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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


Copertina Dialoghi - Libro di Nidia Robba pubblicato a Trieste nel marzo 2016 Dialoghi
di Nidia Robba, Trieste 2016


Prefazione
Copertina catalogo mostra Maria Callas alla Fondazione Giuseppe Lazzareschi Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito
Catalogo della mostra

Recensione
Copertina catalogo mostra Diario Pittorico di Antonella Affronti Antonella Affronti
Diario Pittorico


Catalogo della mostra

Presentazione


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016-17 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08


Arlecchino l'Arlecchino Tristano Martinelli
la Commedia dell'Arte nell'Arte Contemporanea


30 aprile (inaugurazione ore 11.00) - 28 maggio 2017
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)

In mostra si possono ammirare 58 opere, tra dipinti e sculture, realizzate da Baldassin Cesare, Baratella Paolo, Bedeschi Nevio, Bellomi Federico, Benedetti Laura, Benghi Claudio, Bianco Lino, Bobò Antonio, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Budini Gianfranco, Calabrò Vico, Calvi Cesare, Capraro Sabina, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Cattaneo Claudio, Crestani Cristina, De Micheli Gioxe, Desiderati Luigi, Dugo Franco, Dulbecco Gian Paolo, Faccioli Giovanni, Falco Marina, Ferraris Giancarlo, Fioravanti Ilario, Fonsati Rodolfo, Galante Sabino, Galbiati Barbara, Grilanda Alberta, Guala Imer, Lavagna Silvana, Lo Presti Giovanni, Luchini Riccardo, Macaluso Marisa, Masserini Patrizia, Merik Milanese Eugenio Enrico, Molinari Mauro, Nastasio Alessandro, Nigiani Impero, Pantaleoni Ideo, Pedroli Gigi, Pilon Valerio, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Previtali Carlo, Rossato Kiara, Sandrone Manuela, Santoli Leonardo, Scotto Aniello, Sironi Fabio, Soravia Sandro, Staccioli Paolo, Terreni Elio, Timoncini Luigi, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Zoli Carlo, Zucchellini Maurizio.

Mostra, che nasce da un'idea e progetto di Adalberto Sartori, con i patrocini di Regione Lombardia, Provincia di Mantova, Comune di Castel d'Ario, Comune di Bigarello e San Giorgio, Comune di Mantova, Accademia Teatrale Campogalliani Mantova, Ecomuseo della risaia, dei fiumi, del paesaggio rurale mantovano, Pro Loco di Castel d'Ario. Mostra e catalogo a cura di Arianna Sartori.

«Lo scorso 7 aprile cadeva l'anniversario dei 460anni della nascita di Tristano Martinelli, e proprio in concomitanza con questa data abbiamo voluto realizzare una rassegna che celebrasse l'incontro tra l'Arte Contemporanea e il suggestivo mondo della Commedia dell'Arte italiana. Un incontro artistico e culturale, grazie al quale entrambe le grandi espressioni di tanto talento nazionale si possono illustrare ed essere illustrate nello stesso momento. Così con la volontà di rendere omaggio al grande "Arlecchino - Tristano Martinelli", grazie alla collaborazione e alla disponibilità di sessanta valenti artisti nazionali, abbiamo realizzato questa originale e suggestiva rassegna di arte contemporanea che comprende dipinti, tecniche miste, sculture e ceramiche.

La scelta, su invito, degli artisti partecipanti, mette in evidenza la ricerca colta e attenta del curatore della mostra che oggi, alcuni mesi dopo aver assegnato "l'Arlecchino Tristano Martinelli - la Commedia dell'Arte nell'Arte Contemporanea" per un tema così intrigante, ha potuto ricevere le opere di grande suggestione realizzate dagli artisti che mettono in evidenza l'alto valore artistico espressivo concretizzato. Le opere oggi esposte raffigurano oltre ad Arlecchino altre maschere italiane, scene teatrali della Commedia dell'Arte, realizzate grazie ad una interpretazione personale ed intuitiva, che esplora aspetti e situazioni veramente originali; dato il tema, tutte le opere si collegano una all'altra e la loro osservazione risponde ad una sensazione unica, di piacere, di cultura e di bellezza.

Tristano Martinelli nasce da Francesco e da Lucia il 7 aprile 1557 a Marcaria, nella campagna mantovana. Trascorre la gioventù seguendo il fratello Drusiano, alternando parti di acrobata e di attore nelle parti comiche, in giro per le piazze europee. Con lui e la cognata, fa nascere alla fine del XVI secolo, una compagnia teatrale, che ottiene riconoscimenti e protezione da parte del duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga. Nel 1584-85 recita in Francia, interpretando in modo esclusivo il ruolo di Arlecchino, sceglie il nome dalla tradizione popolare francese adattando il suo personaggio al gusto del pubblico parigino e, all'originaria casacca grigia degli zanni, sostituisce una veste aderente a cui aggiunge qua e là pezze di vari colori.

Un'ulteriore modifica alla figura dello zanni è l'uso del dialetto mantovano arricchito con parole latine, francesi, spagnole, imparate durante la sua carriera. Con questo personaggio è promosso Re dei Diavoli. Si sposa con Cassandra Guantari. Nel 1598 decide di rientrare a Mantova, al servizio del duca Vincenzo I Gonzaga. Nominato capocomico in occasione delle nozze di Maria de' Medici ed Enrico IV di Francia, pubblica uno scherzoso volume intitolato Composition de Réthorique. Dato che il suo personaggio, a metà fra l'attore e il buffone di corte, supera in quanto a celebrità, tutti gli altri comici della compagnia, è nominato massaro dei comici, artisti e venditori ambulanti con il compito di riscuotere le tasse sugli spettacoli, carica che diventa ereditaria dopo la sua morte. Vedovo, a cinquantadue anni si sposa con la ventenne veronese Paola Avanzi che negli anni gli darà ben sette figli: Francesco, tenuto a battesimo dal principe di Mantova con la consorte Margherita di Savoia.

Da questo momento il Martinelli inizia la sua strategia del comparaggio, con la quale riesce a legare a sé i maggiori principi italiani ed europei, ai quali offre di far da padrino ai suoi figli, definiti con ironia "gattesini", che poi vengono accolti a corte. La parentela con i potenti del tempo serve a confermare la sua presenza nelle corti e a compensare le doti tecniche recitative, soprattutto quelle acrobatiche, che iniziano ad essere minacciate dall'età. Nel gennaio 1618, da Alessandro Gonzaga di Novellara, compra un mulino situato nel comune di Bigarello, su cui appone una lapide descrittiva della sua arte, conservata ora nel Museo della città di palazzo San Sebastiano a Mantova, sulla quale si fa raffigurare come Arlecchino che, legato da una grossa catena alla sua proprietà, scaccia per sé e per la sua famiglia i tormenti della fame. Martinelli quindi vive a Mantova, prima nel quartiere di Pradella e quindi nella contrada del Mastino diventato poi quartiere di San Leonardo, fino alla morte sopraggiunta nel 1630. (...)» (Arlecchino. Centoventi mani per spiegare un personaggio, di Maria Gabriella Savoia)

Il 7 maggio, ore 17.00, si svolgerà la presentazione del volume a cura degli autori: Emanuela Chiavarelli e Luigi Pellini "Arlecchino: Dio, Demone e Re" - Origini Sciamaniche di un Culto Arcaico (Libreria Editrice Aseq - Roma). Stefano Paiusco, attore, proporrà un brano sulla commedia all'improvviso, tratta dal suo spettacolo "Comici Giullari Buffoni e Maghi ciarlatani".

Al primo piano di Casa Museo Sartori, è possibile visitare la mostra antologica "Omaggio a Vanni Viviani", organizzata da Vincenzo Bruno e Arianna Sartori, a quindici anni dalla scomparsa del maestro. In mostra sono esposte una cinquantina di opere realizzate a partire dagli anni Sessanta fino alla sua scomparsa avvenuta nel 2002. Per l'occasione è stato edito un catalogo con testo di Francesco Martani. Durante la mostra è possibile visitare il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori". Nel Museo, ancora in divenire, è presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti nel cortile interno del palazzo. Oltre 120 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. (Comunicato stampa)




Opera di Faustino Roncoroni dalla mostra Echi del passato Faustino Roncoroni - disordine morbido Faustino Roncoroni - opera dalla rassegna Echi del passato Faustino Roncoroni: Echi del passato
29 aprile - 14 maggio 2017
Palazzo Consiliare di Cantalupo (Rieti)

Una composita selezione della sua maggiore produzione di acquerelli e disegni, selezionata dalla curatrice Sveva Manfredi Zavaglia, offre omaggio ai paesaggi, alle architetture e agli scorci incantati della splendida terra della Sabina. Decine tra acquerelli, tempere e disegni compongono l'universo naturalistico del pittore, tutti riflettono la leggerezza della sua pennellata e la poetica delle sue più profonde emozioni, sollevando nel contempo lo sguardo verso l'incanto dei luoghi che Faustino sa rendere unici, mutevoli, cristallini. L'esposizione prevede un allestimento di circa 30 opere a rotazione e "porta nel luogo di gestazione dell'immagine stessa, il plein air" (dal testo della curatrice) cui fanno da contraltare le atmosfere lontane dei capolavori dell'Impressionismo francese.

Il concept della mostra personale di Roncoroni si sostanzia nel recupero del tempo lontano, una ricerca du temps perdu che solo nel silenzio delle dolci distese o nell'asprezza delle colline di quest'angolo della regione laziale si può apprezzare e vivere a pieno. Ed è così che emerge la cifra stilistica del pittore, nella sua predilezione verso soggetti naturalistici e nell'utilizzo di campiture dalla fluidità mutante, tecniche e scelte che emozionano e che risvegliano quel bisogno universale di contatto umano (nonostante nelle opere sia quasi assente la figura umana) e di immersione con la madre Terra.

Faustino Roncoroni (Roma) nel 1987 ha ottenuto il diploma di maturità artistica pungolato da Giulia Napoleone e Michele Melotta. Laureato in Architettura col massimo dei voti, sotto la spinta di amici pittori come Giovanni Ranella, F.R. si è avvicinato alla pittura. Ha partecipato con menzioni e riconoscimenti a molteplici concorsi di pittura, architettura e fotografia tra cui il CineFestival In & Out di Venezia. Tra ottobre e novembre del 2001, in qualità di "jeune fauvist romain" ha esposto nella città di Bruxelles. Nei giorni successivi all'inaugurazione, pensate per avvicinare l'arte agli astanti che così potranno entrare nel vivo del mondo della pittura, sono previste una serie di azioni performative. (Comunicato Ufficio Stampa artpressagnecy di Anna de Fazio Siciliano)




ADAMstudio11, 1 - stampa digitale cm.70x50 William Santoleri - Snow II - tecnica mista su tela cm.150x150 2015 "Desert Project"
29 aprile (inaugurazione ore 17.00) - 24 maggio 2017
Galleria 8,75 Artecontemporanea - Reggio Emilia
www.csart.it/875

Curata da Chiara Serri, l'esposizione di ADAMstudio11 (Francesca Consigli e William Santoleri), dopo il successo riscosso all'Istituto Italiano di Cultura di Praga, la mostra approda a Reggio Emilia in occasione di "Fotografia Europea". «Due artisti sull'altopiano della Majella - scrive la curatrice - in un deserto di pietra ad oltre 2500 metri di altitudine, alla ricerca dell'ultima neve estiva. Decine di migliaia di passi. Cammino e ricerca. Mediata dal ricordo, la neve diviene epifania, accadimento, moderna Sainte-Victoire portata sino ai limiti dell'astrazione».

L'esposizione comprende fotografie, materiali documentari e videoinstallazioni, firmati come ADAMstudio11, che sottolineano l'importanza del camminare nella poetica dei due autori, unitamente ad opere pittoriche individuali. I ricordi dell'altopiano della Majella affiorano a poco a poco sulle tele di Francesca Consigli sotto forma di residui di neve, curve di livello, segni incisi nella profondità delle paste. Nessuna mimesi fotografica, nessun intento descrittivo, piuttosto la volontà di riprodurre la sensazione di un deserto di sabbia e di vento. Senza avvalersi di disegni preparatori, l'artista sovrappone tratti a matita e strati di colore acrilico, lasciando campo al caso, alla memoria involontaria, al ricordo improvviso e spontaneo.

Tra le fotografie scattate sull'altopiano della Majella, l'attenzione di William Santoleri si concentra su un'immagine apparentemente semplice, con chiazze di neve e terreno sassoso. Senza essere distratto dalla bellezza dei luoghi, l'artista lavora sulle forme bianche, riprese in diversi momenti della giornata. Dagli schizzi a matita sino alla stesura del colore, attraverso un procedimento che porta l'opera ai limiti dell'astrazione. Parallelamente ai dipinti, Santoleri realizza anche alcune lastre in cui il colore è dato dall'ossidazione, la neve da frammenti di carta.

Francesca Consigli (Londra) studia Graphic Design presso Hornsey College of Art e Middlesex University, ottenendo una laurea in Arte ed un successivo master al Royal College of Art di Londra. Lavora per diversi anni come illustratrice per importanti riviste ed aziende prima di trasferirsi in Italia e concentrarsi su pittura, scultura ed installazione.

William Santoleri (Guardiagrele - Majella orientale), frequentata l'Accademia di Belle Arti e si laurea in Storia dell'Arte presso La Sapienza di Roma. Ottiene diversi riconoscimenti artistici nazionali ed internazionali. E' nel Collegio Guide Alpine d'Abruzzo. Oggi utilizza la pratica del camminare come fonte inesauribile del fare artistico.

ADAMstudio11 nasce nel 2011 dall'incontro di Francesca Consigli e William Santoleri, accomunati dall'interesse per l'arte e per il camminare nella natura. Nel 2012 realizzano il PineCube, studio-pensatoio sospeso tra i rami di un pino nelle montagne d'Abruzzo. Come collettivo realizzano diverse performance ed installazioni. Nel 2015 espongono presso l'Istituto Italiano di Cultura di Praga. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Reduce Reuse Recycle > International
27 aprile (inaugurazione ore 19.00) - 04 giugno 2017
Galleria dell'Accademia di architettura - Mendrisio (Svizzera)
www.arc.usi.ch

Mostra dedicata alla stretta relazione tra architettura, risorse disponibili e sostenibilità nell'epoca della globalizzazione, un'occasione per avvicinarsi al processo ideativo e al pensiero che sta alla base di progetti di riuso architettonico, provenienti dal panorama internazionale, e di strategie di trasformazione dell'esistente. Curata da Muck Petzet, Professore di Progettazione sostenibile all'Accademia di architettura, la mostra è frutto di un progetto di ricerca che prende avvio dal contributo al padiglione tedesco, alla Biennale di Venezia nel 2012, curato dallo stesso Prof. Petzet. Dopo decenni di crescita in apparenza costante e di eccessi senza fine, le nostre società stanno entrando in quella che possiamo definire come una nuova "epoca della riduzione".

La mostra propone nuove strategie per un cambiamento radicale: dare priorità al riuso dell'esistente rispetto alla logica della costruzione ex novo con l'obiettivo di ricondurre il processo di costruzione e di rigenerazione della città verso un futuro più sostenibile. Molti gli argomenti che il percorso espositivo offre: dall'individuazione di un sistema di valori per la gestione dei rifiuti nel settore edilizio, alla declinazione dei concetti di riduzione, riutilizzo, di intervento minimo e di riciclaggio; dalla questione di come le risorse accumulate possano essere utili e sostenibili anche per le prossime generazioni all'idea che probabilmente con i sempre più frequenti e necessari progetti di trasformazione dell'esistente cambierà anche l'immagine che gli architetti avranno di sé.

La mostra presenta una serie di 13 opere corredate da immagini di ampio formato realizzate per l'occasione dalla fotografa Erica Overmeer e una sezione video dedicata a circa 40 ulteriori progetti con materiali raccolti e studiati dagli studenti dell'Accademia di architettura di Mendrisio. Un vasto panorama di studio e di ricerca, di quella che non a caso gli architetti basilesi amano definire come Gedankenwolke, una grammatica di riferimento del fare architettura. (Comunicato stampa)




Florian Neufeldt - Stray currents - table racks, LED-panel, transformer, cable, steel wire, cm.60x 60x110 2017 - courtesy The Gallery Apart, Rome Florian Neufeldt: Stray Currents
termina il 29 aprile 2017 (prorogata al 27 maggio 2017)
The Gallery Apart - Roma
www.thegalleryapart.it

Terza personale in galleria di Florian Neufeldt, artista tedesco di stanza a Berlino. Neufeldt prosegue la sua ricerca intorno ai rapporti tra architetture, oggetti e materia, un percorso che si fonda sulla concezione dello spazio soprattutto in termini di spazio mentale. Le opere di Neufeldt, infatti, sono la risultante di un processo di decostruzione e ricostruzione che avviene anzitutto a livello di pensiero, a partire dalle suggestioni fornite all'artista dalle potenzialità che egli intravede nell'immaginare le trasformazioni a cui sottopone gli oggetti utilizzati come basi di partenza per le sculture. Gli oggetti di scarto che compongono l'immaginario di riferimento dell'artista non sono raccolti, selezionati e utilizzati come oggetti trovati, bensì come materia suscettibile di trasformazione.

A Neufeldt interessa l'identità dell'oggetto prescelto e quella della forma nuova che egli dona all'oggetto stesso, identità che sono unite da una linea differenziale che salva il ricordo dell'oggetto di partenza e nel contempo crea una nuova forma dotata di una forte valenza di astrazione. Sono due metà di una unità che trova completamento nella percezione prima visuale e poi mentale. Il che crea un circolo virtuoso: l'opera nasce nella mente dell'artista, transita per la trasformazione della materia, viene catturata dallo sguardo dello spettatore per concludere il suo viaggio nella mente di quest'ultimo.

Stray Currents concerne appunto il modo in cui vengono percepiti gli oggetti d'uso comune, con particolare riferimento alla relazione che essi intrecciano con l'energia, sotto forma di energia elettrica, nel momento in cui vengono trattati e modificati in modo da divenire dispositivi conduttori attraverso cui far correre un flusso di elettricità che in parte si disperde nell'ambiente esterno. Le opere esposte sono direttamente collegate all'impianto elettrico della galleria, cosicché l'attivazione o la disattivazione della corrente elettrica influisce direttamente sulla loro essenza di oggetti inerti ovvero conduttori. L'opera viene dunque attivata in questa funzione di conduzione di energia, in senso simbolico ma anche in senso materiale.

Alle sculture Neufeldt affianca una serie fotografica in bianco e nero che trae origine sempre dalla trasformazione di oggetti (sedie) e dal loro utilizzo come conduttori di energia. L'artista parte anche in questo caso da sculture attraverso le quali viene fatta transitare l'energia elettrica che alimenta il proiettore che rimanda l'immagine sul muro. Dopo averle fotografate, le sculture, esse vengono riportate alla loro forma e funzione originaria di sedie, seppure rinnovate con il ricorso a sedute e schienali realizzati con materiale isolante. Ne derivano opere ibride, giacché ogni fotografia contribuisce a comporre con la sedia di riferimento un'unica opera che coinvolge e racchiude in sé scultura, fotografia e video. Un incedere che sottolinea quanto importante sia per l'artista l'aspetto processuale della formazione dell'opera al fine di evidenziarne l'elemento che ne caratterizza la genesi: il pensiero. (Comunicato stampa)

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The Gallery Apart is proud to present Stray Currents, the third solo show hosted in the Gallery's spaces by Florian Neufeldt, German artist based in Berlin. Neufeldt carries on his research on the relationships between architectures, objects and matter, a path based on the idea of space, particularly with regard to mental space. The works by Neufeldt, indeed, are the result of a process of deconstruction and reconstruction which mostly takes place at thought level, starting from the evocative impressions offered to the artist by the expressive potential he himself sees in imagining the transformations to which he submits the objects used as starting points for his sculptures. The objets trouvés that make up the artist's imaginary are not collected, selected and used as found objects, but as matter capable of being transformed.

Neufeldt is interested in the identity of the selected object and in the identity of the new shape he donates to that object, identities that are linked by a line differential which saves the memory of the previous object and, at the same time, creates a new shape provided with a strong power of abstraction. They are two halves of the same whole that finds its completion first in the visual and then in the mental perception. And this creates a vicious circle: the work comes to life in the artist's mind and passes through the transformation of the matter, it is captured by the beholders' eye to end its journey in their mind.

Stray Currents deals indeed with the way everyday use objects are perceived, particularly exploring their relationship with energy, in the form of electric energy, when they are processed and modified so as to become conductor devices throughout which current flows, and which partly is dispersed into the environment. The works on display are connected with the Gallery's electrical system, so that the activation or deactivation of the electrical current directly influences their essence as inert objects, that is their being conductors. The work is therefore activated in this function of energy conduction, in a symbolic and also material sense. Alongside the sculptures, Neufeldt arranges a series of black and white photographic images originated from the transformation of objects (chairs) and from their use as conductors of energy.

The artist, in this case as well, starts from the sculptures through which electricity flows, electricity that goes to the projector in order to throw the image on the wall. After having photographed the sculptures, these are given back to their original shape and function as chairs. At this point the photo captures the sculptures to which the artist assigns an ephemeral destiny, although renewed by using seats and seatbacks created with insulating material. The outcome is a hybrid artwork, since each picture contributes to compose along with the chair a complete work that involves and includes in itself sculpture, photography and video. A practice that highlights the importance of the art-making process to the artist in order to underline the element that characterizes its genesis: thought. (Press release)




Immagine dalla mostra Expansion of the Universe Expansion of the Universe
28 aprile (inaugurazione ore 20.00) - 08 maggio 2017
Associazione Curva Minore - Palermo
www.expansionoftheuniverse.net

Rivivere 13,8 miliardi di anni in 13,8 minuti? Ora è possibile grazie a Expansion of the Universe, l'installazione dell'austriaco Rudolf Wakolbinger, che rappresenta acusticamente l'evoluzione dell'universo. Dall'inaugurazione nella chiesa barocca di St. Andrä di Graz (09.10.2014), l'installazione sonora è stata presentata a Vienna in occasione del "Campus Festival" dell'Università di Vienna (2015) e a Linz durante il "Ars Electronica Festival" (2016), per poi giungere a Madrid, dove nell'ambito del Medialab Prado ne è stata addirittura costruita una copia. Prima che l'opera torni in Austria, dove rimarrà esposta presso il museo di storia naturale di Vienna, il Forum Austriaco di Cultura Roma la porta in Italia in due tappe: Firenze (23.02. - 23.03.2017) e Palermo.

Con Expansion of the Universe il compositore Rudolf Wakolbinger crea un'opera a rappresentare acusticamente l'evoluzione dell'universo. Punto di partenza sono le cosiddette scansioni a microonde dell'universo eseguite dalla società aerospaziale statunitense Nasa. Le informazioni ivi contenute, come ad esempio i processi di formazione delle galassie, o la distribuzione della materia nell'universo, sono state adattate al tracciato della velocità di espansione, rimanendo fedeli alla consecutio temporale, e, in tre anni di lavoro, trasposte in un innovativo linguaggio musicale. Il brano ha una durata di 13,8 minuti, che corrispondono ai 13,8 miliardi di anni dal big bang fino all'era contemporanea. La partitura dell'opera comprende 1.036 voci. Ha un'altezza di 12 metri e una lunghezza di 24 metri. L'opera viene eseguita da un'installazione sonora che conta 216 altoparlanti.

Nel 2014 il Mit con il progetto Illustris pone una pietra miliare nell'astrofisica. L'evoluzione di ca. 50.000 galassie viene rappresentata attraverso una simulazione al computer di un cubo il cui lato misura 350 milioni di anni luce. Illustris copre un lasso temporale di 0,9 miliardi di anni dopo il big bang fino all'era contemporanea. Ispirato a Illustris, Expansion of the Universe Cube sfrutta il cubo come forma rappresentativa per rendere acusticamente la storia dell'universo.

Rudolf Wakolbinger (Braunau am Inn, 1983) inizia a comporre già in giovane età, trovando ispirazione in musicisti eterogenei come Frank Zappa, il gruppo di musica industriale "Einstürzende Neubauten", o anche Johann Sebastian Bach e Anton Webern. (Comunicato stampa)




Gigi Bon - Il primo giorno del mondo Gigi Bon
Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia


10 maggio - 26 novembre 2017
Studio Mirabilia | Libreria Lineadacqua - Venezia
www.gigibonvenezia.com | www.lineadacqua.com

In occasione dell'apertura della 57° Esposizione Internazionale d'Arte, una preziosa e inusuale mostra che verrà ospitata in due sedi. Preziosa, perché la prima è lo studio-atelier di Gigi Bon - collezionista-bibliofila-artigiana-artista veneziana - proprio nella calle dove Casanova nacque. Inusuale, la seconda parte, perché si sviluppa nell'unica libreria antiquaria rimasta in città: Lineadacqua. Al progetto si accompagna la pubblicazione del volume-diario Gigi Bon: Veni Etam. Naturalia et Mirabilia, pubblicato da Lineadacqua Edizioni che si avvale di una esaustiva introduzione a cura di Martina Mazzotta.

Il termine Wunderkammer, oggi molto utilizzato e in parte screditato, trova qui una declinazione contemporanea attraverso un omaggio poetico e consapevole a quella storia del collezionismo, della scienza e dell'arte che nei secoli XVI-XVII vide intrecciarsi natura e artificio nell'età d'oro della meraviglia, ripropostasi nel XX secolo a partire da certo Surrealismo. La mostra offre un florilegio di opere e reperti di naturalia, exotica e scientifica - tutti mirabilia disposti nell'atelier e in parte nella libreria. Nel recuperare la tradizione tardorinascimentale delle collezioni enciclopediche, nonché quella ermetico-alchemica, Gigi Bon presenta le opere più importanti della propria carriera venticinquennale, insieme con alcuni inediti.

Vi si ritrovano tecniche e materiali della più fine tradizione veneziana: una eco visuale a Veni Etiam, l'origine etimologica del nome della città secondo Francesco Sansovino, accolta da John Ruskin e da tutti coloro che hanno profondamente amato e interpretato Venezia: cioè, vieni ancora, e ancora, percioché quante volte verrai, sempre vedrai nuove cose, e nuove bellezze. Lo spazio alla libreria si presenterà come una sintesi dell'Universo dell'Artista: una grande scatola magica, di blu vestita. Il blu tanto caro a Gigi. Il blu del cielo, del mare, dell'Infinito. Il blu considerato dagli egizi come il colore degli Dei e presente in maniera fondamentale nelle opere della Bon.

In questo spazio fa da fondo un pannello che rappresenta il mondo immaginario dell'artista con una folla di Rhini Angeli giocosi; una parete-libreria carica di libri antichi e oggettistica preziosa; il grande quadro Museo Caspiano popolato dai lavori dell'artista come fossero personaggi in visita al museo. Personaggi che in questa occasione prendono vita: escono dal quadro e si materializzano in reali sculture animando lo spazio e dando vita a Gigi Bon Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia. L'artista, laurea in Giurisprudenza, con un brillante passato di consulente finanziario, non ha esitato a voltare pagina per dedicarsi alla realizzazione dei suoi sogni e della sua creatività. Le sue sculture, i suoi ritratti immaginari, le sue surreali tecniche miste sono ormai nelle collezioni private di tutto il mondo. (Comunicato stampa)




Opera di Ettore Frani Ettore Frani: L'ombra e la grazia
02 maggio (inaugurazione ore 18.15) - 09 giugno 2017
Spazio Aperto San Fedele - Milano
www.centrosanfedele.net

La ricerca di Ettore Frani riflette sui temi della luce e dell’ombra come analogia, per alludere alla dimensione dello spirituale che parla attraverso le cose della terra e, primariamente, attraverso le manifestazioni della Natura. La pittura a olio conferisce alle sue tavole la profondità della quadricromia attraverso l’uso del bianco e nero, l'estensione delle scale dei grigi, la scansione quasi geometrica del chiaroscuro, concepito come la vera forza modellante che crea profondità e volumi nelle forme. (Comunicato stampa)




Luca Ghielmi - Moments Camogli, la spiaggia - elaborazione fotografica digitale da web cm.60x40 2017 Gladys Colmenares - BOX 1756-4 - tecnica mista con plexiglas cm.31x31 2017 Officina Lombarda
Un laboratorio di idee | Una factory del terzo millennio


Monogramma Arte Contemporanea - Roma
05 maggio (inaugurazione ore 18.30) - 18 maggio 2017

A Roma, a un passo da Piazza di Spagna nella bella Via Margutta, la via dell'arte a sempre, officina lombarda, factory creata nel 2009 dal critico d'arte Fabrizia Buzio Negri, si presenta con 6 suoi artisti dopo i successi in Italia e all'estero, in mostre a Berlino, Barcellona, Parigi, Mantova, Venezia ed Expo Milano. Guardando come sempre all'arte internazionale, officina lombarda si muove nel concept proposto dalla 57esima Biennale di Venezia che si apre proprio negli stessi giorni con il tema: "Viva Arte Viva". Libertà Utopia Riflessioni per un nuovo Umanesimo: dalla pittura alla scultura, dalla fotografia all'installazione, una nuova vitalità. Pierangela Cattini interpreta un mondo enigmatico di personaggi femminili con una tecnica mista d'effetto in una trasformazione rarefatta nel segno e in una luce abbagliante surreale.

Gladys Colmenares, venezuelana, presenta l'astrazione in assemblages e pitture di varie tecniche, anche polimateriche, dove si incontrano felicità cromatica, invenzione, divertissement. Luca Ferrario, da Mendrisio, con la fotografia di inattesa liricità. Luca Ghielmi trasmette emozioni di un personalissimo viaggio esistenziale, abbagliante in una sorta di stenografia bruciata dall'ansia. Velocizzato, con elaborazioni fotografiche digitali da web. Martina Goetze, da Amburgo, predilige l'uso del collage mixando colori acrilici ai più svariati materiali in un forte dialogo tra materia e colore. Figure femminili prendono vita in nuovi volumi. Massimo Sesia rende omaggio alla Pittura con i colori ad olio scelti accuratamente per espressioni tonali dove trova un suo spazio la luce. E' una magia metafisica che fa rinascere natura e paesaggi. (Comunicato stampa)




"Ennaedro"
Susanna Bonetti, Martina Brugnara, Umberto Chiodi, Giorgia Ghiretti, Nicolò Maggioni, Giovanni Mantovani, Miriam Ronchi, Alberto Zanchetta, Camilla Zanini


29 aprile (inaugurazione ore 18.00) - 03 giugno 2017
Alba Area Gallyery Spazio LABA - Brescia

La mostra presenta alcune opere realizzate dagli iscritti e dagli ex-allievi della LABA che in quest'occasione riflettono sulla con/fusione delle discipline artistiche, instaurano un rapporto paritario con le ricerche artistiche dei loro docenti. Nella prima sala Umberto Chiodi presenta alcune opere del ciclo Crossage realizzato negli anni che decorrono dal 2013 al 2015; si tratta di opere su/di carta, dove il disegno a china e il collage a intarsio si confondono con l'intaglio del supporto stesso. Camilla Zanini si interroga su spazi che sono luoghi indefiniti e non limitati che contengono cose materiali.

Tali "spazi" si raccontano facendo percepire in modo esplicito soltanto la loro presenza, talvolta negando la loro essenza e/o assumendo un'entità differente dalla loro origine. Indorare di Nicolò Maggioni prende spunto dal culto basato sull'Individuo e il suo immaginario, ossia sull'Arte intesa come Religione, equivalenza che viene palesata attraverso un inginocchiatoio che rende evidente le incongruenze che nascono da tale concezione. Nella seconda sala Giovanni Mantovani propone tre scatti del progetto Ball / Stone, opera che si propone di determinare ed esaurire tutte le presumibili combinazioni tra due elementi dissimili per forma e funzione.

Individuati gli elementi, sono stati analizzati tutti i possibili binomi al fine di definire un sistema scultoreo che possa apparire in equilibrio. Martina Brugnara espone Marlis, un assemblaggio in legno ed attrezzi da lavoro, che fa parte di una serie di opere pensate dall'artista in relazione al coltellino svizzero Victorinox e alla famiglia che lo ha ideato alla fine dell'Ottocento. Morphing è invece il risultato di un lento ripescaggio di scatti realizzati durante il corso di tutta la vita di Susanna Bonetti; il lavoro comprende immagini provenienti da situazioni distanti tra loro nel tempo e nello spazio, le quali trovano il loro equilibrio una volta assemblate.

Nella terza sala, Alberto Zanchetta propone una serie di "esercizi di stile" che consistono in monocromi-non-monocromi che intendono verificare la proteiforme identità della «pittura in assenza di pittura». L'installazione audio di Giorgia Ghiretti contiene una serie di campionature provenienti dalla cinematografia hard, qui riprodotti in loop per tutta la durata dell'esposizione. Proprio per quest'operazione di decontestualizzazione, il lavoro si trasforma in una sorta di "doccia fredda" per l'ascoltatore (da qui il titolo Frigidarium). Infine, l'opera di Miriam Ronchi è composta da alcuni blocchi di legno posizionati in equilibrio tra loro, in modo da riprodurre la struttura di una sedia; i vari elementi, che sono appoggiati anziché essere fissati, inficiano la possibilità di sostenere un corpo, esaltando così l'illusione puramente estetica di trovarsi di fronte ad una sedia. (Comunicato stampa)




Fabio Colussi - Canale - olio su tela cm.24x18 2015 Fabio Colussi: "Tra cielo e mare"
20 aprile (inaugurazione ore 19) - 14 maggio 2017
Sala Comunale d'Arte di Trieste

In mostra una trentina di oli su tela e su tavola inediti, realizzati da Fabio Colussi (Trieste, 1957) dal 2015 a oggi e dedicati alle vedute marine di Trieste e di Venezia.

Presentazione





Opera di Sandi Renko Gozd | Il bosco
Matjaž Hmeljak, Pavel Hrovatin, Cristian Lavrencic, Klavdija Marušic, Živa Pahor, Sandi Renko, Deziderij Švara e Andrea Verdelago


termina il 15 maggio 2017
Atrio del Teatro Stabile Sloveno - Trieste

La mostra, organizzata dall'Associazione culturale per l'arte KONS di Trieste, coincide con la prima rappresentazione dello spettacolo Paurosa bellezza offre uno spaccato parziale nell'opera di alcuni artisti della minoranza slovena che si presentano saltuariamente al pubblico con mostre collettive. A guidarli nelle loro scelte è esclusivamente il formato comune dei dipinti che misura 80x20cm. In quanto a contenuto e tecnica esecutiva gli artisti non sono limitati e creano nello stile che li contraddistingue. Le opere sono formate da un singolo pezzo o da un dittico. Il formato ricorda la forma dei tronchi nel bosco, in cui ci è dato di vivere sia momenti belli che momenti di terrore e paura. Queste sensazioni fanno parte del concetto della mostra che è collegata con la rappresentazione teatrale e con la vita.

Le opere esposte hanno alcune caratteristiche comuni in base alle quali possiamo classificarle in gruppi. Nel gruppo delle opere »geometriche« gli autori ricercano gli effetti compositivi, visuali o gli effetti ottici delle forme oppure riducendo i mezzi iconografici per rappresentare la natura. Gli altri affrontano tematiche legate all'ecologia, oppure sono le stesse opere a suggerire questo tema. Un gruppo di opere ancora rappresenta episodi del ambiente, della natura o aspetti di genere, a volte anche in modo umoristico. Le opere esposte sono state eseguite da Matjaž Hmeljak, Pavel Hrovatin, Cristian Lavrencic, Klavdija Marušic, Živa Pahor, Sandi Renko, Deziderij Švara e Andrea Verdelago. La mostra è a cura di Denis Volk.

«Per la prima della rappresentazione teatrale Paurosa bellezza che tratta della caducità dell'uomo nella natura eterna le soce e i soci dell'Associazione per l'arte KONS hanno preparato una mostra. Rispettare il formato unificato 80x20cm è l'unico obbligo per gli artisti che non sono vincolati dalla tecnica nè dal contenuto comune. Le opere esposte recano l'impronta del loro stile e in esse hanno sviluppato le loro idee o racconti. Le opere dal formato verticale da lontano ricordano i tronchi degli alberi del bosco, dove sono le piante più grandi e si fanno notare, in questo contesto scorgiamo per prima proprio gli alberi.

Il bosco è sinonimo di raggruppamento degli alberi che sembrano di primo acchito molto simili, ma scrutandoli con più attenzione riusciamo a distinguere diverse differenze. Gli alberi di specie differenti mantengono le caratteristiche e le peculiarità della propria specie, il che si denota dalla grandezza, dall'altezza e dalla forma della chioma, dalla forma del tronco e dalla struttura della corteccia. La corteccia è molto caratteristica, tanto da consentire la distinzione delle diverse tipologie d'alberi o di tipologie simili. Se confrontiamo i tronchi con le opere esposte, possiamo paragonare la tipologia degli alberi con ciascun artista, il suo stile riconoscibile e caratteristico.

Tra i rappresentanti della stessa specie di alberi notiamo diverse differenze come avviene pure tra le diverse opere di uno stesso autore o autrice. Possiamo percepire il bosco in modo diverso anche in base ai diversi momenti in cui lo visitiamo. Durante una giornata luminosa o soleggiata lo scenario ci offre episodi belli, mentre durante una tempesta, quando il cielo è scuro, o di notte, ci suscita insicurezza, paura o addirittura terrore, il che ci viene proposto riunito nel titolo dello spettacolo - paurosa bellezza. In modo analogo percepiamo le opere. I vissuti che spaziano tra la bellezza paurosa e quella totale appartengono al bosco, alla mostra e alla rappresentazione teatrale.

In questa mostra il numero delle artiste e degli artisti partecipanti contribuisce alla varietà delle opere artistiche sia a livello di contenuto che riferito all'esecuzione; nelle opere esposte possiamo inoltre cogliere alcune caratteristiche comuni e dividerle in piccoli gruppi. Il più marcato risulta il gruppo delle opere "geometriche", nel quale gli autori Sandi Renko, Andrea Verdelago e Deziderij Švara ricercano effetti compositivi, visuali oppure ottici delle forme, o rappresentano la natura riducendone le forme. Cristian Lavrencic, Klavdija Marušic e Matjaž Hmeljak trattano il tema dell'ecologia o sono in vi accennano.

Episodi legati all'ambiente, la natura, il quotidiano, vengono trattati a volte anche in modo umoristico da Živa Pahor, Pavel Hrovatin invece per rappresentare questi scenari sfrutta le striature sulla superfice della pietra. La mostra vuole essere allo stesso tempo un parziale spaccato dell'attività degli artisti della minoranza che usano presentare la loro produzione in mostre collettive.» (La bellezza del bosco, di Denis Volk - traduzione Jasna Merkù)

L'Associazione culturale per l'arte KONS è l'erede dell'associazione "Društvo zamejskih likovnikov", circolo che nei decenni passati raggruppava artisti sloveni di Trieste e Gorizia. L'associazione opera nel campo delle arti visive e intreccia la creatività di circa cinquanta soci pittori, scultori, fotografi, grafici, artisti multimediali, registi, architetti, appassionati d'arte in tutte le sue forme del territorio triestino e goriziano. (Comunicato stampa)




Arvid Gutschow - Untitled 1950s "It"
termina il 13 agosto 2017
Fondazione Rolla - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

La mostra, composta da ventisei fotografie, è stata ispirata dagli scritti di John Szarkowski, in particolare dal suo libro L'occhio del fotografo. I fotografi selezionati rappresentano frammenti di realtà in modo non puramente descrittivo, dando a soggetti inanimati una nuova visione, tutt'altro che banale. Gli autori esposti sono: Harry Callahan, Hans Finsler, Arvid Gutschow, Ruth Hallensleben, Charles Harry Jones, Peter Keetman, Hannes Meyer, Irving Penn, Albert Renger-Patzsch, Luciano Rigolini, Thomas Ruff, Aaron Siskind, Franco Vimercati. Le fotografie appartengono alla collezione privata di Rosella e Philip Rolla. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna LUCE Immaginario italiano a Matera Luce - L'immaginario italiano a Matera
termina il 15 settembre 2017
Fondazione Sassi | ex ospedale di San Rocco - Matera
www.fondazionesassi.org

Dal 1924 L'Unione Cinematografica Educativa, L.U.C.E., ha raccontato l'attualità del Paese attraverso le immagini dei cinegiornali e dei documentari. Oggi, l'Istituto Luce - Cinecittà è la più antica istituzione di cinema pubblico al mondo e, con un archivio di decine di migliaia di filmati e tre milioni di fotografie, un patrimonio di immagini impareggiabile per quantità e ricchezza di temi. Nel 2013 il fondo 'Cinegiornali e fotografie dell'Istituto Nazionale L.U.C.E.' è stato inserito nel Registro Memory of the World dell'Unesco. Ed è parte di questo corposo archivio che sarà aperto al pubblico a Matera. La mostra, a cura di Gabriele D'Autilia (curatore scientifico e testi) e di Roland Sejko (curatore artistico e regia video), è organizzata dalla Fondazione Sassi. L'ex Ospedale di San Rocco ospiterà video, fotografie, installazioni e pannelli esplicativi dedicati all'Italia; la Fondazione Sassi ospiterà materiale video e fotografico, anche inediti, sulla città dei Sassi e la Basilicata.

La mostra racconta l'evoluzione dell'Italia e degli italiani attraverso un flusso continuo di immagini. Grandi pannelli organizzati secondo un ordine tematico-cronologico, su cui in più di 20 schermi sono proiettate speciali videoinstallazioni, montaggi realizzati ad hoc di centinaia di filmati dell'Archivio storico Luce. Accanto alle immagini in movimento, più di 500 fotografie dell'Archivio fermano dettagli e momenti significativi, mentre pannelli di testo approfondiscono l'analisi storica e linguistica dei video. Un percorso visivo e uditivo di notevole impatto, che fa sì che ogni visitatore si confronti con un'immagine differente, e in cui ciascun video dialoga con quelli vicini per analogie e differenze. Una serie di parole-chiave lega l'itinerario.

Si va così dagli anni '20 di città/campagna, ai '30 di autarchia, uomo nuovo, architettura, censura e propaganda. Si arriva a Guerra e rinascita, Cassino (icona della brutalità distruttiva delle guerre), vincitori e vinti (con sequenze poco conosciute e straordinarie, anche a colori, dell'ingresso degli alleati non solo a Roma, ma anche nelle profondità del Paese), modernità/arretratezza (un parallelo significativo di immagini dell'Italia anni '60), giovani, economia, corpi politici, neotelevisione, e tante altre. L'ultimo spazio dell'esposizione è interamente dedicato al Cinema: con centinaia di foto di registi, attori, set, e una preziosa selezione di trailer e backstage di film. Se questo è il corpus principale della mostra, già esposto a Roma, Mantova e Catania, nella città dei Sassi, nei suoi antichi rioni in tufo, sarà possibile ammirare una ricca sezione di materiali inediti dedicati alla Basilicata e a Matera.

Fotografie e video raccontano tradizioni e vita a Matera. Immagini girate nel 1937 mostrano la festa per elezione dei materani: le celebrazioni in onore della Madonna Maria Santissima della Bruna, con i cittadini che attorniano il carro trionfale in piazza Vittorio Veneto e alla Cattedrale. E ancora: la visita del duce a Matera e quella del Presidente del Consiglio De Gasperi, la Riforma Fondiaria, la nascita di nuovi borghi da La Martella a Gaudiano, la costruzione delle dighe, l'emigrazione, sono solo alcuni dei temi del ricco materiale fotografico e video presente nella mostra. Matera è soprattutto i Sassi. E sono gli antichi rioni cittadini a essere protagonisti del film nato dall'inchiesta del giornalista Sandro De Feo e che venne diretto nel 1951 dal regista Romolo Marcellini.

La mostra ha il pregio di rivelare aspetti inediti dei lavori che si realizzavano su Matera in quegli anni. Il film di Marcellini ha una vicenda distributiva (ricostruita da Marco Bertozzi) che esprime bene lo spirito dei tempi. La commissione di censura concede il nulla osta per l'Italia ma, di fronte a una richiesta di esportazione in Gran Bretagna, chiede che «siano eliminate le scene in cui appaiono animali addetti ai lavori agricoli convivere nelle case degli abitanti in quanto esse possono suscitare errati e dannosi apprezzamenti sul nostro Paese». Di Diverso parere saranno gli americani: le scene rimasero al loro posto. (Comunicato stampa Sissi Ruggi - addetto stampa per la mostra "Luce - L'immaginario italiano a Matera" della Fondazione Sassi)




Opere di Lucilla Carcano e Elisabetta Pastorino nella mostra Wunderkammer alla Galleria Arianna Sartori di Mantova Lucilla Carcano - Elisabetta Pastorino. Wunderkammer
termina l'11 maggio 2017
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La mostra presenta una rassegna di incisioni ed acquarelli su carta o pergamena delle artiste genovesi Lucilla Carcano ed Elisabetta Pastorino. Dopo aver percorso itinerari formativi diversi e complementari, le due artiste si incontrano qui in un comune spazio emotivo e tematico. Programmatica è per entrambe la scelta di dedicare l'attenzione dello sguardo alla storia naturale. La loro indagine si focalizza su minuti soggetti, siano essi frutti, insetti, piume o conchiglie, foglie cadute dal ramo o fiori appena sbocciati: essenze incontrate nell'assidua esplorazione di boschi e sentieri, oggetti naturali raccolti e conservati nella luce dell'atelier.

Grazie ad una profonda e disinvolta confidenza con la pittura ad acquarello e con le tecniche calcografiche le autrici decodificano la complessità, talora sconcertante, di queste architetture organiche per riproporla, trasfigurata dalla meraviglia dello sguardo, nel linguaggio semplice ed immediato del segno e del colore. Frammenti apparentemente trascurabili acquistano la dignità di elementi fondamentali, in quanto parte di una Natura dalla quale tutto procede ed alla quale tutto ritorna.

Lucilla Carcano studia a Roma, dove si laurea in Scienze Biologiche. Suoi lavori sono presenti nelle collezioni di Hunt Institute for Botanical Documentation di Pittsburgh, Lindley Library di Londra, New York State Museum di Albany, Museo della Grafica di Pisa. Nel 2006 a Birmingham, nell'ambito del BBC Gardeners' World Live, la sua serie di otto acquerelli su pergamena dedicati alle galle viene premiata con la Gold Medal della Royal Horticultural Society e con il Best in Show Award. Nel 2008 partecipa alla decima edizione di Focus on Nature, esposizione internazionale di illustrazione naturalistica organizzata ogni due anni dal New York State Museum di Albany.

Il suo acquarello in mostra viene premiato con un Purchase Award. Nello stesso anno, due suoi lavori vengono selezionati per The Art of Botanical Illustration, presso i Royal Botanic Gardens di Melbourne. Nel 2011 è tra gli artisti selezionati per Green Currency, esposizione organizzata dall'Orto Botanico di New York in collaborazione con l'American Society of Botanical Artists. Una selezione dei lavori esposti costituirà nel 2014 la sezione italiana di Botanical Art in the 21st Century, nella Shirley Sherwood Gallery ai Royal Botanic Gardens di Kew. Nel 2015 espone Autumn walks al Botanical Art Show nella Lindley Hall a Londra.

Elisabetta Pastorino (Genova, 1969), diplomata all'Accademia Ligustica di Belle Arti di Pittura di Genova, ha poi continuato la sua formazione nel campo del Restauro e della Decorazione pittorica. Abilitata all'insegnamento delle Discipline Pittoriche, insegna Discipline Pittoriche nei Licei Artistici genovesi. Collabora con La Sezione Didattica di Palazzo Ducale di Genova per la progettazione e realizzazione di Laboratori artistici per le scuole. Svolge la sua attività artistica nel campo della pittura, dell'incisione calcografica e della decorazione.

Il soggetto dominante nella sua produzione artistica, nella pittura quanto nell'incisione, è la rappresentazione di soggetti naturali, sia composizioni di fiori o di frutti che di piccoli frammenti. Le tematiche sono analizzate sia con un interesse per il particolare naturalistico, la forma, il colore, ma anche per l'atmosfera dello spazio circostante che li accoglie. Fa parte dell'Associazione Incisori Liguri. Ha organizzato varie mostre personali d'incisione e pittura e partecipa ogni anno alla "Rassegna dell'Associazione incisori Liguri". (Comunicato stampa)




Opera di Giuseppe Denti nella mostra Segno e Colore al Museo della Stampa di Soncino Giuseppe Denti: Segno e Colore
termina il 14 maggio 2017
Museo della Stampa - Casa Stampatori - Soncino (Cremona)
www.giuseppedenti.it

Giuseppe Denti (Cremona), pittore, incisore e scultore espone le sue opere di grafica inserite in un percorso didattico che comprende varie tecniche incisorie, da quelle tradizionali a quelle sperimentali. Guida alla lettura della mostra sarà l'esposizione della matrice che evidenzia come si arrivi a realizzare una stampa. Esposti pure i Libri d'Artista, dove il testo letterario si accosta all'incisione per creare un dialogo tra le due forme di scrittura. Presenta Maria Lucia Ferraguti. L'artista lavora nel suo Atelier "Torre Serliana" a Thiene (Vicenza). (Comunicato stampa)




Opera di Leonella Masella Leonella Masella
Fontane di Cleopatra e Marco Antonio al Mercato Esquilino


termina il 15 giugno 2017
Mercato Esquilino - Roma
www.leonellamasella.com

In occasione delle celebrazioni per il Natale di Roma, l'artista Leonella Masella dell'Associazione Arco di Gallieno, allestirà nella piazzetta centrale dello storico Mercato Esquilino due sculture luminose: La Fontana di Cleopatra e La Fontana di Marco Antonio. L'iniziativa si avvale del sostegno dell'Associazione dei Commercianti del Mercato Esquilino (Co.Ri.Me.) e dell'Associazione Arco di Gallieno. Le due sculture sono interamente realizzate con vari materiali e plastiche di scarto.

"Sono gli "oggetti/rifiuto" che mi chiamano. Rivolgo loro la mia attenzione, passando dall'uno all'altro, con determinazione" scrive l'artista "Fustini per il detersivo, contenitori per creme ed alimenti hanno esaurito la loro funzione, ma resistono al luogo che li richiama a sè: la discarica. C'è sempre un colore, una forma, o la direzione di una linea immaginaria che catturano il mio sguardo; allora allungo il braccio, afferro l'oggetto, lo giro e rigiro fra le mani, lo accarezzo per seguirne le forme morbide e le superfici accattivanti. Comincio a cucire tra loro gli oggetti, li assemblo, costruisco, trasformo, usando filo di ferro e tessuti di plastica."

"E' per il volto, e il corpo di Cleopatra, e intorno a lei, nell'Antico e nell'attualità, che si gioca la partita di Ottaviano e Marco Antonio, di Augusto e la posterità, di Shakespeare e il profondo della psiche umana, che, umana, non è più, perché si è resa macchina di assemblaggio, utile e disutile, per quel tanto di vita biologica che, ancora, appartiene all'individuo sociale, o, più propriamente, per quella Babele, o confusione del linguaggio e delle culture, che porta sulla scia di un asservimento alla supremazia imperante del benessere accessorio, e nasconde, invece, in sé, la deriva d'ogni energia nell'inerziale inattività. (...)

Intorno a Cleopatra, alla Cleopatra di Leonella Masella, si gioca la partita del fare, nella quale vince la "luce" artificiale a più colori, che è calda e fredda, atta a captare la qualità dell'ambiente in cui si posiziona, che sia familiare oppure no, esterno o interno, in esposizione nella galleria. Poi, a seguire, stupisce, a ben guardare, la "varietà" dei materiali d'uso, scelti per metter su la figura intera, e il loro paziente incastro, privo di colle, con viti, fil di ferro, o altro, al bisogno. In più, trionfa la "leggerezza" del costrutto ottenuto, la sua aerea musicalità, dovuta all'impercettibile muoversi d'ogni singolo pezzo al variare, pur minimo, delle correnti d'aria, come, anche, per l'avvicendarsi delle persone, per il loro allontanarsi da lei, o avvicinarsi a lei, con l'intento di vederla in mostra, nella sua forma migliore, sotto i riflettori della comunicazione. (...) (testo tratto da Bello è lontano ovvero La fontana di Cleopatra, di Anna Maria Corbi)

Leonella Masella (Taranto) lavora per le Nazioni Unite in paesi difficili come il Mozambico, il Sudan, la Cambogia, l'Angola a stretto contatto con i drammatici problemi di popolazioni in lotta non tanto per lo sviluppo, quanto per la stessa sopravvivenza. Dal 1990 al 1995 ha vissuto e lavorato in Namibia, dove nel 1993 ha iniziato la sua formazione accademica in materia artistica conseguendo nel 2001 il diploma di Laurea Triennale in Arti visive e Storia dell'arte dell'Università del Sudafrica, Pretoria. E' stata vincitrice del Premio della Critica al concorso Premio Internazionale di Arti Visive "Espoarte 2003", presso il Museo Civico di Arte Contemporanea di Albissola Marina, Savona. (Comunicato stampa)




Opera di Edoardo Fraquelli dalla mostra Materia - Colore alla Associazione Culturale Renzo Cortina di Milano Edoardo Fraquelli - opera in mostra Edoardo Fraquelli
Materia - Colore


16 maggio (inaugurazione ore 18.30) - 16 giugno 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra, a cura di Simona Bartolena, presenta una selezione di dipinti dell'artista, scomparso nel 1995, ma la cui memoria è alquanto viva e rappresentata dalla validità del suo percorso artistico. Una vicenda personale e umana caratterizzata da problemi psico-fisici e profonde crisi che gli hanno imposto lunghi soggiorni in centri di salute mentale. Nonostante tutto egli ha vissuto la pittura in modo intenso, trasferendo in essa vedute di natura e visioni interiori, in un percorso creativo che si è sviluppato ta informale e astrazione.

Edoardo Fraquelli (Tremezzo, 1933 - 1995) ha avuto una formazione autonoma e indipendente. Tiene la sua prima personale nel 1957 a Milano, presso la Galleria Prisma e un critico avveduto come Kaisserlian la recensisce con valutazioni estremamente positive: parla di "un giovane dotato che sa rivelarci un temperamento autentico... ha capito il senso della nuova pittura avida di contenuti emozionali molto più di tanti suoi coetanei diplomati all'Accademia ed aggiornati sulle ultime mode della pittura...". Dopo pochi anni iniziano a presentarsi quei problemi che lo isoleranno a lungo dal mondo dell'arte, ma senza rompere quella sincerità espressiva che gli permette di recuperare ogni volta, quasi al punto in cui lo aveva lasciato, il suo "racconto" pittorico.

I temi affrontati riguardano la natura, interiorizzata ma resa con grande partecipazione, soffermandosi ora sulle vedute invernali, già per sé intime e basse di colore, ora sui verdi e sulle terre di cui non cerca né prospettive né valori brillanti. Ai toni pacati e spenti si sostituiscono però presto tinte forti, potremmo dire espressioniste, che forse preludono alla malattia. Cui fa seguito la prima lunga sospensione dell'attività pittorica. La ripresa - siamo a metà degli anni Sessanta - parte da opere complesse e composite, in cui si percepisce la tensione interiore.

Stefano Agosti parla di "una serie allucinante (e allucinata) di paesaggi, appunto, desolati, la cui rappresentazione si raccoglie - al centro del quadro - in una sorta di grande gomitolo, o groviglio, fatto di nervature serpentine, rottami accatastati, o forse anche di ossami calcificati, ove i toni bruni e rossastri si accavallano sul fondo di stratificazioni tenebrose, il tutto magari circondato dagli ori, gli ocra, i verdi smorzati di una terra perduta". Poi ancora dieci anni di buio fino a quando, sul finire degli anni Settanta, un collezionista brianzolo scopre al Museo di Graz un'opera di Fraquelli e si mette alla ricerca dei suoi lavori e infine di lui.

L'attenzione che questo collezionista - che diventerà presto un amico fidato - gli riserva, diventa fondamentale per raggiungere una tranquillità che gli consente di affrontare i colori e le tele con fiducia. Fraquelli si fida di chi gli è vicino e recupera fiducia in se stesso e nelle proprie capacità. Nel 1981 una mostra a Merate con un importante catalogo curato da Giorgio Mascherpa, riapre i giochi che sembravano ormai destinati a una conclusione infausta. Seguono poi una mostra a Desio (1984), poi un'antologica alla Galleria San Fedele e all'Istituto di Cultura "Casa G. Cini" di Ferrara (1991), quindi alla Villa Fornari Banfi di Carnate (1991-1992).

La sua opera, però, ha ormai ritrovato un osservatorio attento. Numerose sono le presenze di sue opere in rassegne collettive dopo la morte, ma vengono anche proposte delle rassegne personali a Gemonio presso il Museo Bodini e a Gazoldo degli Ippoliti al Museo d'arte moderna (2004). Seguono altre mostre, alla galleria Olim di Bergamo (2005), al Circolo Culturale "Seregn de la memoria" di Seregno (2005) e alla Tadinoartecontemporanea di Milano (2011). Fino all'importante rassegna Fraquelli. Un vertice dell'Informale proposta nel 2006 a Sondrio presso la Galleria del Credito Valtellinese in Palazzo Sertoli e al Museo valtellinese di Storia e Arte, in Palazzo Sassi de' Lavizzari, all'Università Bocconi di Milano nel 2016. (Comunicato stampa)

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TuttoPasotti
09 maggio (inaugurazione e presentazione ore 18.30) - 13 maggio 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
Presentazione




Opera di Lucrezia Roda Lucrezia Roda: Steel-Life
10 maggio (inaugurazione ore 19.00) - 24 maggio 2017
Associazione culturale Baricentro - Milano
www.associazionebaricentro.it

Quando Lucrezia Roda ha iniziato a inquadrare nel mirino della sua fotocamera la realtà delle Trafilerie San Paolo si è trovata di fronte a una scelta precisa: limitarsi a un lavoro esclusivamente descrittivo, o liberare la fotografia facendosi guidare da un'intuizione, quella di considerare la fabbrica come il luogo dove si realizza il fascino un po' misterioso della trasformazione. Ed ecco che l'obiettivo di Lucrezia Roda si sofferma su particolari apparentemente insignificanti per trasformarli in materia viva con cui viene spontaneo confrontarsi. Il metallo si fa incandescente, scorre rapido in un percorso che lo indirizza dallo stato indefinito alla forma che dovrà assumere e in questo tragitto ci regala le meraviglie di un caleidoscopio con i colori che si inseguono, le geometrie che si moltiplicano, le luci che ne esaltano la plasticità.

L'autrice ci accompagna con mano sicura in questo labirinto e ci invita a scoprire con lei che, viste in una prospettiva frontale, quelle barre metalliche a sezione quadrata accostate l'una sull'altra sembrano dipinti astratti. Anche il filo metallico, sulla cui superficie la luce gioca creando piacevoli effetti multicolori, trasfigura la circolarità delle sue matasse in un dinamismo avvincente che il nostro sguardo insegue affascinato. Quando poi la fotografa ampia la sua visione, ci mette di fronte a rotoli, tubi, barre, forni, vasche, macchinari avvolti da fumi e vapori: quello, lo comprendiamo, è il luogo dove l'uomo sa trasformare la materia piegandola alle sue esigenze. Mostra a cura di Sandra Benvenuti.

Lucrezia Roda ha intrapreso studi classici, coltivando parallelamente il suo interesse verso il mondo della fotografia; nel 2011 si iscrive all'Istituto Italiano di Fotografia (Milano), diplomandosi nel 2013. La voglia incessante di poter raccontare la vita fotograficamente la porterà dal buio delle sale di posa al buio delle sale teatrali. Decide di iscriversi al corso di alta formazione professionale di "Fotografia di Scena" presso l'Accademia del Teatro alla Scala (Milano), dove si diplomerà nel 2015. Continua a sperimentare per sé nel campo della fotografia, del video, della scrittura, mossa dalla voglia di riempirsi sempre gli occhi e la mente di vecchie e nuove emozioni. (Comunicato stampa)




Opera di Alan Gattamorta Cani e scarpe
termina il 18 giugno 2017
Mostra on line

Il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta.








Opere dalla mostra Da Segno a Segno alla Galleria edieuropa QUI arte contemporanea di Roma Mostra con opere di Guido Strazza e Gianluca Murasecchi Guido Strazza | Gianluca Murasecchi
Da Segno a Segno


termina il 20 maggio 2017
Galleria edieuropa QUI arte contemporanea - Roma
www.galleriaedieuropa.it

Con la doppia personale la Galleria Edieuropa intende rendere omaggio a due artisti che, nonostante l'evidente differenza anangrafica - circa quarant'anni - e di percorso visuale, sono uniti da un rappoprto di stima ed amicizia reciproca ed hanno fatto del "Segno" il loro medium artistico, stilistico e concettuale di riferimento. Con oltre 20 opere per lo più in bianco e nero tra dipinti e vetri (nel caso di Strazza), tele polimateriche, tele 3D, sculture (nel caso di Murasecchi) ed elementi inediti di design, la mostra intende analizzare e sottolineare l'evoluzione di una disciplina artistica che è sempre attuale ed in continua mutazione nei materiali così come nell'estrinsecazione visiva.

Da un lato il "Maestro di Grafica" Guido Strazza - la cui personale "Ricercare" si è da poco conculsa alla Galleria Nazionale di Roma -, già presente tra gli artisti della Galleria Edieuropa dalla fine degli anni Settanta, quando viene nominato Direttore della Calcografia Nazionale e dopo la pubblicazione del libro "Il Gesto e il segno". Le sue tele evocative, intensamente liriche e marcatamente narrative, che spaziano dal ciclo "Segni di Roma" alla più recente produzione, sintetizzano il percorso di un artista che ha segnato la storia dell'arte contemporanea con le sue incisioni. Attraverso un processo di "memorizzazione", come rimarcato da Lorenza Trucchi, "Strazza dà ai propri strumenti linguistici - segno, colore, luce, materia, spazio - un carattere ed un valore di immediatezza, di flagranza. Una eredità che gli viene dall' Informale e che fa sì che la sua pittura sia anche, hic et nunc, proiezione immediata dell'Io".

Dall'altro Gianluca Murasecchi, presente in mostra con una serie di opere che coprono la sua produzione artistica dell'ultimo decennio, sino al 2017, e testimoniano - come rimarcato da Giuseppe Appella - la sua costante innovazione tecnica del mezzo espressivo. Murasecchi indaga il "Segno" in quanto "valenza materica e cromatica", lo estrinseca attraverso l'uso di materiali sperimentali quali il polistirene ad alta densità, lo indaga nelle sue multiformi accezioni quali la fusione, l'incisione, lo scioglimento per acidatura, o l'utilizzo di chiodi e viti sia nella copertura delle forme sia nelle loro possibilità di aggetto da una forma data.

Il sondaggio inedito di supporti polimaterici conferisce a Murasecchi una grande respiro creativo e fornisce, parallelamente, letture antitetiche ed esiti suggestivi quali le sculto matrici poi stampate su carta giapponese, nonché i lavori pittorici e grafici di grande formato. Il suo "segnare" non è però solo materico ma anche marcatamente "formale", così come afferma lo stesso Strazza che, in suo scritto del 2008, sottolinea come "fin da un primo sguardo le opere di Murasecchi suscitano la forte sensazione, ma direi anche il sentimento, di essere forma di un pensiero. Il rigore tecnico, la predilezione per la sintesi, la complessa semplicità delle sue composizioni danno a quel pensiero un senso la cui poetica credo che non possa sfuggire", facendo sì che i segni si trasformino in dei veri e propri "sistemi formali".

La mostra, in esposizione fino al prossimo 20 maggio, è tra gli eventi promossi dall'Artughet - Al Ghetto contemporaneamente 18, nell'ambito di "designer speciAl pRojecT". Per l'occasione sarà arricchita e completata da un "Quadro di luce" di Geo Florenti, che interverrà su un'opera realizzata dai due artisti nel cortile della galleria. Geo Florenti, artista e designer, è noto nel panorama artistico contemporaneo per le sue istallazioni luminose a consumo zero nei Musei e nei luoghi di cultura italiani. L' Edieuropa sarà la prima galleria privata ad accogliere questo innovativo e sperimentale sistema di illuminazione.

Guido Strazza (Santa Fiona - Grosseto, 1922), nel 1948 ha concluso gli studi di ingegneria civile presso l'Università La Sapienza di Roma. Dall'età di venti anni entra nel circolo dei Futuristi italiani, esponendo in diverse mostre di aeropittura con il suo amico Filippo Tommaso Marinetti. Lascia definitivamente la professione si ingegnere per dedicarsi interamente alla pittura, viaggiando es esponendo tra Brasile, Cile, Perù. Nel 1954 torna in Italia: è questo un momento di forte fermento creativo, e le mostre personali e collettive si susseguono tra il Bel Paese e l'estero. Nel 1964 si trasferisce a Roma, dove frequenta l'ambiente dell'Istituto Nazionale per la Grafica e inizia ad approfondire il mondo dell'incisione, che lo porta alla Biennale di Venezia del 1968. Negli anni Settanta viene nominato Direttore della "Calcografia Nazionale" e pubblica il catalogo Il Gesto e il segno. Seguono i vari cicli di pitture e di incisioni. (...)

Nel 1988 riceve il "Premio Feltrinelli" dall'Accademia Nazionale dei Lincei; è di questi anni la collaborazione con l'artista sarda Maria Lai, con la quale realizza il Lavatoio Comunale di Ulassai. Dal 1997 è nell'Accademia Nazionale di San Luca, della quale è stato Consigliere Accademico e Presidente nel biennio 2011-2012. Del 1999 è la prima antologica di Pitture dal 1944 al 1999 presso il Palazzo Sarcinelli di Conegliano (...). Nel 2008 il Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi di Pisa gli dedica una grande mostra antologica per i suoi cinquanta anni di attività artistica, mentre lo scorso febbraio si è inaugurata a Roma la personale "Ricercare", attualmente fruibile presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea.

Gianluca Murasecchi (Spoleto - Perugia, 1965), nel 1987 ha concluso gli studi presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. Dopo lunghi periodi di formazione vissuti a Bruxelles, Algeri, Ginevra e Tallinn attualmente vive e lavora tra Roma e Spoleto. Tra le esposizioni personali, Lumen, Criptoportico romano, a cura di Claudia Bottini e Alessia Vergari, Norcia, 2016. Tra le collettive degli ultimi tre anni si ricordano: V biennale internazionale d'Arte contemporanea HMAB, Himeji, a cura di Davide Silvioli, Giappone, 2016; La xilografia italiana del '900, Kunstmuseum Bayreuth, a cura di M. Ratti e Giancarlo Torre, Bayreuth, Germania; Passeggiata di Primavera, Galleria Edieuropa a cura di Raffaella Bozzini, 2012.

Geo Florenti (Bucarest, 1976), nome d'arte per Florentin Georgescu, dal 1991 risiede in Italia. Dopo aver frequentato gli ambienti accademici (la sua prima personale ha avuto luogo presso l'Accademia di Romania nel 1997), ha intrapreso un'originale esperienza artistica approdata recentemente ad una verifica sperimentale e concettuale degli stretti legami esistenti tra creazione artistica e invenzione scientifica. Luce ed energia trovano un incontro concettuale nel momento in cui l'una e l'altra sono alla base del dibattito per la sopravvivenza. L'arte e la sua espressione diventano oggetto necessario in un esercizio di autodisciplina civile e stimolante, in cui l'artista enuncia punti di osservazione non solo sociali, ma anche critici. Le sue "illuminazioni a consumo zero" nei musei e nei luoghi di cultura italiani ed esteri si susseguono ormai da vent'anni e lo vedono co-protagonista di importanti mostre ed installazioni, come la partecipazione al Progetto "Rebirth/ Terzo Paradiso" di Michelangelo Pistoletto (Città dell'altra Economia di Roma, 04-13 aprile 2017). (Comunicato stampa)




Locandina della mostra di Alberto Gianfreda alla Fondazione Casa della Divina Bellezza Nell'attimo l'incontro
Lo spazio sacro nelle esperienze di Alberto Gianfreda


termina lo 08 luglio 2017
Fondazione Casa della Divina Bellezza - Forza D'Agrò (Messina) www.fondazionecasadelladivinabellezza.it

La mostra, a cura di Giuseppe Ingaglio, interpreta lo spazio sacro come luogo dell'incontro tra la dimensione del trascendente e il continuo fluire dell'immanente nel tempo. Nell'attimo l'azione di Dio si estende nell'operosità umana, momento per momento, in un labor continuo evocato dalle stesse esperienze artistiche di Alberto Gianfreda, le cui opere hanno spesso un riferimento al sacro, si pensi all'altare e all'ambone realizzati per la Chiesa di San Nicola da Tolentino a Venezia. Sono gli uomini e le loro scelte a creare lo spazio sacro, spazio inteso, in questo progetto curatoriale e artistico, nella duplice accezione di "luogo" e di "condotta" esistenziale, di dimensione e di direzione di vita dell'uomo contemporaneo, come ci ricordano le stesse opere di Gianfreda.

La mostra presenta una selezione di quattro sculture realizzate con materiali misti (terracotta, ferro, alluminio, marmo, ecc) dell'artista lombardo Alberto Gianfreda. Cinque insiemi di materia prima, 2014, Dove poggio le mie mani, 2014, Non basta all'infinito, 2015, Icona resiliente, 2016 dialogano con due opere provenienti dal Museo Diocesano di Caltagirone, nello specifico, Il Martirio di Santa Febbronia di Francesco Vaccaro del 1860 e Gesù Cristo Crocifisso, Bottega siciliana, della seconda metà del sec. XVIII.

Coerentemente con la mission della Fondazione Casa della Divina Bellezza, la mostra affronta "lo spazio sacro" come dimensione e senso di vita. "La Casa della Divina Bellezza - spiega il presidente della fondazione, il prof. Alfredo La Malfa - è un unicum nel panorama siciliano. Il viaggio che s'intraprende accedendo alla casa vuole corrispondere a un'ascensione spirituale, scandita da simboli grafici e architettonici, particolari che vanno cercati e ricercati dal visitatore-pellegrino. La scelta di dare alla dimora il nome di "Casa della Divina Bellezza" nasce da un'attenta riflessione con cui ho voluto sottolineare la nuova natura della struttura. Non più casa privata, ma luogo aperto in cui ospitare eventi atti ad arricchire lo spirito di chi lo visita. Un luogo dove condividere religioni e spiritualità, mostrando un percorso che si svela soltanto attraverso la manifestazione della bellezza".

Alberto Gianfreda (Desio, 1981) nel 2003 si diploma in scultura all'Accademia di Belle Arti di Brera, dove si specializza nel 2005 in Arti e Antropologia del Sacro. Nel 2007 completa la sua formazione al TAM (trattamento artistico metalli), sotto la direzione artistica di Nunzio e la presidenza di Arnaldo Pomodoro. Dal 2005 collabora con l'Accademia di Belle arti di Brera di Milano presso la quale è attualmente docente di Formatura, tecnologia e tipologia dei materiali. Dal 2002 partecipa a numerose collettive. (...) Tra le opere pubbliche più significative è da segnalare la cultura-braciere per il Duomo di Monza e quella nella collezione pubblica del MIC (Museo Internazionale della Ceramica di Faenza) o a Palazzo delle Paure (Museo Arte contemporanea di Lecco). E' del 2012 la collaborazione con l'architetto Stefano Larotonda per un progetto architettonico/scultoreo presentato al Laboratorio Casabella di Milano in occasione del concorso Giovani architetti grattano il cielo da qui l'invito a collaborare con l'istituto internazionale di ricerca per l'architettura i2a di Lugano in Svizzera. Nel 2013 fonda assieme ad un gruppo di altri cinque artisti e la curatrice Ilaria Bignotti il movimento Resilienza italiana.

La Fondazione Casa della Divina Bellezza è stata creata nel 2009 e divenuta un'organizzazione no-profit nel 2014. Frutto di un restauro durato circa tre anni, è finalizzata al rapporto fra arte e la teologia cristiana e la dimensione del sacro. Il viaggio che si intraprende accedendo alla casa vuole corrispondere ad un'ascensione spirituale, scandita da simboli grafici e architettonici, particolari che vanno cercati e ricercati dal visitatore-pellegrino. (...) Il sito urbano dove è ubicata la casa risale intorno al '700, si sviluppa su tre livelli, ed è affiancato alla chiesa Madre dedicata alla SS. Annunziata. La costruzione è stata realizzata dal Barone Giuseppe Giardina, Giurato forzese e proprietario anche del Castello di Sant'Alessio. (...) Nelle fasi di restauro dell'intero plesso si è potuto notare come era in atto un sistema di rifornimento idrico attraverso tre cisterne nei diversi piani della struttura per la raccolta dell'acqua piovana, e di ventilazione e rinfrescamento degli ambienti attraverso un condotto, peraltro ancora visibile e messo in evidenza a seguito della ristrutturazione da una copertura in vetro calpestabile. (Comunicato stampa)




Opera di Carlotta Di Stefano dalla mostra Colori di Guendi allo Spazio Arte Carlo Farioli di Busto Arsizio Carlotta Di Stefano: "Colori di Guendi"
termina il 30 aprile 2017
Associazione Culturale Spazio Arte Carlo Farioli - Busto Arsizio (Varese)
www.farioliarte.it

Colori di Guendi non è solo il titolo scelto per l'esposizione. Colori di Guendi è il suo nome d'arte, con cui si è fatta conoscere al pubblico in questi anni, è l'identificazione totale dell'artista con il suo mondo immaginario, un "paese delle meraviglie" a tratti psichedelico, espressione senza filtri del suo inconscio, raccontato attraverso le sue illustrazioni dai colori accesi e dai contrasti violenti, che rimandano all'Art Brut, ma che evocano anche la pittura onirica di Chagall. La dimensione magica e poetica delle opere di Carlotta è ottenuta grazie alla tecnica del collage, che padroneggia con estrema bravura, a cui accosta qualsiasi tecnica utile a dare forma al suo mondo sommerso: matite, pennarelli, pittura acrilica, pittura ad olio, smalti, stoffe... senza tuttavia scadere nel kitsch e nel sovrabbondante, ma trovando sempre il perfetto equilibrio tra pieni e vuoti, tra colore e spazio bianco. Con apparente piglio naif Carlotta va in realtà a toccare tematiche importanti legate soprattutto alla sfera dei sentimenti e della psiche umana, come nella serie più recente Esistenza iperattiva esposta in mostra. (Manuela Ciriacono, curatrice della mostra)

Ingrandimento opera di Carlotta Di Stefano




Immagine dalla mostra di Luke Pelletier e T.L. Solien alla Antonio Colombo Arte Contemporanea a Milano Filling empty rooms - mostra di T.L. Solien e Luke Pelletier Luke Pelletier, T.L. Solien: "Filling empty rooms"
termina il 20 maggio 2017
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano
www.colomboarte.com

Doppia mostra personale degli artisti americani Luke Pelletier (Tampa, Florida, 1993) e T.L. Solien (Fargo, North Dakota, 1949), a cura di Michela D'Acquisto e Renato Montagner. Entrambi gli artisti vengono presentati per la prima volta in Italia. Il giovane Luke Pelletier espone una serie di lavori dalla vibrante energia pop, fortemente influenzati dalle culture punk e skate. Nativo del North Carolina, Pelletier combina elementi caratteristici del suo home state, come coccodrilli e palme, con l'atmosfera decadente di LA: il risultato sono opere a metà strada fra opuscoli pubblicitari dalla grafica volutamente kitsch di qualche località turistica tropicale e improbabili nature morte ambientate in un tiki bar, composte da medicinali, ombrellini da cocktail e palle da biliardo.

Del resto, il quadro che presta il titolo alla mostra recita "lately, it's been feeling like, I've been filling empty rooms with questionable career moves", mantra della generazione dei millenials, e ben riassume lo spirito del tempo, commentato con tagliente ironia dall'artista. Si tratta indubbiamente di una fresca contrapposizione alla maturità di T.L. Solien, uno dei protagonisti dell'arte americana dell'ultimo trentennio, che nelle sue tele fonde con abilità astrattismo e figurazione, creando così un linguaggio pittorico altamente personale con il quale affrontare i grandi temi della vita, filtrati attraverso l'esperienza autobiografica.

Per narrare la sua storia, infatti, Solien utilizza vivide pennellate geometriche reminiscenti delle tecniche di collage e stencil, che danno vita a personaggi simili a marionette, in un'agrodolce metafora sulla condizione umana. Con il suo espressionismo rivisitato e corretto, carico di citazioni letterarie e contaminazioni della cultura popolare del secolo scorso, l'artista offre una disincantata interpretazione dello stato attuale delle cose, in particolar modo nell'America di oggi. In mostra ci saranno più di trenta opere. (Comunicato stampa)




Opera di Dast (Danilo Strulato) Dast: "Far finta di essere umani"
termina il 20 maggio 2017
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano

Dast propone una serie di lavori che, attraverso l'archetipo del robot, indagano l'isolamento dell'uomo contemporaneo. Celando l'identità dei protagonisti delle sue opere dietro maschere dalle fattezze caratteristiche dei giocattoli in latta degli anni Cinquanta, l'artista conferisce loro la libertà di agire seguendo le proprie pulsioni, e intanto mette in atto una sottile analisi sulla complessità dei rapporti interpersonali. Ambiguità e finzione, dunque, ma in primo luogo la solitudine - intesa sia come condizione intrinseca dell'umanità sia come tecnica di autodifesa - sono gli aspetti esplorati dall'artista in questa sua ricerca pittorica dal segno quasi espressionista. Dichiaratamente influenzato dall'avanguardia tedesca di Die Brücke, alla quale sono ascrivibili le cromie decise e il tratto prettamente grafico, Dast delinea un'intensa riflessione sui meccanismi che determinano la relazione con il prossimo e, in particolare, con la propria interiorità. Mostra a cura di Michela D'Acquisto. In galleria saranno presenti dipinti e lavori su carta.

Dast (Thiene - Vicenza, 1966), nome d'arte di Danilo Strulato, dopo la laurea in Pittura presso l'Accademia Di Belle Arti Di Venezia, si dedica all'arte attraverso l'auto-produzione editoriale e la partecipazione a numerose riviste internazionali, come le storiche Frigidaire e Linus. Nello stesso periodo intraprende una collaborazione con la Mondo Bizzarro Gallery di Bologna. Fra le principali mostre personali, si ricordano: 2012, Mutamenti, Fabrica Fluxus Art Gallery, Bari; 2009, Danze Macabre, Mondo Bizzarro Gallery, Roma; 2012, Past Forward, Museo Civico, Bassano Del Grappa (Vicenza); 2003, Italian Pulp, La Luz De Jesus Gallery, Los Angeles. (Comunicato stampa)




Sinibaldo Scorza (1589-1631)
Favole natura all'alba del Barocco


termina lo 04 giugno 2017
Palazzo della Meridiana - Genova

Prima retrospettiva su Sinibaldo Scorza (1589-1631), protagonista della pittura genovese ed europea di primo Seicento, all'"alba del Barocco". Anna Orlando, specialista riconosciuta a livello internazionale per i suoi studi sulla pittura fiamminga e genovese del Seicento, dopo il successo di Uomini e Dei sempre a Palazzo della Meridiana (febbraio-giugno 2016), aggiunge nel sottotitolo altre due annotazioni, "favole e natura", a focalizzare la capacità di questo maestro di trasporre sulla tela il racconto, partecipato e personale, di situazioni, atmosfere e ambienti.

Accanto ai soggetti mitologici, come Circe  e Orfeo,  vi sono quelli in cui lo Scorza manifesta la propria passione per il mondo vegetale e animale, descritto con una qualità di dettagli che lo avvicina ad Albrecht Dürer, Paul Brill o Jan Brügel, ossia ai maestri fiamminghi che sappiamo per certo che Scorza vide nelle collezioni genovesi del tempo, studiò e copiò. Per il grande pubblico questa mostra fornirà l'occasione per avvicinarsi, per la prima volta, a un artista molto amato dagli esperti e collezionato nei musei del mondo, ma che, sino a questo appuntamento, non era mai stato raccontato da una grande esposizione né da una monografia.

Pittore notevolissimo, Scorza fu anche raffinato miniaturista, incisore, nonché straordinario e indefesso disegnatore. A quest'ultimo, specifico aspetto della sua produzione, I Musei di Strada Nuova, in Palazzo Rosso, a pochi passi dal Palazzo delle Meridiana, riservano una mostra parallela. Per questa storica occasione, in Palazzo della Meridiana saranno riuniti oltre sessanta dipinti, a documentare il meglio della produzione dello Scorza e degli artisti con cui egli si è formato o si è confrontato.

Ai dipinti, la mostra affiancherà anche una precisa selezione di   circa trenta tra disegni, incisioni e miniature, a voler evidenziare anche questi aspetti della effervescente, poliedrica personalità artistica dello Scorza. Anna Orlando, affiancata da una ampia compagine di esperti, curerà un catalogo che è di fatto la prima monografia sul pittore. Il volume, edito da Sagep, offrirà l'occasione per aggiornare gli studi sullo Scorza, personaggio la cui vita assomiglia a un romanzo.

Nel 1589, viene alla luce a Voltaggio, località dell'Oltregiogo oggi in Piemonte, ma allora parte della Repubblica di Genova. Di nobili origini, ha il privilegio di un'educazione umanistica, preludio per l'accesso alle alte cariche dello Stato. Ma la passione per il disegno e la pittura lo porta invece all'apprendistato artistico,  nella bottega di Giovanni Battista Paggi a Genova, uno dei più quotati pittori genovesi dell'epoca. Nel 1604 circa, non appena quindicenne, decide di trasferirsi a Genova per dedicarsi esclusivamente alla pittura. La fama che si conquista in città, lo porta a Torino, nel ruolo di Pittore di Corte del Duca di Savoia nel 1619.

Qui resta sino al 1625, quando, scoppiata la guerra tra i genovesi e il ducato sabaudo, fa ritorno a Genova. Imprigionato nella Torre Grimaldina di Palazzo Ducale (visitabile) e poi condannato all'esilio, si rifugia a  Massa e da qui raggiunge Roma, nel 1626. Può rimettere piede nella Repubblica di Genova soltanto due anni dopo, felice di poter poi fare ritorno nel suo paese natale, Voltaggio, che trova però semi distrutto a seguito della guerra coi Savoia. E sarà proprio Voltaggio a costituire il terzo polo di questo grande progetto intorno allo Scorza. Qui, dopo la chiusura delle due mostre genovesi, saranno organizzati eventi e percorsi di approfondimento sulle opere presenti in loco nei mesi estivi. (Comunicato Studio Esseci)




Opera di Mario Lanzione Mario Lanzione
"Carte, trasparenti filtri delle emozioni"


03 maggio (inaugurazione ore 18.00) - 19 maggio 2017
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

Con la mostra dei dipinti di Mario Lanzione tratti dal ciclo delle "Carte" si conclude la rassegna "Corrispondenze assonanti" curata da Massimo Bignardi. Il tema del "frammento", inteso quale misura di esercizi creativi che restituiscono il senso dell'attraversamento, silenzioso e lento, nello spazio e nei luoghi della creatività, approda alla pittura, al linguaggio dei segni, dei colori, della superficie.

Dopo i frammenti di geometrie proposti dalle composizioni minimaliste di Silvio D'Antonio le cui opere hanno aperto la rassegna essa ha volto l'attenzione alla materia e alle possibili manipolazioni: dapprima con il collage che ha strutturato gli scarti e gli spessori messi su dalle 'carte' di Angela Rapio, poi le città di Giuseppe Di Muro, innalzate dall'alchimia della ceramica, esplicitando il desiderio ripensare alla 'città', al suo statuto che pervade l'immaginazione dell'artista. Con le tele e le tavole di Lanzione, la riflessione torna sulla pittura e sull'esercizio della fusione del colore con la trasparenza velatura delle carte sovrapposte, sull'inganno che realizza nei nostri occhi: una serie di dipinti che testimoniano di un lungo lavoro che l'artista, da anni residente a Benevento, ha realizzato nell'ultimo decennio.

«Quale potrebbe essere, o quali potrebbero essere i destini della pittura oggi, non è un tema che si esaurisce richiamando, come spesso accade di leggere, argomentazioni, anche se necessarie, fatte derivare dalla speculazione propria della critica d'arte. L'approccio espletato a quanto pare dai più è quasi sempre laterale, ora chiamando in causa la necessità di riflettere sul tempo, sui processi interni alla pratica creativa tenendo arbitrariamente fuori campo l'opera nella sua piena realizzazione, ora attivando l'indistinto procedimento di comparazione con quanto ricavato dalla storia e per essa, in primis, l'eredità lasciataci dal XX secolo.

La prospettiva dell'operare sul tempo richiama implicitamente quel senso intrinseco al "fare" che in arte, a mio avviso, ha il suo specchio convesso nell'azione fisica che corre tutt'una con quella ideativa e contemplativa. Un'oscillazione lunga nella sua infinitesima brevità, la stessa che compie il poeta quando sosta sul respiro prima che esso diventi parola; sosta non per concedere tempo alla forma, quanto perché essa sia sostanza del sé, emozione disposta a riproporsi in emozioni. E' questo l'incipit che, nello specifico dell'analisi delle opere di Mario Lanzione raccolte in questa mostra, agevola la lettura spingendola verso l'intimo dialogo intrattenuto dall'artista con la pittura.

Si tratta di opere tratte da un ampio ciclo di dipinti, su tavola, su tela, su cartoncino, sui quali Lanzione interviene servendosi di carte veline, di colori acrilici, ma anche di sabbia tenuta insieme da colle di diversa densità. Un'esperienza, fortemente sollecitata da suggestioni attinte ai registri di una certa pittura gestuale quindi di matrice informale, che corre parallela all'altra componente, maggiormente riconosciuta dalla critica, orientata verso un'astrazione geometrica, rispondente a quelle aperture, in ambito nazionale, dalla ritrovata verve di una astrazione d'impronta concretista.

Lanzione oscilla in declinazioni dell'astrazione o, meglio ancora, delle pratiche linguistiche verso le quali si rivolgeranno, negli anni Ottanta in particolare, giovani artisti con orientamenti diversi; chi propenso alla rilettura della geometria, chi proiettato, invece, verso un neoinformalismo ricco di un segno corsivo che si fa affermazione del gesto, trascrizione di un lirismo evocativo - guardato da Wols, da Licini, dal Burri di fine anni Quaranta - recuperando a volte il vitalismo di una empirica pasta cromatica grumosa, insomma d'impasto.

Un dialogo nella giovane arte italiana di quegli anni che, almeno per la situazione dell'arte nel Mezzogiorno d'Italia, era stata proposta in occasione della XI Quadriennale Nazionale di Roma, allestita al Palazzo dei Congressi all'EUR nell'estate del 1986. Per Lanzione, volgendo alla conclusione, l'esercizio della pittura rende esplicita la sua necessità di costruire luoghi dell'immaginario, architetture di trasparenze, di piani traslucidi nei quali fa scivolare il corpo espressivo del colore: un luogo, dunque, di accadimenti, di emozioni, di vita.» (Lo 'specchio' convesso dell'astrazione, di Massimo Bignardi)




Giovanni Segantini e i pittori della montagna
termina il 24 settembre 2017
Museo Archeologico Regionale - Aosta

L'esposizione, a cura di Filippo Timo e Daniela Magnetti, propone un selezionato percorso che ha come fulcro l'esperienza pittorica di Giovanni Segantini, tra i massimi esponenti del Divisionismo italiano, che ha eletto la montagna a proprio soggetto principe, interpretandola in modo personale e innovativo, sia in termini di stile sia di poetica. La selezione di opere proposte in mostra individua e suggerisce uno dei molti possibili percorsi attraverso la pittura di montagna a cavallo tra il XIX e il XX secolo, limitando la propria attenzione ai soli artisti italiani e concentrandosi geograficamente sui lavori dell'arco alpino.

Accanto alle opere di Giovanni Segantini, scelte attingendo ad uno specifico momento dell'esperienza artistica del pittore, ovvero agli anni giovanili trascorsi in Brianza, compaiono più di cinquanta artisti, a partire da Vittore Grubicy, Emilio Longoni, Baldassarre Longoni, Carlo Fornara, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lorenzo Delleani, Cesare Maggi, Leonardo Roda, Italo Mus, sino a Fortunato Depero. Accanto alle opere di questi maestri trovano posto i dipinti di almeno tre generazioni di altri artisti che, pur non avendo incontrato tutti la grande notorietà, hanno saputo instaurare un dialogo con i capofila, divenendo anch'essi partecipi di una pagina importante della storia dell'arte italiana.

Nell'orizzonte tematico della pittura di montagna, le opere sono state organizzate in sette sezioni, oltre a quella dedicata a Segantini che vede esposto lo splendido olio su tela La raccolta dei bozzoli (1882-1883), così scandite: le vedute estive, le scene di vita campestre e contadina, i paesaggi antropizzati, i ricordi alpini, i laghi, i tramonti e i notturni, le vedute dei grandi paesaggi innevati. A queste si aggiunge una sezione dedicata a Italo Mus, il pittore valdostano più noto e ammirato del XX secolo, di cui ricorre nel 2017 il cinquantesimo anniversario della scomparsa. La mostra Giovanni Segantini e i pittori di montagna è corredata da un catalogo, edito da Skira, illustrato, con testi di Annie-Paule Quinsac, Filippo Timo, Daria Jorioz, Daniela Magnetti, Marco Albino Ferrari, Maurizio Scudiero, Luca Minella, Beatrice Buscaroli. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Luca Vernizzi - Scatola di cartone - tempera su carta incollata su tavola cm.92x80 2003 Luca Vernizzi - Alba di Ferragosto - tempera su tela cm.60x100 2016 Luca Vernizzi. Spazio e solitudine
04 maggio (inaugurazione ore 18.30) - 04 giugno 2017
VS Arte - Milano
www.vsarte.it

A pochi mesi di distanza dalla mostra allestita lo scorso autunno alla Triennale di Milano, l'artista torna con un nuovo percorso dedicato al tema dell'oggetto dipinto. Fra l'iconografia classica della natura morta e la rilettura in chiave concettuale dell'immagine, spicca una selezione di circa venti lavori recenti accanto a un nucleo di carte, piccoli disegni, studi preparatori e schizzi autonomi in cui l'oggetto rappresenta l'alibi per una indagine sullo spazio che ruota intorno. Costruttore di forme uniche, maestro della sintesi e della linea pura che incornicia ogni elemento con geometrico rigore, memore della lezione di Cézanne, Vernizzi guarda alla realtà in cerca di una regola che disciplina il visibile; un sistema cartesiano, uno schema metrico, una griglia impalpabile su cui costellazioni di mele o pesche si posizionano come astri in una galassia domestica. Lo sguardo alla vita feriale, all'esistenza quotidiana; le allusioni alla sospensione del tempo nelle stanze della memoria, sono macro-temi che coronano la sua necessità primaria di dare ordine e valore alla forma pura.

Chiara Gatti, curatrice della mostra, commenta: "La sintassi della composizione è dominata da corpi iconici, mai didascalici, mai narrativi. Vernizzi non insegue il racconto. Ma l'essenza delle cose nella loro eterna solitudine. E ragiona sui meccanismi della visione, sulla natura dello sguardo che vaga in lontananza, affonda in profondità; riflette sul respiro ampio, sull'aria che gira attorno alla materia. Ha bisogno di quest'aria nel suo procede algido, come se il peso dell'oggetto, la sua presenza fisica, acuisse la propria statura in proporzione allo spazio e al silenzio che lo avvolge. Più spazio, più solennità".

In questo si percepisce l'eredità della pittura metafisica italiana, sposata a un certo culto dell'oggetto stesso, che fa pensare alla pop art inglese, ai tavoli o alle sedie di David Hockney (Giovanni Testori ha parlato anche di Peter Blake) cui lo avvicinano altresì i ritratti, alcuni esposti in mostra. Condotti con lo stesso lessico rigoroso degli oggetti, sono universi paralleli, entità sospese nell'attesa, figure ipnotiche e isolate nella loro solitudine. Accompagna la mostra un catalogo in italiano e inglese con il testo critico di Chiara Gatti.

La prima mostra di Luca Vernizzi (Santa Margherita Ligure, 1941), alla Galleria Pagani nel 1968, è stata preceduta dall'attività svolta per alcuni anni come critico d'arte al "Corriere della Sera" dove collabora con Leonardo Borgese. Successivamente, oltre all'impegno di docente all'Accademia di Brera, si dedica alla ricerca artistica, continuando a coltivare l'attività letteraria con pubblicazioni di riflessione estetica e di proposte liriche. Rassegne di sue opere vengono allestite in sedi istituzionali oltre che private, in Italia e nel mondo. Si ricorda la mostra all'Arengario di Milano, oggi Museo del Novecento (1979), a Pechino, negli Archivi della Città Proibita (1996), al Centro Culturale Borges di Buenos Aires (2004). (Estratto da comunicato IBC Irma Bianchi Communication)




Fiorella Iori Fiorella Iori. Palpiti e Filosofie
termina lo 09 maggio 2017
Spazio Hajech - Milano

Molti collezionisti e molti conoscitori d'arte già conoscono l'ampio lavoro artistico di Fiorella Iori, che ha indagato nobilmente l genere del ritratto, ma la pittrice italiana ha pure testimoniato la bellezza di altri temi come quelli del corpo e del panneggio - qualità antiche di affrontare nel nuovo la pittura - eppoi il grande tema floreale, che l'ha vista attenta nello scandagliare il grande mondo della natura, traghettando buona parte dell'arte italiana verso le risultanze più internazionali del momento. Fiorella Iori è stata illustre docente titolare della Cattedra di Discipline Pittoriche prima al Liceo Artistico Statale Boccioni di Milano, poi negli ultimi anni al Liceo Artistico Statale di Brera, nutrendo della sua passione per la pittura colleghi docenti e i tanti alunni passati nei suoi corsi.

Pittrice esemplare la Fiorella Iori del ritratto, e soprattutto dei ritratti di personaggi illustri, scrittori, intellettuali, amici, in cui si osserverà come sia stata capace di rilevare con pochi tratti le caratteristiche somatiche, di elevarne proprio attraverso l'essenzialità la postura e lo sguardo. La ritrattistica della Iori risente di una certa elegante maniera fin de siècle per via di una serie di influenze, anche se la rapidità del tocco e la modellazione delle figure, l'estrosità dei ricchi cromatismi ne costituiscono una modalità personalissima e sempre perfettamente unitaria. Si avvertirà anche come la grande influenza della scuola toscana novecentesca sia trapassata più viva che mai, sul filo aereo e sottile della malinconia romantica e del sogno, dei sentimenti e delle passioni contenute, divise tra simbolismo e realismo... (Carlo Franza)

Fiorella Iori (Cecina 1949 - 2016) dopo il diploma al liceo Artistico di Carrara e all'Accademia di Belle Arti di Firenze si trasferisce a Milano. Inizia la sua attività ancora sotto la guida del maestro Fernando Farulli, con il quale ha pubblicato una raccolta di grafiche dal titolo "La donna oggi" con poesie di Fabrizio Parrini. La sua naturale inclinazione alla figurazione l'hanno vista partecipe, inizialmente, nell'editoria, con case editrici come Mondatori, Fabbri, De Agostini, per le quali ha prodotto importanti illustrazioni. Presente in numerose raccolte d'Arte Contemporanea nazionali e internazionali. Diverse le pubblicazioni sulla sua arte in riviste e quotidiani. (Comunicato stampa)




La cueillette des cerises tempera su carta - inizio XX secolo I dipinti nascosti di Aubusson: 6 secoli di arte contemporanea
termina lo 06 maggio 2017
Galleria Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

I Cartoni d'Aubusson sono preziosi manufatti in scala 1/1 realizzati a tempera oppure a olio; vere e proprie opere d'arte realizzate da artigiani specializzati, les peintres cartonniers e utilizzati dal tessitore come modello per l'arazzo proprio come accadeva nelle manifatture ad Aubusson, un piccolo paese nascosto nella campagna francese. Sono passati sei secoli e la tradizione, tinta d'innovazione, ha mantenuto viva questo savoir-faire divenuto ai giorni nostri Patrimonio Immateriale Culturale dell'Umanità. Dietro un arazzo si nasconde sempre un disegno, la sua anima speculare, la partenza di un lungo viaggio che guiderà l'arazziere nella realizzazione dell'opera tessile.

Per soddisfare una clientela esigente, i modelli seguivano i canoni di bellezza di ogni epoca: ad Aubusson si è sempre fatto arte contemporanea. Dalla fine dell'800 all'inizio del '900 questi disegni creano veri e propri dipinti con un linguaggio artistico particolare, realizzati da pittori conosciuti e sconosciuti che hanno contribuito a fornire i temi d'ispirazione: millefiori e verdure, scene pastorali e mitologiche, composizioni floreali e scene galanti. Queste opere rimaste a lungo nascoste hanno oggi una seconda vita, ritrovando il loro scopo originale: quello di impreziosire gli ambienti più diversi con un'unica bellezza. In apertura della mostra, la conferenza a cura di Valérie Giurietto che per Alvy, la più importante collezione in Italia di Cartons de Tapisserie, presenterà al pubblico attraverso la propria testimonianza e la proiezione d'immagini la secolare vicenda di questi dipinti. (Comunicato stampa)




Immagine alla locandina della mostra Liquid Thought, di Donato Piccolo Donato Piccolo: Liquid Thought
03 maggio (inaugurazione ore 19.00) - 21 giugno 2017
Galleria Seno - Milano
www.galleriaseno.com

Nelle sue opere, Donato Piccolo riflette sul rapporto tra il concetto di rottura spontanea della simmetria della natura (secondo il modello dei fisici Yoichiro Nambu e Giovanni Jona-Lasinio) - in cui si approfondisce il concetto di interazione della materia con le sue forme naturali - e il concetto di società liquida del sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, per il quale le azioni dell'uomo si modificano prima di essere consolidate. L' unione di queste due teorie dà luogo ad un "linguaggio ibrido", in cui la natura diventa, attraverso i suoi fenomeni, elemento di studio per la comprensione di leggi umane. Le coordinate del linguaggio di Donato Piccolo spaziano da sculture immateriali, create con gas, vapore ed acqua (saranno presentate tre sculture di colonne sonore, ovvero parallelepipedi al cui interno si sviluppano tornadi di vapore che si muovono vorticosamente su se stessi stimolati dal rumore esterno il cui obbiettivo è quello di trasformare il suono in immagine), a disegni in cui l'artista sottolinea con più forza il legame con la teoria sociologica di Bauman secondo la quale il nostro sapere è in continuo cambiamento.

E' in questo cambiamento che Bauman pronostica una società effimera, che cerca una stabilità attraverso elementi instabili. Ma quali sono questi elementi? E se le emozioni potessero essere di stimolo per la comprensione e la ricerca dell'essenza della nostra vita, del senso del nostro essere sulla terra? In alcuni disegni Donato Piccolo riporta frasi del filosofo, frasi incomplete che aspettano un pensiero esterno per essere completate. La compresenza delle sculture in trasformazione e dei disegni sottolineerà la scissione tra atto razionale di pensiero e atto istintivo o naturale degli stessi fenomeni. La mostra è curata in collaborazione con la Galleria Bibo's Place di Todi. (Comunicato stampa)




Pietro Coletta - Ventata - rete di rame su tavola 2016 Piero Coletta: Sculture e rilievi 2015/1016
29 aprile (inaugurazione ore 18.00) - 27 maggio 2017
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

La Galleria continua la stagione espositiva 2017/2018 con la serie di personali dedicate ad artisti contemporanei "Grandi isolati". Artisti che pur operando in sintonia con l'arte del loro tempo, ad un certo punto della vita hanno deciso di ritirarsi dalla scena artistica, per continuare il proprio lavoro lontano dai clamori e dalle pressioni dal mercato.

Piero Coletta (Bari, 1948) si stabilisce a Milano nel 1967. Si iscrive all' Accademia di Brera dove frequenta i corsi di scultura di Marino Marini, Alik Cavaliere e Lorenzo Pepe. Nel 1970 tiene la prima personale presso la Galleria l'Agrifoglio di Milano dove espone lavori definiti in seguito Totem: opere composte con travi di legno tenute insieme da tondini di ferro che invadendo lo spazio della galleria impongono la loro presenza fisica, minimale ma carica di energia e spiritualità. Lavori che mostravano la discendenza dalle sculture lignee Totemiche africane e allo stesso tempo denotavano una semplificazione verso elementi primordiali. La critica li aveva definiti una sorta di "Costruttivismo primitivo". Una di queste opere verrà esposta a Livorno in occasione dell'apertura del Museo Progressivo di Villa Maria nel 1975.

Negli anni che seguono il linguaggio di Pietro Coletta acquista profondità, oltre che nelle grandi opere "ambientali", anche nei rilievi e nelle sculture dalle dimensioni più misurate, nelle quali inserisce sperimentazioni sia su pareti che nelle superfici di legno in cui innesta spirali di tondini di rame, lastre o grate di ferro e di rame, pietre, putrelle e altri materiali. Utilizzando materiali semplici del lavoro quotidiano nelle officine, crea tensioni e forze aggettanti dalla superficie in legno, bruciata e annerita col fuoco, a creare una dimensione di rilievo che sprigiona una illuminazione spirituale. Dimensione che l'artista sentiva crescere come sua esigenza a seguito di sofferte esperienze personali e ritrovata nei suoi viaggi in Africa e in India. L'esposizione è accompagnata dal catalogo bilingue italiano/inglese edito dalle Edizioni Peccolo contenente le immagini delle opere esposte con prefazione del critico Bruno Corà e una conversazione/intervista raccolta nel suo studio da Federico Sardella. (Comunicato stampa)




Immagina dipinto Alfredo Pini dalla locandina della mostra Cityazz Citjazz a Vienna Alfredo Pini: "Cityazz Citjazz"
termina l'11 maggio 2017
Trashart Gallery - Vienna

Ventiquattto dipinti eseguiti tra il 2014 e il 2016, raffiguranti immagini di città e musicisti jazz. Prevale in tutti i dipinti di Alfredo Pini un'idea di movimento, intesa non soltanto come azione ma anche come metafora di trasformazione inarrestabile di una società che cambia a ritmi frenetici. Allora ci si deve fermare a pensare, a meditare, l'uomo ha necessità di riappropriarsi del proprio tempo e dedicare spazio a se stesso, intervengono a questo punto nella pittura di Pini, come valida metafora a sottolineare questo concetto, i musicisti Jazz. Opere, quindi, non soltanto ispirate dalla musica, ma per raccontare e raccontarsi nella duplice veste emozionale legata sia alla musica in sé che al concetto intimista attribuitogli dall'artista. Le pennellate veloci, sicure quasi fossero sciabolate di colore, le sgocciolature, il dripping sapientemente dosato, la vernice a spray, contribuiscono a suscitare un'idea di estemporanea freschezza di una pittura emozionale, carica di suggestioni di estrema contemporaneità. (Comunicato stampa Bottega d'arte Lacerba - Ferrara)

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Fabrizio Garghetti: JazzTime
04 maggio (inaugurare ore 18.00 - 21.00) - 09 giugno 2017
Ca' di Fra' - Milano
Presentazione




Immagine dalla locandina della rassegna L'Orto dei Ricordi L'Orto dei Ricordi
20-27 aprile 2017
Palazzo Vernazza Castromediano - Lecce
www.facebook.com/leali.dipa

Anche quest'anno l'Associazione Le Ali di Pandora sarà presente nella Manifestazione "Itinerario Rosa 2017" del Comune di Lecce con l'evento "L'orto dei ricordi", collettiva per esporre la memoria, a breve e lungo termine, ad un'analisi intimistica ed al contempo sociale della quotidianità, caratterizzata spesso dalla dimenticanza, attraverso un mix di figurazione ed astrazione, di arte povera e concettuale, di arte lowbrow ed highbrow. Nel corso dell'evento si svolgeranno laboratori, dibattiti, performance che andranno a toccare argomenti delicati sulla tematica del ricordo e il loro svanire.

La mostra apre il 20 aprile alle ore 18.00 con la performance Il canto del tempo di Giulia Piccinni che raduna i tempi dell'origine e della provenienza mediterranea. Immagina di comporre e di fermare il canto entro alcune scatole nere dalle quali sale la voce rauca di un anziano incontrando quella chiara e vibrante della giovane performer. A seguire gli interventi di Ambra Biscuso e Dario Ferreri. Palazzo Vernazza Castromediano, nel centro storico cittadino di Lecce, dal 20 al 27 aprile 2017, si trasforma e fa prendere vita ad un giardino collettivo di ricordi grazie a 25 artisti e 29 poeti e scrittori che, su invito dell'associazione, hanno piantato, coltivato e curato altrettanti orti dei ricordi personali che trovano perfetta collocazione e fioritura negli spazi fisici della struttura grazie alla contiguità o alternanza di tecniche, colori, dimensioni e storie.

Ciascuna opera - spiega Dario Ferreri, analista delle opere - ha alle spalle un progetto espositivo ed una intenzione poetica, talvolta immediata, altre volte complessa: video, performance, opere pittoriche, scultoree, in mixed media, lavori di scrittura e calligrafici, ecc, si alternano per narrare un avvincente racconto. Le artiste ed artisti invitati appartengono a generazioni diverse ed utilizzano differenti tecniche e medium espressivi; ciascuna/o indaga, trasmette o racconta un territorio del ricordo noto a livello individuale, che viene declinato con una propria peculiare cifra artistica, nell'universale linguaggio dell'arte. (...) L'esperienza della mostra è quella di riassaporare stimoli emotivi, in un teatro della mente che rievoca e attiva scenari del passato.

Il 22 aprile, dalle ore 18.00, La memoria delle parole, un Laboratorio di educazione alla lettura, reading/dibattito con:A&B, Alieno, Lucia Babbo, Paola Bisconti, Alessandra Capone, Marta De Lorenzo, Adriana De Mitri, Antonio Errico, Dario Ferreri, Laura Madonna, Pantaleo Palumbo, Francesco Pasca, Lilli Pati, Giovanna Politi, Maria Grazia Presicce, Maria Pia Romano, Rita Rucco, Damiana Russo, Giuseppe Sauro, Silvia Sparro, Antonella Tamiano, Rosanna Valletta, Ospiti Comunità Emmanuel.

Lungo il percorso della mostra è stata, nei giorni scorsi, allestita una sorta di "spiaggia-non luogo" dei ricordi che alberga bottiglie odorose custodi, ciascuna, di una "pagina-ricordo di vita, profumi ed emozioni" di poeti e scrittori salentini; ogni bottiglia è pronta ad essere vissuta dal visitatore o a riprendere il largo nel mare della memoria e tributare la giusta importanza del segno scritto nel processo di interrelazione personale e sociale. D'altro canto, oggigiorno, anche a causa dei social media, si è più disposti a scrivere che a leggere. La serata è arricchita dall'Omaggio a Rita Guido. Colore e Poesia, che vede Sara Di Caprio impegnata nell'ideazione e montaggio di un video/documento e prosegue con Maria Grazia Anglano e la sua silloge poetica Parola gomena, assoluta novità.

Il 26 aprile, alle ore 18.00, Caduto a terra non sapevo dove, Laboratorio interattivo di informazione e sensibilizzazione sull'Alzheimer a cura del Centro Diurno socio-assistenziale per l'Alzheimer "Porte del Cuore" di Lecce - Comunità Emmanuel. Nel corso della serata sarà proiettato il video Riflessi di Adriana De Mitri, una video- lettera di una figlia al padre colpito dalla malattia. Obiettivo dell'incontro è informare la popolazione sulla malattia, su come diagnosticarla e prevenirla, facendo conoscere la gamma di patologie di cui l'Alzheimer fa parte ed il ruolo della famiglia del malato. (...)

Il 27 aprile 2017, dalle ore 18.00, presso Palazzo Vernazza Castromediano, il finissage della mostra/laboratorio L'Orto dei ricordi con lo spazio dedicato alla performance. Il Ricordo prende vita in un'analisi emozionale e relazionale della nostra quotidianità, caratterizzata spesso dalla dimenticanza. Un invito alla riflessione, alla narrazione personale, alla presa di coscienza che qualcosa sta cambiando in noi, intorno a noi. Un'autobiografia, forse, che vede gli attori evocare i luoghi dell'anima, lasciando un segno della loro storia personale o della vicenda umana in una destinazione intimistica e sociale; una narrazione dove emerge anche il dolore ma coscienti che la forza è nelle radici.

La serata si aprirà con la proiezione del cortometraggio Matrioska di Alessandra Cocciolo Minuz. Donne dentro altre donne che sono dentro altre donne ancora, con tutti i loro complessi micro-universi di storie, emozioni, scelte, stereotipi, sconfitte e vittorie: sono le protagoniste di Matrioska, il cortometraggio a regia di Alessandra Cocciolo Minuz, con testi di Rossana Colonna, in cooproduzione col Teatro dei Veleni/Teatro Apolide e realizzato con le corsiste di Donne senza veli laboratorio al femminile - percorso sull'identità di donna e la memoria autobiografica. E' una chiave di lettura che valorizza la differenza di genere nel percorso di recupero dei ricordi quale meccanismo di innesco di virtuose evoluzioni caratteriali, personali e sociali umane. Le cicatrici disegnano i confini attraversati, i passi compiuti, ricordano ferite amare e gioie inattese. (Estratto da comunicato stampa)




Alessio Paolone - Occhio del tempo - nebulosa 3 - tecnica mista su legno Alessio Paolone
L'occhio del tempo - Nosce te ipsum


termina il 27 maggio 2017
Museo Lorenzo Ferri - Sezione Presepe Monumentale - Cave (Roma)

Per la prima volta gli spazi quattrocenteschi delle Sale Ipogee, che già ospitano i lavori dello scultore Lorenzo Ferri (1902-1975), accolgono le opere di un artista contemporaneo. La mostra, a cura di Alessandra Moretti e Flavia Ficociello, rende omaggio alla volontà del maestro Ferri che intendeva concepire il museo a lui dedicato come luogo di dialogo con i giovani artisti e come centro di incontro culturale. La produzione eterogenea di Alessio Paolone, dai dipinti su tavola alle sculture, propone una riflessione sull'inconscio collettivo e personale, sulla storia dell'uomo come individuo e sul suo ruolo nella società. L'opera dell'artista è contaminata da simbologie che fanno riferimento alla filosofia, ai miti, al cosmo e alla natura: il cerchio/occhio rimanda a una concezione del tempo circolare mentre la luce rappresenta l'ultima tappa di un percorso di conoscenza verso l'ignoto.

Il messaggio spirituale di Paolone si concretizza nell'impiego di tecniche miste, nell'utilizzo di materiali di recupero e nel gioco di reazione dei colori che visivamente si pongono in contrasto con gli studi e le opere monumentali in gesso di Lorenzo Ferri. La mostra è un percorso che si sviluppa negli ambienti dell'ex convento degli Agostiniani. La prima Sala, già dormitorio dei monaci, oggi conserva i bozzetti in gesso di Lorenzo Ferri. L'inserimento dell'opera Vibrazione Statica di Alessio Paolone, attraverso la variazione di sette colori proiettati nella struttura a padiglione auricolare, crea un contrasto visivo con le sculture monocrome e accademiche di Ferri. La scultura introduce alla Galleria dove si trovano i dipinti su tavola e plastica che derivano dall'osservazione del cosmo. Qui inizia un immaginario viaggio nei mondi astrali che partendo da Oceano di Luce, conduce ad Anima attraverso il trittico Inferno - Purgatorio - Paradiso e l'opera Dualismo.

Le sfere rappresentate nelle opere diventano simbolo di un cammino in cui il mondo terreno e celeste si incontrano, la loro forma inoltre rinvia ad una concezione del tempo ciclico. Con Nebulosa 3, Nebulosa 4 e Passaggio Dimensionale si passa da una dimensione collettiva ad una individuale, le opere infatti rispecchiano i ragionamenti più intimi dell'artista riguardo un mondo Altro. L'esposizione prosegue verso la sezione sottostante del Presepe Monumentale, già dalla scalinata è possibile vedere le opere di Alessio Paolone in dialogo con la grandezza delle sculture di Ferri alte quasi quattro metri. In questa sala si attraversa uno spazio che si pone a metà del percorso di conoscenza a cui ci invita l'artista. L'indagine delle Nebulose viene trasportata su un piano terreno con l'opera Confessione: composta da una maschera appena visibile dietro una grata, posizionata in una nicchia, che conduce ad una riflessione strettamente interiore.

L'opera Luce è un dipinto su vetro retroilluminato in cui l'artista lavora sul binomio luce/tenebra, in questa dimensione mistica la coesistenza di tali elementi contrastanti si pone come ulteriore indicazione per raggiungere maggiore consapevolezza. In comunicazione con la statua della Vergine di Ferri troviamo La Grande Madre, in questa opera Alessio Paolone si confronta sia con la cultura occidentale che orientale, la scultura presenta una superficie di colore blu che fa riferimento al velo di Maria omaggiando la parte femminile della creazione simboleggiata da un serpente. Con Libera...mente l'artista invita lo spettatore a liberarsi da schemi mentali precostituiti, il cui simbolo è la forma cubica della scultura, mentre gli Orbs, le sfere dipinte su vetro, rappresentano la vera natura dei pensieri con i quali ognuno deve confrontarsi.

La sala Leonardo Ferri dedicata agli studi condotti da Lorenzo Ferri sulla Sindone, ospita due dipinti di Paolone incentrati sulle Sacre Scritture. In Coscienza cristica viene indagata la visione spaziale del simbolo della Croce che come il Demiurgo emerge da un piano oscuro. La caratteristica umana di porsi domande su ciò che non si conosce accomuna l'approccio di ricerca di Paolone agli studi che Ferri ha eseguito per quarant'anni sul Telo. Il viaggio spirituale dell'artista si conclude nella chiesa inferiore di Santo Stefano con la scultura Nosce te ipsum - Conosci te stesso. Questa, mediante l'inserimento di una riproduzione anatomica di un cuore, dialoga con il Sacro Cuore dell'altare. L'opera racchiude ciò che fino ad ora è stato analizzato dall'artista: partendo da un mondo materiale e umano, attraverso la conoscenza di se stessi, è possibile avvicinarsi a ciò che è invisibile e ignoto. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra Waiting in the Wings, di Claudia Wieser, a Genova Claudia Wieser: Waiting in the Wings
termina il 18 giugno 2017
Villa Croce - Genova

Prima installazione site-specific di Claudia Wieser in un museo pubblico italiano, realizzata in collaborazione con il Goethe-Institut Genua. Claudia Wieser si è affermata sulla scena internazionale attraverso un linguaggio stilistico personale capace di fondere ispirazioni tratte dal mondo dell'arte, del design e dell'architettura. Questa giovane artista tedesca ha elaborato una poetica contemporaneamente ispirata a un indefinito passato cinematografico velato di suggestioni futuriste e mistiche, evocative della classicità e del mondo sumero-babilonese.

I suoi lavori si articolano in dialogo con le ricerche del primo astrattismo guardando alla semplificazione formale delle prime ricerche moderniste; citando maestri come Gustav Klimt o Paul Klee, trasforma il disegno in uno strumento capace di indagare un mondo ideale e spirituale. Importanti per la ricerca di Claudia Wieser sono le ricerche concettuali del Bauhaus, nella loro capacità di indagare il rapporto tra la struttura architettonica e le sue decorazioni. Claudia Wieser mette in discussione la rigida separazione tra arti "alte" e arti applicate attraverso la combinazione di materiali e tecniche, utilizzando oltre ai supporti artistici materiali come carte da parati, ceramica, legno, tessuti, specchi, fotografie e foglia d'oro.

A partire dal suo interesse per l'architettura, intesa come spazio da vivere a 360°, l'artista sviluppa le sue installazioni site-specific ispirandosi a grandi architetti come Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Mallet-Stevens o guardando alle opere di architettura espressionista o a progetti utopici del secolo scorso. Il cortocircuito tra la profondità delle strutture rappresentate e la piattezza della stampa digitale, dà vita a delle strabilianti carte da parti che riproducono elementi architettonici quasi a grandezza naturale, come scale o colonne, trasformando lo spazio in cui vengono installate in una scenografia.

Come in un teatro gli elementi si combinano per modificare la percezione dello spettatore creando così la sensazione di essere in un altro luogo, onirico e spirituale. Nel wallpaper realizzato per lo scalone di Villa Croce, Claudia Wieser fa ricorso alle immagini di antichi capolavori, tratti da vecchie fotografie per combinarli con i suoi disegni e le sue sculture. Ispirazione di questo progetto è una serie televisiva degli anni '70 della BBC, intitolata I, Claudius, che raccontava le vicende dell'Impero Romano negli anni del passaggio dall'Impero di Augusto alla morte di Claudio.

Considerata tuttora come una serie-tv di grande rilievo, si resta sorpresi nel vedere che una rappresentazione così teatrale di quasi un secolo di storia antica, contraddistinta da un'estetica anni '70, riesca in maniera straniante ad affascinare il pubblico. Questa suggestiva rappresentazione di una reinvenzione del mondo classico permette all'artista di sviluppare una serie di immagini che nel loro anacronismo sanno raccontare la politica contemporanea. Waiting in the Wings che significa "aspettare che qualcosa di più grande accada" o semplicemente "attendere dietro le quinte" evoca la volontà di un'opera di trasformare lo spazio rimanendo sullo sfondo.

Questa carta da parati seduce creando una scenografia stratificata in cui sembra di aver accesso a diversi mondi, in cui si alternano scaloni nobiliari, vasi antichi che diventano colonne e profili inquietanti di eroi romani. Questi elementi lasciano intravedere sullo sfondo due occhi giganti di una misteriosa donna contemporanea - una moderna Dea ex machina - che scruta lo spettatore, o meglio, osserva il palcoscenico dove si sta svolgendo l'azione di cui ormai lo spettatore fa parte, inglobato in questo meta-spazio che trasforma lo scalone della villa in opera d'arte. Nella poetica immaginifica dell'artista questi occhi giudicanti diventano un'intrusione nello spazio pubblico, un dettaglio ossessivo che scruta lo spettatore spingendolo a divenire un fantoccio di un canovaccio di cui non conosce la trama.

Claudia Wieser (Freilassing - Germania, 1973) dal 1993 fino al 1997 ha svolto la mansione di apprendista presso un fabbro. Nel 1997 ha intrapreso il suo percorso di studi nel campo dell'arte presso l'Akademie der Bildenden Künste München nella classe di Axel Kasseböhmer e Markus Oehlen. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in Germania e all'estero. (Comunicato stampa)

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Villa Croce presents the first site-specific installation by Claudia Wieser in an Italian public museum, done in collaboration with Goethe-Institut Genua. Claudia Wieser has gained international acclaim thanks to a personal stylistic language capable of combining inspirations from the worlds of art, design and architecture. The young German artist has developed a contemporary poetic driven by an indefinite cinematic past, veiled by futuristic and mystical overtones, evoking classical antiquity and the Sumero-Babylonian world. Her works establish a dialogue with early abstract research and the simplification of forms of early modernism; referencing masters like Gustav Klimt or Paul Klee, she transforms drawing into a tool capable of investigating an ideal spiritual world.

The conceptual research of the Bauhaus is important for Claudia Wieser's approach, with its accent on exploration of the relationship between architectural structure and its decorations. Claudia Wieser challenges the rigid separation between "fine" and "applied" arts through a combination of materials and techniques, using art media but also materials like wallpaper, ceramic, wood, fabrics, mirrors, photographs and gold leaf. Starting with her interest in architecture seen as a 360° experience of space, the artist develops her site-specific installations by drawing on stimuli from great architects like Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Mallet-Stevens, or from the works of expressionist architecture and the utopian projects of the last century.

The short circuit between the depth of the structures represented and the flatness of digital printing gives rise to amazing wallpapers that reproduce architectural features almost in actual size, such as staircases or columns, transforming the host space into a set. As in a theater, the elements combine to modify the perceptions of the viewer, creating the sensation of being in another place, a dreamy and spiritual setting. In the wallpaper made for the staircase of Villa Croce, Claudia Wieser makes use of images of historic masterpieces, taken from old photographs, combining them with her drawings and sculptures.

The inspiration for this project is a BBC television series from the 1970s entitled I, Claudius which narrated the events of the Roman Empire in the years of passage from the reign of Augustus to the death of Claudius. Still considered an outstanding television production today, the series surprises us with the way a very theatrical representation of nearly a century of ancient history, marked by a Seventies aesthetic, manages to fascinate and engage its audience. This evocative representation of a reinvention of the classical world permits the artist to develop a series of images that address contemporary politics, in spite of their anachronism.

The title of the exhibition Waiting in the Wings suggests the intention of the work to transform the space while remaining behind the scenes. This wallpaper seduces us, creating a layered set in which we seem to have access to different worlds, alternating noble staircases, antique vases that become columns, disquieting profiles of Roman heroes. These elements leave a glimpse, in the background, of two giant eyes of a mysterious contemporary woman - a modern dea ex machina - who gazes at the spectator or, more preciserves the stage where the action is taking place, of which the spectator has become a part, incorporated in this meta-space that transforms the staircase of the villa into a work of art. In the imaginative poetics of the artist these judging eyes become an intrusion in public space, an obsessive detail that scrutinizes viewers, making them become puppets in a plot whose outcome is unknown.

Claudia Wieser was born in Freilassing, Germany, in 1973. From 1993 to 1997 she was apprenticed to a blacksmith. In 1997 she began her studies in the art field at the Akademie der Bildenden Künste, Munich, with Axel Kasseböhmer and Markus Oehlen. She has held numerous solo and group exhibitions, in Germany and abroad. (Press release)




Massimiliano d'Asburgo e l'esotismo
Arte orientale nel Castello di Miramare


termina il 28 maggio 2017
Castello di Miramare - Trieste

In occasione dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo (6 luglio 1832-19 giugno 1867) il Museo storico del Castello di Miramare rende omaggio all'imperatore del Messico, presentando, a cura di Rossella Fabiani e Francesco Morena, un percorso espositivo che offre ai visitatori il patrimonio di oggetti preziosi d'arte orientale - oltre 100 opere - raccolti dall'imperatore durante i suoi numerosi viaggi, conservati nelle collezioni storiche del Castello di Miramare ed esposti adesso per la prima volta. In questo modo il Museo, oltre ad approfondire la personalità di Massimiliano, sensibile alla cultura e all'arte, offre una riflessione sull'importanza che la tradizione artistica orientale ha avuto nell'Europa della metà del XIX secolo.

I manufatti risalgono a un arco cronologico che va dalla fine del Cinquecento alla metà dell'Ottocento. Massimiliano infatti acquista pezzi antichi insieme a oggetti della produzione allora contemporanea presso gli antiquari delle città che frequenta, tra le quali Trieste. Oltre al monumentale paravento messicano del 1719, che raffigura un'intensa scena di vita cinese, esemplare prezioso e unico in Italia di Cineseria coloniale, si potranno ammirare - tra gli altri - uno stipo giapponese in legno e intarsi di madreperla dell'inizio del Seicento, realizzato per il mercato portoghese e appartenente alla tipologia Nanban, una scultura di porcellana dipinta in esuberante policromia, ancora giapponese, della fine del XVII secolo, raffigurante un leone seduto, e due spettacolari vasche da pesci in porcellana cinese della metà del Settecento. Rappresentativo dell'arte indiana un magnifico stipo di Goa, in legno di cedro e intarsi di ebano e avorio, anch'esso appartenente a un genere di manufatto raro per le collezioni italiane.

Un'infatuazione, quella di Massimiliano per l'Oriente, che raggiunge il suo acme nei due ambienti 'alla cinese' presenti al Castello. Il Salotto Giapponese e il Salotto Cinese riflettono l'ammirazione da parte del giovane Asburgo di una moda molto diffusa già nel Settecento, seguita con entusiasmo anche dalla famiglia imperiale, i quali avevano realizzato simili stanze nelle residenze di Vienna e Schönbrunn. In particolare, il Salotto Cinese, destinato ad ospitare parte dei manufatti asiatici di Massimiliano, ha tutte le pareti rivestite di un tessuto decorato a stampa con un motivo orientaleggiante, ispirato a composizioni che si ritrovano frequentemente nei repertori settecenteschi di incisioni, ad esempio nel The Ladies Amuseument di Pillement (1762).

Massimiliano fornì già nel 1860 precise indicazioni per la Chinesisches Zimmer, richiedendo che si predisponesse "ancora legno di quercia con ricca doratura, le pareti con grandi specchi… e anche piante fresche", secondo uno schema in cui arredi e natura si compenetrano anche all'interno dell'abitazione, già sperimentato in una stanza verandata di Villa Lazarovich, la prima residenza triestina dell'arciduca, così raffigurata in un dipinto di Germano Prosdocimi del 1855 circa. Il Salotto Giapponese, così denominato nonostante in realtà esso non mostri prevalenti caratteri giapponesi, rimane piuttosto ancorato agli stilemi della Cineseria settecentesca.

Richiamano quel contesto le sete dipinte utilizzate per le pareti, il soffitto e i tendaggi della sala, decorate in ricca policromia su fondo chiaro con motivi di fiori, farfalle e vasi racchiusi entro volute rocaille. La boiserie in legno chiaro che corre nella parte inferiore delle pareti, nell'angolo con lo specchio e sulle sovrapporte mostra una filettatura che riproduce le naturali nodosità dei fusti di bambù. Simili griglie di bambù si vedono anche sulle superfici delle due porte che affacciano nel Salotto. Ognuna di loro inquadra un pannello in lacca, a fondo rosso, oppure marrone, oppure nero, decorato a oro con composizioni di fiori e uccelli e scorci di paesaggio marino con imbarcazioni. Un certo numero di questi pannelli - della metà dell'Ottocento circa - costituisce l'unica reale presenza di Giappone nella sala.

Attraverso l'acquisizione di oggetti extraeuropei e di libri dedicati a queste esplorazioni (presenti nella biblioteca del Castello) Massimiliano porta il mondo per così dire "dentro casa". Pur non avendo visto, infatti, l'India, la Cina e il Giappone, gli oggetti provenienti da quei luoghi lontani e misteriosi costituiscono uno strumento per ampliare orizzonti di cultura e di conoscenza altrimenti preclusi. La mostra intende indagare anche questo aspetto della complessa e affascinante personalità di Massimiliano, che ha fatto del viaggio uno dei fili conduttori della sua breve, ma intensa, esistenza. L'esposizione sarà accompagnata da un catalogo Marsilio Editori, frutto del lavoro di catalogazione di tutti gli oggetti orientali della collezione del Castello di Miramare. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Fabrizio Garghetti - Ella Fitzgerald al Teatro Lirico Milano - Vintage cm.24x18 Anni'70 Fabrizio Garghetti - Miles Davis -Vintage cm.24x18 Anni'60 Fabrizio Garghetti: JazzTime
04 maggio (inaugurare ore 18.00 - 21.00) - 09 giugno 2017
Ca' di Fra' - Milano

Il Jazz è, forse, il fenomeno musicale più importante del '900, la Madre progenitrice di una serie infinita di movimenti musicali. Il Fluxus è, prima di tutto, musica dell'anima, sistema di vita ed espressione artistica. Designer, architetti, artisti visivi, musicisti, performer uniti nell'aspirazione a superare la tradizionale divisione delle Arti attraverso un continuo, costante, voluto sconfinamento dell'operare artistico nel "flusso" del quotidiano. Fluxus è un modo d'essere, di concepire l'Arte, ma prima ancora, il mondo intorno a sé. I due maestri assoluti furono Marcel Duchamp e John Cage. "L'arte deve essere divertente, occuparsi di tutto ed essere accessibile a tutti"; sosteneva Maciunas: "Tutto è arte e tutti possono farne". Figura "fluxus" del panorama italiano è, certamente, Fabrizio Garghetti (Salsomaggiore, 1939).

La sua produzione artistico - fotografica è immensa, le tematiche dettate dal suo "essere fluxus nell'animo" e la mostra allestita al Musèe d'art Contemporain de Maeseille (2017) lo testimonia. Nel 1966 Fabrizio Garghetti, nella collaborazione con "Jazz Magazine" e "Musica Jazz" fonde in sé Fluxus e Jazz. Dal suo archivio riemergono numerosi ritratti di Miles Davis, John Coltrane, Charles Mingus, Art Tatum, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Duke Ellington. Ca' di Fra' propone un "viaggio" nel mondo del Jazz per accostare uno spirito artistico Fluxus tra i più autentici. 25 Opere Vintage per riportare in primo piano i grandi personaggi del Jazz "storico". Patrimonio raffinato e inestimabile poiché impaginare una musica personale è divenire memoria collettiva. (Manuela Composti)

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Un secolo di Jazz. La creatività estemporanea
termina il 30 aprile 2017
Spazio Officina - Chiasso (Svizzera)
Presentazione




Pino Di Gennaro - Vento cosmico - bronzo cm.h33x44x23 2006 - Mostra alla Galleria Arianna Sartori di Mantova 
Pino Di Gennaro - Germinazione Cosmica - bronzo h101x35x69 2006 Pino Di Gennaro
Mappe e Appunti d'oltremare


termina lo 04 maggio 2017
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Ritorna ad esporre a Mantova il Maestro Pino Di Gennaro. Dopo la personale del 2010, la Galleria Arianna Sartori presenta la nuova mostra. Pino Di Gennaro (Troia - Foggia, 1951), si diploma in scultura all'Accademia di Belle Arti di Brera dove attualmente insegna. Le sue opere sono presenti in numerosi spazi pubblici ed espone in numerose mostre personali.

«Pino Di Gennaro è scultore di chiara fama, giunto a Milano, fine anni Sessanta, allievo nei primi anni Settanta del Novecento prima di Alik Cavaliere eppoi dal 1972 al 1983 dello scultore Arnaldo Pomodoro. Un apprendistato di spessore che gli ha dato la possibilità di afferrarne il mestiere e costruire tutti i capitoli del suo percorso. Con la sua partecipazione attiva e coerente ad ogni espressione della cultura internazionale, ha saputo sorvegliare e dinamizzare le esigenze della scultura contemporanea, talvolta con un'originalità e una fisionomia personale, da porlo fra i migliori artisti dell'avanguardia contemporanea.

Egli è tornato a far rivivere i miti umani della classicità mediterranea, con la ricerca della purezza risolta in forme chiare e pensose, in un clima di simbolismo organicista di tipo naturalista con l'esaltazione non solo di certi miti storico-culturali, ma l'approfondimento del tema della vita dell'universo e la forza dei simboli germinali. E' una ricerca la sua che parte da una certa visione spirituale o modo di fare umano, di fronte alla relazione tra le forze creatrici dell'esistenza e del mondo naturale. Questo scultore riunisce come pochi la forza vitale e l'impulso dionisiaco del vivente, tanto che le forme si concentrano sino a convertirsi in un potente ritmo di masse.

Ha operato a lungo nell'ambito di una figurazione allusiva, e superato questo stato di metamorfosi, la sua ricerca più impegnata, grazie all'impiego di materiali diversi, dalla cartapesta al bronzo, dalla resina all'acciaio, dalla cera al piombo, si è svelata in un'inventiva spontanea e impetuosa, dando prova talvolta come ne "i pilastri del cielo" ad architetture spaziali che, pur conservando il loro elemento chimerico, si rifanno a una spiccata e costruttiva monumentalità, declinandosi anche come colonne totemiche, certo espressioni di memorie arcaiche e sintesi di civiltà.

La sua è ancora oggi un'avventura pregna di grandi idealità, che lasciano intravedere quasi un ritorno ai monumenti simbolici primitivi, che stimolano e aprono lo spirito a una concezione poetica delle forze imponderabili della natura. Di Gennaro si guarda attorno, legge il mondo, legge la natura, legge l'ordine delle cose e dello spazio tra cielo e terra, aurore e crepuscoli e sfere celesti (...). Fortunati esiti raggiunti grazie allo spessore culturale e artistico che l'ha preceduto e di cui ha tenuto conto, ovvero il dinamismo futurista, le lacerazioni spaziali di Fontana, il minimalismo dell'ABC art.

D'altronde si sa che le cose più importanti sono isolate, e sono più intense, chiare e potenti, sicchè questi solidi nella semplicità delle forme richiamano il lavoro di alcuni artisti americani, la Louise Nevelson di "Presenza di colonne del cielo", e ancora Anthony Smith, Carl Andre, Robert Morris e Donald Judd. Gli ultimi sviluppi hanno registrato il passaggio a una sorta di neoplasticismo in cui l'ereditarietà del costruttivismo si risolve in una sorta di quadratura a parete (vedi Preghiera del 2000), una topografia metallica fortemente magica, con vuoti o cavità abitati da rotoli che cercano un linguaggio estetico nelle relazioni tra proporzioni e intervalli e i cui vocaboli sono la luce, la qualità del metallo, il colore, le ombre e la valorizzazione dello spazio. v
L'opera, di tipo murale, presenta situazioni ottiche evidentemente studiate per la sua integrazione nell'architettura. Sorprende la capacità che ha Di Gennaro di lavorare alle sculture con materiali diversi, e con il ritmo assolutamente proprio che lo scultore è riuscito a cogliere liberando la sua vocazione costruttiva e facendovi confluire le culture plastico-architettoniche che avevano colpito la sua immaginazione. (...)» (Il simbolismo organicista di Pino Di Gennaro, di Carlo Franza)




Aldo Salucci - Stromboli C-Print Lambda montata sotto acrilico cm 122x182 © Aldo Salucci 2016 Aldo Salucci - Montagne estive - C-Print Lambda montata sotto acrilico cm 139x128 © Aldo Salucci 2016 MUD. Aldo Salucci
26 aprile (inaugurazione ore 18.30) - 09 maggio 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 - Milano
www.statuto13.it

L'artista dedica all'acqua gli scatti di grande formato (cm.122x182) che compongono il percorso espositivo, un tema a lui molto caro e ricorrente nella sua poetica. L'elemento naturale ripreso da distanze ravvicinate è soprattutto legato alla rappresentazione di fondali, metafora dell'inconscio, da cui emergono emozioni e significati intimi. Nei lavori di Aldo Salucci si scorge una particolare attenzione rivolta alla luce e al colore, che variano da un estremo all'altro, da colori luminosi e sfavillanti a toni scuri, legati alle profondità. Proprio a queste ultime fa riferimento il titolo MUD che rimanda ai fondali fangosi e bui che si contrappongono alle acque cristalline, in stretta analogia con gli stati d'animo della vita.

L'intensità delle immagini conduce il visitatore in atmosfere oniriche e introspettive, dove il più piccolo dettaglio assume pregnante importanza in quanto costituisce la connessione con sensazioni e vissuti personali e che allo stesso tempo crea innumerevoli possibilità di interpretazione. Lo si può osservare in Stromboli, una fotografia caratterizzata da una forza estrema, dai colori rossi accesi che attraverso piccole pietre vulcaniche e strisce di luce descrive un'atmosfera, un'esperienza impressa nell'animo dell'artista. In Topazio azzurro e giallo il fondale frastagliato vira il suo colore attraverso piccoli granelli di sabbia, che si mescolano e passano da una tonalità all'altra, e sembra rispecchiare i mutamenti del paesaggio interiore.

Sono inoltre presenti richiami evidenti al mondo reale sempre filtrato da un velo d'acqua come avviene in Montagne estive, dove si scorge attraverso una sorta di visione satellitare un paesaggio montano o in Ponza's flowers dove macchie di colore amaranto evocano un tappeto di fiori adagiati su un prato. In relazione al tema della mostra il curatore Massimiliano Bisazza afferma: "L'acqua dunque è sempre fautrice di vita ma può nascondere anche segreti che in quanto tali sono privati e confidenziali dove la capacità creativa dell'artista è palesata nel saper donare tante e tali sfumature ricche di lirismo e riletture inventive, fantasiose o... legate al suo vissuto". (Comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli
termina il 20 maggio 2017
Pinacoteca S. Cavallo - San Michele Salentino (Brindisi)

Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata, sezione pittura, continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca: conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti: Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Isgrò, Umberto Peschi, Edgardo Mannucci, Mario Nigro, Emilio Scanavino, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini, Zoren. Partecipa a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero.

Le sue opere sono esposte in permanenza nei maggiori musei in Italia e all'estero. Nel 2011 ospitato alla 54 Biennale di Venezia Padiglione Italia presso L'Arsenale, scelto da Tonino Guerra. Nella sua attività artistica è andato molto presto maturando, dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, un vivo interesse per la "carta", sentita come mezzo più congeniale di espressione artistica: in una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce piegandola manualmente lungo le incisioni.

In un secondo momento, sostituisce al cartoncino bianco, la carta trasparente, sempre incisa e piegata; o in fogli, che vengono disposti nell'ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli che si svolgono come papiri su cui le lievissime incisioni ai limiti della percezione diventano i segni di una poesia non verbale. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il segno geometrico, con il rigore costruttivo, viene abbandonato per una espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, il libero imprevedibile moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirico musicale. Oggi questo linguaggio si arricchisce sulla carta di toni e di gesti acquerellati acquistando una più intima densità di significati. Ha eseguito opere su carta, libri d'artista, su tela, ceramica, vetro con segni incisi e in rilievo in uno spazio lirico-poetico. La mostra è curata da Rita Fasano, con testo critico di Luigi Paolo Finizio. (Comunicato stampa)




Athos Faccincani - I Giardini della Guastalla e i colori dell'autunno - olio su tela cm.40x70 2017 Athos Faccincani - Tulipani e luce nel Giardino di Villa Reale - olio su tela cm.60x70 2017 Athos Faccincani. I giardini segreti
termina il 27 maggio 2017
Deodato Arte - Milano
www.deodato.com

Oltre trenta opere pittoriche, tra cui una serie di lavori inediti realizzati per l'occasione dedicati ai giardini di Milano. I colori accesi, la luce che invade la tela, la ricerca della serenità e della pace nella natura caratterizzano l'universo creativo di Athos Faccincani, che ha scelto il paesaggio quale soggetto prediletto della sua arte. In mostra i sette lavori inediti ad olio su tela offrono vedute di Milano attraverso scorci idilliaci di grandi spazi verdi, tra cui il Parco Sempione, il Parco Lambro, e piccoli angoli caratteristici come in Tulipani e luce nel Giardino di Villa Reale.

L'artista rende omaggio alla città ritraendo alcuni dei suoi luoghi più suggestivi attraverso un'esplosione di colori - lo si osserva in particolare nell'opera I Giardini della Guastalla e i colori dell'autunno - e offre al visitatore panorami dal sapore esotico come quello del Giardino di Villa Invernizzi, popolato da fenicotteri rosa. L'arte di Faccincani è un invito a cogliere la bellezza del quotidiano e manifesta la volontà dell'artista di contrastare le situazioni drammatiche della vita. Questo atteggiamento rappresenta una svolta nel suo percorso artistico, caratterizzato negli anni Settanta da uno stile vicino all'Espressionismo.

Dagli anni Ottanta tuttavia la sua ricerca si rivolge al colore e alla luce, in cui è possibile scorgere rimandi alla pittura impressionista. E' dalla necessità di esprimere sentimenti di gioia che nascono i suoi soggetti classici, tra cui le tele dedicate ai paesaggi di Positano, Santorini, Portofino, Venezia e alle albe, dalle quali emerge la fascinazione dell'artista per il Mediterraneo e per la sua vitalità. Ne sono esempio Portofino con campanelle, in cui il borgo sul mare è immerso in una natura rigogliosa adornata da colorate presenze floreali, e Alba accattivante in Provenza, avvolto da un'atmosfera serena, ad affermare una visione positiva del mondo.

Athos Faccincani (Peschiera del Garda, 1951) lavora come apprendista negli studi di diversi artisti e nel 1971 espone la sua prima personale. In seguito le sue mostre sono ospitate da prestigiose sedi in tutta Italia, Europa, Stati Uniti e Asia. Si ricordano le antologiche al Parlamento Europeo di Strasburgo, al Complesso Monumentale del Vittoriano a Roma, a Palazzo della Gran Guardia a Verona e le personali presso il Castello Sforzesco di Vigevano (Pavia), Castel dell'Ovo e Palazzo delle Arti PAN a Napoli. (Comunicato IBC Irma Bianchi Communication)




Opere dalla mostra alla Galleria Studio 71 "10.1 Una serata in..."
termina il 29 aprile 2017
Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo
www.studio71.it

La mostra prende spunto da una serata trascorsa in un ristorante di Marineo (Palermo) nel quale un gruppo di artisti si erano dati appuntamento per scambiarsi gli auguri di Natale, cenando e scherzando in modo molto goliardico, come accade sempre meno frequentemente, purtroppo. La scelta fu presa e si decise di realizzare una mostra itinerante facendo si che, se non è più l'appassionato d'arte ad andare per mostre, sarebbero stati gli artisti ad avvicinare le opere al pubblico, spesso disattento. L'arte è come una creatura, bisogna averne cura, sempre, accompagnandola affinché cresca bene nello spazio della mente a Lei riservato e molto frequentemente inutilizzato.

Scrive Vinny Scorsone nel suo testo in catalogo: "(...) La pensilina di un portone mi diede un temporaneo riparo. La pioggia continuava a cadere copiosa. Mi guardai intorno. La pulsantiera del citofono era illuminata. Era ancora una di quelle pulsantiere "umane", con scritti in evidenza i nomi degli occupanti gli appartamenti. Tanto per occupare il tempo, cominciai a leggerli: Antonella Affronti, Alessandro Bronzini, Sebastiano Caracozzo, Aurelio Caruso, Elio Corrao, Giuseppe Gargano, Gabriella Lupinacci, Sara Mineo, Cinzia Romano La Duca, Manuela Seicaru e Franco Nocera. (...)

La pioggia finalmente concesse una tregua ed io uscii dal mio riparo occasionale. Mi voltai verso il palazzo e lo guardai. Guardai le sue finestre; alcune erano illuminate, altre invece buie e mute. (...) Abbandonai quegli amici involontari fatti solo di lettere. La città mi fagocitò nuovamente con i suoi edifici...". Mi sovvenne un pensiero su quei nomi della pulsantiera, ma erano tutti quelli di Marineo, quelli che hanno interpretato le opere nelle quali è presente un aspetto di "una serata trascorsa in..." dipingendo magari anche qualche "stranezza". Sì, erano lì per la mostra. (Comunicato stampa)




TuttoPasotti
09 maggio (inaugurazione e presentazione ore 18.30) - 13 maggio 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

In occasione dell'uscita della monografia edita di Skira TuttoPasotti (edizione limitata con litografia originale dell'artista, tiratura 100 copie) sarà presentato il volume e verranno esposte una serie di opere realizzate a quattro mani da Silvio Pasotti e Debora Barnaba. Sono fotografie di Debora Barnaba di formato 70x100 in bianco e nero montate su alluminio; una copia di ciascuna foto, affiancata all'originale, riporta gli interventi pittorici di Silvio Pasotti.

Silvio Pasotti (Bergamo 1933) si forma ai corsi di Achille Funi all'Accademia Carrara di Bergamo. Dal 1949 entra a far parte dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche dove sperimenta nel campo della litografia. Tra 1953 e 1957 lavora in Spagna e in Francia. Prima personale alla Galleria della Torre di Bergamo nel 1955. Nel 1957 espone alla Arthur Gefies Gallery di Londra, nel 1958 da Schettini a Milano e alla Galerie Rindermarkti di Monaco di Baviera. In ambito Pop art attorno al 1960 esegue il ciclo di dipinti delle "Automobili" e delle "Lavatrici".

Del 1964 è una personale alla Galleria del Cavallino di Venezia. Collabora con architetti nella realizzazione di opere pubbliche: del 1964 sono le ambientazioni plastiche di grandi decorazioni a moduli seriali nelle scuole di San Donato Milanese e nel Palazzo dei Convegni di Sirmione. Nello stesso 1964 è tra gli artisti presenti nell'operazione "13 Festoman" alla Galleria Trivulzio di Milano e Parigi con Adami, Alechinsky, Arroyo, Errò, Lam Lebel, Matta, Pardi, Recalcati, Romagnoni, Rotella, Volpini. Nel 1967 partecipa alla rassegna milanese alla Galleria d'arte moderna "L'uomo e lo spazio". La sua iconologia dell'oggetto quotidiano si ammanta di valenze ironiche.

Attorno al 1970 giunge a una pittura ancora memore della lezione del Pop art inglese ma in cui Il disegno semplificato e la forte riduzione cromatica amplificano l'ambiguità dell'immagine rilevando le contraddizioni della pittura in generale e della pittura figurativa in particolare, per la quale l'artista elude la produzione di belle immagini risiedendo in ogni modo l'essenziale nel messaggio visivo stesso. Nel 1970 espone alla Galleria Borgogna di Milano presentato da R.Gassiot Talabot; nel 1971 alla Galleria Alfieri di Venezia. Agli inizi del decennio si situano il ciclo "Matrimonio all'italiana" e dipinti come L'appartamento in cui è ancora l'ironia a supportare la trasgressione dei canoni compositivi.

Perciò l'artista è considerato nel clima surrealista e come tale invitato tra i rari italiani nel 1973 alla rassegna ideata da José Pierre alla Pinacoteca di Bari "Dans la lumière du surréalisme". Del 1973 sono pannelli murali in alluminio per il Comune di Segrate e un grande mosaico per la scuola di Pieve Emanuele.Al 1975 datano Omaggio a Newton e Mon amour, opere eseguite durante un lungo soggiorno parigino in cui Pasotti espone alla Galérie Daniel Gervais (1975, vi ritornerà nel 1979). Nel 1976, rientrato a Milano, vi dipinge una serie di ritratti di famiglie lombarde, presentati in personale nel 1977 alla Galleria Schubert e nel 1978 alla Galleria Borgogna.

Si accentua nella sua pittura lo stile di superficie che propone campiture piatte per evidenziare l'artificio dell'immagine. Compie un cicli di dipinti dedicati al mito dell'auto Ferrari. Nel 1982, presentato da O. Calabrese, espone Grand Tour alla Galleria Borgogna, Candyde alla Galleria Schubert nel 1983 e Dalle Alpi alle Piramidi nel 1987, anno delle personali alla Galérie Platanes di Ginevra e alla Galleria del Naviglio di Milano. Nuove personali nel 1990 al Naviglio e alla Borgogna nel 1992, anno in cui espone il ciclo Italian People's al Teatro Sociale di Bergamo.

Debora Barnaba (Milano, 1985) è artista e fotografa. Dopo gli studi artistici in disegno e pittura si accosta da autodidatta al medium fotografico che, dal 2006, diventa la sua principale forma espressiva. Ha collaborato con nomi prestigiosi quali Maurizio Montagna, Roger Weiss, Giovanni Gastel e Oliviero Toscani, con cui, nel 2009, realizza un progetto riguardante la città di Firenze, successivamente pubblicato nel catalogo Santo Spirito. Nel 2010 la rivista Il Fotografo, importante testata di settore, le dedica la cover story. Nel 2011 esce la sua prima monografia Visioni del vuoto: Varese (Arterigere Edizioni, 2011), un catalogo comprendente i testi critici di Riccardo Crespi, Riccardo Manzotti e Sandro Iovine, che documenta in modo originale ed inedito la Città Giardino. Dal 2012 estende la sua sperimentazione anche nel video e collabora con il pittore Silvio Pasotti. Sin dall'inizio della sua carriera partecipa a diverse mostre collettive. Lavora come fotografa di moda e pubblica con riviste in tutto il mondo, tra cui L'Officiel, Cosmopolitan, OOB. (Comunicato stampa)

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Carlo Belli: Tra Futurismo e Astrazione
termina lo 06 maggio 2017
Galleria Cortina Arte - Milano
Presentazione

Maria Papa Rostkowska (1923-2008) - Le opere, gli amici, i luoghi
Galleria Virgilio Guidi - San Donato Milanese, 12 marzo - 30 aprile 2017
Presentazione




Picasso e Napoli: Parade
termina il 10 luglio 2017
Museo e Real Bosco di Capodimonte - Napoli
Antiquarium, Scavi di Pompei

Nel 2017 si celebra a Napoli e a Pompei il centenario del viaggio di Picasso in Italia che l'autore compì insieme a Jean Cocteau per lavorare con i Balletti Russi a Parade, balletto che andrà in scena a Parigi a maggio del 1917, su soggetto dello stesso Cocteau e musica di Erik Satie. Durante il soggiorno nel nostro paese l'artista fu a Napoli due volte, tra marzo e aprile del 1917, e a Pompei. L'evento espositivo - a cura di Sylvain Bellenger e Luigi Gallo - permetterà di sottolineare l'importanza dell'incontro diretto di Picasso con l'antichità a Pompei e soprattutto con la cultura tradizionale napoletana, aspetto totalmente nuovo negli studi picassiani, attraverso alcune fra le sue maggiori espressioni: il presepio, il teatro popolare e il teatro delle marionette. Con Parade, il pittore cubista torna alla sua prima ispirazione legata al mondo del circo, rinnovando inoltre l'interesse per la tradizione classica, evocata poi da Cocteau con il suo Richiamo all'ordine.

La reggia di Capodimonte ospiterà nella sala da ballo il sipario Parade. Sarà a Napoli, per la prima volta, la più grande opera di Picasso, di capitale importanza per l'arte moderna, una tela di 17 metri di base per 10 di altezza, conservata al Centre Georges Pompidou di Parigi ma, per le sue dimensioni, esposta solo in rare occasioni -al Brooklyn Museum (New York 1984); al Palazzo della Gran Guardia (Verona 1990); a Palazzo Grassi (Venezia 1998) e al Centre Pompidou di Metz (2012-2013). L'opera sarà accompagnata in mostra da un'ampia selezione di lavori del pittore spagnolo.

Sul rapporto di Picasso con il teatro e la tradizione partenopea, a Capodimonte saranno inoltre esposti i bozzetti eseguiti dall'artista per il balletto Pulcinella (in scena nel 1920 a Parigi con musiche di Stravinsky e coreografie di Massine) insieme a alcune marionette e pupi della maschera napoletana dalla collezione Fundación Almine y Bernard Ruiz-Picasso para el Arte. Il Museo di Capodimonte ha programmato per l'occasione una serie di eventi collaterali tra cui 5 concerti con il conservatorio San Pietro a Majella, 1 coreografia inedita dedicata al balletto di Rosalba Quindici, e un performance creata e interpretata da Valeria Apicella.

L'Antiquarium di Pompei accoglierà i costumi del balletto disegnati dall'artista, che fu a Pompei nel marzo del '17. A conferma dell'influsso dell'iconografia teatrale sull'arte di Picasso e per celebrarne la passione per la maschera, i costumi saranno messi a confronto con una raccolta di maschere africane, insieme a una scelta di reperti archeologici dal sito, tra cui un gruppo di maschere teatrali, per la maggior parte inedite (antefisse, lastre a rilievo, erme, statue...).

Il confronto inedito fra i riferimenti antichi e l'arte nègre è sottolineato a Pompei dal magnifico bozzetto del quadro manifesto del cubismo Les demoiselles d'Avignon dipinto nel 1907 e esposto per la prima volta con grande clamore nel 1916. Quest'estate il Teatro Grande di Pompei ospiterà il 27, 28 e 29 luglio due balletti con la coreografia di Leonide Massine: Parade su musica di Erik Satie e Pulcinella su musiche di Stravinskij, entrambi interpretati dai primi ballerini, solisti e corpo di ballo del Teatro dell'Opera di Roma.

Anche il Teatro di San Carlo di Napoli ricorda i 100 anni dalla visita di Pablo Picasso e partecipa alle iniziative in occasione dell'esposizione di Parade a Capodimonte, proiettando in loop, sul monitor collocato nel Foyer degli Specchi, e a Memus (Museo e Archivio Storico del Teatro di San Carlo), per il periodo della, i filmati di due balletti realizzati dal Teatro dell'Opera di Roma, nel 2007, in occasione di una serata Picasso - Massine, che comprendeva Parade, balletto realistico su musica di Erik Satie e Pulcinella su musica di Igor Stravinskij. Dunque, negli orari di apertura del Teatro, tutti i visitatori che vi entreranno tramite visite guidate, e tutti coloro che assisteranno agli spettacoli nei prossimi mesi, potranno, nel foyer, ricordare l'impatto teatrale di Picasso scenografo, in due capolavori assoluti nella storia della danza. (Comunicato stampa Electa)




Immagine della locandina della mostra Una matita italiana a Hollywood - Giacomo Ghiazza Storyboard Artist Una matita italiana a Hollywood
Giacomo Ghiazza Storyboard Artist


termina il 17 settembre 2017
Palazzo Mazzetti - Asti
www.palazzomazzetti.it

Le maggiori produzioni fantascientifiche e d'azione degli ultimi trent'anni nei disegni dello storyboard artist Giacomo Ghiazza. Esposizione, a cura di Umberto Ferrari e Giacomo Ghiazza. Matita italiana a Hollywood, Ghiazza è attivo nel cinema statunitense dalla fine degli anni Ottanta. Ha collaborato con importanti registi (Barry Levinson, Paul Verhoeven, John Carpenter, John Woo, Ang Lee) ed attori (Arnold Schwarzenegger, Tom Cruise), contribuendo alla riuscita di popolarissime saghe come Pirati dei Caraibi, Mission: Impossible e Hunger Games. Oltre ad una cospicua selezione di disegni dell'artista, ordinati in sequenze tali da rappresentare un'idea del suo lavoro per ogni lungometraggio, l'esposizione offre ai visitatori un viaggio nella macchina-cinema, attraverso il racconto di una delle sue professioni meno conosciute - quella dello storyboard artist - arricchito anche dalla presenza di manifesti, fotografie, musiche e proiezioni.

Lo storyboard artist costituisce un punto di contatto fra l'arte più antica, quella semplice del disegno a mano, e quella più moderna, delle immagini in movimento e degli effetti visivi più sofisticati. Il suo ruolo, nell'ambito della produzione di un film, è fondamentale soprattutto quando si devono effettuare sequenze acrobatiche con stuntmen, per le quali tutti i dettagli devono essere pianificati in anticipo. Realizza una sorta di sceneggiatura per immagini che consente di visualizzare le sequenze prima che vengano girate. Gli storyboard costituiscono, dunque, l'equivalente visivo di quello che è una sceneggiatura per i dialoghi o una partitura per la musica.

Giacomo Ghiazza, originario di Asti, da trent'anni negli Stati Uniti, dopo gli studi artistici e una breve esperienza a Roma, dove comincia a disegnare storyboard per la pubblicità, viene folgorato dalla visione di Incontri ravvicinati del terzo tipo e dalla lettura di un libro che raccoglie i disegni realizzati per I predatori dell'arca perduta, entrambi di Steven Spielberg. Nel 1985 parte per l'America e nel 1988, con la scelta di trasferirsi a Los Angeles, centro nevralgico della produzione hollywoodiana, comincia per lui una carriera che continua ancora oggi con successo, contando decine di lungometraggi, come Robocop 2, Speed, Twister, Fuga da Los Angeles, Face/Off, Vita di Pi.

La storia del cinema è legata ad Asti fin dai suoi albori. La città dette infatti i natali al regista Giovanni Pastrone, uno dei pionieri della settima arte, che nel 1914 con il kolossal storico Cabiria fece scuola in tutto il mondo per l'imponenza dei mezzi tecnici e artistici, citato e studiato da registi come David Wark Griffith, il padre del cinema americano. Il catalogo della mostra è a cura di Umberto Ferrari (Sagep, 2017) con prefazione del Maestro Paolo Conte. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

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Graffiti animati - I cartoon da emozioni a gadget (Recensione al libro)




Ottorino Davoli - Paesaggio montagna - olio su tavola, cm.10x14 Ottorino Davoli - Nave - olio su tavola cm.15x22 Ottorino Davoli
Maestro del naturalismo padano


termina il 27 maggio 2017
Phidias Antiques - Reggio Emilia
www.phidiasantiques.com

Ad oltre quindici anni dalla retrospettiva allestita ai Musei Civici, Ottorino Davoli (Reggio Emilia 1888 - Venezia, 1945) torna a Reggio Emilia con una mostra promossa da Phidias Antiques. Un ampio approfondimento dedicato al maestro del naturalismo padano, con opere di grande rilievo provenienti da collezioni private. In esposizione, una ventina di dipinti ad olio su tela, prevalentemente degli anni '20 e '30: ritratti di uomini illustri, nature morte, paesaggi padani e scene di vita quotidiana, unitamente ad alcune marine e città d'arte.

Come scriveva Giuseppe Berti nel volume pubblicato a corredo della mostra "Ottorino Davoli, 1888-1945" (Musei Civici di Reggio Emilia, 2001), nel decennio 1924-1934: «Ottorino Davoli, cresciuto nel grembo dei caldi umori della campagna, conserva per tradizione di sangue un amore fedele verso la terra, verso i suoi sapori densi e carnosi (...). Per lui il Novecento non è altro che una rilettura postimpressionista del naturalismo padano: una correzione di rotta, insomma, che gli consente di consolidare i volumi e le forme, di operare una calibrata sintesi formale sostenuta da un'esigenza di ordine plastico (...). Alla maggiore fermezza plastica si contrappone, sempre, una materia fragrante di toni in cui mai viene meno la luce che varia per l'ora e per la stagione».

Aperta nel 1976 a Reggio Emilia da Antonio e Claudio Esposito, la galleria Phidias è specializzata in arredi neoclassici, pittura e scultura europea del XVIII e XIX secolo. Dal 1988 al 1998 alla sede reggiana si affianca uno spazio milanese, nel quale si tengono varie esposizioni tematiche (pittura orientalista del XIX secolo, candelabri francesi del periodo della Rivoluzione, scultura del XIX secolo). Alle fine degli anni '90 si sceglie di privilegiare ed ingrandire la sede di Reggio Emilia con l'apertura di un nuovo showroom in un palazzo nobiliare del centro storico. Phidias partecipa a diverse mostre dell'antiquariato come l'Internazionale di Milano, il Gotha a Parma e Modenantiquaria. Phidias, oltre alla attività legata all'antiquariato, si occupa di arredamenti di interni seguendo il cliente nella scelta degli oggetti e nella divisione degli spazi. Diversi lavori sono stati pubblicati sulle maggiori riviste del settore. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Elio Marchegiani - Grammature di colore - pigmenti su intonaco cm.64,5x54,5 1979 Elio Marchegiani
Il peso del colore - le grammature degli anni '70


termina il 29 aprile 2017
Galleria de' Bonis - Reggio Emilia
www.galleriadebonis.com

Conoscenza dell'arte, metodo scientifico, studio dei materiali e visione del fare artistico trasversale a diverse discipline compongono l'universo pittorico di Elio Marchegiani. L'esposizione si concentra sulle "Grammature di colore", fortunato ciclo pittorico degli anni '70. In questa serie, Elio Marchegiani, da sempre interessato al dialogo fra scienza e arte, si propone con successo di indagare il peso fisico del colore. Le opere consistono, dunque, in strisce di pigmenti disposte su vari supporti: intonaco, lavagna e addirittura rame. Per ognuna di esse, l'artista individua il peso esatto del colore impiegato.

Da un processo artistico affrontato con un approccio scientifico e filosofico - il "peso del colore" non potrebbe essere interpretato anche come una profonda metafora del senso della pittura? - nascono opere estremamente armoniose ed equilibrate, governate da una geometria che non è mai rigida, ma sempre leggera e impalpabile come i pigmenti di cui è fatta. Il percorso della mostra comprende opere scelte su intonaco, lavagna, rame ed anche oro zecchino 24 Kt. Di particolare rilevanza, una delle primissime grammature su lavagna del 1973 e due rari lavori su intonaco con cornice bianca.

Elio Marchegiani (Siracusa, 1929) inizia a dipingere e ad organizzare eventi culturali in Sicilia, per poi iniziare a viaggiare e a lavorare a Parigi, Milano, Roma, Bologna. Mario Nigro e Gianni Bertini sono i primi artisti che stimolano veramente la sua fame di ricerca e sperimentazione ma sarà affascinato e influenzato molto anche dall'esempio e dalla frequentazione di Giacomo Balla, Marcel Duchamp e Lucio Fontana. Buona parte del suo lavoro si basa sul rapporto fra scienza e arte, con un approccio a quest'ultima decisamente multidisciplinare. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Urbino e, nel 1968, è invitato alla Biennale di Venezia, partecipazione che verrà replicata anche nel 1972 e nel 1986. Nel corso della sua carriera realizza diverse opere e installazioni pubbliche (Parigi, New York, San Francisco). Sue opere sono presenti in importanti collezioni pubbliche e private in Italia e all'Estero. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Locandina della mostra di Chris Gilmour alla Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone Chris Gilmour
termina lo 07 maggio 2017
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea - Monfalcone

La mostra, a cura del direttore della Galleria e del Museo Anna Krekic, propone al pubblico una serie di opere che ben rappresentano l'originale linguaggio dello scultore inglese (1973), da vent'anni diviso tra il Friuli Venezia Giulia e il Regno Unito e oggi noto a livello internazionale. La ricerca di Gilmour si concentra sulla creazione di sculture in cartone, una materia umile e immediata che l'artista utilizza per riprodurre minuziosamente oggetti quotidiani, costringendo lo spettatore a osservarli con occhi nuovi. Il materiale inatteso estrae dal loro contesto le cose di tutti i giorni e ci consente di creare con esse una relazione inedita: le riconosciamo e, senza essere distratti dal loro aspetto abituale, ci concentriamo finalmente sulla loro forma e su tutti i più minuti dettagli, che normalmente passano inosservati. L'effetto è sorprendente: una riscoperta del mondo che ci circonda, nella consapevolezza che non ne sappiamo mai abbastanza. (Comunicato stampa)




Alberto Manfredi - Paesaggio - olio su tela cm.66x72 1985 - foto Fabio Fantini Antonio Ligabue - Pascolo - senza data (1948-1949) olio su tavola di faesite cm.8,7x12 - foto Fabio Fantini Giorgio Griffa - Sezione Aurea n.989 - acrilico su tela cm.100x135 2010 Landscapes: Declinazioni in giallo e in verde
termina il 30 giugno 2017
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Mostra collettiva con opere di Valerio Adami, Giorgio Griffa, Antonio Ligabue, Elio Marchegiani e Graham Sutherland. L'esposizione, che trae il titolo da un acquerello su carta di Graham Sutherland (Landscape, 1974), è dedicata al tema del paesaggio, inteso come luogo reale o immaginario, con figure e animali, sequenze ritmiche e creste materiche. Trait d'union, la dominante cromatica giallo-verde, colore della natura che si risveglia e simbolo di un nuovo inizio. Il percorso della mostra comprende due opere di grandi dimensioni di Valerio Adami, maestro della Pop Art italiana, caratterizzate da campiture piatte di colore all'interno di contorni netti, la "Sezione Aurea n°989" di Giorgio Griffa, esponente della Pittura Analitica, invitato da Christine Macel alla 57. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia e due paesaggi ad olio su tavola di Antonio Ligabue riconducibili agli anni 1948-49.

Presenti inoltre due "Grammature di colore" ad intonaco su lavagna di Elio Marchegiani che, negli anni '70, si proponeva di giungere ad una sintesi astratto-geometrica dell'affresco italiano, infine Graham Sutherland, artista inglese scomparso nel 1980, le cui forme sono sottoposte ad una continua metamorfosi che ci restituisce una natura frammentaria e destrutturata. La mostra è completata da opere selezionate di Enrico Della Torre, Omar Galliani, Herbert Hamak, Alberto Manfredi, Carlo Mattioli, Piero Ruggeri e Giuseppe Spagnulo. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opere di Marcello Morandini, Paolo Ghilardi e Alberto Zilocchi dalla mostra iafkg internationaler arbeitskreis für konstruktive gestaltung iafkg - internationaler arbeitskreis für konstruktive gestaltung
Marcello Morandini | Paolo Ghilardi | Alberto Zilocchi


termina il 30 giugno 2017
Archivio Alberto Zilocchi | Archivio Paolo Ghilardi - Milano

Opere di Marcello Morandini, Paolo Ghilardi e Alberto Zilocchi, che negli anni '70 facevano parte del Gruppo di Lavoro Internazionale per l'Arte Costruttiva, con sede ad Anversa e Bonn per la ricerca di nuove forme di espressività artistica.

Il percorso espositivo di Marcello Morandini (Mantova, 1940) inizia negli anni Sessanta con mostre personali alla celebre Galleria del Naviglio; partecipa con una sala personale alla XXXIV Biennale d'Arte di Venezia nel 1968 e alla XLII Biennale Arte e Scienze di Venezia del 1986; dagli esordi artistici con il sostegno critico di Germano Celant, Umbro Apollonio e Gillo Dorfles all'invito a rappresentare l'arte italiana alla IX Biennale di s. Paolo in Brasile. Nel 1976 ad Anversa, insieme con Alberto Zilocchi e altri, è tra i co-fondatori del Centro Internazionale di Studio d'Arte Costruttiva.

Tra le tappe principali del suo successo, la partecipazione a Documenta 6 di Kassel nel 1977 e a Documenta Urbana (Kassel, 1982) con Attilio Marcolli e ancora l'installazione permanente di grandi sculture davanti ai Musei tedeschi: al Museum Joseph Albers a Bottrop, al Museum für KonKrete Kunst di Ingolstadt, al Wilhelm Hack Museum di Ludwigshafen, all'Europaisches Museum di Selb e al Das Kleine Museum di Weissenstadt. Con la realizzazione di opere di design, ha collaborato con molte aziende svizzere, tedesche, giapponesi e italiane.

I suoi oggetti sono esposti in molti musei internazionali. A partire dagli anni '80 ambiziosi progetti architettonici caratterizzano la ricerca di Morandini, alcuni di questi realizzati principalmente in Germania, Singapore e Malesia oltreché a Varese, città in cui vive dal 1946. E' in corso al Museo MA*GA di Gallarate (Varese) una grande mostra dedicata all'artista, designer e architetto Marcello Morandini ILBIANCOILNERO a cura di Marco Meneguzzo ed Emma Zanella (fino al 16 luglio 2017).

Alberto Zilocchi (Bergamo 1931 - 1991) ha frequentato l'Avanguardia artistica di Milano a partire dalla metà degli anni '50. Ha conosciuto Lucio Fontana - con il quale ha esposto nel 1960 alla Galleria della Torre di Bergamo - Enrico Castellani, Agostino Bonalumi e soprattutto Piero Manzoni, con il quale ha firmato il Manifesto del Bar Jamaica nel 1957 insieme con altri frequentatori di quel famoso punto d'incontro artistico-culturale milanese, tra i quali Guido Biasi, Angelo Verga, Ettore Sordini, ed ha partecipato alla prima mostra alla Galleria Azimut di Milano, dal 22 dicembre al 3 gennaio 1960, insieme con lo stesso Manzoni e con Anceschi, Boriani, Castellani, Colombo, Dadamaino, De Vecchi, Mari e Massironi.

Avvicinatosi verso la fine degli anni '60 anche alle Avanguardie del Gruppo Zero di Düsseldorf, Alberto Zilocchi inizia a realizzare i Rilievi, opere caratterizzate da parti sollevate sulla loro superficie, tutte di un rigoroso ed esclusivo colore bianco acrilico opaco, su supporti lignei molto spesso quadrati come opere singole, oppure concepiti in serie, dando vita ad una rappresentazione tridimensionale dello spazio formato da linee sollevate che formano luci ed ombre, linee che Zilocchi talvolta definiva tagli. Con frequenti esposizioni in tutta Europa, l'evoluzione artistica di Alberto Zilocchi lo porta verso la metà degli anni '70 ad abbracciare il Movimento Nord Europeo dell'Arte Concettuale Costruttivista Concreta, divenendo attivo nel Centro Internazionale di Studi d'Arte Costruttiva.

Inizia a realizzare anche delle Linee, ricerca che svilupperà per tutti gli anni '80. L'attività artistica di Alberto Zilocchi con estensione in vari campi, come quello della scenografia per il Teatro Donizetti di Bergamo nei primi anni '60, lo ha visto protagonista in oltre 100 mostre personali e collettive in Italia e in gran parte nel Nord Europa tra il 1957 e il 1990. Dopo la sua scomparsa nel 1991, la famiglia non ha più reso disponibili i suoi lavori. Grazie all'attività di ricerca del collezionista Maurizio de Palma insieme alla Famiglia Zilocchi nel 2016 è stato costituito a Milano l'Archivio Alberto Zilocchi, che in collaborazione con la galleria Spazio Testoni di Bologna ha avviato la riscoperta di questo artista con la sua prima personale postuma a Bologna nel marzo-aprile 2016, dopo una prima presentazione in Solo Show in Arte Fiera Bologna 2016, poi a Lugano per la prima edizione di Wopart con opere su carta nel settembre 2016, seguita da una personale alla Werkstattgalerie a Berlino nel dicembre 2016 e nuovamente in Arte Fiera Bologna 2017.

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Paolo Ghilardi: Traiettorie Policrome
termina il 30 giugno 2017
Galleria Spazio Testoni - Bologna
Presentazione




Immagine dalla locandina della mostra di Viviana Chiosi alla Galleria Doppia V di Lugano Viviana Chiosi
termina il 10 maggio 2017
Galleria Doppia V - Lugano
www.galleriadoppiav.com

La Galleria Doppia V inaugura la nuova stagione espositiva con una personale dell'artista ticinese Viviana Chiosi. L'esposizione, prevede oltre novanta opere tra dipinti, collages, oggetti e tele di grandi dimensioni. Scrive Alessia Giglio Zanetti, concludendo il suo testo in catalogo: "Quelle ritratte da Viviana Chiosi sono le facce che ci appartengono, Inside Out, a volte riettono l'immagine di un risveglio sinistro, l'ansia, la noia, la voglia di riuscire contro ogni ostacolo, a volte fanno riemergere i nostri ricordi dal bugigattolo traboccante che ritroviamo nell'adulto che siamo, mai dimenticate e soprattutto mai perdute." L'8 aprile la Galleria Doppia V aderisce alla giornata Open Gallery #13, evento organizzato dalla città di Lugano. (Comunicato stampa)




La Raccolta Salce
www.studioesseci.net

E' stata spostata ad un fine settimana tra maggio e giugno l'apertura al pubblico del nuovo museo Nazionale Collezione Salce inizialmente prevista in aprile. La più importante raccolta del settore in Italia e in Europa, che divide il primato con il parigino Musée de la Publicité (oggi Museé des arts décoratives), ha trovato collocazione in due antichi spazi nel cuore di Treviso. Si tratta della medievale Chiesa di Santa Margherita e dell'edificio comunicante con la Chiesa di San Gaetano. Nella prima delle due, la chiesa di Santa Margherita, stanno trovando collocazione, in grandi cassettiere tecnologiche, i 24.580 manifesti raccolti da Nando Salce e dalla moglie Regina Gregory. E, accanto ad essi, i laboratori scientifici indispensabili per garantire la loro perfetta conservazione e manutenzione.

"Naturalmente questi ambienti sono stati pensati per la conservazione e non per una fruizione pubblica allargata, chiarisce Marta Mazza, direttore del nuovo Museo Statale Collezione Salce. "Per ovvi motivi di conservazione e gestione l'accesso diretto a questo grande deposito sarà limitato agli studiosi. Tuttavia ciò che non può essere fisicamente messo a disposizione del pubblico, viene integralmente posto a disposizione di tutti, accedendo al sito www.collezionesalce.beniculturali.it dove vengono proposte le immagini di tutti i 24.580 nostri manifesti. A regime, a fine 2018, in Santa Margherita potrà essere ricavato anche uno spazio ulteriore per esposizioni dedicate."

Per l'apertura degli spazi museali di San Gaetano prevista la prima di tre successive mostre di un ciclo denominato "Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce". La mostra di apertura darà conto, per capolavori assoluti, della parte più antica della Raccolta, quella dedicata alla "La Belle Epoque". Le mostre successive riguarderanno i manifesti del periodo "Tra le due guerre" e, infine, "Dal secondo dopoguerra al 1962". In modo da offrire, nell'arco di un anno, un excursus, sia pure di estrema sintesi, nel percorso temporale della magnifica Collezione che accoglie manifesti datati tra il 1885 e il 1962.

Nel 1895, fu l'immagine di una procace donnina che campeggiava, per opera di Giovanni Maria Mataloni, nel manifesto della "Società Anonima Incandescenza a Gas" a colpire Nando. Che, al prezzo di una lira, riuscì ad ottenere dall'attacchino comunale l'agognata immagine. Era l'inizio di una passione che lo avrebbe portato, anche con l'aiuto della moglie Regina Gregory, ad accumulare nella loro casa migliaia di manifesti. Nemmeno Nando riusciva a conoscere il numero dei pezzi da lui raccolti, tanto che l'inventario effettuato dopo il suo lascito della Collezione al Ministero li ha quantificati in poco meno di 25 mila, il doppio di quanto il collezionista supponesse. Ma a colpire della Collezione Salce non è solo il dato quantitativo, oggettivamente strabiliante per una singola collezione privata, bensì sopratutto quello qualitativo.

Per questa sua passione Nando volle essere affiancato anche di esperti al massimo livello, creando una rete di rapporti che gli garantirono il meglio di quanto veniva proposto in Italia (ma non solo) nel settore della grafica pubblicitaria. Così come riuscì a intessere rapporti di collaborazione con editori e tipografi specializzati nel ramo pubblicitario (Wild e Tensi di Milano, Alessandro Marzi di Roma, Salomone di Roma, Chappuis di Bologna, Ricordi di Milano, Cassan di Tolosa, Hirth's Verlag e Bruckmann di Monaco di Baviera), con le ditte e le aziende committenti, con gli stessi cartellonisti (del Mataloni, l'autore del primo manifesto collezionato, rimase ammiratore fedele, al punto da commissionargli il disegno della sua carta intestata), con gallerie specializzate (Sagot di Parigi).

A 55 anni dalla scomparsa del collezionista e dal sua lascito, la Collezione ha trovato una collocazione consona, dopo essere stata ospitata in modo provvisorio in diverse sedi, tra cui i Civici Musei di Treviso. Tutti i 24580 manifesti Salce sono stati catalogati e fotografati e, con l'apertura del Museo, saranno disponibili anche on line. Tappe di un progetto organico che ha consentito di assicurare loro una "casa" definita e che segna un momento importante per la valorizzazione pubblica di questo immenso, affascinate patrimonio. Che non riguarda solo la storia della comunicazione ma anche quasi un secolo di storia del costume dell'Italia e degli italiani". (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Catherine Wagner - Ombre 061 - cm.95.3x127 2015 Catherine Wagner - Oggetti Avvolti - 132: 007: 750: 061 - Quadrittico cm.54x40.6 cad. 2015 Catherine Wagner
In Situ: Traces of Morandi


termina lo 03 settembre 2017
Museo Morandi - Bologna

Il Museo Morandi prosegue nell'intento di valorizzare la propria collezione anche grazie a un programma di mostre temporanee tese ad accostare il lavoro di Giorgio Morandi all'opera di artisti che a vario titolo si sono a lui ispirati. Dopo Alexandre Hollan, Wayne Thiebaud, Tacita Dean, Rachel Whiteread e Brigitte March Niedermair, è Catherine Wagner a confrontarsi con l'opera del maestro bolognese.

La mostra In Situ: Traces of Morandi, a cura di Giusi Vecchi, che propone 21 lavori dell'artista americana, realizzati tra il 2015 e il 2016. Nel corso della sua più che trentennale carriera, Catherine Wagner ha studiato l'ambiente costruito come metafora del modo in cui creiamo le nostre identità culturali, usando la fotografia per analizzare le diverse modalità in cui l'uomo ha plasmato il mondo. L'artista ha soggiornato a Bologna per diverso tempo durante gli anni scorsi per lavorare nello studio di Casa Morandi - in quella che fu l'abitazione di Giorgio Morandi per gran parte della sua vita - e ha inoltre operato nello studio della casa di Grizzana per confrontarsi con la rigorosa logica strutturale e la poesia delle nature morte morandiane.

Catherine Wagner ha immaginato nuove nature morte con gli oggetti che l'artista bolognese rappresentava nelle sue opere, astraendo da questi modelli, sia formalmente che concettualmente, nuove composizioni attraverso la ripetizione e la natura effimera dell'ombra. Ne è nata la prima serie in mostra, intitolata Shadows, in cui sono fotografate solo le ombre proiettate delle sue composizioni, creando immagini dematerializzate in cui i solidi sembrano inafferrabili, racchiusi nell'aura vibrante al margine della loro parvenza. Gli oggetti di Morandi nelle fotografie di Wagner sono sollevati dalla loro tangibile presenza e diventano ombre effimere e trascendenti. Nell'altra serie, Wrapped Objects, gli oggetti sono stati avvolti dall'artista in un foglio di alluminio per dotarli di una nuova pelle che mascherasse la patina della storia re-immaginandoli in un presente astratto.

Osservando le nature morte di Morandi, accanto alla gamma di colori tenui che le caratterizzano a prima vista, Catherine Wagner ha identificato aree distinte di colore saturo: variazioni di cobalto, ambra, vermiglio, arancio bruciato e verde chartreuse. L'artista ha classificato e registrato metodicamente questi colori per definire i gel colorati posti come filtri sulle luci in studio e creare così i campi di colore in cui sono immerse le fotografie in mostra. Anche l'apparente oggettività dei titoli rimanda al numero di catalogo dei filtri colorati usati dall'artista e nei casi in cui ha usato più di un filtro o due volte lo stesso, i numeri nel titolo sono due.

In numerosi lavori Catherine Wagner adotta un formato tipologico che sottolinea la giustapposizione tra similitudini e differenze riecheggiando la serialità morandiana. Con questa tassonomia l'artista californiana affronta un'incisiva e sistematica astrazione: per lei, infatti, la sfida alla dinamica tra rappresentazione e astrazione è motore essenziale del proprio lavoro e nelle opere in mostra al Museo Morandi si esamina il modo in cui questa tensione anima i concetti di tempo, solidità e forma. Sono esposte anche due fotografie con cui Wagner rende omaggio alle vedute di paesaggio che il maestro bolognese amava contemplare e dipingere dalle finestre del suo studio a Grizzana.

In Situ: Traces of Morandi è accompagnata da un catalogo bilingue italiano/inglese Edizioni MAMbo, che include un'intervista all'artista a cura di Giusi Vecchi e un testo critico di Peter Benson Miller, Andrew Heiskell Arts Director alla American Academy di Roma. L'esposizione si avvale della collaborazione della Anglim Gilbert Gallery di San Francisco e della Gallery Luisotti di Los Angeles, così come dell'University of California Education Abroad program, Bologna.

Catherine Wagner (San Francisco 1953) ha lavorato nell'ambito della fotografia e dell'arte "site-specific", ha tenuto conferenze in diversi musei e università americani e insegna arte presso il Mills College di Oakland, California. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui Rome Prize (2013-14) e Guggenheim Fellowship. Nel 2001 è stata nominata da Time Magazine come una delle persone più innovatrici dell'anno nel campo dell'arte. Ha realizzato mostre personali presso alcuni fra i più importanti musei americani e le sue opere sono rappresentate in collezioni internazionali. (Comunicato stampa)




Paolo Minoli - Trasfigurato - acrilici su tela e rilievi in legno cm.120x120 1983 - foto Dario Lasagni Paolo Paolo Minoli - Fase Singola - acrilici su tavola cm.70x70 1972 - foto Dario Lasagni Paolo Minoli - In Volo - acrilici su legno cm.42x41x31 1991 - foto Dario Lasagni 
Paolo Minoli -...i vuoti scolpiti... - acrilici su tavola cm.173x188 1989 Paolo Minoli
Opere 1970-2004

termina il 14 maggio 2017
Galleria Bonioni Arte - Reggio Emilia
www.bonioniarte.it

Mostra retrospettiva, curata da Niccolò Bonechi, con un testo di Riccardo Zelatore, realizzata in collaborazione con Casaperlarte Fondazione Paolo Minoli di Cantù (Como). Progetto che intende rileggere il percorso artistico di Paolo Minoli in senso cronologico, a partire dagli anni '70 e '80, segnati dal dialogo con Bruno Munari, Luigi Veronesi ed altri protagonisti del panorama culturale italiano, sino al 2004, anno della sua scomparsa. Una ricerca, quella di Paolo Minoli, che si inserisce, per l'indirizzo analitico-costruttivo e le sperimentazioni cromatico-formali, nell'ambito delle esperienze dell'Arte Concreta, sviluppatasi dopo l'Informale. In mostra, una quindicina di dipinti ad acrilico su tela o su tavola, alcuni dei quali di grandi dimensioni, unitamente ad alcune carte e sculture, a volte nate come studi preparatori per installazioni monumentali.

«La ricerca dell'artista/teorico Paolo Minoli - spiega il curatore - vive di continue duplici dialettiche, tra tempo e spazio, ambiente e superficie, intero ed esterno, pittura e scultura. Al centro di questi contatti/contrasti vi è l'incessante interesse verso il concetto di colore, sia esso inteso come derivato dello spettrometro della luce o come indicatore delle emozioni umane». «Se volessi azzardare un tentativo di restituzione del valore che Paolo Minoli ha avuto nella storia dell'arte visiva nostrana degli ultimi quarant'anni - aggiunge Riccardo Zelatore - la definizione che userei con maggior disinvoltura è protagonista, e non solo a Cantù e Milano e non solo lombardo. Minoli è stato un artista che ha lavorato con una dedizione, un rigore, una coerenza e una meticolosità tali da permettergli di mettere in campo una sequenza densissima di prove e di esperienze. La mia non è posizione partigiana, motivata da un rapporto amicale autentico e da un legame profondo con l'artista, quanto dalla ricchezza di forza e stupore che queste opere mantengono e rinnovano a ogni nuova esposizione».

Paolo Minoli (Cantù - Como, 1942-2004) frequenta la casa del pittore Enrico Sottili e, da studente, lo studio dello scultore Gaetano Negri. Si diploma nel 1961 all'Istituto Statale d'Arte di Cantù, dove insegna dal 1964 al 1978. Dal 1977 al 1978 fa parte del gruppo di ricerca "L'interrogazione sistematica" con Nato Frascà e Antonio Scaccabarozzi. Dal 1979, all'Accademia di Belle Arti di Brera in Milano è docente del corso speciale di "Cromatologia" e collabora, in qualità di consulente, con aziende per l'applicazione di soluzioni cromatiche nella produzione industriale. E' stato direttore artistico della collana d'arte pubblicata dalle edizioni "RS" di Como (1975-1986) e, dal 1986 al 1989, del laboratorio serigrafico "On Color" di Cantù, in collaborazione con diversi artisti, fra i quali Mario Radice, Carla Badiali, Aldo Galli, Bruno Munari, Luigi Veronesi, Max Huber, Piero Dorazio e Mario Nigro.

Nel 1982 è invitato alla "XL Biennale Internazionale d'arte" di Venezia, dove è nuovamente presente nel 1986. Realizza per la "Plaz" a Saulgau, nel 1992, una scultura d'acciaio di 8 metri d'altezza intitolata "Nelle ali del vento". Nel 1994 è collocata presso il parco del Museum Bertholdsburg a Schleusingen la scultura in acciaio di 7 metri di altezza "Nelle ali del canto". Nel 1997 è collocata, sul lato Nord della rocca dei Musei Civici di Riva del Garda, la scultura "Ballerina" in acciaio di 9 metri di altezza e 5x2 di base. Nel 1998 è presente alla mostra "Arte Italiana. Ultimi quarant'anni. Pittura aniconica" alla Galleria d'Arte Moderna di Bologna.

Per iniziativa di Paolo Minoli è stata costituita Casaperlarte finalizzata alla promozione dell'arte contemporanea nelle sue diverse espressioni. Il 23 dicembre 2004, pochi giorni dopo la sua scomparsa, è inaugurata a Cantù "Asteria... tra le pieghe del vento e la porta delle stelle", una scultura monumentale in acciaio corten alta 5,30 metri, collocata all'ingresso della città. Nel dicembre 2014 la città di Como ha organizzato, in collaborazione con la fondazione, la mostra personale "Paolo Minoli. Itinerari tra arte e scienza" presso la Pinacoteca Civica ripercorrendo in modo agile, ma esaustivo, tutto il suo percorso creativo. Nello stesso mese l'Accademia di Belle Arti di Brera ha organizzato una giornata convegno dal titolo "Paolo Minoli. Metodo e sperimentazione".

Nel 2015 il Comune di Cantù, presso Villa Calvi, ha reso omaggio all'attenzione che Paolo Minoli ha sempre riservato ad amici, maestri e colleghi con l'esposizione di una parte dei lavori serigrafici. Nel 2016 Il Museo di Lissone ha selezionato un'opera di Paolo Minoli per la mostra collettiva dedicata al Premio Lissone. Nel 2017 la Galleria Giovanni Bonelli di Milano ha presentato la personale "Paolo Minoli. Metrica colore musica", a cura di Carlo Pirovano e Riccardo Zelatore. (Comunicato CSArt Comunicazione per l'Arte)




Francesco Irnem - Multiple Fractures #2 - Olio polvere di grafite su plexiglass, taglio laser cm.100x84 Unique piece 2016 - Courtesy l'artista e Glenda Cinquegrana Art Consulting Silvia Idili - Visionaria #41 - olio su tavola cm.20x20 2017 - Courtesy l'artista e Glenda Cinquegrana Art Consulting Silvia Idili e Francesco Irnem: Crossbuilding
termina il 30 maggio 2017
Glenda Cinquegrana Art Consulting - Milano
www.glendacinquegrana.com

Doppia personale con Silvia Idili e Francesco Irnem, con i testi di Francesca Franco e Rachele Paradiso. Crossbuilding vuole sottolineare una caratteristica peculiare del progetto-mostra: entrambi gli artisti collaborano per creare l'interazione fra contenitore e contenuto, fra struttura e opera. Pur con i rispettivi linguaggi e tematiche che sono differenti, Idili e Irnem propongono un allestimento globale in cui le opere sono in grado di connettersi strettamente fra di loro e con lo spazio che le circonda.

Il lavoro di Francesco Irnem (Roma, 1981) unisce pittura e scultura focalizzandosi, nello specifico, sul rapporto fra spazio naturale e artificiale. La serie Ground Layer si colloca in una ricerca che non vuole ricostruire filologicamente un passato ma piuttosto servirsene per introdurlo in un ambito del tutto inaspettato, cogliendo lo spunto paleografico per creare delle preziose entità dense di gravitas e di drammatico lirismo. I materiali da costruzione come l'intonaco e le reti metalliche si fanno supporto per raffigurazioni ad olio di ascendenza classica o pagana.

Le porzioni di muratura, staccandosi idealmente e materialmente dalla matrice originaria, connettono lo spazio all'opera stessa la quale, epurata dal vincolo del supporto canonico, diventa sviluppo naturale e sua ideale prosecuzione. In Multiple Fractures un materiale seriale come il plexiglass offre la base per rappresentazioni di busti classici sulle quali interviene un taglio netto al laser che, interrompendo il sogno antiquario, riposiziona bruscamente l'opera in una realtà mutata e nuova. Il suo non è un recupero dell'antico, ma una libera interpretazione che, inscritta in un linguaggio attuale, acquisisce una nuova valenza dalle molteplici possibilità avveniristiche.

La proposta di Silvia Idili (Cagliari, 1982) prosegue e completa quella di Irnem; l'artista presenta Visionaria, un progetto che prevede opere inedite, alcune delle quali create per Crossbuilding. La serie contempla lavori di piccolo formato dalla forte connotazione intimistica e profonda; sono opere che evocano idealmente rappresentazioni metafisiche: ritratti di volti femminili, corpi geometrici incorniciati da tendaggi e semplici unità architettoniche che emergono dal nero dello sfondo; tutti elementi riconoscibili ma che, posti fra loro in relazioni inedite assumono un significato nuovo e sorprendente. Nella serie Corpi Geometrici rielabora, in un linguaggio onirico che invita all'indagine, solidi geometrici e poliedri mistilinei protetti da drappeggi plastici che emergono da fondi indefiniti.

In stanze non determinabili e di spazi architettonici che ingannano le percezioni visive, i volti profetici delle Visionarie, spesso celati da maschere, si contrappongono alle forme geometriche in un assemblaggio di figure enigmatiche: un rebus imprevisto di forme e di colori che emerge in un exploit improvviso da un fondo coperto. Sono opere minute che, accolte e raccolte all'interno dell'arredo architettonico dello spazio che le circonda, riescono a instaurare con esso un dialogo profondo; come suppellettili preziose, esse danno voce allo spazio che le attornia e a tutte le componenti dell'arredo presenti all'interno, instaurando un rapporto di intima e riposta complicità. Come dice Rachele Paradiso nel testo,'nello spazio di Glenda Cinquegrana, concepito in modo innovativo e sperimentale per permettere una fruizione più intima e riflessiva, Crossbuilding è la giuntura fra l'esterno e l'interno, un'interdipendenza fra l'arte nelle sue molteplici varianti e l'architettura che sa accoglierla e che con essa si relaziona'. (Comunicato stampa)




The Indian Memory - photo Claudio Pulicati Ettore Sottsass: The Indian Memory
termina lo 01 maggio 2017
Galleria Carla Sozzani - Milano
www.galleriacarlasozzani.org

Una serie di ceramiche di Ettore Sottsass rimesse in produzione quest'anno in occasione del centenario della sua nascita. Quando alla metà degli anni Ottanta, Ettore Sottsass incontra Alessio Sarri - giovane maestro ceramista di Sesto Fiorentino - decide di metterlo alla prova chiedendogli di tradurre in ceramica un progetto degli anni Settanta. Da quest'incontro nascono le ceramiche The Indian Memory, l'inizio di un intenso rapporto di collaborazione fatto di sperimentazione e ceramica. The Indian Memory sono un gruppo di otto ceramiche - Cardamon, Pepper, Cinnamon, Basilico, Cherry, Lapislazzuli, Camomilla e Sugar. La loro prima uscita alla Galleria Antonia Jannone nel 1987, fu accompagnata da disegni, oggi parte della collezione del MoMA di New York.

A distanza di trent'anni, Alessio Sarri riprende in mano la produzione delle ceramiche ripercorrendo i pensieri e i gesti che hanno accompagnato la messa in forma di un progetto che avrebbe segnato un incontro decisivo e l'avvio di una sperimentazione di forme al limite delle possibilità tecniche, incerte tra architettura, scultura e paesaggio. Da qui si aprono nuovi incontri e nuovi progetti, con Matteo Thun, George Sowden, Nathalie Du Pasquier, Jasper Morrison, Alessandro Mendini, Dan Friedman, James Irvine, Daniela Puppa. Un'esperienza trentennale in attesa di costruire nuove storie e nuove sfide, poiché come afferma lo stesso Sarri: "La ceramica è una bella metafora. In fondo è solo polvere: polvere con infinite possibilità". (Francesca Picchi)




Olivier Fermariello - - Air de famille - stampa fine art cm.112x140 L'oltre, l'altro e l'altrove
Veronica Della Porta | Olivier Fermariello | Gianfranco Toso


termina il 29 aprile 2017
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

Negli scatti in bianco e nero di Veronica Della Porta il paesaggio quotidiano fa un passo indietro per lasciare spazio alla materia architettonica che diviene protagonista silenziosa e al contempo vibrante. Il superfluo viene escluso in un processo di rimessa a fuoco dove l'artista analizza l'architettura nel dettaglio per spingersi oltre per sottrazione. La scelta accurata dei materiali e il tipo di carta utilizzata per la stampa, in un'unica tiratura, esaltano la fotografia rendendola affine ad un'opera su carta.

Ispirandosi al genere del ritratto di famiglia degli inizi del secolo scorso, Olivier Fermariello presenta alcuni scatti della serie Air de famille. La relazione di complicità, tra distanza formale e intimità, che lega il fotografo alle figure dei propri nonni, è l'inizio di un discorso ed un pretesto emotivo attraverso il quale la forza del mezzo fotografico esce fuori con una rinnovata energia, dove l'oltre, l'altro e l'altrove balzano allo sguardo annullando il tempo e lo spazio. L'espediente della messa in scena e il particolare tipo di relazionalità con l'Altro, consentono al fotografo italo francese, da sempre diviso tra culture diverse, di recuperare l'album fotografico delle sue origini.

Gianfranco Toso indaga la creazione della forma come tensione ad una dimensione metafisica dell'immaginazione. Strumento di ricerca sono le forme della geometria, intesa allo stesso tempo come misura della terra e contemplazione del trascendentale. Tali forme, non immediatamente percepibili dai sensi, sono individuabili soltanto attraverso una conoscenza interiore. Le pure, precise relazioni che operano tra le figure geometriche si spingono ad identificare il concetto di perfezione ultraterrena, muta e assoluta.

Veronica Delle Porta (Modena, 1964), scenografa e costumista, ha collaborato con diversi artisti (tra cui Mario Schifano e Isabella Ducrot), prima di intraprendere un autonomo percorso creativo. Le sue opere sono stampe digitali, prevalentemente in bianco e nero, ad unica tiratura. Del 2013 la prima personale curata da Ludovico Pratesi presso la galleria s.t. di Roma. Seguono collettive e partecipazioni a fiere (Roma 2012, Affordable Art Fair; Bologna 2015, Set Up Fair; Londra 2015, Start Art Fair, Saatchi Gallery).

Olivier Fermariello (Roma, 1975), fotografo italo-francese, ha esposto il suo lavoro nel quadro di Festival internazionali (Roma 2005-2007, "Festival Internazionale di Fotografia"; Montpellier 2010, "Boutographies"; Stoccarda 2010, "Fotosommer"; Darmstadt 2010, "Darmstädter Tage der Fotografie"), di Musei (Roma 2005, Galleria Nazionale d'Arte Moderna; Cinisello Balsamo 2007, Museo Fotografia Contemporanea; Milano 2010, Triennale) oltre che di varie esposizioni personali e collettive. L'opera di Olivier Fermariello è stata segnalata in premi quali il "Descubrimiento", "Leica Awards", "Bourse du Talent", "Amilcare Ponchielli" ed ha ottenuto riconoscimenti tra cui il Celeste Prize (2009) e l'ICMA (2014).

Gianfranco Toso (Roma, 1980) per un decennio si dedica allo studio e alla pratica dell'architettura, portando avanti contemporaneamente attraverso il disegno, la pittura e l'incisione, una personale ricerca sulle forme costruite. L'interesse per la teoria e il significato profondo alla base della composizione di volumi nello spazio, lo portano ad abbandonare progressivamente il dato tangibile ed il fine utilitario del costruire, per approdare ad una dimensione più metafisica del proprio operare, in cui la creazione di geometrie ideali possa riuscire a proiettare in una dimensione superiore a quella sensoriale. Il suo lavoro è stato esposto presso l'Istituto Centrale per la Grafica (Roma 2010, 2012), il Museo CIAC (Genazzano 2013) e la Rhode Island School of Design (Roma 2016). (Comunicato stampa)

«Dietro ogni cosa visibile esiste una realtà interiore e invisibile corrispettiva.» (John Keats, Ode a Psiche, 1819)




Immagine dalla locandina della mostra EUR 42, di Carlo D'Orta alla Honos Art Contemporary Art Gallery di Roma Carlo D'Orta
EUR 42 | Oggi
Visioni Differenti


termina il 27 maggio 2017
Honos Art Contemporary Art Gallery - Roma

In mostra 24 scatti - a cura di Giuseppe Prode - la maggior parte dei quali mai esposti e realizzati per l'occasione da Carlo D'Orta, per raccontare un quartiere romano, l'EUR, troppo spesso minimizzato e ricordato come emblema del razionalismo novecentesco. L'architettura e le proiezioni ortogonali degli edifici costituiscono lo scenario su cui i giochi di luci ed ombre si intersecano, creando nuovi spazi in cui D'Orta cerca quelle che lui stesso definisce Vibrazioni: i riflessi delle vetrate dei palazzi alterano il rigore, rimandando a visioni originali, nuove dimensioni, nuovi equilibri. Uno sguardo originale e diverso sull'EUR, quello del fotografo; una produzione che vuole stimolare la curiosità del visitatore all'insegna della scoperta o ri-scoperta di quello che ci circonda, evitando di cedere alla pigrizia dell'occhio, per andare oltre, sforzandosi di leggere un quotidiano visivo che non si vede mai, ma che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.

La ricerca si è quindi concentrata su prospettive e scorci capaci di affiancare, unire, intrecciare architetture diverse e soprattutto, ove possibile, architetture razionaliste e contemporanee insieme. In un primo momento è il senso di estraniazione a prevalere, ma poi, concentrandosi sul punto di vista adottato dal fotografo e sul racconto, si afferma una prospettiva "semplicemente" diversa: il Colosseo Quadrato ovvero il Palazzo della Civiltà del Lavoro, il Museo della Civiltà Romana, i palazzi di vetro dell'EUR raccontano un altro EUR, un quartiere quasi futurista fatto di movimento, di scomposizione delle forme, di travisamento del reale verso un mondo fantastico.

Dunque, non soltanto sull'EUR storico e organico del periodo razionalista, né solo su quello delle grandi architetture moderne e contemporanee realizzate dal 1960 in poi, ma sulle due visioni dell'EUR - quello razionalista e quello contemporaneo - letti strettamente insieme, nel loro intreccio e dialogo continuo. Viaggiatore e fotografo da oltre 40 anni, si dedica allo studio dell'arte contemporanea e si perfeziona in corsi avanzati di pittura nell'ambito della Rome University of Fine Arts (RUFA) e di master in fotografia allo IED di Milano. La sua visione fotografica subisce una continua evoluzione, dall'iniziale approccio documentario a scatti di ispirazione astratta o venati da una visione metafisico/surrealista.

La sensibilità cromatica maturata anche durante il percorso formativo dà alle sue fotografie una forte caratterizzazione pittorica, frutto talvolta anche di limitati interventi in post-produzione su luci e colori. Privilegia l'architettura, concentrandosi ora sulla de-contestualizzazione dei particolari ora sulle deformazioni prodotte dai riflessi di vetrate e cristalli, e il paesaggio, ma dedica ricerche specifiche anche alla danza. Dal 2009 ha esposto i suoi lavori in mostre personali presso gallerie private e Istituzioni pubbliche in Italia, Germania, Singapore e altri paesi. Nel 2013 ha tenuto la sua prima mostra personale (Biologia dell'Inorganico) al museo d'arte contemporanea di Palazzo Collicola (Spoleto).

Nel gennaio 2017 il National Museum di Singapore ha ospitato una sua mostra personale dedicata alla serie Vibrazioni, poi riproposta nella Galleria Bruno Art Group di Singapore. Ha vinto o è stato finalista/selezionato in numerosi premi nazionali e internazionali, tra cui Sony World Photography Award, Celeste Prize, Malamegi Vision Art Contest, Premio Scuola del Vetro Abate Zanetti di Murano (come foto-designer), Premio Enegan Art e altri. Sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche. inoltre, i suoi progetti (S)Composizioni-Metafora della Vita, Vibrazioni e Liquidance sono stati selezionati per entrare a far parte dell'Archivio del Fondo Malerba Fotografia, prestigiosa istituzione dedicata alla promozione della fotografia a livello nazionale e internazionale.

Honos Art è una giovane galleria d'arte contemporanea, fisica e virtuale. Nata per dare voce ad una interpretazione critica della contemporaneità offre la sua personale chiave di lettura attraverso lavori di ricerca e autenticità artistica alternando grandi maestri e giovani artisti per garantire qualità ed unicità artistica. Attiva a Roma dal novembre 2015, la galleria partecipa attivamente in Fiere del settore come, ad esempio, MIA Photo Fair (Milano, marzo 2017). (Comunicato ufficio Stampa Maria Bonmassar)




Aldo Damioli - Venezia New York - acrilici su tela cm.70x80 2016 Aldo Damioli - Venezia New York - acrilico su tela cm.80x100 2016 Aldo Damioli. Città della mente
termina il 29 aprile 2017
VS Arte presso sede "Appiani Arte" - Milano
www.vsarte.it

Aldo Damioli (Milano, 1952), tra i maggiori esponenti di una pittura concettuale che affonda le radici nella metafisica di De Chirico, dipinge nelle sue opere città immaginarie, metropoli contemporanee estremamente verosimili nelle architetture, ma ognuna caratterizzata da uno specifico codice estetico che le colloca in una dimensione cristallizzata, dando vita ad atmosfere che esulano dal reale. Questi paesaggi urbani, caratterizzati dal sapiente uso della luce e delle forme geometriche, immobili nella loro grandiosità, fanno da sfondo a scene di vita quotidiana in cui l'elemento umano sembra essere avvolto da uno spazio quasi zen, sereno e silenzioso, sospeso in un eterno presente.

I venti lavori in mostra realizzati ad acrilico su tela - dai 40x50cm fino ai due metri - e accomunati dallo stesso tema, le "Città della mente", illustrano mondi visionari; lo si osserva nelle rappresentazioni di New York dipinta come se fosse Venezia e trasformata in una sorta di non-luogo e di non-tempo tanto irreale da sembrare concreta, ne è un esempio l'opera Venezia New York (2013) in cui un gruppo di persone a bordo di imbarcazioni è rischiarato dalle luci degli edifici della notte newyorkese. La città di Milano è vista sempre nelle ore notturne. Nel ritrarre Parigi Damioli ripropone le atmosfere cantate dagli chansonniers francesi (A Parigi, 2015), mentre nelle città cinesi i dipinti sono maggiormente legati alla geometria del Tao (Pechino, 2016).

Elena Pontiggia nel testo critico scrive: "Si è parlato spesso di un moderno riallacciarsi a Canaletto per le Venezie-New York di Damioli, ma i suoi maestri ideali possono essere anche un certo Settecento illuminista oppure l'arte che si colloca fra la Nuova Oggettività tedesca e il realismo magico alla Donghi, ripensate con un velo di ironia". Accompagna la mostra un catalogo con la riproduzione delle principali opere esposte e un testo di Elena Pontiggia. (Comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Opera dalla mostra dedicata alle raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento Raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento - rassegna d'arte a Torino A Torino una mostra sulle Cose d'altri mondi
Raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento


termina l'11 settembre 2017
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Più di 130 oggetti, in gran parte mai esposti prima d'ora al pubblico, entrati nelle collezioni di Palazzo Madama grazie alle donazioni di diplomatici, imprenditori, artisti, commercianti e aristocratici. Reperti archeologici dell'America pre-colombiana. Tamburi, sonagli e lire congolesi. Pagaie cerimoniali, clave e tessuti in corteccia d'albero provenienti dalle isole dell'Oceania. Testi sacri e sculture buddhiste.

E ancora manufatti africani, maschere del Mali e della Nigeria; un pariko (diadema) di penne multicolori usato dai Bororo del Mato Grosso nelle cerimonie; opere queste provenienti rispettivamente da due importanti musei etnografici del territorio piemontese: il Museo Etnografico e di Scienze Naturali Missioni della Consolata di Torino e il Museo Etnologico Missionario del Colle Don Bosco. La mostra - curata da Maria Paola Ruffino e Paola Savio, storiche dell'arte di Palazzo Madama - riconduce a un'epoca in cui con sguardo positivista si studiavano i mondi lontani dall'Occidente e quindi esotici. Una stagione in cui i maggiori musei europei si aprirono ad accogliere reperti e manufatti di popoli e continenti diversi alla ricerca di nuove chiavi di lettura per la propria storia e cultura. Il percorso espositivo si articola in quattro principali sezioni: Africa, Asia, America e Oceania.

Nell'Africa troviamo una selezione di armi e strumenti musicali raccolti dal marchese Ainardo di Cavour, durante un avventuroso viaggio compiuto nel 1862 nella regione detta Sennar (tra Egitto e Sudan), e da Tiziano Veggia, che lavora nella prima metà del Novecento alla costruzione di ferrovie in Congo, nonché dai Missionari della Consolata, in contatto con numerose etnie, quali i Bambara nel Mali, gli Yoruba in Nigeria e i nomadi Beja. Dall'Asia proviene la collezione di sculture sacre, stoffe, avori intagliati ed altri oggetti d'uso, esposta per la prima volta, che l'imprenditore Bernardo Scala nel 1880 porta con sé al suo rientro dallo Stato del Myanmar (allora detto Birmania).

Di particolare fascino sono i testi buddhisti in lingua Pali, scritti su foglie di palma dorate e chiusi da tavolette in lacca rossa e oro che sono stati restaurati per la mostra, e gli oggetti provenienti dalla Corea donati dal conte Ernesto Filipponi di Mombello nel 1888: ventagli in carta di gelso dipinta e un libro che mostra esempi delle Cinque Relazioni Umane confuciane, in scrittura cinese e coreana. Nella seconda metà dell'Ottocento s'intensificano i viaggi oltreoceano, come testimoniano le numerose raccolte rappresentate nella sezione dedicata all'America. Dal Messico provengono gli oggetti precolombiani donati al museo nel 1876 dall'imprenditore Zaverio Calpini.

Reperti rari e preziosi quali le sculture olmeche, urne cinerarie zapoteche, ornamenti d'oro e idoli della cultura Maya, Mixteca e Azteca, e anche manufatti più comuni quali gli stampi in terracotta a rilievo per decorare il corpo o i rocchetti in ossidiana da inserire nei lobi delle orecchie, che trovano sintonie inaspettate negli usi e nella cultura contemporanea. Dal Perù arrivano i pettorali e pendenti in argento e oro donati da Giovanni Battista Donalisio, console di Panama. Resta invece ignoto il nome di chi abbia offerto al museo di Palazzo Madama la collana d'artigli di giaguaro dell'America centrale; inquietante quasi quanto la Tsantsa, la testa umana miniaturizzata portata sul petto quale trofeo dai guerrieri della tribù Jívaro in Ecuador, offerta ai concittadini da Enrico della Croce di Dojola nel 1873.

L'Oceania costituisce l'ultima sezione della mostra, con una selezione tra gli oltre 200 oggetti donati nel 1872 da Ernesto Bertea. Avvocato e pittore, Bertea non viaggia personalmente oltreoceano, ma acquista forse a Londra questo eccezionale nucleo di manufatti provenienti dalle isole polinesiane e Salomone, di pregio pari a quelli del British Museum. Tra gli oggetti esposti delle clave rompitesta, lance, fiocine, pagaie cerimoniali dipinte e intagliate a intrecci geometrici e alcuni tapa, tessuti fatti di fibra di corteccia battuta e decorata a stampo con motivi di linee e geometrie regolari. Il percorso nel suo articolarsi è carico di sorprese e suggestioni e consente di scoprire opere esteticamente insolite a tal punto da sembrare oggetti attinenti a certa illustrazione fantasy contemporanea o persino progettati da culture extraterrestri. (Comunicato stampa)




Vincenzo Agnetti - Identikit - fotografia e scrittura a china, pannello con cinque fotografie ciascuna di cm.60x50 1973 Vincenzo Agnetti. Oltre il Linguaggio
termina il 27 maggio 2017
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

La produzione fotografica di Vincenzo Agnetti con una selezione di lavori prodotti tra il 1973 e il 1976 che meglio rappresentano il lavoro concettuale dell'artista. Le opere selezionate, tutte caratterizzate da un curriculum storico e museale rilevante, vantano esposizioni presso istituzioni pubbliche e private riconosciute sia a livello nazionale che internazionale - Galleria Alessandra Castelli, Milano (Immagine di una Mostra, 1974), Galleria Feldman, New York (Image of an exhibition, 1975), MART, Rovereto (Vincenzo Agnetti, 2008) ed esposizioni che hanno tracciato nuovi confini nel panorama storico - artistico del tempo come Contemporanea (1973), Combattimento per un'immagine (1973) e Fotomedia (1974).

Oltre il linguaggio esplora il modus operandi dell'artista soffermandosi con occhio critico sulla portata delle operAzioni concettuali che Agnetti mette in atto nel corso della sua breve ma incisiva poetica espressiva. Le bandiere e i numeri di Progetto per un Amleto politico (1973) così come in Discorso n°2 (1974) "costituiscono gli ingranaggi di un dispositivo innescato per destituire di significato i segni stessi utilizzati". Insieme a Frammento di Tavola di Dario (1973) queste opere sono tutte riconducibili al meccanismo di traduzione, azzeramento e riduzione.

Il linguaggio per Agnetti è ambiguo per natura, per tale ragione è necessario tradurlo e ridurlo in numeri. Il risultato finale è quindi un azzeramento dei concetti a favore di una costruzione di una lingua universale dotata di specifica intonazione che trova supporto fonologico nel numero. Il linguaggio torna al centro delle attenzioni di Agnetti nella versione su carta della celebre Autotelefonata (1974) dove "minifototessere" ritraggono Agnetti nell'atto di telefonare a se stesso a suon di yes yes. Alla pratica di traduzione e riduzione, riscontrabile anche nell'opera-performance In allegato vi trasmetto un audiotape della durata di 30 minuti (1973) si aggiunge l'operazione che Agnetti definisce di teatro statico, che ha la sua opera piu rappresentativa in Elisabetta d'Inghilterra (1976).

Non ci sono spettatori né testo è all'osservatore che spetta mettere in scena i propri pensieri. In un suggestivo dialogo tra passato e futuro Identikit (1973) e l'Età media di A. (1973-74) sul tema del ritratto nel suo declinarsi in rapporto al tempo. Da un lato Età media di A, attraverso l'utilizzo di immagini tratte da un'esistenza vissuta, identifica la giusta collocazione di A nel tempo. Dall'altro Identikit delinea, per deduzione, i tratti fisici e culturali di X 2, un'ipotetica persona che vivrà nel 2073. La spettacolare installazione Progetto Panteistico (1973) va a toccare un altro tema che è caro ad Agnetti, quello della natura.

Come si può riscontrare anche dal titolo, in questa sequenza fotografica si osserva come da un segno grafico, lentamente, si costruisce la forma della foglia. La ricostruzione della figura della foglia è accompagnata da un testo che ci vuole far riflettere sull'universalità tra uomo e natura. In Tutta la Storia dell'arte, (1973) Agnetti sintetizza in maniera provocatoria la sua visione dell'arte attraverso l'utilizzo di tre immagini, due canoniche che fanno riferimento al periodo arcaico e classico ed una spiazzante che rappresenta la contemporaneità.

Un'analisi delle opere fotografiche di Vincenzo Agnetti non può che concludersi con una riflessione sul rapporto tra mezzo e messaggio. In Free - hand photograph (1974) l'artista utilizza la strategia del procedimento interrotto e realizza una fotografia paradossale che prescinde dal mezzo macchina fotografica e dall'oggetto esterno da fotografare. Questa monografica ci mostra come, attraverso il medium fotografico, Agnetti abbia affrontato varie tematiche a lui care con la volontà di provare ad andare Oltre il linguaggio comune cercando di portare lo spettatore a riflettere ed ad interagire con le opere stesse. La mostra curata da Andrea Sirio Ortolani è accompagnata un catalogo bilingue, italiano ed inglese con testi critici di Daniela Palazzoli e Bruno Corà. (Comunicato stampa)

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Vincenzo Agnetti: Photo-Graffie | Dopo le grandi manovre 1979-1981
termina il 14 maggio 2017
Fondazione Brodbeck - Catania
Presentazione




Locandina di presentazione della rassegna Un secolo di Jazz, allo Spazio Officina di Chiasso Un secolo di Jazz. La creatività estemporanea
termina il 30 aprile 2017
Spazio Officina - Chiasso (Svizzera)

L'esposizione è parte della stagione 2016-2017 del Centro Culturale Chiasso, che si declina nel nome della "creatività". D'altronde, Chiasso, città di frontiera, è sempre stata sensibile al jazz, con concerti e iniziative che hanno poi dato vita al Festival di Cultura e Musica Jazz, giunto ormai alla XX edizione. La mostra - a cura di Luca Cerchiari, direttore e docente di discipline musicologiche del Master in "Editoria e produzione musicale" dell'Università Iulm di Milano, e Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo e di Spazio Officina di Chiasso - consente di ricostruire la storia visiva del jazz, affidata a giovani artisti, illustratori e grafici poi diventati celebri, che nutrivano una vera e propria passione per il genere musicale in questione e che hanno proposto soluzioni cromatiche e compositive innovative: Andy Warhol, Josef Albers, Reid Miles, Niklaus Troxler, David Stone Martin, Gill Mellé, Don Schlitten, Max Huber, Guido Crepax...

In effetti, nei primi anni di produzione dei dischi, sono gli acquirenti stessi che personalizzano le proprie cover, aggiungendo delle scritte o applicando carte colorate, fotografie o anche pezzi di giornale in forma di collage. Quando l'appassionato di musica jazz era anche un artista, ne risultavano degli elaborati grafici unici. Nel corso degli anni '40 e nel periodo post bellico, per semplificare lìesecuzione e per ridurre i costi, si assiste alla produzione di molte copertine a un solo colore, cui si somma l'uso del nero e il fondo bianco della carta. Sono gli anni in cui emergono nuove professionalità, come quella dell'art director.

Con gli anni '50 il repertorio delle cover si amplia, la tecnica di stampa si perfeziona e i costi per la realizzazione in quadricromia vanno diminuendo. Sarà poi la volta delle copertine fotografiche, con il coinvolgimento di grandi fotografi, come Luigi Ghirri o Mimmo Jodice. Se le copertine affidate a Josef Albers sono come delle visioni geometriche che interpretano l'armonia e il ritmo della musica jazz, Andy Warhol sceglie un disegno al tratto, un segno nero su fondo bianco, Guido Crepax usa il fumetto e la sua sintesi linguistica, mentre i manifesti curati dallo svizzero Niklaus Troxler sono fermimmagine colorati, quasi delle scosse a rendere il suono attraverso un dinamismo visivo.

La veste delle copertine e dei manifesti racconta e attraversa così tutte le fasi dell'evoluzione della grafica: dal processo creativo dei collage ai tratti tipici dell'estetica Bauhaus alle possibilità creative del lettering alle fotografie estrapolate e ricontestualizzate ai fumetti. Oltre all'aspetto visivo e grafico, a Spazio Officina si traccia la storia del jazz - da quello americano a quello europeo - anche attraverso gli oggetti e i supporti.

L'esposizione presenta materiali che provengono da istituzioni pubbliche internazionali, come la Fonoteca nazionale svizzera, l'Hogan Jazz Archive della Tulane University di New Orleans (uno dei maggiori centri di documentazione sulla musica afro-americana degli Stati Uniti) e la Fondazione Sanguanini Rivarolo Onlus, come pure dalla Galleria L'Image di Alassio e da un folto circuito di collezionisti privati svizzeri e italiani: Mario Chiodetti, Marco Contini, Fabio Jegher, Silvano Marioni, Roberto Polillo, Maurizio Ruggeri, Fabio Turazzi, Stefano Wagner, Luca Cerchiari, fino alla collezione d'arte del m.a.x. museo di Chiasso. La mostra è promossa in collaborazione con la Fonoteca nazionale svizzera, l'Hogan Jazz Archive della Tulane University di New Orleans e l'Università IULM di Milano - Master in "Editoria e produzione musicale".

L'esposizione presenta oltre 300 cover dagli anni '40 via, manifesti che per la loro bellezza sono riconosciuti come vere e proprie opere d'arte - fra cui alcuni degli anni '80 del Festival Jazz di Willisau (Canton Lucerna) con la grafica dello svizzero Niklaus Troxler - e il primo disco jazz in gommalacca del 1917 edizione Victor ("Livery Stable Blues", "Dixie Jass Band One-Step"). In mostra anche grammofoni della fine dell'Ottocento e dell'inizio del Novecento - fra cui un grammofono Dog Model, uno a doppia tromba e un modello "Vittorio Gozzi" -, un fonografo con cilindro di cera (modello introdotto nel 1903) e uno a doppia tromba, una fonovaligia Odeon portatile, un raro registratore a bobine, edizioni e spartiti divenuti celebri (sono rari nel campo del jazz, territorio dell'improvvisazione) e supporti sonori pre-discografici (rullo di pianola e cilindro Edison).

Una sezione è dedicata a foto scattate da Roberto Polillo e da Maurizio Ruggeri nel corso degli anni ai più grandi personaggi del jazz: Stéphane Grappelli, Thelonious Monk, Shelly Manne, Louis Armstrong, Miles Davis, Benny Goodman, Charles Mingus, Duke Ellington, John Coltrane, Dizzy Gillespie, Ella Fitzgerald, Lionel Hampton, Anthony Braxton, Ron Carter ecc. E' inoltre possibile immergersi nel clima jazz attraverso il famoso The Jazz Singer, film culto del 1927 che segna la nascita del cinema sonoro, come pure altri spezzoni di film e la prima registrazione in Svizzera con una jazz band svizzera; si tratta della "Lanigiro Syncopating Melody Kings" di Basilea con Me and the Man in the Moon, incisione su disco del 20 aprile 1929 effettuata alla Tonhalle di Zurigo dall'etichetta Columbia.

Si aggiungono epistolari, contratti, libri e riviste, di cui una con la grafica dello svizzero Max Huber. Gli appassionati di strumenti jazz, considerati veri e propri oggetti-simbolo, troveranno in mostra due clarinetti con relativa valigia di custodia di Paul "Polo" Barnes, il tamburo di Ray Bauduc della Bob Crosby's Orchestra di Chicago con involucro (tamburo basso, bacchette e piatti), il banjo di Fabio Turazzi, i piatti della batteria di Shelly Manne e la fisarmonica di Gorni Kramer. Catalogo bilingue (Ita/Ing) "Un secolo di jazz. La creatività estemporanea", a cura di Luca Cerchiari e Nicoletta Ossanna Cavadini, con saggi dei curatori e di Bruce Boyd Raeburn, Yvetta Kajanova, Gianni Canova, Massimiliano Raffa, a corredo una ricca sezione iconografica, Skira editore, Ginevra-Milano, 2017, 24 x 24 cm, p. 176, CHF/Euro 32.-)

Era il 26 febbraio 1917 quando l'"Original Dixieland Jass Band" (scritto inizialmente con due "s"), un complesso di New Orleans guidato dal trombettista italo-americano Dominic James "Nick" LaRocca, incideva a New York per la casa Victor il primo disco della storia del jazz: Livery Stable Blues e Dixie Jass Band One-Step. Il gruppo era composto da Dominic James "Nick" LaRocca, Anthony Sbarbaro, Eddie B. Edwards, Larry Shields e Henry Ragas. Di fatto, con l'incisione della musica jazz su disco, si apre una nuova era. In pochi anni il nuovo genere musicale, figlio delle culture europee e africane emigrate in America, costituisce uno dei maggiori apporti culturali del Novecento per la sua originale creatività ed estemporaneità, rispecchiando al suo interno le dinamiche socio-politiche, tecnologiche e interdisciplinari fra le arti tutte dell'età contemporanea.

In breve tempo il jazz abbandona progressivamente il contesto rurale e urbano di origine (New Orleans) ponendosi come musica policentrica (Chicago e New York, Kansas City e Detroit, Los Angeles e Parigi) e come "esperanto sonoro" di un dialogo tra Europa e America, in seguito esteso all'Asia, all'Africa e all'Australia. Il jazz ha così stimolato la letteratura e le arti visive (da Mondrian a Matisse, da Le Corbusier a Claes Oldenburg a Basquiat) e ha influenzato compositori quali Claude Debussy, Igor Stravinskij, Maurice Ravel, che a loro volta hanno dato nuove suggestioni a quei musicisti di Broadway, come George Gershwin o Cole Porter, sul cui repertorio di melodie il jazz avrebbe costruito la propria caratteristica musicale.

Il jazz ha "animato" musica e danza; si pensi in particolare al musical e al primo cinema sonoro con il celebre The Jazz Singer (1927); ha interagito con la radio e la televisione; ha determinato con il suo successo la prima grande ascesa dell'industria discografica. Diverse culture etniche e diverse nazionalità (ebraica, britannica, francese, tedesca, italiana, ispanica, balcanica e mediterranea) hanno generato come fenomeno di ritorno un jazz europeo divenuto nel tempo non meno rilevante di quello statunitense. Il jazz ha inventato la batteria e la chitarra elettrica e ridato una posizione di primo piano a strumenti originari dell'Europa come la tromba, il sassofono, il trombone, il contrabbasso, o strumenti di origini africane, come lo xilofono e il banjo, modificandone in alcuni casi tecniche e approcci fisici.

Il jazz ha creato formazioni strumentali sconosciute, come il settetto tradizionale, il trio (o "sezione ritmica") piano-basso-batteria, il quintetto, l'orchestra di fiati (o big-band, divenuta negli anni '30 la formazione "moderna" delle radio di mezzo mondo). Ha visto nascere quasi ogni cinque anni una nouvelle vague stilistica: dixieland, swing, be-bop, cool, hard-bop, modale, free, jazz-samba, latin-jazz, jazz-rock, free-funk, world-jazz, klezmer-jazz e così via. Si è inoltre imposto come musica orale, talvolta invece scritta, spesso edita a stampa ma in ogni caso sempre affidata all'oralità, non secondaria rispetto al mezzo discografico. Anche per questo il suo ingente patrimonio registrato (quasi due milioni di brani) è divenuto oggetto di una nuova disciplina teorico-descrittiva, la discografia, che attualmente, con la ripresa del fenomeno del collezionismo del vinile, trova grande seguito di pubblico, anche fra i giovani. (Comunicato ufficio stampa m.a.x.museo - Chiasso)

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Atlante americano
di Giuseppe Antonio Borgese, a cura di Ambra Meda
Recensione libro




Bruny Sartori in mostra alla Maurer Zilioli Contemporary Arts di Monaco di Baviera Bruny Sartori: Scultura - Incisione
termina il 13 maggio 2017
Maurer Zilioli Contemporary Arts - Monaco di Baviera
www.maurer-zilioli.com

Scultura in ceramica, disegno e incisione si uniscono fin dal principio nell'opera di Bruny Sartori (San Giorgio in Bosco - Padova, 1950). Sartori entra presto nella cerchia del poeta Bino Rebellato, fondatore del Gruppo Arti e Lettere a Cittadella, un contatto che ispira i lavori di Satori su diversi livelli. Dopo la sua partecipazione alla 69esima Collettiva Bevilacqua La Masa di Venezia riceve in questa rinomata istituzione una personale. Sussegue nel 1985 la Medaglia d'Oro del Concorso Internazionale della Ceramica di Faenza. Sartori si trova adesso più spesso a Milano, plasmanti in questo contesto i suoi incontri con il drammaturgo, scrittore e critico Giovanni Testori, con la poetessa Alda Merini, con il pittore e saggista Emilio Tadini, con l'artista, critico, filosofo e curatore Gillo Dorfles come pure con il poeta Milo De Angelis, di conseguenza partecipa a un vivace e stimolante clima.

Di seguito vediamo notevoli esposizioni personali delle sue opere: Terre alla Galleria Schubert, Milano, al Palazzo dei Diamanti Ferrara, al Centro Saint Benin di Aosta, alla Cut Gallery Londra, Art of living a New York, al Museo Goro di Caracas, dopo di che, nel 1998, una prominente personale al Palazzo Pretorio di Cittadella, la mostra Meteore al Museo Città della Scienza Napoli e al Castello Aragonese di Ischia. Nasce l'amicizia con Gabriele Mattera. Nel 2005 Sartori espone Bianconero-Blackwhite al Museo Gipsoteca Antonio Canova, Possagno / Treviso e pubblica le incisioni Le pecheur du Suquet in base agli scritti di Jean Genet.

Ulteriori manifestazioni: nel 2008 alla Casa de Cultura di Guernica Bilbao; presso Maurer Zilioli - Contemporary Arts a Brescia; nel 2009 la mostra Omaggio a Carlo Scarpa al Palazzo Gallo Zaccaria Scarpa Vicenza; nel 2010 l'installazione Underskyn con 60 relievi nell'Acquario Civico Milano; nel 2011 la mostra Il corpo della percezione con l'installazione End - carne del tempo nella Casa Robegan - Cà Da Noal Treviso; nel 2013 alle Scuderie di Palazzo Moroni a Padova.

Se fino a questo punto le attività di Sartori si dedicano innanzitutto alla scultura in ceramica o gres e opere grafiche, negli ultimi anni amplifica il suo modo di operare con concatenamenti di lastre radiologiche, che rappresentano quasi una tappezzeria simbolica. Per questa prima presentazione a Monaco di Baviera l' attenzione gira intorno a una serie di oggetti sculturali d'impronta semi-organica che si occupa - come spesso nel lavoro di Sartori - di processi antropo-biomorfiche o di metamorfosi cosmologiche. (Comunicato stampa)




Pompei e i Greci
termina il 27 novembre 2017
Scavi di Pompei, Palestra Grande

Le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Oltre 600 reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate - greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana.

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro 'biografie' luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L'allestimento espositivo, che occupa gli spazi della Palestra Grande di Pompei, è progettato dell'architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). La grafica di mostra e la comunicazione sono disegnate dallo studio Tassinari/Vetta.

La mostra, curata dal Direttore generale Soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli), è promossa dalla Soprintendenza Pompei con l'organizzazione di Electa. Pompei e i Greci illustra al grande pubblico il fascino di un racconto storico non lineare, multicentrico, composto da identità multiple e contraddittorie, da linguaggi stratificati, coscientemente riutilizzati: il racconto del Mediterraneo. La mostra di Pompei è la prima tappa di un programma espositivo realizzato congiuntamente con il Museo Archeologico di Napoli: qui, a giugno, si inaugurerà una mostra dedicata ai miti greci, a Pompei e nel mondo romano, e al tema delle metamorfosi. (Comunicato stampa)




Georges Rousse - Chambord - cm.240x180 2011 Georges Rousse: Elogio dello spazio
termina il 24 maggio 2017
Galleria Gracis - Milano

Opere fotografiche e ad acquerello dell'artista. Partendo dallo studio di un soggetto architettonico, solitamente un ambiente disabitato e prossimo alla demolizione, l'artista ne sceglie un'angolazione, un settore, basandosi sulle sensazioni emotive che egli stesso instaura con questo spazio e con la sua luminosità. Una volta inquadrata la porzione su cui intervenire, Rousse posiziona la sua macchina fotografica Brownie Flash della Kodak e sovrappone al suo schermo un vetro, o un PVC trasparente, su cui ha già precedentemente disegnato la forma geometrica che desidera poi rivedere nella fotografia.

La macchina diventa quindi la cabina di regia di un lavoro che coinvolge una intera équipe in cui l'artista dirige i collaboratori che in base alle sue indicazioni individuano direttamente sui muri i punti fondamentali del tracciato pittorico. In questo modo la superficie geometrica nella fase progettuale si frantuma nella molteplicità dei piani. A questa distorsione della forma pittorica e alla sua ricomposizione in forma geometrica perfetta e artificiale, la critica ha fatto spesso riferimento come a due aspetti di una anamorfosi. Tuttavia parlare di anamorfosi nell'opera di Rousse può sembrare riduttivo, in quanto sorprendere lo spettatore mostrandogli prima l'una e poi l'altra faccia del suo operato non è l'intenzione dell'autore, bensì ottenere un risultato che si concretizzi nell'opera fotografica.

L'intervento di Rousse è legato alla dimensione della memoria, dell'hic et nunc colto dall'obiettivo. Lo spazio diventa la rappresentazione di una visione mentale in cui tutte le forze trovano il loro matematico bilanciamento. Le opere di GR, presenti in collezioni museali di fama internazionale, sono state spesso esposte in Italia in mostre prevalentemente collettive: nel 1986 a Palazzo Reale a Milano, nel 1989 al PAC a Milano, nel 1993 al Castello di Rivoli a Torino, nel 2014 al Mambo. (Comunicato ufficio stampa ch2 Ideazione e Comunicazione Eventi Culturali)




Immagine dalla mostra Deiknumena di Athena Vida alla Quartz Studio di Torino Athena Vida: Deiknumena
termina il 31 maggio 2017
Quartz Studio - Torino
www.quartzstudio.net

Progetto site specific dell'artista tedesca Athena Vida (nata come Gitte Schäfer a Stoccarda, Germania, nel 1972). Un atto rituale necessita di una definizione nello spazio e nel tempo. In genere segue un insieme di regole che rappresentano la coreografia di una liturgia. Deiknumena è una delle quattro parti in cui si dividono i Misteri eleusini, i riti e le iniziazioni religiose segrete dell'antica Grecia. Gli atti rituali erano composti dai seguenti elementi: Cose fatte (Dromena); Cose dette o cantate (Legomena); Cose mostrate (Deiknumena); Cose immaginate (Epiphania).

I misteri sono legati a un mito, celebrano il ritorno di Persefone dall'aldilà nel mondo dei vivi e danno il benvenuto alla primavera. Persefone, figlia di Demetra, fu rapida da Ade e portata nell'aldilà. Disperata, la madre la cercò trascurando i suoi doveri, così la terra si gelò e la gente morì di fame, il primo inverno. Quando infine Zeus permise a Persefone di tornare dalla madre, e le due furono di nuovo insieme, la terra rinacque, rifiorì e tornò a prosperare. Il ritorno di Persefone rappresenta la rinascita delle piante in primavera e, in senso più ampio, della vita sulla Terra.

La mostra apre all'inizio della primavera. All'equinozio, l'equilibrio fra il giorno e la notte, la durata di luce e buio è identica. Nel processo alchemico ha luogo un distillato dei poteri del sole e della luna che, tramite il processo di trasformazione, si fondono. L'essenza dell'alchimia è l'unificazione delle polarità, la comunione di spirito e materia per colmare il divario fra il regno terreno e quello celeste. I misteri avevano lo scopo di elevare l'uomo dalla sfera umana a quella divina. Sulla Tavola di smeraldo troviamo il seguente concetto: Ciò che è in basso corrisponde a ciò che è in alto e ciò che è in alto corrisponde a ciò che è in basso.

Corrisponde significa «è in unione con», due cose separate che in realtà sono una sola. I simboli sono punti d'unità. In tutte le tradizioni culturali esistono le immagini dell'androgino, della dualità dell'energia cosmica che rappresenta il concetto di unità, di completezza, l'unione del fisico e dello spirituale. Nel Neolitico esistevano culture molto organizzate e pacifiche basate sull'uguaglianza degli esseri umani. Per questi sistemi sociali equilibrati, né patriarcali né matriarcali, la scrittrice Riane Eisler ha coniato il termine "gilania". Poiché ciascuno di noi crea il mondo tramite la sua percezione di esso, si pensi a ciascuno di noi come a una gilania altrettanto equilibrata al suo interno. Uno spazio del Quartz Studio sarà racchiuso fra quattro colonne di rame sormontate dai rami dell'albero della vita.

Qui una dea verde, anonima e androgina, troneggerà su un altare a rappresentare l'Axis Mundi, che permette il continuo scambio fra regno alto e regno basso. La stessa dea, l'altare e le offerte che la circondano, come i simboli contenuti, tessono una trama di significati intrecciati. Creano il mito dell'unificazione incoraggiando la nostra parte androgina, promuovendo e sostenendo la reintegrazione dei principi femminili nella società per ritrovare l'equilibrio. I miti e i simboli parlano un linguaggio universale. La verità del mito non è sapere. Il mito parla tramite aspirazioni ed esempi radicati nelle immagini. Ciascuno di essi ci racconta com'è nata o ha avuto origine una realtà. Il mito e il rituale non distinguono fra i diversi livelli di realtà. Immaginazione ed esistenza sono la stessa cosa.

Se il lavoro della Schäfer dichiara apertamente il suo tributo ad artisti che l'hanno ispirata, come la surrealista Meret Oppenheim, l'incontro con Alejandro Jodorowsky, i Tarocchi e le sue idee sulla Psicomagia hanno profondamente influenzato l'artista e il suo percorso. Il lavoro di Gitte Schäfer, che solitamente assemblava objects trouvés con risultati sorprendenti come divertenti ritratti, meccanismi inutili e motivi geometrici e colorati, si è trasformato in più complesse installazioni in cui ogni singolo elemento ha un significato in una mitologia sincretica. Come Gitte Schäfer, l'artista ha tenuto mostre personali in diverse gallerie e in mostre collettive in tutto il mondo tra cui Kunstmuseum Luzern, Lucerna, Svizzera (2015); Kjubh e.V., Colonia, Germania (2014); Château de Chamarande, Centre d´Art Contemporain, Francia (2010). Athena Vida attualmente lavora con la galleria Mehdi Chouakri di Berlino, Germania, con Lullin + Ferrari di Zurigo, Svizzera, e con Studio Sales, Roma. (Comunicato stampa)




Buddha - Museo d'Arte Orientale Torino - rassegna d'arte sulla storia millenaria dei rapporti tra la Cina e l'Occidente Coppa - Venezia - Dall'antica alla nuova Via della Seta Rilievo MNAO - Roma - opera nella mostra Dall'antica alla nuova Via della Seta al Museo d'Arte Orientale di Torino Dall'antica alla nuova Via della Seta
termina lo 02 luglio 2017
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Un viaggio lungo rotte carovaniere, marittime e spirituali, riferimento per le interconnessioni tra Occidente e Oriente, una vasta e antica rete di scambi da sempre proiettata verso il futuro, una sinfonia di civiltà dove far prevalere lo spirito di dialogo e di collaborazione in tutti i campi: è la Via della Seta. Alcuni dei più importanti musei italiani ed europei - tra i quali il Museé du Louvre e il Musée Guimet di Parigi, il Museum für Byzantinische Kunst di Berlino, il Museo Nazionale d'Arte Orientale "Giuseppe Tucci" di Roma - hanno messo a disposizione loro preziose opere per realizzare una grande mostra che ripercorre la storia millenaria dei rapporti tra l'Oriente e l'Europa e si riallaccia al grandioso progetto del Presidente Xi Jinping di apertura di una nuova Via della Seta.

La mostra che raccoglie 70 antiche e preziose opere a rappresentare la storia millenaria dei rapporti tra la Cina e l'Occidente, in particolare l'Italia. Per almeno due millenni l'Antica Via della Seta ha unito Oriente e Occidente, incoraggiando i contatti all'interno di uno spazio immenso, e ha permesso alle diverse culture di crescere, attingendo reciprocamente alle conquiste scientifiche e culturali degli uni e degli altri attraverso l'intermediazione e il dialogo.

Mercanti, ambasciatori, monaci, esploratori, avventurieri e missionari di varie fedi, provenienti dai luoghi più disparati, si incontravano lungo le strade confrontando senza sosta usanze, pratiche e fedi religiose. Il Cammelliere su cammello battriano (VI-VII secolo), animale simbolo delle vie carovaniere, lo Straniero dal volto velato (VII-VIII secolo), piccolo capolavoro dell'arte funeraria cinese, la Descrizione illustrata del mondo di P. Ferdinand Verbiest (1674), un lavoro monumentale che rappresenta la sintesi più avanzata delle conoscenze geografiche dell'epoca, l'unicum Piatto con girotondo di pesci (XIII-XIV secolo), prodotto durante la dinastia mongola ilkanide, sono solo alcuni degli importanti oggetti presenti in mostra.

L'Italia ha avuto un ruolo fondamentale nella storia dei rapporti con la Cina: si tramanda che già Marco Aurelio, nel 166 d.C., invia un'ambasceria alla corte del Figlio del Cielo permettendo ai due imperi più grandi e longevi della storia di entrare in contatto; Marco Polo, nel Duecento, celebra lo splendore della Cina ne Il Milione, contribuendo a migliorare le conoscenze di popoli e mondi ancora poco noti in Occidente; il gesuita Matteo Ricci, accolto nel 1601 nella Città proibita come ambasciatore d'Europa, è ammesso dall'imperatore Wanli nella cerchia ristrettissima dei Mandarini e gli è concesso di fondare una chiesa a Pechino; Martino Martini, durante la sua lunga permanenza in Cina, redige il Novus Atlas Sinensis, primo atlante moderno della Cina che verrà pubblicato in Europa nel 1655. La mostra è curata da Louis Godart, David Gosset e Maurizio Scarpari. Il catalogo è a cura dei Proff. Louis Godart e Maurizio Scarpari. (Comunicato stampa)




Opera di Francesco Demundo Francesco Demundo
termina il 15 maggio 2017
Trattoria ai Fiori - Trieste

L'esposizione pensata da Demundo, fin dal titolo suggerisce ironia e allo stesso tempo rendere un voluto omaggio al "Dadaismo" che proprio nel 1916 vedeva la sua comparsa sulla scena artistica Europea, movimento artistico concettuale che non ha ancora esaurito del tutto il suo potenziale espressivo. In questo senso l'autore rende omaggio a tre persone che hanno segnato in maniera indelebile il periodo "Dada", a cominciare da Marcel Duchamp e i suoi ready made, passando da Man Ray, per approdare a Erik Satie. Come scrive Enzo Santese, l'autore "interpreta la ricerca come una continua ricognizione nel passato dove preleva argomenti e motivi per l'innesco di una riflessione critica sulla contemporaneità".

Queste poche parole segnano tutto il percorso di Francesco Demundo: l'attenzione per la storia, la citazione "rettificata", l'amore per l'oggetto, il motto di spirito, la battuta che si contrappone all'immagine. L'assunto è facile e il riferimento più immediato è con il più grande inciampo della storia dell'arte del Novecento corrisponde all'avventura Dada: in primis le regole del caos e del gioco che hanno fermato ogni perplessità, ogni dubbio, ogni interrogazione. In questo modo, la testimonianza di Marcel Duchamp che ha saputo spostare l'ago della bilancia dal fare al pensare, ha lasciato tracce profonde che hanno poi sfiorato anche le sponde della Pop art (pensiamo agli assemblaggi e ai combine-paintings di Rauschenberg e Johns), mentre oggi, toccano i fantasmagorici teatri della realtà di Demundo.

Infatti, è nella tecnica del collage e del ready-made "rettificato" che hanno trovato humus fertile le radici della sua opera, ovvero in quel fondamento della coscienza in cui la storia diviene soltanto ineluttabile presenza dell'essere, dell'essere qui e ora, senza possibilità di vero giudizio. E' nella tattilità dei materiali impiegati che si constata come in tempi di devastazione delle speranze, di annunci apocalittici e di cronache d'incombente catastrofe, la sua opera rimanga testimonianza e argine della storia. Nel recupero del relitto, dello scarto, e nella casualità di questi incontri, non c'è un vero godimento estetico, ma un muro e un limite da intendere come coscienza divorante di abisso e precipizio. Il messaggio dell'autore non è dentro le cose, è nelle cose, e ambiguamente le occupa e le respinge. L'iniziativa è stata realizzata con il sostegno dell'Associazione Juliet. (Comunicato stampa)




Opera di Elisabetta Sperandio Elisabetta Sperandio: Profezie del Millennio
termina lo 06 ottobre 2017
Otel Ristotheatre - Firenze

"La creatività, la fantasia, la registrazione del mondo catturata dalla vita e dai viaggi, il sapore dell'Oriente, magico, spirituale e sensuale insieme, lascia leggere nel lavoro di Elisabetta Sperandio un clima di intellettualità spiccatamente aperta. Artista di grande esperienza, artefice di svariate tecniche artistiche, Elisabetta Sperandio vive oggi il clima più favorevole all'accoglienza del suo lavoro. Il clima simbolico attraversa le sue carte e i suoi dipinti, si offre come un ricamo e una sintesi di eccellenza, rompe gli innesti della razionalità e si porta verso l'immaginifico, l'orientalismo, l'incantamento di paesaggi, lacerti e tracce, diamanti di colore che affinano le sue proposte. Tra i cicli del suo lavoro troviamo soli, lune, mandala, orientalismi, giapponesismi, giardini, e mille altri rimandi a mondi e occasioni vissute dall'artista, e tutto diventa come una sorta di liberazione, di abbandono, di energia creativa. Ed è proprio uell'energia salvifica a segnare la migliore produzione, in cui il segno, forte, deciso ed emozionale rende visibili dimensioni segrete, giochi combinatori, quel versante informale e gestuale che l'ha resa artista di spessore". (Carlo Franza)

Elisabetta Sperandio (Milano) è diplomata al liceo artistico e all'Accademia di Belle Arti di Brera con Mauro Reggiani e Domenico Purificato. Dal 1967 al 1973 soggiorni e periodi di studi in Austria e Germania conseguendo il Deutsche Sprachdiplom presso il Goethe Institut / Maximilian Universitat di Monaco (Baviera). Ha frequentato corsi di tecniche dell'incisione alla Sommerakademie di Salisburgo, i corsi di calcografia e di litografia all'Istituto d'Arte di Urbino e corsi di tecniche sperimentali Goetz presso la Scuola Internazionale di Grafica a Venezia, corsi di pittura con Pierre Potet all'Accademie d'Eté a Nizza.

Nel 1974 è stata invitata quale rappresentante italiana per la grafica alla Biennale delle Livings Arts a Johannesburg ed è stata segnalata da Everardo della Noce sul Bolaffi n11 catalogo della Grafica Italiana. Ha collaborato per diversi anni come grafica alla collana scientifica della casa editrice "Vita e Pensiero" (Università Cattolica di Milano). Titolare di discipline artistiche per oltre vent'anni, si è occupata anche di design ed arredamento. Ha esposto con mostre personali nelle principali città italiane ed estere. (Comunicato stampa)




Valente Taddei - Immaginesche - olio e china su carta cm.35x50 Valente Taddei: "Pesce d'aprile"
termina il 29 aprile 2017
L'Artificio Arti Applicate - Lucca

Nello spazio diretto da Roberto Puccini sarà esposta una serie di recenti dipinti a olio e china su carta: sintetici lavori dal taglio narrativo, nei quali è raffigurato un minuscolo personaggio - inconfondibile protagonista delle opere di Taddei - che conduce una paradossale esistenza, sospesa in tempi e spazi indefiniti. L'artista propone una lettura metaforica della condizione umana, sdrammatizzando, con sottile ironia, il senso di vuoto e di caducità che l'individuo può provare di fronte al proprio destino.

Viareggino, classe 1964, Taddei ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive sia in Italia che all'estero. Ha realizzato illustrazioni per copertine di libri (per i tipi di: Mauro Baroni Editore, Viareggio; Giulio Einaudi Editore, Torino; Alberto Gaffi Editore, Roma) e cd musicali, per riviste (Notizie Lavazza, Cfr:), per siti Internet (www.einaudi.it). Nel 2008 ha illustrato con 10 tavole inedite il saggio Pandora, la prima donna di Jean-Pierre Vernant, pubblicato da Einaudi nella collana 'L' Arcipelago'. Ha realizzato il logo e il manifesto ufficiale dell'edizione 2013 di EuropaCinema, festival cinematografico internazionale con sede a Viareggio. La mostra, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, è corredata di catalogo con testo critico di Marco Del Monte. (Comunicato stampa)




Opera di Petros Efstathiadis nella mostra alla Galleria foto-forum di Bolzano Petros Efstathiadis - Mostra ambientata in Grecia nella Macedonia settentrionale Petros Efstathiadis
termina il 29 aprile 2017
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Liparo, Macedonia settentrionale, Grecia. Qui c'è un luogo in cui la terra per decenni ha prodotto pesche per i suoi abitanti, una terra ora travolta dal vento di una violenta crisi economica. E' il villaggio natio del fotografo Petros Efstathiadis, e da un decennio il set del suo lavoro. Qui, nella corte interna dei suoi genitori o dei vicini e nei campi circostanti, egli compone con cura minuziose mise-en-scène fatte di resti e oggetti inutilizzati. In questo caso le sue grandi ed effimere sculture divengono decorazioni di una corsa all'oro del XXI secolo.

Efstathiadis ci narra la storia di un uomo che, giunto al villaggio pochi mesi prima, è entrato nelle case promettendo agli abitanti l'accesso alla ricchezza: la loro terra era stata scelta per ospitare un nuovo gasdotto proveniente dall'Azerbaigian. Gli abitanti, compreso il padre del fotografo, hanno sottoscritto i contratti nella stessa corte interna. Con un movimento ellittico Petros Efstathiadis riporta in vita, su questo stesso terreno, le costruzioni e le macchine dell'epoca della corsa all'oro californiana. Vi si possono riconoscere alcune figure note, immagini iconiche di un'epoca di grandi attese e speranze disilluse - una chiesa che ricorda le fatiscenti facciate dell'Alabama di Walker Evans. E mentre va così sorgendo la tipica austerità dei pionieri, scopriamo qual è l'altra risorsa certa di questa terra: il teatrale e grandioso senso del fantastico di Efstathiadis. (Raphaelle Stopin)

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Liparo, nördlich von Mazedonien, Griechenland. Hier gibt es einen Ort, in dem das Land seinen Bewohnern seit Jahrzehnten Pfirsiche gebracht hat, ein Land, das jetzt durch den Wind einer heftigen Wirtschaftskrise weggefegt wurde. Das Dorf, in dem der Fotograf Petros Efstathiadis geboren wurde, ist seit einem Jahrzehnt das Setting für seine Arbeit. Dort, im Hinterhof seiner Eltern oder Nachbarn und in den umliegenden Feldern, komponiert er sorgfältig minutiöse Mise-en-Scène, gemacht aus Resten und vernachlässigten Waren. In dieser Zeit werden die großflächigen und kurzlebigen Skulpturen das Dekor für einen Goldrausch des 21. Jahrhunderts.

Er erzählt uns die Geschichte von dem Mann, der vor ein paar Monaten in das Dorf kam, in die Häuser eintrat und den Einheimischen ein Ticket zum Reichtum versprach: Ihr Land war gewählt worden, um eine neue Gaspipeline aus Aserbaidschan zu beherbergen. Die Dorfbewohner unterschrieben die Verträge, auch der Vater des Fotografen, im selben Hinterhof. In einer elliptischen Bewegung, bringt Petros Efstathiadis den Boden, die Gebäude und Maschinen aus der Zeit des kalifornischen Goldrauschs zurück. Man kann einige bekannte Figuren erkennen, ikonische Bilder aus einer Ära von großen Erwartungen und betrogenen Hoffnungen - eine Kirche, die an die baufälligen Alabama-Fassaden von Walker Evans erinnert. Und wenn hier die typische Pionier-Strenge entsteht, entdecken wir, welche andere Ressource das Land sicher hält: Efstathiadis theatralisches und herrliches Gespür für Fantasie. (Raphaelle Stopin)

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Liparo, North of Macedonia, Greece. This is a place where for decades the land has brought peaches to its inhabitants, a land that now has been swept away by the wind of a fierce economic crisis. For a decade now the village where photographer Petros Efstathiadis was born in, has been the setting of his work. There, in his parents' or neighbors' backyards, in the surrounding fields, he carefully composes minute mise-en-scènes, made with leftovers and disregarded goods. In this period, the large-scale and ephemeral sculptures set the decor for a 21st century gold rush.

He tells us the story of this man who stepped in the village a few months ago, entered the homes, promising the locals a ticket to wealth: their land had been elected to host a new gas pipeline from Azerbaijan. Villagers signed the contracts, including the photographer's father, in the same backyard. In an elliptic move of his, from this very soil, Petros Efstathiadis brings back building and machines from the time of the Californian gold rush. One can recognize some familiar figures, iconic pictures from an era of great expectations and deceived hopes - a church that reminds us of Walker Evans' Alabama decrepit façades. And if the typical pioneer austerity arises here, we discover which other resource the land surely hold: Efstathiadis theatrical and delightful sense of fantasy. (Raphaelle Stopin)




Opera dalla locandina della mostra di Robert Indiana Robert Indiana
termina il 13 agosto 2017
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno
www.museocasarusca.ch

L'esposizione - a cura di Rudy Chiappini - fa seguito alle ampie retrospettive promosse al MoMA, al Whitney Museum di New York e in altri grandi musei americani ed europei, ultimo dei quali in ordine di tempo, il Museo di Stato russo di San Pietroburgo, dove una sua mostra è stata organizzata la scorsa estate. Numerose tra le più significative opere di Indiana di quest'ultima rassegna saranno presentate, unitamente ad altri dipinti e sculture raramente esposti. La fama di Indiana è indubbiamente legata alla sua scultura "Love", icona inconfondibile della Pop Art, che si può ammirare in importanti luoghi pubblici di tutto il mondo. La mostra di Locarno, nell'ambito della quale il pubblico potrà ammirare le principali opere pittoriche e scultoree dell'artista americano, è frutto di una proficua collaborazione con la Galerie Gmurzynska di Zurigo e si configura come la prima personale di Indiana in un museo svizzero.

Attraverso circa sessanta opere la produzione dell'artista a partire dalla fine degli anni '50, quando si trasferisce nella "Grande Mela" in un loft nella zona portuale di Coenties Slip, dove l'incontro con i rappresentanti del movimento minimalista lo porta a una svolta stilistica, raccogliendo tutto il fascino di una pittura dalla vena geometrica, pulita, hard-edge. Accanto ai primi dipinti di natura astratta, il percorso espositivo presenta gli assemblaggi denominati "herms" realizzati con del materiale usurato (alberi di navi, assi di legno, metallo e ruote arrugginite), le colonne percorse da brevi iscrizioni, le sculture (la famosissima Love), fino alle recenti creazioni in cui i temi della sua ricerca sono tradotti in ideogrammi.

In passato in parte incompreso e ingiustamente dimenticato dalla critica, negli ultimi anni Indiana, con la sua complessità concettuale dell'arte, è stato al centro dell'attenzione di critici e storici dell'arte. Oggi gli si riconosce la capacità di avere esplorato i grandi temi dell'esistenza attraverso gli occhi della memoria, di avere espresso la propria comprensione personale delle aspirazioni e dei fallimenti associati al "sogno americano" e di essere stato un precursore nell'uso dei segni e del linguaggio ampiamente adoperato dagli artisti contemporanei. (Comunicato ufficio stampa Sabina Bardelle von Boletzky)




Matt Phillips - The Kingston Line - silica and pigment on linen cm.51x41 2017 Matt Phillips: Piano, Piano
termina lo 01 giugno 2017
Studio d'Arte Raffaelli - Trento
www.studioraffaelli.com

La pittura di Matt Phillips - artista, critico, e curatore americano - emerge lentamente, attraverso un delicato processo creativo che ricorda da vicino la dinamica musicale, in un crescendo di intensità velatura su velatura di colore. Visioni orfiche, in cui echeggiano da lontano alcuni pattern di Sonia Delaunay, prendono forma nel corpus di lavori realizzati per la mostra, una trentina di tele di medie e grandi dimensioni. I loro titoli suggeriscono intense narrazioni, che si dipanano lungo geometrie rigorose definite tuttavia "figurative" dall'artista stesso. L'immagine dipinta non riempie quasi mai totalmente la tela, ma cerca autonomamente il proprio spazio all'interno del supporto, che diventa puro margine. In ciascun'opera Matt Phillips individua un ritmo compositivo e una sorta di vibrazione ottica che siano in grado di aprire un portale tra artista e pubblico, creando un pieno oinvolgimento-riconoscimento. Accompagna l'esposizione un catalogo con un'intervista di Timothée Chaillou all'artista. (Comunicato stampa)




Opera di Irene Balia dalla mostra alla Apart spaziocritico di Vicenza nella presentazione pubblicata nella newslterr Kritik Irene Balia: Still (from) Life
termina il 30 aprile 2017
Apart spaziocritico - Vicenza
www.apartspaziocritico.com

Più di venti tele, dal piccolo al grande formato, andranno a ricostruire un ambiente domestico, un luogo intimista, statico, calmo. Una sensazione d'istante dilatato. Irene Balia (Iglesias, 1985) ci porta dentro la sua casa, dentro la sua cucina, dentro le sue finestre, dentro le sue terre sarde. I quadri si trasformano in fotogrammi, frammenti di una sfera personale ormai non più reale, distanti dalla dimensione del presente, irraggiungibili; imprendibili. Eppure l'artista li ricompone, li racchiude e socchiude con severe pennellate di colore, attraverso geometrie quasi ricamate, con colori acrilici forti e mai spenti, attraverso una dimensione d'immagine unica, totale; Irene Balia rinuncia alla prospettiva spaziale e costruisce un'a-dimensione emotiva, dall'atmosfera onirica e simbolica. Un'autobiografia pittorica fatta di persone, affetti, nature morte, ricordi e di casa. La casa dove si abita, o delle volte, quella che ci abita. (Comunicato stampa)




Carlo Belli - Città - pastelli a cera o tecnica mista cm.45x37 1949 Carlo Belli - I managers - collage cm.27x23 1938 Carlo Belli - Il mostro della scienza - tecnica mista cm.27.5x21 1966 Opera di Carlo Belli - pastelli a cera o tecnica mista cm.70x50 - nella mostra Tra Futurismo e Astrazione alla Galleria Cortina Arte di Milano Carlo Belli: Tra Futurismo e Astrazione
termina lo 06 maggio 2017
Galleria Cortina Arte - Milano
www.cortinaarte.it

Dopo la prima tappa alla Orenda Art International di Parigi, approda ora alla Cortina Arte di Milano questa mostra nata dalla collaborazione tra le due gallerie. Carlo Belli è stato un grande intellettuale italiano che ha visto sviluppare il suo ingegno tra letteratura, pittura, musica e filosofia. Il testo Kn pubblicato nel 1935 dalle edizioni del Milione è un vero e proprio manifesto dell'arte astratta dove per arte si intende l'espressione intellettuale e creativa dell'uomo, dalle Arti figurative, alla letteratura, alla musica. Amico di Kandinsky che gli riconosceva il merito della codificazione dell'astrazione intesa come visione globale del mondo e delle arti, frequenta in vita, oltre ai futuristi, i primi surrealisti cui lo legano i suoi primi cimenti pittorici.

Uomo di profonda cultura era caratterizzato da uno spirito "futurista" impetuoso ed energico nei suoi enunciati da non accettare compromessi ma da mettere invece in discussione e senza remore icone della musica e della pittura quali Beethoven e Picasso. Uomo "contro", vive sodalizi assai attivi con grandi italiani dell'arte contemporanea quali Fausto Melotti e Osvaldo Licini non tralasciando mai pensieri sì arditi da confutare i miti imperanti delle arti. La mostra - a cura di Veronica Riva e Stefano Cortina - presenta un'excursus della sua opera pittorica e sarà corredata da un catalogo pubblicato da Cortina Arte Edizioni di Milano in lingua italiana, francese e inglese. Con un testo di Veronica Riva. (Comunicato stampa)

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Ingrandimento immagine del dipinto Città, di Carlo Belli




Immagine di presentazione della mostra Bijoy Jain, George Sowden, Chung Eun Mo 1+1+1 Bijoy Jain + George Sowden + Chung Eun Mo: 1+1+1
termina il 26 maggio 2017
Assab One - Milano

Un trittico di mostre: tre autori - un architetto, un designer e una pittrice - hanno accolto l'invito ad abitare insieme i vasti spazi di Assab One, che sono stati in parte rinnovati per l'occasione. Ognuno di loro ha deciso di intervenire con lavori inediti che insistono sulla prossimità tra arte, architettura e design. Nelle tre mostre infatti arte, architettura e design si annullano in favore di una ricerca espressiva che non si deposita sul terreno già battuto dalle professioni dei tre autori. Pur rimanendo il punto di partenza, lo statuto delle loro discipline è decostruito e messo alla prova.

Bijoy Jain, un architetto, abita lo spazio con una pluralità di interventi che vanno dalla pittura alla scultura, applicando all'arte i metodi di ricerca e i processi di produzione che hanno caratterizzato l'attività di Studio Mumbai. Il titolo della mostra è Water, Air, Light. George Sowden, un designer - uno dei fondatori di Memphis - utilizza elementi della sua produzione industriale e li trasforma in un proprio vocabolario per comporre una serie di imponenti installazioni. Il titolo della mostra è The Heart of the Matter. Chung Eun Mo, una pittrice, usa lo spazio come una grande tabula rasa e fa risuonare nell'architettura il suo linguaggio. Il titolo della mostra è Shapes and Shades. (Comunicato stampa)

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1+1+1 is a triptych of exhibitions: three authors - an architect, a designer and a painter - have accepted the invitation to share the vast Assab One spaces, partly renovated for the event. Each of them has chosen to produce new work for the occasion confirming the connection between art, architecture and design. Their work is accommodated in different, yet adjoining, environments that promote a shared, energetic and open interaction that investigates and experiments with the blending of languages and the overlaying of meanings.

Bijoy Jain, architect, inhabits the space with multiple interventions that renge from painting to scultpure, applying the art methods of methods of research and production processes that characterise the activity of Studio Mumbai. The title of his exhibition is Water,Air,Light. George Sowden, designer - one of the founders of Memphis - uses elements of his industrial productions and transform them into a personal vocabulary to create a series of impressive installation. The title of his exhibition is The Heart of the Matter. Chung Eun Mo, painter, uses the space as a large blank canvas making her own personal language resonate in architecture.The title of her exhibition is Shapes and Shades. (Press release)




Agostino Perrini - Sensi Rampicanti - tecnica mista su cartone cm.70x100 2015 Agostino Perrini: Anche nei luoghi dove non siamo
termina lo 03 maggio 2017
Studio Tommaseo - Trieste
www.triestecontemporanea.it

Dopo l'importante retrospettiva alla Galleria Civica Cavour di Padova la selezione delle opere triestine dell'artista mette a tema centrale il desiderio rinnovato di contatto con la natura che Perrini esplora attraverso l'immaginario di incantati e magnifici erbari. Soprattutto le carte che saranno esposte restituiscono straordinari erbari, inventati nella materia della carta stessa, con le inclusioni vegetali lavorate assieme alla cellulosa. Queste opere così diventano luogo dell'anima, dove i fiori della memoria sono il mezzo tramite cui l'artista traccia il proprio segno poetico.

All'inaugurazione Fulvio Dell'Agnese (storico e critico dell'arte), Dino Marangon (storico dell'arte) e Paolo Marcolongo (artista e curatore) dialogheranno con il pubblico raccontando il mondo e i modi della densa produzione artistica di Agostino Perrini, che a Trieste è stato molte volte nel corso della sua carriera artistica, chiamato ad esporre allo Studio Tommaseo fin dagli inizi degli anni Ottanta, periodo al quale risale la sua partecipazione al collettivo artistico "Notte Artificiale" basato a Venezia e formato da Maurizio Pellegrin, Agostino Perrini, Marco Nereo Rotelli e Paolo Sandano. Il titolo della mostra si ispira ad una poesia del poeta bresciano Massimo Migliorati che, amico dell'artista, ha dedicato all'opera Dove non siamo (che sarà in mostra) un emblematico brano poetico discusso direttamente con Perrini.

Agostino Perrini (1955-2016) si diploma nel 1977 all'Accademia di Belle Arti di Venezia con il maestro spazialista Edmondo Bacci. Nei primi anni ottanta intraprende un rapporto di collaborazione con i critici Claudio Cerritelli e Dino Marangon. Negli anni '90 partecipa a "L'Aura", spazio autogestito per l'arte contemporanea a Brescia, mentre dal 2000 collabora come illustratore e grafico per alcuni studi creativi. (Comunicato stampa Trieste Contemporanea)




Opera di Luciano Bartolini Luciano Bartolini: Soffi
termina lo 07 maggio 2017
Galleria Gentili - Firenze
www.galleriagentili.it

La città di Firenze, intesa come Kunstbegriff, era il suo punto di riferimento; il mondo era la sua casa. A partire dai primi anni Settanta, frequenti sono i suoi viaggi in Estremo Oriente, in particolare in Nepal e nell'India del Nord. Ed è proprio in quegli anni che Luciano Bartolini (Fiesole, 1948 - Milano, 1994) realizza le sue prime opere: incolla kleenex su carta da pacchi, unisce tra loro carte paglia di diverse trame, stende pennellate di vinavil su superfici di carta ruvida. Nei Kleenex, realizzati a partire dal 1973, i pezzi di carta morbida, bianca e mai perfettamente liscia, vengono per lo più disposti secondo un ordine ortogonale realizzando così una superficie su cui la luce crea sottili rilievi d'ombra.

Nelle Carte Paglia, realizzate tre anni più tardi, le immagini scaturiscono dal modo in cui la carta viene trattata, dalle torsioni a cui viene sottoposta, dalle composizioni a scacchiera dei pezzi che, grazie alle diverse trame, presentano una singolare varietà di tonalità cromatiche. Per certi aspetti, Bartolini riprende qu l'idea figurativa di Piero Manzoni e dei suoi Achromes, ma la conoscenza e la comprensione dell'opera dei minimalisti americani, che proprio in quel periodo cominciava a fare la sua comparsa, lo portano a nuovi e originali risultati.

Alla fine degli anni Settanta Bartolini approda a Delos, Santorini, Creta, ed è lì che, sedotto dal mito d'Arianna, inizia una serie di lavori che avranno il labirinto come tema centrale delle sue opere. Nel 1981 è la volta del Monte Athos. Ispirato dal simandron, strumento di richiamo alla preghiera utilizzato nei monasteri, realizza la serie dei Klang. Dal confronto con i miti greci i suoi quadri assorbono un ridotto simbolismo. Da ombre e frammenti di sogno, le sue opere traggono ora i simboli di un linguaggio di forme: una danzatrice, il simandron, frammenti di lettere dell'alfabeto, etc. Il colore, fatto da smalti brillanti e foglia d'oro, cerca di imporsi sul tono di fondo.

Nel 1983, un lungo soggiorno a Berlino e una mostra monografica alla Nationalgalerie, lo avvicinano al romanticismo tedesco, la cui influenza si manifesta, non da ultimo, nei titoli delle opere Bäume und Bäumchen del 1988 e Emblematische Blumen del 1990. Nelle sue ultime opere, Bartolini ha lasciato una summa del suo immaginario, un testamento personale e artistico in forma di piccoli dittici. I simboli appaiono ora come dilavati o sbiaditi dall'azione del vento e degli agenti atmosferici. Il fondo pittorico è di solida materialità, ma al contempo appare estremamente fragile. La metodica chiarezza dei primi lavori fa posto a opere che sembrano penetrare la potenza del sentimento, le improvvise emozioni del racconto. Anche in considerazione del destino personale di Luciano Bartolini, è lecito qui pensare alle parole di T.S.Eliot tratte da The Waste Land: "All these fragments I have shored against my ruins". (Testo di Helmut Friedel)

«Mantenere l'anima aperta all'influsso dell'infinito» (L.B.)

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The city of Florence was his Kunstbegriff, or paradigm of art, and the world was his home. From the start of the 1970s, he made frequent trips to the Far East, especially to Nepal and northern India. Those were the years when Luciano Bartolini made his first works of art: he glued Kleenex to brown paper, joined different types of parchment paper together, laid brushstrokes of Vinavil glue on coarse paper. In the Kleenex series, begun in 1973, the pieces of soft white paper were never really smoothed out. They were most often positioned orthogonally, creating a surface where light created subtle shadows in relief.

In the Parchment paper series, the images depend on how the paper was treated: twisted, or checkerboard compositions of squares of different textures that presented a singular variety of chromatic tones. In a certain sense, Bartolini was exploring the figurative idea of Piero Manzoni and his Achromes, but his acquaintance with and comprehension of the work of American minimalists, just emerging at that time, led him to new and original results. At the end of the 1970s, Bartolini landed on Delos, Santorini and Crete. It was there that, seduced by the myth of Ariadne, he began a series of works focusing on the labyrinth as the central theme. In 1981, he went to Mount Athos.

Inspired by the simandron, the instrument used in the monasteries to call the monks to prayer, he produced his Klang series. His works absorbed a reduced symbolism from the confrontation with the Greek myths. From shadows and oneiric fragments, his works now depicted the symbols of a language of forms: a dancer, a simandron, fragments of the letters of the alphabet, etc. Colour, in the form of brilliant enamels and gold leaf, attempted to overcome the background tone. In 1983, a longer stay in Berlin and a monographic exhibition at the Nationalgalerie brought him closer to German Romanticism. Evidence of this influence can be seen in his work, for example Bäume und Bäumchen (Trees and little trees), 1988, and Emblematische Blumen (Emblematic flowers), 1990.

In his last works, Bartolini left the summa of his visual concepts, a personal and artistic testament in the form of small diptychs. The symbols now appear eroded and faded by the wind and the weather. The painted base is materially sound, but appears to be very fragile. The methodical clarity of his first works has been replaced by works that delve into the power of sentiment, the unexpected emotions of a story. Considering the personal destiny Luciano Bartolini, it is appropriate to reflect on the words of T.S. Eliot in The Waste Land: "All these fragments I have shored against my ruins." (Text Helmut Friedel)

«Leave your spirit open to the influence of infinity.» (L.B.)




Opera di Mary Bauermeister nella locandina della mostra alla Studio Gariboldi di Milano Mary Bauermeister: 1+1=3
termina il 31 maggio 2017
Studio Gariboldi - Milano
www.studiogariboldi.com

Mary Bauermeister (Francoforte sul Meno, 1934) irrompe sulla scena artistica agli inizi degli anni Sessanta con una serie di mostre sia in Europa sia negli Stati Uniti. Nel suo studio a Colonia, l'Atelier Mary Bauermeister, avvengono mostre, happening, letture e concerti di musica sperimentale, grazie all'incontro di artisti, musicisti, scrittori e poeti di primo piano, tra i quali Nam June Paik, John Cage, Merce Cunningam, Otto Piene, Ben Patterson. Sarà lo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1962 a ospitare la prima mostra personale dell'artista. Nello stesso anno, ispirata dai lavori di Robert Rauschenberg e Jasper Johns, Bauermeister si trasferisce a New York assieme a Karlheinz Stockhausen, che sposerà nel 1967.

Ottiene subito un grande successo, affermandosi sul mercato americano. Alcuni importanti musei come Museum of Modern Art, Solomon R. Guggenheim, Brooklyn Museum, Whitney Museum di New York e Hirshorn Museum di Washington aggiungono i suoi lavori alle loro collezioni. Durante il periodo newyorkese Mary Bauermeister realizza la maggior parte delle suelens boxes (alcune delle quali vengono esposte in questa mostra). Sono opere distintive della sua oeuvre, recipienti di idee, citazioni, disegni e oggetti trasfigurati dalla presenza delle lenti, che diventano delle porte verso una dimensione immaginaria ma anche tangibile.

Bauermeister interpreta la vita circoscrivendola nella multidimensionalità della box (scatola), che in questo caso diventa una thinking-case, con le tracce dei suoi pensieri, sia scritti che disegnati, velati e scombinati da diversi strati di vetro. Agli inizi degli anni Settanta, l'artista ritorna in Europa, a Colonia, dove si stabilisce definitivamente. Il lavoro di Mary Bauermeister si lega profondamente alla natura, alla musica e al cosmo. La continua contrapposizione di elementi come maschile e femminile, esterno e interno, destra e sinistra, introverso e estroverso, artificiale e naturale, ma soprattutto l'incontro tra la realtà e l'illusione, convenzionalmente percepite agli antipodi, puntano ad attivare nello spettatore un gioioso processo mentale, che lo fa precipitare in orizzonti di infinite soluzioni, dove 1+1 può essere anche uguale a 3. (Comunicato stampa)

«Non mi piacciono le affermazioni incontrovertibili, non mi piacciono i dogmi, ecco perché il mio slogan artistico è 1+1=3. Le cose non sono solamente come noi pensiamo che siano, ma hanno una grande varietà di risposte.» (Mary Bauermeister)




Locandina della mostra Traiettorie Policrome, di Paolo Ghilardi Paolo Ghilardi: Traiettorie Policrome
termina il 30 giugno 2017
Galleria Spazio Testoni - Bologna
www.spaziotestoni.it

Prima personale a Bologna di Paolo Ghilardi (Bagnatica, 1930 - Bergamo, 2014), a cura di Alberto Mattia Martini. Una selezione di opere e installazioni rese disponibili dalla Famiglia dell'Artista e dall'Archivio Paolo Ghilardi di Milano. Nelle varie sale della galleria sono presentate grandi opere di Paolo Ghilardi su tela dei primi anni '70, installazioni in metallo e tessuto, in plexiglas e vetro con all'interno fogli colorati trasparenti e diversi papier collage degli anni '90, che accompagnano una sua grande installazione ambientale, presentata per la prima volta alla Galleria Lorenzelli di Bergamo nel 1976, che occupa interamente la prima sala della galleria, composta da decine di lamine colorate in metallo leggero applicate alle pareti e a pavimento, che avvolgono il visitatore facendolo letteralmente "entrare" nella sua opera.

La ricerca artistica di Paolo Ghilardi è iniziata con l'espressività figurativa, poi si è via, via, sviluppata nelle geometrie, nel quadrato, nelle linee, nella semplificazione del linguaggio pittorico, inteso come sintesi, essenzialità dell'elemento, non per questo priva di contenuti ed emozioni generate in particolar modo dall'uso del colore. Un'espressività, quella di Ghilardi, sempre rigorosa, precisa, minimale, talvolta rigida, ma al contempo spontanea, emozionale e con un'ampia apertura alla dimensione della pura fantasia. Un'arte "percettiva" e aniconica, ma che stimola anche una dimensione intima, un'energia che interagisce tra spazio e tempo.

Il suo è un movimento perenne, che lo ha portato nel 1976 a spostare la sua ricerca dalla superficie della tela alla parete, e quindi allo spazio inteso come ambiente, ad una dimensione installativa che analizza la struttura e la geometria come indagine e ridefinizione interna del luogo, non solo espositivo, ma anche come spazio architettonico ricostruito attraverso varie traiettorie di colore. Aspetto questo della sua ricerca molto caro a Ghilardi e che lo porterà ad approfondire questa indagine fino alla sua recente scomparsa.

Paolo Ghilardi studia all'Istituto Tecnico Industriale e dagli anni Cinquanta lavora come disegnatore meccanico indipendente per la Dalmine e per l'Innocenti. Nel frattempo frequenta i corsi serali di Achille Funi, allora direttore dell'Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara di Bergamo approfondendo e completando la sua formazione artistica. Degli otto fratelli, Giuseppe, il più grande, è diplomato in pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e trasmette a Paolo la passione per la musica. Debutta sulla scena artistica lombarda dalla fine degli anni Quaranta, con la partecipazione a premi e a mostre collettive, dedicandosi con impegno all'attività espositiva. Nel 1967 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Mainieri di Milano.

L'anno successivo inizia a insegnare "Discipline pittoriche" al Liceo Artistico Statale di Bergamo, incarico che mantiene fino al 1986. Nel 1969 a Calice Ligure conosce i galleristi Remo Pastori e Maria Cernuschi Ghiringhelli con i quali stabilisce un lungo rapporto di amicizia. In questo ambiente ha la possibilità di incontrare numerosi artisti tra cui Carlo Nangeroni, Mauro Reggiani, Jean-Michel Folon, Jean Leppien ed Emilio Scanavino, per il quale progetterà la cappella funeraria nel cimitero di Calice Ligure. I suoi esordi si caratterizzano per l'adozione di un linguaggio figurativo sempre molto aggiornato, ma in seguito i suoi orizzonti si aprono alle ricerche sulla geometria, sulla struttura delle forme e sui valori cromatici; ne deriva un interesse sempre più consapevole verso l'astrattismo.

Insieme all'amico Alberto Zilocchi, alla metà degli anni Settanta partecipa agli incontri promossi dal Centro Internazionale di Studi d'Arte Costruttiva di Anversa-Bonn. A partire dal 1976 la sua ricerca sconfina oltre la semplice superficie della tela e Ghilardi si "appropria" di interi ambienti che, grazie ai suoi interventi si modificano totalmente, diventando essi stessi parti integranti dell'opera d'arte. Dal 1977 al 1980 insegna "Teoria del colore e Pittura" all'Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo. Nel 1980 realizza la prima grande scultura in vetro, "Atma, inerente il progetto di sistemazione del cimitero di Stezzano che susciterà non poche polemiche per la modernità di concezione.

Nel corso degli anni Ottanta, su incarico del Comune di Bergamo, si occupa del decoro urbano del centro storico realizzando notevoli recuperi; gli è affidato inoltre il ruolo di consulente per il "piano del colore" della città. Nel 1988 progetta la riqualificazione di piazza Libertà, del piazzale della Chiesa e dell'Auditorium del comune di Stezzano, dove Ghilardi risiede. Negli anni Novanta sperimenta l'assemblaggio di ferro, plexiglas, tessuto, in una originale ridefinizione dei confini tra quadro e scultura. Gli ultimi anni sono dedicati alla pratica del papier coupé e del collage sotto plexiglas che Ghilardi sviluppa prevalentemente in opere di medio e piccolo formato. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra Frammenti di Luce e Colore Frammenti di Luce e Colore
termina lo 05 maggio 2017
Università E-Campus - Roma

Flash di vita vissuta ed immagini oniriche si susseguono nelle opere di pittura, grafica e fotografia degli artisti Antonio D'Antoni, Antonella Iovinella, Gianfranco Mascelli, Elio Rizzo e Luminita Taranu. Frammenti di luce e colore creano le vibranti composizioni dei cinque artisti, diversi tra loro per età, provenienza geografica, formazione ed espressione artistica. Antonio D'Antoni, dopo essersi dedicato alla pittura, è approdato alla fotografia realizzando foto in bianco e nero su pellicola per passare successivamente al digitale. Attraverso la fotografia vuole rendere partecipe il fruitore delle proprie emozioni provate davanti ai soggetti scelti e al loro vissuto.

Il voler creare empatia con lo spettatore deriva a D'Antoni anche dalla sua professione di medico chirurgo. Antonella Iovinella inizia il suo percorso artistico con la pittura, creando figure che si muovono ritmicamente in un universo parallelo avvolte da una serica luce, per esprimersi successivamente con la scultura lavorando l'argilla secondo un personale concetto di pieno-vuoto, dando vita a figure antropomorfe surreal-metafisiche. Alla continua ricerca del suo io interiore si confronta anche con le nuove forme di arte digitale, realizzando opere che lei stessa definisce "fermi immagine".

Gianfranco Mascelli ha dedicato la sua vita all'arte e all'insegnamento. Durante la sua carriera artistica si è avvicinato all'Espressionismo, allo Strutturalismo per poi giungere al polimaterico, lavorando prima con i tessuti e successivamente con materiali eterogenei come catrame, sabbia, vetro e cemento. Nelle opere di Mascelli la luce gioca con la materia regalandoci sorprendenti effetti cromatici. Elio Rizzo si esprime in pittura realizzando opere inondate di luce che emozionano e coinvolgono il fruitore.

La sua lunga carriera espositiva, tra mostre personali e collettive, è iniziata nel 1963 alla G.N.A.M. di Roma, ed è stata coronata da riconoscimenti importanti, come il nome "Arborea", scelto per un padiglione espositivo dell'Università di Palermo dedicato ad una sua omonima mostra, allestita nel 1996 all'Orto Botanico dell'Università siciliana. Luminita Taranu si esprime in pittura e con la digital art lavorando sul tema della metamorfosi. Analizzando il corpo di esponenti del regno animale come la mucca, il cavallo, il cinghiale, e il corpo umano, realizza disegni, dipinti, litografie, serigrafie e incisioni su vari supporti (metallo, legno, linoleum, vetro, plexiglas). Il colore è sempre protagonista nelle sue opere, caratterizzate da sagome piatte che si ripetono e moltiplicano nello spazio. L'artista crea anche installazioni mega oggettuali. (Comunicato stampa Cinzia Folcarelli)




Locandina della mostra Shadows and Knives su Andy Warhol Andy Warhol: Shadows and Knives
termina il 30 giugno 2017
Cardi Gallery - Londra
www.cardigallery.com

Nel 1978 Andy Warhol intraprende la produzione di Shadows, con l'aiuto del suo entourage della Factory. Concepito come un unico quadro composto da più parti, il cui numero finale è determinato dalle dimensioni dello spazio espositivo, Shadows raccoglie centodue tele serigrafate che ufficializzano la precedente ricerca sull'astrazione da parte dell'artista. Quattordici tele di questo progetto sono in esposizione alla Galleria Cardi di Londra. Lo sfondo di Shadows è stato realizzato mediante l'utilizzo di un supporto spugnoso e presenta una tavolozza di colori vivaci tipica di Warhol, mentre le striature e le scie aggiungono movimento alle tele. Sono state utilizzate sette od otto diverse lastre per creare la serie, come è evidente osservando i piccoli spostamenti in scala delle aree scure e la presenza arbitraria di macchie di luce.

Le "ombre" si alternano tra le stampe positive e quelle negative mentre marciano lungo le pareti della galleria. Nel focalizzarsi sull'ombra per concepire la luce - ossia scintille di colore - Warhol torna ad uno dei temi fondamentali dell'arte: la percezione. Sviluppata la pellicola, i negativi furono portati allo studio di Warhol in modo tale che potessero essere selezionate le immagini caratterizzate dalle ombre più interessanti. Quelle foto furono sviluppate in bianco e nero in un formato di 20x25 cm. Da questa prima selezione fu fatta un'ulteriore scrematura e la decisione finale si tramutò nella scelta di lucidi di piccole e grandi dimensioni.

Andy e Ronnie posizionarono poi i lucidi sulla carta bianca per vedere come le immagini ombreggiate si combinavano insieme. I lucidi selezionati sarebbero successivamente stati trasformati in stampe serigrafiche. Andy dipinse poi lo sfondo dei quadri di piccole dimensioni con un pennello. Mentre, per i pannelli più grandi, realizzati successivamente, Andy utilizzò un mocio da cucina, acquistato nel negozio di May Department, situato vicino al suo studio. In questo modo ottenne colpi più grandi di "pennello" che aumentarono la consistenza della superficie dipinta. Nonostante l'apparente uso della tecnica della ripetizione, il "metodo macchina" di Warhol non è altro che mera riproduzione a mano.

Un fatto significativo e intrigante circa il progetto di Shadows è la irriproducibilità della sua apparente riproduzione: ogni Shadow, progetto fondamentalmente pittorico, corrisponde ad una forma che rivela, con precisione e consapevolezza, il suo spazio, dirigendo lo sguardo dello spettatore verso la luce. Il soggetto centrale di ogni Shadow è la percezione. La serie di Shadows è capace di evocare un sentimento spirituale di calma e meditazione nello spettatore in piedi nella stanza in cui è installata. Le opere di questa serie sono efficacemente contemplabili come un gruppo, o anche individualmente con i propri colori unici e gli sfondi pittorici che rendono le forme stesse astratte e apparentemente diverse. Questi sono dei dipinti forti che non possono essere ignorati. Con questa mostra la Galleria Cardi riconferma il suo interesse per gli storici artisti nazionali e internazionali. (Comunicato stampa)

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Fink on Warhol - New York Photographs of the 1960s
Spazio Damiani - Bologna, termina il 30 aprile 2017
Presentazione




Berenice Abbott
termina il 31 maggio 2017
Museo MAN - Nuoro

Prima mostra antologica in Italia dedicata a Berenice Abbott (Springfield, 17 luglio 1898 - Monson, 9 dicembre 1991), una delle più originali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento. Terza di un grande ciclo dedicato alla "street photography", la mostra, a cura di Anne Morin, presenta, per la prima volta in Italia, una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. Suddiviso in tre macrosezioni - Ritratti, New York e Fotografie scientifiche - il percorso espositivo restituisce il grande talento di Berenice Abbott e fornisce un quadro generale della sua variegata attività. Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray, esponenti di punta del movimento Dada. Con Man Ray, in particolare, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926.

Sono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell'avanguardia artistica e letteraria europea, da Jean Cocteau, a James Joice, da Max Ernst ad André Gide. Allontanatasi dallo studio di Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria "Le Sacre du Printemps". E' in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano. Per Abbott è un punto di svolta.

La fotografa decide di abbandonare la ricerca portata avanti fino a quel momento e di fare propria la poetica del negletto Atget - del quale, alla morte, acquisterà gran parte dell'archivio, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti - dedicandosi, da quel momento in poi, al racconto della metropoli di New York. Tutti gli anni Trenta, dopo il rientro negli Stati Uniti, sono infatti dedicati alla realizzazione di un unico grande progetto, volto a registrare le trasformazioni della città in seguito alla grande depressione del 1929. La sua attenzione si concentra sulle architetture, sull'espansione urbana e sui grattacieli che progressivamente si sostituiscono ai vecchi edifici, oltre che sui negozi e le insegne.

Il risultato è un volume, tra i più celebri della storia della fotografia del XX secolo, intitolato Changing New York (1939), che raccoglie una serie straordinaria di fotografie caratterizzate da forti contrasti di luci e ombre e da angolature dinamiche, ad esaltare la potenza delle forme e il ritmo interno alle immagini. Nel 1940 Berenice Abbott diventa picture editor per la rivista "Science Illustrated". L'esperienza maturata nelle strade di New York la porterà a guardare con occhi diversi le immagini scientifiche, che diventano per lei uno spazio privilegiato di osservazione della realtà oltre il paesaggio urbano. In linea con le coeve ricerche artistiche sull'astrazione, Berenice Abbott realizza allora una serie di fotografie di laboratorio, concentrandosi sul dinamismo e sugli equilibri delle forme, con esiti straordinari. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Vincenzo Agnetti. Photo-Graffie | Dopo le grandi manovre 1979-1981
Fondazione Brodbeck - Catania, termina il 14 maggio 2017
Presentazione

Fink on Warhol - New York Photographs of the 1960s
Spazio Damiani - Bologna, termina il 30 aprile 2017
Presentazione

La Stampa fotografa un'epoca
Palazzo Madama - Corte Medievale - Torino, termina il 22 maggio 2017
Presentazione

Eric Rondepierre: "C'era una volta il cinema..."
Galleria Paci contemporary - Brescia, termina il 30 settembre 2017
Presentazione

Mostre su Vivian Maier in Italia
Presentazione

Elliott Erwitt: Kolor
Palazzo Ducale - Genova, 11 febbraio - 16 luglio 2017
Presentazione

Gianni Berengo Gardin - Vera fotografia con testi d'autore
CAOS (Centro Arti Opificio Siri) - Terni, termina il 30 aprile 2017
Presentazione

La guerra è finita. Nasce la Repubblica.
Milano 1945-1946. Fotografie di Federico Patellani

Museo di Fotografia Contemporanea - Milano, termina il 30 aprile 2017
Presentazione

Henri Cartier Bresson: Fotografo
Palazzo Ducale - Genova, 11 marzo - 11 giugno 2017
Presentazione




Opera di Jirí Kolár nella mostra Il poeta del collage alla MAAB Gallery di Milano Jirí Kolár: Il poeta del collage
termina lo 05 maggio 2017
MAAB Gallery - Milano

Attraverso una selezione di oltre venti opere realizzate tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento, l'esposizione ripercorre la lunga carriera dell'artista ceco (Protovín 1924 - Praga 2002). Da sempre affascinato dai caratteri tipografici, autore di saggi e poesie, il poliedrico Jirí Kolár elegge il collage a una vera e propria scienza. Tecnica di origini antichissime, ma diffusa ampiamente in Europa solo dai primi decenni del XX secolo, quando venne praticata da cubisti, dadaisti e surrealisti, il collage trova nelle creazioni di Kolár un ampio spettro di possibili soluzioni, elencate dall'artista stesso nel Dictionnaire des méthodes, terminato nel 1983.

Rollages, come Senza titolo - Omaggio a Nefertiti (1987), in cui l'immagine della celebre regina egizia viene frammentata in una sequenza di strisce uguali poi ricomposte in un nuovo complesso figurativo, chiasmages, tra cui Preghiera per la misericordia (1984), ove si ritrovano tracce di un testo religioso in latino, lintons, come Il gioco celato (1974), e altre tipologie di collages rivelano allo spettatore l'universo creativo di Kolár, popolato da estratti di spartiti musicali e testi religiosi, lacerti di noti dipinti e sculture e tracce della quotidianità che ci raccontano, per immagini, la nostra storia. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano-inglese) con saggio di Gianluca Ranzi.

Jirí Kolár scopre l'edizione ceca di Les mots en liberté futuristes di Filippo Tommaso Marinetti, che lo conduce nel mondo della poesia moderna. Grazie all'incontro con il Surrealismo inizia a lavorare con la tecnica del collage. Nel 1937 tiene la sua prima mostra personale al Mozarteum di Praga. Nel 1941, durante l'occupazione tedesca, esce la sua prima raccolta di poesie e nel novembre del 1942 fonda il gruppo "Skupina 42" insieme ad altri poeti, pittori, studiosi di storia dell'arte, uno scultore e un fotografo. Tra il 1946 e il 1948 viaggia in Germania, a Parigi e in Gran Bretagna e nel 1952 pubblica Il Fegato di Prometeo sulla situazione cecoslovacca dopo l'avvento del regime comunista. Verso la fine degli anni Sessanta espone in Germania e in Brasile dove, nel 1969, è premiato alla X Biennale di San Paolo; seguono esposizioni in Canada e in Giappone. Nel 1975, 1978 e nel 1985 il Guggenheim R. Solomon Museum di New York gli dedica tre personali. Nel 1991 riceve il Premio Seifert e viene nominato cittadino onorario di Praga. (Comunicato stampa)




Immagine dalla mostra Dal telegrafo al postino telematico - come le Telecomunicazioni hanno cambiato il nostro modo di comunicare Dal telegrafo al postino telematico - mostra al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste "Pronto...sono Matilde"
Dal telegrafo al postino telematico: come le Telecomunicazioni hanno cambiato il nostro modo di comunicare


termina il 28 aprile 2017
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Un'operazione di archeologia industriale che vuole raccontare alle nuove generazioni la storia delle Telecomunicazioni. Una storia in cui l'Italia ha avuto un ruolo determinante. Un progetto che si propone di riallacciare l'interesse dei giovani verso un settore, quello delle Telecomunicazioni, che in Italia, contrariamente al resto del mondo, non entra più negli indirizzi di studio graditi ai giovani. Una serie di conferenze, sul tema, integreranno il contenuto della mostra. La mostra viene organizzata dal Museo Postale e telegrafico della Mitteleuropa e dall'associazione culturale "6idea". Consiste nell'allestimento di un'esposizione di apparati di telecomunicazione che interessano l'arco temporale che va dalla fine dell'800 ad oggi (telegrafi, telefoni ed altre tecnologie di telecomunicazione). Questi materiali provengono dalla collezione del Museo Postale e da alcune collezioni private.

Gli apparati saranno ambientati nel contesto storico di riferimento tramite l'uso di semplici istallazioni (poster, francobolli, cartoline, manuali, fotografie, documenti storici ecc..). L'iniziativa si rivolge principalmente ai giovani cercando di stimolare, oltre alla loro curiosità per questi oggetti "strani " ed "obsoleti", l'interesse verso i principi delle telecomunicazioni che restano a tutt'oggi alla base delle tecnologie più avanzate. Alcuni di questi apparati saranno rimessi in funzione e collegati. L'obiettivo principale della mostra è realizzare un'esposizione che coinvolga attivamente il pubblico, che potrà non solo guardare ma anche interagire con i telefoni in modo divertente, un approccio didattico rivolto principalmente ai giovani.

Il titolo della rassegna è un'omaggio alla scrittrice napoletana Matilde Serao che nel 1875 lavorò come telegrafista avendo vinto un posto come ausiliaria ai Telegrafi di Stato. Scrittrice e giornalista famosa, si occupò di comunicazione tutta la vita, fondando nel 1892 il quotidiano "Il Mattino" di Napoli con il marito e poi nel 1903, prima donna nella storia del giornalismo italiano, fondando da sola e dirigendo il quotidiano "Il Giorno". Collaborano all'iniziativa gli artisti: Ana Cevallos, Luciana Costa, Elisabetta De Minicis, Laila Grison, Monica Kirchmayr, Rosanna Palombit, Giorgio Schumann che esporranno nella sala della Posta alcune loro creazioni ispirate al tema della mostra; la cooperativa Sociale Onlus Lybra (del sistema Acli Trieste) con i lavori appositamente realizzati dalle persone diversamente abili nell'ambito del progetto "Era Creativa" e l'European School of Trieste.

La mostra sarà accompagnata da un programma di eventi e conferenze che si svolgeranno grazie alla collaborazione: della prof.essa Cristina Benussi e del prof. Fulvio Babich docenti all'Università di Trieste, di Gianni Chelleri di "Space in a hand", di Ester Pacor di "Espansioni", di Marianna Sinagra violoncellista del Teatro Verdi di Trieste, di Giuliana Stecchina docente di Comunicazione orale e masmediatica Università di Pola, Paola Urso di "6idea" ed il musicista Marco Zanettovich. (Comunicato stampa)

Programma delle conferenze

- Matilde Serao e Giuseppina Martinuzzi, due direttrici di giornale nell'800, a cura di Ester Pacor
- Una storia italiana. Lo sviluppo delle telecomunicazioni, a cura di Paola Urso e Marco Zanettovich
- Matilde Serao, a cura di Cristina Benussi, Università degli Studi di Trieste
- L'importanza del telegrafo, nello studio della storia contemporanea, a cura di Mario Coglitore, già Università Ca' Foscari di Venezia




Mirko Baricchi - Pangea #19 - tecnica mista su tela cm.60x50 2017 Mirko Baricchi - Humus #19 - tecnica mista su cartoncino cm.150x300 2015 - foto Dario Lasagni Mirko Baricchi - Germogli. E di stelle - tecnica mista su tela 2012 cm.180x340 - foto Dario Lasagni Mirko Baricchi: Derive
termina il 18 giugno 2017
CAMeC centro arte moderna e contemporanea - La Spezia

Curata da Daniele Capra, la mostra raccoglie una trentina di opere su carta e su tela dell'artista spezzino che sintetizzano la produzione degli ultimi dieci anni, nonché una quindicina di lavori, molti dei quali di grandi dimensioni, realizzati appositamente per questa esposizione. "Derive" fa riferimento alla teoria geologica che spiega la formazione dei continenti a partire da un'unica massa indifferenziata. Una fonte comune è l'origine della pluralità, e parimenti ogni elemento derivato conserva traccia della propria impronta di provenienza. "Derive", dunque, come metafora di un percorso artistico su cui agiscono spinte personali consce ed effetti ambientali non preventivamente calcolabili, evidenziati dalle opere in esposizione, frutto di un decennio di indagine: da pezzi storici al ciclo "Germogli. E di stelle", dalle carte della serie "Humus" alla ricerca recente, rappresentata nell'economia del progetto da una quindicina di lavori inediti.

Come scrive il curatore, «la mostra racconta il lento e progressivo sviluppo di una pratica artistica che ha visto abbandonare gli stilemi iconici a favore di una pittura fluida, contraddistinta da una grande attenzione rivolta alla processualità esecutiva. La ricerca di Baricchi si è infatti evoluta, rispetto alla figurazione ondivaga e appena accennata degli esordi, verso una pittura caratterizzata dalla presenza di elementi reiterati, da campiture cangianti e minime aree piatte di colore. L'interesse dell'artista si è così spostato dal soggetto rappresentato nell'opera alla pittura in sé come linguaggio, alla ricerca di una superficie autosufficiente, in cui le tensioni visive siano bilanciate dall'equilibrio delle parti in campo». "Derive" è realizzata in collaborazione con la Galleria Cardelli & Fontana di Sarzana (La Spezia) ed è corredata da una pubblicazione bilingue che sarà presentata nel corso della mostra. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Apertura del terzo Museo della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri
Ex Seccatoi del Tabacco - Città di Castello (Perugia)
www.fondazioneburri.org

Nuova sezione del più grande Museo d'Artista al mondo, dedicato esclusivamente all'intero corpus dell'opera grafica di Alberto Burri. Il 12 marzo 2017, in occasione della ricorrenza della sua nascita, si conclude l'anno "lungo" del Centenario e si apre una nuova fase della vita della Fondazione. L'inedita sezione agli ex Seccatoi occupa infatti oltre quattromila metri quadri, tutti ottenuti da un recente intervento di riqualificazione di parte degli spazi sottostanti in vasti ambienti che accolgono, secondo l'originario allestimento predisposto dallo stesso Burri, i suoi Grandi Cicli d'opera. Con questo ingente nucleo di opere grafiche, la superficie espositiva offerta ai visitatori negli ex Seccatoi raggiunge gli undicimila e cinquecento metri quadri.

Con le tre diversificate raccolte, comprensive anche delle sculture all'aperto, complessivamente, il "Polo Burri" a Città di Castello è il più esteso Museo d'Artista al mondo ed è anche uno dei più importanti luoghi del contemporaneo in Europa. La nuova sezione, o Terzo Museo Burri, accoglie e propone l'intero repertorio grafico e di multipli dell'artista, consistente in oltre duecento opere. Si tratta di un importante aspetto della produzione artistica di Burri, che a volte precorre, a volte segue e in altri casi è coeva con le sue opere maggiori e pone in evidenza anche la sua straordinaria manualità e attitudine alla sperimentazione costante. L'esecuzione di queste opere in collaborazione con grandi stampatori ha visto l'artista stesso cimentarsi in differenti cicli produttivi che hanno distinto la sua attitudine alla sperimentazione rispetto a quella di altri artisti della sua generazione, tanto in Italia che all'estero.

«Nel caso di Burri, parlare di grafica non significa parlare di una produzione minore rispetto ai dipinti, ma soltanto di una modalità artistica diversa e parallela, nella concezione e nell'esecuzione, tale insomma da potersi annoverare con assoluto rilievo nella produzione del grande pittore, a fianco di tutti gli altri suoi rivoluzionari pronunciamenti innovativi. Anche nella grafica, Burri ha cercato di superare sfide tecniche e di spingere i confini sia degli strumenti che dei materiali utilizzati. Con esiti di interesse straordinario, come le opere esposte confermano», sottolinea Bruno Corà, Presidente della Fondazione. L'attività grafica di Burri ha inizio nel 1950 e si conclude nel 1994. Com'è noto, Burri ha ricevuto nel 1973 dall'Accademia Nazionale dei Lincei il Premio Feltrinelli per la Grafica con la motivazione che essa «... si integra perfettamente alla pittura dell'artista, di cui costituisce (...) una vivificazione che accompagna il rigore estremo a una purezza espressiva incomparabile».

Il Museo Burri della Grafica si aggiunge, come atto conclusivo, alle numerose iniziative del Centenario che ha avuto molte tappe importanti: dalla nuova edizione del Catalogo Generale al compimento del Grande Cretto di Gibellina, alla ricostruzione del Teatro Continuo a Milano, solo per citare gli eventi più importanti. L'impegno della Fondazione è stato profuso anche in ambito espositivo con mostre dedicate ad approfondire e/o rivedere il ruolo di Burri in vari contesti nazionali e internazionali, nonché riportando la Fondazione Burri al centro dell'attenzione internazionale, con convegni che hanno visto confluire nella sua città natale e proprio negli Ex Seccatoi artisti, studiosi, direttori di musei e critici da tutto il mondo per parlare dello stato dell'arte. Sino alla recente mostra "Burri. Lo Spazio di Materia / tra Europa e Usa", che lascia ora spazio alla definitiva collocazione museale dell'opera grafica e multipla di Burri. In occasione dell'apertura della Sezione Grafica della Collezione Burri è prevista una giornata dii studio con la partecipazione di studiosi del settore e importanti stampatori nazionali e internazionali. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Diego Salvador nella mostra Dialogues a Trieste Diego Salvador: "Dialogues"
termina il 15 maggio 2017
Impresa Sociale Ad Formandum - Trieste

Mostra fotografica di Diego Salvador. Così ne parla Giancarlo Torresani: "In queste sue opere gli spazi fotografati da Salvador appaiono non come paradigmi costituiti da riprodurre e perpetuare, ma come elementi fluidi della vita quotidiana, configurati come ambienti ideali di conversazione (da cui la sovrapposizione di testi alle immagini) per una scoperta di un nuovo linguaggio con il quale indagare questi spazi, interpretarli per poi rappresentarli. Il modus operandi, scelto da Salvador, è il sistema ICM: muovendo intenzionalmente la fotocamera durante l'esposizione, con un tempo adatto d'otturatore, e applicando un movimento direzionale alla fotocamera rispetto al soggetto, egli ottiene un effetto creativo-artistico caratterizzato da evidenti striature nell'immagine. Un sistema sperimentato con molta pazienza che ha avuto tra i suoi principali sostenitori Ernst Hass, Douglas Barkey, Alexey Titarenko... solo per citarne alcuni".

Così l'autore, rasentando l'astrazione o, per dirla in altro modo, la non riconoscibilità del soggetto ripreso, disegna con la luce, inseguendone i contorni, l'intensità, il calore, il moto dell'animo, per donare un proprio timbro all'immagine originaria, il che vale a dire una vita nuova. La serata è organizzata con il concorso dell'Associazione Juliet. (Comunicato stampa)




Lidija Delic - Sunset Journey - 130x170.cm 2017 Lidija Delic: Sunset Journeys
termina il 12 maggio 2017
Circoloquadro arte contemporanea - Milano
www.circoloquadro.com

Prima personale in Italia di Lidija Delic, a cura di Marta Cereda. La giovane artista presenta la sua ricerca più recente: una serie di dipinti che ruotano intorno all'idea del tramonto come rappresentazione sintetica e simbolica di temi legati al viaggio, alla memoria e allo scorrere del tempo. Nelle opere in mostra l'apparente banalità del soggetto viene da una parte enfatizzata, attraverso la ripetizione e la ridondanza, dall'altro viene annullata grazie a una tecnica pittorica che richiede capacità di attesa e che impedisce un risultato uniforme e uguale a se stesso.

Alcune carte di grandi dimensioni e un'installazione sottolineano dunque la soggettività del tempo e l'evanescenza del ricordo, mentre il soggetto rimanda sia alla pittura di paesaggio en plein air sia alle collezioni di cartoline di paesaggi esotici raccolte e sfogliate dall'artista. La nuova sede di Circoloquadro arte contemporanea con la grande finestra affacciata su corso Buenos Aires dialoga con il progetto, inserendo un ulteriore livello di lettura: quello dello scorrere del tempo reale che progressivamente illumina e porta all'oscurità naturalmente le opere in mostra.

Dopo essersi diplomata in Pittura presso la facoltà di Belle Arti a Belgrado, Lidija Delic (Montenegro, 1986) ha conseguito un dottorato presso il dipartimento di Arte Multimediale della stessa università. Il suo lavoro è stato esposto in mostre personali e collettive, tra cui si ricordano Interspace (Gallery 212, Belgrado, 2016) e Diving (Espacio Trapezio, Madrid, Spagna, 2015). Nel 2015 è stata artista in residenza presso Glo' Art, Global Art Center, Lanaken, Belgio e Intercambiador Acart, Madrid, Spagna. Nel 2017 è stata selezionata per Bjcem, Biennale des jeunes créateurs de l'Europe et de la Méditerranée. E' cofondatrice di U10 Art Space. (Comunicato stampa)




Silver Surfer - Signed Stan Lee only on front Steve Kaufman - Elvis Le cinéma de Steve Kaufman
termina lo 06 maggio 2017
Barbara Frigerio Contemporary Arts - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it/page/18 (versione on line della mostra)

"Non c'è fine. Non c'è inizio. C'è solo l'infinita passione per la vita." Questa frase di Federico Fellini può descrivere al meglio lo spirito di Steve Kaufman e del suo lavoro, volto a descrivere persone ed oggetti del mondo contemporaneo con fare ironico e sognante. E lo scintillante mondo del cinema è sicuramente una buona fonte d'ispirazione per le sue opere: tra star, locandine e fotogrammi. Una per tutti l'intramontabile Marylin, icona per eccellenza, da Kaufman ritratta innumerevoli volte, ma sempre con una nuova veste. Lo stesso può dirsi per Elvis Presley e James Dean, volti intramontabili della nostra storia, qui presenti accanto, tra gli altri, ad una bellissima ed elegante Grace Kelly. Lo sguardo divertito dell'artista pop non poteva non prendere in considerazione anche il mondo delle fiabe, dei cartoni animati e dei supereroi: un modo sapiente di farci continuare a sognare. (Comunicato stampa)




Vincenzo Agnetti
Photo-Graffie | Dopo le grandi manovre 1979-1981


termina il 14 maggio 2017
Fondazione Brodbeck - Catania
www.fondazionebrodbeck.it

Con le due mostre personali dedicate a Federico Baronello, Indigenation, e a Mauro Cappotto, Makes, Remakes and Unmakes, nel 2016, la Fondazione Brodbeck ha inaugurato il format espositivo Unfinished Culture, ideato da Giovanni Iovane con l'intento di ridefinire l'idea d'identità, territorio e della rete complessa che allinea in maniera orizzontale la scena internazionale dell'arte contemporanea, del pensiero critico, geopolitico e sociale. Il tema generale delle mostre si fondava essenzialmente sul processo concettuale della documentazione fotografica come opera d'arte e, nello stesso tempo, come pratica espositiva. Sempre nel progetto Unfinished Culture, l'istituzione catanese dedicata all'arte contemporanea presenta una mostra su Vincenzo Agnetti (Milano, 1926-1981), a cura di Giovanni Iovane in collaborazione con L'Archivio Agnetti.

Vincenzo Agnetti è stato un artista "eccentrico" e di fondamentale importanza per le sperimentazioni concettuali a partire dagli anni '60. I suoi primi interventi sono infatti teorici e a sostegno, attraverso la rivista "Azimuth", di artisti come Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Successivamente, e mediante una particolare esperienza artistica e di vita, Agnetti elabora una vera e propria poetica essenzialmente fondata sull'impossibilità di comunicare. Tale "impossibilità", insieme drammatica e ironica, è presente sin dal 1963 con il suo romanzo Obsoleto e poi in opere esemplari come il Libro dimenticato a memoria (1969).

La riflessione sul linguaggio (ciò che si comunica...), lo accomuna ad altri artisti internazionali concettuali, così come la riflessione filosofica essenzialmente basata sulle analisi del filosofo Ludwig Wittegenstein (1889-1951). Punto nodale dell'originale esperienza artistica di Agnetti è il "rammemorare" come forma di conoscenza e contemporaneamente come forma di oblio. Tale apparente paradosso filosofico e psicologico assume speciali forme attive e performative nelle opere di Agnetti attraverso le figure del "rammentatore", del "dicitore" o in azioni come quella appunto di "dimenticare a memoria". Altra caratteristica dell'esperienza artistica di Agnetti, oltre alle contaminazioni tra arte e poesia e linguaggio, riguarda la teatralizzazione e la messa in scena come elemento sia performativo che di reale compimento dell'opera d'arte.

La mostra Vincenzo Agnetti Photo-Graffie e Dopo le grandi manovre riprende la pratica dell'uso della fotografia come medium e soprattutto come processo concettuale. Agnetti realizza la serie delle Photo-Graffie dal 1979 al 1981. Si tratta di pellicole fotografiche esposte alla luce, trattate e graffiate al fine di "recuperare" il disegno o meglio l'elemento figurativo e talora pittorico dell'immagine. Come per i lavori precedenti di Agnetti la "Photo-graffia" si fonda su un procedimento alterato. Con l'esposizione alla luce della pellicola fotografica, il conseguente annerimento diviene una azione di azzeramento e nello stesso tempo di totale compressione dell'immagine.

Dalla fine e dall'annientamento dell'immagine, così come da una fotografia che non presenta altro che il nero, è tuttavia possibile agire con graffi e con colori. Graffiare e dipingere divengono in tal modo dei "segnali", delle forme poetiche disposti su una struttura cancellata quale appunto la pellicola fotografica. Una originale forma di espressione pittorica che nelle Vetrate si arricchisce ancor più di ulteriori possibilità spaziali (anche in questo caso con un procedimento alterato tra interno ed esterno). Tale "recupero" dell'immagine s'inserisce all'interno di un procedimento concettuale e insieme poetico che contraddistingue l'intera e straordinaria esperienza artistica di Vincenzo Agnetti. Sotto il titolo generale di Dopo le grandi manovre (1979-1981) sono presenti in mostra 20 opere su carta realizzate mediante l'uso della fotografia, della scrittura, della china e talora del collage e del pastello.

"Io sono stato colpito - dichiara lo stesso artista - da questo fotografo di circa cento anni fa, che era un grande fotografo. Ho trovato le sue immagini incollate in un vecchio album, che ho comprato da un rigattiere a Gibilterra. Erano piccole foto in bianco e nero, che un altro anonimo ha successivamente acquarellato. Io le ho rifotografate con una macchina da dilettante, le ho fatte ingrandire in un modo particolare e ho ottenuto queste cose. Mi interessano perché sono di un poeta che usava le foto. Da parte mia ho voluto inserirmi in questo spessore poetico".

Anche in queste opere, "originate" da un vecchio album di tavole giapponesi, l'immagine fotografica s'inserisce simultaneamente in un processo artistico concettuale che fonde immagine, linguaggio e capacità espressiva pittorica. Come per le Photo-Graffie, lo "spessore poetico" è la chiave di volta per la comprensione e soprattutto la visione di queste opere. La mostra è stata resa possibile dalla collaborazione attiva di Germana Agnetti. Gli studenti del Biennio specialistico di "Visual Cultures e pratiche curatoriali" dell'Accademia di Brera, Vincenzo Argentieri, Emilie Gualtieri e Bianca Frasso, coordinati da Valeria Faccioni (Archivio Agnetti) hanno collaborato al progetto espositivo nonché alla preparazione editoriale del libro Vincenzo Agnetti Photo-Graffie Dopo le grandi manovre che sarà presentato a Catania presso la Fondazione Brodbeck in occasione del finissage della mostra.

La Fondazione Brodbeck è stata costituita il 30 novembre del 2007 con il fine di produrre e presentare opere di artisti in grado di modificare i confini del fare arte. Essa si trova all'interno di un complesso postindustriale situato nel cuore della vecchia Catania, più precisamente nel quartiere storico di San Cristoforo, a pochi passi dal Museo Civico Castello Ursino, dalla ex Manifattura Tabacco (futura sede del Museo Archeologico), da Piazza Duomo e da Piazza Università. L'intero isolato nel quale ha sede la Fondazione è stato soprannominato "Fortino" sia per le mura che, cingendo lo spazio, ricordano la struttura di un piccolo forte, sia perché vicino al quartiere storicamente così denominato.

Un'area di 6 mila metri quadri che si presenta come una cittadella composta da 15 capannoni che si affacciano su tre piccole corti. Il complesso risale alla fine dell'Ottocento, con aggiunte postume novecentesche. Attualmente sono stati ristrutturati 600 metri quadri destinati a spazi per mostre temporanee, residenze d'artista, foresteria e un laboratorio progettuale; un modulo operativo che, arricchito della presenza della collezione Paolo Brodbeck, verrà esteso all'intero complesso. Ad affiancare le attività espositive un programma didattico rivolto prevalentemente alle scuole, ma anche a pubblici adulti, strutturato con la formula della visita partecipata, in cui lo spettatore è parte attiva nel processo di fruizione delle opere. (Comunicato stampa)




Immagine dalla mostra di Barbara Giavelli Barbara Giavelli - L'apertura della mente - mosaico in marmo cm.90x70 2015 Barbara Giavelli: L'arte del mosaico
termina lo 06 maggio 2017
Atelier di Barbara Giavelli - Chiozza di Scandiano (Reggio Emilia)
www.macauba.com

Dopo l'esposizione estiva a Pietrasanta (Lucca) e la partecipazione alla rassegna "L'Arte svelata in luoghi insoliti", a cura di Pina Tromellini, l'artista ha deciso di aprire al pubblico il proprio atelier per consentire ai visitatori di seguire il farsi dell'opera. Come si legge nel testo di Pina Tromellini, pubblicato nel volume L'Arte svelata in luoghi insoliti (Vanillaedizioni, 2016), «Ci si innamora del proprio lavoro artistico; si può piangere dalla gioia se si raggiunge un traguardo prefissato. Succede a Barbara Giavelli, mosaicista che, dopo varie esperienze creative, ha scoperto il mosaico e l'ha trasformato in un'attività totalizzante. Sorprende la relazione che l'artista ha con le pietre, numerose, di colori diversi e di sfumature impensate. Ogni tanto le annaffia come farebbe con i fiori di un giardino, per esaltarne i colori. Il suo laboratorio infatti è un giardino di pietre: le distingue singolarmente e le sfiora con delicatezza, perché è convinta che diventeranno qualcosa di unico e prezioso. Gli smalti veneziani emanano luce dentro a bottiglie trasparenti, altre pietre sono ordinate in diversi contenitori. Per apprezzare i mosaici di Barbara occorre iniziare da qui, da una materia prima che non ha confini. Le pietre appartengono al mondo. (...)». In esposizione, anche piccoli oggetti, come fibbie, ciondoli ed opere da indossare.

Barbara Giavelli (Reggio Emilia, 1970) da sempre attratta dall'arte, in particolare dalla pittura e dal disegno, sperimenta varie tecniche. Nel 2000 inizia a frequentare i corsi di pittura tenuti da Alessandra Ariatti che, contemporaneamente, la indirizza verso l'arte musiva. In un primo tempo affronta la tecnica del mosaico in modo autonomo, successivamente si rivolge al mosaicista Gian Domenico Silvestrone per acquisire maggiore dimestichezza con la materia. Già dai primi lavori, l'artista intuisce le potenzialità del mosaico e la possibilità di esprimere con tessere in pietra, ori e smalti veneziani il proprio sentire. Dopo un primo studio dei soggetti classici, concentra la propria attenzione sulla potenza espressiva del colore, sull'effetto della luce che colpisce la materia vitrea e la pietra. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Maria Papa - La pureté - marmo bianco di Altissimo h 60cm 1989 Maria Papa Rostkowska (1923-2008)
Le opere, gli amici, i luoghi


termina il 30 aprile 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Virgilio Guidi - San Donato Milanese

Maria Baranowska (Varsavia, 1923 - Pietrasanta, 2008), di padre polacco e madre russa, nel 1943 sposa Ludwik Rostkowski Jr, importante esponente della social-democrazia polacca, con il quale partecipa al salvataggio di numerosi ebrei del Ghetto di Varsavia. Durante l'insurrezione di Varsavia, nel 1944, è attiva nella lotta contro l'armata tedesca ottenendo, dopo la liberazione, la medaglia "Virtuti Militari" nel frattempo studia architettura e belle arti. Rimasta vedova nel 1950 inizia a partecipare come pittrice, a varie esposizioni in Polonia. Nel 1957, su invito del pittore Edouard Pignon si trasferisce a Parigi dove conosce l'editore, scrittore e critico d'arte Gualtieri di San Lazzaro (al secolo Giuseppe Papa), fondatore della rivista d'arte "XXe Siècle" e dell'omonima galleria, che sposerà nel 1958.

Maria si trova subito al centro della vita artistica parigina, conosce gli artisti più importanti come Serge Poliakoff, Joan Mirò, Ésteve, diventa amica di scrittori, critici e personalità della cultura come Eugene Ionesco, André Pieyre de Mandiargues, Pierre Volboudt, André Verdet, Robert Lebel, Jacques Lassaigne, Beniamino Joppolo, Vittorio De Sica, Cesare Zavattini. Ma anche Nina Kandinsky e scultori come Emile Gilioli, Marino Marini, Lucio Fontana e Carlo Sergio Signori. Sono questi gli anni in cui, passando le estati ad Albisola (Savona), scopre la ceramica e la terracotta e comincia a dedicarsi principalmente alla scultura.

Lavora nei laboratori di Tullio d'Albisola e passa il tempo in compagnia di Carlo Cardazzo e degli amici artisti che gravitano intorno alla Galleria del Naviglio come Capogrossi, Crippa, Fabbri, Manzoni, Scanavino, Milena Milani, Sassu, Wifredo Lam e Asger Jorn. Il risultato di quel lavoro febbrile e intenso sarà presentato per la prima volta alla Galleria del Naviglio, nel 1960, con una presentazione di André Verdet. Seguiranno altre importanti rassegne, in cui Maria Papa si trova in un importante circuito internazionale, che vede la partecipazione di artisti delle avanguardie storiche, come Hans Arp, Marc Chagall, Alberto Magnelli, Massimo Campigli e Sonia Delaunay, e artisti della seconda École de Paris, o italiani come Alberto Burri, Agenore Fabbri, Giuseppe Capogrossi e Lucio Fontana.

Nel 1966 è invitata da Giuseppe Marchiori a partecipare al Symposium del Marmo organizzato dalla ditta Henraux di Querceta, in Versilia, dove scopre il marmo, che diventerà il suo materiale d'elezione. Da allora, e fino al 1999, la sua vita si dividerà fra la Versilia e Parigi. Nell'aprile 2009 la città di Pietrasanta le dedica un'importante retrospettiva, rendendo omaggio a una delle rare donne scultrici che si siano dedicate alla "taglia diretta". Esposizioni commemorative si sono tenute a Parigi, a Varsavia e a Milano. In anni recenti alcune sue grandi opere sono state collocate in luoghi pubblici a Milano (Centro Apice, Università di Milano), Varsavia (Museo di Scultura, Museo Nazionale e due nel Palazzo Presidenziale della Repubblica Polacca), Mentone, Pietrasanta.

A Parigi, al Palais Bourbon, proprio davanti alla sala dei deputati del Parlamento Francese, è stata collocata nella primavera del 2011 la scultura monumentale "Promesse de Bonheur", alta più di 3 metri, in marmo bianco di Altissimo. Maria Papa è la sola artista non-francese ad avere un'opera al Palais Bourbon. La mostra Maria Papa Rostkowska (1923-2008) - Le opere, gli amici, i luoghi è a cura di Stefano Cortina. L'inaugurazione della mostra sarà preceduta alle ore 17 dal concerto della pianista Magdalena Zuk Musicality of sculpture, su musiche di Frederic Chopin, Karol Szymanowski e Domenico Scarlatti. (Comunicato stampa Associazione Culturale Renzo Cortina)




Opera di Henri Cartier Bresson Henri Cartier Bresson: Fotografo
termina l'11 giugno 2017
Palazzo Ducale - Genova

Centoquaranta scatti di Henri Cartier Bresson, dedicati al grande maestro, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava. Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera. "Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per 'dare un senso' al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione". Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale.

Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale". I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme. Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

"Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore". Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curator per la Villa Reale - è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947.

Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier-Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire. A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico italiano ha scritto: "Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco."

La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2000 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. Obiettivo della rassegna è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato Ufficio Stampa Civita)




Fink on Warhol
New York Photographs of the 1960s


termina il 30 aprile 2017
Spazio Damiani - Bologna
www.damianieditore.com

In mostra 15 opere fotografiche in bianco e nero che costruiscono un dialogo tra il fervore sociale e politico della New York degli anni '60 e la figura artistica e nichilista di Andy Warhol e dei personaggi della Factory. Le fotografie che ritraggono Andy Warhol ed alcuni dei più celebri esponenti della Factory, tra cui Lou Reed e i Velvet Underground, Ingrid Superstar, Susanna Campbell e Gerard Malanga, sono state scattate nell'arco di tre giorni della primavera del 1966, quando Larry Fink fu incaricato di realizzare un servizio per l'East Side Review. Coprono invece un arco temporale più esteso, dal 1964 al 1968, gli scatti che documentano un'America percorsa dalle tensioni politiche e sociali. Le immagini in mostra, così come l'intero corpus fotografico da cui provengono, tornano ora per la prima volta alla luce.

Dall'accostamento di questi due volti della New York degli anni '60 emerge potente il ritratto di una società in pieno movimento. Da un lato Andy Warhol e i personaggi della Silver Factory caratterizzati da un atteggiamento di studiato distacco sociale, disimpegno politico e profonda conoscenza dell'intreccio tra logiche commerciali, arte e comunicazione di massa; dall'altro un giovane Larry Fink totalmente coinvolto nei rivolgimenti della società civile, strenuo sostenitore della partecipazione politica e convinto detrattore dell'arte asservita alle logiche di mercato. Kevin Moore, autore del testo critico che accompagna questo progetto dai risvolti quanto mai attuali, scrive: "in un certo senso, semplificando le cose, si potrebbe asserire che Fink e Warhol fossero entrambi interessati alla politica, così come lo erano all'arte, semplicemente lo facevano partendo da presupposti non solo diversi, ma agli antipodi".

Le fotografie in mostra restituiscono il linguaggio di Larry Fink: prospettive inconsuete, eloquenza della composizione e profondità di narrazione. L'individuo è sempre al centro della scena, anche quando questo individuo è Andy Warhol: nessun accorgimento tecnico o stilistico viene utilizzato per conferire una luce particolare ai più celebri rispetto all'uomo comune. Al contrario, negli scatti di Larry Fink ogni mezzo scenico è evocato per sottolineare l'umanità del soggetto fotografato. Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s è anche il titolo del volume pubblicato da Damiani tra le novità editoriali della primavera 2017 che presenta la serie completa degli 80 scatti inediti da cui è stata tratta questa mostra.

Nel leggendario libro fotografico Social Graces (pubblicato nel 1984), Fink Larry Fink (Brooklyn, 1941) mette a confronto due mondi: uno proletario e quotidiano che trova le sue radici nella Pennsylvania rurale, l'altro ricco e festaiolo che anima la vita dell'alta classe cittadina di Manhattan. Le sue fotografie sono state esposte in numerose mostre personali presso il Museum of Modern Art, LACMA, San Francisco Museum of Modern Art, il Whitney Museum of American Art, al Musée de l'Elysée in Svizzera, al Musée de la Photographie a Charleroi in Belgio, al Centro Andaluz de la Fotografia in Spagna e più recentemente al Museo de Arte Contemporaneo di Panama. Fink ha insegnato fotografia presso altre istituzioni tra cui la Yale University School of Art e al Cooper Union School of Art. Attualmente è professore di fotografia al Bard College, Annandale-On-Hudson, NY. (Comunicato stampa)




Immagine dalla mostra La Stampa fotografa un'epoca La Stampa fotografa un'epoca
termina il 22 maggio 2017
Palazzo Madama - Corte Medievale - Torino

Il 9 febbraio 2017 La Stampa compie 150 anni. La mostra documenta con quasi 500 fotografie la nascita e l'evoluzione del quotidiano nazionale di Torino che dal 1867 ha accompagnagnato i propri lettori in un viaggio con gli occhi aperti sul mondo e la mente rivolta al futuro, mantenendo al contempo uno strettissimo legame con il proprio territorio. Attraverso fotografie e documenti provenienti dall'archivio storico del giornale sarà possibile rivivere temi sociali, costumi e personaggi che hanno caratterizzato un secolo e mezzo di storia, testimoniando al contempo l'importanza fondamentale che la documentazione iconografica riveste nella vita di un giornale.

Le tante testimonianze in mostra - selezionate dall'Art Director de La Stampa e curatrice dell'esposizione Cynthia Sgarallino - comprendono fotografie originali e documenti dell'archivio storico: alcune con annotazioni storiche, altre ritoccate a tempera e matita, come si faceva prima di Photoshop, altre ancora sgualcite o incurvate. Tutte sono state selezionate perché "hanno addosso" il lavoro di questi 150 anni in cui sono passate di mano tra fotografi, archivisti e giornalisti. La mostra si articola in 13 sezioni, seguendo un ordine tematico che prende le mosse dalla Redazione, a testimonianza dei veri protagonisti che hanno fatto la storia del quotidiano. Le fotografie presentate, in bianco e nero e a colori, costituiscono una testimonianza dell'immenso materiale presente nell'archivio fotografico del giornale, che conta ad oggi oltre 5 milioni di immagini.

Attraverso di esse sarà possibile compiere un viaggio alla scoperta di come La Stampa sia stata e continui ad essere testimone importante non solo per la storia del territorio e dell'Italia, ma anche per i fatti internazionali, grazie ad una chiara connotazione "glocal". Ad accompagnare le immagini in mostra, un'ampia selezione di prime pagine del giornale, ben 47 per ricordare gli avvenimenti più importanti accaduti in Italia e nel mondo nel corso degli ultimi 150 anni. Al centro della mostra Il mondo della Stampa, opera d'arte contemporanea in carta di giornale pressata di Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933), realizzata appositamente per l'occasione.

Il celebre artista ne ha sintetizzato il significato con questa frase: "Quanti frammenti di memorie compongono la sfera di giornali che celebra La Stampa nel mondo!". Il percorso di visita prevede anche numerosi apparati multimediali. Innanzitutto gli audio di alcuni eventi chiave della storia italiana: dalla canzone del Piave, all'ultimo discorso di Matteotti alla Camera, ma anche il popolare Lascia o raddoppia?! di Mike Bongiorno. Un touch screen consentirà di selezionare e ascoltare le interviste a otto direttori de La Stampa. (Estratto da comunicato stampa)




Eric Rondepierre: "C'era una volta il cinema..."
termina il 30 settembre 2017
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Ventun anni dopo la grande esposizione al Moma, che l'aveva inserito tra i fotografi sperimentatori più all'avanguardia nella scena artistica del momento, un anno dopo la grande antologica a lui dedicata dalla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Solo Show avrà come oggetto gli storici bianchi e neri delle serie Annonces e Précis de décomposition, testimonianza di una fotografia cinematografica che ricerca nel dinamismo dei rapporti tra fotografia e cinema la sua fonte di ispirazione. Il lavoro di Rondepierre, infatti, mette in gioco poesia, pittura, cinema e fotografia offrendo una visione enigmatica della realtà che, per quanto segnata da una grande forza sperimentatrice, sembra rievocare continuamente il fascino di epoche passate.

Non solo. I segni del tempo che affligono e deformano la pellicola donano all'immagine un fascino e un potere inatteso, suggerendo quella condizione di instabilità che stimola l'immaginazione dello spettatore. In mostra saranno inoltre visibili anche alcuni dei suoi lavori più noti (Champs-Elysées, Confidence, Cent Titres...) per la prima volta in grande formato, insieme alla celebre installazione Les 30 Etreintes. Nel caso della serie Annonces (1991-...) le fotografie sono tratte dalle pellicole di film francesi o americani risalenti agli anni 1930-1960, facendo particolarmente attenzione alla componente testuale che si insinua sullo schermo (nomi di attori, slogan generici, commenti...). L'artista visiona le varie pellicole in slow motion tramite un videoregistratore o direttamente al tavolo di montaggio, in modo da isolare e selezionare un fotogramma in cui il testo definitivo (come apparirà allo spettatore) non sia ancora totalmente leggibile.

La serie si articola in 25 scatti, suddivisi nelle varie categorie Annonces vidéo, Annonces peinture e Annonces film. Précis de décomposition (1993-1995) sancisce, invece, l'uso sistematico degli archivi cinematografici come punto di partenza del processo creativo di Eric Rondepierre. Consultando archivi americani, l'artista ha avuto modo di visionare frammenti di anonimi film muti che hanno subito l'azione del tempo, dell'ambiente o di cattive condizioni di conservazione e si presentano, quindi, corrosi e rovinati. Proprio queste anomalie sono diventate il soggetto centrale dei suoi scatti: cancellazioni, deformazioni, macchie... I 30 pezzi complessivi della serie si articolano in tre ambiti: Scènes mostra personaggi in azione, Masques si focalizza su volti in primo piano e Cartons invece evidenzia la corrosione dei cartelli testuali dei vecchi film muti. (Comunicato stampa)

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Almost twenty years after the great exhibition at Moma that celebrated him as one of the most talented experimenter photographers in the artistic scene of that time; a year after the great retrospective hold at the Maison Européenne de la Photographie in Paris, Paci contemporary gallery is pleased to announce Eric Rondepierre's Solo Show "C'era una volta il cinema...". The exhibition will feature the famous black and white images from the series "Annonces" and "Précis de décomposition", proof of a cinematographic photography that has its source of inspiration in the dynamism of the relationship between photography and cinema. Rondepierre's production involves poetry, painting, cinema and photography giving back an enigmatic vision of reality that, even if characterized by a great experimental attitude, is able to recall the fascination for ancient times.

Moreover, the signs of the time that distort and disfigure the film give an unexpected power to the image, suggesting a condition of instability able to inspire people's imagination. On view there will also be other famous works (Champs-Elysées, Confidence, Cent Titres...) for the first time visible in larger format, together with the great installation "Les 30 Etreintes". In the series "Annonces" (1991-...), the photographs are taken from trailers to French or American films from the period 1930-1960, in which particular attention has been paid to their special textual effects (actors' names, slogans, comments...). Films have been viewed in slow motion using a video player or an editing table, so that it could be possible to isolate a frame in which the graphics (as they will be viewed by the audience) are still being formed.

The series contains 25 shots articulated in different categories "Annonces vidéo", "Annonces peinture" and "Annonces film". "Précis de décomposition" (1993-1995) mirrors the systematic use of cinematographic archives as starting point of Eric Rondepierre's creative process. While consulting American collections, he came across some reels of unknown silent films that have been subjected to the passing of time, to the action of the environment or bad stocking conditions and show themselves as damaged and corroded. Exactly these anomalies have become the main subject in his photographs: erasures, deformations or stains. The 30 works of the series are subdivided in three main fileds: "Scènes" shows characters in action, "Masques" focuses on faces in close-up and "Cartons" contains texts of the intertitle cards of silent movies that have been corroded. (Press release)




J.J. Winckelmann
I "Monumenti antichi inediti"
Storia di un opera illustata


termina lo 07 maggio 2017
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

Nell'ambito del filone dedicato alla "grafica storica", per i trecento anni dalla nascita di Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), erudito raffinato e innovativo, fra i più grandi studiosi della cultura classica, teorico e padre della moderna disciplina della storia dell'arte, l'esposizione rende omaggio a uno fra i più raffinati studiosi della cultura classica, riscoprendo la sua fondamentale opera a stampa dal titolo "Monumenti antichi inediti" e presentando tutte le 208 splendide grafiche contenute nell'editio princeps in 2 volumi del 1767. In mostra anche i 2 manoscritti preparatori, 20 matrici in rame, 14 prove di stampa, 5 ritratti incisi e 2 dipinti a olio, 1 quadro inedito, 46 libri antichi e 3 preziosi reperti provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli: una gemma, un bassorilievo e un affresco di Pompei. La mostra è stata inserita dalla prestigiosa Winckelmann-Gesellschaft di Stendal (città natale dell'autore) nel calendario del Giubileo 2017 per il terzo centenario della nascita di Winckelmann.

La mostra - a cura di Stefano Ferrari, vice presidente dell'Accademia Roveretana degli Agiati e uno dei massimi esperti del transfer culturale di Winckelmann, e di Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo di Chiasso - è incentrata sui "Monumenti antichi inediti": un'opera fondamentale dell'autore (la penultima che scrive e l'unica in lingua italiana), ma poco nota e poco studiata finora, perché considerata incompiuta. E' essenziale, però, per la sua influenza sul mondo del Neoclassicismo e ben oltre: l'autore, infatti, per la prima volta in maniera così rilevante accompagna le descrizioni dei "Monumenti" con le grafiche degli stessi in una visione assolutamente innovativa per l'epoca.

Si tratta di ben 208 splendide tavole incise, tutte siglate, affidate ad artisti che Winckelmann sceglie e paga di tasca propria, convinto della bontà culturale dell'operazione, senz'altro titanica a quei tempi. I "Monumenti antichi inediti" (1767) descritti da Winckelmann e raffigurati nelle 208 grafiche sono "oggetti dell'antico", ovvero sculture, bassorilievi, gemme, candelabri, scarabei, busti, vasi, mosaici, suppellettili e edifici all'attenzione di Winckelmann durante i suoi meticolosi studi delle antichità che ha occasione di ammirare nelle collezioni del suo entourage - prima fra tutte, quella del Cardinale Alessandro Albani di cui è bibliotecario e stretto collaboratore dal 1758 e cui dedica i "Monumenti" -, ma anche nel corso di numerosi viaggi (rari a quei tempi) che intraprende.

Si tratta quindi di una pubblicazione che non solo riunisce opere d'arte e oggetti che costituiscono veri e propri capolavori di bellezza, ma che presenta anche un metodo di studio e una visione fortemente innovativa del comunicare l'arte, abbinando al testo l'immagine di riferimento e potenziandone il messaggio; un'opera, quindi, che pone tra i suoi obiettivi fondamentali la ricerca del "bello ideale" in arte e la descrizione delle antiche opere attraverso l'iconografia, considerata soprattutto come la rappresentazione dei miti greci narrati dai maggiori poeti classici.

La mostra presenta tutte le 208 grafiche dei "Monumenti" esposte in folio, i 2 volumi dell'editio princeps, i 2 relativi manoscritti preparatori, 20 preziose matrici in rame restaurate per l'occasione, 14 prove di stampa (ossia incisioni all'acquaforte ritoccate a bulino e a puntasecca), 5 ritratti incisi e 2 dipinti a olio che raffigurano Winckelmann, 46 libri antichi e rari (dalla fine del 1700 alla prima metà dell'800), nonché 3 preziosi reperti archeologici provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli: 1 gemma con Giove che fulmina i giganti (cammeo in agata onice), 1 bassorilievo del I secolo a.C. in marmo bianco con Paride e Afrodite e 1 affresco rinvenuto a Pompei nella casa di Cipius Pamphilus (quest'ultimo citato, ma non raffigurato nei "Monumenti") con il cavallo di Troia.

E' inoltre presentato per la prima volta al pubblico 1 quadro inedito (1798-1799) conservato in una collezione privata francese: il ritratto di Henri Reboul ad opera di Angelika Kauffmann, pittrice svizzera che nel corso della sua carriera ha raffigurato tutto l'entourage del mondo neoclassico a Roma e in patria. A Henri Reboul, intellettuale e fervente promulgatore dei principi estetici di Winckelmann, va il merito di aver acquistato il manoscritto del terzo volume dei "Monumenti antichi inediti". Tutte le 208 grafiche dei "Monumenti" (appartenenti alla collezione d'arte del m.a.x. museo) sono esposte "in folio" alle pareti, e possono essere apprezzate con la lente d'ingrandimento che verrà fornita a ogni visitatore, confrontate con le matrici di riferimento.

In mostra le prime due edizioni italiane dell'opera: l'editio princeps del 1767 in 2 volumi e quella successiva napoletana del 1820, con l'addenda di Stefano Raffei del 1823, prestate dalla Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" di Napoli e da un collezionista privato. I 2 volumi manoscritti sono, invece, un prestito reso possibile dalla Bibliothèque Universitaire de Médecine di Montpellier: per la prima volta escono dalla Bibliothèque per essere presentati nell'ambito di un'esposizione. Le matrici in rame vengono prestate dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e sono state restaurate per l'occasione dall'Accademia di Belle Arti della stessa città (Sezione restauro e oggetti antichi).

Una specifica sezione è dedicata a 5 ritratti incisi e 2 quadri a olio che ritraggono Winckelmann; in pratica l'intera iconografia dedicata all'erudito tedesco. Uno dei quadri presenta Winckelmann in pelliccia di lupo e taffetas rosso, con turbante e i "Monumenti antichi inediti" poggiati sul suo scrittoio: un ritratto di grande effetto, prestato dalla Winckelmann-Gesellschaft di Stendal (copia del celebre ritratto ad opera di Anton von Maron). Gli altri provengono dalla Biblioteca Comunale "A. Saffi", Fondi Antichi, Manoscritti e Raccolte Piancastelli di Forlì, mentre una copia coeva dell'atelier della pittrice svizzera Angelika Kauffmann è in prestito dalla Kunsthaus di Zurigo.

Un'altra sezione della mostra è consacrata alla fortuna critica dei "Monumenti antichi inediti", attraverso ben 46 volumi rari dalla fine del 1700 alla prima metà dell'800. I "Monumenti" s'inseriscono in effetti in una lunga tradizione di raccolte di antichità illustrate che hanno il loro avvio con il Rinascimento. Ma se Winckelmann manifesta, all'inizio della sua carriera, una certa riserva nei confronti dei cosiddetti "musei di carta", con i "Monumenti antichi inediti" si assiste a una completa riabilitazione di questo genere editoriale e all'avvio di un nuovo metodo di studio, in cui narrazione e illustrazione godono di un rapporto del tutto paritario.

Sebbene la morte prematura abbia impedito a Winckelmann di completare lo sviluppo dei "Monumenti", i suoi principali continuatori, da Seroux d'Agincourt (1730-1814) a Leopoldo Cicognara (1767-1834) a Luigi Rossini (1790-1857) a Giovanni Volpato (1735-1803), considerano i "Monumenti" un modello di "raccolta" per la storia dell'arte, che combina appunto testi e raffigurazioni. La Zentralbibliothek di Zurigo presta dunque l'editio princeps del celebre "Geschichte der Kunst des Alterthums" ("Storia dell'arte nell'antichità") del 1764 che precede i "Monumenti". Altri volumi e edizioni provengono dalla Biblioteca cantonale di Lugano, dalla Biblioteca dell'Accademia di architettura di Mendrisio e da preziose collezioni private.

Catalogo bilingue (Italiano/Inglese) J.J. Winckelmann (1717-1768). Monumenti antichi inediti. Storia di un'opera illustrata. History of an Illustrated work, a cura di Stefano Ferrari e Nicoletta Ossanna Cavadini, con saggi dei curatori e di Maria Rosaria Esposito, Valeria Sampaolo, Lorenzo Lattanzi, Massimiliano Massera, a corredo una ricca sezione iconografica, apparati a cura di Gianmarco Raffaelli e Stefano Ferrari, Skira editore, Ginevra-Milano, 2017, cm.24x24, p. 336, CHF 35.- / Euro 35. Come per tutte le mostre del m.a.x. museo, la redazione di Ultrafragola (3D Produzioni) realizza un video, visibile in mostra a Chiasso e online sul sito di Ultrafragola (www.ultrafragola.tv), con interviste ai curatori. Il filmato sarà trasmesso anche su ArtBox-Sky Arte durante il periodo espositivo. (Comunicato Amanda Prada - Ufficio stampa m.a.x. museo)




Locandina mostra Magnum 70 anni Magnum 70 anni
da marzo 2017
Torino, Cremona, Brescia
www.studioesseci.net

Proprio 70 anni fa - si era nel 1947 - sulla terrazza del Museo d'Arte Moderna di New York, nacque l'agenzia fotografia Magnum. Si andava così concretizzando il progetto messo a punto da Robert Capa durante la guerra civile spagnola e discusso con altri fotografi come Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandivert. L'esigenza era quella di salvaguardare il lavoro del fotografo, rispettandone dignità professionale, sia dal punto di vista etico che da quello economico. Attraverso la formula della cooperativa, i fotografi diventavano così proprietari del loro lavoro, prendevano decisioni collettivamente, proponevano autonomamente alle testate i propri servizi e mantenevano i diritti sui negativi, garantendo così una corretta diffusione delle loro immagini.

Alcuni dei protagonisti individuarono specifiche aree geopolitiche e culturali di interesse: Cartier-Bresson sceglierà l'Asia (una scelta che lo porterà a compiere diversi viaggi in Cina, India, Birmania e Indonesia), Seymour si concentrerà sull'Europa, Rodger sull'Africa, mentre Capa, dall'America, sarà pronto a partire per ogni dove. L'impegno in prima linea ha portato alla tragica scomparsa di due dei soci fondatori, Robert Capa e David Seymour, oltre che di un altro dei soci della prima ora, lo svizzero Werner Bischof, tutti vittime dei teatri di guerra degli anni Cinquanta. Da quel giorno del 1947, le immagini di Magnum hanno connotato e cambiato la percezione della cronaca e della storia del mondo, narrando i grandi e i piccoli eventi dell'umanità per un settantennio. E ancora oggi Magnum, con sedi a New York, Parigi, Londra e Tokyo resta, nonostante le innovazioni del mondo dell'informazione, la fonte più autorevole di immagini del mondo.

Numerose le iniziative nel mondo in occasione del settantesimo anniversario di Magnum Photos, e anche in Italia, ben tre città - Torino, Cremona e Brescia - renderanno omaggio alla più storica e autorevole agenzia fotografica internazionale. A Torino, Camera - Centro Italiano per la Fotografia, festeggia la ricorrenza con la mostra L'Italia di Magnum. Da Cartier-Bresson a Pellegrin (2 marzo - 21 maggio 2017), a cura di Walter Guadagnini con la collaborazione di Arianna Visani. Venti sono gli autori (tra cui Robert Capa, David Seymour, Elliott Erwitt, Herbert List, Ferdinando Scianna, Martin Parr) chiamati a raccontare eventi grandi e piccoli, personaggi e luoghi dell'Italia dal dopoguerra a oggi, in un affascinante intreccio di fotografie iconiche e di altre meno note.

Al Museo del Violino di Cremona, a cura di Marco Minuz, i 70 anni di Magnum danno vita a "Life - Magnum. Il fotogiornalismo che ha fatto la storia" (4 Marzo - 11 Giugno 2017). In mostra fotografie di Eve Arnold, Werner Bischof, Bruno Barbey, Cornell Capa, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Ernst Haas, Philippe Halsman, Inge Morath, Dennis Stock. Terzo appuntamento a Brescia, dove, dal 7 marzo, prenderà vita la prima edizione di "Brescia Photo Festival 2017" dove Magnum sarà raccontata da tre mostre: "Magnum First", al Santa Giulia e sino al 3 settembre, ripropone, per la prima in Italia, le 83 stampe vintage in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, Marc Riboud, Inge Morath, Jean Marquis, Werner Bischof, Ernst Haas, Robert Capa e Erich Lessing. Sempre a Santa Giulia ci sarà anche "Magnum - La première fois" con i servizi che hanno reso celebri 20 grandissimi fotografi Magnum, tramite proiezioni e stampe originali. Inoltre, nella sede della Camera di Commercio di Brescia, per la prima volte le proiezioni di Brescia Photos, tre reportage su Brescia ed il suo territorio realizzati nel 2003 da tre celeberrimi reporter Magnum: Harry Gruyaert, Alex Majoli e Chris Steele-Perkins. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina mostra Art Deco' Art Déco
Gli anni ruggenti in Italia


termina il 18 giugno 2017
Musei San Domenico - Forlì

Un gusto, una fascinazione, un linguaggio che ha caratterizzato la produzione artistica italiana ed europea negli anni Venti, con esiti soprattutto americani dopo il 1929. Ciò che per tutti corrisponde alla definizione Art Déco fu uno stile di vita eclettico, mondano, internazionale. Il successo di questo momento del gusto va riconosciuto nella ricerca del lusso e di una piacevolezza del vivere, tanto più intensi quanto effimeri, messa in campo dalla borghesia europea dopo la dissoluzione, nella Grande guerra, degli ultimi miti ottocenteschi e la mimesi della realtà industriale, con la logica dei suoi processi produttivi. Dieci anni sfrenati, "ruggenti" come si disse, della grande borghesia internazionale, mentre la storia disegnava, tra guerra, rivoluzioni e inflazione, l'orizzonte cupo dei totalitarismi.

Dopo le grandi mostre dedicate a Novecento e al Liberty, nel 2017 Forlì dedica una grande esposizione all'Art Déco italiana. La relazione con il Liberty, che lo precede cronologicamente, fu dapprima di continuità, poi di superamento, fino alla contrapposizione. La differenza tra l'idealismo dell'Art Nouveau e il razionalismo del Déco appare sostanziale. L'idea stessa di modernità, la produzione industriale dell'oggetto artistico, il concetto di bellezza nella quotidianità mutano radicalmente: con il superamento della linea flessuosa, serpentina e asimmetrica legata ad una concezione simbolista che vedeva nella natura vegetale e animale le leggi fondamentali dell'universo, nasce un nuovo linguaggio artistico.

La spinta vitalistica delle avanguardie storiche, la rivoluzione industriale sostituiscono al mito della natura, lo spirito della macchina, le geometrie degli ingranaggi, le forme prismatiche dei grattaceli, le luci artificiali della città. Nell'ambito di una riscoperta recente della cultura e dell'arte negli anni Venti e, segnatamente, di quel particolare gusto definito "Stile 1925", dall'anno della nota Esposizione universale di Parigi dedicata alle Arts Decoratifs, da cui la fortunata formula Art Déco, che ne sancì morfologie e modelli, nasce l'idea di una mostra che proponga immagini e riletture di una serie di avvenimenti storico-culturali e di fenomeni artistici che hanno attraversato l'Italia e l'Europa nel periodo compreso tra il primo dopoguerra e la crisi mondiale del 1929, assumendo via via declinazioni e caratteristiche nazionali, come mostrano non solo le numerosissime opere architettoniche, pittoriche e scultoree, ma soprattutto la straordinaria produzione di arti decorative.

Il gusto Déco fu lo stile delle sale cinematografiche, delle stazioni ferroviarie, dei teatri, dei transatlantici, dei palazzi pubblici, delle grandi residenze borghesi: si trattò, soprattutto, di un formulario stilistico, dai tratti chiaramente riconoscibili, che ha influenzato a livelli diversi tutta la produzione di arti decorative, dagli arredi alle ceramiche, dai vetri ai ferri battuti, dall'oreficeria ai tessuti alla moda negli anni Venti e nei primissimi anni Trenta, così come la forma delle automobili, la cartellonistica pubblicitaria, la scultura e la pittura in funzione decorativa. Le ragioni di questo nuovo sistema espressivo e di gusto si riconoscono in diversi movimenti di avanguardia (le Secessioni mitteleuropee, il Cubismo e il Fauvismo, il Futurismo) cui partecipano diversi artisti quali Picasso, Matisse, Lhote, Schad, mentre tra i protagonisti internazionali del gusto vanno menzionati almeno i nomi di Ruhlmann, Lalique, Brandt, Dupas, Cartier, così come la ritrattistica aristocratica e mondana di Tamara de Lempicka e le sculture di Chiparus, che alimenta il mito della danzatrice Isadora Duncan.

Ma la mostra avrà soprattutto una declinazione italiana, dando ragione delle biennali internazionali di arti decorative di Monza del 1923, del 1925, del 1927 e del 1930, oltre naturalmente dell'expo di Parigi 1925 e 1930 e di Barcellona 1929. Il fenomeno Déco attraversò con una forza dirompente il decennio 1919-1929 con arredi, ceramiche, vetri, metalli lavorati, tessuti, bronzi, stucchi, gioielli, argenti, abiti impersonando il vigore dell'alta produzione artigianale e proto industriale e contribuendo alla nascita del design e del "Made in Italy".

La richiesta di un mercato sempre più assetato di novità, ma allo stesso tempo nostalgico della tradizione dell'artigianato artistico italiano, aveva fatto letteralmente esplodere negli anni Venti una produzione straordinaria di oggetti e di forme decorative: dagli impianti di illuminazione di Martinuzzi, di Venini e della Fontana Arte di Pietro Chiesa, alle ceramiche di Gio Ponti, Giovanni Gariboldi, Guido Andloviz, dalle sculture di Adolfo Wildt, Arturo Martini, alle statuine Lenci o alle originalissime sculture di Sirio Tofanari, dalle bizantine oreficerie di Ravasco agli argenti dei Finzi, dagli arredi di Ponti, Lancia, Portaluppi alle sete preziose di Ravasi, Ratti e Fortuny, come agli arazzi in panno di Depero.

Obiettivo dell'esposizione è mostrare al pubblico il livello qualitativo, l'originalità e l'importanza che le arti decorative moderne hanno avuto nella cultura artistica italiana connotando profondamente i caratteri del Déco anche in relazione alle arti figurative: la grande pittura e la grande scultura. Sono qui essenziali i racconti delle opere di Galileo Chini, pittore e ceramista, affiancato da grandi maestri, come Vittorio Zecchin e Guido Andloviz, che guardarono a Klimt e alla Secessione viennese; dei maestri faentini Domenico Rambelli, Francesco Nonni e Pietro Melandri; le invenzioni del secondo futurismo di Fortunato Depero e Tullio Mazzotti; i dipinti, tra gli altri, di Severini, Casorati, Martini, Cagnaccio di San Pietro, Bocchi, Bonazza, Timmel, Bucci, Marchig, Oppi, il tutto accompagnato dalla straordinaria produzione della Richard-Ginori ideata dall'architetto Gio Ponti e da emblematici esempi francesi, austriaci e tedeschi fino ad arrivare al passaggio di testimone, agli esordi degli anni Trenta, agli Stati Uniti e al Déco americano.

Non si è mai allestita in Italia una mostra completa dedicata a questo variegato mondo di invenzioni, che non solo produce affascinanti contaminazioni con il gusto moderno - si pensi per esempio al quartiere Coppedè a Roma o al Vittoriale degli Italiani, ultima residenza di Gabriele d'Annunzio - ma evoca atmosfere dal mondo mediterraneo della classicità, così come la scoperta nel 1922 della tomba di Tutankhamon rilanciò in Europa la moda dell'Egitto. E poi echi persiani, giapponesi, africani a suggerire lontananze e alterità, sogni e fughe dal quotidiano, in un continuo e illusorio andirivieni dalla modernità alla storia.

Trattandosi di un gusto e di uno stile di vita non mancarono influenze e corrispondenze col cinema, il teatro, la letteratura, le riviste, la moda, la musica. Da Hollywood (con le Parade di Lloyd Bacon o le dive, come Greta Garbo e Marlene Dietrich o divi come Rodolfo Valentino) alle pagine indimenticabili de Il grande Gatsby (1925), di Francis Scott Fitzgerald, ad Agata Christie, a Oscar Wilde, a Gabriele D'Annunzio. La mostra è curata da Valerio Terraroli, con la collaborazione di Claudia Casali e Stefania Cretella, ed è diretta da Gianfranco Brunelli. Il prestigioso comitato scientifico è presieduto da Antonio Paolucci. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Elliott Erwitt: Kolor
termina il 16 luglio 2017
Palazzo Ducale - Genova

Prima grande retrospettiva di immagini a colori del celebre fotografo Elliott Erwitt (Parigi, 1928). Se i lavori in bianco e nero sono stati esposti in numerose mostre di grande successo all'estero e in Italia, la sua produzione a colori, invece, è completamente inedita. Solo in tempi molto recenti Erwitt ha infatti deciso di affrontare, come un vero e proprio viaggio durato lunghi mesi, il suo immenso archivio a colori; una tecnica che aveva scelto di dedicare solo ai suoi lavori editoriali, istituzionali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall'architettura al cinema e alla moda. Immagini dunque sostanzialmente diverse, immagini sulle quali ha posato uno sguardo critico e contemporaneo a distanza di decenni, che ci fanno conoscere un mondo parallelo altrettanto straordinario.

La mostra comprende circa 135 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, traendoli dai suoi due grandi progetti a colori, Kolor e The Art of André S. Solidor. Kolor è il titolo del grande volume retrospettivo per realizzare il quale Erwitt ha rivisitato tutto il suo archivio, con un impegno imponente che attraversa tutta la sua produzione a colori. The Art of André S. Solidor è invece l'esilarante e sottile parodia del mondo dell'arte contemporanea con i suoi controsensi e con le sue assurdità. Mentre il primo progetto vive di scoperte dei vecchi negativi Kodak, in cui si ritrova il tipico linguaggio di Erwitt, dai ritratti di personaggi famosi alle immagini più ironiche e talvolta irriverenti, nella sezione di André S. Solidor, invece, egli crea un vero e proprio alter ego del maestro, con tanto di autoritratti, che si esprime in una produzione che non lascia più niente al caso o all'intuizione, come emerge anche in un breve ed esilarante filmato.

Dal 1953 della storica agenzia Magnum, fondata tra gli altri da Henri Cartier-Bresson e Robert Capa, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant'anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo. "Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane, improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l'aspetto delle cose, il tuo stato d'animo. Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l'istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla". Non a caso è considerato il fotografo della commedia umana. Con lo stesso atteggiamento d'altra parte Erwitt riserva la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto, portando all'estremo la qualità democratica che è tipica del suo mezzo.

Il suo immaginario è infatti popolato in prevalenza da persone comuni, uomini e donne, colte nel mezzo della normalità delle loro vite. Il percorso espositivo si conclude con una sezione multimediale che comprende la proiezione di due filmati che documentano la sua lunga carriera di autore e regista televisivo e una video collezione di alcune delle sue più significative fotografie in bianco e nero. La visita è corredata da una audioguida inclusa nel biglietto, che fornisce al visitatore il racconto di quanto accade nelle immagini di Erwitt. Un testo prezioso, frutto di una documentazione ricostruita dalla curatrice con l'autore, e mai pubblicato in precedenza. La mostra è curata da Biba Giacchetti, con il progetto grafico e di allestimento di Fabrizio Confalonieri. Prodotta da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57. (Comunicato stampa)




Utagawa Kunisada - Con l'ombrello sotto la neve - Xilografia, Giappone 1828-30 Il giovane Kunisada e la scuola di Osaka
termina il 28 maggio 2017
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino

A partire dal 24 gennaio il percorso espositivo delle stampe sarà completamente rinnovato: a quelle attualmente esposte subentreranno xilografie che raffigurano scene del teatro kabuki nel ventennio 1815-1835, periodo di affermazione della grande scuola Utagawa di Edo (Tokyo) in questo filone dell'ukiyo-e, attraverso le opere di uno dei suoi maggiori esponenti, Kunisada (1786-1864). Il suo stile eclettico, profondamente influenzato dal caposcuola Toyokuni (1769-1825), viene messo a confronto con le produzioni coeve degli artisti operanti nel Kansai, raggruppati sotto la dicitura "Scuola di Osaka": essi diedero vita a uno stile regionale piuttosto uniforme, caratterizzato da una certa spigolosità delle figure che le rende quasi monumentali.

Oltre al corpus principale delle stampe kabuki, verrà trattato il tema del paesaggio attraverso alcune composizioni in formato verticale tratte da serie famose di Utagawa Hiroshige (1797-1858). Nella sala principale al secondo piano saranno invece riproposti otto kakemono (dipinti in formato verticale) che forniscono un assaggio della variegata produzione pittorica nipponica tra la fine del XVI e la seconda metà del XIX secolo. Di questa rotazione particolarmente preziosa si segnalano dei dipinti a inchiostro monocromo, su seta o su carta: un etereo paesaggio nello stile del grande maestro di scuola Kano, Tan'yu (1602-1674); il tema Zen del "Gibbone che afferra il riflesso della luna nell'acqua", dipinto da Kaiho Yusho (1533-1615), e un piccolo fugu (pesce palla) che reca la firma del famoso Katsushika Hokusai (1760-1849). (Comunicato stampa Raffaella Bassi - Fondazione Torino Musei)




Thomas Ruff - Substrat 16 I - stampa cromogenica / chromogenic print cm.287x186 2002 Vassily Kandinsky - Impression Sonntag (Impression Sunday) - Städische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau München 1911 L'emozione dei colori nell'arte
Klee | Kandinsky | Munch | Matisse | Delaunay | Warhol | Fontana | Boetti | Paolini | Hirst


termina il 23 luglio 2017
Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea | GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.castellodirivoli.org - www.gamtorino.it

Esposizione di una raccolta di 400 opere d'arte realizzate da oltre 125 artisti provenienti da tutto il mondo che datano dalla fine del Settecento al presente. La mostra collettiva ripercorre la storia, le invenzioni, l'esperienza e l'uso del colore nell'arte moderna e contemporanea occidentale, nelle culture non occidentali e nelle culture indigene presenti nel mondo oggi. Attraverso una molteplicità di racconti e presentazioni di opere d'arte importanti, si affronta l'uso del colore da svariati punti di vista, tra i quali quello filosofico, biologico, quello antropologico e quello neuroscientifico.

"Durante il secolo scorso sono state organizzate numerose mostre sul colore a partire dalle teorie della percezione divenute popolari negli anni Sessanta. Quel tipo di approccio discende da una nozione universalistica della percezione e da una sua pretesa valenza oggettiva, molto distante dalla consapevolezza odierna della complessità di significati racchiusa nel colore", afferma Carolyn Christov-Bakargiev, curatrice della mostra. La mostra indaga l'utilizzo del colore nell'arte dando conto di movimenti e ricerche artistiche che si discostano dalle storie canoniche sul colore e l'astrazione, attraverso molteplici narrazioni che si ricollegano alla memoria, alla spiritualità, alla politica, alla psicologia e alla sinestesia.

I precedenti dell'arte astratta moderna sono indagati attraverso opere dei seguaci Hindu Tantra (XVIII secolo) e dei Teosofisti (XIX secolo) che utilizzavano le forme-colore come fonti per la meditazione e la trasmissione immateriale del pensiero. Il punto di avvio nell'astrazione teosofica è legato alle ricerche di Annie Besant (1847-1933), la quale scrisse attorno al 1904, "dipingere le forme vestite dalla luce di altri mondi con i colori ottusi della terra è un compito arduo; esprimiamo gratitudine a chi ha tentato di farlo. Avrebbero bisogno di fuoco colorato, ma hanno solo pigmenti e terre a disposizione". Alla fine del Settecento, Isaac Newton scopre che i colori che vediamo corrispondono a specifiche e oggettive onde elettromagnetiche non assorbite da materiali.

Johann Wolfgang von Goethe, che pubblica nel 1810 la sua Zur Farbenlehre (La teoria dei colori) si oppone a Newton, affermando che i colori sono prodotti dalla mente e non oggettivi. Goethe scopre il fenomeno degli Afterimage colors (il fatto che l'occhio umano percepisce come immagine residua il colore complementare a un colore osservato con persistenza su di una superficie bianca). All'epoca prevalse la teoria di Newton. L'Ottocento è anche il secolo del grande sviluppo della chimica e della scoperta dei colori sintetici derivati dal catrame di carbone. Nell'Ottocento e Novecento si sviluppa la standardizzazione industriale dei colori con i vari codici RAL e Pantone.

Gli artisti reagiscono con sfumature, esperienze sinestetiche, spirituali e psichedeliche del colore, oppure ironizzano sui codici e gli standard. Con il relativismo culturale che caratterizza l'epoca attuale e attraverso le recenti ricerche neuroscientifiche, si torna alla visione di Goethe, attribuendovi un valore nuovo. L'emozione dei Colori nell'arte riflette sul tema da un punto di vista che tiene conto della luce, delle vibrazioni e del mondo affettivo. Si pone in discussione la standardizzazione nell'uso del colore nell'era digitale, standardizzazione che riduce sensibilmente le nostre capacità di distinguere i colori nel mondo reale. Nel corso della mostra, il neuroscienziato Vittorio Gallese - che insieme a Giacomo Rizzolati ha scoperto i neuroni specchio - dirigerà, per la prima volta a livello mondiale, un laboratorio di studio neuroscientifico incentrato sull'esperienza del pubblico di fronte a opere d'arte.

Le opere in mostra includono alcuni lavori di Henri Matisse (1869, Le Cateau Cambrésis, Francia - 1954, Nizza, Francia), Wassily Kandinsky (1866, Mosca, Russia - 1944, Neuilly sur Seine, Francia), Paul Klee (1879, Münchenbuchsee - 1940, Muralto, Svizzera), Giacomo Balla (1871, Torino - 1958, Roma), Edvard Munch (1863, Løten, Norvegia - 1944, Oslo, Norvegia), Luigi Russolo (1885, Portogruaro - 1947, Laveno-Mombello, Italia), Andy Warhol (1928, Pittsburgh, Pennsylvania, Usa - 1987, Manhattan, New York, Usa), Katharina Fritsch (1956, Essen, Germania), Gerhard Richter (1932, Dresda, Germania), Carlos Cruz-Diez (1923, Caracas, Venezuela), Gilberto Zorio (1944, Andorno Micca, Biella, Italia), Alighiero Boetti (1940, Torino - 1994, Roma), Gustav Metzger (1926, Norimberga, Germania), fino a lavori recenti di artisti contemporanei. (Comunicato stampa)




Gianni Berengo Gardin
Vera fotografia con testi d'autore


termina il 30 aprile 2017
CAOS (Centro Arti Opificio Siri) - Terni
www.caos.museum

Le fotografie di Gianni Berengo Gardin hanno raccontato un'epoca, accompagnato e a volte costruito una visione. Si tratta di uno tra i più grandi maestri della fotografia italiana perché possiede il dono di riuscire sempre a sorprendere per la sua capacità di raccontare il nostro paese e il nostro tempo. Nessuno come lui è stato un vero interprete, un artigiano devoto, un compagno, un amante della fotografia intesa come documentazione attenta e mai banale della realtà. In sessanta anni di carriera, la vita del fotografo è stata caratterizzata anche da molti incontri, che in un certo senso sono all'origine di questa mostra.

Ciascuna delle foto esposte in mostra è infatti presentata da un protagonista dell'arte e della cultura, che ha commentato uno degli scatti scelti nell'immenso corpus fotografico di Berengo Gardin: amici, intellettuali, colleghi, artisti, giornalisti, registi, architetti. I loro testi, accostati a ciascuna delle 24 foto selezionate, permettono ancor di più di ragionare sul valore di testimonianza sociale ed estetica delle immagini.L'esposizione è inoltre arricchita da una proiezione di immagini tratte dall'archivio del fotografo. L'intera produzione e l'archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano. Accompagna la mostra il libro Vera fotografia pubblicato da Contrasto.

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) dopo essersi trasferito a Milano si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all'indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale ha documentato le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award. E' molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 250) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). L'intera produzione e l'archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra La guerra è finita. Nasce la Repubblica La guerra è finita. Nasce la Repubblica.
Milano 1945-1946. Fotografie di Federico Patellani


termina il 30 aprile 2017
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
www.mufoco.org

Il Museo di Fotografia Contemporanea celebra i 70 anni della Repubblica Italiana e del voto alle donne con una mostra dedicata a Federico Patellani: 70 immagini che raccontano la distruzione e la rinascita di Milano dopo la Seconda Guerra Mondiale e la vittoria della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946. La mostra, a cura di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, intende offrire una occasione di conoscenza e di riflessione su un periodo cruciale della storia dell'Italia del Novecento: i momenti immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il referendum Monarchia-Repubblica e l'elezione dei rappresentanti all'Assemblea Costituente, che ebbero luogo il 2 giugno 1946, una data fondamentale della quale quest'anno ricorre il settantesimo anniversario.

Immagini celeberrime e meno note, stampate in grande formato, accompagnano il visitatore all'interno di un percorso nella storia. Un primo corpus di fotografie mostra la vita nella città di Milano nell'immediato dopoguerra: case distrutte e macerie, in uno scenario di povertà e di disagio sociale che rimanda a un'Italia molto lontana, ferita e disorientata all'indomani del ventennio fascista. Il secondo corpus di immagini si riferisce specificatamente al referendum Monarchia-Repubblica e all'elezione dell'Assemblea Costituente. Un momento di enorme rilievo storico, nel quale, per la prima volta in Italia, le donne sono ammesse al voto.

Federico Patellani documenta questi passaggi con il consueto sguardo attento e amorevole, celebrando la vittoria della Repubblica con un'immagine divenuta icona: la cosiddetta "donna della Repubblica". All'interno del percorso espositivo saranno mostrati anche i provini realizzati dall'autore, che testimoniano il processo di costruzione della celeberrima fotografia. Il Museo conserva l'intero archivio di Federico Patellani, costituito da 690 mila pezzi tra stampe originali, provini e negativi, oltre alla fedele ricostruzione del suo studio. Gli eredi hanno depositato il Fondo fotografico presso Regione Lombardia, che l'ha affidato alle cure, alla gestione e alla valorizzazione del Museo di Fotografia Contemporanea.

Federico Patellani (Monza, 1911 - Milano, 1977) è uno dei maestri del fotogiornalismo italiano riconosciuto a livello europeo. Colto e sensibile narratore, testimone puntuale della società italiana, ha raccontato il paese nel dopoguerra, la ripresa economica, le industrie, la moda, il costume, la vita culturale. Ha affiancato all'attività fotogiornalistica la frequentazione del mezzo cinematografico e televisivo. Negli ultimi anni della sua attività si è dedicato a viaggi in tutto il mondo. Patellani realizza un reportage rigoroso, privo di retorica, attento a restituire all'osservatore gli elementi essenziali della narrazione, secondo lo stile di quello che egli stesso nel 1943 definì "giornalista nuova formula": chiarezza, comunicatività, rapidità, gusto nell'inquadratura, esclusione di luoghi comuni, così che le immagini "appaiano viventi, attuali, palpitanti, come lo sono di solito i fotogrammi di un film". (Comunicato stampa)




Bellini e i belliniani
Dall'Accademia dei Concordi di Rovigo


termina il 18 giugno 2017
Palazzo Sarcinelli - Conegliano

La mostra prosegue le esplorazioni sulle trasformazioni dei linguaggi della pittura veneziana e veneta negli anni tra Quattro e Cinquecento. Dopo Un Cinquecento Inquieto nel 2014, seguito dal Carpaccio, Vittore e Benedetto nel 2015 e, nel 2016 da I Vivarini, l'indagine approda alla figura imprescindibile di Giovanni Bellini, scelta tanto più opportuna nel quinto centenario della morte del maestro. Chi sono, quindi, i giovani artisti e collaboratori del grande Giambellino? Come si formarono, quale posto avevano nella produzione dell'atelier, della bottega, come si diceva allora? Che cosa trassero e che cosa a loro volta tramandarono dalla frequentazione e dalla stessa collaborazione con un artista-intellettuale tanto sublime per pensiero e per invenzione, per tecnica e non meno che per precisione formale?

La mostra prende le mosse proprio da queste domande e trova nella raffinata collezione dell'antica e prestigiosa Accademia dei Concordi di Rovigo lo spunto per tracciare una sorta di mappa (ipotetica e virtuale, ma supportata da una eletta serie di dipinti) del milieu belliniano o, almeno, di una parte significativa e originale di tale universo d'uomini e di capolavori. Bellini ha lasciato indubbiamente il segno inconfondibile del suo passaggio, ha creato punti di riferimento che hanno fatto scuola per un consistente numero di pittori, stilemi di cui possiamo riconoscere gli elementi costitutivi: semplici contorni di un volto, la postura e la struttura delle mani femminili, ma anche straordinari paesaggi incantati, spalle di colline scoscese e alberate, città murate e fortificazioni, il profilo lontano di catene alpine.

C'è tuttavia qualche cosa che è più difficile descrivere e definire del mondo belliniano: quell'estasi muta e pensosa, quell'essere amorevolmente assorti in insondabili pensieri virtuosi, quella mitezza e quasi pudore degli sguardi che è un'attitudine che parte dal Maestro e viene gelosamente conservata e tramandata dai seguaci. Quindi la 'svolta' atmosferica e tonale della sua pittura, nello sfumato in cui svanisce la percezione dei contorni e dei profili, dove i protagonisti sono avvolti e immersi in una luce dorata che nessuno però saprà più eguagliare.

In tale trama narrativa ed espositiva si vengono a collocare nomi e personalità molto diverse, tutte accumunate da una più o meno intensa frequentazione di Giovanni Bellini e del suo atelier: assistenti che hanno lavorato al suo fianco nelle grandi imprese decorative di Palazzo Ducale o nelle sale delle Scuole di San Marco e di San Giovanni Evangelista; aiuti che hanno replicato le più fortunate tavole destinate alla devozione privata; artisti partiti da cartoni della bottega, che hanno poi continuato la loro ricerca in autonomia di ispirazione e di linguaggio, dichiarando però il loro legame profondo e irrinunciabile con la pittura del maestro. Marco Bello, Andrea Previtali, i Santacroce, Luca Antonio Busati, Pasqualino Veneto, Jacopo da Valenza, Nicolò Rondinelli...

Non più fantasmi: nella mostra prendono corpo e fisionomia nelle loro Madonnine, nelle loro Conversazioni, nei paesaggi di una idealizzata pedemontana, nella ragnatela di sguardi inquieti e nostalgici. Talvolta permeati di una ingenua naïveté, tal altra attenti a recuperare tradizioni e caratteri derivati dal genius loci di periferie fiere e felici. Alcuni di questi maestri hanno segnato anche il territorio coneglianese, tanto che, una volta ancora, sarà possibile costruire una sorta di mappa-itinerario del loro passaggio tra Conegliano e Asolo, tra Serravalle e la trevigiana, riprendendo una proposta che ha trovato nelle due mostre precedenti di questo ciclo un ampio consenso e un sincero apprezzamento dei visitatori: completare l'itinerario compiuto dentro le sale espositive con una fitta rete di affascinanti "scoperte" di capolavori sparsi sul territorio, per conoscere lo straordinario museo diffuso che caratterizza il nostro Paese.

La mostra è, dunque, un'occasione per interrogarsi sull'eredità belliniana, ricostruendo con originalità una rete di rapporti e connessioni, mettendo in luce il raffronto possibile tra storie e opere, protagonisti e comprimari su palcoscenici diversi e alternativi e tuttavia legati da analogie e contiguità logiche e strutturali. Accompagnerà la mostra un catalogo edito da Marsilio Editori. (Comunicato Giovanna Ambrosano - ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Dominik Uhlír - Inspired by the contours of lake and mountain, Flip is silicone bowl/container which can be easily reshaped with simply flipping its edge or top. Customise to your current need in the kitchen and create bowl to serve soups, sauces, desserts and fruits or use it as a lid covering food to prevent spoiling. Keep it in room as container for things you need around - keys, glasses, USB, pencils and hide those you don't. Flip its edge and use it as a phone, tablet or book holder. Possible to flatpack, it doesn't take nearly any space. Light weighted, you can take it wherever you want. Eco-friendly, food-grade silicone object is easy and cheap to produce by moulding into form. Flip is an original piece of tableware you will be proud to have on your shelf. Opera di Ena Priselec Waterline XII
Concorso internazionale di design - 12esima edizione
Ena Priselec (Croazia) e Dominik Uhlír (Repubblica Ceca) vincono il Premio Gillo Dorfles 2016

www.triestecontemporanea.it

Vittoria ex aequo del Primo Premio Gillo Dorfles da parte di Ena Priselec e Dominik Uhlír. Waterline è stata la terza ideale tappa di una serie di edizioni di questo concorso biennale accomunate da un particolare tipo di ricerca legata alla storia e al territorio. Con Double Track nel 2012 era iniziata una staordinaria mappatura di oggetti del recente passato, di uso quotidiano, di design anonimo del Centro Est Europa, dai quali i progettisti sono partiti per disegnare un nuovo oggetto (o dare nuova vita a quello vecchio). Due anni dopo con Map Pin la mappatura è continuata, con le puntine sulla carta geografica a segnalare beni culturali, artistici, materiali o immateriali, per i quali i partecipanti hanno realizzato kit turistici d'autore. E per finire nel 2016, con Waterline, l'attenzione è stata dedicata a una nuova idea e un oggetto sulla vita, il lavoro e lo svago sull'acqua in Europa.

L'acqua è una risorsa fondamentale. Una vasta serie di attività umana - riguardanti sia il lavoro che lo svago - coinvolgono l'acqua. L'Europa è circondata dal mare ed è disseminata di fiumi e laghi. Questo elemento naturale è inestricabilmente legato alla vita dell'uomo europea ed ha un ruolo sia di unione che di separazione economica e geopolitica. I mezzi di navigazione commerciale e di diporto, gli strumenti e le costruzioni utilizzate per svolgere attività che coinvolgono l'acqua, fanno parte di un importante comparto produttivo che, sempre più, deve rispondere in maniera specializzata alle vecchie e nuove richieste di questo settore.

La giovane designer croata sceglie di partire dalla šterna, una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana, molto diffusa nelle città costiere e insulari della Croazia. Situate nella piazza principale, le cisterne sono state il luogo simbolico della vita sociale di questi piccoli centri, punto di effettivo risparmio e condivisione di una risorsa vitale e preziosa come l'acqua. Da questa antica usanza la Priselec disegna un oggetto per la casa, che nella forma ricorda un tradizionale secchio. Il progetto vincitore aggiunge alla funzione di raccogliere l'acqua quella di purificarla con uno speciale filtro. Radicato nella tradizione, è dunque un invito al risparmio e alla consapevolezza delle limitate risorse naturali, al riuso intelligente e alla condivisione.

Il progettista ceco individua come punto di partenza del suo progetto l'impianto idroelettrico di Dlouhe Strane, in Moravia: una centrale con sistema di pompaggio e un lago artificiale di 15 ettari situato a 1.350 metri sul livello del mare. Il luogo è una straordinaria commistione di bellezza naturale e archeologia industriale ed è la fonte di ispirazione "acquatica" per l'oggetto finale che ha vinto il Premio Dorfles. La forma del lago, con i contorni delineati sulla cima tronca della montagna, molto caratteristica e facilmente riconoscibile, si presta come originale ispirazione per un oggetto d'uso contemporaneo. Una ciotola/contenitore in silicone che si può facilmente adattare a diversi usi capovolgendone la base o la punta. (Comunicato stampa)

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Mostre sui Balcani




Opera di Fosco Bertani dalla mostra Le stagioni del paesaggio all'Anfiteatro della Cultura del Teatro Riccardi di Roma Fosco Bertani: Le stagioni del paesaggio
termina il 19 maggio 2017
Anfiteatro della Cultura del Teatro Riccardi - Roma

"Artista lombardo già conosciuto dal pubblico per le sue forti indagini sul colore, sulle tecniche e sulle riflessioni di fondo cui poggiano tutti i suoi dipinti; riflessioni di ordine filosofico dettate sia dalle letture dei grandi della letteratura antica ma anche contemporanea. Ecco allora che qualsiasi visione, oggetti, piante, figure, paesaggio, appunti religiosi, diventa per l'artista lombardo esercizio di comunicazione, quasi di evangelizzazione, di canto novello del mondo intero. Nei paesaggi dove l'accensione dei colori e dei toni è tutto di impianto mistico, Fosco Bertani lascia leggere un rimando tutto francescano, dove pezzature di cielo e terre, colline, luoghi di preghiera e riflessione, terre d'Italia, si accertano come la parte migliore della sua produzione. E' una pittura ossificata, essenziale, che non vive di decorazioni, coglie il cuore di ogni cosa, sicchè quest'ultimo capitolo artistico di Fosco Bertani è una piccola storia del paesaggio italiano e lombardo". (Carlo Franza)

Fosco Bertani (Asola - Mantova, 1951), ammira la pittura di Chagall e di El Greco, e compiuti gli studi classici a Monza, frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia a Milano fino alla scelta per la pittura nel '73, quando si iscrive alla Accademia di Brera, e poi a quella di Firenze, dove si diploma nel '78, con una tesi finale sul Beato Angelico. Nel '79 a Parigi studia la pittura degli ultimi anni di Cezanne. Nel frattempo ha conosciuto l'arte di William Congdon e ne rimane profondamente colpito. A Milano incontra e segue l'attività teatrale e critica di Giovanni Testori. Dopo il matrimonio si trasferisce nella campagna mantovana, per studiarne meglio il paesaggio. Nell'89 esegue un grande dipinto murale commissionato dall'architetto Sandro Benedetti a Roma nella chiesa di Sant'Alberto Magno. Nel '96 torna in Brianza e da allora insegna discipline pittoriche stabilmente al liceo artistico statale "Fausto Melotti" di Cantù. Alterna la pittura di paesaggio al ritratto. (Comunicato stampa)




La famiglia Papafava dei Carraresi dona una eccezionale raccolta di disegni di architettura al Palladio Museum
www.studioesseci.net

Una eccezionale raccolta di disegni e stampe di architettura è stata donata dalla famiglia Papafava dei Carraresi al Centro Internazionale di Studi di Architettura di Vicenza perché siano conservati al Palladio Museum. Si tratta di 50 disegni di grande formato ed un volume di stampe opera di celebri architetti del Settecento, da Giacomo Quarenghi a John Michael Gandy, raccolti da Alessandro Papafava trasferitosi a Roma per studiare architettura presso l'Accademia di San Luca tra il 1803 e il 1807, su consiglio di Antonio Canova.

La famiglia detta dei Papafava è l'unico ramo superstite dell'antica linea dei da Carrara, che divennero Signori di Padova dal 1318 al 1405. Inizialmente era un soprannome riferito a un Giacomo (che fu chiamato come podestà a Vicenza nel 1269) e poi adottato come cognome dopo la fine della Signoria. Le vicende della famiglia Papafava sono costantemente documentate e intrecciate agli eventi della storia di Padova fino ad oggi. Nel recente passato, merita di essere ricordato lo storico Novello Papafava (1899-1973), qui sopra nominato, noto anche per essere stato presidente della Rai nei primi anni Sessanta.

La collezione donata al CISA Andrea Palladio fu formata da Alessandro Papafava, giovane ed entusiasta studioso d'arte, che oltre all'Accademia frequentava gli atéliers degli artisti, il laboratorio del Canova e quello della pittrice Angelika Kauffmann, e anche quelli degli architetti Giuseppe Camporesi, Vincenzo Balestra, Mario Asprucci, acquistando da loro le stampe e i bellissimi disegni acquerellati, insieme a quelli dell'inglese John Michael Gandy, l'autore delle immaginifiche vedute dei progetti di Sir John Soane e di Giacomo Quarenghi (di cui nel 2017 ricorre il bicentenario della morte).

Tornato a Padova, Alessandro Papafava utilizzò quanto imparato a Roma quando progettò e arredò l'appartamento in stile neoclassico, in tutti i dettagli, nel palazzo Papafava di Padova e anche nel rinnovare nello stesso stile l'austera villa di famiglia di Frassanelle nei Colli Euganei. In questo modo, mettendosi in contatto con l'ambiente artistico veneto, fra cui certamente Giuseppe Jappelli, condividendo i suoi studi, i "suoi disegni " e la sua esperienza, Alessandro contribuì concretamente all'affermazione e alla diffusione dello stile Neoclassico nel Veneto. Continuò negli anni successivi a coltivare gli stessi interessi, ricoprendo numerosi incarichi civici ed essendo nominato Membro dell'Accademia di Belle Arti di Venezia e Deputato della Congregazione Provinciale di Padova.

La raccolta, conservata integra dalla famiglia Papafava per oltre due secoli, è costituita da materiali di altissima qualità grafico-pittorica, e riveste un valore storico enorme: essa ci restituisce infatti un rara istantanea del mondo di interessi di un giovane studente di architettura fra Sette e Ottocento, che si immerge nella cultura architettonica negli anni in cui i modelli del Neoclassicismo romano arrivano nel Veneto, rivoluzionandone il gusto.

Desiderio della famiglia Papafava è che la raccolta costituita dal loro antenato sia mantenuta integra, e i suoi materiali studiati, catalogati e resi disponibili ai ricercatori. Il luogo della loro conservazione e valorizzazione è stato individuato nel Palladio Museum creato dal CISA Andrea Palladio, l'istituto internazionale con storiche radici nella cultura veneta, espressamente dedicato allo studio dell'architettura. La donazione è stata fatta in memoria del conte Novello Papafava dei Carraresi e di sua moglie Bianca Emo Capodilista per volontà dei loro figli Benedetta, Alberto, Fina, Marsilio, Alessandro, Donata, nonché degli eredi dei non più viventi Lieta e Francesco.

Alla collezione e al mondo di Alessandro Papafava sarà dedicata una grande mostra già in calendario al Palladio Museum per l'autunno 2017. La cura della mostra è stata affidata al celebre studioso irlandese Alistair Rowan, già presidente del Society of Architectural Historians of Great Britain, profondo conoscitore della raccolta, e a Susanna Pasquali, docente alla Sapienza di Roma e componente il consiglio scientifico del CISA Andrea Palladio, curatrice, fra l'altro, del volume dedicato al Settecento nella Storia dell'architettura nel Veneto (Marsilio 2012). (Comunicato stampa Studio Esseci)




Le architetture di Vincenzo Scamozzi
www.palladiomuseum.org

Da oggi dallo smartphone potete accedere gratuitamente al primo itinerario completo fra 25 capolavori dell'architetto Vincenzo Scamozzi nel Veneto e in Lombardia: palazzi pubblici e privati, chiese, cappelle, ville, teatri. E' sufficiente connettersi a www.palladiomuseum.org/scamozzi. Per ogni edificio sono disponibili agili descrizioni, in italiano e inglese, splendide fotografie d'autore, e tutto ciò che serve per raggiungerli: mappe interattive e informazioni sulla loro accessibilità. Alcuni edifici sono strutturati per la visita di interni ed esterni.

In altri l'intervento scamozziano si limita agli esterni, di alcuni ancora - soprattutto fra le residenze private - gli interni non sono accessibili se non su richiesta. Tutte queste diverse opzioni sono espresse con chiarezza sul sito, e comunque l'itinerario rende possibile godere uno degli elementi chiave della poetica di Scamozzi, vale a dire l'inserimento dell'edificio nel contesto e nel paesaggio. L'iniziativa vuole essere un omaggio al grande studioso Franco Barbieri (1922-2016), anima del Consiglio scientifico del Centro palladiano per oltre quarant'anni e fondatore del campo di studi sull'architettura di Vincenzo Scamozzi.

Pur mantenendo un taglio divulgativo, questa guida digitale raccoglie gli esiti degli oltre sessant'anni di ricerca che il professor Barbieri ha dedicato a Scamozzi (la sua storica monografia sull'architetto vicentino risale al 1952) e va ad integrare le novità emerse nella mostra tuttora in corso Nella mente di Vincenzo Scamozzi. Un intellettuale architetto al tramonto del Rinascimento, l'ultimo progetto espositivo curato da Franco Barbieri per il Palladio Museum, insieme a Guido Beltramini (CISA Andrea Palladio), Katherine Isard (Università di Cambridge, UK) e Werner Oechslin (Politecnico di Zurigo). I suggestivi ritratti in bianco e nero delle architetture sono frutto di una campagna fotografica di Václav Sedy, mentre i testi sono stati messi a punto da Guido Beltramini. Elisabetta Michelato e Simone Baldissini (Cisa Andrea Palladio) hanno curato il database online.

Lista delle architetture consultabili:

Vicenza e provincia: portale del giardino Valmarana, palazzo Trissino al Duomo, palazzo Trissino al Corso, palazzo Valmarana Salvi, Teatro Olimpico, chiesa di Santa Maria della Misericordia, villa Ferramosca a Barbano, oratorio di San Carlo Borromeo a Lisiera, villa Verlato a Villaverla, villa Pisani (la Rocca) a Lonigo, villa Priuli del Ferro a San Germano dei Berici, villa Dolfin Campolongo a san Germano dei Berici, villa Godi a Sarmego di Grumolo delle Abbadesse; Venezia e provincia: Procuratie Nuove, atrio della Zecca, Statuario della Repubblica, chiesa dei Tolentini, cappella ducale, palazzo Contarini agli Scrigni, villa Ferretti a Dolo; Padova e provincia: chiesa di San Gaetano, villa Molin alla Mandria, complesso di villa Duodo a Monselice, villa Priuli a Due Carrare; Mantova: Teatro Ducale a Sabbioneta. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Museo di scultura ceramica a Castel d'Ario, Mantova "Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica


Castel d'Ario (Mantova)

Inaugurato il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori", primo Museo dedicato all'arte ceramica della provincia di Mantova ed il secondo in Lombardia dopo il MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico, Cerro di Laveno Mombello (Varese). Dopo più di un anno di lavoro, di contatti, di rapporti, di incontri con gli amici scultori-ceramisti, finalmente Casa Museo Sartori è in grado di aprire al pubblico il "Museo della Ceramica". Nel Museo, ancora in divenire, viene presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. Altre opere sono attese e non appena ultimate dai vari maestri ceramisti invitati, verranno poste negli spazi per loro previsti. (Comunicato stampa)

Artisti che al momento figurano con le loro sculture nel Museo:

Accarini Riccardo (Savona), Angiuoni Enzo (Atripalda - AV), Barbagallo Orazio (Milano), Bartoletti Patrizia (Casalfiumanese - BO), Bertorelli Luciana (Savona), Bianco Lino (Sassuolo - MO), Blandino Giovanni (Milano), Bonechi Marco (Figline Valdarno - FI), Calzavacca Claudio (Gallarate - VA), Cannata Matteo (Cavenago Brianza - MI), Castagna Pino (Costermano - VR), Castaldi Domenico (Portogruaro - VE), Cattani Silvio (Rovereto - TN), Chiarcos Giorgio (Trento), Cicala Licia (Milano), Cipolla Salvatore (Mirabella Imbaccari 1933 - Sesto Fiorentino 2006), Confortini Elisa (Genova), Corsucci Umberto (Montefiore Conca - RN), Cropelli Fausta (Pontoglio - BS), D'Agostini Maurizio (Costozza di Longare - VI), De Mori Ferruccio (Tezze sul Brenta - VI), Desiderati Luigi (Mantova), De Zan Guido (Milano)

Difilippo Domenico (San Felice sul Panaro - MO), Di Giosaffatte Vincenzo (Penne /PE 1935 - Castelli /TE 2006), Ellen G. (Napoli), Ekman Yvonne (Roma), Ferraj Victor (Savona), Fioravanti Ilario (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012), Flores Ilaria (Milano), Fonsati Rodolfo (Ferrara), Forgione Pompeo (Milano), Frisinghelli Maurizio (Rovereto - TN), Gaeta Goffredo (Faenza - RA), Gaiezza Roberto (Cairo Montenotte - SV), Garesio Clara (Napoli), Gerosa Mirella (Milano), Gerull Martin (Milano), Gheller Monica (Seregno - MB), Gheno Floriano (Nove - VI), Gorreri Isa Palvarini (Suzzara - MN), Jori Andrea (Mantova), Laghi Luciano (Fognano - RA), Lanfredini Italo (Commessaggio - MN), Lazzari Isaia (Scandolara Ravara - CR), Leverone Adriano (Ferrada - Moconesi - GE), Lucchi Bruno (Levico - TN), Lucietti Antonio (Bassano del Grappa - VI)

Lucietti Giuseppe (Bassano del Grappa - VI), Ludovici Vincenzo (Ferentino - FR), Lunetta Silvana (Brescia), Madoi Giovanna (Milano), Mair Zischg Ingrid (Modena), Marchetti Massimiliano (Savona), Marchetti Sandro (Savona), Marrani Ruggero (Barasso - VA), Mazzotta Alfredo (Milano), Morini Gianfranco (Faenza - RA), Musi Roberta (Milano), Pancheri Aldo (Milano), Pedroli Gigi (Milano), Pesci Brenno (Castellamonte - TO), Pianezzola Pompeo (Nove 1925 - 2012), Pietrobono Fiorello (Alatri - FR), Pirozzi Giuseppe (Napoli), Plaka Ylli (Savona), Pompei Paolo (Belforte all'Isauro - PU), Pompili Graziano (Montecchio Emilia - RE), Previtali Carlo (Grumello Al Monte - BG), Provasi Germana (Mantova)

Quadrini Achille (Frosinone), Rea Fernando (Frosinone), Rebagliati Laura (Cesena - FC), Reggiori Albino (Laveno VA 1933 - 2006), Renzini Gianfranco (Gargnano - BS), Repulino Giulio (Roma), Restelli Lucilla (Rho - MI), Rigon Roberto (Pozzo Leone - VI), Roma Flavio (Albisola Superiore - SV), Ronchi Cesare (Castel Bolognese - RA), Rontini Aldo (Faenza - RA), Rossato Kiara (Mantova), Sabbadini Selvino (Roncoferraro 1912 - Mantova 1986), Sartori Cesare (Nove - VI), Sassi Ivo (Faenza - RA), Sciacca Giuseppe (Nicolosi di Catania), Sciannella Giancarlo (Roma), Sebaste Salvatore (Bernalda - MT), Soravia Sandro (Albisola Superiore - SV), Staccioli Paola (Scandicci - FI), Staccioli Paolo (Scandicci - FI), Torcianti Franco (Osimo - AN), Valenti Massimiliano (Casalmaggiore - CR), Van Wees Mara (Roma), Vasconi Franco (Spigno Monferrato 1920 - Milano 2014), Vitale Francesco (Casalmaggiore - CR), Volontè Lionella (Milano), Zago Paola (Campagna Lupia - VE), Zanetti Maria (Modena), Zitti Vittorio (Acqui Terme - AL), Zoli Carlo (Faenza - RA).




Teelgramma per Pia Punter Pia Punter Poster dedicato alla cestista triestina Pia Punter e telegrammi originali
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Da una serie di telegrammi originali rinvenuti, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa dedica un poster a una cestista triestina che attorno alla fine degli anni Quaranta del Novecento fu pure capitana della nazionale italiana di "palla al cesto", quella Pia Punter che con la squadra del dopolavoro del Pubblico Impiego Ilva di Trieste vinse il campionato italiano 1939-1940. "Infinite congratulazioni al misterioso ma grande tesoro della Pallacanestro Italiana nonché capitana delle campioni d'Italia con orgoglio stringoti la mano abbraccioti" scrive in un telegramma tale Itala Soave riferendosi alla vittoria della Puntar e delle sue compagne sulle milanesi.

Erano tempi, quelli, in cui il basket veniva giocato sulla terra battuta, signore e signorine calzavano divise con le gonne ben sotto il ginocchio, i punteggi erano ben lontani da quelli odierni. Infatti l'Ilva Trieste di Pia Punter conquistò lo scudetto in una finale giocata contro l'Ambrosiana Inter di Milano, regolando le meneghine con un sofferto ma sufficiente 23 a 22. Da un dirigente nazionale del Dopolavoro un altro telegramma esprime "a Voi e camerate vivissimi rallegramenti per vittoria campionato nazionale palla canestro sicura promessa per altre future affermazioni nostra squadra". Era il ventennio fascista, e le compagne di squadra, erano, per l'appunto, "camerate".

Campionato dopo campionato gli scenari cambiano. "Juventus e Genova disposte ingaggiarti - riceverai offerte squadre - segue lettera", si legge in un altro telegramma che fa intendere come l'atleta fosse richiesta da tante altre squadre e fosse pronta a lasciare Trieste. Non per niente fu capitana della squadra nazionale che nel 1938 vinse il campionato europeo. Ne aveva fatta di strada da quel ricreatorio sangiacomino Riccardo Pitteri in cui iniziò a praticare da ragazzina il basket, la pallavolo e il tennis. Scomparsa nel 1984, appartiene meritatamente al novero di quelle azzurre triestine che hanno portato alto il nome della propria città nel Paese e all'estero. Il poster a Lei dedicato, con i telegrammi originali, sarà presentato alla presenza di alcuni familiari dell'atleta azzurra. Il poster arricchirà in modo permanente la collezione telegrafica della struttura museale. (Comunicato stampa)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

News culturali dalla Grecia di artisti ellenici Grecia moderna e Mondo ellenico
Convegni, iniziative culturali, festival musicali e cinematografici



Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Immagine dal cortometraggio Blue Unnatural Blue Unnatural | cortometraggio di Marco Bolognesi Blue Unnatural
di Marco Bolognesi, 13 minuti, Colore, Animazione, HD Stereo, Italia 2017

.. Future Film Festival - Bologna
02 maggio 2017, ore 23.00 (replica 03 maggio 2017, ore 14.00)

.. Ibrida, festival delle arti intermediali - Forlì
05 maggio 2017, ore 19.30

«Marco Bolognesi - dichiara Valerio Dehò - è uno dei pochi, se non l'unico, artista visivo contemporaneo che lavora dentro l'universo cyberpunk. La sua narrazione parte da un tema classico della letteratura cyber: immaginare un mondo in cui c'è chi controlla e chi è controllato». Nel cortometraggio si ritrovano molti dei personaggi che caratterizzano la produzione di Bolognesi - donne mutanti, robot e cyborg - ma il vero cuore dell'opera è la città stessa, fantascientifica e cyberpunk, un mondo dove la libertà personale è annullata e perseguita, dove la comunicazione propagandistica si nutre dell'ossimoro della pace armata e operai privi di identità lavorano in catena di montaggio per costruire donne blu pronte a distruggere chiunque si opponga alla legge delle multinazionali.

Punto di partenza, il cinema di Antonio Margheriti. Tributo ad un grande regista di genere le cui pellicole, soprattutto horror e sci-fi, hanno fatto scuola nel b-movie italiano ed internazionale. Le scene di esterni sono state girate ex novo utilizzando il moke-up della città (proprio come si faceva negli anni '60), con luci, mezzi volanti e pubblicità a schermo animate in post-produzione. Le scene di interni sono state realizzate a partire da piccole parti estratte dalle pellicole di Margheriti e rimontate in un mash-up complesso, stampato, fotogramma per fotogramma, sovra-dipinto a mano, digitalizzato e animato.

«Ho creato un mondo distopico - dichiara Marco Bolognesi - basato sulle "malformazioni" della nostra realtà come monito. Raccontare le proiezioni future di queste problematiche è discutere quelle contemporanee, concependo il fare politica dell'arte come analisi del sociale». «L'universo in mutazione - conclude Valerio Dehò - vive le scorie del passato futuro, però ha in sé il germe di una forma evolutiva che si ripete. La saga continua, non termina qui, ci saranno altri episodi, altre avventure, altri blu da guardare e ricordare...». Nelle giornate in cui sono previste le proiezioni di Blue Unnatural a Bologna e Forlì è, infatti, già in fase di lavorazione un nuovo cortometraggio di Marco Bolognesi in tre capitoli, nuovo tassello del Bomar Universe. Blue Unnatural è la prima produzione del Bomar Studio, realizzata in collaborazione con Abc (Bologna), Kunst Merano Arte (Merano), PAN (Napoli) e SetUp (Bologna).

Marco Bolognesi (Bologna, 1974), artista multimediale la cui arte spazia dal disegno alla pittura, dal cinema alla fotografia e al video. Prima dei trent'anni, trasferitosi a Londra, vince "The Artist in Residence Award" all'Istituto Culturale Italiano dando così inizio ad una carriera internazionale: oltre a Londra, le sue opere sono esposte a Vienna, Salisburgo, Budapest, Miami, New York, Chicago e Singapore. Nel 2014, collaborando con il critico e curatore Valerio Dehò, inizia il multiarticolato progetto "Sendai City" che si sviluppa in tre mostre personali che si susseguono tra la fine del 2014 e la prima metà del 2015 presso il Kunst Meran, Abc a Bologna ed il PAN di Napoli.

Sempre nel 2015 il curatore Massimo Scaringella lo seleziona per il padiglione "Perspectivas Italianas" della Bienal del Fin del Mundo in Cile ed in Argentina. Nel 2016, in occasione della Biennale Italia-Cina, parte del materiale di lavorazione del filmato d'animazione Blue Unnatural è presentato alla Plastik Factory di Pechino. Nel 2017, l'opera Mock-up è esposta nella collettiva "Our Place in Space" a Palazzo Cavalli Franchetti, Venezia. Mostra curata da Antonella Nota e Anna Caterina Bellati, in collaborazione con Esa - European Space Agency e Nasa. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Le Chiese e l'arte contemporanea
Quali immagini nei luoghi di culto?


04 maggio 2017, ore 18.00
Centro Culturale Protestante - Milano

Com'è noto, le chiese della Riforma hanno preso le distanze, a vario titolo, dalla cosiddetta "arte sacra", mentre la Chiesa di Roma ha sempre attribuito grande importanza alla sua presenza negli spazi ecclesiali. Tuttavia oggi, dopo la rivoluzione artistica del Novecento, tutte le chiese si trovano di fronte a una sfida inattesa: c'è una nuova percezione delle immagini realizzate dagli artisti contemporanei nei luoghi cultuali? E' ancora possibile un'arte liturgica? Ascolteremo a questo proposito il punto di vista di un protestante, Armellini, e di un cattolico, Dall'Asta, a partire dal  libro recente di quest'ultimo "Eclissi. Oltre il divorzio tra arte e Chiesa" (ed. San Paolo, 2016). (Comunicato stampa San Fedele Arte)




La staffeta della Memoria La staffeta della Memoria
25 aprile 2017, ore 10.30
Palazzo San Celso - Polo del '900 - Torino
www.museodiffusotorino.it

Per la prossima Festa della Liberazione il Polo del '900 offrirà un'intensa giornata di appuntamenti e iniziative. Fra gli eventi in programma, il Museo, in collaborazione con la Rete italiana di cultura popolare e l'Istoreto, organizza un'iniziativa di "memoria collettiva" che animerà la mattinata del 25 aprile. Coloro che posseggono un oggetto legato alla Seconda Guerra Mondiale e hanno risposto all'appello del Museo, avranno la possibilità di raccontarne la storia, partecipando a una narrazione collettiva condotta da due attori. Lettere, fotografie, taccuini, pubblicazioni, capi d'abbigliamento, strumenti d'uso quotidiano: oggetti del passato che racchiudono storie personali, ma che messi insieme ci restituiscono la storia del Paese di oltre settant'anni fa.

Fra gli oggetti che saranno presentati durante la mattinata si segnala la maglietta da calcio di Bruno Neri, calciatore prima del Faenza e poi del Torino dal 1938 al 1940, conservata presso il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata (www.museodeltoro.it). Convinto antifascista, nel settembre del '43 Bruno Neri si arruolò tra i partigiani nel Battaglione Ravenna, di cui diventò ben presto vicecomandante. Con il nome di battaglia "Berni" nel luglio del '44 salì sull'Appennino Tosco-emiliano per liberare ai partigiani la strada verso Marradi e la Toscana e morì in uno scontro a fuoco contro 15 soldati tedeschi.

Molti anche gli oggetti di uso comune, come un ferro per i "passatelli" - piatto della cucina romagnola - realizzato con il metallo di un proiettile di cannone; una macchina da scrivere utilizzata da un partigiano sedicenne per raccontare la memoria della sua formazione nei mesi precedenti la Liberazione; una bicicletta da donna degli anni anni '40. E poi oggetti particolari come un radiomicrofono usato per realizzare le trasmissioni di Radio Busto Libera, che nei giorni della Liberazione diffuse le notizie dell'insurrezione prima e della cattura ed esecuzione di Mussolini poi; un disegno realizzato da Giovanni Boffa, datato 7 aprile 1945 e conservato presso l'archivio storico della scuola Fontana; e ancora molti altri cimeli e storie da rivivere e scoprire. (Comunicato stampa)




Locandina del documentario Partizani, di regia di Eric Gobetti Partizani
regia di Eric Gobetti

.. 27 aprile 2017, ore 21, Cinema Lux - Borgosesia
.. 28 aprile, ore 21, Teatro civico - Trino
.. 09 maggio, ore 21 Cinema Verdi - Candelo
www.storia900bivc.it

Nell'occasione del prossimo anniversario della Liberazione, l'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia organizza la proiezione del documentario di Eric Gobetti. La Resistenza italiana in Montenegro, prodotto dall'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti" (Istoreto), con il supporto e la collaborazione di Istituto Storico della Resistenza in Toscana (Isrt), Archivio della televisione di stato della Serbia (Rts), Archivio storico dell'Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini (Anvrg), Consiglio regionale del Piemonte, Comitato della Regione Piemonte per l'affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana.

Nikšic, Montenegro, 9 settembre 1943. Poco dopo l'alba l'artigliere Sante Pelosin, detto Tarcisio, fa partire il primo colpo di cannone contro una colonna tedesca che avanza verso le posizioni italiane. Nelle settimane successive circa ventimila soldati italiani decidono di non arrendersi e di aderire alla Resistenza jugoslava. I partigiani della divisione "Garibaldi" raccontati in questo documentario sono eroi semplici, che hanno combattuto il freddo, la fame e una devastante epidemia di tifo, pagando con tremende sofferenze una scelta di campo consapevole e coraggiosa.

Il film è il risultato di un lungo lavoro di ricerca dello storico Eric Gobetti. Le toccanti testimonianze degli ultimi reduci della divisione partigiana italiana "Garibaldi" sono affiancate da straordinarie immagini di repertorio inedite, ritrovate dal regista durante le sue ricerche. Si tratta di un materiale documentario unico: inquadrature realizzate sul campo, in zona di guerra; non materiale di propaganda ma veri e propri "combat film" italiani. Queste riprese sono poi esaltate dalle straordinarie musiche originali realizzate da Massimo Zamboni, chitarrista e co-fondatore dei CSI. Immagini e musiche sottolineano efficacemente i racconti dei reduci, il dramma e il coraggio di quegli uomini.

L'iniziativa è organizzata dall'Istituto in collaborazione con Comitato della Regione Piemonte per l'affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti" - Partner del Polo del '900 e con la collaborazione di Anpi sezione di Borgosesia, Comune di Trino e Anpi sezione di Trino, Verdi Candelo Cineclub.

Eric Gobetti (Torino, 1973) è uno storico free-lance, studioso della seconda guerra mondiale e della Jugoslavia nel Novecento. Da anni tiene lezioni e conferenze sulla storia jugoslava, da Gavrilo Princip ai giorni nostri. E' curatore di diversi volumi e autore di tre monografie storiche: Dittatore per caso. Un piccolo duce protetto dall'Italia fascista (2001), sul movimento croato Ustascia negli anni Trenta; L'occupazione allegra. Italiani in Jugoslavia 1941-1943 (2007); Alleati del nemico. L'occupazione italiana in Jugoslavia (2013). Ha inoltre pubblicato il diario-reportage Nema problema! Jugoslavie, 10 anni di viaggi (2011) e negli ultimi anni organizza viaggi di turismo storico nei paesi della ex Jugoslavia. E' apparso più volte sul canale televisivo RaiStoria e recentemente ha prodotto il docufilm Sarajevo Rewind 2014>1914 (con Simone Malavolti). Questo è il suo primo documentario. (Comunicato stampa)




Aroldo Tieri, Totò - Chi si ferma è perduto (1960) (Immagine)




Chris Gilmour, Pianoforte, 2011, cartone riciclato e colla - courtesy Marcorossi artecontemporanea "Galleria Musicale"
09, 23, 30, aprile - 07 maggio 2017, ore 11.00
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea - Monfalcone
www.teatromonfalcone.it

Torna nel mese di aprile "Galleria Musicale", la fortunata rassegna che prevede l'esecuzione di alcuni concerti nello spazio originale e inconsueto della Galleria. I concerti si tengono, infatti, nell'ambito della personale dello scultore inglese Chris Gilmour, a cura di Anna Krekic, che propone alcune delle sue più celebri sculture in cartone e si intreccia con la prossima apertura del Museo della Cantieristica. Fra le sculture esposte troviamo imbarcazioni, strumenti di lavoro, una bicicletta e un pianoforte a coda, che allude ai viaggi dei grandi transatlantici e introduce i visitatori ai concerti della rassegna musicale. "Galleria Musicale" è a cura di Filippo Juvarra, direttore artistico della stagione musicale del Teatro Comunale, ed è realizzata in collaborazione con i Conservatori "Tartini" di Trieste e "Tomadini" di Udine.

Ad aprire la rassegna, il 9 aprile, è il pianista Alberto Olivo, protagonista di un programma con pagine di Beethoven, Janacek (Tre pezzi da Nella nebbia), Busoni (una fantasia da camera sulla Carmen di Bizet), Schumann e Liszt (la celebre Après une lecture de Dante, Fantasia quasi Sonata). Protagonisti del concerto del 23 aprile sono Chiara Boschian Cuch (flauto) e Eduardo Cervera Osorio (chitarra). Il duo propone brani per chitarra sola (di Napoléon Coste e Leo Brouwer) e per flauto e chitarra (Suite di Roberto Abraham, in prima esecuzione mondiale, e la suggestiva Histoire du Tango di Astor Piazzolla). Domenica 30 aprile è invece la volta di un originale quartetto di flauti, composto da Arianna Russolo, Lucia Jankovski, Daniela Petkoska e Ursa Casar.

Il concerto, Quattro flauti a Parigi, prevede pagine di compositori francesi quali Berthomieu, Joubert, Debussy e Bozza. A chiudere Galleria Musicale, il 7 maggio, sono il baritono Valentino Pase e l'arpista Sofia Masut. Fra i brani per arpa proposti figurano la Fantasia su "Lucia di Lammermoor" di Elias Parish Alvars, Une Châtelaine en sa Tour op. 110 di Gabriel Fauré e Fantasia op. 95 di Camille Saint-Saëns; in programma, inoltre, pagine di Francesco Paolo Tosti, Luigi Maurizio Tedeschi e Jacques Ibert (Quatre Chansons du Don Quichotte). Ad anticipare i quattro concerti, alle ore 10.30, una visita guidata alla mostra di Chris Gilmour. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna cinematografica Realtà e finzione - Destini femminili tra Sette e Ottocento Realtà e finzione. Destini femminili tra Sette e Ottocento
01-29 aprile 2017
Cinema Astra - Parma

L'Ufficio Cinema del Comune di Parma, in collaborazione con il Fondo Ambiente Italiano di Parma, promuove una rassegna cinematografica con quattro proiezioni pomeridiane, ad ingresso libero, che intende offrire al pubblico una riflessione sul ruolo della donna tra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento. La rassegna che si terrà ogni sabato di aprile, ad eccezione di quello prima della Pasqua, è ideata da Alessandro Malinverni, storico dell'arte e delegato alla cultura del Fondo Ambiente Italiano, che curerà anche una breve introduzione prima di ogni proiezione.

Attraverso quattro film sarà possibile scoprire i destini di altrettante figure femminili realmente vissute o protagoniste di romanzi: Georgiana Cavendish, duchessa di Devonshire, regina della moda e appassionata di politica; Eleonora Pimentel Fonseca, patriota, giornalista e politica italiana; Fanny Brawne, musa del poeta John Keats e Jane Eyre, protagonista dell'omonimo romanzo della scrittrice Charlotte Brontë. Quattro donne dai caratteri e dalle vicende molto differenti, ma accomunate da una forte personalità, desiderose di giocare in pubblico o nel privato un ruolo incisivo, sempre romanticamente in lotta tra ragione e sentimento.

Programma proiezioni

- 01 aprile, ore 15.00
La duchessa (The Duchess), di Saul Dibb (Gran Bretagna/Italia/Francia/USA 2008)

Appartenente a un'antica famiglia, Georgiana Spencer (Althorp, 1757 - Londra, 1806) andò in sposa giovanissima a William Cavendish, duca di Devonshire. In breve fu costretta ad affrontare una vita familiare difficile e a tratti umiliante. Seppe però trovare la forza e il coraggio di affrontare le avversità, viaggiando molto e radunando attorno a sé una cerchia di letterati e politici. Affascinante e carismatica, si impose come regina della moda, amica di principi e ministri, madre tenera e devota verso i propri figli e quelli del marito. Fu anche un'attivista politica, molto amata dalla gente comune. La sua straordinaria esistenza è raccontata in un film elegante.

- 08 aprile, ore 15.00
Il resto di niente, di Antonietta de Lillo (Italia 2004)

Di famiglia portoghese, ma nata a Roma, Eleonora de Fonseca Pimentel (Roma, 1752 - Napoli, 1799) ricevette un'educazione assai accurata: greco, latino e lingue, poi discipline storiche, giuridiche ed economiche. L'intelligenza vivace e la vasta cultura le aprirono le porte dei principali salotti letterari e le assicurarono la stima di Pietro Metastasio e Voltaire. Nominata bibliotecaria della regina di Napoli, si schierò tuttavia con l'effimera Repubblica Napoletana (1799), assumendo la direzione del periodico "Monitore Napoletano"; rimasta fedele ai propri ideali, venne condannata a morte dalla monarchia borbonica restaurata nel giugno 1799.

- 22 aprile, ore 15.00
Bright Star, di Jane Campion (Gran Bretagna/Australia/Francia 2009)

Il titolo del film Bright Star ("Stella luminosa") è tratto da un sonetto del poeta John Keats, tra i più importanti esponenti del Romanticismo inglese. Keats lo scrisse per Fanny Brawne (Londra, 1800-65), sua musa ispiratrice. Il loro legame durò dal 1818 alla morte di lui nel febbraio '21 e fu scoperto solo nel 1878, quando si pubblicò il loro carteggio. L'amore per questa ragazza, indipendente e genuina, appassionata di cucito e ricamo, ispirò a Keats la maggior parte dei suoi componimenti. Il loro idillio, osteggiato in particolare dalla madre di lei, si nutrì soprattutto di lettere appassionate e di poesie, e non poté essere coronato per la precoce scomparsa del poeta.

- 29 aprile, ore 15.00
Jane Eyre, di Cary Fukunaga (Gran Bretagna/Usa 2011)
L'orfana Jane è decisa a prendere in mano la propria esistenza, senza più dubbi o paure, grazie a un'istruzione che l'ha resa consapevole e indipendente. L'incontro con Rochester suscita in lei un amore travolgente, tormentato però dai sensi di colpi. Il suo personaggio è un esempio di integrità, indipendenza di spirito e forza interiore non prive tuttavia di passionalità. Questa ennesima trasposizione del celebre romanzo di Charlotte Brontë prova il fascino ancora oggi esercitato dal personaggio di Jane. (Comunicato stampa)




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




Mondo di carta
Gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia leggono Pirandello


17 febbraio, 07 aprile, 26 maggio, 23 giugno, 06 ottobre, 03 novembre, 01 dicembre 2017
Istituto di Studi Pirandelliani e sul teatro Contemporaneo - Studio di Luigi Pirandello - Roma
www.fondazionecsc.it

A partire da venerdì 17 febbraio ogni mese per tutta la durata del 2017 l'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo ospiterà nella celebre casa studio dello scrittore l'evento "Mondo di carta": lettura delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello da parte degli allievi attori del Centro Sperimentale di Cinematografia. Un'occasione per celebrare il grande scrittore nei 150 anni dalla sua nascita in un percorso che vedrà riunite le novelle in una costruzione a più voci. La drammatizzazione è a cura dei docenti della Scuola Nazionale di Cinema Adriano De Santis e Roberto Antonelli.

Novelle per un anno è una raccolta pubblicata in 15 volumi editi tra il 1922 e il 1937: Luigi Pirandello tenterà l'impresa di comporne 365, una per ogni giorno dell'anno ma arriverà a 241 nel 1922 e 15 saranno pubblicate postume. I suoi protagonisti sono tormentati dal pensiero della morte, dal fato, dal male di vivere. Sono esseri semplici la cui esistenza è spesso sconvolta da drammi interiori e familiari che li condannano a crisi profonde. Gli allievi della Scuola nazionale di Cinema cercheranno di restituire l'essenza profonda di questi caratteri tracciati dallo scrittore siciliano che più di altri ha saputo interpretare la natura contraddittoria dell'uomo. (Comunicato Ufficio Stampa Susanna Zirizzotti - Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))

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«Pirandello»
di Nidia Robba
Poesia




Immagine di presentazione della serie di conferenze sulla Storia della Moda del Novecento Quattro conferenze sulla Storia della Moda del '900 con qualche excursus sull'Arte
Palazzo Caetani Lovatelli - Roma
Biglietto: €12 - Studenti €10 - Abbonamento all'intero ciclo di incontri €40
www.bertolamifinearts.com

Ritornano gli incontri culturali di Palazzo Caetani Lovatelli con un ciclo di conversazioni che Mariastella Margozzi dedicherà alla storia della moda del '900. Gli incontri, quattro in tutto che si terranno con cadenza mensile, tratteranno i seguenti argomenti:

Programma

.. 31 gennaio, ore 18.30, La moda nella modernità
Prima parte: tra Ottocento e Novecento - Dalla nascita dell'Haute Couture e dalla moda dettata dalle corti europee, alla Belle Epoque e al gusto charmeuse della borghesia. Focus su Frederick Worth. Seconda parte: il cambio di passo. Prima e dopo la Grande Guerra - La consapevolezza della donna moderna nella moda del secondo e terzo decennio del novecento. Focus su Paul Poiret.

.. 23 febbraio, ore 18.30, Tra le due Guerre. Moda e Costume
Il gusto decò contagia la moda negli anni venti e fino a metà dei trenta. L'emancipazione femminile nella società si riflette nel modo di vestire. Il fascismo detta nuove regole allo stile italiano. Da John Guida a Schuberth A Parigi: Cristobal Balenciaga, Madeleine Vionnet e Elsa Schiaparelli. Focus su Coco Chanel.

.. 30 marzo, ore 18.30, L'alta moda italiana degli anni Cinquanta. Le sartorie diventano maisons
La Sala Bianca di Palazzo Pitti e G.B. Giorgini. Walter Albini, Carosa, Maria Antonelli, Jole Veneziani, Sorelle Fontana, Germana Marucelli, Fernanda Gattinoni, Irene Galitzine, Salvatore Ferragamo. Nasce l'Alta moda italiana e si diffonde nel mondo. A Parigi: Dior e il primo Yves Saint Laurent. Focus su Sorelle Fontana.

.. 27 aprile, ore 18.30, Alta moda e non solo. Dagli anni Sessanta agli anni Novanta: trenta anni di fashion style made in Italy
La moda diventa comunicazione e recepisce tutte le novità sociali e culturali del momento. Il genere pop contagia la produzione per i giovani. Nasce il pret-à-porter. L'alta moda italiana si confronta con quella francese: da Capucci a Valentino, da Ferrè ad Armani, da Fendi a Sarli a Versace, i brands italiani vincenti. Focus su Capucci e Fendi. (Comunicato stampa Scarlett Matassi)




Logo 90 Volte Tor Pignattara Torpignattara - vecchia stazione 90 Volte Tor Pignattara
www.90voltetorpigna.it

Si terranno a partire dal 12 gennaio 2017 le celebrazioni e iniziative organizzate dal Comitato di Quartiere Tor Pignattara, dall'Associazione per Ecomuseo Casilino ad Duas Lauros, dalla Scuola Popolare di Tor Pignattara e dall'Associazione culturale Bianco e Nero (organizzatrice del KarawanFest) per celebrare i 90 anni del quartiere romano del Municipio Roma 5. Sebbene l'insediamento dell'abitato risalga alla costituzione della stazione sanitaria nel 1882, la notte fra il 17 e il 18 luglio 1927 segna un momento storico: l'atto di inclusione dell'area urbana nel territorio amministrativo interno al Comune di Roma. Quella notte, infatti, divenne esecutivo il provvedimento che impose lo spostamento della cinta daziaria comunale oltre via dell'aeroporto di Centocelle: un atto amministrativo che trasformò Tor Pignattara da borgo rurale della campagna romana in 'uno dei centri abitati compresi nel comune chiuso' di Roma.

Il progetto '90 Volte Tor Pignattara' intende costruire un programma annuale di manifestazioni attraverso la diretta partecipazione delle tante realtà sociali e culturali operanti nel territorio. Numerosi eventi condivisi, per costruire un'offerta culturale plurale, in cui ogni realtà possa dare il proprio contributo. Il calendario delle celebrazioni prenderà avvio giovedì 12 gennaio 2017 alle ore 9:00 con un evento di straordinaria importanza: la posa di 6 pietre d'inciampo (Stolpersteine) in memoria dei partigiani del quartiere trucidati alle Fosse Ardeatine.

L'iniziativa è parte dell'ottava edizione di 'Memorie d'inciampo a Roma', organizzata dall'Associazione ArteInMemoria, a cura di Adachiara Zevi. Il 15 gennaio, invece, prenderanno avvio le Domeniche dell'Ecomuseo Casilino 2017, con una passeggiata storica che avrà come filo narrativo le vicende vissute dal quartiere nei nove mesi di lotta per la liberazione di Roma dal nazi-fascismo. Il ciclo di trekking urbani proseguirà quindi nei mesi successivi per accompagnare i cittadini alla scoperta del patrimonio storico, archeologico, antropologico, artistico e paesaggistico del territorio.

Ad aprile 2017, invece, verrà presentato il primo fumetto sulla vita del partigiano Giordano Sangalli realizzato grazie al laboratorio tenuto da Alessio Spataro per la Scuola Popolare di Tor Pignattara. Il 25 aprile, invece, spazio alla tradizionale Festa della Liberazione, che si terrà, come da tradizione, al Parco Giordano Sangalli. "Questo è solo un assaggio - sottolineano gli organizzatori - delle tantissime manifestazioni che comporranno il calendario delle celebrazioni. Stanno arrivando infatti tantissime adesioni che sono al vaglio del comitato promotore. Una partecipazione straordinaria che ancora una volta testimonia la vitalità di un quartiere che, attraverso il suo straordinario tessuto associativo, respinge l'immagine mediatica di periferia degradata e rivendica il suo ruolo centrale nel panorama sociale e culturale romano".

Per sostenere questo obiettivo è stato realizzato un logo celebrativo, necessario per "segnalare" l'adesione del singolo evento all'iniziativa e un sito internet - www.90voltetorpigna.it - con fini informativi e promozionali. Le realtà associative che intendono aderire all'iniziativa - purché non affiliate a partiti politici e operanti senza scopo di lucro - non dovranno far altro che proporre la propria adesione compilando il formulario presente sul sito. (Comunicato Ufficio Stampa Carlo Dutto)




Pubblicato il bando di gara per il X Filmfestival del Garda
San Felice del Benaco (Brescia), 20 maggio - 04 giugno 2017
www.filmfestivaldelgarda.it

Il bando di gara del concorso del FFG17 è rivolto a lungometraggi opere prime e seconde di autori italiani e stranieri, le domande potranno essere presentate fino al 3 marzo. Oltre a quello della critica cinematografica, ogni anno presente in forza, un premio sarà assegnato anche dal pubblico attraverso schede di voto consegnate a ogni singola proiezione. La manifestazione, ideata e organizzata dall'Associazione culturale Cineforum Feliciano, presenta ogni anno dal 2007, quando si svolgeva a dicembre, opere che rappresentano le tendenze cinematografiche dei giovani autori del panorama internazionale e organizza eventi artistici, mostre e concerti ispirati all'arte cinematografica. Tra le novità dell'edizione la sezione dedicata agli istituti scolastici della prima infanzi, primari e secondari con laboratori e proiezioni accompagnate da professionisti.

"La prossima edizione - dice Veronica Maffizzoli, direttrice artistica del FFG - sarà un importante traguardo: dieci anni di Filmfestival del Garda sono una grandiosa soddisfazione per un evento che negli anni è riuscito a maturare e crescere. Il FFG17 si svolgerà ancora nel periodo estivo, avendo riscontrato con soddisfazione un interesse anche turistico oltre che culturale, e soprattutto con grande soddisfazione confermiamo la storica formula delle sezioni che, tornate lo scorso anno dopo un variante nel format, si divideranno tra Concorso lungometraggi, Retrospettive, Omaggi ed eventi speciali". (Comunicato stampa)




La stigmatizzazione della periferia - Goethe-Institut No Go?
La stigmatizzazione della periferia

www.goethe.de/italia/nogo

"Focolai sociali", "ghetti", "aree no go": a determinate zone urbane viene impresso il marchio di quartiere difficile. Ma come nasce lo stigma e come lo affronta chi ci abita? Quali sono le iniziative cittadine che contrastano la stigmatizzazione nel quotidiano? Esame di casi di alcuni quartieri sensibili in Italia, Germania, Francia e Belgio e pubblicazione nel Magazine del Goethe-Institut di un dossier dedicato a cause e meccanismi del fenomeno, bandendo le generalizzazioni e focalizzandoci su fatti concreti ed esperienze positive raccontate direttamente degli abitanti. (Comunicato Goethe-Institut)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050


Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina Attraversamenti - libro di Giovanni Ciucci Attraversamenti
di Giovanni Ciucci, a cura e postfazione di Marisa Zattini, ed. Il Vicolo - Divisione Libri (Collana di GRAPHIE "Sfridi"), pagg. 48, cm.24x14, 2017, Euro 10,00

Il saggio si sviluppa lungo un'accurata analisi della dimensione collaborativa riscontrabile in determinate esperienze d'arte, che si sono susseguite sin dal primi decenni del Novecento, a partire dalle performance futuriste e dadaiste fino ad arrivare ai giorni nostri. Giovanni Ciucci, quale artista e teorico dell'arte, ha già avuto modo in passato di concentrarsi su queste tematiche attraverso diverse pubblicazioni. In questa occasione si sofferma sul significato di rapporto e come questo si instaura tra gli interlocutori nel corso di laboratori d'arte sperimentali, compresi quelli di sua ideazione dal titolo Play.

Questo rapporto viene testimoniato sia come categoria teorica sia come prassi metodologica, dunque da un lato quale riflessione sull'esperienza laboratoriale attuata e dall'altro come ricerca costante volta al raggiungimento di un'efficace pratica collaborativa. L'analisi si rivolge anche alle diverse tipologie operative adottate da quegli autori interessati alla creazione di esperienze d'arte collaborative aperte al contributo del pubblico, al fine di rendere chiaro al lettore come le specifiche opzioni di interazione possano rivelare le effettive libertà d'azione concesse ai partecipanti.

Nonostante alcuni eventi offrano nominalmente allo spettatore l'opportunità di entrare a far parte di un'operazione d'arte, sorta di espediente per emanciparlo sul piano percettivo e produttivo, Giovanni Ciucci intende, invece, ripensare su nuove basi questa possibile coappartenenza. Riesce, infatti, a riannodare un legame con il pensiero speculativo, secondo il quale recettività e attività vanno riconosciuti come insiti in ogni operare umano, dunque originariamente inscindibili. In questo senso, è possibile ridisegnare e sottolineare l'importanza della valorizzazione dell'apporto personale, della libertà di gestione del singolo interlocutore chiamato ad intervenire nel laboratorio d'arte, in vista di una riformulazione del concetto e del ruolo di spettatore, attraversando finanche ambiti creativi diversi, ora resi tra loro comunicanti come: arte, suono, teatro. (Comunicato stampa)




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017 Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017
info@ariannasartori.191.it

Artisti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Baldassin Cesare, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bobò Antonio, Bocelli Giuseppe -  Bodini Floriano, Bonaccorsi Miro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Brunelli Clara, Caccaro Mirta, Calvi Cesare, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Carbonati Antonio, Cargnoni Giacinto, Carnevali Vittorio, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Cattaneo Claudio, Cavallero Antonietta, Cazzaniga Giancarlo, Cermaria Claudio, Cerri Giovanni, Chinellato Sandro, Ciaccheri Paolo, Cipolla Salvatore, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Colombi Riccardo, Cordani Sereno, Costantini Carla, Costanzo Nicola, Cottini Luciano, Cristini Filippo

De Luigi Giuseppe, Desiderati Luigi, Diazzi Roberta, Di Fusco Anna, Di Venere Giorgio, Fabri Otello, Facciotto Giuseppe, Fastosi Gabriella, Ferraj Victor, Fioravanti Ilario, Folloni Luciano, Fornasari Memo, Fortuna Alfonso, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gaeta Goffredo, Galante Sabino, Gaudio Lucia, Gauli Piero, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Giacobbe Luca, Gi Morandini, Giunti Raffaello, Gnocchi Alberico, Grasselli Stefano, Gutris Anna Francesca, Ianni Stefano, Lelii Marisa, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Mantovani Gianni, Margonari Renzo, Martino Gabriella, Matsuyama Shuhei, Mattei Mario, Melli Ivonne, Melotti Enrica, Merik (Eugenio Enrico Milanese), Mignosa Lucia, Molinari Mauro, Montanari Roberto, Morelli Guido, Morselli Gino

Mottinelli Giulio, Nagatani Kyoji, Negri Sandro, Nonfarmale Giordano / Male, Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Palazzetti Beatrice, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paolini Parlagreco Graziella, Parmiggiani Alessandra, Pavan Adriano, Pellicari Anna Maria, Perbellini Flavio, Perini Sergio, Piovosi Oscar, Piras Enrico, Pirondini Antea, Po Massimo, Polpatelli Carlo, Polpatelli Mario, Pozzi Rinaldi Laura, Puppi Massimo, Raza Claudia, Reami Rossella, Reggiani Liberio, Restelli Lucilla, Rigato Carla

Ritorno Maria Luisa, Robustelli Raffaella, Rossato Kiara, Rossi Giorgio, Rossi Laura, Rossi Lorenza, Rovati Rolando, Santoro Giusi, Sauvage Max, Scandurra Placido, Scimeca Filippo, Settembrini Marisa, Solimini Renata, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spaggiari Franco, Spaggiari Rita, Spazzini Severino, Spennati Silvana, Terruso Saverio, Tommasini Barbara, Trubbiani Valeriano, Vanetti Tiziana, Vigliaturo Silvio, Villani Dino, Vivian Claudia, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zitti Vittorio, Zoli Carlo, Zotti Carmelo.

Artisti Madi: Cortese Franco, Frangi Reale F., Fulchignoni Aldo, Luggi Gino, Mancino Enea, Mascia Vincenzo, Milo Renato, Nicolato Gianfranco, Novaco Carmen, Pilone Marta, Rosa Giuseppe, Zangara Piergiorgio. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse è nato a Córdoba (Argentina) nel 1934. Diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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