Diciassette passi
Poesie e opere grafiche

di Mario Alimede
ed. L'Omino Rosso, pag.39, 2007


Copertina Diciassette passi Chi conosce il segno acuminato e rigoroso di Mario Alimede, sa che da un tonalità dominante bianca e grigia scaturiscono i bagliori dei colori: il verde, il giallo, il rosso. E difatti, nella stupenda poesia alla madre: "Dall'alto, sulla tela / sussulti di rosso scarlatto / esitano e poi colano". Proprio così, "sussulti". L'emozione non si sovrappone, scaturisce dal profondo. C'è un ruvido "di iuta" nelle liriche di Alimede (la trama aspra del vivere, del soffrire) e nello stesso tempo una levigata essenziale compostezza. Illuminanti appaiono queste poesie per ripercorrere il processo creativo, che "nel bianco silenzio / della terra di nessuno" apre "un varco". Così il colori-semi vengono finalmente sgranati (…) nella lotta della vita contro i "livori di morte". Colori interiori, mai decorativi; colori metaforici, evocativi (…). Colori della memoria, come lo scarlatto ricordato sopra che riportava i gerani materni. E' un movimento che dal torbido, dall'indistinto, dall'ombra conduce alla luce del colore. Un movimento sinuoso come quello della Drava. Ma a questo travaglio, a questa erranza per così dire orizzontale, un altro movimento succede, nella pittura come nella poesia, un movimento verticale, uno slancio.

"Soprattutto gli strumenti del volo sembrano i più adatti a questo processo", scriveva nella sua bella prefazione al catalogo Alimede. Opere recenti Alessandra Santin. E continuava: "Ali e linee aeree, rotte sull'aria e sull'acqua indicano la consapevolezza che la dimensione poetica non poggia su basi granitiche, non consente passi definitivi". Il poeta-pittore si rivela dunque "fragile alieno", "polline sospeso". Suo compito è, con un bellissimo ossimoro, intrecciare "canestri di vento". Quel vento rabbioso su cui "volano, gravide, ardite, / le vele di Argo" (si noti la serie fitta di allitterazioni: e questa è poesia). Vele che veleggiano verso la terra di Utopia. Perchè l'ambito di questa poesia non èp mai solo privato, mai solo esistenziale, bensì resistenziale. Resistenza all'opacità, al voyerismo del dolore che si fa spettacolo, al "silenzio rumoroso" che si circonda per dirla con Marco Paolini, alla "brodaglia", al "girone infernale" dei "programmi d'assalto", alla neolingua massmediatica. (...)

Ho conosciuto Mario Alimede in occasione in occasine di un lavoro tra i poeti del Gruppo Majakovskij e i pittori, promosso da Enzo Di Grazia circa un anno fa. Ci siamo scambiati con grande spontaneità i nostri fantasmi e le nostre inquietudini. In punta di piedi, tra mille ritrosie mi ha chiesto un parere sulle sue poesie. Le ho trovate vere e interessanti, l'ho incoraggiato a farle conoscere: quando la comunicazione è onesta, quando non è retorica nè lenocinio, è giusto che circoli. Non è forse per questo che ci ostiniamo, non è forse per questo che esistiamo?

(Estratto dalla prefazione di Silvio Ornella)




Le cose che facciamo
(2003)

Le cose che facciamo,
nello scorrere grigio
dei nostri timori,
riflettono luci lontane,
riverberi celati
di storie passate.

Ti guardo,
attraversandoti,
giù, fino in fondo
e sei sempre con me
a tenermi la mano.

Che bello vivere
Senza pesare il tempo,
alzando la testa
da passi fatti in fretta,
stupidamente.




Opera di Mario Alimede Mario Alimede
termina lo 06 febbraio 2009
Galleria Squart di Janez Matelic (Capodistria) / Galleria Insula (Isola d'Istria)

Due mostre di grafica, con 40 opere, a cura di Dejan Mehmedovic e Enzo di Grazia.







Mario Alimede - Frammenti - 2008 - tecnica mista su carta cm100x150 Mario Alimede
termina il 20 dicembre 2008
Centro Culturale "Aldo Moro" - Cordenons (Pordenone)
www.galeriart.net

Graffi. Quelli mi si fissano negli occhi per primi, osservando le più recenti opere grafiche e su carta di Mario Alimede: graffi che incidono - la lastra di zinco, la matrice lignea od il foglio -, ma insieme rimangono sospesi in una sola delle molte dimensioni che lo sguardo penetra in successione. Nelle altre, ectoplasmi, frammenti di tessuto e di giornale, singulti di scrittura... Tutto è segno e costruisce spazio. Uno spazio senza più riferimenti prospettici a un mondo reale, eppure ancora aderente ad esso, come se da lì comunque si diramassero, alla stregua di sottili e vibratili terminazioni nervose, le sue ambigue, fragili direttrici visive.

Il segno talora squarcia in dissonanza, con violenza gestuale, altrove crea delle trame di ritmo lieve sul fondo, che non si concede mai a determinare una fine dello sguardo: fatto emergere per sottrazione d'inchiostro nel procedimento di stampa, il più delle volte esso ottiene dalla matrice xilografica o in plexiglas uno spessore impalpabile che lo rende terreno soffice, cedevole. Su una simile base non si può strutturare un volume definito, ma al più gangli traslucidi che paiono essersi depositati per strati opalescenti, nella lenta misura di un tempo che non è quello del reale quotidiano. Così la materia concreta, che pure è punto di partenza nel confronto diretto con la lastra - di metallo, legno o derivato plastico -, supera il proprio status creando le premesse per l'accesso a una sfera d'espressione rarefatta, in cui sapienti e calibrate impaginazioni pittoriche sostituiscono la propria sostanza mentale a quella corporea di oggetti e figure.

Astrazione, certo; in cui la forma resta tuttavia - paradossalmente - irrinunciabile. Seppure condotta a un'essenza poco più che globulare, essa perdura nel progetto visivo, come se il procedere del percorso fantastico ed il mestiere stesso ne richiedessero l'intima coscienza. Tutto avviene ormai, si è detto, fuori da ogni riscontro narrativo, eppure permane - forse nell'assestarsi compositivo dell'opera, in cui ogni frammento pare trovare la propria collocazione con irreale naturalezza - uno spessore onirico: "La persistenza prende forma / nei suoi contorni (...) quasi l'inizio / di una trama e si smemora nel sonno". (Nelo Risi, Nè il giorno nè l'ora, Milano 2008). Quanto basta ad allontanare la brezza gelida dell'astrazione concettuale e a dare il senso dello scorrere del tempo; anzi, di un suo sciabordio... "Nell'indistinto / nel flusso riflusso di un futuro / in ciò che non è ancora / tenebra nella sua latenza" (ibidem) (Presentazione di Fulvio Dell'Agnese)




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