La Trieste dei primi anni di Ugo Carà (nato nella vicina Muggia nel 1908) si avviava, insieme alle altre capitali della Mitteleuropa, a terminare, da lì a poco, un era storica, quella dell'impero asburgico, e una stagione irripetibile per l'Arte, come le stelle risplendente nella massima intensità solo poco prima della fine. Gli artisti triestini potevano frequentare le accademie di Vienna, Monaco, Berlino; essere a contatto con Kandinskij, Klee, Kokoschka, Klimt. Una formidabile congiuntura storica, da cui Carà trasse beneficio anche in virtù delle sue origini. Lui era per nascita cioè che era, ed è, Trieste. La Mitteleuropa e l'Oriente bizantino si incontrarono nelle persone dei suoi genitori. Il padre, originario dell'isola di Veglia (Krk) in Dalmazia, conobbe la futura moglie mentre ella si trovava ospite degli Strudthoff, i proprietari dei cantieri navali San Rocco. Helène Ladas era greca, nata nell'isola di Creta.
Nel 1930, a Vienna frequentò l'atelier che Wilhelm Frass gestiva con il fratello Rudolf. I due erano lo specchio delle contraddizioni che pulsavano in una capitale in cerca di un nuovo ruolo nel contesto storico-culturale europeo. Wilhlem, che aveva vissuto la Secessione, realizzò negli anni seguenti alcune opere per il Memoriale degli eroi di guerra alla Burgtor di Vienna: l'aquila in pietra, di tre metri di altezza; la corona di alloro in rame; la scultura al soldato caduto. Carà iniziò a dedicarsi al disegno considerandola una disciplina attraverso cui sviluppare capacità da applicare nell'arte visiva e nella progettazione. I risultati andarono ben oltre. Riuscì a elaborare uno stile in cui coesistevano due interpretazioni della realtà. L'essenzialità nelle linee degli oggetti in acciaio inossidabile, realizzati a partire dal 1928, rappresentò un design in anticipo sui tempi, come riconosciuto da Giò Ponti su Domus e su Stile del 1941. La eccezionalità del suo disegno è però nella capacità di sviluppare anche una interpretazione in "chiaroscuro", preludio alla terza dimensione.
Se la pittura fu una parentesi quasi esclusivamente giovanile, la scultura fu invece seguita per tutta la vita. Utilizzava marmo, pietra, legno, cera, gesso, bronzo. Tra le sue opere, la statua dedicata a Santa Barbara, alta tre metri, sulla facciata della Chiesa di Arsia, e la Nuotatrice, realizzata in bronzo, collocata lungo la riviera di Barcola a Trieste. Nonostante la partecipazione alla Triennale di Milano, alla Biennale di Venezia, all'Expo di Parigi e di Bruxelles, dove tornò nel 2003 con un'antologica curata dall'architetto Marianna Accerboni, la sua carriera si è concentrata soprattutto nel Nordest italiano. A 29 anni fu presente con una scultura alla Esposizione internazionale di Parigi.
La Grecia contemporanea (1974-2006)di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera ed. Polistampa, 2007 |