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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli di Ninni Radicini sulla Grecia

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 
Particolare dalla copertina del romanzo I Vicerè, scritto da Federico De Roberto e pubblicato nel 1894
Recensione "I Vicerè" | Review "The Viceroys"
 
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini
Locandine mostre e convegni
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Aroldo Tieri in una rappresentazione televisiva del testo teatrale Il caso Pinedus scritto da Paolo Levi
Aroldo Tieri
Un attore d'altri tempi

An Actor from another Era
Gilles Villeneuve con la Ferrari numero 12 nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2022-2020 | 2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08 BR>
Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2022-2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2008 | 2007

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Locandina della mostra Ingrid Gozzano | Trame di Luce, a Matera




Dipinto di Cesare Ancellotti denominato Gli innamorati Dipinto di Cesare Ancellotti denominato La fatica dinverno Dipinto di Cesare Ancellotti denominato Il ritorno Cesare Ancellotti
Ricordi del mondo contadino


Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
03 dicembre (inaugurazione ore 16.30) - 15 dicembre 2022
info@ariannasartori.191.it

La mostra personale del pittore Cesare Ancellotti (Gonzaga - Mantova, 1930) presenta una selezione di dipinti realizzati negli anni. La mostra si inaugura alla presenza dell'Artista.

- La Pittura di Ancellotti un candore da favola innocente
di Gian Maria Erbesato

"(...) Tra la fornace, la pieve, la stalla, il casolare, i fossi, le zolle, i pioppi, i filari, il grano, l'uva, le zucche, il fieno, la robinia, le patate, le viole, i nidi, i cavalli, le oche, i torelli, i cani randagi, la neve, il vento, il solleone, il temporale, la veglia notturna, il desco, la potatura, la semina, il raccolto. Il suo mondo è qui. Qui, dove Ancellotti ha i suoi legami di sangue e di cultura, sembra che egli senta battere i polsi dell'intera civiltà dell'uomo e, ogni giorno levarsi, con il sole il battito profondo dell'anima universale. (...) La natura, gli uomini, le creature.

La pittura di Ancellotti aiuta ad intenderli, a renderci ancora degni di loro, a viverli, seppur nel ricordo, come l'approdo a un'isola lontana, forse irraggiungibile, ma nella quale avremmo voluto restare per tutta la vita. Ma per avere il bene di entrare in rapporto con la voce meravigliosamente generosa e innocente di Ancellotti, forse bisognerebbe essere come lui. Bisognerebbe cambiare tutta la propria vita. Ma è tardi, è impossibile. Gli si renda grazie di attendere ogni giorno che, un poco anche per noi si alzino i colori di una verità semplice come fosse la cosa più bella e più giusta sulla terra".

- Fa vedere grandi le piccole cose
di Domenico Pirondini

"Lo svolgimento quasi religioso della vita che si perpetua nonostante tutto. Un'esigenza profonda dello spirito continua, con i suoi colori, a parlare al cuore degli uomini con la tenera dolcezza della terra padana, con la sicurezza dei suoi cicli stagionali. (...)".

- Introduzione ad un pittore della memoria contadina. Quadri come storie di un mondo cambiato
di Mario Cadalora, Gonzaga, 1991

"(...) Una cosa mi pare certa: il taciturno Ancellotti affida la parola ai suoi dipinti per inviarci un messaggio sincero (e quali sempre poeticamente compiuto) sulle ragioni nuove del rapporto uomo/natura che la civiltà industriale è giunta a mettere in pericolo. E la fa senza enfasi, con semplicità e con intensità d'accenti che trovano la loro linfa nella memoria di un mondo contadino cambiato. (...)".

- Ad Ancellotti
di Zanerini

"(...) Tanta gioia, tanta freschezza, tanta luminosità, tanto sorriso e felicità di vita spira dai suoi quadri, che ci stupisce piuttosto che essi siano dipinti e non finestre aperte sui paesaggi da cui si rivelano con letizia se pur non senza un po' di nostalgia, la visione e il ricordo. Senonché guardando, ammirando e godendo una così miracolosa festa di colori e di luce, la florida letizia della terra, la giovinezza eterna del sole e questi cieli percorsi da ventose galoppate di nubi e le creature che popolano la terra, si sente che qualcosa di essenziale ha raggiunto il pittore al vero per quanto bello, alla natura per quanto meravigliosa. (...)".

- Cesare Ancellotti, una autentica vocazione per la pittura
di Franco Pone, Modena, 1991

"(...) I suoi dipinti parlano un linguaggio generalmente semplice e comune, con cadenze dialettali, attraversato qua e là da fremiti di poesia, da sommesse frasi melodiche. Ed è sorprendente, ma in fondo naturale, che il fluire calmo e placido di questa pittura abbia di tanto in tanto delle impennate e raggiunga vertici di trasfigurazione surreale in talune trame cromatiche di celestiale finezza e luminosità o, all'inverso, in certe atmosfere inquietanti e cupamente corrusche (...)". (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Cesare Ancellotti, Gli innamorati
2. Cesare Ancellotti, La fatica dinverno
3. Cesare Ancellotti, Il ritorno

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Artisti Italiani 2022
Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea a cura Arianna Sartori

Presentazione

Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione
Presentazione




Opere pittoriche di Angelo Licari e Stefano Manzotti nella locandina della mostra alla Galleria Wikiarte Angelo Licari | Stefano Manzotti
03 dicembre (inaugurazione ore 17.00) - 15 dicembre 2022
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

L'arte quale veicolo di emozioni e custode di ricordi preziosi, che evocano atmosfere e colori della propria terra d'origine dalla spiccata naturalezza e solarità; ed arte, in termini di rappresentazione teatrale di uno scenario a tratti onirico i cui i soggetti, dall'apparente leggerezza compositiva e comunicativa, esprimono l'indiscussa maestria pittorica di una mano esperta.

Ennese, classe 1950, Angelo Licari affonda le radici del suo operato nel legame persistente con la sua terra d'origine, la sua natura ed i soggetti che la popolano. Da cui una poetica sensibile ed a tratti nostalgica che sovente volge l'attenzione alla figura umana, ripresa con vibranti cromie, sofferente e contratta se intenta nella manualità di azioni quotidiane tratte dal contesto rurale e genuino dell'artista; soggetti leggibili esteticamente in chiave espressionista, da cui evincere una piacevole maestria dettata dalla formazione accademica, al contempo narrativi di una visione intima e priva di mediazioni che evolve, stante il periodo di permanenza fuori sede - già definito metafisico - nella loro successiva scomposizione e si avvale, contestualmente al rientro nei luoghi natii, di una maturità artistica che accosta la produzione di Licari ad i canoni estetici della transavanguardia e del neoespressionismo: da cui un recupero della rappresentazione figurativa seppur delineata da uno stile pittorico personale, fortemente identitario, dal certo riscontro di critica e pubblico.

Rappresentazioni pittoriche di una realtà trasposta ed alternativa aventi a comune denominatore, superando la conclamata abilità esecutiva, la metamorfosi e composizione di oggetti, per loro natura inanimati, in soggetti antropomorfi. Nati nello sguardo rivolto ad 'il corpo di un violino che, legnoso e senza testa, chiede di bere e fumare una pipa' (cit.), alimentano l'estetica del bolognese Stefano Manzotti: pulsante di fantasia e fortemente ispirata sia all'iconografia neoclassica, come nella rivisitazione della morte di Marat, sia da icone contemporanee, se dedicata ad un'eccellenza di stile e meccanica, come testimoniato nell'omaggio alla Ferrari.

Tratti da una poetica che anima le figure rendendole verosimilmente attrici ed attori attraverso la ricomposizione di nature morte: nell'insieme protagoniste di un palcoscenico intimo e volutamente incondizionato nonché ospiti di un teatro 'mentale' che invita a riflettere, con rinnovata leggerezza calviniana, sul rilievo di una visione originale e personale che l'artista declina compiutamente in disegno, pittura e scultura. (Testo critico e presentazione: Pietro Franca)




Moltiplicare Dividendo
03 dicembre (inaugurazione ore 11.00-19.00) - 23 aprile 2023
CollAge - Collection Storage - Todi

Una selezione di lavori degli anni '70 - '90 di autori diversi, da Carla Accardi a Mario Ceroli, da Enrico Castellani a Piero Dorazio, da Sol Lewitt a Mario Schifano, per continuare con Agostino Bonalumi, Christo, Hans Hartung e Urs Lüthi. Una mostra di sole grafiche che, a differenza del confronto generazionale da sempre centrale nei progetti di Matteo Boetti, si concentra su un gruppo di maestri più storicizzati che si sono ampiamente dedicati a questo tipo di produzione artistica.

Con un omaggio alla filosofia artistica di Alighiero Boetti, l'idea di questa esposizione richiama, fin dal titolo, un gioco matematico basato sulle qualità del dividere e del moltiplicare insite nella natura stessa dei multipli. Un processo artistico di riproduzione dell'opera d'arte ribadito dal susseguirsi di edizioni e tirature quale azione di moltiplicazione tipica di questo procedimento creativo. Moltiplicare Dividendo fa parte di una serie di mostre diffuse che continueranno fino all'estate 2023, organizzate per festeggiare i 30 anni di attività di Matteo Boetti. (Comunicato stampa)




Dipinto di cm 90x70 denominato Avviluppante amorevolezza realizzato da Elena Borboni nel 2017 Dipinto di cm 100x150 denominato Geografia interiore realizzato da Elena Borboni nel 2012 Dipinto di cm 90x70 denominato Regno del mondo del cuore realizzato da Elena Borboni nel 2009 Elena Borboni
"L'emozione della vita"


26 novembre (inaugurazione) - 08 dicembre 2022
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Nata a Ome, Elena Borboni si trasferisce a Brescia e frequenta la Scuola d'Arte. Fonda una sua scuola di pittura, dove insegna per anni. La "missione" di Elena consiste nella riflessione sull'elemento miracoloso ed eterno della vita, un racconto che trova l'essenza umana in sintonia con la madre terra, in un gioco naturale di nascita, crescita, evoluzione e scoperta di se stessi, in senso cosmico, universale. Essa avverte il bisogno-l'esigenza, di plasmare, impastare, per essere in simbiosi materiale e reale con il suo quadro, interagire intimamente con esso. Un racconto intimo e personale, una chiave magica e solare, dove l'essenza vive con lirica astrazione e fantasiosa stilizzazione. Perviene ai risultati del suo lavoro attraverso una progettualità capace di rinnovarsi ogni volta. Da anni espone in numerose mostre personali e collettive, sia in Italia che all'estero, ottenendo notevoli consensi e premi.

Scrive Simone Fappanni, curatore della mostra: «Il simbolismo, di chiara accentazione archetipica, di Elena Borboni, s'innerva in un uso preciso del colore entro cui prende forma e sostanza una ricerca espressiva serenamente votata alla contemplazione del miracolo dell'esistenza, scandagliato attraverso una puntuale riflessione sul ciclo della vita, sia nell'alternarsi delle stagioni della terra che in quella dell'uomo. Siamo di fronte a una visione essenzialmente positiva, energetica, dell'esserci del mondo, in una visione che, mutuando un linguaggio tipicamente heideggeriano, invita a vivere e non meramente a sopravvivere. Un universo vitale e vivifico, quello dell'artista bresciana, costruito, nella sua essenza, in tantissimi anni di appassionata ricerca che ormai procede speditamente da circa un trentennio.

Nei suoi lavori, che possono essere considerati dei brani di un racconto senza inizio e senza fine, tanto che ciascun quadro risulta un unicum, il tema centrale e ricorrente è quello del "miracolo" della vita, del voler trasmettere quella bellezza imponderabile che discende dalla bellezza della vita in quanto tale e dall'esigenza di preservarla, sempre e comunque, contro qualsiasi attacco o elemento che possa turbarne l'integrità. E dunque l'energia vitale è resa con grande trasporto enfatico secondo pennellate dense e corpose grazie alle quali l'artista riesce a imprimere all'insieme un sommovimento magmatico che si caratterizza per un dinamismo ascensionale che s'irradia lungo tutto il quadro e, verrebbe da dire, anche oltre». (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Elena Borboni, Avviluppante amorevolezza, 2017, cm. 90x70
2. Elena Borboni, Geografia interiore, 2012, cm. 100x150
3. Elena Borboni, Regno del mondo del cuore, 2009, cm. 90x70

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Artisti Italiani 2022
Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea a cura Arianna Sartori

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Presentazione




Opera di Nunzio Fisichella Opera dell'artista siciliano Nunzio Fisichella in mostra a Catania Operta artistica di Nunzio Fisichella Nunzio Fisichella
Il lato profondo della terra


25 novembre 2022 - 05 gennaio 2023
Galleria Carta Bianca - Catania
www.galleriacartabianca.it

Una mostra che comprende una quindicina di opere tra le più interessanti e quasi monocrome della produzione dell'artista catanese, che ha tra i suoi elementi quella sabbia vulcanica che non di rado scende a pioggia sulla città di Catania. Come scrive Gianluca Lombardo in un testo elaborato proprio per questa occasione "Il lavoro pittorico di Nunzio Fisichella pare quello dello scopritore di grotte che va alla ricerca di materie nuove, ricche di sedimentazioni, di tracce nascoste, di reperti proto-umani addormentati da sempre negli asciutti abissi della Terra. Sembra riportare alla luce del giorno porzioni di suolo che ciascuno di noi dà per scontato nel proprio movimento di superficie, ma che solo a pochi è dato di conoscere profondamente.

Il primo pensiero è rivolto al paesaggio, o almeno così pare: la terra si offre in continua cangevole sostanza, che i dipinti evocano con forza e risonanza. Ogni dipinto sembra voler rappresentare l'evoluzione della roccia, il conglomerato millenario voluto quasi come un testimone del tempo assoluto, ma in un luogo preciso. Il paesaggio è quello scuro, aspro e potente dei territori a lui prossimi; quello dell'Etna, e delle profondità recondite che il vulcano ci lascia intravvedere nel suo fenomeno eruttivo... Questi dipinti sono potenti come sculture, sfiorano l'assioma assoluto e deifico della terra/madre, hanno l'ambizione di raccontare l'intero processo sedimentario del magma.

E nello stesso tempo, declinano con leggerezza quasi estatica la delicata sfumatura, il racconto per frammenti sublimati, l'emozione interiore e profonda dell'animo interpretata con silenziosa mano. Questi lavori accarezzano, e ci fanno accarezzare, la superficie della Terra come fosse pelle delicatissima nonostante l'apparente rudezza della materia. Ci portano per mano attraverso crepacci sublimi - giusto per tenere a mente l'esempio illustre del paesaggismo di Friedrich - verso l'invisibile ingresso del mondo ctonio: l'inconosciuta bocca spalancata sul centro del mondo." (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Trame di Luce Ingrid Gozzano
Trame di luce


25 novembre 2022 (inaugurazione) - 06 gennaio 2023
Ipogei di Palazzo Viceconte - Matera
www.palazzoviceconte.it

Colori potenti, intensi, vibranti, audaci, opere ai confini fra il figurativo e l'astratto dipinte fra il 2008 e il 2022 che raccontano il percorso artistico di Ingrid Gozzano. La personale presenta oltre venti dipinti in cui, come scrive Costanza Barbieri curatrice della mostra a Roma, "la materia-colore si rivela dapprima come elemento figurativo, identificato con lane stese al sole ad asciugare, sassi sul bordo del mare, muri dipinti, panni stesi all'aria e alla luce, oggetti annotati con cura, osservati o fotografati nel corso di viaggi, di passeggiate, d'improvvise rivelazioni. Queste osservazioni si sono sedimentate nell'immaginazione, conservando la ricchezza cromatica, le profondità di tono e le sfumature, la qualità e la densità della materia, soffice o pesante, e si sono poi trasfigurate in forme autonome, dove il colore prende il sopravvento e si impone sull'originario modello.

Una trasfigurazione che acquista anche valenza simbolica, perché l'astrazione crescente, nel corso degli anni, spinge a evocare nuovi contenuti, diversi da quelli originari. [...] L'autrice fa emergere una materia pulsante e corposa, ritmica e inquieta, che va molto oltre lo spunto iniziale: è possibile cambiare registro, migrare dal figurativo all'informale e viceversa. [...] Le matasse si trasformano, nell'ultima serie di opere, in grandi masse cromatiche tendenti al non figurativo, sprazzi di luce colorata, come Contrasti di colori e Incontri di colori (2022). Progressivamente le forme si sfaldano e il colore diventa protagonista in accordi imprevisti, in sfilacciamenti che sono tutt'uno con le pennellate e i tocchi di luce." (Estratto dal testo critico di Costanza Barbieri)

Ingrid Gozzano, discendente del poeta Guido Gozzano e figlia del neurologo Mario Gozzano, giunge alla pittura dopo una vita dedicata alla famiglia e al suo lavoro di psichiatra dell'età evolutiva. "Nella mia famiglia la vena artistica scorre fluente - racconta Ingrid Gozzano - due dei miei fratelli, il pittore Franco e il fotografo Renato, hanno segnato per qualità e per innovazioni apportate i rispettivi campi in cui hanno operato. Giungere alla pittura è stato per me un percorso naturale, ho voluto raccontare e condividere attraverso la luce e i colori una parte del mio vissuto e la mostra a Palazzo Viceconte sarà un momento per condividere le mie opere con il pubblico di Matera". Organizzata e promossa da Palazzo Viceconte/Cultura e con il patrocinio artistico della Fondazione SoutHeritage per l'arte contemporanea. (Comunicato stampa Sissi Ruggi)




Opera di Andy Warhol che ritrae Marilyn Monroe esposta in una parete della sala, fotografia realizzata da Giovanni Daniotti Ritratto di Andy Warhol, fotografia realizzata da Giovanni Daniotti Opere di Andy Warhol che ritraggono il barattolo della zuppa Campbell's e Marilyn Monroe, fotografia realizzata da Giovanni Daniotti Andy Warhol
La pubblicità della forma


22 ottobre 2022 - 26 marzo 2023
Fabbrica del Vapore - Milano

Con oltre trecento opere divise in sette aree tematiche e tredici sezioni - dagli inizi negli anni Cinquanta come illustratore commerciale sino all'ultimo decennio di attività negli anni Ottanta connotato dal rapporto con il sacro - la spettacolare mostra Andy Warhol curata da Achille Bonito Oliva. Un viaggio nell'universo artistico e umano di uno degli artisti che hanno maggiormente innovato la storia dell'arte mondiale. "Warhol - afferma Bonito Oliva - è il Raffaello della società di massa americana che dà superficie ad ogni profondità dell'immagine rendendola in tal modo immediatamente fruibile, pronta al consumo come ogni prodotto che affolla il nostro vivere quotidiano. In tal modo sviluppa un'inedita classicità nella sua trasformazione estetica. Così la pubblicità della forma crea l'epifania, cioè l'apparizione, dell'immagine".

Una esposizione con più di 300 opere, per la maggior opere uniche. Molte provenienti dall'Estate Andy Warhol, due di Keith Haring e di altre prestigiose collezioni private. "Dai disegni degli anni 50 alle icone Liz, Jackie, Marilyn, Mao, Flowers, Mick Jagger ai ritratti ed ai suoi progetti personali come il fashion - dichiara Edoardo Falcioni - sono presenti tele, carte, sete, latte con le famose ed uniche Polaroid, per arrivare agli acetati unici che fanno parte della seconda fase del suo lavoro altrettanto importante".

Andrew Warhola, classe 1928, originario di Pittsburgh, dopo la laurea nel 1949 si trasferisce a New York, trasforma il proprio nome di origine slovacca in Warhol e nei primi anni '60 è un giovane pubblicitario di successo, che lavora per riviste come New Yorker, Vogue e Glamour. L'intuizione che lo renderà celebre e ricco è quella di ripetere una immagine più e più volte, in modo da farla entrare per sempre nella mente del pubblico. Thirty Are Better Than One, la sua prima Monna Lisa ripetuta ben trenta volte, da celebre ed esclusiva opera d'arte, viene trasformata in una opera di tutti e per tutti, trasformando il linguaggio della pubblicità in arte. In Green Coca-Cola Bottles - scrive Falcioni nel suo testo per il catalogo - comprendiamo immediatamente che per l'artista è proprio la quantità a prevalere sull'originalità del soggetto raffigurato: è infatti ripetendo la stessa immagine che egli riesce a portare e mettere in scena il panorama consumistico nel mondo dell'arte: compito dell'artista non è più creare, ma riprodurre".

Per far questo Warhol adotta una speciale tecnica di serializzazione, con l'ausilio di un impianto serigrafico, che facilita la realizzazione delle opere e riduce notevolmente i tempi di produzione. Su grosse tele riproduce moltissime volte la stessa immagine alterandone i colori: usando immagini pubblicitarie di grandi marchi commerciali o immagini di impatto come incidenti stradali o sedie elettrice, riesce a svuotarle del significato originario. L'arte deve essere "consumata" come qualsiasi altro prodotto. La tecnica della serigrafia viene usata da Warhol già nel 1962 per realizzare la serie Campbell's Soup Cans, composta da trentadue piccole tele di identiche dimensioni raffiguranti ciascuna gli iconici barattoli di zuppa Campbell's, esposte nello stesso anno alla Ferus Gallery di Los Angeles.

Lo stesso fa con i ritratti delle celebrità dell'epoca: Marilyn Monroe, Mao Zedong, Che Guevara, Michael Jackson, Elvis Presley, Elizabeth Taylor, Brigitte Bardot, Marlon Brando, Liza Minnelli, Gianni e Marella Agnelli, le regine Elisabetta II del Regno Unito, Margherita II di Danimarca, Beatrice dei Paesi Bassi, l'imperatrice iraniana Farah Pahlavi, la principessa di Monaco Grace Kelly, la principessa del Galles Diana Spencer. Per queste personalità essere ritratte da Wahrol diventa un imperativo a conferma del proprio status sociale.

Emblematica la Gold Marilyn Monroe, conservata al MoMA di New York: una delle donne più affascinanti della storia moderna americana viene qui rappresentata su uno sfondo oro, esattamente come si trattasse di una tavola del Trecento raffigurante la Madonna. La critica all'inizio stronca questi lavori, non comprendendone l'originalità né la volontà di Warhol di comunicare l'idea della ripetizione e dell'abbondanza del prodotto, in linea con la filosofia consumistica dell'epoca. La sua opera viene vista come un oltraggio all'Espressionismo Astratto, movimento artistico allora dominante negli Usa. Lo stesso celebre gallerista Leo Castelli all'inizio non comprende la genialità innovativa del lavoro di Warhol e cede alla richiesta di Jasper Johns di non ammetterlo nella sua scuderia.

In realtà aderendo alla cultura di massa e portandola nel mondo concettuale dell'arte figurativa, Warhol ha esaltato la patria del consumismo e tutto quanto gli Stati Uniti hanno simboleggiato dal dopo guerra sino agli anni '80. "Il vero colpo di genio attraverso cui l'artista riuscì a valorizzare definitivamente gli anni '60 e le nuove forme di comunicazione di massa - leggiamo ancora nel testo di Falcioni - furono però le Brillo Box: si tratta di sculture identiche alle scatole di pagliette saponate Brillo in vendita nei supermercati.

Queste vennero realizzate da una falegnameria e i bordi vennero serigrafati da Warhol e i suoi assistenti come le etichette originali. Saranno proprio queste opere a far scaturire in Arthur Danto, celebre filosofo ammaliato da queste creazioni, la sua concezione sulla filosofia dell'arte, che ruota attorno ad una domanda fondamentale: "che cos'è l'arte?". Questo interrogativo lo porterà a ritenere queste scatole di legno delle vere e proprie opere d'arte, in forza della loro capacità di evocare e rappresentare alla perfezione un determinato contesto storico, in questo caso gli anni ‘60 assieme alle sue innumerevoli novità, di cui il pop artist può essere considerato senza dubbio il massimo interprete

L'evento che rese queste opere tra le più celebri dell'intera storia dell'arte fu la personale dell'artista presso la Stable Gallery di New York, tenutasi nel 1964: queste sculture furono disposte all'interno dello spazio espositivo tutte in fila e una sopra all'altra, proprio come se si trattasse di un supermercato piuttosto che di una galleria d'arte". E' visitando questa mostra che Leo Castelli si ricrede e comprende l'attualità dell'operazione di Warhol, arruolando nella sua scuderia. Da questo momento la carriera di Warhol ha una vera e propria deflagrazione. Nasce la celebre The Factory, originariamente al 231 East 47th Street, dove innumerevoli assistenti creano a ritmo frenetico le sue opere in serie: quadri, film, cover musicali, sculture, copertine di riviste e molto altro. E dove Warhol accoglie attori, musicisti, scrittori, tutto il mondo creativo newyorchese, creando i primi film come i The Velvet Uderground & Nico, per cui realizza anche la copertina del celebre LP.

Qui sono realizzati molti altri film che mostrano azioni ripetute dilatate nel tempo, sorta di quadri proiettati su una parete bianca e gli Screen Test, ritratti filmati di personaggi in visita alla Factory, ripresi, allo scopo di entrare nella loro intimità, con una camera fissa senza muoversi per tre minuti su un fondo nero. Nella Factory viene realizzato inoltre il magazine Interview con in copertina, per ciascun numero, il personaggio del momento. E sono prodotte altre celebri copertine per Time e Playboy. Molte altre Factory seguiranno in diverse parti della città, laboratori dei tantissimi progetti ideati senza sosta dal poliedrico artista.

Nel frattempo è nata una nuova generazione di artisti come Basquiat, Haring, Scharf che considerano Warhol il loro padre spirituale: accogliendoli nella sua cerchia Warhol ne assorbisce dinamismo e creatività. Riesce così a rinnovarsi nuovamente, ideando le ultime sperimentazioni iconiche come il celeberrimo Dollar Sign, emblema del rampantismo economico di quegli anni, abbandonando l'uso della serigrafia e dedicandosi, reinterpretando in chiave pop alcuni riferimenti artistici del passato, alla pittura pura.

La mostra milanese vuole documentare questo avvincente percorso: dagli oggetti simboli del consumismo di massa, ai ritratti dello star system degli anni '60. Esposte quasi tutte opere uniche come tele, serigrafie su seta, cotone e carta, oltre a disegni, fotografie, dischi originali, T-shirt, il computer Commodore Amiga 2000 con le sue illustrazioni digitali - i primi NFT della storia -, la BMW Art Car dipinta da Warhol con il video in cui la realizzò, la ricostruzione fedele della prima Factory e una parte multimediale con proiezioni di film da vedere con gli occhialini tridimensionali.

Andy Warhol muore nel 1987 per una infezione alla cistifellea. Le sue icone, i suoi personaggi, i suoi soggetti sono riprodotti ovunque, in tutto il mondo, su vestiti, matite, posters, piatti, zaini. Ha anticipato i social network e la globalizzazione degli anni Duemila, ha cambiato per sempre la storia dell'arte, è ancora attualissimo e amato da un pubblico trasversale. La mostra rappresenta una occasione imperdibile per godere della sua arte unica, coraggiosa, innovativa e traboccante di idee. (Comunicato ufficio stampa Lucia Crespi)




Alan Charlton
Trapezium


01 dicembre (inaugurazione) - 15 febbraio 2023
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Sin dal 1969 Charlton utilizza il grigio come unico colore e la stesura monocroma è la sola modalità in cui lo tratta. Le sue opere costituiscono il radicale azzeramento di ogni tratto espressivo e allo stesso tempo un'indagine delle molteplici potenzialità dei monocromi attraverso la luce. I suoi lavori infatti, messi in relazione con l'ambiente circostante, vivono in un continuo mutamento dettato dalle modulazioni della luce. In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con un testo di Francesco Castellani, la riproduzione delle opere in mostra e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

In questa occasione l'artista inglese ha ideato una mostra che pone in dialogo i due piani della galleria, presentando opere recenti che si collegano a quelle esposte nella sua ultima mostra personale nel 2018. I lavori, caratterizzati da una forma trapezoidale costituita da tre elementi, sono declinati in relazioni combinatorie di superfici dipinte con tre grigi differenti. Le opere Trapezium in 3 Parts with 2 GreysTrapezium in 3 Parts with 3 Greys mettono in luce una ripetizione e allo stesso tempo una costante alterazione dell'elemento monocromo, in una composizione di differenti variabili alternate. Nella seconda sala del piano superiore sono presentati i progetti-collages dei lavori esposti, in cui proporzionalità e cromie si riconoscono analoghe alle opere, ma il risultato fenomenico ed esperienziale risulta di natura completamente differente, come materializzazione plastica e germinale dell'idea.

"Chi segue e conosce il percorso di Alan Charlton, troverà in Trapezium la coerente conferma di quanto da tempo maturato e da lui sviluppato in termini di ricerca. E non potrà che apprezzare l'evoluzione del suo procedere: sempre rinnovati, ritroverà tanto il senso assoluto della geometria delle forme, che la feroce capacità di non derogare mai dai canoni formali, matematico/proporzionali, volumetrici e modulari sui quali si fonda il suo lavoro. Riconoscerà quella fiducia incrollabile nelle coerenti variazioni di ritmo e percezione da sempre in opera nel suo fare. Per chi invece si avvicina con sguardo nuovo all'artista, Trapezium costituisce l'occasione di entrare in contatto con la sua visione assoluta e scendere in profondità [...] alla ricerca di qualcosa di puro". (Francesco Castellani) (Comunicato stampa)




Opera di Silvia Beltrami nella mostra Lost in translation a Brescia Silvia Beltrami
Lost in translation


03 dicembre (inaugurazione ore 18.00) - 07 gennaio 2023
Gare 82 - Brescia
www.gare82.net

Prima mostra personale dell'artista negli spazi della galleria.  L'esposizione, a cura di Giorgio Bonomi e Federica Picco, propone opere inedite e lavori meno recenti raccontando la ricerca che l'artista porta avanti coerentemente da diverso tempo: uno studio attento rivolto alla condizione postmoderna che affonda le radici nel pensiero di Zygmunt Bauman per arrivare alle teorie di Jacques Derrida in materia di decostruzione di cui Beltrami si appropria traducendole in strumenti d'indagine sull'identità umana. 

Le sue opere sono realtà frammentate, scomposte - decostruite, appunto - e riconquistate attraverso l'utilizzo magistrale della tecnica del collage. Rappresentazioni in cui emerge la precisa volontà dell'artista di esprimere il movimento nelle sue varie forme fino a quella convulsa del "vortice" che, in lei, assume profondi significati formali e concettuali che riflettono su un individuo trascinato e isolato in una solitudine vorticosa. Silvia Beltrami (Roma, 1974) ha conseguito la maturità artistica a Lovere (Bergamo) e si è poi diplomata all'Accademia di Brera a Milano. La mostra è accompagnata da catalogo con testi critici a cura di Giorgio Bonomi e Federica Picco. Biografia dell'artista a cura di Paolo Bolpagni. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Fiorenza Mariotti alla Galleria Immaginaria di Firenze Fiorenza Mariotti
"Oltre lo specchio"


24 novembre (inaugurazione) - 14 dicembre 2022
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

Sassolini, schegge di specchio, petali essiccati, frammenti di conchiglie, anellini, cornici, piume e rami secchi, e anche i baffi di Virgola, la sua gatta, biglietti di viaggio scaduti, angeli di bisquit, nuvole di merletto, etichette, carte astronomiche e marine, teste di santi e volti tratti da vecchie foto, rotelline e lancette d'orologio, palline e perle. Questi sono i piccoli objet trouvé che l'artista assembla sul tavolo del suo studio. Un campionario di oggetti che nella loro insignificanza vibrano di un'intensa e specifica valenza emotiva.

I teatrini di Fiorenza Mariotti scorrono su un piano orizzontale che rimanda alla scansione d'una predella d'altare. Quella piccola fascia dipinta, divisa in uno o più riquadri, che corredava un polittico o le pale d'altare dipinte su legno. Teatri che diventano reliquiari dei feticci dell'infanzia, bimbe e vesti d'organza che volano via eteree, svuotate, o i feticci dell'eleganza, come poltrone antropomorfe dotate d'un cuore e una mano, manichini che esibiscono una testa picassiana, guanti di raso rosso e maliziosi occhiali a farfalla che strizzano l'occhio.

Il lavoro di Fiorenza Mariotti ricorda così l'atto che il personaggio di Alice di Lewis Carroll fa attraversando lo specchio: togliendo "noi stessi" dalle cose che ci circondano, noi restituiamo loro la dignità che la vita stessa gli ha dato e, con essa, anche un'autonomia da noi (dalla nostra attenzione ed energia), che li svincola e permette loro di tornare alla vita. Dall'introduzione di Ivan Teobaldelli. Fiorenza Mariotti nella sua attività artistica, declinata nelle varie forme del teatro, della poesia e dei manufatti, ha sempre lavorato a creare nell'oggetto della visione quello stupore capace di restituire, a chi guarda, la meraviglia. (Comunicato stampa)




Dipinto a tempere e olio su tavola di cm 50x60 denominato La città che ama la notte realizzato da Franco Fortunato nel 2022 Scultura in bronzo di altezza cm 63 denominata Stillness realizzata da Claudio Capoaso Dipinto a olio pigmenti e smalti su tavola di 70x100cm denominato Sottopasso realizzato da Mariarosaria Stigliano nel 2020 Dipinto olio su tela cm di cm 62x95 denominato Punch drunk realizzato da Piero Mascetti nel 2018, Dipinto a olio su tela di cm 170x200 denominato Malocas realizzato da Mario Ferrante Collettiva di Fine Anno 2022
48^ mostra mercato di arte contemporanea


25 novembre - 31 dicembre 2022
Galleria Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Più di 40 artisti in mostra e circa 400 opere esposte rendono questo evento, ormai giunto alla 48esima edizione, un’occasione imperdibile per ammirare l’arte dei grandi Maestri del '900 italiano e di alcuni tra i più stimati artisti dei nostri giorni. Dipinti e sculture di grande pregio, ma anche litografie, serigrafie e acqueforti costituiscono il corposo catalogo che la galleria mette a disposizione di esperti intenditori e di appassionati.

Opere di: Ugo Attardi, Enrico Benaglia, Franz Borghese, Ennio Calabria, Angelo Camerino, Claudio Caporaso, Michele Cascella, Tommaso Cascella, Giuseppe Cesetti, Angelo Colagrossi, Roberta Correnti, Marta Czok, Mario Ferrante, Salvatore Fiume, Franco Fortunato, Felicita Frai, Franco Gentilini, Gianpistone, Emilio Greco, Renato Guttuso, Ivan Jakhnagiev, Andrea Marcoccia, Franco Marzilli, Piero Mascetti, Maurizio Massi, Renzo Meschis, Francesco Messina, Mauro Molle, Norberto, Sigfrido Oliva, Ernesto Piccolo, Giorgio Prati, Domenico Purificato, Aldo Riso, Carlo Roselli, Sebastiano Sanguigni, Aligi Sassu, Cynthia Segato, Mariarosaria Stigliano, Orfeo Tamburi, Lino Tardia, Renzo Vespignani. (Estratto da comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Franco Fortunato, La città che ama la notte, 2022, tempere e olio su tavola cm 50x60
2. Claudio Capoaso, Stillness, scultura in bronzo altezza cm 63
3. Mariarosaria Stigliano, Sottopasso, 2020, olio pigmenti e smalti su tavola, cm 70x100
4. Piero Mascetti, Punch drunk, 2018, olio su tela cm 62x95, Galleria Edarcom Europa
5. Mario Ferrante, Malocas, olio su tela cm 170x200




Locandina della mostra Christmas Showcase Christmas Showcase
02 dicembre (inaugurazione ore 18) - 24 dicembre 2022
Galleria Doppia V - Lugano
www.galleriadoppiav.com

Natale in arrivo alla Galleria Doppia V di Lugano che quest'anno festeggia vent'anni di attività. Al tradizionale Christmas Showcase partecipano artisti di dieci nazioni diverse. Una vetrina che accende le luci su fotografie e sculture, disegni, ceramiche, incisioni, acquerelli e molto altro, che ben si prestano a divenire oggetto di un pensiero unico. In questa edizione, una collaborazione con Claudia Orellana Martinez di Interiors & light design, avvicinerà l'arte al mondo del design con un ambiente arredato appositamente per la mostra.

Gli artisti sono: Mateo Argüello Pitt, Antonio Bernardo, François Burland, Santiago Carrera, Victoria Diaz Saravia, Felipe Gimenez, Aoi Huber Kono, Céleste Meylan, Luigi Reclari, Myriam Schussler, Anna Stankiewicz, TerrariumArt, Florencia Vivas. (Comunicato stampa)




Ernesto Fantozzi, Fotografie 1958-2019
03 dicembre (inaugurazione ore 18) - 29 gennaio 2023
Museo di Fotografia Contemporanea - Cinisello Balsamo (Milano)

La mostra omaggio al grande fotografo è l'inizio di un lavoro di valorizzazione, studio e catalogazione del suo archivio, recentemente donato al Museo. Il fondo rappresenta l'intera sua produzione fotografica e consta di circa 75mila unità, tra stampe alla gelatina bromuro d'argento, negativi e provini. Il percorso espositivo pensato dai tre curatori, Carlo Cavicchio, Maddalena Cerletti, Sabina Colombo, ripercorre la sua intera produzione e restituisce, attraverso due differenti modalità di visione, i periodi della sua attività.

Le stampe in mostra raccontano l'avvio della sua attività e sono state realizzate direttamente da Fantozzi negli anni Novanta, quando ha ripreso in mano il suo archivio e ha ricominciato a fotografare. Una proiezione presenta invece le fotografie degli anni Novanta-Duemila. Completa la mostra un apparato documentario e bibliografico volto a mostrare oggetti originali donati dall'autore e conservati presso l'archivio del Museo e alcune delle numerose pubblicazioni in cui il suo lavoro è stato presentato dagli anni Sessanta ad oggi.

"Questa fotografia è testimonianza autentica di una situazione spontanea" - è la frase manifesto appuntata meticolosamente dall'autore sul verso di ogni stampa. Poche parole che esprimono la sua idea di fotografia documentaria lontana da ogni formalismo estetico, radicata, invece, nella realtà. Non si tratta solo di esplicitare la natura di una fotografia diretta e non manipolata come valore morale ma di manifestare un atteggiamento di empatia e di viva partecipazione nei confronti delle "cose della vita" e della gente comune, che vengono descritte "così come sono".

Ernesto Fantozzi inizia a fotografare alla fine degli anni Cinquanta fino ai primi anni Settanta e, dopo una pausa di vent'anni, durante la quale si dedica principalmente all'insegnamento, riprende l'attività fino ai giorni nostri. Egli stesso si definisce un 'fotografo documentarista', un 'fotografo della realtà' e realizza fotografie in bianco e nero, escludendo volutamente il colore. Rivolge il suo sguardo alla quotidianità che conosce, agli aspetti meno appariscenti e ordinari della vita. Documenta la città di Milano e il suo hinterland soffermandosi sul paesaggio urbano e suburbano e sul racconto della vita sociale all'interno della metropoli con un'attenzione alle abitudini, alle relazioni, alle persone che la attraversano, che scorrono e si intrecciano.

Partendo dalla fotografia "della famiglia seduta nel tinello che guarda il Festival di Sanremo alla televisione" (Milano, 1958) - che l'autore stesso definisce in un'intervista del 2002 "la mia prima foto, che potrei definire "consapevole" - le opere in mostra seguiranno un ordine in parte cronologico e tematico che accosta la produzione più famosa degli anni Sessanta a quella meno cosciuta del secondo periodo, a partire dai primi anni Novanta. Leitmotiv di tutta la sua produzione è la trasformazione in atto sia nel paesaggio - con la nascita del "paesaggio industriale" costellato di fabbriche negli anni Sessanta e con lo sviluppo delle infrastrutture e della logistica negli anni Novanta -, sia dell'aspetto sociale e culturale condizionato dalla crescita dell'occupazione, dall'emigrazione e dagli effetti del boom economico.

Nelle sue fotografie, stratificate e dense di particolari, convivono il vecchio e il nuovo, la tradizione e la modernità. Con rapidità di visione e profonda intuizione coglie la spontaneità di gesti ed espressioni, l'istante decisivo carico di significato che rende la fotografia emblema di una situazione. Chi guarda le immagini di Fantozzi viene proiettato nella maglia di relazioni, sguardi e dialoghi che invitano ad avvicinarsi per sentire meglio le conversazioni ed osservare con attenzione tutti i dettagli della scena, fotografia dell'atto teatrale della vita. La mostra è in contemporanea con la rassegna 'Paesaggio dopo Paesaggio. Fotografie di Andrea Botto, Claudio Gobbi, Stefano Graziani, Giovanni Hänninen, Sabrina Ragucci, Filippo Romano'. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre mostre di fotografia nella newsletter Kritik

Alessandra Baldoni. "Pigre divinità e pigra sorte"
08 novembre - 20 dicembre 2022
Lab 1930 Fotografia contemporanea - Milano
Presentazione

Karmen Corak - Philippe Adrien. Mute Desire (desiderio sommerso)
25 ottobre (inaugurazione) - 02 dicembre 2022
Museo Hendrik Christian Andersen - Roma
Presentazione

Image Capital. La fotografia come tecnologia dell'informazione
22 settembre 2022 - 08 gennaio 2023
MAST - Bologna
Presentazione

Civilization. Vivere, Sopravvivere, Buon Vivere
17 settembre 2022 - 08 gennaio 2023
Musei di San Domenico - Forlì
Presentazione

Andy Warhol. Icona Pop
30 settembre 2022 - 29 gennaio 2023
Centro Culturale Altinate | San Gaetano - Padova
Presentazione

Reinhard Mucha. Der Mucha - An Initial Suspicion
03 settembre 2022 - 22 gennaio 2023
Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen - Düsseldorf (Germany)
Presentazione

URBAN Photo Awards 2022
03 ottobre - 04 novembre 2022
Biblioteca statale Stelio Crise - Trieste
Presentazione

Francesca Galliani - Empty New York
Barbara Frigerio Contemporary Art
Presentazione




Locandina della mostra su Nuto Revelli Ricordati di non dimenticare
Nuto Revelli, una vita per immagini


Saluzzo, 19 novembre 2022 - 08 gennaio 2023
www.nutorevelli.org

Dopo i primi allestimenti a Cuneo, Torino, Alba e Parigi, la mostra sarà visitabile a Saluzzo per la prima volta in un percorso espositivo doppio: in esterno con i banner fotografici appesi sotto l'Ala di ferro in Piazza Cavour ed presso Il Quartiere di Piazza Montebello 1 con pannelli e citazioni tratte dai libri di Nuto Revelli, in collaborazione con il Comune di Saluzzo, la Fondazione Amleto Bertoni e Terres Monviso.

Attingendo al fondo fotografico dell'Archivio Nuto Revelli, la mostra a cura di Paola Agosti e Alessandra Demichelis ripercorre la vita di Nuto Revelli: il giovane ufficiale in divisa, il partigiano a Paraloup ed in Francia, lo scrittore con i suoi testimoni, il marito a fianco della donna che ama, l'amico con cui condividere impegno e convivio. La mostra oltrepassa la vicenda individuale e trasporta chi osserva in un passato condiviso: nelle fotografie scorre quasi un secolo, la storia del Novecento tra dittature, guerre e rinascita e affiora il dettaglio di chi ne ha percorso ogni tappa con il piglio del testimone, in un cammino di consapevolezza umana e civile, tra impegno e vita privata. (Comunicato stampa)




Gastone Biggi
Trilogia 2 | 1978-1987 Cieli e Campi


03 dicembre (inaugurazione ore 18) - 11 febbraio 2023
PoliArt Contemporary - Milano
www.galleriapoliart.com

Secondo appuntamento del ciclo di tre mostre dedicate a Gastone Biggi (1925-2014). La prima esposizione dedicata ai dipinti bianchi e neri degli anni Sessanta, poneva il "punto" di Gastone Biggi come inedito ripensamento dei presupposti e delle finalità della pittura contemporanea. Ora, nelle più di venti opere di questa "Trilogia 2" - a cura di Leonardo Conti e Giorgio Kiaris - pur in una rigorosa coerenza con la ricerca, si coglie l'immergersi in una dimensione integralmente naturale, di cui l'artista conserva non solo i colori, la luce e la spazialità, ma una percezione emozionata del tempo.

I Cieli (opere di accentuato formato orizzontale) sono la trasfigurata continuazione del precedente ciclo dei Ritmi, nei quali Biggi era giunto a un'ordinata quanto algida disposizione dei suoi punti in spazi monocromatici, evocando una sorta di astrazione del tempo, svincolato da ogni continuità, per disporsi in attimi assoluti, come incastonati nello spazio della percezione. Erano state le confluenze e le convergenze del Biggi intellettuale con le neoavanguardie musicali, a fargli raggiungere, nel visibile, ciò che nelle esperienze della Nuova Musica veniva definito come "attimo intemporale".

Poi, la creatività del maestro, le indefinite declinazioni del pittore e le mai dome analogie dello studioso, presto riconoscono in quelle configurazioni ordinate di punti, l'infinito dipanarsi di ciò che nella storia furono le "stelle fisse". E così il passo verso le visioni dei cieli giotteschi di Assisi e di Padova diviene davvero breve: Biggi giunge alla grande intuizione, in cui l'immensa costruzione intellettuale, l'alveo speculativo e l'astrazione più pura, possono animarsi con i colori delle molte verità dei cieli pittorici, compresi quelli naturali.

Saranno anni di fervore creativo, nei quali l'artista potrà finalmente immergersi nella realtà, senza alcun complesso, né verso la grande narrazione vasariana della raffigurazione, né verso un modernismo che stenta a spegnersi: Biggi dipinge così un'indimenticabile pagina naturalista dell'arte contemporanea. Sarà al culmine di questa ricerca che potrà persino abbassare lo sguardo, per dare vita, tra il 1986 e il 1987, ai Campi in cui i colori, i calori, le luci e le emozioni, raccolgono e conservano un nuovo "temporalissimo attimo", che è l'istante più intensamente vissuto.

Nella continuità curatoriale di questa grande mostra in tre tempi, Leonardo Conti e Giorgio Kiaris hanno suddiviso il catalogo di "Trilogia 2" in differenti sezioni. Il testo generale di Leonardo Conti è seguito da un contributo di Giorgio Kiaris che, nella sua veste di "testimone oculare" (avendo affiancato Biggi per venticinque anni) racconta il clima culturale e creativo in cui Biggi dipingeva i Cieli e i primissimi Campi (il maestro parlava di "eco-pittura"). Segue poi un approfondimento tematico di Sara Bastianini e, infine, un'ampia sezione con documenti (anche inediti) degli anni di ricerca di Biggi presi in esame dalla mostra. Un'approfondita nota biografica è suddivisa nei tre cataloghi, seguendo la cronologia di ogni volume, con anche immagini di repertorio gentilmente concessi dalla Fondazione Biggi. Il catalogo "Trilogia 2" è il secondo dei tre cataloghi che comporranno il cofanetto Gastone Biggi. Trilogia 1960-2014, edito da PoliArt Edizioni in collaborazione con Eclipse Arte Edizioni. (Comunicato stampa)




Dipinto olio su tela denominato Passaggi realizzato da Raffaele Cioffi nel 2022 Raffaele Cioffi
"Luce Ombra Pittura"


19 novembre (inaugurazione) - 31 dicembre 2022
"LaGalleria" del Museo Nazionale del Palazzo Ducale - Mantova

La mostra, patrocinata dal Comune di Mantova e curata da Alberto Barranco di Valdivieso, si snoda lungo tre sale per una riflessione sul percorso pittorico di Cioffi degli ultimi due anni: un universo poetico narrato attraverso diciassette tele, quasi tutte di grandi dimensioni, che offrono un nuovo orizzonte interpretativo che va oltre la pittura stessa e che chiede al visitatore di "entrare dentro" le opere e "attraversarle", per ritrovarsi in un'altra dimensione. L'intera narrazione post-aniconica della pittura di Raffaele Cioffi mostra come l'artista cerchi e trovi di volta in volta la dissolvenza dell'immagine nella luce e nel colore, per un'astrazione estremamente moderna, dalla colorazione pastosa e dalla forte valenza spirituale, che rispecchiano un timbro romantico dell'anima che si traduce in una pennellata forte, densamente espressiva e coinvolgente.

L' allestimento della mostra, pensato e ideato in ogni suo dettaglio dal critico d'arte Alberto Barranco di Valdivieso in un equilibrio perfetto fra spazi pieni e vuoti, si sviluppa attraverso tre sale in un crescendo musicale che si fa sinfonia nella terza e ultima stanza. Tra le opere esposte, alcune appartengono al ciclo precedente delle Soglie, volutamente inserite dal curatore perché preludono alla nuova serie dei Passaggi e aiutano il visitatore a cogliere il trapasso da una pittura caratterizzata da tonalità rarefatte e delicate a una giocata su contrasti più accentuati, dove la struttura stessa della pittura diventa marcata, l'opera viene addosso e chi guarda è catapultato dentro il quadro.

I Passaggi di Raffaele Cioffi sono una specie di "ingrandimento" di particolari delle opere precedenti e creano un universo poetico straordinario, dove la cifra stilistica del pittore - la pennellata "pivotante" come la definisce Alberto Barranco per sottolineare "una stesura per colpi di pennello secondo orbite sempre diverse" - si concretizza in una pittura introspettiva dalla fortissima tensione scenica, costruita per sovrapposizione di pigmenti a formare un fitto reticolo che incide sulla stessa percezione retinica di chi osserva: un impatto emotivo dato anche dal netto contrasto con il "campo di luce" che contraddistingue l'altra parte della tela, che porta chi osserva a "bloccarsi" di fronte all'opera mentre la pittura è come se sconfinasse dalla tela e lo avvolgesse lentamente.

"Luce Ombra Pittura" vuole essere un momento di riflessione sull'evoluzione della pittura di Raffaele Cioffi, contrassegnata da una evidente e sempre più scavata sapienza espressiva, per composizioni di estrema forza, sintesi ed efficacia, che rimandano a una implicita valenza spirituale della sua astrazione. "Luce Ombra Pittura" è la sintesi estrema di quello che oggi è Raffaele Cioffi come pittore, espressione di tutto ciò che ha sperimentato e assorbito, per poi tradurlo secondo la sua sensibilità, il suo talento e la sua cultura, nonché il risultato di rapporti personali profondi con artisti dello spessore di Valentino Vago, Claudio Verna, Claudio Olivieri. Anche su questo solco intellettuale e umano si muove l'odierna pittura di Raffaele Cioffi, che spinge lo spettatore in un viaggio immersivo nel suo universo segnico, evocativo e poetico, nonché spazio di riflessione dell'artista sullo "stato dell'arte" della sua stessa arte.

Raffaele Cioffi (Desio, Milano 1971) si laurea all'Accademia di Belle Arti di Brera nel 1993 seguendo i corsi di Luciano Fabro. Negli anni chiarisce l'orientamento della sua ricerca e del suo linguaggio grazie all'incontro e alla collaborazione con artisti come Claudio Olivieri, Claudio Verna, Valentino Vago e Mario Raciti. Ha esposto per sedi istituzionali come Young Museum di Revere (Mantova), Museo di Arte Moderna di Varese, Museo Nazionale di Villa Pisani a Venezia, Villa Bagatti Valsecchi a Varedo, Museo di Arte Sacra di Milano, Museo Civico di Alessandria.

Ha inoltre partecipato alla 54° Biennale di Venezia presso il Palazzo delle Esposizioni di Torino. Nel 2018 è uscito per le Edizioni Bellavia il libro "Conversazione con un pittore contemporaneo" di A. Barranco di Valdivieso. Nel 2021 il MAC - Museo d'Arte Contemporanea di Lissone ha ospitato una sua importante personale intitolata "Soglie 2018-20" curata da Alberto Barranco di Valdivieso. Ha esposto in diverse fiere del settore come Arte Fiera di Bologna nel 2021 con un "solo show". Dopo Mantova Raffaele Cioffi sarà dal 3 dicembre 2022 al 3 febbraio 2023 alla Frankfurter Westend Galerie con la mostra "Costellazione". (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)

Immagine:
Raffaele Cioffi, Passaggi, 2022, olio su tela




Alcuni dipinti nella mostra Giorno dopo giorno "Giorno dopo giorno"
Spazio 165 - Camaiore (Lucca)
03 dicembre 2022 (inaugurazione ore 17.00) - 14 gennaio 2023
www.mercurioviareggio.com

La mostra, curata da Gianni Costa, è organizzata in collaborazione con il Comune di Camaiore. In questa occasione verrà presentato il Calendario 2023 della galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio: un elegante oggetto da tavolo, illustrato con le immagini di alcune delle opere in mostra, realizzato dalla tipografia San Marco di Badia di Cantignano (Lucca) su progetto grafico di Gianni Costa, direttore della galleria.

Nella rassegna saranno esposti recenti dipinti di sei tra i più significativi artisti che negli anni hanno partecipato alle mostre promosse dalla galleria viareggina, attiva dal 1996: Daniela Caciagli (Bibbona, 1962), Riccardo Corti (Firenze, 1952), Guido Morelli (La Spezia, 1967), Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964), Riccardo Ruberti (Livorno, 1981) e Valente Taddei (Viareggio, 1964). I sei autori - che vantano nutriti curricula, con mostre in tutta Italia e all'estero - seppur diversi tra loro per cifra stilistica e formazione estetica, sono uniti da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della pittura figurativa contemporanea. (Comunicato stampa)




Foto di scena del film Terra Animata Italia in 16mm bn e intonazioni di colore realizzato nel 1967 da Luca Maria Patella con la collaborazione di Rosa Foschi Luca e Rosa. Opere filmiche di Patella e Foschi (1965-1971+2000)
24 novembre (inaugurazione) - 07 dicembre 2022
spazio maria calderara - Milano
www.mariacalderara.it

Mostra a cura di Bruno di Marino ed Elio Grazioli. Luca Maria Patella (Roma, 1934) e Rosa Foschi (Urbino, 1943) sono marito e moglie, legatissimi, artisti entrambi, ispirazione l'uno per l'altro in uno scambio continuo e un intreccio inestricabile di arte e vita. La mostra vuole rendere loro omaggio attraverso i film realizzati nel periodo iniziale della loro attività, ovvero la seconda metà degli anni '60. Un periodo questo in cui i due artisti sperimentano con più mezzi espressivi, dalla fotografia alla performance, dall'incisione ai sistemi di multiproiezione con slide, dal film fino al videotape e all'installazione audio, secondo un'estetica fortemente innovativa che, difficilmente situabile all'epoca nelle categorie più consolidate, apriva la strada a una concezione intermediale dell'arte oggi di grande attualità.

I tre film di Luca Maria Patella (Terra Animata, SKMP2 e Vedo, Vado!) costituiscono una sorta di trilogia, realizzata tra il 1967 e il 1969, in cui l'artista, adoperando anche tecniche di animazione (oggetti e pixillation), opera una riflessione comportamentale e linguistica sulla vita e sull'arte, mediante microazioni e micronarrazioni. Terra Animata (1967) è oggi internazionalmente considerata un'anticipazione della Land Art in ambito filmico.

Vedo, Vado! (1969) ne è l'estensione a 360 gradi, un'opera come Patella teorizzava da allora e per sempre che doveva articolare tutti i livelli, dalla scienza alla tecnica, all'estetica, alla semiotica, alla vita quotidiana. In essa la collaborazione di Luca e Rosa è esplicitamente tematizzata. SKMP2 (1968) è il capolavoro di tutta un'attività filmica di Patella che oggi verrebbe situata nella docu-finzione, documentazione pensata ed elaborata come opera autonoma (il titolo è acronimo di Sargentini, Kounellis, Mattiacci, Pascali, Patella).

A questi film di Luca Maria Patella, si intrecciano tre cortometraggi di Rosa Foschi, Ma Femme (1969), Amour du Cinéma (1970, regia di Rosa Foschi con la collaborazione di Luca Maria Patella) e L'amor di Don Perlimplino per Belisa nel giardino (1971), dove il collage pitto-fotografico e il lettering danno vita mediante la truka (una macchina da presa verticale che produce effetti speciali e animazioni) a un piccolo universo denso di citazioni iconografiche e contaminazioni letterarie. In tutti e tre la presenza di Luca è costante e il tema stesso di tutti è dichiaratamente l'amore che da relazione tra innamorati si amplia in amore per il cinema, per l'arte, per la vita.

Gli accostamenti e i rimandi tra i film "animano", danno anima all'insieme e restituiscono un'immagine se non inedita comunque poco evidenziata dell'opera di entrambi e, di nuovo, del loro rapporto, ovvero, di nuovo, del senso dell'arte per questa coppia inossidabile. A questi sei film dello scambio si aggiunge Glovis, un film inedito che Luca Maria Patella ha realizzato nel 2000 assemblando materiali vari del 1973, 1983 e 1994. Subito dopo il titolo - che allude alla lunetta affrescata Vertumno e Pomona del Pontormo nella villa medicea di Poggio a Caiano, in cui compare proprio la parola "Glovis", da leggersi al contrario come "Si volg(e)" - vi sono due diciture ulteriori che indicano bene la natura polimorfa e psico-scientifica del cortometraggio: "Minerale, animale, digitale" e "Materiali/Psichici".

Vi sono sequenze di un altro film dell'artista, il mai completato esperimento comportamentale Lu' capa tella, con Carlo Cecchi e Marino Masè. Glovis è, insomma, un mix tra il film d'artista e il documentario, con la voce dell'artista che commenta alcuni suoi lavori (per esempio le foto stenopeiche di Montefolle), sintetizzando in poco più di un quarto d'ora la sua attività poliedrica di alchimista dell'immagine. I film e i cortometraggi saranno proiettati grazie alla disponibilità della Fondazione Cineteca di Bologna Archivio Film.

Luca Maria Patella (Roma, 1934) è uno dei più significativi artisti italiani. Ha compiuto studi classici, artistici (anche con S.W. Hayter a Parigi), scientifici (con E. Riesz a Montevideo) e psicologici (con E. Bernhard). Artista ricercatore, utilizza e sperimenta vari mezzi espressivi (fotografia, cinema, grafica, azione, ambiente, testi scritti, installazioni sonore, ecc.). Nel campo del cinema aderisce alla Cooperativa del Cinema Indipendente nel '67 e, in quello stesso periodo, realizza alcuni cortometraggi per la Corona cinematografica.

In seguito - insieme alla moglie Rosa Foschi - Patella insegna media (fotografia, cinema) e realizza film d'animazione. Ha pubblicato numerosi libri e creato installazioni multimediali, brevettando anche particolari dispositivi per la comunicazione audiovisiva, come, ad esempio, sistemi di dissolvenza per la proiezione di diapositive. Tra i suoi film ricordiamo: Ritratto tecnico naturalista (1964), Tre e basta (1965), Fanimesto-manifesto, oggettivo-razionale, soggettivo-irrazionale (1965-66), Chi mi pettina? (1967), Terra Animata (1967), Piove! (1967, realizzato per "Ambiente proiettivo animato"), Intorno fuori (1967), SKMP2 (1968), Vedo, Vado! (1969), Sram & Cram (1974).

Numerosi e in gran parte ancora da restaurare, i suoi videotapes e le sue videoinstallazioni, in cui il medium elettronico interviene parzialmente a circuito chiuso o in situazioni ambientali e interattive: Preghiere marziane (1970), Pianta parlante con Luca (1971), Arte della conoscenza dialettica (1974), Grammatica dissolvente - Gazzùff! Avventure & cultura (1974-75), Luca Patella e il test Lüscher dei colori (1974), Porci in alto non è il caso (1977). Tra le ultime mostre: Ambienti Protettivi Animati, MACRO, Roma (2015); partecipazione all'esposizione Renverser ses yeux, autour de l'Arte povera 1960 - 1975, Jeu de Paume, Parigi (2022).

Rosa Foschi si diploma al Corso superiore di grafica pubblicitaria dell'Istituto d'Arte di Urbino, città dove è nata nel 1943. Trasferitasi a Milano, si occupa di pubblicità, cinema e fotografia. A Roma, tra il 1967 e il 1971, frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia. In questi anni collabora con la Corona Cinematografica, realizzando una serie di cortometraggi tra cui Un bosco magico (1967), Amour du Cinéma (1969), Ma Femme (1970), Amore e Psiche (1978), partecipando a numerosi festival tra cui Oberhausen, Annecy e il festival dei Popoli a Firenze.

Ha collaborato inoltre a Sram & Cram (1973) realizzato dal marito Luca Patella, nei cui film Terra Animata (1967), SKMP2 (1968) e Vedo, Vado! (1969), compare in veste di interprete-performer. Come pittrice e fotografa dal 1986 ha realizzato diverse personali ed esposto in mostre collettive. Foschi ha inoltre pubblicato diversi libri di poesie (Wit, esterno interno fuori, 1997; Wood Note, 2004). Ha inoltre realizzato una trentina di libri-opera, esemplari unici in formati e tecniche diverse.

Maria Calderara fonda a Venezia il brand omonimo nel 1985. Unendo la sua passione per l'arte alla sua formazione in architettura realizza linee di abbigliamento e di gioielli con tagli rigorosi e concettuali. Le sue creazioni si trovano negli showroom di Milano e Parigi e vendute in tutto il mondo. spazio maria calderara prende vita nel cuore di Milano, tra Porta Venezia e Piazza della Repubblica, in una ex fonderia sapientemente restaurata, attraverso un dialogo continuo fra Maria e gli architetti Berselli Cassina Associati. L'architettura industriale unita alle linee minimal crea un luogo iconico, già sede della galleria Stain, che oggi si offre alla città come uno spazio polivalente e multidisciplinare in cui investigare letteratura, video e arti visive, specchio delle passioni e dello spirito curioso e ricercatore della sua fondatrice.

Spazio maria calderara ha inoltre ospitato alcune iniziative editoriali: il dialogo tra Angela Vettese e Marco Senaldi per la presentazione dei rispettivi libri Desiderio e Duchamp. La scienza dell'arte (2017) e Postmedia Parole, tre giorni di incontri con gli autori della casa editrice Postmedia Books, che in vent'anni di attività ha pubblicato oltre 330 titoli sulla comunicazione visiva (2022). (Estratto da comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagine:
Luca Maria Patella con la collaborazione di Rosa Foschi, foto di scena del film Terra Animata Italia, 1967, 16mm bn e intonazioni di colore




Opera realizzata da Aldo Rossi nella mostra Cabina dell'Elba Aldo Rossi
Cabina dell'Elba


08 novembre (inaugurazione) - 29 dicembre 2022
Antonia Jannone Disegni di Architettura - Milano
www.antoniajannone.it

A pochi giorni dalla chiusura della mostra "Aldo Rossi. Design 1960-1997" al Museo del Novecento di Milano, la galleria Antonia Jannone Disegni di Architettura presenta il progetto interamente dedicato alla celebre cabina-armadio disegnata dall'architetto negli anni Settanta durante un soggiorno all'Isola d'Elba. Dopo il primo progetto per Molteni&C. in soli quattro esemplari e la presentazione al "Salone del Mobile" del 1980, nel 1982 Aldo Rossi inizia la produzione della seconda e definitiva versione della Cabina dell'Elba in collaborazione con l'atelier di produzione artigianale di Bruno Longoni.

«La cabina è una piccola cosa, è la riduzione della casa, è l'idea della casa», ha scritto l'architetto raccontando il suo interesse per il «carattere particolare e universale delle cabine poste sulle spiagge», motivo ricorrente in molti dei suoi progetti. La cabina, infatti, resta un modello esemplare del metodo progettuale di Rossi, della sua ricerca sulla scala e della sua volontà di trasferire motivi architettonici nello spazio domestico.

In occasione della mostra, a 40 anni dalla prima messa in produzione, la galleria ha realizzato, in collaborazione con gli Eredi Aldo Rossi e il supporto scientifico della Fondazione Aldo Rossi, un'edizione di nove miniature della Cabina dell'Elba partendo dal modello di studio realizzato da Bruno Longoni Atelier d'arredamento con Rossi nei primi anni Ottanta. Oltre alle nove riproduzioni in legno dipinto con rifiniture di metallo - cm 22x8x5,5 - saranno esposte anche quattro prove d'artista e alcuni disegni originali dell'architetto.

«Le cabine erano un'architettura perfetta, ma anche si allineavano lungo la sabbia e strade bianche in mattine senza tempo e sempre eguali. Posso ammettere che esse rappresentano qui un aspetto particolare della forma e della felicità: la giovinezza. Ma questa questione non è essenziale anche se è legata agli amori delle stagioni marine». (Da Aldo Rossi, Autobiografia Scientifica, il Saggiatore, Milano 2009). (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Tursic & Mille
Disastri


25 novembre 2022 - 14 gennaio 2023
alfonsoartiaco - Napoli

Come sempre con Tursic & Mille, nulla è da prendere alla lettera. I disastri qui non sono quindi da intendersi come una risonanza con gli eventi politici, economici o ecologici attuali (anche se ovviamente tutto il lavoro è stabilito in un certo periodo e il periodo attuale tende al disastro) ma piuttosto come un'equazione matematica, che essere eretto come principio fondatore/creatore. In matematica, il termine "catastrofe" si riferisce al luogo in cui una funzione cambia improvvisamente forma. Le soluzioni di equazioni dipendono dal numero di parametri che contengono. Gli elementi, le biforcazioni aggiunte a un'equazione provocano piccoli cambiamenti, piccoli sconvolgimenti di uno o più parametri che a loro volta produrranno un grande cambiamento nell'organizzazione del sistema totale favorendo così la comparsa di singolarità, cioè variazioni improvvise.

Indotti dal principio di associazione, incontri fortuiti, collage, anacronismi (ammesso che la pittura sia il luogo stesso dell'anacronismo), indotti ovviamente dal fatto che lavorano insieme, la catastrofe pittorica e la semantica si dispiegano empiricamente. Partecipando anche al disastro, qui grandi tele di Maestri (da Hieronymus Bosch, Greuze via Raphael) servono qui solo come sfondo per un nuovo intervento come se fosse impossibile dipingere su una tela bianca.... Come disse Asger Jörn, pittore e co-fondatore dei situazionisti con Guy Debord, "il cibo preferito della pittura è la pittura". Per illustrare questo principio, questo testo è stato tradotto tramite Google translate dal francese all'inglese e poi dall'inglese all'italiano. (Comunicato stampa)




Dipinto realizzato da Alan Gattamorta in esposizione nella mostra Pensionati Alan Gattamorta
Pensionati


23 ottobre - 18 dicembre 2022
www.alangattamorta.it

Il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta sul sito antologico.




Locandina della mostra Arte Inquieta L'ARTE INQUIETA. L'urgenza della creazione
Paesaggi interiori, mappe, volti: 140 opere da Paul Klee ad Anselm Kiefer


18 novembre 2022 - 12 marzo 2023
Palazzo Magnani - Reggio Emilia

La rassegna presenta una selezione di autori che hanno guardato alla propria realtà interiore e al mondo: sguardi sempre più necessari nello scenario attuale, dove "l'arte inquieta" è figlia di vicende personali e collettive, dell'urgenza espressiva dell'artista e dell'esplorazione degli infiniti volti ed espressioni dell'identità umana. Accanto ad autori di poetiche fondative la nostra modernità, come Alberto Giacometti, Jean Dubuffet, Hans Hartung, Anselm Kiefer, Antonio Ligabue, Pietro Ghizzardi, Cesare Zavattini, Maria Lai, Alighiero Boetti, Emilio Isgrò, Carla Accardi, in mostra saranno esposte opere talvolta provenienti da mondi esclusi, oggi considerate un prezioso e necessario archivio dell'immaginario: l'art brut, dunque, visionaria e dai linguaggi inediti.

I grandi artisti del Novecento e dell'art brut, sono messi in dialogo con autori le cui opere inedite provengono dall'Archivio del San Lazzaro del Museo di Storia della Psichiatria di Reggio Emilia, oggi una tra le maggiori collezioni nel campo in Europa. Gli autori e le opere si confrontano per affinità di generi e linguaggi in un percorso espositivo ideato per stanze tematiche, in cui si indaga la bruciante vitalità che contraddistingue questi artisti e la loro inquieta ricerca sull'identità umana. Decine di musei e di collezionisti privati hanno consentito di riunire una mostra di queste dimensioni e di questo valore, affidata alla curatela scientifica di Giorgio Bedoni, psichiatra e docente all'Accademia di Brera di Milano, Johann Feilacher, direttore del Museo Guggin di Vienna e Claudio Spadoni, noto storico dell'arte.

La prima sezione è dedicata al "Volto Metaforico", inteso come ritratto del sé, che non rifiuta di indagare il proprio essere più intimo, oltre la reale fisiognomica, verso colori e somiglianze altre. La seconda sezione affronta invece il tema "Serialità, Ossessioni, Monologhi Interiori", dove l'identità dell'autore diventa doppia, poi molte, fino a diventare paesaggio, interiore e labirintico. Infine la stanza dedicata alle "Cartografie, Mappe e Mondi Visionari", che riunisce opere in cui la cartografia artistica del Novecento e dell'età contemporanea rende visibile un repertorio di ideologie, di visioni del mondo, di concezioni spaziali nati da bisogni d'espressione radicati in mitologie private e in riti collettivi.

Arricchiranno la mostra una serie di attività collaterali - visite guidate, lezioni, conferenze, attività formative e didattiche per scuole di ogni ordine e grado, corsi di aggiornamento per insegnanti, eventi esclusivi e a porte chiuse per aziende, progetti speciali per soggetti con fragilità, - realizzate in collaborazione con importanti istituzioni, con l'obiettivo di riferirsi a tutti i pubblici possibili, nella convinzione che l'arte generi benessere e che abbia un ruolo fondamentale nella costruzione e nello sviluppo di una solida identità individuale e sociale.

"L'Arte Inquieta", infatti, non è solo una grande mostra che riunisce per stanze tematiche opere straordinarie, ma è anche l'espressione di un progetto sociale cui la Fondazione Palazzo Magnani ha dato vita insieme alla città di Reggio Emilia. La mostra a Palazzo Magnani, infatti, è l'apice di "Identità Inquieta", il cartellone di iniziative culturali, mostre, eventi e appuntamenti, promosso da Comune di Reggio Emilia, Fondazione Palazzo Magnani e Farmacie Comunali Riunite, in cui tutte le istituzioni cittadine dialogano con l'obiettivo comune di riflettere sul tema dell'identità sociale, educativa e culturale della città a partire dalle domande che con urgenza emergono dai contesti più fragili e inattesi. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Il Manifesto del bar Giamaica Alberto Zilocchi e il Manifesto del bar Giamaica - 65° anniversario
www.archivioalbertozilocchi.com

L'Archivio Alberto Zilocchi festeggia il 65° anniversario del "Manifesto del bar Giamaica", documento nel quale otto giovani artisti (Guido Biasi, Aldo Calvi, Piero Manzoni, Silvio Pasotti, Antonio Recalcati, Ettore Sordini, Angelo Verga e Alberto Zilocchi), in un momento di impeto, annunciano l'arrivo della pittura d'avanguardia in occasione della Mostra dei Giovani Artisti organizzata all'interno del bar Giamaica in via Brera 32 a Milano il 9 novembre 1957. Attraverso i suoi canali social e sul canale Youtube dell'Archivio Alberto Zilocchi a partire dal 9 novembre 2022 un video predisposto per l'occasione dal titolo "65° anniversario Alberto Zilocchi e il Manifesto del bar Giamaica".

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"Attualmente, a Milano, il Premio S. Fedele è l'unica rassegna che si dice pensosa di promuovere e segnalare l'attività dei giovani pittori. Ma in realtà il Premio S. Fedele esclude e respinge le nuove posizioni e tendenze della giovane pittura italiana, e ripiega piuttosto sui frutti di uno squallido artigianato tradizionalista, privo di interesse e consistenza. Si presenta così ai critici un panorama falsato, per ragioni che trasparentemente nulla hanno a che fare con l'arte e restringe il campo alla produzione più conformista.

Sono da giustificare quindi i critici che hanno scritto, forse in buona fede, sulla decadenza delle forme di pittura non descrittiva e sull'assoluta mancanza di pittura d'avanguardia. Noi esponiamo in un Bar, ma non per questo la nostra mostra è meno valida. Con essa e con questo manifesto noi vogliamo affermare la nostra inequivocabile presenza nel mondo dell'Arte e della Cultura, contro tutti coloro che intendono soffocarla in certe falsate e poco culturali Rassegne d'arte". (Guido Biasi, Aldo Calvi, Piero Manzoni, Silvio Pasotti, Antonio Recalcati, Ettore Sordini, Angelo Verga, Alberto Zilocchi - Milano, 9 novembre 1957)

Alberto Zilocchi nasce a Bergamo nel 1931. Agli inizi anni '50 parte per Parigi per frequentare dei corsi della nuova pittura europea e lì conosce Piero Manzoni. Verso la metà degli anni '50 frequenta l'avanguardia di Milano e i giovani pittori che si riuniscono al Bar Giamaica di Brera a Milano, a due passi dall'Accademia. Nel 1957 firma con Piero Manzoni, Ettore Sordini, Angelo Verga, Aldo Calvi, Guido Biasi, Antonio Recalcati e Silvio Pasotti il Manifesto del Bar Giamaica, in cui annunciano l'arrivo della nuova pittura d'avanguardia.

Nel 1959 Alberto Zilocchi partecipò alla prima mostra collettiva - e seconda mostra in termini temporali della Galleria - della galleria Azimut fondata da Piero Manzoni ed Enrico Castellani in via Clerici 12 a Brera, inaugurata il 22 Dicembre 1959 e terminata il 3 Gennaio 1960 accanto ad altri artisti come Manzoni, Anceschi, Boriani, Castellani, Colombo, Dadamaino, Devecchi, Mari e Massironi. In questo periodo Zilocchi collabora, tra gli altri, con Lucio Fontana, con il quale esporrà sempre nel 1959 alla Galleria della Torre di Bergamo e diventa uno dei principali artisti animatori del Gruppo Bergamo.

Negli anni '70 Zilocchi partecipa a diverse esposizioni in tutta Europa e nel 1972 diventa uno di principali animatori con altri artisti europei del Centro internazionale di Studi d'Arte Costruttiva (Internationaler Arbeitskreis für Konstruktive Gestaltung - IAFKG), gruppo di lavoro che opererà con mostre, simposi e commenti critici in tutta Europa sino al 1988.

I lavori più conosciuti di Albero sono la serie dei Rilievi, opere monocrome caratterizzate da estroflessioni sulla superficie, tutte in rigoroso ed esclusivo colore monocromo bianco acrilico opaco su supporti - tavole o telai realizzati dallo stesso artista, opere molto spesso quadrate come opere singole, oppure concepiti in serie, dando vita ad una rappresentazione tridimensionale dello spazio composta da linee geometriche di luce ed ombre che si ispessiscono e poi infine sfumano sino ad annullarsi sulla superficie piana del quadro, prodotti sino a tutti gli anni '70, mentre negli anni '80 Zilocchi avvia il nuovo ciclo delle Linee, carte o tele applicate su tavole (molto spesso quadrate), nelle quali il bianco di fondo è solcato da tratti neri di spessore e frequenza variabili.

In ogni composizione un rigido schema geometrico di partenza viene poi rotto dall'artista secondo un'anomalia introdotta da un elemento casuale: il lancio di un dado o un'estrazione a sorte (ad esempio una pagina dell'elenco telefonico) determinano l'aumento di lunghezza delle righe o il loro spessore. «Il caso ha molta più fantasia di noi» amava ripetere Zilocchi. Muore nel 1991 a Bergamo. Durante la sua vita ha esposto in oltre 100 mostre personali e collettive, soprattutto nel nord Europa (Germania, Austria, Olanda, Finlandia, Inghilterra). (Comunicato Archivio Alberto Zilocchi)




locandina della mostra Ri-Materializzazione del Linguaggio 1978-2022 Ri-Materializzazione del Linguaggio. 1978-2022
01 ottobre 2022 (inaugurazione) - 03 giugno 2023
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
www.fondazioneantoniodallenogare.com

La mostra Materializzazione del linguaggio, curata dall'artista e poetessa Mirella Bentivoglio, fu inaugurata il 20 settembre 1978 presso i Magazzini del Sale, nell'ambito della XXXVIII Biennale di Venezia. Nella sua molteplicità di immagini e parole, di pratiche individuali e collettive, essa comprendeva le ricerche verbo-visuali di 90 artiste e poetesse internazionali che, raccontando il "rapporto fra la donna e il linguaggio", materializzavano un linguaggio inteso come modalità di comunicazione non condizionata, incorporando un'espressione identitaria trasgressiva, al contempo poetica e critica, di radicale rifiuto del linguaggio patriarcale.

Ri-Materializzazione del Linguaggio. 1978-2022 - in cui è presentata un'ampia selezione delle opere originariamente esposte, insieme ad altre coeve e a materiali di documentazione - si propone come il primo tentativo di ricostruzione filologica di una mostra divenuta nel frattempo un punto di riferimento per le ricerche artistiche femminili e femministe, ma anche come la riattivazione contemporanea delle sue istanze storiche. Ispirato alle opere stesse, l'allestimento parte dalla matrice dell'alfabeto quale grado zero del linguaggio, e dal rapporto opera/documento, mostra/libro, muro/vetrina, invitandoci a continuare a reinventare il linguaggio che ci è stato imposto, così da poterci riappropriare del modo più autentico e personale in cui desideriamo esprimerci e comunicare.

La mostra, a cura di Cristiana Perrella, Andrea Viliani con Vittoria Pavesi e allestimento Matilde Cassani Studio, è presentata in occasione del centenario della nascita di Mirella Bentivoglio (Klagenfurt am Wörthersee, 1922 - Roma, 2017). Il linguaggio della mostra originaria sarà periodicamente e progressivamente ri-materializzato dagli interventi di tre artiste contemporanee - Monica Bonvicini (Venezia, 1965), BRACHA (Bracha L. Ettinger, Tel Aviv, 1948) e Nora Turato (Zagabria, 1991) - e attraverso una pluralità di eventi, sia digitali che dal vivo. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Dipinto a tecnica mista su teloni di camion dismessi denominato I colori della luna realizzato da Alessandra Chiappini nel 2022 Alessandra Chiappini
Il pensiero del vento


15 novembre (inaugurazione) - 07 dicembre 2022
Spazio d'Arte Scoglio di Quarto - Milano

Una pittura che frantuma il dato esterno per diventare pura emozione e raffigurare la struttura profonda di un paesaggio magico e infinito, intenso e potente come quello delle isole Skellig sulla costa atlantica dell'Irlanda del sud, patrimonio dell'Unesco dal prezioso habitat naturale. Per Alessandra Chiappini, artista visiva, la natura è da sempre lo spunto per una profonda ricerca pittorica intuitiva, di forme, volumi, colori. Una natura dove immergersi e rigenerarsi allontanando dalle mente ciò che non è essenziale.

La sua ultima mostra "Il pensiero del vento", a cura di Roberto Borghi, nasce proprio dopo aver partecipato a una residenza d'artista vicino alle isole Skellig, nella regione del Kerry, e le sue tele riportano lo Skyline di quelle vette ripide e aguzze e di paesaggi senza tempo dove ancora i ritmi della vita sono in armonia con quelli della natura. "Un'esperienza intensa, avvolta da una natura potente, di vento, pascoli e cieli striati, di onde che si infrangevano sulla scogliera, sapendo che ogni tanto una balena passava lì davanti, che oltre la collina c'era un menhir millenario e vicino alla spiaggia un pozzo sacro d'epoca pagana", sottolinea Alessandra Chiappini.

Un vissuto e un visto che è stato riversato sulla tela liberando la mano e il gesto per un'interpretazione emozionale capace di andare oltre il visibile. Le quindici opere esposte a Milano sono un racconto dettagliato di tutto questo, un lavoro di sintesi quasi astratto, dove il paesaggio è ridotto a pochi, densi tratti riassuntivi, dove il nero, a volte accennato altre invadente, altre ancora lacerante, determina in maniera forte gli spazi sulla tela, circondato da toni tenui che ne esaltano la presenza scenica. La raffinata poetica pittorica di Alessandra Chiappini, che ha esposto in numerose collettive e personali in Italia e all'estero (in particolare Giappone, Stati Unti, Canada, Germania e Austria), cerca di raggiungere la forza più interna della realtà, quel "nascosto" che unisce macrocosmo e microcosmo.

Non è un caso che i titoli delle opere, così come quello della mostra, sono ripresi dai versi del poeta Wallance Stevens, uno dei giganti del Novecento americano, capace di vertiginose riflessioni sul rapporto tra uomo e natura. "Le opere di Alessandra Chiappini sono in sintonia con la poetica di Stevens nella misura in cui nascono da un'attrazione totalizzante verso il mondo naturale" - precisa Roberto Borghi - "È come se l'immersione nel ciclo vitale richiedesse all'artista una sorta di trance, di 'spossessamento' di sé, di cui le opere, pervase da un vento interno che ne scompiglia l'assetto, rendono testimonianza".

Nell'arte di Alessandra Chiappini non ci sono divagazioni illustrative. L'artista non vuole riportare quello che i suoi occhi hanno visto ma quello che la sua anima ha sentito, e lo fa con pennellate veloci e intense, permettendo così alla pittura di seguire l'inconscio e arrivare subito, in maniera sorprendentemente efficace e drammatica. L'esigenza interiore di abbracciare spazi più grandi spinge l'artista ad affidarsi a una pittura di impulso e gesto che aiuta la natura ad esprimersi in tutta la sua forza e grandezza: un'interpretazione dell'atto artistico che le fa scegliere - come "tele" sulle quali dipingere - vecchi teloni consunti in pvc di camion dismessi che recupera tagliandoli a strisce di oltre un metro e mezzo e appendendoli direttamente in parete con due semplici chiodi. Una scelta non casuale che per l'artista significa incorporare nell'opera un trascorso e un vissuto intangibile ma percepibile.

Un supporto col quale Alessandra Chiappini si sente a suo agio e sul quale interviene, incorporando sulla tela altri materiali come resti di vecchie stoffe, con stucco e colori acrilici a toni bassi - prevalentemente bianco avorio, grigi, poche macchie di colore e nero - stesi a spatola così da esaltarne la fisicità, per uno stile essenziale, quasi sussurrato, a ribadire una volta di più il bisogno di narrare il percepito della natura nella sua più intima e succosa sostanza.

Alessandra Chiappini (Piacenza, 1971) si è diplomata in pittura all'Accademia di Belle Arti di Brera con Paolo Baratella con una tesi filosofico-mitologica su Dioniso diventata poi oggetto di alcune pubblicazioni. Ha approfondito la sua formazione con soggiorni di studio a Digione, Venezia, Londra (UAL St.Martin's) e Barcellona. Nel corso degli anni è approdata ad una pittura che si genera per coagulazioni di ricordi e di archetipi destinati a ricreare immagini istantanee della vastità e luminosità del paesaggio, in forma materica e tendente all'astrazione. Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all'estero. (Estratto da comunicato Studio de Angelis)

Immagine:
Alessandra Chiappini, I colori della luna, 2022, tecnica mista su teloni di camion dismessi




Opera in legno, collage di cartoncini, porzione di perimetro mobile in ottone di cm 50×50 denominato Meridiana 2 realizzata da Grazia Varisco nel 1974 Opera in legno, vetro industriale Q.250, borchie di acciaio di cm 42×82.7 denominata Oggetto ottico-cinetico realizzato da Grazia Varisco nel 1968-1969 Opera in legno, cartoncino nero, chiodi di acciaio, telai in ferro nero e bianco di cm 39×59 denominata Spazio potenziale realizzata da Grazia Varisco nel 1976 Composizione di quattro elementi in ferro e alluminio di cm 64×49 l'uno denominata Quadri comunicanti, realizzata da Grazia Varisco nel 2008 Grazia Varisco
Sensibilità percettive


09 ottobre 2022 - 08 gennaio 2023
Fondazione Biscozzi | Rimbaud - Lecce

Grazia Varisco, reduce dalla partecipazione alla Biennale di Venezia nel Padiglione Centrale e da una recente mostra antologica a Palazzo Reale a Milano, presenta negli spazi della Fondazione leccese una piccola ma preziosa mostra di diciassette opere che coprono l'intero arco della sua carriera, dalla fine degli anni Cinquanta al 2009, in un percorso in cui i singoli lavori costituiscono un corpo unitario, pur conservando ciascuno la propria originalità.

Si parte da Tema e svolgimento (1957-1959), risalente al periodo di apprendistato all'Accademia di Brera, "semplice e lieve - scrive Bolpagni nel suo saggio in catalogo - quasi à la manière de Paul Klee... un rotolo di carta caduto e l'idea di trarre da un simile evento casuale lo spunto per un'interpretazione estetica". L'opera rivela già la sensibilità percettiva della Varisco e il suo porsi in osservazione e "in ascolto" costante della realtà. Nel 1959-1960 comincia l'avventura del cinetismo con il famoso Gruppo T, che nasce a Milano con la partecipazione della Varisco insieme con Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo e Gabriele Devecchi: la loro poetica è incentrata sul concetto di miriorama, cioè sull'idea della variazione dell'immagine nella sequenza temporale.

Nascono le tavole magnetiche di Grazia Varisco, di cui in mostra sono presenti due esemplari - Tavola magnetica a elementi quadrati (1959) e Tavola magnetica trasparente "Filamenti liberi" (1960) - con elementi fissati al supporto tramite magneti e quindi spostabili: oggetti semplici, dalle forme regolari e geometriche, oppure filamentose e aree. "Per Grazia Varisco - spiega Bolpagni - è anche un invito al gioco, ma la componente ludica, che pure è presente e importante, non esaurisce il significato di questi lavori, che implicano la partecipazione attiva dello spettatore e la moltiplicazione delle possibili configurazioni dell'opera stessa, che perde la sua aura di compiutezza definitiva".

Della stagione cinetica, ultima grande avanguardia europea - che ebbe tra i suoi precursori futuristi, dadaisti, bauhausiani e costruttivisti, e di cui si ricordano mostre storiche a Parigi, Zagabria, Milano e New York - in mostra troviamo quattro opere di Grazia Varisco: Oggetto cinetico luminoso (1962), Variabile + Quadrionda 130, Scacchiera nera (1964), +Rossonero (1968) e Oggetto ottico-cinetico (1968-1969), i primi due dotati di motore elettrico e dunque di un movimento connaturato all'opera stessa.

Qui la Varisco si basa sul concetto di frammentazione della luce, realizzata in diversi modi: "una immagine - scrive Bolpagni generata da configurazioni che appaiono e scompaiono alternatamente, prodotte dall'interferenza tra dischi rotanti nei quali sono intagliate trame che lasciano filtrare la luce suscitata dalla sorgente elettrica; oppure Reticoli frangibili e Mercuriali, costruiti con vetri industriali a rilievi regolari e superficie lenticolare, che cambiano, con il mutare della posizione dell'osservatore, la percezione di ciò che è contenuto nella scatola (schemi geometrici colorati o borchie di acciaio 'fluidificate' dall'effetto di rifrazione, così da innescare un continuo spostamento del punto di vista, una situazione d'instabilità tipica dell'accadere della realtà)".

Conclusa l'esperienza del Gruppo T, Grazia Varisco prosegue il proprio percorso in autonomia, seguita da critici attenti come Ballo, Belloli e Dorfles, realizzando nel 1966 la sua prima mostra personale. Negli anni Settanta l'artista sperimenta la manipolazione libera della carta e del cartoncino e l'apertura programmatica all'azione perturbante del caso, mantenendo sempre al centro l'analisi dei meccanismi percettivi. Nascono serie fortunate come le Extrapagine e gli Extralibri: in mostra sono presenti quattro lavori come Meridiana 2 (1974), Extralibro (1975), Spazio potenziale (1976) e Extrapagina "Spartito musicale" (1977).

"Gli Spazi potenziali - prosegue Bolpagni - segnano un altro momento importante: la Varisco qui si diverte ad aprire, scomporre e ricomporre i telai di ferro delle sue opere, in un'investigazione maieutica che implica anche un protendersi verso la tridimensionalità già riscontrato nella Meridiana, dove le strisce metalliche aggettanti creano l'immagine insieme con l'ombra da esse proiettata, in un meccanismo percettivo che è sempre mutevole e instabile".

Nella seconda metà degli anni Ottanta, la Varisco crea il ciclo Fraktur, con l'osservazione degli angoli di raccordo tra due o tre piani ortogonali e uno studio delle soglie e delle disarticolazioni. In mostra troviamo Implicazioni B (1986), Incastro giallo (1987) e Fraktur-Ferro 1 (1997). E poi, degli anni Duemila, Quadri comunicanti (2008) e Filo rosso (2009). La mostra si chiude con Silenzi (2006), articolazione di piani e vuoti prodotta dalla sovrapposizione di semplici telai: un altro salto concettuale per interpretare il mondo di un'artista visionaria e ad alto tasso di creatività.

La Fondazione Biscozzi | Rimbaud, nata nel 2018 per volontà di Luigi Biscozzi (1934-2018) e di sua moglie Dominique Rimbaud e aperta al pubblico dal 2021, costituisce per la Puglia un centro d'eccellenza per l'arte contemporanea. La peculiarità della Fondazione, oltre alla collezione permanente che comprende i nomi più importanti delle arti visive del XX secolo - de Pisis, Martini, Prampolini, Albers, Magnelli, Veronesi, Melotti, Burri, Dorazio, Birolli, Tancredi, Scanavino, Consagra, Azuma, Dadamaino, Bonalumi, Savelli, Schifano e molti altri, - è quella di caratterizzarsi come uno spazio dinamico e aperto, che interagisce con il territorio e le sue istituzioni culturali. La Fondazione si pone come obiettivo quello di attrarre e incentivare l'attenzione di un pubblico più vasto e intergenerazionale verso la fruizione dell'arte contemporanea, concependo i propri ambienti come veri e propri laboratori d'apprendimento e formazione.

La mostra dedicata alla celebre artista Grazia Varisco è la terza mostra temporanea realizzata dalla nascita della Fondazione, dopo L'artista del bianco nel 2021, protagonista Angelo Savelli, e L'altra scultura con le opere dello scultore salentino Salvatore Sava. Esposizione proposta dal direttore scientifico e curatore Paolo Bolpagni e accolta con entusiasmo da Dominique Rimbaud, presidente della Fondazione, tra i cui scopi riveste un ruolo centrale l'educazione ai linguaggi del contemporaneo. (Comunicato ufficio stampa Lucia Crespi)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Grazia Varisco, Meridiana 2 (da Meridiana in nove versioni), legno, collage di cartoncini, porzione di perimetro mobile in ottone cm 50×50, 1974
2. Grazia Varisco, Oggetto ottico-cinetico, legno, vetro industriale Q.250, borchie di acciaio cm 42×82,7, 1968-1969
3. Grazia Varisco, Spazio potenziale, legno, cartoncino nero, chiodi di acciaio, telai in ferro nero e bianco cm 39×59, 1976
4. Grazia Varisco, Quadri comunicanti, quattro elementi in ferro e alluminio di cm. 64×49 l'uno, 2008




Viaggio in Italia XXI - Lo sguardo sull'altro
27 ottobre 2022 (inaugurazione) - 09 aprile 2023
Museo Casa di Goethe - Roma
www.casadigoethe.it

Mostra a cura di Ludovico Pratesi, una sorta di viaggio fra le opere di otto artisti appartenenti a diverse generazioni, accomunati dal lavoro tra l'Italia e la Germania: Francesco Arena, Guido Casaretto, Johanna Diehl, Esra Ersen, Silvia Giambrone, Benedikt Hipp, Christian Jankowski, Alessandro Piangiamore. Con questa mostra si inaugura la direzione del nuovo direttore insediatosi lo scorso aprile Gregor H. Lersch, che così commenta: "Viaggio in Italia XXI prende spunto dal Viaggio in Italia di Goethe e pone la questione del significato del viaggio nel nostro presente. L'Italia è da sempre un luogo in cui molti viaggiatori, oggi spesso anche migranti, si confrontano con una realtà diversa dalle loro aspettative. L'appartamento di via del Corso dove Goethe viveva con altri artisti diventa quindi un luogo di dialogo tra l'arte realizzata in Italia e in Germania. A ognuno degli artisti il curatore ha chiesto di rispondere con un'unica opera alla domanda: come ti relazioni con l'altro?

Il tema del rapporto con l'altro è infatti diventato cruciale e scottante, in un tempo dove l'emergenza sembra essersi trasformata in allucinante normalità, in una Europa in cui ci si trova ad affrontare tematiche complesse come la questione dei migranti, la diversità di genere, il cambiamento climatico, l'affermazione delle identità delle minoranze o le limitazioni di libertà dovute alle pandemie. Lo sguardo sull'altro diventa il filo rosso di una narrazione sospesa tra impegno ed evocazione, denuncia o metafora, per offrire ai visitatori una serie di riflessioni sul presente attraversato da tensioni contraddittorie, che gli artisti riescono a interpretare in maniera complessa e spesso lungimirante.

"L'Italia del XXI Secolo è parte dell'Europa, e ne condivide le problematiche e le contraddizioni. In un'epoca dove il rapporto con l'altro è sempre più complesso, gli artisti in mostra raccontano con le loro opere punti di vista differenti, attraverso linguaggi espressivi che vanno dal video alla pittura, dalla scultura alla fotografia" spiega il curatore Ludovico Pratesi. Attraverso 34 opere la mostra gioca sull'incrocio degli sguardi degli otto artisti coinvolti. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Pier Paolo Pasolini
Tutto è santo - Il corpo veggente


28 ottobre 2022 - 12 febbraio 2023
Gallerie Nazionali di Arte Antica (Palazzo Barberini) - Roma
www.barberinicorsini.org

La mostra, a cura di Michele Di Monte, realizzata in occasione del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 - Roma, 2 novembre 1975). La scelta del titolo, Pier Paolo Pasolini. Tutto è santo, si ispira alla frase pronunciata dal saggio Chirone nel film Medea (1969), che evoca la misteriosa sacralità del mondo del sottoproletariato, arcaico e religioso, in netto conflitto con gli eroi di un mondo razionale, laico, borghese. Concepito e curato collettivamente da Michele Di Monte, Giulia Ferracci, Giuseppe Garrera, Flaminia Gennari Santori, Hou Hanru, Cesare Pietroiusti, Bartolomeo Pietromarchi, Clara Tosi Pamphili, il progetto espositivo intreccia discipline, media, opere originali e documenti di archivio secondo tre direttrici autonome, specifiche per ogni sede, ma concepite per potersi integrare allo scopo di sollecitare riflessioni inedite sulla produzione pasoliniana, sull'influenza culturale che ha esercitato e ancora esercita sullo sguardo di chi la osserva dal XXI secolo.

La mostra esplora il ruolo determinante della tradizione artistica nel cinema e nell'immaginario visivo pasoliniani, dai Primitivi al Barocco, dall'arcaismo ieratico dei pittori giotteschi al realismo di Caravaggio, e il tema del sacro, che, come ricorda il titolo dell'intera rassegna, rappresenta il motivo di fondo di questo percorso. Percorso che si sviluppa come una sorta di "montaggio" visuale, tra dipinti, sculture, fotografie e libri (per un totale di circa 140 pezzi) e che illustra il potere di sopravvivenza delle immagini: trasfigurate dall'obiettivo poetico di Pasolini che ne esalta la carica espressiva ed emotiva, e testimoni del mistero sacro e insieme mondano del nostro rapporto con la realtà e con la storia.

La mostra è suddivisa in sei sezioni, intitolate alle figure del corpo, altro tema trasversale del progetto espositivo che accomuna i tre musei coinvolti. Qui il concetto chiave è proprio quello di "figura", che Pasolini ritrovava negli scritti del filologo Erich Auerbach, intesa come una prefigurazione del presente nel passato e un ritorno del passato nel presente. In quest'ottica la mostra intende mettere a fuoco non solo il modo in cui lo scrittore e regista ha deliberatamente attinto a una certa tradizione figurativa, ma anche le forme in cui alcune immagini riemergono nella sua opera, in forza della loro carica espressiva e della loro valenza arcaica, a dispetto della distanza dei contesti storico-culturali.

La sopravvivenza di un millenario immaginario collettivo può costituire essa stessa una metafora della travagliata ricerca pasoliniana di una primitività ancora incorrotta, pervasa da un senso di sacralità pre-culturale e pre-istituzionale. La mostra si apre con un Prologo. Il corpo virtuale delle immagini, in cui viene rievocato il precoce contatto di Pasolini con la storia dell'arte e il mondo delle figure, durante il corso all'Università di Bologna tenuto da Roberto Longhi nel 1940-1941 e dedicato alla pittura di Masolino e Masaccio. Questo contatto, tuttavia, avviene soprattutto attraverso la suggestione delle immagini riprodotte e proiettate, in un montaggio che per il giovane studente ha già un carattere chiaramente cinematografico.

La mostra è accompagnata da un catalogo, a cura di Michele Di Monte, con testi di Roberto Chiesi, Andrea Cortellessa, Michele Di Monte e Philippe-Alain Michaud. I tre volumi che accompagnano le mostre nelle sedi di Palazzo delle Esposizioni, Palazzo Barberini e MAXXI sono stati realizzati da 5 Continents Editions, e saranno presenti in tutte le librerie italiane e internazionali oltre che nei bookshop museali. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Sotto lo stesso cielo
14 ottobre 2022 - 05 febbraio 2023
MEIS Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - Ferrara
www.meis.museum

Sukkot è una delle principali ricorrenze del calendario ebraico: fa riferimento all'episodio biblico in cui gli ebrei rimasero nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto, celebra la permanenza e sopravvivenza nel deserto grazie alla provvidenza del Cielo e la precarietà della vita - rappresentata dalle Sukkot, le capanne che costruirono - ma anche il forte legame con i ritmi della terra, la sostenibilità ambientale e la centralità dell'acqua.

Con la mostra a cura del direttore Amedeo Spagnoletto e Sharon Reichel, il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah approfondisce la festa ebraica delle capanne e le sue molteplici sfaccettature. L'esposizione è dedicata agli aspetti religiosi, tradizionali e alla stretta connessione tra Natura ed espressioni artistiche che questa ricorrenza genera, con un percorso originale che invita i visitatori a partecipare attivamente, interagendo con ciò che vedono e ascoltano, contribuendo così all'arricchimento di significati della mostra.

Ancora oggi, le famiglie ebraiche costruiscono nei giardini delle sinagoghe o nelle terrazze delle loro case le capanne con tetti coperti da frasche dentro le quali trascorrono tutti e sette i giorni di festa, condividendo i pasti con numerosi ospiti. La ritualità è contrassegnata dal lulav, composto da un ramo di palma, tre rami di mirto, due rami di salice e un cedro, utilizzato durante le preghiere con affascinanti significati simbolici.

Ad introdurre la mostra, le parole del Presidente del MEIS Dario Disegni: «Il Direttore Amedeo Spagnoletto, la Curatrice Sharon Reichel e l'Architetto Giulia Gallerani hanno lavorato insieme per creare un progetto unico che celebra e rispetta - anche attraverso l'allestimento stesso - la centralità dell'ambiente e dei ritmi della terra per l'ebraismo. Si può poi ammirare l'eccezionalità delle dieci tavole dipinte che decoravano una sukkah della fine del XVIII o XIX secolo, provenienti dall'Abbazia di Praglia, ai responsabili della quale rivolgo i miei sinceri sentimenti di gratitudine per la fiducia che ci hanno accordato e l'amichevole collaborazione prestata. La speranza è quella di promuovere attraverso questa esposizione - anche grazie ai numerosi appuntamenti didattici riservati alle scuole che la accompagnano - un momento di profonda condivisione fra le culture e conoscenza reciproca».

«Perché una mostra su Sukkot? - spiegano i curatori Amedeo Spagnoletto e Sharon Reichel - La festa è stata scelta per l'attualità dei suoi valori; idee come precarietà, rispetto della natura e delle persone sono al centro del discorso contemporaneo. Affrontare contenuti religiosi non è un compito facile, ma un museo che concentra la sua indagine sull'ebraismo non può esimersi dal farlo. Desideriamo comunicare questi temi con un linguaggio espositivo che mostri la loro rilevanza a tutti i tipi di pubblico. Il forte accento sul coinvolgimento dei visi­tatori è concepito come un mezzo per rompere la barriera dell'alterità, per aiutare a trasmettere la peculiarità dell'ebraismo a un pubblico più ampio, trovandosi tutti Sotto lo stesso cielo».

L'allestimento - a cura dell'architetto Giulia Gallerani - rispecchia i valori della festa: realizzato per la maggior parte con il cartone a tripla onda, è a basso impatto ambientale e riciclabile, e ha rappresentato una vera e propria sfida. Si è voluto declinare infatti il complesso insieme di temi di Sukkot per proporre un percorso espositivo inusuale e articolato, che chiama a intervenire, a partecipare, a mettersi in gioco, e connettere la simbologia religiosa a riferimenti che nella contemporaneità stanno acquistando sempre maggiore importanza.

Il percorso si collega alla Natura sin dall'inizio, attraverso le quattro specie di piante che compongono il lulav, approfondendo i loro significati e le loro provenienze. Si racconta, per esempio, la particolare storia degli etroghim (i cedri) della Riviera dei Cedri, in Calabria, dove si coltiva la varietà più pregiata di questo agrume - il cedro liscio, detto anche diamante per la sua bellezza e lucentezza - che storicamente sembra sia stato diffuso in zona proprio dagli ebrei.

Una video installazione mostra il rito della Comunità ebraica di Roma durante Oshannah Rabbah, il settimo giorno di Sukkot. I suoni dei lulavim mossi durante la preghiera si fondono con il suono della pioggia, per trasmettere ulteriormente la consapevolezza di una festa che include il riconoscimento dell'importanza dell'acqua. È proprio dal giorno seguente a Oshannah Rabbah, infatti, che gli ebrei riuniti in sinagoga aggiungono nella liturgia una formula che auspica l'arrivo della pioggia, che diventa ulteriore collegamento a temi tristemente attuali, aprendosi a riflessioni ecologiche.

Non può mancare un affondo sulla sukkah, la tradizionale capanna che si costruisce prima dell'inizio della festa e che deve essere allestita con dettami precisicome il numero di pareti e la copertura del tetto che devono permettere sempre di intravedere il cielo. I pannelli a muro, la grafica e un video con animazione LEGO® raccontano come costruire una sukkah perfetta. Cesti contenenti pezzi dei famosi mattoncini saranno poi a disposizione dei visitatori, invitati a costruire la propria capanna: un'attività rivolta sia ai bambini che agli adulti. La tradizione vuole che dopo la costruzione, la capanna venga abbellita e decorata per diventare un luogo confortevole, anche se effimero e suscettibile alle intemperie.

La mostra presenta per la prima volta, 10 pannelli lignei decorati­vi, prodotti in area veneziana di una sukkah (capanna) della fine del XVIII o del XIX secolo, di proprietà dell'Abbazia di Praglia: opere d'arte di valore inestimabile sopravvissute alla loro natura effimera e rimaste per questo inaccessibili al grande pubblico. Sui 10 pannelli spiccano decorazioni con soggetti biblici, accompagnati da scritte in ebraico, le festività ebraiche di Pesach e la costruzione della sukkah (Sukkot). Altri illustrano diversi personaggi come Abramo, Malkitzedek, Isacco e Rebecca, Giacobbe, Rachele, Giosuè, Re Davide, Mosè ed Elia. I pannelli che componevano la capanna venivano smontati ogni anno e riassemblati il successivo; per questo, le sukkot dei secoli passati sono andate disperse e perse a causa della loro natura temporanea e portatile. Quella di Praglia è tra le poche preziose testimonianze sopravvissute.

Muniti dei propri smartphone e tablet, i visitatori avranno inoltre la possibilità di accedere alla App MIX, un webtool che - inquadrando un qr code nella sala delle tavole di Praglia - permetterà di accedere ad ulteriori contenuti di approfondimento a cura dello staff del museo: un viaggio virtuale per scoprire come si presentavano le tavole prima del restauro, ottenere informazioni relative all'iconografia biblica riprodotta e avere a portata di mano i significati dei versi in ebraico riportati nella cornice, le curiosità, le tradizioni e i racconti correlati. A corredo della mostra verrà pubblicato un catalogo con i contributi di esperti dedicati ai molti temi trattati: dal significato religioso della festa ai concetti filosofici che cela in sé, dall'agronomia all'architettura, all'arte.

Si ricorda anche che, oltre alla mostra, dal 14 ottobre il museo arricchisce il suo percorso permanente Ebrei, una storia italiana con un nuovo tassello che racconta la vita nei ghetti in cui vennero confinate le comunità ebraiche dal 1516. Sarà inoltre possibile vedere un approfondimento su uno dei più drammatici episodi di antigiudaismo che precede l'epoca dei ghetti: il caso di Simonino da Trento, raccontato nel rilievo ligneo attribuito a Daniel Mauch il Compianto sul corpo di Simonino da Trento (1500-1510), proveniente dalla Fondazione CARITRO - Cassa di risparmio di Trento e Rovereto e concessa in comodato d'uso al MEIS. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Limiti di equilibrio
14 ottobre - 16 dicembre 2022
Studio Gariboldi - Milano
www.studiogariboldi.com

Opere di: Giovanni Anselmo, Agostino Bonalumi, Alexander Calder, Sérgio de Camargo, César, Gianni Colombo, Walter Leblanc, François Morellet, Giuseppe Penone, Angelo Savelli, Nobuo Sekine, Jesùs-Rafael Soto.

Dodici opere, solo a prima vista completamente diverse tra loro, invitando il collezionista e la collezionista a scoprire cosa le unisca e perché. Un sottile ma intenso legame le tiene in armonia. L'equilibrio dei limiti. I limiti di equilibrio. Momenti fissati di un tempo altrimenti effimero, come l'impermanenza delle cose belle. Alcuni dei lavori esposti si fondano sul rapporto tra visibile e invisibile, altri raccontano di quella pelle di confine tra il dentro e il fuori. Tutti gli artisti in mostra hanno lavorato in modi differenti per arrivare a un equilibrio non solo armonico, ma anche fisico. (Comunicato stampa)




Alain Urrutia
Memorabilia


17 novembre (inaugurazione) - 27 gennaio 2023
MAAB Gallery - Milano
www.maabgallery.com

Dopo la mostra collettiva del 2020, Alain Urrutia (Bilbao, 1981) ritorna alla MAAB Gallery con una mostra personale in cui espone l'ultimo ciclo pittorico realizzato a partire da alcuni oggetti raccolti per il loro valore simbolico oltre che intrinseco. Come infatti ha dichiarato l'artista: "In queste nuove opere è rappresentato l'atto del collezionare e il modo in cui diamo valore e significato a oggetti che apparentemente non ce l'hanno".

L'artista basco, oggi residente a Berlino, ha elaborato una ricerca pittorica che investe i suoi soggetti di una memoria intensa, un'atmosfera enigmatica e talvolta perturbante che origina dallo stesso trattamento pittorico delle immagini, che dal realismo della presentazione passano immediatamente alle ambivalenze di una rappresentazione sospesa e mentale che trova nell'idea di collezione la sua propria Wunderkammer pittorica. A differenza dei precedenti lavori rigorosamente giocati sulla scala dei grigi, questa volta le opere sono state realizzate con una leggera modulazione cromatica che produce una sorta di effetto anaglifo e stereoscopico, una oscillazione del campo percettivo che qui riecheggia nella vibrazione psico-emozionale innescata da queste opere, che nell'oggettività della rappresentazione riescono così a includere valenze soggettive.

Anche in questa mostra Alain Urrutia prosegue quindi il suo personale viaggio attorno agli oggetti ed ai modi della rappresentazione, facendosi evocativo e sfidando l'osservatore nel gioco di rimandi e di assonanze emotive con il soggetto osservato nel quadro. Attraverso questa operazione, che disvela tanto quanto ammanta di mistero, l'artista offre ad uno sguardo ravvicinato, saltando dall'ingrandimento alla distanza, i soggetti dei suoi lavori, e nel far questo, come avviene nel ciclo Memorabilia, li sottrae alla perdita, riportandoli al centro dell'attenzione e riavvicinandoli come apparizioni lievi, soffuse e memoriali. (Comunicato stampa)




Alessandra Baldoni
"Pigre divinità e pigra sorte"


08 novembre - 20 dicembre 2022
Lab 1930 Fotografia contemporanea - Milano

La nuova mostra di Alessandra Baldoni è il racconto di un "tempo sospeso" nel mezzo della radicale metamorfosi estetica e funzionale della Galleria Nazionale dell'Umbria, voluta dal suo direttore Marco Pierini e ultimata nel giugno di quest'anno. Le sei opere fotografiche esposte a Milano - tutti dittici selezionati accuratamente dall'autrice insieme alla curatrice Elena Carotti - svelano il "corpo a corpo" in solitudine che Alessandra Baldoni (Perugia, 1976) ha avuto il privilegio di avere con opere d'arte di inestimabile valore, ma in quella precisa circostanza "nude", vulnerabili, prive temporaneamente della loro sacralità (...).

Alessandra Baldoni narra uno smarrimento, personale e delle opere stesse, di fronte a una transizione che ha segnato un cambiamento epocale per un luogo come la Galleria Nazionale dell'Umbria che oggi guarda avanti con nuovi modi di raccontare e vivere l'arte, tra passato e contemporaneità. I dittici fotografici in mostra a Milano - uno dei quali entrerà a far parte della collezione permanente della Galleria Nazionale dell'Umbria - riflettono sulla trasformazione e la persistenza del sacro e del sublime in una fase di passaggio, dove l'artista estrapola frammenti e isola dettagli di opere meravigliose mettendoli a confronto con strumenti semplici ma allo stesso tempo fondamentali di ogni trasformazione architettonica come un groviglio di cavi, una spina, un tassello nel muro, dei chiodi o un rotolo di pluriball.

Il caos generato durante la fase di riallestimento della Galleria Nazionale dell'Umbria, insieme ai segni-impronta lasciati dalle opere staccate dalle pareti o spostate dal pavimento, diventano per Alessandra Baldoni tracce di un trapasso temporaneo, trasformando opere d'arte che solitamente incutono stupore e rispetto in esistenze fragili e vulnerabili del sublime. Le opere esposte, ognuna delle quali rimanda idealmente all'altra senza per questo arrivare mai a una narrazione lineare, sono accompagnati da brevi suggestioni poetiche scritte dalla stessa artista, dove immagini e parole assumono la stessa valenza.

L'intera serie delle 12 opere fotografiche fra dittici e trittici che compongono "Pigre divinità e pigra sorte" è contenuta nel photobook edito da Lab 1930 a tiratura limitata e firmato dall'artista. In aggiunta al photobook viene stampato un libro d'artista in 30 esemplari firmati e numerati da 1 a 30 con la cover personalizzata manualmente dell'artista. Inoltre, ogni libro d'artista contiene la stampa Fine Art di un dittico di Alessandra Baldoni che non compare in mostra, realizzato ad hoc per il libro in tre differenti formati - piccolo, medio e grande - e in 3 diversi soggetti, uno per ogni formato. Ogni dittico è accompagnato anche da una suggestione poetica. (Estratto da comunicato ufficio stampa De Angelis Press)




Morandi, Balla, de Chirico e la Pittura Italiana 1920-1950
27 ottobre (inaugurazione) - 10 dicembre 2022
Tornabuoni Arte - Milano
www.tornabuoniart.com

La mostra esibirà una serie di opere d'arte realizzate da importanti maestri italiani del '900, attivi nel periodo delle due guerre, come Morandi, de Chirico, Balla e Severini. Dopo l'intensa esperienza del futurismo che segnò l'inizio del '900, lo scenario artistico italiano fu caratterizzato da un clima storico di profonda evoluzione e cambiamento, che aprì la strada ad un concreto ritorno all'arte figurativa e alla tradizione pittorica più tradizionalista. Privilegiando la semplicità al disordine lasciato dalla guerra, i protagonisti dell'arte italiana novecentesca declinarono la loro arte in modo personale e innovativo nelle forme del paesaggio, della figura femminile e della natura morta.

La mostra milanese propone un percorso espositivo he si snoda attraverso questi temi classici della figurazione, traendo ispirazione dalla storica esposizione del 1926 "Prima Mostra del Novecento Italiano" organizzata al Museo della Permanente di Milano. L'evoluzione pittorica della prima fase del '900 è rappresenta in questa collettiva da opere di artisti che hanno vissuto questo periodo storico da protagonisti. Tra questi, Giacomo Balla, conosciuto principalmente come uno dei fondatori del Futurismo. Qui, l'artista viene proposto sotto una veste stilistica diversa, attraverso la grande opera figurativa "Luce nella luce" in cui si riconosce la sua tavolozza, seppur mutata nello stile. Rinnovate di un nuovo classicismo sono anche le opere di Carlo Carrà, con i suoi paesaggi luminosi della Versilia, così come le mistiche nature morte di Gino Severini.

Nuove esperienze della tradizione pittorica italiana sono contrassegnate dalle opere di Giorgio de Chirico, qui presente sia con l'opera "Il Trovatore", un manichino simbolo del suo periodo metafisico, che con nature morte e figure femminili caratterizzate da una pittura di estrema qualità e maestria, tra questi i due nudi del 1923 e del 1930, notevoli per data e dimensioni. Allo stesso modo, le ricerche cromatiche di Giorgio Morandi segnano profondamente lo scenario dell'arte figurativa italiana grazie alle iconiche nature morte, ma anche ai suggestivi paesaggi eseguiti tra le due guerre.

La mostra propone inoltre uno sguardo attento sia alle opere dei cosiddetti "Les Italiens de Paris" - un gruppo di artisti italiani che frequenta la cosmopolita Parigi degli anni Trenta, tra questi Filippo De Pisis, Mario Tozzi, Renato Paresce e Massimo Campigli - che alle figure classicheggianti di Mario Sironi ed a quelle poetiche ed enigmatiche di Felice Casorati. Questo spaccato ampio e rappresentativo della figurazione del primo Novecento, rinnova l'interesse della Tornabuoni Arte alla promozione dell'arte italiana attraverso l'esposizione di grandi maestri che hanno contribuito in maniera sostanziale allo sviluppo delle ricerche artistiche successive e sono ancora oggi fortemente capaci di sorprendere con il linguaggio del loro tempo. (Comunicato stampa)




Opera di Federico Guida nella mostra Arbor Federico Guida
Arbor


10 novembre - 11 dicembre 2022
Sala del Collezionista e Quadriportico del Chiostro - Milano

10 novembre 2022 - 08 gennaio 2023
Quadriportico del Chiostro - Milano

La mostra, a cura di Mimmo di Marzio, prende il nome dalla radice latina di Albero e presenta grandi opere inedite in cui convivono trascendenza e umanità, scienza, religiosità e storia. Il percorso espositivo presenta la produzione più recente dell'artista che oltrepassa la tradizione pittorica e si appropria di stili e linguaggi dell'installazione. Attraverso le sue opere Guida indaga la simbologia della croce come "albero genealogico" e fondamento della condizione umana, ricerca il continuo equilibrio tra la verticalità ascendente verso il mistero del divino e l'orizzontalità terrena del quotidiano e della vanitas. L'elemento formale della croce, che ricorre nelle opere, è una citazione dei crocifissi sagomati medievali di Giotto e Cimabue conservati a Firenze, e diventa la superficie pittorica per una narrazione composita in cui si intrecciano simbologia e narrazione, astratto e figurazione.

Ogni installazione, dipinti ad olio su lino applicati su legno, assume una valenza fortemente concettuale che intreccia i valori del sacro e del profano. In ogni opera convivono forti contrasti che smuovono sentimenti profondi: il sofferente ritratto di una madre, la crudezza della carne oltraggiata, l'illusione trompe l'oeil del legno, i tormenti astratti della tela, sublimano in immagini cosmiche, galassie, eclissi, nebulose creando una tensione verso l'Assoluto e mutando le installazioni in rappresentazioni totemiche dell'esistenza. L'esposizione è accompagnata da un corposo catalogo in italiano e inglese edito da Prearo a cura e con testi di Mimmo di Marzio.

Federico Guida (Milano, 1969) dipinge e disegna da sempre, passione trasmessagli dal nonno e dal padre. Frequenta l'Accademia di Brera e lavora nello studio del pittore Aldo Mondino. La sua pittura è incentrata sulla figura umana, su persone comuni, lungi dalla ricerca della bellezza estetica. Vanta una solida preparazione tecnica e un linguaggio figurativo ricco di connotazioni personali. Si esprime attraverso la fotografia, i colori a olio, le vernici, l'acrilico, il gesso e la stoffa. I corpi umani nudi, immortalati in pose contorte ed intrecciate, spingono a meditare sul dramma dell'esistenza umana, addolcito dalla naturale morbidezza della carne che emerge nella lezione sulla luce appresa da Caravaggio. Ha raccontato le notte milanese, i manicomi, relitti giovani e vecchi, lungo un cammino personale e unico in un continuo perfezionamento stilistico e con attenzione costantemente rivolta al corpo e all'anima dell'uomo. Numerose le mostre nazionali e internazionali, sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




fermoimmagine di LUCE film16 mm realizzato da Renato Leotta nel 2018 Renato Leotta
La soglia (poesia, poesia, poesia)


22 ottobre 2022 (inaugurazione dalle 17 alle 20) - 29 gennaio 2023
MACTE Museo di Arte Contemporanea di Termoli - Termoli (Campobasso)
www.fondazionemacte.com

Con il suo lavoro, che include film, sculture e fotografie, Renato Leotta (Torino, 1982) osserva un paesaggio che si manifesta in momenti di percezione liminale, intendendo la soglia come un luogo di conflitto nato dall'incontro di uno spazio con un altro. Proprio in questo limite, come in una spiaggia, il tema poetico, narrazioni e tutte le letterature nascono dall'approssimarsi del mare con la terra in un fluire illusorio del tempo.

La rotonda del MACTE raccoglie una selezione di film in 16mm registrati dall'artista: LUCE (2018) in cui la ripresa di un frutto si smargina, perde di fuoco, diventando forma, colore e luce; Fiumi (2021) dove l'acqua delle fontane barocche del centro storico della Capitale, seppur montati su dei monitor senza sonoro, risuonano nel contrasto con una Roma silenziosa e deserta da lockdown. Infine appunti per immagini raccolti in pellicola e tratti dalle esplorazioni fatte dall'artista lungo le coste del Mar Mediterraneo a partire dal 2010 al presente. Leotta trae ispirazione “dalle linee e forme che il mare crea sulla spiaggia ogni volta che ritira con le maree”. I calchi di gesso che costituiscono Gipsoteca (2012-) sono modellati dal fluire delle maree del Mar Adriatico e portano nelle sale del museo l'immagine immobile di una risacca scolpita.

Ci sono luoghi che ci si lascia alle spalle insieme alle scie di una nave e ci sono fiumane di persone che si riversano scendendo da un treno, come nel film in bianco e nero del 1961 di Gino Brignolo Torino Amara, in prestito dall'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino, che documenta la perenne condizione che porta ad emigrare in altri luoghi. La mostra è accompagnata da una selezione di opere della collezione permanente del Premio Termoli. (Estratto da comunicato stampa ufficio Stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Renato Leotta, LUCE, 2018, film 16 mm




Copertina del numero di giugno, luglio e agosto 2021 del mensile d'arte Archivio Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione

___Anno XXXIV
N. 9 - Novembre 2022
N. 8 - Ottobre 2022
N.6 - Giugno/Luglio/Agosto 2022
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N.2 - Febbraio 2022
N.1 - Gennaio 2022




Matteo Pizzolante
La linea che ci divide dal domani


27 ottobre (inaugurazione) - 28 gennaio 2023
FuturDome - Milano

Mostra personale di Matteo Pizzolante a cura di Atto Belloli Ardessi. Il progetto presenta un nuovo corpo di opere site specific sviluppate in relazione alle peculiarità spaziali e alla storia degli ambienti espositivi di FuturDome, quanto ai materiali che ne ridefiniscono l'involucro architettonico, attivando un cambiamento di intensità temporale che comporta una riduzione del presente. La linea che ci divide dal domani investiga l'istante in cui si sviluppa la ricostruzione della narrazione di un evento, determinando come si possa far passare un ricordo dallo stato di sensibilità inerte allo stato di sensibilità attiva. In psicologia, gli eventi della realtà non sono identificati come fatti quanto invece come vissuti.

I vissuti sono lo strumento con cui percepiamo emozionalmente il mondo, l'unico modo con cui possiamo conoscerlo ed alterarlo. Il titolo della mostra è concepito in riferimento alla linea immaginaria tracciata sulla superficie terrestre che determina il cambio di data, in corrispondenza del 180° meridiano. Il viaggiatore che si muove dall'Asia verso l'America deve contare la stessa data due volte, mentre in direzione opposta è necessario saltare un giorno. Una piega/paradosso del tempo, un varco materializzato nelle 21 ore di fuso orario che separano il confine tra Russia ed Alaska, nel mezzo delle isole di Diomede nello stretto di Bering. Due isole visibili a occhio nudo distanti poco più di tre chilometri l'una dall'altra dove è possibile, attraversandole, ripercorrere un istante del tempo e rimodulare la nostra memoria in una lucida visione del proprio passato o viceversa. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




"25 anni al fianco dei triestini"
06 ottobre - 31 dicembre 2022

"URBAN svela la città e i suoi segreti"
06 ottobre - 05 novembre 2022

Palazzo delle Poste - Trieste

Un racconto lungo 25 anni che spiega il passato, il presente e racconta la vocazione per il futuro. Con quattro esposizioni (da ottobre a dicembre), Poste Italiane celebra il primo quarto di secolo del Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste. Si tratta di un unicum a livello nazionale, che ripercorre le tappe dell'evoluzione della comunicazione attraverso la lente della storia postale.

Al piano terra, i cittadini verranno accolti dalla mostra "25 anni al fianco dei triestini", che ripercorrerà le tante iniziative culturali promosse dal museo in questi 25 anni. Saliti pochi gradini, al primo piano dell'edificio, i visitatori potranno apprezzare anche la mostra fotografica che racconterà le realtà metropolitane di tante parti del mondo attraverso la spontaneità di istantanee scattate 'on the road'. Dopo il 5 novembre, seguiranno altri due allestimenti tematici che affronteranno la storia dei servizi postali e la storia di Trieste attraverso un suggestivo confronto fotografico tra passato e presente.

"Il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste - spiega la curatrice Chiara Simon - è innanzitutto un 'museo d'impresa', che ha svolto negli anni una meticolosa opera di raccolta, selezione e conservazione di testimonianze storiche sull'evoluzione della comunicazione postale e non solo. In questo modo, il museo ha saputo custodire la memoria di Poste Italiane, rafforzandone l'identità di azienda più grande d'Italia per numero di addetti, e rendendo ancora più evidente e comprensibile la sua trasformazione a cavallo di due secoli, durante i quali ha svolto un ruolo strategico di supporto allo sviluppo del sistema Paese".

In questi 25 anni di attività, però, il Museo di Trieste non si è limitato a fare solo il 'museo'. Parallelamente, ha saputo ritagliarsi un ruolo attivo di riferimento istituzionale nel territorio, facendo rete con gli altri stakeholder culturali della città e favorendo i legami della comunità con la propria storia. Così come Trieste, per sua natura, è 'città di mare' e 'di confine' aperta a molteplici influssi culturali, anche il museo si è proposto come 'spazio di confronto culturale al servizio della città. E la città ha risposto con una gratitudine commovente.

"In questi anni - ricorda Chiara Simon - abbiamo creato esperienze educative ed eventi istituzionali attraverso mostre, progetti didattici, congressi, convegni, resi ancora più importanti quando siamo riusciti a dialogare con le nuove generazioni attraverso scuole di ogni ordine e grado. Ma, a fronte di questo impegno, la città ha risposto con tantissime donazioni che hanno ulteriormente arricchito il patrimonio del museo. A questo si è aggiunta la dedizione appassionata di tanti collaboratori/sostenitori che ci hanno consentito di interagire anche con istituzioni nazionali ed europee (le università di: Trieste, Udine, Trento, Matera, lo Iuav di Venezia, associazioni scientifiche come il Festival della Scienza Esof 2020, il Conservatorio Tartini di Trieste e moltissime associazioni filateliche e collezionisti privati che hanno messo a disposizione del Museo le loro fatiche di una vita). A tutti loro va la nostra più grande riconoscenza".

"25 anni al fianco dei triestini" ripercorre attraverso una trentina di pannelli i momenti salienti di questa bella storia. Gli anni '90 sono stati gli anni della semina. Tutto è iniziato con le celebrazioni dedicate ai festeggiamenti per i 100 anni del Palazzo delle Poste di Trieste (1994) che ispirarono la formazione del Comitato promotore per la creazione del Museo (1995) che venne poi realizzato e inaugurato il 28 novembre del 1997. Da quel momento il museo ha ospitato molti eventi importanti, anche a livello nazionale. Ne ricordiamo solo alcuni: la mostra dedicata nel 2011 al grande triestino Italo Svevo, a 150 anni dalla nascita; il concorso organizzato con lo Iuav di Venezia, per realizzare il bozzetto di un 'francobollo artistico per Trieste', conclusosi nel 2017 con la mostra-convegno: 'Segni di corrispondenza'. La collaborazione col conservatorio di Trieste per i due concerti di Natale del 2018 e del 2019, eseguiti nel suggestivo palazzo delle Poste e trasmessi da Rai 3. L'esposizione dedicata alla storia delle donne ed 'esportata' anche a Matera 'Capitale della Cultura' nel 2019.

La mostra "Dal telegrafo al satellite" dedicata alla storia della comunicazione nell'ambito delle iniziative Esof 2020, a cui hanno fatto seguito nel 2021 le celebrazioni per i 140 anni de "Il Piccolo". La cronaca recente ha trovato spazio nelle angosce della pandemia trasfigurate nelle "Cartoline d'arte dal lockdown" ed esposte nel 2021, per arrivare alla mostra del 2022 dedicata al 'diritto di voto delle donne', che ribadisce quanto sia importante difendere diritti civili conquistati con enormi sacrifici. "E l'avventura continua con la mostra che inauguriamo oggi, - conclude la curatrice del museo - dedicata ai diversi linguaggi della fotografia pronti a cogliere l'attimo fuggente del vissuto quotidiano delle persone. In qualche modo una metafora di quanto cerca di fare Poste Italiane con la sua vicinanza quotidiana e capillare alle comunità e ai cittadini".

La mostra URBAN svela la città e i suoi segreti è realizzata dalle associazioni culturali dotART e Exhibit Around APS, di Trieste ed è parte del Trieste Photo Days - Festival Internazionale della Fotografia Urbana (IX ed., 28-30 ottobre). Il Festival "Trieste Photo Days", con diverse sedi espositive nel capoluogo giuliano, dà spazio ad una ricca selezione delle migliori fotografie scattate per il Contest internazionale "URBAN Photo Awards 2022", giunto alla 13a edizione. Una serie di scatti realizzati "on the road" in tante città del mondo per cogliere le diverse suggestioni delle realtà urbane.

Il Palazzo delle Poste centrali di Trieste, in piazza Vittorio Veneto, farà da cornice alle fotografie scattate "on the road" che raccontano l'ingegno e l'operosità, la poesia e l'arte, del "vissuto metropolitano" di diversi continenti. E come Poste Italiane ogni giorno è al fianco delle persone, così questa esposizione racconta i cittadini del mondo nelle piccole e grandi azioni della vita quotidiana. Non mancherà una sezione speciale dedicata al Palazzo delle Poste di Trieste e ai suoi "frequentatori" realizzate dal fotografo triestino Pablo Ritossa. Oltre infatti a suggestivi scorci del Palazzo stesso, rivedremo innanzitutto i clienti e poi gli impiegati, i direttori e i consulenti sempre in prima linea per una crescita coerente e sostenibile, che abbia come obiettivi l'innovazione, la digitalizzazione e l'integrazione sociale nel nostro territorio. (Comunicato stampa)

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Mostre su Trieste




María Ángeles Vila Tortosa
Las Mujeres Que Me Habitan


27 ottobre (inaugurazione) - 22 dicembre 2022
Studio Maria Angeles Vila Tortosa - Roma
www.mariangelesvila.com

Il racconto di un percorso artistico e di una ricerca in continua evoluzione, la centralità della memoria e della famiglia nella costruzione della propria identità, donne straordinarie conosciute e non, in un grande mandala composto da più di trenta opere prodotte tra il 2009 e il 2022: tutto questo e molto altro è la mostra personale di María Ángeles Vila Tortosa a cura di Annalisa Inzana. Las Mujeres Que Me Habitan nasce per celebrare i vent'anni dalla prima mostra romana dell'artista e l'apertura del suo nuovo studio. Due decenni di attività, in cui la sua poetica si è evoluta da una ricerca astratta di forte influenza novecentesca, con cui ha esplorato le infinite possibilità della materia, a una ricerca che si interroga sul femminile, sugli stereotipi di genere, sul ruolo delle donne nella società contemporanea.

Le opere, esposte in forma di un grande mandala, fanno parte di cinque produzioni diverse: Paesaggi della memoria (2010-2014), Cultura Domestica (2015 - in corso), Hysteria (2018), Atrium Vestae (2020-2021) e Botánica Domestica (2021-2022), insieme ad alcuni lavori recenti e un ritratto di Carmen Amaya figura leggendaria del flamenco spagnolo. La mostra parla di quello che per motivi consapevoli o no, è rimasto fondante della persona che siamo diventati. L’artista ha raccolto per anni le fotografie delle donne della sua famiglia che sono state conservate accanto a immagini di donne mai conosciute, lontane nel tempo e nello spazio, trovate per caso: persone che la abitano perché parte del suo patrimonio genetico e del suo patrimonio sentimentale, psicologico, emotivo e che hanno negli anni abitato le sue opere su tela, su carta, su metallo. (Comunicato stampa ufficio stampa Lara Facco P&C)




Karmen Corak - Philippe Adrien
Mute Desire (desiderio sommerso)


25 ottobre (inaugurazione) - 02 dicembre 2022
Museo Hendrik Christian Andersen - Roma

La mostra, a cura di Maria Giuseppina Di Monte, presenta i lavori che l'artista italo-slovena Karmen Corak e l'artista francese Philippe Adrien hanno realizzato proseguendo nel filone principale della loro ricerca, che affonda le proprie radici nella visione del paesaggio come luogo in cui ritrovarsi e ritrovare la propria dimensione intima, esplorando il mondo circostante all'insegna di un desiderio mai sopito di spiritualità nella e con la natura. La mostra presenta dodici fotografie dell'artista Corak insieme a quattro sculture in vetro fuso di Philippe Adrien accomunate dal desiderio di rappresentare un paesaggio introspettivo, sommerso, che ciascun medium rende sensibilmente percettibile, rivelando in ogni lavoro qualcosa di sé, della propria anima.

Il paesaggio dell'anima è intessuto di nostalgie e di sogni, di timori e di aspirazioni, ma anche "l'occhio e lo spirito", per citare un famoso e alquanto noto testo di Merleau Ponty dall'omonimo titolo. Un percorso lungo quello dei due artisti, la prima fotografa e l'altro designer e scultore che in questo viaggio incontrano Hendrik Andersen, al quale il museo è dedicato e che è stato sempre affascinato dal paesaggio americano prima e italiano poi, ritratto in diverse tele ora esposte nella mostra al primo piano del museo che restituisce anch'essa una dimensione privata e intima dello scultore.

Un desiderio che diventa dialogo fra gli artisti contemporanei ed Hendrik in quella che fu la sua casa, pensata dallo stesso scultore come centro di dibattito, di incontri e di scambi che prendono forma in questo luogo che si presenta al pubblico come laboratorio, centro di discussione e racconto comune di una storia che procede restando ancora alla sua tradizione e alle sue radici. L'esposizione, a cura di Maria Giuseppina Di Monte, è patrocinata dall'Ambasciata Slovena in Italia e si inserisce nel programma della settima edizione di Rome Art Week (24-29 ottobre 2022).

Karmen Corak, nata in Slovenia, è un'artista italiana che ha studiato Arti Grafiche in Croazia e Conservazione e Restauro di opere d'arte su carta in Italia, Giappone e Austria. Ha frequentato workshop di fotografia con Rinko Kawauchi e Hans-Christian Schink. Ha partecipato a mostre collettive e personali in Croazia, Francia, Germania, Giappone, Italia, Russia, Slovenia, Spagna, Ungheria e Stati Uniti, ricevendo premi internazionali come il Fine Art Photography a Parigi, Malaga e Berlino. Alcune sue opere sono in collezioni pubbliche in Italia e Giappone. Dal 2001 al 2018 Karmen Corak è stata responsabile della conservazione della carta presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma collaborando anche con il MAXXI. Ha sviluppato progetti di mostre d'arte contemporanea per istituzioni pubbliche e private. Negli ultimi quattro anni ha lavorato presso il dipartimento di conservazione delle Gallerie dell'Accademia di Venezia e attualmente presso l'Istituto Nazionale della Grafica di Roma.

Philippe Adrien (Belgio) ha studiato alla HEC Business School di Parigi. Un tempo artista tessile, ha creato la sua azienda di moda e ha sviluppato questa attività a livello internazionale fino a tornare nel suo studio d'artista. Come artista visivo che padroneggia un'ampia varietà di tecniche, è rimasto affascinato dal vetro antico, grezzo, della sua opacità e durezza, e ha cominciato a realizzare le sculture con la tecnica di vetro fuso. La sua esplorazione creativa più recente è stata presso la Fondazione Berengo sull'isola di Murano. (Estratto da comunicato stampa)




Disegno a tecnica mista su carta di cm 100x70 denominato L'involucro realizzato da Giosetta Fioroni nel 1970 Dipinto a tecnica mista su tela di cm 95x73 denominato Il posto delle fragole realizzato da Giosetta Fioroni nel 2006 Il piccolo grande cuore di Giosetta
Giosetta Fioroni opere anni Sessanta - Duemila


08 ottobre (inaugurazione) - 26 febbraio 2023
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia
camec.museilaspezia.it

Il CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea della Spezia rende omaggio a Giosetta Fioroni, tra le artiste viventi più importanti del secondo Novecento italiano, attraverso una grande mostra che ripercorre la sua intera carriera, dalle esperienze degli anni Sessanta legate alla Scuola di Piazza del Popolo fino al presente. Promossa dal Comune della Spezia e prodotta dal CAMeC in collaborazione con la Fondazione Goffredo Parise e Giosetta Fioroni e la galleria MARCOROSSI artecontemporanea, la personale sarà inaugurata in occasione della XVIII Giornata del Contemporaneo AMACI.

Il titolo della mostra - Il piccolo grande cuore di Giosetta - trae spunto dall'autobiografia scritta nel 2013 dall'artista stessa (La mia storia / My Story. Giosetta Fioroni) e pubblicata da Corraini editore in occasione dell'esposizione che l'ha celebrata alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma. In oltre cinquant'anni di carriera, Giosetta Fioroni è stata capace di raccontare, attraverso i linguaggi propri della Pop Art, i legami, le relazioni e i sentimenti che accomunano gli esseri umani. L'esposizione, a cura di Eleonora Acerbi e Cinzia Compalati, sarà anche l'occasione per festeggiare il novantesimo compleanno di un'artista determinata e anticonformista, tra le poche presenze femminili nella compagine del Caffè Rosati.

«Lo scenario dell'universo visivo di Fioroni - scrive Gemma Gulisano, curatrice della Fondazione Goffredo Parise e Giosetta Fioroni - è il Teatrone. Presentato in occasione della XLV Biennale d'Arte di Venezia del 1993, oggi ospita vecchi e nuovi lavori che l'artista dispone come dentro una vetrina che affaccia sul divano del proprio studio. Tra i teatrini di cartone, quelli di ceramica, i disegni fissati al grande teatro e i dipinti appesi o accostati alle pareti, un'opera di grandi dimensioni cattura lo sguardo di molti: Ramo d'oro.

Due tronchi, disposti come colonne di un portale architettonico, aprono un varco su un sentiero non ancora tracciato; lo sfondo si smaterializza lasciando convergere lo sguardo dello spettatore su un piccolo dettaglio che sporge alla base del pannello, una casetta. Eseguita nel 2014 durante una collaborazione artistica con la maison Valentino, l'opera venne selezionata dalla stilista Maria Grazia Chiuri per un video girato con l'artista. Avvolto nel pluriball, Ramo d'oro si prepara a lasciare lo studio e la città capitolina per raggiungere le sale del Centro d'Arte Moderna e Contemporanea della Spezia. Tutto è quasi pronto per festeggiare un'artista senza apostrofo, come la stessa Fioroni ama definirsi, con un'antologica a lei dedicata».

L'esposizione si articolerà in quattro grandi sale al primo piano del Museo: la prima sala vedrà le ricerche degli anni Sessanta e Settanta, la seconda le opere degli anni Ottanta e Novanta, la terza sarà dedicata al lavoro su ceramica, mentre l'ultima alle opere dal 2000 ad oggi. Tra i lavori principali, si segnalano, oltre a Ramo d'oro, alcune carte d'argento (Venere, 1968; Il Cappello, 1966; Liberty nelle stelle, 1970), Il colle dei sette venti (1997) e il nucleo di ceramiche provenienti dalla Bottega Gatti di Faenza, tra cui i Vestiti ispirati alle eroine di Jane Austen (esposti alla GNAM nel 2013) e le maioliche smaltate dedicate a racconti di fate e reami lontani.

Le opere esposte provengono principalmente dalla Fondazione Parise - Fioroni, presieduta da Francesco Adornato, dalla Bottega Gatti di Davide Servadei e dai collezionisti della MARCOROSSI artecontemporanea, storica galleria di riferimento dell'artista. Nel corso della mostra sarà pubblicato un catalogo edito dal CAMeC con testi di Eleonora Acerbi, Cinzia Compalati, Gemma Gulisano e ricco apparato iconografico.

Giosetta Fioroni (Roma, 1932) proviene da una famiglia di artisti, la madre è marionettista e il padre è uno scultore, mentre suo nonno ha legami con diversi poeti, tra cui Vincenzo Cardarelli. Viene ammessa all'Accademia di Belle arti di Roma, dove studia sotto la guida di Toti Scialoja e i suoi primi dipinti vengono esposti alla Quadriennale del 1955. In questo periodo le opere di Giosetta Fioroni sono realizzate con colori industriali, alluminio e oro e sono caratterizzate dalla presenza di segni, scritte, simboli e oggetti comuni come cuori, lampade e orologi.

L'anno successivo inizia a lavorare come costumista per la tv e inizia a frequentare il Caffè Rosati, prendendo parte alla Scuola di Piazza del Popolo con Tano Festa, Mario Schifano, Franco Angeli e altri artisti come Cesare Tacchi, Jannis Kounellis, Mario Ceroli, Mimmo Rotella e Umberto Bignardi. Tra il 1958 e il 1962 Fioroni si trasferisce a Parigi e una volta tornata a Roma lavora sul ciclo degli Argenti. Gli Argenti di Giosetta Fioroni sono dipinti realizzati proiettando fotografie sulle tele, di cui l'artista traccia le sagome con colori industriali, in particolare il color argento, da cui il nome dei cicli. In questi dipinti Fioroni rappresenta diversi soggetti, tra cui numerose donne. Gli anni Sessanta vedono Fioroni frequentare l'ambiente delle gallerie La Salita e La Tartaruga di Roma. Qui l'artista conosce Willem De Kooning, Robert Rauschenberg e Cy Twombly.

Nel 1964 incontra lo scrittore veneto Goffredo Parise, con cui intraprende una lunga relazione che la influenza particolarmente nel suo stile artistico. Come Tano Festa, Giosetta Fioroni rielabora anche immagini provenienti dalla storia dell'arte, in particolare di Botticelli, Carpaccio e Martini, estrapolando un particolare da un'immagine. Ne è un esempio l'opera Liberty, realizzata in più versioni. In questi anni i dipinti di Fioroni sono caratterizzati da uno stile pop che riprende i dettami della Pop art americana, ma l'artista non dipinge i temi caratteristici di questo movimento. Il suo lavoro infatti è incentrato sull'analisi dei sentimenti comuni a tutti gli esseri umani.

Nel 1968 Fioroni realizza la performance La Spia Ottica e l'anno successivo crea i Teatrini, cassettine di legno con all'interno una serie di oggetti in miniatura pensate per essere giocattoli per adulti. In questo periodo collabora con scrittori e poeti per realizzare libri e opere grafiche e realizza anche film in 16mm e Super8. Negli anni Settanta Giosetta Fioroni si trasferisce in Veneto dal compagno Goffredo Parise. Qui realizza un grande ciclo di relitti di campagna, montato successivamente in collage e disegni, ma soprattutto si dedica alla lettura de Il ramo d'oro di Frazer e Le radici storiche dei racconti di fate di Propp. Questi due libri influenzano notevolmente le opere di Fioroni, che inizia a dipingere elfi, spiriti e boschi che diventano il simbolo della riflessione sui sentimenti dell'essere umano.

Sono di questo periodo i cicli degli Spiriti Silvani, disegni realizzati in china nera, e Le Teche, scatole di legno in cui l'artista conserva oggetti trovati nei boschi e nelle campagne. Negli stessi anni realizza anche L'Atlante di medicina legale, uno schedario di immagini di incidenti mortali. Per ogni foto l'artista realizza una didascalia in cui racconta le cause della morte. Tra il 1980 e il 1986 Fioroni realizza una serie di pastelli ispirati agli affreschi di Gian Domenico Tiepolo nella Villa Valmarana a Vicenza. Il 1986 segna l'anno della scomparsa di Parise, un evento drammatico che porta l'artista a ripensare il suo stile e a lasciare spazio alla sua personale indagine artistica.

Realizza quindi opere dal colore pieno e dall'effetto materico insieme a cicli di acquerelli, di cui uno dei più celebri è Movimenti Remoti del 2005, sedici disegni ispirati dal libro omonimo di Parise. Nel 1993 Giosetta Fioroni inizia a realizzare opere in ceramica che espone nei cicli Case, Teatrini, Steli e Vestiti. È del 2002 la scultura Giosetta con Giosetta a nove anni, simbolo di introspezione e cambiamento, e nello stesso anno Fioroni collabora con il fotografo Marco Delogu per un progetto che tratta il tema della vecchiaia, Senex.

I due artisti tornano a collaborare nel 2012 con un progetto dedicato all'identità, L'Altra Ego. Nel 2009 Germano Celant dedica a Giosetta Fioroni una monografia e nel 2013 l'artista viene omaggiata anche dal Drawing Center di New York. È del 2009 il ritratto di Marilyn Manson, che riprende il tema del cambiamento già analizzato nel 2002. Nel 2014 Fioroni realizza un video per il brand Valentino e nello stesso anno realizza il dipinto Ramo d'oro, presente in mostra, ispirato al libro di Frazer che segna un ritorno ai temi del fiabesco. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Giosetta Fioroni, L'involucro, tecnica mista su carta cm. 100x70, 1970, collezione privata
2. Giosetta Fioroni, Il posto delle fragole, tecnica mista su tela cm 95x73, 2006, Archivio Giosetta Fioroni




Image Capital
La fotografia come tecnologia dell'informazione


22 settembre 2022 - 08 gennaio 2023
MAST - Bologna
www.mast.org

La mostra, curata da Francesco Zanot, allestita negli spazi espositivi del MAST, è la risultanza della collaborazione tra il grande fotografo Armin Linke e la storica della fotografia Estelle Blaschke, ricercatrice dell'Università di Basilea. Un progetto visivo e di ricerca che ha richiesto oltre quattro anni di lavoro e racconta una storia della fotografia diversa: quella dei suoi innumerevoli utilizzi pratici e della sua funzione come tecnologia dell'informazione. La mostra è un ambizioso progetto artistico che investiga la fotografia come sistema di creazione, elaborazione, archiviazione, protezione e scambio di informazioni visive: un vero e proprio capitale il cui possesso corrisponde a un autentico vantaggio strategico.

Il fotografo Armin Linke e la storica della fotografia Estelle Blaschke, ricercatrice dell'Università di Basilea, esplorano attraverso immagini, testi e altri materiali le diverse modalità attraverso cui la fotografia viene utilizzata all'interno di differenti tipologie di processi di produzione, in particolare in ambito scientifico, culturale e industriale: grazie alla fotografia, infatti, i sistemi di comunicazione e di accesso alle informazioni sono migliorati esponenzialmente fino a consentire lo sviluppo delle industrie globali e di vasti apparati governativi.

"Dentro questo circuito - spiega Francesco Zanot - le immagini fotografiche assumono un peculiare valore descrivibile come una vera e propria forma di capitale. La spinta all'utilizzo della fotografia come tecnologia dell'informazione è avvenuta intorno alla metà del Novecento, quando i processi gestionali e amministrativi di aziende e istituzioni si stavano espandendo e necessitavano di essere ottimizzati".

Con la fotografia digitale c'è stato un vero e proprio salto di scala. "Anziché essere soltanto i soggetti delle fotografie - prosegue Zanot -, gli oggetti del nostro mondo vengono oggi costruiti sulla base delle fotografie stesse e delle loro rielaborazioni, invertendo un rapporto precedente unidirezionale. Queste trasformazioni portano con sé alcune fondamentali ricadute sul piano economico e politico: le grandi masse di immagini che alimentano questo sistema hanno acquisito un valore elevatissimo, conferendo a coloro che le possiedono e le gestiscono poteri ugualmente sterminati. Nella società capitalista la fotografia non domina soltanto l'immaginario, ma molto di più".

La mostra esplora questi processi in un percorso che parte dall'inizio della loro storia e arriva fino alle tecnologie più recenti e aggiornate. La mostra è suddivisa in sei sezioni:

Memory: sulla capacità delle fotografie di raccogliere e immagazzinare informazioni.
A partire dall'idea di riproducibilità meccanica, viene qui investigata l'intrinseca natura della fotografia come strumento di registrazione, le cui potenzialità si esprimono a livelli sempre più alti con l'avvento della tecnologia digitale.

Access: sulle modalità di archiviazione, reperimento e indicizzazione delle immagini.
L'associazione tra fotografia e testo (o metadati) è alla base del successo di questo medium come tecnologia dell'informazione. I metadati (parole chiave, geodati, didascalie...) non sono utili soltanto per organizzare le immagini in sistemi ordinati, ma anche per poterle ritrovare e utilizzare.

Protection: sulle strategie per la conservazione a lungo termine delle immagini e delle informazioni che contengono.
Se le immagini possono essere considerate come depositi di informazioni potenzialmente deteriorabili, a loro volta devono essere protette per non venire disperse. Qui si investigano le strategie per la protezione delle immagini, dagli archivi, che possono arrivare a dimensioni monumentali, ai sistemi di back-up.

Mining: sull'analisi delle immagini e il loro utilizzo nelle tecnologie per il riconoscimento automatico.
Se è vero che le fotografie contengono una grande quantità di informazioni, allo stesso modo si rendono necessari sistemi per poterle estrarre (mining). Questa sezione è dedicata a questi processi e alla conseguente possibilità di utilizzare grandi quantità (cluster) di immagini simili (da cui vengono estratte informazioni simili) per lo sviluppo di tecnologie di riconoscimento automatico, le cui applicazioni sono oggi fondamentali, particolarmente nei settori dell'industria e della sicurezza.

Imaging: sulla fotografia come sistema di visualizzazione della realtà o di un suo progetto.
La fotografia viene qui osservata come sistema di visualizzazione, a partire dalla sua capacità di andare oltre i limiti dell'occhio umano fino al suo utilizzo per lo sviluppo di tecniche di rendering e modellazione digitale. Dopo essere stata a lungo considerata una prova di realtà, la fotografia costituisce in questo senso la base di partenza da cui la realtà viene progettata e costruita.

Currency: sul valore delle immagini.
Dall'associazione tra fotografia e valuta al capitalismo informatico, qui si osservano i processi di attribuzione di valore alle immagini, oggi legati particolarmente alla capacità di accumularne grandi quantità e, soprattutto, di associare ad ognuna ampi set di informazioni.

A partire dai testi di Estelle Blaschke e dalle opere fotografiche di Armin Linke, ideatori del progetto Image Capital, la mostra comprende una vasta selezione di interviste, video, immagini d'archivio, pubblicazioni e altri oggetti originali. Nonostante la loro diversità, tutti questi materiali sono disposti negli spazi espositivi del MAST su uno stesso piano, senza gerarchie né priorità, con l'obiettivo di offrire agli spettatori una narrazione-esperienza tanto immersiva quanto stratificata. La mostra è accompagnata da un booklet informativo gratuito. (Comunicato stampa)




Opera di Giovanni Boldini Eterno Boldini
Galleria Bottegantica - Milano
14 ottobre - 03 dicembre 2022
www.bottegantica.com

La mostra, a cura di Francesca Dini, massima esperta dell'artista e autrice del Catalogo ragionato dell'opera di Giovanni Boldini, ripercorre la carriera del pittore ferrarese dai primi anni parigini ai ritratti femminili di primo Novecento attraverso un accurato accostamento tra opere note e inedite. La mostra riunirà un'ampia ed accurata selezione di dipinti, acquerelli e disegni, con l'intento di mettere in luce la versatilità dell'artista, fine compositore delle sue opere, raffinato disegnatore e virtuoso pittore.

I primi anni parigini durante i quali Boldini lavora per la famosa Maison Goupil saranno rappresentati da due ricercati olii di piccole dimensioni, pregevoli nella resa cromatica e nei dettagli; Vecchia canzone - una delle prime tavole dipinte intorno al 1871 secondo quella manière à la mode nel solco della pittura di Meissonier e Fortuny, molto apprezzata all'epoca - e Scena galante nel Parco di Versailles del 1877 - una scena di genere, vezzosa e leggiadra, tra due innamorati in costume settecentesco. Per poter meglio cogliere lo sfarzo rococò ed osservare en plein air la vegetazione del parco e l'elemento luminoso, Boldini soggiornò per un breve periodo a Versailles. E proprio il Parco di Versailles rimarrà nell'immaginario boldiniano, rievocato quasi nostalgicamente in alcuni disegni di fine secolo, come Colonnade à Versailles (1890-1899), i cui archi sono resi con pochi tratti essenziali.

L'eleganza, la raffinatezza e l'internazionalità del milieu artistico parigino fanno da sfondo anche ad un inedito acquerello, L'atelier dell'artista, databile al 1874 circa; una natura morta di oggetti abilmente composta sul pavimento di uno studio. L'ambientazione dell'atelier è rievocata nel noto Ritratto del pittore Joaquin Araujo y Ruano, collega e amico di Boldini, e gli stessi oggetti disseminati per terra - tra cui un liuto a strisce bianche e nere - richiamano la collezione personale di Mariano Fortuny. A questo primo periodo parigino risalgono anche alcuni dipinti di figure a mezzo busto presenti in mostra, come La spagnola (1878 circa), o veri e propri ritratti come La Rejane in scena (1878-1884 circa), un olio inedito che ritrae l'attrice Gabrielle Rejane, ritratta a più riprese dall'artista suo grande estimatore.

Attenzione verrà data in mostra anche alla resa del paesaggio, in particolare dell'amata Venezia, visitata più volte fin dalla fine degli anni '80 e catturata non solo in innumerevoli dipinti, tra cui Gondole davanti a Piazza San Marco (1895 circa) ma anche in molti disegni, dal tratto ora fitto e dinamico come in Palazzi sul Canal Grande (1890-1899), ora più tenue e sintetico come in Ormeggi e gondole (1880-1889).

Alla grande stagione dei ritratti di inizio Novecento, invece, appartengono alcuni importanti dipinti tra cui il Ritratto di Lady Nanne Schrader, nota concertista ed organizzatrice di eventi musicali che Boldini ritrae nel 1903, e il Ritratto della Señora Matías de Errázuriz Ortúzar (1912), appartenente ad una delle famiglie più influenti dell'Argentina e moglie dell'Ambasciatore cileno a Parigi, immortalata a più riprese da Boldini. Due grandi ritratti, chiari esempi del ritratto moderno di cui Boldini è impareggiabile maestro, come scrisse Robert de Montesquiou. Il poeta parigino elogia le effigiate come incarnanti l'ideale femminino della donna arrivando a descriverle, con una sinestesia evocativa, femme-fleurs. Sicure di sé e disinvolte, Lady Schrader e la Señora Matías de Errázuriz Ortúzar sono immerse in due toni predominanti - rispettivamente il bianco per la prima e il corallo per la seconda - toni avvolgenti che sembrano accompagnarsi ad aromi.

Infine, oltre ad una selezione di disegni provenienti dall'Atelier dell'artista, sarà esposto anche un inedito album di disegni databili al 1879-1880 circa; un eccezionale taccuino che, per l'incredibile varietà di soggetti, tra schizzi e composizioni più compiute, sottolinea la centralità del disegno nell'opera di Boldini, primo mezzo espressivo nella sua costante ricerca di catturare il presente. Bottegantica continua così il suo lavoro di studio e promozione di uno dei più grandi artisti dell'Ottocento italiano; un lavoro di ricerca costante iniziato nel 1999 con la mostra Giovanni Boldini. Il dinamismo straordinario delle linee, la prima di sette esposizioni monografiche dedicate all'Eterno Boldini. (Estratto da comunicato ufficio Stampa Studio Esseci)




Trisha Baga
Time Machine


termina il 20 dicembre 2022
Gió Marconi - Milano
www.giomarconi.com

Seconda personale in galleria dell'artista americana Trisha Baga. I dipinti fanno parte di una nuova serie in cui Baga si concentra principalmente sul desktop del computer e sulle immagini dello screensaver. Da quando è iniziata la pandemia e le persone hanno trascorso una quantità eccessiva di tempo davanti agli schermi dei loro computer, Baga è stata incuriosita dai paesaggi colorati, molte volte esotici e lussureggianti che fungono da salvaschermo e che spesso non potrebbero essere più lontani dal mondo reale: catene montuose incontaminate e innevate sotto cieli soleggiati, paesaggi rurali selvaggi o regali iceberg artici portano un mondo ideale e sublime nella casa dello spettatore e sugli schermi dei loro computer. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Arte Israeliana 1950-1980
Aharon Kahana (1905-1967) / Raffi Lavie (1937-2007) / Lea Nikel (1918-2005) / Igael Tumarkin (1933-2021)


25 settembre - 18 dicembre 2022
MACT/CACT Museo e Centro d'Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona
www.cacticino.net

Parallelamente alla mostra personale dedicata a Pier Giorgio De Pinto, il MACT/CACT ospita una sezione particolare e insolita alle nostre latitudini; un omaggio alla produzione artistica israeliana dagli anni 1950 agli anni 1980. Gli anni Cinquanta e Sessanta del 1900 sono stati ruggenti per la ricerca del segno e dei linguaggi pittorici a radice espressionista, prevalentemente nell'ambito dell'astrazione. A partire dagli anni 1940, in America si fa strada con forza l'Action painting, che vede protagonisti artisti quali Pollock, Kline, Motherwell, Twombly, Rothko e tanti altri.

Questo nuovo movimento, nato dalle ceneri della figurazione moderna e figlio, in qualche modo, del duchampismo, la cui filosofia metteva interamente in discussione tutti i linguaggi artistici nella società del dopo-guerra, nonché il rapporto artista-pubblico, trova dei paralleli fondamentali anche in Israele. Aharon Kahana, nato a Stoccarda nel 1905 e fuggito a Ramat Gan (1935) poco prima della promulgazione ufficiale delle leggi razziali contro la cultura ebraica in Europa, segna e testimonia, attraverso il suo percorso, il passaggio tra la pittura tardo espressionista e moderna, e il contemporaneo che inizia a farsi sentire negli anni 1950.

La sua opera non solo rimane fondamentale nella storia della pittura israeliana, ma è da ricordare per aver aperto un orizzonte importante per la ricerca, a lui successiva, attorno al linguaggio astratto sviluppato poi da Raffi Lavie (1937-2007) o dall'artista di origini ucraine Lea Nikel (1918-2005). Lavie e Nikel marcano quell'apertura liberatoria all'emozionalità del gesto, anziché concentrarsi esclusivamente alla forma e ai suoi paradigmi, particolarità che fu anche degli americani citati prima.

Tra gli artisti storici più eclettici figura sicuramente anche Igael Tumarkin (1933-2021), pittore ma soprattutto scultore, che fa del suo procédé una sorta di perenne studio d'artista, dove sperimenta nuove vie estetiche tra figurazione e astrazione, grazie all'utilizzo di materiali diversificati e di recupero. (Mario Casanova, 2022)

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Pier Giorgio De Pinto. Revelation of Beauty
25 settembre - 18 dicembre 2022
MACT/CACT Museo e Centro d'Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona
Presentazione




Civilization
Vivere, Sopravvivere, Buon Vivere


17 settembre 2022 - 08 gennaio 2023
Musei di San Domenico - Forlì
www.mostracivilization.it

Unica tappa italiana di una mostra internazionale che dopo Seoul, Pechino, Auckland, Melbourne e Marsiglia arriva in Italia arricchita da un originale focus che completa l'analisi sul mondo di oggi Con 300 immagini di oltre 130 fotografe e fotografi provenienti da cinque continenti, la mostra affronta temi del presente e del futuro del mondo contemporaneo, sempre più caratterizzato dai fenomeni della interconnessione e della globalizzazione. E' il racconto per immagini della civiltà planetaria del XXI° secolo come grande impresa collettiva, capace di produrre innovazioni, scoperte e opportunità senza precedenti ma anche rischi e minacce alla sopravvivenza stessa dell'umanità.

La mostra, a cura di William A. Ewing e Holly Roussell con Justine Chapalay in collaborazione con Walter Guadagnini, Monica Fantini e Fabio Lazzari per l'edizione italiana, promuove una profonda riflessione su temi fondamentali della contemporaneità, a partire dagli effetti, talvolta straordinari e a volte drammatici, delle relazioni tra individui, collettività, generazioni e culture del nostro tempo. Parte del programma culturale del Festival del Buon Vivere, Civilization è un appuntamento imperdibile per il mondo della fotografia, in cui fotografi nazionali e internazionali presentano immagini dedicate alle grandi conquiste tecnologiche, agli interventi dell'uomo sull'ambiente, ai grandi fenomeni di aggregazione e ai moviment fisici ed immateriali che caratterizzano il mondo in cui viviamo.

«Il tema implicito di Civilization - dichiarano i responsabili del coordinamento dell'edizione forlivese Walter Guadagnini, Monica Fantini e Fabio Lazzari - è quello delle relazioni tra esseri umani e delle conseguenze inevitabili che ogni scelta individuale e collettiva è destinata ad avere in un contesto in cui gli individui vivono in modo sempre più interdipendente e interconnesso. Per questo Civilization rappresenta in modo paradigmatico la volontà di utilizzare il linguaggio universale e potente della fotografia come strumento prezioso per la riflessione che il festival del Buon Vivere propone sui temi della relazione come elemento centrale per la progettazione della società del presente e del futuro».

La mostra è articolata in otto sezioni dedicate ad altrettanti temi, che permettono di affrontare una panoramica esaustiva e trasversale sulla contemporaneità e che nella formulazione proposta a Forlì si arricchisce di un focus inedito, che rende unica l'esposizione e ne completa l'analisi con un affondo che vede protagonisti i migliori nomi della fotografia contemporanea nazionale. Accanto a esponenti cardine della fotografia internazionale come Edward Burtynsky, Candida Höfer, Richard Mosse, Alec Soth, Larry Sultan, Thomas Struth, Penelope Umbrico e altri, merita infatti di essere sottolineata la notevole presenza di autori italiani - come Olivo Barbieri, Michele Borzoni, Gabriele Galimberti, Walter Niedermayr, Carlo Valsecchi, Massimo Vitali, Luca Zanier, Francesco Zizola - segno della progressiva crescita di reputazione della nostra fotografia. (Estratto da comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Locandina della mostra Andy Warhol Icona Pop Andy Warhol. Icona Pop
30 settembre 2022 - 29 gennaio 2023
Centro Culturale Altinate | San Gaetano - Padova
www.artika.it

Più di 150 opere tra disegni, fotografie, incisioni, serigrafie, sculture e postcards, un viaggio incalzante nell'eccentrico mondo di Warhol, l'icona pop per eccellenza. A proporlo è una mostra a cura di Simona Occioni, con un percorso espositivo ideato da Daniel Buso. La Mostra è organizzata da ARTIKA di Daniel Buso e Elena Zannoni, in collaborazione con Fondazione Mazzoleni e Città di Padova.

"Andy Warhol. Icona Pop" riunisce oltre 150 opere tra disegni, fotografie, incisioni, serigrafie, sculture e postcards, e si sviluppa su sei sezioni tematiche, a partire dal ritratto biografico del grande artista newyorkese. Offre un viaggio incalzante nell'eccentrico mondo di Warhol, soffermandosi sulla rappresentazione che Warhol propone della società e della cultura americane. Nel suo corpus di opere trovano spazio i marchi che popolavano l'immaginario pubblicitario diffuso negli Stati Uniti tra gli anni '60 e gli anni '70: come l'iconica zuppa Campbell. Accanto ai brand, Warhol rappresenta le icone dello spettacolo, a cui spetta un trattamento analogo rispetto ai prodotti. Il volto di Mick Jagger, di Sylvester Stallone o la star Marilyn sono "trattati" come prodotti di consumo rivestiti della medesima aura mistica con cui Warhol ripensa i suoi "oggetti" per trasformarli in un manufatto artistico.

Nel 1962, presso la Ferus Gallery di Los Angeles, un giovane artista inaugura la sua prima mostra personale nella città californiana. Le opere esposte sono rappresentazioni di lattine Campbell's Soup realizzate mediante serigrafia e acrilico su tela. L'autore è Andy Warhol e i critici stroncano le sue composizioni come "opere piatte e provocatorie". Ciononostante, da quel momento in poi il suo successo sarà inarrestabile. Nella celebre "Factory" transiteranno i più grandi intellettuali e vip del momento, tutti desiderosi di farsi fare un ritratto da Andy. Lo sfondo della Pop Art è la cultura di massa, destinata a diventare l'oggetto principale dell'arte stessa. I suoi elementi sono noti: cattivo gusto, volgarità, kitsch; inevitabili sottoprodotti di una globalizzazione sempre più massiccia.

Gli artisti spesso esasperano queste componenti e, tramite il filtro dell'ironia, pongono l'accento sullo svilimento del gusto; evidenziando al tempo stesso il proprio distacco, la propria natura di esseri privilegiati che si collocano al di fuori della società, non subendo che marginalmente l'onda anomala del suo stesso degrado. Andy Warhol procede seguendo uno schema ben preciso: isolamento visivo dell'immagine, assimilazione del linguaggio pubblicitario, ripetizione e uso di colori chiassosi. Il procedimento svela la vera natura della modernità: l'indifferenza, il materialismo, la manipolazione mediatica, lo sfruttamento economico, l'irrefrenabile consumismo, il divismo e la creazione di falsi bisogni e false aspirazioni nelle masse. La semplicità delle immagini di Warhol garantisce la loro immediata fruibilità.

L'iterazione richiama inconfutabilmente la ripetitività delle immagini impiegata dalla cultura di massa per vendere merci e servizi. L'assimilazione al marketing dell'industria non si esaurisce nella riproposizione delle caratteristiche della pubblicità, ma diventa ancora più profonda nel momento in cui Warhol utilizza le tecniche della produzione industriale stessa. L'operazione rende anonima la figura dell'artista nel processo produttivo, sottolineando così l'assurdità del completo distacco da ogni impegno emotivo. Non c'è più l'umanità, ma un'inesauribile catena di produzione di "cose" che vengono infinitamente riprodotte a scopi commerciali. L'arte di Warhol non è soltanto critica alla società dei consumi (discorso che vale per la maggior parte degli altri artisti Pop), ma anche attacco ai valori borghesi e all'establishment dell'Arte.

Con modalità dadaiste Warhol svela la superficialità del sistema a cui appartiene, attraverso la manipolazione delle immagini e la trasformazione del sé in un personaggio al limite del grottesco. La forza del suo stile, pur nella semplicità della sua estetica, è capace di superare in fama persino le icone rappresentate. La minestra Campbell è ormai un pezzo da museo, Elvis e Mao sono superstar del Novecento; Andy Warhol è invece vivo e vegeto e il suo modus operandi rivive quotidianamente nella maniera di molti artisti e nel nostro stesso approccio al mondo contemporaneo. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Pier Giorgio De Pinto
Revelation of Beauty


25 settembre - 18 dicembre 2022
MACT/CACT Museo e Centro d'Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona
www.cacticino.net

Mai come in questo momento storico, contraddistinto dalla perdizione in generale, l'arte assume un valore universale di bellezza, incarnando anche quel vettore politico più o meno intrinseco, in grado di risvegliare una benché minima coscienza critica nell'autore e spettatore. La metamorfosi di una guerra civile in qualcosa di mondiale verso un ordine più grande di noi ci spinge giocoforza a una maggiore riflessione dell'arte e dei linguaggi artistici all'interno del già provato panorama globale.

Pier Giorgio De Pinto (1968) tenta di farlo con la sua ennesima personale titolata La Rivelazione della Bellezza. E lo fa senza staccarsi dal suo reale di tutti i giorni, tentando di traslare una quotidianità ormai senza voce e ascoltatori verso "un quotidiano sontuoso", come egli stesso afferma. L'artista svizzero lo fa con una mostra sorprendente, interamente dedicata - in apparenza - alla pittura, con opere prevalentemente su carta realizzati con gouache, acquerello e matite, e laddove il processo produttivo diventa concettualmente l'opera, e l'opera stessa lo scrigno, che custodisce l'approccio umile e grandioso al quotidiano, restituito visivamente con devozione per rivelare un principio di malinconica bellezza e muoversi in un'esperienza quotidiana - come bene afferma lo stesso autore - veicolata dalle molteplici trame della pittura, dall'armonia dei soggetti e da un insieme di ritmi generati dall'atto del disegnare; ogni elemento è chiamato a prendere forma all'interno della composizione.

Qui il sontuoso diventa quella preziosità il cui valore risiede nell'intenzione con cui è percepito o mostrato. Rivelare bellezza per celebrare, tutti e contemporaneamente, i misteri dell'esistenza attraverso una rianalisi e rielaborazione del vedere risvegliando l'esercizio della messa a fuoco dell'atto stesso del guardare e del vedere. (Mario Casanova / Pier Giorgio De Pinto, 2022)




Picasso e Guernica. Genesi di un capolavoro.
Contro tutte le guerre


18 novembre 2022 - 19 febbraio 2023
MAN Museo d'Arte Provincia di Nuoro

A settant'anni dalla storica esposizione al Palazzo Reale di Milano del 1953, il MAN di Nuoro rende omaggio a un'opera testimone della sua epoca, ma portatrice di un messaggio universale, ancora oggi tragicamente attuale. Un inno contro l'orrore di tutte le guerre. La mostra celebra anche la prima esposizione di Picasso che vide presentata vent'anni fa al MAN di Nuoro la serie completa della Suite Vollard, in collaborazione con il Reina Sofía di Madrid, partner anche di questo nuovo importante progetto.

Dal 23 settembre al 31 dicembre del 1953 Guernica venne esposta nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano, insieme a più di trecento altre opere del maestro spagnolo, dando forma alla più grande retrospettiva di Picasso mai tenuta in Italia. Successivamente la mostra venne spostata a Roma, ma in formato ridotto e soprattutto senza Guernica, che da allora non fece mai più ingresso nel nostro Paese. La Sala delle Cariatidi, che al momento di accogliere il capolavoro picassiano presentava ancora i segni dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, amplificando così il significato dell'opera, ospitò in quell'occasione anche altre drammatiche composizioni di esplicita denuncia dei disastri della guerra quali il Massacro in Corea e Carnaio.

Oggi Guernica non viaggia più, non lascia mai la Spagna né la sua sala al Museo Reina Sofía di Madrid. Non tornerà più a Parigi, dove è stata creata, commissionata dal governo repubblicano spagnolo per l'Esposizione Universale del 1937, non tornerà più al MoMA di New York dove ha passato buona parte del suo esilio prima di tornare in patria. E sicuramente non tornerà più in Italia. Settant'anni dopo la storica esposizione al Palazzo Reale di Milano, il MAN di Nuoro celebra il passaggio italiano di Guernica, simbolicamente e artisticamente fondamentale per una generazione di artisti, di critici d'arte e di cittadini italiani. L'omaggio nuorese si suddivide in due sezioni principali: l'eco di Guernica nella produzione artistica di Picasso e il racconto della genesi dell'opera attraverso la narrazione visiva di Dora Maar, fotografa e all'epoca compagna dell'artista spagnolo.

La prima sezione trova il suo fulcro principale nello straordinario dittico di incisioni intitolato Sueño y mentira de Franco, vero e proprio contraltare grafico del grande dipinto. Picasso iniziò a incidere la prima lastra nel gennaio del 1937 ma abbandonò presto il lavoro. Nel mese di maggio, appena dopo il tragico bombardamento della cittadina basca, portò a termine entrambe le matrici proprio mentre stava eseguendo la monumentale tela, utilizzando gli stessi studi e le stesse idee. Non si tratta affatto, però, di una versione in formato ridotto del quadro, ma di un'invenzione originale, a sé stante, che prende le mosse dallo stesso pensiero e dallo stesso impeto creativo. Attorno a Sueño y mentira de Franco si raccoglierà una piccola ma significativa serie di incisioni, che afferiscono direttamente alla gestazione di Guernica o che, per essere stati realizzate nello stesso periodo, richiamano da vicino stile e temi del celebre dipinto.

La seconda anima della mostra ruoterà attorno alla straordinaria testimonianza di Dora Maar, che documentò giorno per giorno, con le proprie fotografie, il lavoro di Picasso. Si tratta di una serie di scatti al contempo commoventi e fondamentali per la ricostruzione filologica della creazione di Guernica. Insieme alle fotografie, si esporrà la splendida incisione Portrait de Dora Maar au chignon eseguita da Picasso proprio nel 1936 a un anno da Guernica e che per certi versi riverbera lo stile sintetico di Guernica.

Non mancheranno immagini scattate nel 1953 da Mario Perotti in occasione della rassegna milanese, nell'allestimento toccante della Sala delle Cariatidi segnata dai bombardamenti, situazione tragica che convinse Picasso a esporre il suo capolavoro in quel contesto così affine all'anima del dipinto. Catalogo Interlinea, italiano inglese, con testi di Michele Tavola, Gioxe De Micheli, Victoria Combalía, Jean-Louis Andral, bibliografia ragionata su Guernica a cura di Erica Rompani. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Reinhard Mucha
Der Mucha - An Initial Suspicion


03 settembre 2022 - 22 gennaio 2023
Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen - Düsseldorf (Germany)

L'opera di Reinhard Mucha, in termini di ridefinizione della scultura, della fotografia e dell'installazione, occupa una delle posizioni più importanti nell'arte contemporanea. Nelle due sedi K20 e K21, la Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen riunisce in questa mostra, a cura di Falk Wolf, installazioni di Mucha (Düsseldorf, 1950) che non venivano presentate da molti anni, mostrando opere di ciascuna delle sue fasi creative, creando così una panoramica che abbraccia oltre quarant'anni di lavoro dell'artista.

Oltre all'installazione "Das Deutschlandgerät" (Il Dispositivo Germania) [2002] 1990, ricostruita al K21 a partire dal 2002 e originariamente realizzata per il Padiglione tedesco alla Biennale di Venezia del 1990, sarà esposta la sua prima opera fondamentale "Wartesaal" (Sala d'attesa) [1997], [1986] 1979 - 1982 - mai più esposta al pubblico da documenta X, 1997. "Das Figur-Grund Problem in der Architektur des Barock (für dich allein bleibt nur das Grab)" (Il problema Figura-Terra nell'architettura barocca (Per te solo rimarrà soltanto la tomba), una delle poche installazioni di grandi dimensioni rimaste, composta da mobili per musei e oggetti di uso quotidiano, sarà realizzata di nuovo dal 1985 nella Grabbehalle di K20. (Comunicato stampa Galleria Lia Rumma)

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Articoli sulla Germania
Politica nella Repubblica Federale Tedesca, Partiti politici tedeschi, Elezioni Federali e Statali, Storia




Alessandro Puccia
Il Dono dell'Acqua


01 ottobre (inaugura) - 08 gennaio 2023
Eremo di Santa Caterina del Sasso di Leggiuno
www.eremosantacaterina.it

Mostra proposta dall'artista varesotto Alessandro Puccia a cura di Giulia Pozzi e Erika Chinaglia, collaboratrici della Società che ha in gestione i servizi di accoglienza e bigliettazione dell'Eremo e che sempre più si sta adoperando nell'organizzazione di nuove iniziative e proposte nella meravigliosa cornice di Santa Caterina. È il percorso attraverso la memoria e la possibilità di rivivere nel presente alcuni momenti del passato che ha portato Alessandro Puccia, artista varesotto classe 1990, a realizzare il percorso fotografico per l'Eremo di Santa Caterina del Sasso in cui ricostruisce due elementi fondamentali della propria strada nel mondo dell'arte: l'acqua e la fede.

Attraverso istantanee di cristalli d'acqua parla della vita e del percorso di fede che proprio attraverso l'oro blu da sempre si manifesta e ne è simbolo. Quasi una nascita a nuova vita avvenuta tramite un dono, come dono è l'esistere stesso. Il percorso espositivo si sviluppa all'interno dell'Eremo e dialoga con i suoi spazi, entrando in relazione con la devozione e la fede che da secoli lo pervade. Le opere, esposte a partire dal secondo locale situato sotto al portico del convento meridionale, raccontano e rappresentano l'inizio della storia dell'artista e in particolare l'esigenza nata in lui a voler indagare attorno all'elemento acqua e sul perché abbia iniziato a fotografare i cristalli. Ciò che avvenne dopo racconta di un percorso di lettura e comprensione di un messaggio intimo e onirico di purificazione attraverso l'acqua.

Acqua che prima diventa oggetto di studio attraverso la lettura del lavoro del dott. Masaru Emoto, conosciuto per i suoi esperimenti su ciò che chiama memoria dell'acqua, teoria secondo la quale si creerebbe una relazione tra i pensieri umani e gli stati dell'acqua che, esposta a diversi stimoli cambierebbe la sua frequenza, modificando la struttura visibile ai nostri occhi tramite i cristalli. È la lettura dei suoi studi a influenzare la vita e la ricerca artistica di Alessandro. La mostra, realizzata in stretta collaborazione con l'artista, è patrocinata dalla Provincia di Varese, dal Comune di Leggiuno e dalle Delegazioni Fai di Varese e di Valcuvia Luino e Verbano Orientale. (Comunicato stampa)

Alessandro Puccia (Varese, 1990) è un artista italiano che trasmette attraverso la fotografia il linguaggio dell'acqua. L'artista riprende, attraverso un'intensa esperienza personale, i concetti legati alla memoria dell'acqua e riflette sulla sua capacità di farsi tramite con il mondo interiore e spirituale, teorizzati agli inizi degli Anni Duemila dallo studioso giapponese Masaru Emoto. Emoto aveva osservato come l'acqua, esposta a diversi tipi di stimoli, cambi la frequenza, modificando la sua struttura visibile ai nostri occhi tramite i cristalli d'acqua.

Dunque, la ricerca artistica di Puccia parte da scatti di gocce d'acqua congelata e osservata al microscopio, fotografata e poi ingrandita per esaminare il messaggio più profondo: i cristalli sono un'immagine in veloce movimento e considera solo il primo scatto senza cercare la perfezione dell'immagine. "Il messaggio per me sta in quel dettaglio messo a fuoco in quel preciso istante: un secondo prima o dopo non sarebbe stato uguale, perché l'acqua evolve e muta la sua forma passando da solida a liquida."

La sua ricerca intende focalizzarsi sull'unicità dell'acqua e sull'importanza che ricopre nel nostro corpo. Ci ricorda attraverso i suoi scatti che l'acqua può dialogare con chiunque e, viceversa, chiunque può usarla come tramite per entrare in contatto con il nostro corpo. L'acqua rimane una sfida intellettuale che non può essere risolta solo scientificamente. Essa racchiude nella sua essenza significati primordiali, spirituali, scientifici, ecologici, immaginari e artistici. Per comprenderla appieno dovremmo forse aprire la nostra mente e rispettarla come elemento fondamentale per la sopravvivenza nostra e del nostro pianeta. (Comunicato stampa)




Scultura realizzata da Tony Cragg Tony Cragg
Transfer


22 settembre 2022 - 15 gennaio 2023
Museo Novecento - Firenze

In occasione della Florence Art Week, il Museo Novecento ospita uno dei maggiori esponenti della scultura internazionale, Tony Cragg (Liverpool, 1949), che sarà protagonista della grande monografica a cura di Sergio Risaliti e Stefania Rispoli. La mostra presenta una selezione di sculture e opere su carta del maestro inglese, conosciuto soprattutto per aver contribuito ad un rinnovamento del linguaggio plastico grazie all'introduzione di nuovi materiali e nuove tecniche, tra le più sperimentali e innovative del nostro tempo.

Il progetto, assolutamente inedito, è pensato come uno strumento di mediazione volto a presentare non solo le opere (sculture e disegni) ma anche il processo creativo dell'artista. Un' esperienza speciale per avvicinare il visitatore alla contemplazione e lettura di un mondo di forme originali che amplificano percezioni e immaginazioni tra mondo naturale e invenzione artificiale, tra organico e tecnologico. Una possibilità di approfondimento del lavoro di un maestro che ha aperto nuove e inedite possibilità di espressione all'arte, nuovi filoni di ricerca e una coraggiosa sperimentazione di materiali, tecnologie e fonti di ispirazione che hanno influenzato generazioni di artisti dagli anni Settanta a oggi.

Tutta la ricerca artistica di Tony Cragg può essere letta come un omaggio alle infinite possibilità della forma e a quell'illimitata varietà di soluzioni che solo l'arte, insieme alla natura, può evocare. I suoi primi lavori, risalenti alla fine degli anni Settanta - epoca del Minimalismo, dell'Arte concettuale, della Land Art e dell'Arte Povera - nascono dall'assemblaggio di oggetti comuni (come utensili, mobili, piccoli manufatti e materiali di scarto) e risentono della tradizione del ready made duchampiano e dell'object trouvè surrealista.

Successivamente studi filosofici e ricerche scientifiche iniziano ad influenzare la sua pratica portandolo a sperimentare con i materiali (dal bronzo alle resine, dall'acciaio alla plastica, al gesso, al legno, al vetro, dagli oggetti domestici a quelli industriali, da quelli organici a quelli sintetici) e a creare sculture che combinano ancora oggi la maestria artigianale alla tecnologia, avvalendosi spesso della robotica. Nelle sue opere Cragg attinge da una sorgente inesauribile di ispirazione che è l'osservazione di quanto ci circonda: dalla natura con le sue composizioni organiche, alle strutture cristalline dei minerali; dalle immagini elaborate digitalmente, ai prodotti creati artificialmente in laboratorio; dall'archeologia, alla geologia; dalla storia dell'arte, alla biologia.

"La natura ha prodotto forme e strutture meravigliosamente intricate per milioni di anni... è una diversità che mi affascina. Noi, invece, produciamo forme piuttosto semplici, ripetitive, facilmente riproducibili basate su geometrie semplici". Questa curiosità estrema per le 'forme del mondo', che siano naturali o costruite dall'uomo, e di fiducia nelle capacità espressive dell'arte si traduce in una sperimentazione che non si pone limiti ed è alla continua ricerca di nuove visioni. Le sculture sono generate da una radice, una struttura centrale che le sostiene, da cui si dipanano per generare tante diverse ramificazioni, imitando quello che la natura fa con le sue forme: "Voglio fare un lavoro che abbia lo stesso intenso effetto che ha su di me guardare la Natura. In questo senso, sono rimasto affascinato dal modo in cui le costruzioni razionali sottostanti alle forme si traducono in qualità emotive".

Nel processo artistico Cragg preleva, crea, manipola e distorce continuamente la forma, per dar vita a sculture semanticamente ambigue che, muovendosi tra astrazione e figurazione, possono tanto evocare paesaggi naturali articolati, come le insenature dei fiordi, quanto darci l'illusione di rappresentare una figura umana o un oggetto familiare. La mostra Transfer è un omaggio alla scultura, quella magnifica ossessione che accompagna Cragg fin dagli esordi.

Le sale espositive ospitano infatti una selezione di opere di piccole e medie dimensioni insieme a disegni e acquerelli che vogliono restituire un'idea della sua prolifica e poliedrica attività. Arrangiate secondo criteri stilistici e formali, gli oltre cento lavori rivelano una coerenza e un'organicità intrinseca a tutta l'opera di Cragg, mostrando un linguaggio espressivo costruito meticolosamente negli anni basato sull'idea che il processo creativo sia anche un percorso di scoperta. L'artista procede sempre nello stesso modo - dal disegno alla scelta dei materiali, alla sperimentazione della tecnica, alla selezione del colore - lavorando la materia e imparando da essa e dalle sue reazioni.

In questo modo l'opera si dispiega solo passo dopo passo nel suo farsi, rivelando le infinte possibilità della forma. Ai lavori dislocati tra il piano terra e il primo piano del Museo Novecento si affiancano per la prima la prima tre sculture monumentali esposte nel chiostro del museo (Versus, Masks, Spring) e una nel Cortile degli Uomini dell'Istituto degli Innocenti (Stack), che dialogano con l'architettura dei luoghi concepiti nel Rinascimento come ambienti dedicati al ritiro e alla meditazione. Ancora una volta, si rinnova la collaborazione tra il Museo Novecento e una delle più antiche istituzioni cittadine, all'insegna della contaminazione tra antico e contemporaneo, tra passato e presente dell'arte.

La mostra è pensata come uno strumento di mediazione oltre che di esposizione, volto a raccontare il processo di elaborazione creativa dell'artista. In questo senso le sale al secondo piano presentano numerosi disegni concepiti come strumenti essenziali e propedeutici all'elaborazione plastica, mentre quelle al piano terra ricreano, attraverso l'allestimento, lo studio dell'artista, luogo di creazione ma anche di vita centrale nel suo lavoro.

A Wuppertal in Germania, dove si è trasferito sul finire degli anni Settanta, Cragg ha creato infatti uno luogo di progettazione concepito come una vera e propria cittadella dell'arte, un laboratorio scientifico con tecnici e artigiani che lavorano contemporaneamente a più opere, testando nei workshop limiti e capacità di tecniche e materiali. Poco distante da lì nel 2008 ha fondato lo Skulpturenpark Waldfrieden, un parco di sculture all'aperto che espone opere di molti artisti contemporanei, tra cui le sue, testimoniando la sua continua dedizione alla scultura in senso lato. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Poster di presentazione della mostra Breathing Staircases Silvio Wolf
Breathing Staircases


13 ottobre - 11 dicembre 2022
MEET Digital Culture Center | Fondazione Cariplo - Milano
www.meetcenter.it

MEET Digital Culture Center, il primo Centro Internazionale per l'Arte e la Cultura Digitale con il supporto di Fondazione Cariplo, è il dinamico crocevia culturale milanese d'innovazione e tecnologia. In collaborazione con due istituzioni accademiche internazionali, la School of Visual Arts (SVA - New York City) e l'Istituto Europeo di Design (IED - Milano), e il partner tecnico Epson, MEET presenta la prima esposizione europea di Silvio Wolf con il collettivo One&Seven.

Breathing Staircases è la prima opera site-specific realizzata per la Living Staircase di MEET. Concepita come installazione video e audio immersiva, si sviluppa su tutti i piani e le superfici di questo particolare spazio architettonico dell'edificio: il vibrante nucleo di comunicazione fisica che collega gli spazi espositivi, di servizio e gli uffici della "piazza verticale" progettata dall'architetto Carlo Ratti per "esplorare il significato dello spazio fisico in un mondo digitale".

Lo spazio architettonico è intenso come un organismo vivente multi-sensoriale e dinamico, intimo e personale: un luogo di risposta partecipativa a un respiro collettivo che riflette arte, filosofia, poesia e vita. Attraverso la multi-proiezione simultanea a 7 canali, con una stratificazione di immagini animate dal suono delle voci e il respiro degli artisti, Silvio Wolf assieme a One&Seven trasforma l'avveniristica scala in un corpo pulsante, ponendosi in una relazione fisica e simbolica con tutti coloro che l'utilizzano durante la vita quotidiana del Centro.

I visitatori godono d'una fruizione esperienziale e meditativa della condizione primordiale del respiro attraverso il loro coinvolgimento personale, fisico ed emozionale, immersi in uno straordinario luogo di visione e d'ascolto. Breathing Staircases offre uno spazio d'esperienza orizzontale e verticale attraverso un movimento fluido e inclusivo: espressione dell'Universo Singolare e Collettivo del quale tutti coloro che vi accedono, divengono parte attiva e consapevole.

One&Seven si è costituito come collettivo dall'incontro e il percorso accademico di sette artisti identificati da un'ampia gamma di pratiche artistiche e mediali, sotto la guida di Silvio Wolf presso la School of Visual Arts di New York. Provenienti da background e pratiche diverse, si sono riuniti col desiderio di manifestare un percorso che conduca allo svelamento del noto e dell'ignoto, del visibile e dell'invisibile.

Breathing Staircases e` il risultato della ricerca che il gruppo sviluppa attorno alla propria identità individuale e collettiva, e alle dinamiche relazionali interpersonali. Attraverso l'interpretazione dell'idea di respiro, ricerca l'espressione collettiva e l'incarnazione del proprio rapporto col mondo. Ne fanno parte gli artisti multimediali Silvio Wolf e Lisa di Donato, il fotografo James Weber, la scultrice Leah Poller, le artiste Farah Marie Velten e Judith Lipton e il fotografo - attivista sociale Rick Raymond. L'opera è stata realizzata con la collaborazione di: Davide Sgalippa (Direttore con Rossella Bertolazzi della Scuola di Arti Visive IED Milano; docente presso IED Milano e l'Accademia di Belle Arti di Palermo; exhibition e multimedia designer del gruppo TheBuss); Marco Ferrari (Digital Designer, progettista video e audio presso IED Milano); Solian Clerici (Exhibition e Light Designer presso IED Milano e TheBuss). (Comunicato stampa De Angelis Press)




André Butzer
Xylon - Acquerelli, pitture, libri e poesie


23 settembre - 20 dicembre 2022
GióMARCONI - Milano
www.giomarconi.com

Sesta personale di André Butzer con la galleria. La mostra mette in evidenza un nucleo molto importante della pratica dell'artista: una serie di opere su carta che Butzer ha continuato a produrre in concomitanza con i suoi dipinti. In galleria sarà visibile un gruppo di undici disegni in bianco e nero su larga scala realizzati a partire dal 2008, che verrà esposto per la prima volta e che sarà messo in dialogo con le più recenti opere figurative e astratte su carta. In occasione della mostra verrà pubblicata André Butzer - Alcune poesie, una selezione di poesie di André Butzer scritte tra il 1999 e il 2021. (Comunicato di presentazione)




288 Bruno Fantelli
Balzo di specie


29 settembre (inaugurazione) - 29 dicembre 2022
Cellar Contemporary - Trento
www.cellarcontemporary.com

Mostra dell'artista trentino Bruno Fantelli. Un progetto ambizioso in cui pittura e scultura convivono richiamandosi reciprocamente. Mostruosità dilaganti vi accoglieranno in un'atmosfera cupa, in apparenza caotica e a tratti perfino malsana. Ma, a ben guardare, l'intera massa informe di figure sconnesse e frammentarie, conserva un'armonia complessiva, resa possibile grazie alla capacità dell'artista di aver concepito un intero universo, ideato e plasmato per mezzo di uno stile sempre coerente. Un mondo destabilizzante, abitato da una miriade di piccole creature sovrapposte, sgraziate, mescolate e sempre pronte a "balzare" fuori dal disegno. La mostra è accompagnata da un catalogo con testi dell'artista e di Gabriele Lorenzoni. (Comunicato stampa)




Passione Novecento
Da Paul Klee a Damien Hirst
Opere dalle collezioni private


24 settembre 2022 - 08 gennaio 2023
Palazzo Medici Riccardi - Firenze
www.palazzomediciriccardi.it

Palazzo Medici Riccardi, dove è nato il collezionismo moderno all'epoca di Cosimo il Vecchio e di Lorenzo Il Magnifico, ospita una prestigiosa selezione di opere di maestri del XX secolo provenienti da collezioni private fiorentine e toscane. Passione Novecento da Paul Klee a Damien Hirst. Opere da collezioni private è un progetto di Museo Novecento, a cura di Sergio Risaliti, promosso da Città Metropolitana di Firenze e organizzato da MUS.E con l'intento di collegare la grande tradizione rinascimentale del collezionismo e mecenatismo alla passione per l'arte del Novecento ancora coinvolgente nella nostra epoca.

A dimostrazione di una continuità di pulsioni e sentimenti, di desideri e ambizioni che distinguono senza interruzione lo stato d'animo del collezionista, colui che secondo Benjamin si assume il compito di trasfigurare le cose, il vero inquilino dell'interieur, dove trova asilo l'arte. Si tratta di un viaggio nell'arte del Novecento costruito sulla base di un amore per le opere moderne e contemporanea che non deve sorprendere in una città come Firenze, culla del Rinascimento.

Si farebbe torto infatti alla storia della città in cui le vicende artistiche e quelle del collezionismo privato si sono intrecciate nei secoli, seminando nel territorio una predisposizione sensibile alle avanguardie e alle sue più avanzate sperimentazioni. Un fil rouge lega le antiche famiglie dei Sassetti e dei Tornabuoni, dei Medici e dei Doni, dei Gondi e dei Rucellai ai collezionisti privati di oggi. E oggi come ieri il cuore del collezionista batte per i grandi innovatori, artisti che hanno dato vita a nuovi linguaggi e a nuove pratiche, a ricordare come tanto l'arte quanto il collezionismo siano sempre contemporanei.

In mostra si potranno ammirare rari capolavori di Paul Klee e de Chirico, di Morandi e di Savinio, accanto a quelli di Martini e Melotti, Fontana e Burri, per spaziare nei nomi più celebri del contemporaneo come quelli di Warhol e Lichtenstein, di Alighiero Boetti e Daniel Buren, fino a Damien Hirst e Cecily Brown, Ai Weiwei e Tracey Emin. Grazie al collezionismo e al mecenatismo, nato in particolare nelle 'camere' e negli studioli di Palazzo Medici, si è affermata l'autonomia delle opere d'arte, apprezzate per se stesse, curate, contemplate, collezionate.

Dalle raccolte private, dagli studioli e dai salotti dei gran signori, sono poi nati i primi musei moderni. Dall'amore per l'arte, dal culto degli antichi, dal desiderio di emulazione è anche nata una delle prime accademie d'arte, quel mitico giardino di San Marco patrocinato da Lorenzo il Magnifico, che fu la palestra artistica del giovane Michelangelo. Da quell'epoca, Firenze ha esercitato un preciso mandato nei secoli, una funzione necessaria alla strutturazione del sistema dell'arte moderna.

La città nei secoli è stata luogo del fare arte, della critica d'arte e dell'investimento in arte: una vocazione, quest'ultima, ininterrotta anche nell'Ottocento e nel Novecento, quando le grandi famiglie borghesi e industriali hanno perseverato in questa logica collezionando e investendo in bellezza e cultura. Tra i celebri collezionisti del passato merita ricordare Stefano Bardini, di cui quest'anno si celebra il centenario della nascita, antiquario e mercante tra i più eclettici e raffinati del suo tempo, dal cui gusto e capacità imprenditoriale è scaturito quel gioiello di museo che ancora oggi porta il nome del grande mercante fiorentino.

E poi, l'eclettico Frederick Stibbert e lo storico dell'arte Herbert Percy-Horne, le cui collezioni sono un pezzo importantissimo della storia fiorentina. Nelle sale di Palazzo Medici sarà un susseguirsi di capolavori, opere che possono raccontarci storie bellissime, di grandi appassionati d'arte, perfino identitarie, al punto di specchiare il collezionista, la sua vita, il suo gusto, i suoi ideali in un gioco di suggestioni e di significati riposti. (Comunicato stampa ufficio stampa Lara Facco P&C)




Locandina della mostra L'Italia e l'Alliance Graphique Internationale L'Italia e l'Alliance Graphique Internationale. 25 grafici del '900
21 settembre 2022 - 06 gennaio 2023
Magazzino delle Idee - Trieste
www.archiviostoricolivetti.it

Venticinque grafici del '900, organizzata da ERPAC, Ente Regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia, e curata da Carlo Vinti. L'esposizione è dedicata a 25 professionisti italiani appartenenti all'Alliance Graphique Internationale, l'associazione che dal 1951 riunisce i professionisti più importanti del mondo: attraverso le loro opere il percorso espositivo offre uno spaccato della storia della grafica italiana della seconda metà del '900.

In mostra oltre 200 opere tra manifesti, annunci pubblicitari, prodotti editoriali e altri stampati insieme ad alcuni bozzetti e schizzi progettuali, carteggi tra i membri AGI e documenti relativi alla vita dell'associazione. Ogni autore è presentato in una sezione dedicata attraverso alcune tra le più significative opere realizzate tra l'inizio degli anni '50 e la fine del secolo per musei, teatri, per l'editoria e per note aziende come Barilla, Campari, Coop, Olivetti, Pirelli, Pura Lana Vergine. Un patrimonio visivo ed estetico entrato nella quotidianità degli italiani che in molti ricorderanno. L'Associazione Archivio Storico Olivetti ha contribuito alla realizzazione della mostra fornendo materiali storici provenienti dalle proprie collezioni di archivio e biblioteca. (Comunicato di presentazione)




Dipinto a olio su tavola di faesite di cm 60x75 denominato Volpe in fuga realizzato da Antonio Ligabue nel 1948 Dipinto a olio su tavola di faesite di cm 199x130 denominato Autoritratto con cavalletto realizzato da Antonio_Ligabue tra il 1954 e il 1955 Antonio Ligabue. L'ora senz'ombra.
Il riconoscimento come artista e come persona


16 settembre 2022 - 05 febbraio 2023
Galleria BPER Banca - Modena

Curata da Sandro Parmiggiani, l'esposizione si svilupperà a partire da quattro importanti dipinti appartenenti alla collezione d'arte diBPER Banca. Accanto ai dipinti di proprietà dell'istituto bancario, sarà esposta una selezione di opere provenienti da collezioni private, per rappresentare i principali filoni cui si è dedicato l'artista: dalle lotte senza tregua tra gli animali selvaggi agli autoritratti, fino alle scene di lavoro nei campi, nelle quali si fondono realtà dello sguardo e memorie della patria perduta.

Il percorso espositivo comprende una ventina di dipinti, realizzati dal 1929 fino all'ultimo periodo di attività dell'artista, che dal novembre del 1962 è impossibilitato a dipingere per motivi di salute. Tra le opere della corporate collection di BPER Banca si segnalano, in particolare, "Leonessa con zebra" (1959-60) e "Autoritratto con cavalletto" (1954-55). Se la prima tela, selezionata come immagine guida della mostra, testimonia la passione di Ligabue per gli animali selvaggi, le cui anatomie sono definite a partire dalle immagini recuperate dai libri di zoologia e dalle stampe popolari, la seconda raffigura Ligabue stesso nell'atto di dipingere un gallo in uno scenario di aperta campagna, dove la natura, al pari del pittore, è ritratta in tutta la sua primordiale vitalità.

È inoltre esposta "Aratura con buoi" (1953-54), opera raffigurante un contadino di spalle che spinge faticosamente un aratro trainato da due buoi bianchi su un terreno brullo, mentre in lontananza si scorgono un paesaggio verdeggiante e una città. "Ritorno dai campi con castello" (1955-57), infine, nasconde un dettaglio autobiografico: sullo sfondo, oltre il contadino, i cavalli e il cane che tornano in paese, è dipinto un lago al cui centro svetta un castello con guglie e banderuole al vento, forse ricordo della natia Svizzera.

Tra le opere provenienti da collezioni private, si segnalano "Caccia grossa" (1929), in cui Ligabue si auto-raffigura mentre guarda una delle sue scene di lotta per la vita; "Leopardo con serpente" (1937), emblema della privazione della libertà che lui sta patendo; "Autoritratto" (1940), che corrisponde all'affermazione della sua duplice identità di uomo e di artista; "Circo" (1941-1942), dipinto di stordente abilità compositiva; infine "Autoritratto con mosche" (1956-1957), aperta allusione alla fine della vita.

«Se si guarda nell'insieme all'opera di Ligabue - scrive Sandro Parmiggiani - ci si rende conto che lui è essenzialmente un artista tragico, che della vita ha spesso rappresentato l'aspetto più drammatico e doloroso: la lotta per sopravvivere o per affermarsi, in cui una vittima soccombe al carnefice e viene sacrificata; il lento cammino delle sue umane sembianze verso l'esito finale. Certo, ci sono anche le scene di lavoro nei campi, con i contadini e il bestiame, e gli animali domestici, ma nei suoi autoritratti la visione tragica s'esercita prima di tutto su di sé, sull'uomo sgraziato, che pare avere qualche punto di tangenza con l'animale. In fondo, Ligabue vedeva gli animali, quelli domestici e quelli feroci, come una parte costitutiva, essenziale, del creato, che lui si impegnò a salvare in una sorta di "arca pittorica", convinto che anche in essi palpitasse un'anima e che fossero parte essenziale, assieme alla vegetazione, del creato».

«Antonio - prosegue il curatore - sembra precipitare, per gran parte della sua vita, in un baratro di dolore e di solitudine, all'interno del quale è costretto a condurre la maggior parte della sua esistenza. Non cede mai, tuttavia, alla tentazione della resa, della recisione del legame con l'esistenza, del "rifiuto della vita", quando si arriva a scegliere un distacco risolutorio dalle sofferenze quotidiane. Cerca sempre, invece, di risalire faticosamente lungo le pareti scivolose di quell'abisso, costantemente alla ricerca di una dignità e di un riconoscimento che lui sente essergli dovuti».

Il catalogo della mostra è arricchito da alcune testimonianze documentarie provenienti dall'Archivio ex Ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, raccolte e pubblicate grazie alla disponibilità di Gian Maria Galeazzi, direttore del Dipartimento ad attività integrata Salute Mentale e Dipendenze Patologiche, e della responsabile Chiara Bombardieri, che ricostruiscono la storia personale di Ligabue e la sua tormentata vicenda psichiatrica, nonostante la quale ha dato vita ad opere di straordinaria forza comunicativa, che ancora oggi affascinano per la loro moderna visionarietà. Il punto di vista clinico è stato anche approfondito da un testo dello psichiatra Domenico Nano. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Antonio Ligabue, Volpe in fuga, olio su tavola di faesite cm 60x75, 1948
2. Antonio Ligabue, Autoritratto con cavalletto, olio su tavola di faesite cm 199x130, 1954-55




Veduta della mostra Attraverso l'arte La galleria Il Gabbiano 1968 2018 Locandina della mostra La galleria Il Gabbiano 1968 2018 Attraverso l'arte. La galleria Il Gabbiano 1968-2018
27 maggio (inaugurazione) - 25 settembre 2022 (prorogata al 19 marzo 2023)
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia
camec.museilaspezia.it

Il CAMeC rende omaggio alla storica galleria Il Gabbiano che, in cinquant'anni di ricerca artistica e con oltre 500 mostre, ha portato in città le eccellenze dell'arte contemporanea italiana e internazionale, con approfondimenti dedicati alla Poesia visiva, a Fluxus, all'Arte concettuale, alla Body Art e alle esperienze legate alla musica e al suono. Il Gabbiano ha avuto il merito di porre al centro del suo percorso la figura dell'artista, attenzione posta fin dagli esordi probabilmente perché la galleria, attiva dal 1968 al 2018, è stata sempre condotta da soli artisti, spinti dalla necessità di avere tra di loro e con il pubblico uno spazio di dialogo e di confronto.

Ci sono comunque state nel corso degli anni fruttuose collaborazioni con critici e storici dell'arte, nonché galleristi, che hanno contribuito a ramificare sempre più la rete di contatti e conoscenze che ha reso la galleria nota a livello nazionale e con numerosi contatti anche all'estero. L'esposizione è curata da Mario Commone in dialogo con Mara Borzone, Francesca Cattoi, Cosimo Cimino, Lara Conte e Marta Manini, ideatrice del progetto grafico e di allestimento; la direzione del progetto è affidata ad Eleonora Acerbi e Cinzia Compalati, conservatrici del Centro.

La galleria Il Gabbiano nasce alla Spezia nel 1968 per volontà di una dozzina di artisti. Un'esigenza probabilmente scaturita dalla mancanza in città di situazioni analoghe ed essendo venuto meno da pochi anni anche il Premio del Golfo, rassegna periodica di pittura di rilevanza nazionale. Gli interessi del Gabbiano - nel frattempo gli artisti che compongono il circolo si riducono a quattro (Fernando Andolcetti, Cosimo Cimino, Mauro Manfredi e Clara Milani) - si orientano poi verso le ricerche d'avanguardia che si affiancano al concettuale, quali la Poesia visiva e Fluxus, in particolare grazie ai rapporti con artisti importanti come, ad esempio, Mirella Bentivoglio, che ha contribuito a mettere in relazione tutta una serie di altri artisti che lavoravano secondo un linguaggio legato sia alla parola che all'immagine fotografica, quindi alla loro connessione.

Altro artista e teorico importante che ha stretto una ininterrotta collaborazione fino agli ultimi anni è Lamberto Pignotti, tra i padri della Poesia visiva, con lui Lucia Marcucci, Eugenio Miccini e Giuseppe Chiari, tutti protagonisti di collaborazioni e mostre personali alla galleria Il Gabbiano. Negli anni quindi Il Gabbiano ha visto passare opere di numerosissimi artisti, oltre a quelli già citati, ad esempio, la spezzina Ketty La Rocca - contribuendo a far conoscere il suo importante lavoro -, Mimmo Rotella, Ugo Nespolo, Richard Smith, Ben Vautier, Philip Corner, Takako Saito, Jiri Kolár, Emilio Isgrò, Ben Patterson, Sarenco, Rodolfo Vitone, Maria Lai, Gillo Dorfles, Nanni Balestrini, Pietro Grossi. Un capitolo a parte merita il sodalizio con il pittore Edo Murtic, che a partire dal 1970 ha realizzato numerose mostre personali, lavorando praticamente in esclusiva e producendo litografie inedite per Il Gabbiano.

Nella project room è inoltre proposta un'installazione corale, che riprende le dinamiche espositive della galleria, caratterizzate sovente da mostre collettive e tematiche, per le quali i partecipanti, in formazione variabile, erano chiamati a inviare un'opera secondo le indicazioni richieste, creando delle vere e proprie collane che avevano anche uno sviluppo editoriale. Per l'occasione, cinquanta artiste e artisti, che nel corso degli anni hanno esposto al Gabbiano, sono stati invitati a dare un contributo-omaggio alla mostra sotto forma di bandiera. La bandiera diventa così simbolo di libertà e leggerezza, elementi che hanno sempre contraddistinto l'identità del Gabbiano.

La mostra al CAMeC è parte del percorso di ricerca condotto sugli Archivi della Galleria che confluirà nella pubblicazione di un volume a cura del Circolo Culturale, nel quale sarà documentata la storia della galleria attraverso le mostre, le performance, i concerti e le conferenze realizzate durante gli anni di apertura nelle sedi di via Don Minzoni 63, poi 53 e infine via Ricciardi 15 e in diversi luoghi della città. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




The Game
Elettricità e rivoluzione digitale


29 settembre (inaugurazione) - 28 febbraio 2023
Museo della Tecnica Elettrica - Pavia

Una mostra ispirata al libro di Alessandro Baricco, un percorso affascinante ideato con Scuola Holden che racconta gli ultimi 40 anni di evoluzione tecnologica che hanno modificato radicalmente la vita di ognuno di noi. L'esposizione, curata da Carlo Berizzi e Francesco Pietra, guida tra le "epoche" della rivoluzione digitale, presenta i protagonisti, indaga il passato e rilancia verso il futuro della tecnologia. Già all'ingresso del museo possiamo sperimentare in prima persona il cambiamento raccontato da Baricco; giocando a calcio balilla, flipper e Space Invaders, ci rendiamo conto che, piano piano, nel passaggio da un gioco all'altro tutto diventa più astratto, artificiale, leggero e veniamo catturati da una nuova realtà fatta di schermi, tastiere e codici.

La mostra, organizzata dal Museo della Tecnica Elettrica dell'Università di Pavia e ideata con Scuola Holden, gode dei patrocini di Regione Lombardia, Provincia di Pavia, Comune di Pavia, Università di Pavia, Museimpresa e Assolombarda, ed è realizzata in collaborazione con Biblioteca Universitaria di Pavia - MiC, Amazon.it, Corriere della Sera, Centro Documentazione Rcs e Ctrl+Alt Museum.

Il viaggio parte dall'epoca Classica (1981-1997) in cui avviene la digitalizzazione di testi, immagini e suoni, viene realizzato il primo PC e creata la rete. Il PC IBM, il famoso Commodore 64, la macchina fotografica digitale, le prime mail, fanno tutti parte di questo periodo in cui si sviluppa un nuovo sistema di circolazione delle informazioni. Nascono i motori di ricerca per navigare in questo nuovo mondo e iniziano le prime vendite online.

Nell'epoca della Colonizzazione (1999-2007) il digitale si avvicina a tutti, vengono creati i social ed entrano in commercio gli smartphone, tutte novità che permettono di rimanere sempre connessi con il digitale; aprono Wikipedia, YouTube ma anche Linkedin, MySpace e Facebook, prendono forma luoghi dove condividere non solo informazioni e dati ma anche la nostra storia e la quotidianità, ritroviamo oggetti iconici del nostro recente passato come il Kindle, il BlackBerry Quark o il primo iPhone.

Arriviamo infine all'epoca del Game, gli anni in cui stiamo vivendo, dove tutto corre veloce e la distanza tra uomo e macchina si riduce sempre più, dove la tecnologia può risolvere i piccoli problemi quotidiani e la realtà ci propone una "umanità aumentata". Una vita completamente connessa, in cui non c'è più distinzione tra mondo reale e mondo digitale, dove le App come Netflix, WhatsApp, Uber, iCloud o TikTok gestiscono una buona parte della nostra giornata; mentre applicazioni, realtà aumentata e virtuale, assistenti vocali interagiscono, eseguono compiti e dialogano con gli umani ma sono solo l'anteprima di un nuovo orizzonte ancora tutto da scoprire: l'intelligenza artificiale.

Un esteso corpus di strumenti tecnologici, grafiche, articoli di giornali, illustrazioni e una dettagliata linea del tempo portano a conoscere i protagonisti di questo cambiamento, i passaggi chiave che lo hanno causato e aiutano a riflettere sulla rivoluzione avvenuta negli ultimi quarant'anni, sia riguardo gli oggetti quotidiani, sia nella società che li ha creati e resi indispensabili. Una videoinstallazione dello studio creativo TwoShot anima tre tavoli su cui sono collocati i pezzi più iconici delle diverse epoche rendendo lo spazio centrale dell'esposizione immersivo, animando i prodotti tecnologici e amplificando le connessioni tra loro.

Uno schermo touch consente di navigare in una importante selezione di articoli e prime pagine provenienti dall'archivio del Corriere della Sera che mettono in relazione l'evoluzione tecnologica con i principali eventi della storia recente. La mostra, il cui allestimento è stato progettato da Andrea Vaccari di A7design, presenta anche i ritratti dei personaggi protagonisti del Game rielaborati dall'artista Alessandro D'Aquila.

Si vive l'esperienza del Game attraverso due percorsi che intrecciano la storia del Museo della Tecnica Elettrica: il Percorso Master si estende per tutto il museo, ripercorre la storia dell'elettricità - dalla pila di Volta fino al generatore a fusione nucleare Eta Beta II - e narra le invenzioni che ci hanno portato all'Epoca del Game; il Percorso Explorer, invece, introduce direttamente alla Sala del Game e al racconto della rivoluzione digitale dando la possibilità in un secondo momento di muoversi liberamente per il museo e approfondire le tematiche che più interessano.

È inoltre possibile lasciarsi guidare dalle Connessioni rappresentate da oggetti della collezione museale che uniscono la storia dell'elettricità con quella del Game. Questi elementi sono riletti con gli occhi di chi "abita" nel mondo digitale: il telegrafo rappresenta la prima smaterializzazione della comunicazione, le turbine raccontano la disponibilità elettrica per tutti, i diversi telefoni l'evolversi verso una connessione veloce e di massa. (Estratto da comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Locandina della mostra Assembling thoughts con opere di Louise Nevelson Louise Nevelson
Assembling thoughts


02 ottobre 2022 - 08 gennaio 2023
Museo Comunale d'Arte Moderna di Ascona (Svizzera)

Una importante retrospettiva di Louise Nevelson (Kiev, 1899 - New York, 1988), tra le massime rappresentanti della scultura del XX secolo. La rassegna, prima grande antologica di Louise Nevelson mai realizzata in Svizzera, organizzata dal Museo Comunale di Ascona in collaborazione con la Fondazione Marconi di Milano, è curata da Mara Folini e Allegra Ravizza. La mostra presenta oltre ottanta opere tra disegni, collage e sculture che ripercorrono la poetica dell'artista a cui si aggiunge una sezione con materiale storico, documentaristico e didattico per far comprendere l'evoluzione del suo pensiero creativo.

Il percorso espositivo si costruisce attorno a un nucleo di lavori che spazia dai rari disegni degli anni Trenta fino alle famose nere e monumentali "sculture-assemblaggi" degli anni Sessanta e Settanta, che dialogano con una selezione di più di sessanta collage, frutto della sua ricerca più intima, sviluppata lungo un periodo di trent'anni, dal 1956 al 1986. Questi lavori sono una sorta di laboratorio di idee, di sperimentazione in progress, di tecniche, di materiali e soprattutto di riciclo di oggetti d'uso comune casualmente trovati e liberamente trasformati, che testimoniano il vasto orizzonte entro cui Louise Nevelson elabora i risultati astratti delle avanguardie storiche e del lavoro dei suoi contemporanei, sia sul piano tecnico che su quello concettuale.

La mostra si apre con i disegni degli anni Trenta, che riportano la sagoma sintetica di un corpo femminile, ora a figura intera nelle sue forme piene, ora essenziale e schematica. Questi primi lavori attestano già quanto il movimento sarà centrale nella sua interpretazione personale del linguaggio cubista, che deriva anche dalla sua esperienza della danza "olistica" praticata con la celebre ballerina e coreografa americana Martha Graham.

La peculiare interpretazione della scomposizione cubista è significativamente esercitata dalla Nevelson proprio grazie all'infinita libertà espressiva e combinatoria che questa tecnica le offre per esprimere la sua immaginazione creativa. Questa medesima inventiva ritorna nelle acqueforti e puntasecca degli anni cinquanta, così come nelle litografie e tecniche miste degli anni settanta, che la vedono padrona dei mezzi grafici, nell'elaborazione di tecniche di stampa anticonvenzionali per l'uso di materiali inusuali come piccoli elementi materici, tessuti e merletti, carte traslucide e altro.

Annoverata tra i protagonisti dell'Informale e delle Neoavanguardie, il suo linguaggio cubista, a partire dagli anni cinquanta, si radicalizza nella plasticità monumentale delle sue iconiche sculture nere, come in Ancient Secret del 1964, in cui dà libero sfogo al suo impulso di assemblare e riciclare pezzi di legno erratici, scartati o abbandonati, testimoni di memoria e di storia. Le opere di Louise Nevelson pulsano di una energia intensa, che significativamente si esprime nell'uso simbolico e "purificante" del nero, con cui l'artista dipinge ogni parte delle migliaia di frammenti di legno diversamente accostati, collocati in scatole anch'esse di legno, secondo un ordine sia casuale che geometrico.

Il percorso espositivo entra quindi nel suo nucleo più vitale e intimo, ovvero quello dei Collages che la Nevelson ha realizzato nel corso di tutta la sua carriera, custodito e mai esposto. I Collages, che testimoniano il suo vasto orizzonte artistico perfettamente al corrente dei risultati astratti delle avanguardie storiche, rappresentano in modo sostanziale anche il suo linguaggio distintivo all'insegna della piena libertà espressiva e compositiva. Questi Assemblages dall'estetica armonica rivelano l'attenzione dell'artista verso il recupero di frammenti di "vita" abbandonati o considerati non rilevanti dalla società di massa, rendendoli unici, grazie al lavoro di ricerca e all'estro dell'artista, che fu insieme donna, ecologista ante litteram, capace di lottare con orgoglio per la propria femminilità. In mostra sarà inoltre proiettato il film - in versione integrale - Nevelson: Awareness in the Fourth Dimension di Dale Schierholt.

Louise Berliawsky, con la sua famiglia emigra negli Stati Uniti nel 1905. Si sposa nel 1920 e, acquisendo il cognome del marito, diventa Louise Nevelson. Inizia a studiare il disegno, la pittura, il canto, l'arte drammatica. Alla fine degli anni venti segue un corso all'Art Students League di New York. Lavora poi con Hans Hofmann a Monaco di Baviera (1931), quindi con Diego Rivera a New York e a Città del Messico dove sarà sua assistente per diversi progetti. A partire dal 1933 espone le sue incisioni e pitture, e per la prima volta nel 1936 le sue sculture. La sua prima personale è del 1941 alla Nierendorf Gallery a New York. Tra il 1949 e il 1950 studia e sperimenta nuovi materiale come la terracotta, l'alluminio, il bronzo allo Sculpture Center di New York, poi l'incisione con Stanley William Hayter all'Atelier 17.

Negli anni Cinquanta è uno dei primi scultori americani a presentare degli assemblaggi. L'artista incastona in casse impilate delle reliquie di pezzi di legno di ogni genere, costruendo così delle architetture astratte, monumentali e barocche; questi pezzi, come il loro titolo, suggeriscono un mondo immaginario e poetico. Le sue prime sculture sono caratterizzate dall'utilizzo di una tempera nera opaca che ricopre e azzera ogni differenza cromatica d'origine; in seguito, diventeranno più luminose e liriche, bianche o oro, con l'aggiunta spesso degli specchi o del plexiglas. Negli anni Ottanta Louise Nevelson risponde a delle committenze pubbliche creando dei lavori site-specific che prevedevano l'assemblaggio di frammenti e parti di metallo tagliato, l'artista crea così delle grandi sculture urbane. (Comunicato stampa)




Massimo Bartolini. Hagoromo
15 settembre (inaugurazione) - 08 gennaio 2023
Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci - Prato

Mostra dedicata a Massimo Bartolini (Cecina, 1962), nuovo capitolo del ciclo di monografie che il Centro organizza annualmente per presentare al pubblico l'opera di artisti e artiste italiane. La mostra, a cura di Luca Cerizza con Elena Magini e realizzata in partnership con Intesa Sanpaolo, presenta una nuova installazione - la più grande mai realizzata dall'artista - appositamente concepita per gli spazi del museo, una sorta di nuova spina dorsale che guida lo spettatore alla scoperta di opere appartenenti a momenti diversi della sua carriera. Eludendo il carattere retrospettivo, l'organizzazione cronologica e tematica, la mostra funziona come un itinerario fatto di incontri sorprendenti e rivelatori.

Hagoromo è il titolo di una nota pièce del teatro Noh giapponese, che racconta la storia di un pescatore che un giorno trova l'hagoromo, il manto di piume della tennin, spirito celeste femminile di sovrannaturale bellezza parte della mitologia giapponese. Alla richiesta dello spirito di riavere indietro il manto senza il quale non avrebbe potuto tornare in cielo, il pescatore risponde che glielo avrebbe consegnato solo dopo averla vista danzare.

Hagoromo (1989) è anche il titolo di quella che Bartolini considera la sua prima opera matura: all'interno del suo vecchio studio, su un palco illuminato, un musicista improvvisa una musica per sassofono. Una danzatrice reagisce alla musica, muovendosi dentro un parallelepipedo su ruote, che ha le sembianze di una minuscola unità abitativa. In questa performance sono già anticipati alcuni dei temi e dei caratteri che accompagnano ancora oggi la sua ricerca: la dimensione narrativa, che si sviluppa a partire da omaggi, riferimenti, prelievi di altre storie, opere e biografie; il rapporto con l'architettura e lo spazio; la relazione con il contesto teatrale e performativo, anche attraverso l'uso del suono e della musica; la delineazione all'interno dell'opera di rapporti tra opposti apparentemente inconciliabili.

La mostra è accompagnata da Hagoromo: Massimo Bartolini, la più ampia pubblicazione mai dedicata all'artista toscano. A cura di Luca Cerizza e Cristiana Perrella, e pubblicato da NERO, il volume è un progetto realizzato grazie al sostegno dell'Italian Council (X edizione 2021), programma di promozione internazionale dell'arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Con più di 400 pagine, il volume presenta un ricco apparato iconografico che segue in ordine cronologico tutto il percorso dell'artista accompagnato da dettagliati apparati bio-bibliografici; la pubblicazione comprende testi di: a.titolo, Fiona Bradley, Luca Cerizza, Laura Cherubini, Carlo Falciani, Chus Martínez, Jeremy Millar, Cristiana Perrella, Marco Scotini, David Toop, Andrea Viliani. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Dipinto a tecnica mista su tela di cm 80x90 denominato La Polvere Del Colore realizzato da Vincenzo Cecchini nel 2019 Vincenzo Cecchini
In Forma di Pittura


04 ottobre (inaugurazione) - 16 dicembre 2022
Glenda Cinquegrana Art Consulting - Milano
www.glendacinquegrana.com

"La pittura è un'aria che mi gira intorno. Quell'aria che da ragazzo mi aveva trascinato a dipingere sui muri delle balere della Riviera e a riempire pagine di favole a fumetti, si era poi infilata dentro colorate lastre di laminato plastico, entrava nella tela attraverso i liquidi dello sviluppo fotografico o accarezzava leggera trittici di grossa tela di juta". (Vincenzo Cecchini, 2018)

Mostra personale dedicata al maestro della Pittura Analitica Vincenzo Cecchini, a cura di Glenda Cinquegrana, che raccoglie uno spaccato della sua produzione dagli anni Settanta fino ad oggi. La mostra si propone di fornire una prospettiva a volo d'uccello sull'arte del maestro di Cattolica (1934) a partire dalle opere storiche che usano il medium fotografico come base per innescare un discorso di riflessione sulla pittura, come le Fototracce, sino alle serie più recenti come Le Affinità elettive, La Polvere del Colore e Aurea Mediocritas. L'esposizione presenta anche un nucleo importante di opere del periodo storico compreso fra gli anni Settanta ed Ottanta.

L'opera di Cecchini a partire dagli anni Settanta si propone di mettere a fuoco il dialogo fra pittura e fotografia, dove entrambi linguaggi della visione vivono le loro ragioni d'essere in parallelo. Con il procedere degli anni l'evoluzione naturale del discorso pittorico di Cecchini trova un suo centro formale nell'astrazione materica: la pittura del maestro di Cattolica, lungi dalla scelta di un oggetto specifico, acquisisce una dimensione di emanazione cromatica che si affida più all'intuizione che alla riflessione.

Il gesto deciso di circoscrivere lo spazio pittorico in uno schermo mai uguale a sé stesso è consapevolezza ferma dell'imperfezione umana: è una ricerca la sua, che più che trovare riposte, vuole porre interrogativi. Il gesto di costruzione di uno schermo si accompagna all'osservazione della sedimentazione della materia pittorica che, racchiuso nello strato di acetato, produce giochi imprevedibili di profondità e parvenze. Come dice Claudio Cerritelli, autore di uno dei testi in mostra, "per Cecchini la pittura non ha certezze dimostrabili, è un azzardo che sfida la dimensione dell'ignoto, muta parvenza che interroga lo spazio senza referenti, avventura della materia tra strati densi e aloni evanescenti". L'opera di Cecchini si muove nella costante sperimentazione fra questi termini: la materia del colore, la colla, lo strato di acetato, in una sinfonia di variazioni infinte. (Comunicato stampa)

Immagine:
Vincenzo Cecchini, La Polvere Del Colore, tecnica mista su tela cm80x90, 2019




Dipinto a olio su tela di cm 157x167.5 denominato Autunno realizzato da Leonardo Dudreville nel 1913 Nuove Tendenze
Leonardo Dudreville e l'avanguardia negli anni Dieci


15 ottobre 2022 - 08 gennaio 2023
Fondazione Ragghianti (Complesso monumentale di San Micheletto) - Lucca
www.fondazioneragghianti.it

Non solo Futurismo. All'inizio del Novecento sono molte le realtà artistiche che cercano una nuova estetica e, tra queste, il gruppo Nuove Tendenze fondato a Milano nel 1913 dal critico Ugo Nebbia e dall'artista Leonardo Dudreville, cui la Fondazione Ragghianti dedica la mostra a cura di Francesco Parisi. Interessato alle tematiche musicali e relative agli stati d'animo, il movimento Nuove Tendenze ha molte assonanze con i gruppi di matrice secessionista su scala europea, ed è caratterizzato da un'assoluta libertà sperimentale. La mostra offre una lettura nel contesto delle avanguardie internazionali e delle "mostre di fronda" italiane, affrancando Nuove Tendenze dall'etichetta di para-futurista, per quanto abbia con il movimento di Marinetti molte tangenze, soprattutto comunicative.

Grazie ai materiali provenienti dall'Archivio Leonardo Dudreville di Monza e da varie collezioni private e pubbliche, la mostra analizza il contesto artistico in cui si forma Nuove Tendenze, indagando alcuni momenti dell'avventura artistica di Leonardo Dudreville (Venezia, 1885 - Ghiffa, Verbano-Cusio-Ossola, 1976), partendo dalla sua visita con Umberto Boccioni allo studio di Vittore Grubicy, fino alle incursioni nella tecnica divisionista, ed esponendo un corpus di opere prodotte tra il 1904 e il 1919.

La mostra si apre con una sezione dedicata agli sviluppi del Divisionismo nel primo decennio del Novecento, in cui le opere di Dudreville dimostrano un'inedita apertura verso valori espressivi e formali che puntano a un uso autonomo del segno pittorico, della luce, del colore. Il percorso prosegue poi con una parte dedicata ai rapporti di Dudreville con la compagine futurista e con altri artisti, come Aroldo Bonzagni. La seconda parte della mostra, focus della ricerca, è dedicata alla partecipazione di Dudreville a "mostre di fronda" quali Nuove Tendenze, che costituisce uno dei principali episodi espositivi in cui l'avanguardia artistica milanese elabora una strategia operativa alternativa rispetto ai canali ufficiali legati al mondo accademico.

L'esposizione di opere e documenti - pubblicazioni, lettere, fotografie, cartoline - di questa parte dell'esposizione racconta come la mostra Nuove Tendenze (1914) sancisca la nascita di un progetto espositivo autonomo e autosufficiente, legato all'individuazione di una posizione estetica d'avanguardia che va oltre la logica esclusivamente contestativa delle mostre Arte Libera del 1911 e Rifiutati del Cova del 1912. Accanto alle opere di Dudreville esposte in quell'occasione, i lavori di Carlo Erba, Achille Funi, Mario Chiattone, Adriana Bisi Fabri, Antonio Sant'Elia, Marcello Nizzoli, tutti parte del progetto. In questo contesto spicca anche il ruolo centrale dell'associazione Famiglia Artistica nel milieu artistico locale, che garantiva agli artisti, più giovani e militanti, un centro espositivo libero, privo di giurie di ammissione: tutti gli aderenti a Nuove Tendenze, compresi i critici, parteciparono alla vita sociale e artistica di questa realtà.

La mostra comprende anche alcune opere esposte nella Galleria Centrale d'Arte nell'ex Caffè Cova nell'aprile del 1919, contesto utile per leggere la longevità del fenomeno futurista milanese, ma che documenta anche gli ultimi rapporti diretti di Dudreville con il Futurismo di matrice boccioniana e marinettiana. L'11 gennaio 1920, infatti, Dudreville firma con Funi, Russolo e Sironi il manifesto Contro tutti i ritorni in pittura, che chiude idealmente la mostra rivelando il suo avvicinamento a una nuova visione teorica ed estetica.

La mostra è accompagnata da un libro-catalogo edito dalla Fondazione Ragghianti con Silvana Editoriale, che includerà le riproduzioni delle opere esposte, di documenti e di materiali d'epoca, e i saggi del curatore Francesco Parisi con quelli di Alessandro Botta, Niccolò D'Agati, Roberto Dulio, Elena Pontiggia e Sergio Rebora, studiosi specialisti della materia. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

«Io ho fissata e realizzata graficamente la sintesi dello stato d'animo determinatosi in me al contatto della mia individualità psichica, interna, con la vita-ambiente, esterna, che mi circonda.» (Leonardo Dudreville)

Immagine:
Leonardo Dudreville, Autunno, olio su tela cm 157x167.5, 1913, Galleria Giannoni, Novara




Franco Donaggio
Silences


08 ottobre 2022 (inaugurazione) - 29 gennaio 2023
Alchimia Gallery - Freeport (Maine - Usa)
www.alchimiagallery.com

Edificata nel 1789, Casa Alchimia rinasce dalle proprie fondamenta in perfetta armonia col paesaggio incantato del Maine, a Freeport. Qui il gusto e l'esperienza dei proprietari hanno creato una residenza che propone un nuovo concetto di ospitalità che unisce l'eleganza, il rispetto dell'ambiente, la contemplazione dell'arte attraverso il design degli arredi e la magnifica collezione contemporanea messa a disposizione da Monica e Giampiero Bonacini. La raffinatezza degli ambienti, nei quali il lusso sposa la semplicità, è perfettamente inserita nell'autenticità del luogo naturale, abitato da silenzi che arrivano da lontano. Il profondo senso della storia e un inconfondibile sentore di gusto italiano rendono la location una meta ideale per chi desidera un soggiorno di charme e relax, dove ogni singolo dettaglio è pensato per deliziare i sensi.

La struttura esterna della casa, completamente ricostruita in perfetto stile New England, ha mantenuto il tipico stile architettonico della zona. All'interno si trovano, tra gli arredi, alcuni tra i pezzi più noti della storia del design Italiano, firmati Cassina, Molteni, Zanotta, Driade, Kartell. Muovendosi negli spazi della casa ci si imbatte con meraviglia nei pezzi iconici del design italiano contemporaneo, dagli anni '50 a oggi: Gae Aulenti, Achille Castiglioni, Tobia Scarpa, Vico Magistretti, Joe Colombo, Michele De Lucchi, Dino Gavina, Marco Romanelli abitano, magnifici e silenziosi, in queste stanze.

E da ottobre 2022, Casa Alchimia arricchisce la sua offerta di ospitalità con eventi dedicati all'arte, aprendo al pubblico una galleria d'arte contemporanea che occuperà tutto il pianterreno e il grande giardino della casa. Ad inaugurare la galleria una mostra fotografica dell'artista Franco Donaggio, a cura di Sandra Benvenuti, già dal titolo un omaggio al Maine: Silences.

Il lavoro, maestoso nella sua purezza, è stato realizzato in occasione del bicentenario della costituzione dello stato del Maine, su richiesta dei proprietari di Casa Alchimia. Grati al territorio d'adozione, i Bonacini hanno chiesto all'autore, noto per poetica e creatività, di interpretare lo spirito del loro luogo d'elezione. Donaggio, che è presente con opere prestigiose nella collezione privata dei Bonacini, ha raccolto la sfida, percorrendo la via della narrazione fotografica che va dalle suggestioni romantiche alla seduzione senza riserve di una terra incontaminata. Luoghi vergini, dove il tempo è scandito dai silenzi e sembra muoversi lentamente al ritmo dei sussurri lievi della natura.

E se è vero che il silenzio assoluto non esiste, per l'artista vale più che mai la ricerca che non si placa, il sogno irrealizzabile di una pace profonda da cui trarre energia per continuare a cercare e a vedere altrove. Le 54 opere che compongono questo straordinario diario di viaggio, stampate in un rigoroso bianco e nero, saranno esposte da Alchimia Gallery. L'inaugurazione della galleria, inizialmente prevista per l'autunno 2020, è stata posticipata a causa delle limitazioni dovute alla emergenza sanitaria.

Franco Donaggio Chioggia (Venezia, 1958) è uno dei fotografi italiani contemporanei più originali e interessanti a livello internazionale. La sua produzione artistica è frutto di un'accurata operazione intellettuale e concettuale. Sin dall'inizio si dedica alla fine art photography con immagini altamente estetiche ma con una approfondita ricerca in camera oscura che converge nella sperimentazione off-camera. Le sue immagini - influenzate dal surrealismo e dalla poesia visiva - contengono un universo magico nel quale gli oggetti tratti dalla quotidianità non sono mai ciò che sembrano essere (perché decontestualizzati). Vincitore di vari premi e riconoscimenti alla carriera, ha esposto in numerose gallerie private e musei in Europa, Russia e Stati Uniti. Sue fotografie fanno parte di importanti collezioni italiane ed estere, sia private che istituzionali. (Comunicato di presentazione)




Francesco Simeti
"come un limone lunare"


23 settembre 2022 - 29 gennaio 2023
XNL Centro d'arte contemporanea, cinema, teatro e musica - Piacenza

Che cosa è la Natura? Che cosa sappiamo veramente della Natura? Che cosa vediamo quando guardiamo la Natura? Chi e che cosa muove le nostre emozioni verso la necessità del possesso delle immagini sulla Natura? A queste e a molte altre domande cerca di dare una risposta "come un limone lunare", la mostra di Francesco Simeti (Palermo, 1968) che inaugura ufficialmente il programma di XNL Piacenza. Centro di arte contemporanea, cinema, teatro e musica, sotto la Direzione Artistica di Paola Nicolin.

Accanto a un'eterogenea selezione di lavori - collage, wallpaper, sculture, oggetti in ceramica, installazioni e opere pubbliche, frutto di più di venti anni di riflessioni sulla natura delle immagini - Simeti porta a Piacenza anche una nuova opera, pensata appositamente per le gallerie dedicate alle arti contemporanee di XNL: una macchina scenica, accogliente e immersiva - realizzata raccogliendo immagini da database digitali per la vendita di contenuti fotografici - che offre al pubblico una riflessione sulla Natura e su cosa spinge ad acquistarne le immagini. L'artista dà vita a una scenografia, a un marchingegno volutamente rudimentale che muove immagini patinate, rappresentazioni della Natura estremamente reali, come un filo d'erba, ma allo stesso tempo artificiali perché presentate sotto forma di fotografia.

"come un limone lunare" è una opera-mostra affine alla ricerca di Francesco Simeti, che da anni alimenta un archivio di immagini tratte dalle fonti più disparate: dalle pagine di quotidiani agli erbari, dai taccuini rinascimentali all'iconografia rurale, dai manuali di agraria e botanica ai saggi di ornitologia e scienze naturali. Immagini che disegnano, nel loro insieme, un patrimonio visivo del paesaggio, negletto e ferito, dove le comparse e i gesti si ripetono in un'economia di relazioni che non abbiamo ancora compreso a fondo.

Ragionando sulla natura delle immagini, considerate come fossili del futuro, Simeti restituisce in questa nuova narrazione temi cari alla sua ricerca: la crisi ambientale, il dramma dei conflitti e i conseguenti spostamenti di persone, la compresenza di reale e artificiale, passato e futuro, fisico e digitale... ma "che cosa racconteranno queste immagini di noi?". La mostra è accompagnata a un programma pubblico di conferenze e approfondimenti tematici a cura di EN laboratorio collettivo, associazione culturale fondata nel 2017 a Piacenza.

Francesco Simeti è conosciuto per le sue installazioni site-specific che presentano scene esteticamente affascinanti che ad uno sguardo più attento rivelano contesti più complessi. Simeti si appropria di immagini tratte da quotidiani e riviste sollevando domande sulla vera natura e il ruolo che questo immaginario ha nella società contemporanea. L'arte pubblica ha un ruolo fondamentale nella sua pratica artistica. Negli Stati Uniti ha lavorato a progetti commissionati da Percent for Art e Public Art for Public Schools a New York, il Multnomah county in Oregon e ha realizzato installazioni permanenti per le stazioni della metropolitana a Brooklyn e Chicago. Dal 2010 collabora con Maharam a New York. (Estratto da comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




I Maestri del Novecento: da Guttuso a Vedova
Opere dalla collezione Alberto Della Ragione


29 luglio 2022 - 08 gennaio 2023
Antiquarium di Centuripe (Enna - Sicilia)
www.centuripecittaimperiale.com

Il progetto espositivo - a cura di Sergio Risaliti, Direttore del Museo Novecento - nasce dalla collaborazione tra il Comune di Centuripe e il Museo Novecento di Firenze, con l'intento di rendere fruibile una selezione di capolavori esposti per la prima volta in Sicilia e provenienti da una delle più importanti raccolte dedicate all'arte italiana del Novecento: la Collezione Alberto Della Ragione.

La raccolta, composta da oltre duecento opere, fu donata dall'ingegnere Alberto Della Ragione al Comune di Firenze nel 1970, all'indomani dell'alluvione che colpì la città nel 1966. Con il suo gesto, alimentato da un profondo senso civico, Della Ragione rispose all'appello lanciato dallo storico dell'arte Carlo Ludovico Ragghianti, la cui volontà era quella di istituire un Museo Internazionale di Arte Contemporanea, come risarcimento simbolico ai danni subiti dal patrimonio storico-artistico fiorentino.

"Dal 2018 il Museo Novecento si occupa della valorizzazione della Collezione Alberto Della Ragione, con progetti 'esportati' fuori dalla città metropolitana di Firenze" dichiara Sergio Risaliti, Direttore del Museo Novecento di Firenze. "Un cospicuo numero di opere provenienti dalla raccolta dell'ingegnere-collezionista è stato presentato a Salò, in occasione della mostra 'Italianissima', per poi approdare a Livorno, in una mostra che ha visto confrontate due collezioni: quella pubblica di Della Ragione e quella privata dell'avvocato Iannaccone. Superato l'ostacolo della pandemia, le opere della collezione civica sono tornate a viaggiare, e questa volta arrivano a Centuripe, quasi a coprire un raggio d'azione che ha tracciato una linea di continuità nella penisola.

In questa occasione abbiamo concentrato l'attenzione sul carattere umanistico di molti dipinti realizzati dagli artisti della prima metà del Novecento italiano, dove emerge la passione per le vicende dell'uomo, l'ambiente quotidiano, la natura e i drammi storici attraversati all'epoca in cui queste opere furono realizzate. Una sottile vena esistenzialista che sembra aver animato Alberto Della Ragione, deciso difensore della libertà artistica e della funzione antagonista dell'Avanguardia. La presenza di Guttuso è un omaggio voluto alla Sicilia che ha dato i natali a uno dei più grandi cantori della realtà umana nella pittura del Novecento. Siamo felici di questa collaborazione con il Comune di Centuripe e con il Sindaco Salvatore La Spina, da sempre amante dell'arte".

Ripercorrendo la volontà di Alberto Della Ragione, il lascito supera i confini cittadini e regionali per arrivare in Sicilia, a Centuripe, città ricca di storia e custode di importanti tesori artistici e archeologici. Con una selezione di opere che spazia da Renato Guttuso a Emilio Vedova, da Mario Mafai a Filippo de Pisis, il pubblico potrà ammirare circa quaranta capolavori del coraggioso mecenate che sin dagli anni Venti si dedicò all'arte, quando ancora diffidente nei confronti della produzione del suo tempo, acquistò le prime opere ottocentesche.

Il suo amore per i contemporanei fu suggellato da una visita alla prima Quadriennale romana, nel 1931, che provocò in lui un deciso rifiuto dell'arte dei secoli precedenti. Il collezionista rispose così all'istanza etica di "non passare ad occhi chiusi tra l'arte del proprio tempo, ma di dare all'opera dell'artista vivente il legittimo conforto di una tempestiva comprensione", da subito motivata da ideali antifascisti e da una reazione alla politica culturale del Regime.

La grande qualità e la varietà delle opere incluse nella raccolta, che valsero a Della Ragione il primo premio alla Mostra delle Collezioni d'arte contemporanea di Cortina d'Ampezzo del 1941, è evidente nel dialogo che si instaura tra capolavori di correnti e movimenti diversi: da Valori Plastici al Novecento Italiano, dal Secondo Futurismo al Realismo magico. Grande risalto assumono inoltre le opere dei maestri della Scuola romana e di Corrente, con cui Della Ragione instaurò non solo rapporti di tipo professionale, ma anche dei veri e propri legami di amicizia. È il caso di Renato Birolli e Renato Guttuso, il quale, a proposito del collezionista, dichiarò: "seppe darci ciò di cui avevamo bisogno: la fiducia, l'amicizia, viveva con noi della stessa passione, si bruciava della stessa fiamma".

Della Ragione iniziò così ad offrire il proprio supporto ad artisti giovani, spesso trascurati dal mercato e dalla critica ufficiale. Da allora la sua collezione d'arte contemporanea, che già negli anni Quaranta era una delle più grandi esistenti in Italia, crebbe progressivamente. La raccolta rivela come il gusto dell'ingegnere-collezionista fosse comunque orientato, nella scelta di artisti e opere, verso i generi più tradizionali (tra cui la natura morta, il ritratto, il paesaggio, il nudo femminile), che assicurarono un quadro di riferimento, anche inconscio, alle sue scelte talvolta spregiudicate. Pur essendo deciso a rinnovare la propria visione dell'arte, Della Ragione non rinnegò mai totalmente la figurazione.

Nelle oltre duecento opere della raccolta emergono temi cari alla storia dell'arte moderna, ai quali pittori e scultori aderivano offrendo provocatorie soluzioni figurative senza mai travalicare i confini visivi collaudati nelle epoche precedenti. La mostra è stata resa possibile grazie al patrocinio oneroso dell'Assessorato Sport Turismo e Spettacolo della Regione Sicilia ed al supporto economico di Med Service, Manusia Restauri, LuxEsco e Verzì Caffè. (Estratto da comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Disegnare l'ebraico. Interpretazione artistica dell'Alef Bet
10 giugno 2022 - 05 febbraio 2023
MEIS Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - Ferrara

Mostra ospitata che costituisce il culmine del progetto per la promozione della conoscenza dell'ebraico. Il Museo espone nel padiglione d'accesso del suo edificio, nel suggestivo Giardino delle Domande, le 27 illustrazioni firmate da 16 studenti e due docenti dello IED Istituto Europeo di Design di Roma, che accoglieranno i visitatori con rielaborazioni originali delle lettere dell'alfabeto ebraico. Ogni lettera è accompagnata da un testo di approfondimento dedicato ai significati nascosti e all'origine dell'ispirazione che ha portato alla realizzazione dei disegni.

Tanti i riferimenti culturali e i parallelismi che sono alla base dei lavori: dai personaggi dei Tarocchi alla Kabbalah, dai Re di Israele alle ultime invenzioni scientifiche. Le illustrazioni sono il frutto di workshop e incontri dedicati alle diverse sfaccettature della lingua ebraica, indirizzati agli studenti del secondo anno del corso di Illustrazione e Animazione dello IED.

«Abbiamo deciso di ospitare la mostra Disegnare l'ebraico - spiega il Direttore Amedeo Spagnoletto - per diverse ragioni. Vogliamo ricordare come l'ebraico sia sopravvissuto, nonostante la dispersione del popolo per due millenni, grazie alla tenacia di una diaspora che ha mantenuto intatto il rapporto con la lingua biblica, facendone uno dei pilastri della propria identità di generazione in generazione e custodendo l'alfabeto come un tesoro. Quest'anno ricorre inoltre il centenario della scomparsa del giornalista e filologo Eliezer Ben Yehuda, padre della rinascita della lingua ebraica tra fine Ottocento e inizio Novecento. Adottato da un Paese, Israele, l'ebraico è oggi parlato e scritto da milioni di persone. Un fenomeno culturale che ha dell'incredibile e ha pochissimi casi simili nella storia».

Conclude Max Giovagnoli, Coordinatore della Scuola di Arti Visive IED di Roma: «Collegare il contemporaneo segnico di un gruppo di giovani artisti alla tradizione millenaria del racconto e della cultura ebraica: è stata questa la sfida con la quale studenti e docenti si sono mossi insieme per settimane, aiutati da cultori e designer, in un viaggio che si è rivelato simile a una immersione in storie non scritte, fatti storici, miti e spazi creativi inesplorati. E come in qualsiasi progetto, o viaggio, si è passati da uno smarrimento iniziale alla individuazione progressiva di un percorso individuale, personalizzato su ogni lettera o segno, restituito nel suo sguardo complessivo dalla mostra qui rappresentata».

Esposto nel giardino del MEIS e come ulteriore collegamento con Israele c'è anche un tombino d'artista che racconta in maniera insolita le tante attrazioni della città Tel Aviv-Giaffa. Nel 2020 la compagnia israeliana Mei Avivim ha indetto un concorso rivolto ai designer per riprogettare le coperture dei tombini della città di Tel Aviv-Giaffa. Ad aggiudicarsi il primo premio è stata la giovane Anna Stylianou che ha inserito sul suo tombino alcuni dei simboli più emblematici della metropoli: le palme, le biciclette, l'iconica fontana di Dizengoff, la torre dell'orologio di Giaffa e molto altro.

Dopo l'esposizione al MEIS, il prototipo entrerà a far parte della collezione del Museo Internazionale delle Ghise di Ferrara ideato da Stefano Bottoni nel 2003. Con "Disegnare l'ebraico" il pubblico ha un motivo in più per visitare il MEIS, che fino al 3 luglio ospita "Oltre il ghetto. Dentro&Fuori", la mostra dedicata alla ricostruzione della presenza ebraica in Italia, focalizzata sul periodo che va dall'epoca dei ghetti (1516) alla Prima guerra mondiale e curata da Andreina Contessa, Simonetta Della Seta, Carlotta Ferrara degli Uberti e Sharon Reichel. (Estratto da ufficio stampa Lara Facco P&C)




Bandiera della Grecia Particolare della Statua della Dea Atena Bandiera della Sicilia Potrà restare per sempre ad Atene il Fregio del Partenone proveniente dalla Sicilia

Il governo della Regione Siciliana, con delibera di Giunta, ha dato il proprio consenso alla cosiddetta "sdemanializzazione" del bene, cioè l'atto tecnico che si rendeva necessario per la restituzione definitiva del frammento. Dallo scorso 10 gennaio, il frammento si trova già al Museo dell'Acropoli di Atene, dove nel corso di una cerimonia, a cui ha preso parte il Premier greco Kyriakos Mitsotakis, è stato ricongiunto al fregio originale.

In base all'accordo, a febbraio da Atene è arrivata a Palermo un'importante statua acefala della dea Atena, databile alla fine del V secolo a.C., che ha già riscosso notevole successo di visitatori e che resterà esposta al Museo Salinas per quattro anni; al termine di questo periodo, giungerà un'anfora geometrica della prima metà dell'VIII secolo a.C. che potrà essere ammirata per altri quattro anni nelle sale espositive del museo archeologico regionale. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

Presentazione




Busto di Sekhmet al Museo Civico Archeologico di Bologna Sekhmet, la Potente
Una leonessa in città


07 luglio 2021 - 31 dicembre 2023
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.museibologna.it/archeologico

Progetto espositivo a cura di Daniela Picchi. L'iniziativa è resa possibile dalla generosa collaborazione con cui il Museo Egizio di Torino ha concesso in prestito uno dei suoi capolavori più rappresentativi: una statua colossale di Sekhmet, materializzazione terrestre della temibile divinità egizia con testa di leonessa e corpo di donna, di cui il museo torinese conserva una delle più grandi collezioni al di fuori dell'Egitto, composta da 21 esemplari.

Divinità dalla natura ambivalente, al contempo di potenza devastatrice e dispensatrice di prosperità, Sekhmet, ovvero "la Potente", venne raffigurata in varie centinaia di statue per volere di Amenhotep III, uno dei faraoni più noti della XVIII dinastia (1388-1351 a.C.), per adornare il recinto del suo "Tempio dei Milioni di Anni" a Tebe Ovest. Alcuni studiosi ipotizzano che il gigantesco gruppo scultoreo fosse composto da due gruppi di 365 statue, una in posizione stante e una assisa per ogni giorno dell'anno, così da creare una vera e propria "litania di pietra", con la quale il faraone voleva pacificare Sekhmet tramite un rituale quotidiano. La regolarità dei riti in suo onore servivano infatti a placarne l'ira distruttrice che la caratterizzava quale signora del caos, della guerra e delle epidemie, trasformandola in una divinità benevola e protettrice degli uomini.

Nella collezione egizia del Museo Civico Archeologico di Bologna è presente il busto di una di queste sculture che - grazie al confronto con la Sekhmet seduta in trono proveniente dal Museo Egizio di Torino - potrà così riacquistare, almeno idealmente, la propria integrità creando una proficua occasione di confronto e ricerca scientifica. La statua sarà esposta nell'atrio monumentale di Palazzo Galvani e andrà ad arricchire un importante repertorio di materiali lapidei, sia di proprietà civica, tra i quali un raro busto in marmo di Nerone, sia di proprietà statale, che la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara ha depositato presso il museo.

Dall'alto dei suoi 2,13 metri di altezza, Sekhmet potrà così accogliere il pubblico e introdurlo alla visita della collezione egizia, continuando a svolgere quella funzione protettrice per la quale era stata commissionata da Amenhotep III mentre, al suo cospetto, il visitatore potrà rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell'antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del Tempio per pronunciare il nome della "Potente" e invocarla nelle sue preghiere per placarla e propiziare ogni estate la fertile esondazione delle acque del Nilo.

Il pantheon egizio conta numerose divinità femminili associate al culto solare e una di queste è Sekhmet, il cui nome significa "la Potente". La temibile dea era considerata dagli Egizi l'Occhio del Sole, emblema del potere divino che tutto vede, la Furia nel mondo degli dei, che si erge sotto sembianze di serpente Ureo anche sulla fronte dei sovrani, proteggendoli.

Come racconta il Mito della Vacca Celeste, attestato per la prima volta durante il regno del faraone Tutankamun (1333-1323 a.C.), il demiurgo Ra aveva inviato Sekhmet sulla terra per punire gli uomini in rivolta contro gli dei. La leonessa, inebriata dall'odore del sangue, avrebbe annientato l'intero genere umano se Ra non fosse intervenuto nuovamente, su suggerimento del dio della saggezza Thot, facendo versare in un lago una grande quantità di birra colorata con ocra rossa. Attratta dal colore e pensando si trattasse di sangue, la dea ne bevve sino ad ubriacarsi, dimenticandosi del precedente odio verso gli uomini e trasformandosi in Hathor, il principio femminile creativo, al quale era associato anche l'arrivo della piena del Nilo in Alto Egitto. Tale trasformazione non sorprende se si considerano le divinità egizie come manifestazioni diverse di un più ampio concetto di divino.

La pericolosa e furente Sekhmet, oltre a poter inviare sulla terra pestilenze e malattie, adeguatamente adorata, era anche in grado di prevenirle e guarirle, tanto da avere un sacerdozio, quello dei "puri sacerdoti di Sekhmet", dedito alla cura delle vittime colpite da afflizioni invisibili e apparentemente divine come la peste (definita anche "l'anno di Sekhmet").

La manifestazione di culto più eclatante nei confronti di questa divinità leontocefala si deve al faraone Amenhotep III (1388-1351 a.C.), che, in occasione del suo giubileo, la celebrazione del trentesimo anno di regno, trasformò le litanie innalzate per placare Sekhmet negli ultimi cinque giorni di ogni anno, i Giorni dei Demoni, in una impressionante litania di pietra, facendo scolpire oltre 700 sculture rappresentanti la dea in posizione stante e assisa in trono. Per quanto le statue siano state rinvenute in diverse aree templari tebane (numerose nel Tempio di Mut a Karnak, Tebe Est), molti studiosi ritengono che la loro collocazione originaria fosse Kom el-Hattan, il "Tempio dei Milioni di Anni" di Amenhotep III a Tebe Ovest, e in particolare il cortile solare al suo interno. In tale maniera il sovrano si garantiva la protezione della dea in terra e partecipava del periplo divino del sole del quale Sekhmet era una manifestazione. (Estratto da comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




L'Archivio di Arnaldo Pomodoro è online
www.arnaldopomodoro.it

Dopo la preview del film sperimentale Arnaldo Pomodoro makes a sphere (1968), in occasione della Notte degli Archivi 2021, dal 9 giugno è online l'Archivio di Arnaldo Pomodoro: un portale web, gratuitamente accessibile, con cui la Fondazione Arnaldo Pomodoro mette a disposizione del più vasto pubblico - dal ricercatore al semplice appassionato - un importante nucleo di materiali conservati nell'archivio dell'artista, fonte di informazione e approfondimento sulla vita e sull'opera del Maestro, così come su un tratto della storia artistica e culturale del Novecento.

Fin dall'inizio del suo percorso artistico nei primi anni Cinquanta, Arnaldo Pomodoro comincia a raccogliere minuziosamente tutti i materiali utili a documentare la sua attività. Sono fotografie, cataloghi di mostre, riviste e ritagli stampa, ma anche lettere, film d'artista, manifesti... una documentazione molto varia, che testimonia, oltre alla sua produzione artistica, i rapporti di amicizia e di lavoro di Pomodoro con altri artisti, critici e istituzioni. L'archivio ha uno sviluppo di circa una sessantina di metri lineari ed è suddiviso in sei sezioni distinte in base alla tipologia dei materiali. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Progetto #ZACentrale
www.fondazionemerz.org

Siglato l'accordo con cui il Comune di Palermo affida per tre anni alla Fondazione Merz la gestione della ZAC - Zisa Zona Arti Contemporanee col compito di realizzare un innovativo progetto interdisciplinare. Il progetto denominato #ZACentrale è un innovativo e ambizioso piano interdisciplinare d'interventi culturali destinato a coinvolgere l'intera città, per il quale la Fondazione Merz - al termine della selezione di cui all'avviso pubblico approvato con D.D. 6154 del 01.07.2020 - è stata individuata quale "operatore culturale idoneo" per la produzione di progetti culturali finalizzati alla "promozione, conoscenza e diffusione dell'Arte Contemporanea negli spazi del Padiglione ZAC".

Il progetto "ZACentrale" si svolgerà in tre anni presso lo spazio ZAC e sarà articolato con diverse attività interdisciplinari che comprenderanno: mostre, concerti, spettacoli teatrali e di danza, attività formative ai più diversi livelli; incontri, dibattiti, conferenze da svolgersi anche in partenariato con le altre realtà dei Cantieri Culturali alla Zisa, nonché interventi documentari, azioni di incubatore creativo e la creazione di una biblioteca specialistica dedicata all'arte contemporanea per la quale è prevista una donazione di 300 volumi da parte della Fondazione. Il progetto corona una storia di intensi rapporti tra la Fondazione Merz e la Sicilia. Sono infatti ben 17 le mostre, gli eventi e i progetti che hanno impegnato la Fondazione a Palermo e in Sicilia dal 2014 al 2019. (Comunicato stampa)




Luigi Ghirri
The Marazzi Years 1975-1985

www.ghirri.marazzi.it

Un nucleo quasi totalmente inedito di fotografie, frutto della collaborazione tra Ghirri e Marazzi e conservate per decenni negli archivi dell'azienda emiliana, protagonista oggi di un libro, un focus ai Musei Civici di Reggio Emilia e un sito dedicato. Luigi Ghirri (Scandiano - Reggio Emilia, 1943) si trasferisce a pochi chilometri di distanza, negli spazi del Collegio San Carlo di Sassuolo, nella frazione di Braida, un grande edificio neoclassico adattato ad abitazione per gli sfollati. Dal Collegio, ogni mattina, la maggior parte delle donne e degli uomini prende la bici e va a lavorare nelle fabbriche di ceramica vicine. Una di queste era la Marazzi, fondata a Sassuolo nel 1935 da Filippo Marazzi.

In questo territorio tra Modena e Reggio Emilia, dove il fotografo fa sempre ritorno e che vede la nascita di tanti dei suoi progetti seminali, Luigi Ghirri incontra Marazzi per la prima volta. È il 1975 quando Ghirri varca le soglie dell'azienda: è in una fase di crescita e sperimentazione che lo porterà nel 1979 alla prima grande mostra personale a Parma. Marazzi è un'azienda leader nel settore della ceramica grazie al brevetto della monocottura, ha aperto filiali in Francia e Spagna, fa disegnare le sue piastrelle da artisti e stilisti e di lì a poco inaugurerà un laboratorio di ricerca, il Crogiòlo, in cui artisti, designer, fotografi, architetti sono liberi di sperimentare. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021- Gemeni Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - SPIRAL - Ph E. Liggera Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - Ph E. Liggera Odyssey Collection, la new dishes line di Andrea Branciforti per Orolavico
Il design incontra il cinema d'autore e il linguaggio flat della video-animazione


www.orolavico.com

Odyssey Collection - collezione di sottopiatti (15 pezzi in totale) disegnata da Andrea Branciforti, architetto, designer, docente e attualmente Presidente ADI Sicilia, per Orolavico, azienda specializzata nella lavorazione della pietra lavica - unisce il design contemporaneo al linguaggio del cinema e dell'illustrazione per un progetto totalmente Made in Sicily che trae ispirazione dal celebre film di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio.

Semplicità, eleganza e contemporaneità sono le parole chiave della nuova linea di sottopiatti - Odyssey Collection - disegnata da Andrea Branciforti per Orolavico e della video-animazione realizzata da Adriano Di Mauro per raccontare questo progetto. Non è di certo la prima volta che il marketing sceglie il codice espressivo dell'arte visiva per mettere in contatto e far dialogare tra loro azienda/prodotto e pubblico. Geometrie piatte e bidimensionali, spazi netti e definiti, colori brillanti contraddistinguono lo stile dei piatti e del video: caratteristiche queste che li rendono immediatamente riconoscibili, insieme alla materia prima di cui sono fatti, la pietra lavica, e le tecniche di lavorazione utilizzate che tendono a rispettare e tutelare l'ambiente.

Orolavico, pur essendo una giovane e dinamica realtà siciliana nata nel 2015 dall'esperienza di manager e artigiani che, in poco tempo, hanno realizzato soluzioni di indoor e outdoor design  in pietra lavica e in cotto, ha da subito capito e sostenuto l'importanza della collaborazione con designer, architetti e artisti sia per quanto riguarda la progettazione delle collezioni che per la comunicazione delle stesse online e offline.

«Think to future. Think to nature è così che - spiega Giuseppe Mondera, Ceo di Orolavico - abbiamo pensato di sintetizzare la logica eco-sostenibile che sta alla base delle nostre scelte aziendali. Pensiamo, progettiamo, pianifichiamo e agiamo cercando di rispettare l'ambiente e le persone, pur non perdendo di vista anche i margini di profitto, indispensabili per alimentare il ciclo produttivo. Fare impresa, oggi, non vuol dire solo avere una buona idea, il giusto know how e reperire il capitale necessario, ma avere una prospettiva molto più ampia in termini di tempo e di qualità della vita tourt court.

Noi, ad esempio, siamo partiti dal nostro"petrolio", dal nostro"oro nero", ossia, dalla pietra lavica, da qui anche la scelta del nostro nome - Orolavico - sia perché è presente in ingenti quantità in Sicilia, sia perché, nelle varie interpretazioni che ne diamo (rivestimenti, top da cucina, piatti, pareti ventilate, ecc.), vogliamo rispettare e valorizzare una sua peculiarità unica e inimitabile, ossia, l'essere parte dell'Etna, vulcano riconosciuto come Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco nel 2017. Altro aspetto cui teniamo molto è la collaborazione con designer e architetti che sappiano interpretare la materia prima in chiave estetica e funzionale. Odyssey Collection di Andrea Branciforti inaugura non solo la nostra prima linea di piatti in pietra lavica, ma anche questo filone di ricerca e produzione che declina insieme design contemporaneo ed eco-sostenibilità. Quando parlo di ricerca, visionarietà, collaborazione e customizzazione del prodotto, penso proprio a questi piccoli dettagli che fanno davvero la differenza».

Odyssey Collection si compone di sei micro-collezioni - Gemeni, Hal, Odyssey, Spyral, Space, Nebula - ispirate al film 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Le sue nuance non sono presenti nelle più note scale dei colori (Ral e Pantone) perché ottenute con un procedimento di laboratorio eco-sostenibile che consente di realizzare la paletta colori da un solo vetro di base. Questa peculiarità, unita alle caratteristiche tecniche della materia prima, rendono l'intera collezione una sintesi perfetta del design contemporaneo in cui bellezza, eco-sostenibilità e funzionalità hanno pari importanza.

«Un'immagine entra a far parte della nostra esperienza visiva - dichiara il designer Andrea Branciforti - e spesso influenza inconsciamente le nostre azioni. Con questa collezione - Odyssey Collection - porto a tavola una materia antica, la pietra lavica, che a prescindere dalla lavorazione che subisce custodisce raccoglie e racconta il viaggio fatto dal magma fino alla sua trasformazione in pietra. Ispirata al film 2001: Odissea nello spazio del grande maestro Stanley Kubrick, la collezione rappresenta sei visioni materiche dell'universo onirico. Le decorazioni s'ispirano al Supercomputer Hal, al Discovery One e alle visioni dell'universo. Il film di Kubrick riesce a parlare contemporaneamente del passato, del presente e del futuro dell'umanità, ponendo interrogativi e riflessioni sulla vita al di fuori della Terra.

Credo soprattutto che Kubrick ci inviti ad avere una nuova consapevolezza del rapporto che lega l'uomo, la terra e l'universo, tematica questa, ancora oggi molto attuale. ll 1968, anno di uscita del film, è stato un anno di grandi rotture, di cambiamenti e di profonde riflessioni. Si fa strada una nuova sensibilità sul design sostenibile. Vengono pubblicate le prime foto del globo terrestre visto dalla luna che porta l'umanità ad un nuovo senso di appartenenza senza più confini fisici specifici e limitanti. Nasce una nuova umanità e una nuova consapevolezza delle tecnologie che, ben presto, entreranno e s'imporranno nelle nostre vite. Qualche anno più tardi, non a caso, uscirà Starman, brano musicale scritto da David Bowie. Questo il pensiero che attraversa la collezione».

Il video-animazione della campagna di lancio della Odyssey Collection è stato realizzato dal giovane artista e illustratore Adriano Di Mauro che ha interpretato con un linguaggio flat e visionario le suggestioni raccontate da Branciforti in merito al film di Kubrick. Le scene sono ambientate tra l'Universo e la Terra, precisamente in Sicilia, dove il protagonista - un astronauta-scimmia-uomo nuovo - avrà modo di conoscere la collezione di sottopiatti di Branciforti e lo street food isolano prima di essere"risucchiato" dall'occhio di Hal che lo trasporterà in un mondo altro non meglio definito, dove tutto può ancora succedere. (Ufficio Stampa Orolavico - Valentina Barbagallo)




Locandina tedesca del film Metropolis Archivi tematici del XX secolo
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizione di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. La cultura è come il rumore, per citare John Cage (Los Angeles, 1912- New York, 1992): "Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina" (J. Cage, "Silenzio", 1960). Il rumore della cultura è imprescindibile e continuo in ogni aspetto della nostra vita. (...) Ma quando lo ascoltiamo, l'eco del rumore della Cultura, sentiamo che rimbalza su ogni parete intorno a noi e si trasforma per essere Conoscenza e Consapevolezza. (...) Chi ama la musica tecno, metallica e disco non può ignorare Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947), probabilmente, lo dovrebbe venerare, in quanto la sua intuizione ha trasformato per sempre il Rumore. (...)

In questa epoca dove, per naturali dinamiche evolutive del pensiero, la ragione del figlio prevale su quella dei padri, come nel Futurismo o nel '68, il desiderio di annullamento è comprensibile e necessario ma la conoscenza storica di quello che si vuole rinnovare ne è il fondamento. Per questo motivo proponiamo dodici archivi tematici con oggetto di ricerca proprio la comprensione. La troviamo adatta a questo periodo storico che ci racchiude nelle nostre stanze e ci sta cambiando profondamente. La speranza è che ci sarà un nuovo contemporaneo, forse più calmo ma più attento, una nascente maturità verso un nuovo Sincrono. Cassaforti come scatole del Sin-Crono (sincrono dal greco sýnkhronos "contemporaneo", composta di sýn "con, insieme" e khrónos "tempo") per la comprensione dell'arte dei Rumori e del teatro Futurista, della Poesia e della musica che ci hanno traghettato lungo il secolo scorso. (Estratto da comunicato stampa)

[1] J. Cage, "Silence", 1960
[2] J. Cage, "Silence", 1960
[3] For a greater understanding, see L. Russolo, Futurist manifesto "L'Arte dei Rumori", 1913
[4] Synchrony, sinkrono/ adj. [from the Greek sýnkhronos "contemporary", composed of sýn "with, together" and khrónos "time"]. - 1. [that happens in the same moment: oscillation, noun].




Audrey Hepburn rappresentata in un disegno nella locandina del film Colazione da Tiffany "Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
www.pacicontemporary.com/shop-online_cinema

- Colazione da Tiffany

Una pagina interamente dedicata ad un'esclusiva selezione di scatti vintage tratti dai set cinematografici delle pellicole più famose del XX secolo tra cui Colazione da Tiffany, Caccia al Ladro, Per qualche dollaro in più, Frankenstein Junior, Matrix, Superman. Colazione da Tiffany è la pellicola che ha portato al successo internazionale l'attrice britannica Audrey Hepburn. Il film, distribuito nell'anno 1961 e diretto dal regista statunitense Blake Edwards, è considerato uno dei più famosi del cinema del Novecento.

Nella pellicola Audrey Hepburn indossa il mitico tubino nero firmato Givenchy diventato icona del cinema. Per il film sono stati realizzati tre abiti uguali, uno dei quali è stato venduto all'asta per oltre 600 mila euro nel 2006. Il secondo abito, sempre disegnato da Givenchy, è un altro tubino nero (corto) in seta lavorata fino al ginocchio dove è svasato e decorato con una fila di piume, insieme al quale Audrey indossa lunghi guanti neri, un ampio cappello con un nastro di seta color crema e scarpe di coccodrillo.

Per consentire le riprese, la gioielleria Tiffany & Co. aprì eccezionalmente i battenti domenica 2 ottobre in modo che alcune scene del film potessero essere girate nel negozio sulla Quinta Strada a Manhattan. Finite le riprese Audrey si prestò ad un servizio fotografico per la gioielleria durante il quale le fu fatto indossare il preziosissimo diamante giallo più grande del mondo, dal taglio cuscino a 82 faccette di 128,54 carati. Per l'occasione, fu creato appositamente un gioiello per valorizzarlo: la collana Ribbon Rosette in oro e diamanti bianchi, con al centro il diamante giallo.

Era il 1961 quando Audrey Hepburn, nei panni della protagonista Holly Golightly, fumava da uno storico bocchino da cui spuntava una sigaretta accesa, trasformando questa azione in un gesto di estrema eleganza. Audrey Hepburn con questa lunga sigaretta è subito diventata una vera e propria icona di stile. Numerosi curiosi seguirono il ciak della celebre scena in cui Holly fa shopping insieme a Paul.

Ciò innervosì Audrey Hepburn che sbagliò diverse battute e fu costretta a ripetere la scena più volte. Colazione da Tiffany è una commedia sentimentale, ricca di stile e ironia in cui trionfa la figura di Holly, una donna fragile e un'autentica icona di stile che, pur essendo alla ricerca di un ricco uomo da sposare, alla fine cede ai sentimenti e si lega allo scrittore squattrinato. Ecco una battuta pronunciata proprio da Paul (George Peppard): "vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora... (...) tu ti consideri uno spirito libero un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai... finirai sempre per imbatterti in te stessa!".

L'autore del romanzo da cui è stato tratto il film, Truman Capote, voleva Marilyn Monroe nella parte della protagonista, ma l'agente dell'attrice Lee Strasberg le suggerì di rifiutare perché non avrebbe giovato alla sua carriera, indirizzandola verso altri film. Più tardi anche un'altra celebrità dell'epoca, Kim Novak, rifiutò il ruolo. Il successo del film al botteghino fu straordinario. Candidato a 5 premi Oscar, ne vinse 2: miglior colonna sonora e miglior canzone (Moon River). La stessa Audrey ottenne una nomination agli Oscar come "miglior attrice protagonista" ma fu battuta da Sophia Loren che trionfò grazie alla strepitosa interpretazione in La Ciociara, pellicola del 1960 di Vittorio De Sica. (Comunicato di presentazione da Paci contemporary gallery)




Locandina di presentazione del catalogo interattivo della mostra Materie Prime Artisti italiani contemporanei tra terra e luce Materie Prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce
Catalogo interattivo e multimediale


www.ferrarinarte.it/antologie/senigallia/materie_prime.html

Dopo il successo nel 2019 alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) con l'esposizione "Materie prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce", a cura di Giorgio Bonomi, Francesco Tedeschi e Matteo Galbiati, e la presentazione del catalogo Silvana Editoriale al Museo del Novecento di Milano, nell'ambito di un incontro moderato da Gianluigi Colin, la Galleria FerrarinArte di Legnago (Verona) rilascia una nuova edizione del volume, completamente interattiva e multimediale, per rivivere la straordinaria esperienza della mostra attraverso le parole degli artisti e dei curatori.

Il libro, sfogliabile liberamente e gratuitamente online, si arricchisce con contenuti inediti, videointerviste e approfondimenti dedicati alla poetica dei quindici artisti coinvolti - Carlo Bernardini, Renata Boero, Giovanni Campus, Riccardo De Marchi, Emanuela Fiorelli, Franco Mazzucchelli, Nunzio, Paola Pezzi, Pino Pinelli, Paolo Radi, Arcangelo Sassolino, Paolo Scirpa, Giuseppe Spagnulo, Giuseppe Uncini e Grazia Varisco - appartenenti a diverse generazioni, ma accomunati da curricula di altissimo livello e dal lavoro condotto con e sulla materia. (Estratto da comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




La poesia Tape Mark 1 in mostra ___ Tape Mark 1: Poesia Informatica

L'importanza della Storia | Nanni Balestrini

Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Tape Mark 1 è una poesia di Nanni Balestrini che risale al 1961, frutto di una collaborazione virtuosa tra Autore e Tecnologia, in questo caso rappresentata da uno dei primi calcolatori IBM. Balestrini, in quell'occasione, predispone tre brevi testi di Michihito Hachiya - di Paul Goldwin (autore di cui si mette in dubbio l'esistenza) e di Lao Tse - e, attraverso l'assegnazione di alcuni codici e di poche regole, lascia al computer l'onere e l'onore di procedere alla stesura della poesia, attraverso un causale sistema di combinazioni. Nel mondo solo quattro - cinque persone stavano contemporaneamente lavorando a esperimenti simili e questo testo è considerato da molti come il primo esempio di poesia informatica.

La natura di grande innovatore e sperimentatore, che caratterizzerà tutta la carriera di Balestrini, si rivela già in quel momento. L'arte della combinazione sarà fondamentale in tutta la poetica di Balestrini, interessato a 'lasciare scaturire un movimento da connessioni imprevedibili' per superare, in questo modo, 'l'aggregazione statica di energie diverse'. Nel 1961, concepisce anche il progetto di un romanzo, Tristano, da riprodurre in un numero illimitato di esemplari, una copia unica e originale per individuo, ma le idee corrono più veloci della tecnologia e Feltrinelli riuscì a pubblicarne, nel 1966, un solo esemplare. Le tecniche di stampa di allora, infatti, non ne consentirono la realizzazione e ci vollero 40 anni e l'avvento della stampa digitale per portare a compimento quell'avvenieristico progetto.

Stiamo inoltrandoci nelle sperimentazioni linguistiche di Balestrini ma, in realtà, quello che è interessante per noi fare emergere qui, è quanto stretto fosse il rapporto tra le varie discipline in cui Nanni si cimentava. E come gli fosse consono collegare la ricerca letteraria e poetica con quella artistica visiva e teatrale performativa. Infatti, Tape Mark 1 nel 2017 diventa un'opera visiva che aprirà la grande retrospettiva allo ZKM Center for Art and Media di Karlsruhe. Da Tristano scaturisce invece Tristanoil, il film più lungo del mondo, ottenuto grazie al software ideato da Vittorio Pellegrineschi, che approderà niente meno che a Documenta 13, curata quell'anno da Carolyn Christov-Bakargiev. E sarà proprio questa predisposizione di Balestrini verso una 'poesia fatta di impulsi, che andava a rompere la linearità tipografica, a fargli venire l'idea di ritagliare titoli di giornali e farne dei collages'. (...) (Estratto da comunicato della Galleria Michela Rizzo)




Busto femminile in basanite risalente al periodo dell'imperatore Claudio Busto femminile in basanite nella Sezione romana del Museo "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

E' ritornato, dopo otto anni di assenza, l'atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria. Si tratta del busto femminile in basanite, risalente ad età Claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un'importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del '900.

L'opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell'epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C. Al momento del ritrovamento si propose l'identificazione con Messalina, moglie dell'imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell'impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al Museo "Vito Capialbi" dove sarà esposta nella sezione romana. L'emergenza sanitaria attuale, che ha portato alla chiusura dei Musei, non consente nell'immediato, una adeguata valorizzazione dell'importante reperto; l'esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l'organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l'augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale. (Comunicato stampa)

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Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia Fonte Aretusa, copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella.

Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Dopo "Terra matta"
Maratona Rabito


"La crante querra"
tratto dai dattiloscritti di Vincenzo Rabito
5 capitoli 5 - ogni giorno diversi

Si alternano gli Attori: Graziana Maniscalco, Pietro Montandon, Emanuela Muni, Matilde Piana
Progetto e coordinamento scenico Nino Romeo
Produzione CTS Centro Teatrale Siciliano

30 novembre - 04 dicembre 2022
FABBRICATEATRO - Catania

Quando, nel 2007, Terra matta di Vincenzo Rabito venne pubblicato, fu subito un clamoroso caso editoriale. Mentre i critici letterari discettavano se si trattasse di letteratura, i lettori di tutta Italia accorrevano nelle librerie, incitati da un passaparola travolgente. Nacque il rabitese, aggettivo e sostantivo. I rabitesi usavano interiezioni ed espressioni tratte dal libro, creando complicità tra loro; si riunivano per leggere pagine di Terra matta. In effetti, quell'autobiografia che copre settant'anni cruciali della storia d'Italia (dalla prima guerra mondiale, la crante querra, sino agli anni Settanta), raccontata nella lingua di un inafabeto (come si definisce lo stesso Rabito), autodidatta non scolarizzato, costituisce un unicum della scrittura memorialistica.

Il tentativo dell'Autore di raccontarsi in italiano formale gli consente di creare un linguaggio suo proprio, irriproducibile per termini e sintassi, e, dunque, originale; un linguaggio che può apparire ostico al primo approccio, ma che diventa, con il procedere della lettura, un vortice lessicale che ha risucchiato migliaia di lettori in Italia dai quali è sorto il clan nazionale dei rabitesi. Ad anni dalla pubblicazione di Terra matta, Giovanni Rabito, figlio di Vincenzo, rovistando tra le carte del padre, ritrova un secondo dattiloscritto di 1486 pagine: lavora per anni alla revisione e all'adattamento di questo secondo scritto e lo dà alle stampe con il nome di Romanzo della vita passata.

Questa seconda autobiografia ripercorre le tappe della prima, arricchendola di episodi e di particolari; ma se ne distacca, soprattutto, perché l'Autore pare aver assunto maggiore consapevolezza e padronanza della scrittura. Abbiamo chiesto a Giovanni Rabito di ricavare dai dattiloscritti del padre un testo che avesse un destino scenico da cui, poi, Nino Romeo ha ricavato un copione teatrale allineato al progetto di rappresentazioni che ora proponiamo. Si tratta della Prima parte dell'autobiografia di Vincenzo Rabito, La crante querra, divisa in Cinque Capitoli che saranno rappresentati in cinque giornate consecutive da quattro attori che si alternano secondo lo schema sopra descritto. Una proposta ardita che siamo certi richiamerà i rabitesi anonimi e in quiescenza sparsi in città ed accosterà a questo unicum del Novecento letterario spettatori che non ne sono stati lettori ma lo diventeranno, siamo certi, dopo questa esperienza. (Comunicato stampa)

___ La crante querra

Programma:

.. 30 novembre, ore 21.00
Come li tope dentra la rattera
con Graziana Maniscalco e Pietro Montandon

.. 01 dicembre, ore 21.00
Erimo nelle più profonde luoche dell'inferno
con Pietro Montandon e Matilde Piana

.. 02 dicembre, ore 21.00
Avante Savoia!
con Matilde Piana e Emanuela Muni

.. 03 dicembre, ore 21.00
E addio la mia bella Francesca
con Emanuela Muni e Graziana Maniscalco

.. 04 dicembre, ore 18.00
Quello revolozionario Benito Mussoline
con Graziana Maniscalco, Pietro Montandon, Emanuela Muni, Matilde Piana




Robert Lippok Concerto di Robert Lippok
02 dicembre 2022, ore 21.00 (ingresso libero fino a esaurimento posti)
Cantieri Culturali alla Zisa - Palermo
www.goethe.de/palermo | Locandina del concerto

Imperdibile concerto di Robert Lippok al MainOFF Festival, presso lo spazio NOZ dei Cantieri Culturali alla Zisa, organizzato per i 60 anni del Goethe-Institut in Città. Storico fondatore dei To Rococo Rot nonché nome di punta dell'etichetta tedesca Raster-Media e assoluto protagonista della scena elettronica internazionale, Lippok torna così a Palermo dopo 16 anni: è dell'ottobre 2006, infatti, il memorabile concerto al Teatro Politeama Garibaldi con il fratello Ronald e il compositore italiano Ludovico Einaudi.

Robert Lippok (Berlino, 1966) negli anni Novanta fonda il progetto To Rococo Rot insieme al fratello Ronald e a Stefan Schneider. Da solista ha prodotto un corpus musicale orientato alla generazione di architetture sonore. Fra le sue opere ricordiamo Redsuperstructure (Raster-Noton, 2011), l'acclamatissimo Applied Autonomy (Raster-Media, 2018) e le collaborazioni con Klara Lewis (in residenza presso gli studi Ems di Stoccolma) e con l'artista visivo Lucas Gutierrez. Lippok si è inoltre imposto come uno dei live performer audiovisivi più creativi, partecipando a numerosi festival (Mutek, Unsound, L.E.V., Gamma Festival di San Pietroburgo), esibendosi al Berghain e al Funkhaus di Berlino con il 4DSound Spatial Audio System e collaborando con Doug Aitken alla Serpentine Gallery di Londra, con la coreografa Constanza Macras presso l'Akademie der Künste di Berlino e con l'architetto Arno Brandlhuber al Nbk di Berlino.

Ornella Cerniglia è una pianista e compositrice italiana. Dopo gli studi accademici al Conservatorio e all'Università di Palermo ha scelto di dedicarsi soprattutto alla musica contemporanea, con particolare riguardo alle avanguardie americane e italiane. Nel maggio 2009 ha realizzato al Teatro Goldoni di Livorno la prima esecuzione assoluta degli arrangiamenti di alcuni brani di Syd Barret firmati da Marco Lenzi. Nel 2011 ha inciso, insieme con il mezzosoprano Irene Ientile, il disco Canti della terra e del mare di Sicilia, con la prima registrazione assoluta di alcune opere di Alberto Favara.

Nel 2012 ha collaborato con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo per le musiche del documentario Joseph Whitaker. Nel 2015 ha partecipato all'istallazione Music for the Queen di Alessandro Librio, suonando "immersa" in uno sciame di api. Nel 2017 ha pubblicato per l'etichetta Almendra Music l'EP L'Attesa. Nel corso degli anni Ornella Cerniglia ha realizzato le prime esecuzioni assolute di opere di Marco Betta (Punti nel cielo e Scene da "1492"), Armando Gagliano (Of Any Flowers), Francesco Pennisi (Deragliamento) e Marco Spagnolo (Hommage). Nel 2020 ha preso parte al progetto "Elettronica" realizzato dal Festival delle Letterature Migranti. È pianista residente del "Self-Standing Ovation Boskàuz Ensemble" guidato da Mezz Gacano, con il quale ha registrato il disco Kinderheim.

Emiliano Pennisi, in arte Avenir, cofondatore e curatore del collettivo Paradigma. Poche presentazioni per il noto producer e dj palermitano, sperimentatore instancabile e polimorfico, il cui approccio crossover e imprevedibile tende, in ogni occasione, a stabilire un rapporto empatico con gli ascoltatori. Giovanni Tripi, fondatore di Qmedia e cofondatore di Brusio Netlabel e MainOFF Festival, propone un'esperienza sonora drone-ambient-noise che definisce un soundscape già sperimentato a Kava Festival e in altri contesti underground italiani. Fa parte del collettivo musicale Stasi. Nel 2017 ha fondato il progetto audiovisivo Beard Vampyr. Per l'evento MainOFF del 2 dicembre proporrà il suo nuovo set "In Memory of BV".

La performance audio-visiva di Robert Lippok del 2 dicembre chiuderà la stagione solista del musicista berlinese il quale, per l'occasione, eseguirà per l'ultima volta dal vivo "Applied Autonomy", il suo capolavoro. Ad aprire e chiudere il live audio-visivo di Robert Lippok presso lo spazio NOZ dei Cantieri Culturali, la proposta ambient-drone di Giovanni Tripi e il dj set elettronico di Avenir. Organizzatori: Qmedia, Brusio, Goethe-Institut Palermo, NOZ - Nuove Officine Zisa, Ars Nova, Sinergie Group. Nella stessa giornata sarà possibile assistere al concerto della pianista e compositrice Ornella Cerniglia, la quale si esibirà alle ore 18:30 presso la Sala Wenders del Goethe-Institut presentando il suo ultimo lavoro, "Until the Last Resonance".

Presente dal 1962 nel capoluogo siciliano, il Goethe-Institut Palermo fa parte della rete di istituti culturali della Germania sparsi in tutto il mondo. Promuove la conoscenza della cultura e della lingua tedesca all'estero e la collaborazione culturale internazionale. Dal 1999 la sua sede si trova all'interno dei Cantieri Culturali alla Zisa e dal 2006 è diretto da Heidi Sciacchitano. (Comunicato stampa)

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40 anni senza Rainer Werner Fassbinder
19 ottobre - 19 dicembre 2022
Cinema Rouge et Noir - Palermo
Presentazione rassegna




"TFF Extra": omaggio a Franco Nero
05 dicembre 2022
Cinema Massimo - Torino

Il Museo Nazionale del Cinema, Torino Film Festival e Film Commission Torino Piemonte presentano, "TFF Extra: omaggio a Franco Nero", con la proiezione in anteprima assoluta de "L'uomo che disegnò Dio". Il lungometraggio drammatico diretto da Franco Nero - che per la seconda volta torna dietro la macchina da presa e che ricopre inoltre il ruolo di protagonista, interpretando un anziano insegnante di ritrattistica non vedente - verrà presentato al pubblico torinese al Cinema Massimo, alle ore 21.00 di lunedì 5 dicembre alla presenza del regista Franco Nero, dell'attrice Stefania Rocca, insieme a Diana Dell'Erba, Simona Nasi, Diego Casale e la giovane protagonista torinese Isabel Ciammaglichella e al produttore torinese Louis Nero.

Il film è stato interamente realizzato per 5 settimane a Torino, tra maggio e luglio 2021, con il contributo del POR FESR Piemonte 2014-2020 - Azione III.3c.1.2 - bando "Piemonte Film TV Fund" e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte. Prodotto da Louis Nero per L'AltroFilm, insieme al produttore americano Michael Tadross JR, Bernard Salzman e al russo Alexander Nistratov con le case di produzione Tadross Media Group e BuldDog Brothers, in collaborazione con Rai Cinema, "L'uomo che disegnò Dio" - realizzato con il sostegno e il contributo del Ministero dei Beni Culturali - vanta nel cast principale i Premi Oscar Kevin Spacey e Faye Dunaway, insieme a Robert Davi e Massimo Ranieri.

Emanuele è un anziano, solitario e cieco, con un grande dono: la capacità di ritrarre chiunque semplicemente udendone la voce. Nessuno conosce questa "magia", tranne la sua assistente sociale Pola e gli studenti della scuola serale dove insegna ritrattistica a carboncino. La sua vita viene sconvolta quando Pola gli presenta due immigranti africane: Maria, una vedova che è venuta in Italia sperando in un futuro migliore, e sua figlia Iaia. Le due si trasferiscono da lui occupandosi in cambio della casa.

Una sera, Iaia registra l'anziano mentre sta disegnando un suo ritratto e carica il video online. La "magia" diventa virale in brevissimo tempo. Emanuele viene notato dal "Talent Circus", uno show televisivo che scopre straordinari talenti che sfrutta per audience. Una favola sulla necessità di riscoprire il miracoloso potere della dignità in un mondo dove il rumore dei media ha risolto il problema dell'imperfezione dell'uomo semplicemente eliminando il problema stesso.

Ispirato a una storia vera, il soggetto del film è di Eugenio Masciari e la sceneggiatura, a sei mani, è a cura dello stesso regista con Eugenio Masciari e Lorenzo De Luca. Louis Nero, l'americano Zeno Pisani, Michael Tadross, Bernard Salzman e Alexandre Nistatrov sono i produttori esecutivi.(Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Concorso internazionale di composizione "Città di Udine"
14esima edizione
Termine di partecipazione: 30 aprile 2023
www.taukay.it

Delta Produzioni in collaborazione con TEM - Taukay Edizioni Musicali indicono la quattordicesima edizione del concorso internazionale di composizione "Città di Udine". Il bando di partecipazione è disponibile sul sito delle Edizioni Musicali. Il percorso inizia partendo dalla pubblicazione del bando in cinque lingue e proseguirà per tutto il prossimo anno fino all'autunno del 2023 con la pubblica esecuzione delle opere vincitrici.

Il Concorso Internazionale di Composizione "Città di Udine" ha fatto molta strada, diventando una realtà conosciuta e consolidata con grande partecipazione da tutto il mondo e importanti riconoscimenti istituzionali tra cui l'adesione del Presidente della Repubblica con sua medaglia di rappresentanza in occasione delle ultime sei edizioni. L'iniziativa, per numero di partiture inviate alla segreteria artistica, è una tra le più importanti del settore (anche l'ultima edizione organizzata ha registrato, nonostante la pandemia, un grande risultato con 455 composizioni da 49 nazioni).

Questa edizione del concorso ha il sostegno della Fondazione Friuli, ha ricevuto la partnership dell'ERT (Ente Regionale Teatrale del FVG) e i patrocini della Rappresentanza Italiana della Commissione Europea, della Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO, del Ministero degli Affari Esteri, del Comune di Udine e dell'Università degli Studi di Udine. Rai Radio3 è media partner dell'iniziativa e seguirà attraverso le sue frequenze nazionali lo svolgimento del concorso con il programma "Radio3 Suite".

Tra le collaborazioni in essere va sottolineata quella con INA GRM, la prestigiosa istituzione francese punto di rifermento mondiale per la musica elettroacustica, che ha istituito un premio per uno dei vincitori del concorso, e la consolidata presenza degli eredi di Piero Pezzé che da molte edizioni hanno istituito un premio per la sezione "Composizioni per gruppo strumentale da camera" in memoria del compositore friulano scomparso nel 1980. Anche per questa edizione, grazie alla collaborazione con la FIDAPA BPW ITALY, istituzione che ha lo scopo di promuovere, coordinare e sostenere le iniziative delle donne che operano nel campo delle Arti, è stato istituito un premio speciale assegnato ad una compositrice in concorso.  

TEM e Delta Produzioni iniziano le loro attività nel 1995 con l'intento di valorizzare la produzione di musica contemporanea.  Fin dalla loro istituzione la casa editrice e l'associazione, precorrendo i tempi, hanno utilizzato internet per veicolare, senza nessun genere di mediazione, idee ed iniziative su scala mondiale. L'attività di TEM e Delta Produzioni si è focalizzata fin dall'inizio sull'idea di reperire spazi esecutivi per creare occasioni di confronto e visibilità dedicate agli artisti del nostro tempo.

Nel 1995, in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Udine, è stata organizzata la prima edizione del concorso internazionale di composizione "Città di Udine" a cui è seguita, nel 1996, la prima edizione del festival "Contemporanea". Ed è all'interno di questo binomio in bilico tra editoria ed organizzazione di eventi per la creazione di spazi espressivi che sta la forza del progetto che in questi anni ha visto registrare sempre maggiore attenzione ed interesse, grazie anche alla sua capacità di proporre soluzioni innovative al passo con i tempi. Ad oggi si contano ventiquattro edizioni del festival "Contemporanea" e tredici edizioni del concorso internazionale di composizione "Città di Udine" con oltre 140 appuntamenti. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna cinematografica Italian online Film Fest Italian online Film Fest
04 novembre 2022 - 08 gennaio 2023

Una rassegna online del cinema italiano contemporaneo che si affianca all'edizione in presenza, attualmente in corso a Leros con cadenza settimanale dal 26.10 al 30.11. L'iniziativa dell'Istituto Italiano di Cultura di Atene, realizzata con la coordinazione dell'AIAL, propone otto film di recente produzione, sulla piattaforma Shift 72. La rassegna completa le proposte dell'Istituto Italiano di Cultura di Atene per una promozione del cinema italiano in Grecia, realizzata con la coordinazione dell'AIAL. (Comunicato Associazione Culturale AIAL)

___ Programma

.. Non è un paese per giovani, regia di Giovanni Veronesi, 2017
.. Rosso Istria, regia di Massimiliano Bruno, 2018
.. Tutto quello che vuoi, regia di Francesco Bruni, 2017
.. La felicità è un sistema complesso, regia di Gianni Zanasi, 2015
.. Il bambino nascosto, regia di Roberto Andò, 2021
.. L'Accabadora, regia di Enrico Pau, 2016
.. Appunti di un venditore di donne, regia di Fabio Resinaro, 2021
.. Occhi blu, regia di Michela Cescon, 2021




Locandina della rassegna cinematografica 40 anni senza Rainer Werner Fassbinder 40 anni senza Rainer Werner Fassbinder
19 ottobre - 19 dicembre 2022, ore 21.00 (tranne il primo film) (ingresso unico: € 5,50)
Cinema Rouge et Noir - Palermo
www.goethe.de/palermo




___ Calendario

.. 19 ottobre, FASSBINDER di Annekatrin Hendel, Germania 2015, 96', doc. biografico
.. 24 ottobre, Die Ehe der Maria Braun (tit. it:Il matrimonio di Maria Braun), Germania 1978, 121'
.. 16 novembre, Liebe ist kälter als der Tod (tit. it:L'amore è più freddo della morte), Germania 1969, 89'
.. 30 novembre, Die bitteren Tränen der Petra von Kant (tit. it: Le lacrime amare di Petra Von Kant), Germania 1972, 125'
.. 14 dicembre, Angst essen Seele auf (tit. it:La paura mangia l'anima) Germania 1973, 94'
.. 19 dicembre, Fontane Effi Briest Effi Briest, Germania 1974, 141

Il tradizionale appuntamento con il cinema tedesco che il Goethe-Institut Palermo propone ormai da molti anni nella propria sede ai Cantieri Culturali alla Zisa, si sposterà al Cinema Rouge et Noir, per un omaggio al regista Rainer Werner Fassbinder a 40 anni dalla morte. Una collaborazione tra la sede palermitana del Goethe-Institut diretto da Heidi Sciacchitano e l'Associazione culturale Lumpen, la cui direzione artistica è affidata al regista Franco Maresco, che permetterà di ricordare e rivedere 5 importanti lavori di Fassbinder restaurati in 4k, in versione originale tedesca con sottotitoli italiani e FASSBINDER, inedito documentario biografico della regista tedesca Annekatrin Hendel.

Geniale autore e interprete di un cinema trasgressivo, impegnato, drammatico, a volte lucidamente folle, Rainer Werner Fassbinder ha segnato la cinematografia tedesca degli anni '70 lasciando un'importante impronta attraverso l'impressionante numero di opere non solo cinematografiche ma anche teatrali, televisive e radiofoniche, in cui ha riversato il suo grande e ribelle talento artistico. Nessun regista è stato più controverso, scandaloso, prolifico e ossessionato dal cinema di lui. Morto tragicamente il 10 giugno del 1982, a soli 37 anni, Fassbinder aveva rivoluzionato il teatro e lasciato un totale di 44 film e serie televisive diretti e, spesso, autoprodotti. Nessuno, prima o dopo di lui, è stato in grado di narrare la società tedesca in modo così duro e veritiero attraverso personaggi indimenticabili, comunque capaci di emozionare, toccare l'animo umano, offrire una possibilità.  

La rassegna partirà mercoledì 19 ottobre, alle ore 18, al cinema Rouge et Noir (piazza Verdi 8, Palermo) con il documentario biografico di Annekatrin Hendel FASSBINDER (Germania 2015, 96 min.). Il documentario fornisce un nuovo approccio al fenomeno Fassbinder. Consente al regista di raccontare la propria storia collegando elementi autobiografici dei film con opere scritte inedite e interviste. Il film racconta la storia di un giovane studente di grande ambizione artistica, parla del suo stile di vita scandaloso e i modi in cui ha trasformato il paesaggio culturale con la sua furiosa energia. Attraverso le interviste alle sue attrici Hanna Schygulla, Irm Hermann e Margit Carstensen e ad attori, amici e sostenitori come Harry Baer, Thomas Schühly, Günter Rohrbach, Volker Schlöndorff e Juliane Lorenz, lo spettatore scopre come Fassbinder abbia interagito con i suoi attori, rivali e amanti.

Si proseguirà lunedì 24 ottobre, - nell'ambito degli appuntamenti del "Supercineclub" proposti dal Cinema Rouge et Noir - con Die Ehe der Maria Braun, il titolo più famoso e celebrato nella carriera di Fassbinder, quello che lo ha reso noto al grande pubblico e che gli è valso l'acclamazione della critica internazionale. Primo capitolo di un'ideale tetralogia sulla Germania raccontata attraverso quattro emblematiche figure femminili (i successivi saranno Lili Marleen, Lola e Veronika Voss), il film è ambientato nell'arco di un decennio cruciale nella storia della Germania: quello tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la metà degli anni '50, ovvero dalle miserie del dopoguerra al miracolo economico. Maria Braun (Hanna Schygulla) cerca di sopravvivere nella Germania del secondo dopoguerra. Il marito Hermann, partito per il fronte subito dopo le nozze, è dato per disperso, ma Maria non smette di aspettarlo; nel frattempo inizia a lavorare come entraineuse.

Mercoledì 16 novembre sarà la volta di Liebe ist kälter als der Tod, il primo lungometraggio del regista bavarese dopo due corti girati nel 1965 e nel 1967, ed è ispirato a Frank Costello faccia d'angelo di J. P. Melville. Nel film è già presente, unitamente alla struttura triangolare di base (due uomini e una donna), il rapporto di padrone e vittima, tipico di Fassbinder. Girato a basso costo in 24 giorni nei dintorni di Monaco, il film fu presentato in anteprima al Festival di Berlino il 26 giugno 1969, dove fu fischiato. Il titolo è un evidente riferimento ai personaggi.

Il film in programma mercoledì 30 novembre è Die bitteren Tränen der Petra von Kant. Riduzione di un lavoro teatrale scritto e messo in scena dal regista stesso un anno prima, è un esemplare dramma di sublime ricchezza visiva e abilità tecnica presentato come Kammerspiel - pochi personaggi, lunghi dialoghi, interamente girato in una stanza, assenza di azione. Petra (Margit Carstensen) è una famosa stilista che vive con la sua assistente Marlene (Irm Hermann), che accetta i maltrattamenti e la severità della donna. I due matrimoni di Petra sono finiti ed entrambi l'hanno segnata profondamente. Un'amica le fa conoscere la giovane e bella Karin (Hanna Schygulla), una ragazza di estrazione proletaria senza scrupoli, della quale Petra si innamora perdutamente. Le due donne portano avanti una relazione, ma col tempo Karin si allontana, diventando sempre più fredda e crudele.

Mercoledì 14 dicembre ore la rassegna continuerà con Angst essen Seele auf, melodramma proletario considerato dallo stesso Fassbinder tra i suoi lavori più belli e intensi. È la storia di un amore tra l'anziana vedova Emmi (Brigitte Mira) e l'operaio di vent'anni più giovane Alì (El Hedi Ben Salem), un marocchino immigrato per lavoro in Germania. Dopo il loro primo incontro al bar, Alì l'accompagna a casa, dove la donna vive sola. Apprendendo che l'uomo abita lontano con altri cinque compatrioti in una sola stanza, gli offre un letto per la notte. Nasce così uno strano ménage. I due si sposano poco dopo, forse per combattere la solitudine che affligge entrambi. L'inusuale coppia viene però fortemente osteggiata: i figli di Emmi se ne vergognano, i vicini li infastidiscono, i colleghi di lei non le rivolgono più la parola. Dopo un viaggio, tutto cambia.

Si chiuderà lunedì 19 dicembre con la proiezione del film Fontane Effi Briest Effi Briest, tratto dal romanzo omonimo di Theodor Fontane. Convolata a nozze giovanissima con il barone Instetten (Wolfgang Schenk), l'annoiata Effi (Hanna Schygulla), si dedica a lunghe passeggiate in compagnia del maggiore Crampas (Ulli Lommel). Una tenera amicizia che emerge anni dopo da una corrispondenza gelosamente custodita. L'orgoglioso Instetten non può che ripudiare la moglie e sfidare a duello Crampas. Fassbinder assume in questo film il ruolo di narratore, dell'osservatore distaccato dei rapporti sociali. Fa suo un materiale storico, rinuncia ad una sua attualizzazione e adotta addirittura lo stile della critica sociale di Fontane che, a sua volta, si era ispirato a Schopenhauer. (Estratto da comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)




Slava Poulinin nello spettacolo Snow Show Fotografia in primo piano di Slava Poulinin Slava Poulinin in una scena dello spettacolo Snow Show Al Finc Comedy Festival arriva Slava Polunin, il più grande clown del mondo
11 dicembre 2022 (ingresso gratuito)
Palazzo dei Congressi - Taormina
Locandina

Il grande artista russo Slava Polunin ha scelto il Finc Comedy Festival per presentare in anteprima nazionale il suo docu-film "Slava's Journey: Secrets of Snow", un lungo viaggio in treno che fonde il mondo onirico dello spettacolo con la vita reale. Il Festival, nato grazie all'iniziativa del Theatre DeGart di Dandy Danno & Diva G, al secolo Daniele Segalin e Graziana Parisi, in collaborazione con l'amministrazione comunale di Taormina, si arricchisce con la presenza del più grande clown del mondo.

Se esiste un personaggio unico del suo genere è lui, Slava Poulinin, considerato da tutto il mondo dello spettacolo come il più grande di questa era affiancandosi a miti come Chaplin, Keaton a Grock e Rowan Atkinson. Una leggenda vivente, che ha creato attorno a sé un mondo onirico e pieno di leggerezza, dove ogni persona può ritrovare il bambino che c'è in lui. Sarà lui a chiudere il Festival. Slava Polunin è un clown e artista russo cresciuto in un piccolo villaggio sovietico costantemente avvolto dalla neve. Da decenni è considerato un artista di successo mondiale.

Per 25 anni la sua produzione teatrale Snowshow ha fatto il tutto esaurito in oltre 100 paesi in tutto il pianeta. Il suo spettacolo è stato candidato ai "Tony Awards" (l'Oscar del teatro) nel 2009 come miglior spettacolo del mondo, a Sydney, a Londra premiato nel 1998 e nel 2000 come spettacolo dell'anno e a Mosca e in Messico nel 2011. Slava's Snowshow (in cui tra l'altro sono utilizzate anche basi musicali composte da John Surman) è considerato come l'esempio del teatro clownesco e del teatro visionario. La regista Irina Efteeva ha saputo cogliere gli aspetti più poetici dell'arte di Polunin nel cortometraggio Clown (2002), Leone d'Argento per il miglior cortometraggio alla 59ª edizione del Festival del cinema di Venezia.

A dicembre, dunque, Slava delizierà il pubblico italiano con la prima del suo nuovo docu-film: "Slava's Journey: Secrets of Snow" il lungo viaggio in treno che intraprende insieme alla sua dispettosa compagnia di clown e che ha ispirato la sua creatività e la sua arte della stranezza e della meraviglia. Un documentario di 65 minuti che fonde il mondo onirico dello spettacolo con la vita reale creando uno speciale sul palco in tournée "nell'inverno più freddo degli ultimi 1000 anni". Sarà proprio Slava a introdurre l'eccezionale evento insieme ai registi inglesi Steve Haisman, Clive Howard e Jimmy Chiba. (Comunicato ufficio stampa Giovanni Iozzia)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Slava Poulinin, Snow Show
2. Slava Poulinin
3. Slava Poulinin, Snow Show




"Utama - Le terre dimenticate" di Alejandro Loayza Grisi vince il Premio del pubblico al Festival del cinema spagnolo e latinoamericano XV edizione

Si è conclusa a Roma presso il Cinema Farnese Arthouse di Campo de' Fiori la 15a edizione del Festival del cinema spagnolo e latinoamericano, diretto da Iris Martín-Peralta e Federico Sartori. Ad aggiudicarsi il Premio del Pubblico è stato il film UTAMA - Le terre dimenticate, la pluripremiata opera prima di Alejandro Loayza-Grisi in arrivo nei cinema italiani il 20 ottobre che offre uno sguardo inedito e suggestivo tra le terre aspre e remote della Bolivia e che vede protagonista una famiglia Quechua alle prese con il dramma della siccità, nella spettacolare cornice dell'altopiano sudamericano, a più di 3.500 metri sul livello del mare. Dopo essersi aggiudicato il prestigioso Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2022, UTAMA - Le terre dimenticate rappresenterà la Bolivia agli Oscar 2023.

Il tempo sembra scorrere lentamente nella lontana terra incrinata e arida dell'Altiplano boliviano, dove un'anziana coppia quechuadi allevatori di lama, Virginio e Sisa, porta avanti un'umile routine. Quando il nipote Clever si presenta alla loro porta, Virginio si accorge subito che è venuto per convincerli a trasferirsi in città. Il fatto che la siccità li abbia lasciati senz'acqua non aiuta la loro causa a restare. Il respiro pesante di Virginio tradisce la sua capacità di nascondere ciò che lo affligge e l'apparizione di un condor inizia a destare in lui uno strano presagio. Improvvisamente lo scorrere del tempo diventa più che mai prezioso e pone la coppia davanti a un dilemma: resistere nell'attesa delle piogge o seguire le orme di altri quechua e lasciare la loro casa per la città?

Il film, diretto dal giovane regista boliviano, è ambientato in uno dei territori più esposti e vulnerabili ai cambiamenti climatici e racconta il costo umano di questo cambiamento attraverso la storia dei suoi protagonisti, voci di una coscienza perduta e di una saggezza che raramente viene ascoltata. "Gli sconfinati paesaggi, le riflessioni e i ritratti che mettono in risalto gli sguardi profondi dei personaggi sono i miei strumenti per raccontare una storia che interroga profondamente le questioni sociali, ambientali e umane in questi tempi di cambiamento" dichiara Loayza-Grisi tra i primi registi a portare sul grande schermo il fascino e la crudezza di una terra poco rappresentata, quasi dimenticata. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




I Premi finali del Lucca Film Festival
23 settembre - 02 ottobre 2022
www.luccafilmfestival.it

Per i lungometraggi, la giuria composta da Lina Nerli Taviani, Claudio Cupellini, David Riondino e Andrea Sartoretti ha assegnato il Premio come Miglior Film a Yamabuki, di Juichiro Yamasaki, con la seguente motivazione: Come il fiore Yamabuki cresce all'ombra e spesso non visibile, così sono le storie dei protagonisti, raccontate con affetto ed un punto di vista chiaramente politico. Persone che vivono nell'ombra, che per trovare il bene devono germogliare tra le rocce.

La Giuria ha inoltre assegnato tre Menzioni speciali:

- Miglior Attore per Seven Dogs (2021, di Rodrigo Guerrero) a Luis Machín
Con la seguente motivazione: Una straordinaria interpretazione con cui è impossibile non entrare in empatia. Il protagonista è l'anima di un palazzo che riesce a intersecare tutte le vite delle persone che gli stanno intorno.

- Miglior attrice per il film Dos Estaciones (2022, di Juan Pablo González) a Teresa Sánchez
Con la seguente motivazione: Per la monumentale e magnetica presenza di un'attrice che interpreta non solo un personaggio ma l'interezza della sua comunità.

- Miglior sceneggiatura a Sick of Myself (2022, di Kristoffer Borgli)
Con la seguente motivazione: Una sceneggiatura che coglie nel narcisismo esasperato un tema di grande attualità sviluppandone i paradossi e i pericoli.

Per i cortometraggi, la giuria composta dal critico cinematografico Filippo Mazzarella, dall'attrice Carlotta Natoli, dallo sceneggiatore Michele Pellegrini e dalla storyboard artist Liesbet Van Loon ha assegnato il Premio Miglior Film a: K-Saram, di Alisa Berger. La Giuria ha inoltre assegnato una Menzione speciale a: The Captured, di Rongqi Huang.

Per il Premio Marcello Petrozziello la Giuria Stampa ha premiato come Miglior Film: Restos Do Vento di Tiago Guedes
Con la seguente motivazione: Per l'eleganza della regia, per la fotografia oscura, evocativa, potente e perfettamente in linea con la cittadina portoghese e i suoi abitanti, per la capacità di rendere con efficacia, anche attraverso l'uso del linguaggio, l'essenza spirituale del male che come un soffio divento, parafrasando il titolo del film, ci tocca per renderci suoi schiavi. Per la figura poetica di Laureano, un ultimo, un reietto, un selvaggio come tanti in tanti angoli del mondo, ed infine per la tematica della violenza, purtroppo sempre attuale nelle nostre società.

Il Premio della Giuria Popolare come Miglior Film lungometraggio è stato assegnato a: Tropic of Violence, di Manuel Schapira
Con la seguente motivazione: Per la lucida osservazione di una condizione esistenziale drammatica, per l'importanza che l'opera riveste nel costruire e proporre una chiamata all'attenzione rivolta a tutti. Infine, per la rilevanza politica e umana di un opera che osserva un microcosmo e ne fa discorso universale.

Il Premio della Giuria Popolare come Miglior Film cortometraggio è stato assegnato a: We had each other, di Kelly Gallagher.

Il Premio della Giuria Studentesca come Miglior Film lungometraggio è stato assegnato a: Sick of Myself, di Kristoffer Borgli
Con la seguente motivazione: Per la leggerezza amara con cui disegna i personaggi grotteschi della nostra società, per l'atmosfera intima ed intensa che pervade la storia e per l'umanità tagliente della trama.

Il Premio della Giuria Studentesca come Miglior Film cortometraggio è stato assegnato a: Dafne is gone, di Giulia Gonella.

Il Premio Films for our Future come Miglior Film è stato assegnato a: When the mill hill trees spoke to me, di Kirsikka Paakkinen (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Il Premio Fondazione Mimmo Rotella consegnato a Oliver Stone per il documentario "Nuclear"

Si è svolta al Sina Centurion Palace di Venezia la premiazione della ventunesima edizione del Premio Fondazione Mimmo Rotella, Evento Collaterale della 79a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dedicato alla feconda relazione tra i linguaggi del Cinema e dell'Arte, dal 2001, per volontà del grande artista calabrese Mimmo Rotella (Catanzaro 1918 - Milano 2006).

Nicola Canal, Presidente della Fondazione Mimmo Rotella e Gianvito Casadonte, Direttore Artistico del Premio, per questa edizione hanno assegnato il prestigioso riconoscimento al regista, sceneggiatore e produttore statunitense Oliver Stone, per il suo documentario 'Nuclear', presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema.

L'evento è realizzato grazie al Mic, Calabria Film Commission e Calabria Straordinaria e il premio è stato consegnato da Nicola Canal con la seguente motivazione: "Per aver aggiunto alla sua già ricca filmografia un altro tassello dell'intenso connubio tra ricerca artistica e osservazione della realtà. Un lavoro dai risvolti mai usuali, alimentato dal desiderio di osare e di sperimentare sempre nuove frontiere che l'accomuna ai grandi Maestri delle arti figurative. Oliver Stone, con il suo ultimo documentario, ha contribuito a sondare nuove possibili prospettive per l'energia e l'ambiente, argomenti di profonda attualità e rilevanza. In un immaginifico ponte con gli 'strappi' dissacranti e provocatori che hanno reso celebre Mimmo Rotella, Oliver Stone continua a rappresentare un testimone autentico del coraggio, della libertà artistica e della potenza ideologica".

Oliver Stone si è aggiunto al ricco parterre di protagonisti che hanno ricevuto il Premio Fondazione Mimmo Rotella nel corso degli ultimi anni. Tra questi: Mick Jagger, Donald Sutherland, Mario Martone, Toni Servillo, Giuseppe Capotondi, Julian Schnabel, Willem Dafoe, George Clooney, Michael Caine, Ai Weiwei, Jude Law, Paolo Sorrentino, James Franco, Terry Gilliam, Al Pacino, Johnny Depp, Alexander Sokurov, Berry Levinson, João Botelho, Julie Taymor, Takeshi Kitano, Abel Ferrara, Gianni Amelio, Peter Greenaway, Ascanio Celestini, Gian Alfonso Pacinotti e Olivier Assayas. L'evento è stato promosso in collaborazione con Fragiacomo, Sina Centurion Palace e Webgenesis. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Franco Battiato Franco Battiato
Dalla Sicilia all'Iperspazio


Pagina dedicata







Sicilia: Turismo 2022 | Una molteplicità di rilevazioni favorevoli dai turisti nell'Isola della Trinacria

Non è turismo di prossimità, ovvero il passaggio e la permanenza occasionale in un luogo che si trova nel percorso verso la meta prevista. Il turismo in Sicilia è scelta consapevole di volontà e desiderio. Il turista che visita la Sicilia decide di visitare la Sicilia. La Sicilia è il Centro, è il lontano Ovest dei Fenici e dei Greci, l'Oriente Europeo della Spagna Imperiale, il Nord dei Vandali dopo l'incrocio con i Berberi, il Sud solare e mitologico per Goethe e Wagner.

Articolo di Ninni Radicini




Sui Generis - Breve affresco di Renzo Zorzi
di Davide Maffei e Alessandro Barbieri
www.youtube.com/watch?v=JntQaGPeKbk

Realizzato per il centenario di Renzo Zorzi, il video racconta la figura dello straordinario intellettuale e umanista che ha guidato le attività culturali, il disegno industriale e l'architettura dell'azienda Olivetti dopo la morte di Adriano. Il video rientra nel perimetro del progetto "Olivetti. Cronache da un'industria gentile", che ha dato vita ai due docufilm "Paradigma Olivetti" e "Prospettiva Olivetti" per la regia di Davide Maffei. Il filmato è disponibile sul canale Youtube dell'Associazione Archivio Storico Olivetti. (Comunicato di presentazione)




Casa delle tecnologie emergenti di Matera
Creato il logo della Cte Matera


Un tocco d'azzurro in omaggio al gonfalone della città, un sasso stilizzato e un cavo di cablaggio che disegna la "M" di Matera. C'è la città, nei suoi colori e simboli e, con il cavo di cablaggio emblema di reti e interconnessioni, il logo della Casa delle Tecnologie emergenti di Matera "racconta" anche le opportunità che genererà. La Cte Matera ha il suo logo ufficiale. Realizzato dalla Pirene srl, società di pubbliche relazioni che opera dal 1999. Selezionata con bando a evidenza pubblica, la Pirene è stata scelta fra le 11 aziende che hanno partecipato alla selezione.

Offerta competitiva quella dell'azienda romana che, da contratto, seguirà la Cte Matera per un anno occupandosi dell'identità visiva. Descrizione/concept del logo Cte Matera: L'idea nasce dalla volontà di rappresentare lo sviluppo tecnologico nel contesto di una delle più antiche città al mondo. La costruzione del logo "cte matera" è formata da un pittogramma che sintetizza, con un tratto originale e moderno, una linea morbida che dinamicamente disegna la lettera "m" (iniziale di Matera) e si ferma con un punto in alto. Questo elemento ricorda un cavo di rete per cablaggio, simbolo dello sviluppo tecnologico.

La linea è sovrapposta a una forma di colore azzurro (colore della città) che raffigura un grosso sasso. In basso la parte testuale "cte matera" è costruita con un font nuovo e personalizzato di facile lettura, la scelta del minuscolo trasmette disponibilità e apertura all'esterno. Invece in maiuscolo con font Titillium, di dimensioni più piccole, il marchio si completa con "Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera". La scelta dei colori e l'alternanza tra linee morbide e forme rigide conferiscono movimento alla figura e racchiudono il significato di un progetto innovativo e concreto. (Estratto da comunicato stampa)




L'archivio di Citto Maselli donato al Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale

Francesco Maselli, per tutti Citto, ha deciso. Il suo archivio, le carte e i ricordi di una vita a cavallo fra cinema e politica, andranno al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola di cinema dove il regista si è diplomato giovanissimo, e dove a più riprese ha insegnato. Lo annunciano la presidente del CSC, Marta Donzelli, e il conservatore della Cineteca Nazionale, Alberto Anile: l'acquisizione è una delle ultime iniziative di Felice Laudadio, prima della fine del suo mandato da presidente del CSC, e nasce da un'antica amicizia fra lo stesso Laudadio, Maselli e la sua compagna di vita e di lavoro, Stefania Brai.

Il fondo verrà conservato dalla Cineteca Nazionale per quanto concerne i materiali filmici e le fotografie, e dalla Biblioteca Luigi Chiarini, sempre all'interno del CSC, per i materiali cartacei. Si tratta di soggetti, sceneggiature di film non realizzati, articoli, foto, tesi di laurea su Maselli, recensioni di suoi film, pellicole (tra cui diverse scene non montate del film Lettera aperta a un giornale della sera), provini e centinaia di lettere, compreso un ricchissimo carteggio con decine di esponenti politici, a testimonianza della lunga militanza di Maselli prima nel PCI, poi in Rifondazione Comunista.

"È un cerchio che si chiude", dichiara Maselli, ricordando i tempi in cui è stato studente del CSC e l'esame di ammissione durante il quale, a interrogarlo, c'era Michelangelo Antonioni, di cui poi sarebbe diventato amico e collaboratore: "A ogni mia risposta faceva segno di no con la testa, e io pensavo di avere sbagliato. Poi capii che era un tic nervoso". L'archivio di Maselli andrà ora ordinato e catalogato, e sarà poi a disposizione degli storici e degli studiosi, come già i numerosi, importantissimi fondi custoditi presso la Cineteca Nazionale. (Comunicato stampa)




Presentazione e Premi al Taormina Film Fest 2019 e 2020




FEDIC
72 anni di cinema in 70 film di registi


www.youtube.com/watch?v=rcUaIdZelGE&list=PLtVRElSqB9q4Pwu_-LZKjttvjb3-9_PUI

Sul canale Mi Ricordo - L'Archivio di tutti, la playlist FEDIC-72 anni di cinema, composta da 70 cortometraggi di autori FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), tra cui ricordiamo Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli e Bruno Bozzetto, conservati e digitalizzati dal CSC-Archivio Nazionale Cinema Impresa. La rassegna online è composta da opere che fanno parte della storia della FEDIC, un'Associazione Culturale nata nel 1949 a Montecatini Terme, e realizzate da registi il cui contributo rilevante è servito a promuovere il superamento dell'etichetta di cinema amatoriale, per arrivare ad affermare quella di Cinema Indipendente.

La playlist propone titoli di fiction e documentari di impegno civile, di critica sociale, di osservazione della realtà, come quelle di Giampaolo Bernagozzi, Nino Giansiracusa, Renato Dall'Ara, Adriano Asti, Luigi Mochi, Francesco Tarabella e del duo Gabriele Candiolo - Alfredo Moreschi; non mancano opere narrative, spesso poetiche, come quelle di Paolo Capoferri, Piero Livi, Mino Crocè e Nino Rizzotti, ma anche di Massimo Sani, Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli, che si sono poi affermati come autori cinematografici e televisivi.

Un impegno che si riscontra anche nella sperimentazione di nuove forme espressive, si pensi a Tito Spini e, per quanto riguarda il cinema d'animazione, a Bruno Bozzetto e Nedo Zanotti. Non mancano opere recenti capaci di offrire uno sguardo acuto sul nuovo millennio, tra queste ricordiamo i film di Enrico Mengotti, Turi Occhipinti - Gaetano Scollo, Rocco Olivieri - Vincenzo Cirillo, e Franco Bigini, Giorgio Ricci, Giorgio Sabbatini e Beppe Rizzo che rende omaggio a Totò. Sono testimonianze, tracce interessanti, da leggere nel loro insieme, per aggiungere un punto di vista nuovo sul Paese. Uno sguardo che completa quello offerto dal cinema d'impresa, di famiglia e religioso conservato, digitalizzato e reso disponibile dall'Archivio Nazionale Cinema Impresa sui propri canali: Youtube CinemaimpresaTv, Documentalia e Mi ricordo-l'archivio di tutti. Il fondo FEDIC, composto da 5442 audiovisivi, è stato depositato nell'Archivio di Ivrea nel 2017. (Estratto da comunicato stampa)




Fermoimmagine dal film La scuola allievi Fiat Tutti in classe!
www.youtube.com/playlist?list=PL15B-32H5GlJRTfrCCc-ZlSRBJ0DRvP1K

Rassegna online di materiali d'archivio organizzata dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa di Ivrea che è parte della Cineteca Nazionale. La playlist Tutti in classe, disponibile sul canale Youtube CinemaimpresaTV, racconta la scuola grazie ai tanti punti di vista offerti dai film conservati a Ivrea: dalle rigide scuole per allievi Fiat degli anni Sessanta, ai comunicati pubblicitari che invitano a l'acquisto di prodotti scolastici a prezzi popolari o di raffinate macchine da scrivere Olivetti.

"Tutti in classe" termina con La scoperta della logica, diretto da Franco Taviani per Olivetti, il film descrive un esperimento didattico volto a insegnare agli alunni delle classi elementari la matematica con il sussidio del gioco e dell'osservazione del mondo reale, per arrivare a comprendere quali sono le tappe che portano i bambini alla scoperta della logica. Insomma, uno sguardo sulla scuola dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta per ricordare il periodo della vita di ognuno in cui l'ansia per un compito in classe era il problema più grande che potevi avere. (Estratto da comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)

___ Programma

- Seconda D (Basilio Franchina, 1951, 12')
- Giorno di scuola (Giorgio Ferroni, 1954, 10')
- La scuola allievi Fiat Giovanni Agnelli (Stefano Canzio, 1962, 14')
- Olivetti, Lettera 32 (Aristide Bosio, 1965, 1')
- Mi ricordo... I primi giorni di scuola (ca. 1965/1972, 1')
- Vieni alla Standa e guarda il prezzo (ca. 1970-1979, 1')
- La scuola comincia alla Standa (1977, 2')
- La scoperta della logica (Franco Taviani, 1970, 13')




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...)

Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario.

Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema -Cineteca Nazionale))




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina del volume Mosaico realizzato da Cetty Muscolino Mosaico - Una dichiarazione d'amore
di Cetty Muscolino, ed. Il Vicolo Editore


Il libro è stato presentato 17 novembre 2022 al Polo delle Arti di Ravenna
www.abaravenna.it | www.ilvicolo.com

In occasione della VII Biennale del Mosaico, l'Accademia di Belle Arti di Ravenna organizza un ciclo di conferenze dedicate al mosaico e all'arte contemporanea. Sottolinea Cetty Muscolino nella sua breve introduzione: «Le tessere musive si raccontano e con parole garbate e piene di sentimento ci aiutano ad osservarle più in profondità, ci invitano ad entrare in comunicazione. Dopo che molti hanno parlato e molti altri ancora parleranno, diamo ora la parola a loro, protagoniste e generatrici di uno spettacolo che da molti secoli rende Ravenna unica al mondo». Un libro raffinatissimo, una lode straordinaria alla Bellezza e alla Natura, in tre lingue: italiano, inglese e giapponese. Otto poesie che vedono protagoniste le tessere musive dei mosaici parietali ravennati che si raccontano attraverso le differenti cromie.

Dunque, ascoltiamo le tessere, portali per il Paradiso... «Dalla genesi della materia, la sabbia, la roccia, il fondo del mare, il fuoco ardente della fornace, fino alla loro nascita individuale, quando sono state partorite dal secco colpo della martellina sul tagliolo. È allora che è iniziata la danza dei colori e, assecondando la volontà dei maestri mosaicisti, si sono accostate le une alle altre, quelle rifulgenti d'oro e d'argento, quelle di vetri policromi e quelle di pietra e hanno raccontato storie sacre, hanno creato paesaggiche ci incantano e ci fanno sognare, luoghi verdeggianti dove gli animali corrono in libertà e gli uccelli gorgheggiano melodiosi.

Così i mosaici di Ravenna mostrano la meraviglia del creato, lo slancio mistico di Santi, Profeti e Principi intenti ad avanzare verso il Divino. E questa lode alla natura, questo spettacolo superbo conforta l'uomo, lo solleva dal suo stato di mediocrità e angoscia quotidiana per trasportarlo in una dimensione speciale dove il suo cuore può aprirsi e fondersi con la bellezza». (Estratto da comunicato stampa)




Tra due mondi. Storia di Philip Rolla
di Maria Grazia Rabiolo, Edizioni Fondazione Rolla, 2022, pp. 128, 210x148 mm, 20Chf/20Euro


Il libro è stato presentato il 15 ottobre 2022 presso La Filanda a Mendrisio (Svizzera)
www.rolla.info

Partito dalla California non appena conclusa l'Università, Philip Rolla fa il percorso inverso rispetto ai suoi nonni, arrivati a inizio Novecento dal Piemonte. La sua avventura professionale inizia a Torino e proseque nella Svizzera italiana. Ingegnere artigiano, è l'inventore delle eliche più performanti a livello internazionale. Il suo nome è legato al mondo della motonautica e delle imbarcazioni in generale. Ma da sempre coltiva una grande passione per l'arte contemporanea e per la fotografia.

La sua esistenza si svolge dunque tra Stati Uniti, che non ha mai dimenticato, ed Europa, Svizzera in particolare. A Bruzella, nella Valle di Muggio, dove risiede con la moglie Rosella, ha costituito una collezione di opere d'arte importante e una fondazione che organizza con regolarità esposizioni fotografiche negli spazi dell'ex scuola d'infanzia. La sua è un'esistenza decisamente particolare e interessante. La biografia di Maria Grazia Rabiolo la ripercorre tappa dopo tappa, con rigore e partecipazione al contempo. Ne emerge il ritratto di un uomo, di un professionista e di un collezionista a dir poco speciale, difficilmente imitabile.

Maria Grazia Rabiolo, nata nel 1957 a Losanna (Canton Vaud) e cresciuta a Viganello (Cantone Ticino), è laureata in Lettere all'Università degli Studi di Milano. Giornalista culturale, ha lavorato per trentaquattro anni alla RSI - Radiotelevisione svizzera di linqua italiana. (Comunicato Rolla.info)




Dopo Terra Matta
Incontro con Giovanni Rabito


Il romanzo della vita passata
di Vincenzo Rabito, testo rivisto e adattato da Giovanni Rabito, ed. Einaudi

Presentazione libro il 29 settembre 2022 alla Sala Giuseppe Di Martino a Catania

A cura dei Centri Culturali Gruppo Iarba, Fabbricateatro e Le stelle in tasca, si svolgerà un incontro con Giovanni Rabito, figlio di Vincenzo, autore di Terra Matta. Nell'occasione, sarà presentato Il romanzo della vita passata, secondo dattiloscritto autobiografico di Vincenzo Rabito, una nuova riscrittura della sua vita a tutt'oggi interamente inedita e successiva alla prima stesura pubblicata sempre da Einaudi nel 2007. Discuteranno, insieme al curatore di Il romanzo della vita passata, delle peculiarità che attribuiscono un'importanza particolare alla seconda stesura autobiografica, Nino Romeo, Daniele Scalia e Orazio Maria Valastro. Graziana Maniscalco leggerà una selezione di brani dell'opera.

Scrive Giovanni Rabito nella prefazione: «Come ben sanno i lettori di Terra matta, mio padre non è mai andato a scuola. Ha imparato a leggere e a scrivere da solo, come da solo ha imparato il mestiere di vivere e l'arte di lavorare duro per vivere meglio. Allo stesso modo, da solo, ha imparato a usare la macchina da scrivere, uno strumento tecnologicamente avanzato almeno per i suoi tempi, e infine a diventare scrittore: scrittore della sua vita, del suo paese natale, della sua gente e forse addirittura del suo secolo».

Vincenzo Rabito (Chiaramonte Gulfi, 1899-1981), «Ragazzo del '99», è stato bracciante da bambino, è partito diciottenne per il Piave, ha fatto la guerra d'Africa e la Seconda guerra mondiale. È stato minatore in Germania, poi è tornato in Sicilia, dove si è sposato e ha allevato tre figli. Il suo Terra Matta ha vinto il «Premio Pieve» nel 2000, ed è conservato presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Giovanni Rabito, figlio di Vincenzo, nasce nel 1949 a Chiaramonte Gulfi in Sicilia, e risiede attualmente a Sydney in Australia. Nel 1967 inizia i suoi studi universitari di Giurisprudenza a Messina, trasferendosi in seguito a Bologna nel 1968. In quegli anni prende parte al movimento letterario italiano della Neoavanguardia, il Gruppo 63 costituitosi a Palermo nel 1963. Scrive poesie pubblicate in riviste letterarie come Tèchne, fondata nel 1969 da Eugenio Miccini come laboratorio dello sperimentalismo verbo-visivo legato all'esperienza del Gruppo 70, e Marcatré, rivista di arte contemporanea, letteratura, architettura e musica, fondata e diretta da Eugenio Battisti nel 1963. Condivide con il padre la passione per la scrittura. Grazie a Giovanni Rabito, il dattiloscritto del padre intitolato Fontanazza, la storia di vita di un uomo che ha attraversato il novecento italiano, è presentato nel 1999 all'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Fontanazza è stato premiato nel 2000, e pubblicato con il titolo Terra Matta nel 2007. (Comunicato stampa)




Uno Stato senza nazione
L'elaborazione del passato nella Germania comunista (1945-1953)
di Edoardo Lombardi, ed. Unicopli, 2022, p. 138, euro 18.00


Presentazione libro
29 settembre 2022, ore 18.00
Lo Spazio - Pistoia
www.lospaziopistoia.it

Lo Spazio Pistoia, in collaborazione con l'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Pistoia presenta il saggio. Ne discuterà con l'autore Stefano Bottoni (Università di Studi di Firenze). Provata dall'esperienza del secondo conflitto mondiale e con un passato difficile da elaborare, la Germania entrava nel 1945 in uno dei periodi più complessi della sua storia, divisa e occupata dalle potenze alleate vincitrici. In questo nuovo contesto, i comunisti tedesco-orientali riconobbero immediatamente nella storia uno strumento per legittimare il proprio ruolo di guida delle masse. Una consapevolezza che, con la nascita della Repubblica Democratica Tedesca nel 1949, portò la SED (ovvero il Partito socialista unificato di Germania, che per quarant'anni fu la compagine politica dominante nella Germania Est) a trasformare la storia in uno strumento istituzionale.

Essa divenne infatti la base fondante per legittimare l'esistenza del «primo Stato socialista sul suolo tedesco», riplasmando e in certi casi reinventando il passato. Erano i primi passi di uno Stato senza Nazione, il cui tentativo di appropriazione della storia andò realizzandosi in modo molto graduale e non senza difficoltà, come questo libro racconta, seguendone dettagliatamente gli sviluppi.

Edoardo Lombardi è dottore magistrale in Scienze storiche presso l'Università degli Studi di Firenze. Dal 2018 collabora con l'Istituto storico della Resistenza e dell'Età contemporanea di Pistoia (Isrpt), per il quale svolge attività di ricerca e di didattica sul territorio. Nel 2020 entra a far parte della redazione del periodico dell'istituto, «Farestoria. Società e storia pubblica». I suoi interessi di studio riguardano soprattutto la storia culturale della Germania e dell'Italia in Età contemporanea, con particolare attenzione alle politiche culturali della Repubblica democratica tedesca. (Comunicato stampa)




I disegni di Charles Percier 1764-1838
Toscana, Umbria e Marche nel 1791
a cura di Sabine Frommel e Jean-Philippe Garric, Campisano Editore, 2021


Il volume è stato presentato il 19 settembre 2022 alla Accademia Nazionale di San Luca a Roma

Il volume raccoglie i disegni che Charles Percier (Parigi, 1764 - 1838) ha eseguito durante la sua breve permanenza in Toscana e nel suo passaggio in Umbria e nelle Marche, mettendo a fuoco un ulteriore aspetto della sua ricca produzione grafica durante gli oltre quattro anni trascorsi in Italia. I disegni sono una sorta di enciclopedia personale. Non furono realizzati unicamente come ricordo dei luoghi più notevoli che Percier ebbe l'opportunità di visitare, ma si pongono come un vero e proprio strumento professionale, cui fare ricorso per ideare libri, nutrire riflessioni da architetto e il proprio lavoro di progettazione, illustrare idee ai numerosi studenti. Alla fine della sua vita Percier fece rilegare i disegni in volumi tematici, e li lasciò in eredità ai suoi allievi, che poi li donarono alla Biblioteca dell'Institut de France dove tutt'ora si conservano.

Il soggiorno in Toscana di Percier è di poco successivo alla partenza da Roma, tappa del viaggio a piedi che nel 1791 lo riportò a Parigi. Si presenta come una parentesi che gli permette, in margine al percorso principale che attraversa Spoleto, Campello sul Clitunno, Foligno, Loreto, Ancona, Pesaro, Fano, Tolentino, Macerata e Recanati, di visitare Radicofani, San Quirico d'Orcia, Siena, Arezzo, e soprattutto Firenze, città alla quale dedica più di sessanta disegni. A segnare questo viaggio nell'architettura furono le precedenti esperienze romane, che consentirono a Percier di maturare di affinare progressivamente l'esercizio del rilievo e di perfezionare la sua tecnica, caratterizzata dal tratteggio a lapis, poi ripassato a penna e infine ad acquerello.

Questo prezioso, seducente corpus grafico, oltre a offrire le prime testimonianze note di alcuni monumenti e a documentare spazi urbani di notevole importanza, attesta il gusto, gli interessi e lo sguardo eclettico di un giovane architetto francese della fine del Settecento. Uno sguardo che abbraccia un ampio arco cronologico, dall'antico al periodo moderno, accordando particolare interesse alle prime manifestazioni del Rinascimento, privilegiandone la dimensione arcaica che aveva già suscitato il suo interesse nello studio di case e palazzi del Quattrocento romano. Per rispondere a questa polisemia, il presente volume si arricchisce di analisi storiche complementari, riunendo specialisti della storia di Firenze, della Toscana e delle varie località visitate da Percier, dell'arte edilizia del Rinascimento, della cultura e della pratica architettonica francesi ed europee nell'età rivoluzionaria e napoleonica.

Sabine Frommel è Directeur d'études alla cattedra d'Histoire de l'Art de la Renaissance all'École Pratique des Hautes Études (Sorbonne, PSL). Dal 2013 al 2015 è professore invitato all'università di Bologna (Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica). I suoi interessi scientifici sono dedicati a una molteplicità di temi trasversali: i grandi architetti del Rinascimento italiano, l'evoluzione delle tipologie e dei linguaggi architettonici nel Quattrocento e Cinquecento, i processi di migrazione in Europa, la rappresentazione dell'architettura nella pittura, la fortuna del Rinascimento fino all'Ottocento, la nascita e lo sviluppo della disciplina della storia dell'architettura.

Sabine Frommel è membre associée dell'Academie Royale à Bruxelles e membre correspondant de l'Académie des Beaux Arts à l'Institut de France. Nel 2018 riceve il Premio Sulmona (Premio di Critica d'Arte, XXI Edizione). Fra le sue ultime pubblicazioni, Peindre l'architecture durant la Renaissance italienne. Origines, évolution, transmission d'une pratique polyvalente (Chaire du Louvre), Paris, 2020; Leonardo da Vinci. Architektur und Erfindungen (Stuttgart, 2019); Leonardo da Vinci e l'architettura (con J. Guillaume, Modena, 2019; ed. fra. Léonard de Vinci et l'architecture, Paris); Giuliano da Sangallo (Firenze, 2014; ed. ted. Giuliano da Sangallo. Architekt der Renaissance. Leben und Werk, Basel, 2020).

Jean-Philippe Garric è professore di Storia dell'architettura contemporanea all'università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. Incaricato dei programmi di ricerca in storia dell'architettura dell'Institut National d'histoire de l'art (2006-2012) e stato invitato alla Sapienza (2018) e a Columbia University (2019). Tra le sue pubblicazioni si segnalano: la ristampa critica dei due principali libri di architettura di Percier e Fontaine: Villa de Rome. Choix des plus célèbres maisons de plaisance de Rome et de ses environs, Bruxelles (Mardaga, 2006); Palais de Rome. Palais, maison set autres édifices modernes dessinés à Rome, Bruxelles (Mardaga, 2008); una biografia di Percier e Fontaine: Percier et Fontaine. Les architectes de Napoléon (Belin, 2012) e la prima edizione delle memorie private di Fontaine (Mia Vita, Paris (Éditions des Cendres, 2017).

Ha inoltre curato la prima mostra su Percier (Charles Percier. Architecture and Design in an Age of Revolutions (Yale University Press, 2016 / Réunion des musées nationaux, 2017) ed è stato uno dei curatori della prima mostra dedicata a Jean Jacques Lequeu: Jean-jacques Lequeu. Bâtisseur de fanstasmes (con L. Baridon e M. Guédron, 2018). (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Pietro Consagra. Scultura in Relazione. Opere 1947-2004

Il catalogo è stato presentato il 19 settembre 2022 alla Galleria Mucciaccia di Roma

Presentazione del catalogo della mostra personale di Pietro Consagra, a cura di Francesca Pola, realizzata in collaborazione con Archivio Pietro Consagra, in corso negli spazi di largo della Fontanella Borghese fino al 20 settembre 2022. A parlarne interverranno Gabriella Di Milia, direttrice dell'Archivio Pietro Consagra e Francesca Pola, curatrice della mostra.

Il volume analizza le sessanta opere esposte per l'occasione in galleria che ripercorrono la ricchezza inventiva di Pietro Consagra (Mazara del Vallo, 1920 - Milano, 2005), una delle figure più significative del panorama artistico internazionale del XX secolo, grazie a un testo della curatrice, Francesca Pola, e alle schede di approfondimento a cura dell'Archivio Pietro Consagra.

La selezione di opere, dalle sue prime sculture astratte del 1947 alle ultime opere degli anni 2000, costituisce la prima significativa retrospettiva dell'artista a Roma dopo l'importante antologica dedicatagli dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna nel 1989, restituendo una chiave di lettura che evidenzia l'importanza dei rapporti tra scultura, spazio, osservatore: un'attenzione specifica alla "ubicazione" della presenza plastica in relazione all'osservante, fulcro della caratteristica "scultura frontale" codificata da Consagra a partire dai suoi celebri Colloqui dei primi anni Cinquanta e contestualmente teorizzata già dal suo libro Necessità della scultura (1952). (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Gaetano e i Salvemini
di Mauro Salvemini, ed. Albatros edizioni

Il libro è stato presentato il 25 giugno 2022 alla Biblioteca Civica "Farinone-Centa" di Varallo

In questo libro Mauro Salvemini ripercorre le vicende, politiche ma soprattutto personali, di cui sono stati protagonisti i membri della famiglia Salvemini, uomini e donne uniti dal forte legame con la loro terra d'origine, animati da un profondo desiderio di portare avanti le proprie convinzioni e disposti a sacrificarsi ai limiti del possibile per aiutarsi reciprocamente. A partire da Gaetano Salvemini, figura di spicco dell'antifascismo, il lettore si trova ad attraversare un'epoca, a conoscerla e a fare i conti con le grandi ingiustizie e le piccole gioie che l'hanno resa indimenticabile. A fare della lettura un'esperienza ancora più intensa, un ricco corpus di lettere e foto appartenenti all'autore, che offre così un viaggio a tutto tondo nella sua storia familiare e la tramanda ai posteri. (Estratto da comunicato stampa)




Copertina del libro Matthias Schaller Matthias Schaller - Horst Bredekamp
Ad omnia: Sull'opera del veronauta Matthias Schaller

ed. Petrus Books, 862 fotografie, 156 pagine, hardcover, 32.5x21.5 cm, 2022, edizione tedesca-italiana (dal 3 maggio)

Anche se non appaiono quasi mai gli esseri umani sono onnipresenti nelle fotografie di Matthias Schaller (Dillingen an der Donau, 1965). Con grande precisione e sensibilità, l'artista ha creato in oltre vent'anni di attività, un universo fotografico senza precedenti: ritratti "ambientali", ensemble di oggetti e spazi che raccontano le persone. Che si tratti di studi d'artista, di interni domestici, di teatri, di tavolozze e strumenti o di abiti, le sue serie fotografiche trasmettono l'idea che i segni che lasciamo sulla realtà dicano tanto su una persona quanto la sua presenza fisica.

Accanto alle attuali mostre Porträt al Kunstpalast di Düsseldorf e Antonio Canova a cura di Xavier F. Salomon ai Musei Civici di Bassano del Grappa, Matthias Schaller ha presentato il libro edito da Petrus Books, casa editrice di Schaller, con un saggio di Horst Bredekamp (Kiel, 1947), Professore di Storia dell'arte alla Humboldt-Universität di Berlino. Un libro che attraverso 862 fotografie racconta gli ultimi vent'anni della sua attività di fotografo ed editore, e che idealmente si ricollega alla pubblicazione del 2015 (Steidl Publisher) con un testo/intervista di Germano Celant dal titolo Matthias Schaller, in cui venivano raccontati i suoi primi dieci anni di attività dal 2000 al 2010. Tra gli autori che hanno collaborato collaborato per le pubblicazioni di Matthias Schaller sono Julian Barnes (London), Andreas Beyer (Basel), Gottfried Boehm (Basel), Germano Celant (Milano), Mario Codognato (Venezia), Xavier F. Salomon (New York City), Thomas Weski (Berlin).

Matthias Schaller ha studiato antropologia visiva presso le Università di Hamburg, Göttingen e Siena. Si laurea con una tesi sul lavoro di Giorgio Sommer (Frankfurt, 1834 - 1914 Napoli), uno dei fotografi di maggior successo dell'Ottocento. Il lavoro di Schaller è stato esposto, tra gli altri, al Museo d'Arte Moderna di Rio de Janeiro, al Wallraf-Richartz Museum di Köln, al Museum Serralves di Porto e al SITE di Santa Fe. Nel 2022 oltre alle mostre inaugurate Porträt e Antonio Canova, sono di prossima apertura Das Meisterstück presso Le Gallerie d'Italia a Milano (30 giugno), Matthias Schaller alla Kunstverein Schwäbisch Hall (28 ottobre). (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Communism(s): A Cold War Album
di Arthur Grace, introduzione di Richard Hornik, 192 pagine, 121 immagini b&n, cartonato in tela, aprile 2022
www.damianieditore.com

Grazie ad un raro e prezioso visto da giornalista, il fotografo americano Arthur Grace ha potuto valicare ripetutamente la Cortina di Ferro durante gli anni '70 e '80 e documentare un mondo che a lungo è stato celato all'occidente. Communism(s): A Cold War Album è una raccolta di oltre 120 fotografie in bianco e nero realizzate da Grace in quel periodo e per la maggior parte fino ad oggi inedite. Questi scatti, realizzati in Unione Sovietica, Polonia, Romania, Jugoslavia e Repubblica Democratica Tedesca, restituiscono il costante e a tratti crudele rapporto tra la claustrofobica irregimentazione di stato e la (soffocata) voglia di contatti con il mondo esterno della popolazione.

Nelle fotografie di Grace emerge forte il contrasto tra la propaganda di regime fatta di simboli e architetture che rimandano ad un'idea di grandezza ed efficienza e le difficoltà della vita quotidiana fatta di lunghe file per l'approvvigionamento del cibo. Il libro è arricchito da un'introduzione scritta da Richard Hornik, ex capo dell'ufficio di Varsavia della rivista Time.

Arthur Grace ha realizzato servizi fotografici in tutto il mondo per i magazine Time e Newsweek. Suoi lavori sono apparsi anche in molte altre riviste, tra cui Life, The New York Times Magazine, Paris Match e Stern. Prima di Communism(s): A Cold War Album, Grace ha pubblicato altri cinque libri fotografici; ha esposto in numerosi musei e gallerie negli Stati Uniti e all'estero; sue opere fotografiche sono incluse nelle collezioni permanenti di importanti istituti tra cui il J. Paul Getty Museum, la National Portrait Gallery e lo Smithsonian. (Comunicato ufficio stampa Damiani Editore)

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Copertina del libro Mondo ex e Tempo del Dopo di Pedrag Matvejevic Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic, ed. Garzanti

I Balcani sono un'area dell'Europa in cui da sempre la "geografia non coincide con la Storia". Terra di interposizione tra Occidente e Oriente, in politica, religione, cultura, arte. Era qui che l'impero romano d'occidente lasciava la sovranità a quello d'oriente. In "Mondo ex" Pedrag Matvejevic ripercorrere quindici anni di dissolvimento di un paese nato mettendo insieme popoli e territori.

Recensione di Ninni Radicini




Copertina del libro Guttuso e il realismo in Italia Guttuso e il realismo in Italia, 1944-1954
di Chiara Perin, Silvana Editoriale, Collana Studi della Bibliotheca Hertziana, 2020

Il libro è stato presentato il 13 aprile 2022 alla Accademia Nazionale di San Luca (Roma)

Alla caduta del fascismo anche gli artisti dovettero affrontare nuovi e dilemmi. Quale linguaggio per manifestare il proprio impegno civile? Come interpretare la lezione dei maestri italiani, di Picasso e delle avanguardie? Avventurarsi nel terreno dell'astrazione o ripiegare sulle forme rassicuranti del realismo? Il volume indaga questi e analoghi interrogativi alla luce delle esperienze figurative maturate in Italia tra 1944 e 1954.

L'ambiente romano trova particolare risalto: lì, infatti, si concentravano i dibattiti più vitali grazie alla presenza del capofila realista, Renato Guttuso. Limitando la ridondanza delle coeve pagine critiche a vantaggio dell'analisi di opere e contesto, acquistano evidenza gli aspetti meno noti del movimento: i modelli visivi, i generi ricorrenti, le controversie tra i tanti esponenti. In appendice, una fitta cronologia consente al lettore di seguire da vicino eventi e polemiche del decennio. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Locandina per la presentazione del libro Eolie enoiche Eolie enoiche
Racconti di vini, di sole, di vignaioli sensibili alla terra

ed. DeriveApprodi, 2022, p. 192, euro 16,00

Il libro è stato presentato il 26 febbraio 2022 alla libreria Lo Spazio (Pistoia)

Isole Eolie, un arcipelago da sogno. Nino Caravaglio, 57 anni, vignaiolo di Salina, sincero, appassionato, testardo, sensibile. Protagonista della viticultura eoliana, da oltre trent'anni lavora al recupero di vigne e vitigni, contribuendo a ridare forma a un paesaggio agricolo fatto di vecchie tecniche e nuove pratiche, relazioni umane solidali e sensibilità ambientale. Nino è un vignaiolo tout-court, di quelli che non si siedono mai e il loro vino deve sempre mirare all'eccellenza senza mai essere modaiolo perché rispecchia l'unicità di queste terre.

Dodici ettari di vigna divisi in quasi 40 appezzamenti: 40 campi da seguire, 40 potature, 40 vendemmie seguendo le stagioni (si parte in agosto dal mare e si sale poi sugli altipiani). Corinto nero e Malvasia i vitigni principali, da soli o mescolati con cataratto, nerello mescalese, calabrese, perricone. Alcuni dei nomi che Nino ha dato alle varie vinificazioni sono da soli poesia: Occhio di terra, Nero du munti, Infatata, Scampato, Inzemi, Abissale, Chiano cruci...

Le vigne di mare delle Eolie - quelle di Caravaglio e di altri coraggiosi precursori, le cui storie si intrecciano nel libro di Simonetta Lorigliola - hanno le radici nei crateri dei vulcani o negli appezzamenti a strapiombo sul mare, ma i loro occhi sono puntati sulla terra. Perché nelle storie di chi torna ad abitare con vitalità aree impervie dell'Italia e del pianeta stanno le premesse non solo di nuove agricolture, ma anche di nuove ecologie e forme di vita.

Libro presentato da Simonetta Lorigliola e Nino Caravaglio. Modera l'incontro Cesare Sartori. A seguire degustazione dei vini Infatata e Occhio di Terra (Malvasia), Nero du Munti (Corinto Nero).

Simonetta Lorigliola, giornalista e autrice, si occupa di cultura materiale. È nata e cresciuta in Friuli. Ha frequentato l'Università degli studi di Trieste, laureandosi in Filosofia. È stata Responsabile Comunicazione di Altromercato, la principale organizzazione di Commercio equo e solidale in Italia. Ha collaborato con Luigi Veronelli, nella sua rivista "EV Vini, cibi, intelligenze" e nel progetto di contadinità planetaria t/Terra e libertà/critical wine. Ha vissuto in Messico, ad Acapulco, insegnando Lingua e cultura italiana.

Ha diretto "Konrad. Mensile di informazione critica del Friuli Venezia Giulia". Da molti anni collabora con il Seminario Veronelli per il quale è oggi Caporedattrice e Responsabile delle Attività culturali. Con DeriveApprodi ha pubblicato "È un vino paesaggio.Teorie e pratiche di un vignaiolo planetario in Friuli" (2018) ed "Eolie enoiche. Racconti di vini, di sole, di vignaioli sensibili alla terra" (2020). Scrive di vino come intercessore culturale di storie, utopie e progetti sensibili. (Estratto da comunicato stampa)

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The Rough Guide - Sicilia
Guida turistica di Robert Andrews, Jules Brown, Kate Hughes
Recensione




1989 Muro di Berlino, Europa
www.iger.org

Quaderno della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, a cura di Roberto Ventresca e Teresa Malice, pubblicato per Luca Sossella Editore. Un racconto corale che raccoglie i contributi, gli spunti, le riflessioni delle voci di tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione del progetto internazionale Breaching the Walls. We do need education! Un progetto internazionale dedicato alla rielaborazione critica, attraverso un coinvolgimento plurale di istituzioni e cittadini, della storia e della memoria della caduta del Muro di Berlino e degli eventi da questa scatenati.

Risultato tra i progetti vincitori, nel programma Europa per i cittadini 2014-2020, del bando Memoria europea 2019, è stato promosso dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, in qualità di capofila, unitamente a 5 partner europei: l'Università di Bielefeld, l'Institute of Contemporary History di Praga, il Comune di Tirana, l'Associazione Past/Not Past di Parigi e l'History Meeting House di Varsavia. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Dmitrij Sostakovic Il grande compositore sovietico Dmitrij Sostakovic
Il grande compositore sovietico


Il libro è stato presentazione il 28 gennaio 2022 alla Fondazione Mudima di Milano
www.mudima.net

Questo titolo ha suscitato vivaci reazioni: alcuni vi videro solamente la connotazione politica, come fece Quirino Principe in una bella recensione piena di lodi scrivendo che un "... volume di tale importanza avrebbe fatto meglio a non definire [il compositore] "sovietico" bensí russo", molti vi lessero un significato più ampio di "determinativo storico" (Rosanna Giaquinta) ma quasi nessuno lo percepì come una connotazione di appartenenza di Šostakovic intrinseca e indissolubile e, dunque, sovraideologica, al paese in cui visse e operò, una volta chiamato URSS.

Ideato da Gino Di Maggio e Anna Soudakova Roccia che per più di 3 anni ha svolto meticolose ricerche sulle fonti bibliografiche e fotografiche, con preziosi contributi di Daniele Lombardi e Valerij Voskobojnikov, il libro costituisce un unicum in quanto offre un inedito e duplice sguardo, russo e italiano, sulla musica e sul milieu politico e storico-culturale stimolando il lettore a scoprire o comprendere meglio la personalità e la spiritualità creativa di Dmitrij Dmitrievic Šostakovic e il tempo in cui visse. Per amare la sua musica con più consapevolezza.

I due articoli dell'incipit, di Gino Di Maggio e di Daniele Lombardi, introducono i temi che verranno affrontati dai saggisti con toni e punti di vista diversi, a volte anche opposti. Questa multivisione rende il libro avvincente e stimolante. Il volume è suddiviso in tre sezioni. La prima, Pietrogrado-Leningrado, racconta attraverso due saggi di Anna Petrova, direttrice editoriale del Teatro Mariinskij, la realtà dopo lo scoppio della rivoluzione d'Ottobre e l'entusiasmo utopico di cui fu pervasa la città negli anni dell'adolescenza e giovinezza di Šostakovic.

La seconda, Musica, raccoglie i saggi di autorevoli musicologi italiani e russi: l'articolo di Ivan Sollertinskij, intimo amico del compositore e mitico direttore della Filarmonica di Leningrado, scritto nel 1934 in occasione della prima assoluta di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro Malyj di Leningrado - un'autentica chicca bibliofila scovata negli archivi del teatro Michajlovskij; ben tre articoli di Levon Hakobian, Luigi Pestalozza e Edoardo De Filippo su "Il Naso", la prima avanguardistica opera del ventiquattrenne compositore; tre saggi di Franco Pulcini, Roberta De Giorgi, e Manašir Jakubov, fondatore dell'Archivio Shostakovich di Mosca, sulla scandalosa opera Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk che suscitò l'ira di Stalin con nefaste conseguenze per il compositore; sarà gioia per gli appasionati della musica da camera leggere la rassegna critica di Jakubov di tutti i quindici quartetti; e il raffinato saggio di Dino Villatico sul Secondo concerto per violino e orchestra.

Ai tragici eventi dell'assedio di Leningrado sono dedicati La Settima sinfonia di Oreste Bossini e Ascolta! Parla Leningrado! Cronistoria di un concerto di Anna Soudakova Roccia Vi sono dei saggi dedicati al teatro, al balletto e al cinema. Nel contributo Klop al Teatro Mejerchol'd: tre geni per una cimice Anna Soudakova Roccia ripercorre la prima esperienza teatrale del ventiduenne compositore durante le prove di La cimice di Vladimir Majakovskij, l'avvincente e drammatico rapporto di amicizia e collaborazione artistica di Vsevolod Mejerchol'd con il poeta: un'esperienza che segnò tutta la vita artistica di Šostakovic.

Il giovane compositore amava molto il balletto e scrisse musica per L'età dell'oro (1930) e Il bullone (1931). Al primo balletto è dedicato il saggio di Dmitrij Braginskij tratto dal suo libro Šostakovic e il calcio: territorio di libertà, in cui ripercorre le trame dei vari rifacimenti di sceneggiature che portarono il balletto al grande ma breve successo sul palcoscenico del teatro Mariinskij (ex Gatob). Il tema dell'importante ruolo del cinema nella musica del compositore è affrontato dalla studiosa dell'Archivio Shostakovich di Mosca, Olga Dombrovskaja.

Parte molto importante di questa sezione sono i ricordi: quello personale del compositore sulla sua visita al Festival di Edinburgo nel 1962 o di coloro che lo incontrarono: Evgenij Evtušenko, celebre poeta sovietico, che rievoca la cronistoria della Tredicesima sinfonia, scritta sui testi del suo coraggioso poema Babij Jar; Luciano Alberti e Erasmo Valenti, testimoni della "contorta fortuna" del compositore in Italia, osteggiato dalla critica e dalle avanguardie musicali; Valerij Voskobojnikov che nel suo saggio Mio Šostakovic ripercorre i ricordi privati, i primi incontri con la sua musica a Mosca e gli sforzi per promuoverla in Italia. L'ultima sezione Šostakovic e il suo tempo ospita una preziosa autobiografia del compositore, un'importante articolo di Levon Hakobian Šostakovic e il potere sovietico, il cui rapporto ancor oggi, dopo quasi mezzo secolo dalla morte del compositore, è fonte di scontri politico-ideologici.

Chiude il volume il capitolo Frammenti di vita di Dmitrij Šostakovic raccontati attraverso le fotografie, in cui l'autrice, Anna Soudakova Roccia, ha raccolto alcuni fatti salienti della vita straordinaria, piena anche di inaspettati aneddoti, del grande compositore che marcò il tempo in cui visse con il proprio nome facendo scrivere ad Anna Achmatova nella dedica: "A Dmitrij Šostakovic, nella cui epoca io vivo" e a diventare, come scrisse L. Hakobian, "il più fedele e stoico chronachista musicale... e un esempio di uomo sovietico nella sua più alta evoluzione, quale non apparirà, presumibilmente, mai più". Nel corso della serata saranno proiettate immagini inedite e straordinarie fotografie d'epoca di cui è corredato il libro grazie alle concessioni di prestigiosi musei russi e enti italiani e verrà proiettato il film Sonata per viola di Alexandr Sokurov, regista russo e premiato con il Leone d'oro a Venezia. (Estratto da comunicato stampa)




Copertina del libro Dario Argento Due o tre cose che sappiamo di lui Dario Argento
Due o tre cose che sappiamo di lui


a cura di Steve Della Casa, ed. Electa e Cinecittà, pagg. 160, cm 24x30, ita/ing, 80 illustrazioni a colori, 28 euro
In libreria dal 12 ottobre 2021

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico capace di dedicarsi a generi come il giallo, il thriller e l'horror creando un proprio universo visivo ed espressivo, Dario Argento si configura tra i registi italiani più noti al mondo. Il volume monografico a lui dedicato è pubblicato da Electa e Cinecittà, in occasione della rassegna cinematografica organizzata da Cinecittà in collaborazione con il Lincoln Center che verrà inaugurata il prossimo anno a New York e durante la quale saranno proposti 17 film originali integralmente restaurati.

Curato da Steve Della Casa, noto critico cinematografico, il volume vuole rendere omaggio ai tratti distintivi del cinema di Dario Argento attraverso una raccolta di interventi di autori di rilievo internazionale -da Franco e Verdiano Bixio a John Carpenter, da Steve Della Casa a Jean-François Rauger, a George A. Romero e Banana Yoshimoto-. Il risultato è una polifonia di voci dal carattere eterogeneo, tra cui due interviste inedite e conversazioni con il regista, che offrono al lettore la possibilità di confrontarsi con le testimonianze di chi ha vissuto il "fenomeno Dario Argento" in prima persona e di coglierne gli elementi più originali che hanno rivoluzionato il panorama cinematografico mondiale.

Argento si colloca infatti fra le figure più interessanti del cinema contemporaneo, su scala internazionale. Ne sono testimonianza la capacità di sviluppare una sintesi personalissima dell'estetica e delle novità emergenti durante gli anni Sessanta, che vedono un progressivo ridursi della centralità del grande schermo a vantaggio di nuove soluzioni tecnologiche. Nelle sue pellicole emerge un uso sorprendente della cinepresa a mano mescolato con virtuosismi da cinema tradizionale, così come un'attenzione quasi maniacale per la colonna sonora, vera protagonista dei suoi film che spesso raggiunge livelli di notorietà altissimi.

Rintracciamo nel suo modo di girare un linguaggio che si evolve in continuazione, fino a contaminarsi esplicitamente con quello delle clip musicali e scelte di produzione di avanguardia, come lavorare sempre con un casting di artisti internazionali, peculiarità che ricorre raramente nel panorama del cinema italiano. Tema centrale è poi il trionfo della visionarietà a scapito della sceneggiatura, tratto che contraddistingue la libertà creativa del cinema di Dario Argento, capace di generare nel pubblico un'attenzione quasi ipnotica ed un forte impatto visivo. Il volume si conclude con una filmografia completa e l'elenco delle sceneggiature scritte per altri film, insieme ad un ricco apparato fotografico del dietro le quinte delle produzioni più memorabili, tra cui Suspiria (1977), Il gatto a nove code (1971), Profondo rosso (1975), Phenomena (1985). (Comunicato ufficio stampa Electa)

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David Hemmings nel film Profondo Rosso diretto da Dario Argento




Copertina del libro Un calcio alla guerra Un calcio alla guerra, Milan - Juve del '44 e altre storie
di Davide Grassi e Mauro Raimondi

Il libro è stato presentato il 9 ottobre 2021 presso l'Associazione Culturale Renzo Cortina a Milano

A settantasei anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Davide Grassi e Mauro Raimondi, da sempre interessati agli intrecci tra storia e sport, hanno unito le loro passioni per creare un libro di impegno civile. "Un calcio alla guerra" narra di storie individuali e collettive che esaltano il coraggio e l'abnegazione dei molti sportivi coinvolti nell'assurdità della guerra. Vicende di persone che sono passate dal campo di calcio alla lotta per la Liberazione, in qualche caso pagando con la vita.

Storie vissute in bilico tra pallone e Resistenza al nazifascismo come quelle di Bruno Neri, Giacomo Losi, Raf Vallone, Carlo Castellani, Michele Moretti, Antonio Bacchetti, Dino Ballacci, Cestmir Vycpalek, "Cartavelina" Sindelar, Erno Erbstein, Arpad Weisz, Géza Kertész, Gino Callegari, Vittorio Staccione, Edoardo Mandich, Guido Tieghi, e Alceo Lipizer, solo per citare i più celebri. Le incredibili partite giocate tra partigiani e nazisti, come quella che si disputò a Sarnano nel maceratese nel 1944, o quelle fra reclusi nei lager e i loro aguzzini, vere e proprie partite della morte, a cui si ispirò il film di John Houston, "Fuga per la vittoria", passando per un episodio che pochi conoscono: il rastrellamento avvenuto dopo la partita fra Milan e Juventus del 2 luglio 1944, correlata da una accurata ricerca d'archivio.

Senza trascurare i protagonisti di altri sport. Tra i tanti Alfredo Martini, partigiano che diventò commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo, il pallanuotista e rugbista, Ivo Bitetti, fra coloro che catturarono Benito Mussolini in fuga, il ciclista tedesco Albert Richter, che aiutò gli ebrei a scappare e venne impiccato, i tanti pugili costretti a combattere per la vita sul ring di Auschwitz per il divertimento dei loro kapò o che si ribellarono lottando alla guerra nazifascista, come Leone Jacovacci, Lazzaro Anticoli, Pacifico di Consiglio e Settimio Terracina.

Interverranno gli autori e Marco Steiner, figlio di Mino Steiner, il nipote di Giacomo Matteotti protagonista di uno dei racconti del libro, che per la sua attività nella Resistenza venne deportato e assassinato in campo di concentramento. Questo libro è dedicato a tutte le persone che hanno sognato un pallone, dei guantoni, una sciabola, un paio di sci, un'auto da corsa, una piscina o una pista d'atletica insieme alla libertà. Con l'obiettivo di ricordare, per dare un calcio alla guerra.

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Ha scritto e curato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il suo primo libro nel 2002 ha vinto il premio "Giornalista pubblicista dell'anno" e nel 2003 è stato premiato come "L'addetto stampa dell'anno". Il suo sito è www.davideg.it

Mauro Raimondi, per molti anni insegnante di Storia di Milano, sulla sua città ha pubblicato Il cinema racconta Milano (Edizioni Unicopli, 2018), Milano Films (Frilli, 2009), Dal tetto del Duomo (Touring Club, 2007), CentoMilano (Frilli, 2006). Nel 2010 ha inoltre curato la biografia del poeta Franco Loi in Da bambino il cielo (Garzanti). Nella letteratura sportiva ha esordito nel 2003 con Invasione di campo. Una vita in rossonero (Limina).

Davide Grassi e Mauro Raimondi insieme hanno pubblicato Milano è rossonera. Passeggiata tra i luoghi che hanno fatto la storia del Milan (Bradipolibri, 2012) e Milan 1899. Una storia da ricordare (El nost Milan, 2017). Insieme ad Alberto Figliolia, hanno pubblicato Centonovantesimi. Le 100 partite indimenticabili del calcio italiano (Sep, 2005), Eravamo in centomila (Frilli, 2008), Portieri d'Italia (A.car Edizioni, 2013, con 13 tavole di Giovanni Cerri) e Il derby della Madonnina (Book Time, 2014). Nel 2019 hanno partecipato alla raccolta di racconti Milanesi per sempre (Edizioni della Sera). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Sparta e Atene _ Autoritarismo e Democrazia di Eva Cantarella Sparta e Atene. Autoritarismo e Democrazia
di Eva Cantarella

Un bel libro, di facile lettura e di carattere divulgativo, destinato non sono a specialisti e addetti i lavori, bensì a tutti coloro che siano anche dei semplici appassionati della grande Storia della Grecia Classica. Pur se dedicato a un argomento ampiamente trattato da autorevoli studiosi, il testo offre l'occasione di approfondire tematiche non troppo note inerenti Sparta e Atene, le due città simbolo di uno dei periodi storici che più accendono la fantasia di una moltitudine di lettori. (Estratto da recensione di Rudy Caparrini)

Recensione nel Blog di Rudy Caparrini




"Un regalo dal XX Secolo"
Piccole raccolte di cultura - Binomio di musica e poesia - Dal Futurismo al Decadentismo di Gabriele D'Annunzio

www.allegraravizza.com

La Galleria Allegra Ravizza propone una selezione di Edizioni Sincrone nell'ampio progetto Archivi Telematici del XX Secolo. Con i loro preziosi contenuti, ogni Edizione tratta e approfondisce un preciso argomento del secolo scorso. Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizioso scopo di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva.

Le Edizioni Sincrone qui presentate, si incentrano su due temi principali: la Musica Futurista e i capolavori letterari del poeta Gabriele D'Annunzio. Dalla raccolta dannunziana "Canto Novo" alla tragedia teatrale "Sogno di un tramonto d'autunno", dal Manifesto futurista di Francesco Balilla Pratella a "L'Arte dei Rumori" di Luigi Russolo, ogni Edizione contiene una vera e propria collezione di musiche, accompagnate da un libro prezioso, una raccolta di poesie o una fotografia: un Racconto dell'Arte per la comprensione dell'argomento.

Canto Novo
di Gabriele D'Annunzio
A diciannove anni, nel 1882, Gabriele D'Annunzio pubblica la raccolta di poesie "Canto Novo", dedicata all'amante Elda Zucconi. I sentimenti, la passione, l'abbattimento e il sensualismo che trapelano dalle parole del poeta divengono note e melodie grazie al talento musicale di grandi compositori del Novecento tra cui Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti e Ottorino Respighi. L'Edizione Sincrona contiene il volume "Canto Novo" insieme alle musiche dei grandi compositori che a questo si ispirarono. (Euro 150,00 + Iva)

Poema Paradisiaco
di Gabriele D'Annunzio

"La sera", tratta da "Poema Paradisiaco" (1893) di Gabriele D'Annunzio, fu sicuramente una delle poesie maggiormente musicate dai compositori del Novecento. Nella Edizione Sincrona sono contenute le liriche di compositori come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ottorino Respighi e Pier Adolfo Tirindelli, che si ispirarono ai versi del Vate creando varie interpretazioni melodiche e attuando diverse scelte musicali, insieme al volume "Poema Paradisiaco" di D'Annunzio. (Euro 150,00 + Iva)

Sogno di un tramonto d'autunno
di Gabriele D'Annunzio

Concepito nel 1897, "Sogno di un Tramonto d'Autunno" è composto dal Vate per il suo grande amore: Eleonora Duse, che interpretò infatti il ruolo della protagonista durante la prima rappresentazione del 1899. All'interno dell'Edizione Sincrona è presente il volume "Sogno di un tramonto d'autunno" del 1899 accompagnato dalla musica del noto compositore Gian Francesco Malipiero composta nel 1913, le cui note sono racchiuse in un audio oggi quasi introvabile. Oltre a questo prezioso materiale, l'Edizione racchiude ad una fotografia della bellissima Eleonora Duse e due versioni del film omonimo "Sogno di un Tramonto d'Autunno" diretto da Luigi Maggi nel 1911. (Euro 200,00 + Iva)

Raccolta di 100 liriche su testi
di Gabriele D'Annunzio

La sensibilità, lo spirito e la forte emotività presente nei versi di Gabriele D'Annunzio non poterono che richiamare l'attenzione di grandi artisti e compositori del Novecento come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ildebrando Pizzetti e Domenico Alaleona che, affascinati dalle parole del Vate, tradussero in musica le sue poesie. L'Edizione Sincrona contiene 100 liriche musicate dai grandi compositori insieme ai rispettivi testi e volumi di Gabriele D'Annunzio da cui sono tratte: "Canto Novo", "Poema Paradisiaco", "Elettra" e "Alcione" (rispettivamente Libro II e III delle "Laudi"), "La Chimera e l'Isotteo" e infine la copia anastatica di "In memoriam". (Euro 500,00 + Iva)

La Musica Futurista

La Musica futurista, grazie a compositori come Francesco Balilla Pratella, Luigi Russolo, Franco Casavola e Silvio Mix, stravolse completamente il concetto di rumore e suono, rinnegando con forza la tradizione musicale Ottocentesca. Le musiche futuriste presenti all'interno di questa Edizione Sincrona svelano nuove note, nuovi timbri, nuovi rumori mai sentiti prima, dimostrando come le ricerche e le invenzioni futuriste riuscirono a cambiare per sempre il futuro della musica. Insieme a questa corposa raccolta musicale, l'Edizione contiene un video introduttivo e due testi fondamentali per poter contestualizzare e comprendere appieno il panorama storico in cui la Musica Futurista sorse: "La musica futurista" di Stefano Bianchi e gli esilaranti racconti di Francesco Cangiullo contenuti in "Le serate Futuriste". (Euro 200,00 + Iva)

Il Manifesto di Francesco Balilla Pratella | Musica Futurista

Fondato nel 1909, il Futurismo si manifestò in ogni campo artistico. Nel 1910, su richiesta di Filippo Tommaso Marinetti, il giovane compositore Francesco Balilla Pratella scrisse il "Manifesto dei Musicisti Futuristi", un'energica ribellione alla cultura borghese dell'Ottocento in nome del coraggio, dell'audacia e della rivolta. L'Edizione Sincrona presenta, insieme al manifesto originale del 1910, la musica futurista di uno dei maggiori compositori del Primo Futurismo: Francesco Balilla Pratella. Ad accompagnare il prezioso manifesto e le musiche, sono presenti inoltre due manuali fondamentali per la comprensione del lavoro e della figura di Francesco Balilla Pratella dal titolo "Testamento" e "Caro Pratella". (Euro 500,00 + Iva)

Il Manifesto di Luigi Russolo | Musica Futurista

"La vita antica fu tutta silenzio. Nel XIX secolo, con l'invenzione delle macchine, nacque il Rumore": con questa dichiarazione esposta nel manifesto "L'Arte dei Rumori" del 1913 il futurista Luigi Russolo rinnova e amplifica il concetto di suono/rumore stravolgendo per sempre la storia della musica. In questa Edizione Sincrona sono contenuti le musiche e i suoni degli Intonarumori di Russolo, insieme al manifesto del 1913 "L'Arte dei Rumori" che teorizzò questa strabiliante invenzione! Per poter comprendere e approfondire la figura del grande inventore futurista, l'Edizione contiene anche un libro "Luigi Russolo. La musica, la pittura, il pensiero". (Euro 500,00 + Iva)

Video su Musica Futurista
youtu.be/T04jDobaB-Q




Copertina libro Ultima frontiera, di Giovanni Cerri Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze

di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020
www.lelettere.it

Nell'orizzonte contemporaneo appare significativa la testimonianza di questi scritti di Giovanni Cerri. In un connotato diaristico, divenuto sempre più raro, vive la "voce" dei ricordi, dei volti, dei momenti esistenziali, delle figure dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, conoscenze di personaggi testimoniali, incontri con artisti. In una scrittura aperta, esplorativa, emergono due tematiche in una singolare originalità: la periferia come corrispettivo della solitudine dell'anima; lo sguardo senza tempo nell'inconscio, in ciò che abbiamo amato, in ciò che non è accaduto.

Giovanni Cerri (Milano, 1969), figlio del pittore Giancarlo Cerri, ha iniziato la sua attività nel 1987 e da allora ha esposto in Italia e all'estero in importanti città come Berlino, Francoforte, Colonia, Copenaghen, Parigi, Varsavia, Toronto, Shanghai. Nel continuo richiamo al territorio urbano di periferia, la sua ricerca si è sviluppata nell'indagine tematica dell'archeologia industriale con il ciclo dedicato alle Città fantasma. Nel 2011, invitato dal curatore Vittorio Sgarbi, espone al Padiglione Italia Regione Lombardia della Biennale di Venezia. Nel 2014 presenta la mostra Milano ieri e oggi nelle prestigiose sale dell'Unione del Commercio a Palazzo Bovara a Milano. Nel 2019 alla Frankfurter Westend Galerie di Francoforte è ospitata la mostra Memoria e Futuro. A Milano, nell'anno di Leonardo, in occasione del quinto centenario leonardesco.

- Dalla postfazione di Stefano Crespi

«Nel percorso di questa collana «Atelier», sono usciti in una specularità scritti di artisti e scritti di letterati: gli scritti degli artisti nelle cadenze dell'orizzonte interiore (ricordiamo: Confessioni di Filippo de Pisis, Cieli immensi di Nicolas de Staël); gli scritti dei letterati nel tradurre, nel prolungare in nuova vita il fascino, l'enigma dei quadri (ricordiamo Giovanni Testori, Yves Bonnefoy). Nelle istanze oggi di comunicazione mediatica, di caduta dell'evento, il libro di Giovanni Cerri, Ultima frontiera, si apre a uno spazio senza fine di sensi, luce, eros, avventura dell'immagine, della parola. Accanto allo svolgimento della pittura, vivono, rivivono, nelle sue pagine, anche dagli angoli remoti della memoria, i tratti del vissuto, i momenti dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, figure di artisti, personaggi testimoniali, i luoghi, il luogo ultimativo della periferia, occasioni di accostamento a quadri del passato, museali. [...]

Soffermandoci ora in alcuni richiami, ritroviamo il senso di un percorso, i contenuti emozionali, quella condizione originaria che è l'identità della propria espressione. In una sorta di esordio, viene ricordato lo studio del padre, artista riconosciuto, Giancarlo Cerri. Uno studio in una soffitta di un antico edificio. Ma anche «luogo magico», dove si avvia la frase destinale, il viaggio di Giovanni Cerri che percepisce la differenza (o forse anche una imprevedibile relazione) tra figurazione come rappresentazione e astrazione come evocazione. David Maria Turoldo è stato una figura testimoniale in una tensione partecipe alle ragioni dell'esistere e al senso di una vita corale. Lo scritto di Giovanni Cerri ha la singolarità di un ricordo indelebile nella conoscenza, con la madre, all'abbazia di S. Egidio a Fontanella e poi nella frequentazione, dove Turoldo appare come presenza, come voce, come forza di umanità. Scrive Cerri: «un uomo fatto di pietra antica, come la sua chiesa».

Michail Gorbaciov, negli anni dopo la presidenza dell'Unione Sovietica, in un viaggio in Italia, con la moglie Raissa ha una sosta a Sesto San Giovanni, dove visita anche l'occasione di una mostra di tre giovani artisti. Giovanni Cerri, uno dei tre artisti, conserva quel momento imprevedibile di sorpresa con gli auguri di Gorbaciov. Un'emozione suscita la visita al cimitero Monumentale: una camminata, un viaggio inconfondibile nelle testimonianze che via via si succedono. In particolare, toccante la tomba di una figura femminile mancata a ventiquattro anni. Rivive, in Cerri, davanti alla scultura dedicata a questa figura femminile, una bellezza seducente, il mistero di un eros oltre il tempo. Nelle pagine di diario appaiono, come tratti improvvisi, occasioni, emozioni.

Così il ricordo di Floriano Bodini nella figura, nel personaggio, nelle parole, nel fascino delle sue sculture in una visita allo studio. Giovanni Cerri partecipa all'inaugurazione della mostra di Ennio Morlotti sul ciclo delle bagnanti. In quella sera dell'inaugurazione erano presenti Morlotti e Giovanni Testori sui quali scrive Cerri: «cercatori inesausti delle verità nascoste, tra le pieghe infinite dello scrivere e del dipingere». Un intenso richiamo alla scoperta della Bovisa: «un paesaggio spettrale» nella corrosione, nella vita segreta del tempo. Accanto al percorso diaristico, Giovanni Cerri riporta in una sezione alcuni testi di sue presentazioni in cataloghi o nello stimolo di un'esposizione. In un ordine cronologico della stesura dei testi figurano Alessandro Savelli, Giancarlo Cazzaniga, Franco Francese, Alberto Venditti, Marina Falco, Fabio Sironi.

Si tratta di artisti con una singolarità, un connotato originario. Si riconferma la scrittura di Cerri, fuori da aspetti categoriali, didascalici. Una scrittura esplorativa nelle intuizioni, nei riferimenti creativi, in un movimento dialettico: esistenza e natura, interno ed esterno, presenza e indicibile, immagini e simboli, «una luce interiore» e «l'ombra, il mistero, l'enigma della vita». In conclusione al libro si presentano due interviste con Giovanni Cerri curate da Luca Pietro Nicoletti nel 2008, da Francesca Bellola nel 2016. Appaiono, limpidamente motivati, momenti tematici, espressivi, con intensa suggestione di rimandi. Inevitabile, infine, una considerazione sul rapporto del pensiero, della scrittura con la pittura.

Più che a richiami in relazioni specifiche, dirette, il percorso di Cerri nella sua eventicità destinale può essere ricondotto a due tematiche: la visione interiore della periferia e lo sguardo senza tempo nel volto. Tematiche che hanno una connessione anche psicologica nell'alfabeto oscuro dell'esistenza, del silenzio. La periferia è l'addio ancestrale nelle sue voci disadorne, stridenti, perdute, nella solitudine in esilio dalle cifre celesti. Nell'intervista di Francesca Bellola c'è un'espressione emblematica di Giovanni Cerri sulla periferia: «non sono più solo le zone periferiche delle città industriali con le strade, i viali e le tangenziali ad essere desolate, ma è anche la nostra anima, il nostro terreno interiore, a evidenziare i segni di abbandono». Il titolo che segna in modo così sintomatico l'opera di Cerri è Lo sguardo senza tempo. In un'osservazione generale, il «vedere» è la scena dei linguaggi, lo sguardo è inconscio, memoria, ciò che abbiamo amato, ciò che non è accaduto [...]» (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)




Copertina del libro Il Calzolaio dei Sogni, di Salvatore Ferragamo, pubblicato da Electa Il calzolaio dei sogni
di Salvatore Ferragamo, ed. Electa, pag. 240, oltre 60 illustrazioni in b/n, in edizione in italiano, inglese e francese, 24 euro, settembre 2020

Esce per Electa una nuova edizione, con una veste grafica ricercata, dell'autobiografia di Salvatore Ferragamo (1898-1960), pubblicata per la prima volta in inglese nel 1957 da George G. Harrap & Co., Londra. Salvatore Ferragamo si racconta in prima persona - la narrazione è quasi fiabesca - ripercorrendo l'avventura della sua vita, ricca di genio e di intuito: da apprendista ciabattino a Bonito, un vero "cul-de-sac" in provincia di Avellino, a calzolaio delle stelle di Hollywood (le sue calzature vestirono, tra le altre celebrità, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo), dalla lavorazione artigianale fino all'inarrestabile ascesa imprenditoriale.

Il volume - corredato da un ricco apparato fotografico e disponibile anche in versione e-book e, a seguire, audiolibro - ha ispirato il film di Luca Guadagnino "Salvatore - Shoemaker of Dreams", Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia: la narrazione autobiografica diventa un lungometraggio documentario che delinea non solo l'itinerario artistico di Ferragamo, ma anche il suo percorso umano, attraverso l'Italia e l'America, due mondi che s'intrecciano fortemente. (Comunicato stampa)




Federico Patellani, Stromboli, 1949 - Federico Patellani © Archivio Federico Patellani - Regione Lombardia _Museo di Fotografia Contemporanea Federico Patellani, Stromboli 1949
ed. Humboldt Books

Il libro è stato presentato il 30 giugno 2020
www.mufoco.org

Il Museo del Cinema di Stromboli e il Museo di Fotografia Contemporanea presentano il libro in una diretta (canali YouTube e Facebook del Mufoco) che vedrà intervenire Alberto Bougleux, Giovanna Calvenzi, Emiliano Morreale, Aldo Patellani e Alberto Saibene. La pubblicazione è introdotta dalle parole della lettera con cui Ingrid Bergman si presenta a Roberto Rossellini: "Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo.

Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei". Rossellini, dopo aver ricevuto questa lettera da Ingrid Bergman, allora una delle massime stelle hollywoodiane, la coinvolge nel progetto che diventerà il film Stromboli, terra di Dio (1950), ma ancor prima del film è la storia d'amore tra il regista romano e l'attrice svedese a riempire le cronache di giornali e rotocalchi.

Federico Patellani, uno dei migliori fotografi dell'epoca, si reca sull'isola eoliana: le sue fotografie fanno il giro del mondo, perché non documentano solo la realizzazione del film, ma anche le condizioni di vita degli abitanti e la forza degli elementi. Dall'archivio Patellani, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, sono emerse le fotografie che aiutano a ricostruire nella sua integrità quella celebre storia. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Calabria terra di capolavori Dal Medioevo al Novecento Calabria terra di capolavori. Dal Medioevo al Novecento
di Mario Vicino, Editrice Aurora

Il volume è stato presentato il 22 novembre 2019 al Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

Nell'accattivante location del Castello Normanno Svevo, verrà presentato il volume di Mario Vicino. Interverranno all'iniziativa Adele Bonofiglio, direttore del Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia e l'autore. Il prof. Mario Vicino, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, ha al suo attivo altre pubblicazioni di pregio quali La Pittura in Calabria. Quattrocento e Cinquecento, Imago Mariae e una monografia su Pietro Negroni.

Iniziativa - come precisa la dottoressa Bonofiglio - per far riscoprire la passione per l'arte e restituire la giusta importanza all'inestimabile patrimonio di cui dispone la Calabria e la bellezza dei suoi innumerevoli tesori nascosti. Nella prima parte dell'opera - continua la Bonofiglio - si descrive l'evoluzione della pittura in Calabria in relazione alla sua straordinaria storia. Partendo dal periodo Tardoantico, l'autore attraversa le vicende del Medioevo, con Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, per poi raggiungere il Cinquecento e i successivi sviluppi dell'arte calabrese fino all'Ottocento e il Novecento. Nella seconda sezione del libro - conclude la Bonofiglio - vengono catalogati ed esaminati nel dettaglio alcune delle numerose opere presenti nella regione. (Comunicato stampa)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera.

Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia.

Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni.

Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi.

Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico.

Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo di Roberta Sorgato Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola.

Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia.

Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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