La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
Newsletter Indipendente
di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Articolo di Ninni Radicini sul film Il Pianeta delle Scimmie nel 50esimo anniversario dalla realizzazione
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Pagina dedicata al primo podio in Formula 1 di Gilles Villeneuve, nel Gran Premio di Austria nel 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Il leggendario pilota automobilistisco Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018-19 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018-19 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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___ Nuovo numero di Kritik pubblicato (03 dicembre 2018)
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Argomenti


Andrej Brumen Cop - Muhice-Piccole mosche - akvarel-acquerello 1998 Karmen Corak - SP7000 - fotografija, digitalni tisk-fotografia, stampa digitale 2015 Karmen Corak e Andrej Brumen Cop
Fragilità dell'essere | Krhkost bivanja


26 gennaio (inaugurazione ore 18) - 10 febbraio 2019
Museo d'Arte Moderna "Ugo Carà" - Muggia (Trieste)
www.benvenutiamuggia.eu

Per celebrare la festa culturale slovena, una mostra doppia personale di artisti sloveni e precisamente della fotografa Karmen Corak e del pittore Andrej Brumen Cop. La mostra, a cura di Denis Volk, porta il titolo collettivo, giacché le opere di entrambi gli artisti sono complementari e simili per tema. La fragilità dell'essere si presenta così nella fragilità della natura come nella fragilità dell'uomo. Con la loro sensibilità, i due autori registrano nelle loro opere tali particolarità e gli attimi di una natura sensibile e mutevole: la fotografa Karmen Corak con la fotografia, il pittore Andrej Brumen Cop con la pittura, l'acquerello, il disegno e la grafica.

I due artisti trovano i motivi della bellezza sensibile della natura nel mondo vegetale, tra gli insetti, nella natura inanimata, per esempio muri e recinzioni, nell'acqua, nei fenomeni atmosferici e nelle stagioni. Nel farlo usano materiali molto sensibili come il washi giapponese, la carta di bambù e altro materiale, come pure la tela. Sebbene i motivi provengano dalla natura e dall'ambiente circostante, sono allo stesso tempo il simbolo della sensibilità, del cambiamento e della transitorietà umana. Ci aiutano a rallentare il nostro ritmo, a osservare, a vedere e forse anche a cambiare. Nel maggio 2018, all'Accademia di Belle Arti di Roma, i due artisti hanno esposto assieme per la prima volta. La mostra è realizzata in collaborazione con: Comune di Muggia, Consolato Generale della Repubblica di Slovenia a Trieste, Ministero della Cultura della Repubblica di Slovenia, Cockta (Gruppo Atlantic)

Karmen Corak (1959, Murska Sobota) ha studiato alla Facoltà di Arti Grafiche di Zagabria e contemporaneamente anche restauro di opere d'arte su carta a Roma, in Austria e in Giappone. Dal 2001 al 2018 è stata responsabile di restauro e conservazione della collezione di grafiche e fotografie della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma e oggi svolge lo stesso lavoro alle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Con la fotografia, per la quale ha ricevuto diversi premi internazionali, ha iniziato a esprimersi molto presto. Da molti anni espone in Italia e all'estero.

Andrej Brumen Cop (1967, Maribor) nel 1995 ha completato gli studi e la specializzazione in pittura all'Accademia di Belle Arti e Design di Lubiana con la professoressa Metka Krasovec. Nel biennio 2001-2002 è stato redattore capo della rivista Likovna beseda. Per il suo lavoro ha ricevuto numerosi riconoscimenti in patria e all'estero, nel 2005 è stato nominato per il premio della fondazione Preseren. A Lubiana, dove insegna disegno e pittura presso la Facoltà di Pedagogia dell'Università di Lubiana e dirige la Galleria UL PEF.

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Una volta, a proposito del suo lavoro, la fotografa Tanja Verlak ha detto: «Noto che nella fotografia equipariamo la realtà al visibile. Ciò è in contrasto con il fatto che la fotografia evidenzia i concetti e si ritrova sempre nel mondo delle idee; rappresenta quindi anche quella parte che forse vorrebbe restare nascosta, poiché spesso parte dal mondo dei concetti e dei modelli che si rivalutano appena nelle eccedenze. Cos'è dunque l'obiettività nell'arte? E cos'è la realtà della percezione umana? Non uso la fotografia documentaria per riprodurre ciò che vedo, ma per vedere cosa documento. Ecco perché lavoro con la magia nel senso più ampio del termine. (...)»

Se guardiamo al lavoro di Karmen Corak e Andrej Brumno Cop da questo punto di vista, possiamo concludere che le fotografie di Karmen Corak sono assolutamente speciali e possiedono una nota personale molto forte. Anche lei documenta quanto vede ma non con l'intento di riprodurre, ma per vedere. Vedere cosa ha vissuto, incontrato, avvertito e forse anche svisato, ma la fotografia le permette di fermare il tempo e rivedere l'attimo nei suoi numerosi dettagli ogni volta che (ri)guarda la foto. E questo permette anche all'osservatore - quando guarda una foto, di stabilire il proprio rapporto con il motivo e percepire i suoi sentimenti. Similmente, il pittore Andrej Brumen Cop cattura e ritrae nelle sue opere questi momenti spesso non riconosciuti o trascurati che ha visto e se ne ricorda, ma nel farlo usa un'altra tecnica: la pittura, l'acquerello, il disegno o la grafica. Anche le sue opere hanno questo potere di coesistere con l'osservatore e creare in lui sentimenti, ricordi e associazioni. Con la loro sensibilità, i due artisti registrano tali attimi particolari e i momenti di una natura sensibile e mutevole, che ogni istante è diversa e irripetibile.

I due artisti trovano i motivi di bellezza assoluta della natura nei loro dintorni, nei luoghi che visitano, nei viaggi, sul lavoro e nella vita quotidiana, sia nel mondo vegetale, tra gli insetti, nella natura inanimata, per esempio muri e recinti, negli oggetti personali, nell'acqua, nei fenomeni atmosferici e nelle stagioni. Indipendentemente dal fatto se questa bellezza sia per l'uomo piacevole o spiacevole, questa è la bellezza della fragilità, del cambiamento, della sensibilità e della transitorietà, dell'inizio e della fine e, per l'osservatore medio che va sempre di fretta, spesso anche trascurata e non vissuta. Anche i materiali usati dai due artisti sono molto sensibili, come il washi giapponese, la carta di bambù e altri materiali che conoscono bene, e anche la tela. Sebbene i motivi provengano dalla natura e da ciò che ci circonda, possono rappresentare per noi lo specchio e allo stesso tempo il simbolo della sensibilità, del cambiamento e della transitorietà umana. In loro compagnia rallentiamo il proprio ritmo, osserviamo, vediamo e pensiamo, forse anche cambiamo. In questo modo, la fragilità della natura si riflette anche nella fragilità dell'uomo e dell'esistenza in generale. (Vedo! (Dunque osservo), di Denis Volk - traduzione Ivan Markovic)




Opera di Alba Savoi nella mostra Pieghe d'acqua Alba Savoi: "Pieghe d'acqua"
30 gennaio (inaugurazione ore 18.00) - 15 febbraio 2019
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

(...) Con le sue Pieghe d'acqua, Alba Savoi affronta, stavolta con costante determinazione rispetto ai singoli episodi a tema del passato, l'argomento 'acque', partendo dall'allarme mediatico, politico e sociale mondiale lanciato ormai da anni, sull'inquinamento delle acque e legato alla 'scarsità' di tale primario elemento. Elaborando l'argomento da un'inusuale angolazione e ricollegandosi al concetto di caducità e di 'fine vita' e, al contempo, di 'eterno ritorno' che ne permea tutto il lavoro, Savoi parte per un percorso a ritroso, dalle acque luride e inquinanti - peraltro affascinanti per la loro sorprendente pittoricità cromatica - alla sensazione di freschezza e pulizia delle 'pieghe d'acqua', che l'autrice sceglie in scatti fotografici presi dalla realtà e restituisce nell'opera finita, tramite mirate alterazioni digitali.

I colori fotografici, nobilitati attraverso viraggi e l'accurato lavoro di disegno digitale, svolto a livello minimale su ogni pixel, ci mostrano come Savoi modifichi e muova l'immagine dall'interno, seguendo un progetto emozionale e compositivo che si determina ed emerge gradualmente anche alla coscienza dell'autrice. Dalle ormai lontane, iniziali esperienze pittoriche e manipolative di materiali che via via hanno portato Alba alla ripetizione xerografica di linee e chiaroscuri, ella ci mostra oggi un cammino creativo che della materialità dell'opera conserva sempre meno la consistenza e stravolge la consueta acquisizione del significato in rapporto all'immagine e a favore di una crescente evidenza dei processi intellettivi.

In tal modo, l'autrice arriva ad una raffinatissima summa tra pittura e arte concettuale e insieme all'efficacia divulgativa e di denuncia per la problematica forse più tristemente indifferibile dei nostri tempi. Inoltre, attraverso quell'artificio visivo - già collaudato in recenti serie di Pieghe - dell'apposizione dell'immagine fotografica sopra il medesimo particolare, di poco ingrandito e posto in secondo piano grazie alla garzatura della superficie che ne attenua i contorni e ne sfoca le tonalità, Alba ritaglia l'istante catturato dal flusso elaborativo della propria riflessione e lo ferma, perché lo si possa guardare e ci si possa soffermare a riflettere a nostra volta.

Il cambiamento di direzione di lettura dell'opera da orizzontale in profondità e viceversa, per poi proseguire verso un altro, ulteriore istante, fermato in un'altra opera della serie, e via via così procedendo, si riconnette al flusso della vita organica e cosmica. Per tali motivazioni ci sembra di poter affermare che Alba Savoi focalizza, approfondisce e racconta proprio la sua filosofia della vita e del tempo fisico, intesa nel senso di conoscenza e acquisizione, presentando opere esteticamente concluse e 'finite' nell'istante realizzativo e della visione altrui, ma che si completano tra loro sequenzialmente all'infinito. Per meglio illustrare il suo particolare modo di 'fare arte', ci si è qui avvalsi, concordemente con l'autrice, della forma dell'intervista, che offre uno spazio direttamente agito a due, nello spiegare le motivazioni e i procedimenti creativi di un'artista così complessa eppure semplice.

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.. Laura Turco Liveri - Dal momento che il tuo lavoro finora non ha indagato l'acqua, i suoi riflessi e le sue 'pieghe' con costante indagine, come mai oggi hai deciso di affrontare tale tematica e quali risvolti stilistici hai 'scoperto' nel tuo lavoro?

Alba Savoi - Sono sempre stata attratta dalla "piega". Dalle pieghe dei panneggi del Chitone greco e la morbidezza e duttilità della tela in "segno campo" delle prime esperienze fino alle recenti 'pieghe di luce', quando fui affascinata da un raggio luminoso che, colpendo un vaso colorato, proiettava colori azzurri sulla parete bianca. Fotografando le ombre colorate del raggio, in diversi momenti e in diverse stagioni, in realtà fotografavo l'estrema mutevolezza della luce e concettualmente mi ricollegavo alla caducità della vita, cogliendo l'attimo fuggente. Pieghe, luci ed ombre mi apparivano come il trascorrere di una giornata o della vita stessa: "pieghe di luce", appunto. "E oggi, perché non esaminare pieghe nell'acqua?", mi sono chiesta.

.. Laura Turco Liveri - Nel tuo lavoro, infatti, sei passata dall'indagare le pieghe di vari materiali, fisicamente intese come ripiegamento casuale ma in posizioni che attiravano la tua attenzione, alle pieghe d'acqua odierne: intenti e procedimenti creativi differiscono dalle pieghe fotocopiate delle serie xerox (prima bidimensionali e poi pieghe estrinsecate nelle xerosculture, ricreazione di una nuova fisica dell'universo) e dalle pieghe di luce fotografate, perché qui tu agisci direttamente sulla composizione dell'immagine digitale, sgranandola nel togliere pixels o al contrario rafforzandola aggiungendone di nuovi. Non eri mai arrivata nel tessuto connettivo dell'immagine fotografata, limitandoti a ritagliarne pezzi significativi ed evocativi e a giustapporli in modalità sempre più sequenziali o anche speculari.

La tua capacità di analisi visiva e concettuale e di osservazione ti ha suggerito di 'aprire' l'immagine, quasi per coglierne sempre più in profondità l'essenza del concetto che informa l'immagine, il punto focale attorno al quale si svolge il resto delle consequenzialità. Al contrario, quindi, delle precedenti serie, dove il superamento di ogni limen, di ogni limite progressivo, si espandeva in moto centrifugo, nelle Pieghe d'acqua tu inverti la direzione dell'indagine, telescopicamente dirigendoti all'interno, allargando e sgretolando le forme secondo il concetto originario di fotocopia: impressione di luce che ne interpreta, attraversandole, gli andamenti e, nell'infinitamente piccolo, ne disgrega i confini fisici, facendole riapparire come macchie non strutturate, galleggianti sulla superficie del foglio, dai molteplici e multiformi significati, attribuibili e attribuiti dal nostro sistema occhi-cervello.

Con la pazienza di un'antica ricamatrice, hai sempre lavorato con costante applicazione nell'elaborare e documentare le tue indagini sulle forme e sul circostante, cercato, come dicevamo più sopra, nella casualità di una piega di tessuto o nella rifrazione colorata di un vaso a primavera. Una caparbia e minuziosa ricerca, la tua, che manifesta il tuo intento di individuare il significato della vita: nella ripetizione con piccole varianti si riflette l'andamento della natura, cosmicamente intesa, come anche, nelle possibilità infinite del fare arte, il rinnovarsi continuo della vita. Per questa nuova serie, tuttavia, ti sei ricollegata alla 'portata' di pensiero che il concetto e l'elemento acqua tiene in sé, piuttosto che ai molteplici aspetti che essa visivamente offre. Inoltre, in questi anni, e ormai da troppi, non si può evitare di ricordare la necessità dell'acqua per la vita e la scarsità sempre crescente in zone progressivamente più vaste del mondo. Per tali motivi questo elemento ci affascina, non solo per l'estrema mutevolezza del suo aspetto e stato, ma anche come sensazione fisica che ci riporta a noi stessi e al nostro rapporto con la vita e la natura. Mi sembra tuttavia, nonostante tutte queste mie considerazioni, che tu abbia scelto un punto di vista ulteriormente differente su cui indagare l'argomento acqua.

Alba Savoi - Relativamente all'argomento "acque", in periodi recenti si parla continuamente di inquinamento delle acque, di mari inquinati. Così mi sono messa alla ricerca, sul web, come mio solito. In particolare, mi hanno interessato i sistemi e i dispositivi per la depurazione delle acque, volti alla soluzione del problema, non solo alla negatività della constatazione della situazione. Sul web ho trovato molto materiale: dagli apparecchi di aspirazione e filtraggio e di depurazione, alle innumerevoli, e a volte agghiaccianti, fotografie di acque luride, e tuttavia dai colori sorprendentemente sgargianti. Sono stata affascinata da quei colori ed è nata l'idea di realizzare delle opere con quelle immagini.

.. Laura Turco Liveri - Illustrando il negativo, il male fatto alla natura ne scopri quindi, quasi con dolorosa sorpresa, il fascino, la bellezza intrigante e seducente del male. Quello che mi incuriosisce è il procedimento, nuovo per te, che usi nell'elaborazione e nell'alterazione sostanziale delle foto, per lavorare pittoricamente in digitale, realizzando un'opera 'altra' rispetto alla foto originaria, valida dal punto di vista del linguaggio artistico e riconoscibile stilisticamente come tua opera.

Alba Savoi - Attraverso ingrandimenti progressivi della foto di partenza ottengo lo sgranamento dell'immagine in pixel di colore e arrivo così ad uno stimolante effetto pittorico. Con il mio spirito di instancabile indagatrice e maniacale sperimentatrice, gioco a manipolare il pixel/quadratino - che sposto, cancello o cambio d'intensità di colore. Seurat e poi Signac, neoimpressionisti del XIX secolo, cercavano luci e ombre tramite il punto di colore del pennello e giocando con il loro "Puntinismo". Io con questa tecnica mi diverto a creare il "Pixelismo del XXI secolo". L'intento non è soltanto il piacere estetico e di ricerca nell'opera: al di là di queste componenti c'è la voglia di segnalare, provocatoriamente, il 'problema acqua', che non è solo limpidezza e purezza... (Comunicato stampa)




Masahisa Fukase - A Game - 1983 Masahisa Fukase: Private Scenes
termina il 31 marzo 2019
Fondazione Sozzani - Milano
www.fondazionesozzani.org

Prima mostra retrospettiva italiana dedicata al fotografo giapponese, a cura di Foam Fotografiemuseum di Amsterdam in collaborazione con Tomio Kosuga, direttore di Masahisa Fukase Archives. L'opera di Masahisa Fukase (Hokkaido, 1934-2012) è rimasta in gran parte inaccessibile per oltre vent'anni, in seguito a una tragica caduta che lo aveva lasciato con gravi danni cerebrali permanenti. Dopo la sua morte, gli archivi furono gradualmente aperti, rivelando un ampio materiale che non era mai stato mostrato prima. In questa ampia retrospettiva presentata in autunno al Foam di Amsterdam sono esposte stampe originali dagli archivi di Masahisa Fukase a Tokyo, oltre al suo corpus di lavori "Ravens" (corvi), importanti serie fotografiche, pubblicazioni e documenti che risalgono dagli anni '60 al 1992.

Fukase ha incorporato la sua lotta personale contro il senso della perdita e la depressione nel suo lavoro in modo sorprendentemente giocoso. I suoi soggetti sono personali e molto intimi: nel corso degli anni, la moglie Yoko, il padre morente e l'amato gatto Sasuke comparivano regolarmente in narrazioni visive talvolta comiche, talvolta sinistre. Verso la fine della sua vita, rivolgeva la macchina fotografica sempre più verso di sé. L'enorme numero di autoritratti - quasi dei proto selfie - testimonia il modo singolare, quasi ossessivo in cui l'artista si metteva in relazione con ciò che lo circondava e con sé stesso. Fukase ha lavorato quasi esclusivamente con delle serie fotografiche, alcune nate nel corso di diversi decenni. Divenne celebre per i suoi "Ravens" (i corvi) (1975-1985), un racconto visivo atmosferico e associativo concepito durante un viaggio nella sua nativa Hokkaido.

Il libro "Ravens" è stato pubblicato nel 1986 e considerato come il miglior libro fotografico degli ultimi 25 anni dal British Journal of Photography nel 2010. Gli stormi dei corvi, quasi un presagio del destino, erano una sorta di metafora del suo stato d'animo di Fukase per il suo matrimonio con Yoko che stava finendo. Meno noto è il fatto che Fukase ha fotografato i corvi anche a colori. Le rare polaroid della serie "Raven Scenes" (1985) sono esposte in Italia per la prima volta. La sopravvivenza e il dolore personale sono diventati temi ricorrenti in Fukase per lunghi anni.

Nella mostra "Kill the Pig" (1961), Fukase aveva presentato una riflessione insieme giocosa e macabra sull'amore, la vita e la morte. In "Memories of Father" (1971-1987) Fukase mostrava la vita, la decadenza e infine la morte di suo padre in un tenero omaggio e un commovente "memento mori". I ritratti familiari di famiglia (1971-1989), a volte divertenti e talvolta seri, per i quali l'artista ha ritratto la sua famiglia nello studio fotografico dei suoi genitori, anno dopo anno, formano un'eccezionale cronaca familiare. L' esasperata idiosincrasia, la sua non accettazione verso sé stesso, e la continua sperimentazione, culminano negli autoritratti e nelle scene di "Private Scenes" (1990-1991), "Hibi" (1990-1992) e "Berobero" (1991) che documentano il vagabondaggio di Fukase per le strade e la vita notturna di Tokyo.

Tre mesi prima della sua fatale caduta, le opere vennero esposte nella mostra "Private Scenes" (1992), insieme a "Bukubuku" (1991): una serie di autoritratti dell'artista nella vasca da bagno. Le stampe sono datate con il timbro digitale che Fukase aveva iniziato ad utilizzare negli ultimi anni della sua attività. Insieme queste opere costituiscono un diario che scandisce i giorni, i mesi e gli anni in cui Fukase ha vissuto, lavorato e giocato in totale isolamento. Come figlio maggiore, Fukase era destinato a prendere in gestione lo studio fotografico di famiglia, fondato dal nonno nel 1908. Continuò ad aiutare i genitori e a dirigere lo studio fino al suo trasferimento a Tokyo nel 1952 per studiare fotografia. La sua mostra "Kill the Pig" (1961) lo portò per la prima volta all'attenzione del pubblico. Nel 1964 tre anni dopo l'improvvisa partenza della prima moglie, sposò Yoko, il suo grande amore. Per dodici anni Yoko fu la sua principale fonte d'ispirazione.

Nel 1974 Fukase fondò la "Workshop Photography School" di Tokyo con noti fotografi giapponesi come Shomei Tomatsu, Eikoh Hosoe, Noriaki Yokosuka, Nobuyoshi Araki e Daido Moriyama. Il loro lavoro venne presentato nella mostra New Japanese Photography al MoMA (New York) nel 1974 introducendo per la prima volta una nuova generazione di fotografi giapponesi in Occidente. Nel 1976 il divorzio da Yoko segnò l'inizio della celebre serie "Ravens", ma anche della depressione e dell'alcolismo. Nel 1992 Fukase, intossicato, cadde dalle scale e rimase in coma per venti anni. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2012, il suo lavoro è stato reso gradualmente reso accessibile dagli archivi Masahisa Fukase, istituiti a Tokyo nel 2014. Il lavoro di Fukase è stato esposto in numerose istituzioni MoMA, il Victoria and Albert Museum, l'ICP, la Fondation Cartier pour l'Art Contemporain e la Tate Modern. Il suo lavoro è presente in collezioni pubbliche e private, tra cui Victoria and Albert Museum, Tate Modern, SFMoMA, Metropolitan Museum of Art, Getty Museum. (Comunicato stampa)

__ Presentazione di altre mostre di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik __

Linee immaginarie
termina il 28 febbraio 2019
DoubleRoom arti visive - Trieste
Presentazione

Stefano Visintin. "#cafènero"
termina il 15 febbraio 2019
Impresa Sociale Ad Formandum - Trieste
Presentazione

Peter Bialobrzeski - The City / Urban Spaces
05 dicembre 2018 - 19 gennaio 2019 (chiusura: 22.12.2018 - 07.1.2019)
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
Presentazione

1969. Olivetti formes et recherche
06 dicembre 2018 - 24 febbraio 2019
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino
Presentazione

Robert Capa Retrospective
termina il 27 gennaio 2018
Arengario - Monza
Presentazione

Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007
termina il 24 febbraio 2019
Palazzo Ducale - Genova
Presentazione




Mavi Ferrando - Alberi - cm.250x160 2018 RoMiNa
Mavi Ferrando | Teresa Pollidori | Ilia Tufano
termina lo 08 febbraio 2018
Movimento Aperto - Napoli

Confronto tra Mavi Ferrando, Teresa Pollidori ed Ilia Tufano che, nella loro lunga attività, hanno avuto un percorso professionale simile che le ha viste operare nella doppia veste di artiste e promotrici culturali. Ciascuna artista espone un'opera di grandi dimensioni ed alcuni piccoli lavori. Il titolo prende giocosamente spunto dall'anagramma del percorso itinerante della mostra che dopo la tappa già avvenuta a Roma presso lo Studio Arte Fuori Centro diretto da Teresa Pollidori approda a Quintocortile di Milano diretto da Mavi Ferrando per poi concludere presso Movimento Aperto di Napoli diretto da Ilia Tufano. I tre spazi espositivi, associazioni culturali no-profit, operano da circa un ventennio sul territorio nazionale con un progetto culturale simile, finalizzato alla promozione della ricerca artistica contemporanea, al di là delle logiche di mercato. Nel catalogo, che accompagna le mostre, immagini e testi tracciano il profilo delle tre artiste, permettendo di apprezzare l'impegno culturale di ciascuna così come si esplica in una realtà che va dal nord al sud della penisola. Testi in catalogo di Donatella Airoldi, Marco De Gemmis, Eugenio Lucrezi, Fiorella Zampini.

  Mavi Ferrando, genovese, dopo il Liceo Artistico si è laureata in architettura. Di carattere poliedrico si interessa di musica, cinema, architettura e, soprattutto, di scultura privilegiando come materiale il legno. Tra le pubblicazioni in cui è presente: Giorgio Di Genova "Storia dell'Arte italiana - Generazione Anni '40", Edizioni Bora, 2007. Dal 1997 si occupa attivamente del settore arte dello spazio Quintocortile a Milano. Teresa Pollidori ha compiuto gli studi artistici a Napoli. I primi interessi sono rivolti verso una pittura, di sapore metafisico ed impianto geometrico.Negli anni '90 approda definitivamente alla scultura, linguaggio con cui ritrova la dimensione geometrico-architettonica, già presente nel periodo pittorico, che esprime compiutamente attraverso forme e valori minimali.

Il fil rouge di tutto il percorso artistico è la ricerca della spazialità geometrico/architettonica, tematica che ritrova nelle fotografie digitali rielaborate al computer, strumenti espressivi che utilizza attualmente e che le hanno dato l'opportunità di recuperare il colore e la figurazione. Da sempre ha affiancato alla propria attività quella di organizzatrice di eventi artistici. Nel 1997 fonda "La Biennale del libro d'artista città di Cassino", evento che ha curato per ben sette edizioni. Dal 2000 dirige lo "Studio Arte Fuori Centro" di Roma. Ilia Tufano, a Napoli ha fondato e cura da venti anni l'attività culturale ed espositiva di Movimento Aperto. La sua ricerca è approdata nell'ultimo decennio, partendo da ormulazioni astratte, alla pratica delle intersezioni tra linguaggi visivi e verbali, tra poesia e pittura. (Comunicato stampa)




Domenico Zangrandi - Nerea al poggiolo - olio su tela cm.120x60 1975 Domenico Zangrandi - Pesce d'Aprile - olio su tela cm.80x100 1984 Domenico Zangrandi - Autoritratto - olio su tavola cm.50x40 1986 Omaggio a Domenico Zangrandi
19 gennaio (inaugurazione ore 17.00) - 06 febbraio 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

In occasione del ventennale della scomparsa del pittore veronese, una importante retrospettiva curata da Arianna Sartori e dalla moglie dell'artista, Nerea Zangrandi Marcanti, con il patrocinio del Comune di Mantova. E' la terza mostra che la galleria mantovana dedica a Domenico Zangrandi (1928-1999), con in esposizione quarantacinque dipinti ad olio realizzati a partire dal 1946. Per l'occasione è stato edito un catalogo (Arianna Sartori Editore) con testo di Maria Gabriella Savoia.

"Insieme alla moglie Nerea, con Arianna e Adalberto, abbiamo pensato di dedicare una mostra personale al maestro Domenico Zangrandi in occasione dei vent'anni dalla sua scomparsa avvenuta il 21 febbraio 1999. Domenico Zangrandi è stato uno dei maggiori esponenti della pittura veronese della seconda metà del secolo scorso. In realtà, io non l'ho conosciuto personalmente, ma ho imparato ad apprezzarlo e a stimarlo moltissimo grazie al grande amore della moglie Nerea che con indefessa passione, da sempre ed ancora oggi, continua la sua missione di diffusione e divulgazione dell'opera del marito. Grazie a Nerea, ho avuto la fortuna di entrare più volte nello studio di Domenico e di passare e ripassare i suoi dipinti, scoprendo, ogni volta, aspetti e peculiarità diverse della sua arte.

Attraverso la lettura della biografia si ha modo di capire quale sia stato il percorso artistico di Domenico, maestro veronese nato nella allora piccola frazione di Quinzano, ma forse vale la pena di evidenziare come le sue umili origini abbiamo plasmato e motivato il carattere che con il tempo nonostante le molte perdite affettive e le difficoltà economiche, gli ha permesso di maturare una natura conviviale pur se estremamente ferma. Le stesse immagini che mi sono arrivate tramite monografie, fotografie e cataloghi, ce lo descrivono come un uomo dal fisico importante, dal carattere volitivo. La sua giovinezza non è stata certo facile, la mamma sarta, il papà infermiere morto per malattia, e così Domenico, giovanissimo, è affidato allo zio Angelo. Subisce lo scoppio della seconda guerra mondiale e la violenza di quel periodo viene successivamente interpretata in molti suoi quadri.

La forte propensione per la pittura lo porta ad iscriversi, nel 1946, all'Accademia Cignaroli di Verona avendo come insegnanti Antonio Nardi, Nurdio Trentini e lo scultore Franco Girelli che intuendo le sue buone qualità, e consapevoli delle sue difficoltà economiche, gli forniscono tele e colori. I ricordi della guerra fatta di feroce crudeltà sono i suoi soggetti di quegli anni. (...) Domenico vuole assolutamente vivere d'arte anche se, in un periodo di generale povertà, nella frazione di Quinzano, come tutti i "pittori" è considerato poco più che disperato perditempo; lui vuole affermarsi e crearsi un proprio spazio, ma non può farlo così per poter portare avanti la sua ambizione e continuare a coltivare la passione per la pittura si deve adattare ai più umili lavori. Con il tempo riesce a catturare l'attenzione del pubblico grazie alle sue partecipazioni a mostre locali e nazionali, la vittoria di alcuni concorsi per opere pubbliche, e l'organizzazione di mostre personali gli permettono finalmente di ottenere numerose soddisfazioni. Ma nuovamente il destino si accanisce contro di lui e la perdita della sorella è per lui un dolore inaccettabile; si abbandona allo sconforto e così smette di dipingere per alcuni anni. Grazie all'avvicinamento alla religione, nuovo punto di rifugio e di appoggio morale, Domenico riesce a superare i momenti di difficoltà.

La conoscenza e il successivo matrimonio con Nerea sono fondamentali per l'artista che in lei trova non solo l'anima gemella ma anche la modella perfetta per molti suoi dipinti e la curatrice di tutta l'organizzazione delle sue mostre ed esposizioni. Con lei la vita cambia, ed anche nella vita artistica Domenico trova ora nuovi equilibri. La sua continua evoluzione, giunta a completa maturazione, mette in evidenza un percorso pittorico che trova nella figura umana il principale soggetto, raffigurato nei diversi contesti sociali e in situazioni differenti. Con la conquista e l'affermazione di uno stile personalissimo fatto di una sapiente tecnica innovativa, grazie a un contorno scuro che delimita e definisce le forme, con l'uso di accese cromie stese con importanti pennellate, conferisce alle figure particolari volumi e nuovi e notevoli equilibri compositivi. Le sue opere che non sono più solo i temi religiosi, ma anche i ritratti familiari, il lavoro degli uomini e le molte problematiche sociali, i paesaggi, gli amati gatti e le nature morte, diventano opere molto ricercate dai collezionisti e Domenico si colloca così tra i migliori artisti veronesi del periodo.

Molte sono opere di carattere religioso che negli anni realizza per sé e su commissione di istituzioni religiose, le numerose vetrate nelle chiese, le sculture bronzee, le pale e i mosaici. Personalità poliedrica e instancabile, pratica prima la pittura, poi giunge la fase scultorea utilizzando materiali diversi e molto spesso anche il bronzo; si appassiona anche all'incisione realizzando esclusivamente puntesecche che stampa presso le Edizioni Fiorini di Verona. La pittura di Zangrandi non è certamente anonima e rasserenante, tutt'altro, tutto ciò che l'artista raffigura acquista una straordinaria drammaticità partecipata, come se gli stessi soggetti e oggetti scelti volessero affermare la propria esistenza e capacità di interazione con lo spettatore". (Maria Gabriella Savoia - Mantova, dicembre 2018)

Domenico Zangrandi ha frequentato l'Accademia Cignaroli di Verona sotto la guida dei professori Nardi, Trentini, Girelli. Fin dal 1946 è presente in mostre collettive che continuerà fino al 1948 anno della sua prima personale alla Casa di Giulietta riscuotendo grande successo. Da allora le mostre si sono susseguite l'una dopo l'altra non solo in Italia, ma anche all'estero: Francia, Gran Bretagna, Belgio, Stati Uniti. Nel 1964 realizza una Via Crucis per la Chiesa cimiteriale di Quinzano. Successivamente prepara il bozzetto per un Monumento ai Caduti, un trittico da eseguirsi in mosaico. Nel 1971 vince un concorso nazionale eseguendo i cartoni per un'opera in ferro battuto installata nell'Istituto Tecnico "M. Minghetti" di Legnago (Verona) (m. 12x6). In questo periodo gli viene proposta la realizzazione di acqueforti e puntesecche per i ‘tipi di Fiorini' in Verona, collaborazione che avrà seguiti felici. Oltre alla pittura Zangrandi si consacra alla scultura. Infatti nel 1978 realizza due grandi Crocifissi in bronzo. La capacità espressiva della sua spiritualità varca i confini italiani realizzando una Via Crucis per la Missione Cattolica di Quito in Ecuador e dei quadri per la Chiesa di Teresina in Brasile. E' impossibile elencare tutto l'operato di Zangrandi tanto vasta è stata la sua produzione. Dalla fine del 2009 la Sala Civica di Parona-Verona è diventata Sala Domenico Zangrandi. (Comunicato stampa)




Ottocento. L'arte dell'Italia tra Hayez e Segantini
08 febbraio - 16 giugno 2019
Musei San Domenico - Forlì

"Una mostra - evidenzia il coordinatore, Gianfranco Brunelli - che vuole mettere un punto fermo sull'Ottocento italiano, dopo le centinaia di retrospettive che hanno indagato questo o quell'autore, questo o quell'aspetto, declinazione o sfaccettatura di quell'importante secolo". Più puntualmente, la scelta curatoriale (Fernando Mazzocca e Francesco Leone) ha voluto focalizzarsi sui sessant'anni fatidici che intecorrono tra l'Unità d'Italia e lo scoppio della Grande Guerra. "Si passa - dicono i curatori - dall'ultima fase del Romanticismo e del Purismo al Realismo, dall'Eclettismo storicista al Simbolismo, dal Neorinascimento al Divisionismo presentando i capolavori, molti dei quali ancora da riscoprire, dei protagonisti di quei tormentati decenni". "Attraverso un immersivo viaggio nel tempo e nello spazio, ci vengono incontro capolavori di pittura e di scultura che segnano aspetti culturali e sociali nuovissimi, di impatto popolare e dal significato universale. La varietà dei linguaggi con cui sono stati rappresentati consentono di ripercorrere le sperimentazioni stilistiche che hanno caratterizzato il corso dell'arte italiana nella seconda metà dell'Ottocento e alle soglie del nuovo secolo, in una coinvolgente dialettica tra la tradizione e la modernità".

La mostra presenta, nella loro più importante produzione, pittori come Hayez, Induno, Molmenti, Pagliano, Faruffini, Cremona, Barabino, Bertini, Malatesta, Mussini, Maccari, Muzioli, Gamba, Gastaldi, Fontanesi, Grosso, Morelli, Costa, Fattori, Ussi, Signorini, Ciseri, Corcos, Michetti, Lojacono, Delleani, Mancini, Favretto, Michetti, Nono, Previati, Carcano, Longoni, Morbelli, Nomellini, Tito, Sartorio, Coleman, Cellini, Bargellini, De Carolis, De Nittis, Pellizza da Volpedo, Segantini, Boccioni, Balla; e scultori come Vela, Cecioni, Monteverde, Rosa, Tabacchi, Grandi, Gemito, Rutelli, Ximenes, Trentacoste, Canonica, Bistolfi. Ma sarà anche la straordinaria occasione di far conoscere tanti altri artisti sorprendenti, oggi ingiustamente dimenticati.

"I due fuochi, iniziale e finale, Hayez e Segantini, tracciano certamente un confine simbolico, ribadisce Brunelli. Ma quel confine dice ad un tempo tutto il recupero della classicità e tutto il rinnovamento di un secolo. All'inizio e alla fine del secolo, entrambi sono pittori del rinnovamento dell'arte italiana. Se Hayez viene consacrato da Mazzini pittore della nazione, Segantini avrà da D'Annunzio, nella sua Ode in morte del pittore, analogo, alto riconoscimento". (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Angelo Morbelli. Luci e colori
25 gennaio - 16 marzo 2019
Galleria Bottegantica - Milano
www.bottegantica.com

In occasione del centenario dalla morte dell'artista, una attenta monografica di Angelo Morbelli (Alessandria, 1853 - Milano, 1919), protagonista della pittura italiana del secondo Ottocento e del Divisionismo, in modo peculiare. L'esposizione, curata da Stefano Bosi e Enzo Savoia, presenta una selezione di opere fondamentali, alcune mai prima esposte, atte a documentare l'evoluzione del percorso artistico di Morbelli e le sue tematiche di elezione. "Nell'opera di Morbelli - affermano i Curatori - dimensione realistica e dimensione simbolica parallelamente coesistono. La minuziosa insistenza realistica, mentre ci immerge in una precisa realtà, la esaspera, fa sì che ci appaia in una diversa luce, che le toglie credibilità nella dimensione del reale, la immobilizza, la fissa in emblema".

Il realismo sociale, che egli interpreta con profonda sensibilità e capacità di analisi, si trasmuta in positività le volte in cui egli si approccia al variegato tema del paesaggio. I suoi paesaggi dominati dall'assenza di figure e di azione, dove l'emozione del pittore trova pieno appagamento nell'aprirsi, in religioso silenzio, alla natura, che è il regno delle cose che si rinnovano da sole, l'ente che possiede e dona la vita. Ne sono un esempio gli ariosi paesaggi dei ghiacciai valtellinesi o delle montagne piemontesi, le ampie vedute della marina ligure, gli scorci della laguna veneta, colti perlopiù al tramonto, e quelli assolati dell'amato giardino della residenza campestre a La Colma, presso Rosignano, sulle colline del Monferrato. Monti, mare, boschi sono cantati come lezione di vita vera e autentica, nei quali l'animo dell'artista sembra quietarsi. (...)

La mostra approfondisce anche, con il contributo di esperti nel settore, il tema della tecnica, specie quella divisionista, che lui ritiene essere la pittura del futuro: l'"l'affare dei puntini è per me - scrisse in una lettera del 1895 all'amico Virgilio Colombo - un esercizio pratico, come le scale del pianoforte. Il ridicolo cui i colleghi affettano schiacciare i puntini, mi assomiglia un po' quello dei padroni dei velieri contro i primi tentativi delle barche a vapore, parendo loro impossibile che un tubo potesse far tanto! La cosa è da noi prevista; ma non farà deviare un ette dal cammino prescelto chi ha la schiena forte! Intanto si vengono ad avere dei risultati maggiori: aria, luce, illusione dei piani e dei toni!". (Comunicato stampa Studio Esseci)




Carlo Andreasi - Passaggi di Stato, Italia-Slovenia - 2007 Linee immaginarie
termina il 28 febbraio 2019
DoubleRoom arti visive - Trieste
doubleroomtrieste.wordpress.com

Mostra a cura di Massimo Premuda, a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, sul concetto di confine e frontiera, con opere di Carlo Andreasi, Lea-Sophie Lazic-Reuschel, Anja Medved, Otto Reuschel, Jan Sedmak, Elisa Vladilo e Pavel von Ferluh. L'esposizione rientra nel calendario di iniziative di riflessione e dibattito innescate nell'ambito del programma della 30° edizione del Trieste Film Festival, organizzato dall'associazione Alpe Adria Cinema, che quest'anno celebrerà proprio i 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino con una serie di eventi cinematografici, espositivi e di approfondimento, in calendario dal 18 al 25 gennaio 2019 in diverse location a Trieste.

La mostra si apre con due lavori sulla caduta dei controlli di confine fra Italia e Slovenia, avvenuta il 20 dicembre 2007, presentando un lavoro video della regista slovena Anja Medved che proprio quella notte ha predisposto un vero e proprio video-confessionale dentro una postazione di controllo sul confine fra Gorizia e Nova Gorica per raccogliere dalle persone accorse per festeggiare lo storico evento, i loro "peccati" legati alle vicende del confine mescolandoli a immagini d'archivio dei tempi della cortina di ferro, e "Passaggi di Stato" dell'artista triestino Carlo Andreasi, reportage fotografico che documenta le postazioni di controllo appena dismesse lungo tutto il confine fra Trieste e il Carso sloveno, in una serie di scatti notturni che raccontano di luoghi abbandonati ancora pieni di vissuto e memorie.

La rassegna prosegue con due lavori visionari che insistono sempre sul confine italo-sloveno con "Visto dalla terra di nessuno", una spettacolare veduta a volo d'uccello tutta da leggere di una nuova possibile, o impossibile, Trieste, divisa fra Trst e Trieste, di Pavel von Ferluh, che immagina i prossimi sviluppi di una città sempre però caratterizzata da un invalicabile confine. La mostra prosegue trattando altri due confini lontani. L'esposizione si chiude infine con la documentazione fotografica dello straordinario intervento di arte pubblica e Land Art "Stitching the Border" dell'artista triestina Elisa Vladilo che nel 2010 ha cucito fisicamente con picchetti e nastri dei suoi inconfondibili colori, il confine che separa l'Italia dalla Slovenia sul versante del Monte Sabotino, andando così a ricucire simbolicamente gli strappi della Storia. (Comunicato stampa)

Mostre su Trieste




Alberto Savinio - Tombeau d'un roi maure - 1929, olio su tela De Chirico e Savinio: Una mitologia moderna
16 marzo - 30 giugno 2019
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

I due fratelli hanno ripensato il mito, l'antico, la tradizione classica attraverso la modernità dell'avanguardia e della citazione, traslandoli e reinterpretandoli per tentare di rispondere ai grandi enigmi dell'uomo contemporaneo, dando vita a quella che Breton definì una vera e propria mitologia moderna. La mostra - allestita alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo presso Parma - presenta oltre centotrenta opere tra celebri dipinti e sorprendenti lavori grafici, in un percorso espositivo che, dalla nascita dell'avventura metafisica, si focalizza su un moderno ripensamento della mitologia e giunge alla ricchissima produzione per il teatro, documentata anche da preziosi costumi per l'opera lirica.

«Sono l'uno la spiegazione dell'altro» scriveva Jean Cocteau dei due fratelli de Chirico. Vicinissimi nei primi passi delle rispettive carriere, de Chirico e Savinio lavorano a stretto contatto nei primi anni parigini. André Breton definiva il loro lavoro "indissociabile nello spirito": le visioni concepite da Giorgio in quegli anni, trovano un corrispettivo letterario nella poetica del fratello; nonostante il merito sia stato storicamente attribuito al genio di de Chirico, ad oggi è ormai riconosciuto il ruolo rivestito da Savinio nell'elaborazione dell'estetica metafisica. L'esposizione - curata da Alice Ensabella, Università di Grenoble, e da Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca - si propone di ricostruire criticamente le fonti comuni dei fratelli de Chirico al fine di metterne in evidenza affinità, contrasti e interpretazioni del fantastico universo che prende forma nelle loro traduzioni pittoriche, letterarie e teatrali.

Giorgio (1888-1978) e Andrea (1891-1952) de Chirico nascono in Grecia. Figli di un milieu alto borghese e cosmopolita, ricevettero un'educazione solida ed internazionale, influenzata dal romanticismo e dal nichilismo tedeschi, dall'avanguardia parigina, dalla cultura classica mediterranea, greca certamente, ma anche profondamente italiana. Questo particolarissimo imprinting filosofico, artistico e letterario, che forgia le menti dei fratelli de Chirico nei loro anni di formazione e primi anni di attività, darà come risultato uno dei momenti più originali e più alti della cultura figurativa italiana del Novecento.

Nonostante il comune percorso intellettuale, de Chirico e Savinio dimostrarono fin da giovani caratteri e approcci diversi alla pratica artistica. Savinio, figura poliedrica, nasce come musicista e compositore, diviene in seguito scrittore e approda alla pittura solo all'età di trentacinque anni. De Chirico, dalla personalità più decisa e granitica, individua la sua strada nella pittura. Se le opere di entrambi sono caratterizzate da temi di interesse comune come il viaggio, il mistero del distacco, la struggente commozione del ritorno, gli interrogativi sulla condizione umana, il richiamo al mito, all'antico, le interpretazioni che i due fratelli ne forniscono non sono le stesse, approdando spesso a risultati stilisticamente e iconograficamente distanti. Più freddo, mentale e concettuale, de Chirico, anche dopo la grande stagione metafisica non rinuncerà a rappresentazioni ancora impregnate di enigmi, che caratterizzeranno i suoi paesaggi che richiamano ai miti dell'antichità, cavalli fra le rovine della civiltà greca, gladiatori in procinto di vivere o morire, autoritratti e ridondanti nature morte.

Gioco e ironia sono invece i cardini intorno ai quali ruota l'estetica di Alberto Savinio. A differenza del fratello, infatti, Savinio dimostra un'innata capacità di immettere nei profondi silenzi metafisici la sapiente leggerezza dell'ironia, che si dispiega attraverso una visionarietà fantastica. Nelle sue opere oggetti inanimati ed esseri animati si uniscono in un'unica rappresentazione colorata e vivace, nella quale forme umane e animali si confondono e si decontestualizzano, inserite all'interno di prospettive impossibili e di un'atmosfera improbabile quanto ludica. I contributi in catalogo si concentrano sull'approccio dei fratelli alle loro fonti (Nicol Mocchi), oltre ai rispettivi percorsi nelle varie discipline artistiche in cui si sono confrontati: la pittura (Alice Ensabella), ovviamente, ma anche il libro d'artista e il teatro (Mauro Carrera). Essendo i motivi di ispirazione della costruzione della suddetta mitologia moderna al centro di questo progetto, due contributi in catalogo si focalizzano su aspetti più specifici dell'iconografia saviniana (Gerd Roos) e dechirichiana (Daniela Ferrari). (Comunicato Studio Esseci)




Franco Cardinali - Fragments de cathédral - olio caseina e sabbia su tela cm.94x76 1983 - ph. Luca Maccotta Franco Cardinali - Chant d'amour sur la falaise - olio caseina e sabbia su tela cm.90x110 1985 ph. Luca Maccotta Franco Cardinali. Inquietudine necessaria
termina il 14 febbraio 2019
Palazzo Giureconsulti - Milano

Antologica a cura di Raffaella Resch, a trent'anni dalla mostra postuma all'Accademia di Brera, organizzata dall'Associazione Culturale Franco Cardinali in collaborazione con la Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. L'esposizione mette in luce la poetica di un artista le cui opere appartengono ad importanti istituzioni pubbliche e collezioni private in Italia, Europa e negli Stati Uniti, in prevalenza a New York e Los Angeles. Gli oltre quaranta lavori esposti offrono una panoramica sulla produzione dell'artista ligure, formatosi nell'ambiente parigino di Montparnasse nell'ambito dell'École de Paris, l'ampio gruppo di artisti e intellettuali che operarono a Parigi tra le due guerre. Cardinali risente inizialmente di influenze picassiane e modiglianesche, per evolvere verso l'informale e le correnti sperimentali degli anni Settanta, come sottolinea la curatrice Raffaella Resch, «in maniera autonoma e matura, con una sorta di nomadismo degli stili, con un'inquietudine che contraddistingue anche la sua intera esistenza».

L'artista, in continua ricerca di nuove tecniche e forme espressive, vive e condivide intensamente i fermenti artistici con gli spiriti più originali della sua epoca, seguendo poi un percorso individuale con esiti assolutamente unici e peculiari. Fra le amicizie si ricorda il legame con Jean Cocteau, con il quale intrattiene scambi epistolari, e con Jacques Prévert, che dedica una poesia ad una sua opera pittorica; conosce anche Pablo Picasso, da cui è stimolato a lavorare con la ceramica. Con le parole del celebre amico Cocteau, come nelle proprie opere un artista esprime sempre se stesso, in una sorta di involontario autoportraitisme, così nella produzione del pittore nato in terra ligure, il poeta francese ravvedeva la figura massiccia di Cardinali, «sa figure montagnarde de tailleur de pierre» (la sua figura montanara di 'tagliatore di pietra').

Artisticamente Cardinali procede quindi in un percorso che va dal figurativo, interpretato con toni e linee forti, ad un astratto materico ispirato al mondo naturale, composto da ambienti, animali ed elementi simbolici della realtà e della sua fantasia. L'arte di Franco Cardinali è permeata di questa "inquietudine necessaria", come rivela il titolo della mostra: nelle sue opere si legge infatti un'insoddisfazione personale e artistica che si evince nel tratteggio profondo, nei paesaggi inquieti - come in Fragments de cathédral (1983) - e nell'increspamento delle superfici, come in Chant d'amour sur la falaise (1985), per esprimere «il suo bisogno di assoluta e libera autodeterminazione - afferma Resch - in qualunque tempo e rispetto a qualsiasi contesto; una libertà percepita come necessità furiosa di seguire l'ispirazione del momento, perché l'arte secondo Cardinali, per essere autentica e personale, non è altro che confronto interiore con i propri fantasmi».

L'arte per Franco Cardinali è una riflessione costante, un'evoluzione permanente, un'introspezione continua, un lavoro senza fine per perfezionare la propria tecnica pittorica e il proprio messaggio. Impasta colori tradizionali ad olio con materiali terrosi e argillosi per creare superfici spesse, composite, vissute, che rivelano anche un contatto con la natura intenso e profondo. Da qui nascono lavori su tela quali il Fossile lunaire (1967) ad olio con sabbia e caseina, o prima ancora l'olio Crustacés (1962), fino ad Ancienne écriture (1982) ad olio e sabbia, che ritraggono bestiari curiosi e inquietanti come fossero fossili impressi sulla trama. La materia pittorica scava oltre la dimensione esterna, va al di là della tela, e ci restituisce il mondo esplorato da Cardinali, in quel sottile ed effimero equilibrio tra arte e vita. Arricchisce l'esposizione un esaustivo catalogo bilingue italiano e inglese edito da Scalpendi Editore, che presenta tutte le opere in mostra oltre ad una ricca selezione della produzione dell'artista, con testo critico di Raffaella Resch e una testimonianza dell'amico Benito Boschetto.

Franco Cardinali (1926-1985) nasce in Liguria, a Rapallo. Si trasferisce a Parigi nel 1950. Nel '53 esordisce a Milano con una personale alla Galleria San Babila e due anni più tardi espone con gli artisti della Cité Vercingetorix, sotto il patrocinio di Jean Cocteau, con il quale instaura una solida amicizia, ed incontra Jacques Prévert: entrambi lo promuoveranno presso gli ambienti artistici parigini e della Costa Azzurra. Cardinali partecipa quindi nelle estati del 1955 e del 1956 all'esuberante attività artistica di Vallauris ed espone alla Galleria Charpentier nel gruppo École de Paris, con opere selezionate da Raymond Nacenta. Conosce poi il grande Pablo Picasso.

Si divide tra Vallauris e Parigi fino al 1968, quando un profondo bisogno di solitudine lo conduce a ritirarsi in Toscana in un villaggio di montagna, La Rocca della Verna, dove costruisce la sua casa e il suo atelier, e prosegue per dodici anni le sue ricerche. Nel novembre del 1980, ancora lacerato dall'insoddisfazione, parte alla volta di un viaggio in Costa Azzurra per ritrovare l'amico Jean Haechler, il quale diventerà suo mentore e mecenate. Si stabilisce quindi a Saint Paul de Vence nel 1982 e a dicembre tiene una personale a Nizza, seguita nel febbraio del 1983 da Ginevra, in marzo da Parigi e in aprile da Sion, in Svizzera. La sua ultima esposizione lo vede a giugno con una personale a Saint Paul de Vence. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Opera di Eloisa Missinato Eloisa Missinato
termina il 16 febbraio 2019
Ass. Cult. "la roggia" - Pordenone
www.laroggiapn.it

La pittura di Eloisa Missinato rappresenta, fin dalle origini della sua genesi, un percorso di ricerca "a ritroso", dall'esterno all'interno, un'indagine profonda in relazione agli aspetti più intimi dell'esperienza umana e femminile in particolar modo, come altresì concettuale in merito alle possibilità comunicative del linguaggio segnico e un'originale e soggettiva ripresa dell'analisi delle facoltà introspettive del colore, mutuata dallo studio accademico dell'opera di Matisse in particolar modo. Studio approfondito successivamente dalla corrente Informale a seguito del periodo esistenzialista, nella cultura e nell'espressione artistica degli anni '60 e portata avanti, mutata di segno, nella produzione della Transavanguardia italiana degli anni '70.

La lezione di Cèzanne e la semplificazione della forma secondo elementi geometrici elementari trovano ampio impiego negli sviluppi del linguaggio pittorico di Eloisa Missinato: il segno è fluido, spesso, curvilineo, ondulato, si awerte un sottile piacere nel definire, circondare e quasi "circoscrivere" gli oggetti sintetizzati e semplificati in fattezze sempre vieppiù orizzontali e ovali, circolari. Lo spesso contorno nero man mano si dissolve e nelle prove più recenti cose e figure, che perdono corpo per diventare quasi del tutto pure raffigurazioni di concetti, appaiono costruite attraverso la modulazione e il cangiantismo delle gamme cromatiche. Queste da chiare e solari si fanno nel tempo più scure, profonde, ma mai del tutto cupe, alternanti freddi e caldi come da cezanniana memoria e con lampi di luce interna che suggeriscono il permanere di un impulso vitalistico preponderante, un fuoco nascosto pronto a divampare, sottostante l'accurata, liricamente e delicatamente espressionistica sperimentazione tonale.

Echi Art decò con contaminazioni barocche, l'esasperazione decorativa del principio, denotante in particolar modo gli esempi degli interni con sedie, tavolini e vasi, ma anche le successive acquasantiere e la serie delle poltroncine, in cui la forma allungata e ovoidale comincia a prendere il sopravvento, lasciano intuire rimandi antichi, nella reiterazione di temi e grafemi, stilizzazioni di foglie, racemi e grottesche di gusto classicheggiante, orientaleggiante. Sempre presente è una componente ironica e dissacrante, che permette all'artista di attuare rimandi segnici e significanti, dalle cose all'uomo, dagli oggetti d'uso comune, più banali e quotidiani alla monumentalità della figurazione classica, e in prospettiva più ridotta, dall'utensile alla persona che lo adopera, realizzando ciò soprattutto grazie al grande formato e come sempre all'uso della pennellata mossa e vibrante, nella definizione e nel trattamento del colore.

Questo in riferimento specialmente alla serie degli "arredi da bagno", in taluni casi pittura applicata su supporti tridimensionali per conferire grandiosità, solidità e surreale, umoristica magniloquenza, ricollegandosi alle prove della Pop Art italiana, alle esagerazioni stranianti di Domenico Gnoli ai divertimenti autoreferenziali e concettuali di Luigi Ontani. (...) Negli esiti più recenti la figura torna protagonista, svuotandosi di materia e di riconoscibilità per divenire emblema della femminilità, contorno colorato, un nuovo richiamo a Cèzanne e al lavoro di Carla Accardi, in contesti che coinvolgono lo spazio. Ed è una spazio indefinito e infinito, occluso e precluso da strutture ellittiche in foggia di mandorla: un significato mistico e misterico quindi, costrizione ma anche protezione, unione di materia e spirito, un seme pronto a germogliare e a rinascere a nuova vita. (Alle radici dell'esperienza, di Maria Palladino, 21-11-2018)

Eloisa Missinato (Sacile - Pordenone, 1970) negli anni '80 frequenta il Liceo Artistico Parini di Pordenone e successivamente si trasferisce a Venezia dove studia pittura presso l'Accademia di Belle Arti e nel 1995 si diploma con 102/110. Terminati gli studi insegna tecniche pittoriche presso l'Universita' degli adulti e degli anziani di Conegliano e Sacile. Insegna privatamente pittura e disegno dal vero presso varie associazioni. Nel 1996 vince il Primo Premio presso la Galleria Nuova Icona di Venezia. (Comunicato stampa)




Dipingere gli affetti
La pittura sacra a Ferrara tra il Cinque e il Settecento


26 gennaio - 26 dicembre 2019
Castello Estense - Ferrara
www.castelloestense.it

Torna al Castello Estense di Ferrara "L'arte per l'arte", il progetto del Comune di Ferrara, promosso in collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico della città reso inaccessibile dopo il sisma del 2012. Dopo le opere di De Pisis, Boldini, Previati e Mentessi delle Gallerie d'Arte Moderna, protagoniste delle prime due esposizioni del progetto l'Arte per l'Arte, l'attenzione si sposta ora verso il periodo dal Cinque al Settecento. Le sale riccamente affrescate dell'ala sud e dei Camerini del Castello ospiteranno infatti la quadreria di proprietà dell'Asp, Centro Servizi alla Persona di Ferrara, Masi Torello e Voghiera, depositata presso i Musei di Arte Antica. Si tratta di un vero e proprio capitale artistico, pressoché sconosciuto eppure di grande rilevanza storica, che l'esposizione al Castello mira a restituire al grande pubblico. L'esperienza di visita assumerà i contorni di un viaggio nel tempo affascinante e sorprendente che spazierà dal tramonto del dominio Estense fino al secolo dei Lumi.

Le tappe di questo itinerario ci condurranno al cospetto dei due importanti protagonisti della rivoluzione naturalistica di inizio Seicento: Ippolito Scarsella detto Scarsellino e Carlo Bononi. La soave magnificenza del primo e la dolente bellezza del secondo, caratterizzano la Ferrara di quegli anni facendone uno dei più intriganti centri artistici dell'epoca. Contestualmente, faremo la conoscenza di personalità cronologicamente precedenti e parallele come, ad esempio, Giuseppe Mazzuoli detto il Bastarolo, il cui il manierismo castigato è fondamentale nella seconda metà del Cinquecento, Gaspare Venturini, pittore molto attivo per i duchi e per committenti religiosi, e l'enigmatico Giuseppe Caletti, curiosa figura di artista maledetto operante nella prima metà del Seicento. La seconda metà del XVII secolo è caratterizzata dal mitigato universo figurativo di Giuseppe Avanzi, pittore di mediazione che schiuderà il sipario al Settecento dove si imporranno le singolari personalità di Giacomo Parolini e Giuseppe Zola.

Ma perché Dipingere gli affetti? Per una doppia evocazione simbolica. La prima riguarda il linguaggio: le opere che verranno esposte in Castello si muovono nel solco degli orientamenti successivi al Concilio di Trento che delegavano all'arte il basilare compito di mediare tra il fedele e la religione, tra il visibile e l'invisibile, attraverso forme naturalistiche, emotive e familiari, nelle quali l'uomo del Sei e Settecento si potesse riconoscere. La seconda attiene alla vocazione umanitaria che animava i luoghi da cui esse erano originariamente collocate. Non delle chiese qualsiasi, ma gli altari, le cappelle e gli ambienti di istituti religiosi che ponevano al centro del loro operare l'aiuto verso gli altri, fossero essi orfani, indigenti, bisognosi o donne in difficoltà. Un insieme di esperienze animato da figure di primo piano della corte Estense - da Alfonso II a Barbara d'Austria, fino a Margherita Gonzaga - ma anche di una fetta consistente della nobiltà e della borghesia cittadina, impegnata nell'attività di carità e solidarietà.

Ed è così che protagonista di questa mostra sarà anche la città di Ferrara, nel tentativo di ricomporre il tessuto connettivo di un'«araldica della beneficenza» (per usare una felice definizione di Andrea Emiliani) che costituì la manifestazione più tangibile di quella pietas sei e settecentesca animata da empatica affettività e impegno sociale. Un attivismo che portò ad ornare alcuni dei luoghi sacri più rappresentativi, oggi quasi tutti scomparsi o mutati per fattezze o destinazioni d'uso, come i conservatori femminili di Santa Barbara e di Santa Margherita, o l'Opera Pia della Povertà Generale. Un vero e proprio viaggio nel tempo, insomma, alla ricerca delle radici moderne di Ferrara. (...) (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Marina Previtali - Ponte sul Naviglio Ticinese - Milano, olio su tela 2017 cm.210x141 Marina Previtali - Velasca, Via Larga - olio su tela cm.172x143 2017 Marina Previtali - Velasca da P.za Missori - olio su tela cm.163x125 2018 Marina Previtali - Dialoghi di Milano
15 novembre 2018 - 18 aprile 2019
Galleria Previtali - Milano
Calendario degli eventi 2018-19 nel sito della Galleria

Marina Previtali lavora da anni, con ossessione dolce, intorno al tema della visione urbana come dimensione paesistica introiettata ormai nella nostra coscienza di moderni: che è tuttavia, anche, interrogazione tutt'altro che ovvia sulla pittura e la sua necessità in un tempo in cui l'idea di città è stata campo radiante di pensiero e visione (dalla "città aggressiva" di Arnold Toynbee alla "lussuria geometrica" di De Chirico, giusto per citare) di cui s'è fatta infine interprete primaria la fotografia, capace di cogliere e riscrivere "eleganza, squallore, curiosità, monumenti, facce tristi, facce trionfanti, potenza, ironia, forza, decadimento, passato, presente, futuro di una città", come voleva Berenice Abbott. Previtali ha scelto un approccio diversamente centrato, che scruta il suo autobiograficissimo sentirsi abitante della città in quanto membro della civitas, la comunità consapevole di se stessa, e insieme come individualità continuamente straniata, in una complessa trama sentimentale sempre in bilico tra intendimento di Milano come luogo dell'anima e sospetto che i suoi luoghi altro non siano che sceneries, scenografie di solitudine irrevocabile.

L'artista si ritrova nel dipingerla, Milano, affidando alle materie aspre, alle pennellate materiate, ai soprassalti energetici del gesto, lo stream affettivo e di pensieri che la anima. Che sia un "a tu per tu" è detto dalla totale assenza della presenza umana. Certo, è una tradizione ormai di genere, l'evidenza snudata dei luoghi, almeno da Charles Sheeler in poi: ma qui non è in gioco la fascinazione dell'architettonico, la condizione ammirata dell'artificio del costruire, bensì l'anima dei luoghi, un vedere, un esserci che si vorrebbe partecipe ma che si ritrova come distanziato irrevocabilmente, come una presenza còlta e subito perduta. Solo la pittura può rendere questa condizione, il cui paradigma mimetico, pur mantenendosi saldo, si carica di brividi emotivi, d'una concentrazione meditativa profonda e continua: si chiede più come guardare che cosa. Questo è il fascino sottile dei dipinti di Previtali, la loro vera raison d'être. (Marina Previtali. Urban sceneries, di Flaminio Gualdoni)

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Uno degli aspetti più belli e singolari di questa città, Milano, per come la vede Marina Previtali nella sua vivace ricostruzione, insieme fedelissima e quanto mai libera, è nelle molteplici increspature che presenta, vale a dire nel gioco dinamico dei suoi contorni. Contorni che non sono lisci, lineari, ma sempre in rilievo materico, come in una sorta di vitale non finito, che esprime - io credo per necessità immediata e quasi senza intenzione - l'originale interpretazione dell'artista. E dunque il suo modo di sentire e raccontarci quel paesaggio, nel suo interno mutare, o nel suo spalmarsi nella mente, in modo quasi onirico, e non di meno esatto, nella molteplicità cangiante delle sue parvenze. Certo, possiamo osservare in queste opere, la strenua attività di incessanti lavori in corso, dove la fantasmagoria di colori si impone nel dettaglio, si fa sentire nelle superfici minime come in più ampie distese, fino alle indicazioni, ai segnali stradali, a quelle imponenti masse materiche dove non si ravvisa traccia di essere umano.

E questo è un preciso carattere del lavoro di Marina, che a mio avviso non vuole rendere disumano il paesaggio, ma vuole proporlo nella sobrietà antiretorica di un carattere locale, dove il soggetto è tanto più autentico e sano quanto meno subisce il banale desiderio di mettersi in mostra, lasciando invece il meglio di sé nel corpo di un ambiente che ne rivela l'operosità, il lavoro, la nobiltà dell'umana fatica. Una fatica che si intuisce bene, per esempio, nella verticalità protesa in uno sforzo costante, una tensione attivissima, della quale, in fondo, è difficile cogliere il senso. O, paradossalmente, è forse più agevole e naturale considerarlo inesistente, in un mare di forme dove talvolta qualcosa sembra volersi ergere immotivata e vistosa.

La bravura dell'artista è anche nella sua onesta volontà di modificare il paesaggio pur conservandone i tratti di evidente riconoscibilità in molti elementi anche notissimi, dove il nuovo, il vecchio e l'antico coesistono, come se il tempo avesse ormai tutto assorbito in sé, come se l'insieme delle vedute ci provenisse da un futuro che non conosciamo, che possiamo solo immaginare o inventare, ma che può conservare, pur con qualche traccia di interna decomposizione, ciò che la storia ha giustapposto e forse appiattito nel pensiero umano. O viceversa colorizzato con violenza attraverso i meccanismi aperti del sogno e della fantasia. E magari sotto un cielo irreale e irrealistico, un cielo giallo eppure senza sole, dove la torre svetta, bellissima e insensata, e dove le mille finestre appaiono come loculi o geometrici depositi, disordinatamente uguali e ancora senza presenza neppure infima di figure umane. Insomma, Marina Previtali ci offre un suo modo acuto e sensibile di vedere la nostra città, un modo che ci aiuta a capirla meglio e di cui dovremo tenere conto con riconoscenza e affetto. (Maurizio Cucchi)




Silvano Tessarollo: The Dark Sun
Sharevolution - Genova
19 gennaio (inaugurazione ore 18.30) - 07 marzo 2019
www.galleriamichelarizzo.net

Un sole nero, ormai privo della sua forza vitale è l'immagine attorno alla quale si sviluppa The Dark Sun, mostra personale di Silvano Tessarollo a cura di Andrea Lerda. Preludio di un tempo buio, quello descritto dall'artista è un mondo in cui regna il silenzio e dove una fitta coltre di nebbia impedisce la vista del cielo. Privata dell'energia vitale del sole, tutta la terra appare come immersa in una dimensione cupa e sospesa. Fragile e arida è la materia che soffre. Vano il tentativo di riaccendere l'ardore che un tempo proveniva dall'alto. L'immaginario che emerge in The Dark Sun ha origine dalle innumerevoli sfaccettature di una contemporaneità decadente, fatta di vulnerabilità, di precarietà e di incapacità di vedere. Siamo nell'era della "grande cecità" e un sole nero appare come un oracolo 1 nefasto che genera inquietudine.

Silvano Tessarollo lascia che la propria sensibilità elabori un percorso di opere in grado di confrontarsi a più livelli con una serie di questioni attuali, mediante un'indagine sui concetti di tempo, materia ed empatia. L'artista conferma così la sua propensione a compiere riflessioni intime, profonde e dai riferimenti aulici. Silvano Tessarollo celebra ancora una volta la sua personale modalità di fare arte, mettendo assieme medium freddi e caldi, materia organica e inorganica. Un modo di operare che scaturisce dalla sua innata relazione con la terra e il suo carattere empatico verso l'energia dell'universo. Opere inedite, disegni, video, fotografie e lavori scultorei compongono un progetto espositivo raffinato ed emozionante. La relazione con le problematiche sociali del nostro tempo è l'occasione per ripercorrere nuovamente l'importanza di momenti artistici e di situazioni storiche della seconda metà del Novecento, che vedono oggi riattualizzato il loro messaggio all'interno della Storia dell'Arte e del dibattito culturale.

Il lavoro di Silvano Tessarollo apre infatti un dialogo inedito con le parole di Barbara Rose che, in un articolo pubblicato nel 1969 sulla rivista Artforum, descrisse quello messo in campo dai Land Artist americani, come un approccio in cui "si fondono la sfera dell'etica e quella dell'estetica". Il modo di lavorare dell'artista veneto riattualizza dunque, in maniera rinnovata, uno specifico atteggiamento di reazione agli squilibri nel rapporto uomo-natura. Oggi come allora, la pratica di Silvano Tessarollo è la traduzione in arte di ciò che l'utopia del mondo moderno pruduce e sarà in grado di generare. I riferimenti a figure simbolo di integrità e di energia, come il cerchio e la spirale, tornano in The Dark Sun nell'immagine del sole. Un filo sottile lega i lavori in mostra agli interventi nello spazio naturale di Nancy Holt e di Richard Long, alla spiritualità delle opere di Wolfgang Laib e alle sculture di terra di Claire Pentecost. (Comunicato stampa)




Fabio Civitelli - Tex-Mount - Williamson - (2018-02) Fabio Civitelli - L'Apache bianco - Color Tex Fabio Civitelli: Color West
07 febbraio (inaugurazione ore 18.30-21.00) - 15 marzo 2019
Ca' di Fra' - Milano

Nuova personale per Fabio Civitelli, artista noto nell'universo Fumetto come uno tra i disegnatori di Tex Willer più amati. Risale al 1985 la sua prima storia su testi di Claudio Nizzi. La prima mostra a Ca' di Fra', nel 2012, in occasione della pubblicazione del Texone - "La Cavalcata del morto", rispondeva con successo al quesito se il Fumetto fosse o meno Arte. Una seconda personale con opere per la prima volta su tela nel 2016, lo consacrava a pieno titolo tra gli artisti contemporanei. In questi anni, varie mostre personali in Italia, sia nel mondo dell'Arte Contemporanea sia nella galassia Fumetto fino all'esposizione   di alcune tavole ed illustrazioni nella mostra evento curata da Sergio Bonelli Editore "TEX 70 anni di un Mito" alla Triennale (Milano 2018). "Color West" fornisce l'occasione per unire due momenti importanti del suo quotidiano d'artista: i nuovi lavori su tela, opere uniche in acrilico, veri e propri racconti in un'unica immagine e le tavole acquarellate (affiancate, in assoluta anteprima, all'originale in china) de "L'Apache Bianco".

Trentadue tavole pubblicate in edicola per la Sergio Bonelli Editore nel ColorTex di novembre 2018. La ricerca dei particolari sia storici sia di costume rivelano un rapporto intrigante con il dettaglio ed il gusto per la perfezione che lo caratterizzano come artista. A Ca' di Fra' verranno presentate opere su tela appartenenti al "Ciclo Ansel Adams". Un omaggio al grande fotografo dei paesaggi del lontano West. Nonostante ciò traspare l'inconfondibile suggestione  prodotta dai cieli di Michael Kenna e spesso i tagli cinematografici di Paul Strand. Le opere su tela, libere dai vincoli propri della commissione, dispiegano la creatività di Civitelli, la solida cultura visiva così come la profonda passione per la storia della fotografia. 

Questa non è una citazione casuale, ma un elemento profondamente costitutivo della sua personalità umana ed artistica e traspare in ogni singolo elemento, dalla scelta della prospettiva, alla luce, dall'inserimento del personaggio umano nell'armonia del paesaggio al cielo sotto il quale l'intera storia prenderà vita. Punto fondamentale della sua arte è il colore e quindi la sua assenza. Osservando una tela ci si rende conto facilmente della maestria assoluta con la quale Civitelli usa il nero come unico colore dal quale originano il grigio, modulazione del nero, ed il bianco come sua assenza. La luce è la vera protagonista dell'intera arte di Civitelli e negli acquerelli raggiunge il vertice regalandoci il colore della luce. Ca' di Fra' sottolinea, ancora una volta, l' Arte Fumetto attraverso questo viaggio nella fantasia e nelle emozioni. (Manuela Composti)

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Libro Graffiti animati - Storia dei cartoni animati di Marilena Lucente Graffiti animati - I cartoon da emozioni a gadget
di Marilena Lucente, ed. Vallecchi

Negli oltre cento anni di storia del cinema, l'animazione ha fin dall'inizio acquisito un ruolo di primo piano sia nella produzione sia nel mercato. I primi cortometraggi della Warner arrivano negli anni '30 e hanno per protagonisti personaggi tratti dal mondo animale. Trasmessi negli intervalli dei film (ruolo paragonabile a quello dell'avanspettacolo in Italia) in poco tempo conquistano il pubblico.




Carlo Carrà
termina lo 03 febbraio 2019
Palazzo Reale - Milano

Mostra dedicata a Carlo Carrà (1881-1966), uno dei più i grandi maestri del Novecento, protagonista fondamentale dell'arte italiana e della pittura moderna europea. L'esposizione vuole ricostruire l'intero percorso artistico del maestro attraverso le sue opere più significative dalle iniziali prove divisioniste, ai grandi capolavori che ne fanno uno dei maggiori esponenti e battistrada del futurismo e della metafisica, ai dipinti ascrivibili ai cosiddetti 'valori plastici', ai paesaggi e alle nature morte che attestano il suo ritorno alla realtà a partire dagli anni Venti, con una scelta tematica che lo vedrà attivo sino alla fine dei suoi anni, non senza trascurare le grandi composizioni di figura, soprattutto degli anni Trenta.

La mostra presenta un corpus di circa 130 opere concessi da alcune delle più grandi collezioni del mondo e da prestiti di numerosi musei italiani, oltre a molte collezioni private, così da ricostruire la fitta trama di affinità intellettuali e di rapporti d'elezione che legò Carlo Carrà ai suoi collezionisti e amici del tempo. Fu, infatti, artista irrequieto, persona dai viaggi significativi che lo portarono già giovanissimo a Parigi e poi a Londra, e di importanti incontri internazionali da Apollinaire a Picasso, oltre che uomo di grandi aperture culturali e di letture che lo spinsero a svolgere un'attività critica sulle riviste più importanti e di tendenza del tempo "La Voce", "Lacerba" e soprattutto "L'Ambrosiano". Infine la mostra non intende proporre solo la produzione artistica di Carrà, ma anche i tratti e i momenti più significativi di quella che lui stesso definisce "una vita appassionata". Sarà pertanto corredata da documenti, fotografie, lettere e numerosi filmati che documentano l'intensa vita di Carlo Carrà, di cui in prima persona ci dà conto nelle pagine de La mia vita, l'autobiografia che ha scritto nel 1942.

Tutti i visitatori avranno a disposizione una audioguida che li accompagnerà nelle varie sezioni con un racconto accessibile e coinvolgente. Ne derivano 7 sezioni, ciascuna espressione di uno specifico periodo della vita e dello stile del grande maestro: Tra Divisionismo e Futurismo; Primitivismo; Metafisica; Ritorno alla natura; Centralità della figura; Gli ultimi anni; Ritratti. In tal modo, il percorso espositivo, fluido e coerente, scandisce le tappe di una vita interamente dedicata alla pittura: "La mia pittura è fatta di elementi variabili e di elementi costanti. Fra gli elementi variabili si possono includere quelli che riguardano i princìpi teorici e le idee estetiche. Fra gli elementi costanti si pongono quelli che riguardano la costruzione del quadro. Per me, anzi, non si può parlare di espressione di sentimenti pittorici senza tener calcolo soprattutto di questi elementi architettonici che subordinano a sé tutti i valori figurativi di forma e di colore. A questi principi deve unirsi quello di spazialità, il quale non è da confondersi col prospettivismo; poiché il valore di spazialità non ha mai origini per così dire visive. Questo concetto nella mia pittura è espressione fondamentale." (Carlo Carrà, 1962) (Comunicato ufficio stampa Civita)




Carola Mazot - prova d'orchestra - olio su tela cm.60x70 1982 Carola Mazot - atleta bianco - olio su tela cm.80x80 1997 Carola Mazot
"L'incanto dell'emozione"


19 febbraio (inaugurazione ore 18.30) - 09 marzo 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Questa retrospettiva postuma, a cura di Stefano Cortina, celebra la carriera di un artista che sempre fu fedele a se stessa: Carola Mazot. Figlia d'arte, creativa e intraprendente, la Mazot muove i suoi primi passi nel campo della pittura con risolutezza; forgiata dall'Accademia spicca poi il volo sulle ali di una propria estetica incontaminata dai manierismi dell'allora attualità. Quello che ci lascia quest'artista è un percorso di ricerca segnica, un viaggio alla scoperta della poetica nascosta nelle più semplici cose. La raccolta in esposizione mostra infatti le tante piccole istantanee che Carola Mazot usava carpire dalla realtà quotidiana: gesti, espressioni, azioni, movimenti usuali concentrati in un segno vibrante che tenta di intrappolare la vita sulla tela e trasmetterne l'intrinseca energia. Non a caso alcuni dei suoi soggetti preferiti erano sportivi in azione, nello specifico calciatori; figure chiamate ad incarnare quella vitalità che l'artista ha sempre tentato di incanalare nei propri lavori. Catalogo in galleria, Edizioni Cortina Arte, testo critico di Giorgio Seveso, introduzione di Mafalda Cortina. (Comunicato stampa)

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Uno sguardo diverso
Giò Bonardi, Michelle Hold, Andrea Massari, Bona Tolotti, Daniela Vignati


termina lo 02 febbraio 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
Presentazione




Immagine di presentazione della mostra Expo Bologna 2019 con gli occhi di Mucha Expo Bologna 2019 con gli occhi di Mucha
termina il 19 gennaio 2019
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Gli uomini di oggi hanno dimenticato come si guarda. Distratti da mille stimoli, avvolti in sovrastrutture, spinti verso un'omologazione di stile e gusto sempre più consistente, vagano in preda a uno smarrimento febbrile, alla ricerca di un benessere sempre più mitizzato e meno reale. A qualcuno capita, per scelta, su consiglio o più semplicemente per caso, di tentare di porre fine a questo turbamento varcando la soglia di un museo, nel tentativo di riprendere contatto con la propria interiorità, con  un necessario silenzio e con una riappacificante bellezza. Fare esperienza del bello, come comprovato da recenti studi, può modificare la percezione del reale, arricchire il bagaglio culturale, rivelarsi motivo di rinascita: in pratica, l'arte (così come la natura) può renderci persone migliori. Gli artisti sono capaci di regalare a chi osserva nuove prospettive da cui guardare il mondo: preziosi guardiani di una memoria collettiva, essi sanno rivelarsi di volta in volta abili interpreti delle inquietudini del presente e audaci visionari di una speranza destinata al futuro.

Il rapporto di chi vive in funzione dell'arte con l'essenza della bellezza coincide, in sostanza, con una continua indagine sull'uomo, poiché ciò che appare bello nell'arte rimanda in ogni aspetto a ciò che lo è nella vita, e ciò che infastidisce, disturba, destabilizza, induce alla mente di chi guarda il concetto di bellezza da cui apparentemente si distacca. Pur esercitando un effetto specchio su chi osserva, l'opera dunque finisce sempre per ricondurre, per affinità o per contrasto, la mente dell'osservatore al proprio concetto di bellezza, sia che lo si voglia considerare soggettivo, sia che lo si creda oggettivo. Alcuni linguaggi riescono, meglio di altri, a guidare l'uomo all'interno della dimensione estetica, permettendogli di ritrovare il senso della relazione con la realtà, risvegliando dinamiche sensoriali, riportando alla superficie emozioni che si credevano sopite.

All'inizio del secolo scorso, promotore di un nuovo linguaggio comunicativo, accessibile a tutti e nel contempo foriero di suggestioni capaci di smuovere l'animo nel profondo, Alphonse Mucha, protagonista indiscusso dello stile Art Nouveau, si rivela capace di orientare il gusto estetico verso la riscoperta della perfezione, verso l'incanto suscitato dalle arti, dalla natura, da un sorprendente quanto inaspettato quotidiano. L'eco della sua poetica, di recente riproposta in un'importante mostra a Bologna, nella prestigiosa sede di Palazzo Pallavicini, giunge fino all'epoca contemporanea, affascinandola e invitandola a concedersi la possibilità di percepire la bellezza come unico motore possibile per la consapevolezza dell'uomo. Questa mostra, i cui partecipanti esprimono, in base a ogni singola sensibilità, la  propria personale rivisitazione del linguaggio di Mucha, vuole essere un invito a recuperare il senso dello stupore, ad aprirsi alla vita in modo autentico, a ricordare come si guarda. (Francesca Bogliolo)

Artisti in mostra: Antonella Laganà, Andrea Sangalli, Angela Marchionni, Angelo Licari, Enrico Frusciante, Ezio Tambini, Federica Nobili, Francesca  Guariso, Gian Luca Galavotti, Gigi Cau, Giorgia Pezzoli, Giovanni Trimani, Giuseppe Portella, Ksenia Yarosh, Loretta Cavicchi, Luca Boatta, Luca Tridente, Luciano Vetturini, Luisa Piglione, Luisa Modoni, Marco  Fajer, Marino Calesini, Mario Esposito, Marzia Roversi, Maurizia Piazzi, Mauro Martin, Mauro Fastelli, Michele Pucacco, Ninni Trifirò, Paolo Del Signore, Paolo Mazzanti, Roberto Re, Ronak Moshiri, Sauro Benassi, Silvia Montomoli, Stefano Manzotti, Stefano Galli, Tina Lupo, Tullio Candeloro, Walter Marin. (Comunicato stampa)

___ Altre mostre a Bologna presentate in questa pagina

Lodi per ogni ora. I corali francescani provenienti dalla Basilica di San Francesco
termina il 17 marzo 2019
Museo Civico Medievale - Bologna
Presentazione

VHS + | video/animazione/televisione e/o indipendenza/addestramento tecnico/controllo produttivo 1995/2000
termina il 17 febbraio 2019
MAMbo Museo d'Arte Moderna - Bologna
Presentazione

L'anima e il corpo. Immagini del sacro e del profano tra Medioevo ed Età Moderna
termina il 24 febbraio 2019
Musei Civici d'Arte Antica - Bologna
Presentazione

Hiroshige. Oltre l'onda. Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts
termina il 10 febbraio 2019
Museo Civico Archeologico - Bologna
Presentazione




I Macchiaioli: Arte italiana verso la modernità
termina il 24 marzo 2019
Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino

Gli antefatti, la nascita e la stagione iniziale e più felice della pittura macchiaiola, ossia il periodo che va dalla sperimentazione degli anni Cinquanta dell'Ottocento ai capolavori degli anni Sessanta. L'esperienza dei pittori macchiaioli ha costituito uno dei momenti più alti e significativi della volontà di rinnovamento dei linguaggi figurativi, divenuta prioritaria alla metà dell'Ottocento. Fu a Firenze che i giovani frequentatori del Caffè Michelangiolo misero a punto la 'macchia'. Questa coraggiosa sperimentazione porterà a un'arte italiana "moderna", che ebbe proprio a Torino, nel maggio del 1861, la sua prima affermazione alla Promotrice delle Belle Arti. Negli anni della sua proclamazione a capitale del Regno d'Italia, Torino visse una stagione di particolare fermento culturale. E' proprio a questo periodo, e precisamente nel 1863, che risale la nascita della collezione civica d'arte moderna - l'attuale GAM - che aveva il compito di documentare l'arte allora contemporanea.

In questa prospettiva un'attenzione particolare viene restituita ad Antonio Fontanesi, nel bicentenario della nascita, agli artisti piemontesi della Scuola di Rivara (Carlo Pittara, Ernesto Bertea, Federico Pastoris e Alfredo D'Andrade) e ai liguri della Scuola dei Grigi (Serafino De Avendaño, Ernesto Rayper), individuando nuovi e originali elementi di confronto con la pittura di Cristiano Banti, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Odoardo Borrani, protagonisti di questa cruciale stagione artistica. Il percorso prenderà il via con il racconto della formazione dei protagonisti, necessario per far apprezzare a pieno il contributo innovativo dei Macchiaioli nella storia dell'arte. Dalle opere di pittori e maestri accademici di gusto romantico o purista, come Giuseppe Bezzuoli, Luigi Mussini, Enrico Pollastrini, Antonio Ciseri, Stefano Ussi, ai giovani futuri macchiaioli come Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Cristiano Banti, Odoardo Borrani: attraverso il confronto delle opere sarà evidenziata la loro educazione tradizionale, rispettosa dei grandi esempi rinascimentali.

A punteggiare la mostra è la partecipazione delle opere scelte alle prime Promotrici di Belle Arti e alla prima Esposizione nazionale di Firenze del 1861; sullo sfondo è la visita all'Esposizione Internazionale di Parigi del 1855, che fu un avvenimento decisivo per i giovani macchiaioli, suscitando grande curiosità ed emulazione nei confronti della nuova visione "oggettiva" e diretta. In questa cornice, sarà presentato al pubblico il dialogo che sospinse alcuni artisti tra Piemonte, Liguria e Toscana a condurre le ricerche "sul vero". Furono anni di sperimentazione in cui le ricerche sul colore-luce, condotte en plein air, crearono un comune denominatore tra pittori legati in gruppi e cenacoli, di cui l'esempio più noto fu quello dei Macchiaioli toscani. Si affronta quindi la sperimentazione della macchia applicata al rinnovamento dei soggetti storici e di paesaggio, con opere degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta, durante i quali talvolta gli amici si trovavano vicini a dipingere lo stesso soggetto da angolature di poco variate, così da evidenziare il loro percorso comune e il proficuo dialogo intessuto in quegli anni di profondi mutamenti non solo artistici, ma politici e culturali in senso ampio.

A seguire si propongono le scelte figurative dei Macchiaioli dall'Unità d'Italia a Firenze capitale e gli ambienti in cui maturò il linguaggio macchiaiolo: dalle movimentate estati trascorse a Castiglioncello, nella tenuta di Martelli, ai più pacati pomeriggi autunnali e primaverili a Piagentina, nell'immediata periferia fiorentina, ove gli artisti si erano ritirati a lavorare al riparo dalle trasformazioni della Firenze moderna, accentuate dal 1865 dal suo ruolo di capitale dell'Italia unita. L'ultimo capitolo del viaggio affianca alle opere l'esperienza cruciale di due riviste: il «Gazzettino delle Arti del Disegno», pubblicata a Firenze nel 1867, e l'«Arte in Italia», fondata due anni dopo a Torino e che accompagna le vicende artistiche italiane sino al 1873.

Sulle colonne del «Gazzettino» Martelli, Signorini e altri critici presentano il loro sensibile e acuto spirito di lettura nei confronti delle espressioni contemporanee europee e la consapevolezza di una ulteriore svolta evolutiva della pittura, che si lascia alle spalle il pur glorioso linguaggio della macchia, che, a quel punto, mostrava di aver compiuto il suo ruolo innovatore. Un impegno sul fronte della critica destinato idealmente a proseguire sul mensile «L'arte in Italia», rivista che contribuì al rinnovamento dell'ambiente artistico piemontese con personalità come Giovanni Camerana, tra i più lucidi sostenitori delle ricerche sul vero condotte da Fontanesi e dalla Scuola di Rivara. Ciò che la mostra restituisce è quindi l'occasione non solo per ammirare capolavori assoluti della pittura macchiaiola, ma permetterne una migliore comprensione sottolineando il dialogo che ha unito gli artisti di varie parti d'Italia nella ricerca tesa alla modernità. (Comunicato stampa)




Illustri Persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce
Verso il boom! 1950-1962


termina il 17 marzo 2019
Museo Nazionale Collezione Salce - Treviso

"Passata la guerra, un incontenibile entusiasmo progettuale si diffonde capillarmente nel Paese", scrive la curatrice Marta Mazza, che del Museo Nazionale Salce è il Direttore. "E la pubblicità riflette e anticipa, sottolinea, enfatizza questo sentimento, vivendo un momento di straordinaria effervescenza". "Autori già maturi e specializzati da tempo nella grafica illustrata, reiterano con caparbietà i fasti del cartellonismo delle origini - è il caso di Dudovich, di Boccasile, di Edel - o ne rinnovano radicalmente i modi - Carboni, Nizzoli - beneficiando di spunti progettuali desunti da una consapevolezza professionale decisamente più complessa, esercitata nell'ambito di strategie comunicative che inseriscono il manifesto - nemmeno più così indispensabile - in promozioni pubblicitarie ad ampio spettro che il prodotto lo imballano, lo etichettano, lo animano. (...) Ma infine, nel generale innamoramento per l'America - da cui arrivano bevande, detersivi e agenzie pubblicitarie, minime avanguardie tangibili di quello che resta un sogno ancora lontano - spicca il caso tutto italiano di Armando Testa: ispirato dai precorrimenti di Federico Seneca e alimentato da una grande cultura pittorica, si rivelerà a lungo capace di ineguagliati traguardi di sintesi e di efficacia comunicativa".

Alla mostra storica, il Museo Salce eccezionalmente affianca una ulteriore esposizione. Collegata a Treviso Comic Book Festival 2018. Si tratta della monografica di Riccardo Guasco intitolata "Punt e a capo, Manifesti Sostenibili 100% Bio", curata da Nicola Ferrarese. Guasco è tra gli artisti contemporanei che meglio interpretano "il manifesto illustrato" e per questo suo confronto con i grandi del cartellonismo e della comunicazione gli Anni del Boom ha scelto di proporre 8 suoi manifesti inediti, realizzati per l'occasione, sul tema della sostenibilità ambientale. Riccardo Guasco ridisegna uno stravolgimento parallelo a quello che, dagli anni '50 in poi, i nuovi prodotti di consumo portarono nella vita degli italiani, svelandoci le pubblicità di nuovi e miracolosi prodotti immaginari, tutti rigorosamente sostenibili, tutti assolutamente bio. Dai sacchetti ecologici alle automobili "autoricaricanti", dal ristorante a impatto zero ai prodotti di cosmesi non testati su animali, dall'allevamento delle api da balcone alla casa intelligente. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Alan Gattamorta Reggae station
termina il 10 febbraio 2018
Mostra on line

Il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta.







Andrea Massari - La regola e il tempo - smalto, acrilico e pastello su tela cm.50x70 2018 Opera di Michelle Hold Uno sguardo diverso
Giò Bonardi, Michelle Hold, Andrea Massari, Bona Tolotti, Daniela Vignati


termina lo 02 febbraio 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Il territorio, l'uso della materia e il colore sono gli elementi che accomunano i cinque artisti ospitati in galleria con la mostra. Il territorio è il Monferrato casalese, gli artisti fanno parte del gruppo ArtMoleto, creato nel 2009 dalla pittrice tedesca Michelle Hold e che accorpa attorno a sé numerosi colleghi, italiani e stranieri, realizzando un progetto espositivo, rinnovato nel tempo, focalizzato sul rapporto tra arte e natura e declinato su differenti temi. E' una poesia silenziosa quella che ciascuno di loro ricava dalla materia, la luce esalta gli strati di colore, evoca ricordi e forme, infonde anima alle composizioni. Mostra a cura di Susanne Capolongo. Giò Bonardi, legato per formazione e per mestiere alla grande tradizione dell'arte antica, è scultore per vocazione e per prassi, la terracotta, la ceramica e il bronzo sono i suoi materiali di elezione.

Michelle Hold, instancabile e appassionata organizzatrice del gruppo, colore e segno sono i suoi strumenti prediletti per rivelare il mistero che la natura cela dentro di sé, pennellate che agiscono come fuochi luminosi per svelare l'energia universale. Andrea Massari, il suo percorso artistico ha esplorato con attenta curiosità i diversi passaggi dell'arte del dopoguerra, per culminare nella attuale produzione fatta di campiture piatte e di colori decisi, di forme chiuse e di linee aperte verso l'infinito. Bona Tolotti, è segnata da un imprinting preciso, eredità dei suoi viaggi, delle sue ricerche etnografiche e antropologiche, che si traducono in immagini visionarie, icone di mondi lontani nel tempo e nello spazio. Daniela Vignati, nel suo insistito dialogo con se stessa, nel continuo cercare, instancabile, del quale a volte non si scorge la meta, nasconde la propria inquietudine in una narrazione onirico-fiabesca, sempre diversa e sempre uguale, senza confini visibili e senza soluzione. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Cent'anni di capolavori 100% Italia - Cent'anni di capolavori
21 settermbre 2018 - 10 febbraio 2019

- Biella: Palazzo Gromo Losa (Futurismo), Museo del Territorio (Secondo Futurismo)

- Vercelli: Arca (Metafisica, Realismo Magico, NeoMetafisica)

- Torino: Museo Ettore Fico (Novecento, Corrente, Informale, Astrazione), MEF Outside (Pop Art), Mastio della Cittadella (Optical, Minimalismo, Arte Povera, Concettuale), Palazzo Barolo (Transavanguardia, Nuova Figurazione, International)

"100%Italia" è una mostra dedicata agli ultimi cento anni di arte italiana, dall'inizio del Novecento ai giorni nostri. Con un percorso storico esaustivo, il progetto è l'occasione per evidenziare il ruolo preminente dell'arte italiana, che ha saputo segnare profondamente la creatività europea e quella mondiale. Ogni anno e ogni decennio sono stati contraddistinti da forti personalità che hanno influenzato l'arte del "secolo breve" e oltre; nessuna nazione europea ha saputo infatti offrire artisti e capolavori, scuole e movimenti, manifesti e proclami artistici con la continuità dell'Italia.

In un momento in cui il valore identitario di una nazione deve essere ripreso, riconfermato e ribadito, non per prevaricare, ma per aiutare la comprensione della storia, "100%Italia" vuole fare il punto e riproporre evidenti valori che per un tempo troppo lungo molti critici hanno sottovalutato. Gli artisti considerati come capisaldi della cultura internazionale verranno esposti, ognuno con una o più opere rappresentative del proprio percorso e del periodo storico di appartenenza. La grandezza dei maestri si potrà quindi percepire in un unicum e in una sequenza espositiva che faranno fare al visitatore un viaggio straordinario lungo cent'anni. "100%Italia" ha collaborato con collezioni e a archivi di musei, di fondazioni, di gallerie pubbliche e private e di collezionisti che insieme hanno costruito un evento unico nel suo genere. La mostra è organizzata dal Museo Ettore Fico di Torino e curata da Marco Meneguzzo, Claudio Cerritelli, Giorgio Verzotti, Luca Beatrice, Lorenzo Canova, Elena Pontiggia, Luigi Sansone.

L'avvio è precedente al 1915, anno in cui l'Italia entra ufficialmente nel primo grande conflitto mondiale, nella prima guerra "globalizzata" in cui le superpotenze si fronteggiavano e si scontravano in un modo violento e disumano. In quegli anni i Futuristi avrebbero voluto «bruciare i musei e le biblioteche» così da chiudere con la storia passata e identificarsi con il presente, ovviamente in senso puramente ideologico. La conclusione delle mostra è contrassegnata dal 2015, in un tempo in cui l'ideologia prende il definitivo sopravvento sulla razionalità e sulla tolleranza reciproca, attuando in concreto quelle distruzioni simboliche dei Futuristi. (...)

Le tipologie e metodologie di sterminio cambiano e, dallo scontro frontale, si spostano su fronti a macchia di leopardo per distruggere popoli e nazioni nella loro totalità attraverso simboli artistici e storici che documentano l'arte e la religione. Paradossalmente l'arte moderna e contemporanea seguono questi stessi schemi. Le scuole, le estetiche, il mercato si adeguano e si adattano ai cambiamenti epocali segnando differenze e cambi di potere a livello internazionale. "100%Italia" non è un reportage di guerra, ma un viaggio segnato da tre grandi guerre che hanno mutato il mondo e la sua percezione e, soprattutto, un resoconto accurato della creatività e della genialità italiana da sempre "cartina al tornasole" dello stato dell'arte. I nostri artisti hanno saputo, come nessun altro, entrare in contatto con movimenti internazionali e istanze non provinciali, hanno saputo rielaborare la nostra cultura attraverso altre culture, restando permeabili e nello stesso tempo autonomi.

"100%Italia" vuole proporre al grande pubblico un progetto a più livelli. Il primo è lineare e cronologico dove le opere si susseguono, anno dopo anno, in un continuum percettivo senza soluzione di continuità. Il secondo è quello dei movimenti che maggiormente hanno influenzato il nostro gusto e le estetiche mondiali. Il terzo è un progetto didattico e divulgativo per chi volesse approfondire in modo unitario percorsi e storie legate all'arte. Ogni sezione è illustrata attraverso saggi che prendono in esame i maggiori movimenti italiani. Questi documenti completano la mostra e il catalogo di accompagnamento si propone anche come testo fondamentale per comprendere la nostra storia, il nostro passato e il nostro futuro. "100%Italia" propone all'attenzione del pubblico quei capolavori che solitamente vengono conservati in collezioni private e che difficilmente vengono esposti pubblicamente per dare, oltre che un quadro completo sul piano scientifico, una scelta di opere eccezionali mai esposte. (Comunicato stampa)

Le sezioni

_ Futurismo
a cura di Luigi Sansone

Il 20 febbraio 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblica sulle pagine de «Le Figaro», a Parigi, il famoso Manifesto del Movimento Futurista, programma che avrebbe scosso l'arte e la cultura del Novecento. L'11 febbraio 1911 Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Gacomo Balla e Gino Severini sottoscrivono il Manifesto dei pittori futuristi, rivolto "agli artisti giovani d'Italia!"e l'8 marzo dello stesso anno, al Politeama Chiarella di Torino, Boccioni darà lettura del Manifesto. Negli anni successivi fu tutto un susseguirsi di proclami futuristi intesi a rinnovare la pittura, la scultura, la musica, la letteratura, il teatro, l'architettura e la fotografia. In breve tempo il Futurismo entrò in contatto con gli altri movimenti d'avanguardia (Cubismo, Dadaismo, Surrealismo) e si estese a Parigi, Berlino, Londra e poi in Russia, Stati Uniti e Giappone. Dopo la forzata interruzione della Prima Guerra Mondiale, Marinetti cercò di ricompattare le fila del movimento organizzando, nella primavera del 1919 presso la sede della Galleria Centrale d'Arte di Milano, la Grande Esposizione Nazionale Futurista, rinnovando e riaffermando il valore del movimento.

_ Secondo Futurismo
a cura di Luigi Sansone

Dopo i tragici eventi della Prima Guerra Mondiale nel 1921 il Futurismo acquista nuovo vigore con la pubblicazione dei manifesti Il tattilismo di Marinetti e Il teatro della sorpresa firmato da Marinetti e Francesco Cangiullo, a cui seguono il Manifesto dell'Aeropittura (1929) e il Manifesto della Fotografia (1930). L'evento più importante che riunisce molte delle forze futuriste in Italia avviene nell'autunno del 1924 in occasione del Primo Congresso Futurista al teatro Dal Verme di Milano, a cui partecipano trecento delegati di tutti i gruppi futuristi italiani. Nel 1929 viene pubblicato il Manifesto dell'Aeropittura firmato, tra gli altri da Depero, destinato a ispirare per tutti gli anni Trenta una lunga serie di aeropitture futuriste. Il movimento inoltre prende nuovo slancio con una serie di grandi rassegne ospitate dalla Galleria Pesaro di Milano tra il 1927 e il 1933.

_ Metafisica e NeoMetafisica
a cura di Lorenzo Canova

La pittura Metafisica nasce nel 1910 a Firenze con il quadro L'enigma di un pomeriggio d'autunno di Giorgio de Chirico che apre un percorso fondamentale dell'arte del Novecento e una linea maestra delle avanguardie. Influenzata dalla filosofia di Nietzsche e di Schopenhauer, la Metafisica di de Chirico trasforma radicalmente l'impianto pittorico tradizionale nei suoi nessi spaziali, metaforici e compositivi creando un sistema multiplo di aperture prospettiche, di piani sfalsati, di ombre e di luci in cui l'enigma nascosto nella realtà prende forma concreta nelle piazze e nelle architetture, negli interni e negli assemblaggi degli oggetti. Con l'invenzione dei Manichini e degli Archeologi, con le immagini dei Mobili nella valle e dei Gladiatori, de Chirico ha percorso quasi settant'anni di storia in quella che oggi viene giustamente definita la sua "metafisica continua". Nel 1917 a Ferrara l'incontro di de Chirico con Carlo Carrà e poi con Giorgio Morandi genera un momento di ricerca condivisa (che coinvolge in un modo speciale anche Filippo de Pisis) su temi comuni; da questo periodo straordinario si sviluppa una linea basilare per l'arte italiana ed europea.

_ Realismo Magico
a cura di Elena Pontiggia

Parlare di un Realismo Magico nell'arte italiana fra le due guerre è intendere una vasta parte della pittura del periodo. L'espressione è coniata da Massimo Bontempelli nel 1927. Riferendosi alla letteratura, lo scrittore afferma che il realismo magico è in sintonia con la «precisione realistica» e l'«atmosfera magica» dell'arte quattrocentesca e si avvicina a maestri come Masaccio, Mantegna, Piero «per quel loro realismo preciso, avvolto in un'atmosfera di stupore lucido». Perchè lo stupore è, appunto, «espressione di magia». La definizione non venne adottata in campo artistico (nessun artista disse di sé, all'epoca, di appartenere al Realismo Magico), ma serve perfettamente a indicare l'arte postfuturista e postmetafisica. Dobbiamo intendere infatti per Realismo Magico una figurazione dal disegno nitido, ben costruito e volumetricamente solido, senza pittoricismi ottocenteschi; una figurazione vagamente ispirata al Quattrocento.

Il Realismo Magico rappresenta una quotidianità insieme familiare e straniata, una fisionomia evidente e misteriosa accomuna tanti artisti dell'epoca, in cui gli enigmi della Metafisica si stemperano in un realismo incantato che ne è insieme la metamorfosi e il superamento.Protagonisti del Realismo Magico sono Rosai, Garbari, Gigiotti Zanini, che vivono a Firenze in quel periodo e sono a conoscenza delle intuizioni di Soffici. Lungo gli anni Venti e Trenta operano invece a Roma Antonio Donghi, autore fra i più stupefatti e incantati,e a Milano i più giovani Gianfilippo Usellini e Cesare Breveglieri. Ma anche artisti come Casorati si possono avvicinare, con la loro atmosfera immobile, al clima del Realismo Magico.

_ Novecento
a cura di Elena Pontiggia

Il Novecento si raggruppa a Milano, intorno a Margherita Sarfatti, nel 1920 e viene fondato ufficialmente nel 1922. In quegli anni si sviluppa una poetica precisa, che si potrebbe definire l'aspirazione a una classicità moderna. Il rapporto con l'arte del passato, l'attenzione al mestiere, l'interesse per la figura, il primato del disegno, la costruzione di una solida volumetria sono le sue principali caratteristiche, e lo rendono una delle espressioni più alte in Italia del Ritorno all'ordine (cioè di quel movimento che attraversa tutta l'Europa del primo Dopoguerra e intende conciliare le conquiste delle avanguardie con una rinnovata meditazione sull'antico). Nel 1926 si ripropone sulla scena artistica milanese alla Prima Mostra del Novecento Italiano, ma ormai è una famiglia allargata, enorme ed eterogenea. Dalla seconda metà degli anni Venti il Novecento non vuole più essere un gruppo di tendenza, ma solo una generica, ecumenica, raccolta di tutta l'arte italiana, finché la Quadriennale di Roma (la cui prima edizione è del 1931) gli subentra con ben altre forze, sancendone inesorabilmente la fine.

_ Corrente
a cura di Elena Pontiggia

Il movimento di Corrente, nato a Milano nel 1938 intorno all'omonima rivista fondata da un ragazzo di appena diciotto anni, Ernesto Treccani, raduna vari giovani artisti, come Birolli, Guttuso, Sassu, Migneco, Valenti, Cassinari, Morlotti, Vedova e altri tra cui, in posizione più autonoma, Manzù, Tomea, Broggini, Mucchi. Non formano un gruppo, ma sono accomunati da un espressionismo inizialmente lirico, poi sempre più realistico, impostato sul colore, la luce e l'espressione dei drammi e delle passioni dell'esistenza. La rivista chiude nel 1940, ma il movimento rimane in vita fino al 1943. L'espressionismo lirico che influenza Corrente ha inizio nei primi anni Trenta, intorno al critico Edoardo Persico. Era il 1930-32 e l'estroso critico napoletano promuoveva a Milano, proprio dove era nato il Novecento, un'arte di ascendenza romantica opposta a quella classicheggiante di Sironi e Funi: un'arte incentrata sul colore anziché sul disegno e il volume, sul pathos dell'immagine.

_ Astrazione
a cura di Claudio Cerritelli

.. Astrattismo geometrico Il percorso dedicato alle ricerche dell'Astrattismo geometrico comporta l'individuazione di una linea di continuità sia con gli esiti non figurativi in campo futurista, sia con l'impostazione di radice metafisica, mentre un ruolo diverso assume il riferimento a modelli storici (Costruttivismo, Neoplasticismo, Bauhaus), con relativi processi di assimilazione. Per l'Astrattismo degli anni Trenta non è possibile parlare di poetica unitaria ma di contributi diversificati sul comune terreno della costruzione autonoma di forme e colori. Il linguaggio della geometria esprime una tensione verso la ricerca di equilibri ritmici legati alla dialettica tra composizione e variazione. Dopo il 1946 si pone l'esperienza del Gruppo Forma 1 che rimette in gioco il destino della pittura e il nuovo impegno nel contesto politico e sociale dell'immediato Dopoguerra. Un altro significativo contributo è quello offerto dal MAC (Movimento Arte Concreta) che tra il 1948 e il 1958 affronta un tipo di astrazione come modo aperto di intendere la forma, libera da ogni costruzione già determinata.

.. Informale

Le differenti ricerche che confluiscono nell'area dell'Informale esprimono il valore espressivo del segno e della materia come possibilità di comunicare una tensione esistenziale e una necessità comune di ritrovare le radici originarie della forma. In tal senso, i linguaggi dell'Informale rimandano a morfologie primordiali, stratificazioni e frantumazioni. L'identità dell'Informale non si identifica in uno stile dominante ma è riconducibile a differenti modi di testimoniare le potenzialità espressive di una visione aperta al continuo esperimento, al divenire indeterminato della forma senza alcun canone che possa garantire valori stabili.

.. Nuova Pittura

La cosiddetta Nuova Pittura si afferma in Italia nei primi anni Settanta proponendo un campo di riflessione ampio e articolato dove le dichiarazioni e gli scritti degli artisti costituiscono il punto di riferimento ineludibile per individuare i caratteri specifici delle varie ricerche. Il ritrovato interesse nei confronti del dipingere si pone come verifica di tutte le sue componenti. Uno dei soggetti principali è lo spazio-luce, che si rileva attraverso minime scansioni ritmiche tra l'atto mentale del vedere e l'estensione fisica della superficie. Un altro carattere prevalente è legato all'idea di serialità, sequenza di opere come parti di un unico processo analitico.

.. Pittura analitica

In un periodo storico fortemente caratterizzato da un furore ideologico, come furono gli anni Settanta in Italia, la pratica della pittura si era trovata a mal partito, sottoposta a ogni genere di critica in quanto paradigma della tradizione e di tutto ciò che "non" doveva essere più fatto d'ora in poi. Naturalmente, dal punto di vista quantitativo, chi utilizzava la pittura era ancora la stragrande maggioranza degli artisti, ma questi ormai non venivano più considerati nel sistema dell'arte d'avanguardia. Tuttavia, un gruppo di artisti che non voleva rinunciare a uno strumento così versatile e così "umano", e comunque si sentiva perfettamente in grado di "competere" anche concettualmente con le tendenze più avanzate pur usando un strumento apparentemente così tradizionale come la pittura, diede vita a un movimento - che non fu mai un gruppo - che si interrogava sui motivi del dipingere e della funzione dell'artista, nel momento stesso in cui realizzava l'opera.

_ Pop Art
a cura di Lorenzo Canova

Alla fine degli anni Cinquanta l'Informale e l'Astrazione raggiungono i propri limiti espressivi, lasciando spazio al fenomeno della Pop Art, in linea con una società in rapida trasformazione, dominata dai mass media e dal consumismo. Caratteristica fondamentale è l'inserimento di oggetti e miti della società di consumo e della cultura "popolare" (da cui il termine "pop"), come la pubblicità dei cartelloni, le notizie dei rotocalchi, le locandine cinematografiche e gli spot televisivi. Gli artisti si interrogano sul problema della riproducibilità dell'arte nell'epoca industriale, proponendo ripetizioni ossessive e accumulazioni di oggetti tramite collages e assemblages, in atteggiamento critico nei confronti del cambiamento di valori indotto dal mercato durante il boom economico. La Pop Art nasce a Londra (nel 1956, con l'opera Just what is it that makes today's homes so different, so appealing? di Richard Hamilton), ma anche in Italia maturano esperienze analoghe. L'esperienza italiana presenta alcune caratteristiche peculiari che la distanziano dai contemporanei esiti inglesi e statunitensi. Esemplare in questo senso è la cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo di Roma: artisti che, pur aggiornati sui nuovi linguaggi e metodi espressivi "pop", condividono il riferimento comune alla tradizione della storia dell'arte italiana.

_ Optical
a cura di Marco Meneguzzo

Sotto il termine ampio di Optical Art si raccoglie tutta una vasta galassia di artisti e di gruppi che, a cavallo del 1960, hanno fatto del panorama artistico italiano uno dei più avanzati al mondo. Dopo il decennio dominato dall'Informale, quasi per reazione a quell'indagine esistenziale e individualistica, si sono sviluppate delle ricerche che evidenziavano il lato razionale e quasi "fisiologico" del vedere. I gruppi nati a Milano (Gruppo T e Gruppo MID) e a Padova (Gruppo Enne) sono i più rappresentativi di questa tendenza, che mirava a coniugare la prassi dell'artista con la psicologia della forma. Di fatto, la definizione di Optical Art per quanto riguarda l'Italia dovrebbe essere ricondotta a quelle di Arte Programmata o al massimo di Arte Cinetica. Le ricerche dei gruppi e degli artisti italiani genericamente denominati "optical" si sono indirizzate dunque all'oggettività del vedere, alla misurabilità estetica, come allora teorizzava il filosofo Max Bense o il nostro Umberto Eco.

_ Minimalismo
a cura di Marco Meneguzzo

Per quanto riguarda la cultura artistica italiana, sotto la voce "minimalismo" si radunano esperienze artistiche anche molto diverse, che vanno dalle "strutture primarie" alla ricerca del "grado zero" dell'arte, dai prodromi dell'arte ambientale al monocromo estroflesso: al contrario della Minimal Art, qui la definizione di "minimalismo" non appare come un movimento o un gruppo, ma come una categoria ideale. Sia che si tratti di materiali "inespressivi", come potrebbe essere il cemento, sia che si adotti la monocromia, sia che la superficie venga indagata in tutte le sue possibilità "al limite"- per esempio attraverso estroflessioni e centinature -, sia che il lavoro si apra all'ambiente pur mantenendo lo statuto immediato e visibile di opera, l'intento degli artisti è stato quello di sperimentare i confini fisici e ideali del linguaggio tradizionale della pittura e della scultura.

_ Arte Povera
a cura di Marco Meneguzzo

L'Arte Povera - movimento tutto italiano, nato a Torino, ma con significative presenze anche a Roma, a Milano e a Genova - si può considerare, agli inizi, come una reazione alla Pop Art. Sicuramente le tensioni sociali e il momento della contestazione studentesca e operaia, costituiscono lo sfondo su cui nasce il gruppo dell'Arte Povera (la definizione, coniata dal critico Germano Celant teorico del gruppo, è del 1967). Per quanto riguarda le novità linguistico-formali esse vanno però ricercate nella possibilità di non rappresentare più l'oggetto o la materia, ma di "presentarli" nella loro realtà materiale. Ecco allora che a un assunto ideologico - l'Arte Povera si definisce tale proprio in reazione all'opulenza dell'oggetto pop e della società che esso rappresenta si uniscono argomenti formali precisi, fatti di elementi fisici primari, non ancora "contaminati " dalle sovrastrutture culturali e presentati quasi come elementi bruti, semplici, legati a un'idea essenziale, povera, ma sostanziale, del rapporto tra uomo e realtà: il carbone, il neon, l'acciaio, il piombo, il vetro, il ferro, lo specchio, ma anche gli alberi o addirittura gli animali diventano così il terreno d'azione degli artisti "poveristi", che nella diversità dei materiali e delle realizzazioni mostrano però di avere nel concetto di "energia" il loro terreno comune.

_ Arte Concettuale
a cura di Marco Meneguzzo

L'Arte Concettuale (definizione comunque vaga, ma fortunata...) ha per oggetto il linguaggio e soprattutto il linguaggio della parola, più ancora che della visione. Si suole datare il suo inizio al 1967 con i Paragraphs on Conceptual Art scritti dall'americano Sol LeWitt, ma anche in Italia nello stesso anno già si possono ritrovare ricerche dello stesso tipo, soprattutto nei lavori di Giulio Paolini, di Emilio Isgrò, di Alighiero Boetti e di Vincenzo Agnetti. Il processo mentale che si mette in atto per arrivare a un risultato artistico diventa l'aspetto più importante del fare arte: l'idea è più importante della sua formalizzazione, il progetto più del prodotto. L'aspetto visivo non scompare del tutto: l'Arte Concettuale non intende infatti abbandonare il linguaggio dell'arte per arrivare, per esempio, a quello della linguistica, ma vuole sperimentare il limite cui può giungere il concetto di "arte".

- Transavanguardia
a cura di Luca Beatrice

Nel 1979 Giancarlo Politi, che dal 1967 pubblica la rivista «Flash Art», edita un piccolo saggio illustrato, copertina tricolore, dove Achille Bonito Oliva espone la sua teoria circa il ritorno della pittura dopo un decennio abbondantemente dominato dall'Arte Concettuale. Siamo in piena epoca postmoderna che, a partire dall'architettura, prevede un diverso rapporto con la storia, intesa come bagaglio di immagini e citazioni. Guardare al passato, al primitivismo, alle esperienze del Novecento, riscoprire manualità e valore artigianale, significa in qualche modo che il tempo dell'avanguardia è terminato. Il prefisso "trans" sta a indicare la necessità di un attraversamento orizzontale tra alto e basso, serio e faceto, contemporaneità e tradizione. La Transavanguardia è il fenomeno più importante nell'ambito della pittura e, dopo il Futurismo e l'Arte Povera, è l'ultimo "gruppo" di artisti italiani che è stato capace di imporsi all'estero.

_ Nuova Figurazione
a cura di Luca Beatrice

.. La Nuova Scuola Romana

Negli anni Ottanta Roma si impone come la "capitale" dell'arte italiana, riprendendo quel ruolo internazionale che ebbe nell'immediato Dopoguerra. Una cronaca che prende vita nei quartieri, a partire da San Lorenzo e dall'ex Pastificio Cerere dove i giovani pittori hanno i loro studi e il loro "quartier generale", a cominciare dal ristorante Pommidoro dove era solito cenare, quasi ogni sera, Pier Paolo Pasolini. Coetanei o poco più giovani dei colleghi della Transavanguardia, sono meno iconici, meno figurativi, guardano all'astrazione e alla sperimentazione segnico materica. Non fanno riferimento a un unico curatore e non firmano un manifesto, riscontrando semmai l'interesse di tutto l'ambiente critico e accademico, da Maurizio Calvesi a Filiberto Menna.

.. Citazionisti e Anacronisti

Dall'altro lato del Tevere nasce e si sviluppa un'ulteriore corrente pittorica che prende nomi e appellativi diversi: Ipermanierista, Anacronista, Citazionista. Dando per scontato l'approccio concettuale e non la semplice rivisitazione del passato, questi pittori, peraltro molto dotati dal punto di vista tecnico, si "divertono" a elaborare assurde visioni atemporali, creando un effetto di totale disorientamento. Chi guarda spesso non capisce dove si trova e cosa vede. Rispetto alla Transavanguardia e alla Nuova Scuola Romana, il successo degli Anacronisti resta confinato agli anni Ottanta, in parallelo allo sviluppo dell'architettura postmoderna che trovò, proprio a Roma, in Paolo Portoghesi il maggior teorico, e nella critica d'arte la figura di Italo Mussa, teorizzatore della Pittura Colta.

.. Geografie dell'immagine

Partendo da Roma, per tutti gli anni Ottanta, il ritorno alla pittura e in particolare all'immagine, si sviluppa nell'intera Penisola. Senza dimenticare peraltro la scultura, altra possibilità espressiva e di studio della materia che cresce in parallelo. Fioriscono, seppur con meno fortuna, altri gruppi, a esempio i Nuovi Nuovi e i Nuovi Futuristi teorizzati da Renato Barilli, entrambi in direzione di una figurazione più soft che guarda anche alla tecnologia e al design. La pittura, in ogni caso, si dimostra multiforme e plurale. Ogni città alimenta un proprio specifico territoriale che la rende differente, e riconoscibile, rispetto alle altre esperienze. Più leggera quella di Milano, di origine concettuale e di impianto ludico; non immune all'influenza dell'Arte Povera quella torinese, viscerale e barocca a Napoli, dove la galleria di Lucio Amelio funge da polo di attrazione per i grandi artisti internazionali e le giovani promesse.

_ International
a cura di Giorgio Verzotti

Gli anni Novanta segnano una svolta nella considerazione internazionale dell'arte italiana: la Transavanguardia nel decennio precedente aveva fatto da testa di ponte a un successo internazionale per la prima volta immediato, con la conseguenza di portare anche le generazioni precedenti, in primis gli artisti dell'Arte Povera, a un'attenzione inusitata anche sul piano delle quotazioni di mercato. Negli anni Novanta, anche grazie a questa nuova considerazione, il sistema dell'arte italiano inizia a organizzarsi per raggiungere standard da tempo validi in altri Paesi: nascono nuove gallerie molto dinamiche e soprattutto musei pubblici e fondazioni private che giungono col tempo a promuovere seriamente l'arte italiana fuori dal nostro Paese, con particolare attenzione ai giovani talenti. Alcuni fra questi, fin dall'inizio del decennio, investono personalmente nella loro promozione scegliendo di vivere all'estero, alcuni iscrivendosi nelle locali accademie d'arte, fra Berlino, New York o Los Angeles, e lì iniziano o proseguono la loro carriera, creando direttamente contatti internazionali. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Occidentalismo - Modernità e Arte Occidentale nei Kimono 1900-1950 Occidentalismo
Modernità e Arte Occidentale nei Kimono. 1900-1950


termina il 17 marzo 2019
Museo della Moda - Gorizia

Una mostra interamente dedicata ai kimono. Non kimono qualunque, ma quelli prodotti in Giappone tra il 1900 e gli anni '40, pezzi che riflettono la volontà imperiale di occidentalizzare il Paese. Così come, nel secolo precedente, il Giapponismo era deflagrato in tutta Europa, influenzando una parte significativa della produzione artistica, all'inizio del Novecento il gusto occidentale esplode in Giappone. E questa ventata di novità investe anche il capo-simbolo della tradizione: il kimono. Ai motivi tradizionali si affiancano disegni coloratissimi che richiamano, in modo puntuale, il Cubismo, il Futurismo e le altre correnti artistiche europee. C'è anche un singolare kimono che celebra il patto tripartito Roma-Berlino-Tokyo del 1940.

"Tanto è stato detto e scritto sull'Orientalismo e segnatamente sullo Japonisme, ovvero sull'influenza delle arti giapponesi su quelle europee tra la fine dell'Ottocento ed i primi del Novecento" - anticipano le curatrici della mostra - "ma poco si sa ancora dell'inverso rapporto, ovvero di quel fenomeno complesso e sfaccettato che portò talune arti giapponesi ad assimilare forme e contenuti di matrice schiettamente occidentale: avvenne con la pittura, che interpretò originalmente la lezione prospettica, ed avvenne con i kimono che, più di ogni altra forma d'arte, furono influenzati dal mutamento della società giapponese del tempo trasferendone fedelmente gli effetti sul tessuto, utilizzato alla stregua di una superficie pittorica".

A proporre la Mostra è l'Erpac - Ente Regionale Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia. "Tra i pochissimi musei dedicati alla moda presenti sul territorio nazionale, il Museo della Moda di Gorizia è ora anche il primo museo italiano a indagare un particolarissimo settore dell'arte, offrendo al pubblico uno spaccato inedito e sorprendente di storia culturale" dichiara Raffaella Sgubin, direttore del Servizio Musei e Archivi storici di Erpac e co-curatrice della rassegna. Il periodo è uno dei più complessi e travagliati della storia giapponese, ovvero quello del passaggio da stato feudale a temuta superpotenza, culminato con il secondo conflitto mondiale. Da un punto di vista socio-culturale, il Paese del Sol Levante visse questo lasso di tempo (fine Ottocento/anni Quaranta del Novecento) con un atteggiamento conflittuale, in bilico fra il brivido delle novità provenienti da Oltreoceano ed il rassicurante attaccamento alla tradizione.

Nell'immaginario collettivo occidentale il kimono rappresenta l'icona stessa del Giappone nella sua veste suadente di raffinatezza ed esotismo. Ma pochi sanno che una cospicua parte dei kimono prodotti entro la prima metà del Novecento, cioè i kimono Meisen, sfugge decisamente a questa categoria, adottando fantasie suggerite dai movimenti d'Avanguardia (si va dalla Secessione viennese alla Scuola di Glasgow, dal Futurismo al Cubismo, dal Divisionismo all'Espressionismo astratto di Jackson Pollock), ispirate a contemporanei fatti di storia oppure ancora alle conquiste tecnologiche, in un eccitante e quanto mai sorprendente caleidoscopio di colori, fantasie, tecniche di decorazione e di tessitura, anche queste ispirate alla produzione tessile occidentale. La mostra presenta 40 pezzi, tra kimono e haori (sovrakimono), una selezione particolarmente significativa del contesto illustrato, per far conoscere al pubblico un settore della produzione tessile giapponese fino ad oggi poco esplorato. I capi in mostra, come afferma Roberta Orsi Landini, sono "vesti raffinate, destinate ad un ceto medio-alto, non confezionate per l'esportazione.

Potevano essere apprezzate da persone di una certa cultura o anche semplicemente curiose o desiderose di apparire al passo con i tempi. Avevano certo tutte una visione: il loro Paese alla pari con le grandi nazioni del mondo, capace di assimilare le loro conoscenze, i loro costumi ma con l'orgoglio della propria diversità". I 40 esemplari esposti, insieme a obi, stampe, illustrazioni e riviste, provengono da una importante collezione italiana, la collezione Manavello. Tale collezione nel suo complesso è ben più numerosa, includendo oggetti e suppellettili attinenti all'abito e al suo contesto, quali calzature e accessori per capelli, oggetti per la cerimonia del tè, bambole e documentazione cartacea. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Euphronios - Cratere a volute attico, fine VI secolo a.C. - Arezzo, Museo Archeologico Nazionale G.C. Mecenate Vasimania
dalle Explicationes di Filippo Buonarroti al Vaso Medici


termina il 28 febbraio 2019
Casa Buonarroti - Firenze
www.casabuonarroti.it

Nel 1726 usciva a Firenze il De Etruria Regali di Thomas Dempster con l'aggiunta delle Explicationes et conjecturae di Filippo Buonarroti, il quale aveva corredato l'intera opera di un ricco apparato grafico di reperti archeologici. Partendo da questa importante pubblicazione curata dal Buonarroti, la mostra intende analizzare l'interesse per una classe di materiali che da questo momento entra sempre di più nel panorama antiquario e collezionistico: la ceramica. Il contributo dato dal Buonarroti, attraverso le immagini, allo studio dei vasi, allora considerati etruschi, ben presto darà origine all'importante dibattito sui luoghi di produzione di tali manufatti - risolto grazie all'intuizione di Luigi Lanzi all'inizio dell'Ottocento - e alla formazione di grandi collezioni di ceramica. La mostra, a cura di Maria Grazia Marzi e Clara Gambaro, è suddivisa in tre sezioni.

La prima sezione, La forza dell'immagine, è dedicata alle pubblicazioni settecentesche che trattano di ceramica e che vedono la luce sulla scia delle Explicationes et conjecturae, fino ad arrivare alle opere monografiche, come quella monumentale di Pierre-François Hugues d'Hancarville (1766-1776) e quella di Wilhelm Tischbein (1791-1795) sulle collezioni di sir William Hamilton, o quella antologica di Giovanni Battista Passeri (1767-1775) sulle principali collezioni vascolari italiane dell'epoca. Documenti d'archivio e disegni affiancano l'esposizione dei volumi, testimoniando la genesi di tali opere e la nascita di questo nuovo interesse che influenza il gusto collezionistico. L'opera del Buonarroti è frutto anche dell'influenza dell'ambiente cosmopolita romano: dal 1684 infatti Filippo svolge le funzioni di bibliotecario e conservatore del cardinale Gaspare Carpegna respirando l'atmosfera antiquaria della Roma papale, animata da importanti presenze come quella della regina Cristina di Svezia.

Altro tema affrontato in questa sezione è quello delle collezioni di ceramica; il tema si svilupperà nella successiva, Un nuovo collezionismo. Il panorama collezionistico dell'epoca è univoco sia per quanto concerne le più ridotte ma selezionate collezioni, sia per le più copiose. A Firenze una considerazione particolare merita la collezione granducale che ha origine fino dal "bellissimo vaso di terra antiquissimo", destinato a Lorenzo il Magnifico. L'importanza e la cura dedicata dai Medici al collezionismo di ceramica antica è testimoniato da una serie di manufatti, come i piani di tavolo in commesso di pietre dure eseguiti dalla Manifattura granducale. La terza sezione, Il Vaso Medici, è dedicata al vaso marmoreo che Filippo Buonarroti, come testimoniano disegni conservati tra le sue carte, ebbe modo di ammirare a Roma a Villa Medici prima che venisse portato a Firenze, il che sarebbe avvenuto solo nel 1770. Restaurato nel 1779 da Francesco Carradori. (Comunicato Ufficio stampa Fondazione Casa Buonarroti)




Metlicovitz
L'arte del desiderio. Manifesti di un pioniere della pubblicità


.. 16 dicembre 2018 - 17 marzo 2019
Civico Museo Revoltella | Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl" - Trieste

.. 06 aprile - 18 agosto 2019
Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso

Centocinquanta anni fa nasceva a Trieste Leopoldo Metlicovitz, uno dei maestri assoluti del cartellonismo italiano. E' lui l'autore di decine di manifesti memorabili, dedicati a prodotti commerciali e industriali, ma anche a grandi eventi, a famose opere liriche (Madama Butterfly, Manon Lescaut, Turandot) e a film dell'epoca del muto (primo fra tutti "Cabiria", storico precursore del kolossal). Assieme ad artisti quali Hohenstein, Laskoff, Terzi e al più giovane concittadino Marcello Dudovich, Metlicovitz (che di quest'ultimo fu il "maestro") operò per decenni alle Officine Grafiche Ricordi di Milano, dopo un avvio come pittore paesaggista nella città natale e un apprendistato come litografo (professione ereditata dal padre) in uno stabilimento grafico di Udine.

Fu proprio grazie all'intuito di Giulio Ricordi, che Metlicovitz poté esplicare, dagli ultimi anni dell'Ottocento, tutte le proprie potenzialità espressive, non solo come grande esperto dell'arte cromolitografica, ma pure come disegnatore e inventore di quegli "avvisi figurati" (così chiamati allora) che, affissi a muri e palizzate, mutarono il volto delle città con il loro vivace cromatismo, segnando anche in Italia la nascita di quell'arte della pubblicità sintonizzata su quanto il "modernismo" internazionale andava proponendo nelle arti applicate sotto i vari nomi di Jugendstil, Modern Style, Art Nouveau, Liberty. A lui la città di Trieste dedica la prima grande retrospettiva monografica. Nella grande monografica rivive l'intero arco della produzione dell'artista. Le opere esposte, 73 manifesti (alcuni di dimensioni "giganti"), tre dipinti e una ricca selezione di cartoline, copertine di riviste, spartiti musicali ecc., saranno organizzate in otto sezioni espositive, sette delle quali ospitate presso il Civico Museo Revoltella e una - la sezione dedicata ai manifesti teatrali per opere e operette - nella Sala Attilio Selva al pianterreno di Palazzo Gopcevich, sede del Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl".

Le opere provengono per la gran parte dal Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso (68 manifesti), oltre che dalle collezioni civiche (Civico Museo Revoltella e Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl") e da raccolte private. A questo eccellente artista, caratterialmente schivo ed estraneo ad ogni mondanità, alle prove - affascinanti per verve ed eleganza stilistica - da lui devolute sia a realtà commerciali come i popolari Grandi Magazzini napoletani dei Fratelli Mele sia all'universo musicale e teatrale, spiritualmente a lui congeniale (conoscente di Verdi, fu amico soprattutto di Puccini), è dedicata questa mostra che si propone di rappresentare il "tutto Metlicovitz", straordinario cartellonista, certo, ma anche eccellente pittore ed efficace grafico e illustratore". La mostra è corredata da un catalogo Lineadacqua Edizioni. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Lodi per ogni ora. I corali francescani provenienti dalla Basilica di San Francesco
termina il 17 marzo 2019
Museo Civico Medievale - Bologna
www.museibologna.it

Organizzata in occasione della decima edizione del Festival Francescano, la mostra, curata da Massimo Medica in collaborazione con Paolo Cova e Ilaria Negretti, espone una serie di importanti codici liturgici francescani databili dal XIII al XV secolo, conservati al Museo Civico Medievale di Bologna. Fin dal Duecento l'illustrazione dei manoscritti ha costituito uno strumento espressivo essenziale per l'Ordine dei Frati Minori. Grazie alle scelte iconografiche e tematiche codificate dall'Ordine, le immagini dei libri francescani rappresentarono un elemento fondamentale per esaltare la figura del santo fondatore, offrendo una lettura in chiave strettamente cristologica della sua vita, che legittimava il ruolo di rinnovamento della Chiesa operato dalla Congregazione francescana.

Infatti, sfogliando le pagine di Antifonari e Graduali del XIII secolo spesso ricorrono le raffigurazioni della Predica agli uccelli e delle Stimmate come appare nel manoscritto 526, qui esposto insieme ad altri graduali (mss. 525, 527), realizzati intorno al 1280-85 per il convento di San Francesco a Bologna. A decorarli fu chiamato uno dei protagonisti assoluti della miniatura bolognese della seconda metà del Duecento, il cosiddetto Maestro della Bibbia di Gerona, così chiamato per aver decorato la celebre Bibbia oggi conservata presso la biblioteca capitolare della città catalana.

Se nell'episodio della Predica agli uccelli gli artisti potevano indugiare in ricerche di naturalismo espressivo, in quello delle Stimmate era possibile invece sperimentare effetti di grande drammaticità, come documenta l'analoga figurazione del graduale ms. 526, felice connubio tra le più sofisticate sperimentazioni pittoriche della tradizione bizantina e la veemenza espressiva di certa pittura toscana di questi anni. Nella serie di Antifonari (mss. 528, 529, 533), realizzata nei primissimi anni del Trecento a compimento del precedente ciclo di Graduali, il linguaggio ancora aulico del Maestro della Bibbia di Gerona rivive in talune figurazioni seguendo connotazioni più moderne che già lasciano presagire una conoscenza dei fatti nuovi della cultura giottesca (ciclo di affreschi della Basilica Superiore di Assisi), la cui diffusione dovette seguire inizialmente canali privilegiati nello stesso Ordine.

Tra le figure che si pongono a maggior confronto con l'artista fiorentino va annoverato Neri da Rimini che realizzò nel 1314, assieme al copista Fra Bonfantino da Bologna, l'antifonario ms. 540 destinato al convento francescano della città romagnola. Risale invece alla metà circa del XV secolo la serie di corali francescani (mss. 549 - 551, 553) che in parte recano entro alcuni capilettera calligrafici la firma di Guiniforte da Vimercate e la data 1449. La decorazione di questo ciclo, risultato della collaborazione di maestranze di estrazione lombarda e locale, venne coordinata dal bolognese Giovanni di Antonio il quale si riservò personalmente la realizzazione di alcune parti (ms. 551). Accanto a lui sono all'opera personalità bolognesi dalla parlata più corsiva (mss. 550, 551, 553), ma anche il Maestro del 1446 (ms. 549) considerato uno dei più abili interpreti dell'ultima stagione della miniatura tardogotica cittadina che ebbe proprio in questa serie liturgica francescana una delle sue più tardive manifestazioni. (Comunicato ufficio stampa Bologna Musei)




Charles Dauphin - Ritratto equestre di Cristina di Francia in veste di Minerva - olio su tela, 1663 circa Giovanni Luigi Buffi (attribuito a) - Ritratto di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours a cavallo - olio su tela, 1670 circa Madame reali: cultura e potere da Parigi a Torino
Cristina di Francia e Giovanna Battista di Savoia Nemours (1619-1724)


termina lo 06 maggio 2019
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Il percorso espositivo documenta la vita e le azioni di due donne che impressero un forte sviluppo alla società e alla cultura artistica nello stato sabaudo tra il 1600 e il 1700: Cristina di Francia (Parigi 1606 - Torino 1663) e Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours (Parigi 1644 - Torino 1724). Due figure emblematiche della storia europea, che esercitarono il loro potere declinato al femminile per affermare e difendere il proprio ruolo e l'autonomia del loro Stato. Le azioni politiche e le committenze artistiche delle Madame Reali testimoniano la ferma volontà di fare di Torino una città di livello internazionale, in grado di dialogare alla pari con Madrid, Parigi e Vienna.

Con oltre 120 opere, tra dipinti, oggetti d'arte, arredi, tessuti, gioielli, oreficerie, ceramiche, disegni e incisioni, la mostra ripercorre cronologicamente la biografia delle due Madame Reali e racconta le parentele che le collegano alle maggiori case regnanti europee, le loro azioni politiche e culturali, le scelte artistiche per le loro residenze, le feste sontuose, la moda e la devozione religiosa. Le opere esposte provengono da prestiti di collezionisti privati e di importanti musei italiani e stranieri. L'allestimento, progettato dall'architetto Loredana Iacopino, sviluppa un itinerario attraverso la vita di corte in epoca barocca, negli stessi ambienti in cui vissero le due dame, documentate non solo nella loro immagine politica, ma anche in quella più intima e femminile. Cristina di Francia, le feste, i luoghi delle delizie, la difesa del potere.

Cristina, o più esattamente Chrestienne de France, figlia del re di Francia Enrico IV di Borbone e di Maria de' Medici, giunge da Parigi a Torino nel 1619 e sposa di Vittorio Amedeo I di Savoia. La introduce in mostra una splendida serie di ritratti che costituiscono il suo album di famiglia: i genitori, sovrani di Francia; il fratello Luigi XIII, salito al trono nel 1610 in seguito all'assassinio del padre, e la sorella Enrichetta Maria, regina d'Inghilterra sposa di Carlo I Stuart. Il matrimonio rinsalda l'alleanza tra il Piemonte e la Francia, rafforzando la posizione dei Savoia tra le Case reali d'Europa. Amante delle feste, Cristina conserva la tradizione spagnola dello zapato, celebrato nel giorno di San Nicola con lo scambio di ricchi regali, e inaugura a Torino la stagione dei balletti di corte su esempio di Parigi.

Autore di molti testi e coreografie è il conte Filippo d'Aglié, presente in mostra in un bel ritratto inedito, cortigiano raffinato, suo amante e suo fedele consigliere. Cristina fa ampliare e arredare due residenze extra-urbane: il grandioso castello del Valentino, sul Po, e la Vigna in collina (ora nota come Villa Abegg). Accanto ai putti giocosi di Isidoro Bianchi, ai motti, agli emblemi eloquenti, tema onnipresente è la natura: dipinti di fiori e di animali, parati in cuoio, fiori ricamati e nature morte. Rimasta vedova nel 1637, Cristina assume la reggenza per il figlio minorenne Carlo Emanuele e si scontra con i Principi suoi cognati, Maurizio e Tommaso di Savoia-Carignano, sostenitori degli Spagnoli. La guerra civile si protrae fino al 1642, quando l'accordo fra la duchessa e i cognati è concluso col matrimonio della figlia Ludovica con lo zio, il Cardinal Maurizio. Cristina riesce a mantenere l'indipendenza del Ducato e del proprio potere, che cede formalmente al figlio nel 1648. Di fatto, però, continua a governare fino alla morte nel 1663.

- Maria Giovanna Battista, donna di pace, di carità, di grandi committenze.

Nipote di Enrico IV di Francia, Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, dama di corte della regina di Francia, lascia nel 1665 la reggia di Luigi XIV, il Re Sole, per diventare duchessa di Savoia. Vedova dal 1675, Maria Giovanna Battista regge il ducato fino al 1684, quando il figlio Vittorio Amedeo II assume d'autorità il potere. Nel periodo in cui governa si trova a fronteggiare la povertà causata in Piemonte dalle grandi carestie degli anni 1677-1680 e, per aiutare i più bisognosi, istituisce un Monte di prestito e fonda anche l'ospedale di San Giovanni Battista nell'area di espansione orientale della città. Sviluppa nel contempo sogni ambiziosi con la speranza di vedere il figlio occupare il trono del Portogallo e promuove la nascita dell'Accademia di Belle Arti di Torino. Per la sua residenza, Palazzo Madama, Maria Giovanna Battista nel 1718 invita l'architetto messinese Filippo Juvarra a realizzare il grandioso scalone d'onore di Palazzo Madama, capolavoro assoluto del Barocco europeo.

- La vita a palazzo: regole, piaceri, devozione.

La quotidianità della vita di palazzo è ben presente in mostra con dipinti e oggetti: le conversazioni tra le dame, la tavola, il momento della toeletta con i piccoli oggetti preziosi. La vita a corte è retta da precisi cerimoniali e si svolge in ambienti che rispecchiano il gusto delle duchesse: mobili di gusto francese, come il tavolino in tartaruga e metallo pregiato del famoso ebanista Pierre Gole (Bergen, 1620 - Parigi, 1684), i piani di tavolo in stucco dipinto, i parati in "corame d'Olanda", gli orologi. Nel corso dei decenni, a Torino come in Europa, cresce sempre più l'attrazione per l'Oriente con gli arredi "alla China", le porcellane e i prodotti delle colonie: il thè, il caffè, il cioccolato. Nella vita delle Madame Reali la devozione religiosa ha una parte importante. Cristina promuove l'arrivo degli Ordini Carmelitani a Torino e Maria Giovanna Battista mantiene un proprio appartamento nel monastero delle Carmelitane. Le icone sacre e i libri di preghiera sono sempre fedeli compagni della brillante vita di corte.

- La moda e l'immagine del potere.

Cristina afferma la moda del vestire alla francese, una scelta "politica" che si sostituisce al vestire alla spagnola degli anni di Carlo Emanuele I e di Caterina d'Austria. Mutano le silhouettes, la scelta dei tessuti e dei gioielli, con i diamanti e le perle come protagonisti, guidate dalle istruzioni dei ministri a Parigi. Di là vengono i guanti profumati e gli abiti ricamati dei duchi, che si portano con pizzi d'argento e d'oro, di Venezia e di Fiandra, sposando appieno la dilagante passione per il merletto. Come reggenti, Cristina e Maria Giovanna Battista sono ritratte in lutto, sviluppando un'immagine che dà sostegno alla loro autorità e al loro potere. (Comunicato stampa)




Massimo De Lorenzi - Bois de Cambre - olio su tela cm.60x120 2018 Massimo De Lorenzi: "Sinfonia Silente"
prorogata fino al 19 gennaio 2019
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

In mostra - a cura di Aldo Gerbino - ventisei opere di grande e medio formato realizzate dall'artista romano tra il 2016 e il 2018, sul tema della Natura, interpretata come una sinfonia silenziosa, tra partiture di luce e ombra. "Sinfonia Silente" è lo svelarsi e rivelarsi progressivo di un concetto di forme sonore e pitture audiotattili. Il criterio di approccio a questo evento non andrebbe ricercato nei classici canoni di fruizione dell'opera d'arte, ma attinto da un repertorio sensoriale squisitamente sinestesico: il dipinto si sente ed il suono riecheggia negli occhi. Una commistione di elementi che mira a coinvolgere lo spettatore in tutte le componenti del suo umano discernere. Il colore diviene corda tesa ed armonico vibrante e la musica lascia intravedere l'intera gamma dell'iride, afferma De Lorenzi.

«Bagnandosi nel verde elettrico dell'umorosa campagna d'un borgo toscano, - indimenticati luoghi dove s'è nutrita la giovinezza di Emilio Cecchi (scrittore e critico d'arte; quel vero 'maestro' emerso dall'acuto giudizio di Natalino Sapegno), - affiorano termini e spazi semantici adeguati a legare emozione e contemplazione. «Non c'era dubbio», si legge, «che lo vedevo per la prima volta», e sembrava, - continua l'elegante scrittura del fiorentino, - «ch'esso ritenesse d'una qualità di ricordo: d'una realtà avvolta ed immersa in un sentimento musicale. Le sue tinte, le luminose gradazioni, i contrasti delle sue masse, erano calmi e spaziati come antichi pensieri.»

Insieme a tali parole, tratte da Mezzogiorno, altre si manifestano, quale aggiuntivo dono al paesaggio sonoro, nel segmento della Madonna degli aviatori, in cui si narra delle Marche e della grandezza leopardiana e di come soltanto in tale magico spazio d'Italia «potesse nascere e formarsi quel nostro poeta che parla con la voce più quieta, con le parole più naturali, inadorne, e la cui lirica sembra formata non di concetti e d'immagini, ma soltanto di rapporti musicali».

Di tali materiali non può che nutrirsi il percorso creativo di Massimo De Lorenzi nuotatore tra sonore corde e scavi pittorici; per tali motivi i recenti olî di ampie dimensioni si sostanziano in questa sua Sinfonia silente - così vicina, nei cromatismi, alle suggestioni provenienti dalla II e III parte della Symphonie fantastique di Hector Berlioz - proprio per quel vago disperdersi, qui ancor più per quell'abbandonarsi all'estenuata vaporizzazione di sostanze floreali, nell'intrico di fragili quanto tenaci corporeità boschive, di licheni avvoltolati in nubecole dense di ife, muschi, di sonanti arborei fruscii, di dendriti che rastremano echi, di fiati esalati dall'intimità terrestre.

Ed ecco, allora, il modo in cui i viscerali accordi del mondo ben si allacciano a sensibilità e sensitività già sottoposte all'urgenza composita del suono, al casuale e pur semplice attrito tra corpi, tra molecole, fronde, per poi mescolarsi nel tocco di secreti che, come idrografiche linfe, attraversano l'interezza impervia dell'esistente. Leggiamo in tale lavoro uno sguardo visionario eppur tangibile, toccato da una precisa consistenza stratigrafica delle parti visive che ci riportano a certi squarci fotografici sulle 'langhe' firmate da Elsa Mezzano, così analogicamente toccate, nella sapienza dello sviluppo, da un segno quasi grafico, dal partecipato tocco umano, commosso.

Di tale commozione paesaggistica, privata dalla retorica del vedutismo, Massimo, proprio in virtù della sua appartenenza musicale e pigmentaria, associa e dipana il mosaico botanico e, nel rivelarlo, si nutre di sacralità assorbite dalle sue peculiari qualità percettive; essa per altro, materia perfusa dal sogno, sembra che tenda spontaneamente ad una spinoziana indifferenziata natura naturans. Una materia germinativa che di continuo approda al futuro delle sue forme e, lambendo morfologie della vita comune, si dispone, come in Ara delle rose, in un palcoscenico non alieno alla classicità, al gusto della composizione formale, e, allo stesso tempo, ad una microepica della elegia che reclama con insistita volontà quelle parole di Carlo Betocchi quando scrive, nella sua "rosa venduta d'inverno": «Io sono la rosa; incanto»; e, in tale incantare (mentre alto si spande il livello sonoro della 'voce' trasformata, appunto, in 'canto') ecco apparire un'«aura» che trema «sulle spine», finché, «selvaggia», conferma il poeta torinese: «mi tiene il pianto / d'inverno tra acute brine».

Quanto ci viene destinato da questa betocchiana Realtà vince il sogno del 1943, nutre ancor oggi, e mirabilmente, questo lavoro di Massimo De Lorenzi atto a mostrare come l'incontrovertibile struttura naturale, nella sua prorompente assertività, superi ogni griglia onirica: ciò anche arricchita dalla tensiva lucentezza espressa, ora in Luminosa essenza (I e II), ora tra le macchie sanguigne del Giardino di Antonia (II) fino al roggio vermicolare articolato in Le grand rouge. S'incrementa inoltre tale intensità quando declama, - raggiungendo il proprio climax in Contrappunto (I, II), - il suo pieno registro evocativo, in cui, punctum contra punctum, viene consegnata la sincretica armonia tra luce ed ombra, tra materia e sua evanescenza, tra chimismo e sua fisica a volte spostati verso orizzonti informali anche se tempestati da una calligrafia puntuale (Après-midi II; Incanto notturno; Introverso).

Queste componenti floreali, inflorescenze, vivono del loro turgore, distanti, e pur in dialogo, con quelli del barocco informale di Sergio Scatizzi (rilevato da Giuseppe Cantelli e Simonetta Condemi; 2009) il quale, non a caso, firma la copertina delle "Quartine di Betocchi offerte agli amici per l'ottantesimo compleanno" (I libretti di Mal'aria, 1979). Per altro, come non possono esser tenuti presenti le dogliose fioriture con bocci, stami, carpelli esposti come ferite a sostegno dell'opera di un completo artista e poeta qual è stato, per la pittura moderna, Filippo de Pisis? O i camminamenti di "Fiori et amori", produzione di stampo depisisiano quanto meno nell'idea di fondo che li ha animati, firmati da Piero Guccione? E' il Meriggio d'estate, infine, a cogliere, nel suo arroventato tessuto, quella sintesi espressiva offerta da Massimo: una pedana avvinta e abitata da quel silenzio che possiede il privilegio d'essere protagonista, e, con esso, conquistare l'ardore contemplativo, l'arcana felicità silvana, i pervadenti languidi segnali di sonore corde coperte dal timbro crepitante di foglie autunnali o il cogliere, tra zolle e nubi, l'alba di un primaverile tremore.» (Corde sonore, foglie - di Aldo Gerbino)

Locandina della mostra




Opera di Carmelo Nicotra nella mostra Le ragioni della leggerezza allestita a Catania Carmelo Nicotra
Le ragioni della leggerezza


termina lo 09 marzo 2019 ()
Spazio BOCS - Catania

Mostra personale di Carmelo Nicotra a cura di Lorenzo Bruni. Il progetto è caratterizzato da tre nuove grandi sculture pensate per l'occasione che per le forme levigate, geometriche e i colori pastello sembrano interrogarsi sulla "eredità modernista". Allo stesso tempo indagano le caratteristiche del ready made di natura "duchampiana" visto che nascono da elementi di mobili vintage senza cadere nell'idea di "presentare l'assente". La conformazione delle singole sculture, che si situano in un equilibrio estenuante e innaturale tra oggetto nuovo e la ri-attivazione di un oggetto del quotidiano, provoca nell'osservatore una sensazione di inquietudine che influisce sulla percezione dell'ambiente circostante, ma anche sull'ipotetico ruolo che dovrebbe ricoprire l'opera d'arte in una società globale e immateriale che non produce più merci, bensì servizi.

Carmelo Nicotra (Agrigento, 1983) ha sviluppato una particolare attenzione alla scultura sociale a partire dall'osservazione della città di Favara vicino ad Agrigento. Questo approccio lo porta ad attivare per la mostra a Catania un dialogo con il contenitore espositivo non soltanto per mezzo delle sue tre sculture, anche tramite tre nuovi interventi minimali quanto al limite con la dimensione performativa. Quello che emerge così riguarda una riflessione più ampia sul tempo e la temporalità delle forme nello spazio reale e la loro persistenza e influenza nella coscienza collettiva. Nel corso della sua esperienza di ricerca, Carmelo Nicotra ha individuato una precisa linea di indagine che parte dall'osservazione per arrivare alla registrazione e archiviazione delle dinamiche (sociali e politiche) che regolano la comunità in cui è cresciuto.

In particolare, la sua attenzione si concentra sullo studio dei rapporti tra uomo e territorio, inteso come "luogo architettonico, sociale e antropologico". Con l'intento di scrivere una sorta di storia visiva della contemporanea Favara, attenta al dato estetico quanto a quello contenutistico, la ricerca artistica di Carmelo Nicotra sperimenta più mezzi (pittura, scultura, installazione, disegno, audio, video e graphic design) e si estende fino a includere lo studio della lingua (il dialetto del posto), delle tradizioni locali, del patrimonio orale, delle usanze e credenze popolari. Allo stesso tempo, la sua produzione mostra un nitido interesse nei confronti della cronaca quotidiana (ad esempio, rispetto ai mutamenti sociali e architettonici di un contesto urbano), indagata con un approccio quasi scientifico, e trasferita con un linguaggio che alterna immediatezza comunicativa e poetica concettuale. (Comunicato stampa)




Evgenia Tolstykh - Loreto Aprutino Evgenia Tolstykh - Zarechny Evgenia Tolstykh
Loreto Aprutino - Zarechny, tra paesaggio urbano e naturale


Spazio espositivo "Mini mu" (Parco di San Giovanni) - Trieste
termina il 25 gennaio 2019

Evgenia Tolstykh è una fotografa russa, e risiede a Trieste. Dal 1999 incomincia a occuparsi di fotografia, poi si iscrive all'Università di San Pieroburgo, per poi completare gli studi all'Isia di Urbino. Il suo è un lavoro molto variegato e tocca molti aspetti: da quello documentaristico a quello sociale a quello creativo, che in altri anni, in parallelo a una professione fotografica legata a sbocchi commerciali e pertanto a tematiche e soggetti determinati dalla committenza, si sarebbe chiamata "ricerca personale". L'autrice lavora spesso non solo sul dettaglio, ma anche su riprese di largo respiro: in definitiva sullo slittamento del significato di qualsiasi immagine da cui trae ispirazione. Uno dei suoi attuali canali di ricerca personale è l'interpretazione della forma urbana della città di Trieste.

In questo senso la mappatura (sebbene non da intendersi in senso scientifico e pragmatico) ricorre come la pedina di questo gioco formale. Il tutto diviene una scrittura continua, un insieme di frammenti da cui bisogna risalire per comporre l'immagine del puzzle. I temi di cui si è occupata fino ad oggi sono: i colori del territorio, le icone, le persone e i paesaggi come appartenenza a un luogo di antica origine. In particolare, in questa occasione vengono presentate circa una ventina di stampe fotografiche che pongono in relazione la città russa di Zarechny (a 40km da Ekaterinburg, capoluogo regionale), con la cittadina abruzzese di Loreto Aprutino. In definitiva si tratta di una ricerca sulla loro complessità identitaria, comprendendo anche la nostalgia di un passato edenico ormai perduto. La prima è, infatti, legata strettamente alla storia della centrale nucleare costruita nell'ambito del programma statale degli anni Cinquanta a cui seguì l'abbattimento dell'intera foresta che circondava il borgo, mentre la seconda è ancora oggi caratterizzata da un territorio collinare coltivato prevalentemente con ulivi e vigne. (Comunicato stampa)




Ritratto di Giacomo Leopardi Recanati dà il via al progetto "Infinito Leopardi"
www.infinitorecanati.it

Un flusso continuo di eventi ed appuntamenti imperdibili e l'esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels del manoscritto vissano de L'Infinito a 200 anni dalla sua composizione. Così Recanati si prepara a celebrare il bicentenario dalla stesura di uno dei più celebri componimenti della storia della poesia firmato da Giacomo Leopardi. "Infinito Leopardi" è un progetto promosso dal Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario de L'Infinito di Giacomo Leopardi, istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Mibac), con la partecipazione di Regione Marche, Comune di Recanati, Centro Nazionale Studi Leopardiani, Casa Leopardi, Centro Mondiale della Poesia e della Cultura e Università degli Studi di Macerata. La programmazione rientra nel Piano unitario della cultura messo in campo dalla Regione Marche per valorizzare al meglio il patrimonio culturale locale, che individua nel 2019 l'anno di Giacomo Leopardi sostenendo gli eventi ad esso collegati.

Si tratta di un progetto complesso sia per le diverse tematiche trattate sia per la durata temporale, un fatto straordinariamente unico intorno a cui realizzare un evento lungo un anno che tra mostre, spettacoli, conferenze, pubblicazioni, possa sollecitare la necessità di tornare a pensare all'infinito e alle infinite espressioni dell'uomo nella natura, tema portante e modernissimo del pensiero leopardiano. L'arco temporale dell'intero anno dedicato all'Infinito sarà scandito in due momenti principali, corrispondenti alla realizzazione di mostre di diversa natura prodotte da Sistema Museo, la società che gestisce i musei civici recanatesi. La prima parte delle celebrazioni, dal 21 dicembre 2018 fino al 19 maggio 2019, vedrà la realizzazione di due sezioni espositive.

La prima, a cura di Laura Melosi, direttrice della Cattedra Leopardiana presso l'Università degli Studi di Macerata, dal titolo "Infinità / Immensità. Il manoscritto", vedrà la riscoperta del patrimonio leopardiano dei manoscritti di proprietà del Comune di Visso, attraverso la rilettura attenta di essi e la loro esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels insieme all'autografo de L'Infinito, cuore simbolico del progetto. Strumenti multimediali ne accompagnano la visione, la comprensione e consentono l'approfondimento della storia che lo ha condotto fino a noi. Un'operazione che permetterà di mettere a punto un modello espositivo a rotazione nelle sale del museo civico del corpus leopardiano di documenti, manoscritti e cimeli del poeta, appartenenti alla collezione del Comune di Recanati. Un percorso intrapreso nel dicembre 2017 attraverso un viaggio nelle sale di Villa Colloredo Mels alla riscoperta del patrimonio leopardiano che torna definitivamente, dopo molti anni, a disposizione di tutta la cittadinanza, dei turisti e degli studiosi.

Con "Mario Giacomelli. Giacomo Leopardi, L'Infinito, A Silvia", a cura di Alessandro Giampaoli e Marco Andreani, si porta in mostra la sequenza fotografica al centro di uno dei capitoli più affascinanti e meno indagati della storia della fotografia italiana del dopoguerra e dei rapporti tra letteratura e fotografia. Saranno esposte A Silvia, il celebre foto-racconto ispirato all'omonima lirica di Leopardi, nella sua versione originale del '64, di cui fino ad oggi si erano perse le tracce e in quella del 1988, insieme con la serie de L'Infinito per dare modo al pubblico di fare un confronto e avere uno spaccato della straordinaria evoluzione stilistica di Giacomelli nel corso degli anni.

Le celebrazioni continuano dal 30 giugno al 3 novembre 2019 (inaugurazione prevista il 29 giugno, giorno in cui cade il compleanno del poeta recanatese), con due mostre che ruotano intorno all'espressione dell'infinito nell'arte, "Infiniti" a cura di Emanuela Angiuli e "Finito, Non Finito, Infinito" a cura di Marcello Smarrelli, per un percorso sensazionale dall'epoca romantica a oggi. Scandite attraverso l'allestimento delle mostre in programma, le celebrazioni saranno accompagnate da eventi collaterali curati da massimi esperti del panorama culturale italiano e internazionale con un'attenzione particolare per le nuove generazioni. (Comunicato Ufficio stampa Sistema Museo)




Gauguin e gli Impressionisti
termina il 27 gennaio 2019
Palazzo Zabarella - Padova

La mostra - a cura di Anne-Birgitte Fonsmark - consente al pubblico italiano di ammirare una selezione di opere della Collezione creata ai primi del Novecento da Wilhelm Hansen e da sua moglie Henny. Collezione che è considerata oggi una delle più belle raccolte europee di arte impressionista. E che, all'indomani del Primo conflitto mondiale veniva valutata come «senza rivali nel nord Europa». Hansen, che sino ad allora aveva collezionato solo pittura danese, fu affascinato dalla nuova pittura francese in occasione del suo primo viaggio d'affari a Parigi nel 1893. Viaggio seguito da metodiche visite al Salon, alle gallerie e ai musei. Da queste frequentazioni maturò, nel 1915, il progetto di creare una collezione di arte francese all'altezza della sua collezione danese. Alla decisione non fu estranea l'idea che l'arte francese fosse destinata ad un rapido aumento di valore e risultasse quindi un perfetto investimento, purché ad essere acquistate fossero le opere realmente più importanti sul mercato. Scelta che spiega la presenza, in Collezione, di una concentrazione così elevata di capolavori.

In soli due anni, dal 1916 al 1918, Hansen riuscì a creare, grazie anche agli avveduti consigli di uno dei più importanti critici d'arte del momento, Théodore Duret, una collezione che il suo collega collezionista svedese Klas Fåhræus avrebbe descritto come la "migliore collezione impressionista al mondo". Per finanziare l'acquisto di opere d'arte, Hansen creò un Consorzio, nel quale coinvolse amici facoltosi, interessati a portare in Danimarca la nuova arte francese e in particolare gli Impressonisti, gli artisti che li hanno preceduti, i loro due successori, Cézanne e Gauguin. Nell'immediato dopoguerra, il Consorzio colse le occasioni che il mercato offriva, acquistando intere importanti collezioni e singole opere d'eccezione. Ad esempio, nella primavera del 1918, riuscì ad investire oltre mezzo milione di franchi per comperare opere offerte nelle aste della tenuta di Degas, che misero sul mercato la sua favolosa collezione d'arte.

Per la Collezione, Hansen costruì una nuova Galleria dove, una volta la settimana, il pubblico poteva ammirare le sue 156 opere - che spaziavano dalle tele neoclassiche e romantiche, con David e Delacroix, al realismo e all'impressionismo, al post-impressionismo con Cézanne e Gauguin, e infine Matisse come il primo dei fauve. Nel '22, la Landmandsbanken (la banca danese degli agricoltori), a quel tempo la più grande banca privata del paese, fallì e trascinò nel suo fallimento anche il collezionista che, per evitare il tracollo, decide di svendere i suoi quadri francesi. Poi la ripresa e, con essa, la decisione di ricostituire la Collezione. Tra le nuove acquisizioni c'erano il Ritratto di George Sand di Delacroix, una Marina a Le Havre di Monet, Il Lottatore di Daumier.

Anche la favolosa interpretazione di Courbet del Capriolo nella neve si unì alla collezione di Hansen, dove avrebbe preso il suo posto come una delle sue opere principali. L'ultimo acquisto fu di un piccolo pastello di Degas, raffigurante una ballerina che si chinava per aggiustarsi la scarpetta. Il pastello era stato in precedenza di proprietà di Paul Gauguin, che era un grande ammiratore di Degas, e aveva incorporato il pastello sullo sfondo di una delle sue immagini di fiori. Nel 1931 Hansen aveva acquistato il pastello dal politico e scrittore danese Edvard Brandes, che lo aveva avuto da sua cognata, Mette Gauguin. "Ora ho finito con gli acquisti", affermò Hansen. La raccolta era completa, ma non era più aperta al pubblico. Wilhelm Hansen si sentiva amareggiato. Fu sua moglie a trasmettere la collezione allo stato della Danimarca, rendendola così pubblica. (Comunicato Studio Esseci)




Opera di Nelio Sonego nella mostra alla Galleria A arte Invernizzi di Milano Nelio Sonego
termina lo 06 febbraio 2019
Galleria A arte Invernizzi - Milano

Mostra personale di Nelio Sonego, che presenta un dialogo tra lavori realizzati tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta e opere recenti, attraverso un progetto ideato dall'artista in relazione allo spazio espositivo. Nella prima sala del piano superiore della galleria verranno esposti lavori appartenenti alla serie Strutturale (1979) sulle possibili varianti della linea, utilizzata come elemento costitutivo e costruttivo, all'interno della strutturazione dell'opera. Partendo da una progettualità sistematica, che definisce il formato quadrato delle tele ed il fondo bianco, l'artista approfondisce e analizza varianti tracciando direttrici parallele o trasversali che suggeriscono forme ed equilibri geometrici dissimili. Lo spazio che si viene a creare nella superficie, ridefinito a partire dalla segmentazione e dalla sovrapposizione delle linee frammentate, non si ferma entro il confine delimitato dalla tela ma si dilata aprendosi e strabordando idealmente nell'ambiente circostante in un crescendo di stratificazioni e presenze segniche, come nei sette elementi di Strutturale (1980) presentata nella seconda sala del piano superiore.

La frammentazione della strutturazione lineare, attraverso uno studio nei suoi elementi primari e fondanti, è un tratto costante del lavoro di Nelio Sonego che permane anche nei cicli di lavori successivi in cui l'artista continua, attraverso numerose e disattese combinazioni di segno e colore, a creare livelli di percezione sospesi e vacillanti. Questa combinazione tra rigore geometrico e vibrazione della struttura è evidente anche nei lavori più recenti dell'artista, esposti al piano inferiore. Qui le superfici dei diversi elementi che compongono le opere si accostano e si sovrappongono, quasi a ricreare in scala maggiore gli equilibri geometrici delle direttrici disegnate su tela nelle opere esposte al piano superiore, modificando la percezione dell'ambiente circostante e creando nuove possibilità percettive nella visione d'insieme dello spazio. In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con la riproduzione delle opere esposte, un saggio introduttivo di Francesco Gallo Mazzeo e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Tabula Picta
Dipinti tra Tardogotico e Rinascimento


termina lo 01 febbraio 2019
Galleria Salamon - Milano

La mostra, curata da Matteo Salamon, presenterà 15 dipinti su tavola, tutti databili tra l'ultimo quarto del Trecento e l'inizio del Cinquecento. Quello che si svelerà agli occhi del visitatore di Palazzo Cicogna sarà un percorso articolato lungo la nostra penisola che parte dal Lazio e dalle Marche, e attraversando la Toscana, approda nel nord est senza tralasciare la Lombardia. Non la tradizionale mostra di fondi oro di area toscana, quindi. Le tavole documentano un'Italia chiaramente di territori, in cui tutti gli artisti cercano di parlare una stessa lingua pur con inflessioni e sostrati originali e diversi.

Ne risulta un importante confronto fra civiltà, che percorrere l'intero Quattrocento: un'epoca che, come sosteneva Roberto Longhi, non vede l'irradiazione di una temperie formale da un 'centro' verso tante ' periferie" come accade ad esempio in Francia nello stesso periodo - quanto piuttosto la simultanea espressione di lingue differenti. Ciascuna delle 15 tavole rappresenta un capitolo mai secondario della storia dell'arte nell'Italia del '400. Tra i Maestri presenti, il fiorentino Niccolò di Pietro Gerini, formatosi alla bottega dell'Orcagna e riferimento, a partire dagli anni '70 del '300, della grande committenza fiorentina. Testimone della maggiore bottega attiva a Roma nella seconda metà del secolo fu invece Antoniazzo Romano, presente in mostra con un capolavoro della fase tarda della sua folgorante carriera.

Allievo tra i più dotati del Ghirlandaio, il cosiddetto Maestro dell'Epifania di Fiesole è eccezionalmente presente con dipinto espressione di un linguaggio autonomo, che coglie con straordinaria capacità i dettami del suo maestro insieme al nuovo portato da Botticelli e Jacopo del Sellaio. Allievo, verosimilmente, del Perugino è il Maestro della Lamentazione di Scandicci, qui presente con un capolavoro che si evidenzia per la finezza del brano paesistico. "Le opere, tutte di autori italiani, - osserva Matteo Salamon - sono accomunate anche da uno straordinario stato di conservazione, il che in un certo senso rappresenta una felice anomalia nell'ambito del collezionismo italiano. Fino a pochi anni fa, a differenza di quanto accadeva nel Regno Unito o negli Usa, in Italia si privilegiava la suggestione del nome del grande artista rispetto alla qualità conservativa del dipinto".

L'autore dunque veniva considerato più importante dell'opera stessa, in ossequio a una tradizione critica che in Italia ha la sua origine nei volumi di biografie di pittori, scultori e architetti. Un altro, e non secondario, elemento connota le opere selezionate per questa raffinatissima esposizione ed è la certezza dell'autografia: le attribuzioni, precise e inappuntabili, nascono dalle ricerche e dal contributo degli esperti di riferimento per ciascun ambito culturale e spesso dal rilievo delle pubblicazioni in cui le opere sono state inserite. Ad introdurre autorevolmente il catalogo è un saggio di Mauro Minardi mentre le schede delle opere, che per dimensioni e profondità delle ricerche occorse, assumono il carattere di brevi saggi, sono redatte da Federico Giannini. Ciascuna opere, inoltre, viene accompagnata dalla scheda di conservazione redatta da Carlotta Beccaria. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Immagine di presentazione della mostra EtruSchifano - Mario Schifano a Villa Giulia EtruSchifano
Mario Schifano a Villa Giulia: un ritorno


termina il 10 marzo 2019
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia - Roma
www.villagiulia.beniculturali.it

In occasione del ventennale della scomparsa di uno dei massimi esponenti della pittura contemporanea, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia dedica una mostra a Mario Schifano, la cui vicenda biografica e artistica è intessuta di stringenti legami con la civiltà etrusco-italica in generale e in particolare con il Museo di Villa Giulia, dove lavorò dal 1951 al 1962 come restauratore e lucidatore di disegni. Il progetto espositivo è curato da Gianluca Tagliamonte e da Maria Paola Guidobaldi. Nella sala dei Sette Colli è esposto il ciclo di opere Gli Etruschi (21 quadri), realizzato su commissione da Schifano nel 1991, e oggi di proprietà della Fondazione Pescarabruzzo di Pescara. La maggior parte dei quadri trae ispirazione da alcune delle più celebri pitture funerarie etrusche, ma non mancano richiami ad alcuni oggetti antichi. I quadri sono stati accostati in mostra ad alcuni vasi originali selezionati nell'ambito della vastissima collezione del Museo.

La reinterpretazione proposta dall'artista in chiave pop si sostanzia di dinamiche figure dai colori sgargianti, emergenti da un fondo monocromo o scuro. Una selezione (tre dipinti e due disegni) del ciclo di opere Mater Matuta, ispirato alle celebri sculture antiche di Matres (Madri), due delle quali, appartengono al Museo di Villa Giulia e sono esposte in mostra, è invece allestito nella Sala di Venere. Il ciclo Mater Matuta fu commissionato a Schifano nel 1995 dal manager Domenico Tulino. Realizzato in un periodo particolare della vita di Schifano, di forte sensibilità nei confronti di temi a carattere sociale, è forse l'ultimo ciclo pittorico eseguito dal Maestro, prematuramente scomparso il 26 gennaio del 1998.

E' la prima volta che i due cicli sono accostati e presentati insieme in un contesto espositivo. La Sala dei Sette Colli accoglie anche una bacheca contenente documenti tratti dal fascicolo personale di Mario Schifano conservati nell'Archivio del Museo e un video con una sequenza di immagini fotografiche di Marcello Gianvenuti, che rievocano l'happening del 16 maggio 1985, quando, a Firenze, Schifano realizzò in poche ore dal vivo La Chimera, un gigantesco quadro di 40 metri quadri di superficie (4x10m). Il video prodotto in quell'occasione da Ettore Rosboch è andato perduto. E' perciò ancor più significativa la sequenza di immagini fotografiche proposta in questa mostra. (Comunicato stampa)




Stefano Visintin
"#cafènero"


termina il 15 febbraio 2019
Impresa Sociale Ad Formandum - Trieste

Mostra fotografica di Stefano Visintin - organizzata con il concorso dell'Associazione Juliet, presentata da Serenella Dorigo - incentrata su un viaggio personale nella città del caffè e dei caffè, i suoi riti e i suoi miti. Stefano Visintin è un fotografo triestino che si contraddistingue per l'amore per il dettaglio, l'architettura e le geometrie. Questi assunti costituiscono la base e l'inizio del suo lavoro fotografico. Nel suo percorso di formazione, non si sottrae, quindi, agli stimoli creati in precedenza dai grandi maestri della fotografia, quali Ranger-Patzsch (per l'inquadratura purista e minimalista), Walker Evans (per l'idea di una fotografia debitrice del dettaglio architettonico), Bernd e Hilla Becher (per il sistema di catalogazione e confronto costruito sulle analogie). Da diversi anni, però, la sua attenzione è rivolta anche al tema del ritratto, argomento al quale ha gia` dedicato diverse mostre tra cui quelle per "Arti e Mestieri" e Uno+Uno nonché per il festival "Triestèfotografia".

In quest'ultimo caso le sue fotografie dialogavano con testi narrativi eseguiti ad-hoc da scrittori e la narrazione diventava cornice del ritratto o, per dirla in altro modo, il ritratto si rifletteva nel contesto che lo conteneva. C'è quindi un piano narrativo a più livelli: l'interpretazione del volto della persona inquadrata e la testimonianza della parola che entra a viva forza e in parallelo all'immediatezza fotografica. Il risultato è una narrazione ininterrotta, fotografica e letteraria, nonche´ multilingue e pluriculturale, sui personaggi e le storie della citta`, in un continuo rispecchiarsi di volti, scorci e situazioni. Di recente ha collaborato con Claudio Grisancich alla realizzazione del libro di poesie e fotografie "Album" edito da Hammerle Editore. La mostra "Pop" che ne è scaturita, si incentra su una attenta e lenta scansione di frammenti, vie, facciate e cose della città che fu e che riemerge da un racconto poetico molto intimo. Ha inoltre collaborato con il settimanale Zeno con progetti fotografici ad-hoc, e collabora con Juliet art magazine, pubblicando foto di situazioni legate al mondo dell'arte. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra di Daniela Savini a Mantova Daniela Savini
"Dal quotidiano al Nulla"


Spazio "Atelier des Arts" - Mantova
termina lo 02 febbraio 2019

Personale di pittura e incisione di Daniela Savini, realizzata con il patrocinio della Provincia e del Comune di Mantova. In occasione delle ricorrenze legate al Giorno della Memoria, la mostra vuole essere una riflessione sulla Shoah e sul genocidio. L'esposizione è stata realizzata con la collaborazione di Domenica Giaco, poetessa siciliana, che scrive: «La vita umana può improvvisamente non avere alcun valore. Su questo dovremmo riflettere quando pensiamo alla Shoah. Milioni di persone furono uccise senza che il mondo sapesse. Fu trovata alla violenza una legittimazione, e bastò questo per mettere a tacere le coscienze. Quanto accadde non dobbiamo considerarlo cristallizzato in un passato ormai concluso. (...) La Shoah è ad ora un dramma universale che ci ricorda ciò che l'uomo fu capace di fare all'uomo. (...) Ricordare è pensare. Riflettere.

E' l'umanità tutta a mettersi in questione, e occorre davvero, oggi, pensare e riflettere sui nostri modelli di convivenza sociale, sottrarsi dalle ambiguità e, attraverso la dimensione dell'immedesimazione drammatica, ritrovare ognuno l'autenticità di sé e la consapevolezza che nessuno di noi è al riparo dalla barbarie, che l'impensabile e l'inaudito possono accadere ancora, poiché il male è una possibilità. Un'umanità fragile, esposta. (...) La mostra si pone l'obiettivo di accompagnare emozionalmente lungo un percorso che tenta di ricomporre in un primo momento le innumerevoli vite sottratte, attraverso dimensioni domestiche di gesti, ambienti, presenza di oggetti che in qualche modo suggeriscono una quotidianità, una normalità, ma che tuttavia introducono man mano un'inquietudine che presto conduce nella consapevolezza di un essere umano lacerato, di corpi che dissolvono nel nulla, senza volto, senza ritorno. Vinti». (Comunicato stampa)




Pino Pascali
Vita, morte, miracoli e seduzione


termina il 10 febbraio 2019
Bibo's Place - Roma
www.bibosplace.it

A cinquant'anni dalla scomparsa dell'artista la mostra raccoglie un nucleo di 34 opere costituito anche da disegni, schizzi e bozzetti realizzati per la pubblicità televisiva (M.I.M., biscotti Maggiora, Caffè Camerino). Saranno inoltre presenti alcuni dipinti come Moby Dick, Lettere del 1964 e una veduta immaginaria del mare di Puglia. Accanto a questa produzione verranno inoltre esposti lavori che si discostano della poetica di Pascali, con inattese tangenze con l'arte Informale di matrice tonale, già però protesa verso un'impostazione concettuale dell'opera, quasi a voler sancire, attraversandolo, il superamento stesso dell'Informale. Le opere raccolte per questa occasione restituiscono la cifra giocosa e ironica tipica del suo lavoro che ancora una volta conferma la sua assoluta attualità. (Comunicato stampa)

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Pino Pascali geniale fluidità
termina il 19 gennaio 2019
Galleria edieuropa QUI arte contemporanea - Roma
Presentazione




Giorgio Griffa: "Ordine e disordine"
inaugurazione 10 dicembre 2018
Condominio-museo viadellafucina16 - Torino
www.condominiomuseo.it

L'opera che Giorgio Griffa, artista torinese di fama internazionale, ha donato a viadellafucina16, un omaggio ad Alighiero Boetti, rappresenta il culmine del processo di trasformazione avvenuto finora in questo stabile dove - per iniziativa di KaninchenHaus, di un gruppo di condomini e da un'idea dell'artista Brice Coniglio - ha preso nel 2016 vita il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Una sequenza di 73 pezzi unici di ceramica invetriata (materiale con cui per la prima volta si confronta l'autore) appese alle volte dell'atrio, rappresenta il precario equilibrio tra caos e volontà e sembra commentare il tentativo di trasformazione in corso in questo spazio, dove l'arte diventa motore di un processo di rigenerazione collettiva. L'opera è progettata nell'ambito del programma internazionale "Nuovi Committenti" con il sostegno di Fondation de France e di Regione Piemonte.

L'inaugurazione vuole essere occasione per festeggiare i risultati di questi due anni di lavoro, durante i quali viadellafucina16 ha ospitato 12 artisti in residenza, 18 eventi pubblici, importanti festival cittadini e gli interventi di grandi maestri come Griffa e Pistoletto. Alla serata sarà presente François Hers l'artista che ha inventato Nuovi Committenti. Nell'ambito del programma OPEN LAB di Compagnia di San Paolo, KaninchenHaus avvia ora una nuova fase del progetto tesa a trasformare il Condominio-Museo in un format aperto, per permettere ad altri stabili di replicare l'esperimento. (Comunicato stampa)

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After the preview during Turin Art Week, Kaninchen-Haus and a.titolo are pleased to invite you Monday, December 10th at 6pm in Via La Salle 16 Turin, to the opening of the foyer of Viadellafucina16 Condominium-Museum and the work by Giorgio Griffa "Ordine e Disordine", produced thanks to the support of the Fondation de France and the contribution of the Regione Piemonte as part of the New Patrons programme. The internationally renowned Turin artist Giorgio Griffa donated to viadellafucina16 an homage to Alighiero Boetti. The artwork is the peak of a process of shared transformation, initiated by the artist Brice Coniglio together with the KaninchenHaus association and a group of co-owners, which, in 2016, breathed life into the unprecedented formula of the Condominium-Museum.

A sequence of 73 unique pieces of enamelled pottery (material which the author deals with for the first time) hanging from the majestic atrium, represents the precarious balance between chaos and will and it seems to comment on the ongoing transformation of the space, where art becomes the engine of a process of collective regeneration. The opening on December 10th wants to be the opportunity to celebrate the results of these two years of work, during which viadellafucina16 hosted 12 artists in residence, 18 public events, important city festivals and the works of great masters such as Giorgio Griffa and Michelangelo Pistoletto. François Hers, the artist creator of New Patrons programme, will be present. Furthermore, we are pleased to announce that, in the framework of OPEN LAB programme by Compagnia di San Paolo, KaninchenHaus will now launch a new phase of the project aiming to transform the condominium-museum in an open format in order to allow other building internationally to replicate the experiment. (Press release)




Opera di Paco Falco nella mostra Back to the sign a Napoli Locandina della mostra Back to the sign di Paco Falco Opera nella rassegna Back to the sign Paco Falco Paco Falco: "Back to the sign"
inaugurazione 14 dicembre 2018, ore 18.30
Hotel Piazza Bellini - Napoli

Si rinnova la collaborazione tra l'artista napoletano e l'albergo di via Costantinopoli che, noto per essere stato spesso cornice di manifestazioni artistiche, aveva già ospitato nelle sua sale le opere di Paco Falco. Le nuove tele esposte al piano terra negli spazi che si affacciano nel cortile Settecentesco dell'albergo, fanno parte della serie Riot 2.0 e rappresentano un punto di svolta nella ricerca artistica di Paco Falco caratterizzata, negli ultimi anni, da una spiccata predilezione per forme artistiche estremamente comunicative che, tra la pop art e il graffito, enfatizza i simboli identificativi ora del tempo storico, ora della città e della cultura italiana e napoletana, fino all' "oggetto" più indefinibile in termini di rappresentazione ma carico di grande valenza immaginativa come il bosone di Higgs esposto  al CMS (Compact Muon Solenoid) di Ginevra.

Nelle opere il richiamo al segno è l'esigenza di richiamare attenzione e di richiedere permanenza rispetto alla frugalità, alla leggerezza e alla superficialità della comunicazione, delle relazioni, delle scelte esistenziali che caratterizzano la nostra società, organizzata ormai attorno alle nuove forme di comunicazione che invadono e trasformano il comportamento umano sia rispetto alla definizione della propria vita individuale, fatta di progetti, sogni e aspettative, sia riguardo quella collettiva, caratterizzata dallo scollamento con la realtà e allo stesso tempo con l'esibizione narcisistica che sembra dominare in ogni settore della vita.

Il segno è la ribellione alla riduzione dell'arte alla sua comunicabilità, all'espressione del già noto, al successo del piacere che si attua nel riconoscimento. E' la ribellione alla riproducibilità dell'opera mediante la sua scomposizione a cui sono opposte l'integrità e l'irriducibilità del segno. Ad essere espressa sulle tele è la ricerca dei sentimenti primari che non emergono più dalla mole quasi infinita di immagini e di messaggi che tutti i giorni ad ogni istante affollano e confondono, indirizzando e influenzano le nostre visioni del mondo. Dal punto di vista della tecnica, è l'equilibrio dei colori con i tratti del segno e della forma. Il ritorno al segno, come una sorta di ritorno alle origini delle prime mostre allo Studio49VideoArte nei quartieri spagnoli, richiama le pitture rupestri, i sistemi di scrittura logografici, le geometrie semplici e le tonalità naturali. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra dedicata a Marc Chagall a Castiglione del Lago Marc Chagall
L'anima segreta del racconto


termina il 31 marzo 2019
Palazzo della Corgna - Castiglione del Lago (Perugia)
www.palazzodellacorgna.it

La mostra, curata da Andrea Pontalti, propone una significativa selezione di opere dell'artista russo, dalla serie "Le Favole", dal ciclo "Chagall Litographe" ed infine due opere raramente esposte al pubblico. L'esposizione si focalizza prevalentemente sull'opera grafica dell'artista. Si potrà ammirare una significativa selezione di opere tratte dalla serie Le Favole de La Fontaine, dal ciclo Chagall Litographe ed infine due opere dell'artista russo raramente esposte, provenienti da una collezione privata italiana. Chagall non lavora solo con il colore e il tratto, ma con un immenso linguaggio di oggetti che costituiscono il suo fictional world. Spesso per le sue opere sono stati utilizzati i termini "letteratura", "dipinto letterario" ed egli è stato definito "creatore di favole o racconti fantastici". Nel 1948, alla XXIV edizione della Biennale di Venezia, Chagall espone dipinti, disegni, incisioni e illustrazioni di Gogol, La Fontaine e la Bibbia. Proprio quest'ultima produzione sarà determinante per il Primo Premio della grafica che gli verrà conferito.

Una consacrazione forse tardiva, ma certamente indicativa dell'importanza storico-artistica del corpo principale delle opere esposte. Lo stupore accompagnerà il visitatore nella visione sia delle acqueforti delle "Favole" che delle magnifiche litografie del ciclo Chagall Litographe. Il disegno Re David suona la cetra (1949-52) e il dipinto Musicien et Danseuse (1965) arricchiscono, infine, il repertorio tecnico e narrativo del percorso. L'originalità dell'arte di Chagall e il suo dinamismo fantastico, che lascia trapelare tutto il mondo interiore di "eterno fanciullo", pervade anche la sua produzione grafica. La mostra è un racconto del raccontare, che consacra a buon diritto Chagall quale "artista letterario e mitologico". Ancora una volta Chagall riesce a stupire con le sue suggestioni, portandoci alla scoperta del mondo con l'animo di un bambino.

___ Le opere in mostra

- Le Favole

Chagall inizia ad illustrare Le Favole di La Fontaine a Parigi, nel 1927, su richiesta del mercante d'arte Voillard. Nelle 20 acqueforti in mostra l'artista mette l'accento sulla componente mitologica e universale della favola con la consueta padronanza nel posizionamento dei personaggi: le figure sembrano stagliarsi sul foglio come per dominarlo, alla maniera della scrittura ebraica o come nelle icone russe, ricordi presenti della sua adolescenza. Il lavoro grafico su Le Favole illustra i grandi temi della vita che hanno interessato Chagall nel corso della sua opera: amore, morte e follia umana; temi antitetici che si incontrano e scontrano come in un ossimoro petrarchesco: così nel foglio in cui sono magistralmente rappresentati l'arroganza del lupo, che si contrappone alla mitezza della cicogna che gli salva la vita, dominano gratitudine ed ingratitudine, vita e morte. I reticoli, le figure, gli oggetti, i granelli di polvere neri sembrano uscire dal suo mondo fantastico, aggredire realmente lo spettatore, fagocitarlo e trascinarlo via.

- Chagall litographe. L'intimo compendio

Chagall Litographe presenta al visitatore un ciclo di litografie originariamente realizzate per il primo volume del catalogo ragionato dell'opera litografica dell'artista (in mostra è presente l'edizione deluxe tirata in soli cento esemplari). Lungi dall'essere dei semplici strumenti di catalogazione, i volumi sono dei veri e propri "livre d'artiste" corredati di un apparato di opere originali di altissimo livello. Chagall pubblicherà altri tre volumi corredati di illustrazioni tra il 1963 e il 1974. Un nucleo di quattro opere, nello specifico, Le Cirque, La Jongleuse, Le Clown musicien, Carte d'invitation ruota attorno al tema del circo. Tale tema attraversa tutta l'arte moderna. Chagall, già affascinato dagli spettacoli circensi nella natale Vitebsk, incontrerà a Parigi il circo come uno dei fulcri più interessanti della vita artistica e sociale della capitale francese.

Legame ambivalente, capace di mettere in scena i poli opposti del tragico e del comico. In La Baie des Anges e in Femme-oiseau Chagall tocca, invece, quel processo di ibridazione e metamorfosi tra umano e animale che sin dalle illustrazioni delle Favole attraversa l'opera dell'artista. Il ciclo di opere include inoltre due rappresentazioni dell'angelo, variazioni dello stesso motivo iconografico. In Couple Noir au Musicien compare una coppia di amanti che in Chagall Litographe ricorrerà anche nelle opere Le Couple devant l'arbre, Les Amoureux au soleil rouge, Affiche pour la ville de Vence, Couple en ocre.

Se il tema degli amanti persiste nel percorso di Chagall, le opere in mostra presentano un'indelebile costante dell'amore come abbraccio, come abbandono all'altro. In un terzo gruppo di opere è Parigi a prendere la scena: Notre-Dame en gris, Visions de Paris e Notre-Dame et la Tour Eiffel. Infine l'artista compare in due autoritratti: Le Peintre à la palette e Auto-portrait. Quest'ultima è l'opera più ricca di elementi chagalliani, dove si scorge quello che sembra un volume dal titolo Ma Vie, titolo esatto della sua autobiografia ma anche indicazione allo spettatore a cercare nell'opera gli elementi portanti della vita dell'artista.

- Re David suona la cetra

Realizzata tra il 1949 e il 1952, Re David suona la cetra è un'opera parsimoniosa nell'uso del colore e del tratto e trova nell'essenzialità esecutiva un mezzo perfetto per la narrazione. Il riferimento è certamente biblico, di quella Bibbia che Chagall definì come "la più grande fonte di poesia di tutti i tempi" o come "l'alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli". Il tema è caro a Chagall che nelle illustrazioni della Bibbia (1931-56) lo affronta in ben due tavole, la prima a "citare le scritture" dove il giovane David calma i mali di Re Saul con la musica, la seconda a collocare il Re intento a suonare nella solitudine di un paesaggio vitreo. Nel Re David suona la cetra Chagall sceglie la libertà compositiva e la mescolanza in un cielo costellato di riferimenti biblici: Mosè con le tavole della Legge, il Cristo come l'ebreo messo a morte, Adamo ed Eva e gli Angeli. Re David pare suonare per un popolo in marcia (quasi certamente il popolo ebraico), mentre non mancano accenni alla ruralità.

- Musicien et danseuse

Sono interessanti i confronti di Re David suona la cetra con l'opera esposta dal titolo Musicien et danseuse (1965). In una composizione di estrema semplicità e vivacità coloristica si ravvisa, innanzitutto, la musica. Nell'opera emerge il tema del violinista, che sarà una figura-chiave del linguaggio figurativo di Chagall tanto da divenire allegoria stessa della musica. In questo caso è la composizione nella sua interezza a rimandare all'universo folkloristico e rurale di Vitebsk, sua città natale. (Comunicato stampa)




© Peter Bialobrzeski - Neontigers - Bangkok 2000 Peter Bialobrzeski - The City / Urban Spaces
termina il 19 gennaio 2019 (chiusura: 22.12.2018 - 07.1.2019)
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Il lavoro completo del fotografo di fama internazionale Peter Bialobrzeski sullo spazio urbano, in una mostra personale. "E' l'Albrecht Dürer delle città e il Modern Times: il fotografo tedesco Peter Bialobrzeski ritrae gli habitat umani come il grande maestro ha ritratto sacerdoti, la vita della Madonna, prìncipi e personaggi storici, immortalati per i posteri. Le arti visive come disciplina intellettuale. Le personalità di Bialobrzeski sono personalità urbane. Come fotografo, è un osservatore partecipe, un testimone contemporaneo e scientifico. Fissa la storia e i momenti in cui essa emerge e svanisce. Nelle sue immagini le persone non esistono oppure appaiono solo come un fenomeno marginale, nel senso stretto del termine. Le persone sono come oggetti che vengono trattati e questo processo è chiamato globalizzazione." Scrive Daniele Muscionico nella Neue Zürcher Zeitung. Il lavoro, composto da 10 gruppi di opere, è stato realizzato tra il 2000 e il 2017, principalmente in Asia e in Europa. Le trasformazioni dell'urbano sono diventate in questo momento il tema della vita del pluripremiato fotografo documentarista. L'artista affronta l'evoluzione della megalopoli globalizzata, ma si concentra anche sulle microstrutture di una città periferica come Wolfsburg, la sua città natale. (Comunicato stampa)

___ DE

Im Dezember 2018 präsentieren wir in einer Einzelausstellung die umfassende Arbeit des international anerkannten Fotografen Peter Bialobrzeski zum urbanen Raum. "Er ist der Albrecht Dürer der Städte und der Modern Times: Der deutsche Fotograf Peter Bialobrzeski porträtiert menschliche Habitate wie der Ältere Geistliche porträtiert hat, Fürsten oder das Leben der Madonna - historische Persönlichkeiten, festgehalten für die Nachwelt. Bildende Kunst als intellektuelle Disziplin. Bialobrzeskis Persönlichkeiten sind Stadt-Persönlichkeiten. Er ist als Fotograf teilnehmender Beobachter und wissenschaftlicher Zeitzeuge. Denn was er porträtiert, hält Geschichte fest und die Momente, in denen sie entsteht und vergeht. Menschen finden nicht statt in seinen Bildern, oder dann nur als wortwörtliche Randerscheinung. Mit Menschen wird verfahren, und das Verfahren heisst Globalisierung." Schreibt Daniele Muscionico in der Neuen Zürcher Zeitung. Die Arbeiten aus 10 Werkgruppen entstanden zwischen 2000 und 2017 vorwiegend in Asien und Europa. Die Transformationen des Städtischen wurden in dieser Zeit das Lebensthema des preisgekrönten Dokumentarfotografen. Der Künstler thematisiert sowohl die Evolution der globalisierten Megalopolis, richtet aber auch seinen Blick auf die Mikrostrukturen einer so unbedeutenden Stadt wie Wolfsburg, seinem Geburtsort. (Pressemitteilung)

___ EN

The extensive work of the internationally renowned photographer Peter Bialobrzeski on urban space in a solo exhibition. "He is the Albrecht Dürer of cities and of modern times: the German photographer Bialobrzeski portrays human habitats just as the elder artist portrayed members of the clergy, rulers or the life of the Madonna - personages from history, captured for posterity. Visual art as an intellectual discipline. Bialobrzeski's personages are city personages. As photographer he is a participating observer and a scientific contemporary witness. That's because what he portrays records history and the moments in which it appears and disappears. People do not take place in his photos, or if so, literally as a mere side issue. People are dealt with, and the dealing with them is called globalisation." Thus writes Daniele Muscionico in the Neue Zürcher Zeitung. The work from 10 groups of works was created between 2000 and 2017, primarily in Asia and Europe. During this time, the transformations of the urban became the prize-winning documentary photographer's dominating theme. The artist explores the evolution of the globalised megalopolis, but also directs his attention to the microstructures of an insignificant city like Wolfsburg, where he was born. (Press release)




Locandina della rassegna d'arte Ray of light - Luci sulla città Arte per non dormire - Pontedera ed oltre - XXI secolo

Ray of light - Luci sulla città

Pontedera, 01 dicembre 2018 - fine febbraio 2019
www.comune.pontedera.pi.it

A seguito dell'evento dello scorso anno Lo do Land, incentrato sulla poetica di Marco Lodola, l'Amministrazione Comunale di Pontedera prosegue la valorizzazione dei luoghi pubblici attraverso il progetto d'arte urbana Arte per non dormire - Pontedera ed oltre - XXI secolo presentando Ray of light - Luci sulla città. Pontedera non è nuova alla sperimentazione sulle evoluzioni progettuali e stilistiche degli elementi di arredo e di illuminazione studiati per la città, infatti per questa occasione si presenterà al pubblico come un grande e affascinate "giardino di luce": spettacolari scenografie luminose e grandi piante domineranno piazze e vie del centro storico, accompagnando il visitatore in un emozionante viaggio alla scoperta di una città ricca di storia arte e cultura.

Ray of Light - Luci sulla città è il primo di un ciclo di eventi di grande qualità che rispecchia le politiche culturali dell'Amministrazione, che avranno luogo da questo dicembre fino a maggio 2019. Pontedera è riuscita, in questi anni, a diventare un laboratorio autonomo e singolare in cui, a partire da una serie di sensibilità e di valori fortemente diffusi, si è gradualmente consolidato il ruolo della cultura al centro della città. Il progetto costituisce un'occasione concreta per riflettere su un tema di grande attualità come l'arte nella realtà urbana, confrontandosi con la città e da questa risalire al sociale nel suo complesso. (Estratto da comunicato stampa Silvia Guidi)




Immagine dalla locandina della mostra Pino Pascali geniale fluidità Pino Pascali geniale fluidità
termina il 19 gennaio 2019
Galleria edieuropa QUI arte contemporanea - Roma
www.galleriaedieuropa.it

Con oltre quaranta opere tra pittura (collages, smalti, pastelli, bitume, encausto) e scultura (stoffa, cartone, metallo, masonite), la mostra vuole rendere omaggio al geniale e poliedrico artista pugliese, uno dei più importanti esponenti dell'Arte Povera italiana, nel giorno del suo compleanno e rientra nel circuito delle numerose manifestazioni culturali in occasione del cinquantenario dalla sua precoce scomparsa. Il primo incontro della Galleria - allora Editalia - con Pascali avvenne nel 1967, in occasione della storica mostra "La Terza Dimensione: Kounellis, Livi, Lombardo, Lorenzetti, Pascali ed Uncini", a cura di Marisa Volpi Orlandini. In questa occasione si è voluto ricordare in catalogo con le parole dei compagni d'arte Kounellis, Cintoli e Mattiacci - che Marisa Volpi invitò a rendergli omaggio nel numero di marzo del 1969 della rivista "QUI arte contemporanea"- accompagnate da un testo di Claudia Lodolo, sull'importanza per Pascali dei dieci anni di lavoro nella pubblicità.

Scultore, scenografo, grafico pubblicitario e performer, Pascali è noto al pubblico e alla critica internazionale per aver saputo coniugare, in modo geniale e creativo, forme primarie e mitiche della cultura e della natura mediterranee, con le forme del gioco e dell'avventura. Dal punto di vista pittorico, ben presenti in mostra sono gli "Animali della preistoria, dello zoo e del mare" con opere come Rinoceronte e Giraffa, Conchiglia, Coccodrillo e Muflone, tutti del 1964, Balena Mare Mare ed Orso, entrambi del 1964-65; i famosi "Giocattoli di guerra" come Soldatino del 1963, Cannone e Missile, entrambi del 1964-65, e Soldato del 1966 e le celebri "Maschere": Moschettieri, Hawaiane e Robot del 1963, Arlecchino del 1964. Costante è inoltre il rimando alle icone della dilagante cultura di massa, come il fumetto, la moda, il cinema - con Movie Movie del 1967 - ben rappresentato anche attraverso le sue 'false sculture', realizzate con materiali fragili ed effimeri: Milord del 1965 e Soldato del 1966. Originale è poi la sua risposta critica alle nuove tendenze che venivano dall'America, in primis dalla Pop Art, con l'opera su tavola Jasper del 1964.

La mostra intende dunque porre l'accento sulla poliedricità tematica e creativa dell'artista pugliese, capace - come pochi - di esprimersi attraverso linee espressive così diverse fra loro. Un aspetto spesso sottovalutato di Pascali è la sua attività di grafico per la pubblicità cinematografica e televisiva, svolta ininterrottamente dal 1958 al 1968. Come sottolineato da Claudia Lodolo in catalogo "Pino Pascali ha lavorato su commissione per la Proa, per la Incom, per la Rai, accanto a Cesarini da Senigallia, e soprattutto con Sandro Lodolo, prima in società con Ermanno Biamonte, poi con Massimo Saraceni con cui fondò la Lodolo-Saraceni Cinematografica e, dopo lo scioglimento di questa, seguendo Sandro Lodolo, con la Lodolofilm.

Il materiale raccolto e conservato è la testimonianza di un percorso graduale, costante e determinato alla ricerca di un sintetismo giocato sul rigore della forma e sulla fantasia che in Pino coabitano insieme, dando forma ad opere che si sviluppano sempre dal ricordo irruente dei giochi". Tra le opere esposte in galleria, le Scenografie per l'Algida del 1959-60 ed alcune fotografie in bianco nero scattate per i numerosi "Caroselli" - studiati, progettati e curati in quegli anni - mostrano come il lavoro su commissione di Pascali nel campo pubblicitario abbia effettivamente offerto "un'importante base stilistica e di indagine espressiva sulla quale si andrà via via costruendo il suo estro e la sua espressività scultorea".

Pino Pascali (Bari, 19 ottobre 1935 - Roma, 11 settembre 1968) nel 1956 si trasferisce a Roma, dove si iscrive all'Accademia delle Belle Arti e frequenta le lezioni di Toti Scialoja. Dopo il diploma comincia a lavorare come aiuto scenografo alla Rai. Nel contempo inizia una collaborazione, che diventerà poi continuativa, con Sandro Lodolo, realizzando Caroselli, spot pubblicitari e sigle televisive. Negli anni sessanta partecipa a varie mostre collettive e nel 1965 realizza la sua prima personale presso la Galleria romana La Tartaruga. L'anno successivo espone alla Galleria L'Attico. In soli tre anni ottiene un notevole riscontro da parte della critica e viene notato da influenti galleristi italiani e internazionali.

Proprio all'apice della sua carriera, mentre alcune sue opere erano in mostra alla Biennale di Venezia, muore prematuramente a Roma nel 1968 per le conseguenze di un grave incidente in motocicletta, sua grande passione. Artista eclettico, Pascali fu scultore, scenografo e performer. Nelle sue opere riunisce le radici della cultura mediterranea (i campi, il mare, la terra e gli animali) con la dimensione ludica dell'arte. Nella serie "Ricostruzione della natura", iniziata nel 1967, Pascali analizza il rapporto tra la produzione industriale in serie e la natura. E' ritenuto uno dei più importanti esponenti dell'Arte Povera. Fu il primo a formalizzare le pozzanghere con l'acqua vera, da cui nacque la mostra "Fuoco immagine acqua terra" avvenuta all'Attico nel maggio del 1967. (Comunicato stampa)




Angelo Titonel - Capricorno - olio su tela cm.66x85 2018 Zodiaco
Dodici artisti per dodici Segni

Francesco Bancheri, Bruno Ceccobelli, Margareth Dorigatti, Lino Frongia Tadija Janicic, Pierpaolo Lista, Ria Lussi, Carlo Alberto Rastelli Karine Rougier, Angelo Titonel, Rodolfo Villaplana, Gaetano Zampogna


termina lo 02 febbraio 2019
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

In occasione del compimento del quinto anno di attività, la MAC Maja Arte Contemporanea, la collettiva dal titolo "Zodiaco". In questa prima edizione di quello che sarà un appuntamento a cadenza annuale avente per tema le costellazioni zodiacali, la curatrice Daina Maja Titonel ha invitato dodici artisti, eterogenei per nazionalità, mezzi espressivi ed esperienze artistiche, ad esprimere con un'opera il proprio Segno componendo così uno Zodiaco completo. Tra questi: Bruno Ceccobelli, Francesco Bancheri, Pierpaolo Lista, Ria Lussi, Carlo Alberto Rastelli e Karine Rougier, sono alla loro prima collaborazione con la MAC. Completano l'elenco Margareth Dorigatti, Lino Frongia, Angelo Titonel, Rodolfo Villaplana, Gaetano Zampogna e Tadija Janicic, già esposti in galleria in precedenti occasioni. Ad Angelo Titonel la figlia Daina Maja dedica questa esposizione.

In mostra il suo ultimo dipinto, "Capricorno", terminato pochi giorni prima della sua improvvisa scomparsa avvenuta il 7 ottobre 2018. Tra le dodici opere in mostra, in prevalenza dipinti, Gaetano Zampogna (Scido 1946) e Margareth Dorigatti (Bolzano 1954) hanno realizzato per questo tema rispettivamente l'Ariete e il Toro, mentre Lino Frongia (Montecchio 1958) ha scelto per il Gemelli due opere del 1985 dal titolo "Prodigio", dove due oggetti identici di medesima natura (due alberi e due mele) sottolineano come l'idea di identità venga meno tanto nel gesto pittorico quanto nell'atto della creazione, affermando la pur impercettibile distinzione e unicità di ogni individuo. Di Ria Lussi, la quale ha da poco concluso a Roma una residenza artistica di un mese al MACRO Asilo con il progetto "Io sono Giordano Bruno", si presenta una scultura in vetro di Murano per il segno del Cancro.

Pierpaolo Lista (Salerno 1977) contribuisce per il Leone con l'unica fotografia in mostra. Per realizzare l'immagine, intitolata "Re", l'artista ha ricostruito nel proprio studio una realtà fittizia popolata da un unico emblematico oggetto. Un luogo artificiale dove è possibile interrogarsi sullo spazio reale lasciando che l'immagine viva la propria indipendenza e autenticità. Bruno Ceccobelli (Montecastello di Vibio 1952) ha scelto "Teodora" (1998-2015, acrilico e collage su tela) per rappresentare il segno della Vergine, "per il suo coraggio di affrontare una seconda vita, vergine come innocente, quell'innocenza che serve sempre all'Arte", sottolinea l'artista.

Tra le nuove collaborazioni: Francesco Bancheri (Roma 1978) propone un frammento di galassia contenente la costellazione della Bilancia ("Galassia box - Libra", collage su tela smaltata in plexibox); Carlo Alberto Rastelli (Parma 1986) ambienta lo Scorpione in un paesaggio boschivo in cui astrazione geometrica e figurazione si compenetrano nella tela in un gioco di continue stratificazioni; l'artista maltese Karine Rougier (Malta 1982) rappresenta l'Acquario perseguendo la prospettiva onirico-simbolista che contraddistingue il suo lavoro. Il centauro Sagittario è ritratto dal pittore venezuelano Rodolfo Villaplana (Valencia 1975). Di Angelo Titonel, al quale la figlia Daina Maja, fondatrice della MAC Maja Arte Contemporanea, dedica questa mostra, si espone la sua ultima tela, "Capricorno". In un'atmosfera onirica e magica si affacciano due capricorni - segno zodiacale di padre e figlia - laddove il passaggio fra un oceano ancestrale e il primo piano visivo, reso possibile dalla presenza dei due animali, può evocare, fra i plurimi significati simbolici, il passaggio dalla nascita alla vita. Conclude il viaggio tra i segni zodiacali l'ironico squalo di Tadija Janicic (Montenegro 1980) a rappresentare l'ultimo dei segni, il Pesci. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Kandinskij, l'armonia preservata Kandinskij, l'armonia preservata. Dietro le quinte del restauro
termina lo 03 febbraio 2019
Museo della Ceramica (Palazzo Fauzone di Germagnano) - Mondovì (Cuneo)

Il dipinto Spitz-Rund, realizzato da Wassilij Kandinskij nel 1925 e parte della Collezione della GAMeC dal 1999, grazie alla donazione di Gianfranco e Luigia Spajani, è il protagonista della mostra che svelerà al pubblico gli esiti dell'intervento di studio e consolidamento realizzato negli ultimi mesi dal Centro Conservazione e Restauro "La Venaria Reale", che consente ora di presentarlo con un significativo corredo di informazioni, utili per una sua migliore comprensione e per la sua futura conservazione. Il percorso espositivo, strutturato in tre differenti sezioni, permette infatti al visitatore di scoprire l'opera da molteplici prospettive: dalla poetica dell'artista alla tecnica esecutiva, sino alla lettura delle fragilità del dipinto che, a causa dei materiali costitutivi e della sua storia conservativa, ha richiesto un impegno attento e accurato.

La mostra apre con una sequenza di pannelli esplicativi corredati da una rassegna di immagini che permettono di osservare dettagli dell'opera non facilmente distinguibili, per proseguire con il racconto delle analisi condotte sul dipinto: la seconda sala dell'esposizione ospita infatti la perfetta riproduzione di un laboratorio di restauro, in cui sono allestite le strumentazioni utilizzate per lo studio dell'opera. Il pubblico sarà quindi invitato a compiere una sorta di viaggio, passo dopo passo, nel lavoro di studio, osservazione tecnica, indagine diagnostica e restauro, sino allo svelamento dell'opera d'arte.

Kandinskij (1866-1944) dipinge Spitz-Rund durante il periodo di docenza al Bauhaus di Weimar. L'influenza della scuola è evidente, al punto che l'opera può esserne considerata una sintesi: essa è, infatti, il frutto dell'elaborazione di un nuovo linguaggio artistico di Kandinskij che in questa fase della sua vita riconduce le linee, prima libere di fluttuare nello spazio pittorico, a forme elementari come rette, cerchi e triangoli. Il titolo dell'opera significa "aguzzo-rotondo", chiaro riferimento alle figure geometriche che la compongono: nel campo monocromo, infatti, geometrie e linee si sovrappongono nello slancio verticale del dipinto, in un dialogo tra forme, suoni e colori.

Questi ultimi hanno per l'artista precise corrispondenze: "il triangolo è sempre giallo e risulta tagliente e imprevedibile", paragonato al suono squillante della tromba, "il cerchio, invece, è figura semplice, complessa e misteriosa, simbolo dell'universo" e viene associato al colore blu, profondo e puro, e al suono grave del contrabbasso o del violoncello, o a quello profondo dell'organo. L'opera dimostra l'internazionalità della Raccolta donata nel 1999 dall'imprenditore bergamasco Gianfranco Spajani e da sua moglie Luigia alla Città di Bergamo che include, oltre agli esiti maggiori della pittura italiana del Novecento - tra cui Enrico Baj, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Massimo Campigli, Felice Casorati, Giorgio de Chirico, Giorgio Morandi, Alberto Savinio -, anche una variegata selezione di artisti stranieri quali Hans Hartung, Hans Richter e Roberto Sebastian Matta. (Estratto da comunicato stampa)




Locandina di presentazione della mostra Le Avanguardie Ungheresi Le Avanguardie Ungheresi
Imre Bak | Károly Hopp-Halász | Ferenc Lantos | Árpád fenyvesi Tóth


termina il 15 febbraio 2019
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

La mostra è incentrata su quattro maestri dell'Avanguardia Ungherese a partire dagli anni Sessanta: Imre Bak, Károly Hopp-Halász, Ferenc Lantos, Árpád fenyvesi Tóth. La mostra vuole mettere in luce i contesti politici e sociali difficili e travagliati in cui la neoavanguardia si è sviluppata, in particolare come l'avvento delle dittature abbia avuto forti ripercussioni a livello artistico. A partire dal dopoguerra cambiarono le norme estetiche ufficialmente riconosciute e la sola forma di espressione accettata divenne esclusivamente il realismo socialista. L'arte contemporanea locale non era quindi libera di rinnovarsi ed evolversi liberamente e le idee artistiche più sperimentali non potevano slegarsi dalla rigida suddivisione in cui l'arte era formalmente classificata.

Tutti gli artisti attivi durante il periodo tra le guerre, o prima della Prima Guerra Mondiale, gli avanguardisti e i modernisti si ritrovarono così isolati ed esclusi per la loro pratica artistica. La mostra Le Avanguardie Ungheresi vuole dunque essere una documentazione di come questi artisti riuscirono a dare vita ad una Neo-avanguardia nata dal proibizionismo e dall'isolamento. A partire dagli anni Sessanta, durante la "dittatura morbida", sempre più artisti iniziarono a distaccarsi dai canoni dell'estetica ufficiale e dal contesto istituzionale: alcuni di essi mostrarono tendenze surrealiste e astratte come il gruppo di artisti ungheresi dal nome "La Scuola Europea", altri invece cominciarono a sperimentare l'Informale, altri ancora crearono lavori con caratteristiche della PopArt o Fluxus.

Altri, senza aver frequentato alcuna università, sperimentarono un'arte differente da quella dettata dalle Istituzioni, come accadde ai membri del Pécs Workshop, un gruppo di cinque artisti che frequentò le lezioni tenute dal maestro e artista Ferenc Lantos, il quale intendeva continuare la tradizione dell'arte astratta e del Bauhaus presenti nella città prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Gli artisti della Neo-avanguardia ungherese furono coloro che praticarono un'arte non conforme all'ideologia socialista ma in perfetta sintonia con gli sviluppi culturali dell'Europa di quel tempo e questa mostra ne vuole essere un doveroso riconoscimento. (Comunicato stampa)

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Galleria Allegra Ravizza is pleased to present its new research project: the exhibition, titled "The Hungarian Avant-gardes", will be focused on four Hungarian Avant-garde Masters from the 1960s: Imre Bak, Károly Hopp-Halász, Ferenc Lantos, Árpád fenyvesi Tóth. The exhibition focuses on the turbulent political and social contexts in which the Neo-avant-garde was born and evolved and, in particular, how the advent of the dictatorships had strong repercussions on art. During the postwar period aesthetic norms worthy of official acknowledgment changed, and socialist realism became the only tolerated form of expression. Local contemporary art was not free to renew itself and evolve freely, and the most experimental artistic ideas could not be separated from the rigid subdivision in which art was formally classified.

All of the artists who were active during the interwar period, or before World War I, the Avant-gardists and modernists, found themselves isolated and excluded from their artistic practice. The exhibition "The Hungarian Avant-gardes" aims therefore to be a documentation of how these artists could produce the Neo-avant-garde that was born from, and in spite of, prohibition and isolation. Starting in the Sixties, during the so called "soft dictatorship", more and more artists started deviating from the official aesthetic establishment and from the institutional context: some of them showed surrealistic and abstract tendencies such as the Hungarian artistic group named "European School"; others began to experiment with informal, others created PopArt or Fluxus-like works.

Some of them, not having attended university, tried to experiment with a nonconformist art, different from the one dictated by Institutions: it's the case of the members of Pécs Workshop, a group of five artists who joined the classes of teacher and artist Ferenc Lantos, who wanted to continue the tradition of Bauhaus and abstract art, present in the city before World War I. The Hungarian Neo-avant-garde artists practiced an art which did not conform to the socialist ideology, but was in perfect harmony with the cultural developments of Europe during that time, and our exhibition wants to be a dutiful recognition of it. (Press release)




Sergio Zanni - Viandante - acrilico carboncino terra creta su tavola cm.50x70 Sergio Zanni: "Alla ricerca del perturbante"
termina il 29 marzo 2019
BFMR & Partners - Reggio Emilia

Il titolo dell'esposizione evoca un termine utilizzato da Sigmund Freud per indicare ciò che, familiare ed estraneo allo stesso tempo, provoca uno spaesamento, una situazione di latente incapacità di comprendere secondo i canoni tradizionalmente adottati. "Perturbanti" sono i protagonisti dell'opera pittorica e scultorea di Sergio Zanni: viandanti e viaggiatori senza meta, frutto di un immaginario poetico e surreale. Il percorso della mostra si compone di una trentina di opere, tecniche miste su carta e su tavola, di medie e grandi dimensioni, realizzate negli anni Duemila, oltre a due sculture in terracotta, raffiguranti i protagonisti del suo fervido immaginario.

«Nello studio di Sergio Zanni, che s'affaccia su un cortile nella Ferrara antica - scrive il curatore Sandro Parmiggiani - si è presto circondati, quasi assediati, da una selva di figure: i personaggi creati dalla sua fantasia e realizzati prima in terracotta e poi nei materiali che consentono di ampliarne le dimensioni. Sono così nati nel tempo i personaggi che Zanni ha presentato in mostre, in Italia e all'estero, a partire dal 1973, e che lui stesso ha puntigliosamente elencato: eremiti; signori della pioggia; monumenti ai caduti; diavoli; custodi delle pianure; camminatori; palombari; attendisti; figure senza davanti; piloti; cacciatori di nuvole; oblomov (il "mite-fantasma" del romanzo di Goncarov); fumatori; pittori di guerra; angeli misteriosi; sirene; equilibristi, Ulisse e altri viandanti; naufraghi e figure controvento che, nonostante abbiano ormai l'acqua alla gola, s'ergono su barche che stanno inabissandosi...».

Opere che, come confessa lo stesso artista, nascono «dalla consapevolezza di vivere gli ultimi fuochi di un tempo, quello dell'umanesimo, giunto ormai alla fine, con il tempo della tecnologia e della scienza che eclissa un modo di essere che apparterrà sempre più al passato», nonostante "I cercatori dell'immutabile", da lui raffigurati, perseverino nel tentativo di congelare il tempo. Sergio Zanni (Ferrara, 1942), pittore e scultore, frequenta l'Accademia di Belle Arti di Bologna studiando pittura e approfondendo la ricerca sul modellato. All'attività artistica affianca fino al 1995 l'insegnamento all'Istituto d'Arte "Dosso Dossi" di Ferrara. A partire dal 1973 ha preso parte ad esposizioni personali e collettive in Italia e all'estero. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Particolare da Anima e corpo - foto di Giorgio_Bianchi L'anima e il corpo
Immagini del sacro e del profano tra Medioevo ed Età Moderna


termina il 24 febbraio 2019
Musei Civici d'Arte Antica - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

I Musei Civici d'Arte Antica | Istituzione Bologna Musei proseguono nell'impegno per la valorizzazione delle Collezioni Comunali d'Arte in concomitanza con i lavori di ripristino della copertura di Palazzo d'Accursio, la cui conclusione è prevista nella primavera 2019, promuovendo una nuova esposizione che ne rivisita l'ampio patrimonio permanente alla luce di un nuovo criterio tematico. Dopo un primo riallestimento incentrato sulla nascita del gusto moderno tra '700 e '800, il nuovo ordinamento del percorso espositivo propone un tema fondamentale nella cultura figurativa occidentale, la rappresentazione del divino e della figura umana, indagandone l'evoluzione iconografica tra il XIII e il XVIII secolo.

L'esposizione, a cura di Silvia Battistini e Massimo Medica, ricompone alcune delle opere di maggiore rilevanza storico-artistica del museo - tra cui la ricca collezione di sculture e di dipinti medievali dei Primitivi; le preziose tavole di Francesco Francia, Amico Aspertini, Luca Signorelli e le tele di Prospero Fontana, Ludovico Carracci, Michele Desubleo, Guido Cagnacci, Donato Creti, Gaetano Gandolfi, Pelagio Palagi - ordinate secondo due linee di lettura che si alternano nelle sale espositive narrando, da un lato, l'essenza del divino, dall'altra, la vita e i sentimenti quotidiani. I visitatori hanno così modo di comprendere come anche le più note raffigurazioni religiose e profane non siano rimaste uguali a se stesse nel corso dei secoli, ma abbiano accompagnato il rinnovamento del linguaggio artistico, riverberando il dibattito sulla raffigurazione del corpo umano nel mutare del clima sociale e religioso europeo.

Se il Medioevo ricorre alla rappresentazione del corpo per dare un'identità alla dimensione religiosa nelle sue differenti manifestazioni (Padre Eterno, Cristo, la Vergine, i santi), nel Rinascimento il corpo rappresentato in modo naturalistico diviene fondamentale per dare un volto alla santità e facilitare la divulgazione della dottrina cattolica. L'itinerario di visita inizia nella sala 25, dove nelle tavole del Medioevo e nelle tele del Rinascimento le immagini sacre sono accompagnate da donatori, devoti e facoltosi personaggi che finanziavano l'opera nella speranza che ciò valesse come intercessione per l'aldilà. Uomini e talvolta anche donne, che inizialmente compaiono piccoli ai piedi dei santi; poi si accostano a guardare lo svolgersi di scene sacre come spettatori che si affaccino a un palcoscenico; infine entrano addirittura a farne parte, riacquistando nel tardo Rinascimento la loro dimensione reale, uguale a quella dei sacri protagonisti.

La centralità dell'uomo nel creato, ma al contempo l'esaltazione dell'umanità del Cristo (tema centrale nel dibattito con la dottrina protestante) consentono al donatore di diventare protagonista di un messaggio religioso e attraverso questo di promuovere il proprio ruolo sociale. I diversi orientamenti della Chiesa nell'incoraggiare la devozione del fedele, ora basata sulla conoscenza degli episodi del Vangelo e dell'Antico Testamento, ora su un coinvolgimento emozionale totalizzante dovuto alle esperienze estatiche, fa sì che in ogni epoca siano state favorite differenti tipologie di santi. Nel Medioevo sono principalmente venerati, e quindi rappresentati, i martiri delle origini del cristianesimo, raffigurati in pose rigide; nel Rinascimento e nelle età successive si preferiscono nuovi santi e sante, accanto ai padri della Chiesa e ai patroni di città e luoghi sacri, per lo più raffigurati in una scena alla presenza della divinità (per esempio nella Sacra Famiglia o ai piedi del Crocifisso) o in una concentrata preghiera, che doveva essere di forte esempio alla pratica dei fedeli.

Parallelamente si affermano le narrazioni delle passioni degli uomini, che si riconoscono spesso nelle storie degli eroi antichi o nelle complesse allegorie di vizi e virtù. Nella sala 24 si comprende come i pittori medievali si fossero esercitati nella ritrattistica proprio raffigurando i donatori, mentre nel Rinascimento la rappresentazione dei volti diviene un genere figurativo autonomo e di grande varietà, non solo per le descrizioni delle vesti e l'adattare le pose al gusto del momento, ma per la capacità dell'artista di descrivere, in uno spazio solitamente molto circoscritto, l'intensità psicologica della persona ritratta o la sua condizione sociale e il livello culturale: guardando quei volti si penetrano interi mondi.

Se qualche tratto misterioso o un emblema curioso circondano i volti del Cinquecento di un'aura particolare, si deve alla passione degli uomini del Rinascimento per complesse allegorie e metafore, sia letterarie che visive, in cui non di rado un soggetto in apparenza facilmente riconoscibile, quale un ritratto o una figura ispirata alla mitologia, allude in realtà a tematiche ben più complesse e sottili espresse attraverso la capacità degli artisti di descrivere l'intensità psicologica del soggetto e la sua condizione sociale. I temi che toccavano più da vicino l'anima dei fedeli si trovano nella sala 23, dove sono riuniti gli episodi della vita della Vergine e di Cristo, dall'Annunciazione al compimento della Passione, dipinti da artisti di epoche diverse. Accanto alla ripetitività di quegli elementi che non possono mancare perché costituiscono la storia stessa, le differenti ambientazioni e le varianti iconografiche sono in grado di trasmettere il pensiero di un'epoca.

Il tema della Deposizione, così popolare nel XVI secolo, è ben documentato in questa sala, grazie anche alla possibilità straordinaria di ricostruire in parte un capolavoro perduto di Luca Signorelli - la pala con il Compianto sul Cristo morto che il pittore rinascimentale realizzò tra il 1504 e il 1505 per la chiesa di Sant'Agostino a Matelica - riaccostando due frammenti ad essa appartenuti: la Testa di donna piangente, conservata alle Collezioni Comunali d'Arte, e la bellissima Testa di Cristo. I ritratti del Settecento di nobili e ricchi borghesi, talvolta anche politici e artisti, dialogano nella sala 19 con i volti di uomini e donne cari a Pelagio Palagi, che li aveva raffigurati in posa, ma spesso soffermandosi solo sullo studio dell'espressione dei loro volti. La pittura dell'eclettico artista riporta l'attenzione del visitatore sui temi mitologici e sull'importanza educativa che ebbero nella civiltà della fine del Settecento e dell'Ottocento, quale veicolo di ammaestramento morale.

Nella sala 20 si coglie come dei ed eroi dell'antica Grecia o gli epici personaggi della storia romana non siano più protagonisti di leziosi quadretti per decorare salotti e boudoirs, ma figure emblematiche le cui gesta e il cui coraggio dovevano essere d'esempio nel presente, ricco di nuovi ideali. La mostra si conclude nella monumentale Sala Urbana (sala 17), dando voce ad entrambi i filoni del racconto: il visitatore potrà scegliere se concludere ammirando prima le opere che più parlano all'anima poi quelle che stimolano principalmente i sensi, o viceversa. L'anima è avvinta dall'osservazione ravvicinata di straordinari Crocifissi scolpiti e dipinti, che tra XIII e XV secolo erano appesi in chiese e cappelle a definire il confine, già allora solo virtuale, tra lo spazio del clero e lo spazio dei fedeli. Ma il sentimento religioso era coltivato anche in ambito domestico, come mostrano trittici portatili e piccole tavole devozionali, che ben si accostano per contrasto alle grandi croci.

I sensi sono conquistati dalle forme perfette ed appena conturbanti delle divinità dipinte da Donato Creti, avvolte in stoffe e luci dove i colori pastosi e intensi cominciano cautamente a raccontare il turbamento dell'età moderna. Viene inoltre esposta nella Sala Urbana la pala di epoca e committenza bentivolesca di pittore bolognese ignoto, proveniente dalla chiesa dei frati francescani osservanti di San Paolo al Monte. L'opera, la cui squisita fattura rinascimentale testimonia la conoscenza delle novità dipinte in quegli anni in città dal pittore ferrarese Francesco del Cossa, è stata sottoposta nei mesi scorsi a un intervento di manutenzione conservativa, per fissare alcuni sollevamenti degli strati superficiali della pellicola pittorica, dovuti al movimento delle tavole di supporto, che avrebbero potuto causare cadute di colore. (...) Oltre al percorso espositivo tematico, la visita al museo prosegue sia verso l'ala Rusconi, in cui la sequenza dei tre salotti barocchi è seguita da tre sale dedicate all'evoluzione del paesaggio tra XVIII e XIX secolo. (Comunicato stampa)

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Italiae Medievalis Historiae
ed. Tabula Fati
Recensione di Ninni Radicini




Opera nella mostra No place like home No place like home
termina il 16 febbraio 2019
Studio la Città - Verona
www.studiolacitta.it

Mostra, curata da Marco Meneguzzo, che vede esposti i lavori di Brian Alfred, Vincenzo Castella, Igor Eškinja, Anna Galtarossa, Alberto Garutti, Daniel González, Hans Schabus, Tracey Snelling e Hema Upadhyay. Il titolo (non c'è nessun posto come casa propria) può essere letto in un duplice senso: letterale e ironico. Casa come rifugio, guscio, luogo sicuro, luogo franco, riparato da ogni pericolo, dove smettere l'abito sociale per assumere un abito esistenziale, individuale, personale, e invece definizione ironica, per cui la casa rappresenta l'establishment convenzionale da contestare e abbattere, in nome della libertà di vivere "senza tetto né legge".

Gli artisti chiamati a rappresentare questo duplice aspetto, che a volte si presenta contemporaneamente nella stessa opera, indagano sull'eterno concetto dell'abitare, nella sua forma più evidente, la "casa": ognuno di loro ne fornisce una versione, senza la pretesa di esaurire le possibilità di questo soggetto, e anzi abbandonandosi più alla memoria e alla sensazione che all'analisi e al ragionamento. E' il soggetto che suggerisce e talvolta impone questo approccio "sentimentale", intimo anche quando stabilisce semplicemente un perimetro murario alla casa, o ne fotografa gli spazi: è tanto forte il tema, tanto pertinente alla vita di ognuno che non se ne può astrarre, come invece si potrebbe fare se invece che di fronte a una "casa" ci si trovasse di fronte a un "edificio". Di fronte alla casa si scioglie la scorza di cinismo che viene richiesta all'artista di successo, e anche dietro l'ironia con cui si può affrontare l'argomento spunta una specie di dolcezza in cui la memoria individuale gioca un ruolo fondamentale e coinvolgente. (Marco Meneguzzo, novembre 2018 - estratto dal testo di mostra).

In mostra sono presenti alcuni piccoli collages di Brian Alfred in cui il segno è dato dal colore della carta stessa. Qui le immagini risultano volutamente molto simili a disegni digitali, realizzati al computer, ma la natura tattile della carta dà loro un'identità più intima e sensoriale. Accanto a queste opere, alcune fotografie vintage, anch'esse di piccolo formato di Vincenzo Castella, mentre campeggeranno nella sala centrale le eclettiche installazioni di Daniel González (La Casa del Tiempo, un'architettura effimera realizzata con oggetti di una tradizionale casa veronese nella quale il pubblico potrà fisicamente addentrarsi in una nuova dimensione materiale e temporale) e Anna Galtarossa (Petit Trianon, installazione in movimento realizzata per l'occasione dall'artista a partire da un comune carrello della spesa).

Il tema della casa, nell'idea di agglomerato urbano, talvolta soffocante e opprimente, è ben rappresentato anche dai lavori di Tracy Snelling ed Hema Upadhyay. Americana la prima, classe 1970, realizza sculture "sociologiche", spesso integrate con riproduzioni video, in cui sono ricreate in piccola scala ambienti ed edifici provenienti dall'esperienza personale dell'artista. La seconda invece, artista indiana prematuramente scomparsa, sviluppa il tema dell'immigrazione, spesso verso grandi città, in costante legame con il caos urbano. Le sue opere descrivono i cambiamenti che hanno preso piede nella maggior parte delle città metropolitane di Mumbai.

Oltre all'installazione Che cosa succede nella stanza quando gli uomini se ne vanno? e a due grandi opere a parete di Alberto Garutti, in cui l'artista pone l'accento sull'idea di "spazio vissuto", inteso come luogo di solitudine in cui l'essere si misura con il mondo, sono esposti per la prima volta a Studio la Città i lavori di Igor Eškinja e Hans Schabus. In mostra Welcome, una delle opere più rappresentative di Eškinja dall'inizio della sua carriera, creata con materiale di uso comune, in questo caso cartone assemblato a strisce. Nella composizione, realizzata attraverso l'illusione prospettica, l'artista dà vita all'immagine contraddittoria di una casa con la porta aperta attraverso la quale però, ci si scontra inevitabilmente con la parete. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Olivetti formes et recherche 1969. Olivetti formes et recherche
termina il 24 febbraio 2019
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino

In mostra una selezione di fotografie dell'omonima mostra che la Società Olivetti organizzò nel novembre del 1969 a Parigi, che proseguì a Barcellona, Madrid, Edimburgo e Londra, per concludersi infine a Tokyo nell'ottobre 1971. A cinquant'anni anni dalla prima esposizione, la mostra odierna -, curata da Barbara Bergaglio e Marcella Turchetti e aperta al pubblico in Project Room a Camera dal 6 dicembre 2018 al 24 febbraio 2019 -, ricostruisce e restituisce non soltanto i contenuti di quella storica mostra, curata dall'architetto Gae Aulenti, ma anche la storia dei personaggi che gravitavano dentro e intorno alla società Olivetti e a quella cultura: da Giorgio Soavi a Lord Snowdon, da Ettore Sottsass a Mario Bellini, da Renzo Zorzi a Italo Calvino.

Oltre 70 fotografie provenienti dall'Associazione Archivio Storico Olivetti offrono la possibilità di raccontare l'ormai leggendaria esposizione nelle sue diverse tappe, attraverso servizi fotografici di grandi maestri: da Ugo Mulas per l'edizione parigina, a Tim Street-Porter a Londra. Ulteriori documenti di approfondimento arricchiscono il racconto per immagini: il filmato per la regia di Philippe Charliat, con commento di Riccardo Felicioli, che è un vero e proprio viaggio di scoperta attraverso una città buia e misteriosa, dove Gae Aulenti guida il visitatore all'incontro con la Olivetti; il catalogo con testi di Giovanni Giudici - un anti-catalogo se inteso nel senso tradizionale del termine - che costituisce la chiave di interpretazione dei linguaggi e delle tecniche compositive che sono state approntate nel progetto dell'esposizione; il manifesto della mostra ideato da Clino T. Castelli, che ridisegna un nuovo e diverso uomo vitruviano generatore di una varietà di movimenti e forme, distante da soluzioni standard definitive.

La mostra si sviluppa attraverso le immagini originali dell'Archivio di Ivrea con l'obiettivo, oltre che di rievocare la stagione effervescente e dinamica di quegli anni, anche di proporre un pensiero che, con incredibile e ancora attualissima modernità, coniugava arte, industria, design, produzione e creazione di valore, a partire dal mondo del lavoro. L'esposizione costituisce, quindi, anche un'occasione unica per il pubblico di conoscere un grande modello di impresa responsabile, la cui "immagine" è portavoce della cultura creativa più avanzata del tempo e oggi riconosciuta come patrimonio dell'Unesco. La mostra, nella primavera del 2019, sarà trasferita ad Ivrea, negli spazi del Museo Civico "P.A. Garda". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Nello Leonardi Reggio Emilia. Un Novecento ritrovato
Inediti in mostra


termina il 26 gennaio 2019
Galleria RezArte Contemporanea - Reggio Emilia
www.galleriarezarte.it

Dopo la mostra "Reggio Emilia. Un Novecento ritrovato" (2013), a cura di Alberto Agazzani, la Galleria propone un nuovo approfondimento dedicato ai protagonisti della scena artistica reggiana del secondo Novecento (e non solo), attraverso una selezione di opere inedite provenienti da collezioni private. In mostra, dipinti ad olio e tecniche miste su tela o su tavola, unitamente ad alcuni acquerelli, di Giuliano Borghi, Vittorio Cavicchioni, Ottorino Davoli, Rina Ferri, Gino Forti, Gino Gandini, Walter Iotti, Nello Leonardi, Alberto Manfredi, Bruno Olivi, Vivaldo Poli, Norberto Riccò e Gianni Ruspaggiari.

Un racconto, aperto ad ulteriori approfondimenti, che si propone di mettere in luce il percorso dei singoli autori nel contesto storico del territorio, senza ripartizioni in gruppi e tendenze, ricerche iconiche e astratte. Come scriveva nel 2013 Alberto Agazzani, il fine è quello di «rileggere, documentare e valorizzare un ricco ed appassionante (mezzo) secolo di pitture e pittori», in molti casi purtroppo destinati «a quella fatale damnatio memoriae che solo l'appassionata, e materialmente disinteressata, caparbia volontà dei posteri può evitare». (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Venia Dimitrakopoulou - Anemos - gesso installazione dimensioni variabili 2009 Venia Dimitrakopoulou
Futuro Primordiale - Materia


termina lo 03 febbraio 2019
Museo archeologico regionale "Antonino Salinas" - Palermo

La scultrice greca Venia Dimitrakopoulou (Atene) torna ad esporre eccezionalmente in Italia con una importante mostra personale al Museo Salinas, a cura di Afrodite Oikonomidou e Matteo Pacini con testo critico di Franco Fanelli. Il composito universo creativo dell'artista è rappresentato da una considerevole selezione di opere - sculture, carte e installazioni, alcune esposte per la prima volta in Italia - tra cui spiccano inedite realizzazioni site-specific, per una mostra-installazione, curata da Afrodite Oikonomidou e Matteo Pacini, che dialoga con i reperti archeologici esposti in permanenza nelle sale museali. Il Salinas, infatti, è il più antico museo dell'Isola e la più importante istituzione museale pubblica dedicata all'Arte Greca e Punica in Sicilia, che su indirizzo del Direttore Francesca Spatafora si è aperta negli ultimi anni ai linguaggi dell'arte contemporanea. L'esposizione ha i patrocini del Ministero della Cultura e dello Sport della Repubblica Ellenica, dell'Ambasciata di Grecia a Roma, dell'Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana - Regione Siciliana, del Comune di Palermo ed è inserita nelle manifestazioni del progetto Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018.

La mostra palermitana è la prima tappa della "Trilogia Italia" organizzata dalla Fondazione Ellenica di Cultura - Italia in collaborazione con l'Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici "Bruno Lavagnini" e con Artespressione di Milano, galleria di riferimento dell'artista in Italia per questa rassegna che tocca anche Torino e Trieste. Il percorso, che presenta delle peculiarità per ogni città, coinvolge infatti prestigiose sedi espositive: oltre al Museo Salinas di Palermo, la Gallery della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino (22 febbraio - 31 marzo 2019), quindi il Civico Museo Sartorio e il Castello di San Giusto a Trieste (12 aprile - 14 giugno 2019).

La "Trilogia" evidenzia la tematica propria di tutta la produzione della scultrice ellenica: il dialogo continuo tra il passato e il presente, partendo dal ricco retaggio archeologico che accomuna la cultura greca a quella del nostro Paese. Da qui il titolo "Futuro Primordiale", declinato con un sottotitolo specifico per ciascuna delle tre mostre: a Palermo "Materia", a Torino "Logos" e a Trieste "Suono". «Tutte e tre le esposizioni - precisa l'artista - sono legate dallo stesso filo conduttore, quello che tengo saldamente in mano per non perdermi, quello che, in questa occasione, definisco "Futuro Primordiale". Viene dal profondo del tempo e, con la consapevolezza del presente, sento che può condurci al futuro rendendolo meno incerto».

In tutti i lavori esposti al Museo Salinas protagonista è la materia - dalla pietra lavica alla carta a mano cinese, dal bronzo al marmo, dal gesso alla terracotta - che sottolinea quanto l'archeologia riviva nella contemporaneità e l'immersione nel passato serva a comprendere il presente. Spiega infatti la scultrice: «A Palermo espongo le pietre vulcaniche, le teste dei guerrieri caduti e degli eroi, così come le opere su carta cinese, le Vesti di Nesso, l'Armatura Segreta e le Linee di pensiero. E' un dialogo tra fragilità e solidità, l'effimero e l'eterno. Una riflessione sul modo in cui l'archeologia svela la materia nel presente. La materia, quindi, è il tema principale».

Venia Dimitrakopoulou decide di "sentire" attentamente ciascun luogo del suo lungo tour espositivo, creando appositamente nuove opere per rimanere "sintonizzata" con l'atto creativo, così come lei lo concepisce: «un processo continuo, un flusso in cui tutto è aperto all'inaspettato». E così, per citare alcuni lavori esposti al Museo archeologico di Palermo, gessi, bronzi e pietre vulcaniche di Egina (isola dove ha sede lo studio dell'artista) diventano teste e volti, spesso dalla bocca semi aperta, di antichi guerrieri, eroi e semidei come nelle opere Agamennone (2005-2009) e Pelope (2009), accanto a Lance (2018) in marmo e ottone dorato che raccontano il passato dell'Egeo attraverso venature nascoste e si innalzano come baluardi, strumenti di difesa. In queste opere la materia prima determina il modellato estetico delle sculture che, a dialogo con l'ambiente in cui vengono presentate, mettono in risalto riferimenti storici e caratteristiche del luogo di provenienza, e raccontano così una sorta di storia personale che guida il visitatore nella loro contemplazione e interpretazione.

Le creazioni contemporanee di Venia Dimitrakopoulou si muovono infatti in costante equilibrio tra le ricerche moderne e l'estetica, i materiali e le tecniche tradizionali, passando dalla piccola scala alla monumentalità. Significativa in proposito l'imponente scultura Promahones, esposta presso il Museo Archeologico Nazionale di Atene e rievocata a Palermo dalla serie fotografica Promahones - Ombre (2014). Composta da giganteschi dischi in acciaio inclinati, aperti alle estremità, come sottolinea Franco Fanelli «arricchisce enormemente il gioco d'ombre che queste opere possono proiettare, sdoppiandole, moltiplicandole».

Attraverso pietra, marmo, terracotta, metallo o carta, che si declinano al servizio di un nomadismo stilistico che va dalla scultura tradizionale all'installazione, dal video all'azione, dalla scrittura al segno grafico, l'artista investiga caratteristiche e comportamenti della materia, dando un respiro di vita alle figure e agli oggetti che ne nascono. Esemplificativo il video Zoodochos Pighi (Fonte di Vita, 2011), opera drammatica nel senso etimologico della parola, in cui le mani dell'artista si ergono a simbolo della forza generatrice della dimensione scultorea, in un incessante processo metamorfico di creazione e distruzione della forma.

Tutte le opere della Dimitrakopoulou hanno un profondo carattere antropocentrico e riflettono sul ruolo dell'esistenza umana nello spazio e nel tempo che l'artista sceglie di cogliere nella sua creazione, chiamando l'osservatore a partecipare dell'espressione artistica, a viverla come una relazione con se stesso, attraverso un'esperienza interiore, mentale e sentimentale. Emblematiche le serie su carta delle Vesti di Nesso e delle Linee di pensiero (entrambe del 2011) dove, attraverso la scrittura automatica sulla forma di un'antica tunica o di uno stendardo, traspare in diverse lingue la dimensione intima dell'artista, che libera i suoi sentimenti e pensieri per poi nasconderli parzialmente dietro ad una linea, quasi a cancellarli ma mai del tutto.

Le tre esposizioni di Venia Dimitrakopoulou nel nostro Paese rientrano tra le azioni del programma "Tempo Forte Italia - Grecia 2018", iniziativa promossa dall'Ambasciata d'Italia ad Atene e sancita nel corso del Primo Vertice Intergovernativo tra Italia e Grecia, tenutosi il 14 settembre 2017 a Corfù, volta a favorire e sostenere il rafforzamento delle relazioni culturali tra i due Paesi del Mediterraneo, nel rispetto dell'equilibrio tra i vari ambiti culturali, dalla tradizione al contemporaneo, dal passato al futuro. Accompagna tutte e tre le tappe della rassegna un esaustivo catalogo edito da Umberto Allemandi con testo introduttivo di Franco Fanelli. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Ennio Calabria
Verso il tempo dell'essere. Opere 1958-2018


termina il 27 gennaio 2019
Museo di Palazzo Cipolla - Roma

A sessant'anni esatti dalla sua prima mostra personale (Galleria La Feluca, Roma, novembre 1958) e a poco più di trent'anni dalla sua ultima ampia antologica romana (Museo di Castel Sant'Angelo, 1987), Ennio Calabria (1937) riceve un fondamentale omaggio con la grande rassegna antologica, promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro - Internazionale, realizzata da POEMA, in collaborazione con l'Archivio Calabria, con il supporto tecnico di Civita Mostre, a cura di Gabriele Simongini (Catalogo pubblicato da Silvana Editoriale). Un'ottantina di opere fra quadri (alcuni dei quali realizzati espressamente per l'occasione, nel 2018) e pastelli daranno conto dell'intero percorso di questo grande protagonista della figurazione visionaria ed esistenziale italiana ed europea.

Fin dal 1958 l'artista romano ha dato vita ad opere ricche di una complessa ed irrequieta vitalità pittorica, colme di una forza immaginifica che va a braccetto con una lucidissima speculazione filosofica e antropologica. In pratica Calabria, con sorprendenti ed altissimi scatti inventivi in quest'ultimo periodo, ha dipinto e sta dipingendo quadri che riescono a dare immagine al processo di mutamento della nostra società e dell'uomo di oggi, indicando quasi profeticamente le sue possibili metamorfosi future. Per lui la pittura ha prima di tutto un valore testimoniale, è una metamorfica e complessa unità vivente in cui l'artista travasa tutto sé stesso, dal profondo.

Come scrive Gabriele Simongini, «lungo sessant'anni di ricerca la pittura per Calabria ha sempre avuto un potente valore sociale, in senso ampio, come strumento conoscitivo delle infinite trasformazioni di un mondo passato dalla Guerra Fredda all'attuale dominio globale delle corporazioni hi-tech e di un'Italia ormai irriconoscibile, passata dall'entusiasmo della ricostruzione e del boom economico allo spaesamento dell'odierno ruolo di emblema della crisi europea. Una pittura di "storia", dunque e pur in senso ampio, etimologico (dal latino "historia", ovvero "ricerca, indagine, cognizione"), mai illustrativo, con una profonda identificazione fra vicende collettive e autobiografia interiore». Interessato a cogliere i sintomi e le cause della regressione e della prevalenza di un istinto collettivo tendenzialmente aggressivo che sembra corrispondere per contrasto al sempre più frenetico progresso tecnologico, Ennio Calabria ritiene che la sua pittura oggi «si deve porre come qualcosa che si sente, non come qualcosa che si capisce».

La mostra prenderà avvio da un quadro quanto mai significativo come "Imponderabile nel circo", esposto nella prima personale del 1958, per poi presentare i più noti capolavori dell'artista ("La città che scende", del 1963; "Funerali di Togliatti", del 1965, esposto molto raramente; "Pantheon", del 1978-79; "Il Traghetto per Palermo", del 1984; "La città dentro", del 1987; "Eretto antropomorfo", del 1993, ecc.) e riservare un ampio spazio alle opere realizzate dal 2000 ad oggi ("Presentimento d'acqua" e "Ombre del futuro", del 2008, "Il pensiero nel corpo", del 2010, "Patologia della luce", del 2012, "L'Uomo e la Croce", del 2016, ecc.) fino alle cinque opere inedite realizzate in questi ultimi mesi. Verrà data particolare attenzione ai ritratti (da "Stalin", del 1964 e "Mao Pianeta", del 1968 fino a "Italo Calvino. Voglia di eterno", del 2013, solo per dirne alcuni, senza dimenticare quelli dedicati a Papa Giovanni Paolo II) e agli autoritratti, oltre ai pastelli e ad una sintetica scelta di alcuni manifesti realizzati da Calabria nel corso degli anni. (Estratto da comunicato stampa Civita)




Opera di Ryan Heshka nella mostra Midnight Movie Ryan Heshka: "Midnight Movie"
termina il 19 gennaio 2019
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano

Quarta mostra personale dell'artista canadese Ryan Heshka negli spazi della galleria, a cura di Michela D'Acquisto. Ryan Heshka, la cui opera artistica è innegabilmente influenzata dall'espressione stilistica dei pulp magazines e dei B movies che da sempre lo affascinano, in occasione della sua nuova mostra rende omaggio alle atmosfere bizzarre e oniriche di questi ultimi, rielaborandone tuttavia le suggestioni per dare così vita a un corpo di lavori unico nel suo genere. I "film della mezzanotte" ai quali l'artista fa riferimento erano pellicole a basso costo dal contenuto horror di dubbia qualità, che, negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, venivano mandate in onda dopo la programmazione abituale.

Proprio a causa della loro rudimentalità, oggi, più che suscitare terrore, fanno sorridere sia per gli ingenui espedienti scenici sia per l'inverosimiglianza delle trame. Heshka si appropria non solo dell'estetica, ma anche dell'approccio spontaneo di questi, dipingendo in maniera non dissimile da quella in cui erano girati: in un'unica ripresa, poco importa che la recitazione o la regia fossero tutt'altro che perfetti. Ciò che ne risulta è dunque una serie di opere mature, dalla pittura dinamica ed energica, fortemente narrative, che suggeriscono una sorprendente evoluzione rispetto alla produzione precedente, pur mantenendone inalterati i caratteri distintivi.

In una singolare sovrapposizione di immagini familiari e nel contempo inaccessibili, le peculiari figure dell'artista si alternano a forme indefinite, quasi astratte. Non più dettagli minuziosi, quindi, ma vibranti pennellate di colore su sfondi cupi e distorti, textures sfocate e sgranate. Nell'interpretare, come modalità impulsiva di escapismo dalla realtà, le proprie fantasie sulla carta e sulla tela, Ryan Heshka esplora le scene di un delirante film di mezzanotte trasmesso in lingua straniera - riconoscibile, in frammenti, soltanto dal piano del subconscio. In galleria saranno presenti lavori su carta e su tela, anche di grande formato.

Ryan Heshka (Manitoba - Canada, 1970), dopo aver conseguito una laurea in architettura d'interni, ha lavorato per molti anni in questo campo, per poi dedicarsi all'animazione e all'illustrazione. E' presente nei più importanti annuali di illustrazione, come American Illustration, Communication Arts, Society Of Illustrators. La sua formazione artistica è da autodidatta, sviluppatasi a costruire modellini di città in cartone, disegnare e girare film in Super 8. Tra le sue influenze più rilevanti, cita i fumetti e le riviste pulp, la grafica degli anni Cinquanta, e l'immaginario delle pellicole di serie B. Nel 2016, viene pubblicata la sua prima graphic novel, "Mean Girls Club" (Nobrow Press), ampliata nel 2018 dal suo seguito, "Mean Girls Club: Pink Dawn". Nel 2017, Cernunnos dà alle stampe "Fatales: The Art Of Ryan Heshka", la prima monografia sulla sua arte, che era già stata celebrata più volte dall'antologia BLAB! e dal libro di culto "The Upset: Young Contemporary Art" (Die Gestalten Verlag, 2008). I suoi lavori sono stati esposti in numerose gallerie internazionali. (Comunicato stampa)




Jared Deery - A Still, Volcano Flower - 2018, acrylic on canvas 122x183cm - 48x72 inches, detail Daniel Gonzalez - Solution's office - 2018, hand-sewn sequins and mixed media on canvas, 130x200cm - 51.1x78.7 inches, detail, curtesy Studio Daniel Gonzalez Daniel González: "Present Monuments"
Jared Deery: "The Hanging Garden"


termina lo 02 febbraio 2019
Boccanera Gallery - Trento
www.arteboccanera.com

Dopo essersi affermata negli ultimi dieci anni rappresentando artisti emergenti provenienti dall'Est Europa, mantenendo lo stesso approccio radicale e innovativo, Boccanera Gallery vira verso l'Occidente. Giorgia Lucchi Boccanera apre alle Americhe con una doppia personale di due artisti provenienti dal nuovo mondo - Argentina e Stati Uniti - consolidando il suo supporto per artisti emergenti e midcareer con una ricerca non convenzionale.

Con le sue opere, Daniel González (Argentina) crea monumenti alla quotidianità. Guardando alle sue origini, González unisce l'arte artigiana dei tessuti fatti a mano provenienti dalla cultura popolare tradizionale messicana, all'immaginario delirante e filosofico sudamericano, alla campionatura della quotidianità, spingendoli all'estremo della Pop art. Il progetto di Daniel González, Present Monuments, reinterpreta la funzione del monumento storico nell'era digitale. González crea un memoriale alla quotidianità che risponde a esigenze semplici, ai nostri stati d'animo, problemi familiari e personali. Le opere ritraggono pensieri che, ricamati sulla tela, trasformano la caducità del momento in monumento alla memoria. L'effimero dell'attimo fuggente viene congelato in un atto di conservazione, tramutando i pensieri in opere-monumento al quotidiano destinate a durare per sempre.

I dipinti ricamati e le opere in paillettes su tela esaltano la manualità che li compone. Questa pratica legata alla ripetizione del gesto, al lavoro umile del quotidiano è l'elemento costitutivo del monumento. L'azione creativa è parte integrante dell'estetica di queste architetture alla memoria ed il tempo è elemento costituente del monumento stesso. I monumenti di González sono commemorazioni di gesti semplici, di persone comuni consacrati all'eternità. La consacrazione del gesto, della pratica meditativa, del lavoro, la caducità del momento sono elementi di contemplazione per González. Le opere di González indagano i molteplici aspetti del tradizionale canone europeo del XVI secolo, il Memento Mori, reintroducendolo nell'arte contemporanea tra postmodernismo e la Pop art.

In The Hanging Garden, con le sue pitture a olio su tela, acrilico su tela e inchiostri Giapponesi su carta, Jared Deery (Usa) ricrea la fauna botanica dei giardini sospesi di Babilonia. Deery presenta una serie di composizioni floreali che, come nel giardino delle meraviglie, non potrebbero esistere naturalmente nello stesso momento e nello stesso luogo. Questi sono infatti giardini della memoria, che raccolgono fiori notturni e diurni che sbocciano insieme a piante sempre verdi e fragili e tenere erbe. Il percorso espositivo riprende l'assetto architettonico dei giardini sospesi, creando una composizione visiva in diversi livelli, con dipinti che, come piante secolari, arrivano dal passato e convivono con i fiori di stagione, ossia le opere recenti.

Nel lavoro di Jared Deery, la rivisitazione della natura morta mantiene il canone classico dell'inanimato a soggetto floreale, unendolo alla tradizione pittorica nordamericana sospesa tra il lirismo del color field painting di Helen Frankenthaler e l'irriverenza fumettistica di Philip Guston, pubblicando l'isolata e contemplativa pratica di studio tra meditazione e onirico stato di coscienza. Nel suoi dipinti, Deery ritrae nature morte provenienti dalla memoria e le reintroduce nel suo quotidiano. Il suo lavoro è un flusso di coscienza che trasforma i soggetti floreali in oggetti animati e pulsanti, attraverso l'uso del colore e la composizione delle superfici. La texture ricavata dalla pittura liquida che scorre sulla tela, introduce un elemento organico vivo nella composizione. I soggetti si trasformano da oggetti inanimati in materia viva: i petali sono pelle, gli steli membra che si muovono in uno scenario onirico sospeso tra il ricordo e il sogno. (Comunicato stampa)




Opera di Austin Eddy nella mostra alla Cellar Contemporary di Trento Austin Eddy | Giardino di Funghi di Legno
termina a fine marzo 2019
Cellar Contemporary - Trento

In un giardino tutto diventa prezioso, anche il più piccolo tassello di legno. Austin Eddy presenta per la prima volta da Cellar Contemporary la sua collezione di "Funghi di Legno", opere su carta e assemblaggi che raccontano il suo universo visionario attraverso la scelta delle forme e dei colori. Personale del giovane artista americano, che mixa altissimi modelli artistici come Mirò, Picasso e Matisse a uno spirito creativo che si libera degli stilemi tradizionali per riunire nelle sue forme astratte le pratiche del recupero e del collage.

Attraverso la pittura declinata in materiche campiture di smalti lucidi, Austin Eddy crea sintonie geometriche tra materiali diversi, utilizzando liberamente elementi di legno, mosaici, lampadine e meccanismi di orologi. I suoi assemblaggi diventano così interattivi e si prestano a evocare pendoli vintage e luci cittadine, mentre le opere su carta si presentano come multiformi panorami sgargianti. Austin Eddy (Boston, 1986) ha conseguito la laurea presso l'Art Institute di Chicago nel 2009. L'artista realizza opere autobiografiche al confine tra figurazione e astrazione. Lavora con tecniche miste che comprendono pastelli, olii, cartoncini, pittura spray. Ha partecipato a varie mostre personali e collettive nazionali e internazionali. (Comunicato stampa)




Aztechi, Maya, Inca e le culture dell'antica America
termina il 28 aprile 2019
MIC Museo Internazionale delle Ceramiche - Faenza

Uno dei più curiosi spunti di approfondimento della esposizione riguarda l'invenzione del gioco con la palla, che può essere considerato progenitore del nostro calcio e di tutti gli sport in cui si usa una palla che rimbalza. Infatti negli altri giochi dell'antichità e degli altri continenti che potrebbero rivendicare un legame analogo si usavano palle che non rimbalzavano. Lo illustra, nel catalogo edito da Silvana che accompagna la mostra, Antonio Aimi. "Il gioco della palla - scrive Aimi - era presente in molte culture dell'antica America, dalla Mesoamerica alle Ande Meridionali, dall'Area Intermedia all'Amazzonia, ma non nell'Area Peruviana. Quello praticato nella Mesoamerica può essere considerato il gioco a squadra più antico del mondo, che aveva una centralità sconosciuta altrove e che ha lasciato monumenti impressionanti (il campo da gioco di Chichen Itza è lungo 168 metri) e paraphernalia straordinari.

Il gioco della palla poteva essere praticato - continua il prof. Aimi - in spazi aperti o in costruzioni apposite, gli sferisteri, strutture allungate a forma di "I", che erano delimitati o da bassi muretti o da grandi costruzioni con pareti inclinate o verticali, in cui, a partire dall'Epiclassico, erano inseriti degli anelli. Il terreno degli sferisteri era diviso a metà dai marcadores che delimitavano il campo di ogni squadra. Il gioco era la reiterazione di eventi dei miti cosmogonici di cui erano stati protagonisti gli eroi culturali e gli stessi dei. Pur essendo nato come rituale religioso, nel corso del tempo il gioco della palla acquisì sempre più una componente profana, tant'è vero che le cronache riferiscono che alla vigilia della Conquista le partite erano accompagnate da un "tifo" appassionato.

Ma come si svolgevano quelle partite? I palloni usati erano più piccoli degli attuali. Il loro diametro non superava i 15 centimetri. La palla poteva essere colpita solo con le anche, le cosce o le ginocchia e ogni squadra doveva rinviare la palla nel campo degli avversari senza farla uscire dallo sferisterio, né farle toccare il terreno. Vinceva chi, commettendo meno errori, arrivava a totalizzare per prima un determinato punteggio. Ma quelle antiche partite anticipano anche altri sport di oggi, ad esempio la pallacanestro. Se, infatti, nel corso delle partite una squadra riusciva a far passare la palla attraverso gli anelli, che, a partire dal Postclassico erano stati collocati ai lati del campo, vinceva ipso facto la partita.

"Nel corso di circa 3000 anni di storia mesoamericana si sono sviluppate - sottolinea l'esperto - diverse varianti del gioco. Nella regione dell'Oaxaca si usava una palla di piccole dimensioni che veniva lanciata con guanti pesanti, nell'Area Maya si giocava anche con una palla di grandi dimensioni (circa un metro di diametro) fatta, probabilmente, di una pelle gonfiata. A Teotihuacan, la grande metropoli che dominò la Valle del Messico durante il Periodo Classico, pare che esistessero anche altri due modi di giocare. Il primo prevedeva di colpire la palla coi piedi, il secondo con una mazza e veniva praticato in un terreno aperto delineato da marcadores verticali, mobili e componibili, che, una volta assemblati, sembravano colonne sormontate da una sfera e da un cerchio". Come a dire, nulla di nuovo sotto il sole dello sport! (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Dani Daniela Tagliapietra dalla mostra Vibranti Universi di Luce e Colore Dani - Daniela Tagliapietra
Vibranti Universi di Luce e Colore


termina l'11 aprile 2019
Plus Florence - Firenze

"Teleri di diverse dimensioni, fino ad arrivare anche a teleri di grandi pareti, quelli che Daniela Tagliapietra, in arte Dani, da qualche tempo lascia leggere in mostre come in questa oggi a Firenze, capace di lasciare sorpresi non solo gli addetti ai lavori come me, ma i collezionisti che hanno subito individuato la poetica spaziale che governa l'intera produzione della pittrice vicentina. Sciabolate di colore e di materia, movimenti di segni che partono da un centro e si irradiano in modo quasi infinito, E' il mondo interiore che la pittrice porta in esterno, i suoi immagazzinamenti mentali, la sua solare creatività, i luoghi dello spazio e dell'universo stellare. E' l'estetica dell'astrattismo e dell'informale, sia di stampo europeo che americano, che approda con una misura sublime. Ella assorbe l'apparenza delle cose e del mondo attraverso un lavoro creativo che trasforma la rappresentazione nelle sue componenti e, in primo luogo, in luce o simbolo, ovvero il dischiudersi ai sogni.

Il colore, dolce ed espanso, rischiarato da pulsazioni luminose, crea un'atmosfera di indefinibile poesia, ed è il mezzo di espressione più adeguato del suo vocabolario figurale. Si percepisce dai suoi lavori una sorta di geografia del mondo, dall'universo stellare al dinamismo organico, tanto che l'artista pare guidata da una sensibilità poetica sintetica eppure originale, da svelarne sia i segreti della terra e dell'intero universo, che le seduzioni di una pittura largamente innovativa e pronta ormai a ristabilire sintagmi neo-naturalisti.. Ecco allora che questa pittura, ricca di materia fluida, con lampi e larghe macchie, struttura lo spazio e il centro dell'ambiente che lievita, facendo vivere anche la formazione di una nuova coscienza ambientale aperta a ogni richiamo di neoavanguardia e nouvelle modernitè" (Carlo Franza - curatore della mostra)

Daniela Tagliapietra (Lonigo - Vicenza, 1973), in arte Dani, artista autodidatta, da alcuni anni è presente nel panorama artistico italiano. Ha tenuto mostre personali e collettive in più città italiane. Presente anche in rassegne e fiere d'arte. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra VHS VHS +
video/animazione/televisione e/o indipendenza/addestramento tecnico/controllo produttivo 1995/2000


termina il 17 febbraio 2019
MAMbo Museo d'Arte Moderna - Bologna

Nello spazio espositivo della Project Room, vocato alla riscoperta di alcuni degli episodi artistici più stimolanti e innovativi originati in ambito artistico bolognese e regionale, il MAMbo presenta un progetto espositivo configurato come un dispositivo di pulsazioni audio-visive che nascono dall'ibridazione di differenti linguaggi, formati e pratiche di comunicazione video sperimentata in Italia tra il 1995 e il 2000. La produzione del periodo esorbita dall'autorialità individuale per estendersi a una dimensione collettiva, costituendosi in gruppi indipendenti di ricerca media-culturali che diventano veri e propri marchi come Opificio Ciclope, Fluid Video Crew, Ogino Knauss, Otolab e Sun Wu Kung di cui la mostra documenta i peculiari approcci espressivi.

In un mondo ancora senza bacheche, chat, social media e YouTube, questi laboratori pionieristici hanno materialmente costruito schermi di proiezione nelle loro rispettive residenze - Link Project a Bologna, Forte Prenestino a Roma, CPA ExLonginotti a Firenze, Garigliano e Pergola a Milano - sviluppando fucine creative sintonizzate con le coeve sperimentazioni più avanzate a livello europeo. Progetto di Saul Saguatti (Basmati Film) e Lucio Apolito (Opificio Ciclope). A cura di Silvia Grandi, in collaborazione con DAR - Dipartimento delle Arti Università di Bologna. Il progetto espositivo al MAMbo trova un'estensione on-line nel sito www.vhsplus.it dove sono consultabili materiali di archivio e approfondimento. (Comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




Mostra dedicata a Piero Tosi Piero Tosi
15 ottobre 2018 (inaugurazione)
Palazzo delle Esposizioni - Roma
www.fondazionecsc.it

Mostra su Piero Tosi, il più grande costumista nella storia del cinema italiano. Tra i registi con cui ha collaborato: Visconti, Zeffirelli, Bolognini, Wertmuller, Pasolini, Monicelli, Amelio. Nell'occasione saranno pubblicati due testi: un numero speciale di "Bianco e nero" a lui dedicato, con testimonianze di molti artisti che hanno collaborato con lui; e il libro Esercizi sulla bellezza, che documenta il lavoro di Tosi come docente al CSC: un lavoro durato 28 anni, attraverso seminari nel corso dei quali - assieme agli studenti di Costume e di Recitazione - Tosi ha compiuto un vero e proprio viaggio nella storia dell'abito italiano dal '400 al '900, realizzando costumi meravigliosi e facendoli indossare ad allieve del CSC poi divenute famose, come Carolina Crescentini, Paola Minaccioni, Claudia Zanella e tante altre. Il numero di "Bianco e nero" contiene interventi di Massimo Ranieri, Ottavia Piccolo, Rita Pavone (breve), Giancarlo Giannini (breve), Liliana Cavani, Milena Vukotic, Gabriella Pescucci (premio Oscar per i costumi di L'età dell'innocenza di Scorsese), Maurizio Millenotti (attuale docente di Costume al CSC). (Comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)




Immagine Mosaico con raffigurazione di pesci Mosaico con raffigurazione di Nereide
Mosaico con raffigurazione di pesci


Tornano al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, da poco inaugurato nella sua nuova veste, due splendidi mosaici, accuratamente restaurati in occasione della XVIII edizione di Restituzioni, esposti fino al 16 settembre scorso alla Reggia di Venaria di Torino nella mostra La fragilità della bellezza. Si tratta del Mosaico con raffigurazione di Nereide, tra i più antichi pavimenti rinvenuti ad Aquileia e uno degli esempi più significativi della ricchissima collezione musiva del Man, e del Mosaico con raffigurazione di pesci, risalente al I sec. d. C.

Il tessellato con Nereide, rinvenuto casualmente tra il 1859 e il 1860 non lontano dalla Basilica di Aquileia, raffigura una scena mitologica a soggetto marino dai colori vivaci, racchiusa entro un raffinato bordo con treccia e nastro. La scena, centrata su una figura femminile dai capelli biondi seduta su un toro bianco dalla coda pisciforme, fu interpretata fin dalla scoperta come una raffigurazione del mito di Europa, amata da Zeus, nelle sembianze di un toro. Ed è con questo nome che il mosaico è ampiamente noto, anche se è probabile si tratti di una raffigurazione di Nereide, le mitiche ninfe che insieme ai Tritoni scortavano il dio del mare, Posidone, sedute su animali marini, quali il toro con coda di pesce del mosaico aquileiese.

Il mosaico decorava una sala di una ricca domus risalente alle fasi più antiche di Aquileia; dalla stessa abitazione proviene anche il notissimo mosaico con raffigurazione di "pavimento non spazzato", che nel nuovo allestimento del museo dialoga con la Nereide, in una nuova disposizione di grande effetto, in una delle sale dedicate alle abitazioni private di Aquileia. Sempre a una domus appartiene anche l'altro mosaico atteso al museo per i primi di ottobre, rinvenuto nel 1963, un secolo più tardi rispetto a quello con raffigurazione di Nereide, nel quartiere settentrionale di Aquileia, in un contesto noto con il nome di Casa di Licurgo e Ambrosia. Il piccolo riquadro musivo rappresenta una scena di mare realistica di chiara derivazione ellenistica, centrata sul tema della lotta tra pesci e crostacei, un motivo molto noto nel mondo romano, ampiamente presente nei raffinati pavimenti di Pompei. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Robert Capa Retrospective
termina il 27 gennaio 2018
Arengario - Monza

Mostra dedicata a Robert Capa, il più grande fotoreporter del XX secolo, fondatore, nel 1947, dell'agenzia Magnum Photos, con Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandiver. La rassegna presenta più di 100 immagini in bianco e nero che documentano i maggiori conflitti del Novecento, di cui Capa è stato testimone oculare, dal 1936 al 1954. Eliminando le barriere tra fotografo e soggetto i suoi scatti ritraggono la sofferenza, la miseria, il caos e la crudeltà delle guerre. Alcuni sono ormai diventati delle icone: basti pensare alla morte del miliziano nella guerra civile spagnola nel 1937 e alle fotografie dello sbarco delle truppe americane in Normandia, nel giugno del 1944. La mostra è articolata in 13 sezioni e si conclude con una novità, un'aggiunta inedita per questa tappa monzese, la sezione "Gerda Taro e Robert Capa" un cammeo di tre scatti: un ritratto di Robert, un ritratto di Gerda scattato da Robert e un loro "doppio ritratto", un modo per portare in mostra la loro vicenda umana e la loro relazione.

"Questa mostra si presta a differenti letture e il visitatore potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici. Questo perché per Robert Capa la fotografia era un fatto fisico e mentale allo stesso tempo. Una questione politica, ma anche sentimentale. "Se le tue fotografie non sono buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino". Questo il suo mantra e questa la frase scelta da Magnum Photos, per festeggiare i settant'anni dell'agenzia, afferma Denis Curti curatore di mostra, che ha ripreso fedelmente l'esposizione originariamente curata da Richard Whelan. «Se la tendenza della guerra - osserva lo stesso Whelan, biografo e studioso di Capa - è quella di disumanizzare, la strategia di Capa fu quella di ripersonalizzare la guerra registrando singoli gesti ed espressioni del viso. La rassegna è promossa dal Comune di Monza ed è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con Magnum Photos e la Casa dei Tre Oci. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Antonino Leto
Tra l'epopea dei Florio e la luce di Capri


termina il 10 febbraio 2019
Galleria d'Arte Moderna - Palermo

A oltre dieci anni dalla memorabile rassegna dedicata a Francesco Lojacono che ha rappresentato una svolta decisiva per la valorizzazione della pittura dell'Ottocento in Sicilia, con la mostra dedicata ad Antonio Leto (Monreale - Palermo, 1844 - Capri, 1913) si intende restituire la statura europea che gli compete anche all'altro grande protagonista della pittura in Sicilia. Appartenenti alla stessa generazione - Leto è sei anni più giovane di Lojacono - i due pittori hanno avuto una vicenda analoga, entrambi affermatisi come interpreti di una straordinaria visione mediterranea del paesaggio, declinato in uno stile che si è confrontato, dai Macchiaioli agli Impressionisti, con i grandi movimenti moderni europei.

Con circa 100 opere, la mostra sarà la grande occasione per riconsiderare Leto, nel suo articolato percorso artistico, che lo ha visto formarsi innanzitutto a Napoli, dove si recò nel 1864, attratto dalla pittura di Giuseppe De Nittis e dalle proposte della "Scuola di Resina" che, sulla lezione macchiaiola divulgata da Adriano Cecioni, sosteneva una resa naturalistica svincolata dal descrittivismo analitico di Filippo Palizzi. Vincendo il "Pensionato Artistico" Leto si trasferisce prima a Roma nel 1875 e poi a Firenze, tra il 1876 e il 1878, dove collabora con la Galleria Pisani che diventa il maggior acquirente della produzione di quegli anni. Il soggiorno a Parigi è decisivo per l'affermazione sul mercato internazionale e, invitato dal mercante Goupil, vi si trasferisce nel 1879. Di questo periodo rimane la suggestione dei bellissimi dipinti con scene di vita parigina come Vecchia Parigi (già collezione Società Edison), Bougival e Le bois de Boulogne, espressioni accattivanti dei nuovi gusti della clientela borghese.

Uno dei momenti fondamentali e più appassionanti della mostra, anche dal punto di vista storico, sarà la ricostruzione dell'eccezionale rapporto tra Leto e la famiglia Florio, che sono stati i suoi maggiori mecenati. Questo consentirà di vedere in una nuova e speciale prospettiva la mitica epoca della Palermo Liberty o modernista e riflettere sulla complessità - attraverso opportuni confronti - di capolavori come La mattanza a Favignana, uno dei dipinti più intensi del nostro Ottocento che, nella sua coinvolgente dimensione epica, rimanda alle pagine de I Malavoglia di Verga.

Una particolare attenzione sarà riservata anche alla consacrazione nazionale del pittore attraverso gli acquisti da parte della casa reale e dello stato. Verrà riconsiderata in ogni sua fase, attraverso l'esposizione degli straordinari studi preparatori, la complessa e appassionante genesi di un altro suo capolavoro I funari di Torre del Greco che venne presentato all'Esposizione Nazionale di Roma del 1883, oggetto di acquisizione pubblica per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna. In quest'opera, messa a confronto con il dipinto di analogo soggetto, realizzato da Gioacchino Toma un anno prima, troviamo una dimensione epica determinata dalla rappresentazione e dalla riflessione sul mondo del lavoro nell'Italia postunitaria. Sarà ricostruita una parte della produzione presentata alle Biennali di Venezia, in particolare quelle del 1910 e del 1924 che lo consacravano definitivamente a livello internazionale e lo inserivano nel circuito del collezionismo più prestigioso.

La sua fama in questo ambito è legata soprattutto a paesaggi con vedute di Capri e per la prima volta sarà presentato uno dei capolavori di Leto, Dietro la piccola marina a Capri, originariamente acquistato dal principe Costantino di Grecia alla IX Biennale di Venezia. Capri fu il luogo dove amò ritirarsi definitivamente a partire dal 1890 con una scelta artistica e di vita condivisa con altri protagonisti della pittura moderna tra Otto e Novecento. Nel 1892 fonda il "Circolo Artistico" di Capri, insieme ad Augusto Lovatti, Bernardo Hay ed altri artisti, che scelgono come sede delle loro mostre l'Hotel Quisisana. In quest'isola ispiratrice delle sue creazioni dove consuma l'ultima stagione della sua vita, Leto salda una pittura più densa e corposa, a macchia, dai forti contrasti di ombre e luci, come si evince dalle opere Veduta dal giardino dall'Hotel Pagano e I Faraglioni a Capri, entrambe concesse dalla Galleria Ricci-Oddi di Piacenza.

Leto ha saputo rendere, con uno stile davvero personale, l'atmosfera e la luce uniche di quell'isola incantata che, in quegli anni di transizione del secolo, anche attraverso la pittura, stava entrando nell'immaginario universale. Curata da Luisa Martorelli, Fernando Mazzocca, Antonella Purpura e Gioacchino Barbera, la mostra è promossa dal Comune di Palermo - Assessorato alla Cultura, dalla Galleria d'Arte Moderna E. Restivo, in occasione di Palermo Capitale della Cultura 2018. L'organizzazione è affidata a Civita. Il Catalogo è edito da Silvana Editoriale. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Fotografia di Fulvio Roiter nella mostra Fotografie 1948-2007, a Genova Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007
termina il 24 febbraio 2019
Palazzo Ducale - Genova

Circa 150 scatti, per la maggior parte vintage, selezionati dal curatore Denis Curti con il prezioso contributo della moglie Lou Embo, raccontano l'intera vicenda artistica del grande fotografo scomparso nel 2016, e fanno emergere tutta l'ampiezza e l'internazionalità del lavoro di Roiter, collocandolo tra i fotografi più significativi dei nostri giorni. Il percorso espositivo racconta gli immaginari inediti che rappresentano la Sicilia ed i suoi paesaggi, Venezia e la laguna, ma anche i viaggi a New Orleans, in Belgio, in Portogallo, in Andalusia ed in Brasile che hanno determinato i primi approcci alla fotografia di Roiter, nel pieno della stagione neorealista, di cui il fotografo veneziano ha ereditato la finezza compositiva. "Foto in bianconero, delicatissime, elegantissime nella loro apparente semplicità, composizioni da pelle d'oca, raffinatezza, gusto, equilibrio e originalità. Gioielli buoni anche per gli occhi più esigenti" (Leonello Bertolucci, I Grandi Fotografi - Fulvio Roiter, Milano 1982).

"Un bianco e nero aspro, contrastato, ruvido. Un desiderio di raccontare il mondo attraverso un attrito costante, senza mediazioni e senza menzogne. E' questa la fotografia di Fulvio Roiter. Un modo particolare di guardare il mondo che ha ispirato l'opera del grande autore veneziano, fino alla fine dei suoi giorni, in una linea di racconto dinamica, ricca di sfumature, sorprese e colpi di scena, vicina a un approccio intimo alla fotografia" afferma Denis Curti.

Roiter non tralasciava alcun passaggio della produzione fotografica, per queste ragioni, le stampe (come anche i libri) doveva realizzarle lui personalmente, nella camera oscura allestita in casa sua, per poi timbrarle e firmarle, al fine di esaltarne e tramandarne il valore. Un valore che per l'autore poteva essere misurato solo attraverso amore e passione, e la cui grandezza risuona nelle parole della nipote Jasmine come una promessa e una speranza: "Può una parola così piccola, foto, diventare così grande? Possono due sillabe riuscire a portarti in mondi lontani, in posti segreti, possono raccontarti una favola intima e silenziosa? Sì, possono. Le fotografie del Nonno, però, sembrano voler graffiare le pagine dei libri per poter uscire e diventare, se possibile, ancora più reali" (Jasmine Moro Roiter, Essere Roiter, 22.04.2016)

Ne derivano 9 sezioni di mostra, ciascuna espressione di uno specifico periodo della vita e dello stile del grande fotografo: L'armonia del racconto; Tra stupore e meraviglia: l'Italia a colori; Venezia in bianco e nero: un autoritratto; L'altra Venezia; L'infinita bellezza; Oltre la realtà; Oltre i confini; Omaggio alla natura; L'uomo senza desideri. In tal modo, il percorso espositivo, fluido e coerente, scandisce le tappe di una vita interamente dedicata alla fotografia e alla ricerca di quei luoghi dell'anima che ne hanno ispirato la poetica, assumendo come unico punto di riferimento la pura e sincera passione, vissuta dall'autore tra scenari di viaggi, scoperte e amori incondizionati. Promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, la mostra è prodotta da Civita Mostre in collaborazione con i Tre Oci. Accompagna la rassegna un catalogo bilingue Marsilio Editori.

Fulvio Roiter (Meolo, 1926 - Venezia, 2016) è stato uno dei più importanti fotografi italiani. Esperto di fotografia in bianco e nero, usò anche nel colore dei reportages di viaggi una personale tecnica, che esaltava luoghi e particolari inediti della scena. Già fotografo apprezzato per aver prodotto diversi libri fotografici di città e regioni del mondo, salì alla ribalta internazionale per gli scatti sulla sua Venezia da cui trasse il libro Essere Venezia del 1977. E' stato uno dei tre fotografi italiani a cui è stato assegnato nel 1956 il premio internazionale per l'editoria fotografica Nadar. Roiter si diplomò come perito chimico, ma dal 1947 si dedicò alla fotografia, che divenne la sua attività professionale dal 1953. Nel 1949 aderì al circolo fotografico La Gondola di Venezia, fondato dall'amico Paolo Monti due anni prima.

Nel 1953 partì per la Sicilia nel suo primo viaggio fotografico, il primo di molti in tutto il mondo. La pubblicazione nel gennaio 1954 di alcuni scatti siciliani sulla rivista Camera segnò il suo debutto sulla scena internazionale. Dopo avere realizzato numerosi reportage per alcune riviste, pubblicò nel 1954 il suo primo libro fotografico, il volume in bianco e nero Venise a fleur d'eau. Nel 1956 Roiter vinse la seconda edizione del Premio Nadar con il libro di sole foto bianco e nero Umbria. Terra di San Francesco (Ombrie. Terre de Saint-François). Ottenne la consacrazione sulla scena internazionale con il libro Essere Venezia del 1977, stampato in quattro lingue con una tiratura di circa un milione di copie, un best seller unico per l'editoria fotografica. Durante la sua carriera, Fulvio Roiter ha pubblicato circa un centinaio di volumi di fotografie, compiendo numerosi viaggi in ogni parte del mondo. Roiter è stato sposato con la fotoreporter belga Louise "Lou" Embo. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Locandina della mostra 100% Italia - Cent'anni di capolavori 100% Italia - Cent'anni di capolavori
termina il 10 febbraio 2019
www.archivioalbertozilocchi.com

- Biella | Palazzo Gromo Losa (Futurismo); Museo del Territorio (Secondo Futurismo)
- Vercelli | Arca (Metafisica, Realismo Magico, NeoMetafisica)
- Torino | Museo Ettore Fico (Novecento, Corrente, Informale, Astrazione); MEF Outside (Pop Art); Mastio della Cittadella (Optical, Minimalismo, Arte Povera, Concettuale); Palazzo Barolo (Transavanguardia, Nuova Figurazione, International)

100%Italia è una mostra dedicata agli ultimi cento anni di arte italiana, dall'inizio del Novecento ai giorni nostri. Con un percorso storico esaustivo, il progetto è l'occasione per evidenziare il ruolo preminente dell'arte italiana, che ha saputo segnare profondamente la creatività europea e quella mondiale. Ogni anno e ogni decennio sono stati contraddistinti da forti personalità che hanno influenzato l'arte del "secolo breve" e oltre; nessuna nazione europea ha saputo infatti offrire artisti e capolavori, scuole e movimenti, manifesti e proclami artistici con la continuità dell'Italia.

In un momento in cui il valore identitario di una nazione deve essere ripreso, riconfermato e ribadito, non per prevaricare, ma per aiutare la comprensione della storia, 100%Italia vuole fare il punto e riproporre evidenti valori che per un tempo troppo lungo molti critici hanno sottovalutato. Gli artisti considerati come capisaldi della cultura internazionale verranno esposti, ognuno con una o più opere rappresentative del proprio percorso e del periodo storico di appartenenza. La grandezza dei maestri si potrà quindi percepire in un unicum e in una sequenza espositiva che faranno fare al visitatore un viaggio straordinario lungo cent'anni. 100%Italia ha collaborato con collezioni e a archivi di musei, di fondazioni, di gallerie pubbliche e private e di collezionisti che insieme hanno costruito un evento unico nel suo genere. La mostra è organizzata dal Museo Ettore Fico di Torino e curata da Marco Meneguzzo, Claudio Cerritelli, Giorgio Verzotti, Luca Beatrice, Lorenzo Canova, Elena Pontiggia, Luigi Sansone.

L'avvio è precedente al 1915, anno in cui l'Italia entra ufficialmente nel primo grande conflitto mondiale, nella prima guerra "globalizzata" in cui le superpotenze si fronteggiavano e si scontravano in un modo violento e disumano. In quegli anni i Futuristi avrebbero voluto «bruciare i musei e le biblioteche» così da chiudere con la storia passata e identificarsi con il presente, ovviamente in senso puramente ideologico. La conclusione delle mostra è contrassegnata dal 2015, in un tempo in cui l'ideologia prende il definitivo sopravvento sulla razionalità e sulla tolleranza reciproca, attuando in concreto quelle distruzioni simboliche dei Futuristi. (...)

Le tipologie e metodologie di sterminio cambiano e, dallo scontro frontale, si spostano su fronti a macchia di leopardo per distruggere popoli e nazioni nella loro totalità attraverso simboli artistici e storici che documentano l'arte e la religione. Paradossalmente l'arte moderna e contemporanea seguono questi stessi schemi. Le scuole, le estetiche, il mercato si adeguano e si adattano ai cambiamenti epocali segnando differenze e cambi di potere a livello internazionale. 100%Italia non è un reportage di guerra, ma un viaggio segnato da tre grandi guerre che hanno mutato il mondo e la sua percezione e, soprattutto, un resoconto accurato della creatività e della genialità italiana da sempre "cartina al tornasole" dello stato dell'arte. I nostri artisti hanno saputo, come nessun altro, entrare in contatto con movimenti internazionali e istanze non provinciali, hanno saputo rielaborare la nostra cultura attraverso altre culture, restando permeabili e nello stesso tempo autonomi.

100%Italia vuole proporre al grande pubblico un progetto a più livelli. Il primo è lineare e cronologico dove le opere si susseguono, anno dopo anno, in un continuum percettivo senza soluzione di continuità. Il secondo è quello dei movimenti che maggiormente hanno influenzato il nostro gusto e le estetiche mondiali. Il terzo è un progetto didattico e divulgativo per chi volesse approfondire in modo unitario percorsi e storie legate all'arte. Ogni sezione è illustrata attraverso saggi che prendono in esame i maggiori movimenti italiani. Questi documenti completano la mostra e il catalogo di accompagnamento si propone anche come testo fondamentale per comprendere la nostra storia, il nostro passato e il nostro futuro. 100%Italia propone all'attenzione del pubblico quei capolavori che solitamente vengono conservati in collezioni private e che difficilmente vengono esposti pubblicamente per dare, oltre che un quadro completo sul piano scientifico, una scelta di opere eccezionali mai esposte. (Comunicato stampa)

Locandina della mostra (versione ingrandita)




Beppe Ciardi - Sera piovosa - courtesy galleria nuova arcadia padova 1897 Emma Ciardi - Meriggio refrontolo Venezia - collezione privata I Ciardi viaggiatori in Europa
Paesaggi e giardini


febbraio-giugno 2019
Palazzo Saracinelli - Conegliano (Treviso)

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra è il secondo appuntamento del ciclo volto ad approfondire il tema del paesaggio nella pittura veneta tra '800 e '900, inaugurato nel 2018 con la retrospettiva Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio. Curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato e Stefano Zampieri, l'esposizione, presenta circa 70 opere, provenienti da musei pubblici e collezioni private, di Guglielmo Ciardi (Venezia, 1842-1917) e dei figli Beppe (Venezia, 1875 - Quinto di Treviso, 1932) ed Emma (Venezia, 1879-1933). La rassegna sottolinea il particolare rapporto che lega Guglielmo, Beppe ed Emma alla natura, in un percorso tematico che attraversa circa ottant'anni della scena artistica italiana ed europea, facendo emergere peculiarità, convergenze e divergenze nella produzione di questi artisti.

Guglielmo, il fondatore della 'dinastia', è considerato unanimemente colui che porta la pratica dell'osservazione verista del paesaggio, soprattutto veneto, alla sua rappresentazione più matura e consapevole. Dopo la sua esperienza presso i macchiaioli e la scuola napoletana - e il rinnovamento linguistico che ne deriva - mette in evidenza le potenzialità di una pittura anti-accademica e anti-retorica, scoprendo le qualità poetiche dei luoghi periferici e marginali della laguna, in cui si mescolano e quasi si identificano l'umiltà e la fatica del lavoro con il sommesso lirismo delle paludi e delle barene. Suo figlio Beppe introdurrà, pur nella fedeltà alla poetica paterna, elementi nuovi e inediti fino a dar spazio a originali accenti simbolisti e di realismo sociale. Emma, infine, riscopre la grande tradizione guardesca in un inedito settecentesimo ironico e brioso. La sua produzione tocca forse i più singolari risultati nell'attenzione verso i giardini e i parchi, con un chiaro gusto moderno e insieme citazionista, che affonda le sue radici nella tradizione pittorica di un Settecento decadente.

La pittura di paesaggio dei Ciardi si afferma nelle Biennali veneziane da fine Ottocento fino agli anni Trenta, con un successo mai scalfito. Abbandonata la scena di genere e mai veramente praticata quella di figura, la ricchezza della loro scelta a favore del paesaggio si misura nelle radicali novità che essi (e soprattutto Guglielmo) sanno introdurre in questo genere pittorico: la luce declinata in tutte le possibili atmosfere, la presenza viva e palpitante della natura nelle piante, nei campi, nelle messi, nelle distese di eriche; la maestosità spesso scabra delle masse montuose, colte nella luce azzurra dell'alba o in quella struggente e aranciata dei tramonti, i filari, i covoni, i corsi d'acqua. Con Beppe si afferma anche una presenza pacata e quasi bucolica degli animali, dei pastori, delle mandrie; poi qualche mercato contadino, qualche figura di paesani in riposo.

Vi è un altro elemento importante: le numerose peregrinazioni artistiche in Europa e in Inghilterra. In questi viaggi la passione naturalistica e, in particolare, la pratica della veduta di paesaggio e il linguaggio si arricchiscono di acquisizioni cosmopolite così come di soggetti e iconografie rinnovati, dagli Impressionisti alla scuola di Glasgow. Emma, in particolare, porterà alla fine a una sorta di esplosione o di de-strutturazione figurativa la sua pittura, accogliendo suggestioni e stimoli dalle sperimentazioni degli artisti contemporanei. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Donatello a Palazzo Venezia
termina il 28 aprile 2019
Palazzo Venezia - Roma

Dal 12 luglio il prezioso busto in terracotta raffigurante San Lorenzo, realizzato da Donatello, finora comparso in mostre temporanee, viene posto a Palazzo Venezia per circa nove mesi a disposizione del grande pubblico. Donato de' Bardi, detto Donatello (1386-1466) fu il più celebrato scultore fiorentino del quindicesimo secolo e uno dei più grandi scultori di ogni tempo. Partito da un clima ancora largamente connesso al cosiddetto Gotico internazionale, l'artista s'impose ben presto insieme a Brunelleschi e a Masaccio per la carica innovativa, diventando uno degli alfieri del primo Rinascimento. Il busto in terracotta di San Lorenzo fu realizzato per il portale maggiore della Pieve di San Lorenzo a Borgo San Lorenzo nel Mugello, una chiesa posta una quarantina di chilometri a nord di Firenze. La datazione sembra cadere intorno al 1440, negli stessi anni in cui Donatello realizzava il David in bronzo - che ancor oggi ispira il famoso premio cinematografico - e dunque poco prima del cruciale soggiorno a Padova. Anche per via della sua collocazione disassata il San Lorenzo rimase per molti secoli nell'oblio.

Già transitato nelle collezioni dei principi di Liechtenstein, è stato riscoperto dalla critica soltanto nel 2003, con il suo ingresso nella collezione di Peter Silverman e Kathleen Onorato. Il busto viene attualmente considerato una delle più serie e importanti acquisizioni al catalogo di Donatello. L'iniziativa, promossa dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è inserita nell'ambito di Artcity Estate 2018. Gestito dal Polo Museale del Lazio, il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia ha sede entro un grandioso edificio del Rinascimento, Palazzo Venezia appunto, fondato negli anni Cinquanta del XV secolo. Fin dalla costituzione del museo, nel 1916, la raccolta si caratterizzò per il numero e la qualità dei pezzi quattrocenteschi. La presenza stabile nell'odierno percorso di visita di autori come Pisanello, Benozzo Gozzoli o Mino da Fiesole rappresenta il contesto ideale per il busto di Donatello. Per tale motivo visitare in questi mesi il Museo del Palazzo di Venezia significa comprendere un momento chiave dell'intera arte italiana. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Opera di Utagawa Hiroshige Hiroshige
Oltre l'onda. Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts


termina il 10 febbraio 2019
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.hiroshigebologna.it

Opere del Maestro Utagawa Hiroshige (1797-1858), nella seconda tappa di una grande monografica dedicata a uno dei più influenti artisti giapponesi di metà Ottocento. Una selezione di circa 220 opere, provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston e per la prima volta in Italia. Il progetto di mostra, diviso in 6 sezioni tematiche, curato da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson. L'esposizione prosegue le iniziative avviate nel 2016 per il 150° anniversario delle relazioni bilaterali Italia-Giappone. Gli anni Trenta dell'Ottocento segnarono l'apice della produzione ukiyoe. In quel periodo furono realizzate le serie silografiche più importanti a firma dei maestri dell'arte del Mondo Fluttuante, che si confermarono - qualche decennio più tardi con l'apertura del Paese - come i più grandi nomi dell'arte giapponese in Occidente.

Hiroshige, che fu Maestro dell'arte del Mondo Fluttuante, tra questi, divenne un nome celebre per la qualità delle illustrazioni di paesaggi e vedute del Giappone, per l'abilità nel descrivere gli elementi naturali e atmosferici, il trascorrere del tempo e un peculiare effetto della luce. Nevi, piogge, nebbie, chiarori di luna erano elementi che Hiroshige sapeva far percepire in modo quasi tattile e la varietà di tipologie di pioggia per ogni stagione che riuscì a rappresentare nelle sue centinaia di silografie policrome del Mondo Fluttuante, gli valse il titolo di "maestro della pioggia". Immagini molto conosciute nella cultura dell'epoca, rappresentarono una fonte di conoscenza del territorio e furono un contributo importante per la costruzione dell'immaginario collettivo, al fine di rafforzare il senso di appartenenza e di legame nazionale.

Hiroshige era sempre alla ricerca di un punto di vista alternativo che esaltasse la bellezza dei luoghi e la vivacità delle attività umane. Iniziò a lavorare con il formato orizzontale, che portò alla massima espressione nel trittico ma anche nella serie completa delle Cinquantatre stazioni di posta del Tokaido, conosciuta come Hoeido dal nome dell'editore che lanciò verso il successo Hiroshige, poi sperimentò la forma rotonda del ventaglio rigido e infine, negli anni cinquanta, approdò al formato verticale, che segnò un cambio epocale nel filone classico del paesaggio. Sfruttando l'asimmetria della composizione, in un equilibrio di pieni e vuoti che si controbilanciano nello spazio del foglio, Hiroshige mette un elemento in primissimo piano, gigante, come in una sorta di close-up fotografico, lasciando tutti gli altri elementi del paesaggio sullo sfondo e in dimensioni molto ridotte.

Questa novità stilistica sarà ben visibile in mostra in particolare nel suo capolavoro finale, Cento vedute di luoghi celebri di Edo. Qui gli elementi selezionati per il primo piano sono di dimensioni esagerate e mai mostrati per intero, tanto da diventare puri espedienti per un gioco grafico, ottico, quasi illusionistico che sfrutta tutte le tecniche prefotografiche legate ai visori ottici, all'effetto di prospettiva aumentata grazie a lenti di ogni tipo e dispositivi come la lanterna magica importati dall'Occidente e utilizzati in gran quantità dai maestri dell'epoca. La natura calma, rasserenante di Hiroshige, la sua abilità nell'uso della linea curva o spezzata che si ripete in molte sue vedute cambiando da un punto di vista ampio e sopraelevato a uno frontale ed estremamente stretto, la dedizione e la serietà con cui lavorò al tema del paesaggio fecero di lui una fonte di ispirazione importante per gli artisti europei - tra cui Van Gogh, Monet, Degas, Toulouse Lautrec - superando in questo, con la sua disciplina, anche Hokusai, genio fuori dalle righe e dalla personalità tormentata di più difficile controllo.

Accanto a silografie di prima tiratura, dove i colori e la tecnica di sfumatura bokashi sono ancora visibili intatti come raramente si può vedere, sono esposti anche una serie di disegni preparatori (shitae) realizzati a pennello e inchiostro da Hiroshige per essere poi consegnati all'incisore ma mai divenuti opere finite, motivo per cui sono arrivati a noi integri evidenziando l'abilità pittorica del maestro, capace di passare dal dettaglio più minuto a linee abbozzate come in un fumetto contemporaneo. Durante tutto il periodo di mostra sarà visibile, attraverso un video realizzato dalla Adachi Foundation, il completo processo di stampa e saranno tantissime anche le occasioni per approfondire, attraverso una serie di eventi collaterali - laboratori, corsi tematici, eventi di cinema, cucina, tattoo, manga e carta giapponese (aperti al pubblico di tutte le età) - quelle tradizioni culturali e artistiche del Giappone che fanno da sfondo alle immagini del Mondo Fluttuante, fino ad arrivare alle più attuali forme di grafica e illustrazione contemporanea che nell'ukiyoe trovano le loro radici. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione per la mostra dedicata alla Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste La Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
Dal 12 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nuova esposizione permanente che amplia la sezione dedicata alla Telefonia. Gli oggetti provenienti dalla collezione di Claudio Sequalino, vanno a arricchire lo spazio museale inaugurato nel 2007, anno di nascita di Postemobile. dove già sono esposti numerosi radiotelefoni della collezione di Marco Zanettovich. In mostra anche gli strumenti d'epoca e quelli utilizzati per la manutenzione telefonica. La fruizione delle nuove installazioni, oltre alla possibilità di interagirvi, sarà facilitata dal posizionamento di una serie di pannelli che ripercorreranno la storia della telefonia da Meucci sino all'anno 2000. A completare il potenziamento della sezione, l'apporto tecnico e pratico fornito dalla classe V C "Elettrotecnici" dell'Istituto Tecnico Alessandro Volta di Trieste che, grazie al lavoro dello studente Federico Bologna, ha fornito al Museo Postale alcune nuove fonie automatiche che introducono ai contenuti del museo. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della Inaugurazione di Casa Russolo Inaugurazione di Casa Russolo
Portogruaro (Venezia), 15 giugno 2018

Portogruaro rende omaggio a Luigi Russolo allestendo nel nobile palazzo rinascimentale che nel 1885 lo vide venire alla luce, "Casa Russolo". Per volontà della Amministrazione Comunale, la dimora cinquecentesca, che già ospita Il Centro Culturale con la Biblioteca Civica, accoglierà, dal prossimo 15 giugno, uno Spazio interamente dedicato all'artista e che diventerà la sua Galleria permanente. In esso viene esposta l'intera raccolta delle lastre originali di tutte le sue incisioni, insieme ad un nucleo importante di suoi olii di proprietà del Comune di Portogruaro, ed ad una ampia documentazione multimediale della sua produzione, della sua originale vicenda personale ed artistica. Mentre la copia (gli originali sono andati tutti distrutti) tratta dal brevetto depositato, di uno degli strumenti da lui creati - un Intonarumori della Collezione del prof. Pietro Verardo - sottolineerà il ruolo fondamentale di Russolo nella musica del Novecento.

Per l'occasione, dall'archivio storico del Comune di Portogruaro riemergerà, per essere eventualmente oggetto di studio, l'importante carteggio (circa una trentina di documenti) fra la vedova dell'artista, Maria Zanovello, e il Comune di Portogruaro, in cui è documentato anche il dono al Comune del quadro "Impressioni di bombardamento". Il progetto di Casa Russolo è affidato alla curatela di Boris Brollo. L'obiettivo è presentare l'artista nella sua duplice veste di pittore e incisore, da un lato, ma anche e soprattutto di musicista, ruolo che gli ha assicurato una amplissima notorietà internazionale.

Russolo fu, insieme a Boccioni, Carrà, Severini e Balla, il firmatario dei Manifesto della Pittura Futurista. Iniziò l'attività artistica con la serie di originali incisioni (1906/13), documentate in Casa Russolo. L'adesione al Futurismo portò ad opere ammirate per la loro originalità anche da Klee. Negli ultimi 10 anni di vita, ritiratosi sulle rive del Lago Maggiore, produsse una pittura paesaggistica e ritrattistica dichiaratamente 'filosofica" che lui stesso definì "Classico Moderna". Russolo, infatti, fu anche filosofo. La lunga elaborazione dei suo pensiero si può trovare nel trattato "Al di là della Materia" composto tra il 1934 e il 1938. Tra i suoi scritti inediti si ricorda anche i "Dialoghi tra l'lo e l'Anima".

Seguendo la passione familiare per la musica (il padre era stato un importante organista, il fratelli Giovanni e Antonio si diplomarono al Conservatorio G. Verdi di Milano; fra l'altro, Antonio lavorò al fianco di Toscanini), Russolo nel 1913 scrisse "L'Arte dei Rumori", autentico fulmine a ciel sereno nel panorama musicale del tempo. Ma l'artista non si accontentò di teorizzare il trionfale ingresso del rumore nella musica, ma con eclettismo inventò, a partire dal 1913, macchine straordinarie, gli)arumori, in grado di modulare i rumori mediante una leva che tendeva o rilasciava una membrana. Questi nuovi strumenti rivoluzionarono la tecnica musicale, riproducendo la grande varietà di suoni della città e delle macchine nella vita moderna. Gli)arumori rappresentarono per la prima volta la possibilità di sintetizzare un rumore e furono precursori di tutto ciò che è stato fatto in seguito per quanto riguarda le tecniche di registrazione e montaggio ed i primi sistemi di sintesi elettronica del suono.

Il Russolo inventore progettò e realizzò una ventina di diversi intonarumori divisi per timbro, proprio come in orchestra. Le famiglie furono denominate in maniera inequivocabile: gorgogliatori, crepitatori, urlatori, scoppiatori, ronzatori, stropicciatori, sibilatori, scrosciatori. Furono utilizzati per memorabili concerti a Modena, Milano, Genova, Londra, Dublino, fino a Parigi. L'artista collaborò con il musicista Edgard Varèse al perfezionamento del suo Rumorarmonio. Nella notte del 15 giugno, l'apertura ufficiale di Casa Russolo si connoterà come un evento in puro spirito futurista. Riecheggia, nell'attualità, la celebre affermazione di Marinetti: "Noi canteremo le grandi folle agitate del lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; la stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Archimede Archimede a Siracusa
26 maggio 2018 - 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Xenia - Roma 2011 - legno, smalto, voci narranti vetro, metracrilato, pigmento cm.120x370x320 Esercizio 1 - plexiglass, led cm.200x200x20 2010 I have head - 2004 - alluminio verniciato, lampada ambiente - Courtesy Sergio Rossi - Ph. Paolo Emilio Sfriso "Voci"
Vittorio Corsini con Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno


Peccioli (Pisa), dal 21 aprile 2018




- Sedi espositive
.. Chiesa del Carmine, Piazza del Carmine, Peccioli
.. Chiesa delle Serre, Le Serre, Peccioli
.. Chiesa di San Giorgio, Via di Cedri, Peccioli
.. Campanile della Chiesa di San Verano, Piazza del Popolo 1, Peccioli
.. Oratorio della Santissima Annunziata, Via Santa Maria, Ghizzano (Pisa)
.. Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, Via Vittorio Veneto, Fabbrica (Pisa)

Progetto del Comune di Peccioli in collaborazione con la Fondazione Peccioliper. I racconti inediti di sei tra i più noti scrittori italiani contemporanei - Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno - e la pratica artistica di Vittorio Corsini danno voce e forma a sei nuove installazioni permanenti che, a partire dalla cittadina di Peccioli, si snodano tra i borghi circostanti creando percorsi inattesi. Incastonato in un paesaggio collinare dal sapore antico, Peccioli unisce il fascino della Toscana medioevale all'idea di un vero e proprio museo diffuso. Da circa un trentennio l'Amministrazione Comunale porta avanti un progetto che interseca l'arte contemporanea con il territorio e la sua identità. Grazie ad una serie di interventi ad hoc di artisti contemporanei (tra questi Nagasawa, Dubosarsky-Vinogradov, Garutti e lo stesso Corsini), si è costituito nel tempo una sorta di museo a cielo aperto che ha stabilito nuove relazioni con il paesaggio circostante arricchendolo di elementi che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.

Voci nasce dalla volontà di creare all'interno del territorio del Comune di Peccioli un percorso artistico-letterario che accompagni alla scoperta di luoghi nuovi e inesplorati. Le voci narranti sono quelle di alcuni tra i maggiori autori contemporanei. A ciascuno di loro è stato chiesto di costituire un tassello di questo percorso, scrivendo un racconto a partire dalle suggestioni nate dall'incontro con alcuni edifici religiosi del territorio, per lo più costruiti in prossimità di piccoli borghi, ognuno con una propria storia e identità. Trasposte in forma audio dagli stessi autori, queste storie tornano al luogo che le ha generate e trovano modalità di ascolto attraverso sei nuove opere concepite appositamente da Vittorio Corsini e installate all'interno del Campanile della Chiesa di San Verano, della Chiesa della Madonna del Carmine e della Chiesa delle Serre a Peccioli, nella Chiesa di San Giorgio a Cedri, nella Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica, nell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano.

La ricerca di Vittorio Corsini si estende attraverso tre decenni di intensa attività nel campo della scultura e dell'installazione; fin dagli inizi si concentra sul concetto e sui modi dell'abitare, sulle dinamiche che interessano la vita negli spazi domestici e negli spazi pubblici e sullo spazio fisico come metafora di incontro tra l'individuo e la collettività. Essenziale nelle forme, il lavoro di Corsini si fa tramite di un contenuto emozionale e genera le condizioni per una diversa esperienza del quotidiano. Nel corso degli anni numerosi interventi di arte pubblica nello spazio urbano hanno visto l'artista a lavoro in centri abitati con la realizzazione e la progettazione di cortili, fontane, giardini pensati come generatori di incontri e sorti come effetto di pratiche ordinarie o abitudini consumate dagli abitanti locali. "Abbiamo bisogno di attivare nuovi territori, afferma Corsini, l'artista è come un esploratore che rende visibili quei nuovi territori, che oggi sono fatti non tanto di materiali, tecniche, linguaggi, quanto piuttosto di modi, rapporti, energie (...)

La scultura pubblica per me è qualcosa che attiva uno spazio; è importante che l'opera funzioni, che si possa attraversare, che sappia dialogare che possa assumere una dimensione umana e sociale, di scambio e di relazione". Riprodotta su un tappeto di segatura colorata piuttosto che proiettata come fascio di luce sulle pareti di una stanza, la parola da sempre è uno degli elementi fondanti della ricerca di Vittorio Corsini. Nel 2007 collabora per la prima volta con uno scrittore per Chi mi parla, un lampione con seduta che racconta le storie degli abitanti del luogo. Nel 2011, avvalendosi nuovamente dell'ausilio di due scrittori realizza per il Macro di Roma Xenia, un luogo di sosta ritagliato sulla terrazza del museo, dove le vibrazioni di una staccionata trasformano i racconti in suono. Definiscono uno spazio, creano relazioni, predispongono all'ascolto e, come nell'installazione romana, danno materialmente voce alle narrazioni dei sei autori le opere che Corsini concepisce per Voci.

E non per vendetta è il titolo dello scritto di Laura Bosio. Narratrice dell'anima, in questo racconto come nei suoi libri sceglie una donna come protagonista della storia. Liuba è una ragazza ucraina che fugge dalle violenze della guerra. Approda a Peccioli e grazie all'aiuto del parroco della Chiesa del Carmine dà inizio a una nuova vita. Corsini coglie del racconto della Bosio la dimensione corale e predispone all'ingresso della chiesa due sedute a semicerchio che si fronteggiano. L'elemento posto al centro diffonde la voce narrante dell'autrice.

La scrittura di Mauro Covacich dialoga in modo intenso con l'arte come testimonia la pentalogia che realizza tra il 2003 e il 2011. "Il sagrato è protetto da due lecci. Sul tronco di entrambi un'antica ferita. Due alberi gemelli castigati dallo stesso fulmine, sopravvissuti allo stesso incendio, in cima a questa altura che sembra una nuvola sospesa sulla campagna, e invece è terra, invece è Toscana". Così Covacich inizia il suo racconto, accompagnandoci nella Chiesa delle Serre di Peccioli. Credo è un monologo interiore, una preghiera laica lucida, spietata, a tratti disperata che tuttavia non abbandona la speranza. Corsini restituisce visivamente il rigore della scrittura di Covacich collocando all'interno della chiesa delle panche di pietra. A "parlare" dall'alto di un ponteggio di ipotetici lavori in corso, un asse in legno che vibra.

Maurizio de Giovanni per questo progetto firma Il segno della Madonna. La storia, ambientata in una Chiesa di San Giorgio a Cedri, racconta un'improbabile conversazione tra due anziani personaggi, Giuseppe e Guido, in merito alla "scomparsa" di un prezioso dipinto: la Madonna dell'Umiltà di Beato Angelico. "Sono molto diversi fra loro, i due anziani. Uno se ne sta dritto, composto, i capelli grigi tirati all'indietro e gli occhiali di corno, le mani in grembo. L'altro è un po' curvo, la chioma candida disordinata sulla nuca e sulle spalle, una specie di mantello scuro addosso. Le mani gli tremano un po' (...)". L'installazione di Corsini è un invito a riflettere sul paradosso diacronico messo in scena dallo scrittore.

Si intitola L'ora della verità il racconto di Romano De Marco, uno dei più apprezzati scrittori italiani di genere noir e, più di recente, thriller. Il giallo si consuma durante la visita di un famoso quanto attempato scrittore, il professor D'Eramo, ad uno dei monumenti simbolo di Peccioli, il Campanile della Chiesa di San Verano. "E' la storia di una ragazza che si suicidò, gettandosi proprio da una di queste aperture." D'Eramo lo guardò, finalmente incuriosito. "Aveva vent'anni, ed era di qui, di Peccioli. Sin da bambina sognava di diventare una scrittrice di romanzi (...)". Corsini fa correre la voce di De Marco lungo il corrimano delle scale che danno accesso alla torre. Il suono ci conduce idealmente fino alla sommità del Campanile; lì De Marco svela il finale della sua storia.

Ferruccio Parazzoli è uno dei più significativi scrittori contemporanei, i suoi romanzi si caratterizzano per una costante attenzione ai problemi etici e per il capovolgimento del fantastico e del metafisico nell'umile quotidiano. Per predisporre le persone all'ascolto della narrazione di Parazzoli, Prima della notte, Corsini colloca sul fondo dell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano due sedie e una scultura di marmo statuario. Le sedie poste vicine, ricreano quell'atmosfera intima e privata che caratterizza la conversazione tra i due protagonisti del racconto: "(...) Questa che vede", riprese il professore, "è la Santa dei Santi, il mio oratorio privato. Qui regna la pace. Vuole sapere da cosa erano ricoperte queste pareti prima che prolificasse questa colonia di Santi? Libri, soltanto libri, ormai inutili libri. La metamorfosi ebbe origine molti anni fa quando..." Si tolse gli occhiali, appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona e cominciò a raccontare, come raccontasse un sogno (...)".

"Ogni autore ha delle ossessioni che si ripropongono: io torno spesso a scrivere di natura, del rapporto tra l'uomo e gli animali, delle trasformazioni del pianeta, ma anche del rapporto che abbiamo con la morte e la scomparsa. Un'ambientazione ricorrente, per me, è il bosco", dichiara la poetessa e scrittrice Laura Pugno in una intervista rilasciata in occasione del Premio Campiello 2017. L'incendio, il racconto che scrive per questo progetto, è la storia di Pietro un uomo che appicca incendi convinto di ritrovare, tra le fiamme del fuoco, il volto della figlia scomparsa. "Sapeva che era l'ultima volta, che appiccando quell'incendio - in qualche modo, lo sapeva - sarebbe morto, anche se neanche adesso, sul prato della chiesa, con l'umido sotto e il cielo sopra, le sue ustioni erano mortali. Chiuse gli occhi, sentì qualcosa (...)". L'altare della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica è cinto da un intreccio di rami e di foglie. Sedendoci su una delle panche il cespuglio si accende del rosso del fuoco e, dall'altare che vibra, si diffonde la voce dell'autrice. (Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




La Collezione Roberto Casamonti
termina il 10 marzo 2019
Palazzo Bartolini Salimbeni - Firenze
www.collezionecasamonti.com

Dal mese di marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all'arte moderna e contemporanea. L'antica dimora - attentamente restaurata - accoglierà la selezione delle opere che Roberto Casamonti, nella sua lunga attività nel mondo dell'arte, ha raccolto per costituire il corpus principale della propria Collezione. I dipinti e le sculture esposte sono il frutto di anni di appassionate ricerche che danno vita ad un assieme in grado di rappresentare l'eccezionale evoluzione storico artistica che attraversa per intero il XX secolo.

"La Collezione, con le sue dotazioni in permanenza, si appresta a qualificarsi - sottolinea il critico Bruno Corà - come una delle maggiori raccolte d'arte moderna e contemporanea aperte al pubblico esistenti in Italia. La scelta di offrire questa sua Collezione a fiorentini e turisti - evidenzia ancora il curatore scientifico della Collezione - si esprime come un autentico gesto mecenatizio (...) l'atto di riconoscenza di un cultore appassionato d'arte, per la città che lo ha seguito nel corso della sua attività professionale e della sua stessa vita". Per precisa scelta dell'Associazione Culturale, appositamente costituita per gestire e animare questo nuovo spazio culturale, il pubblico potrà ammirare le opere esposte accedendovi gratuitamente, su semplice prenotazione.

La Collezione di opere d'arte italiane e straniere si articola in due grandi nuclei: il primo considera opere di artisti agli esordi del Novecento e sino ai primi anni Sessanta, il secondo, dal 1960 ai nostri giorni. In Palazzo Bartolini Salimbeni, la Collezione sarà proposta per sezioni. Il primo nucleo, dal 24 marzo 2018 e sino alla primavera del '19 e, a seguire, il secondo. Al primo appartengono capolavori di Fattori, Boldini, Balla, Viani, Sironi, Severini, Marini, Morandi, de Chirico, Savinio, Prampolini, Casorati, Magnelli, Licini, Picasso, Leger, Soutine, Klee, Chagall, Ernst, Kandinsky, Hartung, Fautrier, Matta, Lam, Dorazio, Accardi, Afro, Vedova, Capogrossi, Burri, Klein, Fontana, Castellani, Manzoni, Lo Savio e numerosi altri. La direzione è stata affidata a Sonia Zampini, storica dell'arte e da anni collaboratrice della galleria Tornabuoni Arte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




San Teonisto
Il ritorno dei dipinti trafugati da Napoleone


Chiesa di San Teonisto - Treviso
www.fbsr.it

Ritorno in San Teonisto, antica chiesa trevigiana, di 19 delle 22 opere pittoriche che erano patrimonio dell'edificio monastico sino alla sottrazione napoleonica del 1810. Quando, per effetto dei decreti napoleonici, il monastero benedettino di San Teonisto, nel cuore di Treviso, venne demanializzato, le opere d'arte che monastero e chiesa conservavano vennero confiscate. Finirono dapprima a Parigi, per andare poi a Milano, dove furono distribuite tra Brera e Castello Sforzesco, una fu in seguito destinata a Roma, altre rientrarono a Treviso, al locale Museo Civico. L'odissea delle opere rientrate "a casa" non era finita. Dal museo trevigiano, che ne era diventato proprietario, le tele furono riposizionate nell'originario luogo di culto.

Ma, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, la chiesa, come gran parte della città, venne colpita da un terribile bombardamento alleato. Recuperati dalle macerie, i dipinti furono trasferiti al Museo Civico che li ha custoditi fino a oggi. Ora tornano sui muri per i quali erano stati dipinti, restituiti nella loro originaria bellezza da un accurato intervento di restauro di cui si è fatta carico la Fondazione Benetton, che consentirà alla cittadinanza di godere nuovamente di queste importanti opere pittoriche. Le grandi tele furono commissionate nel corso del Seicento dalle monache benedettine che avevano eretto il convento e la chiesa di San Teonisto a illustri pittori dell'epoca quali Jacopo Lauro, Carletto Caliari, Matteo Ingoli, Bartolomeo Scaligero, Pietro della Vecchia, Ascanio Spineda, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Matteo Ponzone, Paolo Veronese e Antonio Fumiani.

A rendere possibile l'evento del loro rientro, per molti versi storico, è il completo restauro di San Teonisto, voluto e finanziato da Luciano Benetton, che ha riconsegnato alla città un importante patrimonio storico per lo svolgimento di attività culturali. Il complesso intervento di recupero dell'edificio, iniziato alla fine del 2014 e affidato alla cura e alla creatività dell'architetto Tobia Scarpa nel solco del suo fertile sodalizio con il Gruppo Benetton, ha restituito un'architettura rinnovata, ma capace di raccontare i segni del passato di luogo consacrato, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944 e spogliato dei suoi arredi, e infine dimenticato.

Successivamente sconsacrato e adibito a usi diversi, l'edificio è stato gestito dal Comune di Treviso fino all'acquisizione, nel 2010, da parte di Luciano Benetton che successivamente l'ha donato alla Fondazione Benetton Studi Ricerche per farne un luogo di cultura in grado di ospitare eventi di respiro internazionale. Ora, grazie a un accordo trentennale tra il Comune di Treviso e la Fondazione Benetton, i muri di San Teonisto ritrovano il loro patrimonio d'arte che potrà nuovamente essere ammirato dal pubblico nella cornice originaria. Nel rendere concreto l'ambizioso progetto di ricollocazione ha avuto parte decisiva anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

I dipinti inizialmente sottratti a San Teonisto erano 22, taluni di grandissime dimensioni. A tornare sono oggi "solo" 19 di essi, anzi 18 perché una delle pale d'altare, "Le nozze di Santa Caterina" del Lazzarini, inserita nelle esposizioni stabili della Pinacoteca Civica, resta nelle sale dei Musei Trevigiani. In sostituzione di essa, dalla Pinacoteca giunge però la pala della "Madonna del Rosario e i santi Domenico e Rosa" di Jacopo Lauro. Una sostituzione per nulla casuale. Questa pala, infatti, era già stata collocata in San Teonisto allorché un dipinto della stessa chiesa, il "Martirio di Santa Giuliana" era finito al Castello Sforzesco di Milano, dove ancora è conservato. All'appello mancano ora tre capolavori. Oltre al già citato "Martirio di Santa Giuliana" di Jacopo Lauro, ora di proprietà dello Sforzesco, la pala dell'altare maggiore di Jacopo Palma "Martirio dei Santi Teonisto, Tabra e Tabrata" (1603) finita nella chiesa di Brusuglio, poi danneggiata da un incendio e trasferita nella Galleria di Brera per essere restaurata. La terza delle opere mancanti, "Le Nozze di Cana" di Paolo Veronese e bottega (1580), è custodita nella Sala Gialla di Palazzo Montecitorio.

«La famiglia Benetton ha restituito dignità a questa antichissima chiesa e ha voluto affidarla alla nostra Fondazione perché la faccia vivere» commenta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. «La restituzione a San Teonisto delle sue opere, da parte del Comune di Treviso, è un atto di amore e responsabilità che completa quello del signor Luciano che di questa chiesa abbandonata ha voluto farsi carico. In un momento così importante non posso nascondere un sogno» continua Tamaro «che anche il gioiello maggiore di San Teonisto torni a casa. Mi riferisco alla lunetta di Paolo Veronese raffigurante "Le Nozze di Cana", oggi "esiliata" a Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Quella tela è entrata nelle collezioni di Brera per decreto di Napoleone Bonaparte, finendone confinata nei depositi.

Successivamente è stata concessa a Roma per ornare le pareti di un luogo di passaggio e di incontro in Montecitorio. Credo che oggi ci siano le condizioni culturali e strutturali perché questo nostro capolavoro torni a casa. Naturalmente, ferma la "proprietà" che su di esso, da oltre due secoli, ha diritto di vantare il Museo di Brera. Così come mi auguro possa gradualmente avvenire anche per il Palma che da tempo resta a Brera in attesa di restauro, sempre che non venga destinato alla chiesa milanese che lo aveva temporaneamente ospitato, e per il "Martirio" di proprietà del Castello Sforzesco». (...) In occasione del rientro delle opere in San Teonisto, la Fondazione organizza alcuni momenti pubblici per riscoprire quest'ingente patrimonio artistico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Rassegna cinematografica dedicata alla scuola promossa dal Goethe-Institut Palermo Schule! Schule?
Ordine e disciplina, dissenso e ribellione nella scuola e nell'educazione tedesca


15 gennaio - 26 marzo 2019, ore 17.30
Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

E' dedicata alla scuola la nuova rassegna cinematografica del Goethe-Institut Palermo, in collaborazione con Città di Palermo, Goethe-Zentrum Palermo, Il Canto di Los SudTitles, nell'ambito del cineclub la deutsche vita. Con 11 film, getterà uno sguardo sul sistema scolastico ed educativo della Germania di ieri e di oggi, per fare il punto sullo stato delle cose anche in Italia, per conoscere le luci delle buone prassi ma anche per segnalare problemi e ritardi sul campo. Luogo di confronto, crescita e promozione sociale per alcuni, istituzione disciplinare per altri, la scuola è da molti secoli una delle questioni più dibattute nella vita di persone di diversa cultura ed estrazione sociale. Parliamo di scuola a casa e in pubblico, esigiamo che sia al passo coi tempi e chiediamo che si trasformi di continuo, ne misuriamo gli esiti in funzione degli sbocchi lavorativi e riponiamo in essa speranze e aspettative.

Più ancora della famiglia, la scuola è il primo vero nucleo in cui si sperimenta cos'è la società, con le sue gioie e i suoi limiti, le sue incomprensioni e i suoi conflitti. E' lì che si costruiscono le basi che contribuiscono a definire la nostra personalità: spesso a scuola hanno origine le amicizie, gli amori, i sogni e i desideri (ma anche gli odî e gli incubi) che formano le caratteristiche di ciascuno di noi. Il cinema ne ha fatto uno dei suoi temi ricorrenti in tutto il corso della sua storia, e nella rassegna pensata e promossa dal Goethe-Institut Palermo diretto da Heidi Sciacchitano, si assisterà all'evoluzione di questa istituzione in Germania, dall'impero austro-ungarico ai giorni nostri.

Avremo modo di mettere in dubbio alcune delle nostre certezze e porci domande radicali, come quelle che ci offre Alphabet: è davvero così sicuro che abbiamo bisogno di scuola o dobbiamo piuttosto ripensare da capo le forme dell'educazione e dare alla formazione nuovi valori? Potremo sperimentare coi nostri occhi che forme di coercizione militaresca come quella di Freistatt non siano poi così lontane nel tempo, e comprenderemo come il rischio di un'obbedienza cieca possa ridiventare la regola se si abdica, come avviene in Die Welle, all'esercizio del pensiero critico. Assisteremo agli amori, tormentati e proibiti, che legano educande ed educatrici di un collegio come quello di Mädchen in Uniform, e potremo calarci nei panni degli studenti alle prese con la prima vera presa di posizione in Das schweigende Klassenzimmer.

Proveremo anche a misurarci con la loro principale controparte, quella dei docenti, raccontati con le loro debolezze e vulnerabilità grazie alla tenera ironia di Der Wald vor lauter Bäumen o documentati nelle loro convinzioni pedagogiche nel premiato Zwischen den Stühlen. Se per molto tempo abbiamo pensato che la scuola riguardasse studenti e docenti, vedremo in che modo la convinzione contemporanea della necessità di un coinvolgimento attivo delle famiglie sia raccontato nelle forme parodiche e grottesche di Frau Müller muss weg!. Sarà, come sempre, anche un modo per misurarsi con linguaggi diversi del cinema: dalla commedia al film drammatico, dal documentario al film in costume, nonché un'occasione per attraversare con il cinema periodi diversi della storia e della cultura di lingua tedesca, tra film di ispirazione letteraria come il musiliano Der junge Törless e la rievocazione di eventi storici, come quello raccontato da Der ganz große Traum, con la rivoluzione che uno sport come il calcio può operare col suo arrivo nelle scuole del neonato Secondo Reich.

E forse con Schule, Schule - Die Zeit nach Berg Fidel, alla presenza della regista Hella Wenders, nel corso di un incontro pubblico in una scuola di Palermo e di un confronto con istituzioni e operatori sul tema dell'inclusione e dei problemi connessi alla realtà dei diversamente abili, previsto nella mattina del martedì 5 febbraio, impareremo a parlare della necessità di più educazioni in funzione dei bisogni di ciascuno. Film d'apertura, proiettato il 15 gennaio alla Sala Wenders alle ore 17:30, Der junge Törless (I turbamenti del giovane Törless) riduzione del racconto di Robert Musil messo in scena per l'esordio cinematografico di Volker Schlöndorff. Come sempre, tutti i film saranno proiettati in lingua originale, con sottotitoli in italiano e a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Anche tutti gli altri film in rassegna verranno proposti nella Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo. Per le scuole interessate sono previste proiezioni speciali di mattina, in giorni e orari da concordare.

- Calendario delle proiezioni

15.1. Der junge törless (I turbamenti del giovane Törless)

Der Wald vor lauter Bäumen © Komplizen Film 22.1., ore 17.30, Der wald vor lauter bäumen (The Forest for the Trees)

Melanie Pröschle giunge nel bel mezzo dell'anno scolastico alla sua prima esperienza d'insegnamento, in una città che non conosce, lontana da casa. È piena di entusiasmo: potrà finalmente mettere in pratica le teorie pedagogiche che ha studiato, per realizzare quella che ritiene debba essere una scuola al passo coi tempi. Non può immaginare quel che la realtà della vita scolastica potrà riservarle, né quanto l'atmosfera generale potrà incidere sulla sua vita privata. Cercherà un appiglio in Tina, commessa di un negozio d'abbigliamento e vicina di casa. Ma le prove della vita sono spesso persino più difficili di quelle che si affrontano nella vita scolastica. In questo lungometraggio d'esordio, realizzato alla fine del suo percorso di studi cinematografici, Maren Ade mostra già un talento unico nel raccontare il senso di inadeguatezza degli esseri umani - che ritroveremo anni dopo in un film come Vi presento Toni Erdmann - riuscendo a mantenere una sottile verve comica in una storia, indimenticabile, di pura disperazione. (Comunicato stampa)

29.1. Die welle (L'Onda)
5.2. Schule schule - die zeit nach Berg Fidel (Scuola, scuola - dopo Berg Fidel)
12.2. Der ganz große traum (Lezioni di sogni)
19.2. Freistatt (Sanctuary)
26.2. Zwischen den stühlen (Essere un insegnante)
5.3. Frau Müller muss weg! (Frau Müller deve andare via!)
12.3. Mädchen in uniform (Ragazze in uniforme)
19.3. Alphabet (Alfabeto)
27.3. Das schweigende klassenzimmer (The Silent Revolution)




Geografie dell'immagine
Un viaggio nell'estetica di Martin Parr e nella fotografia pop


dal 29 novembre 2018
Spazio Damiani - Bologna
www.spaziodamiani.it

Per la stagione espositiva 2018-2019, Spazio Damiani propone un ciclo di incontri gratuiti e aperti al pubblico sulla fotografia contemporanea. Prendendo le mosse da Beach Therapy, la mostra fotografica di Martin Parr attualmente in corso presso lo spazio espositivo, verranno indagati ambiti che sono diventati dei veri e propri generi fotografici: il kitsch e la satira, i luoghi comuni e l'estetica pop. Nell'arco di quattro incontri interverranno: Marta Papini, Curatrice del Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, Claudio Marra, Professore Ordinario di Fotografia presso l'Università di Bologna, Michele Smargiassi, Giornalista, Paolo Noto, Docente di Analisi del film e Studi visuali presso l'Università di Bologna.

___ Calendario degli incontri

- 29 novembre 2018, ore 18.30, La nascita di Toiletpaper magazine
Un dialogo con Marta Papini

- 13 dicembre 2018, ore 18.30, Il Kitsch, una riabilitazione
Con Claudio Marra

- 24 gennaio 2019, ore 18.30, Comica o ridicola, la fotografia che punge
Con Michele Smargiassi

- 08 febbraio 2019, ore 18.30, Martin Parr e l'identità delle piccole cose
Proiezione del film Think of England di Martin Parr
Con Paolo Noto




Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate
03 marzo 2019
www.mobilitadolce.org

Si rinnova una rassegna unica in Italia, capace di trasformare lo Stivale in un straordinario viaggio itinerante nei luoghi più evocativi del patrimonio ferroviario dismesso. Per far conoscere i tracciati non più attivi, alcuni da trasformare in vie ciclopedonali, altri da sviluppare come linee di turismo ferroviario. La Cooperazione Mobilità Dolce (Co.Mo.Do.) con il suo rituale patto di comunità rilancia per la dodicesima edizione il messaggio che le "Ferrovie dimenticate" non vivono di soli ricordi. Affinché il passato incontri il futuro è necessario riscoprire e celebrare, a livello locale, il patrimonio ferroviario nella ricchezza della sua diversità, scoprendo attraverso di esso una cultura e una storia italiana comune e connessa. Come nelle edizioni precedenti saranno previste molte decine di eventi in mobilità dolce in tutte le regioni italiane.

Degli oltre 6.000 km di linee ferroviarie dismesse a partire dal dopoguerra, almeno un migliaio sarebbero subito ripristinabili con investimenti contenuti, specie laddove il sedime è intatto. Come ad esempio i 700 km di linee piemontesi sospese nel 2012 e per le quali ora si percepisce qualche segnale di ripensamento. In certi casi le potenzialità del traffico locale potrebbero giustificare il ripristino di un servizio ordinario. Ci sono invece altre linee, abbandonate ormai da decenni, che sono già state in tutto o in parte trasformate in vie verdi, come le belle greenways sulla Spoleto-Norcia e della Costa dei Trabocchi, o stanno per diventarlo, come la Assoro-Leonforte e la Porto San Giorgio-Fermo-Amandola.

Un altro modo per salvaguardare opere di architettura e ingegneria ferroviaria (ponti, viadotti, stazioni e gallerie) a favore degli escursionisti, e quale forma di tutela, nel caso in futuro potessero maturare le condizioni per ripristinare l'esercizio ferroviario, puntando ad una gestione turistica ciclopedonale o con il velorail, tenuto conto dell'immenso fascino dei paesaggi culturali attraversati. Come si può contribuire a valorizzare, fare evolvere, preservare questa immensa ricchezza scomparsa? In questa 12a edizione si rinnoverà la festa per incentivare la riconversione in percorsi ciclopedonali dei chilometri ferroviari smantellati, per valorizzare le tratte minori situate in aree marginali, eppure indispensabili alla mobilità locale.

Il calendario di eventi permetterà ai visitatori di scoprire le bellezze naturalistiche lungo queste linee ferroviarie. Ma non solo. La Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate è l'highlight dell'annuale Mese della Mobilità Dolce di Co.Mo.do. (dal 3 marzo al 7 aprile 2019) per incoraggiare tutti a scoprire e lasciarsi coinvolgere dal turismo outdoor e dalla mobilità dolce. Per realizzare questo obiettivo si vuole raggiungere un pubblico più ampio possibile, le comunità locali e coloro che di rado riescono a entrare in contatto con la natura, per promuovere un comune senso di responsabilità volto a condividere e raccontare come l'andare adagio incontro alla bellezza sia un mezzo per unire l'Italia, dal Piemonte alla Sicilia.

Nell'Anno del Turismo Lento che si pone l'obiettivo di valorizzare quei luoghi italiani forse ancora poco conosciuti dal viaggiatore straniero, saranno rilanciati in chiave sostenibile esperienze di viaggio particolari e interstiziali lungo borghi e cammini francescani, lauretani e benedettini, sulla via Appia, sulla Francigena, sulla Via degli Dei, sul Sentiero Durer, sulla Via Romea, lungo ciclovie e ippovie. Come si può partecipare? Gli organizzatori potranno iscrivere nel portale mobilitadolce il proprio evento tramite l'apposita form. Chi vuole partecipare a uno degli eventi potrà controllare sul sito l'aggiornamento continuo delle manifestazioni organizzate nella propria regione, nonché seguire i canali social di Co.Mo.Do. utilizzando gli hashtag #ferroviedimenticate e #iamcomodo per condividere storie, video e immagini. (Comunicato stampa)




Aqua Film Festival
11-13 aprile 2019
Casa del Cinema di Roma
www.aquafilmfestival.org

Quarta edizione di Aqua Film Festival, il primo festival di cinema internazionale con cortometraggi, incontri e workshop, eventi speciali dedicati al tema dell'acqua, ideato e diretto da Eleonora Vallone, attrice, giornalista ed esperta di metodiche d'acqua. Una valorizzazione dell'acqua che non è solo artistica, ma è anche legata, come si propone il Premio Fratello Mare, a denunciare problemi e disastri legati alla poca attenzione al mondo dell'acqua, dai problemi legati ai dissesti idrogeologici all'inquinamento di mari, oceani e corsi d'acqua. Tra gli ospiti del festival, il regista Francesco Crispino, docente di Filmmaking all'Università Roma Tre, che curerà un workshop su come realizzare film con un cellulare, le cui iscrizioni sono aperte per 64 posti totali. La Giuria assegnerà il Premio Sorella Aqua per il Miglior Corto e per il Miglior Cortino. (Estratto da comunicato stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Premio alla Carriera a Franco Donaggio
www.cfsannita.com

L'ambito premio - Una vita per la fotografia - istituito dal Circolo Fotografico Sannita quest'anno va a Franco Donaggio. Autore di livello internazionale da decenni presente nelle più importanti manifestazioni di fine art photography negli Usa, è oggi riconosciuto come uno dei più originali e apprezzati artisti italiani che privilegiano il mezzo fotografico. Donaggio ha al suo attivo svariate mostre in musei e gallerie Italiane, Europee ed Estere. Molte opere dell'artista sono presenti in collezioni pubbliche e private.

Franco Donaggio (Chioggia - Venezia, 1958) inizia a operare nel campo della creatività pubblicitaria e della grafica nel 1979 e l'anno dopo apre a Milano il suo primo studio fotografico. L'alta professionalità e la continua sperimentazione in tutte le tecniche di ripresa e camera oscura, portano presto l'autore a collaborare con importanti griffe della moda, e a creare nuovi linguaggi estetici che ne rinnovano costantemente il livello professionale e creativo, definendo uno stile professionale di spiccata impronta costruttivista e surreale. Nel 1992 gli viene conferito il premio 'Pubblicità Italia' per la fotografia di still life. Nel 1995 Donaggio realizza il suo primo importante progetto fine art intitolato Metaritratti che lo vedrà vincitore del Kodak Gold Award Italiano per la fotografia di ritratto nel 1996

Donaggio dedica sempre maggiore attenzione alla fotografia di ricerca e avvia uno stretto rapporto di collaborazione con la Joel Soroka Gallery di Aspen che lo rappresenterà nel Nord America per la vendita nel collezionismo fine art e lo porterà ad essere presente tra le più importanti fiere d'arte fotografica degli Stati Uniti: 'Photo LA', Los Angeles; 'AIPAD show', New York; 'Art Fair, Cicago'. Da quindici anni l'autore si dedica completamente alla ricerca artistica, oggi è uno dei più originali e apprezzati artisti italiani che privilegiano l'utilizzo del mezzo fotografico. Donaggio ha realizzato molti progetti, pubblicato, esposto in molte mostre di rilievo in Italia e all'estero. Nell'ottobre del 2014 Donaggio riceve il premio Rotary Club "Un Lavoro una Vita". Le opere dell'artista sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private, Donaggio è stato inoltre commissario di tesi all'Istituto Europeo di Design di Milano, visiting professor all'Accademia di Brera e all'Istituto Italiano di fotografia di Milano e all'università Ca Foscari di Venezia. (Comunicato stampa Associazione culturale Baricentro)




Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco quest'anno è dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

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Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Immagine copertina Nidia Robba
Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste




Immagine dalla locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Locandina per la presentazione del libro Punti di tensione - Diario di una Installazione, di Lisa Borgiani Punti di tensione. Diario di una Installazione
di Lisa Borgiani


Presentazione libro
24 gennaio 2019, ore 09.30
Accademia di Belle Arti di Brera (Aula Hayez) - Milano
www.lisaborgiani.com/books.aspx (Versione digitale del libro)

Il Diario di un'installazione all'Isola Comacina, realizzata da Lisa Borgiani, viene presentato focalizzando due temi. Il primo è quello legato all'opera artistica ed al suo significato e valore: nel campo della sperimentazione dell'arte il lavoro si pone fra le migliori testimonianze di quell'agire nel site specific che molti nomi illustri hanno praticato e ricercato nelle ultime decadi. Il secondo tema è quello che lega l'opera all'architettura, segnando un cambiamento nel rapporto e nell'equilibrio fra spazio ospitante ed opera ospitata per ricercare un superamento della dialettica fra contenitore e contenuto. Nel rapporto con l'architettura si aprono le prospettive più interessanti. Il restauro del moderno è stato esemplarmente eseguito nelle case per artista all'Isola Comacina (Pietro Lingeri, Tre case per artisti, 1933-1940 Isola Comacina, Ossuccio (Como), restauro Andrea Canziani e Rebecca Fant, 2009-10) forte di una funzione, la residenza per le giovani promesse nel campo dell'arte, che permane dagli anni Trenta del secolo scorso, data del completamento di questo capolavoro dell'architettura razionale lariana.

Le architetture sono organismi complessi e 'viventi' che hanno bisogno di continue cure e attenzioni soprattutto se viene a mancare la funzione primaria per la quale sono stati realizzati. La sostenibilità del restauro del moderno, intesa come sostenibilità della funzione non solo economica, ma anche culturale ed intellettuale, suggerisce l'allestimento leggero - che in questi campi diventa estremamente contiguo all'installazione d'artecome alla Comacina come un modo per occupare le superfici, ma, soprattutto, per dare vita allo spazio dell'architettura moderna. Le strutture moderne in attesa di restauro o già estaurate possono diventare luoghi ove coltivare la dimensione creativa della nostra vita e della nostra società, annullando le differenze e sovrapponendo le competenza tra architettura, design e installazione artistica, proponendo così una sinergia nella quale l'artista sia colui che abbia le intuizioni formali, spaziali, compositive che abitano nello spazio: colui per il quale la materia del fare sia lo spazio dell'architettura. Prossime esposizioni di Lisa Borgiani: Galleria Gare82 (Brescia, 26 gennaio - 16 febbraio 2019); Studio R&P Legal (Milano, 25 febbraio - 25 maggio 2019). (Comunicato stampa)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio, pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu - Edizioni NPE Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)

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Film in der Weimarer Republik
Esperimenti d'Arte, Tecnologia, Industria nel Cinema di Weimar


Articolo di Ninni Radicini




Copertina libro di Alessandra Scarino "Il preferito della strada. Il magico viaggio di Vito Timmel"
di Alessandra Scarino


01 febbraio 2019, ore 18.30
Museo Revoltella - Trieste
Presentazione libro






Copertina libro L'infinita storia delle piccole cose L'infinita storia delle piccole cose
di Giuseppe Bianco, ed. L'Erudita
* Novità editoriale

Undici personaggi vagano tra la realtà, il sogno e il fantastico alla ricerca di un mondo più gratificante e giusto. Qualcuno potrebbe definirli dei vinti, schiacciati delle responsabilità e dai doveri a cui sono stati costretti, soppressi. Ma non lo sono: non si rassegnano e a chi li vuole macchine, cloni, predestinati espongono il proprio desiderio di riscatto sociale ma soprattutto umano. Dobbiamo batterci contro nemici invisibili: l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità: è in questa perenne lotta che si cimentano per cercare di sconfiggere non solo i nemici concreti, ma anche l'alienazione da cui la società sembra essere affetta. Undici racconti che hanno in ogni trama uno stesso protagonista: l'uomo e i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, a volte crudamente calati nella quotidianità, a volte in una dimensione onirico-fantastica, ma sempre pregni di una intensa umanità. Giuseppe Bianco traccia con amara consapevolezza il quadro di un mondo che reifica l'uomo e lo ingabbia ma in cui non si può e non si deve perdere la speranza. (I suoi sogni sì, possono aspettare, ma lui no, di Rita Esposito)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)

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Mostre sull'Istria presentate nella newsletter Kritik

Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione di Ninni Radicini




Opera di Albino Galvano Diagnosi del moderno di Albino Galvano
a cura di Alessandra Ruffino, Nino Aragno Editore 2018

Volume presentato il 14 novembre 2018 alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Studioso, pittore e critico dagli interessi vastissimi e dall'immensa cultura, Albino Galvano (1907-1990) è stato un uomo di pensiero atipico nel panorama culturale italiano del Novecento, un intellettuale di levatura europea non sufficientemente conosciuto (né riconosciuto) neppure nel nostro Paese. Il volume Diagnosi del moderno, edito da Aragno e curato da Alessandra Ruffino, che raccoglie 33 testi suddivisi in otto sezioni, intende offrire a lettori e studiosi la possibilità di accedere a una significativa parte degli scritti di un autore capace di spaziare tra estetica, filosofia, critica d'arte, letteratura, psicoanalisi, storia dell'arte orientale. Senza mai temere la marginalità e l'inattualità, Galvano è stato un lucido testimone del suo tempo e un acuto interprete di quella «genesi per opposizione» che, attraverso il passaggio Simbolismo-Art Nouveau-astrattismo, ha aperto all'età contemporanea e alle sue tante contraddizioni, illusioni, disillusioni.

Alessandra Ruffino (www.alessandraruffino.it), Dottore di ricerca in Italianistica formatasi all'Università di Parma, studia i rapporti tra arte e letteratura. Ha lavorato otto anni all'Università di Torino con Marziano Guglielminetti e firmato molti contributi storico-critici tra cui i saggi Ideogrammi per un viaggio nell'anima in Barocco (Aragno 2010), Vanitas vs Veritas (Allemandi 2013) e Mollino fuoriserie (Aragno 2015). Giornalista pubblicista, collabora con «Il Giornale dell'Arte», oltre a esser attiva nell'ambito della divulgazione come consulente d'istituzioni pubbliche e private e nell'editoria. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James, di Gottardo Pallastrelli Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina libro Errantia, di Gonzalo Alvarez Garcia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio - di Vito di Battista L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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