La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
Newsletter Indipendente
di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia

Hutter e Nosferatu nel film diretto da Murnau
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Metropolis di Fritz Lang
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Articolo di Ninni Radicini sul film Il Pianeta delle Scimmie nel 50esimo anniversario dalla realizzazione
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Pagina dedicata al primo podio in Formula 1 di Gilles Villeneuve, nel Gran Premio di Austria nel 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il leggendario pilota automobilistisco Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2019-18 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08 | Lista mostre e conferenze 2007-2019

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2019-18 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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Marta Czok - Interno con ospiti - acrilico e grafite su tela cm.40x50 Marta Czok - Racconti dalla città - serigrafia cm.70x60 Marta Czok | Urban tales - Anteprima
24 maggio (inaugurazione ore 17-20) – 01 giugno 2019
Galleria d'Arte Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Nuova personale di Marta Czok, artista anglo-italiana di origini polacche che torna ad esporre alla Edarcom Europa in occasione del 45° anno di attività della galleria. La mostra, curata da Francesco Ciaffi, anteprima di un progetto più ampio in preparazione per il 2020, si articola in tre diverse aree tematiche, una con opere realizzate tra il 2009 e il 2012, una dedicata alla grafica con serigrafie, litografie e incisioni ispirate alle atmosfere più classiche, ed infine la produzione pittorica più recente con un nucleo di opere realizzate e presentate per la personale Metropolis tenutasi nell'estate del 2018 nell'ambito degli eventi per Palermo Capitale della Cultura 2018. In quest'ultimo importante ciclo, Marta Czok "propone una riflessione proprio sull'identità "sociale" degli uomini che, nell'era moderna, si è costruita essenzialmente intorno al lavoro, stabilendo così una nuova condizione esistenziale.

Per questo la precarietà del lavoro, suggerisce l'artista anglo-polacca tra le pieghe dei suoi lavori apparentemente innocui, destabilizza oggi l'apparato identitario, con conseguenze dirette sul piano della convivenza pacifica e prosperosa all'interno e tra le nazioni". Tra le mostre pubbliche più recenti meritano una particolare segnalazione la mostra About Us presentata nel 2011 a Palazzo dei Papi di Viterbo e a Palazzo Zuckermann di Padova e nel 2012 a Palazzo Zenobio di Venezia, la mostra Icons&Idols presso il MACRO Testaccio di Roma nel 2013, l'antologica presso il Castello di Calatabiano nel 2014, la mostra Mother Rome presso Il Museo Carlo Bilotti all'Aranciera di Villa Borghese a Roma nel 2016, la mostra presso l'Istituto di Cultura Italiano di Varsavia nel 2017 e da ultimo la mostra Metropolis presso il Magione Arts District di Palermo in concomitanza con le manifestazioni Palermo Città della Cultura 2018 e Manifesta Biennal. (Comunicato stampa)




Particolare dalla locandina della mostra Il Corsaro Nero e la vendetta del Gavi, con opere di Francesco Jodice Francesco Jodice
Il Corsaro Nero e la vendetta del Gavi


25 maggio (inaugurazione ore 15.30) - 07 settembre 2019
Forte di Gavi - Gavi (Alessandria)
www.fondazionelaraia.it | www.galleriamichelarizzo.net

Nuovo progetto artistico di Francesco Jodice a cura di Ilaria Bonacossa, direttrice di Fondazione La Raia, e Annamaria Aimone, direttore del Forte di Gavi. Si articola in una mostra, una performance e un'installazione permanente, conferma la volontà di Fondazione La Raia di identificare nuove letture critiche sul tema del paesaggio e della sua valorizzazione, concentrandosi in questo caso sulle specificità del paesaggio del Gavi e la sua storia. Francesco Jodice nella sua ricerca artistica indaga i mutamenti del paesaggio sociale contemporaneo, con particolare attenzione ai fenomeni di antropologia urbana e alla produzione di nuovi processi di partecipazione. I suoi progetti mirano alla costruzione di un terreno comune tra arte e geopolitica. Artista e fotografo, le cui opere sono presenti in importanti collezioni museali internazionali e il cui lavoro è stato presentato in numerose Biennali, spinge la sua ricerca fotografica a uscire dalla pura rappresentazione e documentazione. Le immagini e le storie evocate si articolano in forma dialogica, raccontando i luoghi, il loro passato e i loro elementi distintivi.

Per questa mostra Jodice ha fotografato le architetture, i paesaggi, i monumenti, le colline e le cantine, indagando gli aneddoti vernacolari e i personaggi che hanno segnato la storia del Gavi e di Novi Ligure. Nelle sue ricerche l'artista si è imbattuto nel lavoro di Angelo Francesco Lavagnino (Genova 1909 - Gavi 1987), un importante compositore classico, tra i padri della colonna sonora del cinema italiano, che ha scelto Gavi come sua terra d'elezione. Lavagnino lavorò tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta a centinaia di colonne sonore originali, tra cui l'Otello di Orson Welles, oltre a moltissimi B-movies del cinema popolare italiano, quali Ercole contro i tiranni di Babilonia, Maciste contro il vampiro, Gungala, la vergine della giungla, e molti altri, senza mai lasciare Gavi: un Salgari del mondo della musica.

Il titolo del progetto apre ironicamente alle immagini fantastiche protagoniste del cinema italiano del dopoguerra al cui successo contribuì grandemente il lavoro di Lavagnino. La mostra fotografica è stata creata per e con il Forte di Gavi Polo Museale del Piemonte; la performance musicale è nata dall'interesse di Jodice per le musiche di Lavagnino, che lo hanno portato ad attivare una collaborazione con il Conservatorio Niccolò Paganini di Genova e il Corpo musicale "Romualdo Marenco" di Novi Ligure composto da 45 elementi; l'installazione è presso l'azienda agricola La Raia, sede di Fondazione La Raia. La performance musicale, il giorno dell'inaugurazione a La Raia, riporta le musiche de Gli specialisti (1969, regia di Sergio Corbucci) e La morte viene dal pianeta Aytin (1967, regia di Antonio Margheriti) nel paesaggio del Gavi. La trascrizione delle partiture è stata curata dal Maestro Pietro Leveratto sotto la direzione del Conservatorio Niccolò Paganini di Genova.

"Francesco Jodice mi ha stupito con la sua capacità di trasformare un'indagine sul paesaggio del Gavi e di Novi Ligure in una straordinaria avventura nella storia del cinema italiano sulle orme di Lavagnino," afferma Ilaria Bonacossa direttrice artistica di Fondazione La Raia. Le opere di Francesco Jodice - bassorilievi nati dall'inaspettata fusione tra le fotografie di paesaggio scattate dall'artista per questo progetto e i protagonisti delle locandine dei film musicati da Lavagnino - sono il risultato della sovrapposizione di due mondi: uno reale, l'altro fantastico. Nel loro insieme sembrano trasformare il Gavi nel set immaginario di un film popolato da cowboy, vampiri, pirati, figure mitologiche e donne seducenti. Jodice, attraverso un'operazione di collage pop e low-fi, trasfigura i castelli, le valli, le montagne e le cascate del Gavi in luoghi onirici e indimenticabili.

Giocando con il kitsch mette in scena questi personaggi cult in luoghi "altri", alterandone il contesto, per trasformare la fotografia in uno strumento contemporaneo di narrazione multidisciplinare. Il risultato sono nove fotografie-sculture di grande formato, collages tridimensionali nati dall'unione concettuale tra il paesaggio e figure di fantasia, ma sono anche una tappa del lungo processo di riflessione che Jodice conduce da anni sulla natura e il senso della storia delle immagini, delle influenze e delle osmosi tra l'oggetto-fotografia e la società in cui viene prodotta come dispositivo e apparato culturale. La mostra si arricchirà di una nuova opera site specific di Francesco Jodice che sarà visibile in modo permanente al pubblico presso Fondazione La Raia. L'intero progetto sarà documentato in un libro d'artista dedicato a Il Corsaro Nero e la vendetta del Gavi, curato da Ilaria Bonacossa insieme a Ginevra D'Oria, in cui verranno riunite le fotografie di Francesco Jodice e le immagini della performance, oltre a testi critici che raccontano il progetto. (Comunicato stampa)

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Cinema Italiano: Nell'arte di Gianni Di Nucci - Nella musica di Giuppi Paone
Cd + pubblicazione d'arte

Cinema, musica, pittura: un trinomio, nella sua armonia, in grado di regalare sensazioni esclusive allo spettatore-lettore-appassionato d'arte. E' l'origine e la finalità di questa iniziativa editoriale formata da un cd con quattordici celebri brani tratti da film molti noti, interpretati da Giuppi Paone (voce) e Carlo Cittadini (pianoforte) e da una pubblicazione con le immagini dei dipinti realizzati da Gianni Di Nucci per rappresentare in forma pittorica i temi musicali selezionati.

Recensione




Pavel Hlava - vaso - vetro molato, intorno al 1970 Jan Václavik - Fonditore - olio su tela Anonimo - senza titolo - gesso policromo, primi anni '50 La Forma dell'Ideologia
Praga: 1948-1989


25 maggio - 28 luglio 2019
Palazzo del Governatore - Parma

La più grande mostra italiana dedicata all'arte cecoslovacca, a cura di Gloria Bianchino, FrancescoAugusto Razetto, Ottaviano Maria Razetto. Oltre 200 opere tra dipinti, disegni, acquerelli, lavori di grafica e di stampa, fotografie, oggetti di design e proiezioni cinematografiche. Promossa da Fondazione Eleutheria, Collezione Ferrarini-Nicoli e Comune di Parma, in collaborazione con il Museo di Arte Decorative di Praga, la mostra è curata da Gloria Bianchino, FrancescoAugusto e Ottaviano Maria Razetto. Dalla pittura alla scultura, dalla fotografia al cinema fino al design, l'arte di quel periodo è declinata nelle sue variegate sfaccettature sottolineando, in particolare, l'impatto che ebbe lo "stato di regime", dal '48 in poi, sulla cultura della città e dell'intera nazione.

L'esposizione, allestita su entrambi i piani del Palazzo, proporrà al pubblico un percorso temporale, a partire dagli anni '20 del Novecento fino agli anni '80, in cui verrà approfondita l'atmosfera culturale di Praga e dell'intera nazione cecoslovacca, altamente influenzata dalle vicende storico-politiche, che portò a una particolarissima produzione artistica, parte della quale trovò espressione nella pittura realista di artisti di primo piano come Josef Štolovský (1879-1936), Josef Brož (1904-1980), Adolf Žábranský (1909-1981), Jaromír Schor (1912-1987), Sauro Ballardini (1925-2010) ed Alena Cermáková (1926-2009). (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Fotografia di Federico Patellani nella mostra Da Monza verso il mondo Federico Patellani: "Da Monza verso il mondo"
25 maggio (inaugurazione ore 18) - 28 luglio 2019
Arengario - Monza
www.mufoco.org

Una ragazza sorridente che «sbuca» dalla prima pagina del Corriere della Sera il giorno della proclamazione della Repubblica, nel giugno 1946. Una foto-icona che racconta la speranza di un Paese che guarda avanti dopo il fascismo e la guerra. L'autore è monzese, Federico Patellani, classe 1911, maestro del fotogiornalismo italiano. Il «giornalista nuova formula». Federico Patellani, uno dei più importanti fotografi italiani del XX secolo, è stato il primo fotogiornalista italiano. Già nel 1943 aveva indicato come doveva essere il «giornalista nuova formula»: un giornalista che, oltre a scrivere i testi, sapesse anche realizzare immagini «viventi, attuali, palpitanti». Patellani si avvicina alla fotografia dopo la laurea in Legge, in Africa nel 1935. Dal 1939 collabora con il settimanale "Tempo" di Alberto Mondadori che si rifaceva all'esperienza dell'americano «Life» adattato alla realtà italiana.

Sensibile e colto narratore, testimone puntuale della società italiana, Patellani (scomparso a Milano nel 1977) racconta senza retorica l'Italia nel dopoguerra, che cerca di dimenticare il passato recente e di ritrovare le proprie radici, ma narra anche la ripresa economica di un Paese che sta cambiando pelle, passando da contadino a industriale, la moda, il costume e la vita culturale. L'Italia in cento scatti. Le curatrici - Giovanna Calvenzi e Kitti Bolognesi - hanno selezionato dal Fondo conservato presso il Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo, costituito da quasi 700 mila immagini tra stampe originali, negativi, diapositive e provini a contatto, un centinaio di fotografie in bianco e nero che meglio rappresentano le tappe fondamentali della carriera di Patellani dalla fine della Seconda guerra mondiale alla metà degli anni Sessanta, quando il fotografo si dedicò soprattutto alla fotografia di viaggio.

Il percorso espositivo è suddiviso in sezioni che rappresentano i temi più importanti della sua produzione: la distruzione delle città italiane alla fine della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione e la ripresa economica, il Sud Italia e la Sardegna, la nascita dei concorsi di bellezza e la ripresa del cinema italiano, i ritratti dei più importanti intellettuali del Novecento come Benedetto Croce, Thomas Mann, Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini, Bruno Munari. E grazie all'amicizia con registi e produttori come Carlo Ponti, Mario Soldati, Dino De Laurentiis e Alberto Lattuada, realizza servizi fotografici sui set di importanti film italiani e internazionali e ritrae alcuni tra i volti più noti del cinema: da Totò ad Anna Magnani, da Gina Lollobrigida a Silvana Mangano, da Vittorio De Sica a Luchino Visconti e da Sophia Loren a Roberto Rossellini.

La Monza del dopoguerra. Una sezione è dedicata alle fotografie di Monza. Alcune immagini inedite, che raccontano la città, le gite domenicali al Canale Villoresi, il Parco e l'Autodromo negli anni del dopoguerra, eleganti servizi di moda in Villa Reale e l'amico e artista monzese Leonardo Spreafico, ritratto nel suo studio. L'omaggio a «Stromboli». Infine un omaggio al film di Roberto Rossellini «Stromboli. Terra di Dio», a quasi settant'anni dalla sua uscita: a fianco degli straordinari ritratti di Ingrid Bergman e del regista, una bacheca con le pagine del servizio pubblicato da «Tempo» nel 1949, che documentano la realizzazione del film, i luoghi e i protagonisti, insieme ai provini delle immagini che raccontano il metodo di lavoro di Patellani. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre rassegne di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik

Monica Carocci: "In volo"
termina il 19 giugno 2019
MuCa Museo della Cantieristica - Monfalcone
Presentazione

AA.VV. Dal dagherrotipo al digitale | La fotografia e le sue tecniche
01 giugno (inaugurazione ore 17.30) - 30 giugno 2019
MTE Museo della Tecnica Elettrica - Pavia
Presentazione

Inge Morath | La vita, la fotografia
termina lo 09 giugno 2019
Casa dei Carraresi - Treviso
Presentazione

Intramontabili eleganze | Dior a Venezia nell'archivio Cameraphoto
termina lo 03 novembre 2019
Villa Nazionale Pisani - Stra (Riviera del Brenta)
Presentazione

Paolo Novelli | La fotografia come differenza
03 maggio - 16 giugno 2019
Primo Piano di Palazzo Grillo - Genova
Presentazione

Yann Arthus-Bertrand
04 maggio - 16 giugno 2019
Castello di Postignano - Sellano (Perugia)
Presentazione

Effetto Roma | Fotografie di Antonio Giannetti
17 maggio (inaugurazione) - 14 giugno 2019
Galleria 291 Est/Inc - Roma
Presentazione

Nicoletta Giordano | Forme riassunte di sogni
09 maggio (inaugurazione) - 10 giugno 2019
Galleria SpazioFarini6 - Milano
Presentazione

Ugo Galassi | Allegro, non troppo
09 maggio (inaugurazione) - 10 giugno 2019
Galleria SpazioFarini6 - Milano
Presentazione

Photology Air 2019/2020 | Il nuovo parco per l'arte contemporanea in Sicilia
22 giugno - 03 novembre 2019
09 aprile - 27 settembre 2020
Tenuta Busulmone - Busulmone, Noto (Siracusa)
Presentazione

Ketty La Rocca | Appendice per una supplica
termina lo 06 ottobre 2019
Sala 1 GAM - Torino
Presentazione

Kenro Izu: "Seduction"
termina il 31 luglio 2019
Spazio Damiani - Bologna
Presentazione

1969. Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale
termina il 24 maggio 2019
Museo Civico "P.A. Garda" - Ivrea
Presentazione

Obiettivi su Burri | Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993
termina il 12 settembre 2019
Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri (Ex Seccatoi del Tabacco) - Città di Castello (Perugia)
Presentazione

Ando Gilardi Reporter. Italia 1950-1962
termina il 16 giugno 2019
Wunderkammer GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
Presentazione

Franco Grignani (1908-1999) | Polisensorialità fra arte, grafica e fotografia
termina il 15 settembre 2019
m.a.x museo - Chiasso (Svizzera)
Presentazione

Ferdinando Scianna: Viaggio Racconto Memoria
termina il 28 luglio 2019
Galleria d'arte Moderna - Palermo
Presentazione




Paolo Candusso - da Leonardo - Carro con differenziale Le macchine di Leonardo da Vinci
nelle realizzazioni di Paolo Candusso


30 maggio (inaugurazione ore 18) - 20 giugno 2019
Sala Veratti - Varese
Locandina

Sono macchine costruite professionalmente da esperti seguendo le indicazioni dei testi di Leonardo da Vinci. A Varese, arrivano "Le macchine di Leonardo", circa una ventina, dalla collezione di Paolo Candusso che ne è l'esecutore. Realizzate in scala e perfettamente funzionanti, suscitano sempre curiosità e attenzione presso un ampio pubblico, adulti e studenti, desiderosi di approfondire le conoscenze sulla personalità tecnico-scientifica del genio leonardesco. Si parte dalla meraviglia dell'Uomo Vitruviano, per continuare il percorso. Tratte dai Codici di Leonardo da Vinci, in particolare dal Codice Atlantico, esattamente riprodotte dai disegni di Leonardo, le "macchine" sono corredata da disegni esplicativi e prevedono la presenza di esperti che ne spieghino il funzionamento.

Realizzate in legno, metallo e stoffa, in scala o a grandezza naturale, esse sono state scelte su tematiche collegate agli strumenti che hanno cambiato la storia dell'umanità, come la più alta espressione della genialità e della poliedricità leonardesca, non ancora del tutto indagate. Ognuna presenta la didascalia e il riferimento al foglio del Codice, in un percorso che, dall'inizio alla fine, soddisfa le curiosità ed è di facile lettura per una esperienza unica e formativa. La visita permette ai visitatori grandi e piccoli di divertirsi, scoprendo i princìpi fondamentali nelle varie scienze, sui tanti temi studiati da Leonardo e ancora oggi applicati. Alcuni esempi? Il sollevamento con varie gru, le macchine da guerra, le strutture per il volo, i ponti e altro. Mostra a cura di Fabrizia Buzio Negri, in collaborazione con A.N.V.O. (Associazione Navimodellisti Valle Olona). Presentazione tecnico-scientifica di Duilio Curradi, Paolo Candusso, Roberto Vasconi. (Comunicato stampa)




Jean François Migno - Grand rouge Jean François Migno
La forza del colore


termina lo 08 settembre 2019
Museo Civico Medievale - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

Il Museo Civico Medievale di Bologna si apre al dialogo con la pittura contemporanea presentando la prima mostra personale in Italia dell'artista francese Jean François Migno, a cura di Graziano Campanini e Riccardo Betti. Con questa esposizione il museo prosegue nel percorso di indagine e riflessione, già avviato da alcuni anni, sulle dinamiche di interazione tra antico e nuovo - le opere e i reperti di epoca medievale conservati nel proprio patrimonio e le espressioni della creazione artistica attuale - nel contesto del complesso tessuto monumentale di Palazzo Ghisilardi, una delle testimonianze architettoniche più rilevanti del Rinascimento bolognese. L'intera vicenda dell'artista, contrassegnata da una continua sperimentazione su diversi mezzi e materiali che rifiuta una piena e concreta definizione della sostanza in favore di un'astrazione dall'aspetto figurativo, viene ripercorsa attraverso una selezione di circa 40 lavori, comprensiva dei principali cicli della sua produzione, come Palissade realizzato negli anni Novanta e il più recente Passages degli anni Duemila.

Essi testimoniano una pratica della pittura vissuta come confronto totalizzante con la tela, un corpo a corpo frontale - fisico, emotivo, intellettuale - in cui il gesto esplora nuove possibilità formali ed espressive di materie e incontri coloristici in convulse partiture spaziali cadenzate da spazi bianchi. Sulle superfici delle tele si scontrano forze e segni da cui si generano grovigli di pasta pittorica che attestano un profondo processo di assimilazione e superamento di alcune delle esperienze figurative più intense del Novecento: l'Informale, l'Espressionismo Astratto d'oltreoceano e la poetica di Henri Matisse, sua dichiarata fonte di ispirazione per la sensuale fisicità del colore e la creazione di una "pittura volumetrica", una sorta di scultura sulla tela, secondo la definizione del co-curatore Riccardo Betti.

Ed è attraverso l'elemento cromatico, lavorato fino alla perdita percettiva dei suoi confini e movimenti sulla superficie, che la materia si accumula in aggètti grumosi attuando una vocazione alla terza dimensione e alla occupazione dello spazio reale in un'intensa "danza del colore". Il risultato finale è un'armonia impossibile, imperfetta come la vita stessa che, anche al di là delle contraddizioni, tende verso l'essenziale. Un vibrante inno alla pittura di cui Migno è il gioioso celebrante. L'esposizione è accompagnata da una pubblicazione edita dalla Tipografia Bagnoli di Pieve di Cento, che contiene la riproduzione a colori di tutte le opere in mostre, con testi di Massimo Medica, Graziano Campanini, Riccardo Betti, Gian Luigi Saraceni, Jean François Migno e contributi critici di John J. Bloom e Thomas Michael Gunther.

La formazione artistica di Jean François Migno (Francia, 1955) è eterogenea: dal 1973 al 1975 studia Architettura presso l'École des Beaux Arts di Parigi, per poi passare i due anni successivi alla sezione des Arts plastiques, approfondendo disegno e serigrafia. Conclude il suo percorso di studi alla École du Louvre dal 1978 al 1979. Artista la cui ricerca è continua, Jean François non considera mai nulla già acquisito. Influenzato dall'Espressionismo astratto americano, si approccia alla pittura attraverso metodologie differenti riassunte in quelle che lui definisce Sèries, periodi che tra loro sono legati dalla comune determinazione nel rimettere tutto in discussione, ricominciare, lasciandosi guidare dall'intuito creativo e dalla volontà di risolvere contraddizioni plastiche, pittoriche o intellettuali incontrate sul proprio cammino. Sono i colori primari i principali protagonisti delle sue grandi tele. Quella di Migno è una pittura in continuo movimento, in continuo divenire. (Comunicato stampa)




Mostra con opere di Gianfranco Asveri, Sauro Benassi e Giuseppe Portella alla Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte di Bologna Gianfranco Asveri | Sauro Benassi | Giuseppe Portella
termina il 30 maggio 2019
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Esposizione dedicata a tre artisti abili nel fecondare l'immaginazione di chi guarda e nel creare universi in cui perdersi e ritrovarsi. Tre personalità, tre percorsi artistici e tre cifre stilistiche peculiari e differenti si alterneranno sulle pareti con la volontà di coinvolgere il pubblico in un percorso dalle forti suggestioni. Una poetica dell'irregolare irrompe tra i confini delle tele di Gianfranco Asveri, artista capace di sovrapporre il mondo onirico a quello reale, lasciando che l'uno sfumi dentro l'altro, permettendo a chi osserva di recuperare memorie cariche di lirismo e verità. Pittore dal gesto incisivo ed espressivo, Asveri veicola il suo messaggio di purezza e autenticità attraverso la densità di un colore che è proiezione diretta dei sentimenti dell'anima, espressione di una potenza creativa primigenia.

Per Sauro Benassi la pittura resta un atto meditativo, intimo, consapevole. Addentrarsi tra i pieni e i vuoti delle sue opere comporta una profonda riflessione sulla natura dell'arte come fonte continua di comprensione del mondo. Velato è il rimando alle tematiche su cui si era espresso Klee, considerando l'artista "parte della natura nello spazio naturale": nella poetica del pittore bolognese l'uomo e la realtà si sovrappongono modificandosi inevitabilmente a vicenda, in uno spontaneo e continuo fluire. Tutta la realtà con cui si interagisce, secondo la visione di Giuseppe Portella, non è altro che una proiezione dell'illusione dell'uomo.

La luce, veicolo di verità e di apparenza nel contempo, è oggetto e soggetto della sua poetica artistica, che rende le sue opere veicoli di possibilità, affacci spazialisti su mondi altri. La resina diviene materiale capace di trattenere e svelare l'ignoto del mondo, suggerendo alchemiche ipotesi di cambiamento. Tra il silenzio e la bellezza, una nuova mitologia appare, veicolata da simboli archetipici. Il recupero della vista come senso predisposto per una fruizione esterna e interna accomuna le poetiche dei tre artisti, in un intento che è prima emozionale, poi introspettivo. Un vero e proprio viaggio tra tre personalità distinte e affascinanti, capaci di coinvolgere il pubblico in un incessante dialogo sulla materia artistica. (Comunicato stampa)




Valente Taddei - olio e china su carta cm.56x76 Valente Taddei: "ARTinCLUB 7"
25 maggio (inaugurazione ore 18.30) - 29 settembre 2019
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com/artinclub7

Mostra di pittura, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. In esposizione una serie di recenti dipinti dell'artista Valente Taddei. L'iniziativa ARTinCLUB, giunta alla settima edizione, nasce con l'intento di offrire al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di acanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate. Nei dipinti a olio e china su carta di Taddei, un minuscolo individuo si ritrova in situazioni costantemente in bilico tra ironia e paradosso.

L'artista propone una lettura metaforica della condizione umana, sdrammatizzando, con sottile ironia, il senso di vuoto e di caducità che l'uomo può provare di fronte al proprio destino. Valente Taddei (Viareggio, 1964), diplomato all'Accademia di Belle Arti di Carrara, ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive sia in Italia che all'estero. Ha realizzato illustrazioni per copertine di libri (per i tipi di: Mauro Baroni Editore, Viareggio; Giulio Einaudi Editore, Torino; Alberto Gaffi Editore, Roma; Franco Angeli Edizioni, Milano) e cd musicali, per riviste (Notizie Lavazza, Cfr:), per siti Internet. Nel 2008 ha illustrato con 10 tavole inedite il saggio "Pandora, la prima donna" di Jean-Pierre Vernant, pubblicato da Einaudi nella collana 'L'Arcipelago'. Ha realizzato il logo e il manifesto ufficiale dell'edizione 2013 di EuropaCinema, festival cinematografico internazionale con sede a Viareggio, e il manifesto ufficiale del Carnevale Pietrasantino 2014. La mostra, corredata di catalogo con testo critico di Marco Del Monte, è patrocinata dal Comune di Camaiore. (Comunicato stampa)




Opera di Agostino Ferrari nella locandina della mostra Terre segnate Terre segnate
28 ceramiche di Agostino Ferrari


06 giugno (inaugurazione ore 18.30) - 06 settembre 2019
Ca' di Fra' Arte Contemporanea - Milano

Una selezione di ceramiche, che costituiscono la produzione più recente dell'artista milanese. Ferrari aveva già sperimentato la ceramica in passato ma mai con questa convinzione e originalità, tanto da farne la protagonista di una nuova stagione della sua ricerca. Si tratta di opere di dimensioni relativamente contenute, dalla forma per lo più rotonda o ovale, e linee morbide che caratterizzano un corpo spesso dolcemente convesso. I toni cromatici variano fra l'avorio e l'ocra chiaro. La particolarità di queste opere però è che un segno fisico, un elemento metallico snodato e flessuoso, fuoriesce da una profonda incisione, fessura o orifizio praticato nella ceramica e sottolineato dall'emergenza del nero al di sotto della superficie. Il segno poi tende a riprendere gli andamenti plastici della forma complessiva dell'opera, muovendosi attraverso curve più o meno ampie che corteggiano la forma sottostante nello spazio fisico e producono un'ombra più o meno visibile in base alle condizioni di illuminazione.

Le opere hanno dunque una valenza plastica reale, che permette al segno di emergere con elasticità e nettezza dal corpo ceramico smaltato. Tutte queste opere sono pensate per essere appese alla parete come quadri, sostenute da un supporto non visibile: l'effetto è quindi di corpi plastici che "galleggiano" nel vuoto, tracciando ombre intense e leggere sulla parete retrostante che offre loro una specie di schermo o di "scena" teatrale, ove le ceramiche risultano quasi personaggi mitologici, o scudi, o "maschere" in senso greco, "prosopon" letteralmente "davanti alla vista", come suggerisce il semiologo Ugo Volli che da anni segue il lavoro di Agostino Ferrari. Nella loro consistenza tridimensionale quindi, anche le opere di questa serie, come i Prosegni che le hanno precedute, riprendono direttamente gli spunti anticipati quasi mezzo secolo fa dal Teatro del segno, in cui l'elemento segnico risultava effettivamente provvisto di una natura concreta e tale da andare oltre la bidimensionalità della superficie. Il "discorso" pittorico, plastico e spaziale di Agostino Ferrari viene arricchendosi di sempre nuove sfaccettature e di nuovi materiali. (Comunicato stampa)




"Sul paesaggio..."
11 maggio - 14 giugno 2019
Galleria d'arte Studio 71 - Palermo
www.studio71.it

Ma di quale paesaggio vogliamo parlare? Paesaggio della mente? Paesaggio dell'animo? Paesaggio surreale? No, niente di tutto questo. Non si tratta di paesaggi finti, alberi finti, case finte, come quelli dell'Ikea ma di quelli del bosco, dei boschi di casa nostra: del bosco di Ficuzza e di Rocca Busambra, di Montepellegrino e dell'Etna e ancora di paesaggi urbani e dei boschi delle Madonie e dei Nebrodi. La mostra alla quale sono stati chiamati a realizzare opere sul paesaggio: Antonella Affronti, Liana Barbato, Marisa Battaglia, Alessandro Bronzini, Sebastiano Caracozzo, Aurelio Caruso, Elio Corrao, Pina D'Agostino, Angelo Denaro, Ivana Di Pisa, Naire Feo, Antonino Gaeta, Daniela Gargano, Caterina Lala, Antonino Liberto, Maria Pia Lo Verso, Gabriella Lupinacci, Franco Montemaggiore, Vanni Quadrio e Cinzia Romano La Duca.

Hanno scelto il bosco, la città o il mare, sostanzialmente ponendo la questione sulle sue bellezze ma anche sulle peculiarità ed ecco che fiumi, montagne, ma anche territori urbani... Recuperare all'arte il paesaggio è certamente un atto di "coraggio" sia per chi lo propone come nel caso dell'Associazione Culturale Studio 71 che per gli artisti. Beninteso, non è un modo per fare marcia indietro rispetto alle prerogative dell'arte contemporanea ma è un modo per affermare l'importanza che ha questo "elemento" nella nostra vita di tutti i giorni. (Comunicato stampa)

___ Presentazione cataloghi pubblicati da Galleria d'Arte Studio 71

Antonella Affronti | Diario Pittorico
a cura di Francesco Scorsone
Presentazione

Elena La Verde: Radici
a cura di Vinny Scorsone
Presentazione

Gilda Gubiotti: Geo dinamica
a cura di Vinny Scorsone
Presentazione

Paolo Malfanti: Rosso fiorentino
a cura di Aldo Gerbino
Presentazione

Liana Taurini Barbato: Silenzi
Presentazione




Metlicovitz. L'arte del desiderio
termina il 13 ottobre 2019
Museo Nazionale Collezione Salce - Treviso

Da 5 a 10 lire. Questo è quanto Giovanni Ricordi proponeva al ragionier Nando Salce, suo attento collezionista, nel febbraio 1904, per cedergli le ultime novità create da Leopoldo Metlicovitz. E nonostante un prezzo non così trascurabile, al termine di una trattativa epistolare, Salce aderiva alle richieste dell'editore milanese, proprio perché sapeva apprezzare l'opera dell'incisore triestino, ben valutando la capacità di fascinazione e la forza grafica delle sue creazioni per Casa Ricordi. Il collezionista trevigiano era perfettamente consapevole di essere di fronte ad uno dei maestri assoluti del cartellonismo italiano. Ed è proprio da queste lettere manoscritte e da altri preziosi documenti sino ad oggi mai esposti che prende idealmente avvio la retrospettiva che il Museo Nazionale Collezione Salce dedica a Leopoldo Metlicovitz.

La mostra trevigiana fa seguito a quella che Trieste, città natale dell'artista, gli ha dedicato nel centocinquantenario della sua nascita al Museo Revoltella e al Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl". Riprendendone naturalmente tutti i capolavori fondamentali, ma scegliendo di indagare Metlicovitz sotto nuovi punti di vista. Soffermandosi appunto sul suo rapporto con la Ricordi, ma esplorando anche aspetti diversi e poco noti della sua amplissima produzione grafica, dai calendari alle piccole locandine. "Creazioni" che nella loro specificità mostrano il "marchio Metlicovitz", inconfondibile e potente. Un ulteriore approfondimento è riservato al tema del paesaggio, per nulla scontato in un artista che era maestro della figura e della teatralizzazione e di cui, invece, si mostra attentissimo lettore.

Sono manifesti turistici o dedicati a prodotti per l'agricoltura, che mettono in piena evidenza il paesaggio, così come i manifesti che promuovono l'uso dell'automobile per i quali l'ambiente funge da sfondo. Di Leopoldo Metlicovitz saranno in mostra molti dei suoi manifesti più rappresentativi, dedicati a prodotti commerciali e industriali, ma anche a grandi eventi come l'Esposizione internazionale di Milano del 1906, a famose opere liriche, da Madama Butterfly a Turandot. Nella ricca "Linea del Tempo" che accompagna la mostra, si ricorda che Metlicovitz, dopo un apprendistato tra Trieste ed Udine, nel 1888 approdò a Milano. E lì fu proprio grazie all'intuito di Giulio Ricordi che Metlicovitz poté esplicare tutte le proprie potenzialità espressive, non solo come grande esperto dell'arte cromolitografica, ma pure come disegnatore e inventore di quegli "avvisi figurati" (così chiamati allora) che segnarono anche in Italia la nascita dell'arte del cartellonismo in sintonia con quanto il "modernismo" internazionale andava proponendo nelle arti applicate sotto i vari nomi di Jugendstil, Modern Style, Art Nouveau, Liberty.

"L'esigenza - sottolinea il Direttore del Polo Museale del Veneto Daniele Ferrara - di attrarre l'attenzione del pubblico su questo o su quel prodotto ha sollecitato gli artisti impegnati nella grafica pubblicitaria a progettare immagini che, tramite l'eleganza del disegno, l'impatto del colore, l'espressione dei sentimenti, la forza iconografica, risultassero penetranti e persuasive nell'immaginario collettivo. Le venature più intime e individuali di un artista vengono a scoprirsi nel confronto a viso aperto con lo spettatore ed è questo uno degli elementi più interessanti dell'arte della pubblicità. Metlicovitz fu un maestro in questo ambito della produzione artistica. A distanza di oltre un secolo alcune sue opere costituiscono ancora delle vere e proprie "icone": penso ai manifesti per la Turandot e per Madama Butterfly realizzati per le Officine d'Arti Grafiche Ricordi, la storica casa editrice musicale con cui Metlicovitz lavorò. Il "riuso" di quelle immagini, anche solo per ornamento - di una stanza, di una scatola, di un segnalibro - testimonia la loro incisività, in altra epoca e in altro modo. Così leggiadre e al tempo stesso così dense di significato e capaci sempre di commuovere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera fotografica di Monica Carocci Monica Carocci - mostra In volo Monica Carocci: "In volo"
termina il 19 giugno 2019
MuCa Museo della Cantieristica - Monfalcone
www.mucamonfalcone.it

La mostra, realizzata con la collaborazione dell'Associazione Ponti d'Europa e dell'Associazione Juliet, promossa dal Comune di Monfalcone, trae spunto dal simbolo del cielo come simbolo di un mondo superiore a quello tangibile e come evocazione di una possibile immortalità. Le opere fotografiche proposte nel foyer - come perimetro e scenografia del plastico dell'opificio monfalconese - camminano in sequenza minima su un percorso tecnico/esecutivo già praticato dai grandi artisti del futurismo, tra cui è fin troppo facile citare il nome di Filippo Masoero, fotografo e grande amico di Tullio Crali. I tre pannelli sono occupati perciò da un dialogo installativo di tre macro-opere con aerei in volo disposti in sequenza, come in una sorta di rilettura di un cielo trasfigurato dalla volontà dell'uomo di innalzarsi oltre le sue limitate possibilità fisiche. In definitiva, la traccia è quella della pagina del giornale che nelle opere della Carocci evocano tempi ed eventi che furono, ma che si pongono quale corollario naturale e in perfetta sinergia fra le tele di Crali (il grande artista friulano dell'aeropittura futurista) e il ritrovamento del modello CANT Z 501, momenti culturali clou di quest'anno del Comune di Monfalcone. (Comunicato stampa)




Fotografia nella mostra Dal dagherrotipo al digitale - La fotografia e le sue tecniche, al Museo della Tecnica Elettrica AA.VV. Dal dagherrotipo al digitale
La fotografia e le sue tecniche


01 giugno (inaugurazione ore 17.30) - 30 giugno 2019
MTE Museo della Tecnica Elettrica - Pavia

La storia della fotografia, l'invenzione che quest'anno festeggia il suo 180esimo compleanno, è sempre stata frutto di emozioni, ricerche, innovazioni infinite che non si fermano né conoscono frontiere, passando da arte riservata a pochi a mezzo di comunicazione universale. La fotografia si basa su due grandi principi, quello estetico-creativo e quello tecnologico ma se la sua storia si è giustamente identificata con quella dei grandi autori che l'hanno realizzata, meno attenzione è stata riservata alla straordinaria evoluzione delle sue tecniche. È dunque nell'ottica di raccontare proprio le tecniche che ne hanno segnato la crescita della fotografia che il Museo della Tecnica Elettrica (MTE) di Pavia, per preservare e promuovere il patrimonio culturale della tecnica elettrica, e oggi importante punto di riferimento culturale sul territorio diretto dalla prof.ssa Michela Magliacani, presenta la mostra a cura di Roberto Mutti.

La mostra, inserita nella programmazione della prima edizione di Pavia Foto Festival, espone in apposite teche pezzi originali antichi raramente visti da vicino (dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipie, carte de visite, calotipi, carte salate, autochrome, stampe "al chiaro di luna"), pellicole, diapositive e immagini analogiche di un recente passato, fotografie digitali contemporanee. Tutte le storie hanno un inizio, e quella della fotografia moderna la si può far risalire al 9 luglio del 1839 con il pittore e scenografo teatrale francese Louis Jacque Mandè Daguerre che dava vita al procedimento fotografico conosciuto come "dagherrotipo": una lastra ricoperta d'argento che, esposta ai vapori dello iodio, messa in camera oscura e posizionata davanti al soggetto da riprendere, dopo una posa lunga e un lavaggio in sale marino e mercurio, svelava un'immagine speculare del soggetto fotografato.

Roberto Mutti, curatore della mostra e direttore artistico di Pavia Foto Festival: «Esposte ci sono delle vere e proprie rarità, e il tutto è accompagnato da pannelli che spiegano i differenti procedimenti, dal dagherrotipo, che realizzava fotografie che non potevano essere duplicate (si dovrà aspettare il 1841 con l'invenzione dei negativi da parte dell'inglese William Henry Fox Talbot), alle stampe al chiaro di luna. È un percorso completo e affascinante. Bisogna comprendere che quello che per noi è naturale e che facciamo tutti i giorni con i nostri smartphone, una volta richiedeva di attrezzature ingombranti e tempi di posa e sviluppo lunghissimi. Oggi si ottengono risultati eccezionali, ma senza i passaggi che vengono raccontati in mostra non esisterebbe la moderna fotografia, senza dimenticarci di veri e propri miti come la Polaroid, che grazie alla possibilità di realizzare fotografie istantanee ha in qualche modo anticipato l'era digitale».

In mostra al Museo della Tecnica Elettrica di Pavia compaiono anche opere di autori contemporanei (Beniamino Terraneo con i suoi dagherrotipi, Stefania Ricci con le cianotipie, Paolo Marcolongo con clichè verre e kyrlian, Federico Patrocinio con la fotografia stenopeica, Beppe Bolchi con il distacco polaroid in bottiglia, Roberto Montanari con la gomma bicromatata, Dino Silingardi con le stampe al platino e al carbone, Erminio Annunzi con la stampa ad annerimento) che si dedicano a queste antiche e talvolta più recenti tecniche con risultati sorprendenti. Ma anche all'evoluzione contemporanea è dedicato molto spazio, perché il passaggio dalla "camera oscura" (in mostra esempi di comparazione fra stampe su carta baritata e politenata) alla "camera chiara" ha portato a una varietà di soluzioni che vanno dalla stampa lambda a quella ai pigmenti di carbone, dalla fine art alla stampa su materiali diversi come il propilene, il metallo, il plexiglass. Organizzata da photoShowall, la prima edizione di Pavia Foto Festival, vuole favorire la "contaminazione" tra progetti artistici, spazi espositivi e visitatori, propone sino 30 giugno 2019 un calendario di 15 differenti mostre in 14 spazi pubblici e privati, tra Pavia, Milano e Voghera. (Estratto da comunicato stampa Studio De Angelis)




Angelo Mangiarotti. La tettonica dell'assemblaggio
10 maggio - 02 giugno 2019
Accademia di architettura - Mendrisio
www.usi.ch

La mostra propone un percorso attraverso alcune architetture di Angelo Mangiarotti, designer, architetto e scultore che profondamente ha segnato il panorama culturale del secondo dopoguerra. L'obiettivo è mettere in luce l'opera di un progettista-costruttore che si confronta con diversi temi quali la residenza borghese, i luoghi di lavoro o gli spazi espositivi. Il suo approccio critico e speculativo, volto alla ricerca di un linguaggio architettonico non necessariamente legato alla funzione, trae la propria forza e unicità dalla tettonica dell'assemblaggio e intesse dialoghi reali (o figurati) con personaggi come Konrad Wachsman, Fritz Haller, Max Bill e Jean Prouvé. Una mostra dell'Accademia di architettura in collaborazione con la Fondazione Castello visconteo-sforzesco di Novara. (Comunicato stampa)




Opera di Paolo Gubinelli in mostra a Rovereto Opere su carta e libri d'artista - mostra di Paolo Gubinelli a Rovereto Paolo Gubinelli
Opere su carta, Libri d'artista


termina lo 03 giugno 2019
Biblioteca Civica di Rovereto
www.bibliotecacivica.rovereto.tn.it

L'arte esplora mondi diversi, tutti diversi, tanto diversi quanti sono gli individui, incomprensibili e strani, comunque mondi personali che a volte si rivelano in tutta la loro completezza, a volte si lasciano scoprire molto lentamente come quando le prime luci dell'alba rompono il buio e delimitano solamente i profili delle cose, uno spigolo, una parte di superficie della quale non si conosce l'ampiezza e la forma, un bagliore indefinito, l'incrocio di alcune linee che non si sa dove vanno, segni e non ancora forme, colori accennati, tutto un mondo pre-percettivo che stimola l'immaginazione, che fa pensare, che lascia in sospeso (per quanto tempo?). È una situazione molto amata dagli orientali i quali preferiscono vedere il mondo illuminato da una sottile falce di luna piuttosto che da una volgare luna piena.

Gubinelli ci propone questi stimoli pre-percettivi, ancora prima delle forme, quasi frammenti di segni e apparizioni di colori. Questi fogli appena segnati fanno venire in mente (a chi li conosce, naturalmente) i pensieri di un monaco buddista della fine del milleduecento, di nome Kenko, autore del libro "Momenti d'ozio" edito da Adelphi: "Questo mondo è un luogo così incerto e mutevole che ciò che immaginiamo di vedere davanti ai nostri occhi, in realtà non esiste.... Non possiamo essere certi che la mente esista. Le cose esteriori sono tutte illusioni". Ma anche noi siamo "cose esteriori" per un altro. Solo l'arte, ormai completamente libera, ci può condurre a esplorare questi mondi inesplorati al limite della percezione. (Bruno Munari, Le prime luci dell'alba, 1985, Antologica, Ed. Galleria d'Arte Moderna, Palazzo dei Diamanti, Comune di Ferrara, 1987)




Mario da Corgeno in mostra alla Associazione Culturale Renzo Cortina con la mostra Il marsupio dell'anima Mario Da Corgeno: "Il marsupio dell'anima"
11 giugno (inaugurazione ore 18.30) - 12 luglio 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Mario da Corgeno torna dopo 38 anni allo spazio Cortina portando sulle pareti della sede attuale un percorso artistico tanto figurativo quanto, al contempo, astratto. La maestria segnica dell'artista scolpisce la carta, dalle copie più fedeli ai ritratti più intuitivi, trascendendo infine, da questo illusorio bassorilievo, all'atto tridimensionale che ne vede completata la ricerca: scultura vera e propria. L'accavallarsi di sensazioni opposte crea quell'intrigante ossimoro che sta alla base di ogni essere; Da Corgeno tenta di eviscerare da sé quella sensazione di ritrovarsi in uno spazio sospeso tra due poli: la realtà e la sua impressione e la volontà di restituire il più fedelmente possibile la prima attraverso la seconda.

Figure come in sogno tanto reali quanto impalpabili, gusci vuoti di quello che noi vogliamo ricordare del nostro vissuto sotto forme che ci appaiono più che fisiche; è questo il contrasto che anima il lavoro dell'artista il quale attraverso una vigorosa gestualità esprime la fragilità della reminiscenza che tutto è fuor che un miraggio. Mostra in collaborazione con Sala Fontana di Comabbio, a cura di Stefano Cortina. Catalogo a cura di Massimo Cassani (Edizioni Cortina Arte), testo critico di Alessandra Claudia Croci, introduzione di Stefano Cortina. (Comunicato stampa)

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Fernando Garbellotto: "Reti Frattali"
termina il 25 maggio 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
Presentazione

___ Presentazione cataloghi pubblicati da Cortina Arte Edizioni

Dario Zaffaroni | Geometrie Cromo-cinetiche
a cura di Stefano Cortina, Susanne Capolongo, Dario Zaffaroni
Presentazione

Dadamaino | Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione

50 e oltre | Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013
a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
Presentazione




Antonio Ligabue - Cane setter - scultura in bronzo cm.155x35x9 esemplare Fonderia artistica Valcamonica e Visigalli di Milano particolare Antonio Ligabue - Autoritratto - 1960 puntasecca mm.281x230 Antonio Ligabue - Tigre - II periodo olio su faesite cm.40x52 Nel segno di Antonio Ligabue
termina il 15 giugno 2019
Galleria Phidias Antiques - Reggio Emilia
www.phidiasantiques.com

Retrospettiva dedicata al grande artista emiliano, celebrato nel 2019 dal Museum im Lagerhaus di San Gallo e dal film di Giorgio Diritti interpretato da Elio Germano, ormai prossimo all'uscita. In esposizione, una decina di dipinti ad olio su tela e su faesite, unitamente ad una cospicua selezione di incisioni a puntasecca e ad una scultura in bronzo. Il percorso della mostra si completa, inoltre, con un excursus attraverso la pittura reggiana del tardo Ottocento (con opere di Gaetano Chierici, Giovanni Costetti e diversi altri) ed un dipinto seicentesco di Cristoforo Munari.

«Abbiamo scelto di approfondire lo studio dell'opera di Antonio Ligabue - spiegano i curatori Antonio e Claudio Esposito - in quanto colpiti dal carattere visionario del suo lavoro, dalla drammaticità e dalla forza espressiva che caratterizza tutti i suoi dipinti, rintracciati nel tempo all'interno di importanti collezioni private». «Antonio Ligabue - scrive Sergio Negri nel catalogo della mostra "Antonio Ligabue. L'uomo, il pittore", allestita nel 2018-19 ai Musei Civici Eremitani di Padova - non era uno sprovveduto né tanto meno un incolto, bensì un pittore che, pur operando completamente al di fuori di norme o schemi consueti ai ruoli dell'artista contemporaneo, sapeva quel che voleva; un pittore che sapeva esprimersi con tale "qualità" da risultare violenta e irrefrenabile forza creativa; un pittore che sfuggiva ai consensi critici dell'epoca, se non per la sregolatezza della sua vita, quasi certamente per la distanza dalle formule culturali correnti. Vederlo dipingere era entusiasmante: la sua mano andava libera e sicura sulla tela, senza pentimenti o titubanze, istintivamente guidata da una ricca fantasia visionaria».

Il percorso artistico di Antonio Ligabue (Zurigo, 1899 - Gualtieri, Reggio Emilia, 1965) viene generalmente suddiviso in tre periodi: le opere del primo periodo (1927-1939), dai colori inizialmente tenui e diluiti e in seguito maggiormente intensi e corposi, sono dedicate a scene di vita agreste e animali feroci in atteggiamenti non eccessivamente aggressivi; i lavori del secondo periodo (1939-1952) sono segnati dalla scoperta e dall'uso della materia grassa e da una scrupolosa rifinitura della rappresentazione, che comprende i primi autoritratti e scene in misteriose giungle equatoriali, così come vedute agresti; le opere del terzo periodo (1952-1962), il decennio maggiormente prolifico, sono caratterizzate da un segno di contorno vigoroso e continuo. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Giuseppe Denti Artista in-formato 15x23
"Ognuno giochi la sua carta"


dal 27 aprile 2019
Venezia viva Atelier Aperto - Venezia
www.giuseppedenti.it

Nell'arte contemporanea il tema del gioco delle carte è sempre stato fonte di ispirazione per artisti di diverse correnti. Tra questi, molti hanno aderito all'iniziativa di "Venezia Viva" e realizzato, con entusiasmo e maestria, lavori davvero espressivi e significativi. Ognuno di loro ha giocato la sua... carta! La mostra sarà itinerante a Roma e a Napoli. (Comunicato di presentazione)




Togo - La scogliera dell'Addaura - olio su tela cm.40x50 2015 Pascal Catherine - Albero di Giuda fra le rovine di Montevago - olio su tavola telata cm.62x83 2019 Daniela Balsamo - Dolce come un bacio - olio su tela cm.50x60 2019 Massimo Campi - La Cala - olio su tela cm.40x50 2015 "Dipinti di blu"
Variazioni sul tono


termina lo 04 giugno 2019
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

In esposizione trentasei opere di grande, medio e piccolo formato che hanno come tema il colore blu in tutte le sue sfumature. Il percorso della mostra si snoda tra paesaggi, vedute, fondali marini, nature morte, figure femminili, che hanno come leitmotiv questo colore intenso, amato dagli artisti di tutti i tempi. Simbolo di spiritualità e trascendenza, della calma e dell'equilibrio, unione ideale tra cielo e mare, il blu, evocato nelle pitture, induce alla riscoperta di noi stessi e di tutti quei simboli che fondano il nostro vivere. E' così che sentimenti e antiche memorie, ormai sepolte nel nostro inconscio, possono di nuovo essere riportate alla nostra mente e acquistare una nuova luce. La rappresentazione di immagini del quotidiano diventa, dunque, un pretesto per stimolarci, per spingerci alla riflessione, alla contemplazione, verso un sentimento di riappacificazione con l'universo. Tali soggetti, nel tempo indeterminato dell'arte, finiscono pertanto con l'essere "divinizzati" e resi immortali testimonianze della nostra storia.

In esposizione opere di: Barbara Arrigo, Daniela Balsamo, Peter Bartlett, Massimo Campi, Ilaria Caputo, Salvatore Caputo, Pascal Catherine, Sergio Ceccotti, Massimo De Lorenzi, Angelo Denaro, Cristiano Guitarrini, Sarah Miatt, Vincenzo Nucci, Luca Raimondi, Ilaria Rosselli Del Turco, Milvia Seidita, Tino Signorini, Croce Taravella, Togo, Bice Triolo. (Comunicato stampa)




Opera di Alessandro Sarteschi Alessandro Sarteschi: "imprendibile orizzonte"
termina lo 07 giugno 2019
Spazio di via dell’ospizio - Pistoia

Alessandro Sarteschi (Pistoia, 1952) ha conseguito la laurea in Architettura presso l'Università degli Studi di Firenze ed ha esercitato la libera professione fino al 2013. Da sempre coltiva la passione per il disegno. "Intricate e molteplici geometrie, dalle sagome fortemente stilizzate e dai contorni netti, sono rese leggibili attraverso un teso contrappunto di luci ed ombre e, nello stesso tempo, sembrano celare ed indicare una meta. Al loro interno, oppure oltre i loro profili e in contrasto con il grigio del cartone ed il nero dei segni, si intravedono scorci di mare e cielo dai colori nitidi e puri, verso i quali tentiamo di orientarci districandoci fra un groviglio di cose e forme. Allo stesso modo abitiamo la vasta complessità del mondo. Collocati all'interno della sua caotica ma vitale geometria, cerchiamo di raggiungere un nostro intimo mare, sperando di coglierne, almeno per una volta e per un attimo, l'imprendibile orizzonte". (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Roma50 Istantanee di un decennio Roma50. Istantanee di un decennio
200 immagini mai viste dall'archivio del quotidiano Paese Sera


dallo 07 maggio 2019
museo del Louvre - Roma
www.ilmuseodellouvre.com

Un giorno Ninetto Davoli mi raccontò un episodio. Coi primi soldi guadagnati col cinema, era la seconda metà degli anni 60, aveva comprato una casa ai suoi genitori a Cinecittà. "Portai mia madre all'ultimo piano, perché era il migliore - mi disse Ninetto - E lei mi chiese subito: 'Ma non si esce fuori?'. Così la feci affacciare al balcone e le venne un capogiro. Allora scendemmo di piano in piano, ma era sempre troppo alto e mi diceva che le girava tutto. Al terzo piano le dissi: 'Mà, qui ci fermiamo'. E così fu. Noi eravamo abituati al contatto diretto con la strada, con la terra. E lo perdemmo". In pochi tratti, la parabola di Ninetto. Il bambino che cresce negli anni 50 nella baraccopoli del Borghetto Prenestino, che a quindici anni incontra per caso il Cinema, scoprendo l'altra metà del cielo, e a venti riesce a conquistarsi il diritto di una casa, in un cortocircuito da far girare la testa. La Roma mutevole e vitale che negli anni del dopoguerra si rialza per prepararsi al Boom, era questo e molto altro ancora.

La mostra a cura di Giuseppe Casetti e Chiara Gelato ne ripercorre le diverse traiettorie, restituendo l'immagine di una città in presa diretta. Quella fissata nelle istantanee di una cerchia di talentuosi fotoreporter che negli anni 50 collaboreranno alla prima stagione di Paese Sera: oltre a Marcello Salustri, detentore dell'archivio, alcuni servizi sono realizzati da Osvaldo Restaldi, Rodrigo Pais e Giorgio Sartarelli. Le 200 foto inedite che compongono la mostra (che nella versione espansa online diventano 500) sono il frutto di un'attenta e avventurosa selezione tra gli oltre 150 mila negativi che costituiscono l'archivio di Paese Sera, acquisito a fine anni '90 da Giuseppe Casetti. A settant'anni dalla nascita dello storico quotidiano romano che tanta parte avrà nella costruzione di una rinnovata identità, queste immagini vedono la luce in un flusso visivo che racconta solo uno dei tanti possibili percorsi di un patrimonio sterminato che si presta a mille sguardi e direzioni.

Aree tematiche di questo appassionante ritratto collettivo, che spazia dai grandi eventi mediatici alle piccolissime storie che popolano le molte inchieste sulla vita quotidiana nella Capitale di quegli anni. Ne emerge una Roma dalle molteplici facce attraversata in lungo e in largo. Dal centro alle periferie. Cogliendo lo sguardo di divi e celebrità, come dei tanti volti anonimi che la percorrono. Una città ingenua e insieme seducente, che passa indenne dai lustrini della Hollywood sul Tevere, che raccontano di una contaminazione reciproca tra due culture, alle periferie delle baracche e degli sfollati ai margini della città, a cui si sarebbe ispirato in quegli anni Pier Paolo Pasolini. Una Roma in b/n in cui si colgono i primi segnali del cambiamento con le mutazioni del paesaggio urbano e rurale e la costruzione di una nuova città. In cui la cronaca nera domina le prime pagine del giornale con i delitti passionali dell'epoca, il Tevere è affollato di bagnanti.

La città sofisticata degli artisti, gli scrittori, i musicisti, e quella giocosa, ingenua e naïf degli abitanti del circo e delle ragazze del varietà. Dove il cinema incanta e seduce, le attrici si trasformano in dive e Cinecittà in fabbrica dei sogni. Paese Sera non manca un appuntamento: conferenze stampa, première, premiazioni, svelando spesso con i suoi servizi il volto privato delle stelle del cinema. I suoi fotoreporter vanno e vengono dalla stazione Termini. Nascono così gli indimenticabili scatti dei tanti arrivi in città: Orson Welles nel 1958, sigaro in bocca, e famiglia al seguito; Stan Laurel e Oliver Hardy nell'estate del '50, accolti sulla banchina da una folla esultante in una festa chiassosa che sembra ancora di sentire. Ci sono manifestazioni e scioperi generali, feste dell'Unità, comizi del Pci e cortei di sole donne. Folle accalcate nei tram, fiumi di gente che cammina, tacchi e sampietrini, bici, lambrette e viaggiatori di terza classe, mentre gli stabilimenti Fiat lanciano la nuova 600 a quattro porte e a Roma si inaugura, nel 1955, la prima corsa in metropolitana.

Con fotocamere piccole e agevoli come la Leica o la Rolleiflex, i fotoreporter di Paese Sera sono lì a documentare l'attimo, con sorprendente profondità di sguardo. Si muovono agevolmente nella città, arrivando a seguire anche tre, quattro eventi in un solo giorno. Con un rigore di cronaca che si associa al gusto narrativo, ci calano dentro alla realtà, portandoci a respirare quegli stessi fatti, che ci restituiscono intatti. Ogni foto una storia, tutta da raccontare. Capita così, in una pasquetta assolata del 1957, che la tradizionale gita fuoriporta si consumi su un prato a pochi metri dai nuovi palazzi in costruzione: nonni padri madri e nipoti stretti in un unico cerchio - lenzuolo, fiaschetta e palloni - per il pranzo di festa. Mentre la città avanza, vorace, nutrendo nuovi paesaggi e immaginari. Solo un pezzo di questa Storia. Nuvole e archivi digitali sono lontani e ci si può ancora imbattere in uno straordinario portatore di memoria collettiva stipato dentro a scatoloni chiusi con lo scotch marrone numerati a pennarello. (Chiara Gelato)




Opera di Isabella Nurigiani - Variabili - marmo di Carrara cm.71x33x23 Isabella Nurigiani
"Bianco#Nero - Dialoghi"


22 maggio (inaugurazione ore 18.00) - 07 giugno 2019
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

La mostra, a cura di Cornelia Bujin, è il secondo appuntamento di "Osservazione 2019", ciclo di quattro mostre in cui gli artisti dall'Associazione culturale Fuori Centro, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione. Isabella Nurigiani da sempre sensibile e attenta osservatrice dei codici simbiotici ed interpretativi contemporanei, nel suo percorso artistico sviluppa un particolare interesse verso l'uso materico del marmo e del ferro. La scultura è la sua naturale e vera espressione in cui l'energia vitale è la matrice che può aiutare alla comprensione, alla interazione e solidarietà e all'abbattimento delle frontiere ideologiche. Nella contrapposizione materica tra il marmo e il metallo, tra il chiaro e lo scuro, tra la luce e la materia, tra il "Bianco e il Nero", si dilata un dialogo fluido dove "l'anima stessa si ritrova in un luogo improbabile". Nelle opere della Nurigiani la scultura supera dunque tutti i linguaggi storici restituendosi a noi più che mai giovane e bella nel metallo nel dominarlo, nel marmo, nellavorarlo come elemento prezioso. (Comunicato stampa)




Casagrande & Recalcati - Ipervanitas - 2019 olio su tela cm.100x150 Casagrande & Recalcati - Ipervanitas - 2019 olio su tela cm.100x100 Ipervanitas
La natura come memoria


termina lo 08 giugno 2019
LeoGalleries - Monza
www.leogalleries.it

Mostra degli artisti Casagrande & Recalcati, inseparabili professionisti, artisti virtuosi e raffinati la cui opera denota sapienza, capacità tecnica, forbita ricerca e perizia esecutiva. Dalla tela al pennello, dalla forma al colore ed ecco che si compie la magia: capolavori di pura contemplazione. I dipinti di C&R sono memoria della permanenza delle cose, strumento che si fa carico di fissare il fascino effimero e immutato del tempo, antidoto contro la brutalità dei tempi moderni. Sono riflesso della vita e fine della stessa. Sono memoria del passato, affezione del presente e testimonianza per il futuro.

Opere che diventano uno zoom sulla realtà naturalistica, dall'elegante perfezionismo estetico, ma se abbiamo la capacità di volgere lo sguardo, al di là del puro piacere visivo, guardando oltre la forma e il colore, ci imbattiamo nella totale e travolgente bellezza del creato, della nostra stessa esistenza e della caducità dell'umano vivere. Tutti i dipinti portano il titolo Ipervanitas, gli stessi artisti hanno dichiarato: "si tratta di un termine d'invenzione composto dalla parola latina vanitas, per ricollegarci idealmente a quel genere di pittura che voleva mostrare la vanità delle cose mondane, a cui abbiamo aggiunto il suffisso di origine greca iper per sottolineare come i nostri dipinti siano soprattutto una celebrazione della fragilità dell'esistenza e di tutto ciò che è effimero e fuggevole.

Sandra Casagrande e Roberto Recalcati si laureano in Architettura al Politecnico di Milano dove ha inizio il loro sodalizio artistico. Dal 2004 al 2014 collaborano con Costa Crociere, per la quale creano diversi cicli pittorici e firmano i progetti di curatela artistica di quattro navi. Per Dolce & Gabbana realizzano diversi dipinti nelle loro case di Portofino, Milano, Courmayeur e nel Dolce&Gabbana Uomo di Milano. A Palazzo della Regione Lombardia dal 2012 è esposta la grande tela Flowers 07 installata nella hall del nucleo presidenziale. Partecipano all'evento collaterale della 54° Biennale di Venezia Cracked Culture?/Eastern borders. The Quest for Identity in Contemporary Chinese Art. (Comunicato stampa Susanne Capolongo)




Immagine di presentazione della mostra Mauri Muntadas alla Galleria Michela Rizzo di Venezia Mauri | Muntadas
termina il 31 agosto 2019
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

La galleria veneziana, dopo aver lavorato in passato a più riprese con entrambi gli artisti e partendo da un'idea della curatrice Laura Cherubini, presenta in concomitanza con la 58. Esposizione Internazionale d'Arte-Biennale di Venezia, la mostra che per la prima volta in assoluto mette a confronto due artisti fondamentali del secondo Novecento e dei primi anni del XXI secolo. Pur nella diversità dell'approccio, il punto d'unione tra i due eclettici artisti è la peculiarità dell'indagine e dell'analisi delle grandi questioni che riguardano il panorama sociale contemporaneo. Diverse le tematiche presentate in mostra ma le parole-chiave individuate sono Potere e Manipolazione, che per Fabio Mauri sono rappresentate dai regimi totalitari fascisti e nazisti, mentre per Antoni Muntadas sono individuabile nei meccanismi di propaganda e censura riscontrati nella società contemporanea.

Tutti i lavori di Mauri e Muntadas si possono infatti considerare intrinsecamente politici. In particolare, l'ambito di ricerca di Fabio Mauri è la Storia che sempre si scontra e si incrocia con la sorte del singolo individuo, il quale immancabilmente sovrappone al destino comune e condiviso la coscienza, risultato della propria singolare esperienza. Un grande Schermo del 1970 apre la mostra: un monocromo che rappresenta il cinema e la televisione, schermo vuoto, disponibile ad accogliere ogni proiezione, emanazione di personali mondi interiori. Commenta lo stesso Mauri: "Perché nella mia mente lo schermo era come diventato un testimone della storia, una sorta di specchio opaco, ma capace di ritenere le proiezioni del mondo e contenerle...". La situazione urbana (e i fenomeni contemporanei che vi avvengono) è il campo d'azione, vasto e articolato, che Antoni Muntadas si è scelto.

Pur utilizzando diversi linguaggi, nei suoi interventi l'artista mantiene sempre costanti l'analisi e la critica dei sistemi di rappresentazione e informazione. Muntadas analizza le forme di potere, dedicando particolare attenzione alle forme occulte o poco evidenti con le quali il potere spesso si manifesta e agisce. Più che attraverso la realizzazione di opere fatte e finite, egli lavora proponendo al pubblico artefatti che richiedono il contributo attivo dello spettatore. Emblematico il grande banner Attenzione: La Percezione Richiede Impegno che la Galleria Michela Rizzo riporta dopo diversi anni a Venezia e che fu statement del Padiglione Spagnolo nel 2005. La mostra include una serie di lavori iconici, ma anche opere inedite di Fabio Mauri e lavori storici di Antoni Muntadas mai esposti in Italia. Il lavoro dei due artisti è tuttora insuperato, inesauribile fonte di riflessione per l'osservatore - disposto ad impegnarsi - e di ispirazione per gli artisti, attratti dalla capacità di condensare soluzioni formalmente semplici ad una densa carica semantica e progettuale. (Comunicato stampa)




Marina Falco - L'isola - cm.50x70 2018 Marina Falco - Riflessi - cm.70x100 2019 Marina Falco
Il tempo dell'acqua


termina il 23 maggio 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Dopo il successo riscontrato a Comabbio (Varese), nella Sala Lucio Fontana, lo scorso aprile, l'artista Marina Falco ripresenterà la personale, realizzata a cura di Felice Bonalumi e Massimo Cassani, alla Galleria Arianna Sartori. Affianca la mostra un catalogo, realizzato su progetto grafico di Massimo Cassani, con testo di Felice Bonalumi, traduzione di Monica Colombo e con la collaborazione di Nicoletta Colombo Lazzari. La mostra mantovana è curata da Arianna Sartori. Marina Falco è stata invitata ad eporre a "SyArt Festival Sorrento" (Villa Fiorentino, 11 maggio - 09 giugno 2019).

«...Talete, l'iniziatore di una tale filosofia, asserisce che il principio è l'acqua... (Aristotele)

Il tempo dell'acqua, titolo della mostra, si può considerare un ossimoro. Perché l'acqua, a livello simbolico, rappresenta la luna con il suo dualismo, faccia illuminata - faccia nascosta, e il contrasto latente chiama in causa sentimenti, emozioni e legami. Come simbolo l'acqua è eterna, sta fuori dal tempo o, meglio, è prima del tempo e infatti per gli antichi è all'origine di tutti gli esseri viventi (Oceano padre degli dei). Cioè della vita, quindi del bene e del male e allora l'acqua è anche distruzione e morte, vale a dire il lato oscuro della personalità. La parola da spiegare è allora tempo perché l'eternità, in quanto ex-ternum, fuori dalla triade temporale passato-presente-futuro, può essere scalfita solo dal lavoro di chi, ed è l'artista, non accetta la linearità logica. Nel caso di Marina Falco la tematica ha anche un valore esistenziale con quello che sembra uno iato fra un prima, l'indagine sul corpo umano, e un dopo che è il presente con la centralità dell'acqua.

Dal microcosmo al macrocosmo? Sì, credo sia una possibile chiave di lettura sottolineando la contemporanea presenza nei suoi lavori attuali di acqua e terra in quanto la prima, elemento indifferenziato, trova la sua dimensione e delimitazione solo nel rapporto con la seconda, isola o bosco o marcita della pianura padana poco importa. Un approdo, dunque, per cui l'acqua è anche viaggio, metaforicamente viaggio della vita, è dinamismo, come ricerca dell'anima o, se si preferisce, dell'essere, ed è silenzio in quanto mistero e riflessione. Ed è questa la dimensione scelta dall'artista nelle sue opere, quadri e disegni. Il rischio nell'affrontare il tema del paesaggio è il déjà vu o, peggio, la banalità e Marina Falco li evita reinterpretando la tradizione: in primo piano l'acqua resa con pennellate orizzontali e verticali, a volte ampie altre di superficie minore, con sfumature di bianco in cui possono riflettersi o meno parti del paesaggio circostante e nei disegni spesso con linee che sembrano essere graffi. Insomma, non c'è descrizione realistica nel senso di rappresentazione del vero, ma neppure una dimensione sentimentale-romantica con l'idillio o la tragedia conseguenti.

Marina Falco fa, se possibile, qualcosa in più: si pone come spettatrice in quanto guarda nel luogo della sua azione pittorica. Entra per quanto lo sguardo permette e coglie un attimo, un momento che è quello dell'unione indicibile che si può anche chiamare ispirazione. Il tempo della pittura e del disegno sono più o meno lunghi, il tempo dello sguardo è l'immediatezza che spiega i modi diversi in cui le macchie di colore costruiscono il soggetto o la forza in alcuni casi e la delicatezza in altri delle linee nei disegni. Non paesaggi dell'anima o altri stereotipi del genere: questi sono paesaggi dell'interiorità e la nostra interiorità parte dai sensi, ha bisogno della materia per crearsi le coordinate del mistero. Qui scatta l'altro aspetto, decisivo nel lavoro dell'artista: la materia è luce, diretta nella serie di oli su tela e disegni del Lago, delle Isole e delle Marcite, riflessa nella serie intitolata appunto Riflessi o filtrata attraverso gli alberi del bosco in tanti lavori fino all'olio su tela Nemus (2015) in cui è il bosco a creare la chiazza di luce.

Sulla scia degli impressionisti? Ancora una volta sì, ma con due precisazioni. La prima è la rinuncia ad ogni descrizione realistica, come già detto, ma anche a ogni frammentazione della realtà che si costruisce per piani, per fasci e non per atomi di luce. Il mistero è dentro le cose e analizzare queste ultime significa sovrapporvi il piano razionale e non accettare l'irrappresentabile o, meglio, la parte di realtà che in un quadro/disegno possono essere rappresentati. Le Isole, ad esempio, non sono mai il punto di arrivo dello sguardo, ma rimandano sempre a qualcosa che sta dietro, oltre e lo stesso vale per la bella serie di disegni dei boschi in cui Marina Falco fa prova di una varietà di tecniche (carboncino su carta, carbone e olio su carta oppure grafite su carta) e di una perizia invidiabili.

La seconda precisazione è tecnicamente e concettualmente molto interessante: luce diretta, riflessa, filtrata sono solo apparentemente momenti diversi nel tempo e nello spazio. Lo sguardo attento dice che sono contemporaneamente presenti perché il mistero non è mai lineare: bastano due-tre tonalità, campiture differenti, tratti orizzontali e verticali che si incontrano e sovrappongono, un particolare che richiama e riassume l'intera scena. È la complessità della visione e della riflessione ed è un motivo che si ripete sia nei quadri sia nei disegni. Ecco allora ritornare la parola tempo. Nel senso che tonalità, campiture, linee e particolari costruiscono il mistero che è un oltre ma si realizza in un qui che è sensoriale e sono le stagioni. Nelle singole opere di Marina Falco è possibile indicare la stagione in cui l'occhio dell'artista ha catturato quel paesaggio, perché è il tempo, attraverso il cambiamento delle cose, a darci il mistero del macrocosmo. A noi il compito di parteciparvi con la nostra interiorità, anch'essa misteriosa.» (Il tempo dell'acqua, di Felice Bonalumi)

Marina Falco (Napoli, 1967) ha studiato all'Istituto Statale Francesco Grandi di Sorrento e poi Pittura all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove dal 1999 insegna Anatomia Artistica. Numerose sono le mostre al suo attivo, in Italia e all'estero. Ha realizzato mostre personali in Germania (Frankfurt 2016 galerie Westend) in Svizzera (Lugano 1992 galleria la Chica) e in diverse città italiane. Ricordiamo ancora le personali nel 2017 a Magenta, alla galleria Magenta, a Milano alla galleria Cappelletti nel 2011 con la presentazione critica di Andrea del Guercio, all'Associazione Renzo Cortina nel 2007 presentata da Antonio D'amico, nel 2005 a Ferrara, alla Fondazione Cini. (Estratto da comunicato stampa)




Anselm Stalder - Ohne Titel- 1986, Graphite on paper cm.95x157 - private collection, Switzerland Territori: Osmosi tra arte e collezionismo
Dal ritratto al paesaggio, dall'oggetto al soggetto


termina il 28 luglio 2019
MACT/CACT Museo e Centro d'Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona
www.cacticino.net

Una mostra policefala e leggibile a più livelli. Concepita come una riflessione attorno all'idea di territorialità indiscutibilmente legata - anche - alla produzione artistica e al collezionismo, essa si oppone, tuttavia, a ciò che sembra essere diventata, a tratti, quasi una piaga inevitabile, un piacevole male da sconfiggere: la globalizzazione. Termine, quello di 'globalizzazione' in grado di avviare un dialogo tra le parti opposte, e di rimescolare, come in un magma in ebollizione, il concetto stesso di territorio, facendo sposare l'esigenza di visibilità internazionale con il rispetto per le proprie umili radici e il loro riconoscimento. Se per tanti anni, l'attaccamento al territorio fu tema prioritario per determinate scelte culturali, da qualche decennio, complice il mercato (nello specifico di questo tema, un complice - diremmo - assolutamente "felice"), anche il panorama culturale locale si è trasformato in finestra sul mondo; a tratti goffo, talvolta interessante.

L'approccio, spesso impacciato, dei musei senza portafoglio all'internazionalità dei grandi nomi ha finito per liofilizzarsi in un fenomeno glocal per nulla banale e, appunto, da analizzare per il suo peso consapevole sul luogo in cui si vive e cui si partecipa. La ricerca si fa anche in rapporto alla crisi economica e socio-politica dell'oggi, spingendo istituti d'arte e curatori a rovistare nella Storia per la Storia. Nel mondo d'oggi in generale, v'è una scarsa capacità mnemonica e una banale immediatezza esistenziale, per cui si rende necessaria una lettura - spesso una rilettura - della Storia e un suo necessario recupero; fattori, questi, che rappresentano la radice del nostro sapere contemporaneo. Il diritto a non dimenticare è altrettanto importante, quanto il dovere di analizzare e ricordare.

Territori è una sorta di mostra-archivio, che non intende ostentare alcun complesso da prestazione professionale. Si tratta, invece, di un semplice dialogo tra geografie fisiche e interiori, senza tralasciare in alcun modo l'assimilazione osmotica di un territorio che sta fuori di noi e della nostra cultura originale, in altri luoghi, che noi fatichiamo a considerare nostri, proprio per l'incapacità di viverli qui e ora come elemento assimilato e normalizzato. In ogni parte del mondo ci accorgiamo che, nei loro momenti di staticità, autori oggi acclamati non erano meglio di tanti altri considerati meno rilevanti, perché ai margini di un sistema. Solo la fase di sperimentazione e di superamento rende ognuno unico nel suo genere, e durevole.

Il curatore ha inteso, con questa mostra, operare scelte di opere, che riflettessero questo tema infinito, ritenendo altrettanto importante dare lo spazio a tentativi più o meno riusciti di collezionismo al di fuori dell'appartenenza a un territorio specifico e omogeneo. L'impianto parte da una base fondamentalmente pittorica, e quindi legata ai temi sviluppati proprio dalla pittura, quali il ritratto e il paesaggio: due elementi che ci identificano fortemente con un territorio e un'epoca. Il ritratto è tempo, luogo, statuto sociale; il paesaggio è anche la geografia e la condizione socio-politica. A partire dal tempo Moderno e post-rivoluzionario, tutti gli elementi legati alla soggettivizzazione hanno gradatamente indebolito la capacità e la volontà di una identificazione spazio-temporale; un'appartenenza, quindi, a un luogo e a un tempo.

È interessante notare come in un periodo storico molto corto, in rapporto al susseguirsi dei grandi capitoli storici, l'umanità abbia sentito fortemente la spinta verso 'universalità e mondialismo', quasi questi rappresentassero l'esigenza ultima di dotarsi di un equalizzatore sociale, politico ed economico. Anche da un punto di vista artistico, la globalizzazione ha favorito una dilatazione delle particolarità, tale da rendere ogni cosa 'eguale', un po' ogni dove, in luoghi dove l'eterogenia è stata completamente plagiata dell'estetica globalista e omolinguistica. L'esposizione non vuole essere una critica e neppure un'esaltazione del modello globale sempre più staccato da un'esperienza palpabile e diretta del territorio, o - più profondamente - da eredità archetipiche legate al luogo di nascita e di acculturamento. (Mario Casanova, Bellinzona, 2019)

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The MACT/CACT is to host a polycephalous exhibition that can be interpreted at multiple levels. Conceived as a stimulus for thinking about the idea of territoriality that is unquestionably linked - among other things - to artistic production and to collecting, it nevertheless opposes what sometimes seems to have become an inevitable scourge, an appealing evil in need of being defeated: globalisation. A term that is much used and abused, 'globalisation' has the potential to trigger a dialogue between opposing camps that - despite being useful - moves in a vicious circle, and of stirring and mixing the very concept of territory, as though it were in a bubbling magma, bringing about a meeting between the need for international visibility and respect for its humble origins and their acknowledgement.

While attachment to a territory was a priority issue for many years, in recent decades, with the complicity of the market (with specific reference to this issue, an accomplice that could be described as absolutely fitting), the local cultural panorama has also undergone transformation, becoming a window open to the world; although that window is occasionally inclined to stick somewhat, it is nevertheless sometimes interesting. The - often maladroit - approach adopted by museums with no portfolio towards the internationalism of the big names has ended up being freeze-dried into an anything-but-everyday glocal phenomenon, one that richly deserves to be analysed for its conscious impact on the places where we live and where we participate. This research also delves into the implications arising from today's economic and socio-political crisis, driving art institutes and curators to root around in History in search of History itself.

In today's world, in general, there is little mnemonic ability and a commonplace existential immediacy. This makes it necessary to interpret - and often to reinterpret - History, while also making it necessary to revive it. These are factors that constitute the root of our contemporary knowledge: our right to forget is no less important than our duty to analyse and remember. TERRITORIES is something of an archival exhibition that has no intention of showcasing a complex of professional performance of any kind. Rather, it is a simple dialogue between physical and intimately personal geographies, without in any way neglecting the osmotic assimilation of a territory that is outside us and outside our original culture, in other places that we have difficulty considering to be our own, because of our inability to experience them in the here and now as an element that has been assimilated and normalised.

Everywhere we go in the world, we realise that, at the times when they were static, artists who are now acclaimed were no better than many others who are now considered to be less relevant because they languish on the margins of a system. It is only the phase of experimenting and overcoming that makes everyone unique in their genre, and lasting. What the curator set out to achieve with this exhibition was a choice of works that would reflect this infinite issue, while attributing equal importance to providing space for attempts - some successful, others less so - at creating collections outside the confines of belonging to any single specific, homogeneous territory. The approach starts out from a fundamentally painterly base, meaning that it is related to issues developed by painting, such as portraiture and landscape, two elements that we identify strongly with a territory and an era. A portrait talks about time, place and social status, while a landscape also conveys geography and socio-political status.

Starting with the Modern and post-revolutionary era, all the elements related to subjectivisation have gradually weakened our ability and desire to identify with a space-time, to have a sense of belonging, in other words, with a place and a period. It is interesting to note how, in a very short period of time in relation to the unfolding of the great chapters of history, humanity has perceived a strong urge to achieve universalism and a global dimension, almost as though such aims constitute the ultimate must-have for achieving a social, political and economic equaliser. Globalisation has also favoured a dilation of particulars when seen from an artistic standpoint, such as to make everything 'equal', more or less everywhere, in places where heterogeneity has been utterly plagiarised by globalist and homolinguistic aesthetics. The exhibition does not set out to express a critique, nor for that matter a celebration of a global model that is increasingly detached from a tangible, direct experience of a territory, or - more profoundly - from archetypal legacies related to a place or birth and of cultural growth. (Mario Casanova, Bellinzona, 2019 - Translation by Pete Kercher)




Un lupo predica agli animali, Pesaro, 1490-1510 - collezione privata L'Italia del Rinascimento. Lo splendore della maiolica
13 giugno - 14 ottobre 2019
Palazzo Madama - Torino

Un insieme eccezionale di maioliche rinascimentali prodotte dalle più prestigiose manifatture italiane, riunendo per la prima volta oltre 200 capolavori provenienti da collezioni private tra le più importanti al mondo. L'affascinante storia della maiolica italiana nella sua età dell'oro, dalla seconda metà del 1400 alla prima metà del 1500, viene narrata a Torino da un curatore d'eccezione, lo storico dell'arte Timothy Wilson, in collaborazione con Cristina Maritano, conservatore di Palazzo Madama per le Arti decorative. Wilson, attualmente conservatore onorario dell'Ashmolean Museum di Oxford, è il massimo esperto di maiolica del Rinascimento e a lui si devono i cataloghi sistematici delle raccolte del British Museum di Londra, del Metropolitan Museum di New York, della National Gallery di Victoria in Australia e dell'Ashmolean Museum di Oxford.

La mostra si apre con una grande vetrina, che evoca il mobile protagonista della sala da pranzo rinascimentale, la credenza, dove le raffinate maioliche erano esposte sia per essere ammirate sia per servire all'apparecchiatura della tavola. Si entra poi nella Sala del Senato dove il percorso si snoda attraverso i principali centri produttori di maiolica in Italia, come Deruta, Faenza, Urbino, Gubbio, Venezia, Castelli e Torino, e si sofferma sulle caratteristiche della decorazione e sui principali artisti, quali Nicola da Urbino, Francesco Xanto Avelli, Francesco Durantino. La mostra prosegue illustrando l'ampia varietà di temi riprodotti sulla maiolica istoriata, che, oltre ai soggetti religiosi, vede riccamente rappresentati soggetti profani, tratti dalla storia antica e dalla mitologia, o riguardanti la vita affettiva, come i temi amorosi, o lo status sociale dei committenti.

Le fonti grafiche di questa pittura di storie derivano dai repertori di incisioni, che circolavano nelle botteghe dei maiolicari e che erano il tramite per riprodurre su scala ridotta e per una visione domestica le più celebri invenzioni dei grandi pittori dell'epoca. Tra il 1400 e il 1500 si amplia e si differenzia l'uso delle maioliche nella vita sociale. Nell'arredamento della casa italiana, in particolare nelle residenze di campagna, le maioliche istoriate venivano esposte sulle credenze ma anche usate sulle tavole e potevano essere offerte come doni in occasioni quali il matrimonio e il battesimo. Piccole sculture, che talvolta mascheravano la funzione di calamai o fontane, erano usate negli interni privati. Particolarmente fiorente divenne l'uso della maiolica nei corredi da farmacia, commissionati in genere da istituzioni religiose.

Il percorso si conclude con una serie di capolavori, collocati in singole vetrine: una coppia di albarelli di Domenigo da Venezia, un grande rinfrescatoio di Urbino e la brocca in porcellana medicea di Palazzo Madama, eccezionale esemplare della prima imitazione europea della porcellana cinese, realizzato da maiolicari di Urbino che lavoravano a Firenze alla corte di Francesco I de' Medici. La maiolica rinascimentale italiana è l'unica forma d'arte che ha conservato in modo così perfetto i colori originari di quando fu realizzata, rispecchiando il mondo in cui vivevano le donne e gli uomini di quell'epoca. La tecnica consiste nel rivestire di uno smalto bianco opaco a base di stagno la superficie di oggetti in terracotta e nel dipingervi sopra con ossidi metallici, che virano in brillanti colori dopo la cottura: dal cobalto si ricava il blu, dal rame il verde, dal ferro l'arancio o l'ocra, dall'antimonio il giallo, dal manganese il porpora o marrone e dallo stagno il bianco. (...)

Esportata con successo in tutta Europa, essa influenzò gli sviluppi dell'arte ceramica in Italia, praticata in numerosi centri della Toscana, dell'Emilia, delle Marche e dell'Umbria. Con grande inventiva i ceramisti italiani innovarono la tradizione ispano-moresca contaminandola con motivi ispirati al repertorio gotico e rinascimentale e altri derivanti dalle porcellane cinesi. La novità assoluta, nata nelle botteghe dei ceramisti italiani, fu l'istoriato, ovvero la colorata pittura di storie sopra la superficie bianca della ceramica. Il rappresentare in maiolica temi di storia sacra e profana, religiosi, mitologici, amorosi, con lo scopo di ornare la dimora signorile, è, infatti, una peculiarità tipicamente italiana, che si sviluppa dalla fine del 1400 soprattutto in città del centro Italia, come Pesaro, Deruta, Faenza, Gubbio, Casteldurante e Urbino. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre mostre sul periodo Rinascimentale in questa pagina della newsletter Kritik

Il Rinascimento visto da Sud | Matera, l'Italia meridionale e il Mediterraneo tra '400 e '500
termina il 19 agosto 2019
Palazzo Lanfranchi di Matera
Presentazione

Il Rinascimento parla ebraico
termina il 15 settembre 2019
MEIS Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - Ferrara
Presentazione

Albrecht Dürer. La collezione completa dei Remondini
termina il 30 settembre 2019
Palazzo Sturm - Bassano del Grappa (Vicenza)
Presentazione




Opera di Ester Grossi nella mostra Essenziale Ester Grossi: "Essenziale"
termina il 22 giugno 2019
Galleria Spazio Testoni - Bologna
www.spaziotestoni.it

Ester Grossi è un'artista con la quale Spazio Testoni collabora da diversi anni e insieme hanno condiviso un percorso che è stato scandito da passaggi importanti della sua espressività pittorica: dalla raffigurazione enigmatica di volti e ambientazioni magiche e surreali a ricerche storico-antropologiche sulla sua terra di origine: il Fucino abruzzese, arrivando poi ad una quasi astrazione indagando la cromaticità della luce con il progetto Lumen. Il suo inconfondibile uso del colore l'ha resa protagonista nei wall painting in dialogo con le opere dell'artista tedesca Ingeborg zu Schleswig-Holstein. Le sue ultime opere uniscono le sue capacità grafiche a quelle pittoriche generando icone che pongono l'osservatore di fronte alla sfida che Ester Grossi pone ora a se stessa: la ricerca della perfezione nell'Essenziale.

Ester Grossi (Avezzano - L'Aquila, 1981), dopo gli studi in Moda, Design e Arredamento, ha conseguito la laurea in Televisione, Cinema e Produzione Multimediale presso l'Università di Bologna, dove vive e lavora come pittrice. Ha collaborato con festival internazionali di cinema e teatro, etichette musicali e designer italiani ed ha all'attivo mostre in Italia e all'estero. Collabora frequentemente con musicisti e video artisti per progetti multidisciplinari. (Comunicato stampa)




Opera di Valentina Carrera Valentina Carrera
1+1=3


termina il 26 maggio 2019
Spazio E - Milano

Pittura e fotografia. Due linguaggi. Due universi. Lo sguardo che si affaccia sul mondo, che abbraccia il visibile e l'invisibile, che fonde ogni cosa al fuoco dell'Arte conciliando gli opposti, creando il nuovo senza rinunciare al vecchio. Linfa e vita. Radici e foglie. La fotografia e la pittura hanno valore in sé. Quando si uniscono possono creare qualcosa di nuovo, più grande, inaspettato. Come nella creazione di una nuova vita dall'unione della coppia genitoriale si crea un unicum più forte e saldo. Affermando un assurdo si può dire che in Arte non esistono regole e che anzi spesso ciò che è assurdo è Bello. (...)

Mostra omaggio al complesso mondo artistico di Valentina Carrera, che si destreggia armoniosamente tra la fotografia e la pittura in una continua tensione di ricerca verso la rappresentazione del Bello. La sua convinzione, radicata in una cultura paneuropea, è che l'espressione artistica sia capace di veicolare uno sviluppo positivo delle coscienze in nome della Pace e della Fratellanza. Le scelte fatte per questa esposizione, lungi da intenzioni antologiche, si sono orientate verso i colori chiari, le trasparenze, le allusioni. Questo è il linguaggio della semplicità, chiave universale per la Comprensione, evidente in ciascuna delle sezioni in cui si possono organizzare le opere.

- Impressioni - Il punto di partenza è la fotografia tradizionale, di studio o architettonica, il cui valore estetico fatto di proporzioni, composizioni e incontri di linee non viene mai tradito. Questo materiale di base viene affrontato con un gusto impressionista di stampo pittorico, deformante ed esaltante. L'incontro tra questi due mondi crea un ponte emotivo che conduce verso emozioni semplici ma coinvolgenti.

- Light - Luoghi infiniti fatti solo di pochi tratti e vibrazioni cromatiche. Bianco come il colore dell'essenza delle cose. Un vuoto che riempie gli occhi e l'anima di luce.

- Shadow - La realtà è qualcosa di sfuggente, soggetta all'interpretazione di chi osserva. Un corpo oltre un filtro, un'opera d'arte già di per sé che ostacola la percezione ma allo stesso tempo dona all'oggetto un'atmosfera magica. E' lo sguardo illuminato, deformante e penetrante, dell'artista.

- Astrazioni fotografiche - Una fotografia informale che parte da still life, da ombre o da riflessi per giungere ad un'astrazione che suggerisce una visione e un'interpretazione della realtà sotto il segno della trasformazione.

- Astrazioni pittoriche - Il soggetto sono il ricordo e in particolare i legami umani che si instaurano tra le persone quando si condivide un progetto, sia esso di vita o professionale. Così dalla materia trattata con pochi colori minimali emergono parole o frammenti di parole, volti o altro, tutti elementi che compongono un essenziale alfabeto della memoria. L'apertura dei sentimenti viene resa anche con la mancanza di un confine netto a delimitare i contorni dell'opera. (Estratto da presentazione di Alessandro Baito)




Immagine di presentazione della mostra di Olivier Mosset alla Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano Olivier Mosset
"2, 11, 47"


termina il 12 ottobre 2019
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano

Il titolo prende spunto da tre numeri legati al concept e all'allestimento della mostra. Il numero 2 si riferisce alle superfici sulle quali le opere sono allestite, 11 è la quantità delle opere stesse e 47 sono gli anni complessivi di carriera che vengono affrontati in mostra. Infatti, le undici opere esposte vanno dal 1970 al 2017 e toccano alcuni dei momenti più significativi della carriera dell'artista, cercando di presentare tutte le decadi di produzione. Tre opere degli anni '70, due degli anni '80, quattro degli anni '90, una degli anni 2000 e una degli anni 2010. Si tratta chiaramente di una piccolissima selezione della prolifica carriera di un artista, Olivier Mosset (Svizzera, 1944), il cui astuto e provocatorio approccio alla pittura lo ha reso all'avanguardia nell'arte contemporanea dalla fine degli anni '60 ad oggi. Superfici colorate, cerchi, materia e ripetizione ossessiva di pattern geometrici tracciano le tappe della carriera di Mosset: un'opera radicale e dinamica che rifiuta qualsiasi tipo di soggettività.

Fondatore a Parigi del gruppo Bmpt con Daniel Buren, Michel Parmentier e Niele Toroni, Mosset ha riflettuto criticamente sulla natura spettacolare e autocosciente della nuova avanguardia. Ha messo alla prova idee consolidate di autorialità artistica e originalità per rendere l'arte più accessibile e per sottolineare l'importanza dell'oggetto artistico rispetto alla sua paternità. Dopo essersi trasferito negli Usa nel 1978, ha iniziato a lavorare su un corpo di dipinti monocromatici che ha avuto un'influenza fondamentale sulla generazione di pittori neo-geo che sarebbero emersi negli anni '80. Mantenendosi sempre entro i limiti e le preoccupazioni particolari della pittura e con una profonda comprensione della sensualità e della fisicità dei colori, il lavoro di Mosset si lega in modo impeccabile alla rete di relazioni istituzionali che sono alla base del nostro incontro con l'arte. "2, 11, 47" è strutturata come una piccola retrospettiva, una narrazione non lineare ma a salti tra alcune delle tappe fondamentali della carriera di uno dei più influenti artisti concettuali degli ultimi 50 anni.

Olivier Mosset (Berna - Svizzera, 1944) è conosciuto principalmente per la serie di dipinti a sfondo monocromo raffiguranti un cerchio nero, di cui ha prodotto centinaia di esemplari. Le opere di Mosset, spesso associate all'astrazione concettuale, sono una rappresentazione di puro colore e forma, per un'esperienza fisica senza limiti di superfici, dimensioni e geometrie. Mosset è stato un membro del collettivo artistico Bmpt negli anni '60, un gruppo parigino impegnato nella ricerca sul tema della paternità creativa. Gli artisti del gruppo Bmpt ritenevano infatti che l'opera in sé fosse più importante del suo autore. Mosset è inoltre conosciuto per le sue sculture e installazioni. (Comunicato stampa)




Opera di Fernando Cucci nella locandina della mostra Luceforma Fernando Cucci: Luceforma
termina il 23 maggio 2019
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

Fernando Cucci lavora su un supporto di legno prima crea una base che può essere di malta, iuta, sabbia, calce spenta. La lavora con strati che si sovrappongono e altri che vengono raschiati. Poi interviene con pigmenti naturali e con segni che si rifanno agli antichi alfabeti, alle iscrizioni sacre, alle formule matematiche agli schizzi di architettura. Si possono leggere e decrittare. Sono stratigrafie portate alla luce, totemici atlanti di pietra. Hanno titoli che evocano il viaggio. Fernando Cucci (Ugento - Lecce) ha studiato presso l'Istituto d'Arte di Firenze, l'Accademia di Belle Arti e la Kunstgewerbeschule di Basilea. Ha svolto l'attività di docente, titolare della cattedra di Discipline Pittoriche negli Istituti Superiori d'Arte e nei Licei Artistici Statali. E' presente nelle maggiori fiere internazionali d'Arte, rassegne e premi in Italia e all'estero. Alcune sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)




Donatella Violi - Progetto ritrovato - 2019 tecnica mista cm.80x80 Donatella Violi - Luci della sera - 2019 tecnica mista cm.80x80 Donatella Violi
"Permettetemi di volare"


termina il 15 giugno 2019
Cantina Albinea Canali - Reggio Emilia

L'esposizione, a cura di Luigi Borettini, raccoglie dodici dipinti di grande formato, realizzati nel 2018-2019. Lavori a tecnica mista su tela che contemplano l'uso di bitumi, olii e acrilici, a volte associati ad interventi a collage ed applicazioni di filo metallico. «Un percorso - spiega l'artista - tra paesaggi onirici e visionari, necessità di galleggiare in un mondo parallelo, in cui trovare rifugio sicuro, arroccati su monoliti viaggianti o piattaforme sospese come nelle città di Calvino, sfuggenti scenari che danno infinite possibilità alla mente che non trova capacità oggettive in questa realtà rifiutata. L'intento è mettere toppe all'anima, ricamando ad occhi aperti nuovi sogni più leggeri».

«Il viaggio tra mondi immaginari e reali, fra paesaggi onirici e veri che Donatella intraprende - scrive il curatore - sembra non finire mai di stupirci. La sua visione fantasiosa ha richiami antichi, ancestrali, è un rimando al mondo di Bosch, di Grunewald, di Magritte, forse come la sua vita: una vita di migrazioni in regioni diverse con tradizioni diverse, a viaggi avventurosi in nazioni molto lontane. Donatella parte per il suo viaggio, anche interiore, dove si confronta con la dura realtà quotidiana e ne esce un confronto visionario. L'alchimia dei colori, le sue nuvole, i suoi cieli, sono un mantra di luce che allenta i nostri freni inibitori, ormai siamo prigionieri del suo mondo fantastico, la realtà non ci interessa più, siamo all'interno del suo mondo, delle sue visioni, non vogliamo più scendere dalla sua nave e ritornare nella grigia realtà quotidiana, vogliamo continuare a viaggiare per sempre...». (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Alberto Biasi Alberto Biasi
La Materia della Visione 1959-2019


termina lo 02 giugno 2019
Scuola Grande della Misericordia - Venezia
www.allegraravizza.com

Omaggio al lavoro di Alberto Biasi, e alla costante ricerca di materie e materiali che ha caratterizzato sessant'anni di produzione artistica. "La materia della visione": più che una materia vera e propria, fisicamente tangibile, la "materia" di cui si parla è l'apporto mentale, culturale, fisiologico dello spettatore, che viene stimolato dall'opera a scoprire le modalità del "vedere". L'opera, e di conseguenza la sua materia, è dunque un catalizzatore di modalità di visione, che rendono lo spettatore partecipe e consapevole degli stessi processi mentali che hanno guidato l'artista nel creare e organizzare il suo lavoro, tradotto poi in opere. La mostra è dunque un percorso attraverso varie fasi di elaborazione, di sviluppo, di concretizzazione di una singola grande idea del "vedere". Il pubblico potrà ammirare sia i primi intuitivi lavori, risalenti ormai a sessant'anni fa, che gli ultimi esiti, collegati tra loro dal fil rouge dell'ottica e del processo cognitivo legato al vedere. La varietà delle opere, poi, testimonia l'inesauribile profondità dell'argomento e la capacità di Biasi di affrontarlo sotto diversi punti di vista.

Attraverso le opere presenti - alcune anche di dimensione monumentale, adatte alla grandiosità della sala principale della Scuola della Misericordia - si potrà considerare l'abilità costruttiva dell'artista nell'ideare forme e strumenti percettivi che costringono l'occhio e la mente dello spettatore a una partecipazione attiva alla visione. La mostra, a cura di Marco Meneguzzo, analizzerà infatti cronologicamente i passi salienti del lavoro di Alberto Biasi e delle sue ricerche artistiche che a partire dal 1959 lo hanno visto sperimentare diversi materiali in una sua analisi estetica sempre coerente. Proprio del 1959 sono le sue Trame, opere ottenute con la sovrapposizione di carte forate che danno inizio al suo studio sulla psicologia della forma e la percezione visiva.

Gli anni '60 saranno anni carichi di grandi fermenti ideologici e politici e nuove ricerche artistiche: proprio nel 1960 fonda il Gruppo Enne arrivando quasi a vincere nel 1964 il Leone D'Oro (soffiatogli poi in ultima battuta da Robert Rauschenberg) in quella famosa Biennale definita "scandalosa" per le note vicende storiche e di cui saranno presenti in mostra un nucleo delle opere esposte proprio in quell'occasione. Con il Gruppo Enne lavorerà fino al 1967, anno del loro scioglimento, ma resterà per tutto il corso della sua produzione artistica il più coerente artista ottico dinamico d'Europa. La sua ricerca si concentra infatti proprio sulla percezione visiva e l'interazione con lo spettatore, il movimento nella sua accezione passiva di moto virtuale che diventa solamente un moto apparente, uno studio della scienza dell'ottica e del dinamismo percettivo ed emotivo che le sue opere hanno la capacità di donare allo spettatore

Proprio il costante studio dei materiali gli ha permesso di sviluppare le sue teorie cinetiche: nelle Torsioni, madre di tutti gli altri cicli analoghi a queste ricerche, lamelle in Pvc vengono torte su colori cangianti e contrastanti per dare vita a giochi optical e movimenti fatti di infinite variabili. Le forme sono classiche, il quadrato, il cerchio, il triangolo e l'ellisse. L'evoluzione formale delle Torsioni è avvenuta nel ciclo dei Politipi, dove l'aspetto compositivo diventa fondamentale, in cui il risultato delle torsioni delle lamelle forma strutture geometriche compositive estremamente articolare e complesse. Un ulteriore sviluppo di questi giochi di torsioni si è poi esteso nei suoi noti Ottico-dinamici, in cui i giochi delle trame restano sospesi nel vuoto, lasciando vedere oltre l'opera stessa. Nelle opere recenti, Alberto Biasi si concentra sulla ricerca di nuovi effetti percettivi e ottici, affidandosi a nuovi materiali e nuove tecnologie.

Nella mostra saranno presenti opere in cui l'artista ha deciso di sperimentare l'uso di un materiale nuovo che, grazie alla sua leggerezza, duttilità e opacità cromatica, dona alle grandi opere un effetto ottico nuovo. Un esperimento riuscito anche grazie alla disponibilità della nota azienda italiana Alcantara di mettere a disposizione il suo centro ricerche. Qui l'artista ha potuto sperimentare le innumerevoli possibilità espressive del materiale ed avvalersi del supporto tecnico-stilistico dello staff dei ricercatori Alcantara, dove svariate centinaia di metri di lamelle che compongono le grandi opere sono state appositamente sviluppate sulle esigenze del Maestro Biasi. L'installazione prevedrà una serie di quattro Torsioni Sovrapposte e quattro Ottico-Dinamici di grandi dimensioni.

Da una conversazione con Marco Meneguzzo sulla ricerca dei materiali: "È da un po' di tempo che avevo voglia di provare un materiale nuovo. Il Pvc - che tra l'altro sembra verrà proibito dalla Comunità Europea perché troppo inquinante - l'ho ormai utilizzato in tutte le sue potenzialità. Avevo voglia di un materiale più morbido e meno plastico. La resistenza alla forte tensione cui sono sottoposte le lamelle che compongono le opere era però un limite da non sottovalutare. Da sempre conosco Alcantara e ho voluto provare. L'azienda è stata fin da subito molto disponibile mandandomi dei campioni e tagliandomi poi delle lamelle da provare nelle mie opere. Ho capito così che questo materiale non è solo morbido alla vista e al tatto e resistente alla tensione ma anche 'mutevole'. La mutevolezza di questo materiale l'ho appresa dopo aver dovuto smontare un prototipo non capendo come mai le lamelle fossero di due neri diversi: l'Alcantara "lavora" con la luce a seconda di dove la si guarda. Questo aspetto specifico della materia mi appartiene e mi piace molto. Ecco come sono nate le mie ultime opere e il 'mio' nuovo materiale. "

La mostra si conclude con una sezione dedicata al suo studio della luce con la presenza di un piccolo Light-Prism degli anni 60, il solo ciclo di Alberto Biasi, anch'esso iniziato negli anni Sessanta, che prevede l'utilizzo di un cinetismo motorizzato, i prismi ruotando a imprevedibili velocità e direzioni, creano giochi di luce in cui immergersi. Il contrasto evidente tra antico e moderno, riscontrabile subito tra opere e contenitore architettonico, si scioglie in un connubio di forme che supera la loro distanza temporale e culturale, a testimonianza della presenza inequivocabile e intuitiva di ciò che nel corso della storia si è definita "arte". In contemporanea sarà visitabile presso Palazzo Ferro Fini un'altra mostra dal titolo Tra realtà e Immaginazione.

Alberto Biasi (Padova, 1937) è un protagonista assoluto della storia dell'arte italiana del dopoguerra. La sua figura è una delle più coerenti e autorevoli a livello internazionale nel campo di quella che in Italia è stata definita "Arte Programmata", o anche "Arte Cinetica", e altrove "Optical Art". Dal 1959, anno che segna l'esordio delle ricerche artistiche del giovane Biasi, a oggi, la sua attività si è mossa costantemente all'insegna dell'indagine percettiva, attraverso cicli di lavori, ciascuno dei quali ha affrontato poeticamente e scientificamente alcuni problemi legati alla visione. Nel 1988 tiene una sua antologica al Museo Civico agli Eremitani di Padova. Nel 2006 espone nelle Sale dell'Hermitage di San Pietroburgo. Oltre alle dodici esposizioni del Gruppo Enne, Biasi ha allestito più di cento esposizioni personali in prestigiose sedi come il Palazzo Ducale di Urbino, il Wigner Institute di Erice, il Museo della Cattedrale di Barcellona, il Museo Nazionale di Villa Pisani e la Galleria Nazionale di Praga. Ha inoltre partecipato a più di cinquecento collettive, fra cui Italian Zero & avantgarde '60s al Museo MAMM di Mosca, la XXXII e la XLII Biennale di Venezia, la XI Biennale di San Paolo, la X, XI e XIV Quadriennale di Roma e le più note Biennali della grafica, ottenendo numerosi e importanti riconoscimenti. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra dedicata a Guenther Foerg Förg in Venice
termina il 23 agosto 2019
Palazzo Contarini Polignac - Venezia

Oltre 30 opere del percorso multidisciplinare di Förg - dai dipinti alle meno note sculture - per riflettere sui metodi intuitivi e di ampio respiro di questo artista intellettuale e poliedrico. Evento Collaterale ufficiale della 58. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, la mostra è curata da Elisa Schaar, storica dell'arte. Günther Förg (Füssen, Algovia, Germania, 1952-2013) è uno dei più significativi artisti tedeschi della generazione del dopoguerra, noto per il suo stile sperimentale e provocatorio legato alla storia dell'arte. Attraverso la sua innovativa produzione interdisciplinare che ha sfidato i limiti delle discipline artistiche, Förg ha esplorato un linguaggio di astrazione ed espressionismo, appropriandosi di metafore prese in prestito da architettura e arte moderna. L'Italia e l'architettura italiana hanno giocato un ruolo centrale nello sviluppo della carriera di Förg. Il suo primo viaggio in Italia, nel 1982, stimolò la sua nota serie di fotografie sugli edifici di importanza culturale e politica. Attraverso la fotografia, Förg riuscì a esplorare la relazione tra arte, architettura e interventi spaziali, un tema ricorrente in tutta la sua produzione che la mostra di Venezia metterà in risalto.

Alcuni lavori di Förg furono esposti già alla 45. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia nel 1993 nella mostra Il Viaggio verso Citera. La mostra offrirà una panoramica approfondita dei temi estetici e concettuali affrontati da Förg, non solo dal punto di vista della produzione artistica ma anche in relazione al contesto in cui le opere sono esposte. L'artista riteneva che lo spazio, l'ubicazione e il posizionamento di una sua opera fossero intrinseci all'opera stessa. Durante la sua carriera, Förg dipinse sulle pareti delle gallerie, usò porte e finestre come elementi integranti, e arrivò a usare la vernice di alcune sue opere per creare un gioco di riflessi che desse vita a considerazioni inaspettate. Attraverso l'installazione delle opere d'arte di Förg - prevalentemente aderenti alle tradizioni moderniste - nelle sale decorate e dell'architettura rinascimentale di Palazzo Contarini Polignac, l'esposizione indagherà l'eredità del modernismo estetico (uno degli ideali al centro dello studio di Förg) in uno spazio ricco di storia e maestria artigiana.

La mostra non avrà uno sviluppo tradizionale bensì un allestimento di grande atmosfera dove le opere dell'artista abiteranno un contesto intimo e privato evocando una malinconia e un romanticismo raramente associati all'opera di Förg. Grazie all'integrazione del ricco corpus di opere di Förg negli interni delle sale del Palazzo, la mostra illustrerà l'interesse dell'artista per il dialogo tra arte, architettura e fruizione. Lungo tutto il Palazzo, singoli quadri, arazzi ed elementi decorativi in determinate posizioni saranno sostituiti con le opere dell'artista. Al piano terra, un dipinto minimalista di grandi dimensioni raffigurante una finestra, Untitled (2004), affiancato da alcuni schizzi preparatori dell'opera, prenderà il posto di uno stemma dando l'impressione che ci sia una finestra dove in realtà non c'è. Nonostante la loro forte geometria, le finestre di Förg sono provocatorie poiché offrono una cornice dentro cui guardare ma senza fornire alcuna visuale: al contrario, dirigono e limitano lo sguardo, mettendo in discussione l'atto visivo e l'estetica in sé. Nel Salone del Palazzo, quattro straordinari dipinti in stile Spot Painting realizzati tra il 2007 e il 2009 saranno presentati di fronte a quattro ampi arazzi.

In queste opere astratte e gestuali, i segmenti orizzontali delle pennellate verticali richiamano i raffinati scarabocchi di Cy Twombly, ma con differenze sia a livello cromatico - con un diverso uso del bianco e del grigio chiaro che sembrano richiamare la base di una tavolozza - sia per quanto concerne l'impiego di pennelli puliti. Questi Spot Painting danno l'idea di essere stati prodotti velocemente, ma sono in realtà frutto tanto di una rapida intuizione quanto di un'attenta riflessione dell'artista. Insieme, i quattro dipinti daranno prova della ponderata e incessante sperimentazione di abbinamenti cromatici, applicazioni di pittura, composizioni e ritmi dell'artista, il tutto in una sola serie di quadri. Collocate di fronte agli arazzi figurativi del Palazzo, che si potranno ancora intravedere, queste opere di Spot Painting evocheranno - attraverso le pennellate fluttuanti sulle superfici piane - una sorta di potere autonomo dell'astrazione modernista, sottolineando il rapporto stesso dell'artista con questa forma artistica, tanto coinvolto quanto distaccato.

Nella sala degli specchi del Palazzo, una serie di sculture di Förg, realizzate nel 1990, verranno installate vicino alle finestre. Queste sculture figurative, tra cui maschere di bronzo su piedistalli in compensato grezzo, esplorano le possibilità e i limiti della materia. Le superfici corpose, lavorate rapidamente, fanno pensare alla distruzione: deliberatamente imperfette, dimostrano che Förg preferiva esplorare un'idea anziché realizzare un ideale di piacere e perfezione estetica. Le superfici palpabili recano i segni delle impronte digitali di Förg, di agenti esterni casuali e danni fisici che spingono il bronzo e la sua lavorazione lontani dalle associazioni gerarchiche, classiche e monumentali di tale materiale. Lungo le sale laterali del Palazzo saranno infine in mostra diversi dipinti astratti di Förg datati dagli anni Ottanta agli anni Novanta, che sostituiranno le opere d'arte solitamente esposte.

Nella sua interezza, l'offerta espositiva della mostra dà prova dell'ampia portata della carriera di Förg e della sua tendenza alla sperimentazione, raggruppando i vari filoni e le influenze concettuali che hanno interessato la sua produzione - dall'agile esecuzione, complessità tonale e composizione stratificata, alla libera gestione delle discipline formali e delle strutture geometriche. Dal 1973 al 1979 Günther Förg studiò sotto Karl Fred Dahmen all'Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, realizzando quasi esclusivamente dipinti monocromi. Negli anni Ottanta iniziò a sperimentare con fotografia, pittura e scultura e tenne la sua prima personale alla Galleria Rüdiger Schöttle di Monaco. Nel 1992 fu invitato a prendere parte alla Documenta IX a Kassel. Dal 1992 insegnò all'Università di Arte e Design di Karlsruhe. Nel 1996 ricevette il prestigioso premio Wolfgang Hahn, e due anni più tardi divenne professore dell'Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera. La sua arte è nota per i suoi riferimenti ai maestri modernisti come Barnett Newman, Clyfford Still, Philip Guston, Mark Rothko e Edvard Munch. (Comunicato stampa Studio Esseci)

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KP Brehmer
termina il 14 giugno 2019
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
Presentazione

Albrecht Dürer. La collezione completa dei Remondini
termina il 30 settembre 2019
Palazzo Sturm - Bassano del Grappa (Vicenza)
Presentazione




Opera di Alessandro Frasson nella locandina della mostra Storie di carta Storie di carta
Fotografie di Alessandro Frasson


18-19-25-26 maggio 2019
Palazzo da Schio - Ca' d'oro - Vicenza

Progetto di Street Photography volto ad investigare le similitudini che, nel quotidiano, si presentano come conseguenza dell'integrazione dell'uomo con l'ambiente urbano. Sono singole situazioni che raccontano gli intrecci ed i legami che si instaurano tra soggetti, temi e motivi ricorrenti attraverso l'accostamento nello spazio e nel tempo; immagini, dunque, lontane ma nel contempo assolutamente vicine, ed impresse nello spazio di un foglio di carta. Alessandro Frasson (1972). Fin dai primi scatti si appassiona alla fotografia di strada ed il contatto con il gruppo Mignon lo porta sempre più a riprendere l'uomo nel suo quotidiano. Predilige una fotografia in bianco e nero in quanto per lui è più poetica e diretta, ricevere il messaggio è più immediato. (Comunicato stampa)




Roman Opalka: Dire il tempo

Roman Opalka, una retrospettiva

04 maggio 2019 - 20 luglio 2019
Building - Milano

Roman Opalka | Mariateresa Sartori
07 maggio 2019 - 24 novembre 2019
Fondazione Querini Stampalia - Venezia

Omaggio all'artista Roman Opalka, con Dire il tempo, progetto a cura di Chiara Bertola, in concomitanza con l'apertura della 58esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia. La mostra, realizzata in due capitoli, da Building e da Fondazione Querini Stampalia, approfondisce la ricerca di Opalka attraverso una selezione di opere fondamentali del suo percorso. Entrambe le mostre sono incentrate sul programma Opalka 1965 / 1-∞, in cui l'artista ha impegnato gran parte della propria esistenza, nel tentativo di rappresentare lo scorrere del tempo e di circoscrivere l'infinito entro forme visibili e misurabili.

A Milano, una selezione di tele della serie di Détail sarà affiancata da 7 Cartes de Voyages e 35 autoritratti fotografici, esposti insieme al suono registrato della sua voce, per restituire l'insieme significativo del programma Opalka 1965 / 1-∞. L'allestimento è arricchito da un nucleo di opere realizzate nel periodo precedente il 1965: da un primo disegno accademico, Les Nuages del 1951 agli Ètudes sur le Mouvement (1959-60), passando per Chronome (1963) e Alphabet grec (1965) - con i quali sperimenta la parcellizzazione dello spazio e del tempo attraverso il ritmo e il movimento dei segni e dei punti sulla tela - per arrivare alla serie dei Fonemats del 1964, esposta per la prima volta. Chiude il percorso una sezione dedicata al lavoro grafico, con le acqueforti della Descriptions du Monde, realizzate dall'artista tra il 1968 e il 1970.

A Venezia, il progetto espositivo assume una particolare importanza per la conoscenza critica dell'artista, riunendo e presentando per la prima volta le due opere fondamentali dell'intero programma Opalka 1965 / 1-∞. Saranno infatti esposti l'Alfa e l'Omega, il primo e l'ultimo Détail, ora eccezionalmente insieme. Insieme a questi due dipinti significativi, sarà esposta anche una serie di autoritratti fotografici e il suono registrato della voce dell'artista. Accanto alle opere di Opalka sarà presentato anche un nucleo di opere di Mariateresa Sartori (Venezia, 1961), che con l'artista polacco aveva intessuto una profonda amicizia. Interessata alle neuroscienze, alla musica e al linguaggio, i suoi lavori instaureranno un dialogo con le opere di Opalka, attraverso la ricerca comune sui temi della memoria, della durata, della contingenza, e la condivisa ricerca di un visibile in grado di esprimere l'invisibile. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Rupert Rebernig - Senza titolo 2 - 2007 acrilico su tela cm.40x40 Rupert Rebernig
"La sensazione del vedere"


termina il 30 maggio 2019
Sala Comunale d'Arte - Trieste

Mostra personale del pittore austriaco Rupert Rebernig, introdotta sul piano critico dall'arch. Marianna Accerboni. Esposta una ventina di opere realizzate ad acrilico tra il 2014 e il 2018.

Presentazione




Opera di Paolo De Cecco nella locandina della mostra Le poetiche del quotidiano 1843-1922 Omaggio a Paolo De Cecco
Le poetiche del quotidiano (1843-1922)


termina il 25 maggio 2019
Complesso di Santa Chiara (ex manifattura tabacchi) - Città Sant'Angelo (Pe)
Locandina

Mostra dedicata a Paolo De Cecco, di origini abruzzesi, pittore, incisore, musicista, inventore, insegnante. Fondatore del celebre Cenacolo michettiano, amico dei maggiori esponenti della cultura italiana ed internazionale di fine Ottocento. La mostra, dedicata non solo alla lunga attività professionale ma anche alla interessante figura di un artista ad oggi ancora poco indagata, ne valorizza gli aspetti peculiari per portare a conoscenza di un vasto pubblico la sua opera ed il suo lavoro. Sono esposte più di 160 opere pittoriche e grafiche, provenienti dalla collezione degli eredi dell'artista, molte delle quali inedite. La raccolta include inoltre documenti di notevole interesse storico, preziose testimonianze riferibili al periodo del Cenacolo e all'amicizia di De Cecco con Francesco Paolo Michetti, Costantino Barbella, Gabriele d'Annunzio, Francesco Paolo Tosti e Wilhelm von Gloeden. (Comunicato stampa)




Gregor Purgaj - Converstaion with Matisse - 2018 Carlo Fontana - Un cerchio un albero - 2018 Carlo Fontana | Gregor Purgaj
Mondi immaginati


termina il 29 giugno 2019
JulietRoom - Muggia
Locandina

Mostra, promossa dall'Associazione Juliet, con le opere di Carlo Fontana e Gregor Purgaj, curata da Roberto Vidali. Motivi, situazioni, temi, all'apparenza diversi, si dispiegano in un unico progetto espositivo, quasi in una sorta di contrappunto, confronto e dialogo. E, sebbene la declinazione delle singole opere conduca a una apparente diversità, l'impeto conduttore, per ambedue questi artisti è il medesimo: l'impeto che li unisce è il ragionare sulla dinamica del colore, sulle sue sfumature e contrapposizioni. Un modo questo, per dire che il colore, è il vero e proprio punto nodale del loro pensiero e il loro indiretto per dialogare a distanza. Il colore in tutte frammentazioni nel caso di Fontana e nell'intera possibilità del suo tono smorzato nel caso di Purgaj.

Per Carlo Fontana, la raffigurazione di una natura edulcorata passa attraverso il filtro di una scomposizione quadrettata, quasi una sorta di ragnatela che diviene architettura come definizione del dettaglio nella macrostruttura e come definizione di figure-simbolo definite secondo una tecnica "compendiaria". Nelle sue opere troviamo fissata una realtà trasognata, una realtà che, nel riprendere le ombre taglienti e le luci artificiali, rende visibile un'atmosfera di esistenza provvisoria, quasi scomposta (o ricomposta) in senso cubista: si tratta di un mondo che talvolta richiama in superficie la vita moderna, dinamica e contrastata, ma che nel sottofondo nasconde sempre uno spirito romantico e spirituale. Una luce calda e gessosa si irradia dalle cose raffigurate, per poi espandersi e abbracciare orizzonti lontani: disegna l'oscillazione di un crepuscolo sospeso fra il preludio di un giorno lontano e la vicinanza di un raggio di luna: un bosco, un fiore, una foglia, un prato sono i termini più semplici e comprensibili di una simbologia immediata e capace di smuovere l'animo alla pacificazione.

In Purgaj, invece, il soggetto principale del racconto diviene in buona sostanza la figura umana vista nelle sue infinite possibilità espressive. Il tema del volto, metafora di ogni singolarità o segno di ogni esistenza, diventa lo specchio in cui - parafrasando Lautrémont - si riflette ogni immagine, ogni momento, passato e futuro. Il battito delle ciglia - portato coscientemente al suo diapason - fa volare la fantasia verso mete improcrastinabili. Aspetto caratteristico in questi lavori è l'immediatezza del messaggio, la quasi totale mancanza di mediazione intellettuale: una assenza questa che si pone a beneficio dell'immediata percezione dell'opera. La comunicazione è diretta. Se dovessimo pensare a un colore, questo colore non potrebbe essere altro che una contrapposizione tra gialli, rossi, verdi e azzurri, colori che nella loro complementarietà sprizzano scintille ed esaltano l'animo umano. (Comunicato stampa)




Opera di Nicoletta Giordano nella mostra Forme riassunte di sogni Nicoletta Giordano
Forme riassunte di sogni


termina il 10 giugno 2019
Galleria SpazioFarini6 - Milano
www.spaziofarini6.com

Selezione di opere di Nicoletta Giordano dal suo ultimo lavoro fotografico, ispirato anche dalla sua recente rilettura del libro di Italo Calvino "Le città invisibili". È una potente ricerca in bianco che unisce gusto compositivo e forte intuito creativo in un linguaggio fotografico alternativo, un graffitismo metropolitano potremmo chiamarlo. Sono geometriche forme di luce bianca che si stagliano graficamente tra profondi neri, sono frammenti di città, squarci di Milano, la sua città, visti con una totale assenza dei toni di grigio per "entrare nel sé e nello stesso tempo per perdersi" dice l'autrice. Sono sintesi, segni, simboli, archetipi, memorie, non solo forme, sono "forme riassunte di sogni".

Una serie molto grafica di bianchi e neri senza la presenza dell'essere umano, che compare come "essenza" solo in alcune delle ultimissime immagini, quasi come elemento di dolcezza e di presenza in queste geometrie grafiche, una presenza mai invasiva. È un peregrinare nella città quello che fa Nicoletta, per introdurre un percorso foto-grafico sottrattivo, che impone all'osservatore di allontanarsi dal reale e ritrovare ideogrammi che rappresentano non tanto l'oggetto reale, ma la sua idea, il suo sogno, la sua essenza pura. In mostra una ventina di opere, fotografie digitali in bianco e nero, stampate su carta Canson Baryta Prestige 305gr, in edizione limitata di 10, firmate e autenticate. (Comunicato stampa)




Opera di Ugo Galassi nella mostra Allegro, non troppo Ugo Galassi
Allegro, non troppo


termina il 10 giugno 2019
Galleria SpazioFarini6 - Milano

Selezione di opere di Ugo Galassi, dal suo ultimo lavoro fotografico, fortemente ispirato dalla sua passione per il mondo dell'illustrazione e del sumi-e. Un percorso alla ricerca di quell'anima silente presente in tutte le cose, che attende solo di essere scoperta. Forme a volte sfuggenti e indefinibili, in bilico tra realtà e suggestione. È osservazione che si fa sentimento, una partecipazione emotiva nei confronti dell'esistenza. Le radici diventano rami, la morte si trasforma in vita, le piante iniziano a muoversi, a ballare, il silenzio si trasforma in musica e la staticità diviene movimento. Come nel sumi-e, antica arte pittorica orientale, il bianco del foglio rappresenta l'universo, l'inchiostro le forme materiali che appaiono e scompaiono continuamente in esso. Una filosofia in cui delicatezza non è necessariamente il contrario di forza.

Estetica che diventa etica, un richiamo ad una presa di coscienza in grado di trasformare colui che guarda in colui che comprende. La vera bellezza si cela nella malinconica consapevolezza della sua caducità. "Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. È l'effimera configurazione delle cose nel momento in cui ne vedi insieme la bellezza e la morte". È questa consapevolezza a rendere prezioso ogni attimo. Troppe volte, infatti, ci scordiamo la gioia leggera del presente, convinti che esso possa tornare indefinitamente. Le opere in mostra sono fotografie digitali a colori, stampate su carta Hahnemuhle Photo Rag Bright White, in edizione limitata di 10, firmate e autenticate. (Comunicato stampa)




Mariano Pieroni - Tigre Mariano Pieroni - Leone Mariano Pieroni
"Plasticoni 2019"
Market-system's animal and human


termina il 30 maggio 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Per Mariano Pieroni è la prima personale nella Città di Mantova (a cura di Arianna Sartori), dopo aver partecipato alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario alle rassegne: L'arte italiana dalla terra alla tavola (2015) con l'opera Puledro (scultura polimaterica, plasticone), 50anni d'Arte in Lombardia (2016) con l'opera Leviero 2 (scultura polimaterica, plasticone), Animalia. Natura & Arte (2017) con l'opera Mandrillo (scultura polimaterica, plasticone) e ARTeSPORT (2019) con l'opera Tennista (scultura in porcellana), esposizioni curate da Arianna Sartori e che diventa l'occasione per approfondire il lavoro di questo artista affermato in Italia e all'estero.

- Plasticoni 2019
Market-system's animal and human


Vengono percepiti o interpretati come rappresentazioni Pop-Art, ma sono linguaggio simbolico che esprime un giudizio complesso, riferito al sistema filosofico-sociale mercantile attuale. Il massimo del kitsch, con le etichette ruffiane da cui siamo assediati in ogni ora della nostra giornata, è una provocazione indigesta quanto squillante, che, con il dilatarsi del tempo, si decanta e diventa storia. Perché Plasticoni? Perché la plastica è il problema più grosso dell'inquinamento, che potrebbe trasformare il nostro pianeta in una discarica. Tutto questo è talmente evidente e semplice da apparire come una ovvietà. Pochi sentono l'urgenza di doversene fare carico personalmente.

Mariano Pieroni (Barga - Lucca, 1937), ideologo del movimento "Dimensionismo", ha fatto parte di gruppi storici dell'area lombarda: Liberi Artisti (LADPDV), i Besnatesi, Porta Ticinese, Centro documentazione Arte Varese diretto da G.F. Maffina, Tectores Errantes, Dimensionismo. Negli anni che vanno dal 1951 al 1966 a Firenze frequenta gli studi di Rosai, Grazzini, Conti, la Scuola Libera del Nudo presso l'Accademia di Belle Arti diretta da Giorgio Settala, e nel 1953-54 frequenta lo studio di Pietro Annigoni. Tra i suoi maestri figurano anche Ugo Seravalle (primo maestro) ed Emanuele Zambini (noto scultore). Conosce il grande artista italo-americano Agostino Nivola durante l'estate del 1950 e ne segue gli insegnamenti a Villa Pozzolini a Quercianella. Di prima formazione figurativa passa all'informale, adottando varie tecniche come il collage e il frottage. Negli anni fiorentini frequenta, tra le altre, la galleria "Numero" di Fiamma Vigo, conosce il critico Boatto ed Esther Panducci (guide di un excursus nei "salotti buoni" della città).

Dopo l'alluvione del 1966 che inonda Firenze, viene invitato in Belgio, a Liegi, e modella, come scultore, l'intero campionario della "Andrè Junkers". Dopo circa un anno torna in Italia e da allora risiede a Solbiate Arno. Dal 1970 a oggi ha realizzato più di 120 mostre personali in varie città italiane ed estere. Ha vinto premi e partecipato a prestigiose collettive. Esiste una bibliografia già vasta e articolata: oltre a opere monografiche si contano pubblicazioni di articoli, recensioni, presentazioni su importanti quotidiani, riviste varie italiane e straniere. Ha eseguito opere pubbliche fra cui affreschi e sculture, vetrate artistiche, ceramiche, opere in ferro saldato, numerosi bronzi e opere in materiale plastico-polimaterico. Sue opere si trovano in musei d'Europa e degli Stati Uniti.Tramite il maestro Leo Spaventa Filippi entra in contatto con Leonardo Borgese nello studio di Milano. Nel periodo che intercorre tra gli anni 1971 e 1980, conosce e collabora con note firme della letteratura e della critica d'arte di cui conserva scritti, recensioni e presentazioni.

Nel 1972 fonda il movimento Dimensionismo. Nel 1986-87, intorno all'idea Dimensionismo si compone un gruppo rinnovato con importanti partecipazioni. L'evoluzione e il dibattito di quel periodo inducono Mariano Pieroni ad aprire su di una tematica in cui prevale una componente che può essere appellata "di civica utilità" (ecologia ambientale). Ed è allora, nel 1988-89, che inizia l'attività detta Plasticoni, con un nuovo "aggregato" detto Linea Confinaria, nel quale intere famiglie si attivano con la famiglia Pieroni in esecuzioni di pulizia sul paesaggio, performances, installazioni e rappresentazioni en plain air. Nell'anno 2000, una performance alla GAM di Gallarate segnò l'inizio del progetto per una mostra fondamentale: Natura Artifiziata, che si svolse nel Gennaio-Febbraio 2002, di cui fu principale curatore Silvio Zanella, coadiuvato da Francesca Consonni ed Emma Zanella, fu un successo vero. Quell'evento aprì spazi ulteriori: Pieroni aderì a inviti ed eventi internazionali in Italia e all'estero, evolvendo il suo percorso nello scenario dell'arte contemporanea. (Comunicato stampa)




Luciano Fagnola - Nespolo - Qohelet - legatura-d'arte Luciano Fagnola - Musante - Pinocchio - legatura-d'arte Luciano Fagnola - Casorati - Cantico delle creature - legatura d'arte Luciano Fagnola
Quando il libro si riveste d'arte


termina il 30 settembre 2019
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Mostra dedicata ai capolavori realizzati da un legatore torinese contemporaneo: Luciano Fagnola. Un maestro artigiano che negli ultimi vent'anni ha sperimentato tecniche sempre diverse per decorare le copertine di celebri libri d'autore, editati da stampatori d'eccellenza come Alberto Tallone. Le legature sono "lavorate" con intarsi policromi in pelle, impressioni a secco e a sbalzo, mosaici policromi con decori in china colorata o ad acrilico e persino decorazioni con elementi metallici. Tutte le opere in mostra provengono dalla raccolta del collezionista torinese Livio Ambrogio.

Nelle vetrine troviamo esposti 24 testi letterari, poetici e teatrali, tra i quali spiccano la Divina Commedia di Dante Alighieri, il Cantico delle Creature di Francesco d'Assisi, il Pinocchio di Carlo Collodi, le Nozze di Figaro di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais e i Racconti di Edgar Allan Poe, "rivestiti" dalle legature complesse e raffinate, realizzate da Luciano Fagnola sulla base di progetti e bozzetti ideati da artisti come Francesco Casorati, Ugo Nespolo e Guido Giordano, o da giovani talenti quali Irene Bedino, Luca Bosio, Samantha Farina e Elena Rivolta. Il catalogo della mostra, a cura di Livio Ambrogio e Luciano Fagnola, contiene contributi tecnici e schede delle legature di Paola Fagnola, oltre alle schede bibliografiche di Margherita Palumbo. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Arshile Gorky 1904-1948 Arshile Gorky: 1904-1948
termina il 22 settembre 2019
Ca' Pesaro Galleria Internazionale d'Arte Moderna - Venezia

Prima ampia retrospettiva (oltre 80 opere) mai realizzata in Italia sull'artista Arshile Gorky, curata da Gabriella Belli e da Edith Devaney. Sin dal suo interrogarsi, negli anni '20, sui maestri moderni fino ai suoi ultimi dipinti degli anni '40, nell'opera di Gorky è sempre presente una particolare visione che lo contraddistingue come una delle figure cardine dell'arte americana del XX secolo, a fianco di Willem de Kooning, Jackson Pollock e Mark Rothko. La retrospettiva veneziana, realizzata in collaborazione con The Arshile Gorky Foundation, consente di ammirare anche opere che sono state raramente esposte in pubblico. Il percorso di mostra conta inoltre su prestigiosi prestiti museali.

Gabriella Belli afferma: "la straordinaria personalità di Gorky, per la prima volta in Italia con una mostra monografica, illuminerà zone ancora in ombra della storia dell'arte del nostro Paese, facendoci esplorare in profondità l'osmosi della pittura europea con quella americana, di cui Gorky fu senza dubbio uno dei più importanti innovatori". "Le opere più importanti della carriera di Gorky - prosegue Edith Devaney - saranno riunite in una mostra che permetterà di riaffermarne il valore della sua esperienza all'interno dello sviluppo e definizione dell'Arte Americana del XX secolo, evidenziando come la sua influenza prosegua tuttora".

Gorky ha integrato i paesaggi di Paul Cézanne, la linea di Ingres, la composizione di Paolo Uccello, la logica di Picasso, persino le vivaci forme di Joan Miró. Di fatto Gorky, assorbendo e reagendo al lavoro dei maestri del passato e degli artisti moderni, è stato in grado di sviluppare una propria visione e immaginazione. Lo si può dire una "una sensibilità europea" in un contesto americano. Il linguaggio visivo dell'artista scorre come un filo conduttore attraverso tutta la mostra fino ad arrivare ai suoi inimitabili capolavori. La mostra prende inizio dalla prima ritrattistica dell'artista, a questo periodo infatti risalgono i molti incontri con gli artisti avant garde emergenti di New York, tra questi Stuart Davis, John Graham e David Smith, un ambiente creativo di cui lo stesso Gorky fu figura di spicco. Un'opera centrale è Self-Portrait (ca.1937), che fa riferimento ai ritratti neoclassici di Picasso degli anni '20.

La ritrattistica di Gorky non era solo una modalità per esplorare il presente - ritratti di famiglia, amici stretti e dei suoi pari - ma anche un modo per rendere omaggio alla famiglia che aveva perso. Gorky ha proseguito sintetizzando le problematiche e la struttura cubista con i contenuti e le tecniche surrealiste, in particolare isolando ed elaborando forme biomorfiche nei suoi paesaggi e nelle nature morte degli anni '30. La serie di disegni conosciuti come Nighttime, Enigma and Nostalgia rappresenta un momento cruciale nello sviluppo dell'astrazione dell'artista, il suo vocabolario risulta perfezionato da motivi scaturiti dal suo interrogarsi sul Cubismo e il Surrealismo. Il disegno ha svolto un ruolo fondamentale nella pratica di Gorky, formando le sue idee e precedendo quasi ogni dipinto. La creatività di Gorky viene approfondita in mostra attraverso l'esposizione di opere su carta che documentano tutto il corso della sua carriera.

Negli anni '40 Gorky entra in contatto con i surrealisti, tra cui André Breton, Wifredo Lam, Max Ernst e Roberto Matta. Queste nuove frequentazioni avrebbero contribuito allo sviluppo dell'automatismo e del subconscio nei suoi dipinti. Opere come Apple Orchard (ca.1943 - 1946) danno conto non solo della sua abilità e di una nuova linea precisa e fluida, ma anche di un mutato approccio. Il lavoro di Gorky era stato ulteriormente rivitalizzato da una riconnessione con la natura, cementata nelle estati del 1942-1945 trascorse in Connecticut e alla Crooked Run Farm in Virginia. Questa periodo trascorso en plein air e non immerso nel suo studio o nei musei di New York, gli ha permesso di estrarre simboli e motivi universali fondati sull'osservazione. Gorky esaminò da vicino le forme botaniche e biologiche e tradusse le metafore visive che vedeva in natura in nuove forme metamorfiche, capaci di esprimere la sua psiche più intima.

L'ultimo capitolo della mostra si concentra sugli ultimi capolavori come The Liver is the Cock's Comb(1944), One Year the Milkweed (1944) e Dark Green Painting (1948 circa). In questi lavori, i simboli istintivi di Gorky si trasformano in un personale vocabolario di forme fantastiche ricorrenti che danno esito, ha osservato Clement Greenberg nel 1947 "ad alcuni dei migliori dipinti moderni mai realizzati da un americano". L'artista ha intriso queste opere evocative di ricordi, della sua profonda affinità con la natura e delle complessità e contraddizioni che sentiva nella sua stessa esistenza. Il lessico così particolare di Gorky - un mix di energia propria e di empatia, subconscio e immaginario astratto - ne fanno un precursore dell'Espressionismo Astratto in America.

Gorky ha vissuto un'epoca straordinaria per sconvolgimenti storici e culturali, caratterizzato da un movimento di persone senza precedenti durante le due guerre mondiali, cui ha fatto seguito l'ascesa di New York a capitale artistica su Parigi. Questo contesto storico, viene documentato in mostra attraverso il materiale d'archivio prestato dalla Arshile Gorky Foundation, e delinea non solo la cronologia della vita di Gorky ma anche eventi del periodo che hanno avuto un profondo impatto sulla sua vita. Il lavoro dell'artista ha avuto una influenza permanente sulle generazioni, in particolare artisti come Willem de Kooning, Cy Twombly, Helen Frankenthaler e Jack Whitten. La mostra presenterà anche un film diretto da Cosima Spender, nipote dell'artista, che riunisce alcune voci artistiche contemporanee per riflettere sulla vita, il lavoro e l'eredità di Gorky, insieme a filmati inediti dell'artista. Accompagnerà la mostra un catalogo illustrato con saggi dei curatori e Saskia Spender (nipote di Gorky), con testi in inglese e italiano.

Arshile Gorky (Khorkom (Armenia), 1904 - Sherman (Connecticut, Stati Uniti), 1948) - nome originario Vostanik Manoug Adoian - Arshile Gorky si rifugiò negli Stati Uniti insieme alla sorella a 15 anni, per sfuggire al genocidio armeno. Due anni dopo si iscrisse alla New School of Design di Boston, Massachusetts, dove studiò sino al 1924. In quello stesso anno si spostò a New York per insegnare a tempo pieno alla School of Painting and Drawing presso la Grand Central School of Art. Nel 1935 firmò anche un contratto di tre anni con la Guild Art gallery di New York. La sua prima retrospettiva museale aprì al San Francisco Museum of Modern Art nel 1941. A metà degli anni Quaranta attraversò un periodo produttivo ricco di soddisfazioni personali e artistiche, segnato dalla nascita delle due figlie e dal rapporto felice con la natura. Nel 1948, a seguito di un periodo di turbamento personale e problemi di salute, Gorky si tolse la vita. (Comunicato stampa Studio Esseci)

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Libro Atlante americano di Giuseppe Antonio Borgese Atlante americano
di Giuseppe Antonio Borgese, ed. Vallecchi

Parlare o scrivere dell'America, ovvero degli Stati Uniti, è motivo di opinioni opposte, a volte inconciliabili. Oggi come ieri sembra che nulla sia cambiato da quando all'inizio del Novecento la sua immagine - la mentalità, i costumi, la cultura - diventarono oggetto di valutazioni utilizzate con precise finalità propagandistiche, sia in senso positivo sia negativo.
Recensione libro

Libro Olocausto armeno di Alberto Rosselli L'Olocausto Armeno - Breve storia di un massacro dimenticato
di Alberto Rosselli, ed. Solfanelli

Da alcuni anni la questione del riconoscimento del genocidio subito dal popolo armeno (1894-96, 1915-23) incontra un interesse crescente sia in ambito di politica internazionale sia in un contesto più ampio di storia, diritto, cultura, etica. Nonostante la notevole pubblicistica, alla domanda "Che cosa è stato il genocidio armeno?" in tanti tuttora potrebbero non saper ancora dare una risposta precisa.
Recensione libro




Alfredo Serri - Natura morta con violino e ocarina - olio su tela cm.605x405 Alfredo Serri - Blue Argentaria - olio su tela cm.30x15 Alfredo Serri
termina il 15 giugno 2019
Galleria Open Art - Prato

Omaggio ad Alfredo Serri (1898-1972), interessante interprete dell'arte toscana del Novecento, artista colto e sensibile, ma poco portato alle pubbliche relazioni. L'esposizione raccoglie una trentina di opere su tela realizzate tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Prima di dedicarsi alla pittura, Serri fu musicista: era infatti un professore di chitarra, violino e pianoforte. Tra l'altro, come violinista, fece parte dell'Orchestra del Teatro della Pergola di Firenze. Tuttavia, rinunciò ad un posto sicuro e già acquisito in ambito musicale per dedicarsi interamente alla pittura. Una scelta scaturita dall'incontro con Pietro Annigoni (1910-1988), con il quale si era sviluppata una sincera amicizia, sebbene Serri avesse undici anni più di lui.

Serri frequentò assiduamente lo studio di Annigoni in Piazza Santa Croce e condivise con lui le sue prime avventure artistiche, studiando la natura con una specifica inclinazione verso la pittura seicentesca italiana e fiamminga, ovviamente attento a tutte le emozioni visive che la sua città, Firenze, poteva offrirgli. Insieme al maestro e mentore, a Gregorio Sciltian, ai fratelli Antonio e Xavier Bueno, a Giovanni Acci e a Carlo Guarienti, Serri prese parte al movimento de "I Pittori Moderni della Realtà" che, fra il 1947 e il 1949, con eventi espositivi e tramite la rivista "Arte" pubblicata a Firenze, si pose in aperto contrasto con le varie correnti astrattiste e informali sorte in quegli anni. Il gruppo sosteneva una tipo di pittura che aspirava ad un equilibrio dialettico fra l'arte figurativa consolidata nel tempo storico e le novità linguistiche affiorate nel Novecento.

Successivamente, mentre gli altri amici del movimento presero strade diverse, Serri, come Annigoni, rimase sempre coerente con l'indirizzo originario. Ma, al contrario del Maestro, che non mancò spesso di prendere posizione esplicita e polemica contro i suoi detrattori e le tendenze imperanti della critica corrente, Serri proseguì la sua ricerca nel silenzio, nell'isolamento, in una sorta di purezza intellettuale e morale. Un atteggiamento, questo, che sicuramente lo penalizzò dal punto di vista della visibilità e di una più ampia e diffusa notorietà, anche se ebbe, per la qualità della sua pittura, un proprio pubblico di collezionisti, specie di ambito statunitense.

Per quel che concerne i contenuti, Serri ebbe predilezione per due generi a lui congeniali quali il Trompe-l'oeil e la Natura morta, con composizioni di libri, frutti, oggetti vari e citazioni colte di opere d'arte. Nelle sue splendide nature morte non di rado emerge, in pochi millimetri di superficie pittorica, fra fiaschi e frutti, il suo autoritratto risolto con una tecnica stupefacente. Spesso, compaiono anche strumenti e spartiti musicali, chiara testimonianza della sua prima formazione e attività professionale. Serri realizzò indubbiamente opere di una perfezione assoluta, nelle quali tutto appare come una sorta d'inno elevato alla bellezza, alla poesia. Sue opere sono oggi esposte in numerose raccolte italiane e straniere, pubbliche e private. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Effetto Roma - mostra di Fotografie di Antonio Giannetti Effetto Roma
Fotografie di Antonio Giannetti


termina il 14 giugno 2019
Galleria 291 Est/Inc - Roma
www.galleria291est.com | Locandina

Suggestivo e minuzioso racconto fotografico di Antonio Giannetti sul rapporto riscoperto e riconquistato con la bellezza di Roma. Con un titolo che fa eco al cult Effetto Notte (Truffaut, 1973), questa mostra a cura di Vania Caruso è la trasposizione fotografica di una nottata, insonne e vagabonda (durata quasi tre anni), tra le portentose braccia della Capitale: una ricerca tenace e paziente dell'istante irripetibile e dello scatto decisivo a immortalarlo. Qui l'obiettivo si fonde con l'occhio sopraffatto e marginale del suo schivo osservatore, sublimandosi in una dedica d'amore. Così è la stessa città a guidare lo spettatore nel racconto del fotografo, che rifugge dall'icona eterea ed edulcorata, eppure non può prescinderne. E' una fotografia lenta e lieve quella di Antonio Giannetti, che scruta l'inafferrabile nel tempo sommesso della Roma dei nostri giorni.

Al suo obiettivo, lo stato di grazia della Città Eterna, nella sua ora solitaria, ha il respiro sospeso di una maschera ormai dismessa, carica di tenerezza e di malinconia. Ecco allora la Lupa delinearsi nella penombra, come lo stesso Colosseo, che ritorna solo per essere sfiorato dall'inquadratura. In ogni scatto aleggia una deferenza felliniana, nostalgica di quella Dolce Vita che, nell'ordinario legame con l'antico, ha contribuito all'ideale della Città Eterna nell'immaginario collettivo. E proprio la trasfigurazione del suo mito, quale presa di coscienza dell'effimero, che si riflette nella sua culla e nel modo di amarla, quanto di temerla, è il filo rosso che la porta in mostra con Effetto Roma, in una visione intima, ma non perentoria. In fondo Roma non è accentrabile ad un solo sguardo. (Comunicato stampa)




Dorothy sobre fondo gris - tecnica mista su tela di juta cm.229x188 2010 - Collezione privata - © Manolo Valdés - Foto Enrique Palacio Manolo Valdés
termina lo 06 ottobre 2019
Museo Casa Rusca - Locarno (Svizzera)
www.museocasarusca.ch

Con più di 300 esposizioni all'attivo, 70 opere presenti nelle collezioni dei musei più prestigiosi del mondo, Manolo Valdés (Valencia, 1942) giunge a Locarno occupando quegli spazi che hanno visto in questi anni succedersi altrettanti artisti e architetti di fama internazionale quali Valerio Adami, Fernando Botero, Hans Erni, Mimmo Rotella, Javier Marín, Robert Indiana, Mario Botta e Sandro Chia. La mostra, la prima in Svizzera, è curata da Rudy Chiappini e riunisce oltre 50 tra i lavori più significativi della lunga carriera e dell'universo creativo del grande maestro. Le suggestive sale e la corte di Casa Rusca sono animate dai dipinti e dalle sculture di eleganti figure di dame, di teste maestose dai lineamenti femminili e di statue equestri di nobildonne e cavalieri. La selezione di opere, realizzate dalla metà degli anni Ottanta fino ai giorni nostri, offre una panoramica sulle diverse tecniche e le multiformi sperimentazioni di questo eclettico e poliedrico artista.

Manolo Valdés suscita l'interesse della critica sin dal 1964 come esponente e co-fondatore, con Rafael Solbes e Juan Antonio Toledo, del movimento Equipo Crónica: un team pioneristico di Pop Art spagnola conosciuto soprattutto per le opere di protesta contro il regime franchista. I lavori del collettivo hanno poco da spartire con quelli che oggi contraddistinguono Manolo Valdés; l'unico rimando è l'insistente presenza della rappresentazione di alcune figure miliari dell'arte spagnola tra cui l'Infanta Margarita, Filippo IV e il popolo di Guernica, indagati dall'artista da un punto di vista puramente formale. Negli anni Ottanta, sciolto il sodalizio, Valdés inizia a lavorare da solo, affrancando il proprio operato da connotazioni politico-sociali. La sua meticolosa ricerca sfocia in rielaborazioni di dettagli dei dipinti di pittori antichi e moderni quali El Greco, Velázquez, Rubens, Ribera, Zurbarán, Rembrandt, Goya, Manet, Matisse, Pollock, Picasso e Lichtenstein.

Un percorso artistico quello di Valdés, iniziato con la pittura e proseguito con la scultura, in una reinterpretazione dei grandi maestri dell'arte. Velázquez, Rembrandt e Matisse, in particolare, sono il punto di partenza per le sue creazioni sia pittoriche che scultoree. "La mia sfida" spiega "è reinterpretare il patrimonio artistico del passato, da Velázquez a Matisse, dando origine a qualcosa di nuovo e differente. Mi ha sempre affascinato la storia dell'arte, così come qualsiasi traccia lasciata dall'uomo anche solo con un disegno, vedi le incisioni rupestri della preistoria". L'opera in Valdés è in questo senso una revisione continua del passato, un mosaico che si compone di centinaia di frammenti, un'immagine che nasce dall'accumulazione e dall'appropriazione di tante altre immagini saldamente entrate nella nostra cultura visiva, di reminescenze di tutte le civiltà e di tutti i tempi. A dimostrazione della volontà dell'artista di creare un legame tra passato, presente e futuro dell'arte, egli reinventa i capolavori della storia dell'arte per riproporli in formati, materiali e tecniche diverse restituendoli allo spettatore in un linguaggio espressivo nuovo e originale. La personale, che proseguirà fino al 6 ottobre, è un tripudio di forme esuberanti e visionarie, nelle quali la storia dell'arte viene ripercorsa e rivista acquisendo una coinvolgente attualità.

Saranno presentate alcune stupende sculture della ricorrente e stilizzata Reina Mariana in cui è enfatizzata la regalità tipica di una delle icone della pittura spagnola; le statue equestri in alluminio, legno e resina Caballero (2017) e Dama a caballo (2017) che guardano alla storia della scultura equestre iniziata da Donatello nel Rinascimento; i volti di donna ora in legno verniciato con pittura epossidica blu (Blue Head, 2016) ora in bronzo, alluminio, ottone o Mariposas (2015); i dipinti su larga scala Dorothy sobre fondo gris (2010) e Retrato con rostro amarillo y azul (1999) nei quali si osservano dei volti femminili stratificati: le tele grezze assumono tridimensionalità e diventano materiche. Nella variegata produzione artistica di Valdés non potevano mancare le sculture di dimensioni imponenti come Máscara (2007) e Daphne (2008), quest'ultima dotata di un elaborato copricapo intricato e lucente.

Le opere di Valdés sono percorse da una forza e da una vitalità dirompenti. Nelle sue pitture è percepibile come la passione per l'arte lo spinga a cercare nuovi linguaggi espressivi, a testare e accostare materiali inusuali, ad adoperare, per esempio, sovrapposizioni di sacchi di iuta dipinti con colori pastosi che trasformano le sue tele in oggetti materici e corposi; o ancora la sua raffinatissima sapienza tecnica capace di plasmare le materie più diverse grazie alla quale la lavorazione del legno, del prezioso alabastro e la fusione di resine e bronzo danno vita a insolite sculture. Curiosità intuitiva sia tecnica sia immaginativa, il personale realismo pittorico, la struttura delle composizioni, l'interesse per l'autonomia del soggetto artistico, il ricorso a stratificazioni multidimensionali, l'accentuazione delle imperfezioni della materia, le realizzazioni in grande scala sono solo alcuni dei tratti distintivi dell'artista che rendono il suo stile immediatamente riconoscibile. Il messaggio visivo che scaturisce oggi dalla sua inesauribile ricerca scultorea e pittorica è una celebrazione dei soggetti "classici" e, insieme, una rottura con gli archetipi del passato, tale da elevare la proposta estetica di Valdés come una delle più originali e brillanti del panorama artistico internazionale contemporaneo. La mostra è accompagnata da un catalogo corredato da immagini a colori delle opere esposte, unitamente a contributi critici.

Manolo Valdés (Valencia, 1942), apprendista pittore già all'età di 15 anni, nel 1957 si iscrive all'Istituto di Belle Arti di San Carlo di Valencia che, tuttavia, lascia due anni più tardi per dedicarsi interamente alla pittura. Nel 1962 partecipa all'Esposizione Nazionale di Belle Arti e in questa occasione sono già chiari quelli che saranno gli elementi costanti della sua ricerca artistica: il tema figurativo e lo studio della materia. Valdés attinge dal patrimonio artistico spagnolo, in particolare da Velázquez e Picasso e dai principali esponenti dell'informale: Manolo Millares, Antonio Saura e Antoni Tàpies. In occasione di un viaggio di studio a Parigi rimane inoltre affascinato dalla libertà creativa di Pierre Soulages e Robert Rauschenberg.

Nel 1964 insieme a Juan Antonio Toledo e Rafael Solbes, dopo aver partecipato con successo al XVI Salone della Giovane Pittura di Parigi, prende parte alla fondazione del gruppo Equipo Crónica. Toledo lascia il gruppo molto presto, mentre Valdés e Solbes continuano a lavorare insieme fino alla morte di quest'ultimo nel 1981. Negli anni a seguire Valdés si dedica alla realizzazione di mostre personali in cui si sofferma sulla rilettura di temi artistici e storici svincolati dalle denunce politico-sociali. Riscuote un notevolesuccesso anche nell'ambito della grafica e riceve nel 1983 il Premio Nazionale delle Arti Plastiche. Nel 2006, al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, si tiene una retrospettiva nella quale vengono riuniti i lavori dei suoi ultimi venticinque anni. Le opere di Manolo Valdés fanno parte delle più prestigiose collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)




Opera di Lygia Pape Lygia Pape - opera in mostra Lygia Pape
termina il 21 luglio 2019
Fondazione Carriero - Milano
www.fondazionecarriero.org | Locandina della mostra

Prima mostra personale mai dedicata da un'istituzione italiana a una delle maggiori esponenti del Neoconcretismo in Brasile, a cura di Francesco Stocchi e organizzata in stretta collaborazione con l'Estate Projeto Lygia Pape. A quindici anni dalla scomparsa di Lygia Pape (Rio de Janeiro, 1927-2004), la Fondazione Carriero intende raccontare e approfondire il percorso dell'artista brasiliana sottolineandone in particolare l'eclettismo e la poliedricità. Nell'arco dei quarantacinque anni della sua carriera, Pape si è confrontata con una molteplicità di linguaggi - dal disegno alla scultura, dal video al balletto, sconfinando nell'installazione e nella fotografia - facendo propria la lezione del modernismo europeo per poi fonderlo con le istanze della cultura del suo Paese, fino ad arrivare a una personalissima sintesi tra le pratiche artistiche.

Seguendo l'architettura della Fondazione, la mostra rappresenta un vero e proprio viaggio nel mondo dell'artista, che si articola in diversi ambienti, ciascuno deputato all'approfondimento di un aspetto del suo lavoro attraverso la presentazione di nuclei di opere realizzate tra il 1952 e il 2000. La mostra propone un'occasione di conoscenza, analisi e confronto con un'artista la cui pratica contiene alcune delle ricerche chiave dell'arte del secondo dopoguerra. Il lavoro di Lygia Pape presenta una particolare declinazione del modernismo, dove la figura umana acquisisce centralità e il linguaggio si apre alla sensualità, in una sorta di sincretismo artistico che riesce ad attrarre e far convivere mondi diametralmente opposti. Il rapporto con la sua terra natale, il Brasile, si fonde con lo studio delle istanze del costruttivismo russo, assorbito e riformulato in un linguaggio multiforme e originale.

Mentre il modernismo europeo propone il superamento del passato tramite un sistema organizzato di teoria e metodo, di rigore e razionalità, la proposta modernista di Lygia Pape si nutre della sua cultura d'origine e riesce a muoversi e trasformarsi più liberamente traendo ispirazione dalla natura e dall'uomo. Il risultato di questo processo dà vita a un corpus di opere che, alchemicamente, miscela diversi mezzi espressivi, stimolando tutti i canali percettivi fino a reinventare il rapporto tra opera e spettatore in un'ottica fortemente contemporanea, per cui il percorso verso il futuro è veicolato dall'istinto e dall'assenza di un processo preordinato.

La mostra offre ai visitatori l'occasione di avvicinarsi alla produzione dell'artista e osservarla da molteplici punti di vista, a partire dall'analisi della sua ricerca, una sintesi tra invenzione e contaminazione, da cui emergono colore, gioia e sensualità. Il pieno e il vuoto, la presenza e l'assenza convivono ponendo in risalto la figura di Pape e la sua continua sperimentazione, supportata dalla capacità di fondere in maniera inedita materiali e tecniche mediante l'utilizzo di modalità espressive e linguaggi non convenzionali. Il complesso della sua produzione evidenzia infatti come ogni nuova ricerca nasca e si sviluppi come naturale evoluzione delle precedenti. Queste connessioni sono messe in risalto dall'allestimento delle opere in mostra, che si articolano negli ambienti della Fondazione e rimangono legate a una radice comune; il filo conduttore trova la sua origine nell'osservazione della natura e nella sua traduzione in segno.

Tra le opere esposte troviamo ad esempio Livro Noite e Dia e Livro da Criação, alcuni dei suoi principali lavori, libri intesi come oggetti con cui entrare in relazione che condensano esperienze mentali e sensoriali. I Tecelares, la serie di incisioni su legno in cui si fondono tradizione popolare brasiliana e ricerche costruttiviste di origine europea. E ancora, Tteia1, la celebre installazione che racchiude tutta l'indagine di Lygia Pape sui materiali, la tridimensionalità e la costante propensione all'innovazione e reinterpretazione del suo linguaggio. Ancora oggi il suo lavoro offre interessanti strumenti per interpretare le istanze del nostro presente con un approccio meno intriso di regole e più orientato alla spontaneità, che già l'artista aveva adottato come chiave di lettura per rappresentare il mondo che ci circonda. La mostra è accompagnata da un catalogo (italiano e inglese), edito da Koenig Books, curato da Francesco Stocchi, che raccoglierà testi critici, materiale di archivio e immagini delle opere allestite negli spazi della Fondazione Carriero. (Comunicato stampa)




Yann Arthus-Bertrand
termina il 16 giugno 2019
Castello di Postignano - Sellano (Perugia)
www.castellodipostignano.it

Mostra nell'ambito dell'ottava edizione della manifestazione culturale "Un Castello all'Orizzonte". L'esposizione presenta 46 immagini della terra scattate dall'alto. Pietro del Re afferma: "Per aver ritratto per anni il pianeta dell'alto, a bordo di ultra-leggeri o elicotteri, Yann Arthus-Bertrand (1946) è stato nominato, cosa più unica che rara per un fotografo, accademico di Francia. La sua raccolta di immagini "La Terra vista dal cielo", un lavoro di oltre vent'anni fra panorami incontaminati e sfruttamento irresponsabile dell'uomo, ha già venduto più di 4 milioni di copie, mentre il suo film "Home", che tratta di temi simili (e realizzato con la collaborazione di Luc Besson e François-Henri Pinault), è stato visto da 600 milioni di persone. Nel 2016 ha realizzato un altro straordinario documentario, "Human", girato in 150 Paesi, dove la sua équipe ha intervistato centinaia di persone(...)".

Yann Arthus-Bertrand invita il pubblico ad un viaggio attraverso le realtà del mondo, Le sue immagini aeree riflettono la varietà dei contesti naturali e delle espressioni della vita, ma anche il segno dell'uomo e i suoi danni all'ambiente. Tale lavoro costituisce un "stato dei luoghi" del pianeta dall'inizio di questo millennio. L'insieme inseparabile di fotografie e testi ci invita a riflettere sull'evoluzione del pianeta e sul divenire dei suoi abitanti. Fotografo testimone, Yann Arthus-Bertrand si è augurato di rivolgersi al numero più ampio possibile di persone di tutti i paesi. L'esposizione sottolinea che, più che mai, i livelli e i modi attuali di consumo, di produzione e di sfruttamento delle risorse, non sono sostenibili a lungo.

Yann Arthus-Bertrand offre i mezzi per una presa di coscienza attraverso la mostra sopracitata. L'esposizione non è fine a se stessa ma costituisce una tappa importante di un progetto da portare avanti ogni giorno. Ci sono decine di nazioni da percorrere e, grazie alle coordinate geografiche di ciascuno scatto, altre fotografie potranno ritrovare i medesimi luoghi e prolungare l'impresa ambiziosa. Cosciente dei suoi impatti sul pianeta, Yann Arthus-Bertrand ha creato nel 2005 la Fondation GoodPlanet. La fondazione informa sulle scommesse ambientali, sociali ed economiche che abbiamo davanti. Grazie a ActionCarbone, un programma di riduzione e di compensazione di riduzione di gas a effetto serra, la Fondation GoodPlanet sostiene nei paesi in via di sviluppo associazioni che permettono a popoli privati di energia, di accedere a fonti di energia rinnovabili e pulite.

Nel 2006, per raggiungere il maggior numero di persone, ha realizzato una serie di documentari per la televisione "Visto dal cielo", seguita dal lungometraggio 7 Milliards d'Autres, Home, Human e presto Woman. La maggioranza delle fotografie della Terra vista dal cielo sono state realizzate in elicottero tra 30 e 3000 metri di altitudine. Yann Arthus-Bertrand lavora sempre con attrezzature Canon. Per la Terra vista dal cielo utilizza apparecchi Canon Eos-1 Ds Mark III con focali serie L tra 16mm e 500mm. Le velocità variano tra 1/250 e 1/1000. Il volume-fotografico "La Terra vista dal cielo" pubblicato da Éditions de La Martinière, è stato tradotto in 24 lingue. (Comunicato stampa)




Opera di Paolo Novelli Paolo Novelli
"La fotografia come differenza"


termina il 16 giugno 2019
Primo Piano di Palazzo Grillo - Genova
Locandina

Una selezione di 40 scatti appartenenti a cinque progetti del fotografo di ricerca Paolo Novelli, attivo dal 1997. L'esposizione, a cura di Giovanni Battista Martini, si concentra sul periodo creativo 2002-2013, con l'intento di evidenziare nascita e consolidamento di uno stile personale, tra i più interessanti e coerenti tra le generazioni italiane emerse negli anni duemila. Il percorso di Novelli in questo contesto si distingue infatti per scelte del tutto inusuali, sia nei contenuti che nella tecnica; i cicli di immagini scelti rivelano come filo conduttore una fotografia introversa, essenziale, senza tempo e senza luogo, sintetizzata, non a caso, da Giovanni Gastel come "fotografia della solitudine"; linguaggio visivo quindi in netta controtendenza con la comunicazione preponderante nell'attuale era digitale.

L'altro aspetto, quello tecnico, rafforza questa direzione atemporale di Novelli, la cui disciplina è in effetti una sola, la Fotografia analogica: pellicola, luce naturale, assenza di filtri; ripresa analogica amplificata da una premeditata anarchia operativa nell'uso dell'apparecchio fotografico, come sottolineato da Olivo Barbieri nel testo introduttivo de "La notte non basta": "fotograficamente sono tutte sbagliate ma è un errore che può funzionare". I progetti scelti in questa sede affrontano il tema principale della ricerca di Novelli: l'incomunicabilità"; porte, tunnel, nebbie, finestre e morte s'inseguono in un arco temporale di poco più di una decade, attraverso i progetti: "Vita brevis, Ars longa"(2002), "Grigio Notte" (2004-2006) "Niente più del necessario" (2006), "Interiors" (2007-2012) "La Notte non basta" (2011-2013). La mostra è accompagnata da un catalogo, curato da Giovanni Battista Martini.

Paolo Novelli (1976) fotografa dal 1997 attenendosi alla ripresa analogica in b/n. Nel 1999, dopo essere stato selezionato per uno stage da Fabrica (Agenzia di Comunicazione Benetton) diretta da Oliviero Toscani, inizia una personale ricerca legata al tema dell'incomunicabilità. Ha pubblicato sei monografie con testi tra gli altri di Olivo Barbieri, Massimo Minini, A.C. Quintavalle, Lanfranco Colombo. Numerose le mostre personali in spazi pubblici e privati. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Intramontabili eleganze Intramontabili eleganze
Dior a Venezia nell'archivio Cameraphoto


termina lo 03 novembre 2019
Villa Nazionale Pisani - Stra (Riviera del Brenta)

1951, un anno magico per Venezia. Gli scorci più intriganti della città sono coprotagonisti dalla campagna che in tutto il mondo diffondeva le proposte di quello che è il sarto più popolare del momento: Christian Dior. E, nello stesso anno, il 3 settembre si celebra a Palazzo Labia il "Ballo del Secolo", quel Bal Oriental voluto da Don Carlos de Beistegui y de Yturbe, che richiamò dai 5 continenti un migliaio di protagonisti del jet set. Un ballo in maschera che impegnò Dior, con Dalì, il giovanissimo Cardin, Nina Ricci e altri, in veste di creatore dei costumi per gli illustrissimi ospiti. Un evento che riverberò nel mondo i fasti del Settecento Veneziano. Silenziosi testimoni di entrambi gli eventi furono i fotografi di Cameraphoto, l'agenzia fotografica veneziana fondata nel '46 da Dino Jarach, che in quegli anni "copriva" e documentava tutto ciò che di speciale accadeva a Venezia e non solo.

Per volontà di Vittorio Pavan, attuale conservatore dell'imponente Archivio di Cameraphoto (la sola parte storica vanta oltre 300 mila negativi) e di Daniele Ferrara, Direttore del Polo Museale Veneto, le immagini di quei due storici avvenimenti vengono esposte al pubblico. Per farle riemergere si è scelta una location straordinaria, Villa Nazionale Pisani a Stra, la "Regina" delle Ville Venete, che, e non è un caso, è impreziosita da meravigliosi affreschi di Giambattista Tiepolo. Artista che dominò, dai soffitti di Palazzo Labia, la memorabile festa del 1951. Pavan, per questa mostra, ha selezionato 40 immagini della collezione messa in scena a Venezia da Christian Dior. In quegli anni, ogni sfilata presentava poco meno di 200 modelli, calibrati tra capi facilmente vestibili e altri più impegnativi. Dior era il nume tutelare della moda di quel dopoguerra.

Le sue collezioni erano attese e contese nel mondo. Si valuta che solo per vedere (e acquistare) le sue proposte sorvolassero l'Oceano, ogni anno, 25 mila persone. Ogni suo cambiamento di linea (e ogni stagione ne imponeva uno) veniva accolto con entusiasmo e con critiche feroci. In ogni caso, nessuna donna che volesse essere alla moda poteva ignorare i dettami del couturier parigino di Avenue Montaigne, una Maison che, nata da appena 5 anni, impegnava già oltre un migliaio di collaboratori. Il suo New look si evolveva stagione dopo stagione. Nel 1950 aveva imposto la Linea Verticale, nel '51 - come documentano le immagini esposte in Villa Pisani - la donna non poteva che vestire in Ovale: spalle arrotondate e maniche a raglan, tessuti modellati sino a diventare una seconda pelle. Complemento indispensabile, il cappellino, per cui Dior si ispirò, quell'anno, ai copricapi dei coolies, alla cinese quindi.

Per l'autunno, creò invece la linea "Princesse". Nelle immagini di Cameraphoto le modelle vestite da Dior duettano con Venezia. Canali, chiese, palazzi non sono mai un puro sfondo ma protagonisti alla pari delle creazioni del grande sarto. Il secondo nucleo di questa affascinate mostra è dedicato al Gran Ballo di Palazzo Labia, l'evento mondano del secolo. Per quel 3 settembre a Venezia giunse tutto il bel mondo. L'invito di don Carlos, popolarmente indicato come Il Conte di Montecristo, raggiunse mille persone. Dior, con una schiera di giovani sarti e con Dalì, venne impegnato a creare i più affascinanti abiti, tutti a richiamare il Settecento di Goldoni e Casanova. Costumi per persone ma anche per i levrieri e altri cani che spesso accompagnavano i loro padroni. Le torce quella mitica notte illuminarono  molte teste coronate, principi e principesse, schiere di milionari, artisti, stilisti, protagonisti del jet set. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Il Rinascimento parla ebraico
termina il 15 settembre 2019
MEIS Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - Ferrara

L'esposizione, a cura di Giulio Busi e Silvana Greco, affronta uno dei periodi cruciali della storia culturale della Penisola, decisivo per la formazione dell'identità italiana, svelandoci un aspetto del tutto originale, quale la presenza degli ebrei e il fecondo dialogo culturale con la cultura cristiana di maggioranza. Opere pittoriche come la Sacra famiglia e famiglia del Battista (1504-1506) di Andrea Mantegna, la Nascita della Vergine (1502-1507) di Vittore Carpaccio e la Disputa di Gesù con i dottori del Tempio (1519-1525) di Ludovico Mazzolino, Elia e Eliseo del Sassetta, dove spuntano a sorpresa significative scritte in ebraico. Manoscritti miniati ebraici, di foggia e ricchezza rinascimentale, come la Guida dei perplessi di Maimonide (1349). O l'Arca Santa lignea più antica d'Italia, mai rientrata prima da Parigi, o il Rotolo della Torah di Biella, un'antichissima pergamena della Bibbia ebraica, ancora oggi usata nella liturgia sinagogale.

Nel Rinascimento gli ebrei c'erano ed erano in prima fila, attivi e intraprendenti. A Firenze, Ferrara, Mantova, Venezia, Genova, Pisa, Napoli, Palermo e ovviamente Roma. A periodi alterni accolti e ben visti, con un ruolo non secondario di prestatori, medici, mercanti, oppure oggetto di pregiudizio. Interpreti di una stagione che racchiude in sé esperienze multiple, incontri, scontri, momenti armonici e cesure. Il MEIS racconta per la prima volta questo ricco e complesso confronto, grazie anche alla coinvolgente scenografia concepita dai progettisti dello studio GTRF di Brescia. Ricostruire tale intreccio di reciproche sperimentazioni significa riconoscere il debito della cultura italiana verso l'ebraismo ed esplorare i presupposti ebraici della civiltà rinascimentale.

Con questa nuova narrazione il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara segna un passaggio cruciale della propria offerta al grande pubblico. Non solo perché la mostra costituisce un ulteriore capitolo del racconto dell'ebraismo italiano (dopo quello sui primi mille anni, oggi trasformato in prima parte del percorso permanente), ma anche perché questa nuova sezione tocca il cuore della missione del MEIS: testimoniare il dialogo complesso ma possibile, talvolta fruttuoso, pur non privo di ombre, tra minoranza e maggioranza. Una lezione preziosa che l'Italia raccoglie dalla sua storia per offrirla al presente. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Lawrence Carroll nella mostra alla Fondazione Rolla Lawrence Carroll Photographs
termina lo 01 settembre 2019
Fondazione Rolla - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

Sedicesima mostra ospitata nella sede della Fondazione Rolla. Philip e Rosella Rolla, che da anni collezionano l'opera pittorica di Carroll, ora presentano il suo primo progetto fotografico. Lawrence Carroll è considerato un esponente di rilievo dell'arte contemporanea internazionale. Il suo lavoro, spesso al limite tra pittura e scultura, è pervaso da un sentimento poetico e un'impronta autobiografica che si riflette anche nel lavoro fotografico. Il progetto nasce dopo un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti d'America verso una nuova città e una nuova casa. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Il Rinascimento visto da Sud Il Rinascimento visto da Sud
Matera, l'Italia meridionale e il Mediterraneo tra '400 e '500


termina il 19 agosto 2019
Palazzo Lanfranchi di Matera
www.matera-basilicata2019.it

Esposizione cardine del programma culturale di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, che offre otto sezioni e 215 opere: dipinti innanzitutto, ma anche sculture, incunaboli, cinquecentine, manoscritti, codici miniati, tessuti, bronzi, ceramiche, astrolabi e oreficerie. Pezzi unici, concessi dai maggiori musei e dalle grandi istituzioni culturali di tutto il Mezzogiorno, delle Isole ma anche dal resto del Paese e dai grandi musei di Spagna, Francia, Germania e Portogallo. Capolavori celeberrimi accanto a opere di incredibile bellezza e fascino, molte mai uscite dalle istituzioni di appartenenza e, una parte di esse (più di una trentina), interessata da una apposita campagna di interventi conservativi che hanno restituito loro perfetta leggibilità. Opere, talune mai prima esposte, altre - come alcuni grandi polittici - riavvicinate o ricomposte per l'occasione. Tutte riunite a documentare l'originalità della declinazione meridionale del Rinascimento. Un nuovo linguaggio proveniente dalle Fiandre qui infatti si è intessuto con influenze molteplici arrivate sia da Oriente che da Occidente, attraverso le rotte dei commerci marittimi che solcavano il Mediterraneo. Creando così un Rinascimento diverso, per molti versi più ricco e certamente originale: il "Rinascimento visto da Sud".

La mostra, co-prodotta da Polo museale della Basilicata e Fondazione Matera Basilicata 2019, è curata da Marta Ragozzino, Pierluigi Leone de Castris, Matteo Ceriana e Dora Catalano. Marta Ragozzino, direttrice del Polo Museale della Basilicata, non nasconde la soddisfazione di poter offrire al pubblico una esposizione come non si è mai vista, ricca di suggestioni e di veri capolavori. A cominciare dalle opere di tre maestri assoluti: Antonello da Messina, Donatello e Raffaello. Tra le tante i curatori segnalano anche la raffinata Madonna del Maestro di Ladislao di Durazzo, proveniente dal Museo del Santuario di Montevergine, nell'Avellinese, le opere di Colantonio, il San Felice in cattedra di Lorenzo Lotto dalla Chiesa di San Domenico a Giovinazzo e le opere di Andrea Sabatini da Salerno, il "Raffaello del Sud".

Grande pittura ma anche documenti preziosissimi, valga l'esempio del Codice di Santa Marta, manoscritto proveniente dall'Archivio di Stato di Napoli, e il Libro d'Ore di Alfonso d'Aragona della Biblioteca Nazionale di Napoli. E tante altre ancora: un elenco delle meraviglie in mostra sarebbe troppo lungo. Non possiamo tuttavia non citare gli esempi dei grandi maestri veneti presenti nel territorio. Dalla Santa Eufemia di Mantegna alle pale, tavole e tele di Giovanni Bellini, Bartolomeo e Alvise Vivarini, Paris Bordon, Francesco Vecellio, Pordenone, tra i tanti. O dei maestri provenienti dall'Italia centrale, quali il Pinturicchio, Antoniazzo Romano o Pietro di Domenico da Montepulciano.

Ma anche dai paesi nordici come il fiammingo Jan van Eyck o dalla Spagna come Jacomart o Guillermo Sagrera. A giungere invece da Lisbona è la Madonna con Bambino e San Giovannino di Cesare da Sesto, opera oggi tra le più ammirate del Museu Nacional de Arte Antigua e che torna a casa, almeno per lo spazio della mostra. Notevolissima la presenza di opere di Polidoro da Caravaggio, le tavole della Pala della Pescheria dal Museo di Capodimonte e il maestoso Sant'Alberto della Galleria Sabauda di Torino. Ma non meno importanti sono le meravigliose pergamene raffiguranti la Cosmographia di Tolomeo, grande codice dalla Nazionale di Napoli e il Portolano genovese della Nazionale di Firenze, ad indicare quelle rotte che univano il Mediterraneo e le terre da esso lambite e che avevano nel nostro Mezzogiorno il loro attivissimo fulcro. Ai tesori così eccezionalmente riuniti si unisce la spettacolarità dell'allestimento, in una sede, Palazzo Lanfranchi, che di per se stessa merita un viaggio. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Arnaldo Pomodoro - La luna il sole la torre - argento e juta stuccata e patinata cm.40,5x50 (15,94x19,68 inch.) 1955 - foto Dario Tettamanzi Arnaldo Pomodoro 1955-1965
termina il 13 giugno 2019
Passage de Retz - Parigi
www.tornabuoniart.fr

Tornabuoni Art Paris presenta una mostra che documenta le origini del lavoro dello scultore Arnaldo Pomodoro (1926, Morciano di Romagna). La mostra, organizzata in stretta collaborazione con la Fondazione Arnaldo Pomodoro, si incentra sugli anni 1955-1965, periodo fondamentale della produzione dell'artista, presentando materiale d'archivio esclusivo e opere mai esposte prima. L'esposizione documenta in modo organico e compiuto la prima stagione creativa di Arnaldo Pomodoro, quando, trasferitosi a Milano nel 1954, l'artista inizia a tessere le sue trame segniche in rilievo creando situazioni visive al limite tra bidimensione e tridimensione. "Per me - racconta Pomodoro - è stato un periodo fittissimo di scambi intellettuali, l'incontro con Lucio Fontana e con i giovani milanesi che Enrico Baj e Sergio Dangelo avevano raccolto intorno alla rivista "Il Gesto" e quelli dell'"Azimuth" di Manzoni e Castellani, con i tedeschi di "Zero", con Gastone Novelli e Achille Perilli e "L'Esperienza Moderna". E insieme, con la generazione grande dell'architettura e del design che dibatteva nelle Triennali, da Gio' Ponti a Ettore Sottsass".

Nella mostra sono presentate, per la prima volta nel loro insieme, alcune delle opere più rappresentative del periodo 1955-1960: sono i bassorilievi in argento, piombo e bronzo composti con una fitta serie di segni leggeri e ritmici, un tracciato di nodi, punti e fili, come una sorta di scrittura arcaica e illeggibile. "Lavoravo su fondi di velluto che sbiadivo con candeggine, con trucchi di acidi, con polvere di ferro, mescolandola e incollandola su tavole, su piani di cemento, un po' come Klee che operava con una tessitura di garze, carte, acquarelli ". È questa la ricerca che conduce Pomodoro alla consapevolezza del segno astratto come cellula plastica e che lo porta a realizzare le prime Colonne del viaggiatore, le Tavole e opere fondamentali come Luogo di mezzanotte, la Grande tavola della memoria e La macchina del tempo.

Con gli anni Sessanta dalla frontalità del bassorilievo nasce la complessità materica e spaziale della forma: è il momento della rottura formale. Pomodoro affronta la tridimensionalità dapprima curvando e modulando le superfici piane, per lavorare poi sulla struttura dei solidi euclidei (cubi, sfere, cilindri, dischi, coni, piramidi) corrompendoli da dentro con corrosioni e perforazioni fino a rivelarne l'interno misterioso e complesso. Nascono così La ruota, Il cubo, e la prima sfera, Sfera n.1, esposte in mostra. La contrapposizione formale tra la levigata perfezione della forma geometrica e la caotica complessità dell'interno sarà d'ora in poi caratteristica di tutta la vicenda successiva dell'artista.

La mostra comprende anche alcune opere più recenti, realizzate tra la fine degli anni Settanta e il 2010: le serie delle Aste cielari, delle Stele e dei Continuum. Accompagna la mostra una pubblicazione monografica, a cura di Luca Massimo Barbero, che offre una nuova lettura dell'opera di Pomodoro, attraverso un'approfondita indagine storica e critica del decennio 1955-1965 e un ricco apparatoiconografico di documenti e materiali di archivio, messi a disposizione dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro. "È straordinario come un Maestro internazionalmente noto come Arnaldo Pomodoro - afferma Luca Massimo Barbero - riservi a un occhio contemporaneo una sorpresa inventiva che risale alle sue origini, alla nascita di un universo plastico totalmente originale. L'idea della mostra è proprio quella di uno scavo, di una sorta di 'carotatura' nel tempo dal 1955 al 1965 per poter approfondire la parte germinale del suo lavoro, radice di un pensiero che ha preso una forma universale." (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Helen Kirwan - perpetuum mobile - video still, Moynaq - Aral Sea, Karalpakstan, Uzbekistan © Helen Kirwan 2019 Helen Kirwan
www.glendacinquegrana.com

Helen Kirwan inaugurerà una nuova installazione video, perpetuum mobile (2019), allo European Cultural Centre, durante la 58esima Esposizione Internazionale d'Arte La Biennale di Venezia, nell'ambito della mostra Personal Structures curata dalla Global Art Affairs Foundation. Si tratta del capitolo finale di una trilogia di opere video della Kirwan che esplorano il lutto e la memoria attraverso l'atto fisico del viaggio. Durante la Biennale, l'artista presenterà anche una serie di performance dal vivo, in collaborazione con il pluripremiato compositore dublinese Tom Lane. Quest'anno l'opera della Kirwan occuperà l'intero spazio di una grande sala al piano terra di Palazzo Bembo, un palazzo quattrocentesco restaurato sul Canal Grande. Entrando nella sala, i visitatori si troveranno immersi nei grandi schermi del video e nel paesaggio sonoro composta da Lane. Il palazzo in stile bizantino veneziano, con influenze spagnolo-moresche e gotico-peninsulari richiama la confluenza già presente nell'opera della Kirwan.

Le performance della Kirwan per perpetuum mobile sono state filmate in esterno in località remote: l'altipiano di Ustyurt, il lago d'Aral in Uzbekistan, e l'isola di Sylt nella parte tedesca dell'arcipelago frisone. I cedri erano alberi considerati immortali nelle antiche mitologie del Mediterraneo. Il cammino della Kirwan attraverso apparentemente infinito bosco di cedri crea l'illusione di un loop che rimanda a quei miti. Nel frattempo, sul lago d'Aral, la Kirwan arranca attraverso quella vasta distesa di sabbia secca che una volta era il quarto lago più grande al mondo, come se fosse condannata a camminare sulla Terra per l'eternità. Sulla battigia di Sylt che cambia la forma a seconda dei mutamenti del piano mesolitorale del Mare dei Wadden, l'artista sembra vacillare sul limite della Terra, quasi considerasse la propria transizione dalla vita alla morte un prendere il largo, come nella poesia di Alfred Tennyson intitolata Crossing the Bar (1889).

Per Kirwan, camminare è un modo di segnare e di attraversare il tempo. Camminando attraverso i suoi paesaggi, l'artista si ispira ai racconti biblici e mitologici di viaggi epici che spezza attraverso il montaggio del film. Le scene sono intervallate da performance subacquee che vedono l'artista tuffarsi in acqua attraverso la lente indagatrice di una videocamera ad alta velocità. Le scene di Sylt rimandano a precedenti performance girate sulle spiagge del Kent. L'opera della Kirwan si ispira alla propria esperienza del lutto per la perdita di una persona a lei cara. Il mio viaggio è la manifestazione del gemere, del cercare e del desiderare che alcuni psicologi considerano essenziali nel processo del lutto spiega l'artista. Cita Atlante delle Emozioni di Giuliana Bruno in cui il viaggiare è considerato un terreno aptico ed emotivo che corrisponde alle metafore del trovare la via e del mappare.

La ripetizione sta anche al centro di perpetuum mobile e dell'opera video della Kirwan. L'installazione si ispira al concetto di memoria come ripetizione che si reinventa in continuazione. Il filosofo Simon Critchley vede la memoria hegeliana come una ruota che gira, ritorna e di nuovo gira (...) una sorta di perpetuum mobile, un ciclo che si ricrea e riprende il movimento in continuazione. Le variazioni ripetitive di perpetuum mobile richiamano la musica di Lane. Si tratta di una serie di brevi loop tratti da una registrazione del Preludio in C Maggiore BWV 846 del compositore tedesco J.S. Bach, il chi intento è creare un senso di moto perpetuo. Il brano è in continuo movimento, ma non progredisce mai in un senso armonico convenzionale, spiega Lane: la musica si sviluppa lentamente usando tecniche di minimaliste phasing e la manipolazione della struttura. La trilogia della Kirwan include i film Fragment and Trace (2015) e Memory Theatre (2017): anche queste opere sono state inaugurate allo European Cultural Centre durante le due ultime edizioni della Esposizione Internazionale d'Arte La Biennale di Venezia. (Comunicato stampa)




Rinoceronte - immagione opera di Albrecht Duerer nella mostra a Palazzo Sturm Albrecht Dürer. La collezione completa dei Remondini
termina il 30 settembre 2019
Palazzo Sturm - Bassano del Grappa (Vicenza)

La Città di Bassano del Grappa ha scelto questo straordinario omaggio al genio di Dürer per celebrare la riapertura di Palazzo Sturm, a conclusione dell'ultima campagna di restauro che ha integralmente restituito alle visite il magnifico gioiello di architettura e arte, sede ideale per l'esposizione delle opere grafiche del Maestro tedesco Albrecht Dürer (1471-1528). Palazzo Sturm accoglie, infatti, il Museo dell'Incisione Remondini che conserva e presenta, in modo estesamente suggestivo, le creazioni della mitica dinastia di stampatori bassanesi, specializzati in raffinate edizioni e in stampe popolari che, tra '600 e '700, hanno saputo diffondere in tutto il mondo. Ma i Remondini furono anche attenti collezionisti d'arte.

Un corpus di 214 incisioni che, per ampiezza e qualità, è classificato, con quello conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna, il più importante e completo al mondo. Nelle loro importantissime raccolte, oggi patrimonio dei Civici Musei, si trovano ben 8500 opere di grafica tra le quali spiccano i nomi dei grandi maestri europei del Rinascimento e dell'epoca moderna. Tra loro Albrecht Dürer, presente nelle Collezioni Remondini con 123 xilografie e 91 calcografie. Dürer, che realizzò 260 incisioni, inizia la sua carriera come incisore di legni (xilografie) nel 1496. Dal 1512 al 1519 lavora per l'imperatore Massimiliano I per il quale realizza L'Arco di trionfo e La processione trionfale, quest'ultimo nelle collezione di Bassano del Grappa. Molto probabilmente passò per la città sul Brenta.

Lo si vede nei paesaggi e nelle vedute di sfondo di opere come La Grande Fortuna. I temi trattati da Dürer sono mitologici, religiosi, popolari, naturalistici, ritratti, paesaggi e nelle collezioni bassanesi sono incluse le serie complete dell'Apocalisse, della Grande Passione, della Piccola Passione e della Vita di Maria. Per l'Imperatore Massimiliano realizza anche una delle sue incisioni più popolari, il "Rinoceronte". A ricordo dell'esotico animale che l'Imperatore aveva destinato al Papa ma che non arrivò mai a Roma, vittima di un naufragio di fronte alle coste liguri. Intorno a questa famosissima opera, Chiara Casarin ha voluto offrire ai visitatori della mostra un focus che, da un lato rievoca la vicenda e dall'altro percorre la fortuna che nei secoli ebbe quell'incisione.

Il tema del Rinoceronte ha infatti affascinato molti artisti, da Raffaello a Stubbs, a Salvador Dalì sino a Li-Jen Shih, il cui King Kong Rhino è stato voluto a Bassano per testimoniare quanto ancor oggi quel soggetto e la lezione dureriana siano attuali e universali. Li-Jen Shih, tra i massimi artisti contemporanei cinesi, presente nelle più importanti collezioni private e pubbliche del mondo, lavora da quarant'anni sul tema del Rinoceronte. A Bassano, il suo King Kong Rhino sarà, per l'intera durata della mostra di Dürer, esposto nel belvedere di Palazzo Sturm. La mostra è accompagnata da un video di raffinata qualità artistica che rivive l'atelier di Albrecht Dürer e illustra la tecnica dell'incisione. La mostra, a cura di Chiara Casarin in collaborazione con Roberto Dalle Nogare, sarà accompagnata da un catalogo con testi di Chiara Casarin, Bernard Aikema, Giovanni Maria Fara, Elena Filippi e Andrea Polati. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

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Palazzo Sturm e il suo famoso Belvedere
Presentazione




Immagine di presentazione della mostra dedicata a Inge Morath Inge Morath
La vita, la fotografia


termina lo 09 giugno 2019
Casa dei Carraresi - Treviso

La prima grande retrospettiva italiana di Inge Morath, la prima donna ad essere inserita nel cenacolo, all'epoca tutto maschile, della celebre agenzia fotografica Magnum Photos. Impropriamente nota alle cronache più per aver sostituito la mitica Marilyn Monroe nel cuore dello scrittore Arthur Miller, divenendone moglie e compagna di vita, è stata in realtà soprattutto una straordinaria fotografa ed una fine intellettuale. Il suo rapporto con la fotografia è stato un crescendo graduale: dopo aver lavorato come traduttrice e scrittrice in Austria, inizia a scattare nel 1952, e dall'anno successivo, grazie ad Ernst Haas inizia a lavorare per Magnum Photos a Parigi. Limitarsi a considerarla una fotografa di questa celebre agenzia è riduttivo. Le celebri fotografie realizzate durante i suoi viaggi, o gli intensi ritratti in grado di catturare le intimità più profonde dei suoi soggetti, si accompagnano ad una brillante attività intellettuale che si alimentava di amicizie con celebri scrittori, artisti, grafici e musicisti.

Che si trattasse di raccontare paesaggi e Paesi, persone o situazioni, le sue foto erano sempre caratterizzate da una visione personale e da specifica sensibilità, in grado di arricchire la percezione del mondo che la circondava. Ogni reportage di viaggio ed ogni incontro veniva da lei preparato con cura maniacale. La sua conoscenza di diverse lingue straniere le permetteva di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto e profondo con la gente. Per questa ampia retrospettiva a cura di Brigitte Blüml-Kaindl, Kurt Kaindl e Marco Minuz - una selezione di oltre 150 fotografie e decine di documenti riferiti al lavoro di Inge Morath - i curatori hanno dato vita ad un percorso che analizzerà tutte le principali fasi del lavoro della Morath, ma al contempo cercherà di far emergere l'umanità che incarna tutta la sua produzione. Una sensibilità segnata dell'esperienza tragica della Seconda guerra mondiale, che con gli anni si rafforzerà e diventerà documentazione della resistenza dello spirito umano alle estreme difficoltà e consapevolezza del valore della vita. La mostra ripercorre tutti i principali reportage realizzati dalla fotografa austriaca.

Contemporaneamente il percorso espositivo darà spazio ai suoi celebri ritratti di scrittori, pittori, poeti, tra cui lo stesso Arthur Miller, oltre ad Alberto Giacometti, Pablo Picasso e Alexander Calder: quest'ultimo suo vicino di casa a Roxbury, nel Connecticut, dove Inge Morath visse con il marito Premio Pulitzer per tutta la vita. Ci sarà poi spazio anche per il mondo del cinema. Nel 1960 Inge Morath viene infatti inviata dall'agenzia Magnum nel set della pellicola hollywoodiana The Misfits, un'enorme produzione cinematografica con alla regia John Houston, alla sceneggiatura Arthur Miller, ed attori del calibro di Clark Gable e Marilyn Monroe. All'epoca Miller e la Monroe erano sposati, ma la loro relazione era già in difficoltà. Proprio sul set del film, la Morath ebbe modo di conoscere lo scrittore, che sarebbe diventato poi suo marito. Come dichiara Marco Minuz: "E' un progetto espositivo che vuole descrivere, nel dettaglio e per la prima volta in Italia, la straordinaria vita di questa fotografa; una donna dalle scelte coraggiose, emancipata, che ha saputo nella fotografia inserirci la sua sensibilità verso l'essere umano". (Comunicato stampa ufficio stampa Studio Esseci)




Gianfranco Gorgoni - Photology Photology Air 2019/2020
Il nuovo parco per l'arte contemporanea in Sicilia


22 giugno - 03 novembre 2019
09 aprile - 27 settembre 2020
Tenuta Busulmone - Busulmone, Noto (Siracusa)
www.photology.com

Cinque progetti naturalistico-fotografici che coinvolgeranno il curatore uruguaiano Martin Craucin e 15 artisti di fama internazionale: Gianfranco Gorgoni, Georg Reinking, Gian Paolo Barbieri, Angelo Candiano, Mario Giacomelli, Jack Pierson, Giada Barbieri, Massimo Bartolini, Mario Cresci, Juan Pedro Fabro, Emilio Fantin, Fiamma Montezemolo, Irina Raffo, Luca Vitone, Francesca Romana Gaglione. Photology, che già dal 2012 ha intrapreso un'intensa attività di diffusione delle arti fotografiche nel territorio siciliano di sud-est, è orgogliosa di presentare l'edizione 2019/2020 di Photology Air (Art In Ruins), il nuovo parco per l'arte contemporanea aperto nel 2018 nei trenta ettari della splendida Tenuta Busulmone, a Noto.

In particolare, traendo ispirazione dal tema delle "rovine" come sinonimo di modernizzazione (già trattato alla Biennale di Venezia 2014), le mostre vengono allestite negli spazi restaurati en plein air di un convento ottocentesco e lungo i tanti percorsi naturali che si trovano nella tenuta. La scelta curatoriale per il biennio 2019/2020 è ricaduta su un tema sempre più attuale, la "coscienza ambientale", e il titolo Preservaction ne è diventato l'esplicito manifesto. In particolare, le attività di Photology Air che verranno presentate nel 2019 con il titolo Prelude To Preservaction, per poi svilupparsi nel 2020 sotto il nome di Preservaction Now!, offrono ai visitatori la possibilità di confrontarsi con opere eterogenee che vogliono invitare a riflettere sulla rappresentazione artistica della natura come via di preservazione e tutela, perché la Natura, da sempre fonte di ispirazione per gli artisti di qualsiasi disciplina, è lei stessa un'opera d'arte.

Noto, fiore all'occhiello dell'arte e della cultura siciliana, è uno splendido esempio di architettura barocca di fine Settecento che domina la valle del fiume Asinaro con vista sul Mar Ionio a est e Mediterraneo a sud. Il suo centro storico è stato dichiarato nel 2002 Patrimonio dell'Umanità da parte dell'Unesco insieme con le altre città tardo barocche della Val di Noto. Dopo la ricostruzione in seguito al terremoto del 1693, Noto è divenuta una delle città d'arte più visitate del nostro paese, meta di un turismo sempre crescente, tanto da registrare un incremento medio annuo di visitatori intorno al 5% dal 2010, soprattutto internazionali. Tutta la Val di Noto è oggi meta esclusiva, non solo per il patrimonio artistico-culturale, ma anche per le eccellenze enogastronomiche, e le località turistiche della zona sono particolarmente apprezzate: le spiagge della riserva naturale di Vendicari, i laghetti di Cavagrande, la zona archeologica di Pantalica, la Villa Romana del Tellaro, Marzamemi e Noto antica.

- Prelude to preservaction
22 giugno - 03 novembre 2019

.. Land Art in America
by Gianfranco Gorgoni

Pensato per la sezione Exhibitions 2018, il progetto - introdotto da un'esclusiva scultura di Georg Reinking - propone una serie di celebri lavori del fotografo italiano Gianfranco Gorgoni esposti tra le rovine del convento ottocentesco: opere fotografiche di grande formato realizzate a partire dalla fine degli anni Sessanta, in collaborazione con i grandi maestri della Land Art americana come Christo, Walter De Maria, Michael Heizer, Nancy Holt, Richard Serra, Robert Smithson, fino ai più recenti lavori con Ugo Rondinone. L'allestimento prevede un dialogo tra gli spazi interni ed esterni del rudere, per cui Gorgoni presenta opere innovative, pensate e prodotte per essere stampate su alluminio e sottoposte a speciali trattamenti da esterno.

.. Belvedere Collectors
Project Room With a View


Da giugno 2019 Photology apre al pubblico Belvedere Collectors-Project Room with a View, l'unica zona espositiva coperta di Photology Air pensata per i collezionisti e gli amanti della fotoarte. Il nuovo spazio presenta non solo una selezione di opere originali con soggetti naturalistici di artisti di fama internazionale e un esclusivo art bookshop con libri rari, ma anche la possibilità di trovare una serie limitate di prodotti a chilometro zero provenienti dal territorio di Noto. Gli artisti scelti per questa prima edizione sono: Gian Paolo Barbieri, Angelo Candiano, Mario Giacomelli, Jack Pierson. La zona Belvedere, dal secondo piano della struttura espositiva, ha un'incredibile vista a sud verso la Riserva Naturale di Vendicari.

.. Naturalistic Trail. Planta Manent
22 giugno 2019 - 29 settembre 2020

Un'esperienza unica di walking to art con 15 istallazioni fotografiche site specific stampate su alluminio e dislocate lungo un suggestivo percorso di 2 km nella campagna mediterranea circostante la Tenuta Busulmone, che ritraggono la flora locale accompagnate da spiegazioni botaniche. Planta Manent, la catalogazione fotografica permanente realizzata da Francesca Romana Gaglione, nasce con l'obiettivo di preservare, attraverso un lavoro di ricerca gli endemismi puntiformi caratteristici dell'area circostante Tenuta Busulmone, una porzione di terra che si rivela particolarmente interessante da un punto di vista botanico per via della singolare posizione geografica e delle peculiari condizioni climatiche. Quanto più un endemismo è puntiforme, cioè relativo a un'area geografica circoscritta, tanto più sarà composto da specie ad alto rischio di estinzione. Pertanto, la prima parte del progetto, una vera e propria fase di ricerca svolta insieme al botanico Paolo Uccello, si concentrerà sull'individuazione degli arbusti, degli alberi e delle infiorescenze più vulnerabili con l'obiettivo di ricostruirne la storia. La seconda parte del progetto, invece, indagherà nella vita segreta degli elementi individuati, con l'obiettivo di trasformarli in oggetti fotografici che diventeranno parte integrante di una memoria consapevole del luogo.

.. Educational Project: Kids in action
settembre 2019 - settembre 2020

Il progetto, che verrà realizzato in collaborazione con il Comune di Noto e Legambiente ha il fine di sensibilizzare ed educare le giovani generazioni alla tutela e alla pulizia dell'ambiente circostante attraverso laboratori didattici ad hoc. Gruppi di ragazzi verranno accompagnati nel territorio del Comune di Noto con l'obbiettivo di ripulire l'ambiente naturale dai rifiuti abbandonati. Il cleaning project servirà infine per utilizzare i materiali raccolti come elementi per laboratori artistici, seguendo le orme di artisti affermati come Damien Hirst, Kcho, Micheal Fliri. Le creazioni saranno esposte nel corso della stagione in un percorso esclusivo e premiate da una giuria selezionata.

- Preservaction Now!
09 aprile - 27 settembre 2020

.. The Secret Life of Plants

La mostra The secret life of plants prende ispirazione dall'omonimo libro di Peter Tompkins e Christopher Bird, pubblicato nel 1974 e basato sulle loro ricerche nel mondo dei vegetali riguardo alla possibilità che le piante non siano soltanto organismi passivi simili ad automi, sottomessi alle forze ambientali, bensì che abbiano la capacità di comunicare, di percepire gli eventi, di memorizzarli e persino di provare emozioni. L'esposizione, curata da Martin Craciun e allestita da Photology negli spazi Air (senza copertura) del convento, sarà costituita da installazioni botaniche, opere fotografiche, sculture e video. La selezione delle opere e degli artisti è incentrata proprio sulla ricerca emotiva evidenziata nel celebre libro di Tompkins e Bird. Piante e fiori mediate dal lavoro degli artisti comunicano con il visitatore attraverso i 5 sensi in un percorso scenografico che richiama il diorama. Questi gli artisti italiani ed internazionali che esporranno: Fiamma Montezemolo, Giada Barbieri, Emilio Fantin, Luca Vitone, Massimo Bartolini, Mario Cresci, Irina Raffo, Juan Pedro Fabro.

.. Art Trail
Profondo Blu

by Gian Paolo Barbieri

Profondo Blu rende omaggio all'itinerario fotografico di Gian Paolo Barbieri, che a partire dagli anni Ottanta lo vede in luoghi esotici e lontani a collezionare ritratti inediti di un'umanità e di una natura intatta, frammenti di memoria destinati a perdersi per sempre, attimi sottratti a un processo di metamorfosi e devastazione inarrestabile. In ogni foto si può percepire la profonda meditazione dell'artista, che per la prima volta si trova da solo dietro la macchina fotografica e davanti ad un soggetto che non concepisce alcuna possibilità di alterazione di setting. Art Trail 2019 si contraddistingue per un inedito ed emozionante incontro tra natura & natura. Le eleganti opere fotografiche di Gian Paolo Barbieri, realizzate in 40 anni di viaggi in luoghi incontaminati, si fondono con lo spettacolo del paesaggio rurale della campagna netina. Photology presenta un progetto di installazioni naturalistiche con strutture realizzate da artigiani locali utilizzando materiali a chilometri zero. Il percorso prevede una serie di aree espositive su un sentiero in terra battuta di circa 2 km in mezzo a millenari carrubi, ulivi e campi di grani antichi. La mostra, composta da circa 30 opere di grande formato e stampate in tricromia su materiali da esterno sarà percorribile a piedi con un normale abbigliamento sportivo o con speciali visite guidate con biciclette assistite elettricamente.

.. In the air tonight

La stagione di mostre di Photology Air per il 2020 si arricchisce di eventi esclusivi di approfondimento dal titolo In the Air Tonight. Da maggio ad agosto con cadenza settimanale si alterneranno nella zona cinema e relax una serie di presentazioni e incontri a tema seguendo la linea curatoriale Preservaction. Prima e dopo le proiezioni degli Earth Films, il programma In the Air tonight prevede una serie di art talks con il pubblico degli artisti partecipanti alle mostre, simposi di enti e fondazioni coinvolti nel progetto, lectures con presentazioni fotografiche, visite guidate notturne al cosmo, performance musicali e piccole rassegne teatrali. Sono stati invitati a partecipare: Emilio Fantin, Stefano Tirelli e Massimiliano Nebuloni, Pier Raffaele Platania, Greta Scacchi e Nicky Rohl, Luca Vitone. Gli appuntamenti verranno confermati con date e orari sull'apposito sito web e attraverso la guida Photology Air.

.. Art Film Festival
Earth Film


Photology Air si prefigge per il 2020 l'obiettivo di diventare un luogo di incontro e cultura imprescindibile per le serate netine, anche attraverso la settima arte, il cinema. La rassegna Earth Films propone una ricca selezione di lungometraggi e documentari di fama internazionale, collegati dalla comune tematica green. La sala cinema, posizionata in una location d'eccezione come il convento ottocentesco restaurato, vedrà alternarsi a pellicole note e acclamate da pubblico e critica, altre tutte da scoprire. Le proiezioni, che si susseguiranno per tutta la stagione, saranno accessibili gratuitamente fino ad esaurimento posti. Il programma definitivo della rassegna cinematografica verrà reso noto nella sezione del sito web dedicata e tramite la guida Photology Air. (Comunicato De Angelis Press)




Opera di Alfredo Pini nella locandina della mostra Le jeu des parties Alfredo Pini
"Le jeu des parties" (Il gioco delle parti)


termina il 30 settembre 2019
Galleria Ad Hoc Corner di Tourrettes su Loup (Costa Azzurra)
www.lacerba.com

Negli spazi della galleria francese saranno esposti una ventina di lavori in cui sono rappresentati essenzialmente due cicli di opere: "le pagine ella memoria" e "sorvolando sui particolari". Nel primo ciclo di opere sono inserite, in un contesto urbano contemporaneo, oggetti che appartengono ad un nostro passato prossimo come vecchi filobus o lambrette che sembrano appartenere ad un'altra era, questo a sottolineare come i tempi odierni corrano sempre più veloci e cambino ad un ritmo frenetico tutto ciò che ci circonda. Al secondo ciclo appartengono opere di paesaggio metropolitano visto da una prospettiva aerea, formata da danti piccoli tasselli e tocchi di pennello che isolati dal contesto generale appaiono astratti, ma nell'insieme la mente di chi osserva li elabora come paesaggio. Da qui il titolo del ciclo che induce a riflettere che ogni cosa va osservata in un contesto per poterla capire, mentre se isolata può sembrare tutt'altra cosa. L'artista vuole esprimere nel titolo della mostra "Il gioco delle parti", il gioco a tre che si crea tra artista, tra l'opera e tra il pubblico. L'artista ha un'idea, l'opera e' l'idea materializzata ed il pubblico la interpreta. Ogni ruolo gioca la sua parte, ma ognuna si differenzia dall'altra. L'artista crea illusioni, l'opera rimanda illusioni che non sono mai identiche a quelle immaginate dall'artista e il pubblico riceve illusioni e le interpreta in maniera ancora differente. Questa è la bellezza dell'arte. (Comunicato stampa Bottega d'arte Lacerba)




Mito. Dei ed Eroi
termina il 14 luglio 2019
Gallerie d'Italia - Vicenza

La mostra celebra i vent'anni di apertura al pubblico delle Gallerie d'Italia - Palazzo Leoni Montanari e delle sue raccolte d'arte. A cura di Fernando Mazzocca, Federica Giacobello e Agata Keran, l'esposizione indaga la fortuna e l'esemplarità della mitologia classica, anche grazie all'eccezionale percorso iconografico delle decorazioni pittoriche e a stucco che caratterizzano l'architettura del palazzo. La mostra è organizzata in partnership con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, che concedono in prestito opere di grande rilievo, provenienti anche da Pompei e da alcuni siti della Magna Grecia. Un prestito eccezionale, inoltre, giunge dall'Hermitage di San Pietroburgo.

Partendo dalla rappresentazione di miti e personaggi eroici nell'antichità, il progetto espositivo mette in luce la fortuna della tematica mitologica nei secoli, a partire dalla Grecia, dalla Magna Grecia e da Roma fino al Classicismo dell'età barocca e alle diverse stagioni, tra Sette e Ottocento, del Neoclassicismo. La mostra è suddivisa in otto sezioni, ognuna con una tematica diversa, in un continuo confronto tra dei, eroi, miti rappresentati nell'apparato decorativo del palazzo e quelli raffigurati nelle opere esposte. Apollo, Atena, Marsia, Niobe, Alessandro Magno, Ercole e Achille saranno i protagonisti di un avvincente viaggio nel tempo e nello spazio architettonico, in un incessante rimando sul piano figurativo e iconologico tra i soggetti delle decorazioni e le opere in mostra, alla scoperta dei significati religiosi, morali e culturali che il mito ha assunto in tempi e contesti diversi.

I vasi dipinti della collezione di Intesa Sanpaolo dialogano con sculture e affreschi dell'arte greco-romana, analizzando gli aspetti produttivi e figurativi, l'influenza e la traduzione in immagine dei soggetti più celebri, le interpretazioni proposte per lo stesso mito da pittori e scultori; allo stesso modo le opere pittoriche di Pompeo Batoni, Ignazio e Filippo Collino, Francesco Hayez, Louis Gauffier, Laurent Pécheux, Camillo Pacetti, Luigi Basiletti, Francesco e Luigi Righetti, Giambattista Tiepolo e Cristoforo Unterperger sono testimonianza di come l'antico venisse considerato modello universale di bellezza e virtù morale in epoca neoclassica. Il catalogo della mostra, edito da Skira, contiene saggi di Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran. (Comunicato ufficio Stampa Maria Bonmassar)




Venia Dimitrakopoulou - Insomnia Bed - inchiostro su carta 2011 ph. Panos Kokkinias 
Venia Dimitrakopoulou - Le Ombre dei Promahones Venia Dimitrakopoulou - Promahones - acciaio 3 elementi diametro m.6 cad. 2014 - Museo Archeologico Nazionale di Atene 2016 Venia Dimitrakopoulou
"Futuro Primordiale - Suono"


termina il 16 giugno 2019
Civico Museo Sartorio e Castello di San Giusto - Trieste
Locandina

A Trieste si compie la trilogia di esposizioni italiane della scultrice greca Venia Dimitrakopoulou con la mostra a cura di Afrodite Oikonomidou e Matteo Pacini. Con la terza importante personale italiana l'artista, dopo aver affrontato le tematiche della "materia" a Palermo e del "logos" a Torino, propone ora una nuova selezione di lavori dedicati al tema del "suono", che vanno, come da sua impronta stilistica, dalla piccola alla grande dimensione e spaziano dalla scultura tradizionale all'installazione, dal video all'azione, dalla scrittura alla grafica. La trilogia italiana Futuro Primordiale, intesa come un unico progetto in evoluzione, ha voluto presentare in ciascuna città e spazio espositivo opere diverse, con l'obiettivo di integrare il lavoro della scultrice nell'ambiente museale al fine di creare un dialogo visivo con gli oggetti esposti.

Le opere di Venia Dimitrakopoulou fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. Nata e formatasi ad Atene presso l'Accademia di Belle Arti, si diploma alla Scuola Superiore di Arte Drammatica del Conservatorio di Atene, per perfezionarsi poi presso l'Atelier Vivant de l'École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi. numerose le mostre personali e collettive in Grecia e all'estero, dove le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private. A Trieste l'artista procede quindi per evocazioni sonore e l'esposizione si snoda tra le pregevoli stanze della villa settecentesca, sede del Civico Museo Sartorio, in dialogo con gli arredi d'epoca ancora presenti.

E' così che troviamo ad accogliere il visitatore, al piano terra, l'emblematico video Zoodochos Pighi (Fonte di Vita, 2011), opera drammatica in senso etimologico del termine, che vede le mani dell'artista ergersi a simbolo della forza generatrice della dimensione scultorea, in un incessante processo metamorfico di creazione e distruzione della forma sottolineato dalla musica del noto compositore contemporaneo Pablo Ortiz. Al primo piano, nell'Appartamento del Duca, spicca l'opera Insomnia bed (2011), un grande drappo in carta adagiato sul letto che campeggia nella stanza, sul quale prendono la forma di un'annotazione caleidoscopica - con una tecnica affine alla scrittura automatica e al flusso di coscienza di joyciana memoria - parole in varie lingue, visioni, epifanie, ripensamenti, sogni, sensazioni, fino ai pensieri più intimi e personali; il tutto arricchito da suggestioni sonore restituite in racconto attraverso la voce della stessa Dimitrakopoulou.

Proseguendo nel percorso, la Sala Musica viene pervasa da un'installazione sonora site-specific composta in collaborazione con Pablo Ortiz, mentre nel Salotto Rosa ritroviamo un'installazione creata da opere cardine dell'intera trilogia. «Il suono ha un enorme potere evocativo - specifica Ortiz riguardo al suo lavoro con la scultrice - che deriva dalla sua natura astratta. Suggerisce narrazioni che ognuno di noi sviluppa e completa a suo piacimento nell'intimità della propria mente. Come la proverbiale madeleine proustiana un suono è in grado di riportare sensazioni della nostra vita, vissute in tempi ormai lontani, ed ha anche il potere di aprire una soglia ad una nuova comprensione del mondo. I suoni di questa installazione non sono pensati per essere ascoltati: semplicemente contribuiscono alla natura coinvolgente dell'esperienza. L'ascolto di questi suoni dovrebbe completare in modo quasi subliminale le sensazioni provocate dalle opere d'arte in mostra».

La mostra si completa poi sul colle di San Giusto, tra le mura del Castello triestino, spazio ideale per intrecciare una profonda riflessione sulla creazione monumentale Promahones, opera simbolo dell'artista. Gli imponenti dischi in acciaio, sfrangiati sulla sommità, attualmente esposti nel cortile principale del Museo Archeologico Nazionale di Atene, sono qui evocati attraverso la video installazione The Sound of Promahones, che restituisce i suoni provenienti dall'opera stessa rielaborati da Ortiz con la scultrice. La loro peculiarità è comunicata già dal nome della scultura, che significa "Bastioni" e rimanda all'idea di fortezza, di mura, ma anche a paratie mobili, grafemi o addirittura a «strumenti musicali a percussione, capaci di produrre arcane melodie», come rileva Franco Fanelli nel testo critico in catalogo: «Mura attraversabili, bastioni percorribili, fatti di metallo d'ombre e suoni, i Promahones possono dettare altri ritmi, ad esempio quelli della danza o della performance, senza per questo contrarsi in pura scenografia», ma intessendo un gioco sonoro, fatto di rimandi e di echi passati, per guardare al presente e costruire il futuro.

Anche Pablo Ortiz specifica in proposito: «Ho lavorato con Venia Dimitrakopoulou per molti anni su vari progetti e sull'installazione monumentale Promahones al Museo Benaki di Atene. Durante la nostra proficua collaborazione il punto di partenza e l'obiettivo principale per me è stato quello di riuscire a collegare il suono con la sostanza fisica. Nel caso di Promahones, in particolare, ciò significava suonare letteralmente con le bacchette sull'acciaio della scultura, registrare i risultati e, successivamente, elaborarli per creare una sintesi: un suono come un respiro emanato organicamente dalla scultura stessa».

Arricchiscono l'allestimento alcune teste di guerrieri che simbolicamente rimandano alla prima mostra palermitana, a conclusione di un percorso lineare e circolare allo stesso tempo, come afferma l'artista stessa: «La trilogia si conclude a Trieste, città rilevante sia per la sua posizione geografica che per la sua storia. Un crocevia che collega il Nord al Sud, esattamente come la Grecia. Del resto, la dualità è uno dei cardini principali del mio lavoro, come anche lo spazio intermedio. Iniziando da Palermo dove protagonista è stata la Materia, con tappa intermedia a Torino con il Logos, arrivo ora a Trieste con il Suono, cioè la "non materia". Un tentativo di mappatura della condizione umana e del ciclo della vita, così come io la percepisco.

Il momento storico in cui si svolge la mia traversata in Italia è un momento di grandi cambiamenti sia in Europa che nel mondo. In questo paesaggio piuttosto annebbiato, l'arte oggi può avere un ruolo importante e l'artista deve affrontare la sua responsabilità. La memoria e la storia sono il filo conduttore che arriva dal profondo del tempo e sento che, se riusciamo a tenerlo stretto tra le mani, ci potrà guidare al futuro con maggiore sicurezza. A Trieste quindi tento, con mezzi semplici e intangibili, in particolare attraverso i suoni, di attivare la memoria. Il ricordo individuale e personale al Museo Sartorio e il ricordo collettivo al Castello di San Giusto».

L'esposizione triestina corona la trilogia di mostre italiane organizzata dalla Fondazione Ellenica di Cultura - Italia in co-organizzazione, per questa tappa conclusiva, con il Comune di Trieste e in collaborazione con Artespressione di Milano, galleria di riferimento dell'artista in Italia, e la Comunità Greco Orientale di Trieste. L'evento ha i patrocini del Ministero della Cultura e dello Sport della Repubblica Ellenica, dell'Ambasciata di Grecia a Roma, dei Consolati di Grecia e di Cipro a Trieste, del Museo Nazionale di Arte Contemporanea di Atene (EMST), dell'Associazione Trieste-Grecia "G. Costantinides" e di Scuola Di Musica 55 - Casa Della Musica. Le tre esposizioni di Venia Dimitrakopoulou nel nostro Paese, a Palermo, Torino e Trieste, rientrano nel programma "Tempo Forte Italia - Grecia", sancita nel corso del Primo Vertice Intergovernativo tra Italia e Grecia, tenutosi il 14 settembre 2017 a Corfù, volta a favorire e sostenere il rafforzamento delle relazioni culturali tra i due Paesi, nel rispetto dell'equilibrio tra i vari ambiti culturali, dalla tradizione al contemporaneo, dal passato al futuro. La rassegna è accompagnata da un esaustivo catalogo bilingue, italiano e inglese, edito da Umberto Allemandi. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)

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Venia Dimitrakopoulou | Futuro Primordiale - Logos
21 febbraio (inaugurazione) - 31 marzo 2019
Galleria della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo - Torino
Presentazione

Venia Dimitrakopoulou | Futuro Primordiale - Materia
15 novembre (inaugurazione) - 03 febbraio 2019
Museo archeologico regionale "Antonino Salinas" - Palermo
Presentazione




Giangiacomo Spadari - Tempi moderni - acrilico su tela cm.101x100 1973 ph. Bruno Bani Sergio Sarri - MM (in memoria di una movie Star) - acrilico su tela cm.200x200 2018 ph. Stefania Sarri Giangiacomo Spadari - Il mostro di Dusseldorf - acrilico su tela cm.190x190 1976 ph. Bruno Bani Cinema Pop
termina il 29 maggio 2019
Galleria Robilant+Voena - Milano

L'importante esposizione è evento collaterale che accompagna per tutta la sua durata la mostra Milano Pop. Pop Art e dintorni nella Milano degli anni '60/'70 allo Spazio Espositivo di Palazzo Lombardia. Organizzata in collaborazione con l'Associazione Sergio Sarri e l'Associazione Giangiacomo Spadari, la mostra Cinema Pop, attraverso una trentina di lavori di Sergio Sarri (1938) e Giangiacomo Spadari (1938-1997), approfondisce un aspetto comune a questi due protagonisti della Pop Art milanese, «attenti entrambi alle modalità espressive del cinema come spunto pittorico», così come rileva la curatrice Elena Pontiggia. Infatti, come la pittura anche il cinema fonda le sue basi sull'immagine; tuttavia, mentre il film la sviluppa nello spazio e nel tempo, l'arte pittorica la cristallizza in un "fotogramma".

Questa la riflessione di partenza che accomuna Sarri e Spadari e li allontana da altri artisti che hanno guardato alla settima arte come riferimento di cultura popolare, fra cui si ricordano Mario Schifano e Mimmo Rotella, i quali hanno attinto al bacino di immagini dell'universo cinematografico per farne delle icone pop. Spiega infatti Pontiggia: «Anche artisti come Sergio Sarri e Gianni Spadari, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, hanno ricreato una sorta di cinema, non con la poesia ma con la pittura. Entrambi il cinema l'hanno anche praticato, in forme sperimentali. Più che una direzione di ricerca, però, la decima musa è stata per loro un linguaggio a cui si sono ispirati».

Troviamo così tra le opere esposte in mostra, Orson Wells del 1979 e due lavori ispirati a Charlie Chaplin, rispettivamente del '73 e del '77 dal ciclo Tempi moderni di Spadari, accanto a Studio per Belle de Jour, Studio per L'angelo sterminatore e Studio per Ensayo de un crimen dalla serie di Omaggi a Bunuel del 1985 di Sarri. Da qui l'approccio impegnato di Spadari, coerente con la produzione dell'artista, nei confronti del cinema visto «come linguaggio, raramente come spensierato passatempo», ricorda il figlio Alessandro, e interpretato sulla tela con colori stravolti e tonalità visionarie per richiamare i più amati film in bianco e nero: «Credo di aver stabilito - ha affermato lo stesso Spadari - un rapporto di dare e avere: un piegare la loro immagine al mio "stile", un adattare il mio stile alle loro immagini».

In Sarri invece prevale la volontà di «mettere in evidenza anche l'aspetto psicologico e di suggestione che questi due mezzi di espressione, interagendo tra loro, risvegliano nel nostro subconscio», come egli stesso dichiara. Da qui una pittura che attraverso lo sconvolgimento delle forme, il ritmo frantumato e quasi allucinato delle composizioni è volta ad evidenziare il mito, l'archetipo, le grandi scene e i volti del mondo cinematografico, per stimolare la fantasia dell'osservatore e colpire l'immaginario più che lo sguardo. Arricchisce l'evento una pubblicazione ispirata alla grafica delle riviste dell'epoca con contributi di Elena Pontiggia, Sergio Sarri, Alessandro Spadari e un testo di Giangiacomo Spadari, in dialogo con immagini di repertorio e delle opere esposte. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)

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Milano Pop | Pop Art e dintorni nella Milano degli anni '60/'70
termina il 29 maggio 2019
Spazio Espositivo di Palazzo Lombardia - Milano
Presentazione




Opera di Alan Gattamorta Cumuli di sabbia
07 aprile - 09 giugno 2019
www.alangattamorta.it

Sul sito antologico, il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta.








Immagine di una opera di Antonio Fontanesi nella locandina della mostra Da Pellizza da Volpedo a Burri Antonio Fontanesi
Da Pellizza da Volpedo a Burri


termina il 14 luglio 2019
Palazzo dei Musei - Reggio Emilia

A duecento anni dalla nascita, Reggio Emilia al Palazzo dei Musei, dedica una ampia retrospettiva ad Antonio Fontanesi, artista reggiano, indiscusso protagonista della pittura dell'Ottocento italiano, interprete straordinario delle novità del paesaggio romantico, uomo inquieto nella vita e innovativo sperimentatore nella pittura. La rassegna - curata da Virginia Bertone, Elisabetta Farioli, Claudio Spadoni - oltre a ricostruire attraverso le più importanti opere di Fontanesi il percorso dell'artista, intende offrire un nuovo contributo critico alla sua conoscenza mostrando l'influenza che la sua pittura ha avuto negli artisti che dopo di lui si sono riconosciuti nel suo particolare approccio alla natura e al paesaggio, sospeso tra l'esigenza di rappresentazione del vero e l'urgenza di esprimerne le più intime emozioni.

In mostra l'esposizione dei più importanti dipinti di Antonio Fontanesi provenienti da importanti musei e collezioni italiane sarà posta a confronto con la produzione degli artisti che la critica ha collegato con la sua produzione, individuandone possibili motivi di ispirazione in un arco cronologico che dagli anni Ottanta dell'Ottocento arriva fino agli anni Sessanta del Novecento. Saranno documentati i rapporti con la cultura simbolista e divisionista attraverso opere di Vittore Grubicy, Leonardo Bistolfi, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli ma anche la sua ripresa negli anni Venti ad opera di Carlo Carrà, Felice Casorati, Arturo Tosi. L'ultima sezione sarà dedicata alle interessanti interpretazioni critiche degli anni Cinquanta di Roberto Longhi e poi di Francesco Arcangeli. Quest'ultimo infatti, nell'individuare una continuità tra la concezione moderna dell'arte e la grande tradizione ottocentesca, inserisce Fontanesi nell'evoluzione di un naturalismo che nel dopoguerra arriva a Ennio Morlotti, Mattia Moreni, Pompilio Mandelli spingendosi fino alle ricerche materiche di Alberto Burri. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Immagine opera di Filippo de Pisis nella locandina di presentazione della mostra La poesia dell'attimo De Pisis
La poesia dell'attimo


termina lo 02 giugno 2019
Padiglione d'Arte Contemporanea - Ferrara

La Fondazione Ferrara Arte e le Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea organizzano una rassegna che intende restituire alla fruizione del pubblico le opere di Filippo de Pisis. Esposto un ricco corpus di opere del Museo d'Arte Moderna e Contemporanea "Filippo de Pisis", per ripercorrere le fasi salienti della parabola creativa dell'artista. A seguito delle ricerche condotte sull'Archivio Raimondi conservato presso l'Università di Bologna, la mostra presenterà una selezione di lettere, cartoline e testi autografi che dagli anni Venti ai Cinquanta De Pisis invia a un amico fraterno, lo scrittore e critico bolognese Giuseppe Raimondi. Una documentazione privata e affascinante, che offre un contesto inedito alla ricostruzione cronologica della carriera del pittore.

L'abilità di De Pisis nell'esprimere l'anima della natura, degli oggetti, delle persone, dei luoghi - in primis Ferrara come lontano incanto metafisico - trova fondamento nella letteratura, il mezzo prediletto durante la sua giovinezza per filtrare la realtà circostante. Una modalità espressiva connaturata al suo immaginario che non si esaurisce neppure quando si compie, tra l'apprendistato romano e il trasferimento a Parigi nella primavera del 1925, il passaggio definitivo alla pittura. Esemplare di questo nesso è la Natura morta con il martin pescatore (1925), dove è mirabilmente raffigurato il tema pascoliano del ricordo. Mentre nelle atmosfere misteriose e sospese delle Cipolle di Socrate e delle "nature morte marine", realizzate tra il 1927 e il 1932, il poeta-pittore riconsidera il personale rapporto con la metafisica di De Chirico, conosciuto a Ferrara nel 1915.

Negli anni della maturità, per De Pisis diventa preponderante trascrivere sulla tela le pure emozioni di fronte all'oggetto della rappresentazione. Vanno ricordate anche opere meditate nella tranquillità dello studio come il Gladiolo fulminato (1930) e dal toccante lirismo come La lepre (1933). Nel percorso cronologico si intersecano due sezioni tematiche. La prima ruota attorno alla bellezza efebica, tema incessantemente trasposto con matite o pennelli sui fogli di un ricchissimo "diario per immagini". Nell'altra è invece proposto un inedito dialogo tra alcune bellissime nature morte di De Pisis e quelle, rare, realizzate da Giovanni Boldini: un simbolico passaggio di testimone tra due generazioni e tra due visioni lontane del fare pittura. L'attività artistica di De Pisis si chiude con le opere scabre e pallide risalenti al ricovero nella clinica di Villa Fiorita (La rosa nella bottiglia, 1950; Le pere - Villa Fiorita, 1953), ambiente idealmente suggerito nello spazio chiuso e bianco dell'ultima saletta al piano superiore per sottolineare la dimensione appartata e malinconica dell'ultimo tratto di vita. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Giorgio de Chirico nella mostra Ritorno al Futuro Giorgio de Chirico. Ritorno al Futuro
Neometafisica e Arte Contemporanea


termina il 25 agosto 2019
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Un dialogo tra la pittura neometafisica di Giorgio de Chirico (Volos, Grecia, 1888 - Roma, 1978) e le generazioni di artisti che, in particolare dagli anni Sessanta in poi, si sono ispirati alla sua opera, riconoscendolo come il maestro che ha anticipato la loro nuova visione e che con la sua neometafisica si è posto in un confronto diretto con gli autori più giovani. La mostra a cura di Lorenzo Canova e Riccardo Passoni è organizzata e promossa da Fondazione Torino Musei, GAM Torino e Associazione MetaMorfosi, in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico e presenta un centinaio di opere provenienti da importanti musei, enti, fondazioni e collezioni private.

La metafisica di Giorgio de Chirico, nella sua visione originaria e futuribile, ha influenzato atteggiamenti e generi differenti, non solo nel campo delle arti visive, ma anche della letteratura, del cinema, delle nuove tecnologie digitali, arrivando fino a confini inattesi come videogiochi e videoclip, in un interesse globale che va dall'Europa agli Stati Uniti fino al Giappone. Oggi la posterità, libera dagli stereotipi di certe condanne, può "dire la sua", come intuì con il suo genio Marcel Duchamp in un testo su de Chirico del 1943. In questo contesto si inserisce la nuova attenzione per il periodo della neometafisica di de Chirico (1968-1978), che rappresenta allo stesso tempo un ritorno e una nuova partenza, una fase di nuova creatività e un riandare verso l'immagini del proprio passato, attraverso un nuovo punto di vista e nuove soluzioni formali e concettuali.

Così, già nel 1982, Maurizio Calvesi, rivolgendosi idealmente al maestro nel suo fondamentale volume La Metafisica schiarita, sottolineava l'importanza del de Chirico neometafisico per l'arte contemporanea: "perché riconoscemmo i tuoi colorati chiaroscuri, le tue sfere, i tuoi segnali e le tue frecce, i tuoi schienali e le tue ciminiere, i tuoi oggetti smaltati ed ora come staccatisi dai quadri, qualcosa delle tue schiarite e delle tue sospensioni, nel nuovo momento di un'arte che si disseminò come un concerto o una pioggia rinfrescante". Non a caso, la neometafisica di de Chirico sembra già dialogare con la pop art e con l'arte internazionale, in particolare americana, e in quegli anni proprio Andy Warhol dichiaratamente riconosceva in de Chirico uno dei suoi precursori, e gli rendeva omaggio con un celebre ciclo di opere in cui presentava una metafisica rivisitata e seriale.

Con una pittura di grande intensità e felicità cromatica, il de Chirico neometafisico sembra dunque rispondere agli omaggi degli artisti più giovani creando un dialogo a distanza di grande intensità e vitalità. In questo modo de Chirico si è posto come una delle fonti dirette dell'arte di molte generazioni di artisti italiani e internazionali, sospese tra le immagini dei segnali urbani, delle merci della civiltà di massa e le memorie di una bellezza classica e perduta, un accostamento anticipato dallo stesso de Chirico nel suo romanzo Ebdòmero. La mostra evidenzia questo rapporto intenso e profondo, mettendo in relazione le opere neometafisiche di de Chirico con le nuove tendenze dell'arte italiana e internazionale come la Pop art di Andy Warhol, Valerio Adami, Franco Angeli, Mario Ceroli, Lucio Del Pezzo, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Gino Marotta, Ugo Nespolo, Concetto Pozzati, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Emilio Tadini.

La mostra presenta anche un grande prosecutore della Metafisica come Fabrizio Clerici, la pittura di Renato Guttuso e di Ruggero Savinio, insieme a grandi artisti internazionali come Henry Moore, Philip Guston, Bernd e Hilla Becher. Il percorso propone anche maestri dell'arte povera come Giulio Paolini e Michelangelo Pistoletto, le visioni concettuali di Fabio Mauri, Claudio Parmiggiani, Luca Patella e Vettor Pisani, fino ad arrivare alle ombre geometriche di Giuseppe Uncini, alla fotografia di Gianfranco Gorgoni, alle sculture di Mimmo Paladino, ai dipinti di Alessandro Mendini e di Salvo, al mistero di Gino De Dominicis, ai tableaux vivants di Luigi Ontani, e a protagonisti delle ultime generazioni internazionali come Juan Muñoz, Vanessa Beecroft e Francesco Vezzoli.

Oltre al prestito delle opere neometafisiche della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, la mostra presenta un'animazione digitale di Maurice Owen e Russell Richards, insieme a opere di artisti contemporanei provenienti dalle collezioni della GAM di Torino e tra questi Claudio Abate, Gabriele Basilico, Luigi Ghirri, Franco Fontana, Fausto Melotti. Una piccola sezione della mostra, come un inserto prezioso, è riservata al tema della citazione e della copia, esercizio prediletto da de Chirico nella sua lunga ricerca sulla pittura dei grandi maestri e presenta un disegno originale di Michelangelo proveniente da Casa Buonarroti, insieme a disegni di de Chirico dedicati allo studio degli affreschi michelangioleschi della Volta della Cappella Sistina e a opere del famoso ciclo su Michelangelo di Tano Festa, pittore che tra i primi ha compreso la forza innovativa della pittura di de Chirico, in un collegamento con l'arte del passato che, nella curva del tempo, ha il potere di rifondare l'arte del futuro. La mostra è accompagnata da un catalogo edizioni Gangemi International con testi di Lorenzo Canova, Riccardo Passoni e Jacqueline Munck. (Comunicato stampa)




Renato Ranaldi. Forse Piove
termina il 17 maggio 2019
Cappella dell'Incoronata - Palermo
www.poloartecontemporanea.it

Con il titolo Forse piove, Renato Ranaldi ha contraddistinto una fase del suo recente lavoro pittorico-plastico che reca il procedimento riduzionistico della forma pittura, già in atto da anni nella sua opera. Infatti, a partire dal 2006, prima con l'ideazione dei Fuoriquadro e successivamente dei Fuoriasse e degli Scioperii, l'artista, attivo da oltre cinquant'anni sulla scena nazionale e internazionale dell'arte contemporanea, ha radicalizzato la sua concezione visiva e spaziale al punto da offrirne una valenza inedita estrema. A Palermo, per la mostra, a cura di Bruno Corà, presentata dal Polo regionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, Ranaldi ha infatti appositamente concepito alcune nuove opere che si rapportano all'unica navata di quell'antica sede, un tempo adibita al culto. La mostra, assieme alle opere pittoriche, annovera altresì una sua nuova creazione di scrittura che nell'accompagnare le opere ne costituisce una diversa ma dialettica formulazione.

Come per le lunghe e irrelate didascalie, in altri tempi e circostanze concepite e affiancate ai suoi disegni - ad esempio nel recente ciclo d'opera Tiritere, 2018 - così per questo episodio espositivo Ranaldi offre perfino un'opera di scrittura, parossistica e visionaria, con alcuni obiettivi poetico-artistici capaci di identificare anzitutto le proprie esigenze di deviazione normativa rispetto all'estetica conforme e, al contempo, di soddisfare un'autenticità nel rapporto che egli intende stabilire con il fruitore della sua arte. La pubblicazione, che ha lo stesso titolo dato alla mostra, Forse Piove, oltre a essere un volume concepito e stampato in occasione della mostra personale presso la Cappella dell'Incoronata di Palermo, è altresì una forma-libro affrancata dal ruolo ancillare del catalogo, una volta di più invenzione significativa in omaggio all'osservatore-lettore più esigente e desideroso ancora di straordinarietà. (Comunicato stampa)




Hao Wang - Alba in mare - cm.40x40 olio su tela 2019 Hao Wang - Nuvole scure - cm.140x120 olio su tela Hao Wang: "Stranger Shores"
termina lo 04 giugno 2019
Studio d'Arte Cannaviello - Milano
www.cannaviello.net

Dopo l'esordio con la personale di due anni fa, Hao Wang (ShanDong, 1989) presenta allo Studio d'arte Cannaviello un nuovo ciclo di lavori. Se nella produzione precedente l'artista si era concentrato sul tema delle favole, legato alla natura dei parchi che egli stesso ama esplorare, ora sposta la sua attenzione sulle condizioni sociali del nostro tempo. Hao Wang vive il proprio ruolo di pittore con un forte senso di responsabilità, sente di dover cercare di dare risposte al destino dell'uomo. Come lui stesso afferma: "Vorrei che i miei dipinti toccassero dentro, portando l'attenzione del pubblico sui problemi sociali e spingessero a riflettere sulle questioni sostanziali che stanno alla base della realtà".

Saranno esposte, dunque, più di 20 tele caratterizzate dagli stessi colori accesi con i quali aveva debuttato nella mostra precedente. I suoi lavori sono caratterizzati da "silhouettes" immerse in forme irregolari usate per far emergere un senso di contraddizione umana segnato da quelli che l'artista definisce "simboli suggestivi" ossia metafore adoperate per ricordare al pubblico le difficoltà portate dal lavoro, dalle guerre, dall'inquinamento, dai confini (da qui il titolo con il quale l'artista si interroga su cosa voglia dire essere straniero). Un linguaggio drammatico ma anche "rilassato", sognante e umoristico usato per raccontare le favole umane moderne. (Comunicato stampa)




Vittorio Corsini - Le parole scaldano - vetro, inox, travertino, bisazza, acqua cm.600x500x340 2004 - Opera permanente, Courtesy Comune di Quarrata Vittorio Corsini - Glue 3 - acrilico su alluminio e led cm.50x104 2018 - Courtesy dell'artista Vittorio Corsini - Sotto luce - alluminio verniciato, faro, motore cm.187x200x110 - Courtesy Arte in Fabbrica, Calenzano, 2019 Vittorio Corsini - Blu Room - vetro, acrilico, pigmento cm.25x30x20 2016 - Courtesy dell'artista Vittorio Corsini: Unstable / Environments

- Unstable, 05 aprile - 11 maggio 2019
Galleria Frediano Farsetti - Milano
www.galleriafredianofarsetti.it

- Environments, 13 aprile (inaug.) - 30 settembre 2019
Arte in Fabbrica - Calenzano (Firenze)

Si intitola Unstable, il primo dei due atti del progetto espositivo di Vittorio Corsini, ed Environments il secondo e danno il via a un'inedita collaborazione: quella tra la Galleria d'Arte Frediano Farsetti di Milano, luogo storicamente deputato all'arte dei maestri del XX secolo e Arte in Fabbrica, un nuovo spazio culturale che nasce all'interno di un contesto industriale di altrettanto lungo corso, Gori Tessuti di Calenzano. Nata nel 1999 dall'esperienza di Frediano e Franco Farsetti - galleristi dal 1955 e punto di riferimento del collezionismo italiano e internazionale per il Novecento storico - la Galleria Frediano Farsetti diversifica la sua programmazione aprendosi anche alla ricerca artistica e progettuale contemporanea. A questo nuovo corso collabora la seconda generazione della famiglia che già da molti anni segue l'attività della galleria.

Fabio e Paolo Gori da quarant'anni portano avanti l'azienda di famiglia, un'eccellenza del tessile capace di una giacenza media di dieci milioni di metri di tessuti che ha saputo ritagliarsi anche un posto nel mondo del cinema internazionale (suoi parte degli arredi e delle stoffe di kolossal come "Il Gladiatore", "Pirati dei Caraibi", "Aladdin", "Marco Polo" e "La la Land"). Abbracciando una logica aperta e dinamica dove l'arte è luogo di affinità e differenze, di possibilità e confronto, la Galleria Frediano Farsetti e Arte in Fabbrica costituiscono un ponte tra Milano e l'hinterland fiorentino coinvolgendo l'artista in una sfida: realizzare un progetto ad hoc per i due spazi espositivi che metta in relazione geografie e ambienti culturali diversi. Vittorio Corsini è il primo artista chiamato a prendere parte a questa collaborazione e con Unstable ed Environments inaugura il progetto che avrà cadenza quadrimestrale.

"Prevedere la stabilità di ambienti e sistemi è diventata la massima scommessa degli obiettivi strategici di aziende, economie, politiche sociali, gestioni ecologiche. L'abbreviazione dei cicli di vita, il cambio tecnologico, le imprevedibilità sociali sono la nostra sfida contestuale. La doppia personale di Vittorio Corsini (articolata tra Milano e Calenzano) cerca di porre il problema su una microscala (e nel sistema dell'arte). Il problema dell'abitare (come occupazione più o meno stabile) è stato il denominatore comune dell'intera attività di Corsini. Questa ultima mostra propone nuove fenomenologie, mette in campo ulteriori strategie, creando un cortocircuito tra oggetto della produzione e spazio dell'esposizione" - spiega Marco Scotini, curatore della mostra e autore del testo del catalogo che documenta il progetto.

Susciterà non poco stupore l'intervento di Vittorio Corsini sulla porta d'ingresso della Galleria Frediano Farsetti. Qui l'artista lavora "cancellando" l'entrata e apponendo un cartello che prelude in qualche modo a un cambiamento. Di parametri? Emozioni? Attitudine? Punti di vista? Nella galleria un ambiente in trasformazione, equilibri instabili, bianchezza che azzera tutti i segni, una scultura luminosa e ancora, fragili edifici in bilico su prismi di marmo che conquistano la verticalità dello spazio, raggiungendo il ballatoio posto al primo piano della galleria stessa.

Arte in Fabbrica stabilisce la sua sede nei 10.000 mq del capannone, l'apertura al pubblico è la stessa che scandisce i ritmi produttivi dell'azienda, l'intento è dichiarato: vita, arte e lavoro senza soluzione di continuità. Le opere che Corsini concepisce per Calenzano diventano metafora di un rapporto tra l'individuo e il mondo, tra lo spazio privato e quello condiviso, tra quello domestico e quello sociale. L'immagine della casa, icona costante nel lavoro dell'artista, trova qui diverse traduzioni spaziali: una dimensione progettuale nelle mappe tridimensionali in acciaio appese alle pareti e una installativa, nella casa sospesa al soffitto con un filo che ruota lentamente proiettando un fascio di luce sul pavimento. Dirimpetto, un grande quadro a olio: un bosco segnato da una strada che ci proietta fuori dalla stanza indicando una nuova prospettiva.

Vittorio Corsini (Cecina - Livorno, 1956) ha compiuto studi storico-artistici all'Università di Pisa, presso la Facoltà di Lettere Moderne. L'attività espositiva inizia alla fine degli anni '80, con una personale alla Galleria L'Attico di Roma. Tra le varie istituzioni in cui Corsini ha presentato le sue opere-evento: Palazzo delle Papesse di Siena, Villa Romana a Firenze, Museo Pecci di Prato. Tra i numerosi progetti di arte pubblica, ricordiamo i lavori: Chi mi parla?, commissionato dal Comune di Luicciana (Prato), 2007; Parma 33# a Torino, 2009; HARMONY mura dionigiane a Siracusa nel 2015; Lights mood, ingresso Polivalente a Peccioli 2017; Voci, Peccioli 2018. (Comunicato stampa)




Locandina di presentazione della mostra Tante Stelle, con opere di Luigi Ontani, Mimmo Paladino, Salvo, Stefano Di Stasio, Aldo Mondino, Gian Marco Montesano, Sandro Chia "Tante Stelle"
termina il 30 luglio 2019
Galleria Alessandra Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

Mostra collettiva, curata da Vittoria Coen, con opere di Sandro Chia, Stefano Di Stasio, Aldo Mondino, Gian Marco Montesano, Luigi Ontani, Mimmo Paladino, Salvo, di medie e grandi dimensioni, realizzate prevalentemente tra gli anni Ottanta e Novanta. Il clima storico di allora era quello di una ritrovata vitalità della pittura e di una riscoperta della figurazione, che vedeva, in qualche modo, superata, l'esperienza del Concettuale storico. Colori, forme, significati allegorici e simbolici, popolano le tele di questi grandi artisti molto diversi tra loro, ma accomunati da una esperienza profonda e dalla ricerca costante.

Nell'opera Bachi. Grande rabbino di Costantinopoli, Mondino esalta tutta la sua curiosità interculturale e il suo amore per l'esotismo, mentre Montesano ci riporta a scene d'altri tempi, in una Parigi che fu, nel suo "Caffè De Flore". Ontani ci mostra una Natività come una pala d'altare, misteriosa, allegorica, che troneggia nello spazio, accanto al monumentale trittico di Paladino lungo quasi sei metri del 1982 realizzato come una pittura tridimensionale e innesti oggettuali. Appare potente e forte il vortice di pennellate dell'opera di Chia del 1983, molto diversa dalla scena quasi metafisica di Di Stasio che dipinge L'ora del rito, inquietante preambolo a esperienze sconosciute, mentre il lavoro di Salvo, realizzato nel 1981, avvolge di intimità un ambiente comune come un bar.

Tante Stelle è proposta idealmente nel solco dell'attività della galleria che, nel 2007, con la mostra Tutte Stelle, un chiaro omaggio al ciclo di opere omonime realizzate da Mario Schifano, espose lavori di artisti italiani e internazionali. L'amore per la pittura è, dunque, alla base del progetto espositivo, quella pittura che riesplose negli anni ottanta con una nuova linfa, e che ha reso protagonisti di un'epoca la ricerca degli artisti qui oggi rappresentati. E' una pittura decisa nei colori e nei tratti, dal segno riconoscibile, addirittura, inconfondibile, quasi una rivoluzione culturale, perché di natura internazionale, e perché pone fine al predominio del minimalismo storico e del concettualismo esasperato. Transavanguardia, Anacronismo, sono alcuni dei "brand" che imprimono, nell'ambiente artistico, una svolta difficilmente ripetibile. Olio su tela, olio su tavola, olio su linoleum, acquarello su carta, tornano ad essere i media, i materiali dell'arte. Le grandi dimensioni delle opere esposte in questa mostra rendono ancora più avvincente il convincimento più profondo dei sette artisti nel percorrere questa strada, ancora di più oggi, nell'epoca del digitale, degli ologrammi e del virtuale. (Comunicato stampa)




Giangiacomo Spadari - Metropolitana - acrilico su tela cm.100x100 1973 - ph. Bruno Bani Sergio Sarri - Il grande prestigiatore _ Le avventure di Nessuno - acrilico su tela cm.120x120 1967 - ph. Pier Enrico Ferri Milano Pop
Pop Art e dintorni nella Milano degli anni '60/'70


termina il 29 maggio 2019
Spazio Espositivo di Palazzo Lombardia - Milano

Il percorso espositivo, a cura di Elena Pontiggia, approfondisce un segmento di storia recente del nostro Paese, gli anni Sessanta e Settanta, attraverso una cinquantina di lavori - molti dei quali inediti - dei principali protagonisti milanesi della Pop Art, movimento artistico che più di ogni altro ha saputo esprimere le icone e le contraddizioni della società contemporanea e che, muovendo dagli Stati Uniti, ha animato anche l'Italia, specialmente dopo la celebre Biennale di Venezia del 1964. La collettiva muove da un panorama della Pop Art italiana con i grandi protagonisti della corrente, da Mario Schifano a Tano Festa, da Mimmo Rotella a Giosetta Fioroni e Concetto Pozzati, per poi concentrarsi sull'ambiente milanese con Valerio Adami, Enrico Baj, Paolo Baratella, Gianni Bertini, Fernando De Filippi, Lucio Del Pezzo, Umberto Mariani, Silvio Pasotti, Sergio Sarri, Giangiacomo Spadari, Tino Stefanoni, Emilio Tadini.

L'esposizione evidenzia così i diversi punti di contatto, ma anche e soprattutto le differenze profonde con la Pop Art americana - da qui il sottotitolo "Pop Art e dintorni" - indagando come gli artisti italiani, ed in particolare milanesi, abbiano interpretato originalmente la tendenza, sullo sfondo di un'Italia inquieta che da un lato conosce il boom economico e dall'altro si avvicina ai tempi bui degli "anni di piombo". Tra le opere esposte si segnalano l'ironico décollage di Rotella Cleopatra Liz (1963), che rimanda ai manifesti dei grandi kolossal cinematografici; la Palma di Schifano dei primi anni '70; Gli occhiali (1968) dalla serie degli argenti di Giosetta Fioroni; la paradossale Nascita di una rosa del 1972 di Pozzati. Venendo al panorama milanese, ecco gli antropomorfici collage di Baj, tra cui l'inedito Cathérine Desjardins, dite Madame de Villedieu del 1974; il visionario Questo nottambulo di Zorro (I due astronauti) del 1965 di Bertini; il metafisico Archeologia con De Chirico del 1972 di Tadini.

E, ancora, Stefanoni propone un inventario di oggetti quotidiani nella loro disarmante ovvietà, come Gli imbuti (1970) e I flaconi (1969), quest'ultimo esposto per la prima volta. Ecco infine i lavori ispirati a temi politici e sociali come Il giorno della presa del 1970 di Baratella; Cuba-Cuba del 1970 di De Filippi; Il grande prestigiatore (Le avventure di Nessuno) del 1967 di Sarri; Gli oggetti ci guardano e passano del 1970 di Umberto Mariani; Garibaldi e sua figlia Clelia del 1975 e l'inedita Metropolitana del 1973 di Spadari. La mostra si completa di un video-documentario con testimonianze e interviste esclusive agli artisti e alla curatrice raccolte da Stefano Sbarbaro, prodotto da TVN Media Group - Arte e Cultura. Accompagna l'esposizione un approfondito catalogo con un testo critico di Elena Pontiggia e altre interviste inedite agli artisti.

Importante evento collaterale che accompagna per tutta la sua durata "Milano Pop", la mostra tematica "Cinema Pop" che inaugura il 10 aprile presso la Galleria Robilant+Voena, in collaborazione con l'Associazione Sergio Sarri e l'Associazione Giangiacomo Spadari. L'esposizione, attraverso una trentina di lavori di Sergio Sarri e Giangiacomo Spadari, intende approfondire un aspetto comune a questi due protagonisti della Pop Art milanese, «attenti entrambi alle modalità espressive del cinema come spunto pittorico», così come rileva la curatrice Elena Pontiggia. Infatti, come la pittura anche il cinema fonda le sue basi sull'immagine; tuttavia, mentre il film la sviluppa nello spazio e nel tempo, l'arte pittorica la cristallizza in un "fotogramma". Questa la riflessione di partenza che accomuna Sarri e Spadari e li allontana da altri artisti che hanno guardato alla settima arte come riferimento di cultura popolare, fra cui si ricordano Schifano e Rotella, i quali hanno attinto al bacino di immagini dell'universo cinematografico per farne delle icone pop. Arricchisce l'evento un'originale pubblicazione, ispirata alla grafica delle riviste dell'epoca, con contributi di Elena Pontiggia, Sergio Sarri e un testo dedicato a Giangiacomo Spadari, in dialogo con immagini di repertorio e delle opere esposte. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Emilio Prini
termina il 25 maggio 2019
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

Una personale dedicata ad uno degli esponenti più enigmatici dell'Arte Povera: Emilio Prini (Stresa, 1943 - Roma, 2016). L'esposizione pone l'accento su un periodo storico ben preciso mostrando alcune opere signifcative prodotte tra il 1967 e il 1996. L'obiettivo della mostra è quello di proporre alcune delle tematiche chiave legate alla poetica di Prini. L'artista dichiara: «Non ho programmi, vado a tentoni, non vedo traccia di nascita dell'Arte (ne della tragedia) perche la C. S. non è il frutto del puro lavoro umano (perche non ho fatto io la sedia il tavolo il foglio la penna con la quale scrivo) non creo, se è possibile».

Le opere selezionate e distribuite in due sale fanno parte di alcuni dei cicli più importanti della sua produzione: Formula per tipi standard non standard realizzata per la prima volta nel 1967, Senza titolo realizzata tra il 1968 e il 1971, due opere tratte dal ciclo Governo (non standard) - Due linee che si uniscono in basso del 1986, un'opera relativa a X Edizioni (1986) e due lavori da Fogli da un taccuino di legno del 1997. Arricchiscono, inoltre, la mostra due Autoritratti realizzati nel 1976 ca. e una serie di opere su carta. Partendo da Formula per tipi standard non standard, nella quale Prini elabora per iscritto il modello base del suo procedimento attraverso una scrittura quasi illeggibile ma al contempo ricca di formule matematiche combinate, ci si imbatte nell'opera Senza titolo che si compone di quattro pannelli con un collage di cinque fogli A4. La dicitura di Prini è la seguente "standard.asta.alluminio proflato. 6,50. m. in ambiente. 1967-1971".

Lo 'Standard', un concetto visto da Prini come modello di riferimento per indagare lo spazio, fa la sua comparsa nel 1967 con Asta di comportamento (verde) che l'artista realizza e assembla presso la Galleria La Bertesca. Mai esposta ma solo fotografata, essendo Prini interessato più all'immagine che all'oggetto, l'opera si compone appunto di un'asta lunga sei metri, di alluminio proflato verde, che a seconda dello spazio in cui viene collocata si curva o distende. È lo spazio dato, quindi "Non Standard", a decidere la forma dell'opera. Proseguendo troviamo due opere realizzate in occasione della mostra "X Edizioni" del 1986 presso la Galleria Franco Toselli, dal titolo Governo (non standard) - Due linee che si uniscono in basso. Si tratta di pannelli in legno MDF con due tagli che si uniscono in basso e l'applicazione di un foglio di plastica trasparente dal taglio corrispondente.

Dalla stessa mostra provengono le omonime X Edizioni (tirate a 4 esemplari), ovvero cartoline "ricordo" tratte da piccoli disegni e appunti dell'artista. (...) L'impoverimento e la riduzione ai minimi termini dei segni tipico dell'Arte Povera, in Prini trovano un'estremizzazione attraverso un processo di sottrazione e di negazione della realtà che in alcuni casi si risolve in rapide apparizioni, in altri con l'assenza fsica dell'oggetto, fno alla sparizione dell'artista stesso dalla scena dell'arte. Il modo di operare e di essere di Prini ha spesso sorpreso il pubblico nelle sue diradate occasioni espositive, attraverso inattesi "elementi per una esposizione" senza rinunciare mai alla sua natura eversiva e alla sua lucida e spietata intelligenza.

Le sue opere appaiono come messaggi in codice da decifrare avvolti da un fascino enigmatico e da un profondo sarcasmo. «Prini è un bene prezioso che sfugge.» leggiamo in un articolo di Luca Lo Pinto a lui dedicato, «Un artista immenso che non si è mai adeguato ai codici del sistema dell'arte, facendo che essi si adeguassero a lui con una coerenza che non ha eguali». Verità che troviamo anche nelle bellissime parole di Lisa Ponti che lo racconta e descrive così: «Il punto è che lui ci deve essere e non essere allo stesso tempo. Un altro avrebbe detto "voglio essere in un punto visibile"; lui invece vuole essere in un punto quasi invisibile, però esserci». (Comunicato stampa)




Opera di Fernando Garbellotto dalla mostra Reti Frattali Fernando Garbellotto - opera dalla mostra Reti Frattali alla Associazione Culturale Renzo Cortina di Milano Fernando Garbellotto: "Reti Frattali"
termina il 25 maggio 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Dopo le esperienze espositive milanesi degli anni '90 effettuate con il gruppo "Caos Italiano" di cui l'Artista è stato co-fondatore, Garbellotto si ripresenta a Milano con una personale alla Galleria Cortina, a cura di Claudio Cerritelli. La vita, ogni forma di vita, non è altro che un sistema di reti dentro altri sistemi di reti; ad ogni scala di ingrandimento, i nodi della rete si rivelano come altre reti più piccole, in un divenire continuo nel tempo e senza gerarchie. E' proprio questo il tema su cui si concentra l'artista veneziano ormai da qualche decennio: "la rete - egli sostiene - può ormai essere considerata l'icona più rappresentativa di questi nostri ultimi anni e la percezione del mondo vivente come rete di relazioni ha reso il ragionamento in termini di reti la caratteristica fondamentale del pensiero sistemico."

L'avvento del "pensiero a rete" sta condizionando il modo di intendere e di descrivere la lunga storia della conoscenza scientifica che, dopo le scoperte della teoria quantistica e della filosofia del "bootstrap", non può più essere vista come un grande edificio con solide fondamenta bensì come una rete incessante di relazioni di conoscenza che si autoproduce spontaneamente pur in assenza di fondamenta. Negli ultimi decenni l'idea di rete ha conquistato una posizione sempre più centrale anche nell'ecologia, definita ed intesa come lo studio delle relazioni che legano fra loro tutti gli abitanti della terra. Su questo argomento centrale per tutti noi e per le generazioni future dei viventi, citando Bernard Patten, l'artista sostiene che l'ecologia consiste di reti: comprendere gli ecosistemi alla fine equivarrà a comprendere delle reti. La mostra presenterà una serie di suggestive "reti frattali" realizzate dall'artista annodando le strisce precedentemente tagliate dalla "tela madre". Catalogo in galleria, Edizioni Cortina Arte, testo critico di Claudio Cerritelli, introduzione di Mafalda Cortina. (Comunicato stampa)




Locandina di presentazione della mostra Eremo Eretico con opera di Giuliano Giuman Giuliano Giuman: "Eremo Eretico"
termina il 31 maggio 2019
Galleria Annunciata - Milano
www.galleriannunciata.com | Locandina della mostra

In mostra una serie di opere appartenenti alle ultime ricerche condotte dall'artista, mirate ad approfondire le possibilità di relazione estetica fra la superficie, il pigmento, la luce e il vetro (cifra distintiva della sua produzione), coniugando tali elementi nella grammatica di un alfabeto visivo organico. Il dettato espositivo, tramite la selezione dei risultati più rappresentativi del lavoro recente dell'autore, ne presenta gli esiti ponendoli in dialogo fra loro e con gli spazi della storica galleria milanese, impostando un allestimento strutturato e suggestivo al contempo. Il richiamo all'eresia nella titolazione - scrive il curatore - "è da intendersi in termini prettamente etimologici, dunque come direzione di pensiero contraria a molte attitudini artistiche odierne che spesso fanno del facile sensazionalismo il loro aspetto maggioritario, rievocando l'eremitaggio come sinonimo di recupero di una dimensione poietica presieduta dalla riflessione sugli elementi fondamentali (perciò autentici) del linguaggio visivo."

E ancora: "Le opere visibili in mostra, si connotano di una sensibilità inedita nei confronti dei materiali impiegati i quali, compenetrandosi e influenzandosi, cercando nuove possibilità di relazione, si rinnovano nelle capacità linguistiche." La mostra, a cura di Davide Silvioli, costituisce pertanto, una costruttiva occasione di riflessione e confronto diretto con l'arte di ricerca nel mezzo del contesto contemporaneo, priva di interlocutori terzi. Con le opere di Giuliano Giuman, introduce l'osservatore nell'intimo e pluriennale universo creativo e operativo dell'artista, qualificandolo, in prima istanza, al pari di un territorio di pensiero e di lavoro, sottendendo inoltre un parallelismo concettuale con le esigenze esistenziali degli antichi anacoreti, nel tentativo di riallineare vita e arte, pratica e pensiero.

La formazione di Giuliano Giuman (Perugia, 1944) è musicale. Inizia a dipingere nel 1964. Suo maestro è stato Gerardo Dottori. Dal 1972 lavora per 10 anni sul tema dell'ombra. Oltre alla pittura, per la sua ricerca, utilizza altre espressioni, quali la fotografia, la musica, l'installazione e la performance. Comincia nel 1982 a concentrare il suo lavoro sul rapporto tra pittura e musica. Nel 1985 inizia a lavorare anche su vetro che diventerà il supporto principale di caratterizzazione tecnica della sua arte. Dal 1983 ha realizzato numerosi manifesti e tutte le scenografie di Umbria Jazz. Ha vinto molti concorsi nazionali per edifici dello stato Italiano. Da circa un anno, realizza tutte le sue opere unendo le due tecniche principali del suo fare artistico: olio su tela o su tavola, e pittura su vetro a gran fuoco, aggiungendo ora anche la luce. Dal 1998 al 2013 è stato docente di "Tecnica della vetrata" all'Accademia di Brera. Dal 2009 al 2012 è stato direttore dell'Accademia di belle arti "Pietro Vannucci" di Perugia dove, tra le altre cose, ha iniziato la scuola di design. Ha tenuto oltre 100 mostre personali e 200 collettive, in musei, gallerie, spazi pubblici e privati. (Comunicato stampa)




Patrizia Schoss - Testa con mani - tecnica mista cm.24x32 1978 Patrizia Schoss
termina il 21 maggio 2019
Palazzo del Consiglio Regionale di Trieste

Mostra antologica della pittrice Patrizia Schoss, che sarà introdotta dall'architetto Marianna Accerboni. La rassegna, corredata da un elegante catalogo, propone una cinquantina di lavori: dipinti a tecnica mista, incisioni e opere tridimensionali, tra cui molti inediti realizzati dall'artista dagli anni '70 a oggi.



Presentazione




Immagine dalla locandina della mostra Giappone - Terra di geisha e samurai Giappone. Terra di geisha e samurai
termina il 30 giugno 2019
Casa dei Carraresi - Treviso

Il percorso espositivo, a cura di Francesco Morena, propone uno spaccato delle arti tradizionali dell'arcipelago estremo-orientale attraverso una precisa selezione di opere databili tra il XIV e il XX secolo, tutte provenienti dal fondo privato di Valter Guarnieri, appassionato collezionista trevigiano che ha creato nel corso degli ultimi decenni una raccolta di grande qualità e molto vasta per materiali, tecniche di realizzazione e soggetti iconografici. Il percorso si sviluppa per isole tematiche, approfondendo da un lato i molteplici aspetti relativi ai costumi e alle attività tradizionali del popolo giapponese, dall'altro creando dei focus sulle peculiarità e sulla storia della collezione.

L'apertura dell'esposizione non poteva che essere dedicata al binomio Geisha e Samurai. La classe militare ha dominato il paese del Sol Levante per lunghissimo tempo, dal XII alla metà del XIX secolo, imponendo il proprio volere politico ed elaborando una cultura molto raffinata la cui eco si avverte ancora oggi in molti ambiti. La geisha, o più in generale la beltà femminile così come la intendiamo, ha rappresentato per il Giappone un topos culturale altrettanto radicato, dalle coltissime dame di corte del periodo Heian (794-1185) alle cortigiane vissute tra XVII e XIX secolo, così ben immortalate da Kitagawa Utamaro (1753-1806), il pittore che meglio di ogni altro ha restituito la vivacità dei quartieri dei piaceri di Edo (attuale Tokyo).

Dal mondo degli uomini a quello, affollatissimo, degli dei, sintesi di credenze autoctone e influenze provenienti dal continente asiatico. Il Buddhismo, in particolare, di origini indiane, giunse nell'arcipelago per tramite di Cina e Corea. Esso ha permeato profondamente il pensiero giapponese, soprattutto nella sua variante dello Zen, che in questa sezione è testimoniata da un gruppo di dipinti nel formato del rotolo verticale raffiguranti Daruma, il mitico fondatore di questa setta. Questo affascinante avvicinamento all'arte e alla cultura nipponica continua introducendo alla quotidianità del suo popolo: dalle attività di intrattenimento come il teatro Kabuki, dall'utilizzo del kimono alla predilezione degli artisti giapponesi per la micro-scultura. Di quest'ultima troviamo esempio nel nucleo di accessori legati al consumo del fumo di tabacco. Non meno affascinante è il percorso che vede le storie tradizionali e i temi legati alla letteratura, diventare raffinati soggetti di dipinti.

Il clou della grande mostra è riservato al rapporto tra i giapponesi e la natura, che nello Shintoismo, la dottrina filosofica e religiosa autoctona dell'arcipelago, è espressione della divinità. Questa relazione privilegiata con la Natura viene qui indagata attraverso una serie di dipinti su rotolo verticale, parte dei quali realizzati tra Otto e Novecento, agli albori del Giappone moderno. A metà dell'Ottocento, dopo oltre due secoli di consapevole isolamento, il paese decise di aprirsi al mondo. Così, nel volgere di pochi decenni, il Giappone avanzò con convinzione verso la modernità. Intanto europei e statunitensi cominciarono ad apprezzare le arti sopraffini di quel popolo e molti giunsero a scoprire il mitico arcipelago.

Il mutato scenario portò molti artisti ad adottare tecniche e stili stranieri, e molti artigiani a produrre opere esplicitamente destinate agli acquirenti forestieri. Tra le forme d'arte inedite per il Giappone di quei tempi, la fotografia d'autore occupa senz'altro un posto d'elezione. Gli stranieri che visitavano l'arcipelago molto spesso acquistavano fotografie per serbare e condividere un ricordo di quel paese misterioso e bellissimo. E' il caso dello sconosciuto che acquisì il nucleo esposto in mostra, il quale annotò in lingua spagnola, a margine delle fotografie, le descrizioni dei luoghi e delle attività raffigurate nei suoi scatti. L'ultima sala è riservata ad una delle forme d'arte più complesse e insieme più affascinanti del Giappone, la scrittura. Grandi paraventi ornati di potenti calligrafie concludono l'esaltante percorso espositivo. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Giovanni Antonio Pellegrini - Ritratto di dama in un giardino e la ancelle al pozzo - 1719 ca., olio su tela cm.184x310 A conclusione dell'importante intervento di restauro
In mostra la misteriosa Milady del Pellegrini


termina il 22 settembre 2019
Palazzo Fulcis - Belluno

L'affascinante tela di Gian Antonio Pellegrini popolarmente conosciuta come il Ritratto di Milady, musealmente classificato invece come Ritratto di signora in un giardino con ancelle al pozzo. E' un'opera straordinaria per qualità della pittura e per l'atmosfera tipicamente inglese che trasmette. La grande tela si è vista davvero raramente. Molto nota agli esperti, da tempo non è più visibile al pubblico. Per questa mostra bellunese, Fondazione Cariverona ha deciso di concederla, dopo che il capolavoro del Pellegrini è stato sottoposto a restauro. In Palazzo Fulcis, per la prima volta il pubblico potrà ammirare il dipinto in tutta la sua ritrovata magnificenza. Il restauro, condotto dal laboratorio fiorentino di Debora Minotti ha ridato alla celebre Milady l'incarnato roseo che le apparteneva e ha riportato l'intero dipinto alle tonalità delicate originali.

Nel corso dell'intervento, si è inoltre scoperta la presenza di una sagomatura semicircolare nella parte inferiore, al centro: circostanza che conferma come, ad un certo punto della sua storia, il dipinto sia stato utilizzato a mo' di sovrapporta in posizione rialzata. I mistero intorno alla nobile dama protagonista del dipinto resta fitto. Non c'è infatti ancora alcuna certezza su chi sia la Milady rappresentata da Antonio Pellegrini, nel suo eccezionale ritratto, riconducibile al secondo periodo inglese del Maestro, intorno al 1719. "Certamente una donna che cercò di farsi rappresentare come una dea agreste, in un grande dipinto di formato orizzontale dal taglio 'eroico' e monumentale benché realizzato con una pittura impalpabile e di grande leggerezza", afferma Denis Ton, curatore della mostra in Palazzo Fulcis.

Accompagnata dal fido cane e dalle ancelle che versano acqua da una brocca (probabile allusione alle sue virtù di fedeltà e castità), la donna è raffigurata adagiata in mezzo a un paesaggio boscoso che si intravede in lontananza. "Pur conservando l'indeterminatezza propria dei ritratti pellegriniani, si nota - sottolinea di curatore - una maggiore caratterizzazione nel volto della donna rappresentata. Mentre le comparse e così il paesaggio sono concepiti con una lievità quasi impalpabile tipica dell'arte del maestro, creando effetti quasi di sfocatura, il personaggio principale si impone con forza. La gentildonna qui rappresentata non è estranea a una certa aria matronale, subito addolcita dai tratti del volto idealizzati, nella stesura dei quali Pellegrini, come confermato dall'intervento di restauro, pare impiegare una tecnica assai differente, molto più accurata, ricercando effetti più simili al pastello che alla pittura ad olio, avvicinandosi a modelli della ritrattistica dell'affezionata cognata, la grande Rosalba Carriera". La concezione del dipinto suggerisce una finalità decorativa prima ancora che di documentazione ritrattistica, confermando come Pellegrini fosse considerato come un maestro capace di proiettare le sue figure, anche quando tratte dalla vita contemporanea, in una dimensione senza tempo. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Etiopia. La Bellezza rivelata
Sulle orme degli antichi esploratori


termina il 30 giugno 2019
Museo di Storia Naturale - Verona

Una mostra che conduce il visitatore sulle tracce degli esploratori che nei secoli scorsi hanno percorso i paesaggi di fantastica suggestione e descritto gli animali di grande bellezza, nella terra che fu della Regina di Saba, l'Etiopia. Quasi un viaggio immaginario percorso al fianco di alcuni degli studiosi ed esploratori che maggiormente hanno contribuito alla conoscenza di quella terra, accompagnati dagli animali che la popolano e dagli antichi oggetti delle sue genti. Cercando di far rivivere al visitatore il sentimento di meraviglia che spesso traspare dalle pagine che ci hanno lasciato. Partendo dalle descrizioni contenute in alcune loro opere librarie, le cui edizioni - spesso di gran pregio - sono conservate presso la Biblioteca della Società Geografica, la ricchezza ambientale e culturale dell'Etiopia sarà evocata dagli oggetti della collezione etnoantropologica del Museo di Storia Naturale di Verona e dalle suggestive fotografie e video di Carlo e Marcella Franchini. La ricchezza naturalistica e l'esclusività della fauna etiopica sarà poi raccontata dagli animali delle collezioni del Museo di Verona.

La molteplicità dei documenti, degli esemplari, degli oggetti e delle immagini in mostra consentono di apprezzare la ricchezza rappresentata dagli ambienti naturali e dalle culture del Paese e le sue antiche radici. L'Etiopia è un crogiolo di realtà, ciascuna unica ma tutte collegate. A partire dalla varietà ambientale caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi: si può passare - spesso rapidamente - dalle regioni di bassopiano o dalla depressione dell'Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2.000 metri dell'altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4.550 metri. Alle differenze di altitudine si associa un regime climatico monsonico, ad accentuata stagionalità. Questa combinazione crea nicchie ecologiche che spiegano l'estrema varietà ambientale, di fauna e di flora nell'arco di distanze anche limitate. Ambienti tanto diversi hanno favorito sistemi economici diversi tra loro e una straordinaria varietà culturale.

La differenziata distribuzione delle risorse ha inoltre da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l'interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell'Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie. L'Etiopia è stata la culla dell'umanità grazie all'abbondanza di risorse minerali, animali e vegetali. La regione ha dunque rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambio sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico.

Per tale ragione, questo Paese e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell'interesse e dell'immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa - trasfigurate per lo più nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni - lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l'epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresentano, di fatto, anche la base per la conoscenza scientifica dell'Etiopia documentata e raccontata in questa mostra. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Emilio Tadini - Color & Co. n. 5 - acrylic on canvas 1969 - Courtesy Fondazione Marconi, Milano Emilio Tadini 1967-1972
termina il 28 giugno 2019
Fondazione Marconi - Milano
www.fondazionemarconi.org

Terza mostra dedicata all'artista e intellettuale milanese Emilio Tadini. Dopo "Emilio Tadini 1960-1985. L'occhio della pittura" del 2007 e "Emilio Tadini 1985-1997. I profughi, i filosofi, la città, la notte" del 2012, questo nuovo progetto espositivo pone l'attenzione sugli esordi della produzione artistica di Tadini, dal 1967 al 1972, ovvero dal primo ciclo "Vita di Voltaire", che segna la nascita del suo linguaggio pittorico, fino ad Archeologia. Considerato uno tra i personaggi più originali del dibattito culturale del Secondo dopoguerra italiano, fin dagli anni Sessanta Emilio Tadini sviluppa la propria pittura per grandi cicli, popolati da un clima surreale in cui confluiscono elementi letterari, onirici, personaggi e oggetti quotidiani, spesso frammentari, dove le leggi di spazio e tempo e quelle della gravità sono totalmente annullate.

Le opere di Tadini nascono da un clima emotivo, da un flusso mentale "in qualche zona semibuia della coscienza" dove le immagini emergono in un procedimento freudiano di relazioni e associazioni e dove le situazioni "reali" che il pittore raffigura sono immerse nell'atmosfera allucinata del sogno, in un clima surrealista-metafisico. Questo processo automatico si sviluppa, più che sulla prima immagine del quadro, sulla serie: da un'immagine ne scaturiscono altre, modificandola e alterandola. Ogni volta l'artista produce un racconto, tanto che la sua pittura cresce a cicli, come una serie di romanzi a puntate. La lettura delle sue opere richiede strumenti di natura concettuale, le immagini apparentemente semplici e immediate, nascondono molteplici significati ("tutto accade davanti ai nostri occhi... il pensiero si ripara... dietro lo sguardo"), non mancano i riferimenti al Surrealismo e alla Metafisica di de Chirico, come anche alla psicanalisi di Lacan e Freud.

Tadini domina con singolare capacità due tipi di linguaggi, il visivo e il letterario, lavorare per cicli lega anche la sua pittura alla cultura letteraria e in particolare alla pratica della scrittura, di cui è maestro. Il suo lavoro è dunque luogo di convergenza di linguaggi differenti. Tra il 1967 e il 1972 l'attività pittorica dell'artista è particolarmente prolifica e va delinandosi la sua modalità operativa e stilistica. Punto di partenza è la pop art: le prime due grandi serie di opere per cui Tadini concepisce un linguaggio pop sono la Vita di Voltaire, del 1967, e L'uomo dell'organizzazione, dell'anno successivo. Seguono, nell'ordine, "Color & Co." (1969), "Circuito chiuso" (1970), "Viaggio in Italia" (1971), "Paesaggio di Malevic e Archeologia" (1972).

Non sono tuttavia le aggressive manifestazioni tipiche del pop americano a interessarlo, bensì le varianti più introspettive e personali, a volte intellettuali, politiche e critiche, del pop britannico. Un occhio particolare è rivolto all'arte di Kitaj, Blake, Hockney e Allen Jones ma anche a Francis Bacon e Patrick Caufield, alla Figuration narrative di Adami, Arroyo e Télémaque. Sarà questa una fase di passaggio che l'artista abbandonerà negli anni Ottanta, destinata comunque a lasciare un segno indelebile nei suoi lavori successivi. Accanto ai quadri, la mostra presenta una selezione di disegni e opere grafiche a testimonianza del fatto che Tadini ha sempre affiancato nei suoi "racconti per immagini" tela e carta, pittura e disegno. Obiettivo finale del progetto espositivo Emilio Tadini 1967-1972 è riportare "alla luce" il lavoro grafico e pittorico del maestro milanese per ricostruire la figura di un artista totale (pittore, disegnatore, intellettuale, scrittore e poeta) colto e profondo, anche alla luce del particolare rapporto con Giorgio Marconi, gallerista, collezionista e soprattutto amico di Tadini.

"L'incontro con Marconi è stato importante, mi ha dato una grande fiducia di potere fare questo lavoro di pittore professionalmente", racconta lo stesso Tadini. "E subito dopo, lavorando, viene fuori la prima grande serie che è quella della 'Vita di Voltaire', dove si vede l'influenza della Metafisica, si alleggerisce la materia pittorica, uso fondi chiari monocromi e comincia un po' la storia della mia pittura. A questo punto c'è ormai questa come attività professionale, tanto che io sospendo il lavoro letterario: prendo appunti, per me, come se volessi autorizzare davanti a me stesso una scelta." (A.C. Quintavalle, Emilio Tadini, Fabbri Editori, 1994) (Comunicato Lara Facco P&C)




Immagine opera Ketty La Rocca per presentazione rassegna alla VideotecaGAM di Torino Ketty La Rocca
Appendice per una supplica


termina lo 06 ottobre 2019
Sala 1 GAM - Torino
www.gamtorino.it

L'esposizione, a cura di Elena Volpato, presenta le recenti acquisizioni da parte della Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT del video Appendice per una supplica, 1972, di Ketty La Rocca, dei suoi libri d'artista con alcune opere grafiche e fotografiche realizzate tra il 1970 e il 1974. Appendice per una supplica è uno dei primi video d'artista realizzati in Italia, girato in collaborazione con Gerry Schum e presentato in occasione della 36° Biennale di Venezia nella sezione "Video-nastri", accanto all'esposizione di libri d'artista "Il libro come luogo di ricerca", curata da Renato Barilli e Daniela Palazzoli, nella quale fu presentato In principio erat di Ketty La Rocca, 1972.

In entrambe le opere la gestualità delle mani è centrale ma, differentemente da quanto andavano facendo in quegli anni, per vie diverse, artisti come Bruno Munari e Alighiero Boetti, Ketty La Rocca non rispetta i codici della comunicazione, non usa il linguaggio dei segni, né la tradizionale espressività della gestualità italiana. Libera il gesto delle mani da ogni preordinata significazione e cerca di conquistare all'immagine una nuova libertà, un'inedita forza espressiva, calandola in un vuoto pre-linguistico come nel caso del video, o accostandola a brevi testi volutamente privi di senso come nel libro In principio erat. Il titolo di quel libro evoca non a caso l'epifania del logos nel Vangelo di Giovanni, quell'istante aurorale del senso in cui il verbo appare come pienezza dell'essere, ancora incorrotto dai codici del linguaggio, non ancora diminuito dalle convenzioni e dalle false corrispondenze di lingue e lessici.

Nello stesso 1972, in opere come il trittico Senza titolo, presente in mostra, l'artista va sostituendo ai profili di immagini fotografiche una minuta calligrafia di frasi prive di ogni intelligibile significato tanto che la scrittura, orfana di contenuti, pare arrendersi alla sua stessa bellezza lineare e sciogliersi in disegno. Proprio con il disegno Ketty La Rocca va recuperando un nuovo possesso delle immagini, anche quelle della più nobile storia dell'arte, del tutto opposto al loro consumo mediatico. In anni in cui l'arte concettuale si nutriva di esangui giochi tautologici tra fotografia e testi, La Rocca rigenera la forza visiva di parola e immagine attraverso un'inconsueta carica esistenziale che esplode nella ripetizione ossessiva della parola Yousulla superficie fotografica: è il tu dell'osservatore che deve rispondere all'io dell'artista perché le due metà del simbolo si ricongiungano, perché immagini e parole tornino a significare. (Comunicato stampa)




Opera di KP Brehmer dalla locandina della mostra KP Brehmer
termina il 14 giugno 2019
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Prima mostra personale in Svizzera di KP Brehmer (1938-1997) negli spazi della galleria. KP Brehmer si forma a Düsseldorf come artista grafico. Fa parte sin da subito del "Realismo Capitalista" tedesco, contribuendo in maniera decisiva alla creazione della Pop Art della Germania Ovest, ponendosi domande sulla nascente società di nuovi consumatori nati nel dopoguerra. Sebbene non affiliato a nessun partito, il suo lavoro si fonda su un dilemma politico ben preciso: in che modo si può mobilitare l'arte come veicolo per fare politica quando le catastrofi storiche degli anni a precedere hanno corrotto e modificato l'idea stessa di politica? Definire Brehmer come artista "politico" sarebbe perpetuare la divisione tra il "fine" che l'opera stessa dovrebbe avere e il medium che l'arte politica dovrebbe superare.

Questa sua forte intelligenza dialettica e consapevolezza, supera queste distinzioni categoriali intrinseche nell'arte stessa manifestandosi con evidenza nella sua scelta di utilizzare medium riproducibili e serializzati come stampe, libri, cartoline, francobolli, edizioni, display e film. L'opera di KP Brehmer è improntata su un rigoroso lavoro sulla nozione di codice. Ogni opera si genera attraverso un automatismo o una serie di regole che l'artista impone a se stesso. Le opere che ne derivano esistono quindi non grazie a un esercizio di maniera ma, al contrario, grazie a una sua limitazione. KP Brehmer trasformava elementi dal significato neutro in illustrazioni precisissime della situazione sociale del suo tempo, mostrando visivamente gli impatti che il capitalismo, le guerre, le produzioni di massa, i mass media, hanno avuto sulla nostra società.

Dai primi anni '60 fino alla sua morte, i suoi lavori hanno messo in discussione l'impatto delle immagini dei media e delle produzioni di massa sulla popolazione, in particolare sulla Repubblica Federale Tedesca. Il suo tentativo come artista è stato quello di incoraggiare il suo pubblico ad adottare un atteggiamento indipendente e di sviluppare un proprio pensiero nei confronti dei media controllati dal capitalismo. Per raggiungere questo obiettivo, fin dalle sue primissime produzioni artistiche, KP Brehemer utilizza materiali illustrativi presi dalle più comuni pubblicità, dalle propagande politiche del tempo e della recente storia, sotto forma di poster, riprese televisive pubblicitarie e riviste giornalistiche, e rielaborando questi materiali in forma grafica, dipinti, edizioni cartacee, libri e film.

I suoi codici gli hanno permesso di dare vita a nuove immagini fatte di significati intrinseci e riferimenti ben precisi. Si appropriò delle estetiche più comuni delle vetrine, dei francobolli e dei diagrammi statistici, ricodificandoli con cambiamenti di significato per rendere visibile al pubblico i modi in cui funzionano su di noi i teaser di vendita o le edizioni di stato e tutti i mezzi di informazione. Ovvero le manipolazioni che ogni giorno subiamo involontariamente attraverso i mass media. La mostra vuole dare luce al lavoro di un artista che è stato precursore dei nostri tempi, con sottile ironia e immensa lungimiranza, mostrando alcuni dei suoi più iconici lavori a partire dal 1967 al 1979.

KP Brehmer (Berlino, 1938 - Amburgo, 1997) nel 1959 si laureò come incisore e iniziò fin da subito a realizzare le prime incisioni e acqueforti. Tra il 1959 e il 1961 studiò grafica presso la Werkkunstschule a Krefeld. Successivamente iniziò a utilizzare pellicole fotografiche, radiogrammi e stampe a blocchi e continuò i suoi studi grafici presso l'Accademia Kunstakademie di Düsseldorf, dove lavorò fino al 1963.Dopo un anno di residenza a Parigi, dove lavorò presso l'atelier di Stanley Willian Hayter, tornò a Berlino e si dedicò a diversi progetti: creò inizialmente alcuni lavori grafici, e tra il 1966 e il 1967 produsse la serie di francobolli, l'anno successivo si concentrò sui colori, le scale e i paesaggi ideali, mentre alla fine degli anni Sessanta si concentrò sulla produzione di film. A partire dagli anni Settanta KP Brehmer lavorò su opere a colori di natura geografica, demografica e sociografica e sempre nello stesso anno iniziò ad insegnare presso l'Università delle Belle Arti di Amburgo, dove mantenne la cattedra fino al 1997. Nel 1973 ebbero inizio i suoi primi esperimenti sulle immagini termiche e, poco dopo, sui soundscape, a cui lavorò fino agli anni Ottanta. Tra il 1987 e il 1988 è stato docente ospite presso la China Academy of Art di Hangzhou. (Comunicato stampa)




Palazzo Sturm in una immagine dalla locandina di presentazione Palazzo Sturm e il suo famoso Belvedere
I saloni restaurati accolgono la mostra di Dürer


Bassano del Grappa (Vicenza)
www.studioesseci.net

Palazzo Sturm, dal cui belvedere si può godere di un'impareggiabile panorama sul fiume Brenta e sul Ponte Vecchio, fu donato al Comune di Bassano dal barone Giovanni Battista Sturm von Hirschfeld nel 1943. La preziosa dimora nell'antica contrà Cornorotto, voluta e commissionata da Vincenzo Ferrari, importante industriale e commerciante di sete, venne edificata verso la metà del XVIII secolo. L'edificio si presenta in tutta la sua elegante imponenza, con oltre settanta stanze distribuite su sette livelli progettati dall' architetto Daniello Bernardi. Le decorazioni pittoriche all'interno del palazzo, eseguite dal pittore veronese Giorgio Anselmi nel 1760 circa, denotano un gusto che richiama la maniera dei cosiddetti trionfi barocchi romano-bolognesi.

I soggetti scelti, prevalentemente mitologici e allegorici, alludono alle imprese commerciali ed economiche nella manifattura della famiglia Ferrari, come il monocromo della Filatrice con il fuso. Già di proprietà della famiglia Vanzo-Mercante, nel corso dell'Ottocento il palazzo ha subito alcuni ampliamenti e modifiche architettoniche, come la sopraelevazione del corpo di fabbrica, il raccordo del nuovo tetto con il coronamento della loggia-belvedere, originariamente aperta su tre lati. Palazzo Sturm è tra i principali luoghi culturali cittadini. Dopo un anno e mezzo di lavori di restauro, l'edificio è ora completamente restituito. Le sale del quarto e del quinto piano, dove sono stati riportati alla luce magnifici affreschi e stucchi, saranno destinate alle esposizioni temporanee a partire dal 20 aprile con la grande mostra dedicata a Dürer. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Kenro Izu Kenro Izu: "Seduction"
termina il 31 luglio 2019
Spazio Damiani - Bologna
www.spaziodamiani.it

In mostra quindici scatti dalla serie Still Life, realizzati tra il 1991 e il 2017 dal fotografo giapponese Kenro Izu. Le opere selezionate per questa esposizione sono tratte dalle quattro sezioni in cui si articola la serie: Flora, Body, Blue e Orchard. Una menzione particolare meritano le due cianotipie tratte dalla sezione Blue, un omaggio dell'artista al Periodo Blu di Pablo Picasso. (...) L'estetica di Izu affonda le sue radici nella cultura tradizionale giapponese che, fra le molte peculiarità, assegna al fenomeno delle ombre un ruolo e un valore assai diversi rispetto alla cultura occidentale. Mentre qui è la luce ad incarnare il valore positivo e la sua assenza è una mancanza, in Giappone l'ombra è ciò che, al pari della luce, contribuisce a definire i corpi, gli oggetti e gli spazi.

L'interesse e la fascinazione che le ombre esercitano su Kenro Izu è alla base della serie Still Life. Nel processo creativo dell'artista, anche la tecnica di stampa riveste un ruolo cruciale. Tredici delle quindici opere fotografiche che saranno esposte sono stampe al palladio, la più raffinata tra le tecniche di stampa in bianco e nero. Questa tecnica permette infatti di realizzare immagini dai toni ricchi in cui l'ampiezza delle sfumature è massima, consentendo così all'artista di dispiegare il gioco di luci e ombre in tutta la sua forza. La mostra Seduction è accompagnata da un'omonima monografia pubblicata da Damiani. Il libro sarà proposto anche in un'edizione limitata che include una stampa a pigmenti realizzata in 15 copie firmate e numerate dall'artista e intitolata Seduction #1045, 2016.

Kenro Izu (Osaka - Giappone, 1949) durante la sua formazione alla Art at Nippon University di Tokyo visita New York; vi si trasferisce nel 1974. A partire dal 1979 inizia a fotografare i luoghi sacri delle grandi civiltà antiche: le piramidi d'Egitto, quelle dei Maya e il sito neolitico di Stonehenge, in Inghilterra. Questa serie, intitolata Sacred Places, lo impegnerà per tutta la sua carriera artistica. Scattata in formato 14x20, Sacred Places prende vita sotto forma di stampe al palladio. Dal 2013 al 2016 si dedica a Eternal Light, un progetto sulle persone ai margini della società indiana scattato in medio formato. Il progetto più recente, iniziato nel 2015 e intitolato Requiem, ruota intono alla vicenda della città di Pompei, distrutta dall'eruzione del Vesuvio quasi 2000 anni fa. Requiem costituisce il primo approccio di Kenro Izu alla fotografia digitale. Izu ha pubblicato 14 volumi e ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali il National Endowment for Arts, il New York Foundation for Arts e la Guggenheim Fellowship. (Comunicato stampa)




Aldo Mondino - Libra - tecnica mista su tela cm.18013022 senza data Aldo Mondino - Sportivo - tecnica mista e collage su masonite cm.150x100 1963 Mondino a colori. La pittura dagli esordi al linoleum
termina il 22 settembre 2019
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia
camec.museilaspezia.it

Retrospettiva che ripercorre l'intera produzione pittorica di Aldo Mondino, promossa dal Comune della Spezia e prodotta dal CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea, su progetto scientifico dell'Archivio Aldo Mondino. L'esposizione si propone quale ideale contrappunto della mostra "Aldo Mondino scultore" (Pietrasanta, 2010) indagando - proprio nella città che ha ospitato Il Premio del Golfo, uno dei più importanti premi di pittura del Novecento - questo medium, per così dire, 'naturale' e precipuo della Spezia. Aldo Mondino ha sempre pensato e vissuto da pittore. La sua 'miopia' nei confronti del dato reale è diventata, negli anni, uno strumento per conoscere il mondo a proprio modo, senza eternarsi in uno stile ripetitivo. Con lui, già all'inizio degli anni Sessanta, si sono superate le barriere tra pittura e concettuale, tanto che nessuno è mai riuscito a chiudere il suo lavoro in una precisa definizione.

Nel periodo della formazione, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, in piena crisi dell'Informale, il giovane Mondino aderisce ad un Surrealismo gestuale, frenetico e popolato di segni e immagini che richiamano le opere di Matta, Lam e Tancredi. Studia incisione a Parigi da Stanley William Hayter, nel cui atelier lavoravano anche Picasso, Chagall, Giacometti, Pollock e molti altri grandi artisti dell'epoca. Approfondisce in seguito il mosaico con Severini perché la tecnica per lui è una regola da conoscere e poi reinventare con soluzioni originali. L'idea della grafica che si fa pittura e viceversa lo conduce negli anni ad un percorso unico nel suo genere. Non vuole annullare la pittura, la vuole riscattare, anche se ne comprende la crisi post Informale.

Nel milieu artistico del tempo, cerca di comprendere le molteplici direzioni che si aprono ai cambiamenti sociali, economici e culturali di quegli anni veloci e affollati di uomini e idee. Al CAMeC sono presentati una quarantina di lavori su tela, carta e linoleum realizzati dal 1961 al 2000, tutti provenienti dall'Archivio Aldo Mondino e da un selezionato gruppo di prestatori. Dai dipinti degli esordi, passando per i "Quadri a quadretti" e le finte incisioni, si giunge ai linoleum, che hanno reso l'artista popolare anche presso il grande pubblico. La comparsa di questo supporto, negli anni Ottanta, deriva da una vera e propria ossessione per l'universo della grafica, legata all'idea del colore e del segno pittorico.

Oltre al gioco di parole insito nell'etimologia stessa del termine linoleum (olio di lino / olio su lino), Mondino era affascinato anche dalla grande varietà dei colori e delle texture appartenenti ad un materiale semplice e industriale, come lo era del resto anche l'Eraclit, il legno 'povero' dei cantieri, su cui dipinse i suoi altrettanto celebri "Tappeti". Il percorso espositivo comprende anche un'opera delle collezioni del CAMeC: Longships, 1980 circa, tecnica mista su tela, cm.25x35, collezione Cozzani. In occasione della mostra sarà disponibile presso il bookshop il primo volume del Catalogo Generale dedicato al lavoro di Aldo Mondino (Allemandi, 2017) con testi di autorevoli studiosi e critici dell'opera dell'autore e con la riproduzione fotografica di oltre 1600 opere archiviate.

Aldo Mondino (Torino, 1938-2005) nel 1959 si trasferisce a Parigi, dove frequenta l'atelier di William Heyter, l'Ecole du Louvre e il corso di mosaico dell'Accademia di Belle Arti con Severini e Licata. Nel 1960, rientrato in Italia, inizia la sua attività espositiva alla Galleria L'Immagine di Torino (1961) e alla Galleria Alfa di Venezia (1962). L'incontro con Gian Enzo Sperone, direttore della Galleria Il Punto, risulta fondamentale per la sua carriera artistica. Tra le principali mostre si ricordano le due partecipazioni alle Biennali di Venezia del 1976 e del 1993, le personali al Museum fur Moderne Kunst - Palais Lichtenstein di Vienna (1991), al Museo Ebraico di Bologna (1995). Le sue opere appartengono alle collezioni permanenti dei più importanti musei nazionali ed internazionali e a numerose collezioni private. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine di presentazione della mostra
1969 - Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale 1969. Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale
termina il 24 maggio 2019
Museo Civico "P.A. Garda" - Ivrea

Secondo appuntamento espositivo ad Ivrea, nell'ambito di un progetto di valorizzazione delle collezioni di fotografia della Società Olivetti che trova una proficua stagione di collaborazione tra il Museo Civico Pier Alessandro Garda e l'Associazione Archivio Storico Olivetti, con il contributo scientifico e curatoriale di Camera - Centro Italiano per la Fotografia di Torino: a partire dai documenti storici che l'Archivio conserva e valorizza, nell'ambito di un protocollo d'intesa con Camera - Centro Italiano per la Fotografia, si apre al museo eporediese una mostra internazionale che presenta una selezione di fotografie dell'omonima mostra che la Società Olivetti organizzò nel novembre del 1969 a Parigi, che proseguì a Barcellona, Madrid, Edimburgo e Londra, per concludersi infine a Tokyo nell'ottobre 1971.

A cinquant'anni anni dalla prima esposizione, la mostra odierna ricostruisce e restituisce non soltanto i contenuti di quella storica mostra, curata dall'architetto Gae Aulenti per la Società Olivetti, ma anche la storia dei personaggi che gravitavano dentro e intorno alla Direzione delle Attività Culturali Olivetti e a quella cerchia: da Giorgio Soavi a Lord Snowdon, da Ettore Sottsass a Mario Bellini, da Renzo Zorzi a Italo Calvino. La mostra si sviluppa attraverso le immagini originali dell'Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea con l'obiettivo, oltre che di rievocare la stagione effervescente e dinamica di quegli anni, anche di proporre un pensiero che, con incredibile e ancora attualissima modernità, coniugava arte, industria, design, produzione e creazione di valore, a partire dal mondo del lavoro. L'esposizione costituisce, quindi, anche un'occasione unica per il pubblico di conoscere un grande modello di impresa responsabile, la cui "immagine" è portavoce della cultura creativa più avanzata del tempo e oggi riconosciuta come patrimonio dell'Unesco. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Tribute to Mono-Ha Tribute to Mono-Ha
13 March - 26 July 2019
Cardi Gallery - London
www.cardigallery.com

Cardi Gallery London is proud to present an anthology exhibition dedicated to the pioneering Japanese movement Mono-ha, introducing the London public to seminal works by artists Koji Enokura, Noriyuki Haraguchi, Susumu Koshimizu, Lee Ufan, Katsuhiko Narita, Nobuo Sekine, Kishio Suga, Jiro Takamatsu, Noboru Takayama and Katsuro Yoshida. Eighteen works produced between 1968 and 1986, often of monumental size and shown for the first time in the United Kingdom, will inhabit the Georgian townhouse. The exhibition is curated by Davide Di Maggio and completed by a rich display of rarely seen archival photographs and videos, illustrating the history of the movement.

Mono­ha ("The School of Things") emerged in 1968 Tokyo as one of a number of networks engaged in radical counter-art practices of non-making that characterized the post-war Japanese artistic discourse, such as the Gutai group in the '50s, the Neo-Dada Organisers and Hi-Red Center in the early '60s. The young artists of Mono-ha never formalized into a group devoted to a fixed doctrine or manifesto: they were a polyphony of artistic voices maintaining their own distinctly personal ways of working, while sharing similar concerns. Although some of them were directly engaged in critical conversations, writing or even working together (Yoshida and Koshimizu were instrumental to the design and execution of the seminal piece of Mono-ha: Sekine's Phase - Mother Earth, a 2.6-metre-high and 2.2-metre-wide cylinder of dirt next to an identically shaped hole in the ground shown at 1968's Contemporary Sculpture Exhibition in Kobe), or often showed alongside one another at Tokyo galleries between the end of the '60s and the early '70s, these artists never organized Mono-ha exhibitions; their works were often displayed alongside those of non-Mono-ha artists in museum shows.

Until World War II Japanese Modernism had presented a local version of all major Western art movements; the introduction of new trends and styles permeating from the West having been injected with native sensibility since the Meji period (1868-1912). The aftermath of the conflict saw the development of a new web of international relations and alongside it, a larger influx of Western art especially from France and the United States. The reconstruction process was rapid: from a defeated country rising from the ashes of its nuclear trauma, Japan quickly transformed into an industrial, strongly urbanized nation. The individual's awareness of the self completely dismantled, this new expanding Japan required a reconstruction able to entirely redesign and reaffirm ideologies, philosophies and principles that the individual stands for, in a novel way aligned with the changing times.

The second half of the '60s, was a site of animated discussions in the political and cultural arenas: from the student movements' yearning for radical reform, to the desire of redefining the country's identity and position on the world's map. Mono-ha artists - many still studying at Tokyo's Tama Art University at the time - embarked in a quest for the essential. Turning to Taoist philosophy, they embraced the notion that perception should be freed of names and concepts, to allow things to be seen as they are when removed from their ordinary context. In an effort to revitalize art, they saw a projection of selfhood in Modernist self-referential art and in those prepared artist's materials art had relied upon, which they rejected.

By starting at the level of thing (Mono) and matter, these artists found stimulation in the power of reality inherent in the very existence of things. Having stripped away the concepts related to specific things and materials, they revealed a new world of meaning through their explorations of the essential, creating a new formal vocabulary where the artwork is involuntarily, metaphysically transformed into one single signifier through a process of abstraction coinciding with the physical presence of things. Rejecting the traditional artist's materials, they turned to simple, widely available natural and industrial ones which were embedded in their contemporaneity (cloth, rocks, wood, paper, rope, metal, cotton, glass, etc.). They presented them almost plainly, essentially unadulterated by their interventions.

In Mono-ha, ordinary things are presented in extraordinary ways, materials traditionally seen as incompatible juxtaposed, limits of geometry defied. Never self-referential nor self­contained, they exist - as the Tokyo-based Korean philosopher and key Mono-ha artist Lee Ufan defined them - as encounters: relationships amongst materials (kai), relationships between things and other things in space, relationships between things and the body and more broadly, between man and matter (natural and man-made). Mono-ha juxtapositions of things and matters not only challenge perception but also corporeality: they are places of immediate encounter within the context of an ever-evolving social realm tainted by ruthless development and industrialization at the expense of nature, at once sites of both poetic and political concern.

Although Mono-ha created an original new vocabulary, its recognition as truly one of the driving forces of Japanese post-war art production begun only in the early '90s, first as an influence on Japanese artists and later in the West, where it was seen as a critically-engaged movement thanks to the contemporary relevance of its language and themes, so deeply linked to both nature and industry, as well as for its similarities with Arte Povera. Represented in major international collections (Tate Modern, MOMA New York, etc.) Mono-ha has been the subject of significant retrospective exhibitions across Europe and the USA since the mid '90s, amongst which: Asiana (Palazzo Vendramin Calergi, 1995); Mono-ha: School of things (Kettle's Yard, 2001); Silence and Time (Dallas Museum of Art, 2011); Requiem For the Sun: The Art Of Mono-Ha (Blum and Poe Los Angeles 2012), Prima Materia (Punta della Dogana at the 2013 Venice Biennale); Mono-Ha (Fondazione Mudima, 2015).

__ The Artists

Koji Enokura (Tokyo, Japan 1942 - 1995) earned a BFA from Tokyo National University of Fine Arts and Museum in 1966 and continued to teach at Tokyo University of the Arts until his death. His work has been widely exhibited in Japan since the mid '60s; he gained international recognition at the beginning of the '70s, with participation in biennales (Paris, 1971; Sydney, 1976; Venice, Japanese Pavilion, 1978), his practice being presented by major institutions worldwide since the 1980s. His practice is represented in the collections of the National Museums, Northern Ireland and Japan Foundation, New York, and included in significant museums and private collections across Japan. Interested in exploring the 'material as a medium' in its roughest possible form, early in his career Enokura used oil or grease to soak paper or walls so as to reveal the materiality of the surface covered. He also sought to verify himself and prove his existence through his relationship with the surrounding world, exploring the tension between body and matter.

Noriyuki Haraguchi (Yokusaka, Japan, 1946; lives and works in Zushi) studied art at Nihon University where he first concentrated on oil painting. Since the early '60s, he has taken part in a large number of solo and group exhibitions in Japan, the U.S. and Europe, becoming widely known for his participation in Documenta 6 (1977) with Matter and Mind, a spent-oil reflecting pool. His work is represented in international collections, including Tate Modern. Since his student days, Haraguchi has been combining a minimalist sculptural vocabulary with the aesthetics of militarism and heavy industry, favouring industrial substances such as concrete, steel I beams and car parts, waste oil, polyurethane and rubber. His practice raises questions about the environment, modernisation and war.

Susumu Koshimizu (Uwajima City, Japan, 1944; lives and works in Kyoto) studied sculpture at Tama Art University in Tokyo, which he left in 1971 due to student protests. He was a faculty of the Department of Sculpture at Kyoto City University of Arts from 1994 to 2010. Since the '60s, he has had numerous solo exhibitions in Japan and internationally; his work has also been included in landmark exhibitions, such as "Prima Materia" (Punta della Dogana, 2013-15), Tokyo 1955-1970: A New Avant-Garde (MOMA, New York, 2012), Century City: Art and Culture in the Modern Metropolis (Tate Modern, 2001), Sa~o Paulo Biennale (1983), Venice Biennale (Japanese Pavilion, 1980). Koshimizu has worked mainly with natural materials like wood, iron, soil, stone and paper, presenting them in unexpected circumstances and combining them with contrasting industrial materials, in an exploration of the very essence of sculpture.

Lee Ufan (Kyongsangnamdo,1936, South Korea; lives and works between Kamakura, Japan and Paris, France) studied Art in Seoul, in 1956 moving to Tokyo where he graduated with a degree in philosophy from Nihon University (1961). A painter, sculptor and accomplished academic, he was a Professor at Tama Art University in Tokyo between 1973 and 2007. Lee's works have been largely exhibited in Japan since 1968; he gained international recognition at the beginning of the '70s, with participation in biennales (Paris, 1971; Sa~o Paulo, 1973; Sydney, 1976; Documenta 6, 1977), his practice being presented by major institutions worldwide since the 1980s. Lee's works are held in the collections of Centre Pompidou, MOMA New York, Seoul Museum of Arts and Tate Gallery, among others.

Credited as the main theorist of Mono-ha, Lee advocated a methodology of de-westernization and de-modernization, informed by Eastern philosophical teachings on being and nothingness as well as profound feelings towards nature, as an antidote to the Eurocentric thought of 1960s post-war Japanese society. Best known for his sculptural pieces, encounters between steel plates, rubber sheets, combined with stones, glass, cotton (etc.) accentuating juxtapositions between objects, as well as the relationship between manmade materials and the natural world, Lee reveals the physical materiality of the artwork allowing materials to establish their own relations independently of his artistic intervention.

Katsuhiko Narita (Pusan City, Japan, 1944 - Kumamoto, 1992) earned a painting degree from Tama Art University in Tokyo in 1969. While his work has been widely exhibited in Japan since the mid '60s, it is less known in the West. Sumi is undoubtedly his most iconic piece; first exhibited at the Biennale de Paris in 1969, it consists of large pieces of charcoal, aiming to eliminate the act of 'making' as much as possible. The burning of the wood left the creative process in the hands of nature and emphasized its material presence. However, Narita's overall practice deals more with spatial perception than the materiality of things.

Nobuo Sekine (Saitama, Japan, 1942) trained in oil painting at Tama Art University in Tokyo. His sculpture, Phase Mother Earth (1968), is regarded as the manifesto piece of the Mono-ha movement. His work has been widely exhibited in Japan since 1967, soon gaining international recognition through biennials such as Paris (1969) and Venice (1970, Japan Pavilion). More recently, he took part in landmark exhibitions at Guggenheim Bilbao (2017), Jewish Museum (2014), Punta della Dogana (2013-15), Shanghai Sculpture Space (2011). His work is included in major collections across Japan and internationally (Louisiana Museum, Riijksmuseum). Sekine explores sculpture through a vast vocabulary of materials. Examining the relationship between art and architecture through a fusion of Western mathematics (topological shapes) and ancient Eastern aesthetics and philosophy, he jolts to the foundations of three-dimensionality in art: topological shapes becoming 'phases' extendable over contraction and expansion.

Kishio Suga (Morioka, Japan, 1944; currently lives in Ito) graduated in 1968 with a BFA from Tama Art University, Tokyo, where he was taught by the pioneering painter Saito. Exhibiting internationally since the early '70s, Suga was subject of major solo shows, amongst which in 2016 Pirelli HangarBicocca, Milan and Dia: Chelsea, NY and his work was included in the 57th Venice Biennale VIVA ARTE VIVA in 2017. His work is represented in major collections, including Tate Modern, Dallas Museum of Art, Guggenheim, Margulies Collection, Dia Art Foundation. Suga works in sculpture, photography, painting, and performance. He uses and places stone, wood, metal and string in a deeply transformative way, bringing forth the material's own desire to change and adapt to a transitory 'situation', studying how things 'exist' through relationships and arrangements in relation to time, duration as well as site.

Jiro Takamatsu (Tokyo, Japan, 1936 - 1998) was a key figure in shaping Mono-ha, having taught several of its young members at Tama Art University in Tokyo between 1968 and 1972. Also a co-founder of the performance group Hi-Red Center (1963), his work has been widely exhibited both in Japan and internationally since the late '50s, and is held in major collections (Guggenheim Museum, Tate Modern, MOMA New York, Dallas Museum of Modern Art). He exhibited in landmark shows such as Venice Biennale (1968, Japan Pavilion), Paris Biennial (1969), Sao Paulo Biennial (1973) and Documenta 6 (1977). A major retrospective was recently dedicated to his practice at the Henry Moore Institute (2016). Trained as a painter, Takamatsu worked across a variety of media (photography, sculpture, painting, drawing, and performance) investigating the philosophical and material origins of art and the nature of perception. His vocabulary encompassed abstract concepts (shadows, perspective), everyday objects (bottles, cloth, string, stones, furniture) and materials of the sculptural tradition (marble, wood and concrete).

Noboru Takayama (Tokyo, Japan, 1944 - lives and works in Tokyo) graduated in 1970 from Tokyo University of the Arts, where he is a Professor. His work is represented in private and public collections across Japan, where he has been exhibiting widely since the '60s. Major international group exhibitions include Gwanju Biennale (2000, 1997); P.S.1 Contemporary Art Center (1990-91) and Paris Biennale (1973). Since 1968, Takayama's practice has been mostly revolving around the use of a specific material, railroad ties, which he sees as sacrificial "human pillars", requiems for bodies destroyed by the changing personal and professional culture brought about by Japan's modernization. His work constructs a space closely connecting object and memory, addressing the body and the tension between opposing forces. In the 1970s, he began coating his installations in tar to add an olfactory element, augmenting the works' presence beyond sight alone.

Katsuro Yoshida (Fukaya, Japan, 1943 - 1999) graduated in 1968 from Tokyo's Tama University of Art, Department of Painting, where he taught for a few years in the '90s. While his work has been widely exhibited in Japan since 1968, international recognition initially came not for his sculptures but rather for his silkscreen prints and photo-etchings, which were included in Prints Biennials (Krakow, 1972; Fredrikstadt, 1978; Bradford, 1979). From the mid '90s, with the growing international interest in the Mono-ha movement, of which he had been a central figure between 1968 through the '70s, his sculptural works have been included in major retrospectives outside of Japan (Fondazione Mudima, 2015; Kettle's Yard, 2001; Palazzo Vendramin Calergi, Venice, 1995; SF MOMA and Guggenheim Museum, 1994). Especially through his "Cut Off" series, Yoshida created sculptural works characterised by a strong materiality, using wood, iron sheets, stones, ropes and paper. From 1969, he began to make silkscreen prints (and later photo-etchings) using snapshots of landscapes and people. (Press release Lara Facco P&C)




Immagine nella presentazione della mostra La Magna Charta La Magna Charta | Guala Bicchieri e il suo lascito. L'Europa a Vercelli nel Duecento
termina lo 09 giugno 2019
Arca (ex chiesa di San Marco) - Vercelli

La Città di Vercelli, a 800 anni dalla fondazione dell'Abbazia di Sant'Andrea, espone per la prima volta in Italia il manoscritto della Magna Charta Libertatum, nella sua redazione del 1217, che proviene dal Capitolo della Cattedrale di Hereford nel Regno Unito. La mostra è un omaggio al Cardinale Guala Bicchieri che, con la posa della prima pietra alla data convenzionale del 19 febbraio 1219, diede avvio alla costruzione dell'abbazia, dando vita nel corso dei sette anni successivi a uno dei primi esempi di costruzione gotica in Italia. Ma la storia ci consegna l'importanza e il peso politico internazionale del Cardinale Guala Bicchieri, insieme alle sue grandi doti diplomatiche, soprattutto perché la sua figura è legata alla vicenda della Magna Charta Libertatum, documento scritto in latino che il re d'Inghilterra Giovanni Senzaterra fu costretto a concedere ai baroni del Regno, suoi diretti feudatari, presso Runnymede, il 15 giugno 1215.

Per la prima volta nella storia un documento di natura giuridica elenca i diritti fondamentali del popolo (o di una parte del popolo) e riconosce che nessuno, sovrano compreso, è al di sopra della legge e che chiunque ha diritto ad un processo equo. Per queste ragioni la Magna Charta viene ancora oggi ritenuta da molti studiosi il primo documento fondamentale per il riconoscimento universale dei diritti del popolo, nonostante fosse inscritta nel quadro di una giurisprudenza di tipo feudale, nonché il documento che ha decretato la nascita del moderno stato di diritto o per certi versi della forma moderna della democrazia. Guala Bicchieri, legato pontificio presso la corte inglese e tutore del giovane re inglese Enrico III fece da "supervisore" al documento ponendo il proprio sigillo sia nella versione revisionata del 1216, sia nella riconferma della carta qui esposta, redatta nel 1217. Le doti diplomatiche del Cardinale fecero sì che questa seconda versione della Carta avesse miglior sorte della precedente.

Ma l'importanza delle missioni affidategli dal Pontefice e il ruolo che giocò sullo scacchiere internazionale, non fecero dimenticare al prelato l'amore per la sua città e due anni dopo finanziò con le sue rendite la realizzazione dell'Abbazia di Sant'Andrea di Vercelli. L'allestimento scenografico nello spazio dell'Arca metterà in luce le caratteristiche e l'importanza della Magna Charta e del Cardinale Guala Bicchieri, permetterà di far conoscere la sua storia e il legame con la città di Vercelli, in un viaggio temporale attraverso il medioevo e i secoli successivi per scoprire non solo la storia del documento e dei personaggi ad esso collegati, ma soprattutto focalizzare l'attenzione sulla figura di Guala. L'Abbazia di Sant'Andrea e la Magna Charta, unite a Vercelli, illustrano, come un prezioso dittico, la visione politica e le grandi doti diplomatiche del Cardinale che giocò un ruolo fondamentale nello scenario internazionale della sua epoca, lasciando un'importante eredità.

Accanto a questo straordinario documento, che rappresenta uno dei momenti più importanti della nostra storia, la mostra accoglie opere di eccezionale valore storico-artistico, che raccontano la sensibilità e il gusto del vercellese Guala Bicchieri: il prezioso cofano e gli smalti di Limoges da Palazzo Madama - Museo Civico d'Arte Antica di Torino, insieme al raffinato coltello eucaristico proveniente dalle Civiche Raccolte di Arte Applicata - Castello Sforzesco di Milano. Completano il percorso espositivo, ideato da Daniele De Luca, due ritratti del XVII e del XIX secolo, del Cardinale Guala Bicchieri, concessi in prestito dall'ASL-Ospedale di Sant'Andrea di Vercelli e un nucleo di documenti inediti: codici, carte e pergamene della Biblioteca diocesana Agnesiana di Vercelli, oltre a una pergamena e a uno dei due codici detti "dei Biscioni" della Biblioteca Civica di Vercelli. Le mostre sono curate da: Cinzia Lacchia per il Museo Francesco Borgogna, Luca Brusotto per il Museo Leone, da Timoty Leonardi per il Museo del Tesoro del Duomo e da Elena Rizzato per l'Archivio Storico. Il catalogo, a cura di Saverio Lomartire, riunisce in un'unica pubblicazione tutte le opere presenti nelle diverse esposizioni. (Comunicato stampa)

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Italiae Medievalis Historiae
ed. Tabula Fati
Recensione di Ninni Radicini




Immagine di Alberto Burri dalla presentazione della mostra Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993 Obiettivi su Burri
Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993


termina il 12 settembre 2019
Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri - Città di Castello (Perugia)
www.fondazioneburri.org

A Città di Castello, ogni anno, a partire dal 2015, ricorrenza che ha segnato le celebrazioni del Centenario della nascita di Alberto Burri, stabilendo un apice della popolarità internazionale del Maestro tifernate, ha preso avvio l'iniziativa del "12 marzo", suo giorno natale, presso gli ambienti del Museo a lui dedicato. Anche quest'anno la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri ha ideato e realizzato a cura di Bruno Corà un evento che non solo ricorda Burri, ma che, per la prima volta, compie una ricognizione esauriente sui maggiori e più assidui professionisti della fotografia che lo hanno ritratto in differenti momenti e circostanze della sua vita.

I ritratti, a partire dagli anni Cinquanta, in cui Burri iniziava a consolidare il suo percorso artistico, scrutano e fissano in stampe di grande intensità e valore storico, espressioni, azioni, luoghi, frequentazioni, abitudini e momenti solitari del grande artista per il quale la pittura rappresentò una scelta di vita e un impegno radicale e senza compromessi con l'autenticità della propria vocazione poetica. In occasione di questa mostra verranno aperti al pubblico altri 2.300 metri quadrati di nuovi ambienti museali opportunamente messi a norma presso gli Ex Seccatoi, nei quali avranno luogo, oltre all'evento in programma, future iniziative rivolte ad approfondire lo studio e la conoscenza dell'opera di Burri e l'influenza da lui esercitata sull'arte contemporanea.

Tra i numerosi fotografi professionisti individuati, sono presenti in mostra opere fotografiche di Aurelio Amendola, Gabriele Basilico, Giorgio Colombo, Vittor Ugo Contino, Plinio De Martiis, Gianfranco Gorgoni, Giuseppe Loy, Ugo Mulas, Josephine Powell, Sanford H. Roth, Michael A. Vaccaro, André Villers, Sandro Visca, Arturo Zavattini e altri. Nell'occasione sarà edito un catalogo a cura della Fondazione che, oltre a raccogliere le immagini più significative dei fotografi prescelti, ospiterà i saggi e i contributi critici di Bruno Corà, Aldo Iori, Rita Olivieri e Chiara Sarteanesi, nonché agli apparati bibliografici e le schede biografiche dei fotografi, redatti da Greta Boninsegni. Sono previste visite guidate e un ciclo di conferenze sull'opera di alcuni tra i fotografi che hanno operato assiduamente con il Maestro. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Immagine dalla mostra Ando Gilardi Reporter Italia 1950-1962 Ando Gilardi Reporter. Italia 1950-1962
termina il 16 giugno 2019
Wunderkammer GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.gamtorino.it

Mostra dedicata ad Ando Gilardi (Arquata Scrivia - Alessandria, 1921-2012), fotografo e fotoreporter nell'Italia del dopoguerra, attraverso una selezione di scatti eseguiti tra il 1950 e il 1962. Il progetto espositivo, realizzato in collaborazione con la Fototeca Gilardi, rappresenta una novità rispetto alle mostre fotografiche dei circuiti principali ed è anche l'occasione per valorizzare il recupero e la digitalizzazione dell'importante collezione di negativi del fondo Ando Gilardi Reporter, portato a termine nel 2017 da ABF - Atelier per i Beni Fotografici di Torino. Ando (Aldo) Gilardi, Ando da partigiano, è stato fotografo, giornalista, storico e critico della fotografia, noto per la sua riflessione sulla valenza e sul potere dello scatto quale documento, tesi sulla quale consacrò studi e ricerche, condivise attraverso numerose pubblicazioni e riviste da lui fondate o dirette.

L'interesse di Ando Gilardi per la fotografia nasce nell'immediato dopoguerra quando, rientrato a Genova dopo aver passato con i partigiani il periodo del conflitto, fu reclutato nel laboratorio di riproduzione fotografica dalla Commissione Interalleata per la Documentazione dei Crimini di Guerra a supporto del processo di Norimberga. Militante del Partito Comunista fu giornalista de L'Unità, Vie Nuove e anche del settimanale sindacale Lavoro. Proprio per Lavoro Gilardi iniziò a realizzare i servizi fotografici a supporto visivo per i suoi articoli di inviato in Italia, fra il 1950 e il 1962. La mostra - a cura di Daniela Giordi - è composta da una selezione di 55 immagini, in prevalenza istantanee prese nei luoghi di occupazione e nelle abitazioni, a documento delle condizioni di lavoro e di vita degli operai, dei braccianti agricoli e delle rispettive famiglie. In misura minore gli scatti riguardano situazioni di manifestazioni o dimostrazioni sindacali come scioperi, occupazioni di fabbriche o terre, oltre a momenti ludici e di svago, a testimonianza della ripresa del paese.

A corredo dell'esposizione sono presenti una serie di documenti e rotocalchi originali che accompagnano il visitatore in un viaggio alla scoperta della ricchezza dell'archivio del fotografo. L'allestimento si delinea in un itinerario articolato fra alcune inchieste legate a momenti di cronaca e a eventi che fecero notizia in quegli anni, intervallato da alcuni scatti iconici dell'autore. I temi ricorrenti sono il lavoro, l'emancipazione femminile, l'identità degli italiani, gli scioperi, le attività sindacali. L'esposizione rivela come il linguaggio fotografico di taglio post neorealista e giornalistico di Ando Gilardi fosse supportato da una cultura visiva d'oltralpe e d'oltre oceano, con un occhio di riguardo alle immagini della Grande Depressione americana. Ma con questa mostra si è voluto anche dare spazio al suo sguardo da autore, al suo approccio ontologico e umano verso il soggetto fotografato, alla sua visione politica dell'esistenza e al profondo rispetto per l'altro. Perché l'immagine non veniva rubata da Gilardi, ma con i suoi scatti il soggetto diventava testimone, interlocutore e attore dell'attimo impresso sulla fotografia. La mostra apre le attività di "Archiviare il Presente", contenitore culturale per un progetto condiviso fra enti, associazioni culturali, centri polivalenti, gallerie, che avrà luogo nella primavera 2019 e rientra nella Kermesse "Fo-To Fotografi a Torino". (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra dedicata a Jean Auguste Dominique Ingres Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone
termina il 23 giugno 2019
Palazzo Reale - Milano

L'esposizione comprende oltre 150 opere, di cui più di 60 dipinti e disegni del grande maestro francese, riunite grazie a prestiti internazionali da alcune delle più grandi collezioni di tutto il mondo. La mostra è curata da Florence Viguier-Dutheil, Conservatore Capo del Patrimonio e Direttrice del Musée Ingres di Montauban. Il suo percorso è singolare e sorprendente. Considerato come un inclassificabile, percepito come l'erede di Raffaello e allo stesso tempo come il precursore di Picasso, tra il maestro della bella forma e quello della non-forma. Realista e manierista al contempo, egli affascina tanto per le sue esagerazioni espressive quanto per il suo gusto del vero. Il 12 giugno del 1805, dopo essersi fatto incoronare a Milano, Napoleone I dichiarava di voler «francesizzare l'Italia». L'espressione è certamente brutale, ma testimonia, in quel contesto storico, il desiderio di accelerare le trasformazioni della vita pubblica e culturale da parte del Generale divenuto Imperatore e poi Re d'Italia.

Coniugando eredità della Rivoluzione e dispotismo autoritario, in effetti la sua politica ha avuto un impatto immediato e duraturo anche al di qua delle Alpi. Proprio in ragione della sua ampiezza e della funzione attribuita alle arti, si è sviluppato uno straordinario incontro tra le diverse tendenze che compongono la modernità europea nella stagione del neoclassicismo, di cui Jacques Louis David (1748-1825), Antonio Canova (1757-1822) e Jean Auguste Dominique Ingres (1780-1867) sono stati i punti di riferimento. La definizione "neoclassicismo" emerge in epoca romantica ed assume un senso peggiorativo, per stigmatizzare uno stile algido e "marmoreo", un banale "ritorno all'antico". Ci vorrà più di un secolo perché il neoclassicismo ritrovi un senso positivo e una fisionomia originale, nel quadro di una rivalutazione che continua ancora oggi.

La mostra intende presentare al pubblico italiano l'artista che più di ogni altro si è ispirato a Raffaello e nello stesso tempo vuole restituire alla vita artistica degli anni a cavallo del 1800 la sua carica di novità e, per così dire, la sua "giovinezza conquistatrice". Con una particolare attenzione a Milano, che in quella riorganizzazione politica e artistica ebbe un ruolo fondamentale. In una stagione di grande prosperità, la città fu fortemente rimodellata nei suoi monumenti, nei suoi spazi verdi e nelle infrastrutture urbane, a partire dalla nuova Pinacoteca di Brera. Anche gli artisti italiani furono coinvolti nell'ondata di lavori e di cantieri che ne seguì.

Appiani nella pittura e Canova nella scultura si avvalsero ampiamente di questa "politica delle arti", ascrivibile all'arte del governare di Napoleone Bonaparte. Ma non fu da meno l'iniziativa privata di nuovi protagonisti, estranei al mecenatismo aristocratico: primo fra tutti Giovanni Battista Sommariva, definito da Francis Haskell "il mecenate indubbiamente più importante dopo l'imperatore e la sua famiglia". Ingres è parte integrante di queste storie incrociate, senza le quali l'Europa di oggi sarebbe incomprensibile. Con la mostra, il pittore delle odalische, nella sua modernità, svela anche la sua italianità, un'impronta che fa di lui una figura fondamentale della vita artistica prima, durante e dopo l'Impero.

Ingres (1780), originario di Montauban, nel Sud-Est della Francia, dimostra presto un talento straordinario per il disegno. Dal 1797 è a Parigi nella cerchia di David. Nel 1800 concorre per il prix de Rome e nel 1806, dopo aver completato il grande Napoleone in costume sacro, è finalmente a Roma, dove può approfondire gli studi e la passione per Raffaello. Inviato in Italia sotto l'Impero e poi coinvolto nei cantieri imperiali di Roma, Ingres decide di restare «italiano» fino al 1824, per tornare più avanti a dirigere Villa Medici. (...) Della vita artistica in questo periodo, oggi abbiamo una visione globale. Dato che si proclamava come continuazione degli antichi, la "paradossale modernità del neoclassicismo" (Marc Fumaroli) richiede insomma di essere apprezzata nelle sue tensioni, nelle sue contraddizioni, nella sua dualità solare e tenebrosa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Opera di Franco Grignani Franco Grignani (1908-1999)
Polisensorialità fra arte, grafica e fotografia


termina il 15 settembre 2019
m.a.x museo - Chiasso (Svizzera)

Mostra antologica in cui si presenta la complessità del lavoro di Franco Grignani e della sua ricerca declinata attorno al tema della polisensorialità. Tre i settori esplorati: fotografia, grafica e arte. Attraverso una ricca scelta di opere e materiale di archivio, in parte inediti, si ripercorrono le tappe fondamentali della ricerca artistica di Grignani, dall'iniziale sperimentazione fotografica alla grafica pubblicitaria, dall'analisi matematico percettiva alla Optical Art. Chi non ha mai visto il marchio "Pura Lana Vergine"? Disegnato nel 1963, è l'opera di un progettista - precursore e innovatore - che con arguzia ne ha modellato le linee bianche e nere per costruire una forma unica, un'icona che associamo istintivamente a qualcosa di morbido.

L'esposizione è curata da Mario Piazza e Nicoletta Ossanna Cavadini, con il contributo in catalogo di Giovanni Anceschi, Roberta Valtorta, Bruno Monguzzi e le testimonianze di numerosi grafici svizzeri che hanno conosciuto o collaborato con Franco Grignani. La mostra è il frutto della ricerca effettuata sull'Archivio di Famiglia, su Fondi specifici del Mufuoco - Museo di Fotografia Contemporanea e Aiap Associazione italiana design della comunicazione visiva e del suo CDPG (Centro di Documentazione sul Progetto Grafico), e su importanti collezioni d'arte private italiane e svizzere. Con il partenariato del Museo della seta di Como sono stati realizzati due foulard su disegno di Franco Grignani: le due opere referenti sono esposte, rispettivamente, al m.a.x. museo di Chiasso e al Museo della seta di Como. La sezione fotografica della mostra sarà esposta nel febbraio del 2020 al Museo di Fotografia Contemporanea. (Comunicato stampa)




Ferdinando Scianna: Viaggio Racconto Memoria
termina il 28 luglio 2019
Galleria d'arte Moderna - Palermo
www.gampalermo.it

Grande mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra, e organizzata da Civita. Con circa 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l'intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Ferdinando Scianna è considerato uno tra maestri della fotografia non solo italiana. Ha iniziato ad appassionarsi a questo linguaggio negli anni Sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d'origine, la Sicilia.

Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche - l'attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare - tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In oltre 50 anni di racconti non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose - esordio della sua carriera - all'esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi i reportage (fa parte dell'agenzia foto giornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi grandi amici, maestri del mondo dell'arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni.

Per approfondire i contenuti dell'esposizione, incoraggiando la riflessione sulla portata iconica della fotografia di Ferdinando Scianna, Civita Sicilia ha ideato un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, che prevede i classici tour guidati, ma anche visite-esplorazione e laboratori didattici su prenotazione. In una audioguida (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. In mostra è inoltre proposto un documentario dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna. La mostra è corredata da un grande catalogo pubblicato da Marsilio Editori.

La sera del 20 febbraio, presso il Real Teatro di Santa Cecilia, Ferdinando Scianna incontra il pubblico di Palermo: un vero e proprio abbraccio con la città, aperto a tutti, in cui il Maestro insieme al co-curatore Denis Curti presenterà l'esposizione e risponderà alle domande dei presenti. Al termine dell'incontro, ai partecipanti sarà riservata una visita all'esposizione nella vicina Galleria d'Arte Moderna (ingresso consentito fino alle 21.30 ai possessori dell'apposito coupon che verrà rilasciato al pubblico presente all'incontro). Ferdinando Scianna firmerà il catalogo e le sue pubblicazioni presso il bookshop del museo, fino alle ore 21.30. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna artistica Collezioni del Contemporaneo - Pittura Spazio Scultura - Opere di artisti italiani tra gli anni Sessanta e Ottanta Collezioni del Contemporaneo
Pittura Spazio Scultura
Opere di artisti italiani tra gli anni Sessanta e Ottanta


dal 15 febbraio 2019
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

Nuovo allestimento delle collezioni del contemporaneo. Si tratta della prima edizione di un programma di diversi ordinamenti che si succederanno su base biennale. Le diverse esposizioni permetteranno di far conoscere al pubblico la ricchezza delle collezioni del museo e di dare voce a molteplici letture e interpretazioni critiche. Questo primo ordinamento, a cura di Elena Volpato, si concentra su due decenni, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, in rapporto di continuità cronologica con quanto è esposto nelle collezioni del '900. Lo fa scegliendo di raccontare aspetti rilevanti delle ricerche artistiche di quegli anni, perlopiù scarsamente riconosciuti dalla più diffusa interpretazione storica. Lo fecero senza recidere i legami con la storia, ponendo mente alle origini stesse del gesto pittorico e scultoreo, aprendo le loro opere, come mai prima di allora, ad accogliere e nutrire al loro interno il respiro dello spazio e, con esso, quello del tempo.

Gli artisti rappresentati non fanno parte di un unico gruppo. Alcuni dei loro nomi sono legati alle vicende dell'Arte Povera. Il percorso di altri si è intrecciato con quello della Pittura analitica. Altri ancora, dopo una stagione concettuale, hanno trovato nuove ragioni per tornare a riflettere su linguaggi tradizionali e su antichi codici espressivi. Tuttavia, se le loro opere sembrano dialogare qui con naturalezza, non è per mera cronologia, ma perché nel lavoro di ciascuno di loro c'è molto più di quanto le parole della critica militante avesse motivo di raccontare. In tutti loro, come spesso accade, c'è più personalità e indipendenza di quanto le ragioni di un raggruppamento o le linee di tendenza del mondo dell'arte possano dire.

A distanza di decenni, ora che quelle storie d'insieme sono note e codificate, ora che semprepiù mostre internazionali vengono tributate ad alcune di esse, possiamo concederci di guardare agli aspetti più personali del loro lavoro. Ed è proprio in quella cifra individuale che sembra risuonare con più chiarezza un insoluto legame con la storia dell'arte, con i suoi antichi linguaggi, per ciascuno in modo diverso, ma con simile forza. Se si dovesse provare a spiegare in una frase cosa avvicina tra loro queste opere e i loro autori, là dove sembrano esprimere la loro voce più personale, si direbbe che hanno in comune un autentico desiderio dell'arte, un senso di appartenenza, la consapevolezza di tutto ciò che quella parola aveva significato sin lì e tutto ciò che ancora poteva rappresentare in virtù di quel passato.

Le opere in mostra provengono interamente dalle collezioni del museo. Il nucleo espositivo più rilevante è frutto delle numerose acquisizioni realizzate durante la direzione di Pier Giovanni Castagnoli, tra il 1998 e il 2008. Molte di queste opere sono state acquisite grazie al contributo della Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT, a cui si deve anche la recente acquisizione dei libri d'artista e delle due opere di Marco Bagnoli, Vedetta notturna, 1986 e Iris, 1987, avvenuta durante l'attuale direzione di Riccardo Passoni. Animale terribile di Mario Merz, del 1981, e Gli Attaccapanni (di Napoli) di Luciano Fabro, prime tra le opere acquisite dalla Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT dalla sua costituzione, fanno parte di un ristretto gruppo di lavori provenienti dalla Collezione Margherita Stein, acquistato per essere affidato alla comune cura della GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea e del Castello di Rivoli. (Comunicato stampa)




Opera di Dan Flavin Dan Flavin
termina il 28 giugno 2019
Galleria Cardi - Milano
www.cardigallery.com

Mostra personale del leggendario artista minimalista americano Dan Flavin (1933-1996). La mostra è organizzata in collaborazione con l'Estate di Dan Flavin ed è accompagnata da un catalogo illustrato che include un saggio dello stimato critico d'arte italiano Germano Celant. L'artista americano è riconosciuto a livello internazionale per le sue installazioni e opere scultoree realizzate esclusivamente con lampade fluorescenti disponibili in commercio. La mostra presenterà quattordici opere luminose dalla fine degli anni '60 agli anni '90 che mostrano l'evoluzione di oltre quattro decenni delle ricerche dell'artista sulle nozioni di colore, luce e spazio scultoreo. Nell'estate del 1961, mentre lavorava come guardia presso l'American Museum of Natural History di New York, Flavin iniziò a realizzare schizzi per sculture che incorporavano luci elettriche. Più tardi quell'anno, tradusse i suoi schizzi in assemblaggi, che chiamò "icone", che accostavano le luci a costruzioni di Masonite dipinte di un colore solo.

Nel 1963, rimosse completamente il supporto rettangolare e iniziò a lavorare con le sue lampade fluorescenti. Nel 1968, Flavin espanse le sue sculture ad ambienti grandi come una camera e riempì un'intera galleria di luce ultravioletta a Documenta 4, Kassel (1968). Flavin negava sempre con enfasi che le sue installazioni scultoree di luce avessero alcun tipo di dimensione trascendente, simbolica o sublime, affermando: "E' quello che è e non è nient'altro". Sosteneva che le sue opere fossero semplicemente luce fluorescente che rispondeva a uno specifico ambiente architettonico. Usando la luce come mezzo, Flavin è stato in grado di ridefinire il modo in cui percepiamo lo spazio pittorico e scultoreo.

Daniel Flavin (1933) ha studiato arte attraverso il Programma di estensione dell'Università del Maryland in Corea. Al suo ritorno a New York nel 1956, ha brevemente frequentato la Scuola di Belle Arti Hans Hofmann e ha studiato storia dell'arte presso la New School for Social Research. Nel 1959, ha frequentato corsi di disegno e pittura presso la Columbia University; quell'anno, iniziò a creare assemblaggi e collage oltre che dipinti che indicavano il suo primo interesse per l'espressionismo astratto. Nel 1961, ha presentato la sua prima mostra personale di collage e acquerelli alla Judson Gallery di New York. Dopo questa mostra l'artista inizia a produrre quello che diventerà un corpo di lavoro singolarmente coerente e prodigioso che ha utilizzato esclusivamente lampade fluorescenti disponibili in commercio per creare installazioni di luce e colore con composizioni sistematiche. Le principali retrospettive del lavoro di Flavin sono state organizzate dalla National Gallery of Canada di Ottawa (1969), St. Louis Art Museum (1973), Kunsthalle Basel (1975) e Museum of Contemporary Art di Los Angeles (1989). Ha anche eseguito molte commissioni per lavori pubblici. Sia il Deutsche Guggenheim di Berlino nel 1999 che la Dia Foundation for the Arts nel 2004 hanno montato importanti retrospettive postume del lavoro dell'artista. (Comunicato stampa)




Giorgio Vasari- Cristo Portacroce Vasari per Bindo Altoviti. Il Cristo portacroce
termina il 30 giugno 2019
Galleria Corsini - Roma
www.barberinicorsini.org

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano per la prima volta, nella sede di Galleria Corsini a Roma, un capolavoro recentemente riscoperto di Giorgio Vasari: il Cristo Portacroce, realizzato per il banchiere e collezionista Bindo Altoviti nel 1553. Il dipinto costituisce uno dei vertici della produzione dell'artista aretino e uno degli ultimi dipinti realizzati a Roma prima della sua partenza per Firenze. Il ritrovamento si deve a Carlo Falciani, esperto studioso di pittura vasariana, che lo ha riconosciuto nel quadro registrato da Vasari nel proprio libro delle Ricordanze, indicandone la data e il nome del prestigioso destinatario.

Il dipinto testimonia un momento assai importante dell'attività romana di Vasari, allora al servizio di papa Giulio III e della sua cerchia. Riportata nel suo contesto, l'opera si rivela un caso esemplare per capire le pratiche di lavoro di Giorgio Vasari e i caratteri peculiari della sua fortunatissima 'maniera'. In occasione della mostra è previsto un ciclo di conferenze sull'opera esposta e la figura dell'artista. Sarà inoltre pubblicato un catalogo (editore Officina Libraria) a cura di Barbara Agosti e Carlo Falciani. La mostra e il catalogo sono stati realizzati grazie alla collaborazione e al supporto della Benappi Fine Art. Il dipinto è stato restaurato presso lo studio "Daniele Rossi" di Firenze.

"Ricordo come a dì XX di maggio 1553 Messer Bindo Altoviti ebbe un quadro di braccia uno e mezzo drentovi una figura dal mezzo in su grande, un Cristo che portava la Croce che valeva scudi quindici d'oro". Con queste parole, il celebre pittore aretino Giorgio Vasari segnala nelle sue Ricordanze la realizzazione di un Cristo portacroce per l'importante banchiere fiorentino Bindo Altoviti. Il dipinto, passato nel Seicento nelle collezioni Savoia, era da tempo considerato perduto, finché non è stato identificato con questa tavola recentemente comparsa ad un'asta ad Hartford (Usa). Un recupero straordinario che, grazie alla generosità dei proprietari, è oggi possibile esporre per la prima volta al pubblico.

Bindo Altoviti (1491-1556) è il prototipo dell'uomo di corte rinascimentale, dedito alle arti non meno che agli affari. Stimato da Michelangelo, che gli regalò uno dei cartoni della volta della Sistina, venne ritratto da Raffaello, Benvenuto Cellini, Francesco Salviati e Jacopino del Conte. Il suo celebre palazzo romano presso ponte Sant'Angelo, nella roccaforte del commercio bancario dell'Urbe, era «riccamente ornato di anticaglie e altre belle cose», tra cui le decorazioni ad affresco eseguite da Giorgio Vasari. Fiero sostenitore della fazione antimedicea, venne condannato in contumacia da Cosimo I e morì a Roma nel 1556.

Tra gli artisti legati a Bindo Altoviti, un posto d'onore spetta certamente a Giorgio Vasari. Le fonti ricordano infatti numerose opere a lui commissionate, a partire dalla celebre pala dell'Immacolata Concezione della chiesa di Ognissanti a Firenze (1540-1541) fino a questo straordinario Cristo portacroce del 1553. In quell'anno Vasari era a Roma ospite proprio del «cordialissimo messer Bindo», nella cui residenza romana affrescò anche la loggia con il Trionfo di Cerere, unica decorazione sopravvissuta alla distruzione del palazzo nel 1888 e dal 1929 ricollocata nel Museo di Palazzo Venezia. Si tratta delle ultime opere realizzate dal pittore a Roma, prima di tornare a Firenze per entrare al servizio dell'acerrimo nemico di Bindo Altoviti, Cosimo I de' Medici. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Ottocento. L'arte dell'Italia tra Hayez e Segantini
termina il 16 giugno 2019
Musei San Domenico - Forlì

"Una mostra - evidenzia il coordinatore, Gianfranco Brunelli - che vuole mettere un punto fermo sull'Ottocento italiano, dopo le centinaia di retrospettive che hanno indagato questo o quell'autore, questo o quell'aspetto, declinazione o sfaccettatura di quell'importante secolo". Più puntualmente, la scelta curatoriale (Fernando Mazzocca e Francesco Leone) ha voluto focalizzarsi sui sessant'anni fatidici che intecorrono tra l'Unità d'Italia e lo scoppio della Grande Guerra. "Si passa - dicono i curatori - dall'ultima fase del Romanticismo e del Purismo al Realismo, dall'Eclettismo storicista al Simbolismo, dal Neorinascimento al Divisionismo presentando i capolavori, molti dei quali ancora da riscoprire, dei protagonisti di quei tormentati decenni". "Attraverso un immersivo viaggio nel tempo e nello spazio, ci vengono incontro capolavori di pittura e di scultura che segnano aspetti culturali e sociali nuovissimi, di impatto popolare e dal significato universale. La varietà dei linguaggi con cui sono stati rappresentati consentono di ripercorrere le sperimentazioni stilistiche che hanno caratterizzato il corso dell'arte italiana nella seconda metà dell'Ottocento e alle soglie del nuovo secolo, in una coinvolgente dialettica tra la tradizione e la modernità".

La mostra presenta, nella loro più importante produzione, pittori come Hayez, Induno, Molmenti, Pagliano, Faruffini, Cremona, Barabino, Bertini, Malatesta, Mussini, Maccari, Muzioli, Gamba, Gastaldi, Fontanesi, Grosso, Morelli, Costa, Fattori, Ussi, Signorini, Ciseri, Corcos, Michetti, Lojacono, Delleani, Mancini, Favretto, Michetti, Nono, Previati, Carcano, Longoni, Morbelli, Nomellini, Tito, Sartorio, Coleman, Cellini, Bargellini, De Carolis, De Nittis, Pellizza da Volpedo, Segantini, Boccioni, Balla; e scultori come Vela, Cecioni, Monteverde, Rosa, Tabacchi, Grandi, Gemito, Rutelli, Ximenes, Trentacoste, Canonica, Bistolfi. Ma sarà anche la straordinaria occasione di far conoscere tanti altri artisti sorprendenti, oggi ingiustamente dimenticati.

"I due fuochi, iniziale e finale, Hayez e Segantini, tracciano certamente un confine simbolico, ribadisce Brunelli. Ma quel confine dice ad un tempo tutto il recupero della classicità e tutto il rinnovamento di un secolo. All'inizio e alla fine del secolo, entrambi sono pittori del rinnovamento dell'arte italiana. Se Hayez viene consacrato da Mazzini pittore della nazione, Segantini avrà da D'Annunzio, nella sua Ode in morte del pittore, analogo, alto riconoscimento". (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Alberto Savinio - Tombeau d'un roi maure - 1929, olio su tela De Chirico e Savinio: Una mitologia moderna
termina il 30 giugno 2019
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

I due fratelli hanno ripensato il mito, l'antico, la tradizione classica attraverso la modernità dell'avanguardia e della citazione, traslandoli e reinterpretandoli per tentare di rispondere ai grandi enigmi dell'uomo contemporaneo, dando vita a quella che Breton definì una vera e propria mitologia moderna. La mostra - allestita alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo presso Parma - presenta oltre centotrenta opere tra celebri dipinti e sorprendenti lavori grafici, in un percorso espositivo che, dalla nascita dell'avventura metafisica, si focalizza su un moderno ripensamento della mitologia e giunge alla ricchissima produzione per il teatro, documentata anche da preziosi costumi per l'opera lirica.

«Sono l'uno la spiegazione dell'altro» scriveva Jean Cocteau dei due fratelli de Chirico. Vicinissimi nei primi passi delle rispettive carriere, de Chirico e Savinio lavorano a stretto contatto nei primi anni parigini. André Breton definiva il loro lavoro "indissociabile nello spirito": le visioni concepite da Giorgio in quegli anni, trovano un corrispettivo letterario nella poetica del fratello; nonostante il merito sia stato storicamente attribuito al genio di de Chirico, ad oggi è ormai riconosciuto il ruolo rivestito da Savinio nell'elaborazione dell'estetica metafisica. L'esposizione - curata da Alice Ensabella, Università di Grenoble, e da Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca - si propone di ricostruire criticamente le fonti comuni dei fratelli de Chirico al fine di metterne in evidenza affinità, contrasti e interpretazioni del fantastico universo che prende forma nelle loro traduzioni pittoriche, letterarie e teatrali.

Giorgio (1888-1978) e Andrea (1891-1952) de Chirico nascono in Grecia. Figli di un milieu alto borghese e cosmopolita, ricevettero un'educazione solida ed internazionale, influenzata dal romanticismo e dal nichilismo tedeschi, dall'avanguardia parigina, dalla cultura classica mediterranea, greca certamente, ma anche profondamente italiana. Questo particolarissimo imprinting filosofico, artistico e letterario, che forgia le menti dei fratelli de Chirico nei loro anni di formazione e primi anni di attività, darà come risultato uno dei momenti più originali e più alti della cultura figurativa italiana del Novecento.

Nonostante il comune percorso intellettuale, de Chirico e Savinio dimostrarono fin da giovani caratteri e approcci diversi alla pratica artistica. Savinio, figura poliedrica, nasce come musicista e compositore, diviene in seguito scrittore e approda alla pittura solo all'età di trentacinque anni. De Chirico, dalla personalità più decisa e granitica, individua la sua strada nella pittura. Se le opere di entrambi sono caratterizzate da temi di interesse comune come il viaggio, il mistero del distacco, la struggente commozione del ritorno, gli interrogativi sulla condizione umana, il richiamo al mito, all'antico, le interpretazioni che i due fratelli ne forniscono non sono le stesse, approdando spesso a risultati stilisticamente e iconograficamente distanti. Più freddo, mentale e concettuale, de Chirico, anche dopo la grande stagione metafisica non rinuncerà a rappresentazioni ancora impregnate di enigmi, che caratterizzeranno i suoi paesaggi che richiamano ai miti dell'antichità, cavalli fra le rovine della civiltà greca, gladiatori in procinto di vivere o morire, autoritratti e ridondanti nature morte.

Gioco e ironia sono invece i cardini intorno ai quali ruota l'estetica di Alberto Savinio. A differenza del fratello, infatti, Savinio dimostra un'innata capacità di immettere nei profondi silenzi metafisici la sapiente leggerezza dell'ironia, che si dispiega attraverso una visionarietà fantastica. Nelle sue opere oggetti inanimati ed esseri animati si uniscono in un'unica rappresentazione colorata e vivace, nella quale forme umane e animali si confondono e si decontestualizzano, inserite all'interno di prospettive impossibili e di un'atmosfera improbabile quanto ludica. I contributi in catalogo si concentrano sull'approccio dei fratelli alle loro fonti (Nicol Mocchi), oltre ai rispettivi percorsi nelle varie discipline artistiche in cui si sono confrontati: la pittura (Alice Ensabella), ovviamente, ma anche il libro d'artista e il teatro (Mauro Carrera). Essendo i motivi di ispirazione della costruzione della suddetta mitologia moderna al centro di questo progetto, due contributi in catalogo si focalizzano su aspetti più specifici dell'iconografia saviniana (Gerd Roos) e dechirichiana (Daniela Ferrari). (Comunicato Studio Esseci)




Dipingere gli affetti
La pittura sacra a Ferrara tra il Cinque e il Settecento


termina il 26 dicembre 2019
Castello Estense - Ferrara
www.castelloestense.it

Torna al Castello Estense di Ferrara "L'arte per l'arte", il progetto del Comune di Ferrara, promosso in collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico della città reso inaccessibile dopo il sisma del 2012. Dopo le opere di De Pisis, Boldini, Previati e Mentessi delle Gallerie d'Arte Moderna, protagoniste delle prime due esposizioni del progetto l'Arte per l'Arte, l'attenzione si sposta ora verso il periodo dal Cinque al Settecento. Le sale riccamente affrescate dell'ala sud e dei Camerini del Castello ospiteranno infatti la quadreria di proprietà dell'Asp, Centro Servizi alla Persona di Ferrara, Masi Torello e Voghiera, depositata presso i Musei di Arte Antica. Si tratta di un vero e proprio capitale artistico, pressoché sconosciuto eppure di grande rilevanza storica, che l'esposizione al Castello mira a restituire al grande pubblico. L'esperienza di visita assumerà i contorni di un viaggio nel tempo affascinante e sorprendente che spazierà dal tramonto del dominio Estense fino al secolo dei Lumi.

Le tappe di questo itinerario ci condurranno al cospetto dei due importanti protagonisti della rivoluzione naturalistica di inizio Seicento: Ippolito Scarsella detto Scarsellino e Carlo Bononi. La soave magnificenza del primo e la dolente bellezza del secondo, caratterizzano la Ferrara di quegli anni facendone uno dei più intriganti centri artistici dell'epoca. Contestualmente, faremo la conoscenza di personalità cronologicamente precedenti e parallele come, ad esempio, Giuseppe Mazzuoli detto il Bastarolo, il cui il manierismo castigato è fondamentale nella seconda metà del Cinquecento, Gaspare Venturini, pittore molto attivo per i duchi e per committenti religiosi, e l'enigmatico Giuseppe Caletti, curiosa figura di artista maledetto operante nella prima metà del Seicento. La seconda metà del XVII secolo è caratterizzata dal mitigato universo figurativo di Giuseppe Avanzi, pittore di mediazione che schiuderà il sipario al Settecento dove si imporranno le singolari personalità di Giacomo Parolini e Giuseppe Zola.

Ma perché Dipingere gli affetti? Per una doppia evocazione simbolica. La prima riguarda il linguaggio: le opere che verranno esposte in Castello si muovono nel solco degli orientamenti successivi al Concilio di Trento che delegavano all'arte il basilare compito di mediare tra il fedele e la religione, tra il visibile e l'invisibile, attraverso forme naturalistiche, emotive e familiari, nelle quali l'uomo del Sei e Settecento si potesse riconoscere. La seconda attiene alla vocazione umanitaria che animava i luoghi da cui esse erano originariamente collocate. Non delle chiese qualsiasi, ma gli altari, le cappelle e gli ambienti di istituti religiosi che ponevano al centro del loro operare l'aiuto verso gli altri, fossero essi orfani, indigenti, bisognosi o donne in difficoltà. Un insieme di esperienze animato da figure di primo piano della corte Estense - da Alfonso II a Barbara d'Austria, fino a Margherita Gonzaga - ma anche di una fetta consistente della nobiltà e della borghesia cittadina, impegnata nell'attività di carità e solidarietà.

Ed è così che protagonista di questa mostra sarà anche la città di Ferrara, nel tentativo di ricomporre il tessuto connettivo di un'«araldica della beneficenza» (per usare una felice definizione di Andrea Emiliani) che costituì la manifestazione più tangibile di quella pietas sei e settecentesca animata da empatica affettività e impegno sociale. Un attivismo che portò ad ornare alcuni dei luoghi sacri più rappresentativi, oggi quasi tutti scomparsi o mutati per fattezze o destinazioni d'uso, come i conservatori femminili di Santa Barbara e di Santa Margherita, o l'Opera Pia della Povertà Generale. Un vero e proprio viaggio nel tempo, insomma, alla ricerca delle radici moderne di Ferrara. (...) (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Beppe Ciardi - Sera piovosa - courtesy galleria nuova arcadia padova 1897 Emma Ciardi - Meriggio refrontolo Venezia - collezione privata I Ciardi viaggiatori in Europa
Paesaggi e giardini


febbraio-giugno 2019
Palazzo Saracinelli - Conegliano (Treviso)

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra è il secondo appuntamento del ciclo volto ad approfondire il tema del paesaggio nella pittura veneta tra '800 e '900, inaugurato nel 2018 con la retrospettiva Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio. Curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato e Stefano Zampieri, l'esposizione, presenta circa 70 opere, provenienti da musei pubblici e collezioni private, di Guglielmo Ciardi (Venezia, 1842-1917) e dei figli Beppe (Venezia, 1875 - Quinto di Treviso, 1932) ed Emma (Venezia, 1879-1933). La rassegna sottolinea il particolare rapporto che lega Guglielmo, Beppe ed Emma alla natura, in un percorso tematico che attraversa circa ottant'anni della scena artistica italiana ed europea, facendo emergere peculiarità, convergenze e divergenze nella produzione di questi artisti.

Guglielmo, il fondatore della 'dinastia', è considerato unanimemente colui che porta la pratica dell'osservazione verista del paesaggio, soprattutto veneto, alla sua rappresentazione più matura e consapevole. Dopo la sua esperienza presso i macchiaioli e la scuola napoletana - e il rinnovamento linguistico che ne deriva - mette in evidenza le potenzialità di una pittura anti-accademica e anti-retorica, scoprendo le qualità poetiche dei luoghi periferici e marginali della laguna, in cui si mescolano e quasi si identificano l'umiltà e la fatica del lavoro con il sommesso lirismo delle paludi e delle barene. Suo figlio Beppe introdurrà, pur nella fedeltà alla poetica paterna, elementi nuovi e inediti fino a dar spazio a originali accenti simbolisti e di realismo sociale. Emma, infine, riscopre la grande tradizione guardesca in un inedito settecentesimo ironico e brioso. La sua produzione tocca forse i più singolari risultati nell'attenzione verso i giardini e i parchi, con un chiaro gusto moderno e insieme citazionista, che affonda le sue radici nella tradizione pittorica di un Settecento decadente.

La pittura di paesaggio dei Ciardi si afferma nelle Biennali veneziane da fine Ottocento fino agli anni Trenta, con un successo mai scalfito. Abbandonata la scena di genere e mai veramente praticata quella di figura, la ricchezza della loro scelta a favore del paesaggio si misura nelle radicali novità che essi (e soprattutto Guglielmo) sanno introdurre in questo genere pittorico: la luce declinata in tutte le possibili atmosfere, la presenza viva e palpitante della natura nelle piante, nei campi, nelle messi, nelle distese di eriche; la maestosità spesso scabra delle masse montuose, colte nella luce azzurra dell'alba o in quella struggente e aranciata dei tramonti, i filari, i covoni, i corsi d'acqua. Con Beppe si afferma anche una presenza pacata e quasi bucolica degli animali, dei pastori, delle mandrie; poi qualche mercato contadino, qualche figura di paesani in riposo.

Vi è un altro elemento importante: le numerose peregrinazioni artistiche in Europa e in Inghilterra. In questi viaggi la passione naturalistica e, in particolare, la pratica della veduta di paesaggio e il linguaggio si arricchiscono di acquisizioni cosmopolite così come di soggetti e iconografie rinnovati, dagli Impressionisti alla scuola di Glasgow. Emma, in particolare, porterà alla fine a una sorta di esplosione o di de-strutturazione figurativa la sua pittura, accogliendo suggestioni e stimoli dalle sperimentazioni degli artisti contemporanei. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Immagine di presentazione per la mostra dedicata alla Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste La Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
dal 12 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nuova esposizione permanente che amplia la sezione dedicata alla Telefonia. Gli oggetti provenienti dalla collezione di Claudio Sequalino, vanno a arricchire lo spazio museale inaugurato nel 2007, anno di nascita di Postemobile. dove già sono esposti numerosi radiotelefoni della collezione di Marco Zanettovich. In mostra anche gli strumenti d'epoca e quelli utilizzati per la manutenzione telefonica. La fruizione delle nuove installazioni, oltre alla possibilità di interagirvi, sarà facilitata dal posizionamento di una serie di pannelli che ripercorreranno la storia della telefonia da Meucci sino all'anno 2000. A completare il potenziamento della sezione, l'apporto tecnico e pratico fornito dalla classe V C "Elettrotecnici" dell'Istituto Tecnico Alessandro Volta di Trieste che, grazie al lavoro dello studente Federico Bologna, ha fornito al Museo Postale alcune nuove fonie automatiche che introducono ai contenuti del museo. (Comunicato stampa)




Archimede Archimede a Siracusa
26 maggio 2018 - 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Presentazione della versione restaurata del film Pasqualino Settebellezze
22 maggio 2019, ore 20.00
Sala Buñuel del Palais - Cannes

La versione restaurata di Pasqualino Settebellezze, film-culto realizzato da Lina Wertmüller nel 1975, sarà presentata ufficialmente al festival di Cannes. La proiezione avverrà nella sezione Cannes Classics, alla presenza della regista Lina Wertmüller e del protagonista maschile Giancarlo Giannini. Il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale ha curato, grazie all'impegno economico di Genoma Films, il restauro del film diretto nel 1975 da Lina Wertmüller (Mimì metallurgico ferito nell'onore, Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto) e interpretato da Giancarlo Giannini, Fernando Rey, Elena Fiore, con le musiche originali di Enzo Jannacci. Pasqualino Settebellezze ottenne una candidatura ai Golden Globes e quattro candidature all'Oscar (tra cui quella come miglior regista, prima volta in assoluto nella storia dell'Academy per una donna).

È un'apologia intelligente e feroce dell'arte di arrangiarsi e sopravvivere ad ogni costo, tipica della cultura partenopea: Giancarlo Giannini è l'indimenticabile guappo che nella Napoli del 1936 uccide il seduttore di una delle sue sette, brutte sorelle (da qui il suo soprannome), viene rinchiuso in un manicomio criminale da cui esce come volontario di guerra per finire in un lager tedesco e diventare "kapò". Il restauro è stato realizzato dal CSC-Cineteca Nazionale a partire dai negativi immagine e suono originali su pellicola 35mm, messi a disposizione da RTI Mediaset in collaborazione con Infinity. Le lavorazioni, curate dalla Cineteca Nazionale, si sono avvalse della collaborazione di Federico Savina e Giuseppe Damato per il restauro della colonna sonora e sono state effettuate dal laboratorio Cinema Communications di Roma. Il restauro è stato possibile grazie all'impegno economico della Genoma Films di Paolo Rossi Pisu (che nel 2018 ha già realizzato il restauro, sempre con il CSC, di Italiani Brava Gente di Giuseppe de Santis, primi in Italia a utilizzare il Bonus Arte) e con il contributo di Deisa Ebano Calzanetto.

Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale, dichiara: "Con il restauro di Pasqualino Settebellezze la Cineteca Nazionale non solo porta avanti il proprio compito istituzionale di restaurare e diffondere il patrimonio cinematografico italiano, ma continua anche su un progetto che da qualche tempo ci vede impegnati in prima linea sul cinema delle donne e che ci ha già visto al lavoro, ad esempio, su Il portiere di notte di Liliana Cavani e sui film della pioniera del cinema Elvira Notari, prima donna regista italiana. Lina Wertmüller è la prima donna di sempre candidata all'Oscar per la miglior regia e con questo restauro vogliamo celebrare lei e la genialità delle donne italiane. Ringrazio il festival di Cannes per offrirci questa bellissima cornice."

Commenta Paolo Rossi Pisu: "Dopo la felice esperienza del restauro di Italiani Brava Gente, continuiamo ad investire nella cultura perché è nostra intenzione utilizzare le risorse nostre e di aziende terze nella perpetuazione e conservazione dell'arte ed è per questo che siamo felicissimi di collaborare con la Cineteca Nazionale e molto orgogliosi di essere stati invitati con questo restauro nella prestigiosissima cornice del Festival di Cannes". (Comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)




Locandina di presentazione del film Auf der Suche nach Ingmar Bergman Locandina Masterclasss di Margarethe von Trott a Palermo Auf der Suche nach Ingmar Bergman (Searching for Ingmar Bergman)
Margarethe von Trotta | Masterclass

Palermo - 20, 22 maggio 2019
www.goethe.de/palermo

Iniziativa culturale presentata dal Goethe-Institut Palermo, CSC-Scuola Nazionale di Cinema-Sede Sicilia, Casa Mediterranea delle Donne e Cinema Rouge et Noir.


Auf der Suche nach Ingmar Bergman (Searching for Ingmar Bergman)

Regia: Margarethe von Trotta
Sceneggiatura: Margarethe von Trotta, Felix Moeller
Fotografia: Börres Weiffenbach
Montaggio: Bettina Böhler
Con: Liv Ullmann, Ruben Östlund, Olivier Assayas, Mia Hansen-Løve, Carlos Saura, Gunnel Lindblom, Jean-Claude Carrière, Julia Dufvenius, Gaby Dohm, Daniel Bergman, Ingmar Bergman Jr., Rita Russek
Produzione: Konstanze Speidel, Benjamin Seikel, Stéphane Sorlat, Guy Amon
Germania-Francia, 2018, 95', v.o. con sottotitoli italiani

20 maggio 2019, ore 20.30 (ingresso: 4 €; ridotto under 30 e con Goethe-Card 3 €)
Cinema Rouge et Noir - Palermo
Proiezione cinematografica, anteprima siciliana
Saranno presenti la regista Margarethe von Trotta e la produttrice Konstanze Speidel

Con Auf der Suche nach Ingmar Bergman (Cercando Ingmar Bergman) Margarethe von Trotta esamina la vita di Ingmar Bergman e la sua opera attraverso i più stretti collaboratori e con alcuni esponenti della nuova generazione di registi. Il documentario presenta gli elementi chiave dell'eredità lasciata dal grande regista svedese, ripercorrendo temi ricorrenti nella sua vita e nella sua arte, compresi i momenti centrali della sua vita come il Royal Dramatic Theatre di Stoccolma, i luoghi e i paesaggi dei suoi capolavori e le tappe della sua carriera in Svezia e Germania. Con il patrocinio di Città di Palermo, Console Onorario di Germania a Palermo. In collaborazione con Regione Siciliana, Assessorato Turismo Sport Spettacolo, Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo Sicilia Film Commission, Cineteca di Bologna, Cinema Management Group.

Margarethe von Trotta | Masterclass
22 maggio 2019, ore 09.30 (ingresso libero fino ad esaurimento posti)
Centro Sperimentale di Cinematografia (Cantieri Culturali alla Zisa) - Palermo

Nell'ambito del ciclo di lezioni che la Sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia dedica al tema della costruzione della memoria, la regista parlerà del proprio lavoro, con particolare attenzione al film sulla filosofa tedesca Hannah Arendt. Figlia di Elisabeth von Trotta e del pittore Alfred Roloff, Margarethe von Trotta (Berlino, 1942), dopo gli studi di Belle Arti, si trasferisce a Monaco di Baviera per studiare Germanistica e Latinistica. Successivamente si iscrive a una scuola di Arte Drammatica e inizia la sua carriera di attrice, prima nei teatri di Düsseldorf e successivamente al Kleines Theater di Francoforte nel 1969 e 1970. Alla fine degli anni '60 si trasferisce a Parigi per proseguire i suoi studi e si immerge negli ambienti cinematografici dell'epoca. Partecipa alla sceneggiatura e alla regia di cortometraggi e scopre attraverso la Nouvelle Vague, registi, critici, i film di Ingmar Bergman e di Alfred Hitchcock.

In Germania, Margarethe von Trotta lavora con una nuova generazione di giovani registi: Herbert Achternbusch, Volker Schlöndorff che sposa nel 1971 e con il quale dirige e scrive L'improvvisa ricchezza della povera gente di Kombach (1971) e Il caso Katharina Blum (1975), così come Rainer Werner Fassbinder che la fa recitare in quattro dei suoi film. Nel 1978 dirige il suo primo lungometraggio, Il secondo risveglio di Christa Klages. (...) Con i suoi film, Margarethe von Trotta ha indagato più volte il confine tra il racconto biografico e la memoria collettiva restituendoci vite e pagine di storia indimenticabili. (Comunicato stampa)




locandina Taormina Film Fest 2019 A Nicole Kidman il Taormina Arte Award
Rocío Muñoz Morales madrina della manifestazione

www.taorminafilmfest.it

Sarà Nicole Kidman l'ospite d'onore della 65a edizione del Taormina Film Fest che si svolgerà dal 30 giugno al 6 luglio 2019. L'attrice australiana Premio Oscar come migliore attrice per The Hours, riceverà il Taormina Arte Award nella suggestiva cornice del Teatro Antico. Il Festival, che quest'anno avrà come madrina l'attrice e modella spagnola Rocío Muñoz Morales, è prodotto e organizzato per il secondo anno consecutivo da Videobank, in collaborazione con la Fondazione Taormina Arte (sostenuta dall'Assessorato regionale al Turismo e dal Comune di Taormina), con la direzione artistica di Silvia Bizio e Gianvito Casadonte. Ad inaugurare la rassegna Ladies in Black, il nuovo film del regista australiano Bruce Beresford (A spasso con Daisy), che sarà presente a Taormina insieme a gran parte del suo cast. Tra gli altri ospiti, Kasia Smutniak con il film Dolce Fine Giornata di Jacek Borcuch, recentemente premiato al Sundance.

Tra le proiezioni speciali sul grande schermo ci sarà la prima italiana di Yesterday di Danny Boyle sui Beatles, con Hamish Patel e Lily James, e l'attesissimo film concerto Amazing Grace, con una giovane Aretha Franklin. La Giuria composta dallo scrittore André Aciman (Chiamami col tuo nome), dal compositore Carlo Siliotto (Instructions Not Included) e dall'attrice Laura Morante è presieduta da Oliver Stone che tra l'altro presenterà al festival il documentario The Untold History of Ukraine di Igor Lopatonok, di cui è produttore esecutivo. La locandina del 65esimo Taormina Film Fest è dedicata al gioco sensuale mirabilmente personificato dalla celebre scena del ballo del film Il conformista di Bernardo Bertolucci, al quale viene idealmente tributato un omaggio alla memoria.

Sono le sinuose, eleganti e provocatorie movenze di due impalpabili dive del grande schermo - eternate e sublimate al meglio in più d'una pellicola del grande Maestro recentemente scomparso - a guadagnare il centro della pista e della scena sotto lo sguardo attonito di Jean-Louis Trintignant e degli inconsapevoli astanti. (...) Ma nel rapporto di coppia che esemplifica il ballo in maschera del fascismo, ci sono soprattutto due brillanti stelle che più di una volta hanno brillato nelle estati taorminesi. Qui lo fanno sotto l'egida di un grande cineasta che già nel 1965 presentava a Taormina Prima della rivoluzione, sedendo nel parterre del Teatro Antico al fianco di una raggiante Adriana Asti. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Rassegna Film di Peter Kubelka
23, 25 maggio 2019
Casa Morra Archivio d'Arte Contemporanea - Napoli
www.fondazionemorra.org

Peter Kubelka introduce con una dettagliata presentazione la sua filmografia completa, incluso l'ultimo capolavoro Monument Film, in prima visione italiana e nel formato originale di realizzazione, la pellicola 35mm. Esperto conoscitore delle musiche primitive, musicista, nell'ensamble Spatium Musicum, film-maker indipendente da quando ancora non esisteva la definizione di experimental cinema, Peter Kubelka è tra i fondatori del Filmmuseum di Vienna ed a New York dell'Anthology Film Archives con la sala di proiezione, Invisible Cinema, da lui progettata: strutture murarie e poltrone nere con separé tra una postazione e l'altra per immergere lo spettatore nella visione delle immagini, ed un unico divieto, no latecomers nessun accesso ai ritardatari.

Kubelka ha lavorato a lungo per realizzare questi nove film della durata complessiva di un'ora circa, in modo meticoloso ed in severe condizioni economiche, ma libero, senza produttori né regole di mercato. Per lui il film è una materia plastica e, come il lavoro di un sarto, il film-maker taglia a mano con le forbici e poi incolla insieme i fotogrammi. Come ci spiega "...il cinema come macchina non ha movimento. Il proiettore emette impulsi luminosi: ventiquattro al secondo. Per esattezza, ogni impulso dura circa un quarantottesimo di secondo; poi, per un altro quarantottesimo di secondo, c'è il buio. In questa frazione di tempo il proiettore trasporta il fotogramma successivo e lo proietta. Ma il fotogramma, mentre viene proiettato, non si muove", e la capacità di dividere il tempo in elementi regolari e di fornire ventiquattro diverse informazioni visive e ventiquattro diverse informazioni sonore al secondo è una straordinaria ricchezza fornita all'uomo, che è però mortificata dal cinema commerciale di intrattenimento.

Per Kubelka un minuto di film sono 1440 fotogrammi che vanno letti uno ad uno, ed è per questo che i suoi film possono esser fruiti più volte, così da poter apprezzare la ricchezza della composizione, e non possono esser riversati in digitale, anche se con rammarico perché non può distribuirli come vorrebbe, perdendo molto del pubblico giovane. Il film-maker come lo scultore fonda il proprio lavoro sui processi sottrattivi, sull'esclusione, sul 'negativo', per isolare i pochi tratti utili al suo disegno, lasciando a terra un'infinità di detriti, e fare del tempo un buon uso. Peter Kubelka conosce Napoli, i dintorni e la cucina tradizionale, frequentandola anche con gli amici, per piacere personale e per presentare la sua Opera formando le nuove generazioni; si ricordano il concerto/conferenza Musiche Sopra Origini nella Sala Capitolare di San Lorenzo Maggiore nel 2002, e prima ancora nel 1995 i concerti nella Chiesa di Santa Chiara e nel Parco Archeologico di Cuma, e insieme con Jonas Mekas il corso di otto giorni Cinema Indipendente/Cinema d'Avanguardia/Cinema fatto da una sola persona, e allo Studio Morra nel 1978 la mostra Fotogrammi: film metrici a parete. (Comunicato stampa)

___ Programma

- 23 maggio, ore 18.30, "Film Metaforici"

.. Mosaik im Vertrauen, 1954-55, sonoro, 35mm, b/n e colore, 16'
.. Unsere Afrikareise, 1961-66, sonoro, 16mm, colore, 12'30"
.. Pause!, 1977, sonoro, 16mm, colore, 12'30"
.. Dichtung und Wahrheit, 2003, silenzioso, 16mm, colore, 13'

- 25 maggio, ore 18.30, "Film Metrici"

.. Adebar, 1957, sonoro, 35mm, b/n, 69''
.. Schwechater, 1958, sonoro, 35mm, colore, 1'
.. Arnulf Rainer, 1958-60, sonoro, 35mm, b/n, 6'24''
.. Antiphon, 2012, sonoro, 35mm, b/n, 6'24''
.. Monument Film, 2012, sonoro, 35mm, b/n, 2 proiettori, 2 altoparlanti, 2 proiezionisti, 4 volte 6'24''




Logo dell'Aqua Film Festival I Premi Finali dell'Aqua Film Festival 2019
4a edizione, 11-13 aprile 2019
Casa del Cinema di Roma
www.aquafilmfestival.org

Il primo festival di cinema internazionale con cortometraggi, incontri e workshop, eventi speciali dedicati al tema dell'acqua in tutte le sue forme, ideato e diretto da Eleonora Vallone, attrice, giornalista ed esperta di metodiche d'acqua. Oltre duecento i film arrivati in selezione, provenienti da tutto il mondo, di cui sono stati proiettati 20 film nella sezione Corti, 6 nella sezione Cortini e 5 nella sezione Cortini Aqua&Students, dedicata esclusivamente agli studenti. Grande successo ha ottenuto il workshop su come filmare con uno smartphone, tenuto dal prof. Francesco Crispino. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino)

- Premi

.. Premio Sorella Aqua - Miglior Corto

"A piscina de Caique", di Raphael Gustavo Da Silva (Brasile - Portogallo - 15')
Motivazione: Per aver narrato l'ambiente esterno e l'ambiente interiore mediante una piccola, grande storia di amicizia e di educazione familiare. Per la forza dei dialoghi semplici ed efficaci che contribuiscono, tra dramma e divertimento, al racconto di una giornata qualunque.

.. Premio Sorella Aqua - Miglior Cortino

"Una favola per la natura", di Stefano De Felici (Italia - 1'50")
Motivazione: Per averci mostrato mediante una bella fiaba che un altro mondo è possibile. Per la dolcezza delle immagini che raccontano con intuito e leggerezza l'ambiente da salvaguardare e in cui vivono spensierati tutti i suoi abitanti.

.. Menzione Speciale Aqua&Ambiente

"Di chi è la terra?", di Daniela Giordano (Italia - 15')
Motivazione: Per aver narrato con grande lucidità la cultura del consumismo e del profitto, travestita da interessi green e politicamente corretti. Per aver provato a tracciare una direzione con l'ausilio di immagini divertenti e irriverenti, sapientemente ancorate alla contemporaneità.

.. Aqua&Isola ex-aequo

"Weather Report", di Paul Murphy (Irlanda - 5')
Motivazione: Per aver raccontato attraverso una sapiente regia la storia vera di un guardiano del faro, sottolineando con un'ottima fotografia il contesto esterno e la vita quotidiana, con lo sguardo puntato sul mare d'Irlanda alla vigilia dello sbarco in Normandia.

"L'isola delle tartarughe", di Monica Francesca Blasi (Italia - 3')
Motivazione: Per aver mostrato i padroni del mare delle Isole Eolie tra bellezza e difficoltà, sottolineando attraverso un buon mix di cronaca e poesia la vita delle tartarughe marine sotto l'occhio attento dei vulcani.

.. Aqua&Animation

"La Tierra en mis manos" di Nicolàs Conte (Argentina - 4'30")
Motivazione: Per la semplicità con cui affronta il tema degli sprechi d'acqua e per l'utilizzo di una animazione che, mediante colori e movimenti ragionati, ci porta sulla strada di un consumo sostenibile delle risorse.

.. Aqua&Thriller

"Hiperion", di Rubén Jiménez Sanz (Spagna - 17 minuti)
Motivazione: Per aver realizzato un thriller irriverente che pur riservando momenti di suspense, regala anche qualche attimo di ilarità in mare aperto.

.. Aqua&Students

"No Cig Buttus" (3 minuti), di Istituto Superiore Galilei (Mirandola) (Italia 2017)
Motivazione: Per aver realizzato un film breve in cui l'animazione non è rappresentata da effetti speciali ma da un uso consapevole della scrittura per immagini.




Immagine dal film Ladies in Black Taormina Film Fest 2019
Film d'apertura "Ladies in Black" con Julia Ormond


Spetta alla commedia "Ladies in Black", il nuovo film del regista australiano Bruce Beresford ("A spasso con Daisy"), l'onore di inaugurare la 65esima edizione del Taormina Film Fest, che si svolgerà a Taormina dal 30 giugno al 6 luglio 2019. Beresford sarà presente alla rassegna insieme alla co-protagonista Julia Ormond e agli altri attori del film. Il Festival, prodotto e organizzato per il secondo anno consecutivo da Videobank, in collaborazione con la Fondazione Taormina Arte (sostenuta dall'assessorato regionale al Turismo e dal Comune di Taormina), con la direzione artistica di Silvia Bizio e Gianvito Casadonte, presenta quest'anno una prestigiosa Giuria presieduta da Oliver Stone e composta - tra gli altri - dallo scrittore André Aciman ("Chiamami col tuo nome"), dal compositore Carlo Siliotto ("Instructions Not Included", "Miracles from Heaven") e dall'attrice Laura Morante.

Sul grande schermo del suggestivo Teatro Greco e nelle sale del Palazzo dei Congressi si avvicenderanno anteprime da tutto il mondo, come il nuovo film di Martha Coolidge, "I'll Find You", con Stellan Skarsgård, Connie Nielsen e Stephen Dorff, che affiancano i giovani attori Adelaide Clemens e Leo Suter. Tra i numerosi ospiti nazionali e internazionali spicca la presenza della Premio Oscar Octavia Spencer ("The Help"), protagonista della serie originale "Are You Sleeping?", nuova avventura televisiva della Apple, che annuncia il suo ingresso ufficiale come "produttore di contenuto" in un festival internazionale proprio a Taormina: la Apple presenterà il suo documentario "The Elephant Queen" e il film "Hala", prodotto dall'attrice e regista Jada Pinkett Smith. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Presentazione del Taormina FilmFest 2019 Taormina FilmFest
30 giugno - 06 luglio 2019

Presentata a Los Angeles la 65esima edizione


Silvia Bizio e Gianvito Casadonte, co direttori del Taormina FilmFest, hanno presentato nella settimana degli Oscar a Los Angeles, nell'ambito del Los Angeles Italia Film Festival fondato e diretto da Pascal Vicedomini, la 65esima edizione del festival. Il festival presterà particolare attenzione a film diretti da donne, problematiche sociali globali, film di giovani registi, includendo fiction, documentari e cortometraggi, con una sezione di corti siciliani. I film vincitori del festival verranno presentati successivamente a Los Angeles presso l'Istituto Italiano di Cultura. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Geografie dell'immagine
05 marzo - 13 giugno 2019, ore 18.30
Spazio Damiani - Bologna
www.spaziodamiani.it

Secondo ciclo del programma di incontri sulla fotografia contemporanea ideati da Spazio Damiani. Attraverso quattro appuntamenti, da marzo a giugno 2019, con cadenza mensile verranno affrontati diversi temi: il collezionismo e il mercato, l'estetica giapponese e le sue influenze, la fotografia come documentazione di performance, la fotografia e il ruolo dei media nella moda. (Estratto da comunicato di presentazione)

- Calendario

.. 05 marzo, Il collezionismo di fotografia: prassi, anomalie e ambiguità, con Walter Guadagnini
.. 18 aprile, Hiroshi Sugimoto e la nuova fotografia giapponese, con Filippo Maggia
.. 09 maggio, Agire per immagini. Fotografia e performance negli anni Settanta, con Pasquale Fameli
.. 13 giugno, La moda, l'immagine e i media, con Alessandra Vaccari




Re Ludwig II di Baviera Pagina dedicata al Re Ludwig II di Baviera
www.tuttobaviera.it/ludwig

Tre castelli costruiti tra il 1868 e il 1886 e altri in progetto ma mai realizzati, una splendida residenza di caccia a quasi 1.900 metri d'altezza, il profondo legame con la cugina Sissi, l'amicizia e il mecenatismo verso Wagner. Ecco alcuni dei "numeri" di Re Ludwig II, il più famoso sovrano bavarese, un mito del decadentismo ed in assoluto il più conosciuto, amato, controverso e studiato figlio della Baviera. La vita, il mistero della morte e tutte le informazioni utili per visitare i castelli di Ludwig. Questo e molto altro nella sezione speciale di TuttoBaviera dedicata al re delle favole. (Comunicato stampa)






Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco quest'anno è dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

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Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Immagine dalla locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina libro Armenia - Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana Armenia
Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana


Il volume è stato presentato il 17 maggio 2019
www.comunitaarmena.it

Ponte tra Asia ed Europa, l'Armenia è ancora oggi un Paese immeritatamente poco conosciuto. Solo negli ultimi anni il turismo ha cominciato a considerare anche questa nazione, le cui vicende hanno molto da insegnarci: in particolare l'ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, ritenute indispensabilia mantenere un'identità di popolo, sfuggendo al pericolo dell'assimilazione. Questa guida vuole essere un aiuto a quanti decidono di compiere un viaggio sull'altopiano armeno, portandoli a comprendere un aspetto fondamentale di questa cultura: l'identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molta diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. Si sono pertanto volute privilegiare quelle informazioni che permettono al turista interessato di "capire" il popolo armeno e il suo patrimonio. A una parte introduttiva contenente elementi fondamentali di storia (con la triste pagina del genocidio), religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua), fa seguito la descrizione dettagliata di oltre quaranta siti scelti oculatamente tra le decine che la piccolissima Armenia offre. (Comunicato stampa)




NeoSocialismo
di Luigi Agostini

* Presentazione libro, Pordenone, 09 maggio 2019
www.associazionebobbio.it

Sono tre le date che hanno segnato i giorni che stiamo vivendo: dicembre 1989 che decreta il collasso definitivo del socialismo sovietico; settembre 2008 che, con il fallimento della Lehman Brothers, dà l'avvio alla più grande crisi del capitalismo dell' Occidente; 4 marzo 2018 che segna la più micidiale sconfitta della sinistra italiana nel dopoguerra. Il presente, in Italia e nel mondo, è tuttora dominato dagli effetti disordinanti di questi avvenimenti e l'accumulo di disordine sembra quasi inibire oggi, specie a sinistra, una visione razionale della Politica. In tale disordine la nuova destra ha un gioco più facile. Allo spazio chiuso della destra, la sinistra non può rispondere semplicemente con lo spazio aperto, cosmopolita: la sinistra può rispondere solo con un'idea di spazio aperto ma governabile.

Oggi lo spazio potenzialmente governabile per la sinistra italiana può essere spazio europeo, uno spazio politico però in gran parte da conquistare ed organizzare. Tale obiettivo è possibile solo reinterpretando la crisi innescata dal fallimento della Lehman, anche come straordinaria dinamica trasformativa. Tale dinamica ha il suo motore nella rivoluzione informatica - per i più, la più potente e pervasiva rivoluzione tecnologica della storia - che distorce, confonde, e persino acceca la capacità di lettura delle contraddizioni che il suo avanzare pure continuamente produce. Per questo è sommamente necessario un "riarmo teorico" della sinistra sociale e politica, pena lasciare il campo, nell'acqua sporca della crisi, a giullari ed avventurieri di ogni risma. Questo lavoro è dedicato all'analisi della nuova "marca" di capitalismo, ed ha il suo ancoraggio specifico nel Marx del capitolo sulla macchine dei Grundisse, nella sua straordinaria e profetica attualità; nel Gramsci di Americanismo e Fordismo, oltre che nell'esperienza di dirigente sindacale e politico del suo autore. (Comunicato di presentazione Associazione Norberto Bobbio)

  Articoli di Ninni Radicini su sviluppi politico-elettorali
Germania | Grecia | partiti politici "euroscettici"





Copertina libro Credo Professo Attendo - sulle orme del Cristianesimo Ortodosso Credo Professo Attendo: sulle orme del Cristianesimo Ortodosso
di p. Evangelos Yfantidis
www.ortodossia.it

In questo libro, che contiene gran parte dei discorsi pronunciati in Italia negli ultimi quindici anni, ci si propone di scoprire l'Ortodossia tenendo presenti i tre verbi che dominano il simbolo della Fede in Cristo: "credo", "professo" e "attendo". Credere a quanto deliberato e proclamato dai santi Concili e Sinodi della Chiesa, dal primo - il Sinodo Apostolico - fino all'ultimo - il Sinodo di Creta -; professare, attraverso la propria vita, l'identità cristiana, scegliendo lo stile di vita, l'etica e i valori che provengono dal Vangelo di Cristo e dal Magistero della Chiesa; e, infine, attendere il Regno di Dio, convinti fermamente che la nostra patria incorruttibile sia il cielo stesso. Vi si approfondiscono alcuni aspetti che riguardano il mistero della Fede in Cristo, la storia e la vita della Chiesa Ortodossa, l'apostolato del Patriarcato Ecumenico, figure di venerata memoria per la loro vita, questioni pastorali, la dottrina etica e sociale, l'unità dei Cristiani, la protezione del creato, il dialogo interreligioso e altri temi. Questo libro si rivolge non solo ai Cristiani Ortodossi residenti nel nostro Paese, bensì anche a chiunque voglia approfondire sulle questioni sopra indicate, per inserirsi nel mistero della verità in Cristo, dell'amore di Cristo e della Sua persona. (Comunicato stampa Chiesa greco-ortodossa di Padova)




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019 Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019
219 artisti recensiti, formato 30,5x21,5cm., pp. 232, con 587 illustrazioni a colori, prezzo € 70,00. ed. Archivio Sartori Editore

Presentato il 10 febbraio 2019, a Mantova, nella Chiesa Madonna della Vittoria
info@ariannasartori.191.it

Relatori: curatrice Arianna Sartori, storico e critico d'arte Renzo Margonari
Presentazione con il Patrocinio di: Comune di Mantova, Madonna della Vittoria, Fondazione Le Pescherie di Giulio Romano
Presentazione organizzata da: Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani

«Archivio Sartori Editore presenta con grande soddisfazione il "Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019" giunto alla sua sesta edizione; passano gli anni ma la mia anzi la nostra determinazione non cambia, da "sempre" vogliamo fare opera di divulgazione di quel vasto mondo artistico nazionale composto di Pittori, Scultori, Incisori, Ceramisti, che con altrettanta determinazione e passione si attivano sul territorio nazionale e non solo. Il Catalogo Sartori 2019 vuole documentare artisticamente quanto sta avvenendo in campo nazionale, si propone come utile strumento di lavoro per tutti gli attori del culto del bello. La nostra proposta è rivolta agli artisti che documentano il loro essere attivi e presenti o anche volutamente non dimenticati; ai galleristi, ai critici e agli storici dell'arte che possono trovare stimoli nuovi per la loro attività; ed anche ai collezionisti o ai neofiti che possono trovare conferme alle loro scelte o suggerimenti per nuove acquisizioni.

Gli artisti inseriti, tutti selezionati su invito, sono la dimostrazione di quanto l'Italia sia culturalmente molto vivace, artisti attuali e del passato che sono vitali per la nostra storia dell'arte contemporanea. Non abbiamo bisogno di guardare troppo lontano per trovare validi artisti. Spesso leggiamo e vediamo opere di nuove e sorprendenti figure che arrivano da lontano, che perdono lungo la strada il senso della ricerca, molto spesso senza fine perché incongruente, o gretta perché caratterizzata di volgarità gratuite, e che vedono l'autore concretizzare sì opere che sono però la negazione del bello; artisti spesso presentati da galleristi, critici intellettualmente ricchi di incomprensibili elucubrazioni che, giocando con le parole, confondono il fruitore portandolo a non capire e non apprezzare più quella che è sempre stata considerata arte.

Nel nuovo Catalogo Sartori 2019 sono inserite più di duecento schede ad ognuna delle quali corrisponde il nome di un Artista presentato in ordine alfabetico. Un volume d'arte ricco nei contenuti, in cui ogni singola scheda è illustrata da una o più opere riprodotte a colori, arricchita da testi biografici, curricoli, e a volte da qualche stralcio critico, i riferimenti, gli indirizzi postali o informatici e i telefoni per facilitare eventuali e auspicati contatti. Il Catalogo Sartori 2019 in una ricca ed elegante veste editoriale, è un volume cartaceo, da leggere, è sufficiente una comoda poltrona e un po' di tempo da dedicare alla passione dell'arte; sfogliato con calma, guardando le illustrazioni e leggendo i testi, il libro ci cattura, ci dà delle suggestioni, ci permette di entrare nella poetica dei singoli artisti, di fare comodi raffronti e soprattutto di imparare.

Tra un po' di tempo, il Catalogo Sartori 2019 sarà ancora lì disponibile ad essere sfogliato, con le sue certezze e le sue affermazioni, non sarà sparito nello spazio... e... non serve il computer, il tablet, il cellulare, non serve WiFi o il collegamento internet. E non venga fraintesa questa affermazione, tutti sappiamo come questi strumenti siano assolutamente indispensabili e insostituibili, per il lavoro in tutti gli ambiti ed il commercio, ma chi dimentica i famosi pop-up che compaiono automaticamente durante l'uso per attirare l'attenzione con contenuti pubblicitari? La nostra è una scelta chiara e definita, il libro, la carta stampata si propone come attento mezzo di sapere, di lettura, di comunicazione e di riflessione. E nessuno asserisca che i libri appartengano al passato; le fonti del sapere, di tutto il nostro sapere e non in senso lato, sono su cartaceo, ed anche i documenti della conoscenza sono su cartaceo.

Ricordo la mia ingenua commozione quando ho letto che nel 1977, la Nasa inviò nello spazio una capsula contenente il Voyager Golden Record, un disco per grammofono contenente suoni e immagini selezionate al fine di portare le diverse varietà di vita e cultura della Terra (ed è già archeologia informatica). Il Catalogo Sartori 2019 si rivolge, insomma ad un pubblico elitario, attento alle proposte, aggiornato, ma non superficiale, come si dice "capace di leggere tra le righe" i messaggi dei nostri mass-media, consapevole delle proprie scelte e maturo, libero dai vicoli delle mode e capace di un gusto personale.» (Arianna Sartori)

- Artisti recensiti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Alvaro (Alvaro Occhipinti), Amato Maria Agata, Andreani Franco, Andreani Giona, Angiuoni Enzo, Arlorio Aldo, Ascari Franca, Baglieri Gino, Balansino Giancarlo Jr, Balansino Giovanni, Baldassin Cesare, Baldo Gianni, Bartoli Germana, Bassi Massimo, Beconcini Marco, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Benghi Claudio, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bisio Pietro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Boschi Alberto, Boschi Anna, Bucher Gianni, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo, Caldana Claudio, Calia Tindaro, Callegari Daniela, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Carpanelli Maurizio, Caselli Edda, Castagna Pino, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Cattaneo Claudio, Cattani Silvio, Cavallari Alberto, Cazzaniga Giancarlo, Cazzaniga Donesmondi Odoarda, Cellanetti Sandro, Cermaria Claudio, Cerutti Emanuela, Cibi, Cipolla Salvatore, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cordani Sereno, Cortese Franco, Costanzo Nicola, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cusino Giuliana;

Dalla Fini Mario, Dealessi Albina, De Luca Elio, De Luigi Giuseppe, Deodati Ermes, De Rosa Ornella (DRO), Diani Valerio, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, D'Orazio Daniela, Dugo Franco, Dumeri Beatrice, Fabri Otello, Faccio Enrico, Fatigati Domenico (Mimmo), Ferraj Victor, Ferraris Giancarlo, Ferri Massimo, Finetti Ilaria, Fioravanti Ilario, Fornasari Domenico (Memo), Fratantonio Salvatore, Fusillo Concetto, Gaiga Aurelio, Galusi Anselmo, Gard Ferruccio, Gauli Piero, Gentile Domenico, Gheller Monica, Ghilarducci Paolo, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Girardello Silvano, Gonzales Alba, Gozzi Rinardo, Gravina Aurelio, Lanzione Mario, Liber (Venturini Vittorio), Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Losi Elisabetta, Luchini Riccardo;

Mafino Beniamino, Magnoli Domenico, Mainoldi Roberto, Mammoliti Stefano, Manini Elio, Marchesini Ernesto, Marconi Carlo, Margonari Renzo, Marigliano Patrizio, Marra Mino, Marziale Gina, Matshuyama Shuhei, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Michelazzo Margherita, Minto Maria Grazia, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Morselli Luciano, Nagatani Kyoji, Nasi Cristiano, Nastasio Alessandro, Negri Sandro, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano (Male), Notari Antonio, Ogata Yoshin, Onida Maria Antonietta, Orlando Carmela, Ossola Giancarlo, Paglia Anna, Palazzetti Beatrice, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pauletto Mario, Pauletto Tiziana, Pavan Adriano, Peretti Giorgio, Perna Vincenzo, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pinciroli Ezio, Pirondini Antea, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Pompa Domenico, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Pracchi Miriam, Previtali Carlo, Prinetti Silvana

Raimondi Luigi, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Rezzaghi Teresa, Rinaldi Angelo, Rossato Khiara, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Russo Salvatore, Salzano Antonio, Santoli Leonardo, Sava Salvatore, Schialvino Gianfranco, Scotto Aniello, Sebaste Salvatore, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simonetta Marcello, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Spallanzani Stefania, Staccioli Paolo, Stazio Ivo, Taddei Maria Gabriella, Talani Giampaolo, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Terreni Gino, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Tognarelli Gianfranco, Tonelli Antonio, Ulpiani Lorena, Vaccaro Vito, Venditti Alberto, Vergazzini Stefania, Verna Gianni, Vigliaturo Silvio, Viviani Gino, Volontè Lionella, Volpe Michele, Zabarella Luciana, Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zefferino (Bresciani Fabrizio), Zerlotti Natalina, Zingaretti Franco, Zoli Carlo, Zorzi Giordano. (Comunicato stampa)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio, pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu - Edizioni NPE Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'infinita storia delle piccole cose L'infinita storia delle piccole cose
di Giuseppe Bianco, ed. L'Erudita
* Novità editoriale

Undici personaggi vagano tra la realtà, il sogno e il fantastico alla ricerca di un mondo più gratificante e giusto. Qualcuno potrebbe definirli dei vinti, schiacciati delle responsabilità e dai doveri a cui sono stati costretti, soppressi. Ma non lo sono: non si rassegnano e a chi li vuole macchine, cloni, predestinati espongono il proprio desiderio di riscatto sociale ma soprattutto umano. Dobbiamo batterci contro nemici invisibili: l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità: è in questa perenne lotta che si cimentano per cercare di sconfiggere non solo i nemici concreti, ma anche l'alienazione da cui la società sembra essere affetta. Undici racconti che hanno in ogni trama uno stesso protagonista: l'uomo e i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, a volte crudamente calati nella quotidianità, a volte in una dimensione onirico-fantastica, ma sempre pregni di una intensa umanità. Giuseppe Bianco traccia con amara consapevolezza il quadro di un mondo che reifica l'uomo e lo ingabbia ma in cui non si può e non si deve perdere la speranza. (I suoi sogni sì, possono aspettare, ma lui no, di Rita Esposito)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)

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Mostre sull'Istria presentate nella newsletter Kritik

Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione di Ninni Radicini




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James, di Gottardo Pallastrelli Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina libro Errantia, di Gonzalo Alvarez Garcia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio - di Vito di Battista L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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