di Barbara Agosti e Carlo Falciani. La mostra e il catalogo sono stati realizzati grazie alla collaborazione e al supporto della Benappi Fine Art. Il dipinto è stato restaurato presso lo studio "Daniele Rossi" di Firenze.

"Ricordo come a dì XX di maggio 1553 Messer Bindo Altoviti ebbe un quadro di braccia uno e mezzo drentovi una figura dal mezzo in su grande, un Cristo che portava la Croce che valeva scudi quindici d'oro". Con queste parole, il celebre pittore aretino Giorgio Vasari segnala nelle sue Ricordanze la realizzazione di un Cristo portacroce per l'importante banchiere fiorentino Bindo Altoviti. Il dipinto, passato nel Seicento nelle collezioni Savoia, era da tempo considerato perduto, finché non è stato identificato con questa tavola recentemente comparsa ad un'asta ad Hartford (Usa). Un recupero straordinario che, grazie alla generosità dei proprietari, è oggi possibile esporre per la prima volta al pubblico.

Bindo Altoviti (1491-1556) è il prototipo dell'uomo di corte rinascimentale, dedito alle arti non meno che agli affari. Stimato da Michelangelo, che gli regalò uno dei cartoni della volta della Sistina, venne ritratto da Raffaello, Benvenuto Cellini, Francesco Salviati e Jacopino del Conte. Il suo celebre palazzo romano presso ponte Sant'Angelo, nella roccaforte del commercio bancario dell'Urbe, era «riccamente ornato di anticaglie e altre belle cose», tra cui le decorazioni ad affresco eseguite da Giorgio Vasari. Fiero sostenitore della fazione antimedicea, venne condannato in contumacia da Cosimo I e morì a Roma nel 1556.

Tra gli artisti legati a Bindo Altoviti, un posto d'onore spetta certamente a Giorgio Vasari. Le fonti ricordano infatti numerose opere a lui commissionate, a partire dalla celebre pala dell'Immacolata Concezione della chiesa di Ognissanti a Firenze (1540-1541) fino a questo straordinario Cristo portacroce del 1553. In quell'anno Vasari era a Roma ospite proprio del «cordialissimo messer Bindo», nella cui residenza romana affrescò anche la loggia con il Trionfo di Cerere, unica decorazione sopravvissuta alla distruzione del palazzo nel 1888 e dal 1929 ricollocata nel Museo di Palazzo Venezia. Si tratta delle ultime opere realizzate dal pittore a Roma, prima di tornare a Firenze per entrare al servizio dell'acerrimo nemico di Bindo Altoviti, Cosimo I de' Medici. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova
inaugurazione il 26 gennaio 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

A cura di Arianna Sartori, presso la sua Galleria, viene istituito il nuovo spazio espositivo culturale, denominato "Parete Sartori", si tratta di uno spazio che verrà utilizzato prevalentemente per promuovere la conoscenza dell'arte grafica, con esposizione di opere d'arte antica, moderna e contemporanea. Il primo appuntamento è con la presentazione di una rarissima stampa di interesse "Mantovano-Virgiliano". Si tratta di un'incisione titolata "Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova", che rappresenta il progetto inventato da Paolo Pozzo, disegnato da Luigi Zanni, e inciso da Francesco Rosaspina. La stampa realizzata durante la dominazione francese può essere datata intorno al 1801 c.

Il foglio che misura nella parte incisa, mm.410x650, porta sulla carta, a sinistra la legenda degli undici luoghi rappresentati: 1 - Monumento eretto in memoria del luogo Natale di Virgilio. 2 - Vestibolo d'ingresso. 3 - Sepolcro di Didone. 4 - Capanne pastorali. 5 - Sepolcro di Ocno Bianore. 6 - Tempio di Apollo. 7 - Antro della Sibilla Cumana. 8 - Ruine di Troja. 9 - Aspetto di Mantova in lontananza. 10 - Passo di Caronte. 11 - Campi Elisi. Sulla carta, a destra i due tipi di misure utilizzate per la pianta. (Comunicato stampa)




Masahisa Fukase - A Game - 1983 Masahisa Fukase: Private Scenes
termina il 31 marzo 2019
Fondazione Sozzani - Milano
www.fondazionesozzani.org

Prima mostra retrospettiva italiana dedicata al fotografo giapponese, a cura di Foam Fotografiemuseum di Amsterdam in collaborazione con Tomio Kosuga, direttore di Masahisa Fukase Archives. L'opera di Masahisa Fukase (Hokkaido, 1934-2012) è rimasta in gran parte inaccessibile per oltre vent'anni, in seguito a una tragica caduta che lo aveva lasciato con gravi danni cerebrali permanenti. Dopo la sua morte, gli archivi furono gradualmente aperti, rivelando un ampio materiale che non era mai stato mostrato prima. In questa ampia retrospettiva presentata in autunno al Foam di Amsterdam sono esposte stampe originali dagli archivi di Masahisa Fukase a Tokyo, oltre al suo corpus di lavori "Ravens" (corvi), importanti serie fotografiche, pubblicazioni e documenti che risalgono dagli anni '60 al 1992.

Fukase ha incorporato la sua lotta personale contro il senso della perdita e la depressione nel suo lavoro in modo sorprendentemente giocoso. I suoi soggetti sono personali e molto intimi: nel corso degli anni, la moglie Yoko, il padre morente e l'amato gatto Sasuke comparivano regolarmente in narrazioni visive talvolta comiche, talvolta sinistre. Verso la fine della sua vita, rivolgeva la macchina fotografica sempre più verso di sé. L'enorme numero di autoritratti - quasi dei proto selfie - testimonia il modo singolare, quasi ossessivo in cui l'artista si metteva in relazione con ciò che lo circondava e con sé stesso. Fukase ha lavorato quasi esclusivamente con delle serie fotografiche, alcune nate nel corso di diversi decenni. Divenne celebre per i suoi "Ravens" (i corvi) (1975-1985), un racconto visivo atmosferico e associativo concepito durante un viaggio nella sua nativa Hokkaido.

Il libro "Ravens" è stato pubblicato nel 1986 e considerato come il miglior libro fotografico degli ultimi 25 anni dal British Journal of Photography nel 2010. Gli stormi dei corvi, quasi un presagio del destino, erano una sorta di metafora del suo stato d'animo di Fukase per il suo matrimonio con Yoko che stava finendo. Meno noto è il fatto che Fukase ha fotografato i corvi anche a colori. Le rare polaroid della serie "Raven Scenes" (1985) sono esposte in Italia per la prima volta. La sopravvivenza e il dolore personale sono diventati temi ricorrenti in Fukase per lunghi anni.

Nella mostra "Kill the Pig" (1961), Fukase aveva presentato una riflessione insieme giocosa e macabra sull'amore, la vita e la morte. In "Memories of Father" (1971-1987) Fukase mostrava la vita, la decadenza e infine la morte di suo padre in un tenero omaggio e un commovente "memento mori". I ritratti familiari di famiglia (1971-1989), a volte divertenti e talvolta seri, per i quali l'artista ha ritratto la sua famiglia nello studio fotografico dei suoi genitori, anno dopo anno, formano un'eccezionale cronaca familiare. L' esasperata idiosincrasia, la sua non accettazione verso sé stesso, e la continua sperimentazione, culminano negli autoritratti e nelle scene di "Private Scenes" (1990-1991), "Hibi" (1990-1992) e "Berobero" (1991) che documentano il vagabondaggio di Fukase per le strade e la vita notturna di Tokyo.

Tre mesi prima della sua fatale caduta, le opere vennero esposte nella mostra "Private Scenes" (1992), insieme a "Bukubuku" (1991): una serie di autoritratti dell'artista nella vasca da bagno. Le stampe sono datate con il timbro digitale che Fukase aveva iniziato ad utilizzare negli ultimi anni della sua attività. Insieme queste opere costituiscono un diario che scandisce i giorni, i mesi e gli anni in cui Fukase ha vissuto, lavorato e giocato in totale isolamento. Come figlio maggiore, Fukase era destinato a prendere in gestione lo studio fotografico di famiglia, fondato dal nonno nel 1908. Continuò ad aiutare i genitori e a dirigere lo studio fino al suo trasferimento a Tokyo nel 1952 per studiare fotografia. La sua mostra "Kill the Pig" (1961) lo portò per la prima volta all'attenzione del pubblico. Nel 1964 tre anni dopo l'improvvisa partenza della prima moglie, sposò Yoko, il suo grande amore. Per dodici anni Yoko fu la sua principale fonte d'ispirazione.

Nel 1974 Fukase fondò la "Workshop Photography School" di Tokyo con noti fotografi giapponesi come Shomei Tomatsu, Eikoh Hosoe, Noriaki Yokosuka, Nobuyoshi Araki e Daido Moriyama. Il loro lavoro venne presentato nella mostra New Japanese Photography al MoMA (New York) nel 1974 introducendo per la prima volta una nuova generazione di fotografi giapponesi in Occidente. Nel 1976 il divorzio da Yoko segnò l'inizio della celebre serie "Ravens", ma anche della depressione e dell'alcolismo. Nel 1992 Fukase, intossicato, cadde dalle scale e rimase in coma per venti anni. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2012, il suo lavoro è stato reso gradualmente reso accessibile dagli archivi Masahisa Fukase, istituiti a Tokyo nel 2014. Il lavoro di Fukase è stato esposto in numerose istituzioni MoMA, il Victoria and Albert Museum, l'ICP, la Fondation Cartier pour l'Art Contemporain e la Tate Modern. Il suo lavoro è presente in collezioni pubbliche e private, tra cui Victoria and Albert Museum, Tate Modern, SFMoMA, Metropolitan Museum of Art, Getty Museum. (Comunicato stampa)




Ottocento. L'arte dell'Italia tra Hayez e Segantini
termina il 16 giugno 2019
Musei San Domenico - Forlì

"Una mostra - evidenzia il coordinatore, Gianfranco Brunelli - che vuole mettere un punto fermo sull'Ottocento italiano, dopo le centinaia di retrospettive che hanno indagato questo o quell'autore, questo o quell'aspetto, declinazione o sfaccettatura di quell'importante secolo". Più puntualmente, la scelta curatoriale (Fernando Mazzocca e Francesco Leone) ha voluto focalizzarsi sui sessant'anni fatidici che intecorrono tra l'Unità d'Italia e lo scoppio della Grande Guerra. "Si passa - dicono i curatori - dall'ultima fase del Romanticismo e del Purismo al Realismo, dall'Eclettismo storicista al Simbolismo, dal Neorinascimento al Divisionismo presentando i capolavori, molti dei quali ancora da riscoprire, dei protagonisti di quei tormentati decenni". "Attraverso un immersivo viaggio nel tempo e nello spazio, ci vengono incontro capolavori di pittura e di scultura che segnano aspetti culturali e sociali nuovissimi, di impatto popolare e dal significato universale. La varietà dei linguaggi con cui sono stati rappresentati consentono di ripercorrere le sperimentazioni stilistiche che hanno caratterizzato il corso dell'arte italiana nella seconda metà dell'Ottocento e alle soglie del nuovo secolo, in una coinvolgente dialettica tra la tradizione e la modernità".

La mostra presenta, nella loro più importante produzione, pittori come Hayez, Induno, Molmenti, Pagliano, Faruffini, Cremona, Barabino, Bertini, Malatesta, Mussini, Maccari, Muzioli, Gamba, Gastaldi, Fontanesi, Grosso, Morelli, Costa, Fattori, Ussi, Signorini, Ciseri, Corcos, Michetti, Lojacono, Delleani, Mancini, Favretto, Michetti, Nono, Previati, Carcano, Longoni, Morbelli, Nomellini, Tito, Sartorio, Coleman, Cellini, Bargellini, De Carolis, De Nittis, Pellizza da Volpedo, Segantini, Boccioni, Balla; e scultori come Vela, Cecioni, Monteverde, Rosa, Tabacchi, Grandi, Gemito, Rutelli, Ximenes, Trentacoste, Canonica, Bistolfi. Ma sarà anche la straordinaria occasione di far conoscere tanti altri artisti sorprendenti, oggi ingiustamente dimenticati.

"I due fuochi, iniziale e finale, Hayez e Segantini, tracciano certamente un confine simbolico, ribadisce Brunelli. Ma quel confine dice ad un tempo tutto il recupero della classicità e tutto il rinnovamento di un secolo. All'inizio e alla fine del secolo, entrambi sono pittori del rinnovamento dell'arte italiana. Se Hayez viene consacrato da Mazzini pittore della nazione, Segantini avrà da D'Annunzio, nella sua Ode in morte del pittore, analogo, alto riconoscimento". (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Alberto Savinio - Tombeau d'un roi maure - 1929, olio su tela De Chirico e Savinio: Una mitologia moderna
termina il 30 giugno 2019
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

I due fratelli hanno ripensato il mito, l'antico, la tradizione classica attraverso la modernità dell'avanguardia e della citazione, traslandoli e reinterpretandoli per tentare di rispondere ai grandi enigmi dell'uomo contemporaneo, dando vita a quella che Breton definì una vera e propria mitologia moderna. La mostra - allestita alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo presso Parma - presenta oltre centotrenta opere tra celebri dipinti e sorprendenti lavori grafici, in un percorso espositivo che, dalla nascita dell'avventura metafisica, si focalizza su un moderno ripensamento della mitologia e giunge alla ricchissima produzione per il teatro, documentata anche da preziosi costumi per l'opera lirica.

«Sono l'uno la spiegazione dell'altro» scriveva Jean Cocteau dei due fratelli de Chirico. Vicinissimi nei primi passi delle rispettive carriere, de Chirico e Savinio lavorano a stretto contatto nei primi anni parigini. André Breton definiva il loro lavoro "indissociabile nello spirito": le visioni concepite da Giorgio in quegli anni, trovano un corrispettivo letterario nella poetica del fratello; nonostante il merito sia stato storicamente attribuito al genio di de Chirico, ad oggi è ormai riconosciuto il ruolo rivestito da Savinio nell'elaborazione dell'estetica metafisica. L'esposizione - curata da Alice Ensabella, Università di Grenoble, e da Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca - si propone di ricostruire criticamente le fonti comuni dei fratelli de Chirico al fine di metterne in evidenza affinità, contrasti e interpretazioni del fantastico universo che prende forma nelle loro traduzioni pittoriche, letterarie e teatrali.

Giorgio (1888-1978) e Andrea (1891-1952) de Chirico nascono in Grecia. Figli di un milieu alto borghese e cosmopolita, ricevettero un'educazione solida ed internazionale, influenzata dal romanticismo e dal nichilismo tedeschi, dall'avanguardia parigina, dalla cultura classica mediterranea, greca certamente, ma anche profondamente italiana. Questo particolarissimo imprinting filosofico, artistico e letterario, che forgia le menti dei fratelli de Chirico nei loro anni di formazione e primi anni di attività, darà come risultato uno dei momenti più originali e più alti della cultura figurativa italiana del Novecento.

Nonostante il comune percorso intellettuale, de Chirico e Savinio dimostrarono fin da giovani caratteri e approcci diversi alla pratica artistica. Savinio, figura poliedrica, nasce come musicista e compositore, diviene in seguito scrittore e approda alla pittura solo all'età di trentacinque anni. De Chirico, dalla personalità più decisa e granitica, individua la sua strada nella pittura. Se le opere di entrambi sono caratterizzate da temi di interesse comune come il viaggio, il mistero del distacco, la struggente commozione del ritorno, gli interrogativi sulla condizione umana, il richiamo al mito, all'antico, le interpretazioni che i due fratelli ne forniscono non sono le stesse, approdando spesso a risultati stilisticamente e iconograficamente distanti. Più freddo, mentale e concettuale, de Chirico, anche dopo la grande stagione metafisica non rinuncerà a rappresentazioni ancora impregnate di enigmi, che caratterizzeranno i suoi paesaggi che richiamano ai miti dell'antichità, cavalli fra le rovine della civiltà greca, gladiatori in procinto di vivere o morire, autoritratti e ridondanti nature morte.

Gioco e ironia sono invece i cardini intorno ai quali ruota l'estetica di Alberto Savinio. A differenza del fratello, infatti, Savinio dimostra un'innata capacità di immettere nei profondi silenzi metafisici la sapiente leggerezza dell'ironia, che si dispiega attraverso una visionarietà fantastica. Nelle sue opere oggetti inanimati ed esseri animati si uniscono in un'unica rappresentazione colorata e vivace, nella quale forme umane e animali si confondono e si decontestualizzano, inserite all'interno di prospettive impossibili e di un'atmosfera improbabile quanto ludica. I contributi in catalogo si concentrano sull'approccio dei fratelli alle loro fonti (Nicol Mocchi), oltre ai rispettivi percorsi nelle varie discipline artistiche in cui si sono confrontati: la pittura (Alice Ensabella), ovviamente, ma anche il libro d'artista e il teatro (Mauro Carrera). Essendo i motivi di ispirazione della costruzione della suddetta mitologia moderna al centro di questo progetto, due contributi in catalogo si focalizzano su aspetti più specifici dell'iconografia saviniana (Gerd Roos) e dechirichiana (Daniela Ferrari). (Comunicato Studio Esseci)




Dipingere gli affetti
La pittura sacra a Ferrara tra il Cinque e il Settecento


termina il 26 dicembre 2019
Castello Estense - Ferrara
www.castelloestense.it

Torna al Castello Estense di Ferrara "L'arte per l'arte", il progetto del Comune di Ferrara, promosso in collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico della città reso inaccessibile dopo il sisma del 2012. Dopo le opere di De Pisis, Boldini, Previati e Mentessi delle Gallerie d'Arte Moderna, protagoniste delle prime due esposizioni del progetto l'Arte per l'Arte, l'attenzione si sposta ora verso il periodo dal Cinque al Settecento. Le sale riccamente affrescate dell'ala sud e dei Camerini del Castello ospiteranno infatti la quadreria di proprietà dell'Asp, Centro Servizi alla Persona di Ferrara, Masi Torello e Voghiera, depositata presso i Musei di Arte Antica. Si tratta di un vero e proprio capitale artistico, pressoché sconosciuto eppure di grande rilevanza storica, che l'esposizione al Castello mira a restituire al grande pubblico. L'esperienza di visita assumerà i contorni di un viaggio nel tempo affascinante e sorprendente che spazierà dal tramonto del dominio Estense fino al secolo dei Lumi.

Le tappe di questo itinerario ci condurranno al cospetto dei due importanti protagonisti della rivoluzione naturalistica di inizio Seicento: Ippolito Scarsella detto Scarsellino e Carlo Bononi. La soave magnificenza del primo e la dolente bellezza del secondo, caratterizzano la Ferrara di quegli anni facendone uno dei più intriganti centri artistici dell'epoca. Contestualmente, faremo la conoscenza di personalità cronologicamente precedenti e parallele come, ad esempio, Giuseppe Mazzuoli detto il Bastarolo, il cui il manierismo castigato è fondamentale nella seconda metà del Cinquecento, Gaspare Venturini, pittore molto attivo per i duchi e per committenti religiosi, e l'enigmatico Giuseppe Caletti, curiosa figura di artista maledetto operante nella prima metà del Seicento. La seconda metà del XVII secolo è caratterizzata dal mitigato universo figurativo di Giuseppe Avanzi, pittore di mediazione che schiuderà il sipario al Settecento dove si imporranno le singolari personalità di Giacomo Parolini e Giuseppe Zola.

Ma perché Dipingere gli affetti? Per una doppia evocazione simbolica. La prima riguarda il linguaggio: le opere che verranno esposte in Castello si muovono nel solco degli orientamenti successivi al Concilio di Trento che delegavano all'arte il basilare compito di mediare tra il fedele e la religione, tra il visibile e l'invisibile, attraverso forme naturalistiche, emotive e familiari, nelle quali l'uomo del Sei e Settecento si potesse riconoscere. La seconda attiene alla vocazione umanitaria che animava i luoghi da cui esse erano originariamente collocate. Non delle chiese qualsiasi, ma gli altari, le cappelle e gli ambienti di istituti religiosi che ponevano al centro del loro operare l'aiuto verso gli altri, fossero essi orfani, indigenti, bisognosi o donne in difficoltà. Un insieme di esperienze animato da figure di primo piano della corte Estense - da Alfonso II a Barbara d'Austria, fino a Margherita Gonzaga - ma anche di una fetta consistente della nobiltà e della borghesia cittadina, impegnata nell'attività di carità e solidarietà.

Ed è così che protagonista di questa mostra sarà anche la città di Ferrara, nel tentativo di ricomporre il tessuto connettivo di un'«araldica della beneficenza» (per usare una felice definizione di Andrea Emiliani) che costituì la manifestazione più tangibile di quella pietas sei e settecentesca animata da empatica affettività e impegno sociale. Un attivismo che portò ad ornare alcuni dei luoghi sacri più rappresentativi, oggi quasi tutti scomparsi o mutati per fattezze o destinazioni d'uso, come i conservatori femminili di Santa Barbara e di Santa Margherita, o l'Opera Pia della Povertà Generale. Un vero e proprio viaggio nel tempo, insomma, alla ricerca delle radici moderne di Ferrara. (...) (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Marina Previtali - Ponte sul Naviglio Ticinese - Milano, olio su tela 2017 cm.210x141 Marina Previtali - Velasca, Via Larga - olio su tela cm.172x143 2017 Marina Previtali - Velasca da P.za Missori - olio su tela cm.163x125 2018 Marina Previtali - Dialoghi di Milano
15 novembre 2018 - 18 aprile 2019
Galleria Previtali - Milano
Calendario degli eventi 2018-19 nel sito della Galleria

Marina Previtali lavora da anni, con ossessione dolce, intorno al tema della visione urbana come dimensione paesistica introiettata ormai nella nostra coscienza di moderni: che è tuttavia, anche, interrogazione tutt'altro che ovvia sulla pittura e la sua necessità in un tempo in cui l'idea di città è stata campo radiante di pensiero e visione (dalla "città aggressiva" di Arnold Toynbee alla "lussuria geometrica" di De Chirico, giusto per citare) di cui s'è fatta infine interprete primaria la fotografia, capace di cogliere e riscrivere "eleganza, squallore, curiosità, monumenti, facce tristi, facce trionfanti, potenza, ironia, forza, decadimento, passato, presente, futuro di una città", come voleva Berenice Abbott. Previtali ha scelto un approccio diversamente centrato, che scruta il suo autobiograficissimo sentirsi abitante della città in quanto membro della civitas, la comunità consapevole di se stessa, e insieme come individualità continuamente straniata, in una complessa trama sentimentale sempre in bilico tra intendimento di Milano come luogo dell'anima e sospetto che i suoi luoghi altro non siano che sceneries, scenografie di solitudine irrevocabile.

L'artista si ritrova nel dipingerla, Milano, affidando alle materie aspre, alle pennellate materiate, ai soprassalti energetici del gesto, lo stream affettivo e di pensieri che la anima. Che sia un "a tu per tu" è detto dalla totale assenza della presenza umana. Certo, è una tradizione ormai di genere, l'evidenza snudata dei luoghi, almeno da Charles Sheeler in poi: ma qui non è in gioco la fascinazione dell'architettonico, la condizione ammirata dell'artificio del costruire, bensì l'anima dei luoghi, un vedere, un esserci che si vorrebbe partecipe ma che si ritrova come distanziato irrevocabilmente, come una presenza còlta e subito perduta. Solo la pittura può rendere questa condizione, il cui paradigma mimetico, pur mantenendosi saldo, si carica di brividi emotivi, d'una concentrazione meditativa profonda e continua: si chiede più come guardare che cosa. Questo è il fascino sottile dei dipinti di Previtali, la loro vera raison d'être. (Marina Previtali. Urban sceneries, di Flaminio Gualdoni)

---

Uno degli aspetti più belli e singolari di questa città, Milano, per come la vede Marina Previtali nella sua vivace ricostruzione, insieme fedelissima e quanto mai libera, è nelle molteplici increspature che presenta, vale a dire nel gioco dinamico dei suoi contorni. Contorni che non sono lisci, lineari, ma sempre in rilievo materico, come in una sorta di vitale non finito, che esprime - io credo per necessità immediata e quasi senza intenzione - l'originale interpretazione dell'artista. E dunque il suo modo di sentire e raccontarci quel paesaggio, nel suo interno mutare, o nel suo spalmarsi nella mente, in modo quasi onirico, e non di meno esatto, nella molteplicità cangiante delle sue parvenze. Certo, possiamo osservare in queste opere, la strenua attività di incessanti lavori in corso, dove la fantasmagoria di colori si impone nel dettaglio, si fa sentire nelle superfici minime come in più ampie distese, fino alle indicazioni, ai segnali stradali, a quelle imponenti masse materiche dove non si ravvisa traccia di essere umano.

E questo è un preciso carattere del lavoro di Marina, che a mio avviso non vuole rendere disumano il paesaggio, ma vuole proporlo nella sobrietà antiretorica di un carattere locale, dove il soggetto è tanto più autentico e sano quanto meno subisce il banale desiderio di mettersi in mostra, lasciando invece il meglio di sé nel corpo di un ambiente che ne rivela l'operosità, il lavoro, la nobiltà dell'umana fatica. Una fatica che si intuisce bene, per esempio, nella verticalità protesa in uno sforzo costante, una tensione attivissima, della quale, in fondo, è difficile cogliere il senso. O, paradossalmente, è forse più agevole e naturale considerarlo inesistente, in un mare di forme dove talvolta qualcosa sembra volersi ergere immotivata e vistosa.

La bravura dell'artista è anche nella sua onesta volontà di modificare il paesaggio pur conservandone i tratti di evidente riconoscibilità in molti elementi anche notissimi, dove il nuovo, il vecchio e l'antico coesistono, come se il tempo avesse ormai tutto assorbito in sé, come se l'insieme delle vedute ci provenisse da un futuro che non conosciamo, che possiamo solo immaginare o inventare, ma che può conservare, pur con qualche traccia di interna decomposizione, ciò che la storia ha giustapposto e forse appiattito nel pensiero umano. O viceversa colorizzato con violenza attraverso i meccanismi aperti del sogno e della fantasia. E magari sotto un cielo irreale e irrealistico, un cielo giallo eppure senza sole, dove la torre svetta, bellissima e insensata, e dove le mille finestre appaiono come loculi o geometrici depositi, disordinatamente uguali e ancora senza presenza neppure infima di figure umane. Insomma, Marina Previtali ci offre un suo modo acuto e sensibile di vedere la nostra città, un modo che ci aiuta a capirla meglio e di cui dovremo tenere conto con riconoscenza e affetto. (Maurizio Cucchi)




I Macchiaioli: Arte italiana verso la modernità
termina il 24 marzo 2019
Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino

Gli antefatti, la nascita e la stagione iniziale e più felice della pittura macchiaiola, ossia il periodo che va dalla sperimentazione degli anni Cinquanta dell'Ottocento ai capolavori degli anni Sessanta. L'esperienza dei pittori macchiaioli ha costituito uno dei momenti più alti e significativi della volontà di rinnovamento dei linguaggi figurativi, divenuta prioritaria alla metà dell'Ottocento. Fu a Firenze che i giovani frequentatori del Caffè Michelangiolo misero a punto la 'macchia'. Questa coraggiosa sperimentazione porterà a un'arte italiana "moderna", che ebbe proprio a Torino, nel maggio del 1861, la sua prima affermazione alla Promotrice delle Belle Arti. Negli anni della sua proclamazione a capitale del Regno d'Italia, Torino visse una stagione di particolare fermento culturale. E' proprio a questo periodo, e precisamente nel 1863, che risale la nascita della collezione civica d'arte moderna - l'attuale GAM - che aveva il compito di documentare l'arte allora contemporanea.

In questa prospettiva un'attenzione particolare viene restituita ad Antonio Fontanesi, nel bicentenario della nascita, agli artisti piemontesi della Scuola di Rivara (Carlo Pittara, Ernesto Bertea, Federico Pastoris e Alfredo D'Andrade) e ai liguri della Scuola dei Grigi (Serafino De Avendaño, Ernesto Rayper), individuando nuovi e originali elementi di confronto con la pittura di Cristiano Banti, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Odoardo Borrani, protagonisti di questa cruciale stagione artistica. Il percorso prenderà il via con il racconto della formazione dei protagonisti, necessario per far apprezzare a pieno il contributo innovativo dei Macchiaioli nella storia dell'arte. Dalle opere di pittori e maestri accademici di gusto romantico o purista, come Giuseppe Bezzuoli, Luigi Mussini, Enrico Pollastrini, Antonio Ciseri, Stefano Ussi, ai giovani futuri macchiaioli come Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Cristiano Banti, Odoardo Borrani: attraverso il confronto delle opere sarà evidenziata la loro educazione tradizionale, rispettosa dei grandi esempi rinascimentali.

A punteggiare la mostra è la partecipazione delle opere scelte alle prime Promotrici di Belle Arti e alla prima Esposizione nazionale di Firenze del 1861; sullo sfondo è la visita all'Esposizione Internazionale di Parigi del 1855, che fu un avvenimento decisivo per i giovani macchiaioli, suscitando grande curiosità ed emulazione nei confronti della nuova visione "oggettiva" e diretta. In questa cornice, sarà presentato al pubblico il dialogo che sospinse alcuni artisti tra Piemonte, Liguria e Toscana a condurre le ricerche "sul vero". Furono anni di sperimentazione in cui le ricerche sul colore-luce, condotte en plein air, crearono un comune denominatore tra pittori legati in gruppi e cenacoli, di cui l'esempio più noto fu quello dei Macchiaioli toscani. Si affronta quindi la sperimentazione della macchia applicata al rinnovamento dei soggetti storici e di paesaggio, con opere degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta, durante i quali talvolta gli amici si trovavano vicini a dipingere lo stesso soggetto da angolature di poco variate, così da evidenziare il loro percorso comune e il proficuo dialogo intessuto in quegli anni di profondi mutamenti non solo artistici, ma politici e culturali in senso ampio.

A seguire si propongono le scelte figurative dei Macchiaioli dall'Unità d'Italia a Firenze capitale e gli ambienti in cui maturò il linguaggio macchiaiolo: dalle movimentate estati trascorse a Castiglioncello, nella tenuta di Martelli, ai più pacati pomeriggi autunnali e primaverili a Piagentina, nell'immediata periferia fiorentina, ove gli artisti si erano ritirati a lavorare al riparo dalle trasformazioni della Firenze moderna, accentuate dal 1865 dal suo ruolo di capitale dell'Italia unita. L'ultimo capitolo del viaggio affianca alle opere l'esperienza cruciale di due riviste: il «Gazzettino delle Arti del Disegno», pubblicata a Firenze nel 1867, e l'«Arte in Italia», fondata due anni dopo a Torino e che accompagna le vicende artistiche italiane sino al 1873.

Sulle colonne del «Gazzettino» Martelli, Signorini e altri critici presentano il loro sensibile e acuto spirito di lettura nei confronti delle espressioni contemporanee europee e la consapevolezza di una ulteriore svolta evolutiva della pittura, che si lascia alle spalle il pur glorioso linguaggio della macchia, che, a quel punto, mostrava di aver compiuto il suo ruolo innovatore. Un impegno sul fronte della critica destinato idealmente a proseguire sul mensile «L'arte in Italia», rivista che contribuì al rinnovamento dell'ambiente artistico piemontese con personalità come Giovanni Camerana, tra i più lucidi sostenitori delle ricerche sul vero condotte da Fontanesi e dalla Scuola di Rivara. Ciò che la mostra restituisce è quindi l'occasione non solo per ammirare capolavori assoluti della pittura macchiaiola, ma permetterne una migliore comprensione sottolineando il dialogo che ha unito gli artisti di varie parti d'Italia nella ricerca tesa alla modernità. (Comunicato stampa)




Metlicovitz
L'arte del desiderio. Manifesti di un pioniere della pubblicità


.. 16 dicembre 2018 - 17 marzo 2019
Civico Museo Revoltella | Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl" - Trieste

.. 06 aprile - 18 agosto 2019
Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso

Centocinquanta anni fa nasceva a Trieste Leopoldo Metlicovitz, uno dei maestri assoluti del cartellonismo italiano. E' lui l'autore di decine di manifesti memorabili, dedicati a prodotti commerciali e industriali, ma anche a grandi eventi, a famose opere liriche (Madama Butterfly, Manon Lescaut, Turandot) e a film dell'epoca del muto (primo fra tutti "Cabiria", storico precursore del kolossal). Assieme ad artisti quali Hohenstein, Laskoff, Terzi e al più giovane concittadino Marcello Dudovich, Metlicovitz (che di quest'ultimo fu il "maestro") operò per decenni alle Officine Grafiche Ricordi di Milano, dopo un avvio come pittore paesaggista nella città natale e un apprendistato come litografo (professione ereditata dal padre) in uno stabilimento grafico di Udine.

Fu proprio grazie all'intuito di Giulio Ricordi, che Metlicovitz poté esplicare, dagli ultimi anni dell'Ottocento, tutte le proprie potenzialità espressive, non solo come grande esperto dell'arte cromolitografica, ma pure come disegnatore e inventore di quegli "avvisi figurati" (così chiamati allora) che, affissi a muri e palizzate, mutarono il volto delle città con il loro vivace cromatismo, segnando anche in Italia la nascita di quell'arte della pubblicità sintonizzata su quanto il "modernismo" internazionale andava proponendo nelle arti applicate sotto i vari nomi di Jugendstil, Modern Style, Art Nouveau, Liberty. A lui la città di Trieste dedica la prima grande retrospettiva monografica. Nella grande monografica rivive l'intero arco della produzione dell'artista. Le opere esposte, 73 manifesti (alcuni di dimensioni "giganti"), tre dipinti e una ricca selezione di cartoline, copertine di riviste, spartiti musicali ecc., saranno organizzate in otto sezioni espositive, sette delle quali ospitate presso il Civico Museo Revoltella e una - la sezione dedicata ai manifesti teatrali per opere e operette - nella Sala Attilio Selva al pianterreno di Palazzo Gopcevich, sede del Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl".

Le opere provengono per la gran parte dal Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso (68 manifesti), oltre che dalle collezioni civiche (Civico Museo Revoltella e Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl") e da raccolte private. A questo eccellente artista, caratterialmente schivo ed estraneo ad ogni mondanità, alle prove - affascinanti per verve ed eleganza stilistica - da lui devolute sia a realtà commerciali come i popolari Grandi Magazzini napoletani dei Fratelli Mele sia all'universo musicale e teatrale, spiritualmente a lui congeniale (conoscente di Verdi, fu amico soprattutto di Puccini), è dedicata questa mostra che si propone di rappresentare il "tutto Metlicovitz", straordinario cartellonista, certo, ma anche eccellente pittore ed efficace grafico e illustratore". La mostra è corredata da un catalogo Lineadacqua Edizioni. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Charles Dauphin - Ritratto equestre di Cristina di Francia in veste di Minerva - olio su tela, 1663 circa Giovanni Luigi Buffi (attribuito a) - Ritratto di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours a cavallo - olio su tela, 1670 circa Madame reali: cultura e potere da Parigi a Torino
Cristina di Francia e Giovanna Battista di Savoia Nemours (1619-1724)


termina lo 06 maggio 2019
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Il percorso espositivo documenta la vita e le azioni di due donne che impressero un forte sviluppo alla società e alla cultura artistica nello stato sabaudo tra il 1600 e il 1700: Cristina di Francia (Parigi 1606 - Torino 1663) e Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours (Parigi 1644 - Torino 1724). Due figure emblematiche della storia europea, che esercitarono il loro potere declinato al femminile per affermare e difendere il proprio ruolo e l'autonomia del loro Stato. Le azioni politiche e le committenze artistiche delle Madame Reali testimoniano la ferma volontà di fare di Torino una città di livello internazionale, in grado di dialogare alla pari con Madrid, Parigi e Vienna.

Con oltre 120 opere, tra dipinti, oggetti d'arte, arredi, tessuti, gioielli, oreficerie, ceramiche, disegni e incisioni, la mostra ripercorre cronologicamente la biografia delle due Madame Reali e racconta le parentele che le collegano alle maggiori case regnanti europee, le loro azioni politiche e culturali, le scelte artistiche per le loro residenze, le feste sontuose, la moda e la devozione religiosa. Le opere esposte provengono da prestiti di collezionisti privati e di importanti musei italiani e stranieri. L'allestimento, progettato dall'architetto Loredana Iacopino, sviluppa un itinerario attraverso la vita di corte in epoca barocca, negli stessi ambienti in cui vissero le due dame, documentate non solo nella loro immagine politica, ma anche in quella più intima e femminile. Cristina di Francia, le feste, i luoghi delle delizie, la difesa del potere.

Cristina, o più esattamente Chrestienne de France, figlia del re di Francia Enrico IV di Borbone e di Maria de' Medici, giunge da Parigi a Torino nel 1619 e sposa di Vittorio Amedeo I di Savoia. La introduce in mostra una splendida serie di ritratti che costituiscono il suo album di famiglia: i genitori, sovrani di Francia; il fratello Luigi XIII, salito al trono nel 1610 in seguito all'assassinio del padre, e la sorella Enrichetta Maria, regina d'Inghilterra sposa di Carlo I Stuart. Il matrimonio rinsalda l'alleanza tra il Piemonte e la Francia, rafforzando la posizione dei Savoia tra le Case reali d'Europa. Amante delle feste, Cristina conserva la tradizione spagnola dello zapato, celebrato nel giorno di San Nicola con lo scambio di ricchi regali, e inaugura a Torino la stagione dei balletti di corte su esempio di Parigi.

Autore di molti testi e coreografie è il conte Filippo d'Aglié, presente in mostra in un bel ritratto inedito, cortigiano raffinato, suo amante e suo fedele consigliere. Cristina fa ampliare e arredare due residenze extra-urbane: il grandioso castello del Valentino, sul Po, e la Vigna in collina (ora nota come Villa Abegg). Accanto ai putti giocosi di Isidoro Bianchi, ai motti, agli emblemi eloquenti, tema onnipresente è la natura: dipinti di fiori e di animali, parati in cuoio, fiori ricamati e nature morte. Rimasta vedova nel 1637, Cristina assume la reggenza per il figlio minorenne Carlo Emanuele e si scontra con i Principi suoi cognati, Maurizio e Tommaso di Savoia-Carignano, sostenitori degli Spagnoli. La guerra civile si protrae fino al 1642, quando l'accordo fra la duchessa e i cognati è concluso col matrimonio della figlia Ludovica con lo zio, il Cardinal Maurizio. Cristina riesce a mantenere l'indipendenza del Ducato e del proprio potere, che cede formalmente al figlio nel 1648. Di fatto, però, continua a governare fino alla morte nel 1663.

- Maria Giovanna Battista, donna di pace, di carità, di grandi committenze.

Nipote di Enrico IV di Francia, Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, dama di corte della regina di Francia, lascia nel 1665 la reggia di Luigi XIV, il Re Sole, per diventare duchessa di Savoia. Vedova dal 1675, Maria Giovanna Battista regge il ducato fino al 1684, quando il figlio Vittorio Amedeo II assume d'autorità il potere. Nel periodo in cui governa si trova a fronteggiare la povertà causata in Piemonte dalle grandi carestie degli anni 1677-1680 e, per aiutare i più bisognosi, istituisce un Monte di prestito e fonda anche l'ospedale di San Giovanni Battista nell'area di espansione orientale della città. Sviluppa nel contempo sogni ambiziosi con la speranza di vedere il figlio occupare il trono del Portogallo e promuove la nascita dell'Accademia di Belle Arti di Torino. Per la sua residenza, Palazzo Madama, Maria Giovanna Battista nel 1718 invita l'architetto messinese Filippo Juvarra a realizzare il grandioso scalone d'onore di Palazzo Madama, capolavoro assoluto del Barocco europeo.

- La vita a palazzo: regole, piaceri, devozione.

La quotidianità della vita di palazzo è ben presente in mostra con dipinti e oggetti: le conversazioni tra le dame, la tavola, il momento della toeletta con i piccoli oggetti preziosi. La vita a corte è retta da precisi cerimoniali e si svolge in ambienti che rispecchiano il gusto delle duchesse: mobili di gusto francese, come il tavolino in tartaruga e metallo pregiato del famoso ebanista Pierre Gole (Bergen, 1620 - Parigi, 1684), i piani di tavolo in stucco dipinto, i parati in "corame d'Olanda", gli orologi. Nel corso dei decenni, a Torino come in Europa, cresce sempre più l'attrazione per l'Oriente con gli arredi "alla China", le porcellane e i prodotti delle colonie: il thè, il caffè, il cioccolato. Nella vita delle Madame Reali la devozione religiosa ha una parte importante. Cristina promuove l'arrivo degli Ordini Carmelitani a Torino e Maria Giovanna Battista mantiene un proprio appartamento nel monastero delle Carmelitane. Le icone sacre e i libri di preghiera sono sempre fedeli compagni della brillante vita di corte.

- La moda e l'immagine del potere.

Cristina afferma la moda del vestire alla francese, una scelta "politica" che si sostituisce al vestire alla spagnola degli anni di Carlo Emanuele I e di Caterina d'Austria. Mutano le silhouettes, la scelta dei tessuti e dei gioielli, con i diamanti e le perle come protagonisti, guidate dalle istruzioni dei ministri a Parigi. Di là vengono i guanti profumati e gli abiti ricamati dei duchi, che si portano con pizzi d'argento e d'oro, di Venezia e di Fiandra, sposando appieno la dilagante passione per il merletto. Come reggenti, Cristina e Maria Giovanna Battista sono ritratte in lutto, sviluppando un'immagine che dà sostegno alla loro autorità e al loro potere. (Comunicato stampa)




Ritratto di Giacomo Leopardi Recanati dà il via al progetto "Infinito Leopardi"
www.infinitorecanati.it

Un flusso continuo di eventi ed appuntamenti imperdibili e l'esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels del manoscritto vissano de L'Infinito a 200 anni dalla sua composizione. Così Recanati si prepara a celebrare il bicentenario dalla stesura di uno dei più celebri componimenti della storia della poesia firmato da Giacomo Leopardi. "Infinito Leopardi" è un progetto promosso dal Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario de L'Infinito di Giacomo Leopardi, istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Mibac), con la partecipazione di Regione Marche, Comune di Recanati, Centro Nazionale Studi Leopardiani, Casa Leopardi, Centro Mondiale della Poesia e della Cultura e Università degli Studi di Macerata. La programmazione rientra nel Piano unitario della cultura messo in campo dalla Regione Marche per valorizzare al meglio il patrimonio culturale locale, che individua nel 2019 l'anno di Giacomo Leopardi sostenendo gli eventi ad esso collegati.

Si tratta di un progetto complesso sia per le diverse tematiche trattate sia per la durata temporale, un fatto straordinariamente unico intorno a cui realizzare un evento lungo un anno che tra mostre, spettacoli, conferenze, pubblicazioni, possa sollecitare la necessità di tornare a pensare all'infinito e alle infinite espressioni dell'uomo nella natura, tema portante e modernissimo del pensiero leopardiano. L'arco temporale dell'intero anno dedicato all'Infinito sarà scandito in due momenti principali, corrispondenti alla realizzazione di mostre di diversa natura prodotte da Sistema Museo, la società che gestisce i musei civici recanatesi. La prima parte delle celebrazioni, dal 21 dicembre 2018 fino al 19 maggio 2019, vedrà la realizzazione di due sezioni espositive.

La prima, a cura di Laura Melosi, direttrice della Cattedra Leopardiana presso l'Università degli Studi di Macerata, dal titolo "Infinità / Immensità. Il manoscritto", vedrà la riscoperta del patrimonio leopardiano dei manoscritti di proprietà del Comune di Visso, attraverso la rilettura attenta di essi e la loro esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels insieme all'autografo de L'Infinito, cuore simbolico del progetto. Strumenti multimediali ne accompagnano la visione, la comprensione e consentono l'approfondimento della storia che lo ha condotto fino a noi. Un'operazione che permetterà di mettere a punto un modello espositivo a rotazione nelle sale del museo civico del corpus leopardiano di documenti, manoscritti e cimeli del poeta, appartenenti alla collezione del Comune di Recanati. Un percorso intrapreso nel dicembre 2017 attraverso un viaggio nelle sale di Villa Colloredo Mels alla riscoperta del patrimonio leopardiano che torna definitivamente, dopo molti anni, a disposizione di tutta la cittadinanza, dei turisti e degli studiosi.

Con "Mario Giacomelli. Giacomo Leopardi, L'Infinito, A Silvia", a cura di Alessandro Giampaoli e Marco Andreani, si porta in mostra la sequenza fotografica al centro di uno dei capitoli più affascinanti e meno indagati della storia della fotografia italiana del dopoguerra e dei rapporti tra letteratura e fotografia. Saranno esposte A Silvia, il celebre foto-racconto ispirato all'omonima lirica di Leopardi, nella sua versione originale del '64, di cui fino ad oggi si erano perse le tracce e in quella del 1988, insieme con la serie de L'Infinito per dare modo al pubblico di fare un confronto e avere uno spaccato della straordinaria evoluzione stilistica di Giacomelli nel corso degli anni.

Le celebrazioni continuano dal 30 giugno al 3 novembre 2019 (inaugurazione prevista il 29 giugno, giorno in cui cade il compleanno del poeta recanatese), con due mostre che ruotano intorno all'espressione dell'infinito nell'arte, "Infiniti" a cura di Emanuela Angiuli e "Finito, Non Finito, Infinito" a cura di Marcello Smarrelli, per un percorso sensazionale dall'epoca romantica a oggi. Scandite attraverso l'allestimento delle mostre in programma, le celebrazioni saranno accompagnate da eventi collaterali curati da massimi esperti del panorama culturale italiano e internazionale con un'attenzione particolare per le nuove generazioni. (Comunicato Ufficio stampa Sistema Museo)




Giorgio Griffa: "Ordine e disordine"
inaugurazione 10 dicembre 2018
Condominio-museo viadellafucina16 - Torino
www.condominiomuseo.it

L'opera che Giorgio Griffa, artista torinese di fama internazionale, ha donato a viadellafucina16, un omaggio ad Alighiero Boetti, rappresenta il culmine del processo di trasformazione avvenuto finora in questo stabile dove - per iniziativa di KaninchenHaus, di un gruppo di condomini e da un'idea dell'artista Brice Coniglio - ha preso nel 2016 vita il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Una sequenza di 73 pezzi unici di ceramica invetriata (materiale con cui per la prima volta si confronta l'autore) appese alle volte dell'atrio, rappresenta il precario equilibrio tra caos e volontà e sembra commentare il tentativo di trasformazione in corso in questo spazio, dove l'arte diventa motore di un processo di rigenerazione collettiva. L'opera è progettata nell'ambito del programma internazionale "Nuovi Committenti" con il sostegno di Fondation de France e di Regione Piemonte.

L'inaugurazione vuole essere occasione per festeggiare i risultati di questi due anni di lavoro, durante i quali viadellafucina16 ha ospitato 12 artisti in residenza, 18 eventi pubblici, importanti festival cittadini e gli interventi di grandi maestri come Griffa e Pistoletto. Alla serata sarà presente François Hers l'artista che ha inventato Nuovi Committenti. Nell'ambito del programma OPEN LAB di Compagnia di San Paolo, KaninchenHaus avvia ora una nuova fase del progetto tesa a trasformare il Condominio-Museo in un format aperto, per permettere ad altri stabili di replicare l'esperimento. (Comunicato stampa)

---

After the preview during Turin Art Week, Kaninchen-Haus and a.titolo are pleased to invite you Monday, December 10th at 6pm in Via La Salle 16 Turin, to the opening of the foyer of Viadellafucina16 Condominium-Museum and the work by Giorgio Griffa "Ordine e Disordine", produced thanks to the support of the Fondation de France and the contribution of the Regione Piemonte as part of the New Patrons programme. The internationally renowned Turin artist Giorgio Griffa donated to viadellafucina16 an homage to Alighiero Boetti. The artwork is the peak of a process of shared transformation, initiated by the artist Brice Coniglio together with the KaninchenHaus association and a group of co-owners, which, in 2016, breathed life into the unprecedented formula of the Condominium-Museum.

A sequence of 73 unique pieces of enamelled pottery (material which the author deals with for the first time) hanging from the majestic atrium, represents the precarious balance between chaos and will and it seems to comment on the ongoing transformation of the space, where art becomes the engine of a process of collective regeneration. The opening on December 10th wants to be the opportunity to celebrate the results of these two years of work, during which viadellafucina16 hosted 12 artists in residence, 18 public events, important city festivals and the works of great masters such as Giorgio Griffa and Michelangelo Pistoletto. François Hers, the artist creator of New Patrons programme, will be present. Furthermore, we are pleased to announce that, in the framework of OPEN LAB programme by Compagnia di San Paolo, KaninchenHaus will now launch a new phase of the project aiming to transform the condominium-museum in an open format in order to allow other building internationally to replicate the experiment. (Press release)




Locandina della mostra dedicata a Marc Chagall a Castiglione del Lago Marc Chagall
L'anima segreta del racconto


termina il 31 marzo 2019
Palazzo della Corgna - Castiglione del Lago (Perugia)
www.palazzodellacorgna.it

La mostra, curata da Andrea Pontalti, propone una significativa selezione di opere dell'artista russo, dalla serie "Le Favole", dal ciclo "Chagall Litographe" ed infine due opere raramente esposte al pubblico. L'esposizione si focalizza prevalentemente sull'opera grafica dell'artista. Si potrà ammirare una significativa selezione di opere tratte dalla serie Le Favole de La Fontaine, dal ciclo Chagall Litographe ed infine due opere dell'artista russo raramente esposte, provenienti da una collezione privata italiana. Chagall non lavora solo con il colore e il tratto, ma con un immenso linguaggio di oggetti che costituiscono il suo fictional world. Spesso per le sue opere sono stati utilizzati i termini "letteratura", "dipinto letterario" ed egli è stato definito "creatore di favole o racconti fantastici". Nel 1948, alla XXIV edizione della Biennale di Venezia, Chagall espone dipinti, disegni, incisioni e illustrazioni di Gogol, La Fontaine e la Bibbia. Proprio quest'ultima produzione sarà determinante per il Primo Premio della grafica che gli verrà conferito.

Una consacrazione forse tardiva, ma certamente indicativa dell'importanza storico-artistica del corpo principale delle opere esposte. Lo stupore accompagnerà il visitatore nella visione sia delle acqueforti delle "Favole" che delle magnifiche litografie del ciclo Chagall Litographe. Il disegno Re David suona la cetra (1949-52) e il dipinto Musicien et Danseuse (1965) arricchiscono, infine, il repertorio tecnico e narrativo del percorso. L'originalità dell'arte di Chagall e il suo dinamismo fantastico, che lascia trapelare tutto il mondo interiore di "eterno fanciullo", pervade anche la sua produzione grafica. La mostra è un racconto del raccontare, che consacra a buon diritto Chagall quale "artista letterario e mitologico". Ancora una volta Chagall riesce a stupire con le sue suggestioni, portandoci alla scoperta del mondo con l'animo di un bambino.

___ Le opere in mostra

- Le Favole

Chagall inizia ad illustrare Le Favole di La Fontaine a Parigi, nel 1927, su richiesta del mercante d'arte Voillard. Nelle 20 acqueforti in mostra l'artista mette l'accento sulla componente mitologica e universale della favola con la consueta padronanza nel posizionamento dei personaggi: le figure sembrano stagliarsi sul foglio come per dominarlo, alla maniera della scrittura ebraica o come nelle icone russe, ricordi presenti della sua adolescenza. Il lavoro grafico su Le Favole illustra i grandi temi della vita che hanno interessato Chagall nel corso della sua opera: amore, morte e follia umana; temi antitetici che si incontrano e scontrano come in un ossimoro petrarchesco: così nel foglio in cui sono magistralmente rappresentati l'arroganza del lupo, che si contrappone alla mitezza della cicogna che gli salva la vita, dominano gratitudine ed ingratitudine, vita e morte. I reticoli, le figure, gli oggetti, i granelli di polvere neri sembrano uscire dal suo mondo fantastico, aggredire realmente lo spettatore, fagocitarlo e trascinarlo via.

- Chagall litographe. L'intimo compendio

Chagall Litographe presenta al visitatore un ciclo di litografie originariamente realizzate per il primo volume del catalogo ragionato dell'opera litografica dell'artista (in mostra è presente l'edizione deluxe tirata in soli cento esemplari). Lungi dall'essere dei semplici strumenti di catalogazione, i volumi sono dei veri e propri "livre d'artiste" corredati di un apparato di opere originali di altissimo livello. Chagall pubblicherà altri tre volumi corredati di illustrazioni tra il 1963 e il 1974. Un nucleo di quattro opere, nello specifico, Le Cirque, La Jongleuse, Le Clown musicien, Carte d'invitation ruota attorno al tema del circo. Tale tema attraversa tutta l'arte moderna. Chagall, già affascinato dagli spettacoli circensi nella natale Vitebsk, incontrerà a Parigi il circo come uno dei fulcri più interessanti della vita artistica e sociale della capitale francese.

Legame ambivalente, capace di mettere in scena i poli opposti del tragico e del comico. In La Baie des Anges e in Femme-oiseau Chagall tocca, invece, quel processo di ibridazione e metamorfosi tra umano e animale che sin dalle illustrazioni delle Favole attraversa l'opera dell'artista. Il ciclo di opere include inoltre due rappresentazioni dell'angelo, variazioni dello stesso motivo iconografico. In Couple Noir au Musicien compare una coppia di amanti che in Chagall Litographe ricorrerà anche nelle opere Le Couple devant l'arbre, Les Amoureux au soleil rouge, Affiche pour la ville de Vence, Couple en ocre.

Se il tema degli amanti persiste nel percorso di Chagall, le opere in mostra presentano un'indelebile costante dell'amore come abbraccio, come abbandono all'altro. In un terzo gruppo di opere è Parigi a prendere la scena: Notre-Dame en gris, Visions de Paris e Notre-Dame et la Tour Eiffel. Infine l'artista compare in due autoritratti: Le Peintre à la palette e Auto-portrait. Quest'ultima è l'opera più ricca di elementi chagalliani, dove si scorge quello che sembra un volume dal titolo Ma Vie, titolo esatto della sua autobiografia ma anche indicazione allo spettatore a cercare nell'opera gli elementi portanti della vita dell'artista.

- Re David suona la cetra

Realizzata tra il 1949 e il 1952, Re David suona la cetra è un'opera parsimoniosa nell'uso del colore e del tratto e trova nell'essenzialità esecutiva un mezzo perfetto per la narrazione. Il riferimento è certamente biblico, di quella Bibbia che Chagall definì come "la più grande fonte di poesia di tutti i tempi" o come "l'alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli". Il tema è caro a Chagall che nelle illustrazioni della Bibbia (1931-56) lo affronta in ben due tavole, la prima a "citare le scritture" dove il giovane David calma i mali di Re Saul con la musica, la seconda a collocare il Re intento a suonare nella solitudine di un paesaggio vitreo. Nel Re David suona la cetra Chagall sceglie la libertà compositiva e la mescolanza in un cielo costellato di riferimenti biblici: Mosè con le tavole della Legge, il Cristo come l'ebreo messo a morte, Adamo ed Eva e gli Angeli. Re David pare suonare per un popolo in marcia (quasi certamente il popolo ebraico), mentre non mancano accenni alla ruralità.

- Musicien et danseuse

Sono interessanti i confronti di Re David suona la cetra con l'opera esposta dal titolo Musicien et danseuse (1965). In una composizione di estrema semplicità e vivacità coloristica si ravvisa, innanzitutto, la musica. Nell'opera emerge il tema del violinista, che sarà una figura-chiave del linguaggio figurativo di Chagall tanto da divenire allegoria stessa della musica. In questo caso è la composizione nella sua interezza a rimandare all'universo folkloristico e rurale di Vitebsk, sua città natale. (Comunicato stampa)




Sergio Zanni - Viandante - acrilico carboncino terra creta su tavola cm.50x70 Sergio Zanni: "Alla ricerca del perturbante"
termina il 29 marzo 2019
BFMR & Partners - Reggio Emilia

Il titolo dell'esposizione evoca un termine utilizzato da Sigmund Freud per indicare ciò che, familiare ed estraneo allo stesso tempo, provoca uno spaesamento, una situazione di latente incapacità di comprendere secondo i canoni tradizionalmente adottati. "Perturbanti" sono i protagonisti dell'opera pittorica e scultorea di Sergio Zanni: viandanti e viaggiatori senza meta, frutto di un immaginario poetico e surreale. Il percorso della mostra si compone di una trentina di opere, tecniche miste su carta e su tavola, di medie e grandi dimensioni, realizzate negli anni Duemila, oltre a due sculture in terracotta, raffiguranti i protagonisti del suo fervido immaginario.

«Nello studio di Sergio Zanni, che s'affaccia su un cortile nella Ferrara antica - scrive il curatore Sandro Parmiggiani - si è presto circondati, quasi assediati, da una selva di figure: i personaggi creati dalla sua fantasia e realizzati prima in terracotta e poi nei materiali che consentono di ampliarne le dimensioni. Sono così nati nel tempo i personaggi che Zanni ha presentato in mostre, in Italia e all'estero, a partire dal 1973, e che lui stesso ha puntigliosamente elencato: eremiti; signori della pioggia; monumenti ai caduti; diavoli; custodi delle pianure; camminatori; palombari; attendisti; figure senza davanti; piloti; cacciatori di nuvole; oblomov (il "mite-fantasma" del romanzo di Goncarov); fumatori; pittori di guerra; angeli misteriosi; sirene; equilibristi, Ulisse e altri viandanti; naufraghi e figure controvento che, nonostante abbiano ormai l'acqua alla gola, s'ergono su barche che stanno inabissandosi...».

Opere che, come confessa lo stesso artista, nascono «dalla consapevolezza di vivere gli ultimi fuochi di un tempo, quello dell'umanesimo, giunto ormai alla fine, con il tempo della tecnologia e della scienza che eclissa un modo di essere che apparterrà sempre più al passato», nonostante "I cercatori dell'immutabile", da lui raffigurati, perseverino nel tentativo di congelare il tempo. Sergio Zanni (Ferrara, 1942), pittore e scultore, frequenta l'Accademia di Belle Arti di Bologna studiando pittura e approfondendo la ricerca sul modellato. All'attività artistica affianca fino al 1995 l'insegnamento all'Istituto d'Arte "Dosso Dossi" di Ferrara. A partire dal 1973 ha preso parte ad esposizioni personali e collettive in Italia e all'estero. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Austin Eddy nella mostra alla Cellar Contemporary di Trento Austin Eddy | Giardino di Funghi di Legno
termina a fine marzo 2019
Cellar Contemporary - Trento

In un giardino tutto diventa prezioso, anche il più piccolo tassello di legno. Austin Eddy presenta per la prima volta da Cellar Contemporary la sua collezione di "Funghi di Legno", opere su carta e assemblaggi che raccontano il suo universo visionario attraverso la scelta delle forme e dei colori. Personale del giovane artista americano, che mixa altissimi modelli artistici come Mirò, Picasso e Matisse a uno spirito creativo che si libera degli stilemi tradizionali per riunire nelle sue forme astratte le pratiche del recupero e del collage.

Attraverso la pittura declinata in materiche campiture di smalti lucidi, Austin Eddy crea sintonie geometriche tra materiali diversi, utilizzando liberamente elementi di legno, mosaici, lampadine e meccanismi di orologi. I suoi assemblaggi diventano così interattivi e si prestano a evocare pendoli vintage e luci cittadine, mentre le opere su carta si presentano come multiformi panorami sgargianti. Austin Eddy (Boston, 1986) ha conseguito la laurea presso l'Art Institute di Chicago nel 2009. L'artista realizza opere autobiografiche al confine tra figurazione e astrazione. Lavora con tecniche miste che comprendono pastelli, olii, cartoncini, pittura spray. Ha partecipato a varie mostre personali e collettive nazionali e internazionali. (Comunicato stampa)




Aztechi, Maya, Inca e le culture dell'antica America
termina il 28 aprile 2019
MIC Museo Internazionale delle Ceramiche - Faenza

Uno dei più curiosi spunti di approfondimento della esposizione riguarda l'invenzione del gioco con la palla, che può essere considerato progenitore del nostro calcio e di tutti gli sport in cui si usa una palla che rimbalza. Infatti negli altri giochi dell'antichità e degli altri continenti che potrebbero rivendicare un legame analogo si usavano palle che non rimbalzavano. Lo illustra, nel catalogo edito da Silvana che accompagna la mostra, Antonio Aimi. "Il gioco della palla - scrive Aimi - era presente in molte culture dell'antica America, dalla Mesoamerica alle Ande Meridionali, dall'Area Intermedia all'Amazzonia, ma non nell'Area Peruviana. Quello praticato nella Mesoamerica può essere considerato il gioco a squadra più antico del mondo, che aveva una centralità sconosciuta altrove e che ha lasciato monumenti impressionanti (il campo da gioco di Chichen Itza è lungo 168 metri) e paraphernalia straordinari.

Il gioco della palla poteva essere praticato - continua il prof. Aimi - in spazi aperti o in costruzioni apposite, gli sferisteri, strutture allungate a forma di "I", che erano delimitati o da bassi muretti o da grandi costruzioni con pareti inclinate o verticali, in cui, a partire dall'Epiclassico, erano inseriti degli anelli. Il terreno degli sferisteri era diviso a metà dai marcadores che delimitavano il campo di ogni squadra. Il gioco era la reiterazione di eventi dei miti cosmogonici di cui erano stati protagonisti gli eroi culturali e gli stessi dei. Pur essendo nato come rituale religioso, nel corso del tempo il gioco della palla acquisì sempre più una componente profana, tant'è vero che le cronache riferiscono che alla vigilia della Conquista le partite erano accompagnate da un "tifo" appassionato.

Ma come si svolgevano quelle partite? I palloni usati erano più piccoli degli attuali. Il loro diametro non superava i 15 centimetri. La palla poteva essere colpita solo con le anche, le cosce o le ginocchia e ogni squadra doveva rinviare la palla nel campo degli avversari senza farla uscire dallo sferisterio, né farle toccare il terreno. Vinceva chi, commettendo meno errori, arrivava a totalizzare per prima un determinato punteggio. Ma quelle antiche partite anticipano anche altri sport di oggi, ad esempio la pallacanestro. Se, infatti, nel corso delle partite una squadra riusciva a far passare la palla attraverso gli anelli, che, a partire dal Postclassico erano stati collocati ai lati del campo, vinceva ipso facto la partita.

"Nel corso di circa 3000 anni di storia mesoamericana si sono sviluppate - sottolinea l'esperto - diverse varianti del gioco. Nella regione dell'Oaxaca si usava una palla di piccole dimensioni che veniva lanciata con guanti pesanti, nell'Area Maya si giocava anche con una palla di grandi dimensioni (circa un metro di diametro) fatta, probabilmente, di una pelle gonfiata. A Teotihuacan, la grande metropoli che dominò la Valle del Messico durante il Periodo Classico, pare che esistessero anche altri due modi di giocare. Il primo prevedeva di colpire la palla coi piedi, il secondo con una mazza e veniva praticato in un terreno aperto delineato da marcadores verticali, mobili e componibili, che, una volta assemblati, sembravano colonne sormontate da una sfera e da un cerchio". Come a dire, nulla di nuovo sotto il sole dello sport! (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Dani Daniela Tagliapietra dalla mostra Vibranti Universi di Luce e Colore Dani - Daniela Tagliapietra
Vibranti Universi di Luce e Colore


termina l'11 aprile 2019
Plus Florence - Firenze

"Teleri di diverse dimensioni, fino ad arrivare anche a teleri di grandi pareti, quelli che Daniela Tagliapietra, in arte Dani, da qualche tempo lascia leggere in mostre come in questa oggi a Firenze, capace di lasciare sorpresi non solo gli addetti ai lavori come me, ma i collezionisti che hanno subito individuato la poetica spaziale che governa l'intera produzione della pittrice vicentina. Sciabolate di colore e di materia, movimenti di segni che partono da un centro e si irradiano in modo quasi infinito, E' il mondo interiore che la pittrice porta in esterno, i suoi immagazzinamenti mentali, la sua solare creatività, i luoghi dello spazio e dell'universo stellare. E' l'estetica dell'astrattismo e dell'informale, sia di stampo europeo che americano, che approda con una misura sublime. Ella assorbe l'apparenza delle cose e del mondo attraverso un lavoro creativo che trasforma la rappresentazione nelle sue componenti e, in primo luogo, in luce o simbolo, ovvero il dischiudersi ai sogni.

Il colore, dolce ed espanso, rischiarato da pulsazioni luminose, crea un'atmosfera di indefinibile poesia, ed è il mezzo di espressione più adeguato del suo vocabolario figurale. Si percepisce dai suoi lavori una sorta di geografia del mondo, dall'universo stellare al dinamismo organico, tanto che l'artista pare guidata da una sensibilità poetica sintetica eppure originale, da svelarne sia i segreti della terra e dell'intero universo, che le seduzioni di una pittura largamente innovativa e pronta ormai a ristabilire sintagmi neo-naturalisti.. Ecco allora che questa pittura, ricca di materia fluida, con lampi e larghe macchie, struttura lo spazio e il centro dell'ambiente che lievita, facendo vivere anche la formazione di una nuova coscienza ambientale aperta a ogni richiamo di neoavanguardia e nouvelle modernitè" (Carlo Franza - curatore della mostra)

Daniela Tagliapietra (Lonigo - Vicenza, 1973), in arte Dani, artista autodidatta, da alcuni anni è presente nel panorama artistico italiano. Ha tenuto mostre personali e collettive in più città italiane. Presente anche in rassegne e fiere d'arte. (Comunicato stampa)




Immagine Mosaico con raffigurazione di pesci Mosaico con raffigurazione di Nereide
Mosaico con raffigurazione di pesci


Tornano al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, da poco inaugurato nella sua nuova veste, due splendidi mosaici, accuratamente restaurati in occasione della XVIII edizione di Restituzioni, esposti fino al 16 settembre scorso alla Reggia di Venaria di Torino nella mostra La fragilità della bellezza. Si tratta del Mosaico con raffigurazione di Nereide, tra i più antichi pavimenti rinvenuti ad Aquileia e uno degli esempi più significativi della ricchissima collezione musiva del Man, e del Mosaico con raffigurazione di pesci, risalente al I sec. d. C.

Il tessellato con Nereide, rinvenuto casualmente tra il 1859 e il 1860 non lontano dalla Basilica di Aquileia, raffigura una scena mitologica a soggetto marino dai colori vivaci, racchiusa entro un raffinato bordo con treccia e nastro. La scena, centrata su una figura femminile dai capelli biondi seduta su un toro bianco dalla coda pisciforme, fu interpretata fin dalla scoperta come una raffigurazione del mito di Europa, amata da Zeus, nelle sembianze di un toro. Ed è con questo nome che il mosaico è ampiamente noto, anche se è probabile si tratti di una raffigurazione di Nereide, le mitiche ninfe che insieme ai Tritoni scortavano il dio del mare, Posidone, sedute su animali marini, quali il toro con coda di pesce del mosaico aquileiese.

Il mosaico decorava una sala di una ricca domus risalente alle fasi più antiche di Aquileia; dalla stessa abitazione proviene anche il notissimo mosaico con raffigurazione di "pavimento non spazzato", che nel nuovo allestimento del museo dialoga con la Nereide, in una nuova disposizione di grande effetto, in una delle sale dedicate alle abitazioni private di Aquileia. Sempre a una domus appartiene anche l'altro mosaico atteso al museo per i primi di ottobre, rinvenuto nel 1963, un secolo più tardi rispetto a quello con raffigurazione di Nereide, nel quartiere settentrionale di Aquileia, in un contesto noto con il nome di Casa di Licurgo e Ambrosia. Il piccolo riquadro musivo rappresenta una scena di mare realistica di chiara derivazione ellenistica, centrata sul tema della lotta tra pesci e crostacei, un motivo molto noto nel mondo romano, ampiamente presente nei raffinati pavimenti di Pompei. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Beppe Ciardi - Sera piovosa - courtesy galleria nuova arcadia padova 1897 Emma Ciardi - Meriggio refrontolo Venezia - collezione privata I Ciardi viaggiatori in Europa
Paesaggi e giardini


febbraio-giugno 2019
Palazzo Saracinelli - Conegliano (Treviso)

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra è il secondo appuntamento del ciclo volto ad approfondire il tema del paesaggio nella pittura veneta tra '800 e '900, inaugurato nel 2018 con la retrospettiva Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio. Curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato e Stefano Zampieri, l'esposizione, presenta circa 70 opere, provenienti da musei pubblici e collezioni private, di Guglielmo Ciardi (Venezia, 1842-1917) e dei figli Beppe (Venezia, 1875 - Quinto di Treviso, 1932) ed Emma (Venezia, 1879-1933). La rassegna sottolinea il particolare rapporto che lega Guglielmo, Beppe ed Emma alla natura, in un percorso tematico che attraversa circa ottant'anni della scena artistica italiana ed europea, facendo emergere peculiarità, convergenze e divergenze nella produzione di questi artisti.

Guglielmo, il fondatore della 'dinastia', è considerato unanimemente colui che porta la pratica dell'osservazione verista del paesaggio, soprattutto veneto, alla sua rappresentazione più matura e consapevole. Dopo la sua esperienza presso i macchiaioli e la scuola napoletana - e il rinnovamento linguistico che ne deriva - mette in evidenza le potenzialità di una pittura anti-accademica e anti-retorica, scoprendo le qualità poetiche dei luoghi periferici e marginali della laguna, in cui si mescolano e quasi si identificano l'umiltà e la fatica del lavoro con il sommesso lirismo delle paludi e delle barene. Suo figlio Beppe introdurrà, pur nella fedeltà alla poetica paterna, elementi nuovi e inediti fino a dar spazio a originali accenti simbolisti e di realismo sociale. Emma, infine, riscopre la grande tradizione guardesca in un inedito settecentesimo ironico e brioso. La sua produzione tocca forse i più singolari risultati nell'attenzione verso i giardini e i parchi, con un chiaro gusto moderno e insieme citazionista, che affonda le sue radici nella tradizione pittorica di un Settecento decadente.

La pittura di paesaggio dei Ciardi si afferma nelle Biennali veneziane da fine Ottocento fino agli anni Trenta, con un successo mai scalfito. Abbandonata la scena di genere e mai veramente praticata quella di figura, la ricchezza della loro scelta a favore del paesaggio si misura nelle radicali novità che essi (e soprattutto Guglielmo) sanno introdurre in questo genere pittorico: la luce declinata in tutte le possibili atmosfere, la presenza viva e palpitante della natura nelle piante, nei campi, nelle messi, nelle distese di eriche; la maestosità spesso scabra delle masse montuose, colte nella luce azzurra dell'alba o in quella struggente e aranciata dei tramonti, i filari, i covoni, i corsi d'acqua. Con Beppe si afferma anche una presenza pacata e quasi bucolica degli animali, dei pastori, delle mandrie; poi qualche mercato contadino, qualche figura di paesani in riposo.

Vi è un altro elemento importante: le numerose peregrinazioni artistiche in Europa e in Inghilterra. In questi viaggi la passione naturalistica e, in particolare, la pratica della veduta di paesaggio e il linguaggio si arricchiscono di acquisizioni cosmopolite così come di soggetti e iconografie rinnovati, dagli Impressionisti alla scuola di Glasgow. Emma, in particolare, porterà alla fine a una sorta di esplosione o di de-strutturazione figurativa la sua pittura, accogliendo suggestioni e stimoli dalle sperimentazioni degli artisti contemporanei. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Donatello a Palazzo Venezia
termina il 28 aprile 2019
Palazzo Venezia - Roma

Dal 12 luglio il prezioso busto in terracotta raffigurante San Lorenzo, realizzato da Donatello, finora comparso in mostre temporanee, viene posto a Palazzo Venezia per circa nove mesi a disposizione del grande pubblico. Donato de' Bardi, detto Donatello (1386-1466) fu il più celebrato scultore fiorentino del quindicesimo secolo e uno dei più grandi scultori di ogni tempo. Partito da un clima ancora largamente connesso al cosiddetto Gotico internazionale, l'artista s'impose ben presto insieme a Brunelleschi e a Masaccio per la carica innovativa, diventando uno degli alfieri del primo Rinascimento. Il busto in terracotta di San Lorenzo fu realizzato per il portale maggiore della Pieve di San Lorenzo a Borgo San Lorenzo nel Mugello, una chiesa posta una quarantina di chilometri a nord di Firenze. La datazione sembra cadere intorno al 1440, negli stessi anni in cui Donatello realizzava il David in bronzo - che ancor oggi ispira il famoso premio cinematografico - e dunque poco prima del cruciale soggiorno a Padova. Anche per via della sua collocazione disassata il San Lorenzo rimase per molti secoli nell'oblio.

Già transitato nelle collezioni dei principi di Liechtenstein, è stato riscoperto dalla critica soltanto nel 2003, con il suo ingresso nella collezione di Peter Silverman e Kathleen Onorato. Il busto viene attualmente considerato una delle più serie e importanti acquisizioni al catalogo di Donatello. L'iniziativa, promossa dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è inserita nell'ambito di Artcity Estate 2018. Gestito dal Polo Museale del Lazio, il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia ha sede entro un grandioso edificio del Rinascimento, Palazzo Venezia appunto, fondato negli anni Cinquanta del XV secolo. Fin dalla costituzione del museo, nel 1916, la raccolta si caratterizzò per il numero e la qualità dei pezzi quattrocenteschi. La presenza stabile nell'odierno percorso di visita di autori come Pisanello, Benozzo Gozzoli o Mino da Fiesole rappresenta il contesto ideale per il busto di Donatello. Per tale motivo visitare in questi mesi il Museo del Palazzo di Venezia significa comprendere un momento chiave dell'intera arte italiana. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Immagine di presentazione per la mostra dedicata alla Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste La Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
Dal 12 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nuova esposizione permanente che amplia la sezione dedicata alla Telefonia. Gli oggetti provenienti dalla collezione di Claudio Sequalino, vanno a arricchire lo spazio museale inaugurato nel 2007, anno di nascita di Postemobile. dove già sono esposti numerosi radiotelefoni della collezione di Marco Zanettovich. In mostra anche gli strumenti d'epoca e quelli utilizzati per la manutenzione telefonica. La fruizione delle nuove installazioni, oltre alla possibilità di interagirvi, sarà facilitata dal posizionamento di una serie di pannelli che ripercorreranno la storia della telefonia da Meucci sino all'anno 2000. A completare il potenziamento della sezione, l'apporto tecnico e pratico fornito dalla classe V C "Elettrotecnici" dell'Istituto Tecnico Alessandro Volta di Trieste che, grazie al lavoro dello studente Federico Bologna, ha fornito al Museo Postale alcune nuove fonie automatiche che introducono ai contenuti del museo. (Comunicato stampa)




Archimede Archimede a Siracusa
26 maggio 2018 - 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Xenia - Roma 2011 - legno, smalto, voci narranti vetro, metracrilato, pigmento cm.120x370x320 Esercizio 1 - plexiglass, led cm.200x200x20 2010 I have head - 2004 - alluminio verniciato, lampada ambiente - Courtesy Sergio Rossi - Ph. Paolo Emilio Sfriso "Voci"
Vittorio Corsini con Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno


Peccioli (Pisa), dal 21 aprile 2018




- Sedi espositive
.. Chiesa del Carmine, Piazza del Carmine, Peccioli
.. Chiesa delle Serre, Le Serre, Peccioli
.. Chiesa di San Giorgio, Via di Cedri, Peccioli
.. Campanile della Chiesa di San Verano, Piazza del Popolo 1, Peccioli
.. Oratorio della Santissima Annunziata, Via Santa Maria, Ghizzano (Pisa)
.. Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, Via Vittorio Veneto, Fabbrica (Pisa)

Progetto del Comune di Peccioli in collaborazione con la Fondazione Peccioliper. I racconti inediti di sei tra i più noti scrittori italiani contemporanei - Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno - e la pratica artistica di Vittorio Corsini danno voce e forma a sei nuove installazioni permanenti che, a partire dalla cittadina di Peccioli, si snodano tra i borghi circostanti creando percorsi inattesi. Incastonato in un paesaggio collinare dal sapore antico, Peccioli unisce il fascino della Toscana medioevale all'idea di un vero e proprio museo diffuso. Da circa un trentennio l'Amministrazione Comunale porta avanti un progetto che interseca l'arte contemporanea con il territorio e la sua identità. Grazie ad una serie di interventi ad hoc di artisti contemporanei (tra questi Nagasawa, Dubosarsky-Vinogradov, Garutti e lo stesso Corsini), si è costituito nel tempo una sorta di museo a cielo aperto che ha stabilito nuove relazioni con il paesaggio circostante arricchendolo di elementi che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.

Voci nasce dalla volontà di creare all'interno del territorio del Comune di Peccioli un percorso artistico-letterario che accompagni alla scoperta di luoghi nuovi e inesplorati. Le voci narranti sono quelle di alcuni tra i maggiori autori contemporanei. A ciascuno di loro è stato chiesto di costituire un tassello di questo percorso, scrivendo un racconto a partire dalle suggestioni nate dall'incontro con alcuni edifici religiosi del territorio, per lo più costruiti in prossimità di piccoli borghi, ognuno con una propria storia e identità. Trasposte in forma audio dagli stessi autori, queste storie tornano al luogo che le ha generate e trovano modalità di ascolto attraverso sei nuove opere concepite appositamente da Vittorio Corsini e installate all'interno del Campanile della Chiesa di San Verano, della Chiesa della Madonna del Carmine e della Chiesa delle Serre a Peccioli, nella Chiesa di San Giorgio a Cedri, nella Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica, nell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano.

La ricerca di Vittorio Corsini si estende attraverso tre decenni di intensa attività nel campo della scultura e dell'installazione; fin dagli inizi si concentra sul concetto e sui modi dell'abitare, sulle dinamiche che interessano la vita negli spazi domestici e negli spazi pubblici e sullo spazio fisico come metafora di incontro tra l'individuo e la collettività. Essenziale nelle forme, il lavoro di Corsini si fa tramite di un contenuto emozionale e genera le condizioni per una diversa esperienza del quotidiano. Nel corso degli anni numerosi interventi di arte pubblica nello spazio urbano hanno visto l'artista a lavoro in centri abitati con la realizzazione e la progettazione di cortili, fontane, giardini pensati come generatori di incontri e sorti come effetto di pratiche ordinarie o abitudini consumate dagli abitanti locali. "Abbiamo bisogno di attivare nuovi territori, afferma Corsini, l'artista è come un esploratore che rende visibili quei nuovi territori, che oggi sono fatti non tanto di materiali, tecniche, linguaggi, quanto piuttosto di modi, rapporti, energie (...)

La scultura pubblica per me è qualcosa che attiva uno spazio; è importante che l'opera funzioni, che si possa attraversare, che sappia dialogare che possa assumere una dimensione umana e sociale, di scambio e di relazione". Riprodotta su un tappeto di segatura colorata piuttosto che proiettata come fascio di luce sulle pareti di una stanza, la parola da sempre è uno degli elementi fondanti della ricerca di Vittorio Corsini. Nel 2007 collabora per la prima volta con uno scrittore per Chi mi parla, un lampione con seduta che racconta le storie degli abitanti del luogo. Nel 2011, avvalendosi nuovamente dell'ausilio di due scrittori realizza per il Macro di Roma Xenia, un luogo di sosta ritagliato sulla terrazza del museo, dove le vibrazioni di una staccionata trasformano i racconti in suono. Definiscono uno spazio, creano relazioni, predispongono all'ascolto e, come nell'installazione romana, danno materialmente voce alle narrazioni dei sei autori le opere che Corsini concepisce per Voci.

E non per vendetta è il titolo dello scritto di Laura Bosio. Narratrice dell'anima, in questo racconto come nei suoi libri sceglie una donna come protagonista della storia. Liuba è una ragazza ucraina che fugge dalle violenze della guerra. Approda a Peccioli e grazie all'aiuto del parroco della Chiesa del Carmine dà inizio a una nuova vita. Corsini coglie del racconto della Bosio la dimensione corale e predispone all'ingresso della chiesa due sedute a semicerchio che si fronteggiano. L'elemento posto al centro diffonde la voce narrante dell'autrice.

La scrittura di Mauro Covacich dialoga in modo intenso con l'arte come testimonia la pentalogia che realizza tra il 2003 e il 2011. "Il sagrato è protetto da due lecci. Sul tronco di entrambi un'antica ferita. Due alberi gemelli castigati dallo stesso fulmine, sopravvissuti allo stesso incendio, in cima a questa altura che sembra una nuvola sospesa sulla campagna, e invece è terra, invece è Toscana". Così Covacich inizia il suo racconto, accompagnandoci nella Chiesa delle Serre di Peccioli. Credo è un monologo interiore, una preghiera laica lucida, spietata, a tratti disperata che tuttavia non abbandona la speranza. Corsini restituisce visivamente il rigore della scrittura di Covacich collocando all'interno della chiesa delle panche di pietra. A "parlare" dall'alto di un ponteggio di ipotetici lavori in corso, un asse in legno che vibra.

Maurizio de Giovanni per questo progetto firma Il segno della Madonna. La storia, ambientata in una Chiesa di San Giorgio a Cedri, racconta un'improbabile conversazione tra due anziani personaggi, Giuseppe e Guido, in merito alla "scomparsa" di un prezioso dipinto: la Madonna dell'Umiltà di Beato Angelico. "Sono molto diversi fra loro, i due anziani. Uno se ne sta dritto, composto, i capelli grigi tirati all'indietro e gli occhiali di corno, le mani in grembo. L'altro è un po' curvo, la chioma candida disordinata sulla nuca e sulle spalle, una specie di mantello scuro addosso. Le mani gli tremano un po' (...)". L'installazione di Corsini è un invito a riflettere sul paradosso diacronico messo in scena dallo scrittore.

Si intitola L'ora della verità il racconto di Romano De Marco, uno dei più apprezzati scrittori italiani di genere noir e, più di recente, thriller. Il giallo si consuma durante la visita di un famoso quanto attempato scrittore, il professor D'Eramo, ad uno dei monumenti simbolo di Peccioli, il Campanile della Chiesa di San Verano. "E' la storia di una ragazza che si suicidò, gettandosi proprio da una di queste aperture." D'Eramo lo guardò, finalmente incuriosito. "Aveva vent'anni, ed era di qui, di Peccioli. Sin da bambina sognava di diventare una scrittrice di romanzi (...)". Corsini fa correre la voce di De Marco lungo il corrimano delle scale che danno accesso alla torre. Il suono ci conduce idealmente fino alla sommità del Campanile; lì De Marco svela il finale della sua storia.

Ferruccio Parazzoli è uno dei più significativi scrittori contemporanei, i suoi romanzi si caratterizzano per una costante attenzione ai problemi etici e per il capovolgimento del fantastico e del metafisico nell'umile quotidiano. Per predisporre le persone all'ascolto della narrazione di Parazzoli, Prima della notte, Corsini colloca sul fondo dell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano due sedie e una scultura di marmo statuario. Le sedie poste vicine, ricreano quell'atmosfera intima e privata che caratterizza la conversazione tra i due protagonisti del racconto: "(...) Questa che vede", riprese il professore, "è la Santa dei Santi, il mio oratorio privato. Qui regna la pace. Vuole sapere da cosa erano ricoperte queste pareti prima che prolificasse questa colonia di Santi? Libri, soltanto libri, ormai inutili libri. La metamorfosi ebbe origine molti anni fa quando..." Si tolse gli occhiali, appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona e cominciò a raccontare, come raccontasse un sogno (...)".

"Ogni autore ha delle ossessioni che si ripropongono: io torno spesso a scrivere di natura, del rapporto tra l'uomo e gli animali, delle trasformazioni del pianeta, ma anche del rapporto che abbiamo con la morte e la scomparsa. Un'ambientazione ricorrente, per me, è il bosco", dichiara la poetessa e scrittrice Laura Pugno in una intervista rilasciata in occasione del Premio Campiello 2017. L'incendio, il racconto che scrive per questo progetto, è la storia di Pietro un uomo che appicca incendi convinto di ritrovare, tra le fiamme del fuoco, il volto della figlia scomparsa. "Sapeva che era l'ultima volta, che appiccando quell'incendio - in qualche modo, lo sapeva - sarebbe morto, anche se neanche adesso, sul prato della chiesa, con l'umido sotto e il cielo sopra, le sue ustioni erano mortali. Chiuse gli occhi, sentì qualcosa (...)". L'altare della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica è cinto da un intreccio di rami e di foglie. Sedendoci su una delle panche il cespuglio si accende del rosso del fuoco e, dall'altare che vibra, si diffonde la voce dell'autrice. (Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

"E poi il silenzio"
Nuove voci della letteratura austriaca


26 marzo 2019, ore 18.00-20.00
Forum Austriaco di Cultura - Roma
www.austriacult.roma.it

Il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture straniere dell'Università Roma Tre e il Forum Austriaco di Cultura presentano la nuova edizione di testi di giovani autori austriaci, che raccoglie testi della più recente letteratura austriaca, privilegiando autori ventenni e trentenni e attingendo a romanzi d'esordio usciti negli ultimi tre/quattro anni. Nell'ambito della presentazione del volume si terrà una discussione sul tema "Letteratura austriaca contemporanea e la sua distribuzione in Italia", moderata dal germanista Massimiliano de Villa, cui parteciperanno, oltre al curatore dell'antologia, il Prof. Giovanni Sampaolo, anche il germanista Hermann Dorowin e l'editore Marco Federici Solari. L'attrice Carlotta Mangione leggerà poi alcuni brani tratti dalla nuova antologia. (Estratto da comunicato di presentazione)




Immagine del Trentino Il Trentino nei secoli: identità politica e culturale viste attraverso una storia di famiglia
06 aprile 2019, ore 18.45 (ingresso è gratuito per i soci, 7 Euro per i non soci)
Società Dante Alighieri Berlino
www.danteberlin.com

La storia di un piccolo territorio che per secoli ha fatto da ponte tra alcune delle maggiori culture europee: il Trentino. Tuttora la regione non cessa di ricoprire un ruolo fondamentale in svariati campi, dall'economia allo sport, dalla cinematografia all'arte. La Società Dante Alighieri Berlin (www.danteberlin.com) avrà il piacere di ospitare il Dott. Thomas Von Lutterotti, socio di origine trentina, che ci mostrerà la regione dal punto di vista della sua storia di famiglia. Attraverso il suo intervento avremo modo di scoprire una minoranza linguistica di matrice germanica che caratterizza questo territorio, parlando inoltre delle vicende che tale componente minoritaria ha vissuto nel corso della storia. Infine, un altro punto focale sará l'esperienza, giá dal principio "multiculturale", di un trentino adesso risiedente a Berlino, cittá "multikulti" per eccellenza. Confermate la vostra presenza preferibilmente entro il 30 Marzo. La conferenza sarà tenuta in lingua italiana e tedesca. (Comunicato stampa)

---

Trentino in der Zeit: Politische und kulturelle Identität anhand einer Familiengeschichte
06.04, um 18.45 Uhr
Società Dante Alighieri Berlin

Der Monat April sieht einen Termin voraus, um andere italienische Orte zu entdecken! Wir werden durch die Geschichte eines kleinen Gebietes reisen, das über Jahrhunderte eine Brücke zwischen einigen der größten europäischen Kulturen bildete: das Trentino. Heutzutage spielt die Region eine wesentliche Rolle in verschiedenen Bereichen. Von der Wirtschaft bis zum Sport, von der Filmwissenschaft bis zur Kunst. Die Societá Dante Alighieri Berlin hat das Vergnügen, Thomas Von Lutterotti, Mitglied aus Trentino, zu empfangen; er wird uns die Region am Beispiel seiner Familiengeschichte näherbringen. Durch seinen Vortrag werden wir eine germanische Sprachminderheit entdecken können, die für dieses Gebiet charakteristisch ist und auch über die Ereignisse sprechen, die diese Minderheit im Laufe der Geschichte erlebt hat. Ein weiterer Schwerpunkt wird schließlich die von Anfang an multikulturelle Erfahrung eines Trentinos sein, der heute in Berlin lebt, der Multikulti-Stadt par excellence. Der Vortrag wird in der "Zunftwirtschaft" in der Arminiusstraße 2 stattfinden und wird auf italienischer und deutscher Sprache gehalten. Eintritt für Mitglieder frei - für Nichtmitglieder 7 Euro. (Pressemitteilung)




Iniziativa culturale alla Biblioteca Statale Stelio Crise di Trieste


.. 21 marzo, ore 16.45, Aquileia, l'insula tra foro e porto fluviale. Lo scavo dell'Università di Trieste
Incontro con le archeologhe Federica Fontana, Università degli Studi di Trieste, e Franca Maselli Scotti, già Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia. Appuntamento a cura della Società di Minerva di Trieste. (Comunicato stampa)




Rassegna cinematografica dedicata alla scuola promossa dal Goethe-Institut Palermo Schule! Schule?
Ordine e disciplina, dissenso e ribellione nella scuola e nell'educazione tedesca


15 gennaio - 26 marzo 2019, ore 17.30
Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

E' dedicata alla scuola la nuova rassegna cinematografica del Goethe-Institut Palermo, in collaborazione con Città di Palermo, Goethe-Zentrum Palermo, Il Canto di Los SudTitles, nell'ambito del cineclub la deutsche vita. Con 11 film, getterà uno sguardo sul sistema scolastico ed educativo della Germania di ieri e di oggi, per fare il punto sullo stato delle cose anche in Italia, per conoscere le luci delle buone prassi ma anche per segnalare problemi e ritardi sul campo. Luogo di confronto, crescita e promozione sociale per alcuni, istituzione disciplinare per altri, la scuola è da molti secoli una delle questioni più dibattute nella vita di persone di diversa cultura ed estrazione sociale. Parliamo di scuola a casa e in pubblico, esigiamo che sia al passo coi tempi e chiediamo che si trasformi di continuo, ne misuriamo gli esiti in funzione degli sbocchi lavorativi e riponiamo in essa speranze e aspettative.

Più ancora della famiglia, la scuola è il primo vero nucleo in cui si sperimenta cos'è la società, con le sue gioie e i suoi limiti, le sue incomprensioni e i suoi conflitti. E' lì che si costruiscono le basi che contribuiscono a definire la nostra personalità: spesso a scuola hanno origine le amicizie, gli amori, i sogni e i desideri (ma anche gli odî e gli incubi) che formano le caratteristiche di ciascuno di noi. Il cinema ne ha fatto uno dei suoi temi ricorrenti in tutto il corso della sua storia, e nella rassegna pensata e promossa dal Goethe-Institut Palermo diretto da Heidi Sciacchitano, si assisterà all'evoluzione di questa istituzione in Germania, dall'impero austro-ungarico ai giorni nostri.

Avremo modo di mettere in dubbio alcune delle nostre certezze e porci domande radicali, come quelle che ci offre Alphabet: è davvero così sicuro che abbiamo bisogno di scuola o dobbiamo piuttosto ripensare da capo le forme dell'educazione e dare alla formazione nuovi valori? Potremo sperimentare coi nostri occhi che forme di coercizione militaresca come quella di Freistatt non siano poi così lontane nel tempo, e comprenderemo come il rischio di un'obbedienza cieca possa ridiventare la regola se si abdica, come avviene in Die Welle, all'esercizio del pensiero critico. Assisteremo agli amori, tormentati e proibiti, che legano educande ed educatrici di un collegio come quello di Mädchen in Uniform, e potremo calarci nei panni degli studenti alle prese con la prima vera presa di posizione in Das schweigende Klassenzimmer.

Proveremo anche a misurarci con la loro principale controparte, quella dei docenti, raccontati con le loro debolezze e vulnerabilità grazie alla tenera ironia di Der Wald vor lauter Bäumen o documentati nelle loro convinzioni pedagogiche nel premiato Zwischen den Stühlen. Se per molto tempo abbiamo pensato che la scuola riguardasse studenti e docenti, vedremo in che modo la convinzione contemporanea della necessità di un coinvolgimento attivo delle famiglie sia raccontato nelle forme parodiche e grottesche di Frau Müller muss weg!. Sarà, come sempre, anche un modo per misurarsi con linguaggi diversi del cinema: dalla commedia al film drammatico, dal documentario al film in costume, nonché un'occasione per attraversare con il cinema periodi diversi della storia e della cultura di lingua tedesca, tra film di ispirazione letteraria come il musiliano Der junge Törless e la rievocazione di eventi storici, come quello raccontato da Der ganz große Traum, con la rivoluzione che uno sport come il calcio può operare col suo arrivo nelle scuole del neonato Secondo Reich.

E forse con Schule, Schule - Die Zeit nach Berg Fidel, alla presenza della regista Hella Wenders, nel corso di un incontro pubblico in una scuola di Palermo e di un confronto con istituzioni e operatori sul tema dell'inclusione e dei problemi connessi alla realtà dei diversamente abili, previsto nella mattina del martedì 5 febbraio, impareremo a parlare della necessità di più educazioni in funzione dei bisogni di ciascuno. Film d'apertura, proiettato il 15 gennaio alla Sala Wenders alle ore 17:30, Der junge Törless (I turbamenti del giovane Törless) riduzione del racconto di Robert Musil messo in scena per l'esordio cinematografico di Volker Schlöndorff. Come sempre, tutti i film saranno proiettati in lingua originale, con sottotitoli in italiano e a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Anche tutti gli altri film in rassegna verranno proposti nella Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo. Per le scuole interessate sono previste proiezioni speciali di mattina, in giorni e orari da concordare.

- Calendario delle proiezioni

15.1. Der junge törless (I turbamenti del giovane Törless)
22.1. Der wald vor lauter bäumen (The Forest for the Trees)
29.1. Die welle (L'Onda)
5.2. Schule schule - die zeit nach Berg Fidel (Scuola, scuola - dopo Berg Fidel)
12.2. Der ganz große traum (Lezioni di sogni)
19.2. Freistatt (Sanctuary)
26.2. Zwischen den stühlen (Essere un insegnante)
5.3. Frau Müller muss weg! (Frau Müller deve andare via!)
12.3. Mädchen in uniform (Ragazze in uniforme)

19.3. Alphabet (Alfabeto)

A che cosa prepara il sistema educativo e quali sono le ragioni che determinano l'impostazione da seguire? E' possibile misurare i modelli educativi per stabilire obiettivi, target, etichette e orientare l'apprendimento su un modello competitivo? Che tipo di società si costruisce quando si considerano gli esseri umani alla stregua di polli da batteria? In una serie di conversazioni realizzate in un periodo di crisi globale, un film che pone domande sul senso di un sistema pensato e costruito in funzione di una società diversa da quella in cui viviamo oggi. E' davvero così necessario continuare a sacrificare la collaborazione sull'altare della competizione, sposare acriticamente i dogmi del capitalismo e non lasciare spazio al pensiero divergente e all'educazione alla creatività? In una Germania diversa dalla sua rappresentazione ordinaria, un abecedario per ripensare il rapporto con la nostra stessa umanità a partire dall'istruzione. (Comunicato stampa)

27.3. Das schweigende klassenzimmer (The Silent Revolution)

---

Dalla parte del perdente - Eine Geschichte im Fluß der Erinnerungen- romanzo di Nidia Robba con prefazione di Ninni Radicini Dalla parte del perdente
Eine Geschichte im Fluß der Erinnerungen

di Nidia Robba, ed. La Mongolfiera libri

Wirtschaftswunder, il miracolo economico che ha caratterizzato la storia contemporanea della Germania e in genere dell'area tedesca inizia dai primi anni '50, avendo il suo prodromo alla fine del decennio precedente. Questo romanzo è ambientato nel contesto storico, sociale, culturale, tra il 1943 e i primi del dopoguerra.

Prefazione al libro

Articoli di Ninni Radicini sulla Germania




Geografie dell'immagine
05 marzo - 13 giugno 2019, ore 18.30
Spazio Damiani - Bologna
www.spaziodamiani.it

Secondo ciclo del programma di incontri sulla fotografia contemporanea ideati da Spazio Damiani. Attraverso quattro appuntamenti, da marzo a giugno 2019, con cadenza mensile verranno affrontati diversi temi: il collezionismo e il mercato, l'estetica giapponese e le sue influenze, la fotografia come documentazione di performance, la fotografia e il ruolo dei media nella moda. (Estratto da comunicato di presentazione)

- Calendario

.. 05 marzo, Il collezionismo di fotografia: prassi, anomalie e ambiguità, con Walter Guadagnini
.. 18 aprile, Hiroshi Sugimoto e la nuova fotografia giapponese, con Filippo Maggia
.. 09 maggio, Agire per immagini. Fotografia e performance negli anni Settanta, con Pasquale Fameli
.. 13 giugno, La moda, l'immagine e i media, con Alessandra Vaccari




Locandina della rassegna Un mese con il cinema italiano nella 5a rassegna itinerante Aroma d'Italia Un mese con il cinema italiano
06-27 marzo 2019 (ogni mercoledì alle ore 21.00)
Teatro di Lakki - Leros (Grecia)
www.aial.gr

La nona rassegna presenta presenta quattro pellicole che fanno parte della 5a rassegna itinerante "Aroma d'Italia" che percorre la Grecia nell'ambito della Rete di Cooperazione Culturale italo-ellenica. Le pellicole selezionate, la cui distribuzione in Grecia è curata dalla Odeon, costituiscono una selezione della produzione cinematografica italiana nell'ultimo decennio, in cui compaiono alcuni dei più quotati registi italiani. Vi vengono affrontate problematiche esistenziali individuali quanto conflitti sociali d'attualità, ambedue largamente diffusi nella società contemporanea non solo tra gli adulti, ma anche tra i giovani. A Leros, l'ormai tradizionale rassegna viene proposta dall'Associazione con il sostegno del Comune. Come sempre, le proiezioni sono in lingua originale con sottotitoli in greco ed ingresso gratuito, e sono completate da pieghevole distribuito all'ingresso che riporta scheda tecnica, trama e recensione per ciascun film in programma. La rassegna è organizzata a livello nazionale dall'Ambasciata d'Italia e dall'Istituto Italiano di Cultura di Atene in collaborazione con l'AIAL, ed inserita nel Cartellone d'Inverno dell'iniziativa "Tempo Forte - Italia & Grecia 2019". (Comunicato di presentazione)

---

Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Presentazione del Taormina FilmFest 2019 Taormina FilmFest
30 giugno - 06 luglio 2019

Presentata a Los Angeles la 65esima edizione


Silvia Bizio e Gianvito Casadonte, co direttori del Taormina FilmFest, hanno presentato nella settimana degli Oscar a Los Angeles, nell'ambito del Los Angeles Italia Film Festival fondato e diretto da Pascal Vicedomini, la 65esima edizione del festival. Il festival presterà particolare attenzione a film diretti da donne, problematiche sociali globali, film di giovani registi, includendo fiction, documentari e cortometraggi, con una sezione di corti siciliani. I film vincitori del festival verranno presentati successivamente a Los Angeles presso l'Istituto Italiano di Cultura. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Re Ludwig II di Baviera Pagina dedicata al Re Ludwig II di Baviera
www.tuttobaviera.it/ludwig

Tre castelli costruiti tra il 1868 e il 1886 e altri in progetto ma mai realizzati, una splendida residenza di caccia a quasi 1.900 metri d'altezza, il profondo legame con la cugina Sissi, l'amicizia e il mecenatismo verso Wagner. Ecco alcuni dei "numeri" di Re Ludwig II, il più famoso sovrano bavarese, un mito del decadentismo ed in assoluto il più conosciuto, amato, controverso e studiato figlio della Baviera. La vita, il mistero della morte e tutte le informazioni utili per visitare i castelli di Ludwig. Questo e molto altro nella sezione speciale di TuttoBaviera dedicata al re delle favole. (Comunicato stampa)






Locandina della 12esima edizione del Festival del Cinema Spagnolo Festival del Cinema Spagnolo
12a edizione, 02-08 maggio 2019
Cinema Farnese - Roma
www.cinemaspagna.org

Festival dedicato al cinema spagnolo e latinoamericano di qualità. L'immagine ufficiale di questa edizione del Festival è opera di Esteban Villalta Marzi, artista italo-spagnolo di fama internazionale che tra gli anni Ottanta e Novanta diventa un membro attivo del movimento artistico "Movida Madrilena", confermandosi come uno dei maggiori esponenti della Pop Art europea. L'inaugurazione della kermesse, la sera del 2 maggio, vedrà la proiezione in anteprima italiana di Yuli, lungometraggio di Icíar Bollaín (Te doy mis ojos; También la lluvia; El olivo), alla presenza della regista. Il film, premio come Miglior Sceneggiatura al festival di San Sebastian per Paul Laverty, ruota intorno alla biografia del celebre ballerino cubano Carlos Acosta, dalle umili origini a La Habana fino allo straordinario successo al National Ballet di Londra. Sarà distribuito in Italia da Exit Media.

La manifestazione, che da sempre si è connotata come itinerante, farà quindi tappa in diverse città d'Italia, a partire dal Salone del Libro di Torino, dedicato quest'anno proprio alla lingua spagnola, per proseguire a Trento, Treviso, Verona, Campobasso, Padova, Genova, Reggio Calabria, Bari, Matera, Napoli e altre città. Tutte le proiezioni del Festival del Cinema Spagnolo sono in versione originale con sottotitoli in italiano. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Aqua Film Festival
11-13 aprile 2019
Casa del Cinema di Roma
www.aquafilmfestival.org

Quarta edizione di Aqua Film Festival, il primo festival di cinema internazionale con cortometraggi, incontri e workshop, eventi speciali dedicati al tema dell'acqua, ideato e diretto da Eleonora Vallone, attrice, giornalista ed esperta di metodiche d'acqua. Una valorizzazione dell'acqua che non è solo artistica, ma è anche legata, come si propone il Premio Fratello Mare, a denunciare problemi e disastri legati alla poca attenzione al mondo dell'acqua, dai problemi legati ai dissesti idrogeologici all'inquinamento di mari, oceani e corsi d'acqua. Tra gli ospiti del festival, il regista Francesco Crispino, docente di Filmmaking all'Università Roma Tre, che curerà un workshop su come realizzare film con un cellulare, le cui iscrizioni sono aperte per 64 posti totali. La Giuria assegnerà il Premio Sorella Aqua per il Miglior Corto e per il Miglior Cortino. (Estratto da comunicato stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Premio alla Carriera a Franco Donaggio
www.cfsannita.com

L'ambito premio - Una vita per la fotografia - istituito dal Circolo Fotografico Sannita quest'anno va a Franco Donaggio. Autore di livello internazionale da decenni presente nelle più importanti manifestazioni di fine art photography negli Usa, è oggi riconosciuto come uno dei più originali e apprezzati artisti italiani che privilegiano il mezzo fotografico. Donaggio ha al suo attivo svariate mostre in musei e gallerie Italiane, Europee ed Estere. Molte opere dell'artista sono presenti in collezioni pubbliche e private.

Franco Donaggio (Chioggia - Venezia, 1958) inizia a operare nel campo della creatività pubblicitaria e della grafica nel 1979 e l'anno dopo apre a Milano il suo primo studio fotografico. L'alta professionalità e la continua sperimentazione in tutte le tecniche di ripresa e camera oscura, portano presto l'autore a collaborare con importanti griffe della moda, e a creare nuovi linguaggi estetici che ne rinnovano costantemente il livello professionale e creativo, definendo uno stile professionale di spiccata impronta costruttivista e surreale. Nel 1992 gli viene conferito il premio 'Pubblicità Italia' per la fotografia di still life. Nel 1995 Donaggio realizza il suo primo importante progetto fine art intitolato Metaritratti che lo vedrà vincitore del Kodak Gold Award Italiano per la fotografia di ritratto nel 1996

Donaggio dedica sempre maggiore attenzione alla fotografia di ricerca e avvia uno stretto rapporto di collaborazione con la Joel Soroka Gallery di Aspen che lo rappresenterà nel Nord America per la vendita nel collezionismo fine art e lo porterà ad essere presente tra le più importanti fiere d'arte fotografica degli Stati Uniti: 'Photo LA', Los Angeles; 'AIPAD show', New York; 'Art Fair, Cicago'. Da quindici anni l'autore si dedica completamente alla ricerca artistica, oggi è uno dei più originali e apprezzati artisti italiani che privilegiano l'utilizzo del mezzo fotografico. Donaggio ha realizzato molti progetti, pubblicato, esposto in molte mostre di rilievo in Italia e all'estero. Nell'ottobre del 2014 Donaggio riceve il premio Rotary Club "Un Lavoro una Vita". Le opere dell'artista sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private, Donaggio è stato inoltre commissario di tesi all'Istituto Europeo di Design di Milano, visiting professor all'Accademia di Brera e all'Istituto Italiano di fotografia di Milano e all'università Ca Foscari di Venezia. (Comunicato stampa Associazione culturale Baricentro)




Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco quest'anno è dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

---

Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Immagine copertina Nidia Robba
Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste




Immagine dalla locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

---

Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Presentazione volume Le case Olivetti a Ivrea Le case Olivetti a Ivrea - L'Ufficio Consulenza Case Dipendenti ed Emilio A. Tarpino
di Carlo Olmo, Patrizia Bonifazio e Luca Lazzarini, con un contributo fotografico di Paolo Mazzo


Presentazione volume
22 marzo 2019 ore 17.30
Spazio Lab, La Triennale di Milano
www.archiviostoricolivetti.it

Presentazione del sesto volume della Collana di Studi e Ricerche dell'Associazione Archivio Storico Olivetti. A pochi mesi dal riconoscimento a sito Unesco di Ivrea, città industriale del XX secolo, l'Associazione Archivio Storico Olivetti pubblica un importante contributo sui programmi di case per dipendenti. Sviluppatosi nel solco di ricerche condotte presso l'Archivio di Ivrea e altri archivi italiani, questo volume propone, attraverso tre contributi di importanti autori ed un quarto di natura fotografica, una prima ricognizione sui programmi di case per dipendenti a Ivrea, con una particolare attenzione al ruolo affidato all'Ufficio Consulenza Case Dipendenti Olivetti (U.C.C.D.) diretto dall'architetto Emilio A. Tarpino. Lo studio affronta le dinamiche interne alla fabbrica Olivetti rispetto ai modelli progettuali e alle scelte politiche che testimoniano la pluralità di soggetti e di culture – anche tecniche – che contribuirono a dare forma al paesaggio residenziale di Ivrea. Il libro è corredato da inserti iconografici e documentali, fra i quali si segnala il contributo fotografico di Paolo Mazzo, con una selezione di scatti recenti delle case dei dipendenti Olivetti realizzate dall'Ufficio diretto dall'architetto Tarpino. (Comunicato stampa)




Architettura liturgica. Un dizionario essenziale
ed. LetteraVentidue, 2019

Presentazione libro
27 marzo 2019, ore 18.15
Galleria San Fedele - Milano

Nell'ambito della presentazione del volume, Tino Grisi terrà una conferenza che presenterà - attraverso il riferimento ad alcune parole chiave estratte dal libro - considerazioni e immagini originali sulle proprietà architettoniche degli edifici per il culto cristiano, interrogandosi attorno alla loro possibilità di continuare ad apparire come "promessa abitativa" posta dentro la città e nel paesaggio, rendendo possibile il sorgere del nuovo nella tradizione. (Comunicato stampa)




Copertina del libro di Tiziana Migliore presentato alla Fondazione Mudima Sensi del visibile - Immagine, testo, opera
di Tiziana Migliore

Libro presentato il 12 marzo 2019 alla Fondazione Mudima (Milano)
www.mudima.net

Questo libro offre la prima definizione integrata dei concetti di Immagine, Testo e Opera. Essi hanno oggi un'evidenza operativa tale che identifichiamo il testo con qualcosa di scritto, l'opera con l'oggetto d'arte e qualsiasi cosa con l'immagine per le nuove tecnologie che mappano ogni evento. Ma quali sono le proprietà, le funzioni e le valenze del Testo, dell'Opera e dell'Immagine? Con il metodo della semiotica, riflessioni teoriche e analisi sull'arte contemporanea ci permettono di pensare "tessere", "operare" e "immaginare" come i tre momenti orientati e reversibili dell'esperienza e della significazione che attribuiamo ai modi di esistere.

Il Testo è il modo "attuale" del senso, la fase in cui instauriamo relazioni con forme e sostanze del mondo; l'Opera è la fase della loro attivazione e messa in scena, il modo "realizzato"; l'Immagine è la fase di inscrizione nella memoria in ricordi, credenze e sogni, riunisce i modi "potenziale" e "virtuale" del senso. Disegni e modellini di un progetto si distinguono da come viene attivato senza confondersi con l'immagine che ne conserviamo. Sono in grado di accendere l'immaginazione ed entrare nell'immaginario, individuale e collettivo, attraverso tracce che vengono poi restituite all'esterno sotto forma di nuovi testi. Percepiamo la discontinuità e lo slittamento fra testo, opera, immaginazione e immaginario vivendoli, ma ce ne sfugge la logica. I sensi del visibile comincia a ricostruirla. (Comunicato stampa)




Copertina libro Credo Professo Attendo - sulle orme del Cristianesimo Ortodosso Credo Professo Attendo: sulle orme del Cristianesimo Ortodosso
di p. Evangelos Yfantidis
www.ortodossia.it

In questo libro, che contiene gran parte dei discorsi pronunciati in Italia negli ultimi quindici anni, ci si propone di scoprire l'Ortodossia tenendo presenti i tre verbi che dominano il simbolo della Fede in Cristo: "credo", "professo" e "attendo". Credere a quanto deliberato e proclamato dai santi Concili e Sinodi della Chiesa, dal primo - il Sinodo Apostolico - fino all'ultimo - il Sinodo di Creta -; professare, attraverso la propria vita, l'identità cristiana, scegliendo lo stile di vita, l'etica e i valori che provengono dal Vangelo di Cristo e dal Magistero della Chiesa; e, infine, attendere il Regno di Dio, convinti fermamente che la nostra patria incorruttibile sia il cielo stesso. Vi si approfondiscono alcuni aspetti che riguardano il mistero della Fede in Cristo, la storia e la vita della Chiesa Ortodossa, l'apostolato del Patriarcato Ecumenico, figure di venerata memoria per la loro vita, questioni pastorali, la dottrina etica e sociale, l'unità dei Cristiani, la protezione del creato, il dialogo interreligioso e altri temi. Questo libro si rivolge non solo ai Cristiani Ortodossi residenti nel nostro Paese, bensì anche a chiunque voglia approfondire sulle questioni sopra indicate, per inserirsi nel mistero della verità in Cristo, dell'amore di Cristo e della Sua persona. (Comunicato stampa Chiesa greco-ortodossa di Padova)




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019 Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019
219 artisti recensiti, formato 30,5x21,5cm., pp. 232, con 587 illustrazioni a colori, prezzo € 70,00. ed. Archivio Sartori Editore

Presentato il 10 febbraio 2019, a Mantova, nella Chiesa Madonna della Vittoria
info@ariannasartori.191.it

Relatori: curatrice Arianna Sartori, storico e critico d'arte Renzo Margonari
Presentazione con il Patrocinio di: Comune di Mantova, Madonna della Vittoria, Fondazione Le Pescherie di Giulio Romano
Presentazione organizzata da: Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani

«Archivio Sartori Editore presenta con grande soddisfazione il "Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019" giunto alla sua sesta edizione; passano gli anni ma la mia anzi la nostra determinazione non cambia, da "sempre" vogliamo fare opera di divulgazione di quel vasto mondo artistico nazionale composto di Pittori, Scultori, Incisori, Ceramisti, che con altrettanta determinazione e passione si attivano sul territorio nazionale e non solo. Il Catalogo Sartori 2019 vuole documentare artisticamente quanto sta avvenendo in campo nazionale, si propone come utile strumento di lavoro per tutti gli attori del culto del bello. La nostra proposta è rivolta agli artisti che documentano il loro essere attivi e presenti o anche volutamente non dimenticati; ai galleristi, ai critici e agli storici dell'arte che possono trovare stimoli nuovi per la loro attività; ed anche ai collezionisti o ai neofiti che possono trovare conferme alle loro scelte o suggerimenti per nuove acquisizioni.

Gli artisti inseriti, tutti selezionati su invito, sono la dimostrazione di quanto l'Italia sia culturalmente molto vivace, artisti attuali e del passato che sono vitali per la nostra storia dell'arte contemporanea. Non abbiamo bisogno di guardare troppo lontano per trovare validi artisti. Spesso leggiamo e vediamo opere di nuove e sorprendenti figure che arrivano da lontano, che perdono lungo la strada il senso della ricerca, molto spesso senza fine perché incongruente, o gretta perché caratterizzata di volgarità gratuite, e che vedono l'autore concretizzare sì opere che sono però la negazione del bello; artisti spesso presentati da galleristi, critici intellettualmente ricchi di incomprensibili elucubrazioni che, giocando con le parole, confondono il fruitore portandolo a non capire e non apprezzare più quella che è sempre stata considerata arte.

Nel nuovo Catalogo Sartori 2019 sono inserite più di duecento schede ad ognuna delle quali corrisponde il nome di un Artista presentato in ordine alfabetico. Un volume d'arte ricco nei contenuti, in cui ogni singola scheda è illustrata da una o più opere riprodotte a colori, arricchita da testi biografici, curricoli, e a volte da qualche stralcio critico, i riferimenti, gli indirizzi postali o informatici e i telefoni per facilitare eventuali e auspicati contatti. Il Catalogo Sartori 2019 in una ricca ed elegante veste editoriale, è un volume cartaceo, da leggere, è sufficiente una comoda poltrona e un po' di tempo da dedicare alla passione dell'arte; sfogliato con calma, guardando le illustrazioni e leggendo i testi, il libro ci cattura, ci dà delle suggestioni, ci permette di entrare nella poetica dei singoli artisti, di fare comodi raffronti e soprattutto di imparare.

Tra un po' di tempo, il Catalogo Sartori 2019 sarà ancora lì disponibile ad essere sfogliato, con le sue certezze e le sue affermazioni, non sarà sparito nello spazio... e... non serve il computer, il tablet, il cellulare, non serve WiFi o il collegamento internet. E non venga fraintesa questa affermazione, tutti sappiamo come questi strumenti siano assolutamente indispensabili e insostituibili, per il lavoro in tutti gli ambiti ed il commercio, ma chi dimentica i famosi pop-up che compaiono automaticamente durante l'uso per attirare l'attenzione con contenuti pubblicitari? La nostra è una scelta chiara e definita, il libro, la carta stampata si propone come attento mezzo di sapere, di lettura, di comunicazione e di riflessione. E nessuno asserisca che i libri appartengano al passato; le fonti del sapere, di tutto il nostro sapere e non in senso lato, sono su cartaceo, ed anche i documenti della conoscenza sono su cartaceo.

Ricordo la mia ingenua commozione quando ho letto che nel 1977, la Nasa inviò nello spazio una capsula contenente il Voyager Golden Record, un disco per grammofono contenente suoni e immagini selezionate al fine di portare le diverse varietà di vita e cultura della Terra (ed è già archeologia informatica). Il Catalogo Sartori 2019 si rivolge, insomma ad un pubblico elitario, attento alle proposte, aggiornato, ma non superficiale, come si dice "capace di leggere tra le righe" i messaggi dei nostri mass-media, consapevole delle proprie scelte e maturo, libero dai vicoli delle mode e capace di un gusto personale.» (Arianna Sartori)

- Artisti recensiti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Alvaro (Alvaro Occhipinti), Amato Maria Agata, Andreani Franco, Andreani Giona, Angiuoni Enzo, Arlorio Aldo, Ascari Franca, Baglieri Gino, Balansino Giancarlo Jr, Balansino Giovanni, Baldassin Cesare, Baldo Gianni, Bartoli Germana, Bassi Massimo, Beconcini Marco, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Benghi Claudio, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bisio Pietro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Boschi Alberto, Boschi Anna, Bucher Gianni, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo, Caldana Claudio, Calia Tindaro, Callegari Daniela, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Carpanelli Maurizio, Caselli Edda, Castagna Pino, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Cattaneo Claudio, Cattani Silvio, Cavallari Alberto, Cazzaniga Giancarlo, Cazzaniga Donesmondi Odoarda, Cellanetti Sandro, Cermaria Claudio, Cerutti Emanuela, Cibi, Cipolla Salvatore, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cordani Sereno, Cortese Franco, Costanzo Nicola, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cusino Giuliana;

Dalla Fini Mario, Dealessi Albina, De Luca Elio, De Luigi Giuseppe, Deodati Ermes, De Rosa Ornella (DRO), Diani Valerio, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, D'Orazio Daniela, Dugo Franco, Dumeri Beatrice, Fabri Otello, Faccio Enrico, Fatigati Domenico (Mimmo), Ferraj Victor, Ferraris Giancarlo, Ferri Massimo, Finetti Ilaria, Fioravanti Ilario, Fornasari Domenico (Memo), Fratantonio Salvatore, Fusillo Concetto, Gaiga Aurelio, Galusi Anselmo, Gard Ferruccio, Gauli Piero, Gentile Domenico, Gheller Monica, Ghilarducci Paolo, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Girardello Silvano, Gonzales Alba, Gozzi Rinardo, Gravina Aurelio, Lanzione Mario, Liber (Venturini Vittorio), Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Losi Elisabetta, Luchini Riccardo;

Mafino Beniamino, Magnoli Domenico, Mainoldi Roberto, Mammoliti Stefano, Manini Elio, Marchesini Ernesto, Marconi Carlo, Margonari Renzo, Marigliano Patrizio, Marra Mino, Marziale Gina, Matshuyama Shuhei, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Michelazzo Margherita, Minto Maria Grazia, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Morselli Luciano, Nagatani Kyoji, Nasi Cristiano, Nastasio Alessandro, Negri Sandro, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano (Male), Notari Antonio, Ogata Yoshin, Onida Maria Antonietta, Orlando Carmela, Ossola Giancarlo, Paglia Anna, Palazzetti Beatrice, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pauletto Mario, Pauletto Tiziana, Pavan Adriano, Peretti Giorgio, Perna Vincenzo, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pinciroli Ezio, Pirondini Antea, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Pompa Domenico, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Pracchi Miriam, Previtali Carlo, Prinetti Silvana

Raimondi Luigi, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Rezzaghi Teresa, Rinaldi Angelo, Rossato Khiara, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Russo Salvatore, Salzano Antonio, Santoli Leonardo, Sava Salvatore, Schialvino Gianfranco, Scotto Aniello, Sebaste Salvatore, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simonetta Marcello, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Spallanzani Stefania, Staccioli Paolo, Stazio Ivo, Taddei Maria Gabriella, Talani Giampaolo, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Terreni Gino, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Tognarelli Gianfranco, Tonelli Antonio, Ulpiani Lorena, Vaccaro Vito, Venditti Alberto, Vergazzini Stefania, Verna Gianni, Vigliaturo Silvio, Viviani Gino, Volontè Lionella, Volpe Michele, Zabarella Luciana, Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zefferino (Bresciani Fabrizio), Zerlotti Natalina, Zingaretti Franco, Zoli Carlo, Zorzi Giordano. (Comunicato stampa)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio, pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu - Edizioni NPE Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'infinita storia delle piccole cose L'infinita storia delle piccole cose
di Giuseppe Bianco, ed. L'Erudita
* Novità editoriale

Undici personaggi vagano tra la realtà, il sogno e il fantastico alla ricerca di un mondo più gratificante e giusto. Qualcuno potrebbe definirli dei vinti, schiacciati delle responsabilità e dai doveri a cui sono stati costretti, soppressi. Ma non lo sono: non si rassegnano e a chi li vuole macchine, cloni, predestinati espongono il proprio desiderio di riscatto sociale ma soprattutto umano. Dobbiamo batterci contro nemici invisibili: l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità: è in questa perenne lotta che si cimentano per cercare di sconfiggere non solo i nemici concreti, ma anche l'alienazione da cui la società sembra essere affetta. Undici racconti che hanno in ogni trama uno stesso protagonista: l'uomo e i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, a volte crudamente calati nella quotidianità, a volte in una dimensione onirico-fantastica, ma sempre pregni di una intensa umanità. Giuseppe Bianco traccia con amara consapevolezza il quadro di un mondo che reifica l'uomo e lo ingabbia ma in cui non si può e non si deve perdere la speranza. (I suoi sogni sì, possono aspettare, ma lui no, di Rita Esposito)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)

---

Mostre sull'Istria presentate nella newsletter Kritik

Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione di Ninni Radicini




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James, di Gottardo Pallastrelli Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina libro Errantia, di Gonzalo Alvarez Garcia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio - di Vito di Battista L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

---

- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





Newsletter Kritik di Ninni Radicini
freccia Per ricevere la newsletter Kritik, inviare una e-mail (senza testo) freccia


Mappa del sito www.ninniradicini.it

Home page

La newsletter Kritik non ha periodicità stabilita. Le immagini allegate ai testi di presentazione delle mostre, dei libri e delle iniziative culturali, sono inviate dalle rispettive redazioni e uffici stampa con l'autorizzazione alla pubblicazione.