Trinacria simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


Copertina Dialoghi - Libro di Nidia Robba pubblicato a Trieste nel marzo 2016 Dialoghi
di Nidia Robba, Trieste 2016


Prefazione
Copertina catalogo mostra Maria Callas alla Fondazione Giuseppe Lazzareschi Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito
Catalogo della mostra

Recensione
Copertina catalogo mostra Dadamaino - Gli anni 80 e 90, l'infinito silenzio del segno Dadamaino
Gli anni '80 e '90


Catalogo della mostra

Presentazione
Copertina catalogo mostra Diario Pittorico di Antonella Affronti Antonella Affronti
Diario Pittorico


Catalogo della mostra

Presentazione


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016-2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08



Opera di Fabio Di Bella Fabio Di Bella
02 ottobre 2016 (inaugurazione ore 19.00) - 30 gennaio 2017
Trattoria ai Fiori - Trieste
www.aifiori.com

Venti piccole opere su carta dedicate alla città di Trieste. Si tratta di una serie di paesaggi del sogno e della realtà, dove il segno graffiato che si sovrappone all'immagine finge la patina del tempo, ricordando allo stesso tempo una modalità espressiva caratterizzata dall'immediatezza percettiva e dalla velocità esecutiva, tanto che a proposito di queste opere è lecito parlare di valori difficili da definire, come la "visione" e il "desiderio" che si sovrappongono e si compendiano l'uno con l'altro. Il motivo del desiderio, che fa nascere la visione (l'opera) e la soggettività di questa (il punto di vista), sono sempre state istanze costanti nelle opere degli artisti di tutto il primo Novecento.

L'entusiasmo del desiderio ci regala l'emozione, ed è proprio la forte carica emozionale la caratteristica più tipica di questi suoi ultimi lavori, tanto da poter pensare che possano ritenersi anche godibili a livello visivo, per impatto cromatico o come testimonianza di un viaggio o di un appunto schizzato a memoria. L'emozione esalta, allora, la percezione dell'oggetto raffigurato (fondali architettonici, quinte sceniche), deformandolo e alterandolo: i piani si confondono, il colore deborda, pulsa e amplifica a dismisura il suo battito forte di energia, virando anche su tinte acide e talvolta incongrue. Fabio Di Bella (Messina, 1974) si laurea all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria ed è da diversi anni del gruppo "Spazio Libero Officina Artistica". La serata, presentata da Camilla Pasqua, è stata realizzata con il sostegno dell'Associazione Juliet. Il rinfresco del vernissage viene offerto da Villa Parens di Giovanni Puiatti. (Comunicato stampa)




Opera di Paolo Ghilarducci Paolo Ghilarducci: Il codice della bellezza
01 ottobre (inaugurazione ore 19.00) - 24 marzo 2017
Otel Ristotheatre - Firenze
www.otelvariete.com

"C'è uno schema classico alla base del percorso pittorico di Paolo Ghilarducci, alla base del suo racconto per immagini, giacchè esse esprimono una modernità dell'ispirazione e si accompagnano a una sorta di riecheggiamento favolistico, gravate da un senso incantato di lezione novecentesca, di ricerca decorativa e neoromantica, che vivacemente circola e avvolge tutte le figure, quel mondo rappresentato con mirabile miracolo, quel mondo quotidiano che Ghilarducci ci racconta come vissuto e desiderato compreso quel contatto fra uomo e natura.

Ghilarducci superbamente fa rivivere miti del presente e del passato, miracolose zoomate, immagine che una volta figurali poi via via si sono come alleggerite in una fasciolata geometrizzazione, in una magica danza di parti in libertà, fatta di accensioni, di toni a volte accesissimi e a volte acquerellati, e di classica nostalgia per un eden, un paradiso perduto e insieme ritrovato. Per tutto ciò, per l'impianto scenografico, per i toni di colore, e per la luce che in ogni tela si scioglie, tutto svela quell'esuberante personalità del Ghilarducci artista e poeta. (...)". (Carlo Franza - curatore della mostra)




Piero Mascetti - Lullabies - olio su tela cm.93x206 Piero Mascetti: "Meraviglioso Life"
01 ottobre (inaugurazione ore 17.00) - 13 ottobre 2016
Galleria Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

A due anni dall'ultima mostra tenuta presso la galleria Edarcom Europa, Piero Mascetti (Roma, 1963) presenterà un nuovo nucleo di opere, di medio e grande formato. Mascetti, partito dalla descrizione informale ed istintiva delle atmosfere urbane a lui più vicine, ha, negli ultimi anni, conseguito una ricerca più intima e spirituale. Francesco Ciaffi, curatore della mostra, ha recentemente scritto che "i dipinti, frutto della ricerca più recente, sono caratterizzati da un immaginario che si nutre senza sosta della vita che scorre. Un vortice di eventi personali e sociali che affolla la mente del pittore, capace di assorbire e rappresentare visioni che narrano e rilasciano emozioni. La realtà è il punto di partenza del processo creativo di Mascetti che, attraverso un proprio punto di vista, elabora dipinti di forte impianto gestuale e informale". (Estratto da comunicato stampa)




A failed entertainment © Alessandro Calabrese Alessandro Calabrese vince il Premio Grazia dei 2016
www.premiograziadei.org

Con A failed Entertainment, progetto realizzato nel 2015, il vincitore ha presentato un progetto ispirato al romanzo Infinte Jest di David Foster Wallace (A Failed entertainment era il titolo scelto in una prima stesura), che mette in relazione il concetto di autorialità nella produzione di fotografie con la sua controparte, ossia la proliferazione su larga scala di materiale visivo disponibile in rete. Le opere di Calabrese si presentano come diretta conseguenza dell'utilizzo dello strumento di ricerca per immagini di Google (che tramite un algoritmo individua nel patrimonio del web le immagini visivamente simili ad un esemplare di partenza), in cui sono state caricate fotografie in pellicola realizzate tra il 2012 e il 2015 a Milano.

Gli scatti originali vengono sacrificati e letteralmente "inghiottiti" in una sovrapposizione continua di quanto da esse prodotto, dando vita a nuove immagini composte da un numero randomico di fotografie anonime e fotografie realizzate dall'autore; in questo modo l'opera si perde in una crescente e potenzialmente infinita riproduzione matematica. Oltre al vincitore la giuria del Premio Graziadei ha assegnato tre menzioni speciali al lavoro di Martin Errichiello & Filippo Menichetti, In quarta persona, a Sharon Ritossa con il suo progetto Foibe e a Anush Hamzehian & Vittorio Mortarotti per il lavoro Most were silent. Tra i vincitori delle precedenti edizioni Andrea Botto (2012), Francesco Neri (2012), Luca Nostri (2013), Luca Spano (2013), Pietro Paolini (2014), The Cool Couple (2015). Questi ultimi presenteranno durante l'edizione del Festival di quest'anno il loro nuovo lavoro. (Estratto da comunicato Flaminia Casucci - Ufficio Stampa)




Federico Seneca (1891-1976): Segno e Forma nella Pubblicità
09 ottobre 2016 - 22 gennaio 2017
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

La mostra celebra, a quarant'anni dalla sua scomparsa, Federico Seneca (1891-1976), uno dei protagonisti della grafica pubblicitaria del Novecento, attraverso manifesti, locandine, insegne, logotipi, cartoline, calendari, scatole in latta e cartone e splendidi bozzetti scultorei in gesso mai esposti. Tra i suoi lavori più conosciuti, la pubblicità dei "Baci" Perugina e l'ideazione dei "cartigli", ovvero i bigliettini che ancor oggi accompagnano i famosi cioccolatini. Le donne in costume da bagno, gli innamorati che si tengono per mano reggendo una scatola di cioccolatini, i cuochi panciuti, i cigni che sbirciano nelle lavatrici, il gatto selvatico con la coda che prende fuoco sono solo alcuni dei personaggi e degli animali che animano le pubblicità di Federico Seneca e che traducono un mondo dinamico, colorato e in fermento.

La mostra s'inserisce nel filone promosso dal m.a.x. museo della "grafica d'impresa" dei maestri del XX secolo, e racconta per la prima volta l'intero percorso creativo di Federico Seneca, dal liberty a una visione futurista all'art déco, per giungere, dal dopoguerra in poi, alla modernità con la sintesi delle forme. L'esposizione, dopo la tappa al m.a.x. museo, saprà presentata alla Galleria nazionale dell'Umbria a Perugia e in seguito al Museo nazionale Collezione Salce di Treviso. Un omaggio in tre luoghi identitari del percorso di vita, di ricerca e di conservazione dell'intera opera di Federico Seneca. (Comunicato Amanda Prada - Ufficio stampa m.a.x. museo - Svizzera e Insubria)




Neil Douglas - In bloom - cm.160x100 David Earle - Tzu - cm.110x75 Neil Douglas - David Earle: Blossoms and bricks
06 ottobre (inaugurazione ore 18) - 03 dicembre 2016
Barbara Frigerio contemporary art - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it

Geometrie e lirismi, linee e materia, studio ed anelo di svelare e sviscerare la realtà circostante attraverso il mezzo pittorico. Le modalità di lavoro, così come lo stile pittorico dei due artisti inglesi, ora in mostra, è certo differente, ma con dei solidi punti di contatto, che vanno ben oltre la comune nazionalità. La partenza è l’attenta osservazione del paesaggio che quotidianamente si presenta ai loro occhi ed un gusto pittorico che rimanda al fotorealismo americano degli anni 60-70. Neil Douglas si concentra inizialmente sulle vedute di Londra, insistendo sulle geometrie e ribassando la scala cromatica, quasi come se i colori più forti potessero disturbare il rigore di quei palazzi, ponti o strade che compongono la città. Poi, nei lavori seguenti, sembra entrare sempre più in profondità in quello che dipinge, lasciando che le sensazioni e gli stati d’animo guidino la mano sulla tela: ecco la malinconica pioggia autunnale e le foglie cadute, abbandonate.

Fino ad arrivare agli ultimi dipinti, dove la poesia arriva al suo culmine: compaiono alberi in fiore ed onde marine; i colori si accendono e la pittura si fa più materica, meno legata alla precisione della linea e più in balia delle emozioni. Nei paesaggi urbani di David Earle si riscontra una ricerca costante di elementi geometrici: un sistema rigoroso di linee che ingabbiano e scompongono la realtà per poi ricomporla e mostrarla sotto una nuova luce. La descrizione è precisa, nessun dettaglio viene tralasciato, dagli oggetti nelle vetrine dei negozi ai muri carichi di graffiti; è un racconto esteso, narrato attraverso un tratto pittorico sicuro e preciso, accompagnato da un uso deciso del colore. Sì sono i rossi, i gialli, i blu intensi a caratterizzare la visione di Earle, a spezzare il grigiore della quotidianità e reinventarla. (Comunicato stampa)




Opera di Francesco Calia Francesco Calia: "Spazio Percorso. All you can remember"
04 ottobre (inaugurazione ore 18.00) - 21 ottobre 2016
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

In questa serie di lavori Francesco Calia prosegue l'indagine sul concetto di "Memoria" personale/collettiva, portata avanti in varie fasi della sua produzione, passando dalla riflessione sulla storia dell'arte a quella sul paesaggio urbano. Nelle nuove opere in mostra sono sempre riconoscibili i contrasti visivi tra morbidezza e rigidità delle forme, tra il bianco e il nero dell'immagine fotografica e il colore della pittura, ma assistiamo ad un cambiamento sostanziale che pone riflessioni critiche nuove. L'immagine fotografica, sempre prelevata da un momento come tanti di un peregrinare urbano, appare in questi lavori più sfocata, a volte irriconoscibile.

C'è probabilmente la volontà di incrementare il legame con chi guarda, paradossalmente sfocando le forme e limitando la decifrabilità del reale, aumenta, infatti, la possibilità dello spettatore di ritrovare in esse altri luoghi, altre persone, altri spazi, magari archiviati nella propria mente senza più averne coscienza. L'interazione attiva tra artista-opera-fruitore è una costante che caratterizza tutta la produzione di Francesco Calia. Senza il processo di ri-costruzione visiva, che lo spettatore compie davanti alle sue opere, il risultato sarebbe incompleto. Il titolo della mostra, allude proprio a questo, ricordando quei ristoranti dove è possibile mangiare tutto ciò che si desidera in quantità illimitata. Qui l'invito è ricordare tanto quanto si può. Le immagini prive di colore, evanescenti, occupano contemporaneamente uno spazio, concreto (il supporto dell'immagine fotografica) e uno astratto (la memoria).

Sono ciò che rimane dello spostarsi dell'artista lungo un percorso pianificato, conosciuto, ma allo stesso tempo fluido e cangiante. La memoria labile, temporanea, liquida, torna in superficie occupando uno spazio reale, coagulandosi in un'area delimitata, ma instabile. L'elemento geometrico, archetipo del razionale, dell'umano che mette ordine, mantiene la sua funzione di stimolo voyeuristico che spinge chi guarda a ricostruire i pezzi dell'immagine mancante. Ma il rosso vivo dei lavori passati, l'intervento pittorico dell'artista, ha lasciato il posto al bianco e sopravvive solo in piccole porzioni non rigidamente definite dal quale, però, rinasce come una vita pulsante che si sta formando.

Sembra di ritrovare i tre stadi dell'alchimia: nell'immagine fotografica sfocata priva di colore la Nigredo in cui la materia si dissolve, nel bianco delle campiture geometriche l'Albedo durante la quale la sostanza si purifica sublimandosi, nel rosso pulsante, la Rubedo, lo stadio in cui tutto si ricompone rinascendo. E' una trasformazione, un impulso rigenerante dal lutto del tempo passato. Il suo vero obiettivo, come per gli alchimisti, è la conoscenza, ma per raggiungerla veramente si deve osservare attentamente anche al di là del concreto. Calia ricerca l'equilibrio, ma l'impressione è che esso possa essere solo momentaneo, impossibile da trattenere. (Testo critico di Loris Schermi)




In Contemporanea - Galleria 2000&Novecento - Enrico Della Torre - Universo fluviale - olio su tela (tre telai assemblati), cm.116x220 "In Contemporanea"
Una passeggiata fra le gallerie d'arte di Reggio Emilia


01-30 ottobre 2016

Galleria de' Bonis, Galleria d'Arte 2000&Novecento, Bonioni Arte, Galleria 8,75 Artecontemporanea, RezArte Contemporanea, 1.1_Zenonecontemporanea, Vicolo Folletto Art Factories
incontemporanea.eu

Una città, sette gallerie, una mostra museale, un mese di incontri ed eventi per fare rete e diffondere la cultura del contemporaneo. Dopo il successo delle prime due edizioni, torna "In Contemporanea", il percorso espositivo che per tutto il mese di ottobre 2016 unisce sette gallerie d'arte moderna e contemporanea di Reggio Emilia. Novità di questa edizione sarà la mostra "In Contemporanea al Museo", una collettiva allestita nelle sale espositive della Galleria Fontanesi, all'interno dei Musei Civici, con opere degli autori che espongono nelle sette gallerie partecipanti. La mostra, inaugurata il 30 settembre alle ore 18.00, funge da ideale "sommario" dell'intera rassegna, oltre a costituire un importante momento di avvicinamento fra le gallerie e le istituzioni. Sarà visitabile con ingresso gratuito per tutta la durata della rassegna.

In mostra, alla Galleria de' Bonis, "Rêve. Il sogno di Alberto Manfredi", monografica dedicata all'amatissimo maestro reggiano, alla Galleria d'Arte 2000&Novecento, "Figuratività dell'Invisibile", mostra monografica di Enrico della Torre, da Bonioni Arte, "Il destino dei fiori", doppia personale di Giacomo Cossio e Massimo Pulini, a cura di Niccolò Bonechi, alla Galleria 8,75 Artecontemporanea, "Lucide trasparenze", personale di Claudio Gaddini, a cura di Chiara Serri, alla RezArte Contemporanea, "Umano non umano", doppia personale di Silvano Scolari e Daniele Vezzani dedicata al disegno, alla 1.1_Zenonecontemporanea, "Altre visoni", mostra personale di Daniele Cestari, presso Vicolo Folletto Art Factories, per il primo anno nella formazione di "In Contemporanea", "rare-facto", personale di Daniele Galliano.

Nel corso della manifestazione, ogni fine settimana, le diverse gallerie proporranno, alternandosi, ciascuna nel proprio spazio espositivo, un'iniziativa per la città: incontri con artisti, reading, presentazioni di libri e visite guidate, animando la rassegna e assicurandole vivacità. "In Contemporanea" ospiterà anche la presentazione del percorso sugli open data creativi promosso dall'Amministrazione comunale e dalla Regione Emilia-Romagna, nell'ambito dell'Agenda digitale regionale. Si tratta di un progetto unico nel suo genere, che ha l'ambizione di mettere in dialogo le diverse espressioni artistiche e culturali con gli open data, per promuoverne il loro valore conoscitivo, economico, strategico. Il filo conduttore dell'arte contemporanea accomuna le sette gallerie che, con le loro proposte, evidenziano il proprio indirizzo e le proprie scelte artistiche, tutte diverse ma complementari, in un'epoca come la nostra che ha fatto del "fare rete" la propria forza. (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Eugenio Vanfiori Spazio Libero Officina Artistica
30 settembre (inaugurazione ore 18.00) - 30 ottobre 2016
Centro Direzionale della Banca di Credito Cooperativo di Staranzano e Villesse - Trieste

Opere di Fabio Di Bella, Stefano Marino, Marco Saija, Orazio Sturniolo, Eugenio Vanfiori, presentazione di Camilla Pasqua, e con la partecipazione degli artisti. Il tema conduttore che unisce, in questo contesto, le opere di questi autori (che toccano i generi espressivi della pittura, della fotografia, della scultura e del video) è quello del segno, e per come emerge anche dal titolo della mostra, l'appartenenza a un medesimo gruppo di lavoro che a Messina ha realizzato opere di public art e che nella serata saranno documentate da un filmato e da una proiezione di immagini. Primo evento annuale organizzato dall'Associazione Juliet presso la sede direzionale di Trieste della BCC di Staranzano e Villesse.

Fabio Di Bella (Messina, 1974) nel suo lavoro domina tutte le tecniche pittoriche; Stefano Marino (Messina, 1979), nelle sue foto ricerca l'armonia tra etica ed estetica; Marco Saija (Messina, 1983), il suo lavoro è una ricerca continua dell'eleganza e della leggerezza della forma; Orazio Sturniolo (Messina, 1979) si esprime con video e immagini digitali; Eugenio Vanfiori (Messina, 1981), il tema delle giostre è il soggetto principale delle sue opere pittoriche. (Comunicato stampa Roberto Vidali)




Immagini dalla mostra Parole visive con opere di Giuliano Mammoli, Rita Mele, Teresa Pollidori, Luciano Puzzo, Alba Savoi, Ilia Tufano Parole visive
Giuliano Mammoli | Rita Mele | Teresa Pollidori | Luciano Puzzo | Alba Savoi | Ilia Tufano


01 ottobre (inaugurazione ore 18.00) - 30 ottobre 2016
Galleria d'arte contemporanea Quadrifoglio - Siracusa
www.galleriaquadrifoglio.it

La mostra presenta sei artisti: Giuliano Mammoli, Rita Mele, Teresa Pollidori, Luciano Puzzo, Alba Savoi e Ilia Tufano, che si confrontano sulla specifica peculiarità di inserire nelle proprie opere parole, lettere numeri. Elementi che vengono proposti a volte nella loro accezione strettamente estetica, altre in cui la forma ed il significato si fondono in un tutt'uno espressivo. Eppure, tutte le opere, accomunate da una grande portata emotiva, comunicano una forte, consapevole e decisa volontà alla vita e al cambiamento, urgente e drammaticamente necessario per Puzzo, connaturato all'indole poetica e appassionata nella Mele, studiato biunivocamente tra passato e presente nella decrittazione scritturale della Savoi, sofferto e analizzato nell'affabulazione di Mammoli, lucidamente denunciato nelle lavoratissime sovrapposizioni visive della Pollidori e ineluttabile nelle onde di parole che compongono le correnti ipnotiche dell'infinita litania della Tufano.

«Parole, lettere, numeri, o qualsivoglia oggetto, simbolo, immagine, frammento, texture, pezzi di manifesti strappati o ingranaggi abbandonati, specchi e quant'altro, si trasfigurano, nell'immaginario di un artista, in linee, forme, colori, ombre, luci, andamenti e ritmi visivi, formando, come in un processo alchemico, nuovi oggetti e nuovi significati. Quasi un fautore per eccellenza del 'riciclo' metaforico e non, materiale o digitale, l'artista, interprete del mondo nonché delle proprie, personali urgenze emotive, comunicative, linguistiche e formali, scavalca la realtà e i suoi oggetti, rimodellandola strutturalmente dal profondo in una nuova realtà, visiva e artistica, infondendo altra vita a significanti impoveriti o desueti, e definendo progressivamente un linguaggio unico e originale.

In tal senso, l'esposizione Parole visive è emblematica e, soprattutto, ricca di risultati, frutto di indagini approfondite e prolungate in anni di ricerca accurata, calata profondamente nel contemporaneo. La ragguardevole varietà di tecniche e di procedimenti utilizzati nelle opere installative dei sei artisti in mostra, infatti, non dovrebbe essere letta ancora nella vecchia veste di 'parole, lettere e numeri', bensì come riformulazione della realtà in cui siamo nati e ci siamo mentalmente formati, nel rovesciamento della prospettiva di visione e nella conseguente evidenziazione di particolari finora ignorati o sottovalutati, consentendoci un'altra, inedita e sconcertante, interpretazione del 'nostro' mondo. (...) La parola funziona come forma, motivazione e intento finale dell'opera, il cui impatto permane nella mente dello spettatore, inducendone una personale riflessione e una susseguente opinione su temi gravi della nostra contemporaneità.

Temi cui siamo assuefatti a causa dell'enormità del numero di immagini proposte, divenendo indifferenti, pur commuovendoci per un momento, alla nostra stessa capacità umana di reagire. Reazione che invece suggerisce Luciano Puzzo, il quale frena l'animazione delle sue Afonie (la sua sommessa protesta dei segni) dietro la scura griglia di giganteschi "No" che, pur composti dalla consueta accelerazione ritmica, segnica e tonale, si stagliano decisi nel "dissenso urlato" e biunivoco che rovescia la negazione letterale in messaggio positivo: "On", speranza di accendere l'attenzione di chi guarda, in tal modo segnalando l'urgenza di contrastare energicamente, ognuno a suo modo, la diffusa tendenza ad allontanarsi dalle problematiche del contemporaneo. Nel gioco degli opposti abilmente praticato da Alba Savoi, invece, la sottrazione di materialità nella ricreazione della tridimensionalità virtuale e nell'impaginazione concentrica, che mostra con maggiore definizione la zona centrale della texture, evidenzia proprio il processo formativo, archetipico, dell'immagine o di un concetto.

E' un'operazione sul linguaggio, inteso, simbolicamente, nel confronto tra scrittura inintelligibile e scrittura conosciuta, come fu per la decrittazione della Stele di Rosetta, qui proposta accanto all'elaborazione della pioggia di numeri del codice del noto film Matrix (1999). Un gioco che usa anche Giuliano Mammoli, il quale declina la ripetitività seriale di una peculiare e nostrana pop art - che caratterizza anche altre sue opere - spostandola sul piano del pensiero, svuotando del significato ordinario le lettere alfabetiche rappresentate nei dodici quadretti, per evidenziarle nello specchio del ricordo, in un infinito rimando tra l'opera e lo spettatore. Elemento comune tra i sei artisti, e caratterizzante di questa mostra, è il riquadro, inteso come delimitazione dell'emotività o focalizzazione del proprio ambito di ricerca e di significazione, e al contempo frattura ricomposta della figurazione d'insieme.

Come in Ilia Tufano, che concerta in figure geometriche delimitate la corrente ipnotica ed emozionale delle onde del suo 'mare' di parole, giocando, con la variazione segnica e ton sur ton dei ritmi visivi, sulla percezione della tridimensionalità di un soggetto - la scrittura - che tridimensionale, per assunto, non lo è. Tra le più poetiche del gruppo, Rita Mele usa il riquadro come elemento di variazione compositiva dell'insieme, lasciando all'espressività del tracciato scritturale il portato di luce e di emozione del segno. Nell'opera proposta, la Mele sbalza la prospettiva percettiva, sciorinando sulla superficie indecifrabili scritture, accanto alle profondità scorciate della donna sensualmente raffigurata con la testa all'indietro.

Quello che infine colpisce in questi sei artisti è che hanno vissuto attivamente grandi ere dell'arte contemporanea - chi gli anni Sessanta o i Settanta - anni di sperimentazione, scoperta, e di straordinaria modernità, non solo artistica ma anche sociale, di cui ancora siamo debitori e inefficienti prosecutori, e da veri artisti continuano a indagare nel presente e nel futuro, trovando modalità espressive sempre attuali, conseguenti alla propria elaborazione dell'attuale condizione umana, storica e politica.» (Parole Visive, di Laura Turco Liveri - curatrice della mostra)

Catalogo "Parole Visive" in formato sfogliabile




Emozioni e colori
01 ottobre (inaugurazione ore 18) - 31 ottobre 2016
Municipio del Comune di Turriaco (Gorizia)
info@amebe.com

Collettiva di artisti triestini e della Regione Friuli - Venezia Giulia. Espongono: Sara Boschetti, Alberto Crismani, Susanna De Vito, Carla Dovier, Marisa Ferluga (mosaico), Gabriella Frandoli, Lucia Gioneghetti, Mirella Granduc, Erka Musmeci, Ornella Panciera, Loredana Riavini, Maria Saule, Sonia Trobez, Vinicio Vuerich, Sergio Valcovich.

«E' bello pensare che ogni emozione abbia il suo colore e che ogni colore "parli" all'artista aiutandolo ad esprimere sulla tela ciò che di più bello ha nel Cuore. Una mostra quindi che, tra colori e creatività, ci porta ad emozionare assieme all'artista che ha creato l'opera.» (Gabriella Machne - curatrice artistica)




Opera di Achille Ascani Achille Ascani: Consolazioni
01 ottobre (inaugurazione ore 10.00) - 30 ottobre 2016
Museo dei Frati Cappuccini - Reggio Emilia
www.museocappuccini.it

Il titolo della mostra - "Consolazioni" - a cura di Andreina Pezzi - è tratto dal nuovo progetto del fotografo emiliano, per la prima volta presentato al pubblico. Come spiega la curatrice, «Achille Ascani ha un rapporto privilegiato con la meccanica e i materiali, che mette in dialogo con la fotografia per creare installazioni. La sua ricerca mostra attenzione verso l'ambiente e, soprattutto, interesse alla persona, testimoniato dalla sua ultima produzione, in cui lo sguardo fotografico si posa su alcune delle più importanti piazze italiane, portando a riflettere sulle abitudini, gli svaghi e le consolazioni dell'uomo, di cui questi luoghi diventano teatro».

Ogni opera fotografica è accompagnata da manufatti in metallo che "guidano" la visione, trasportando lo spettatore in una sorta di camera ottica. Oggetti che sono scelti personalmente dall'autore come chiavi di lettura del proprio lavoro. L'immagine fotografica nasce da continue sovrapposizioni, a ripresa diretta, in campo aperto, senza lavoro di postproduzione e senza la minima manipolazione digitale in studio. «La magia di questa mostra, conclude Andreina Pezzi, è la perfetta fusione tra ispirazione, tecnica e arte e la capacità di entrare con discrezione in alcuni aspetti della fragilità e solitudine umana».

Achille Ascani (Parma) si avvicina al linguaggio fotografico nel 1987 continuando, ancora oggi, sperimentazioni in analogico e coniugando la tradizione con i territori della sperimentazione e contaminazione dei linguaggi. Non interviene in postproduzione attraverso software informatici. La sua modalità fotografica prevede la scansione diretta del negativo, prediligendo il notturno per i tempi di posa e per le luci contrastanti, collegati alla sovrapposizione di istanti che rimandano alla memoria. Dal 1996 ha preso parte a numerose mostre personali e collettive, partecipando anche a SetUp Contemporary Art Fair (Bologna, 2016). (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Villa delle Rose 1936
termina il 31 ottobre 2016
Villa delle Rose - Bologna
www.mambo-bologna.org

Nell'anno in cui ricorre il centenario della donazione di Villa delle Rose al Comune di Bologna da parte della contessa Nerina Armandi Avogli, l'Istituzione Bologna Musei propone una riflessione sul momento che può essere considerato l'avvio della storia della Galleria d'Arte Moderna che, con i suoi sviluppi successivi, in un secolo di storia, ha condotto a ciò che oggi è il MAMbo. Con la mostra Villa delle Rose 1936, a cura di Uliana Zanetti e Barbara Secci, si presenta una ricostruzione dell'allestimento realizzato ottanta anni or sono da Guido Zucchini, il primo a dare piena esecuzione delle volontà della donatrice includendo esclusivamente opere del XX secolo.

Nonostante le numerose perdite registrate durante la Seconda guerra mondiale, grazie alle oltre cento opere superstiti e lavorando sull'attuale stato architettonico della Villa è stato possibile far rivivere nelle sue linee generali quel primo assetto delle collezioni, dando la possibilità al pubblico di oggi di vedere lavori raramente esposti negli ultimi decenni. Riflettendo sul senso del lascito del 1916, Villa delle Rose 1936 costituisce inoltre un'occasione per la revisione critica di un periodo ancora poco studiato della storia dell'arte bolognese e per la conoscenza di un momento rivelatosi cruciale per il successivo sviluppo della città.

Fondamentali per restituire il senso dell'esposizione di ottanta anni fa e il contesto in cui fu allestita sono state le ricerche confluite nei saggi inediti che, con il testo di Uliana Zanetti, sono presenti nel catalogo che accompagna la rassegna: Anna Maria Matteucci Armandi Avogli ha tracciato le figure dei suoi avi Nerina De Piccoli e Guelfo Armandi Avogli, Manuela Rubbini ha ricostruito la storia di Villa delle Rose nei primi anni del Novecento, mentre Elena Pirazzoli ne ha ripercorso le vicende successive fino al secondo conflitto mondiale. La ricostruzione portata avanti dalle curatrici ha potuto contare su una vasta documentazione fotografica che testimonia con dovizia di particolari quale fosse l'assetto della collezione tra il 1936 e il 1940, rendendo più agevole immaginare come Zucchini abbia ragionato nell'accostare un numero di opere che oggi appare esorbitante: 207 lavori all'interno e 19 sculture all'esterno della villa, tutti appartenenti al XX secolo e a 128 artisti quasi tutti all'epoca ancora viventi.

Il riordino delle collezioni condotto otto decenni fa riusciva a dipanare un patrimonio disorganico, spesso costruito tramite premi cittadini prestigiosi (Curlandesi, Baruzzi), acquisti alle Biennali, alle mostre di associazioni private o del sindacato fascista, oltre che ovviamente donazioni di svariata provenienza, rendendo comunque leggibile la distinzione fra autori disomogenei, alternando generi e stili differenti nei vari ambienti. In apertura, lavori di Gaele Covelli, Giuseppe Graziosi e Giovanni Masotti, tutti vincitori di Premio Baruzzi e, a seguire, di Ferruccio Ferrazzi, Ferruccio Giacomelli, Casimiro Jodi, Ludovico Lambertini, Silverio Montaguti, Emilio Notte e Ferruccio Scandellari. Di quanto Zucchini aveva posizionato nella terza sala sono oggi visibili opere di Giuseppe Brugo, Ettore Burzi, Domenico Ferri, Augusto Majani, Ottavio Steffenini e Ugo Valeri, mentre della quarta sala ritroviamo i premi del Curlandese di prospettiva con Aldo Avati, Dante Comelli, Gualtiero Pontoni, Guido Venturi, e di scultura con Cleto Tomba, insieme ai paesaggi di Teodoro Wolf Ferrari e Luigi Zago.

A parte vanno considerate le quattro opere superstiti di Amleto Montevecchi, con la sua accorata attenzione ai temi del lavoro e alle classi meno agiate, affiancate a uno studio di Gaetano Leonesi. Si assiste, a seguire, al confronto tra dipinti importanti di due grandi maestri della pittura bolognese, Alfredo Protti e Guglielmo Pizzirani, che Zucchini collocava nella quinta sala. Presenti alle Secessioni romane del 1913 e del 1915, nel 1936 si erano però distaccati da tempo dal vivo dei dibattiti nazionali. Protti, accolto già agli esordi da un eccezionale successo, che già nel 1910 gli era valso un invito alla sala internazionale della Biennale di Venezia. Il piumino e la Figura allo specchio del 1918 sono invece esempi fra i più riusciti di quel naturalismo addolcito e di quell'inclinazione intimista che restano cifra distintiva di molta pittura bolognese di quegli anni.

Più aspro e severo appare Mia madre e mia sorella, ritratto eseguito da Pizzirani che, pur rispettando una fedele resa del vero, documenta la persistenza nella sua arte di quei modi post-impressionisti che, se ai suoi esordi ne avevano fatto un ribelle al passo con i tempi, l'avrebbero però privato delle attenzioni di molta critica successiva. Anche la sesta sala proponeva un raffronto tra due protagonisti del panorama regionale, Giovanni Romagnoli e Bruno Saetti, coronati da un esteso successo, all'epoca, nell'ambito delle esposizioni nazionali. Di Romagnoli, che fin dalla partecipazione alle mostre della Secessione. Romana aveva ottenuto rilevanti riconoscimenti e che nel 1935 aveva avuto una sala personale alla Quadriennale di Roma, sono visibili tre dipinti di figura tutti premiati ai concorsi bolognesi, che restano fra i suoi capolavori: Merlettaie del 1921, Ballerina con fiori e Toeletta del 1923.

Bruno Saetti, più giovane di una decina d'anni e all'epoca già trasferito da oltre un lustro a Venezia come docente della locale Accademia, nel 1939 avrebbe clamorosamente vinto il primo premio per la pittura alla Quadriennale romana, superando Morandi che arrivò secondo. A Villa delle Rose nel 1936 era presente con tre quadri insigniti dei premi bolognesi e con altri tre acquistati, tutti oggi visibili: due paesaggi - Canale della Giudecca del 1931 e Paesaggio della Ciociaria del 1933 - e quattro tele con figure. Nella ricostruzione del 2016 è stato deciso di collocare in questa sala anche dipinti di Ilario Rossi e a Farpi Vignoli. Della settima e dell'ottava sala allestite da Guido Zucchini ci rimangono opere di Ettore Bocchini, Luigi Cervellati, Gino Marzocchi, Antonio Maria Nardi, Alberto Negroni, Bruno Santi e Antonino Sartini.

Della sala nove invece, che raggruppava disegni e stampe, sono presentate le ricercate xilografie di Francesco Dal Pozzo, le incisioni di Ubaldo Magnavacca, un monotipo di Giovanni Secchi, una altera testa di donna di Oddone Scabia, e, soprattutto, tre preziose acqueforti di Giorgio Morandi, le cui incisioni disperse vengono qui sostituite con altri esemplari degli stessi soggetti, donati al Comune di Bologna nel 1961 dall'artista stesso, facenti oggi parte del patrimonio del Museo Morandi: Paesaggio del Poggio (1927), Case del Campiaro a Grizzana (1929) e Grande natura morta scura (1934). Della decima sala, che esponeva recentissime acquisizioni dell'epoca, rimangono innanzitutto il piccolo olio Strada di Filippo De Pisis acquistato alla V Mostra Interprovinciale d'Arte e L'auriga (1934) del già citato Farpi Vignoli, già allora avvicinato dai critici alle temerarie sperimentazioni di Arturo Martini; sono arrivati a noi anche lavori di Pietro Angelini, Nino Bertocchi, Aldo Carboni, e Mario Gamero.

Dell'undicesima sala, a chiusura del percorso, oggi abbiamo ancora le opere dei futuristi Alberto Alberti e Angelo Caviglioni, insieme a un dipinto di Mario Pozzati. Nel dopoguerra le collezioni di Villa delle Rose si arricchirono, grazie a qualche acquisto e a diverse donazioni - talvolta intese a ricostituire il patrimonio disperso durante il conflitto - di numerose opere di pregio degli artisti bolognesi attivi nella prima metà del XX secolo. Per Villa delle Rose 1936 sono stati selezionati alcuni lavori che vengono esposti in rappresentanza di Carlo Corsi, Flavio Bertelli e Garzia Fioresi: figure troppo importanti per consentire che la dispersione di quanto mostrato nel 1936 permettesse di ignorarle. Sono state invece omesse, soprattutto per ragioni logistiche, le sculture che il catalogo di Zucchini segnalava all'esterno. (Comunicato stampa)




Opera di Francesco Tommas dalla mostra Fantasia del pensiero alla Galleria Arianna Sartori di Mantova Francesco Tommasi: Fantasia del pensiero
termina lo 06 ottobre 2016
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Tommasi, come di consueto, ogni anno si ripresenta al pubblico, proponendo i suoi lavori recenti, sempre inerenti alla ormai tradizionale ricerca di "ordine altro", ma ogni volta con soluzioni diverse. Tommasi afferma che la serie di opere presentata in questa rassegna, si ispira ad un concetto particolare, "fantasia del pensiero", che ad un primo approccio, sembra un tema complicato, invece analizzandolo attentamente si scopre che è l'esatto contrario. La fantasia del pensiero è sinonimo di libertà, può arrivare ovunque, senza nessuna limitazione, non ci sono confini o barriere da superare; anche gli angoli più nascosti non le sono preclusi. Tommasi, crede che le opere esposte possano avvalorare il concetto a cui si è ispirato. Nel contesto della mostra - a cura di Arianna Sartori -, inoltre, sono presenti anche tre lavori, che vanno oltre la fantasia, proponendo un "messaggio" che guarda ad un'epoca futura.

L'attività artistica di Francesco Tommasi (Ceresara - Mantova, 1935), da autodidatta, inizia nel 1960. I suoi primi lavori affrontano temi sociali e sono realizzati a bassorilievo, in seguito passa alla pittura, sperimentando la tecnica dell'affresco dell'encausto e successivamente l'olio e l'acrilico. Nel volgere del tempo, la ricerca di Tommasi si evolve, i mutamenti si susseguono, cambiano i contenuti, cambiano gli stili, ma rimane invariato il suo ispirarsi (anche solo simbolicamente) ai temi sociali positivi. Tale principio vale pure dove le opere sono realizzate con espressione "ludica", poiché questa esperienza artistica si avvicina alla vita, compendio di certezze e di eventi inattesi.

Tommasi inizia ad esporre le proprie opere a partire dal 1970, partecipando a manifestazioni artistiche in molte località italiane, nel contempo allestisce anche mostre personali. Nel 1987, Tommasi è tra i fondatori del gruppo artistico Fusionismo/Fusionart di Mantova, è tutt'ora componente. Partecipa costantemente a tutte le mostre organizzate dal gruppo (per questi dati, si rimanda il lettore a consultare le pagine dedicate al gruppo Fusionart, nel Dizionario Biografico "Artisti a Mantova nei secoli XIX e XX", terzo volume, edito da Sartori nel 2001. Suo opere sono presenti in permanenza (donate) nella chiesetta della corte Pelagallo, Casale di Roncoferraro (Mn); nella Sala consiliare del Comune di Piubega (Mn); nella Casa di Riposo "Don Arrigo Mazzali", Mantova; nell'Oratorio della Parrocchia di Piubega (Mn). (Estratto da comunicato stampa)




Natsuki Kurimoto - Red Mountain copia URUSHI_ISM: Lacca Giapponese contemporanea
27 settembre (inaugurazione ore 18.30) - 15 ottobre 2016
Esh Gallery - Milano
www.eshgallery.com

Prosegue l'approfondimento sull'Oriente - tema di particolare interesse per Esh Gallery - attraverso opere realizzate con grande maestria e tecnica, da parte di artisti capaci di muoversi verso l'indistinguibile confine tra arts & craft, in cui tradizione e contemporaneità possono coesistere. La mostra presenta le opere di un gruppo di maestri e giovani artisti, un percorso in grado di illustrare l'arte millenaria della lacca (urushi in giapponese), rinnovata e declinata nelle forme e nelle idee vicine a una visione estetica più contemporanea. L'apprezzamento che per secoli il mondo occidentale ha dimostrato nei confronti di quest'arte antichissima è senza dubbio legato ai concetti di semplicità, eleganza e bilanciata bellezza che, uniti all'imprescindibile sapienza tecnica rendono i manufatti in lacca espressione di una spiritualità tutta nipponica oltre che tra le più peculiari rappresentazioni dell'estetica giapponese.

Infatti, è richiesta una considerevole forza interiore per eseguire i procedimenti necessari a creare un'opera in lacca: l'applicazione in dozzine di strati della sostanza sulla forma prescelta da ricoprire, l'attesa dell'asciugatura, la cura nella fase di lucidatura e l'attenzione nella decorazione. La bellezza del mondo naturale e animale sono le fonti d'ispirazione per questi artisti: le ritroviamo nelle silhouette di Yoshihiko Murata, oppure nella cifra dell'infinito simbolo della rappresentazione del cielo e del mare che caratterizza le opere di Takeshi Igawa o nelle fluttuanti forme ispirate alla flora di Shingo Muramoto. Le opere di Takuya Osawa sperimentano la fusione tra la lacca e le tecniche di pittura giapponese, come l'inchiostro Sumi, con l'intento di creare forme inedite di collage.

La metamorfosi è, invece, il concetto di partenza di Fumie Sasai.Nelle sue opere ritroviamo creature antropomorfe, caratterizzate da linee morbide e forme semplici. L'artista mira alla creazione di opere che siano invitanti allo sguardo e soprattutto al tatto. Questo è il motivo per cui Sasai sceglie fiori, frutti e figure che rimandano all'universo infantile dal design perfetto. Natsuki Kurimoto sperimenta l'utilizzo simultaneo di materiali diversi. Alcuni dei suoi lavori sono realizzati con la lacca Urushi su basi di legno e metallo. I colori rappresentano uno degli elementi più sorprendenti del suo operato: molto luminosi, in contrasto con il nero lucido della lacca, tal volta rimandano a suggestioni africane che pochi altri artisti hanno provato a ricercare. (Comunicato Ufficio Stampa ch2 - Eventi culturali)




Lisi Raskin - Untitled - painted wood 2016 Lisi Raskin: Leaden Hearts
termina il 12 novembre 2016
Galleria Riccardo Crespi - Milano
www.riccardocrespi.com

Una mostra in due sezioni ideata da Lisi Raskin: da una parte le sue piccole pitture, dall'altra una rassegna video che comprende opere di Dineo Seshee Bopape, Tyler Burba, Da Peeblz (Joanna Bellettierre, Teresa Cervantes, Filipe de Sousa, Jorge Galvan, María Leguízamo, Lisi Raskin, Kelsey Skaroff, e Daniel Zentmeyer), Jesse Harrod, Allyson Mitchell e Deirdre Logue, John Monteith, Tameka Norris, e Abbey Williams. All'ingresso della galleria si trovano i dipinti di Lisi Raskin, un corpus di opere riassemblate negli ultimi cinque anni dai resti delle sue installazioni precedenti, in cui il formato volutamente minuscolo nasconde un intento dedicatorio. La rassegna video nello spazio inferiore della galleria annovera i lavori di alcuni degli artisti contemporanei più interessanti. Benché multiformi nel loro approccio, i video testimoniano il riconoscimento della necessità di solidarietà con altri artisti e la possibilità che un'opera che osa dire la sua verità può alterare il corso di come pensiamo e ciò che facciamo. (Comunicato stampa)

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Ten years after her first exhibition at the gallery, Riccardo Crespi presents Leaden Hearts, a two-fold exhibition of tiny paintings by Lisi Raskin and a video program featuring work by Dineo Seshee Bopape, Tyler Burba, Da Peeblz (Joanna Bellettierre, Teresa Cervantes, Filipe de Sousa, Jorge Galvan, María Leguízamo, Lisi Raskin, Kelsey Skaroff, and Daniel Zentmeyer), Jesse Harrod, Allyson Mitchell and Deirdre Logue, John Monteith, Tameka Norris, and Abbey Williams. When visitors enter the gallery, they are welcomed by Raskin's small scale paintings: a body of work assembled over the past five years from vestiges of her large-scale installations. Here, the dedicational intention of the work is nested within the work's diminutive scale. As one descends into the lounge space of the gallery, they will find a video program comprised of work by some of the most compelling and relevant contemporary artists working today; acknowledging the necessity of solidarity with other radical makers. While varied in their approach, the videos testify to the fact that profound work that dares to speak its truth can alter the course of how we think and what we make. (Press release)




Opera dalla mostra California Sun Mike Giant, Josh Jefferson, Russ Pope: "California Sun"
termina lo 04 novembre 2016
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano
www.colomboarte.com

La mostra curata da Luca Beatrice, presenta i nuovi lavori degli americani Joshua Jefferson, Russ Pope e Mike Giant. Provenienti da parti diverse del continente a stelle e strisce e connotati da linguaggi assolutamente eterogenei, i tre sono legati - chi per formazione (il passato di Pope da professionista dello skate lo lega alla costa ovest, Josh Jefferson è cresciuto a Santa Cruz), chi per una scelta di vita (Giant ha vissuto per anni tra San Francisco e Los Angeles) - da un comune denominatore: la radice culturale della West Coast. Lontana dalle forme di accademismo ufficiale e pretenzioso, tipico dell'art system, il panorama artistico made in California è custode di un multiculturalismo underground, un mix estetico che si muove tra visionarietà psichedelica e narrazione punk, esprimendosi attraverso molteplici codici espressivi: dall'illustrazione al fumetto, dall'Urban art alla pittura...

Un'arte che viene dal basso, che prende avvio dal quotidiano, dal contatto con la gente e a essa si rivolge; fedele a una visione collettiva, contaminata e dinamica del linguaggio artistico che non manca di guardare al passato e alla storia dell'arte. Se Mike Giant mette in piedi uno stile basato sulla perizia tecnica del tratto, only black&white, declinando soggetti su supporti diversi come carta, skateboard, tatuaggi, dall'altra in maniera opposta lavora Josh Jefferson che dedicandosi alla pittura e al collage sviluppa un linguaggio gestuale e istintivo, rivolto a semplificare le forme e i profili tanto da trasformare i soggetti in immagini al limite dell'astratto.

Apparentemente rapida, ma forte e incisiva, è la linea di Russ Pope che nei suoi ritratti quasi caricaturali traduce il quotidiano in fotogrammi di un racconto di vita che, se non vissuta, è certamente osservata e reinterpretata attraverso una pennellata energica e vitale. La mostra presenterà opere di diverse dimensioni: dai piccoli A4 realizzati a collage di Jefferson ai dipinti su tela di medio formato di Pope fino all'eccezionalmente grande, rispetto la sua consueta produzione, lavoro su carta di Giant (180x180cm). Oltre trenta le opere esposte e realizzate appositamente per Antonio Colombo Arte Contemporanea. Nel catalogo testo critico di Luca Beatrice. (Comunicato stampa)

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The fall season 2016 of the Milanese gallery inaugurates its spaces bringing California sun to Milan. California Sun, the title of the show curated by Luca Beatrice, presents the new works of the American Josh Jefferson, Russ Pope and Mike Giant. Hailing from different parts of the stars and stripes continent and characterized by very heterogeneous languages, the three are connected - who for training (Pope's past as a professional skateboarder ties him to the west coast, Josh Jefferson grew-up in Santa Cruz), who for a life choice (Giant has lived for years between San Francisco and Los Angeles) - by a common denominator: the cultural roots of the west coast.

Distant from the kinds of official and pretentious academicism, typical of the art system, the artistic panorama made in California is the guardian of an underground multiculturalism, an aesthetic mix that moves between psychedelic vision and punk narrative, speaking through many expressive codes: from illustration to comics, from urban art to painting, from collage to tattoos. An art originating from the bottom, which comes from the everyday, from the contact with the people to whom it's addressed; faithful to a contaminated and dynamic collective vision of the artistic language that does not fail to look at the past and the history of art.

If Mike Giant sets up a style based on the technical expertise of the line, only black & white, describing subjects - the most seductive women, skulls, rappers - on different media such as paper, skateboards, tattoos, on the other hand Josh Jefferson works in the opposite way, dedicating himself to painting and collage and developing a physical and instinctive language, aimed at simplifying the shapes and outlines up to the point of transforming the subjects into almost abstract images. Apparently fast, but intense and incisive, is the line of Russ Pope, who, in his almost grotesque portraits translates the everyday into the frames of a life story that, if not lived, is almost certainly observed and reinterpreted through an energetic and vibrant brush stroke. The exhibition will present over thirty works created specifically for Antonio Colombo Arte Contemporanea. (Press release)




Giornate dei Musei Ecclesiastici
IV edizione, 01-02 ottobre 2016

"Il filo della vita"
Un itinerario tra Museo San Fedele e Galleria San Fedele


Il Museo San Fedele - Itinerari di arte e fede svela al pubblico alcuni preziosi corali miniati dell'inizio del Settecento, appartenuti in origine al tesoro della scomparsa chiesa di Santa Maria della Scala, di cui San Fedele - 240 anni fa - fu la chiesa "erede", e un magnifico libro di preghiere miniato del XV secolo. Come su fili si inseguono le note nei tetragrammi degli antifonari settecenteschi della Chiesa di San Fedele, che vengono esposti per la prima volta al pubblico. Alcuni esemplari sono presentati per l'occasione nella imponente Sacrestia secentesca, uno degli ambienti più suggestivi dell'itinerario artistico e religioso che si sviluppa nella chiesa milanese dei gesuiti.

I grandi armadi barocchi della Sacrestia, che ancora oggi custodiscono questi volumi, furono il risultato di decenni di lavoro dei fratelli Taurino, artefici dei confessionali in noce presenti a San Fedele. Una copia del Liber imaginum, volume commissionato dal padre gesuita spagnolo Jerónimo Nadal e stampato ad Anversa nel 1593, è esposta accanto a uno dei nove confessionali. Infatti, le incisioni del volume - il cui titolo completo è Evangelicae Historiae Imagines - ebbero vasta circolazione in Europa e in Oriente e ispirarono la realizzazione di alcuni preziosi bassorilievi che nei confessionali illustrano la Passione di Cristo. Un'occasione rara di confronto tra incisioni e sculture. In parallelo altri inediti volumi della stessa collezione arricchiscono la mostra "Maria Lai. Sul filo del mistero", promossa dalla Galleria San Fedele.

Il 1º e il 2 ottobre la Galleria San Fedele (Milano) resta aperta, permettendo ai visitatori di approfondire un percorso che ha nei volumi antichi il trait d'union. Nella mostra, le opere di Maria Lai sono al centro di alcuni dialoghi tra passato e presente: i suoi testi cuciti sono accostati non solo a opere contemporanee dell'artista peruviano Jorge Eduardo Eielson, ma anche a testi d'epoca. Fra questi, oltre ad altri esemplari degli antifonari settecenteschi conservati nella chiesa di San Fedele, uno splendido e inedito codice miniato del Quattrocento, libro di preghiere vergato a mano nel Sud della Francia, in cui si coglie tutta la bellezza e raffinatezza dell'arte della miniatura.

Le geografie di Maria Lai incontrano poi le mappe del padre gesuita tedesco Athanasius Kircher e un suo bellissimo libro illustrato sulla Cina antica (China monumentis) pubblicato ad Amsterdam nel 1667. L'accostamento tra antico e moderno, in omaggio a una delle interpreti più intense nel mondo della ricerca estetica contemporanea, resta la cifra che contraddistingue gli Itinerari di arte e fede promossi dai gesuiti a Milano. La chiesa di San Fedele è stata, dagli anni Cinquanta, un laboratorio spirituale e un luogo di dialogo tra l'arte e il "sacro" con la realizzazione del Sacro Cuore di Lucio Fontana (1957). A partire da quegli anni, la Galleria San Fedele ha continuato a sviluppare fecondi rapporti con gli artisti del tempo.

I fili di una "ricucitura" tra la dimensione del sacro e le arti moderne hanno dato vita nei decenni a numerose sperimentazioni. Nello spazio liturgico della chiesa sono quindi state accolte in modo permanente opere di Claudio Parmiggiani, Mimmo Paladino, Jannis Kounellis, Nicola De Maria, David Simpson e altri, che hanno affrontato temi fondamentali della fede come la Croce, l'Apocalisse, la Gerusalemme celeste. Lungo quello che la stessa Maria Lai definì un "filo del mistero teso fra terra e cielo", si dipanano altri dialoghi virtuosi, che rappresentano tasselli importanti di storia dell'arte del secolo scorso. E un dialogo con le ricerche spazialiste di Lucio Fontana: un viaggio oltre la dimensione dell'opera scavata in profondità, verso l'eterno e verso l'infinito. (Estratto da comunicato stampa)

Maria Lai: Sul filo del mistero
27 settembre (inaugurazione ore 18.30) - 05 novembre 2016
Galleria San Fedele - Milano
Presentazione mostra




Rodolfo Villaplana: 8½
30 settembre (ore 17-20.30) - 12 novembre 2016
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

Il pittore Rodolfo Villaplana presenta una mostra ispirata a 8½, la pellicola di Federico Fellini. Negli otto dipinti in mostra - a cura di Daina Maja Titonel - eseguiti nel 2016, l'artista venezuelano si concentra soprattutto sui personaggi femminili del film che danno il titolo a cinque ritratti: "Luisa", la moglie borghese; "Carla", la sensuale amante; "Saraghina", "drago orrendo e splendido" - come la definisce lo stesso Fellini; "Claudia", di un'incontaminata eterea bellezza; "Gloria", la giovane e provocante amante dell'amico Mezzabotta.

"Le donne ritratte in questa mostra sono un racconto per immagini di archetipi femminili portati al loro limite", spiega Villaplana, che aggiunge a proposito del capolavoro felliniano: "L'autore vive nel suo mondo di creatore e non sa distinguere tra realtà e fantasia. Da qui la scena finale del film" - che ispira un altro dipinto in mostra - "dove realtà e finzione si mescolano sotto il ritmo frenetico della musica in un trionfo viscerale ed estetico che celebra la vita e la creazione, dandoci ad intendere che l'arte può ridurre la distanza tra la dimensione onirica e la realtà".

Completano l'esposizione i ritratti di Guido Anselmi (Marcello Mastroianni) e Federico Fellini ("Claudia sono io") che ironicamente si propone come una delle protagoniste del suo film. Il risultato è un beffardo scherno del maschilismo tipicamente mediterraneo degli anni Sessanta in contrapposizione alla fiammante libertà e alla nuova posizione della donna nella società italiana di quegli anni. La MAC partecipa con questa mostra alla prima edizione della "Rome Art Week" (24-29 ottobre 2016).

Rodolfo Villaplana (Valencia - Venezuela, 1975) frequenta le scuole di Artes Plásticas a Valencia e Caracas, e l'Accademia di Belle Arti a Valencia (Spagna). Nel 2002 si trasferisce a Roma dove partecipa, nello stesso anno, alla collettiva "Ci faremo sentire", al Palazzo della Civiltà Italiana. Nel 2003 la prima personale romana nella quale presenta la serie "Beata Ludovica Albertoni" nella chiesa di San Francesco d'Assisi. Seguono mostre personali e collettive a Berlino, Roma, Barcellona, Parigi, Londra, Caracas, in spazi pubblici e privati. Dopo vari soggiorni tra Berlino, Barcellona e Parigi, nel 2011 si trasferisce a Londra per frequentare la prestigiosa scuola "MA Fine Art. Chelsea College of Art and Design". Nello stesso anno, in settembre, prende parte al Chelsea College of Art Degree Show (Londra) dove espone tre grandi tele - due delle quali entrano a far parte di una importante collezione londinese - e in ottobre partecipa allo Young Masters Prize (Sphinx Fine Art, Londra). Nel 2014 è presente alla London Art Fair e alla Pinta International Art Fair (Londra). (Comunicato stampa)




Parole, libri e lettere: Henry James e l'Italia, Henry James e Roma
29 settembre 2016 - 08 gennaio 2017
Museo Andersen - Roma

- Giornata di studio, 28 settembre 2016, ore 15.30-19.00,

La mostra e la collegata giornata di studio rappresentano un tributo significativo e un omaggio alla memoria di Henry James che amò profondamente Roma, scenario frequentemente evocato nei suoi scritti più famosi. Saranno esposti una selezione di rari volumi di opere jamesiane, per la maggior parte prime edizioni pubblicate fra fine Ottocento e inizio Novecento insieme a lettere inedite, provenienti da collezione privata italiana, scritte in un lungo arco temporale. Nella mostra saranno esposte anche fotografie e testi facenti parte della biblioteca del Museo. Con la correlata giornata di studio, oltre ad approfondire la personalità umana e letteraria di Henry James e la sua fondamentale rilevanza nella letteratura fra Otto e Novecento, s'intende documentarne gli stretti e poco noti rapporti con l'Italia, Roma e la Casa Museo Andersen. (Comunicato stampa Museo Hendrik Christian Andersen)




Maria Cristina Finucci: HELP, l'Età della plastica
termina lo 08 gennaio 2017
Isola di Mozia (Trapani)

La monumentale installazione HELP, l'Età della plastica, ideata dall'artista Maria Cristina Finucci, è ospitata dall'isola di Mozia, situata sulla costa occidentale siciliana nello stagnone di Marsala (Trapani): l'opera, costituita dall'assemblaggio manuale di oltre 5.000.000 di tappi usati di plastica colorata racchiusi in gabbioni metallici, delinea in uno spazio di forma quadrangolare la parola HELP, che si snoda sul terreno con grandi lettere tridimensionali (alte fino a 4 metri ciascuna per una estensione totale di circa 1.500 metri quadrati). Situata nell'area archeologica, crea un immediato cortocircuito visivo e concettuale tra le millenarie rovine fenice e i resti più diffusi e inquinanti della società contemporanea.

E' promossa e realizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro - Italia e Mediterraneo in collaborazione con la Fondazione Whitaker, nell'ambito del progetto "Wasteland - The Garbage Patch State" diretto da Paola Pardini, che si è sviluppato a partire dal 2013 con il coinvolgimento di organismi internazionali, aziende, fondazioni, associazioni, università. In particolare l'Università Roma Tre e l'Università degli Studi di Palermo si sono impegnate attivamente nella promozione dell'evento di Mozia, creando una catena umana di sensibilizzazione per la raccolta dei materiali plastici su vasta scala.

Maria Cristina Finucci è architetto e artista. Ha ideato il progetto Wasteland - The Garbage Patch State. Paola Pardini è direttore del progetto Wasteland - The Garbage Patch State. Utilizza il linguaggio espressivo e radicale dell'arte per sensibilizzare i rappresentanti della società civile sul tema delle Garbage Patch, le enormi isole di plastica che galleggiano negli oceani di tutto il globo. L'agenzia ambientale governativa americana NOAA ha calcolato che queste isole, formate da spazzatura e composte al 90% da materiali plastici, possano arrivare ad occupare una superficie totale pari a circa 16 milioni di chilometri quadrati.

Per questo l'11 aprile del 2013 a Parigi, nella sede dell'Unesco, l'artista ha simbolicamente ufficializzato il Garbage Patch State come una vera e propria Nazione, dotata di una bandiera, una costituzione, delle leggi e delle ambasciate. Questo è infatti l'obiettivo finale del progetto e la novità dell'intervento creativo dell'artista: dare un'immagine a un fenomeno sfuggente - la plastica corrosa dal mare e disgregata nell'acqua a cui si aggiunge il pulviscolo della microplastica - attraverso la creazione di un'immagine concreta del Garbage Patch nelle installazioni come nella pubblica opinione (utilizzando materia, spazio, tempo per tracciare indizi dell'esistenza dello "stato" che non visualizziamo).

Le installazioni dedicate a questa attualissima emergenza sono state realizzate in varie città del mondo: a Parigi nel padiglione centrale dell'Unesco (2013) e alla Conferenza Mondiale sul Clima (2015); a Venezia in occasione della Biennale Arte (2013 e 2014); a Madrid (2014); a Roma presso il Maxxi (2014); a New York all'interno della sede dell'Onu (2014); a Milano (Esposizione Universale 2015). L'installazione HELP, l'Età della plastica è affiancata da una pubblicazione, curata da Giuseppe Barbieri e Silvia Burini ed edita da Terraferma, che contiene i testi critici dei curatori e le immagini dell'opera allestita all'isola di Mozia.

La Fondazione Terzo Pilastro - Italia e Mediterraneo è un'istituzione privata no-profit che promuove e sostiene progetti ed iniziative nel campo della salute, della ricerca scientifica, dell'assistenza alle categorie più deboli della popolazione, dell'istruzione e della formazione, dell'arte e della cultura, fino alla promozione di mostre, conferenze ed eventi internazionali. La Fondazione Giuseppe Whitaker, sotto il patrocinio dell'Accademia Nazionale dei Lincei, è stata istituita nel 1975, con lo scopo di incrementare le attività culturali in Sicilia, con particolare riferimento allo studio della civiltà fenicio-punica, e al mantenimento del suo patrimonio storico artistico custodito nell'isola di Mozia e nella Villa Malfitano, una vera e propria casa-museo. Mozia, che si estende per 40 ettari nello stagnone di Marsala, ospita anche un museo archeologico recentemente ampliato con fondi comunitari. (Comunicato Uffici stampa Alessandra Santerini)




Maria Lai: Sul filo del mistero
27 settembre (inaugurazione ore 18.30) - 05 novembre 2016
Galleria San Fedele - Milano

«I grovigli esprimono la mia tensione verso altri spazi» diceva Maria Lai. Nei primi anni Sessanta le sue mani hanno cominciato a intessere storie misteriose. Storie fatte di uomini fortemente legati alla terra. Ma anche di uomini tesi a elevare il proprio spirito verso nuove dimensioni. Signora dell'arte, dei fili e dei telai. Signora delle montagne, nella Sardegna rupestre, Maria Lai (1919-2013) è stata una delle interpreti più intense nel mondo della ricerca estetica contemporanea. Un'artista lontana dalle mode, difficilmente riconducibile a un gruppo o a un movimento, ma il cui carisma l'ha consacrata nell'empireo dei grandi nomi del Novecento.

La Galleria San Fedele, nell'ambito del suo programma dedicato ai maestri dell'arte contemporanea votati a una dimensione profonda della ricerca spirituale ed estetica, presenta un omaggio a questa grande autrice scelta anche dalla curatrice Christine Macel per la 57esima Esposizione Internazionale d'Arte che aprirà a Venezia a maggio del 2017. I temi eterni dell'identità, delle origini, della femminilità e della memoria; i temi celesti, i motivi cosmici, le geografie di un universo parallelo, sono alla base di un nucleo di opere popolate di spiriti benigni, di donne e pastori.

Abilissima nel passare dal piccolo formato dei libri di cotone alla dimensione monumentale della land art, ha firmato installazioni e performance, come la celebre Legarsi alla montagna, del 1981, in cui stese un lunghissimo nastro celeste per unire le case del paese di Ulassai alle rocce del Tacco, ossequio alla natura, un rito collettivo per scongiurare frane e sigillare con la montagna un patto di convivenza. Meraviglioso il valore sacrale conferito da Maria Lai al nastro e al tessuto, simboli di comunione e testimoni dell'origine antropologica del legame sancito fra l'uomo e il paesaggio che lo accoglie.

La mostra, promossa dalla Galleria San Fedele in collaborazione con la Nuova Galleria Morone, vede le opere di Maria Lai al centro di alcuni dialoghi ideali fra passato e presente. Ecco allora i suoi libri cuciti accostati a volumi d'epoca, conservati presso le collezioni della Fondazione Culturale San Fedele, fra cui alcuni antifonari del XVIII secolo provenienti dalla distrutta chiesa di Santa Maria della Scala e oggi in San Fedele e un prezioso codice miniato del Quattrocento, libro di preghiere vergato a Sud della Francia. Le sue "geografie" incontrano le mappe del padre gesuita tedesco Athanasius Kircher nel un suo bellissimo libro illustrato sulla Cina antica (China monumentis), pubblicato ad Amsterdam nel 1667. Lungo quello che lei stessa definì un «filo del mistero teso fra terra e cielo», si dipanano altri dialoghi virtuosi, che rappresentano tasselli importanti di storia dell'arte del secolo scorso.

Il dialogo fra Maria Lai e Jorge Eielson, maestro peruviano con cui siglò una vera amicizia e un confronto critico stimolante per entrambi. Tre opere di Eielson sono concesse in prestito dalla galleria Il Chiostro Arte Contemporanea di Saronno. Altro dialogo poi con le ricerche spazialiste di Lucio Fontana: un viaggio oltre la dimensione dell'opera scavata in profondità, verso l'eterno e verso l'infinito, che Maria intraprese con i suoi fusi, i pettini, gli aghi, muovendosi piano dentro la scatola aperta di un telaio: universo domestico denso di umori feriali e, insieme, di tensione mistica verso un luogo dello spirito dove convergono tutti i fili dell'esistenza. (Comunicato stampa)




Mostra The Books of the Architecture of the City Aldo Rossi - L'architettura della città - Copertina edizione originale, 1966 The Books of the Architecture of the City
termina il 22 ottobre 2016
Istituto Svizzero - Milano

Nel 1966, Aldo Rossi pubblica L'architettura della città. Al di là di ogni aspettativa, il libro diventa subito un classico a livello internazionale, ridefinendo le teorie correnti sulla città e sulla sua progettazione. Costruito a partire da una inusuale combinazione di frammenti provenienti dalle discipline, le culture e gli autori più svariati, il libro si offre al lettore come un dispositivo concettuale - per quanto opaco - con cui esplorare la complessità della città contemporanea. Con il passare del tempo tuttavia, sarà l'architettura di Rossi stesso, con tutte le sue tarde semplificazioni e prese di posizione grottesche - a determinare una diversa maniera di intendere il libro.

In occasione del cinquantesimo anniversario della pubblicazione del libro questa mostra si presenta come un esercizio teso a celebrare e - allo stesso tempo - de-monumentalizzare un'opera "mitica", suggerendo la possibilità e l'opportunità di una rinnovata presa di possesso di L'architettura della città. L'importanza del libro si palesa nell'incertezza che ci accompagna nell'interpretazione e nella progettazione delle nostr e città contemporanee. I problemi sollevati da Rossi negli anni '60 non sono stati tutti superati: le città sono certamente ancora complesse, la loro storia si riflette ancora in maniera contraddittoria e non-lineare nella loro configurazione fisica, i fenomeni urbani continuano a poter essere spiegati solamente tenendo conto della città come di un tutto.

E' ancora valida la metafora rossiana della città in forma di libro o del libro in forma di città? Forse, dato che la costruzione di questo libro è per molti versi il risultato della costruzione dello stesso architetto, è con L'architettura della città che si costruisce, per così dire, Aldo Rossi. Tuttavia con questa mostra, a cura di Victoria Easton, Kersten Geers e Guido Tesio, smantellando a posteriori questa costruzione, ci prendiamo la libertà di impedire che questo accada, abbracciando la ricchezza del libro senza pregiudizi. Risalendo alle fonti cui Rossi ricorre nella costruzione del libro per esporne tanto il loro contenuto testuale quanto quello iconografico, l'esposizione The Books of the Architecture of the City celebra la generosità del libro al di là della fama del suo autore, suggerendo di considerare Aldo Rossi come uno dei tanti autori di un progetto collettivo intimamente sfaccettato chiamato L'architettura della città: un libro fatto di libri.

Pertanto, The Books of the Architecture of the City non propone una nuova esegesi dell'ambiguo capolavoro di Rossi. La mostra offre piuttosto una semplice panoramica di tutto quello che Rossi ha voluto includere nel libro. Così facendo, la mostra espone tutto e niente allo stesso tempo. Qui, per la prima volta, tutti i libri de L'architettura della città sono riuniti e resi accessibili assieme a raccolte di fotocopie che mettono assieme - nel loro formato originale - tutti i brani e le immagini citati da Rossi. Un saggio fotografico di Stefano Graziani si accompagna a questi frammenti di testo.

Raccogliendo il contributo di più di centocinquanta libri, nella sua molteplicità di origini e di riferimenti, L'architettura della città è un organismo dal contenuto mutevole che garantisce la possibilità di un dialogo continuo - tanto interno quanto esterno. Rendendo accessibile in forma analitica questo contenuto, The Books of the Architecture of the City è un invito ad esplorare l'immaginario del libro di Aldo Rossi e ad avventurarsi nella costruzione di nuove analogie e corrispondenze.

Victoria Easton (Losanna, 1981) ha studiato architettura all'EPF Lausanne e all'ETH Zurich, dove si é laureata nel 2005. Da allora ha collaborato con Christ & Gantenbein di Basilea, di cui é diventata socia nel 2012. Come Head of Research nello Studio di Emanuel Christ e Christoph Gantenbein all'ETH Zurich (2010 - 15), ha pubblicato due enciclopedie Typology: Hong Kong, Rome, New York, Buenos Aires (2012) e Typology: Paris, Delhi, São Paulo, Athens (2015). Easton pubblica di frequente saggi su riviste di architettura e ha insegnato e tenuto seminari presso Berlage Institute, TU Delft e IIT.

Kersten Geers (Ghent, 1975), laureato in Architecture e Urbanism all'Università di Ghent, in Belgio e alla Esquela Tecnica Superior de Arquitectura di Madrid, Spagna. Ha lavorato con Maxwan Architects and Urbanists e con Neutelings Riedijk Architects di Rotterdam. E' stato professore all'University di Ghent, e visiting professor alla Columbia University, NYC, e all'Accademia di Architettura di Mendrisio; attualmente insegna all'EPF Lausanne e all'Harvard GSD (US). E' uno dei membri fondatori della rivista d'architettura San Rocco.

Guido Tesio (Milano, 1984), laureato in Architettura al Politecnico di Milano, dove é attualmente assistente. Dopo precedenti esperienze con Baukuh (Milano), Office kgdvs (Bruxelles, Belgio), Standardarchitecture (Beijing, China) e Christ & Gantenbein (Basilea, Svizzera), ha fondato GANKO nel 2015; lo studio, con sede a Milano, lavora su una vasta gamma di progetti, da incarichi privati a bandi internazionali, pubblicazioni e mostre. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Santerini)




HearteartH Berlin - Milan 2016
20-30 Settembre 2016
[.BOX] Videoart Project Space - Milano
www.dotbox.it

Direttamente dal Group Global 3000 e dal Medienwerkstatt Bethanien di Berlino, HearteartH, progetto di videoarte e arti visive curato dalle artiste Sonia Armaniaco e Maria Korporal, in 3 selezioni video che verranno presentate a rotazione nelle giornate di martedì, mercoledì e giovedi. Per l'occasione VisualcontainerTV International Videoart Webchannel presenterà a livello globale anche l'edizione HearteartH 2015, visibile online gratuitamente dal 15 settembre al 12 ottobre, selezione video presentata al Berliner Liste e Cel · AV | VIDEO A Konvent a Barcellona nel 2015.

Il concetto portante ha preso vita dalle due parole congiunte 'Cuore' e 'Terra' 'Heart Earth', il cui forte simbolismo e attrazione sono inevitabilmente associati con la Vita. Questi due termini in dipendenza quasi fatale l'uno dell'altro appaiono indissolubilmente e permanentemente legati, così come risulta nella congiunzione e associazione delle due parole quasi identiche che, dando l'impressione di un anagramma, creano una sorta di formula magica che ci appartiene e da cui non si può sfuggire. Il titolo che inizia e finisce con una 'H' ha il suono vitale di un respiro, così come vitale, illimitato ed in progress vuole essere il progetto HearteartH, aperto attraverso la pratica artistica a nuove visioni ed interpretazioni, e come la vita, pronto alla costante ricerca di correzione, compimento, cambiamento e perfezionamento. L'espressione artistica, capace di generare e provocare intensi stati d'animo anche contrastanti e 'così vicino e lontano', può divenire opportunità di riflessione a riguardo.

Artisti: Irina Gabiani, Isabelle Hayeur, Barbara Brugola, Angiola Bonanni, Heli Ström, Eleonora Manca, JfR (Jean-Francois Réveillard), claRa apaRicio yoldi, Sarah Wölker, Maria (Felix) Korporal, Eija Temisevä, Sonia Laura Armaniaco aka §vonica, ydl (Yannick DANGIN LECONTE), Johanna Speidel, Susanne Kunjappu-Jellinek, Daniel Ivan, Florent Texier, Sandra Becker, Jukka-Pekka Jalovaara, Kim Dotty Hachmann & Ginny Sykes, Barbara Wolters, Mariel Gottwick, Larry Wang, Stephan Groß, Tiziano Bellomi, Fran Orallo, s-ara (Sandra Araújo), Tom Albrecht, Erick Tapia, Sylviatoyindustries (Sylvia Toy St. Louis), Annique Delphine, Pèninsolar, Paolo Bandinu, Myriam Thyes, TinyarVisuals (Tina Sulc), Takehito Etani, Laura Focarazzo, Shivkumar K V, Gaetano Maria Mastrocinque, Abdoul-Ganiou Dermani, Lino Strangis, Andrew Payne, Damira Piližota, Maria Koehne, Miriam Dessì, Gisela Weimann, Aliénor Vallet. (Comunicato stampa)




Opera di Leslie Lismore dalla mostra Titan Leslie Lismore: Titan
termina lo 04 ottobre 2015
Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 - Milano

Titan è una mostra, a cura di Massimiliano Bisazza, collegabile alle mostre precedenti : Momenti iconici e Cosmo-dall'entità astrale al mito; nelle quali l'artista proponeva un ampio compendio di opere che guardavano alla mitologia astrale, al suo significato nel corso dei secoli e alle declinazioni in ambito sportivo, artistico ed estetico. L'idea potrebbe condurci a vedere la progettualità come una sorta di Trilogia che approfondisce sempre più la poetica, declinandola secondo la personalissima visuale creativa di Leslie Lismore. In questo nuovo progetto, di fatto, l'artista ci pone di fronte alla riflessione spontanea del fruitore che guarda agli astri e alla mitologia storica ma con una coniugazione volta al contemporaneo dove lo stupore è il protagonista a livello emotivo e cinestetico.

Le opere constano di stampe, incisioni, sculture e dipinti che sondano il mondo naturale, l'arte, l'architettura, l'attività sportiva nel corso dei secoli, ma andando oltre la mera forma o la sola funzionalità. Tutto è legato più profondamente al senso di bellezza, andando oltre l'interpretazione classica e che può creare un piacevole spaesamento nel fruitore che osserva le opere di Lismore. Che cosa rende un oggetto bello fuori dal comune? Secondo l'artista la bellezza è presente negli occhi di chi guarda; l'osservatore è il vero protagonista che sperimenta a livello sensoriale le vibrazioni che sono emanate dalle opere che guardano alla classicità del passato ma con l'attenzione volta al contemporaneo, secondo le declinazioni che ci sono offerte dalla società nella quale viviamo attualmente.

Titano è il più grande satellite naturale del pianeta Saturno ed uno dei corpi rocciosi più massicci dell'intero sistema solare; supera in dimensioni il pianeta Mercurio, per dimensioni e massa è il secondo satellite del sistema solare dopo Ganimede. Ma i Titani nella mitologia greca - oltre che essere presenti nelle culture asiatiche, come in quella indiana - sono anche gli dèi più antichi e vengono solitamente considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell'intervento regolatore ed ordinatore degli dèi olimpici. (Comunicato stampa)




Mostra su Strumenti musicali tradizionali dal Vietnam al Museo d'Arte Orientale di Torino La limpidezza del suono. Strumenti musicali tradizionali dal Vietnam
termina il 23 novembre 2016
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

La millenaria unità nazionale del Vietnam e la sua straordinaria ricchezza culturale trovano espressione nel panorama musicale di questo Paese, che ha saputo assimilare e sintetizzare, nel corso del tempo, apporti delle culture straniere e contributi dei cinquantatré popoli che, accanto alla maggioranza Kinh - i vietnamiti propriamente detti - vivono sul suo territorio. In occasione del 30° anniversario della riforma economica e culturale della Repubblica Socialista del Vietnam (celebrazione del Da moya), un'esposizione di strumenti musicali tradizionali. L'esposizione, formata da circa dieci particolarissimi strumenti, permetterà ai visitatori di stabilire un primo contatto con questa poco conosciuta cultura. (Comunicato stampa)

"Per essere un bravo cavaliere devi apprendere la musica. Se un condottiero ama la limpidezza del suono, la sua moralità è elevata" (Adagio popolare vietnamita)




Opera di Marisa Zattini dalla mostra ad Atene nel settembre 2016 Marisa Zattini: "di - segni" o delle trasmutazioni

- Opere della sezione "di-segni" o dell'indole della Res"
Technohoros Art Gallery - Atene
termina lo 08 ottobre 2016
www.technohoros.org

- Opere del ciclo "Ali selvatiche", allestite dall'architetto Augusto Pompili
Istituto Italiano di Cultura di Atene
termina il 30 settembre 2016
www.iicatene.esteri.it

L'artista-architetto Marisa Zattini presenta un corpus di opere recenti dedicato al tema fantastico/naturalistico delle mandragore, degli erbari-bestiari e di ali selvatiche - dedicate al mito di Icaro - in dialogo con "controcanti" trasmutativi realizzati a getto d'inchiostro su lastre di alluminio trattate a specchio. Il materiale sui quali l'artista interviene "con china e pennino" è costituito da lettere originali antiche che vanno dal 1800 al 1833 circa, per ricomporre un ideale dialogo identitario, metastorico, estremamente interessante.

A queste si aggiungono alcuni fogli inediti (n. 20) con interventi letterari di poeti greci e disegni di Marisa Zattini esposti alla Technohoros Art Gallery, parallelamente alle Mandragore e agli Erbari/Bestiari che compongono L'indole della Res". La mostra è corredata da un catalogo trilingue (italiano/greco/inglese) - edito da Il Vicolo Editore (Collana "Le Ricordanze", pagg. 144) - che documenta tutte le opere in mostra, con testi critici a firma di Giovanni Ciucci, Veronica Crespi, Enrico Bertoni e Gian Ruggero Manzoni.

«(...) Nell'estensione di questo microcosmo fatto di immagini-calligrafie si sono alternate almeno due mani, due persone che pur non conoscendosi hanno congiuntamente resa manifesta la possibilità di leggere e vedere dimensioni dell'esistenza dissimili, ma non per questo inconciliabili. Da questa connivenza di stesure appartenenti a linguaggi eterogenei possiamo percepire il desiderio di ricerca di Marisa Zattini, affinché le difformità portate all'evidenza riconoscano tra loro un nesso di continuità, che rende tale incontro indicazione di un'attitudine autentica, la quale, per essere creativa, aspira a riconoscersi primariamente conoscitiva» (Giovanni Ciucci).

Marisa Zattini (Forlì, 1956), già artista - pittrice, ceramista, poeta -, ha realizzato mostre personali in spazi pubblici, in Italia e all'estero (Svezia, Inghilterra e Germania) a partire dal 1976 e pubblicato cataloghi monografici, con alcune sue poesie. Attualmente è Direttore Artistico de Il Vicolo Sezione Arte di Cesena, già ideatrice e curatrice di oltre duecento rassegne di arte contemporanea, di cui più di quaranta solo per la città di Cesena (Galleria Comunale d'Arte, Rocca Malatestiana e Galleria Comunale Ex Pescheria). La sua direzione artistica della Galleria Comunale d'Arte di Cesena (Palazzo del Ridotto) - sulla base di due Concorsi Nazionali vinti - ha caratterizzato la proposta culturale del territorio dal 1993 al 2000.

E' inoltre Art Director di 12 Collane per i tipi de Il Vicolo Divisione Libri (Editore), dedicate all'Arte contemporanea, saggistica, letteratura fantastica, poesia, storia del territorio, cucina e racconti di Natale. Realizza filmati e documentari - firmandone la regia e dirigendone il montaggio - per mostre da lei ideate, di artisti e poeti contemporanei. Sul concetto di identità e sulle riflessioni filosofiche legate al tema del vuoto e del pieno ha realizzato una inedita e originale triplice partitura espositiva enominata Doppio Panico! - L'arte di vivere (2009), Metamorphosi (2011) e Autoritratto (2013) coinvolgendo 33 artisti del territorio, producendo originalissimi lavori scultorei, ceramici e fotografici, esposti nella suggestiva sede dell'Oratorio di San Sebastiano, a Forlì. Nel 2014 e 2015 la mostra itinerante "Di-segni" o dell'indole della Res. Nel 2015 il ciclo di opere "Ali selvatiche" è stato ospitato, nel mese di ottobre, nelle sale della Biblioteca Comunale "Maria Goia" di Cervia (Ravenna). Una selezione di questi due ultimi cicli di lavori costituiscono la rassegna di Atene. (Comunicato stampa)




Mostra di Enzo Sciavolino alla Galleria d'Arte Studio 71 di Palermo Enzo Sciavolino: L'incontenibile leggerezza
termina lo 03 ottobre 2016
Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo
www.studio71.it

La mostra curata da Vinny Scorsone, presenta 35 incisioni. Quasi un diario della produzione di incisioni dell'artista iniziata nel 1964 e portata a termine nel 2012. Una personalissima raccolta di poemi e testi letterari di vari autori accompagna la mostra. Un volume di 224 pagine ed. Centro Toscano Edizioni. Scrive la curatrice nel suo testo per la mostra: "... Il tratto incisorio di Enzo Sciavolino percorre e pervade cinquant'anni di attività, cinquant'anni di storia personale e pubblica. La fa parallela- mente alla scultura, ne segna e sottolinea i temi e le forme divenendo ora greve ora lieve. Il bulino e l'acido hanno eroso il metallo mentre la cera lo ha preservato. Il foglio si è divenuto un bassorilievo granuloso e il disegno scultura.

Quello che Sciavolino compie con questa mostra è un viaggio all'interno del proprio percorso artistico segnando differenze e affinità tra ciò che è stato e ciò che è divenuto. Gli stessi temi, negli anni, hanno subìto una trasformazione. Se, difatti, in principio l'elevazione verso le sfere celesti era affrontata in maniera utopica e veniva frenata da una realtà soffocante e cupa, negli ultimi decenni, invece, essa è riuscita a distaccarsi dalle grettezze della vita quotidiana per tendere a qualcosa di più eterno e atemporale". Testi di Vincenzo Consolo, di Vinny Scorsone e una breve biografia dell'autore sono presenti nel materiale predisposto per la mostra. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra Bianco-Valente Bianco-Valente: Parola Seme
termina il 29 ottobre 2016
Davide Gallo Arte Contemporanea - Milano
www.davidegallo.net

Il tema sviluppato nella mostra, è la conseguenza di un'analisi che negli ultimi anni gli artisti hanno condotto sulla relazione tra parola, segno e suo contenuto visivo. Già nelle opere "Constellation of Me" per l'ISP 2014 del Whitney Museum, "Cosa manca", "Il mare non bagna Napoli", "Ogni dove" e "Towards You" gli artisti affrontavano la questione, sempre aperta, del rapporto tra linguaggio visivo e una condizione psicologica e sociale più profonda, rispetto a quella che si potrebbe immaginare ad un'analisi di superficie. In "Constellation of Me", Bianco-Valente chiedono agli abitanti di Chelsea, a New York, di descrivere il quartiere prima che questo diventasse un distretto del lusso, dell'arte e della moda.

Ne esce fuori una mappatura sociale che è anche l'insieme di percorsi esistenziali, letteralmente scritta dagli stessi abitanti, sulle pareti di The Kitchen, al Whitney Museum. Una costellazione che è quindi un viaggio nel tempo, nella trasformazione sociale ed umana del luogo. Anche in "Cosa manca" il linguaggio è strumento di analisi sociale, e di indagine umana. Gli artisti infatti chiedono agli abitanti di Roccagloriosa, un antico borgo del Cilento che si sta spopolando, "cosa manca" affinché quel luogo possa tornare a vivere. "Il mare non bagna Napoli", "Ogni dove" e "Towards You", sono semplici scritte in ferro. La parola qui diviene strumento di connessione tra esperienza umana, e luoghi geografici. Date queste premesse, meglio si comprende la recente produzione di "Parola seme", dove Bianco-Valente utilizzano le parole per ricostruire l'esperienza umana di persone che non hanno mai conosciuto.

Vecchie fotografie, frammenti di vita di persone sconosciute, sono il punto di partenza per una ricerca nello spazio e nel tempo, in cui l'esperienza degli artisti si confonde a quella dei soggetti raffigurati. Il viaggio ha un valore fondamentale, capace di tracciare una mappa di geografie e vite sconosciute. L'immagine fotografica è evocata attraverso la parola, che diventa strumento di relazione tra l'artista, il pubblico e i soggetti narrati. Le parole sono come semi, che fanno germogliare immagini diverse. In questo modo l'atto della creazione viene affidato all'osservatore, che diviene creatore della sua immagine, della sua visione del mondo. Il valore dell'immaginazione creativa esce accresciuto, così come é accresciuto il potere della parola, considerata l'unico strumento che l'arte ha per raccontare ed analizzare se stessa. (Comunicato stampa)

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Thursday, September 22nd, from 18 to 20.30, Galleria Davide Gallo is pleased to open "Seme parole" a solo show of the duo Bianco-Valente. The theme developed in the exhibition is the result of an analysis that in recent years the artists have done on the relationship between work, sign and its visual content. Already in works like "Constellation of me" made for l'ISP 2014 at Whitney Museum, "Cosa manca", "Il mare non bagna Napoli", "Ogni dove" e "Towards You" Bianco-Valente, deal with the question, always open, of the relationship between visual language and a social and psychological condition deeper than it could appear on the surface of the facts. For the art work "Constellation of Me", Bianco-Valente ask to the residents of Chelsea, in New York, to describe the neighborhood before it became the luxury district of art and fashion.

What emerges is a social map, that is also the set of existential paths, literally written by the people of Chelsea on the walls of The Kitchen, at Whitney Museum. A constellation that is therefore a journey through time, through social and human transformation of the place. Also in the piece "Cosa manca", language is a medium of social analysis and human investigation. The artists in fact, ask to the people of Roccagloriosa, an ancient village in Cilento that is depopulated, "what is missing to the place" to let it goes back to life. "Il mare non bagna Napoli", "Ogni dove" and "Towards You", are simply written in iron. The word becomes connection between human experience, and geographic locations. Following these premises, we can better understand the recent production of "Parola seme", where Bianco-Valente are using words to reconstruct the human and existential experience of people who have never known.

Old photographs, fragments of life of unknown people, are the starting point for a research in space and time, where the experience of the artists is confused with that of the persons depicted in the images. The travel has a fundamental value, able to draw a map of geographies and unknown lives. The photographic image is evoked by the word, that becomes instrument of relationship between the artist, the audience and the subjects of the photos. Words are like seeds that germinate different images. Therefore the act of creation is entrusted to the observer who becomes the creator of his own image, his vision of the world. In this way, the creative imagination becomes increased, as it is also increased the power of the word, considered the only instrument that art has to tell and analyze itself. (Press Release)




Opera di Sergio Piccoli Sergio Piccoli: Opere dal 1970 al 1980
termina il 12 ottobre 2016
Galleria Incorniciarte - Verona
www.incorniciarte.it

Sergio Piccoli (Verona, 1946), colorista per vocazione, inizia a dipingere i suoi primi quadri nel 1972 mostrando quasi subito grande interesse per l'astrattismo. Vince il premio Burano nel 1976. Frequenta un corso di grafica pubblicitaria nel 1978. Esegue nel 1979 un grande murales per la Stazione Centrale di Verona. Nel 1987 è invitato ad esporre una serie di lavori eseguiti su carta presso la City University di Chicago. Nel 1989 l'America-Italy Society di New York lo ospita in grande studio di Broadway in cui esegue 37 lavori successivamente esposti in due mostre personali. Nel 1991, su invito del Ministro della Cultura Sovietica, allestisce alla Galleria Arbat di Mosca una grande mostra personale. Tiene nella stessa città una conferenza sul colore. Nel 1997 gli viene commissionata una serie di grandi affreschi per il nuovo Teatro Camploy di Verona. Sono stati girati due filmati sul suo lavoro: il primo a New York, nello studio di Broadway, nel 1989, il secondo a Mosca, in occasione della mostra tenutasi alla galleria Arbat, nel 1991. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra La guerra è finita. Nasce la Repubblica La guerra è finita. Nasce la Repubblica.
Milano 1945-1946. Fotografie di Federico Patellani


termina il 15 gennaio 2017
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
www.mufoco.org

Il Museo di Fotografia Contemporanea celebra i 70 anni della Repubblica Italiana e del voto alle donne con una mostra dedicata a Federico Patellani: 70 immagini che raccontano la distruzione e la rinascita di Milano dopo la Seconda Guerra Mondiale e la vittoria della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946. La mostra, a cura di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, intende offrire una occasione di conoscenza e di riflessione su un periodo cruciale della storia dell'Italia del Novecento: i momenti immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il referendum Monarchia-Repubblica e l'elezione dei rappresentanti all'Assemblea Costituente, che ebbero luogo il 2 giugno 1946, una data fondamentale della quale quest'anno ricorre il settantesimo anniversario.

Immagini celeberrime e meno note, stampate in grande formato, accompagnano il visitatore all'interno di un percorso nella storia. Un primo corpus di fotografie mostra la vita nella città di Milano nell'immediato dopoguerra: case distrutte e macerie, in uno scenario di povertà e di disagio sociale che rimanda a un'Italia molto lontana, ferita e disorientata all'indomani del ventennio fascista. Il secondo corpus di immagini si riferisce specificatamente al referendum Monarchia-Repubblica e all'elezione dell'Assemblea Costituente. Un momento di enorme rilievo storico, nel quale, per la prima volta in Italia, le donne sono ammesse al voto.

Federico Patellani documenta questi passaggi con il consueto sguardo attento e amorevole, celebrando la vittoria della Repubblica con un'immagine divenuta icona: la cosiddetta "donna della Repubblica". All'interno del percorso espositivo saranno mostrati anche i provini realizzati dall'autore, che testimoniano il processo di costruzione della celeberrima fotografia. Il Museo conserva l'intero archivio di Federico Patellani, costituito da 690 mila pezzi tra stampe originali, provini e negativi, oltre alla fedele ricostruzione del suo studio. Gli eredi hanno depositato il Fondo fotografico presso Regione Lombardia, che l'ha affidato alle cure, alla gestione e alla valorizzazione del Museo di Fotografia Contemporanea.

Federico Patellani (Monza, 1911 - Milano, 1977) è uno dei maestri del fotogiornalismo italiano riconosciuto a livello europeo. Colto e sensibile narratore, testimone puntuale della società italiana, ha raccontato il paese nel dopoguerra, la ripresa economica, le industrie, la moda, il costume, la vita culturale. Ha affiancato all'attività fotogiornalistica la frequentazione del mezzo cinematografico e televisivo. Negli ultimi anni della sua attività si è dedicato a viaggi in tutto il mondo. Patellani realizza un reportage rigoroso, privo di retorica, attento a restituire all'osservatore gli elementi essenziali della narrazione, secondo lo stile di quello che egli stesso nel 1943 definì "giornalista nuova formula": chiarezza, comunicatività, rapidità, gusto nell'inquadratura, esclusione di luoghi comuni, così che le immagini "appaiano viventi, attuali, palpitanti, come lo sono di solito i fotogrammi di un film". (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Japan Japan
termina il 20 ottobre 2016
Studio Gariboldi - Milano
www.studiogariboldi.com

Collettiva dedicata alle opere di 20 artisti nipponici eseguite tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Settanta. I venti protagonisti scelti per questa mostra appartengono a differenti generazioni e hanno una voce artistica personale e definita, sia dal punto di vista espressivo sia per la tecnica utilizzata. Tuttavia esiste un filo trasparente in grado di collegare le opere tra loro, la cui consistenza è data da tre fattori principali: la tradizione artistica secolare, l'art de vivre che caratterizza il popolo giapponese e ne definisce l'essenza e la speciale estetica orientale percepibile sempre e comunque in ogni opera. (Comunicato stampa)




Vlado Skafar - video haiku da Mama - 2016 Joni Zakonjsek - opere su carta da Krogi - 2015 Haiku circolari
Opere su carta di Joni Zakonjšek
Video haiku di Vlado Škafar


termina il 28 ottobre 2016
DoubleRoom arti visive - Trieste
doubleroomtrieste.wordpress.com

Doppia personale dedicata alle recenti ricerche visive di due autori sloveni; la pittrice Joni Zakonjšek e il regista cinematografico Vlado Škafar. La mostra, a cura di Mila Lazic e Massimo Premuda in collaborazione con Jaruška Majovski, rientra nel fitto calendario di iniziative innescate nell'ambito del Festival internazionale del cinema e delle arti "I Mille Occhi", giunto alla sua 15° edizione.

Vlado Škafar, a cui verrà assegnato il Premio Anno uno 2016, presenta otto "video haiku" tratti dalle suggestioni visive del recente film Mama (2016), girato lo scorso anno fra la Slovenia e l'Italia. Gli otto brevi video, in bilico fra cinema e videoarte, sono parte del coerente sodalizio artistico e spirituale con la pittrice Joni Zakonjšek, che presenta una quarantina di delicati acquerelli su carta che, del noto componimento poetico giapponese, conservano l'estrema essenzialità, racchiusa nei classici tre versi, e l'attenzione per una puntuale descrizione della natura e degli accadimenti umani direttamente collegati a essa. I due autori sloveni, compagni nella vita e nell'arte, hanno già lavorato insieme su questo tema dando alle stampe nel 2015 il prezioso libro d'artista Krogi (Cerchi), una raffinata pubblicazione in sloveno, giapponese e inglese, in cui ai 40 haiku scritti dal regista corrispondono altrettante opere su carta della pittrice divise seguendo il ciclo naturale delle stagioni.

Joni Zakonjšek (Koper, 1974) si è formata a Londra, seguendo il Foundation Course of Art alla White Chapel Art School, e a Ljubljana, presso l'Accademia di Belle Arti, dove nel 2003 si è laureata con i professori Emerik Bernard e Marko Uršic. Dal 2004 lavora come artista indipendente esponendo in spazi pubblici e privati in Slovenia e all'estero. Oltre che in Slovenia, ha allestito mostre personali anche in Italia e Croazia, ed è stata invitata a esporre all'estero in diverse mostre collettive. Ha vinto diversi premi, fra cui ricordiamo il premio per meriti artistici dell'Accademia di Belle Arti di Ljubljana, due premi all'Ex-Tempore di Pirano, e la selezione a partecipare alla 3° Biennale Internazionale di Pittura di Pechino, Cina.

Vlado Škafar (Murska Sobota, 1969) è un regista e sceneggiatore, co-fondatore della Cineteca Slovena e suo direttore fino al 1999, l'anno in cui pone le basi del Festival internazionale Kino Otok. Con il film Mama (Mamma, 2016), conclude la trilogia sul tema dei rapporti familiari, ma anche la sua attività cinematografica, per dedicarsi esclusivamente alla letteratura. Dalla sua filmografia ricordiamo inoltre Stari most (Il vecchio ponte, cm, 1998), Peterka - Leto odlocitve (Peterka: l'anno decisivo, 2003), Nocni pogovori z Mojco (Conversazioni notturne con Mojca, mm, 2009) e Deklica in drevo (La ragazza e l'albero, 2013). (Comunicato stampa)




Franz Baumgartner - Nebele - olio su tela cm.120x175 2016 Franz Baumgartner - Stilleben Atelier - olio su carta cm.70x100 2016 Franz Baumgartner: Il respiro del silenzio
termina il 22 ottobre 2016
Galleria VV8artecontemporanea - Reggio Emilia
www.vv8artecontemporanea.it

Franz Baumgartner (Kleve, 1962) è uno degli esponenti di spicco di quella nuova figurazione tedesca che ha mosso i primi passi negli anni Novanta. In mostra, una serie di nuove opere, sia ad olio su tela che su carta, di piccolo e medio formato, realizzate appositamente per l'esposizione di Reggio Emilia. L'esposizione è accompagnata da un testo critico di Sandro Parmiggiani. «Pur nel rigoroso controllo dei toni - scrive il critico d'arte - arricchiti di variazioni negli ultimi dipinti, credo che per la pittura di Baumgartner si possa evocare ciò che diceva Chardin: "Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il sentimento". Respirano, i dipinti dell'artista tedesco, un'atmosfera di solitudine e di abbandono, di "ogni passione spenta", di una desertificazione dell'anima che ovviamente non può fare ricorso alle immagini (sole battente, sabbia, vento) che di solito associamo alla parola "deserto". Le ultime opere ci dicono tuttavia che la vita ancora resiste e pulsa, con alcune modeste presenze che immediatamente evocano un sentimento di nostalgia che va a perturbare e illuminare la malinconia che ovunque pare essersi insinuata. (...)». (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Jacopo Ghislanzoni Magni Art Project - mostra di Jacopo Ghislanzoni Jacopo Ghislanzoni - Magni Art Project Jacopo Ghislanzoni: "Magni Art Project"
termina lo 02 ottobre 2016
Temporay Workspace - Cardano Al Campo (Varese)

Gli spazi espositivi dell'hotel ospiteranno una selezione di opere realizzate dall'artista dedicate ad alcuni dei più bei modelli di moto prodotti nelle officine Magni di Samarate. «Ho sempre amato le Magni, opere d'arte su due ruote, capolavori assoluti - spiega l'artista - Così quando ho conosciuto Giovanni Magni ho capito quanta bellezza vi fosse in lui, nella sua inesauribile passione e nel suo straordinario lavoro, artigiano e creatore di meraviglie. Così d'improvviso ho avuto l'idea di raccontare le sue creazioni, le sue motociclette e i suoi bolidi con un'indagine artistica mirata a rendere le Magni vere e proprie icone pop».

Jacopo Ghislanzoni dopo le serie dedicate a Guzzi, MV Agusta e Yamaha completa il suo percorso di ricerca dedicandosi a una delle ultime officine italiane che lavorano in modo artigianale creando modelli di moto personalizzate e diventati ormai parte della storia del motociclismo. Ghislanzoni nei suoi quadri, dalla forte anima pop, non racconta solo l'oggetto estetico in tutta la sua magnificenza, ma vuole essere la narrazione della storia, della passione e del lavoro che porta alla nascita di queste vere opere d'arte su due ruote. L'artista non si limita a ritrarre l'oggetto figurato ma cerca il contatto personale con chi le realizza, visitando le officine e facendosi raccontare l'esperienza che ogni moto porta con sé.

Ghislanzoni predilige l'uso dell'acrilico su legno, un materiale vivo e caldo, che rende uniche le sue opere. Il processo creativo contempla anche quell'azione imprevista che la porosità del legno e le sue imperfezioni hanno sul colore. L'imprevedibilità diventa dunque parte integrante della ricerca artistica che sublima la bellezza delle linee degli oggetti rappresentati e li restituisce al pubblico con una lettura del tutto personale ed originale. La serata di inaugurazione sarà un evento dedicato non solo all'arte ma al colorato mondo di appassionati di motociclismo. Prenderà parte all'evento Ceriani Moto con alcuni top gamma della linea di abbigliamento e sicurezza.

Jacopo Ghislanzoni (Lecco, 1983) fin da subito sente un profondo radicamento verso i luoghi e le emozioni che lo hanno fatto nascere. I suoi colpi di pennello, i suoi colori mischiati, miscelati e astratti trasmettono l'intrinseca forza del suo legame con il territorio che lo circonda e con le passioni che lo fanno vivere. La realtà di Ghislanzoni non è mai mediata dalla sua arte, ma raffigurata nella sua molteplice intensità; un punto di vista su luoghi, uomini e cose destrutturate nelle sue forme più umane e primitive. Il suo segno cerca sempre nelle sue opere un'astratta leggerezza che avvolge colui che le guarda, portandolo nella sua dimensione artistica. L'uso costante e a tratti raffinato del collage dimostra un'attenta costruzione dell'opera, una sapiente pazienza nel saper selezionare, confrontare e mischiare forme e colori. (Comunicato stampa Erika La Rosa)




Archeologia dell'IO
termina il 16 ottobre 2016
Museo Archeologico Civico - Tolfa (Roma)
www.poloculturaletolfa.it

Mostra collettiva presentata da Silvia Del Campo, promossa dalle associazioni culturali Chirone di Tolfa e Fuori Centro di Roma. Dopo l'esposizione avvenuta a Roma, nel mese di giugno, presso lo Studio Arte Fuori Centro la mostra prosegue il un percorso espositivo la cui prima tappa è appunto il Museo Archeologico Civico di Tolfa. Per questo evento si è chiesto agli artisti invitati di presentare un'opera "recuperata" dall'archivio del proprio studio o quello della memoria. Un'opera che potesse essere identificata come un "reperto archeologico dell'IO" e in cui fosse possibile riconoscere e identificare le tracce sedimentate o in nuce del proprio percorso artistico. E dunque, scrive Silvia Del Campo nel testo che accompagna la mostra, "da questo personalissimo e intimo archivio ha attinto ciascun artista, chi con grande coerenza formale rispetto al proprio percorso, chi con imprevedibilmente diversa connotazione linguistica, chi proponendo, o riproponendo, autentici ritrovamenti, chi presentando opere nuove ma rappresentative comunque della propria ricerca artistica, a costituire una visione globale articolata e dinamica (...) una foto ricordo di una esperienza ancora in corso..."

Gli artisti: Minou Amirsoleimani, Franca Bernardi, Giancarlo Bertoncini, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Angelo Falciano, Fernanda Fedi, Mavi Ferrando, Stefano Frascarelli, Delio Gennai, Salvatore Giunta, Silvana Leonardi, Giuliano Mammoli, Patrizia Molinari, Rita Mele, Alessandro Monti, Franco Nuti, Antonio Picardi, Teresa Pollidori, Luciano Puzzo, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Massimo Salvoni, Alba Savoi, Grazia Sernia, Lucia Sforza, Stefano Soddu, Ilia Tufano, Oriano Zampieri. (Comunicato stampa)




Museo di scultura ceramica a Castel d'Ario, Mantova "Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica


Castel d'Ario (Mantova)

Inaugurato il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori", primo Museo dedicato all'arte ceramica della provincia di Mantova ed il secondo in Lombardia dopo il MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico, Cerro di Laveno Mombello (Varese). Dopo più di un anno di lavoro, di contatti, di rapporti, di incontri con gli amici scultori-ceramisti, finalmente Casa Museo Sartori è in grado di aprire al pubblico il "Museo della Ceramica". Nel Museo, ancora in divenire, viene presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. Altre opere sono attese e non appena ultimate dai vari maestri ceramisti invitati, verranno poste negli spazi per loro previsti. (Comunicato stampa)

Artisti che al momento figurano con le loro sculture nel Museo:

Accarini Riccardo (Savona), Angiuoni Enzo (Atripalda - AV), Barbagallo Orazio (Milano), Bartoletti Patrizia (Casalfiumanese - BO), Bertorelli Luciana (Savona), Bianco Lino (Sassuolo - MO), Blandino Giovanni (Milano), Bonechi Marco (Figline Valdarno - FI), Calzavacca Claudio (Gallarate - VA), Cannata Matteo (Cavenago Brianza - MI), Castagna Pino (Costermano - VR), Castaldi Domenico (Portogruaro - VE), Cattani Silvio (Rovereto - TN), Chiarcos Giorgio (Trento), Cicala Licia (Milano), Cipolla Salvatore (Mirabella Imbaccari 1933 - Sesto Fiorentino 2006), Confortini Elisa (Genova), Corsucci Umberto (Montefiore Conca - RN), Cropelli Fausta (Pontoglio - BS), D'Agostini Maurizio (Costozza di Longare - VI), De Mori Ferruccio (Tezze sul Brenta - VI), Desiderati Luigi (Mantova), De Zan Guido (Milano)

Difilippo Domenico (San Felice sul Panaro - MO), Di Giosaffatte Vincenzo (Penne /PE 1935 - Castelli /TE 2006), Ellen G. (Napoli), Ekman Yvonne (Roma), Ferraj Victor (Savona), Fioravanti Ilario (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012), Flores Ilaria (Milano), Fonsati Rodolfo (Ferrara), Forgione Pompeo (Milano), Frisinghelli Maurizio (Rovereto - TN), Gaeta Goffredo (Faenza - RA), Gaiezza Roberto (Cairo Montenotte - SV), Garesio Clara (Napoli), Gerosa Mirella (Milano), Gerull Martin (Milano), Gheller Monica (Seregno - MB), Gheno Floriano (Nove - VI), Gorreri Isa Palvarini (Suzzara - MN), Jori Andrea (Mantova), Laghi Luciano (Fognano - RA), Lanfredini Italo (Commessaggio - MN), Lazzari Isaia (Scandolara Ravara - CR), Leverone Adriano (Ferrada - Moconesi - GE), Lucchi Bruno (Levico - TN), Lucietti Antonio (Bassano del Grappa - VI)

Lucietti Giuseppe (Bassano del Grappa - VI), Ludovici Vincenzo (Ferentino - FR), Lunetta Silvana (Brescia), Madoi Giovanna (Milano), Mair Zischg Ingrid (Modena), Marchetti Massimiliano (Savona), Marchetti Sandro (Savona), Marrani Ruggero (Barasso - VA), Mazzotta Alfredo (Milano), Morini Gianfranco (Faenza - RA), Musi Roberta (Milano), Pancheri Aldo (Milano), Pedroli Gigi (Milano), Pesci Brenno (Castellamonte - TO), Pianezzola Pompeo (Nove 1925 - 2012), Pietrobono Fiorello (Alatri - FR), Pirozzi Giuseppe (Napoli), Plaka Ylli (Savona), Pompei Paolo (Belforte all'Isauro - PU), Pompili Graziano (Montecchio Emilia - RE), Previtali Carlo (Grumello Al Monte - BG), Provasi Germana (Mantova)

Quadrini Achille (Frosinone), Rea Fernando (Frosinone), Rebagliati Laura (Cesena - FC), Reggiori Albino (Laveno VA 1933 - 2006), Renzini Gianfranco (Gargnano - BS), Repulino Giulio (Roma), Restelli Lucilla (Rho - MI), Rigon Roberto (Pozzo Leone - VI), Roma Flavio (Albisola Superiore - SV), Ronchi Cesare (Castel Bolognese - RA), Rontini Aldo (Faenza - RA), Rossato Kiara (Mantova), Sabbadini Selvino (Roncoferraro 1912 - Mantova 1986), Sartori Cesare (Nove - VI), Sassi Ivo (Faenza - RA), Sciacca Giuseppe (Nicolosi di Catania), Sciannella Giancarlo (Roma), Sebaste Salvatore (Bernalda - MT), Soravia Sandro (Albisola Superiore - SV), Staccioli Paola (Scandicci - FI), Staccioli Paolo (Scandicci - FI), Torcianti Franco (Osimo - AN), Valenti Massimiliano (Casalmaggiore - CR), Van Wees Mara (Roma), Vasconi Franco (Spigno Monferrato 1920 - Milano 2014), Vitale Francesco (Casalmaggiore - CR), Volontè Lionella (Milano), Zago Paola (Campagna Lupia - VE), Zanetti Maria (Modena), Zitti Vittorio (Acqui Terme - AL), Zoli Carlo (Faenza - RA).




Tazio Nuvolari, pilota leggendario per le vittorie nelle gare più celebri e per la abilità nella gestione dell'auto da corsa Opera dalla mostra Artisti per Nuvolari alla Casa Museo Sartori Artisti per Nuvolari
Quarta rassegna, 11 settembre - 23 ottobre 2016
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)
www.artistipernuvolari.it

Da una idea e progetto di Adalberto Sartori, gli artisti che sono stati invitati dalla curatrice della mostra Arianna Sartori a realizzare appositamente un dipinto o una scultura in omaggio al pilota Tazio Nuvolari. Questa edizione è ampliata da un'esposizione collaterale di opere grafiche di Nicola Costanzo: una serie di tredici xilografie a più colori, realizzate dalla fine degli anni Ottanta, e dedicate alla vita del Campione, con uno sconfinamento di alcune tavole dedicate a Gabriele D'Annunzio compresa una xilografia che li raffigura nello storico incontro del 28 aprile 1932 al "Vittoriale".

In altre due sale della "Casa Museo" sono esposte una selezione di opere già presentate al pubblico nelle precedenti edizioni di "Artisti per Nuvolari", realizzate da: Claudio Benghi, Simone Butturini, Tindaro Calia, Stefano Ciaponi, Piero Costa, Valter Davanzo, Marcello Della Valle, Gioxe De Micheli, Marina Falco, Giuliano Ghelli, Francesco Giostrelli, Veronica Longo, Guido Mariani, Impero Nigiani, Fabrizio Orlandini, Stefano Pizzi, Gabriele Poli, Roberto Rampinelli, Giorgio Scano, Giuseppe Tecco, Carla Tolomeo, Giuliano Trombini.

Esposti 57 opere, tra dipinti e sculture, realizzate da: Arduini Marco, Badaloni Ariberto, Barbero Carlo, Barbieri Nicoletta, Bedeschi Nevio, Bellardi Franco, Benetton Simon, Berti Fabrizio, Biagioni Emanuele, Bianco Lino, Bongini Alberto, Buratti Romano, Calabrò Vico, Cancelliere Mario, Capraro Sabina, Castaldi Domenico, Cerri Giovanni, Denti Giuseppe, Faccioli Giovanni, Ferri Massimo, Fonsati Rodolfo, Galante Sabino, Gravina Aurelio, Lo Presti Giovanni, Luchini Riccardo, Macaluso Elisa, Miano Antonio, Molinari Mauro, Monaco Maria Elena, Mutinelli Elena, Origlia Agnese, Paggiaro Vilfrido, Pagliaro Aldo, Pallotta Caterina, Paoli Piero, Pascoli Gianni, Perone Gennaro, Pesci Brenno, Piantoni Beniamino, Picco Achille, Piovosi Oscar, Previtali Carlo, Romani Massimo, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Sacco Giovanni, Savazzi Andrea, Sonnini Massimo, Taiana Jo, Taramasco Fabio, Terreni Elio, Valentinuzzi Diego, Venditti Alberto, Venuto Luciana, Vitale Francesco, Viterbini Paolo, Zoli Carlo.

Catalogo a cura di Arianna Sartori: 160 pagine con presentazione di Attilio Facconi e testo critico di Maria Gabriella Savoia, riproduce le 70 opere, le 58 biografie degli artisti e riporta i contenuti in italiano ed inglese - Archivio Sartori Editore, Mantova (€ 25,00)

«Quando abbiamo aperto "Casa Museo Sartori", organizzare una rassegna dedicata a Tazio Nuvolari è stata un'avventura che ci ha affascinato. Il successo è stato notevole, alto il riscontro nazionale, molti sono gli artisti che abbiamo invitato, e molti sono quelli che si sono proposti e così con tenacia siamo giunti alla quarta edizione di "Artisti per Nuvolari". L'esposizione raccoglie circa sessanta opere tra dipinti, sculture, ceramiche e tecniche miste, realizzate da altrettanti artisti italiani; tra questi almeno venticinque partecipano per la prima volta alla mostra. Scegliere Tazio o qualche cosa che abbia fatto o che parli di Lui... non facile riuscire ad esprimere un concetto nuovo e a evidenziare la propria poetica rispetto ad un tema definito, una vera e propria committenza.

Gli artisti invitati hanno dovuto così studiare, documentarsi attraverso i mass media anche informatici che, a dire il vero, offrono una documentazione vastissima in foto, giornali, filmati d'epoca, sulla vita e sulle "epiche ed eroiche" vicissitudini sportive, tanto da potersi davvero definire epopea di Tazio. E se per epopea si comprende la narrazione poetica di gesta eroiche; oppure un poema epico, o ciclo di poemi, che raccoglie in unità organica racconti leggendari per lo più elaborati dalla tradizione, possiamo certo affermare che Tazio meriti davvero attenzioni... e proprio questo è avvenuto, proprio in questi giorni dovrebbe uscire nelle sale cinematografiche un film dedicato al pilota mantovano...

Gli artisti hanno perciò aderito con entusiasmo e quindi si sono messi al lavoro con opere ideate, create, sognate, inventate o interpretate, ispirandosi all'iconografia classica, tramandata dalle vecchie e storiche immagini fotografiche e dai filmati di archivio. Il risultato anche questa volta è ricco, capace di suggerire nuove chiavi di lettura, di stimolare curiosità, e risultare interessante come per le passate edizioni. (...)» (Semplicemente Nuvolari, di Maria Gabriella Savoia)

Visualizza Locandina della mostra 2016

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Artisti per Nuvolari
Cinquantuno dipinti per Tazio Nuvolari, il pilota dal coraggio leggendario e dall'audacia invidiata

(1a edizione, 2013)
Presentazione mostra




Kabuki - Stampa Hokusai Kabuki - Stampa Teatro Il teatro kabuki negli ukiyo-e del Settecento e Ottocento nelle collezioni del MAO
Nuova esposizione di stampe e dipinti giapponesi


dal 13 settembre 2016
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Il percorso espositivo delle stampe sarà completamente rinnovato: a quelle attualmente esposte subentreranno le xilografie più antiche della collezione del MAO. Le nuove stampe illustrano l'epoca di grande sviluppo dell'ukiyo-e dalla seconda metà del '700 agli anni Trenta dell'800 e sono in particolare espressioni artistiche legate al mondo del teatro kabuki. Si comincia con le stampe alte e strette di due scuole principali del '700, Torii e Katsukawa, per poi concentrarsi sul fiorire della grande scuola Utagawa dei primi dell'800: l'autore più rappresentato è, ovviamente, il caposcuola più importante del periodo, Toyokuni (1769-1825).

Oltre al corpus principale delle stampe kabuki, verrà trattato il tema del paesaggio ponendo a confronto i due più importanti maestri di questo genere: un surimono (stampa augurale) e delle piccole stampe di Katsushika Hokusai (1760-1849) da un lato, qualche esemplare della serie Le 53 Stazioni della Tokaido di Utagawa Hiroshige (1797-1858) dall'altro. Nella sala principale saranno invece riproposti otto kakemono (dipinti in formato verticale) che forniscono una panoramica della produzione pittorica di tutto il periodo Edo (1603-1868): tra le opere più interessanti troviamo il dittico di Kano Koi (1569-1636), I monaci Kanzan e Jittoku e un paesaggio di ciliegi firmato Okamoto Toyohiko (1773-1845). (Comunicato stampa Raffaella Bassi - Fondazione Torino Musei)




Conferenza Trieste incontra la Romania Trieste incontra la Romania e la sua Storia nella Prima guerra mondiale
termina il 10 ottobre 2016
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Lo scorso 27 agosto ricorreva il centenario dell'entrata in guerra della Romania contro le potenze centrali. A pochi giorni dalla ricorrenza, l'Associazione culturale di amicizia italo romena "Decebal" ripropone una rassegna che ricorda l'evento con le sue correlazioni con Trieste e la regione. L'originale mostra consiste di una consistente serie di documenti utili a inquadrare questo particolare versante del primo conflitto mondiale. Nelle teche del museo carte geografiche dell'epoca, cartoline, francobolli, medaglie, libri e altri oggetti consentono al visitatore di conoscere brani di storia di assoluto interesse.

Dai materiali documentari organizzati dall'Associazione Decebal sarà possibile avere informazioni sui caduti romeni sepolti nei cimiteri austro ungarici di Prosecco e Aurisina. Altre documentazioni porteranno elementi di conoscenza pure sul capitolo che riguarda la costituzione della Legione Romena in Italia e i collegamenti con Trieste. Tra gli altri elementi di forte interesse, alcune lettere inviate dai parenti e amici ai prigionieri triestini che, dopo aver combattuto e essere stati feriti in Galizia, vennero ricoverati negli ospedali di Cluj Napoca. (Comunicato Ufficio Comunicazione Territoriale Friuli Venezia Giulia, Trentino A.A., Veneto)




Francesco Menzio - Le Langhe (Bossolasco) - olio su tela cm.55x77 1940 Francesco Menzio - Maria, Ines e Marco - olio su tela cm.117x85 1927 Francesco Menzio - Modella a Bossolasco - olio su tela cm.104x71,5 1973 Francesco Menzio - Natura morta su tavolo - olio su tela cm.56x40 1932 Francesco Menzio. Un maestro del Novecento
La qualità sensibile della pittura


termina lo 04 dicembre 2016
Palazzo Mazzetti - Asti

Francesco Menzio (Tempio Pausania, 1899 - Torino, 1979) è uno dei protagonisti dell'arte piemontese e italiana del Novecento. Formatosi nell'ambiente culturale della Torino di Felice Casorati e Riccardo Gualino, dopo una prima fase classicheggiante casoratiana, soggiorna a Parigi e sviluppa una sua ricerca antinovecentista, influenzata dalle tendenze post-impressioniste francesi (Matisse, Derain, Modigliani, Bonnard). Dal 1929 al 1931 fa parte insieme a Gigi Chessa, Carlo Levi, Jessie Boswell, Enrico Paulucci e Nicola Galante del Gruppo dei Sei di Torino (sostenuto da critici come Lionello Venturi e Edoardo Persico) con cui espone in varie mostre.

Il suo raffinato linguaggio figurativo è caratterizzato da una moderna visione lirica intimistica della realtà quotidiana che prende corpo e si carica di tensione estetica attraverso una pittura di vibrante ma sommessa sensibilità luminosa e di meditate variazioni tonali, dove viene previlegiata la dimensione del frammento, inteso come messa in scena nello spazio della tela di figure in interni, di nature morte e di scorci paesaggistici spesso visti dalla finestra dello studio. Menzio non è solo, insieme a Levi, l'esponente di maggior spicco del Gruppo dei Sei, ma anche e soprattutto un artista con una ben definita personalità e uno stile originale che raggiunge la piena maturità creativa negli anni Trenta e Quaranta (affermandosi in modo definitivo a livello nazionale) e che continua nel dopoguerra a sviluppare con grande coerenza nuove soluzioni compositive, formali e cromatiche, mantenendo sempre la freschezza inventiva della sua pittura fino alla fine.

Attraverso un'accurata selezione di circa cinquanta dipinti, questa mostra retrospettiva intende mettere in luce gli aspetti più significativi della sua ricerca di tutti i periodi. La recente mostra "Asti Contemporanea" ha segnato l'inizio di una stretta collaborazione tra la Fondazione Palazzo Mazzetti e il collezionismo privato del territorio; la passione per l'arte dei collezionisti astigiani e piemontesi si consolida con questa esposizione dedicata a Francesco Menzio. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Cartolina mostra collettiva d'Arte Contemporanea dedicata alla Mela, al Castello di San Michele di Ossana "Ancora una volta soltanto" (La mela e i suoi perché)
Collettiva d'Arte Contemporanea


termina il 15 ottobre 2016
Castello di San Michele - Ossana (Trento)
www.vernicecontemporanea.it

Oltre 40 artisti, già accreditati dalla critica ufficiale e giovani emergenti, hanno avuto il compito di trattare il soggetto "Mela" attraverso l'arte contemporanea, trovando soluzioni originali e stilisticamente convincenti sia per la critica che per il pubblico. Frutto che da sempre ha colpito e stimolato l'immaginario umano, la mela è nel folklore e nella mitologia di vari popoli, spesso legata al tema del peccato originale, ma anche delle gioie ultraterrene e del dominio sul mondo. Promossa dalla Associazione Culturale Vernice Contemporanea in collaborazione con il comune di Ossana e l'Associazione FIDA Federazione Italiana degli Artisti di Trento, la mostra è curata di Massimo Casagrande e sarà presentata da Barbara Cappello (Presidente FIDA Trento).

La mostra sarà inserita nel programma ufficiale della 12esima edizione della "Giornata del contemporaneo" promossa dall'AMACI, Associazione Musei Arte Contemporanea Italiani (15 ottobre). In occasione del finissage, alle ore 17.00 andrà in scena Eva e l'astronauta, reading teatrale, con la regia di Massimo Casagrande, testi di Luca Maria Marin, interpreto da Antonella Mason. Per il giorno dell'inaugurazione, sarà presente il giovane Maestro Alberto Mesirca che si esibirà in un concerto di chitarra classica. Ritenuto dalla critica musicale uno dei più grandi giovani musicisti di chitarra classica del pianeta, Mesirca ha suonato in tutto il mondo ottenendo premi e riconoscimenti prestigiosi come: "Chitarra d'oro" durante il Convegno Internazionale di Alessandria "Pittaluga"; nomination agli Grammy Awards a Los Angeles; "Young Artist of the Year" presso il festival di Aalborg, in Danimarca e il "Rising Star" presso il festival Gitarre Wien, di Vienna.

Opere di: Luisa Bergamini, Matteo Boato, Elia Bordoni, Elena Clelia Budai, Claudio Brunello, Barbara Cappello, Carlotta Castelletti, Matia Chincarini, Cristina Cherchi, Raimondo Colantonio, Nadia Cultrera, Zeno Cutino, Patrizia De Marchi, Gerardo Di Fabrizio, Paola Doria, Antonina Foderà, Rosa Franceschi, Mirko Gabellone, Serena Gonzato, Antonella Guarano, Cecilia Guastaroba, Mauro Larcher, Akiko Kusayanagi, Arianna Lonardi, Marco Mantess, Calogero Marrali, Luca Maria Marin, Barbara Martini, Federico Meneghello, Hisako Mori, Anastasia Moro, Giulio Orioli, Isabella Paris, Sonia Passoni (Passonia), Milena Pedrollo E Mo', Gino Pisoni, Olga Polichthouk, Andrea Pozza, Maria Stancher, Alice Tasca, Aberto Toso, Lino Bassi Troncoso, Edo Vincent, Filippo Zampieri, Cristina Zanella, Angela Zoja. Ospite d'eccezione l'artista Federico Monzani.

«Viaggio con l'albero del tempo - Partiamo dal futuro. Addentiamo il frutto, considerato nel comune pensiero occidentale, la mela del peccato. Mastichiamo la sua rotondità fragrante. Gustiamo il suo sapore frizzante. Partiamo per un viaggio nel tempo col Pirus Malus, albero delle rosacee. Le radici affondano nella storia della mela, come frutto considerato simbolo di tradimento da parte di Adamo ed Eva, i quali, secondo le immagini rappresentative disobbediscono a Dio, cogliendo una mela nel giardino dell'Eden. Ma fu proprio una mela? No. Di fatto nell'Antico Testamento, questo frutto non viene nemmeno citato. Essi semplicemente colsero un frutto, che poteva essere probabilmente un fico, un cotogno o una melagrana. Ma successivamente venne classificato come un pomo. Dunque questo frutto prende la sua forma nella rappresentazione dell'immagine, si materializza col tratto dell'arte, proprio dentro quel Paradiso Terrestre e comincia il suo viaggio nel Mondo.

Dioniso, dio dell'ebrezza regalò un pomo ad Afrodite, dea dell'Amore. Gea regalò una mela ad Era, come auspicio di fecondità per il suo matrimonio con Zeus. Per questo motivo, ad Atene, gli sposini novelli, durante la prima notte di nozze, dividevano e mangiavano il frutto nel talamo nuziale. Eris col proverbiale lancio del Pomo della discordia sul tavolo del convivio degli dei, provocò il giudizio di Paride, indi il ratto di Elena e la successiva Guerra di Troia. Eracle dovette spingersi fino al confine dell'Occidente, nel giardino delle Esperidi, affrontando le immaginabili fatiche per raccogliere tale frutto, il Mèlon. (...) Vediamo che questo frutto dalla forma quasi compiutamente sferica diviene astronomicamente simbolo della Terra, attraverso l'excursus tra profano e cristiano: gli imperatori e i re in alcune rappresentazioni tenevano in mano, oltre allo scettro, una Mela Regale che rappresenta il mondo.

Nell'antichità tre mele raffigurate su una moneta rappresentavano le tre parti del mondo conosciute all'epoca dell'imperatore Augusto: Asia Africa Europa. Mentre in epoca cristiana, la Mela Regale venne soppiantata dalla croce. Da qui il simbolo sferico con una croce in mezzo che rappresenta la Terra. Spostiamoci ora in Oriente, precisamente in Cina. Qui la mela prende il nome "p'ing", da non confondere con "ping", che significa malattia. Dunque non si regalano mele a chi è ammalato, ma al contempo la fioritura dei meli simboleggia la bellezza femminile. Passiamo per un momento dai Celti, ad Avalon, terra delle mele, ove la gioia e la felicità si esprime con la festa dedicata al frutto del peccato e concludiamo da Nemesi, dea della giusta ripartizione, la quale porta in dono agli eroi un ramo su cui pendono delle mele.

Eccoci nel passato più distante dove tutti i paradisi in età neolitica e del bronzo erano isole colme di frutti del Pirus Malus. Questo è un viaggio che parte dalla chioma ed arriva alla radice, attraverso le foglie, i fiori, la linfa ed il frutto. Un percorso che ha generato una variegata quantità di espressioni che continuano a contrastarsi nel significato. Che si palleggiano tra bene e male come il dondolio di un pendolo che solca il tempo, tracciando significati simbolici che l'arte ha prodotto in ogni sua declinazione, che, ancora per una volta soltanto, stimolano la creatività degli artisti presenti all'evento della Mela e i suoi perché. Un tracciato in cui i perché sono visibili nelle opere esposte e viaggiano dentro questo tempo attraverso la notte dei tempi, tra simboli, sogni, evocazioni, realtà e astrazione. Un itinerario che staziona per un tempo di cinque settimane all'interno di un castello, ove la regina è la Mela per cui nulla è più originale del peccato stesso.» (Nulla è più originale del peccato, di Barbara Cappello)




Gianluigi Colin - Time doesn't exist - 2007 Gianluigi Colin: No News, Good News
termina il 30 ottobre 2016
Museo Marca - Catanzaro
www.museomarca.info

Mostra personale di Gianluigi Colin che ripercorre gli ultimi trent'anni della sua ricerca dedicati alla riflessione sul sistema dei media, da sempre nucleo centrale del suo lavoro. La mostra, a cura di Arturo Carlo Quintavalle, presenta un centinaio di opere dagli anni Ottanta a oggi ed è realizzata in collaborazione con l'amministrazione provinciale, la fondazione Rocco Guglielmo e la M77 Gallery di Milano. Il tempo, la memoria, il consumo dello sguardo nel grande sistema dei media: la mostra di Colin è un potente viaggio tra cronaca ed epica, tasselli di un mosaico epocale che ripercorrono eventi, fatti, parole, segni, immagini del nostro tempo, scardinandoli e restituendo un nuovo linguaggio contemporaneo.

Gianluigi Colin si muove come un archeologo del presente: attinge dalle fotografie di cronaca, dalle pagine dei giornali, dai frammenti marginali dell'informazione, dagli scarti della produzione tipografica, riproponendo una visione del tutto inaspettata e sorprendente. Da un lato, legato alla lezione di Rauschenberg, Colin effettua continui rimandi tra le pagine dei giornali internazionali, alla ricerca di "scorci" esemplari". Dall'altro lato, fedele alla sua cifra stilistica, interviene su quel materiale, manipolando le carte e alterando rapporti e aspetti formali. Nella pratica, Gianluigi Colin dapprima sfoglia i quotidiani, poi preleva pagine su cui appaiono immagini "rivelatrici", accartoccia quei fogli con un gesto di intolleranza morale, fotografa questi "stropicciamenti", stampa il file su carta di giornale, che viene appiccicata su un letto fatto a sua volta di sedimentazioni di carte di giornali, infine, con impeto, interviene con le mani su questo materiale con ulteriori piegature.

Nascono, così, le sue opere, simili a tessuti increspati, a relitti di un naufragio o a reliquie di memorie sfrangiate, oramai lontanissime. Colin trae le sue immagini da riproduzioni fotografiche. Le fonti non sono però, come nella Pop Art, le pubblicità di prodotti attraenti o le celebrità, ma piuttosto le immagini fluide, in continua trasformazione, del mondo digitale del fotogiornalismo contemporaneo. Il suo non è il mondo statico e artificiale della pubblicità e del marketing. E' il flusso più inquietante delle immagini, forti e spesso contraddittorie, fornite dalla coscienza globale delle tecnologie avanzate di comunicazione, che trasmette costantemente informazioni a una velocità sempre maggiore.

Nei suoi aggrovigliamenti di figure e parole affiora un nuovo significato, dove prevale la volontà di scardinare le scritture dell'informazione: un invito radicale a una riflessione, anche di impegno civile, su uno dei temi centrali della contemporaneità: la manipolazione delle coscienze. Colin insinua il dubbio sulle immagini e sulle loro ambiguità. Immagini che diventano parole, parole che diventano immagini. Mentre da una parte si possono ammirare le prime sperimentazioni sulle impronte del sistema dell'informazione, (immagini di cronaca rielaborate negli anni Ottanta), dall'altra l'artista presenta alcune installazioni e opere in cui l'immagine è soltanto una fragile traccia, sino alla sua scomparsa. Come in Without1, 2016, un monocromo di stratificazioni di carte di quotidiano, che evoca provocatoriamente proprio il titolo della mostra, No News, Good News: un titolo che sottolinea l'assedio che permea la società contemporanea, portando a una vera assuefazione dello sguardo. (...) (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Roberto Almagno - Urna - legno cm.60x85x30 2015 Roberto Almagno: Tracce
29 settembre (inaugurazione ore 18) - 18 novembre 2016
MAAB Gallery - Milano

Una significativa selezione di sculture, tra cui Memoria (1997-2000), introdurrà il visitatore nell'incantato universo creativo di Almagno. A partire degli anni '80, dopo un breve periodo di sperimentazioni e indagini sulla materia, Roberto Almagno (Aquino 1954) abbandona l'uso dell'argilla, del ferro e della roccia, eleggendo il legno quale unico materiale delle sue sculture. Rami, caduti e dispersi nei boschi che sorgono attorno a Roma, raccolti e lavorati lentamente; il legno dapprima dirozzato con delle raspe, viene lavorato con acqua e fuoco e gradualmente plasmato e modellato fino a raggiungere la curvatura e la perfezione formale desiderata. Gli elementi lignei, sottili e flessi, coperti da una velatura scura che assorbe la luce in maniera omogenea, sono infine assemblati tra loro in equilibri precari, apparentemente impossibili, che sfidano le leggi di gravità. Creazioni atemporali e pure, che richiamano la semplicità classica, e che appaiono, come afferma l'artista stesso, come "anime vaganti sulle quali non pesa alcuna ombra".

L'esposizione, a cura di Marco Meneguzzo, è arricchita da una serie di lavori su carta appartenenti alla serie intitolata Ombre (2000-2005). Seppur liberato dal ruolo complementare di bozzetto, il disegno appare in stretta connessione con l'indagine plastica condotta da Almagno; la superficie della carta accoglie tracce di materia, quali la cenere e la fuliggine, confricata manualmente dall'artista e, in questo modo, parzialmente assorbita dal supporto. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue italiano e inglese con testo critico di Marco Meneguzzo.

Roberto Almagno (Aquino, 1954), trasferitosi a Roma, dal 1968 al 1971 è allievo prima di Giuseppe Mazzullo, poi, all'Accademia di Belle Arti, di Pericle Fazzini, che avrà un peso determinante nel percorso della sua ricerca artistica e nello sviluppo del suo lavoro. Nel 1975 partecipa alla "X Quadriennale di Roma" e nel 1976, a Livorno, tiene la sua prima mostra personale. Nel 1980 abbandona la scultura in pietra di indirizzo figurativo per dedicarsi a ricerche sperimentali che lo porteranno, a determinare la sua personale cifra stilistica. E proprio a questi anni che risale, con una mai interrotta continuità di lavoro, l'intima scelta di un unico materiale: il legno. Nel 1994 partecipa al "46° Premio Michetti" vincendo il primo premio con la scultura Malena. Da questo momento in avanti la sua attività espositiva è assidua e ricca di risultati. Nel 2006 allestisce nella Sala Regia di Palazzo Venezia di Roma l'opera Sciamare, notevole per imponenza e dimensioni. Nel 2010 partecipa all'Expo di Shanghai nell'ambito dell'Esposizione Universale 2010. Tiene le sue prime personali a Londra nel 2012 e a New York nel 2015. (Comunicato stampa)




Nicola Carrino: De/Ri/Costruttività
Progetto A arte Invernizzi. Disegni. Rilievi. Sculture. 2 Ambienti. 1959.2016


termina il 23 novembre 2016
Galleria A arte Invernizzi - Milano

"Ricostruttività. Reconstructing City. Ricostruttivo 1/69 E.2016. Tutte le arti concorrono alla Città. Fa urbanistica lo scultore, fa urbanistica il pittore, fa urbanistica persino colui che compone una pagina tipografica. La scultura è la forma del luogo, anzi il luogo stesso. Sono i principi che unitariamente richiamano e governano la mia visione del fare, produrre, pensare, comunicare l'arte. La scultura non è produzione di oggetti, ma comunicazione di pensiero. In questo l'oggetto è indispensabile. Tra l'architettura e la scultura, lo scarto è solo nella dimensione oggettuale. Intorno all'oggetto realizzato si mostra e si realizza nel pensiero, l'idea, la virtualità e la realtà dell'essere. Dell'esistente.

Del suo affermarsi e procedere. L'arte è processo dinamico evolutivo del reale. I Costruttivi Trasformabili sono organismi plastici modulari che svolgono azione processuale nel tempo e nello spazio della realtà contingente. L'artista comunica negli spazi dell'estetico nella possibilità propria della ricerca, e quindi nel luogo pubblico dell'estensivo urbano comunicativo. Con la presenza e il pluriaccostarsi delle unità generanti modulari. Nei blocchi possibili aggregativi. Nella dispersione della virtualità propalatrice. Ridefinendosi di volta in volta Ricostruttivamente. Nel Costruirsi, Decostruirsi, Ricostruirsi urbano ed urbanistico. Quale contenitore aggregativo di forme e dell'esistente civile, sociale e politico", così scrive Nicola Carrino nel testo introduttivo alla mostra.

In tal senso, il primo Ambiente al piano superiore della galleria ripercorre l'iter creativo dell'artista, partendo da Progetto Spazio aperto (Realtà n.2) del 1959 e dai primi Costruttivi del 1963, passando alle Strutturazioni plastiche e Strutture modulari del 1964 e 1965 e quindi all'insieme costruttivo Trasformazione dello spazio/Ellissi, Ellissi, Costruttivi/Ellissi, con opere in parte già esposte nella sala personale alla Biennale di Venezia del 1986. Conseguentemente il secondo Ambiente al piano inferiore, determina lo spazio con 13 differenti Situazioni Reconstructing City dell'attuale Costruttivo 1.69 E. 2016, composto da 57 moduli scalari in acciaio inox, appositamente realizzato per la mostra.

Le Situazioni aggregative sono denominate e distinte per lettere e seguente numero di variante in ragione del numero dei moduli componenti i singoli insiemi e dell'ordine numerico contrassegnante gli stessi. I moduli in acciaio inox Aisi 304 con superficie molata a mano in grana 80, misurano 30x30x30cm l'uno e sono contrassegnati a marcatura con la firma in sigla NC e la data di esecuzione 2016, in base ad una delle facce scalari, dal numero 1.57 al numero 57.57. Attraverso il metodo progettuale che da sempre indirizza l'opera di Carrino, il Ricostruttivo 1/69 E.2016, già formulato in funzione di Reconstructing City nel 2014, rimette in azione il modulo scalare generante del 1969, in nuova veste materica e possibilità aggregative.

Negli Interventi disposti, in sintonia con la visione urbana della Città, emerge il procedere del fare arte di Nicola Carrino come azione continua, trasformativa della realtà. Le Situazioni De/Ri/Costruite fondano modalità di relazione oltre lo spazio contingente, verso altre percorribili traiettorie. In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con la riproduzione delle ambientazioni in mostra, un saggio introduttivo di Paolo Bolpagni, un testo di Nicola Carrino, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Opera di Amira Fritz Amira Fritz
termina il 15 ottobre 2016
Foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Qualcuno, come il filosofo Gaston Bachelard, si è definito "un sognatore di parole, un sognatore di parole scritte". Amira Fritz è invece una sognatrice di immagini, atmosfere sospese, paesaggi armoniosi, fiori delicati, volti e persone che scrutano lo spettatore come se emergessero da un altrove irraggiungibile e fatato. Le sue fotografie (così come le parole di Bachelard) abbandonano il carico pesante che le lega al tempo e alla realtà, per aprirsi al sogno, alle emozioni, a una geografia poetica dove il viaggio è un saper incontrare senza svelare. Lei ha compiuto un lungo percorso da Shanghai a Parigi.

Ciò che conta è che ha saputo fermarsi e sostare in silenzio davanti a boschi di pini avvolti da nuvole nebbiose, a paesaggi stepposi oppressi dalla calura, a sguardi severi e concentrati, a nere pareti laviche simili a muri invalicabili, a umili piantine spolverate di fiori minuscoli... Solo così, nella lunga attesa di una voce, di un sussurro, ha potuto riallacciare i sottili legami che uniscono lo sguardo e la memoria, la custodia del mondo e il silenzio che attornia le cose. Abbandonata l'idea ingenua secondo la quale il visibile è solo la realtà immediata, le sue opere sanno preservare il mistero dello sguardo e con esso quello delle cose.

Sanno che solo grazie a una lentezza contemplativa lo sguardo può lasciarsi implicare, avvicinarsi all'orlo dell'invisibile. Nato per raccontare gli abiti minimalisti della stilista cinese Lin Li (marchio JNBY) il viaggio di Amira Fritz si è così trasformato in un racconto interiore composto da immagini delicate, dove la realtà non appare più nel suo oscuro e prosaico spessore, per aprirsi invece a una dimensione nascosta, evocativa e, proprio per questo, più aperta, più lieve, intrisa di un'altra possibile luce. Una dimensione in penombra, sospesa in un tempo oscillante, interstiziale, che scivola verso un passato dove il mondo conservava il suo incanto e la sua magia, dove possono riemergere memorie di immagini antiche, quasi sacre. Questa autrice guarda infatti il mondo sovrapponendo percezione e rievocazione.

Ricordi di immagini, di antiche pitture, di suggestioni che lei ritrasforma in altre immagini intinte di echi, di rimandi sussurrati. Le sue fotografie soffuse, azzurrine, attutite, sembrano indicare che lei osserva il mondo dietro al velo impalpabile delle rammemorazione e delle emozioni. Guardandole ci si immagina che lei, anziché osservare il mondo direttamente, abbia preferito per discrezione osservarlo attraverso quei vetri colorati che amava usare il pittore Claude Lorrain per donare ai suoi paesaggi un tono morbido e avvolgente. Il suo vedere è infatti più un custodire che non un osservare. E' un intravedere, un esitare, nel nome della cura, dell'accoglienza, fino a creare immagini prive di stridori, sgravate di ogni pesantezza, dove ogni cosa - abiti, persone, paesaggi - coesistono e si relazionano reciprocamente in un'atmosfera sospesa.

Nella nostra realtà prosaica, dominata da immagini urlate e piattamente informative, lei crea visioni che mormorano, che s'impongono con la loro reticenza, con la loro magia sospesa e delicata. Il suo è un guardare senza pretese, senza arroganza, solo con grazia. Abituati come siamo a venire confermati nei nostri preconcetti dalla sicura certezza di immagini presuntuose, rimaniamo turbati dalle opere di Amira Fritz, le quali invece ci toccano, anzi ci sfiorano con loro vaghezza, la loro capacità di suggerire senza dire, di preservare un alcunché di misterioso, di inafferrabile. Lo spettatore viene così invitato a entrare nello spazio incantato delle sue immagini, per essere delicatamente intrattenuto nell'aura di una temporalità imbevuta di memorie, di sogni a occhi aperti.

Si tratta di un incanto, certo, ma da cogliere come una forma di resistenza per non ridurre il mondo alla mera, immediata evidenza dei fatti e delle cose. Non quindi di un incanto artificioso e artefatto, per imporci visioni manierate e falsamente poetiche. Incanto è quella capacità - propria di alcune fotografie visionarie ma senza enfasi - di mostrarci le cose diversamente da come le vediamo o le pensiamo abitualmente, per rivelarci un'inattesa profondità, una misteriosa complessità, celata nell'apparente semplicità delle apparenze, delle superfici. Non è il mondo, non sono i luoghi visitati da Amira Fritz, a essere di per sé posti incantati: sono invece le sue immagini vaghe e sospese a creare uno spazio di fascinazione. E' l'immagine intrisa d'incanto a sedurre lo sguardo con cui seguiamo il suo viaggio senza confini. (Guardare a bassa voce, di Gigliola Foschi)

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Irgendjemand hat sich einmal als "ein Träumer von Worten, ein Träumer geschriebener Worte", bezeichnet, so wie es der Philosoph Gaston Bachelard getan hat. Amira Fritz hingegen ist eine Träumerin von Bildern, schwebenden Stimmungen, harmonischen Landschaften und zarten Blüten sowie von Gesichtern und Menschen, die den Betrachter aus einem unerreichbaren und verzauberten Anderswo mustern. Ihre Fotografien lassen (ebenso wie die Worte Bachelards) die schwere Last hinter sich, die sie an die Zeit und die Realität bindet und öffnen sich dem Traum, den Emotionen und einer poetischen Geographie, in der Reisen die Fähigkeit ist, auf etwas treffen zu können ohne es zu enthüllen. Amira Fritz hat einen langen Weg von Shanghai bis nach Paris zurückgelegt.

Was zählt, ist, dass sie anzuhalten und in Ruhe vor in Nebelwolken gehüllten Kiefernwäldern, hitzeflirrenden Steppenlandschaften, strengen und konzentrierten Blicken, unüberwindbaren schwarzen Mauern gleichenden Lavawänden und mit winzigen Blüten übersäten Pflanzen zu verharren wusste. Nur so, durch langes Warten auf eine leise Stimme, konnte sie die feinen Bänder, die stille Schutzhülle der Welt, welche die Dinge umgibt und den Blick und das Erinnerungsvermögen verbindet, verknüpfen. Sie hat die naive Vorstellung, dass das Sichtbare die unmittelbare Realität ist, hinter sich gelassen. Ihre Werke bewahren somit die Geheimnisse des Blicks, der sich nur dem Rand des Unsichtbaren nähern kann, indem er sich durch eine kontemplative Langsamkeit hineinziehen lässt.

Amira Fritz' Reise, deren eigentliches Ziel es war, die minimalistischen Kleider der chinesischen Stylistin Lin Li (JNBY) fotografisch zu erzählen, wurde so zu einer inneren Erzählung, bestehend aus zarten Bildern, auf denen die Realität nicht mehr in ihrer dunklen, nüchternen Schwere erscheint, sondern sich vielmehr einer verborgenen, beschwörenden und leichteren, von neuem Licht durchdrungenen Dimension öffnet. Einer Halbschattendimension, die schwebend in einer pendelnden Zwischenzeit in eine Vergangenheit abgleitet, in der die Welt noch ihren Zauber und ihre Magie bewahrt und Gedanken an antike nahezu heilige Bilder entstehen können. Die Fotografin blickt auf die Welt, indem sie die Wahrnehmung mit dem Wachrufen von Geschehenem überlagert und damit in Echos und geflüsterte Anspielungen getunkte Bilder entstehen lässt.

Ihre in gedämpftes Licht getauchten, bläulichen Fotografien scheinen einen Hinweis darauf zu geben, dass sie ihre Umgebung nicht direkt, sondern diskret hinter einem unberührbaren Schleier von Erinnerungen und Emotionen sieht. Beim Betrachten ihrer Fotografien hat man die Vorstellung, dass sie die Welt durch die bunten Glasscheiben, die der Maler Claude Lorrain gerne benutzte, um seinen Landschaften einen weichen und anheimelnden Ton zu verleihen, wahrnimmt. Ihr Sehen ist in der Tat mehr ein Bewahren als ein Beobachten. Es ist ein Erahnen, ein Zögern im Zeichen der Achtsamkeit, ein Empfangen von Bildern, die frei sind von schrillen Tönen und von jeder Schwere entlastet sind.

In unserer nüchternen, von lauten Bildern mit oberflächlichen Informationen geprägten Realität schafft sie flüsternde Visionen, die uns durch ihre Zurückhaltung, ihre schwebende, zarte Magie, beeindrucken. Ihr Blick ist nicht fordernd oder arrogant, er ist einzig und allein anmutig. Daran gewöhnt, durch die sichere Gewissheit großspuriger Bilder in unseren Vorurteilen bestätigt zu werden, lösen die Werke von Amira Fritz bei uns Verwirrung aus. Ihre Werke berühren uns, sie bewegen uns durch ihre bestimmte Unbestimmtheit, der Fähigkeit ohne Worte etwas zu suggerieren und dabei etwas Geheimnisvolles nicht Greifbares zu bewahren. Der Betrachter wird so eingeladen, in den verwunschenen Raum ihrer Bilder einzutreten und behutsam in einer Aura von Erinnerungen und Tagträumen durchdrungener Zeitlichkeit zu verweilen.

Gewiss, es handelt sich um einen Zauber, allerdings um einen Zauber, der als eine Form des Widerstands, die Welt nicht auf die reine unmittelbare Offensichtlichkeit der Tatsachen und Dinge zu reduzieren, verstanden werden muss. Es ist also keine künstliche und aufgesetzte Magie, die uns affektierte und vermeintlich poetische Visionen aufdrängen soll, sondern jene Fähigkeit - die einige visionäre, aber nicht emphatische Fotografien inne haben - uns die Dinge anders zu zeigen als wir sie üblicherweise sehen oder denken. Sie verfolgt das Ziel, uns eine unerwartete Tiefe und geheimnisvolle Komplexität zu offenbaren, die sich hinter der scheinbaren Einfachheit der äußeren Erscheinung, der Oberfläche verbirgt. Nicht die Welt und die von Amira Fritz bereisten Orte an sich sind geheimnisvoll: Vielmehr sind es ihre unbestimmten, schwebenden Bilder, die einen Raum der Faszination schaffen. Es ist das vom Zauber durchdrungene Bild, das unseren Blick verführt und uns ihre Reise ohne Grenzen verfolgen lässt. (Betrachten mit leiser Stimme, Gigliola Foschi)

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Philosopher Gaston Bachelard once called himself a "dreamer of words, a dreamer of written words." Amira Fritz, on the contrary, is a dreamer of images, floating atmospheres, harmonic landscapes, gentle flowers, faces and people who investigate the observer as if they emerged from an unreachable, enchanted otherworld. Her photographs (just like Bachelard's words) detach themselves from the heavy burden that binds them to time and reality and instead open up to the dream, to emotions, to a poetic geography where travelling is the ability of encountering without revealing. Amira Fritz has gone a long way - from Shanghai to Paris.

What counts is that she knew how to pause and rest silently in front of pine forests wrapped in foggy clouds, steppe landscapes shimmering in the heat, austere and focused gazes, black murals of lava resembling insurmountable walls, humble little plants covered in tiny little flowers... Only like this, waiting a long time for a voice, a whisper, could she reconnect the delicate links that unite the gaze and the memory, the protective case of the world and the silence that surrounds things. Leaving behind the naive idea of the visible as immediate reality, her works know how to preserve the mistery of the gaze and thereby of the things themselves. They know that the gaze can be drawn in, can approach the edge of the invisible only through contemplative slowness.

Amira Fritz's journey, originally intended to narrate the minimalist clothes of Chinese designer Lin Li (NYBY) through the means of photography, thereby became an inner story composed of delicate images where reality does no longer figure in its dark, prosaic weight, but rather opens up to a hidden, conjuring dimension that - precisely for this reason - is more open, lighter, and permeated by different possible shades of light. A dimension in half-light, floating in a fluctuating interstitial time that delves into a past where the world has preserverd its spell and its magic, where memories of ancient, almost sacred images can re-emerge. The photographer looks at the world by overlapping perception with memories.

Memories of images, ancient paintings, suggestions, that she retransforms into new images traversed by echoes and whispered references. Her suffused, light blue, soft photographs, immersed in a diffuse, dim light, suggest that she looks at the world behind an untouchable veil of remembrances and emotions. Looking at the images, one gets the idea that she does not immediately observe the world, but rather delicately views it through that coloured glass which painter Claude Lorrain liked to use to endow his landscapes with a soft and homely tone. Her seeing is, indeed, more an act of preservation than one of observation. It is a mere glimpse, a hesitation on behalf of caution, of welcoming, until images emerge, devoid of shrill tones, freed of all the weight, where everything - garments, persons, landscapes - coexists and relates to one another in a floating atmosphere.

In our sober reality, which is dominated by noisy imagery containing superficial information, she creates whispering visions that impress us through their hesitance, their pending, fragile magic. Her way of seeing is not demanding or arrogant - it is nothing but graceful. As we are used to having our prejudices confirmed by the safe certainty of loud-mouthed imagery, the works of Amira Fritz leave us feeling unsettled. Her works touch us, they move us with their vagueness, their ability to suggest without words, to retain something mysterious and elusive. Observers are thereby invited to enter the enchanted space of her images, capitivated by the aura of a temporality steeped in memories and daydreaming.

Doubtlessly, this is a kind of spell - but a spell that must be viewed as an act of resistance against reducing the world to the mere, immediate obviousness of facts and things. This is not an artificial and contrived magic that imposes allegedly poetic visions upon us, full of mannerisms. This magic is the ability of some visionary, though not emphatic photographers, to show us the things differently than we usually see and think of them, in order to reveal an unexpected depth, a mysterious complexity, that hides behind the apparent simplicity of outward appearance. The world and the places traveled by Amira Fritz are not mysterious in themselves: rather, it is her vague, floating images that create a space of fascination. It is the image imbued with magic that seduces our gaze and makes us follow her journey without boundaries. Observe with a Soft Voice, by Gigliola Foschi)




Opera di Heinz Mack Heinz Mack
termina il 25 novembre 2016
Galleria Gentili - Firenze

Nel 1957 Heinz Mack (1931) fondò a Düsseldorf, insieme a Otto Piene, il gruppo Zero, al quale si unì, nel 1961, anche Günter Uecker. Nell'intento di rispondere al predominio dall'arte informale e dal tachisme, questi artisti avevano eletto come mezzi espressivi la luce, la pittura monocroma, il movimento, le strutture seriali e le performance con il coinvolgimento del pubblico. Molti furono gli artisti che aderirono al gruppo Zero e alle sue battaglie, fra questi, Lucio Fontana, Yves Klein, Enrico Castellani, Piero Manzoni. Negli anni Sessanta Heinz Mack realizzò gigantesche strutture in rilievo installate sulla sabbia del deserto e stele di luce che si stagliavano nel nulla.

"Il suo materiale" prediletto divenne il foglio di alluminio con i suoi riflessi argentei e le sue rifrazioni. Ancora oggi, il mezzo espressivo immediato impiegato da Mack per realizzare le sue opere è la luce. Le strutture monocrome e seriali si trovano in particolare nei lavori in bianco e nero. La luce viene ridotta al bianco, il nero risponde creando l'effetto della profondità, così che le opere appaiono come rilievi anche se sono nate come frottage su carta. La luce si manifesta anche in forma di cromatismi luminosi, mentre il rigore formale della struttura compositiva si mantiene inalterato. Nella saturazione del colore, nei toni luminosi, si esprime chiaramente la spiccata propensione che Mack nutre per la luce mediterranea. Per questa ragione il suo studio di Ibiza è il luogo ideale dove trovare ispirazione. L'artista lavora anche a Mönchengladbach, in Germania. Nella mostra sono esposte opere che appartengono a entrambi i gruppi. (Comunicato stampa)

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September 15 - November 25, 2016
Opening: September 15, 2016, 6:30 PM

Galleria Gentili is happy to announce that, after a long absence from the city, the gallery is moving back to Florence and is pleased to inaugurate the new space in Borgo Pinti 80/R with a solo show by Heinz Mack. In 1957 Heinz Mack (born in 1931), together with Otto Piene, founded the artists' collective ZERO in Düsseldorf. The group was joined in 1961 by Günter Uecker. Aiming to set themselves apart from the Tachisme and Art Informel of the day, these artists chose as their particular modes of expression light, monochrome paintwork, movement, serial structures, and performances that addressed the audience. Lucio Fontana, Yves Klein, Enrico Castellani, Piero Manzoni, and many more were among the artists allied to ZERO. Heinz Mack came to the fore in the 1960s, with his huge relief structures and his columns of light erected in the sands of the desert.

"His material" came to be aluminium foil, with its silvery shine and extreme light reflectivity. Light as a direct mode of expression continues to be a defining characteristic of the style of Mack's works. The monochrome, serial structures found unique expression in his black and white works. Light is reduced to white, while black echoes this by providing depth, so that these pieces have the character of reliefs, even if they are simply created by frottage technique on paper. Light also appears in the form of gleaming chromaticity, which retains the formal severity of the image's structure. Mack's deeply seated propensity for Mediterranean light is perfectly expressed in the glowing shades of this saturated chromaticity. His studio in Ibiza is the site of his inspiration for this, and he also works in Mönchengladbach. The exhibition shows works from both of these groups of work. (Press release)




Egidio Castelli - Sympathy for the devil - smalti su pannello cellulosa Egidio Castelli - foto Egidio Castelli: "time is on my side"
termina lo 08 ottobre 2016
Galleria Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

In mostra un percorso di opere che permetterà di entrare in contatto con la poetica affrontata più di recente dall'artista; protagonisti saranno una serie di lavori realizzati da Castelli grazie all'utilizzo di un'originale tecnica a smalto che permette di ottenere una suggestiva trama pittorica caratterizzata da sovrapposizioni segniche cariche di materia e da variegate e vivaci tonalità. Il progetto è altresì motivo per presentare un catalogo edito per l'occasione della mostra in galleria, una ricca raccolta di opere e testi critici che negli anni sono stati dedicati all'opera di Egidio Castelli.

"Nel lavoro iconico di Castelli subito s'avverte, dalla sua densità e dalla sua composizione, che aspetto e carattere essenziale di quella materia è d'essere quasi stratificata, e non solo perché il desiderato risalto dei colori abbia un supporto materiale, ma perché l'ultima pelle documenti - come le stratificazioni geologiche del terreno che interessavano Fontana e Mastroianni - il ritmo dell'aggregarsi e del mutarsi, la storia di sigle e di tracce cosmiche...". (Floriano De Santis)

L'interesse per l'arte porta Egidio Castelli (Tradate) a visitare importanti musei, collezioni, fiere, aste in Italia e all'estero. Castelli è anche un collezionista, un appassionato di antiquariato e così intende questo suo interesse: "Il gusto della collezione non è solo una maniera di controllare, classificare, manipolare il mondo esterno, ma pure di conquistare il proprio mondo interno, quello delle emozioni e dei pensieri, sottintendendo a ciò il processo che conduce all'equivalenza tra sentimenti, idee e cose". Nel 2004 Castelli entra in contatto con il maestro di Murano Afro Celotto e insieme iniziano un'intensa collaborazione che lo porterà a realizzare sue opere in vetro soffiato.

Nella pittura moderna e contemporanea le sue preferenze sono per l'esperienza creativa di Picasso, Sironi, Pollock, Afro, Tobey e Tancredi. Come artista Castelli è un espressionista astratto che ha traumaticamente bisogno di essere felice con se stesso, ma deve sentirsi tale "naturalmente", non per forzose autodeterminazioni. Egli pensa "che il compito dell'artista sia quello di essere il cronista del proprio presente, il testimone del proprio tempo. Il contesto nel quale è inserito, la cultura acquisita, la sua esperienza di vita, il sogno da realizzare saranno quegli stilemi espressivi che gli consentiranno di trovare nuovi modi di rappresentare il suo tempo, il suo mondo poetico". (Comunicato stampa)




Locandina DADA100 DADA100
termina il 29 settembre 2016
Galleria Civica di Bolzano
www.fida-trento.com

DADA100 è la mostra collettiva dell'associazione artistico-culturale FIDA Trento e Bolzano, che segna il suo percorso nell'anno 2016, anno che vede festeggiare il centesimo anniversario della nascita del movimento dadaista, (8 febbraio 1916 - 6 luglio 1923). L'itinerario dell'iniziativa si svolge in due momenti e luoghi diversi. La seconda tappa si vede esposta presso la Galleria Civica di Bolzano (la prima alla Casa Degli Artisti Giacomo Vittone - Canale di Tenno (Trento), 5 giugno - 3 luglio 2016).

Gli artisti presenti con le loro opere, di cui si possono apprezzare le immagini all'interno del catalogo, cercano di rendere un omaggio, attraverso la propria creatività, senza scadere nel tranello della scopiazzatura stilistica Dada, mettendo in risalto l'importanza storica ed artistica che tale movimento ha dato nei primi anni del secolo scorso. L'importanza di indagare, introdursi, addentrarsi in questo movimento artistico, tutt'ora così amato e odiato, risiede semplicemente nell'essenza che Dada in primis ha avuto: ovvero la necessità di urlare contro, beffeggiare, deridere un sistema socio-politico, nonché bellico, (ricordo che nasce appena un anno dopo l'inizio della Grande Guerra), affinché il loro messaggio potesse in qualche modo destare pensiero e coscienza collettive.

Ed ora, dopo cento anni trascorsi, ancor di più abbisogniamo di mettere in discussione un sistema socio-politico-economico, attraverso l'evocazione Dada, con creatività variegata, senza dimenticarci che forse l'unica vera salvezza futura potrebbe essere la bellezza. Qualità quest'ultima che per l'appunto può risiedere nell'Arte, qualsiasi declinazione Ella abbia. (Barbara Cappello - Presidente FIDA)




Opera di Mavi Ferrando Mavi Ferrando: Decostruzioni e geometrie di confine
termina il 30 settembre 2016
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

La galleria romana Studio Arte Fuori Centro ospita la mostra di Mavi Ferrando: dieci sculture/bassorilievo lignee montate sulle pareti che delimitano lo spazio espositivo, in un'alternanza di pieni e di vuoti, creano una diversa percezione dell'ambiente, in sé piuttosto regolare. Si avverte infatti una mobilità, una diversa articolazione che lo spazio stesso, per sua natura struttura architettonica uniformante, assume attraverso l'allestimento di questo insieme di opere che fa parte di un unico progetto artistico. Solo avvicinandosi si percepisce la natura particolare di questo lavoro: nel tempo l'artista ha saputo approfondire con coerente intensità il percorso avviato fin dall'inizio con installazioni, sculture, dipinti, disegni in cui architettura scultura e design intrecciano inscindibilmente i loro linguaggi specifici.

Le opere in mostra, le più significative tra quelle recenti, rappresentano simbolicamente quasi la sintesi di un intero percorso narrativo; ad accomunarle ai lavori storici dell'artista sta infatti un approccio radicale che Ferrando mette in campo su un'idea di scultura fondata sulla propria necessità emozionale di trasformare la forma, di farla virare, da una prima ipotesi, a una totalmente "altra" inimmaginabile, trasgressiva, aperta a nuove possibilità di articolare il proprio racconto creativo. Si ritrovano in questo lavoro inedito gli elementi di fondo di una poetica in cui l'opera è un processo nato sul foglio da disegno mai vincolato a una forma predefinita; la sfida sta nel farsi stesso dell'opera, nella ricerca di una connessione, di una relazione di senso tra l'opera, le sue componenti e lo spazio.

Il lavoro dell'artista, a partire dalla sua formazione di architetta, da sempre mescola rigore e libertà d'espressione, ironia e austerità; Ferrando muove da un sapere tecnico umanistico che rispetta la rilevanza formale del progetto, le numerose esperienze espositive, la pratica dei materiali e strumenti sperimentati in laboratorio. E tuttavia l'artista avverte che "... non possiamo mai vedere nulla completamente, qualcosa resta sempre celato e non possiamo recuperarne le forme se non attraverso una rottura, o meglio una trasgressione... ho sempre voluto trasformare, un costante lavoro di trasformazione, trasgredire dalla forma e dalla funzione presunta di un oggetto...".

Ritorno mentalmente a opere di Ferrando che colgono torsioni di corpi, figure umane ansiose protese al cielo quasi a voler sfidare la gravità, nel momento della loro "metamorfosi" verso una forma altra, rinunciando a quella sorta di eternità che rischia di congelare il movimento, come spesso accade nella scultura e in architettura. E dunque la fisionomia di questi lavori della mostra romana sfuggono a una configurazione definitiva come del resto la vitalità di un'opera a mio parere richiede. Le dieci sculture/ bassorilievo se da un lato consentono una lettura complessiva della ricerca dell'artista, che attraverso passaggi ed evoluzioni ha saputo mantenere una visione coerente, centrata sul valore della forma e della materia, dall'altro ricreano e accentuano un'idea forte di scultura, di volumi, di spazialità dove l'immagine plastica attraverso una complessa genealogia diviene anche sequenza di misteriose presenze; in questo senso Ferrando non è lontana da un clima vagamente surrealista.

Questo progetto espositivo sottolinea un passaggio interessante nel lavoro dell'artista a un momento di riflessione che sottende una sorta di ica attraverso una complessa genealogia diviene rinuncia alla monumentalità della singola opera per restituirle una transitorietà, come se la percezione della sostanza dell'opera si espandesse proprio attraverso una destrutturazione di parti in figure di misura variabile coerenti tra loro, ordinate secondo un ritmo. C'è anche, forse, attraverso questa mostra un'esigenza dell'artista di alleggerire il proprio lavoro, anche nel senso di un ingombro, di sperimentare una nuova relazione con il proprio modo di operare. Ancora una volta e in modo più radicale Ferrando ci riporta all'idea di fondo della sua poetica, ribaltare ciò che è acquisito e liberare il progetto dal ruolo teoricamente predisposto, per trasferirlo nel territorio del proprio immaginario artistico. (Sculture in sequenza, di Cristina Rossi - curatrice della mostra)

Mavi Ferrando, genovese e milanese d'adozione, dopo il Liceo Artistico si è laureata in architettura. Fondamentalmente scultrice per le sue opere utilizza soprattutto il legno, ma anche il ferro, materiali di riciclo e materie plastiche. L'ambiguità dell'apparire è da sempre il cardine su cui si sviluppa il suo intero lavoro. Espone in mostre personali e collettive dal 1975 sia in Italia che all'estero. Tra le pubblicazioni è presente in Storia dell'Arte italiana del '900 - Generazione anni quaranta di Giorgio Di Genova - Edizioni Bora. Tra gli altri hanno scritto sul suo lavoro: Mirella Bentivoglio, Marisa Vescovo, Carmelo Strano, Anty Pansera, Alessandro Mendini, Vito Apuleo, Mimma Pasqua, Roberto Borghi, Donato di Poce, Chiara Gatti, Evelina Schatz, Giorgio Di Genova, Kevin McManus, Cristina Rossi. Dal 1997 si occupa attivamente del settore arte dello spazio Quintocortile a Milano. (Comunicato stampa)




Guerrino Siroli - Paesaggio agreste - tecnica mista su tessuto non tessuto 2015 Guerrino Siroli: L'abisso della materia
termina lo 08 ottobre 2016
Il Vicolo Galleria Arte Contemporanea - Cesena
www.ilvicolo.com

Mostra curata da Marisa Zattini e allestita dall'architetto Augusto Pompili, nelle due sedi de Il Vicolo. Le oltre 20 opere testimoniano il personalissimo percorso dell'artista e la sua scelta di andare oltre la pittura tradizionale. Scrive Veronica Crespi: «Queste opere - scelte a ricomporre idealmente L'abisso della Materia attraverso le trame dei loro "tessuto non tessuto" - ricordano antichi sudari, sacre sindoni invulnerabili come i morti. Le texture spugnose di liquidi marroni dialogano con i neri bituminosi, gli ocra sabbiosi e le screziature bianche come luci che proliferano in nuove sostanze umorali. (...) E' bello scoprire nelle morfologie pittoriche della Romagna potenti pitture come queste dove aleggiano "spiriti abissali" nei segni misterici che palesano gerarchie di alto valore emozionale. Qui le energie sono telluriche, ctonie, trasbordanti. Nella fusione-commistione del segno lirico e delle tumefatte aree fondali aggallanno materiali specchio di altre forze fenomeniche, come antiche zolle o isole-diapason in attesa silenziosa di nuove rifrazioni vibrazionali».

Guerrino Siroli (Cervia, 1955) inizia a dipingere autonomamente per poi iscriversi all'Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 1986, dove diviene allievo di Umberto Folli. Mentre segue con particolare interesse il corso tradizionale di pittura inizia a sperimentare nuove tecniche, volte a esprimere un linguaggio arcaico, fino a passare gradualmente da un linguaggio figurativo verso l'informale, rimanendo però sempre in territori vicini alla Transavanguardia. Inizia l'attività espositiva nella seconda metà degli anni Ottanta presso la Loggetta Lombardesca della Pinacoteca di Ravenna nel 1988. (Comunicato stampa)




Miroslav Tichý
termina il 28 agosto 2016 (prorogata fino allo 02 ottobre 2016)
Fondazione Rolla - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

L'undicesima mostra organizzata dalla Fondazione Rolla sarà dedicata all'artista Miroslav Tichý, esponendo 40 fotografie e 5 lavori su carta appartenenti alla collezione di Philip e Rosella Rolla. Miroslav Tichý (Kyjov - Repubblica Ceca, 1926-2011), tra il 1960 e il 1985, con macchine fotografiche auto costruite utilizzando oggetti trovati come cartone, lattine e altri materiali, ha scattato migliaia di fotografie per lo più di donne nella sua città natale, Kyjov. Le fotografie sono rimaste in gran parte sconosciute fino al 2004 quando il curatore Harald Szeemann lo introduce nel mondo dell'arte presentandolo alla Biennale di Siviglia. Gli scorci fugaci, sfuocati, macchiati e stampati male - a causa delle limitazioni del suo equipaggiamento primitivo e una serie di errori di elaborazione intenzionali - raggiungono imperfezioni poetiche. In catalogo un testo di Francesco Zanot, curatore di Camera - Centro Italiano per la Fotografia, Torino. (Comunicato stampa)




Arrigo Francesco Morsut - The stars Arrigo Francesco Morsut - Paesaggi Arrigo Francesco Morsut: Stelle e paesaggi
termina il 28 settembre 2016
Europalace Hotel - Monfalcone
www.amebe.com

Arrigo Francesco Morsut, artista vero e puro, lontano dai consueti canoni dell'arte, si esprime con opere particolarmente intense. Create su cartoncino con tecnica particolare, vengono poi fissate sulle tele. In questa mostra presenta due filoni: i paesaggi della sua terra e The stars, la sua nuova produzione pittorica. Il filo conduttore è un coloratismo acceso e brillante, caratteristica primaria di questo artista, unita al tratto veloce e quasi mai programmato. Da una parte c'è l'animo profondo dell'artista che in questo modo esprime il suo sentire per la sua terra e per la natura che la circonda. Un naturalismo puro, sentito, senza pesantezze pittoriche.

Dall'altra è la visone di un "futurismo cosmico" che, inoltrandosi nella profondità dell'Eternità e della Bellezza, si realizza nei fondi scuri, blu notte e quasi neri, che lasciano aperte le porte dell'Infinito: una curiosità Umana mai sopita. Morsut, pittore colto e raffinato, si ritrova protagonista di un'arte dove i colori vanno oltre all'apparenza e diventano poesia. Una pittura che trae la sua forza dalla sintesi espressiva che deriva dalla visone del reale, rivelandosi sulla tela con un espressionismo astratto che sboccia in attimi informali. L'artista è presente nel sito della Bottega d'arte "Amèbe" alle pagine "Artisti e news". (Gabriella Mache - curatrice artistica)




Logo della Bottega d'arte Amèbe - curatrice Gabriella Machne Fotografie e Video delle iniziative estive promosse dalla Bottega d'arte Amèbe (Trieste)
www.amebe.com

Dal 1° settembre, presso la Bottega d'arte Amèbe, si potranno visionare fotografie e video, in particolare: della collettiva presso l'Europalace di Monfalcone, della mostra personale di Aldo De Vidal a Monfalcone (Caffè Carducci - maggio); quelle di giugno ovvero la collettiva a Firenze (artstudio50), la personale di Marino Salvador a Trieste (Bottega d'arte Amèbe) e la personale di Francesco Martinuzzi a Trieste (Caffè San Marco); quelle di luglio ovvero la personale di Fabia Brugnaro a Monfalcone (Caffè Carducci), la collettiva l'Arco di Riccardo a Trieste (zona centro storico) e la personale fotografica di Aurelio De Vito a Monfalcone (caffè Carducci); infine la collettiva a Grado (centro storico - agosto).




Michela Marchiotti da Le ciacole - di Ettore Tito (1859-1941) Michela Marchiotti da Gondole davanti a San Marco - di Giovanni Boldini (1842-1931) Michela Marchiotti da La Piazzetta al chiaro di luna - di Friedrick Nerly (1842-1919) Michela Marchiotti: Venice's Paintings Flash
Kokonton Gallery - Venezia
termina lo 08 ottobre 2016
www.michelamarchiotti.it

La pittrice ritorna dopo tre anni alla Galleria con diciassette dipinti ad olio di piccolo formato, in una particolare esposizione così diversa dal suo consueto modo di espressione artistica, che specie negli ultimi anni ha indagato con passione e originalità il mondo femminile ispirandosi a personaggi dell'antichità, a figure mitologiche e bibliche, a creazioni letterarie o pittoriche, rivelando una gamma articolata di citazioni e un intrigante intreccio di contaminazioni. La sua è sempre stata una pittura colta, che ha riattraversato, con sensibilità e sicurezza tecnica, alcuni segmenti particolarmente accattivanti della storia dell'arte, in un percorso che partendo da echi liberty e déco, ha imboccato sentieri sempre più irrorati da suggestioni preraffaellite e klimtiane, in cui riflette però sogni ed inquietudini moderne.

In questa sua seconda mostra alla Kokonton Michela Marchiotti, immergendosi nei capolavori attraverso i quali suoi più amati Maestri (da Tiepolo a Rosalba Carriera, da Ettore Tito ad Ippolito Caffi) hanno immortalato la loro particolare visione della città lagunare, ha voluto indagarli, con lo spirito di rivivere il loro stupore, il loro approccio umano e creativo al cospetto della bellezza, della unicità, della realtà e del mito di Venezia. I dipinti in mostra sono delle "copie" di particolari o frammenti di queste opere, dove però "copiare" è una vera e propria arte, in cui si esprimono la raffinata tecnica e l'esperienza personale della pittrice, che dice: "Copiare gli artisti classici non è puro esercizio stilistico fine a se stesso. E' invece una utile acquisizione di tecnica per la successiva elaborazione di una personale espressione artistica.

Questa pratica era comune presso i pittori del passato sia remoto che recente. Come si legge nel fondamentale libro Impressionismo di Bernard Denvir, copiare al Louvre, per esempio, era parte essenziale dell'educazione di un pittore e lì Manet conobbe Degas, colpito dalla sua bravura nel copiare un quadro di Nicolas Poussin. Il pittore Fantin-Latour usava incoraggiare Renoir gridando: "Non si copieranno ma abbastanza i maestri...! Manet copiava Velasquez, Tiziano, Rembrandt e Tintoretto. Degas copiava Holbein, Mantegna e Delacroix... Per me diventa un'esigenza, un bisogno intimo di partecipazione all'esperienza artistica di alcuni del grandi Maestri del passato. Ognuno di loro diventa in quel momento la giuda silenziosa che mi accompagna a capire di quali e quante sfumature può essere fatto uno sguardo, l'incarnato di un viso e l'attimo sfuggente del pensiero che attraversa la mente".

Questo lavoro della Marchiotti vuole essere un suo forte e sentito omaggio alla sua città, che ha saputo nei secoli sedurre decine di artisti, quei grandi Maestri che hanno colto in tutti i suoi aspetti, umani e paesaggistici, la sua vera "grande bellezza". Pittori che sono stati inconsapevoli mentori negli anni della sua formazione artistica e dai quali ha imparato, studiando e copiandone i capolavori, l'uso del colore, il tratto della pennellata, la passione per il dettaglio, la poesia della luce e degli sguardi accrescendo la sua esperienza pittorica che in tanti anni di lavoro si è consolidata sviluppandosi in una creatività personale ed appagante.

In questa rassegna di copie la pittrice ha voluto "rileggere" alcuni dei loro dipinti guardando con i loro occhi per percepire l'emozione e l'incanto di quel preciso momento d'arte, rivivendolo, inevitabilmente, con la sua sensibilità, con le pulsioni del proprio mondo interiore, con la sua cultura, che hanno determinato tutta la sua vicenda creativa. Michela Marchiotti, diplomata al Liceo Artistico di Venezia, ha iniziato giovanissima la sua carriera artistica partecipando a numerosi concorsi; ha allestito molte personali sia in Italia che all'estero. (Comunicato stampa Ufficio Stampa Michele De Luca)




Antonella De Nisco: "POrta"
Arte ambientale per riavvicinarsi al Grande Fiume


Piacenza, 29 agosto - 15 novembre 2016
www.artiepensieri.com

Progetto d'arte ambientale teso a dare voce al paesaggio e segnare un percorso di riavvicinamento al Po, custode di un'identità ancestrale da riscoprire e valorizzare. Piacenza, fondata su un terrazzo fluviale del Po, deve a questa posizione strategica la propria ragion d'essere. In città esistono diverse tracce dell'antico rapporto con il fiume, che è profondamente inscritto nell'assetto urbanistico, contenuto nella storia dei monumenti e attestato da reperti archeologici e opere d'arte. La rassegna si propone di mettere a sistema questo patrimonio culturale per riscoprire l'importanza del Po, oggi in parte dimenticata, nel processo storico di formazione dell'identità locale.

Sono organizzati spettacoli multimediali, performance artistiche, mostre tematiche, tavole rotonde, conferenze e laboratori didattici. Il progetto di Antonella De Nisco si articola in quattro punti, accomunati dal tema dello sguardo, inteso come osservazione della realtà, ma anche come visione immaginifica e mentale, radicata nella memoria individuale e collettiva. Punto di partenza, la veduta di Piacenza dal Po che si trova nel dipinto raffigurante La Beata Vergine e Cristo intercedenti (1603) di Giovanni Battista Trotti detto il Malosso, conservato presso la Pinacoteca dei Musei Civici di Palazzo Farnese.

Secondo punto di interesse, il Binocolo, collocato nel cortile di Palazzo Farnese. Un'opera che invita a rivolgere lo sguardo verso le rive del fiume, che in linea d'aria distano poche centinaia di metri, ma che risultano di fatto lontane a causa delle barriere architettoniche, del traffico e, soprattutto, dell'abitudine a non considerare questo spazio naturale come una risorsa reale. Il terzo punto del percorso individuato da Antonella De Nisco è dislocato alla Porta del Soccorso, situata lungo il tracciato delle mura cinquecentesche. La tappa finale del processo fisico e ideale di riavvicinamento al fiume è costituita da un'ulteriore installazione collocata tra gli alberi sulla riva del fiume. Ancora una volta, si tratta di un dispositivo pensato per creare un punto di vista privilegiato sulle acque del Grande Fiume.

La mostra è parte della rassegna "Il Po ricorda", vincitrice del bando "Giovani per il Territorio", indetto dall'Istituto Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna (IBACN). La manifestazione, giunta alla quarta edizione, è promossa dall'Associazione Culturale Arti e Pensieri in collaborazione con il Comune di Piacenza, con il patrocinio del Festival Europeo della Via Francigena ed il sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano e del Consorzio di Bonifica, oltre all'ormai consolidata rete di collaborazioni con enti e associazioni sia pubbliche che private del territorio.

Antonella De Nisco, artista e docente di storia dell'arte, affianca alla pluriennale attività espositiva la realizzazione di progetti, installazioni site-specific, eventi e lezioni. Insieme a Giorgio Teggi ha ideato il LAAI, Laboratorio di Arte Ambientale Itinerante, con il quale realizza, insieme a gruppi di cittadini/e, installazioni territoriali intrecciate, tessute, assemblate. E' autrice di articoli e ricerche sulla formazione e la didattica dell'arte. Raccoglie le sue esperienze artistiche nella serie di pubblicazioni tascabili Collane di Plastica.

Arti e Pensieri è un'Associazione culturale nata nel 2004 a Piacenza. Offre servizi di tutela sugli scavi archeologici, ricerca in campo storico artistico e archeologico, catalogazione, restauro, formazione, studio e riproduzione di antiche tecniche di lavorazione artigianale, progetti di riqualificazione di siti e paesaggi culturali. Si occupa della valorizzazione del Patrimonio Culturale mediante l'elaborazione di progetti di didattica museale e divulgazione scientifica. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Ugo La Pietra - Deformazione di un campo tissurato - Lastra di metacrilato lavorata a freddo e stampato a caldo cm.50x50 1966 - Courtesy Archivio Ugo La Pietra, Ca' di Fra' - Milano Ugo La Pietra: Segno Randomico
06 ottobre (inaugurazione ore 18.00-21.00) - 25 novembre 2016
Ca' di Fra' - Milano
gcomposti@gmail.com

Randomico cioè aleatorio, fortuito, casuale. Tutto ciò che dipende dall'azzardo, che non ubbidisce ad alcun metodo. La casualità si trasforma in arte. La casualità è arte. Gillo Dorfles coniò il termine per identificare la volontà dell'artista di assumere la casualità e la contraddizione come elementi di ricerca e sviluppo nell'arte programmata. Il lavoro di Ugo La Pietra sul "segno randomico" nasce nel 1958. Segno come rottura di una base programmata, in grado di rappresentare sinteticamente i movimenti culturali alternativi alla società organizzata e imposta. Le Strutturazioni Tissurali (1964-1969) sono quindi le opere in cui si manifesta il "segno randomico" attraverso disegni, pitture e opere in metacrilato trasparente lavorato a freddo ed a caldo; un materiale innovativo che ha spesso caratterizzato le ricerche nell'arte degli '60.

Lo stesso La Pietra ritiene queste opere un'anticipazione della teoria del Sistema Disequilibrante (1967-1980) e, quindi, sono da ritenersi alla base delle ricerche che porteranno all'analisi dell'ambiente urbano. Una sperimentazione, dunque, fondamentale nel suo percorso artistico e, paradossalmente, poco conosciuta al grande pubblico. Emma Zanella sottolinea come il percorso artistico di La Pietra sia caratterizzato da una continua "...fuga dall'arte", un "negare l'arte per fare dell'arte stessa il centro di una riflessione ". Innegabilmente, Ugo La Pietra è un artista poliedrico, sempre in bilico tra mondi espressivi diversi, più che disposto a valicare "confini liquidi". Design, pittura, scultura, architettura, musica. Contaminazione di linguaggi, assenza di confini invalicabili, coraggio di sperimentare caratterizzano, da sempre, il suo lavoro. (Manuela Composti)




L'Umbria sullo schermo
termina il 15 gennaio 2017
Palazzo Baldeschi al Corso - Perugia

Racconta una consuetudine, quella tra Umbria e cinema, che inizia da lontano, esattamente dal 1898, quando l'invenzione dei Lumière non aveva che pochissimi anni di vita. E' proprio all'origine del cinematografo che la British Mutoscope & Biograph Company documentava in quel di Orvieto la Corpus Christi Procession. Una consuetudine che è continuata senza interruzione alcuna, superando persino i momenti bui delle due grandi guerre. Sino a rendere i monumenti, gli scorci dei centri storici, i panorami dell'Umbria popolari nel mondo. Chi mai sospetterebbe che quest'angolo d'Italia abbia qualcosa a che fare con Rodolfo Valentino o che i suoi paesaggi siano stati scelti per realizzare nientemeno che un film western? E' scontato e risaputo che siano stati fatti dei film su San Francesco: ma chi li conosce tutti?

Per molti versi l'Umbria è un set quasi naturale, in virtù dei suoi paesaggi spesso incontaminati e della particolare struttura architettonica dei borghi e città che la compongono, rimasta intatta nei secoli. Ideale sfondo per decine di pellicole e di produzioni televisive, molti delle quali di ambientazione storica. Si parte dalle origini storiche del cinema con una suggestiva galleria di antichi strumenti e macchinari cinematografici d'epoca provenienti da collezioni private, collocati lungo tutto il percorso, per arrivare alle tecnologie più moderne grazie alle quali i visitatori potranno vivere anche coinvolgenti esperienze immersive che li proietteranno in scenografie virtuali.

Il nucleo centrale della mostra è rappresentato dalla proiezione di clip tratte da alcune tra le pellicole più rappresentative girate nella regione nel corso degli anni, spaziando dai primissimi anni del '900 fino alle fiction più recenti, che oltre ad aver calamitato l'attenzione di milioni di spettatori hanno dato una grande visibilità alle località in cui sono stati girati (Gubbio, Spoleto, Città della Pieve, la stessa Perugia). Il materiale raccolto è stato fornito da numerose case di produzione.

Fa poi una certa impressione scoprire - percorrendo la mostra - che in Umbria hanno lavorato registi come Dario Argento, Pupi Avati, Mario Monicelli, Liliana Cavani, Franco Zeffirelli, Giuseppe Tornatore, Roberto Benigni o vi hanno recitato attori del calibro di Alberto Sordi e Carlo Verdone, di Mickey Rourke e Peter Ustinov. Nomi e volti di molti grandi attori si potranno vedere e leggere negli accattivanti e colorati manifesti d'epoca e nelle locandine pubblicitarie che tappezzano le pareti delle sale. Naturalmente c'è anche una sezione dedicata agli attori umbri più noti che si sono affermati a livello nazionale ed internazionale.

Le scenografie e gli oggetti originali utilizzati per le riprese L'Umbria come set cinematografico non verrà però raccontata solo attraverso le immagini. Una parte degli spazi verrà infatti allestita con pezzi di scenografie, con oggetti e costumi utilizzati nei vari film prodotti e realizzati in Umbria: il costume di Pinocchio concesso da Cinecittà Studios e indossato da Roberto Benigni nel film dedicato al famoso burattino di legno girato presso gli studi di Papigno, vicino Terni; il bancone della cioccolateria utilizzato nella fiction Luisa Spagnoli andata in onda su Rai 1 nel febbraio 2016; e la bici, proprio quella originale, immancabile compagna di Don Matteo. Completa il percorso la ricca galleria di disegni originali delle scenografie di Fratello Sole, Sorella Luna di Franco Zeffirelli, realizzati da Gianni Quaranta, vincitore nel 1986 del premio Oscar alla migliore scenografia per il film Camera con vista.

Per i visitatori più appassionati (e che magari ambiscono a diventare attori) è stato creato un set dove ci si potrà cimentare in provini con tanto di ciak e macchina da presa. Al piano terra del palazzo è stata inoltre allestita una sala cinema con schermo e poltroncine d'epoca dove si potranno visionare - sulla base di un fitto programma giornaliero - proiezioni audiovisive, documentari, film autoprodotti da autori umbri, ecc. Legato alla mostra, di cui racconta i tratti salienti e le curiosità su film e personaggi che hanno caratterizzato la storia del cinema umbro, è anche il libro-catalogo scritto da uno dei curatori, Fabio Melelli - apprezzato storico del cinema -  edito dalla casa editrice Aguaplano. (Comunicato Studio Esseci)




Alberto Burri: lo Spazio di Materia - tra Europa e U.S.A.
termina lo 06 gennaio 2017
Ex Seccatoi del Tabacco - Città di Castello (Perugia)

Dopo il rilevante successo della mostra Alberto Burri: The Trauma of Painting dell'ottobre 2015 al Solomon R. Guggenheim di New York e della successiva tappa presso il Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen di Düsseldorf, le Celebrazioni del Centenario della nascita del grande artista italiano si concluderanno con un nuovo straordinario appuntamento espositivo a Città di Castello, suo luogo natale. Come dichiarato da Richard Armstrong, Direttore del Guggenheim Museum in occasione dell'apertura della retrospettiva Alberto Burri: The Trauma of Painting «la mostra afferma la posizione di Burri come uno dei più innovativi artisti del periodo del secondo dopoguerra mondiale.

Burri (...) ha creato un nuovo tipo di oggetto, simultaneamente pittorico e scultoreo, che ha influenzato successivamente artisti associati col New Dada, il Noveau Réalisme e il Postminimalism.» e, si può aggiungere, con l'Arte Povera italiana. A queste considerazioni se ne aggiungono altre, non meno determinanti per l'invenzione linguistica scaturita dalla sua opera. Burri è infatti l'artista che nell'impiego diretto e pressoché esclusivo della materia ne ha ottenuto una spazialità inedita all'insegna di un "controllo dell'imprevisto" e di un magistrale equilibrio che ne ha qualificato le forme.

A partire da tali considerazioni, nel nuovo importante appuntamento espositivo dell'autunno - inverno 2016-2017, accanto ad un nucleo scelto di opere di Burri - circa 20 - dai catrami alle muffe, dai sacchi ai gobbi, dai legni alle combustioni, dai ferri alle plastiche, dai cretti ai cellotex fino al "nero e oro", sarà possibile ammirare opere di Maestri protagonisti del XX e XXI secolo: Fautrier, Dubuffet, Pollock, Motherwell, Hartung, De Kooning, Wols, Calder, Marca-Relli, Scarpitta, Matta, Nicholson, Tàpies, Colla, Rauschenberg, Twombly, Johns, Fontana, Manzoni, Castellani, Uncini, Lo Savio, Klein, Rotella, Christo, Tinguely, Arman, César, Morris, Sonnier, Beuys, Kounellis, Calzolari, Pistoletto, Pascali, Nevelson, Piene, LeWitt, Scialoja, Mannucci, Leoncillo, Andre, Afro, Chamberlain, Capogrossi, Kiefer, Mirò, Soulages, Serra, Hesse.

Accanto alle opere di questi artisti, un repertorio fotografico e documentario dello storico frangente tra il 1947 e il 1989, comprendente dati sulle correnti artistiche, manifesti, depliant, cataloghi, pubblicazioni, video, film, schede biografiche, produzioni teoriche ed altri significativi materiali illustrativi, si snoderà lungo un percorso separato dalle opere stesse, facilitando la fruizione di questo particolare momento storico culturale dell'arte dal dopoguerra al termine emblematico della fine della Guerra fredda e della caduta del muro di Berlino. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Eva Eisler - work of art work - Eva Eisler Maurer Zilioli Contemporary Arts - Eva Eisler Eva Eisler
White - And Black?


09 September (opening) - 22 October 2016
Maurer Zilioli Contemporary Arts - München
www.maurer-zilioli.com

One knows the internationally active artist Eva Eisler (b. 1952 in Prague, Cz) - head of the K.O.V studio at the Academy of Arts, Architecture and Design in Prague since 2007 - as a painter, designer, interior designer, sculptor and architect in New York, Prague, Munich, London... Eisler is able to merge these divergent activities seamlessly for she unites a fundamental, aesthetic conviction. Discipline with a touch of Constructivism dominates her work as a rule. Yet now and again this is broken by movement and dynamism, by spatial expansion, by the exciting combination of materials.

Generally Eisler prefers wood, glass, steel; generally her creations, whether on paper or in jewellery, with furniture or in sculpture, bear witness to an aesthetic of clarity and simplicity that is then circumvented and enriched by sophisticated interconnections and conjunctions. Even organic or figurative excursions become apparent, directed by a geometric orderliness of minimalistic influence. In fact, all things merge into one another: jewellery takes on the appearance of a sculpture, of a relief, of a graphic or pictorial tableau. Likewise with the table, the architectural arrangement. The genres are intermeshed in the same way as they transpire in an individual work of art through the composition of single elements.

They represent in a way a kind of Janus-faced character, leaving the decision up to the observer as to which perspective they want to value and interpret the objects from. Eisler is therefore to be defined neither as a sculptor, painter or illustrator nor as a jewellery artist alone. Artistic identity culminates for her in the widespread creative activity that is nonetheless converged and focused through a stylistic position that feeds itself from a common origin. Eisler operates at an interface, one between classic modernity, the connotations associated with this, and the contemporary experimental opening up of categories. It is exactly within this that the justified fascination with her work lies.

In her small-sized work Eva Eisler proved to be a master of constructive logic. Her most recent work addresses questions of scale once again - its effect on the concept of the work. The intellectual purity and the pristine execution is typically Eisler and the growing size underscores these inherent qualities. The utilization of pure geometric shapes is a cornerstone of Eisler's work, softened by the sensitivity toward material and fine proportions. (Charlotta Kotik, curator of contemporary art,The Brooklyn Museum)




René Burri. Utopia
Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo


termina lo 08 gennaio 2017
Casa dei Tre Oci - Venezia

Due progetti espositivi autonomi presentano, da un lato, 100 immagini di René Burri dedicate all'architettura e ai suoi protagonisti, dall'altro, 50 scatti inediti di Ferdinando Scianna in occasione dei 500 anni dalla fondazione del Ghetto ebraico a Venezia. Entrambi nella prestigiosa agenzia fotografica Magnum, Burri (che ne diverrà presidente nel 1982) e Scianna appartengono, pur nella loro diversità, a quella categoria di autori che attraverso il mezzo fotografico esprime personali visioni, sia che si traducano nella passione di Burri di documentare grandi cambiamenti politici e sociali, sia che rispondano al tentativo, nel caso di Scianna, di carpire, all'interno del flusso caotico dell'esistenza, "istanti di senso e di forma".

Utopia, di René Burri (Zurigo, 1933-2014) - a cura di Michael Koetzle - riunisce, per la prima volta, oltre 100 immagini del grande artista svizzero dedicate all'architettura, con scatti di famosi edifici e ritratti di architetti. La fotografia di Burri nasce dal bisogno di raccontare i grandi processi di trasformazione e i cambiamenti storici, politici e culturali del Novecento con una forte attenzione verso alcuni personaggi che ne hanno fatto parte. Utopia - che si tiene in contemporanea con la Biennale di Architettura 2016 - s'inserisce in questa prospettiva, in quanto Burri concepisce l'architettura come una vera e propria operazione politica e sociale che veicola e impone una visione sul mondo, e che lo spinge a viaggiare tra Europa, Medio Oriente, Asia e America latina sulle tracce dei grandi architetti del XX secolo, da Le Corbusier a Oscar Niemeyer, da Mario Botta a Renzo Piano, da Tadao Ando a Richard Meier. Accanto ai loro ritratti e alle loro costruzioni, in Utopia si ritrovano anche le immagini di eventi storici particolarmente densi di contrasti e di speranze, come la caduta del muro di Berlino o le proteste di piazza Tienanmen a Pechino nella primavera del 1989.

L'ultimo piano della Casa dei Tre Oci è dedicato all'opera di uno dei più importanti fotografi italiani, Ferdinando Scianna (Bagheria, 1943). In occasione dei 500 anni della nascita del Ghetto ebraico di Venezia, la Fondazione di Venezia ha deciso di avviare una ricognizione fotografica con l'obiettivo di raccontare la dimensione contemporanea del Ghetto. Il progetto espositivo - curata da Denis Curti - è realizzato da Civita Tre Venezie. Scianna ha realizzato un reportage fotografico in pieno stile Street Photography, raccogliendo immagini inerenti la vita quotidiana del Ghetto, senza tralasciare ritratti, architetture, interni di case e luoghi di preghiera. Chiese, ristoranti, campi, gondole sono i soggetti che animano il panorama visivo del progetto. Da segnalare, in questa narrazione, la compresenza di una dimensione simbolica, storica, rituale, intrinsecamente connessa a luoghi e gesti, e una semplicità nella descrizione di un tempo presente e ordinario. La mostra sarà accompagnata da un catalogo bilingue (italiano e inglese) Marsilio Editori, che presenta, tra gli altri, i testi di Donatella Calabi, Denis Curti, Paolo Gnignati e Ferdinando Scianna. (Comunicato stampa)

«Gli enormi cambiamenti sociali che si stanno verificando nella nostra era tecnologica nel campo della musica, della pittura, della letteratura e dell'architettura stanno dando un nuovo volto all'umanità. Seguire questi sviluppi e comunicare i miei relativi pensieri e immagini, è ciò che considero il mio mestiere.» (René Burri)

«La fotografia era, è un ponte fra noi e la realtà. Per fissare l'istante. Oggi è un muro (di immagini) che paradossalmente non ci fa più vedere il mondo. Sommersi da milioni di foto, abbiamo perso la memoria.» (Ferdinando Scianna)




Trittico mostra Sergio Morello 100 Beste Plakate

Nell'ambito dell'ultima edizione del concorso internazionale "100 Beste Plakate 2014-2015 Deutschland Österreich Schweiz", promosso con l'intento di selezionare la migliore produzione grafica in Germania, Austria e Svizzera, è stato selezionato il manifesto dedicato alla mostra "Sergio Morello (1937). Trasformazioni e tensioni tra pittura e performance" a cura di Dalmazio Ambrosioni e Nicoletta Ossanna Cavadini - mostra tenutasi presso il Centro Culturale Chiasso a Spazio Officina (Chiasso, Svizzera) da ottobre a novembre 2015. Il manifesto è stato elaborato dal Laboratorio cultura visiva della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI). Il trittico premiato è il risultato di una collaborazione avviata a partire dal 2014 fra la SUPSI - in particolare il Laboratorio cultura visiva del Dipartimento ambiente costruzioni e design - e il m.a.x. museo / Spazio Officina, Centro Culturale Chiasso.

Il manifesto della mostra su Sergio Morello condensa creatività e qualità interpretativa: il trittico riassume gli aspetti concettuali e gestuali di Morello riprendendo in particolare frammenti di due opere esposte in mostra e pubblicate in catalogo (Tenere, acrilico e corda su tavola, 2015, e Horizon 2, acrilico e corda su tavola, 2012) con la firma dell'artista, per collegare le trasformazioni, le tensioni e le elaborazioni operate dall'artista stesso nel corso degli anni. La mostra antologica su Sergio Morello presentava, infatti, più di cinquant'anni di attività creativa caratterizzata da una continua ricerca sul senso dell'arte e della materia.

La giuria - composta da Günter Eder (A-Vienna), Igor Gurovich (RU-Mosca), Gunter Rambow (D-Güstrow), Patrick Thomas (ES-Barcellona / D-Berlino) e Megi Zumstein (CH-Lucerna) - ha esaminato ben 2.000 manifesti per arrivare alla rosa finale di 100, in collaborazione con AGD Allianz Deutscher Designer e.V. (D-Braunschweig), AGI Alliance Graphique Internationale (CH-Zurigo), BDG Berufsverband der Deutschen Kommunikationsdesigner e.V. (D-Berlino), Design Austria (A-Vienna), SGD Swiss Graphic Designers (CH-Berna), sgv Schweizer Grafiker Verband (CH-Zurigo) e Universität der Künste Berlin.

I manifesti premiati sono stati esposti in mostra a Berlino e toccheranno altre città: Norimberga (in corso, fino allo 04 settembre 2016), La Chaux-de-Fonds (07-20 settembre 2016), Lucerna (25 settembre - 02 ottobre 2016), Dornbirn (07 ottobre - 04 novembre 2016) e Vienna (28 settembre 2016 - 05 febbraio 2017). (Comunicato stampa Amanda Prada - Responsabile comunicazione, pubbliche relazioni, coordinamento m.a.x. museo Svizzera e Insubria)




Franco Beraldo - Papier Collage - tempera su lacerti di carta cm.18x25 2014 Franco Beraldo - Riflessi di colore Sommerso - piastra policroma in vetro di Murano cm.39x39x2,5 Franco Beraldo - Paesaggio - olio su tela cm.30x30 2003 Franco Beraldo
Le intenzioni più vere


termina lo 01 ottobre 2016
Farmacia Meltias - Conselve (Padova)
www.farmaciemeltias.it

In mostra, una ventina di opere di piccole e medie dimensioni, dalle nature morte ai paesaggi, fino alle carte che - spiega la curatrice - «rappresentano l'intensa e variegata ricerca del maestro che ha esplorato le profondità dell'olio e dell'affresco in paesaggi che sfumano nell'astratto. Una lunga ed inarrestabile ricerca incentrata sul colore e sulla sua espressione sempre più libera e piena, dalle nature morte di matrice morandiana ai paesaggi, fino alle tempere diluite sulle carte strappate e ricomposte». La mostra - curata da Sonia Strukul - è parte del progetto "Un artista per le farmacie Meltias" che, dal 2014 ad oggi, ha coinvolto Alessandra Lazzarin, Sonia Strukul e Carla Rigato.

Nell'intensa vicenda artistica di Franco Beraldo non si può prescindere, inoltre, dal suo incontro con il vetro: anche qui, come nelle nature more e nei paesaggi, le pennellate alludono ad una vitalità pittorica e ad un'anima segreta del colore che, come nella tradizione veneta, si evolve nella trasparenza del vetro in soluzioni non figurative. Il percorso espositivo è completato da un video a ciclo continuo che presenta ai visitatori le soluzioni tecniche adottate dall'artista. Nell'ambito dell'esposizione l'incontro con lo scrittore Matteo Strukul sul tema "Letteratura e territorio" (02 settembre), realizzato in collaborazione con la Libreria Mondadori di Padova. Matteo Strukul illustrerà ai presenti le trame dei suoi romanzi ambientati in Veneto, per raccontare il territorio e conservarne la memoria.

Franco Beraldo (Meolo - Venezia, 1944) per la sua formazione artistica è stato importante l'incontro con il pittore Guido Carrer e fondamentali i suoi viaggi nell'Italia del Sud e soprattutto in Sicilia. Inizia l'attività artistica nel 1965, partecipando a concorsi, rassegne, mostre personali e collettive ed ottenendo numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Burano per la Pittura (1981). Dal 2006 si avvicina al modo del vetro di Murano, collaborando con i maestri più rappresentativi del settore. (Estratto comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Eremi Arte - Percorsi tra arte natura spiritualità
termina lo 02 ottobre 2016
Ingresso gratuito (ad esclusione del complesso di S. Spirito a Maiella)
www.accademiabellearti.it

Mettere in relazione gli antichi eremi d'Abruzzo con la cultura di oggi. Oltre venti artisti di varia provenienza sono stati invitati a interpretare il "contesto eremo". Quindi la natura, gli spazi costruiti, la rete di relazioni, le tradizioni, insomma tutti quegli aspetti che determinano l'unicità di quei luoghi remoti ed evocativi. Non sono opere convenzionali, manufatti prodotti in atelier e poi trasportati in loco. Agli artisti è stato richiesto di calarsi nell'atmosfera degli eremi e realizzare appositamente un'opera ispirata a questa esperienza. Sono, quindi, lavori a carattere temporaneo, ma in alcuni casi anche pensati per rimanere sul posto. Nel pieno rispetto dello spirito dell'iniziativa, ogni opera diventa una sorta di viatico verso una forma di meditazione nata, sì, dalle suggestioni del paesaggio, ma aggiornata alle tensioni del mondo di oggi. Ma non solo.

"Eremi" - a cura di Maurizio Coccia, Enzo De Leonibus, Silvano Manganaro - è anche l'occasione per dimostrare a una platea internazionale il ruolo cardine che l'Accademia aquilana ricopre come piattaforma di produzione, scambio e diffusione di stimoli culturali, perché questo progetto coinvolge tutte le professionalità, le competenze e le capacità dei suoi docenti oltre all'entusiasmo e la voglia di fare dei propri studenti. L'idea è quella di proporsi come un vero "incubatore" di creatività e conoscenza capace di fare rete, educare e coinvolgere studenti, territorio, studiosi e professionisti esterni. Parte essenziale del progetto, infatti, sarà un simposio internazionale dove filosofi, teologi, artisti e intellettuali saranno chiamati a dare il proprio contributo sul tema cardine dell'intero progetto: la rilettura degli eremi abruzzesi nella contemporaneità. Gli atti del simposio saranno poi oggetto di una successiva pubblicazione. (Comunicato stampa)

Artisti: Alterazioni Video, Emanuela Barbi, William Basinski, Elena Bellantoni, Marco Bernardi, Romano Bertuzzi, Zaelia Bishop, Pierluigi Calignano, Chiara Camoni e Luca Bertolo, Federico Cavallini, Maria Chiara Calvani, Matteo Fato, Federico Fusi, Elena Mazzi, Franco Menicagli, Rossano Polidoro e Marco Marzuoli, Aurelien Mauplot, Calixto Ramirez Correa, Giuseppe Stampone, Enzo Umbaca.

- Luoghi
Balsorano - Grotta Sant'Angelo - Pierluigi Calignano
Campo Di Giove - Madonna di Coccia - Emanuela Barbi
Caporciano - San Michele di Bominaco - Enzo Umbaca
Caramanico Terme - S. Onofrio all'Orfento - Federico Fusi
Caramanico Terme - S. Giovanni all'Orfento - Calixto Ramirez Correa
Lama dei Peligni - Grotta Sant'Angelo - Romano Bertuzzi
Morino - Madonna del Cauto - Elena Mazzi
Palena- Madonna dell'Altare - Rossano Polidoro e Marco Marzuoli
Palombaro - Grotta San'Angelo - Aurelien Mauplot
Pescocostanzo - San Michele - Marco Bernardi
Pretoro - Madonna della Mazza - Maria Chiara Calvani
Pretoro - Grotta dell'Eremita - Maria Chiara Calvani
Raiano - Eremo San Venanzio - Federico Cavallini
Rapino - Grotta del colle - Chiara Camoni e Luca Bertolo
Roccamorice - S. Spirito a Majella - Aldo Grazzi e William Basinski
Roccamorice - S. Bartolomeo in Legio - Zaelia Bishop
Serramonacesca - S. Liberatore a Maiella (abbazia) - Alterazioni Video
Serramonacesca - S. Onofrio - Elena Bellantoni
Sulmona - S. Onofrio al Morrone - Giuseppe Stampone
Sulmona - Sant'Angelo in Vetuli - Franco Menicagli
Villa Lago - Grotta di San Domenico - Matteo Fato




Luigi Boille: Il segno infinito
termina lo 02 ottobre 2016
Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea - Pordenone
www.artemodernapordenone.it

E' stato uno dei protagonisti europei dell'Informale. Pordenone lo ricorda a pochi mesi dalla scomparsa. Romano d'adozione, Luigi Boille, protagonista tra i maggiori dell'Informale europeo, era pordenonese di nascita ed è la sua città d'origine a volergli dedicare la prima grande retrospettiva a pochi mesi dalla sua scomparsa, a cura di Silvia Pegoraro. Boille è "l'artista che piegò l'Informale a una scrittura calligrafica e che mai si discostò dalla pittura purissima", annotò Arianna Di Genova in un articolo pubblicato all'indomani della sua scomparsa. Di lui sottolinea "la pittura seminale alla Michaux, i filamenti di colore che intersecano la superficie e procedono oltre, spinti da forze centrifughe misteriose. E ancora, il guizzo gestuale che riporta tracce, orme, percorsi iniziatici, traiettorie solo in apparenza caotiche ma ben 'sistemate' dentro un processo creativo che opera per via di addizioni materiche e non di sottrazioni, riempiendo ogni vuoto".

Come ha scritto Giulio Carlo Argan, il segno di Boille "svolgendosi e modulandosi come pura frase pittorica, realizza e comunica uno stato dell'essere, di immunità o distacco o contemplazione". E fu proprio Argan ad andare a scovarlo nel suo studio parigino, per ricondurlo in Italia, attraverso una serie di rassegne sempre più fitte. Allontanatosi da Pordenone, Boille si diploma all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove si laurea anche in Architettura. Salvo uscirne a scoprire l'Europa. Dopo un soggiorno in Olanda, nel 1951 sceglie Parigi dove resterà per 16 anni. Informale per scelta e per istinto, vicino alle esperienze francesi di quegli anni, Boille si avvicina al gruppo della Jeune Ecole de Paris, con cui espone in numerose collettive in Francia e in Italia.

E' di questi anni la sua partecipazione a importanti mostre come l'International Festival Osaka-Tokyo con il gruppo Gutai, a cura di Michel Tapié, La Jeune Ecole de Paris II, a cura di Pierre Restany, e Nuove tendenze dell'arte italiana, a cura di Lionello Venturi, partita dalla Rome-New York Art Foundation di Roma nel 1958 e poi approdata in altre sedi prestigiose. E' Michel Tapié che lo accompagna nelle sue ricerche sull'Art autre, apprezza di Boille il dinamismo e l'irrazionalismo permeati da un rigore formale. Nel 1964 Luigi Boille è invitato da Lawrence Alloway a rappresentare l'Italia, insieme a Capogrossi, Castellani e Fontana, al Guggenheim International Award di New York. Il 1964 è anche l'anno della visita di Giulio Carlo Argan nel suo studio parigino, che portò al rientro dell'artista a Roma e al formarsi di un sodalizio che condusse Boille alla Quadriennale e nel, 1966, alla Biennale di Venezia.

Le innumerevoli mostre personali e collettive a cui ha partecipato in tutta Europa e nel mondo tracciano un profilo di Boille che è quello di uno dei maestri storici della pittura astratto-informale europea, la cui ricerca è sempre originale e stimolante, ma anche fedele a una cifra stilistica ben precisa ed inconfondibile. Questa grande mostra retrospettiva di Pordenone si propone come un percorso significativo attraverso l'arte di Luigi Boille: 65 anni di ricerca - dal 1950 al 2015, anno della scomparsa dell'artista - testimoniati da oltre 140 opere (olii e tecniche miste su tela, tempere, grafiche). Tra di esse, molti i lavori inediti o esposti solo in mostre internazionali in anni lontani, e da allora non più visibili, come la grande tela Empreinte structure, realizzata per l'ormai mitico International Festival Osaka/Tokyo del 1958, a cura di Michel Tapié e Jiro Yoshihara. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare locandina della mostra Lucio Dalla, immagini e suoni Lucio Dalla, immagini e suoni
termina lo 02 ottobre 2016
Vittoriano - Roma

La prima mostra monografica italiana dedicata al genio artistico di Lucio Dalla, a cura di Ernesto Assante, vuole offrire un vero e proprio percorso narrativo monografico dedicato all'artista bolognese, a quasi cinque anni dalla sua scomparsa. A caratterizzare l'esposizione, non solo i sensazionali scatti dei grandi fotografi Giovanni Canitano, Guido Harari, Fabio Lovino, Carlo Massarini, Fausto Ristori e Luciano Viti, ma anche una studiata colonna sonora con alcuni dei più grandi successi dell'artista e la proiezione di Senza Lucio, il film documentario di Mario Sesti. Le foto esposte nella mostra raccontano aspetti privati, personali, meno spettacolari, ma non meno eloquenti dell'universo Dalla. (Comunicato stampa)




José Davila - Life without buildings - The Berla Art Collection, Switzerland 2005 Angolazioni 2. Artisti della Collezione Berla
Adriana Beretta, Andrea Crociani, José Davila, Luca Frei, Alex Hanimann, Jakob Kolding, Ugo Rondinone


termina lo 02 ottobre 2016
MACT/CACT Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona (Svizzera)
www.cacticino.net

Secondo appuntamento che il MACT/CACT dedica alle collezioni private; anche in questo caso presente a sud delle Alpi. L'esposizione intende omaggiare il collezionista attraverso le opere di alcuni artisti ch'egli ha raccolto negli anni; Adriana Beretta, Andrea Crociani, José Davila, Luca Frei, Alex Hanimann, Jakob Kolbing, Ugo Rondinone. Più volte ci siamo calati nelle dinamiche del collezionismo privato come genesi della museologia moderna, riportando alla luce non tanto le talvolta deludenti strategie di mercato all'interno di quella che dovrebbe essere una passione per l'arte, quanto piuttosto l'autenticità di un'opera d'arte e del suo collezionista. Non è casuale che la mostra di fine anno del MACT/CACT vada a lambire anche un particolare modo di concepire lo spazio d'arte e sociale; cioè la Wunderkammer.

Ancora troppo spesso lo specimen del collezionista post-contemporaneo è quello dell'imprenditore che investe, e per il quale un artista vale, poiché è sostenuto dal mercato momentaneo, e le collezioni d'arte, che spesso ritroviamo poi nei musei, nascono da questo criterio di base, laddove lo scambio tra denaro e merce d'arte ha completamente assunto connotazioni puramente commerciali; ciò che in effetti non dovrebbe interessare il museo, come luogo di cultura. Questo fenomeno è da ricondurre alla globalizzazione politico-finanziaria o riconducibile all'effetto del ben più modaiolo 'sistema paese' e di un consumismo ormai vuoto?

Nel panorama ticinese, la collezione Berla - dopo alcuni anni di dedizione al raccogliere opere di artisti contemporanei - rappresenta quella seconda fase e dimensione del collezionismo, che si rapporta in maniera osmotica e sana alla scena artistica e in qualche modo anche istituzionale che lo circonda, avendo già senza dubbio superato un approccio ottocentesco di quel 'fare collezione' poc'anzi citato. Figlio di movimenti avanguardisti novecenteschi quali l'astrazione costruttiva in generale o l'approccio concettuale al linguaggio, non senza tralasciare quel tocco Dada che intride di aspetti ludici il fare a artistico, il collezionista predilige opere a carattere installativo di autori che si rifanno al concetto o adoperano paradigmi vieppiù minimalisti, spaziando essi dalla pittura alla fotografia, dal disegno al video.

A sud delle Alpi, laddove il rapporto privato pubblico assume contorni e dinamismi di tipo concorrenziale, nel caso della Collezione Berla, essa rimane un luogo ragionato della mente e del gusto, ancora fortunatamente 'da camera', dove il proprietario mantiene il più possibile rapporti personali con l'artista e con l'ambiente dell'arte, cosa divenuta ormai rara. La semplice autenticità di questa piccola collezione che si ingrandisce lentamente, seguendo criteri non meramente commerciali, riporta l'accento e l'attenzione sul vero significato del raccogliere testimonianze storiche o più semplicemente dell'essere testimone diretto dell'arte che si va a collezionare, e di cui un collezionista ama circondarsi. Per l'occasione il giovane storico dell'arte Mattia Desogus ha redatto un testo critico per il Cahier d'Art che uscirà durante la mostra, in omaggio al collezionista. (Mario Casanova, 2016)

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Perspectives 2. Artists in the Berla Collection
Opening on Saturday 23 July 2016 at 5.30 p.m.
23 July - 2 October 2016
MACT/CACT Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona (Switzerland)

The second event to be devoted by the MACT/CACT to private collections: once again, this is a collection whose home is on the southern slopes of the Alps. The aim of the exhibition is to pay tribute to the collector by showing some of the works by Italian artists that he has collected over the years: Adriana Beretta, Andrea Crociani, José Davila, Luca Frei, Alex Hanimann, Jakob Kolbing and Ugo Rondinone. We have explored the dynamics of private collecting as one of the roots of modern museology on several occasions before today, unearthing not so much the sometimes disappointing market strategies to be found in the framework of what is supposed to be a real passion for art, as the authenticity of a work of art and of its collector. It is no coincidence that the end-of-year exhibition being hosted by the MACT/CACT also touches tangentially on a particular way of conceiving of the space of art and social space: the Wunderkammer.

All too often, the image we have of the post-contemporary collector is still that of the entrepreneur who makes an investment, for whom an artist has a value because he is in demand on the market of the day. It then follows that so many of the art collections we come across in museums were compiled on the basis of this underlying criterion, in which the exchange between money and artistic goods has acquired purely commercial connotations: something that should actually be of no interest to a museum as a place of culture. Should this phenomenon be traced back to political and financial globalisation, or to the effect of the significantly more trendy "country system" and of today's hollow consumerism?

As things stand here in Canton Ticino, after several years devoted to collecting works by contemporary artists, the Berla collection constitutes the second phase and dimension of collecting that relates osmotically and healthily to the art scene and in some respects also to the scene of the institutions that surrounds it, since it has already unquestionably put the nineteenth-century approach to "building a collection" just described above behind it in the past. The offspring of such twentieth-century avant-garde movements as constructivist abstraction in general or the conceptual approach to language, without neglecting that touch of Dada that steeps artistic making in playful aspects, the collector has a preference for installation works by artists who identify with the concept of minimalism or make use of primarily minimalist paradigms, ranging from painting to photography and from drawing to video.

Regarding the situation that pertains on the southern side of the Alps, where the relationship between private and public has a tendency to become competitive in its profile and its dynamics, the case of the Berla collection comes across as a reasoned locus of the mind and of taste, one that is still graced by a chamber attitude, in which the owner does his utmost to nurture a personal relationship with the artist and with the art scene, something that has become rare indeed.

The simple authenticity of this little collection that is growing gradually, following criteria that are not merely commercial, brings the focus and attention back onto the true significance of collecting historical testimonies or more simply of being a direct testimonial of the art that we set out to collect, the kind that the collector loves to have around himself. To mark the occasion, the young art historian Mattia Desogus has written a critical essay for the Cahier d'Art due to be published during the exhibition, as a tribute to the collector. (Mario Casanova, 2016 - Translation Pete Kercher)




Eadweard Muybridge (1830-1904). Tra scienza e arte
termina lo 01 ottobre 2016
Galleria Gruppo Credito Valtellinese - Milano

Mostra italiana su Eadweard Muybridge (1830-1904), il fotografo che "inventò" il movimento, influenzando con le sue immagini Degas e gli artisti del suo tempo, anticipando la nascita del cinema. Con la curatela di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio. Muybridge, inglese emigrato negli States, ebbe il primo approccio professionale con la fotografia documentando la potente bellezza del Parco Nazionale di Yosemite. Poi la curiosità di un uomo d'affari lo spinse a verificare l'ipotesi se, nel galoppo, tutte e quattro le zampe del cavallo risultassero contemporaneamente alzate rispetto al suolo, come le aveva dipinte, per esempio, l'artista francese Théodore Géricault nel dipinto Il Derby a Epson (1821).

Utilizzando 24 fotocamere collegate ad altrettanti fili lungo il percorso, Muybridge ottenne una sequenza di immagini che documentavano con assoluta precisione il movimento dei cavalli, confermando che per alcuni istanti effettivamente nel galoppo l'intero loro corpo risulta sollevato dal suolo, ma indicando anche che l'estensione delle zampe risultava del tutto diversa da quella immaginata agli artisti. Paul Valéry riconobbe come "le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo". Queste immagini divennero celebri: molti artisti, e tra loro Degas, capirono l'importanza della fotografia come fonte di documentazione oltre la capacità visiva.

Divenne comune trasporre dalle foto non solo il movimento invisibile all'occhio umano ma anche altri aspetti della realtà, giungendo ad dipingere direttamente sull'immagine fotografica. Dopo i cavalli, gli uccelli in volo e il movimento degli animali dello Zoo di Philadelphia, il soggetto diventò l'uomo. Con la collaborazione dell'Università di Pennsylvania, Muybridge mise a punto lo Zoopraxiscopio, uno strumento simile allo Zoetropio, che consentiva di proiettare le immagini, rendendole così contemporaneamente visibili. Come al cinema. Oltre a presentare un focus sulla storica produzione di Muybridge. Verrà anche ricomposto, in chiave contemporanea, il set che egli usava per gli scatti in piano sequenza. Del percorso di visita fa' parte anche un "film stenopeico", docu-films originali realizzati da Paolo Gioli. Il catalogo propone un saggio a carattere storico del prof. Italo Zannier, un testo di analisi della mostra a cura di Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra e una piccola sezione cinematografica firmata Paolo Gioli. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Garry Winogrand: Women (are beautiful)
termina lo 09 ottobre 2016
Museo d'Arte della Provincia di Nuoro
www.museoman.it

A un anno dal successo della mostra di Vivian Maier, la mostra, a cura di Lola Garrido, realizzata in collaborazione con diChroma Photography, presenta, per la prima volta in Italia, la collezione completa delle fotografie che, nel 1975, andarono a comporre il celebre volume Women are Beautiful, divenuto oggi un oggetto di culto. Immagini istantanee, qui proposte attraverso una serie di stampe originali, che celebrano la figura femminile con uno sguardo autentico, in cui si mescolano ammirazione e ironia, venerazione e sarcasmo. Negli ultimi anni il lavoro di Winogrand (1928-1984) è stato in più occasioni accostato a quello di Vivian Maier. Anche lui, come l'ormai celebre tata fotografa, operò nelle strade di New York a partire dai primi anni Sessanta, portando avanti un lavoro capillare e ossessivo di reportage.

Winogrand è stato uno dei più importanti cronisti della società americana, oltre che uno dei più celebri fotografi internazionali degli anni Sessanta e Settanta. Il suo sguardo sulle abitudini dei cittadini statunitensi, apparentemente distratto, quasi casuale, spesso ironico, fu influenzato soprattutto dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans, che reinterpretò in una forma nuova e radicale. Winogrand individuò negli anonimi abitanti delle città americane il soggetto ideale per dare corpo alla propria visione del mondo, raccontando storie laterali, prive di copione o colpi di scena, in luoghi pubblici. La sua tecnica si contraddistingue per l'utilizzo di obiettivi grandangolari. I tanti provini giunti sino a noi dimostrano come Winogrand ricercasse volontariamente la presenza di uno spazio esterno al soggetto, spesso forzando l'inclinazione della macchina fotografica.

Com'è stato scritto in più occasioni, sarebbe sbagliato liquidare questi sfondi come elementi secondari, come un "rumore" visivo irrilevante. Secondo l'originale visione di Winogrand, i dettagli esterni, inclusi nella cornice della fotografia, contribuivano invece ad accrescere la forza e il significato del soggetto ritratto. Un lavoro per molti aspetti controverso, parallelo a quello dei poeti della Beat Generation, a cui non furono risparmiate pesanti critiche. Ciò che appare evidente è che non si tratta di una riflessione superficiale sui nuovi concetti di bellezza, ma piuttosto di una descrizione delle conseguenze sociali della controcultura americana, oltre che di una dichiarazione di sostegno ai diritti e alla libertà delle donne in un momento in cui il conservatorismo puritano sembrava volere rimettere in discussione alcune delle più importanti conquiste del dopoguerra. Il noto fotografo Joel Meyerowitz, ha parlato di "un urto e un abbraccio allo stesso tempo: lui è una contraddizione e le immagini sono contradditorie".

Garry Winogrand (1928-1984) nasce in una famiglia operaia del Bronx. Studia pittura al City College di New York e fotografia presso la Columbia University. Nel 1949 frequenta un corso di fotogiornalismo presso la New School for Social Research di New York e dal 1952 fino al 1969 lavora come fotoreporter freelance. La sua prima esposizione di rilievo si tiene al Moma nel 1963. Nel 1966 espone le sue foto nella mostra Toward a social landscape alla George Eastman House di Rochester, insieme a Lee Friedlander, amico e compagno di peregrinazioni. Con lui e con Diane Arbus partecipa alla mostra New Documents (Moma, 1967). Ha vinto tre volte il Gugghenheim Fellowship Awards (1964, 1969, 1979) e un a volta il National Endowment of the Arts Award (1979). Le fotografie documentaristiche di Garry Winogrand sono apparse in riviste come "Sports Illustrated", "Fortune" e "Life". Ha lasciato un enorme archivio di immagini, molte delle quali mai sviluppate. Alcune di queste sono state raccolte, esposte e pubblicate dal Moma nel volume Winogrand. Figments from the Real World (1988). Opere di Winogrand sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, come il Moma di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi.

Lola Garrido è una storica dell'arte specializzata in fotografia. E' stata responsabile della collezione della Fondazione Banesto. Come critica d'arte ha collaborato con i più importanti giornali spagnoli. La sua personale collezione di fotografia è stata oggetto di numerose mostre. (Comunicato ufficio Stampa Studio Esseci)

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Vivian Maier: Street Photographer
10 luglio - 18 ottobre 2015
MAN Museo d'Arte Provincia di Nuoro
Presentazione mostra




I voli dell'Ariosto: L'Orlando furioso e le arti
termina il 30 ottobre 2016
Villa d'Este - Tivoli
www.civita.it

In occasione del cinquecentesimo anniversario della prima edizione dell'Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1516), una mostra organizzata dal Polo Museale del Lazio, celebra l'impatto esercitato dal poema fino ad oggi sulle arti figurative. Villa d'Este, con il suo celebre giardino e i suoi ambienti affrescati, costituisce uno scenario ideale per una mostra di questo tipo: il cardinale Ippolito II d'Este, che fece costruire e decorare tra gli anni Sessanta e Settanta del Cinquecento questa villa di delizie, nipote del cardinale Ippolito I a cui era stato dedicato il Furioso, non solo è citato più volte nel poema, ma aveva avuto modo di frequentare l'Ariosto negli anni della giovinezza trascorsi presso la corte ferrarese. Già i contemporanei hanno giudicato Ludovico Ariosto un "poeta che colorisce", capace di "dipingere" le armi e gli amori con la penna e con l'inchiostro: pochi decenni dopo la sua morte lo si poteva già celebrare paragonandolo a Tiziano.

E' anche a causa della natura intrinsecamente figurativa dei versi ariosteschi che l'Orlando furioso ha goduto, nei secoli, di una vasta fortuna visiva: una vicenda che non si è ancora esaurita e che la mostra, curata da Marina Cogotti, Vincenzo Farinella e Monica Preti intende ricostruire, analizzando in dettaglio una serie di episodi significativi, partendo dagli inizi del Cinquecento e giungendo fino al Novecento. Le opere convocate a Villa d'Este, attingendo alle più varie tipologie e tecniche artistiche (dipinti, sculture, arazzi, ceramiche, disegni, incisioni, medaglie, libri illustrati...), intendono costruire un'esposizione rigorosa, nel suo costante rapporto con i temi del poema ariostesco, ma al tempo stesso capace di suggestionare emotivamente il visitatore.

Il percorso si aprirà, al piano nobile della villa, negli appartamenti del cardinale. Si potranno seguire, in un itinerario cronologico, alcune vicende della fortuna visiva del poema: dopo una premessa dedicata al volto e al mito del poeta (dove i ritratti cinquecenteschi dell'Ariosto dialogheranno con le rievocazioni ottocentesche di alcuni episodi, reali o fantastici, della sua vita), una sezione sarà dedicata alla storia figurativa del Furioso nel Cinquecento.

Per tutto il periodo della mostra, Villa d'Este propone una serie di manifestazioni ed eventi musicali, volti a far conoscere il grande impatto che il poema ariostesco suscitò sulla cultura musicale dell'epoca e dei periodi successivi. Sin dalla prima edizione del 1516, le stanze del Furioso hanno fornito i testi per oltre settecento madrigali composti da musicisti del calibro di Orlando di Lasso, Andrea Gabrieli, William Byrd e Pierluigi da Palestrina. Già dai primi decenni del 1600 i castelli incantati, le gesta eroiche, gli amori e i colpi di scena hanno irresistibilmente attratto l'attenzione dei librettisti del nascente teatro d'opera. Dopo essere stato tradotto nelle principali lingue europee, il capolavoro dell'Ariosto offre lo spunto per una impressionante quantità di imitazioni, sequel e parodie.

Tra gli inizi del 1600 e la fine del 1700 sono circa quaranta le opere, senza contare quelle perdute, che hanno come protagonisti Orlando, Angelica, Medoro, Bradamante, Ruggiero, Alcina, Ginevra, Ariodante, Atlante o Rodomonte. Il testo, nelle mani di librettisti e compositori, anche a causa della grande varietà e articolazione dell'opera, viene smembrato in decine di microcosmi: un unico canto può offrire lo spunto per la composizione di un'opera completa. I concerti in programma, organizzati dalla Direzione di Villa d'Este in collaborazione con l'Associazione Schola Palatina, e affidati alla "Vertuosa Compagnia de' Musici di Roma", presentano una scelta di composizioni nate dall'influenza del poema ariostesco nella cultura musicale europea; la quantità e le modalità di "rilettura" del Furioso danno l'idea del fermento e del dinamismo che caratterizzava gli ambienti letterari e musicali nell'Europa dal XVI al XVIII secolo.

Il primo concerto, dal titolo Il Segno d'Orlando, inaugura la programmazione il 2 luglio alle ore 21,00 con un programma dedicato al teatro musicale barocco. L'orchestra, diretta da Maurizio Lopa, e i due solisti, Cristiana Arcari e Giorgio Carducci, propongono l'esecuzione di Ouvertures, Suites ed Arie tra le più preziose ed affascinanti, tratte da opere di Hændel, Lully, Porpora e Steffani: capolavori in alcuni casi molto noti, altri poco conosciuti e di altissimo valore, selezionati tra quelli che meglio possono rappresentare i legami artistici e poetici stabiliti nella cultura europea dal capolavoro ariostesco. A seguire si apre il Ciclo di tre concerti-evento dal titolo Cantar d'Orlando.

Ciascuno dei tre appuntamenti sarà dedicato ad un tema particolare: L'Amore e gli Amanti (15 luglio), La Guerra e i Paladini (27 agosto), Il Senno e la Follia (17 settembre). I brani musicali, scelti tra danze, Cantate e Sonate del primo Barocco sono eseguiti dell'ensemble in formazione da camera: Valerio Losito e Giorgio Tosi (violino barocco), Luca Marconato (tiorba e chitarra barocca), Maurizio Lopa (viola da gamba), Emanuela Pietrocini (clavicembalo), Andrea Piccioni (percussioni), e Giorgio Carducci, controtenore; alla musica si alternano letture di Canti selezionati dall'opera ariostesca in tema con la serata.

Inoltre, per l'intera durata della mostra, a partire da luglio, i giardini di Villa d'Este offriranno ai visitatori una "meraviglia", nel senso rinascimentale del termine: le voci di Alberto Lupo, Giorgio Albertazzi e Arnoldo Foà torneranno a raccontare l'Orlando furioso in un luogo dedicato all'ascolto, alla riflessione, al riposo come al tempo dei fasti estensi: la Fontana della Civetta, già luogo delle meraviglie per la presenza degli automi idraulici. L'audioistallazione, che consentirà in alcune fasce orarie di immergersi in un'atmosfera ariostesca, è stata realizzata dagli studenti del Biennio Specialistico in Multimedia Design dell'ISIA (Istituto superiore per le industrie artistiche - disegno industriale - alta formazione artistica e musicale) di Pescara, coadiuvati dai docenti dei corsi di Sound Design ed Acustica, coordinati dal prof. Maurizio Lopa, attraverso il recupero, il restauro e la rielaborazione sonoro-musicale di estratti dalle registrazioni trasmesse dalla RAI negli anni '60. Un esempio di come la tecnologia moderna possa prestarsi al recupero dei contesti culturali, in una piena integrazione con un Sito che, realizzato qualche decennio dopo l'uscita dell'Orlando furioso, da 500 anni è testimone dei voli dell'immaginazione. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Mimmo Jodice
Attesa. 1960-2016


termina il 24 ottobre 2016
Museo MADRE - Napoli
www.madrenapoli.it

La più ampia mostra retrospettiva mai dedicata a Mimmo Jodice (Napoli, 1934), uno degli indiscussi maestri della fotografia contemporanea. In un percorso retrospettivo, a cura di Andrea Viliani, appositamente concepito dall'artista per gli spazi del museo MADRE, la mostra presenta più di cento opere, suddivise in diverse sezioni, fra loro connesse. In queste opere, che hanno contribuito a definire gli sviluppi della ricerca fotografica a livello internazionale, Mimmo Jodice esplora il mondo intorno a noi soffermandoci sulle soglie di un tempo indefinito, in cui si intrecciano il passato, il presente e il futuro. Jodice delinea in questo modo una dimensione posta al di là dello scorrere del tempo e delle coordinate spaziali, sospesa nella dimensione - contemporaneamente fisica e metafisica, empirica e contemplativa - dell'attesa.

Un'attesa che è anche matrice di una pratica rigorosamente analogica della fotografia: l'attesa come ricerca paziente dell'illuminazione, spesso mattutina, in grado di rilevare l'essenza del soggetto rappresentato, o l'attesa come l'altrettanto paziente bilanciamento dei bianchi e dei neri in camera oscura. E se, dal 1980, da queste opere scompare la figura umana - fino a quel momento presenza ricorrente - ciò a cui Jodice perviene è l'ineffabile eternità e il nitore assoluto di immagini in bianco e nero restituite dallo sguardo rivelatore di una macchina da presa che si fa "macchina del tempo" (o, meglio, del superamento del tempo), nell'affascinata perlustrazione del mondo, da quello più prossimo del ventre di Napoli alle sponde del Mediterraneo, con le loro vestigia di antiche civiltà ormai scomparse, fino agli incerti confini delle megalopoli globalizzate. (...)

Nella sala Re_PUBBLICA MADRE al piano terra - in prossimità della strada su cui il museo si affaccia - è messa in scena, nel formato di una grande proiezione cinematografica (Teatralità quotidiana a Napoli, 2016), una selezione di immagini dalle serie dedicate, negli anni Sessanta e Settanta, alla città di Napoli: dalla registrazione di forme di aggregazione sociale come i cortei del partito comunista o le feste popolari (oggetto, quest'ultime, anche del volume Chi è devoto?, 1974, con prefazione di Carlo Levi e schede di Roberto De Simone). Sono gli anni di un'estesa e approfondita interpretazione fotografica della realtà (a cui la rivista "Progresso fotografico" dedica nel 1978 un numero monografico, che segue il volume Mezzogiorno. Questione aperta del 1975).

In queste immagini Jodice, senza mai ridurle a semplice documentazione, restituisce il senso stesso della propria epoca e della propria città, colti nelle loro irriducibili contraddizioni, con un'attenzione estetica che si traduce in impegno etico e antropologia democratica degli oggetti comuni, delle abitudini quotidiane, dei comportamenti collettivi, dei residui della Storia, delle ideologie e delle fedi. Un'analisi lucida che si erge a inno barocco, epistemologia lirica, chiaroscuro sociale e culturale: "teatralità quotidiana a Napoli". La mostra prosegue al terzo piano: qui, l'inizio e la fine del percorso espositivo sono dedicati alle coeve ricerche sperimentali: incunaboli di una fotografia che si declina come investigazione concettuale delle potenzialità del linguaggio fotografico: in Vera fotografia (1979), l'immagine della mano dell'artista, intenta a scrivere a penna le parole del titolo, le riporta sulla carta fotografica come una vera scritta a penna. (...)

Fino a giungere all'autoanalisi sia del proprio strumento (Macchina fotografica, 1965) che degli innumerevoli accadimenti trasformativi in fase di stampa (Chimigramma, 1966). Ne emerge tutta la libertà ideativa e compositiva di una pratica fotografica che aveva avuto inizio, del resto, da autodidatta, alla fine degli anni Cinquanta, non con l'uso della macchina da presa o della pellicola ma con l'uso di un ingranditore, e quindi con i concetti extra-fotografici di tempo (di esposizione) e (grado di) luminosità.

Una libertà che è anche quella con cui l'identità dell'artista viene riplasmata: esaltando il valore modernista della processualità rispetto al prodotto, ed investigando al contempo, e con straordinario anticipo, le logiche del post-moderno citazionista e appropriazionista, nel 1978, nel progetto Identificazione presso lo Studio Trisorio di Napoli, Jodice ri-fotografa non solo le immagini ma anche le estetiche di altri fotografi quali Richard Avedon, Bill Brandt, Walker Evans, André Kertész, Ralph Gibson, Christian Vogt, esplorando le possibilità di "dilatazione o restringimento, sviluppo o riduzione" fotografiche. Nelle tre ali del terzo piano si succedono poi - in una stringente contiguità e continuità fra i tre differenti tempi del passato (prima sezione), del futuro (seconda sezione) e del presente (terza sezione) - opere da tutte le principali serie di Jodice, a partire dagli anni Ottanta, evocando un tempo circolare, ciclicamente ritornante su se stesso e sui suoi motivi ispiratori.

Nella prima sezione si procede dalle radici culturali del Mediterraneo (ricerca avviata nel 1985) alle epifanie del quotidiano (Eden, serie del 1995 presentata in mostra in una nuova versione inedita). (...) Mentre nella seconda sezione, collocata al centro della mostra, prende corpo la matrice visionaria e meditativa di tutta la ricerca di Jodice, quella creazione di un reale al di là della realtà che, rintracciando un corrispondente emotivo e intellettuale nel Surrealismo novecentesco (richiamato in mostra dall'opera di René Magritte L'amour, 1949), si dischiude compiutamente nel nuovo ciclo Attesa, posto da Jodice quale approdo ideale della mostra ma anche, allo stesso tempo, quale suo fulcro generatore e suo eterno ritorno: nello spazio-tempo dell'attesa di un futuro che mai si compie, Jodice non riconosce più lo spazio o il tempo reali, ma li ricrea, mentre il mondo e la Storia, trasfigurati nel bianco e nero di un sublime mattino da camera oscura, sembrano essere ormai solo il ricordo di quello che erano, sono o saranno.

Per la prima volta in una sua mostra Jodice lascia infine affiorare anche le fonti di ispirazione della sua ricerca, rappresentate da opere selezionate con l'artista stesso: due capolavori dell'archeologia mediterranea (la scultura in marmo bianco del Compagno di Ulisse e il busto in bronzo di Artemide, provenienti da quell'ipotetico museo del mare nostrum che Jodice evoca nelle sue opere di soggetto archeologico) sembrano presagire, tramite il catalogo di frammenti antiquari delle acqueforti su rame di Giovanni Battista Piranesi, la loro futura sintesi fotografica. La ferocia astratta di Eden oscilla fra la Natura morta con testa di caprone (1645-1650) di Jusepe de Ribera e la quiete delle nature morte di Giorgio Morandi, mentre i paesaggi di Jodice sembrano trovare accogliente assonanza nelle metafisiche piazze d'Italia di Giorgio De Chirico (La grande torre, 1932-38) o nei silenziosi, compendiari, minimali scenari cittadini di Mario Sironi (Paesaggio urbano, 1920).

Dopo la formazione all'Accademia di Belle Arti di Napoli (dove, grazie al suo Direttore, il pittore Emilio Notte, Jodice inaugurerà nel 1970 i primi corsi sperimentali e, dal 1975 al 1994, sarà docente del primo corso di fotografia in un'Accademia italiana), l'artista tiene la sua prima mostra personale nel 1967, presso la libreria La Mandragola. Nel 1971 conosce Cesare De Seta, con il quale condividerà uno studio a Napoli fino al 1988, mentre attraverso la collaborazione anche con i galleristi Lucio Amelio e Lia Rumma inizia quel rapporto con l'ambiente artistico napoletano che sarà poi l'oggetto del volume Mimmo Jodice. Avanguardie a Napoli dalla contestazione al riflusso, 1996.

Jodice è autore di numerosi altri volumi monografici, molti presenti in mostra, tra i quali Vedute di Napoli, 1980, con cui si chiude il "periodo sociale" e si avvia una ricerca sulla spazialità caratterizzata dallo scavo di memorie collettive e archetipe e da vuoti metafisici. A Jodice hanno dedicato mostre personali alcuni dei più importanti musei del mondo, e sue opere sono presenti nelle collezioni di vari musei. All'artista sono stati conferiti infine diversi riconoscimenti quali nel 2003 il Premio Antonio Feltrinelli dell'Accademia dei Lincei, nel 2006 la Laurea Honoris Causa dall'Università degli Studi Federico II di Napoli, nel 2011 l'onorificenza di Chevalier de l'Ordre des Art et des Lettres e, nel 2013 e 2016, la Laurea Honoris Causa dell'Università di Architettura di Mendrisio e dell'Accademia di Belle Arti di Macerata. (Comunicato ufficio stampa Electa)




Rassegna David Bowie Is "David Bowie Is"
termina il 13 novembre 2016
MAMbo - Bologna

Prima retrospettiva dedicata alla carriera di David Bowie, uno degli artisti più audaci, influenti e innovativi nel panorama musicale contemporaneo. Il percorso si sviluppa attraverso contenuti "multimediali" che conducono il visitatore nel processo creativo del Duca Bianco e descrive come il suo lavoro abbia canalizzato i più ampi movimenti nell'ambito dell'arte, del design, del teatro e della cultura contemporanea. Il ritratto che emerge è quello di un artista capace di osservare e reinterpretare la società contemporanea con uno sguardo innovatore lasciando tracce indelebili nella cultura visiva e pop.

I curatori della mostra Victoria Broackes e Geoffrey Marsh hanno selezionato più di 300 oggetti dell'archivio personale del musicista tra cui: l'outfit di Ziggy Stardust (1972) disegnato da Freddie Burretti, fotografie di Brian Duffy; le artistiche cover degli album realizzate da Guy Peellaert e Edward Bell; estratti di video e performance live come The Man Who Fell to Earth, video musicali come Boys Keep Swinging e arredi creati per il Diamond Dogs tour (1974). Oltre a oggetti personali quali: i testi originali delle sue canzoni scritti a mano e alcuni dei suoi strumenti. Risultato finale di questo indimenticabile viaggio è la scoperta dell'evoluzione delle sue idee creative.

La mostra, che nella sola Londra è stata vista da oltre 300.000 visitatori, è tematicamente suddivisa in tre principali sezioni: la prima introduce il pubblico ai primi anni di vita e della carriera di David Bowie nella Londra del 1960, risalendo man mano fino al punto di svolta del singolo Space Oddity nel 1966. La seconda parte accompagna il visitatore nel processo creativo di David Bowie e rivela le differenti fonti d'ispirazione che hanno dato forma alla sua musica e allo stile delle sue performance. La terza, delle stesse dimensioni delle precedenti, immerge il pubblico nello spettacolare mondo dei grandi concerti live di Bowie. In quest'ultima sezione, le presentazioni audio e video di grandi dimensioni sono accoppiate all'esposizione di diversi costumi di scena e materiali originali dell'artista. (Comunicato stampa)




Lorenzo de Carris e i pittori eccentrici nelle Marche del primo Cinquecento
termina lo 02 ottobre 2016
Museo Piersanti - Matelica
www.civita.it

Attraverso la selezione di pitture e sculture che vanno dal 1490 alla metà del Cinquecento, la mostra - a cura di Alessandro Delpriori e Matteo Mazzalupi - racconta l'arte nelle Marche del Rinascimento maturo e si snoda lungo un percorso cronologico e stilistico che accosta le opere di Lorenzo de Carris a quelle dei suoi contemporanei coma Luca Signorelli, Cola dell'Amatrice e Vincenzo Pagani. Lorenzo di Giovanni, che dal 1502 viene chiamato anche il Giuda, era di origine slava e nacque a Matelica tra il 1465 e il 1466, la sua prima opera è una pala d'altare commissionata per la famiglia Turelli e destinata alla Cattedrale di Matelica. Questa è stata smembrata e dispersa ma due frammenti sono conservati ancora al Museo Piersanti. Il lavoro di ricostruzione del percorso critico ha permesso di puntualizzare la cronologia interna del pittore, anche e soprattutto in relazione alle presenze nel territorio di altri artisti con cui Giuda ha collaborato o da cui ha trovato ispirazione.

All'inizio del Cinquecento Matelica diventa infatti una città cruciale per l'intero svolgimento dell'arte nelle Marche, la presenza in San Francesco della pala di Marco Palmezzano datata 1501 e l'arrivo della grandiosa Deposizione di Luca Signorelli nel 1505 per Sant'Agostino, segna un clamoroso cambio di passo nel gusto delle immagini per tutto il territorio. La chiesa di San Francesco appena riaperta sarà una sezione esterna della mostra in cui sarà possibile vedere il maestoso dipinto di Palmezzano completo in ogni sua parte e perfettamente conservato, e un dipinto di Eusebio da San Giorgio datato 1512 che rappresenta in maniera perfetta la penetrazione del raffaellismo umbro anche nelle Marche.

In mostra sarà presente in maniera del tutto eccezionale un tondo di Luca Signorelli commissionato al pittore dal figlio di Luca di Paolo, Giovannantonio, che fu usato dagli agostiniani come tramite per arrivare al famoso pittore cortonese. Lorenzo di Giovanni si spostò poi a Macerata dove visse fino alla morte avvenuta ben oltre la metà del secolo, dopo il 1555. La sua tavola per il Duomo di quella città che sarà presente in mostra è opera sintomatica della cultura locale nei primi decenni del secolo, in cui la pittura lucida di Palmezzano si sposa in maniera perfetta con la cultura antiquaria di stampo romano di Cola dell'Amatrice e con il gusto cromatico di Lorenzo Lotto, che nel frattempo era arrivato nelle Marche. La mostra racconta l'intero percorso del pittore avendo raccolto tutte le opere mobili disponibili tra cui spicca il prestigiosissimo prestito dalla Pinacoteca di Brera di Milano che ha acconsentito alla movimentazione di una pala d'altare che era in origine a Serra San Quirico.

Il catalogo della mostra, edito da Quattroemme, è curato da Alessandro Delpriori e da Matteo Mazzalupi e conterrà un approfondito studio scientifico sul pittore e sul panorama artistico locale della prima metà del Cinquecento con numerose nuove attribuzioni, puntualizzazioni critiche e novità storiche. L'importanza della manifestazione è tale che la Fondazione Federico Zeri dell'Università di Bologna ha deciso di organizzare una Summer School a Matelica, dal 2 al 9 luglio sul tema: Marche 1500. Tra protoclassicismo ed eccentrici al tempo di Perugino e Raffaello ed è curata da Anna Maria Ambrosini Massari e Andrea De Marchi. Saranno presenti docenti e studiosi da tutta Europa. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Teelgramma per Pia Punter Pia Punter Poster dedicato alla cestista triestina Pia Punter e telegrammi originali
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Da una serie di telegrammi originali rinvenuti, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa dedica un poster a una cestista triestina che attorno alla fine degli anni Quaranta del Novecento fu pure capitana della nazionale italiana di "palla al cesto", quella Pia Punter che con la squadra del dopolavoro del Pubblico Impiego Ilva di Trieste vinse il campionato italiano 1939-1940. "Infinite congratulazioni al misterioso ma grande tesoro della Pallacanestro Italiana nonché capitana delle campioni d'Italia con orgoglio stringoti la mano abbraccioti" scrive in un telegramma tale Itala Soave riferendosi alla vittoria della Puntar e delle sue compagne sulle milanesi.

Erano tempi, quelli, in cui il basket veniva giocato sulla terra battuta, signore e signorine calzavano divise con le gonne ben sotto il ginocchio, i punteggi erano ben lontani da quelli odierni. Infatti l'Ilva Trieste di Pia Punter conquistò lo scudetto in una finale giocata contro l'Ambrosiana Inter di Milano, regolando le meneghine con un sofferto ma sufficiente 23 a 22. Da un dirigente nazionale del Dopolavoro un altro telegramma esprime "a Voi e camerate vivissimi rallegramenti per vittoria campionato nazionale palla canestro sicura promessa per altre future affermazioni nostra squadra". Era il ventennio fascista, e le compagne di squadra, erano, per l'appunto, "camerate".

Campionato dopo campionato gli scenari cambiano. "Juventus e Genova disposte ingaggiarti - riceverai offerte squadre - segue lettera", si legge in un altro telegramma che fa intendere come l'atleta fosse richiesta da tante altre squadre e fosse pronta a lasciare Trieste. Non per niente fu capitana della squadra nazionale che nel 1938 vinse il campionato europeo. Ne aveva fatta di strada da quel ricreatorio sangiacomino Riccardo Pitteri in cui iniziò a praticare da ragazzina il basket, la pallavolo e il tennis. Scomparsa nel 1984, appartiene meritatamente al novero di quelle azzurre triestine che hanno portato alto il nome della propria città nel Paese e all'estero. Il poster a Lei dedicato, con i telegrammi originali, sarà presentato alla presenza di alcuni familiari dell'atleta azzurra. Il poster arricchirà in modo permanente la collezione telegrafica della struttura museale. (Comunicato stampa)




Isabelle Cornarò - Paysage avec Poussin VI - materiali vari, dimensioni variabili 2014 - Courtesy AGIVERONA Collection, Galerie Balice Hertling, Paris Georges Adeagbo - Costellazione 14 - installazione, 5 oggetti inclusa foto - Dimensioni Variabili - Fotografia cm.140x100 2010 - Courtesy AGIVERONA Collection, Frittelli Arte Contemporanea, Firenze Nari Ward - Wishing arena - cestini di plastica, legno, lumini, lattine 2013 - Courtesy AGIVERONA Collection, Galleria Continua "Che il vero possa confutare il falso"
termina il 15 ottobre 2016
Santa Maria della Scala, Palazzo Pubblico e Accademia dei Fisiocritici - Siena

Alcuni tra i più bei palazzi storici di Siena aprono al pubblico per accogliere una mostra sulla collezione di opere d'arte contemporanea di AGIVERONA Collection, a cura di Luigi Fassi e Alberto Salvadori. "Il dialogo fra presente e passato, fra linguaggi contemporanei e linguaggi artistici classici costituisce il filo rosso che accompagna l'attività del Santa Maria della Scala per tutto il 2016, dichiara Daniele Pitteri, Direttore del complesso museale e prosegue, "Che il vero possa confutare il falso, non è una semplice tappa di questo percorso, ma costituisce il primo mattone di una progettualità che sempre di più dovrà servire a far convergere a Siena esperienze di ampio respiro nazionali e internazionali capaci di dialogare in maniera dinamica e aperta al futuro con le energie artistiche e creative della città".

La mostra fa parte delle iniziative comprese in ITINERA, progetto ideato e diretto dall'Associazione Fuoricampo con l'Associazione Culturing in collaborazione con il Comune di Siena. Il progetto ha come obiettivo il supporto alle giovani generazioni attraverso lo scambio e la mobilità di artisti e operatori culturali tra la Toscana e il Belgio, ma anche la formazione di nuovi amateur e sostenitori dei linguaggi contemporanei. In quest'ottica l'esposizione della raccolta, una delle più illuminate presenti in Italia, rappresenta un modello di sostegno alla produzione artistica, richiamando l'attenzione alle pratiche del collezionismo contemporaneo, alle nuove forme di mecenatismo nell'ambito artistico e alle nuove formule di collaborazione che si instaurano oggi tra artista e collezionista.

AGIVERONA Collection nasce negli anni Sessanta. Fino agli anni Ottanta concentra il suo interesse sui grandi maestri contemporanei, dopodiché sposta la sua attenzione sui giovani artisti, per promuovere progetti dedicati all'arte contemporanea, sostenere l'attività dei giovani artisti internazionali e finanziare, sul lungo temine, l'apertura di uno spazio di fruizione e formazione culturale legato all'arte contemporanea.

La collezione si compone di diverse opere le cui date di creazione coincidono per lo più con la loro data di acquisizione, per ricordarne alcune: negli anni Ottanta l'acquisizione di Arienti, nel 1991 di Cattelan, nel 1999 di Jim Lambie, nel 2000 di Adel Abdessamed, di Chen Zhen e del primo video di Anri Sala, nel 2001 di Subodh Gupta e nel 2003 di Tino Sehgal (per entrambi gli artisti fu la prima acquisizione da parte di una collezione straniera) ed ancora nel 2004 Simon Starling, nel 2008 Susan Phillips e più recentemente, nel 2012, la giovane Vanessa Safavi e il giovane artista Ibrahim Mahama esposto con un'installazione site-specific alla 56° Biennale di Venezia.

"Ignoranza, Consapevolezza, Ricerca sono le tre fasi che caratterizzano il mio percorso e la mia crescita da collezionista" afferma Giorgio Fasol e prosegue "Passione e conoscenza sono alla base di tutto. Mi piace rischiare, scommettere sui giovani artisti, lasciarmi coinvolgere dal colpo di fulmine oltre ogni ragionevole dubbio... Il più delle volte la fortuna mi assiste, gli artisti su cui punto spesso raggiungono successi importanti anche a livello internazionale...Viaggio molto, i chilometri percorsi sono oramai incalcolabili, ma l'adrenalina mi permette di non essere mai stanco, di restare attento, vigile e curioso, sempre."

"Progetti per l'Arte" di AGIVERONA Collection è una piattaforma di crowdfunding che mira al finanziamento di progetti artistici. Diversamente dal solito, invece di premiare i donatori in base al contributo personale del singolo, la piattaforma premia chi si attiva maggiormente per il successo del progetto coinvolgendo altre persone nella raccolta. In questo modo le persone sono incentivate a diventare ambasciatori del progetto divulgandolo presso altri potenziali sostenitori.

Giorgio Fasol (Verona, 1938) è una delle figure più significative e preziose della cultura artistica attuale. Dalla sua grande passione per l'arte contemporanea nasce un'importante raccolta privata: AGIVERONA Collection. Nel 1988 concede il primo prestito: cinque opere, esposte in occasione di Arte Fiera Bologna per una mostra curata da Silvia Evangelista e dedicata alla ricerca sul collezionismo italiano. Da allora le opere appartenenti alla sua collezione non hanno più smesso di viaggiare, richieste e prestate a Musei e Fondazioni di tutto il mondo vengono esposte in mostre e rassegne dedicate al linguaggio artistico contemporaneo.(Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)

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«La mostra è un dialogo a due tra la collezione AGIVERONA e la città di Siena. AGIVERONA è una collezione di arte italiana e internazionale, costruita in diversi decenni di attività. Il suo tratto identitario è quello di aver intercettato opere di artisti in una fase aurorale della loro carriera: la maggior parte delle opere della collezione sono state acquisite nel medesimo anno di produzione delle stesse. La presentazione di AGIVERONA Collection nella città di Siena ha determinato l'avvio di un dialogo tra la storia della città e le narrazioni delle opere selezionate. La mostra propone una chiave d'interpretazione di una selezione di opere mediante la loro collocazione all'interno di diversi contesti cittadini caratterizzati storicamente da una ricerca del vero intesa come espressione di razionalità politica, umanitaria e scientifica.

E' questo il caso del Palazzo Pubblico, luogo della ragione e del governo, dell'ex-ospedale di Santa Maria della Scala, sito da sempre definibile come laboratorio della scienza deputato alla salvezza dell'uomo, e dell'Accademia dei Fisiocritici, espressione della più alta definizione di quello spirito di matrice moderna che ha prodotto formidabili intellettuali e scienziati, attori determinanti nella crescita della conoscenza attraverso il connubio tra scienza e passione. I tre luoghi, sede di alcuni degli eventi e delle memorie più importati delle città di Siena, testimoniano tutti una volontà di affermazione del vero come principio di un'epistemologia razionale, esito di uno sguardo sul mondo capace di discernere con sicurezza tra vero e falso, realtà e finzione, prova e illusione.

E' in particolare l'Accademia dei Fisiocritici ad essere luogo decisivo di questa volontà euristica moderna, anticipatrice di una nuova temperie culturale di portata internazionale. Fondata nel Seicento, in parallelo a quella del Cimento a Firenze, l'Accademia senese è sorta in dialogo con le prime coeve esperienze di ricerca scientista sperimentale, in reazione alla ormai esausta tradizione della trattatistica aristotelica. I Fisiocritici, mossi dal desiderio di immergersi nell'investigazione scientifica del mondo naturale colto in tutta la sua complessità, inaugurano a Siena un mutamento epocale: l'abbandono della tradizione aristotelica a favore di un metodo nuovo, quello della scienza sperimentale, avviato ad affermarsi mediante una vera e propria visione del mondo. Tale nuova stagione troverà pieno sviluppo nella cultura del Positivismo ottocentesco, destinata a diffondersi in tutta Europa.

La scienza positivista non è tuttavia una rottura con la tradizione antica ed è anzi proprio negli exempla della classicità romana che viene individuata una identità a cui idealmente riconnettersi. Così è Lucrezio, poeta e filosofo epicureo, all'epoca delle tensioni repubblicane di Roma del primo secolo avanti Cristo, a divenire nume tutelare dell'Accademia dei Fisiocritici senesi e a dare forma al suo motto: veris quod possit vincere falsa. Tale affermazione, che il vero possa vincere il falso, è il verso 481 del quarto libro del De Rerum Natura, poema didascalico di natura scientifico-filosofica e compendio descrittivo di tutto il reale, dalla materia infinitesimale degli atomi al mondo umano, sino all'investigazione dei fenomeni cosmici e celesti. Al contempo discorso sul metodo e guida epistemologica della natura, Lucrezio pone al centro del trattato la laicità della ratio, il discorso razionale come modalità conoscitiva sulla natura del mondo e dell'uomo, anticipando intuizioni rivoluzionarie giunte sino alla scienza contemporanea.

Che il vero possa vincere il falso è la chiave di interpretazione prescelta per la proposta di lettura delle opere esposte. Il filo rosso della mostra è un dialogo ideale tra storia senese e produzioni artistiche contemporanee, dove queste ultime si distinguono per una complessa molteplicità di media - dall'installazione sonora al disegno, dalla video arte alla performance. La mostra è una rigorosa interrogazione del reale da parte delle opere degli artisti, dove l'investigazione di problemi gnoseologici, l'analisi di memorie pubbliche e private, ma anche la riflessione su temi sociali e politici, trovano espressione mediante un approccio di analisi razionale nelle quali emozioni e passioni divengono parte di un più ampio tentativo dell'arte di comprendere il mondo. Il visitatore è così invitato a percorrere le sale delle tre istituzioni senesi alla scoperta delle riflessioni degli oltre 40 artisti coinvolti.

Il Palazzo Pubblico, Santa Maria della Scala, e l'Accademia dei Fisiocritici divengono così teatro delle investigazioni zoologiche di Mark Dion, Berlinde de Bruyckere e Vanessa Safavi, del rapporto uomo-natura analizzato da Cyprien Gaillard, Michail Sailstorfer, Steve Roden e Judith Hopf, delle tensioni tra storia della scienza e storia delle relazioni sociali evidenziate da Rashid Johnson, Abdel Abdessemed, Anri Sala e Georges Adeagabo, e dell'estetica umanistica di Adrian Paci, Neri Ward, Franco Vaccari e Tino Sehgal. Come ancora nel De Rerum Natura scriveva Lucrezio, dobbiamo vedere con la ragione sagace di che sia fatta l'anima e la natura dell'animo, ed è questo il messaggio finale che la mostra senese affida alla sensibilità interpretativa dei suoi visitatori.» (Che il vero possa confutare il falso - Veris quod possit vincere falsa, di Luigi Fassi e Alberto Salvadori)




Opera di Francesco Clemente Francesco Clemente. Fiori d'inverno a New York
termina lo 02 ottobre 2016
Santa Maria della Scala - Siena

Con questa mostra - a cura di Max Seidel, con la collaborazione di Carlotta Castellani - Francesco Clemente rende omaggio a Siena, città che già nel 2012 ha dimostrato un vivo interesse per la sua arte con la prestigiosa nomina per l'esecuzione del drappellone del Palio. In seguito a tale collaborazione l'artista ha realizzato dieci opere inedite, suddivise in due cicli distinti, da esporre nella città su invito di Max Seidel. Si tratta di dieci tele di grande formato realizzate dal pittore napoletano a New York a partire dal 2009 ed esposte per la prima volta a Siena. La serie dei Fiori d'inverno a New York è costituita da cinque opere che hanno impegnato l'artista per più di cinque anni (2009-2016).

Questo ciclo nasce in collaborazione con la moglie dell'artista, Alba Primiceri, nota attrice e coreografa, la quale ha scelto alcuni fiori presenti a New York nei mesi invernali che hanno costituito la base per una rielaborazione pittorica da parte di Francesco Clemente, contraddistinta dall'accurata selezione dei pigmenti di origine vegetale utilizzati per ciascun lavoro. Sono presenti in mostra anche le opere della serie - intitolata "l'Albero della vita" - che rappresenta la summa del linguaggio adottato dall'artista fin dai suoi esordi, con riferimenti ad alcuni motivi presenti nella sua produzione e collegati al tema del ciclo della vita. L'iconografia di Clemente attinge liberamente dalle fonti più svariate come la mitologia classica, il buddhismo, la storia e la letteratura orientali e l'immaginario contemporaneo. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Civita)




Bendini ultimo (2000-2013)
termina lo 01 ottobre 2016
Accademia di San Luca - Roma

Vasco Bendini, uno fra i maggiori nostri artisti della seconda metà del secolo Ventesimo, è ricordato da una mostra, a cura di Fabrizio D'Amico, che ne ripercorre, a un anno dalla scomparsa, il lavoro ultimo, attraverso circa 40 opere di grande dimensione. Un lavoro che da un canto testimonia della fedeltà di Bendini al tema del segno e a quello della luce, tramite i quali egli ha fondato la sua pittura già all'inizio degli anni Cinquanta - quando tutta la critica più attenta al nuovo, da Arcangeli a Calvesi, da Emiliani a Barilli, da Tassi ad Argan, ne percepiva la "candida, solitaria primogenitura" in una vicenda che andava muovendosi oltre l'Informale padano, verso l'astratto.

D'altro canto, pur fedele sempre alle proprie fondamentali vocazioni, Bendini ha reso nell'ultimo suo tempo più coinvolta la sua ricerca, scoprendo una luce che s'è fatta sempre più attimale, concitata, drammatica. Del suo ultimo lavoro, mai esposto prima con questa larghezza, la mostra dà conto, dopo che un positivo riscontro di pubblico e di critica esso ha registrato a New York, presso la R H Contemporary Art gallery, in una sua recentissima uscita. Il primo laboratorio di Vasco Bendini (Bologna, 1922 - Roma, 2015) si svolge fra intense letture filosofiche e l'alunnato all'Accademia di Belle Arti, ove è allievo di Virgilio Guidi e di Giorgio Morandi.

Dopo l'esordio alla Bergamini di Milano nel '49, espone in varie mostre personali e collettive, a partire da quella alla Torre di Firenze del '53, con introduzione di Francesco Arcangeli. E' quindi presente - tra l'altro - alla Biennale del 1956, alla Quadriennale romana del 1959, alla Biennale di San Paolo del Brasile del 1961 e alla Biennale di Tokyo del 1962. Ovunque espone una pittura d'ambito informale, ma venata da una propensione a un più determinato astrattismo. Una nuova ricerca ha inizio appena varcata la metà del settimo decennio, antesignana di certe inflessioni formali che saranno dell'arte povera. Il nuovo modo approda nel 1966 ad una personale all'Attico di Roma, presentata da Giulio Carlo Argan, e ad un'altra personale, nel '67, allo Studio Bentivoglio di Bologna, presentata da Arcangeli.

Partecipa tra l'altro, con sale personali, alle Biennali di Venezia del 1964 e del 1972. Nel 1973 si stabilisce a Roma, dove rimarrà a lungo, e dove tornerà a risiedere nel 2012, dopo un intervallo di vita lavorativa trascorso a Parma. A partire dagli anni Settanta ha numerosissime, importanti mostre personali e antologiche, oltre che in molte gallerie italiane e straniere, in enti pubblici e sedi museali. (Comunicato stampa ufficio stampa Studio Esseci)




Annamaria Buonamici - olio su vetroresina "ARTinCLUB 4" - Arte Contemporanea alla Residenza d'Epoca
Dipinti di Annamaria Buonamici


termina il 30 settembre 2016
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com

Mostra di pittura, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. In esposizione una serie di recenti dipinti dell'artista Annamaria Buonamici. L'iniziativa ARTinCLUB, giunta alla quarta edizione, nasce con l'intento di offrire al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Annamaria Buonamici (Lucca, 1954) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in Italia e all'estero. I suoi dipinti sono realizzati con una tecnica personalissima, mediante la quale l'artista dipinge sul retro lastre trasparenti di vetroresina con colori ad olio. Il suo universo creativo è focalizzato sull'osservazione del paesaggio naturale: attraverso continui giochi di sovrapposizione ed effetti di contrasto, la pittrice rappresenta la natura con suggestive combinazioni cromatiche, nel tentativo di coglierne l'essenza più profonda. La mostra è corredata di catalogo con introduzione di Gianni Costa. (Comunicato stampa)




Opera di Filippo Capperucci Opera di Mimì Buffelli Opera di Giuseppe Patanè Opera di Adriano Castelli Opera di Eugenia Serafini Opera di Franca Maria Catri Scenari








Filippo Capperucci, Mimì Buffelli, Giuseppe Patanè, Adriano Castelli, Eugenia Serafini, Franca Maria Catri


termina il 21 ottobre 2016
Plus Florence - Firenze

"Scenari" si campiona ad essere, in una città come Firenze, lo specchio di un'arte di frontiera, assolutamente in movimento, ipermoderna, ipertesa, ipercolta, mente e cuore, ma anche progetto e destino della comunicazione estetica. E' con questo progetto, ideato e diretto dal Prof. Carlo Franza, che si vuole indicare e sorreggere l'arte nuova e, dunque, protagonisti e bandiere, bandendo ogni culto del transitorio per porgere a tutti il culto dell'eterno. Con "Scenari" si troveranno ad essere coinvolti, ogni volta, sei artisti con sei mostre personali. I sei di questo capitolo sono Filippo Capperucci, Mimì Buffelli, Giuseppe Patanè, Adriano Castelli, Eugenia Serafini, Franca Maria Catri.

Capperucci: Corsari della Libertà
Plus Florence - Piano Beige

"Filippo Capperucci è un protagonista originale della pittura italiana contemporanea, molto conosciuto non solo per le immagini strutturate con effetti di potente semplificazione, ma anche per il singolare bestiario, per i suoi insetti e animali mostruosi irti di aculei e gobbe. Capperucci cerca di capire e leggere il mondo prima di rappresentarlo, lentamente immaginando che non sia finita l'euforia, il gioco a colori di questo mondo animale da paradiso terrestre che sorprende per una realtà e certi abissi nascosti. D'altronde i sogni sono nelle mani degli angeli, mentre il bestiario umano che egli traduce a colori stordisce e disincanta. (...) Filippo Capperucci ha esplorato il nostro mondo carpendone anche quella parte fantastica che incanta non poco. La sua è stata un'invasione mentale niente affatto affidata all'avanguardia, ma capace di alimentare la curiosità del turista visivo. (...)". (Carlo Franza)

Filippo Capperucci (Parigi, 1955) ha frequentato l'istituto d'arte di Firenze e si è diplomato all'Accademia di Belle Arti, sezione scenografia, nel 1978. La sua pittura si è sempre mossa nell'ambito del figurativo, sperimentando modi diversi sia nel rappresentarlo che nell'uso del colore sulla tela. Molti suoi lavori sono a tecnica mista, con inserti di materiali vari che richiamano la tecnica del mosaico, collage e fotografia, creando l'effetto desiderato. Ha al suo attivo varie mostre personali. Dal 2005 ha iniziato la realizzazione di un mosaico murale nel giardino del proprio studio, prontamente battezzato " il giardino dei gatti felici". Il suo pensiero prevalente si rifà a una frase di F. Hundertwasser. "Un mondo pieno di colori e' sempre sinonimo di paradiso".

Mimì Buffelli: Armonie dell'Universo
Plus Florence - Piano Fucsia

"Tutta la nutrita serie di opere in mostra lascia leggere "la Puglia di Mimì Buffelli", la Puglia del sole e del fico, fortezza dell'antichità e porta della Grecia. Solo una attenta pittrice poteva inscenare sia il vigore storico che la favola meridionale divenuti per sua mano modulazione grafica e ritmo poetico, sorprendente sintesi che maggiormente racconta una singolarità espressiva sempre più magica e rarefatta. (...)Il suo neorealismo un po' necessariamente neoromantico impreziosisce le immagini raccolte, calate poi in una luce che arde di grazia metafisica (...)". (Carlo Franza)

Mimì Buffelli Russi (Salve - Lecce) ha tenuto mostre personali, collettive, marguttiane, itineranti, interessando le sedi e gli ambienti più disparati, sempre con una dichiarata volontà: quella di legare la sua passione alla fede pittorica. Le città che hanno ospitato le sue mostre le troviamo dislocate in tutta Italia, soprattutto in Puglia, comprese tra i paralleli di Altamura e Santa Maria di Leuca. I suoi dipinti sono stati utilizzati anche per illustrare libri, e sono state oggetto di studio da parte di studenti di licei artistici che hanno prodotto tesi su di lei.

Giuseppe Patanè: Mediterranea
Plus Florence - Piano Arancio

"(...) Narrazioni storiche, episodiche, geografiche, trafiggono il mare della visione esistenziale, così da far mostrare a Giuseppe Patanè, pur se rivolto in taluni momenti ad ambiti diversi come la moda, l'allegoria e la derivazione barocca del suo procedere sul reale, il repertorio delle sue immagini proiettate su situazioni sospese, la struttura dei volumi e delle connessioni pittorico - esistenziali, ed anche il suo fervore creativo(...)". (Carlo Franza)

Giuseppe Patanè (Catania), fashion designer dal carisma eclettico e passionale, con all'attivo corsi di tessile e creazione di costumi teatrali conseguiti all'Accademia delle Belle Arti, muove i primi passi creativi proprio nel cuore della Sicilia, sua terra natale; prima, in qualità di vetrinista, display manager e visual merchandiser, poi come direttore artistico, designer e stylist in diversi show room europei fino ad approdare al pianeta Moda, da sempre sua meta ideale. Da Parigi a Milano, inizia a collaborare fianco a fianco ad illustri griffe internazionali nella creazione di linee pret-à-porter donna per poi lanciare, nella stagione autunno-inverno 1996/97, una personalissima collezione che porta finalmente il suo nome.

Adriano Castelli: Luci Padane
Plus Florence - Piano Rosso

"(...) L'amore per il paesaggio italiano è quanto Castelli offre al destino di questo genere con cui colloquia con naturale ossessione da sempre. Eppure, si badi bene che nel paesaggio e nella grande pittura di questo artista italiano c'è tutta una lezione pittorica di forte rilevanza che trae umore da artisti che hanno iniziato la pittura moderna tra Ottocento e Novecento, che concede ad esso non una semplice rappresentazione dal vero, quanto una serie di vibrazioni sottili, capaci di svelare un sentimento lirico e meditativo, un immaginario fantastico che solleva il racconto nel colore, legandolo ad una condizione emotiva ed esistenziale. (...) Con Adriano Castelli va in frantumi l'immaginario classico e si scoprono le tracce di piccoli mondi che rielaborano la scena artistica e la qualità di certi riti. L'occhio cattura la nostalgia del postmoderno, con quell'invisibile e delicata polvere di colori che interagisce con il grido e l'eco dello spettacolo totale (...)". (Carlo Franza)

Adriano Castelli (Asola, 1955), dopo un lungo periodo dedicato alla grafica in bianco e nero dal 1977 inizia ad usare il colore con una valenza simbolica d'arte romantico nordica che si traduce nella serie delle porte, del 1982, dove i passaggi tonali dall'ombra alla luce alludono metaforicamente al ciclo e ai transiti dell'esistenza. Negli anni Ottanta Castelli accelera gli impegni espositivi anche in Germania. Gli scenari che ora i suoi pastelli costruiscono con calcolata misura trasportano in una dimensione aurorale le vedute monumentali piranesiane.

I paesaggi di Castelli sembrano anche recuperare il chiarore delle luci lombarde, iscrivendosi nella tradizione del paesaggio padano con suggestioni metafisiche e astrazioni liriche del tutto autonome. Il risultato di questo percorso è visibile nel ciclo "Le luci della sera" del 1990 a Palazzo Ducale di Mantova e successivamente, nel 1994, a Sirmione con la mostra "Harmonices Mundi" con opere ispirate allo scienziato Keplero. (...) Nel 2016 la collettiva "Quattro storie": storie simmetriche tra i due mari, quattro artisti, due italiani e due americani (Adriano Castelli, Stefano Spagnoli, Paulette Long e Michael Rizza) a cura di Mary Serventi Steiner al Museo Italo-Americano Fort Mason Center di S.Francisco in California.

Eugenia Serafini: Tra aurore e nubi del mondo
Plus Florence - Piano Azzurro

"E' da qualche tempo che questa straordinaria artista italiana mira a raccontare con le sue opere la salvaguardia del mondo e dell'ambiente (...). Ora attraverso un fibrillare di colori e segni, di macchie e lacerti del vedere, Eugenia Serafini in modo proprio sconvolgente ci consegna, costellazioni, vie lattee, stelle, pianeti e satelliti, arie e nuvole, e mille altre riflessioni oggettivate sull'universo. (...)" (Carlo Franza)

Eugenia Serafini, docente universitaria, artista e scrittrice/performer, giornalista, è stata allieva di Natalino Sapegno. Figura complessa e interessante, è stata docente di Storia dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Carrara e dell'Accademia dell'Illustrazione e della Comunicazione Visiva di Roma, e dal 1999 Docente di Disegno dell'Università della Calabria. Poeta performer e installazionista, lavora da anni alla contaminazione intermediale e all'arte totale, utilizzando e fondendo gli apporti di diversi rami creativi: da quello visivo-digitale a quello teatrale, poetico e musicale che utilizza nella creazione delle sue installazioni performative.

Direttrice editoriale dell'Artecom-onlus, ne ha ideato e dirige la Collana di Libri d'Artista e la Sezione per l'Ex-libris ed è responsabile delle rubriche di Arte e Letteratura Contemporanea della rivista FOLIVM. Numerose le sue pubblicazioni di saggi e monografie di artisti moderni e contemporanei. La sua ultima pubblicazione è il volume di poesia visuale e performativa con CD delle sue performances, Canti di cAnta stOrie (Roma, 2008), presentato dal professor Mario Verdone. Ha fondato nel 1998 il Museo di Arte Contemporanea "Micu Klein" di Blaj, in Romania. Ha vinto il Premio Leone d'Argento per la Creatività della Biennale di Venezia 2013.

Franca Maria Catri: La parola dipinta
Plus Florence - Piano Verde

"Avanguardia, nuova avanguardia quella di Franca Maria Catri, poetessa di lunga data con raccolte memorabili che io stesso in parte ho recensito, in particolare Psichiatria di stato (1977). Procede su un piano di consapevole impegno culturale, poesia e vita, poesia e storia, poesie che sono il racconto duro e severo di una vita senza retorica, con un verso spaziato, disteso, disarmonico a volte. Libri austeri e raccolti, in cui si legge amarezza, pietà, disgusto, una fede percossa, ma non avvilita nei destini del mondo. Poesia ideologica che è una profezia con cui la Catri pone una grossa e confortante ipoteca sulla realtà. (...) Toccanti i versi della Catri, perché fitti di accoranti memorie, di rimpianti, di strazianti figure e fatti della vita, di segni d'inquietudine e di incertezze. E la sua è una poesia alta, altissima, anche se vive una posizione di isolamento, di indipendenza esemplare". (Carlo Franza)




Nove - manifattura Agostinelli Dal Prà anni Trenta secolo XX diametro cm.50 - collezione privata Maiolica Nove - manifattura Antonibon fine secolo XIX cm.110x50x35 marchio: stella cometa in blu - Collezione Angelo Comacchio Scrigni di fiori e profumi
Le ceramiche di Nove: capolavori tra natura e finzione


termina il 16 ottobre 2016
Castello di Miramare - Trieste
www.castello-miramare.it

Viaggio nella grazia raffinata della tradizione delle ceramiche di Nove a decoro floreale tra Settecento e Novecento, testimonianze splendide che dimostrano come la ceramica abbia saputo nei secoli registrare - con ricchezza e virtuosismo - alcuni tra gli elementi fondamentali dell'arte figurativa, quali l'attenzione verso la natura e la botanica. L'interesse verso le piante e i fiori non poteva trovare una cornice più adeguata del Castello triestino, dove il meraviglioso parco voluto da Massimiliano d'Asburgo (assieme ai libri della sua Biblioteca) rappresenta l'incontro per eccellenza di arte e natura. Proprio negli anni attorno al 1859, quando Massimiliano stava allestendo il parco del Castello e venivano collocati alberi di notevole interesse botanico ed essenze esotiche provenienti dal Messico, dall'America settentrionale, dall'Africa e dall'Estremo Oriente, il decoro floreale delle ceramiche di Nove (presso Bassano del Grappa) raggiunge un grande successo e rivela una particolare attenzione per l'identità botanica di fiori ed essenze.

Quest'ultimo aspetto è stato ripreso e approfondito in occasione della mostra e ha fornito un ulteriore sviluppo della ricerca botanica che, oltre all'identificazione delle essenze e delle specie floreali raffigurate sulle ceramiche - ha analizzato le opere - attraverso un notevole sforzo interdisciplinare - da un punto di vista nuovo e insolito. Sul piano scientifico sono state individuate quarantatré categorie, tecnicamente "taxa", tra cui il Cotogno nel Vaso a mostarda e 17 diverse specie nelle decorazioni del Vaso Antonibon collocato nella Sala del Trono.

In mostra - curata da Katia Brugnolo - sono presenti 32 opere, tutte provenienti da collezioni private ed esposte per la prima volta in tale circostanza; 17 pezzi sono infatti del tutto inediti. La selezione delle ceramiche consentirà, grazie alla diversità dei modelli, di ammirare la varietà produttiva delle manifatture novesi tra Settecento e Ottocento. Porta-orologi, putti, vasi, cestine con fiori, specchiere, piatti, terraglie, orci, vasche, un rarissimo percolatore settecentesco (utilizzato per colare le essenze come il rosolio), tutti caratterizzati da sorprendente naturalezza nella rappresentazione floreale, delicatissima trasparenza delle sfumature dei petali e una vividezza cromatica.

Particolare rilievo scientifico assume la presenza del magnifico Vaso in maiolica di manifattura Antonibon, con la segnalazione - mai rilevata prima - della duplice firma del celebre pittore Giovanni Ortolani, e l'identificazione della Chiesa Arcipretale di Nove con il suo campanile e il ponte in primo piano, in una delle piccole riserve monocrome, dipinte sulla bocca traforata del Vaso. La raffinatissima opera rappresentò la manifattura di Pasquale Antonibon all'Esposizione di Parigi del 1889, come testimonia l'illustrazione della prestigiosa rivista La ceramica italiana all'Esposizione. Nella stessa, proprio sopra la riproduzione grafica del Vaso appena menzionato, è riprodotto lo spettacolare Vaso con Venere, presente in mostra con riproduzione recente da stampo antico. L'originale fu realizzato dalla celebre ditta Antonibon per l'Esposizione di Parigi. Un bel decoro floreale impreziosisce l'elegante manufatto, con la presenza di fiori variopinti.

La collocazione degli oggetti nei vari ambienti del Castello rispetta la loro originaria funzione e lo stile che li caratterizza. Le elegantissime ceramiche novesi s'inseriscono così perfettamente all'interno del sontuoso arredo del Castello. Le sale accolgono gli oggetti in ordine cronologico, ma anche attraverso suggestioni tematiche: l'appartamento di Carlotta, ad esempio, ospita oggetti prettamente femminili, tra cui un porta orologio, un centro tavola con pizzi e merletti e un nido con uccelli e bambù collocati nella sala da pranzo, o un bureau trumeau, elegantissimo mobile, all'interno della camera da letto.

Al fine di offrire un'esperienza unica al visitatore, la Sala dei gabbiani al primo piano ospita le cosiddette stazioni olfattive, che richiamano il senso dell'olfatto, legando così immagini, storia e percezione emotiva. Un oggetto sinuoso racchiude le sei famiglie olfattive, contraddistinte ognuna da quattro essenze, percepibili dal visitatore dai sei cassetti, colorati con tinte che richiamano il carattere dei profumi ospitati. Chiude trionfalmente il percorso espositivo la magnifica Sala del Trono dove sono riuniti con un'esplosione di colori e fantasia di forme prestigiosi capolavori - tra i quali i Vasi Antonibon esposti a Parigi nel 1889 e due meravigliose Specchiere che rappresentano le più celebri manifatture ottocentesche di Nove, Antonibon e Viero, in stile neorococò, modellate con volute e raffinati ramage con fiori dipinti.

La mostra rappresenta un'occasione unica, infine, per approfondire la ricerca all'interno del vasto panorama artistico dell'arte veneta, e individuare un fil-rouge che segni il percorso culturale da cui emergerà, tra '700 e '800, il decoro floreale nella ceramica di Nove come fenomeno artistico che segue e sviluppa una tradizione ben più antica in area veneta. La riproduzione realistica di elementi botanici nelle ceramiche di Nove ha, infatti, un suo inizio nella cultura artistica veneta con la pittura del veronese Girolamo Dai Libri (Verona, 1474-1555), miniaturista e poi pittore che, adottando un linguaggio rinascimentale attento alle novità della pittura di Andrea Mantegna e di Giovanni Bellini, considerati all'epoca i grandi e innovativi maestri dell'arte veneta, riprodusse piante e fiori di tante specie.

Un viaggio affascinante nella storia del castello e dell'arte veneta, e nelle tradizioni dei costumi sette-, otto- e novecenteschi attraverso una selezione di ceramiche significative - e di incredibile bellezza -, ma anche un percorso emozionante che coniuga l'aspetto visivo con quello olfattivo per offrire un'esperienza unica. La mostra sarà accompagnata da un catalogo, Marsilio Editori, con i testi di Katia Brugnolo, Marco Squizzato, Rossella Fabiani e Maurizio Anselmi, illustrato con 150 foto a colori. (Comunicato Giovanna Ambrosano - Ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Spilla con girasole - Trifari, 1941, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Spilla a Corona - Adolph Katz per Coro, 1946 ca, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Spilla con airone in volo - Alfred Philippe per Trifari, 1950-1955, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Gioielli Fantasia. Sogni americani
termina lo 02 ottobre 2016
Palazzo Mazzetti - Asti
www.palazzomazzetti.it

Oltre 500 esemplari di Gioielli Fantasia provenienti dalla Collezione personale di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo: Collane, spille, orecchini e bracciali tracciano l'evoluzione della Costume Jewelry e raccontano una storia articolata e affascinante, dalle riproduzioni di gioielli classici alle creazioni pop degli anni '50 e '60, concepite ed elaborate dai più importanti designer, come Trifari, Marcel Boucher, Coro, De Rosa, Eisenberg, Miriam Haskell, Eugène Joseff, Kenneth J. Lane, Pennino, fino a Wendy Gell e Iradj Moini. La storica dimora astigiana, scrigno di raffinate raccolte di intagli, tessuti antichi e ceramiche, si offre come luogo ideale per un'esposizione dedicata ad un settore particolare delle arti decorative come quello del "gioiello fantasia".

Il percorso espositivo accompagna il visitatore alla riscoperta della produzione di costume jewelry, fenomeno socio-culturale nato negli Stati Uniti all'indomani della grande crisi del 1929-1939: con la drastica riduzione del mercato dei prodotti di lusso, la sperimentazione con materiali non preziosi diventa l'unica via di sopravvivenza per i gioiellieri, ma anche stimolo per la fantasia e per la messa a punto di nuove tecniche. Nascono ornamenti bellissimi e poco costosi che gli studi cinematografici di Hollywood non esitano ad adottare, facendoli diventare protagonisti della stagione d'oro del cinema americano. Nonostante l'utilizzo di pietre e leghe di costo contenuto, l'accuratezza delle finiture e il formato sorprendente sono il segno evidente delle straordinarie capacità creative dei designer dell'epoca e di una maggiore libertà di sperimentazione di nuovi materiali. (Estratto da comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




"Il Magnifico Guerriero"
Bassano a Bassano


termina il 31 gennaio 2017
Civici Musei - Bassano del Grappa
www.museibassano.it

Di ritratti di Jacopo Bassano se ne conoscono pochi. Ne posseggono uno i Musei di Los Angeles, di Budapest e solo pochissimi altri. Bassano conservava solo un prezioso piccolo ritratto su rame del doge Sebastiano Venier, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571). Una lacuna di un grande ritratto è colmata ora dall'arrivo di questa tela (cm.109x82) che i Civici Musei hanno ottenuto in comodato gratuito, omaggio del possessore al Museo che è il fulcro degli studi intorno a Jacopo e alla sua famiglia. Il Magnifico Guerriero, o più esattamente Il ritratto di uomo in armi rappresenta un affascinate nobiluomo dalla fulva, curatissima barba. Non un giovane ma un uomo maturo, certo aduso al comando ma soprattutto ad una vita raffinata lontano dai campi di battaglia. Indossa una preziosa corazza alla moda dell'epoca, che lo costringe, ma che non riesce ad ingabbiare la sua grazia e la sua flessibilità. Le lunghe dita, curate e perfette, non sembrano le più adatte a menar fendenti, così come il suo spadino di ferro e oro sembra più da parata che da battaglia.

Secondo Vittoria Romani dell'Università di Padova, che ha avuto il merito di ricondurre a Jacopo Bassano questo autentico capolavoro già attributo a Veronese e a Pordenone, il ritratto è databile agli anni immediatamente seguenti il 1550, ovvero al momento più altamente manierista del maestro. Che si tratti di un'opera altissima di Jacopo lo afferma anche Giuliana Ericani, già direttore dei Civici Musei di Bassano, che ha stimolato la concessione del Ritratto per la Sala dei Bassano. Il Magnifico Guerriero era finito all'estero. Lo si ritrova nel '700 a Melbury House nel Dorset. Va sul mercato da Christie's nel 1968 con l'attribuzione a Paolo Veronese, non condivisa da Giuseppe Fiocco che lo riconduce invece al Pordenone. E' un'opera sicuramente interessante, tant'è che di essa si occupa anche Federico Zeri.

Vittoria Romani, nello studio redatto intorno a questo capolavoro, rileva che "La condotta pittorica dell'uomo d'armi appare. in sintonia con il clima lagunare, e anzi qui Bassano, che nei ritratti giovanili condivide il registro obiettivo di Lotto e di Moretto mostrando una peculiare riservatezza di sguardo verso i ritrattati, raccoglie la sfida tutta lagunare, risalente al magistero di Giorgione, degli effetti di luce incidente e dei riflessi sulle superfici specchianti delle armature. Colate di materia accesa nei punti di massima luce si alternano a una scrittura in punta di pennello, volta a risaltare gli ornamenti con l'oro spento e a cogliere i bagliori dei profili e della cotta di maglia che luccicano nell'ombra. Il grigio del metallo vira in azzurro nell'ombra, si mescola a riflessi bruni e si accende sul fianco sinistro del rosso della camicia. Su questo brano di pittura balenante di luce si innesta con un peculiare contrasto il volto leggermente reclinato sulla spalla, che introduce una nota sentimentale inattesa, gli occhi rivolti altrove, sgranati e liquidi".

Questo rientro è festeggiato con una serie di iniziative di prestigio: l'uscita di tre volumi degli Atti del Convegno sui Bassano del 2011, la pubblicazione del catalogo completo delle opere dei Bassano patrimonio dei Civici Musei della Città, l'esposizione, a Palazzo Sturm, di una selezionata parte del poderoso corpus di incisioni tratte da Jacopo. (Comunicato stampa Studio Esseci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

News culturali dalla Grecia di artisti ellenici Grecia moderna e Mondo ellenico
Convegni, iniziative culturali, festival musicali e cinematografici



Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Iniziative della Biblioteca Statale Stelio Crise di Trieste

- 28 settembre, dalle ore 15.00, "Giornate di studio 27-30 settembre 2016"

Corso di Dottorato in Scienze dell'Antichità organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici (DiSU) dell'Università degli Studi di Trieste, dall'Università degli Studi di Udine e dall'Università Cà Foscari di Venezia. Ricordo di Filippo Càssola nel decennale della morte. Interventi: Gino Bandelli (Università di Trieste), I primi anni del magistero triestino di Filippo Càssola (1958/9 – 1961/2); Franco Crevatin (Università di Trieste), Il sussurro di una brezza leggera (1Re 19, 11-13); Claudio Zaccaria (Università di Trieste), Filippo Càssola e il buon uso dell'epigrafia; Fausto Zevi (Sapienza Università di Roma – Accad. Dei Lincei), I fasti privernati. Un'occasione di lavoro in comune; Michele Faraguna (Università di Milano), Il pensiero oligarchico nell'Atene classica; Monica Chiabà (Università di Trieste), La questione delle colonizzazione romana arcaica (V-IV sec. A. C.) tra le aporie della tradizione e lo scetticismo della storiografia moderna: la posizione di Filippo Càssola; Fulvia Mainardis (Università di Trieste), Dalla grande storia alla storia locale: spunti di ricerca sulle "popolazioni preromane del Friuli" e dell'Italia nord-orientale; Paula Botteri (Università di Trieste), Filippo Càssola e il circolo Adolfo Omodeo e conclusioni.

- 29 settembre, dalle ore 15.00, "Giornate di studio 27-30 settembre 2016"

Corso di Dottorato in Scienze dell'Antichità organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici (DiSU) dell'Università degli Studi di Trieste, dall'Università degli Studi di Udine e dall'Università Cà Foscari di Venezia. VII Incontro internazionale Il calamo della memoria. Riuso di testi e mestiere letterario nella tarda antichità. Programma della Ia sessione presieduta da Gianfranco Agosti e introdotta da Lucio Cristante e Massimo Gioseffi: Paolo Mastandrea, 'Caesareana tempora' e Historia Augusta (Vita Aureliani 6, 4). Su certe periodizzazioni della storia romana proposte dagli scrittori tardoantichi; Silvia Mattiacci, Miti acquatici in miniatura: Ila, Narciso, Ermafrodito negli epigrammi di Ausonio; Benjamin Goldlust, La mémoire poétique dans l'éloge de Théodat, Appendix Maximiani (= Carmina Garrod-Schetter), 3; Giancarlo Mazzoli, Prudenzio e Draconzio tra vizi e virtù e discussione.

- 30 settembre, dalle ore 9.00, "Giornate di studio 27-30 settembre 2016"

Corso di Dottorato in Scienze dell'Antichità organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici (DiSU) dell'Università degli Studi di Trieste, dall'Università degli Studi di Udine e dall'Università Cà Foscari di Venezia. VII Incontro internazionale Il calamo della memoria. Riuso di testi e mestiere letterario nella tarda antichità. Programma della IIa sessione presieduta da Silvia Mattiacci: Filippo Bognini, Di una memoria virgiliana in Macrobio (Aen. I 94). Percorsi dell'interpretazione; Lucio Cristante, Le tabulae e i testi (Anth. Lat. 192-194 R = 182-185 SB); Luciana Furbetta, Da Lucrezio a Sidonio Apollinare: esempi di intertestualità nei versi di Avito di Vienne; Chiara Formenti, Le differentiae verborum e la scoliastica oraziana; Martina Venuti, Lucano nelle Etymologiae di Isidoro: poeta, historicus o che altro? e discussione. (Comunicato stampa)




Gli Sbandati - Film con la regia di Citto Maselli Lucia Bosè nel film Gli Sbandati, di Citto Maselli 80 anni del Centro Sperimentale di Cinematografia (e non sentirli)
26 settembre 2016
Casa del Cinema - Roma
www.fondazionecsc.it

Iniziativa del Centro Sperimentale di Cinematografia con rassegne e incontri. In programma questa settimana il decennio 1945-1955 descritto attraverso cortometraggi e lungometraggi realizzati da alcuni degli allievi di allora: Umberto Lenzi, Marco Leto, Folco Quilici, Francesco Maselli, Luigi Di Gianni. In questa seconda giornata, gli anni del dopoguerra, uno spicchio di storia e di cinema italiano visto attraverso gli occhi di un giovane argentino che venne in Italia per studiare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Quel giovane straniero negli anni contribuì con i suoi film, basati su un'originale rielaborazione della lezione neorealista, al rinnovamento del cinema sudamericano, non solo, forte fu anche il suo impegno per la formazione di nuove generazioni di autori. Luigi Di Gianni, diplomato in regia al CSC nel 1954, due anni dopo Birri, è estraneo al clima del neorealismo; i suoi documentari sono il frutto di una straordinaria ricerca antropologica avvalendosi delle ricerche di Annabella Rossi (*) che ha collaborato con lui per numerosi documentari, e dello stesso De Martino, consulente scientifico del suo primo lavoro, premiato al Festival di Venezia del 1958. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Responsabile Uff. Comunicazione e Archivio Storico CSC)

* www.archiviosonoro.org/basilicata/approfondimenti/annabella-rossi

Programma

- ore 15.30
Ragazzi di Trastevere, di Umberto Lenzi (1956, 40')
La villeggiatura, di Marco Leto (1973, 112')

- ore 18.30
Passeggiata di buon mattino, di Folco Quilici (1952, 17')
Gli sbandati, di Francesco Maselli (1955, 78')

- ore 20.30
Incontro con Fernando Birri, Luigi Di Gianni

..a seguire

Immagini popolari siciliane sacre, di Fernando Birri e Mario Verdone (1954,9')
Immagini popolari siciliane profane, di Fernando Birri e Mario Verdone (1954, 11')
Artisti stranieri in Italia - Castagnino '65 Diario romano, di Fernando Birri (1965, 12')
L'arresto, di Luigi Di Gianni (1954, 32')




Conferenza su Dante e Goethe Dante e Goethe: poeti nazionali o universali?
Conferenza, 30 settembre 2016, ore 19.00
Società Dante Alighieri - Comitato di Berlino e. V. - Berlino
www.danteberlin.com

Ingresso Soci libero - Non soci 5€
E' gradita conferma per e-mail: societadanteberlin@gmail.com
Lingua evento: italiano - tedesco

Dante e Goethe hanno contribuito al pantheon della tradizione classica attraverso opere universalmente riconosciute come capolavori appartenenti al patrimonio culturale globale. Tuttavia la valenza simbolica attribuita ai loro lavori è mutata nel corso della storia, non sempre in chiave universale o internazionale. A lungo essi sono stati oggetto di strumentalizzazioni al servizio della politica e della retorica nazionalista, frutto di epoche e ideologie passate. Come è avvenuta la transizione dalla dimensione internazionale a quella nazionale? Quali processi storici, politici e sociologici hanno offerto nuove chiavi di lettura delle loro opere? Ne parleremo alla Dante di Berlino ragionando sul rapporto tra cultura nazionale e politica a cavallo tra il 19° e il 20° secolo.

Intervengono:
Beate Schubert, Goethe-Gesellschaft Berlin e.V.
Fulvio Conti, Università degli studi di Firenze - Dante, il "Poeta della Patria"
Fabio Ferrarini, Università degli Studi di Milano
Giuliano Staccioli, Berliner Renaissance-Gesellschaft




Michelangelo Pistoletto e Renato Ferraro
Comunicato speciale, 1968


28 settembre 2016 - 22 gennaio 2017
VideotecaGAM - Torino
www.gamtorino.it

- Incontro con gli autori dell'opera
27 settembre 2016, ore 18.30
Sala Conferenze GAM - Torino

La VideotecaGAM, nell'ambito del proprio ciclo di esposizioni e incontri dedicato al video d'artista tra anni Sessanta e Settanta, ospitare l'incontro con gli autori Michelangelo Pistoletto e Renato Ferraro. In occasione dell'incontro sarà proiettato Comunicato speciale, realizzato tra il febbraio e il marzo del 1968 (16 mm, colore, suono, 8'). L'opera è parte di una raccolta di dieci film, non tutti oggi reperibili, girati da altrettanti cineasti indipendenti presso lo studio di Pistoletto. "I dieci film fatti in collaborazione - scrive l'artista nel marzo del 1968 - nascono in un luogo che sta a metà tra me e ognuno di loro. Ognuno ha girato ciò che voleva senza imposizioni né rinunce reciproche e, nella circostanza, la comunicazione creativa è stata piena. Il vero senso di ogni film è la creazione nel vuoto (tra le due persone)". Comunicato speciale è l'unica pellicola di quel gruppo di film rimasta nella collezione della GAM a seguito della sua proiezione nel 1970 in occasione della mostra Conceptual Art, Arte Povera, Land Art a cura di Germano Celant.

La proiezione del film, riversato in digitale, continuerà negli spazi della VideotecaGAM fino a gennaio accanto a una selezione di materiali d'archivio provenienti da Cittadellarte-Fondazione Pistoletto, relativi all'opera filmica e alla produzione artistica di quel periodo. Foto, manifesti e pubblicazioni daranno conto delle attività che animarono il gruppo di artisti e cineasti che frequentarono lo studio di Pistoletto tra il 1967 e il 1968 e delle proiezioni internazionali che seguirono alla realizzazione di Comunicato Speciale e degli altri nove film realizzati da Antonio De Bernardi, Renato Dogliani, Pia Epremiam, Mario Ferrero, Plinio Martelli, Paolo Menzio, Marisa Merz, Ugo Nespolo, Gabriele Oriani.

Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933) nel 1962 realizza i Quadri specchianti, con i quali raggiunge in breve un riconoscimento internazionale. Tra il 1965 e il 1966 produce gli Oggetti in meno, considerati basilari per la nascita dell'Arte Povera. Negli anni Novanta fonda a Biella Cittadellarte-Fondazione Pistoletto, ponendo l'arte in relazione attiva con i diversi ambiti del tessuto sociale, al fine di ispirare e produrre una trasformazione responsabile della società. Nel 2003 è insignito del Leone d'Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia. In quello stesso anno da avvio alla fase più recente del suo lavoro: il Terzo Paradiso. Nel 2013 il Museo del Louvre di Parigi ospita la sua mostra personale Michelangelo Pistoletto, année un - le paradis sur terre. Nell'ottobre dello stesso anno realizza l'opera Rebirth nel parco del Palazzo delle Nazioni di Ginevra. Sue opere sono presenti nelle collezioni dei maggiori musei d'arte moderna e contemporanea.

Renato Ferraro (Torino, 1946) è stato tra gli animatori della stagione del cinema sperimentale tra il 1966 e il 1969. Nel 1971 si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia diretto da Roberto Rossellini e ha firmato il documentario Marzo '43 Luglio '48, dedicato alla Resistenza e realizzato interamente con materiali di repertorio. In seguito ha girato altri documentari, tra cui quelli per la Biennale di Venezia e per il Gabinetto fotografico nazionale, e filmati istituzionali per grandi enti. Ha iniziato a lavorare per la Rai negli anni Ottanta e ha partecipato come regista a numerosi programmi tra cui Passioni (Rai2, 1997-1998), Emozioni (Rai2, 2010-2015) e Sfide (Rai3, 1998-oggi, premio Flaiano 2001), di cui è uno dei collaboratori di punta. (Comunicato stampa)




Vettor Pisani Note d'estate - Musica per gli occhi
termina il 30 settembre 2016
Galleria PIOMONTI arte contemporanea - Roma
www.piomonti.com

L'estate è tempo di concerti di ogni genere. La galleria di Pio Monti, dopo l'anteprima a Recanati, vuole proporre il proprio spettacolo di fine estate a Roma, da ascoltare con la massima libertà d'osservazione, un concerto d'arte con note d'autore che, per raffinatezza e prestigio, soddisfa gusti differenti. Sono esecuzioni artistiche ciascuna con la propria individualità dove suoni e silenzi s'intrecciano all'infinito, diventano palcoscenico di una "prima" con ospiti internazionali capaci di amplificare la percezione attraverso le loro opere, diffondendo vibranti melodie, armonie, ritmi e contrappunti in un concerto che scaturisce un ascolto visivo originale e stimolante. (Nikla Cingolani)




Dalibor Matanic 73esima Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia
Dalibor Matanic vincitore del Premio Darko Bratina 2016


A ottenere il "Premio Darko Bratina. Omaggio a una visione" ed. 2016, assegnato dal 1999 dall'associazione Kinoatelje alla memoria del suo fondatore, il sociologo e critico cinematografico che considerava l'audiovisivo lo "strumento migliore per scoprire la società, la sua storia e cultura", è stato il regista croato Dalibor Matanic. La Mostra del cinema di Venezia è quest'anno una grande vetrina internazionale per chi si occupa di festival cinematografici a Gorizia e in Friuli Venezia Giulia, grazie a un'iniziativa dell'assessorato alla Cultura e al Turismo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, coordinata da Promoturismo FVG. Così sono stati presentati a un pubblico specializzato i migliori eventi cinematografici regionali. L'annuncio di Dalibor Matanic vincitore del Premio Darko Bratina 2016 si è tenuto domenica nello stand di Promoturismo FVG all'Hotel Excelsior dove, nelle giornate da sabato 3 settembre a lunedì 5 settembre erano previste le presentazioni degli eventi regionali dedicati alla settima arte.

Per quanto concerne il "Premio Darko Bratina. Omaggio a una visione 2016", è un festival monografico interculturale e transfrontaliero, diffuso su un territorio a cavallo del confine italo-sloveno con tappe a Gorizia, Nova Gorica, Trieste, Lubiana, San Pietro al Natisone, Isola e Udine. Una manifestazione che insegue autori dall'occhio attento alla società, per comprenderla e comunicarla: negli anni passati sono stati premiati Maja Weiss, Srdjan Vuletic, Jan Cvitkovic, Aljoša Žerjal, Demetrio Volcic, Edi Šelhaus, Želimir Žilnik, Adela Peeva, Petra Seliškar, Harutyun Khachatryan, Laila Pakalnina e Villi Hermann.

La scelta quest'anno è caduta su Matanic, classe 1975, un regista che si interessa a questioni sociali, ai giovani, ai temi dell'identità, del rapporto con i territori, delle diversità e dei confini. Tra le sue opere che lo hanno fatto conoscere internazionalmente c'è Sole alto, distribuito in Italia dalla Tucker Film. Questo lavoro dell'anno scorso, dal titolo originale Zvizdan - High Sun, ha ricevuto il premio della giuria nella sezione «Un certain regard» al Festival di Cannes, è stato film di apertura al Trieste Film Festival 2016 ed è stato selezionato in molte altre rassegne. Racconta la tragedia delle guerre nella ex Jugoslavia attraverso tre storie d'amore in tre momenti diversi, 1991, 2001 e 2011, interpretati sempre da Tihana Lazovic e Goran Markovic. Matanic ha già all'attivo otto lungometraggi, oltre a vari cortometraggi e alla recente serie tv Novine - The Paper e al film collettivo Transmania. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)

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Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione di Ninni Radicini




Festival "Castello di Gorizia. Premio Francesco Macedonio"

Organizzato dal Collettivo Terzo Teatro, in quella che è la sua 26.ma edizione, dal titolo "Strade maestre e nuovi percorsi", non troviamo "soltanto" il teatro di prosa ma anche danza, musica e altro. L'appuntamento più atteso è quello del 4 febbraio al teatro Verdi di Gorizia dove andrà di scena Quei due con Tullio Solenghi e Massimo Dapporto. Tra gli altri appuntamenti in programma, il 12 novembre, al Verdi di Gorizia, avremo un omaggio al premio Oscar Ennio Morricone da parte del grande trombettista Mauro Maur che sarà accompagnato al piano da Francoise de Clossey. E Gorizia, al solito, ospiterà gran parte degli appuntamenti (in tutto oltre 20) che toccheranno anche Trieste, Gradisca, Cormons, Romans, Savogna e la Slovenia. Sempre al Kulturni dom, si proseguirà il 22 ottobre con il musical Una strana famiglia (ispirato alla Famiglia Addams). La prosa continuerà il 28 ottobre con la commedia veneta Veci se nasse no se deventa, il 19 novembre con la poesia de La lucidità della bilancia, il 2 dicembre con la satira di Molto piacere (da Carnage di Roman Polansky), il 16 dicembre con l'intenso Morso di luna nuova di Erri De Luca, il 14 gennaio con un classico come Il gabbiano di Cechov in omaggio a Cesco Macedonio, che sarà ricordato anche il 4 novembre alla Fondazione Carigo nella conferenza-spettacolo dedicata alla sua storica messinscena di Gorizia 1916 di Vittorio Franceschi che, per l'occasione, parteciperà all'evento. (Estratto da comunicato stampa)




Locandina Mignon 20 anni di Street Photography Mignon. 20 anni di Street Photography
Incontro con l'autore


15 ottobre 2016, ore 17
Sala mostre e conferenze - Brescia

Il gruppo Mignon è il primo collettivo di Street Photography in Italia, a Padova dal 1995. In questi anni Mignon ha promosso decine di mostre, realizzato quasi trenta libri fotografici, organizzato serate, eventi e workshop coinvolgendo diversi autori e promuovendo il lavoro di giovani fotografi emergenti, per diffondere un'idea di fotografia di strada che trova le proprie origini nella storia del mezzo e nello studio dei grandi protagonisti della fotografia sociale e umanista. Proprio a partire dalla storia della Street Photography, analizzando il suo rapporto con la società e con le altre arti, il gruppo ne illustrerà le tappe fondamentali per proporre poi la propria interpretazione del genere, attraverso la visione di audiovisivi, libri e stampe originali.

Mignon è un'associazione nata per realizzare un progetto fotografico finalizzato alla ricerca dell'uomo e del suo ambiente. Il successo di critica e l'interesse per le esposizioni del Gruppo hanno portato Mignon a occuparsi anche della promozione di manifestazioni, serate, incontri e mostre di altri fotografi. Sin dall'inizio il Gruppo ha sentito un profondo interesse nei confronti delle storiche testimonianze della fotografia con vocazione sociale (...). Alcuni incontri con fotografi "umanisti" hanno contribuito a fornire gran vigore ed entusiasmo al progetto. Le frequentazioni con Giovanni Umicini e Walter Rosenblum hanno influenzato la poetica del Gruppo determinando un'attenzione particolare alla "Street Photography" e agli strumenti operativi da utilizzare: un bianconero essenziale, seguito dalla ripresa fino alla stampa finale. Attualmente il gruppo è diretto da Giampaolo Romagnosi, Ferdinando Fasolo, Fatima Abbadi, Giovanni Garbo e Davide Scapin. (Comunicato stampa)




Teatro Comunale di Monfalcone
Stagione 2016-2017 / Anticipazioni

www.teatromonfalcone.it

Ai concerti in programma al Teatro Comunale, infatti, si affiancano due rassegne: "Concerti per organo", che propone tre appuntamenti, a ingresso libero, con la musica per organo presso il Duomo di Monfalcone e "Galleria Musicale", una serie di concerti presso la Galleria Comunale d'Arte Contemporanea a corredo delle mostre qui allestite, in collaborazione con i Conservatori "Tartini" di Trieste e "Tomadini" di Udine. Ad inaugurare il cartellone dei concerti, diretto da Filippo Juvarra, sono due vere e proprie star del panorama musicale internazionale: giovedì 27 ottobre salgono, infatti, sul palcoscenico del Comunale il violoncellista Mario Brunello e il pianista Andrea Lucchesini, due solisti d'eccezione, grandi amici nella vita.

Il ciclo "'900&oltre" dedicato alla musica contemporanea e al Novecento storico prevede, fra gli altri appuntamenti, il concerto che vede protagonisti il Quartetto Voce, giovane quartetto d'archi nominato "Rising Stars" dall'European Chamber Hall Organisation (Echo), e il fisarmonicista Pierre Cussac, con pagine di Dvorák, Sofia Gubaidulina (il magnifico De Profundis per fisarmonica), Schulhoff, Turina, Sivak e Piazzolla. Di grande suggestione il concerto-spettacolo di musica antica Il Milione ovvero il libro delle meraviglie, che vede in scena l'ensemble di musica medievale laReverdie e David Riondino quale voce narrante. Sono tre gli appuntamenti sinfonici che impreziosiscono il nuovo cartellone.

L'Orchestra di Padova e del Veneto, diretta per l'occasione dalla giovane Elim Chan - la prima donna ad aver vinto il prestigioso Concorso "Donatella Flick" - e affiancata dal mezzosoprano Laura Polverelli, propone tre grandi capolavori della musica romantica: l'Ouverture dall'opera Oberon di Weber, la raccolta vocale Les nuits d'été di Berlioz e la Sinfonia n. 3 di Schumann. Si rinnova la collaborazione con la Mitteleuropa Orchestra, diretta da Michele Carulli, e con il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, insieme ai quali il Teatro Comunale di Monfalcone mette in scena Sogno di una notte di mezza estate, le musiche di scena che Mendelssohn-Bartholdy scrisse per la commedia fantastica di Shakespeare.

Un interessantissimo dittico Bach-Stravinskij (che prevede, fra le altre pagine, la straordinaria Sinfonia dei salmi del compositore russo) è proposto dal Coro del Friuli Venezia Giulia e dall'Orchestra San Marco di Pordenone affiancati dal Collegium Apollineum, per la direzione di Marco Feruglio. Diversificata e attraente, la nuova stagione di prosa si muove fra i grandi classici della storia della drammaturgia e il teatro contemporaneo, i diversi generi e le contaminazioni fra linguaggi. L'apertura del cartellone (3 e 4 novembre) è affidata all'irriverente creatività degli Oblivion, i cinque cantanti-attori che in The Human Jukebox giocano con la storia della canzone italiana. Pronti ad affrontare ogni sfida a colpi di mash-up, parodie e duetti impossibili, gli Oblivion coinvolgono il pubblico in un infinito flusso di note ogni sera diverso: un'esperienza irripetibile, che mescola modernità e tradizione, ironia e virtuosismo.

Particolarmente gradito dal pubblico sarà il ritorno a Monfalcone di Simone Cristicchi, autore e interprete de Il secondo figlio di Dio, spettacolo ispirato alla vicenda incredibile, ma realmente accaduta, di David Lazzaretti, detto il "Cristo dell'Amiata". Fra canzoni inedite e recitazione, Cristicchi mette in scena la grande avventura di un mistico, l'utopia di un visionario di fine Ottocento, il cui sogno rivoluzionario, culminato nella realizzazione della "Società delle Famiglie Cristiane", prevedeva una società più giusta, fondata sull'istruzione, la solidarietà e l'uguaglianza. Agli spettacoli del cartellone di prosa si intersecano, come di consueto, quelli di "contrAZIONI - nuovi percorsi scenici", la rassegna dedicata alla drammaturgia contemporanea e alle esperienze più significative della scena emergente. Fra i protagonisti della nuova edizione figurano Giuseppe Battiston, in scena insieme al cantautore Piero Sidoti nell'intenso Non c'è acqua più fresca, dedicato alla poesia che Pier Paolo Pasolini compose per la sua terra "di primule e temporali". (Comunicato stampa)




Aqua Film Festival Aqua Film Festival
I edizione, 06-09 ottobre 2016
Casa del Cinema - Roma
www.aquafilmfestival.org

Rassegna di opere cinematografiche, dedicate al prezioso puro e limpido elemento e fonte di vita, ma anche ampio contenitore di simposi, workshop, seminari, talk, incontri, tavole rotonde, mostre, sfilate, rappresentazioni e corsi specialistici, anche per ragazzi, sul tema dell'Acqua, interpretato nelle sue nelle sue diverse forme e funzioni. Il progetto nasce da un'idea di Eleonora Vallone, attrice, giornalista ed esperta di metodiche in acqua. Il festival sarà suddiviso in aree tematiche quali sport, cultura e scienza, moda, arti e performance e promuove un concorso cinematografico con 3 temi che riguardano: l'Acqua DOLCE, l'Acqua MARE e l'Acqua TERME, diviso in due sezioni: 'Corti' della durata massima di 25 minuti e 'Cortini' della durata massima di 3 minuti, anche realizzati da cellulare.

Un fitto programa di proiezioni e incontri animerà il festival. Tra i numerosi lavori finora pervenuti ai selezionatori, guidati da Giorgia Priolo, si passa dalla videoarte sperimentale di Subemergency, dell'italiana Debora Vrizzi, diplomata al Centro Sperimentale, al cinema documentario di The Diver, del messicano Esteban Arrangoiz, giovane talento già riconosciuto dai Festival più prestigiosi (Berlino, Cannes) che ha fatto dell'acqua e della problematica ecologica il centro focale delle proprie opere. Spazio anche all'animazione in stop motion con Grace under water, dell'australiano Anthony Lawrence.

I corti saranno giudicati e premiati dalla Giuria composta dal suo presidente, il regista Giancarlo Scarchilli; lo scrittore Pietro Belfiore; la cantante Cecile; il Marketing Director di Comingsoon.it, Marco D'Ottavio; l'attore Ludovico Fremont; l'attrice Paola Gassman; il direttore della fotografia Blasco Giurato; l'attrice e regista Simona Izzo; lo scrittore e drammaturgo Giuseppe Manfridi; il montatore Luca Montanari; l'attrice Elisabetta Pellini; il critico musicale e conduttore Dario Salvatori; il regista Massimo Spano; l'attore e regista Ricky Tognazzi e l'attore e doppiatore Luca Ward. Il festival si fregia anche di un Comitato Scientifico presieduto dal prof. Giovanni Spagnoletti. L'Aqua Film Festival è realizzato dall'Associazione di volontariato Universi Aqua, che riunisce esperti e tecnici delle varie anime che rappresentano l'acqua come Spettacolo e nei suoi differenti quotidiani aspetti. (Comunicato Ufficio Stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Detour - Festival del Cinema di Viaggio
5a edizione, Padova, Cinema PortoAstra, 05-09 ottobre 2016
www.detourfilmfestival.com

Il Festival si struttura intorno a due sezioni principali: Concorso internazionale, Omaggio all'autore e una serie di eventi speciali. Possono essere ammessi al Concorso internazionale esclusivamente lungometraggi di finzione e documentari. Nei film deve essere presente il tema del viaggio nelle sue possibili declinazioni: la fuga, l'esilio, la migrazione, l'esplorazione. Sono ammessi film di generi diversi, dal dramma al road movie, dalla commedia al cinema di fantascienza che mettano in scena viaggi di ritorno, di scoperta, di formazione, o che affrontino temi come lo spaesamento, l'attraversamento, il confine.

I film devono essere di durata superiore ai 60 minuti per i lungometraggi di finzione e di durata superiore ai 50 minuti per i documentari. I film devono essere stati completati dopo il 31 dicembre 2014. Le opere non in lingua italiana devono avere i sottotitoli in italiano o in inglese. Per essere ammessi alla selezione per il Concorso Internazionale è necessario compilare la scheda di iscrizione presente sul sito. Una copia del film in DVD deve essere spedita entro e non oltre il 9 luglio 2016. (Estratto da comunicato stampa)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050


Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori

Il Fondaco dei Tedeschi, Venezia, OMA
Il restauro e il riuso di un monumento veneziano


Testi di Francesco Dal Co, Elisabetta Molteni, Rem Koolhaas, Ippolito Pes tellini Laparelli
Fotografie di Alessandra Chemollo, Delfino Sis to Legnani

pagg.352, 510 illustrazioni a colori e in b/n, 40 euro
In libreria dal 3 ottobre 2016
www.electaweb.com

Il volume, edito da Electaarchitettura, racconta la storia del progetto elaborato da Rem Koolhaas-OMA per il restauro e il riuso del Fondaco dei Tedeschi e documenta il processo che ha portato al completamento dell'opera. Fisicamente contiguo al ponte di Rialto, il celebre edificio veneziano venne edificato all'inizio del 1200 e ricostruito, a seguito di un incendio, all'inizio del 1500 secondo le forme che ancora ne caratterizzano l'involucro. In origine centro per i commerci e gli scambi tra Venezia e le città tedesche, utilizzato poi in epoca napoleonica come dogana e radicalmente trasformato durante il regime fascista per ospitare le poste centrali, Il Fondaco accoglie oggi - dopo la sua riconfigurazione - un grande centro commerciale.

L'intervento di restauro, commissionato da Edizione, una società di proprietà dalla famiglia Benetton, e realizzato dal gruppo di progettisti capeggiato da Rem Koolhaas, Ippolito Pestellini e Silvia Sandor, ha consentito di liberare l'edificio da tutte le superfetazioni novecentesche e di recuperare una serie di spazi in precedenza non valorizzati, come quelli che si possono raggiungere dalla copertura vetrata e dai quali si può godere di una vista spettacolare a 360° su Venezia. Il progetto, inoltre, ha comportato la sistemazione delle fondazioni e degli impianti tecnici, l'adeguamento dei percorsi, un recupero attento di quanto originale conservatosi della costruzione e delle tracce materiali delle attività che nel Fondaco antico si svolgevano e la riconfigurazione delle scale.

Giunto a conclusione nel 2016, il processo che ha portato al completamento dell'opera - che questa pubblicazione documenta estesamente - è stato uno dei più impegnativi interventi di restauro e recupero portati a termine negli ultimi anni. I servizi fotografici presenti nel volume, in parte forniti da Fabrica, sono di Alessandra Chemollo e Delfino Sisto Legnani, mentre la documentazione storica proviene da Archivi veneziani e dalla Biblioteca Nazionale Marciana. (Comunicato stampa Electa Libri)




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse è nato a Córdoba (Argentina) nel 1934. Diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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