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Prima del nuovo numero di Kritik

Cataloghi da Mostre d'Arte




Copertina del catalogo della mostra con opere di Marino, Azuma, Cavaliere, Ramous Marino | Azuma | Cavaliere | Ramous
12 ottobre (inaugurazione) - 13 novembre 2021
Galleria Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

* Catalogo della mostra pubblicato da Cortina Arte Edizione, pag. 110
Copertina catalogo della mostra

La mostra, a cura di Stefano Cortina e Luca Pietro Nicoletti, vuol essere innanzitutto un omaggio alla grandezza di Marino Marini, non a torto ritenuto da molti il più grande scultore al mondo del '900 e maestro ispiratore di innumerevoli artisti. Abbiamo deciso di affiancargli tre tra i più importanti e autorevoli dei suoi "allievi" e amici, Kengiro Azuma che lasciò il natio Giappone proprio per le lezioni di Marino all'Accademia di Brera e successivamente ne divenne assistente di studio, Alik Cavaliere, prima allievo poi assistente di Marini in Accademia, Carlo Ramous anche lui passato dalle aule di Brera, poi amico e collega del maestro.

La vitalità dell'insegnamento di Marino Marini, che questa mostra vuole ricordare attraverso alcuni dei suoi maggiori interpreti, si vede dalla molteplicità di percorsi che, partendo da quella lezione comune,si sono mossi in direzioni diverse, ma tutti all'insegna della sperimentazione e della libertà espressiva. In vita ne riconobbero la grandezza e furono da lui ispirati nella loro creatività e produzione. I quattro sono stati tra gli indiscussi protagonisti di una scuola, quella Italiana che ha fatto epoca nella storia della scultura mondiale del Novecento, scuola che è stata faro e ispirazione per tutti coloro che si avvicinavano alla "terza dimensione".

Marino Marini, oltre che grande scultore è stato un eccelso disegnatore, ottimo pittore e grafico con un cospicuo corpus di disegni e di arte moltiplicata, incisioni, acqueforti, litografie. Tutti e quattro hanno privilegiato nella loro produzione in bronzo un ridotto numero di fusioni piuttosto che il multiplo di più facile distribuzione e maggiormente remunerativo. La mostra presenta un piccolo compendio di fusioni in bronzo, terrecotte, disegni e litografie che accompagnano e caratterizzano le loro carriere e l'influenza che Marini ha esercitato si di loro. Per l'occasione sarà editato da Cortina Arte un catalogo con testo di Luca Pietro Nicoletti e un nutrito materiale iconografico sia delle opere che biografico dei quattro artisti. (Comunicato stampa)




Walter Valentini: "Nove per Novanta"
24 settembre - 26 ottobre 2019
Galleria Cortina Arte - Milano

Copertina del catalogo



Carola Mazot: "L'incanto dell'emozione"
19 febbraio - 09 marzo 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
Copertina del catalogo

Questa retrospettiva postuma, a cura di Stefano Cortina, celebra la carriera di un artista che sempre fu fedele a se stessa: Carola Mazot. Figlia d'arte, creativa e intraprendente, la Mazot muove i suoi primi passi nel campo della pittura con risolutezza; forgiata dall'Accademia spicca poi il volo sulle ali di una propria estetica incontaminata dai manierismi dell'allora attualità. Quello che ci lascia quest'artista è un percorso di ricerca segnica, un viaggio alla scoperta della poetica nascosta nelle più semplici cose.

La raccolta in esposizione mostra infatti le tante piccole istantanee che Carola Mazot usava carpire dalla realtà quotidiana: gesti, espressioni, azioni, movimenti usuali concentrati in un segno vibrante che tenta di intrappolare la vita sulla tela e trasmetterne l'intrinseca energia. Non a caso alcuni dei suoi soggetti preferiti erano sportivi in azione, nello specifico calciatori; figure chiamate ad incarnare quella vitalità che l'artista ha sempre tentato di incanalare nei propri lavori. Catalogo in galleria, Edizioni Cortina Arte, testo critico di Giorgio Seveso, introduzione di Mafalda Cortina. (Comunicato stampa)



Copertina del catalogo Diario Pittorico di Antonella Affronti pubblicato nel 2015 Antonella Affronti
Diario Pittorico

Catalogo a cura di Francesco Scorsone
ed. ISSPE, pag.143, aprile 2015


Volume presentato il 16 aprile 2015
Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo
www.studio71.it

Nel corso della presentazione della monografia illustrati gli oltre trent'anni di lavoro dell'artista. La presentazione precede la mostra Diario Segreto a cura di Francesco Scorsone inaugurata il 18 aprile 2015 negli stessi locali. Antonella Affronti (Palermo, 1949) consegue la maturità artistica e l'abilitazione all'insegnamento; già studentessa partecipa a numerose mostre organizzate dagli insegnanti del suo corso, tra cui Disma Tumminello, Raffaele Piraino e Maurilio Catalano. Inizia la sua attività nel 1981, con impronta vagamente impressionista dalle tonalità accese tipiche dei Fauves per opere che si distinguono come "fluttuazioni dello spazio e della luce". Del 1982 è la sua prima mostra personale alla Galleria "Il Cenacolo" di Palermo curata da Giovanni Cappuzzo. Nello stesso anno viene invitata da Albano Rossi a Erice (Trapani) per partecipare alla Salerniana.

Da questa data al 1991 non ci sono riferimenti ufficiali di esposizione, ma la sua ricerca pittorica continua seppur nel silenzio. Nel 1991 viene invitata a Mantova alla Rassegna di Pittura, Scultura, Grafica e Poesia. Nello stesso anno è la seconda personale alla Galleria "Il Cenacolo" curata da Albano Rossi. Intanto conosce il gallerista palermitano Eduardo Lupo della galleria Lupo'Art di Palermo e negli anni 1994/95/96 espone il frutto della sua ricerca stilistica in proprie mostre personali denominate Trasparenze. Nel 1995 è a Malta, per la "Prima Biennale Internazionale" e a Ravenna per partecipare al "Premio Nazionale di Pittura". Fondamentale in questo periodo è la sua amicizia con Tecla Iraci, pittrice di talento prematuramente scomparsa. Nel 1995 è presente alla Iª Rassegna d'Arte Fiera di Palermo con la Galleria Lupo Art. Nel 1996 è a Roma per una mostra personale assieme a Marilù Fernandez (la Signora del corallo) e Tecla Iraci, alla "Ca D'Oro", qui conosce Bruno Caruso e lo scrittore Costanzo Costantini.

Nel ciclo "Trasparenze" (1994/1997) la sintesi coloristica si fa più consapevole, le pennellate si allungano, il tratto si assottiglia. Nel 1995 In occasione del "Bicentenario dell'Orto Botanico" di Palermo, viene invitata Dal Prof. Francesco Maria Raimondo alla mostra collettiva "Le Palme tra Arte e Scienza". Dal 1999 al 2006 è il ciclo degli Spiragli, Abissi d'Energia, Pulsioni, Vibranti Policromie, in mostre esposte alla Galleria Studio 71 Palermo, al caffè letterario La Galleria di Cefalù, a Palazzo Chiaramonte Steri di Palermo; qui le pennellate si allargano, diventano nastri che avvolgono, il colore si fa corposo il soggetto pretesto per addentrarsi nella materia.

Dal 2001 invitata da Fabrizio Costanzo entra a far parte di "Graffiti & Addaura Art Artisti Contemporanei". E' Del 2003 una sua personale ad Abano Terme, e la partecipazione alle fiere d'Arte di Forlì e Cremona. Nel 2007-2014 vengono acquisite sue opere dalla pinacoteca del Castello di Carini (Palermo), da Chateau Des Réaux - Chouzè sur Loire (Francia), dalla Fondazione La Verde - La Malfa di San Giovanni La Punta (Catania), dal Museo Diocesano di Monreale (PA), dal Museo degli Angeli in Sant'Angelo di Brolo (Messina), dall'Associazione "Istituzione Francesco Carbone", Real Casina di Caccia di Ficuzza (Palermo).

Del 2009 è la sua partecipazione al "Graffiti Day con il totem Mutazione della pietra e alla performance alla Fondazione La Malfa La Verde (Catania) con l'opera solstizio d' estate cm.150x300 un'opera realizzata a più mani con Antonino G. Perricone e Giuseppa D'Agostino voluta da Marcello Scorsone e donata alla Fondazione. Nel 2011 Nicolò D'Alessandro la include in una rosa di centosettantasei artisti tutti siciliani per la mostra Made in Sicily curata da Nicolò D'Alessandro ed esposta a Catania presso "Le Ciminiere" e a Palermo presso il "Reale Albergo delle Povere". La sua produzione è documentata da molti siti d'arte. Al suo attivo sono numerose mostre in Italia e all'estero e sue opere sono in collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa Studio 71 - Palermo)



Antonella Affronti
(Diario Segreto)


termina lo 08 maggio 2015
Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo

Presentate al pubblico per la prima volta 21 opere realizzate dall'artista in un momento di particolare creatività. L'arte si sa non ha regole prestabilite, spesso è frutto di intuizioni, di stati d'animo, di momentanee folgorazioni, di crisi e di periodi di esaltazione, di presa di conoscenza e coscienza; di incontri casuali ma anche cercati, di discussioni interminabili magari tra colleghi e operatori culturali. Ma l'arte è anche solitudine ed è forse quello il momento in cui la produttività costruttiva del pensiero si mette in moto.

Ti costruisci un mondo parallelo fatto di "cose e pensieri" tuoi ai quali a nessuno è permesso di entrare. Un diario segreto nel quale gli appunti sulle tue emozioni, incontri, sofferenze, amore e piacere sono i compagni della tua giornata. Un ruolo fondamentale assume in tale operazione il colore, incanalato attraverso larghe pennellate che strutturano una sorta di "matasse" policrome. Sono gli anni in cui il corpo assume un'importanza fondamentale. Il tratto è più vincolato e la figurazione anatomicamente più dettagliata. Le sue opere divengono un campo in cui far convivere due mondi, quello del reale e quello dello spirituale, in perenne scambio dialogico. Catalogo a cura di Francesco M. Scorsone con testi di Tommaso Romano, Vinny Scorsone, Aldo Gerbino, Maria Antonietta Spadaro ed. ISSPE. (Estratto da comunicato stampa)



Copertina del catalogo della mostra Dadamaino Gli anni '80 e'90, l'infinito silenzio del segno Dadamaino
Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
...tra questa immensità s'annega il pensier mio... (da «L'infinito» di Giacomo Leopardi)


03 giugno - 18 luglio 2014
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

___ Catalogo a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo
testo critico di Elena Pontiggia
ed. Cortina Arte Edizioni, pag. 247


Presentazione mostra

Con questa rassegna si conclude il ciclo di mostre che la Galleria Cortina Arte ha dedicato a Emilia Maino detta Edoarda meglio conosciuta come Dadamaino (Milano, 1930-2004). La vita e la carriera dell'artista milanese è stata analizzata e studiata con una metodologia scientifica che difficilmente ha eguali nel panorama espositivo italiano sia pubblico che privato. Dopo l'iniziale antologica allestita nel 2008 hanno fatto seguito la mostra del 2010 dedicata agli anni '50 e '60 e quella del 2012 riguardante gli anni '70. Siamo giunti ora all'analisi degli anni '80 e '90 della produzione e della vita artistica di Dadamaino, ovvero gli anni che hanno portato alla fine della sua incessante ricerca quando il male di vivere la vinse definitivamente mettendo termine al suo lavoro con l'ultima opera firmata nel 2000 e alla sua vita, il 13 aprile del 2004.

In questi anni abbiamo affrontato sistematicamente non solo l'opera e il lavoro di Dada ma la sua vita, le sue amicizie, le sue relazioni oltre al suo pensiero artistico ed al suo credo politico. Tutto ciò attraverso le testimonianze di quanti la conobbero e l'apprezzarono. Personalità complessa e controversa capace di suscitare affetti ed ammirazione incondizionata come odi e repulsioni feroci che ancora oggi sopravvivono a 10 anni dalla sua scomparsa. Dagli inizi incerti, quando "folgorata" dall'opera di Fontana, abbandona il figurativo acerbo di matrice novecentista e complice la forte amicizia con Piero Manzoni comincia a frequentare gli ambienti delle avanguardie milanesi della fine degli anni '50 collaborando con la Galleria Azimut fondata da Manzoni ed Enrico Castellani.

Alle successive esperienze ottico-cinetiche stante la frequentazione con i corrispettivi gruppi sia italiani (Gruppo T e Gruppo N, Gruppo 63) che stranieri (Nül, Zero, Motus, Grav) sino alle rassegne di Nove Tendencije di Zagabria nonché agli stretti legami d'amicizia con autori come Françoise Morellet e Gianni Colombo, Dadamaino arriva negli anni '70 alla sperimentazione di un segno che, partendo dagli Incroci lineari/Inconscio razionale, giunge alla definizione di una nuova scrittura pittorica e poetica creando le lettere dell'Alfabeto della Mente, ciclo che perdura fino al 1980, anno della prima partecipazione alla Biennale di Venezia con la famosa installazione dei fogli non incorniciati delle varie lettere dell'Alfabeto della Mente appesi con due chiodini direttamente sulla parete.

Lo studio e l'evoluzione del segno caratterizza non solo la produzione di Dadamaino ma ne consegna l'opera alla storia rendendo la sua calligrafia pittorica unica e ineguagliata. Negli anni '80 e '90 le linee si rarefanno dapprima nella serie delle Costellazioni, successivamente nella serie Intervalli-Interludi, prodromi a quello straordinario corpus dei Movimenti delle cose che dal 1989 costituirà il centro esclusivo dell'operare di Dadamaino con le serie La malattia, Passo dopo Passo e Sein und Zeitung. Ricerca di certo non conclusa per la volontà dell'artista ma solo per le ineluttabili e ineludibili vicende della vita, la malattia, la morte.

Tutte le mostre sono state corredate da approfonditi cataloghi, completi ed esaustivi. Anche l'attuale rassegna, curata da Stefano Cortina con Susanne Capolongo, presenta una pubblicazione impreziosita dal testo critico di Elena Pontiggia e dai contributi di Lea Vergine, Flaminio Gualdoni, Angela Madesani, Tommaso Trini, Giovanni Anceschi, Volker Feierabend, Paola Lanzani, Giuseppe Spagnulo, Marco Gastini e quattro poesie di Miklos N. Varga composte per un progetto congiunto rimasto inedito sulle Costellazioni di Dadamaino dedicate alle Quattro Stagioni. Un'ultima annotazione, L'infinito silenzio del segno nasce da una citazione di Dadamaino stessa, durante un'intervista a Radio Popolare il 22 maggio 1997.



Estratto da intervista a Lea Vergine, di Susanne Capolongo

S.C. Ho raccolto parecchie testimonianze su Dadamaino, in comune tutte la descrivono come una donna vulcanica, sensibile, generosa e altro ancora, lei che ricordo ne ha?

L.V. Non era un'artista, come spesso possono essere gli artisti, tutta centrata su se stessa e sul proprio vivere, era una donna libera e anticonformista. (...) Amava sì la compagnia ma apprezzava la solitudine.

Estratto da intervista a Giovanni Anceschi

Susanne Capolongo: Sei un artista presente sulla scena internazionale sin dagli anni '50, sei tra i fondatori del Gruppo T, giovani e promettenti artisti che si relazionano con altri artisti anagraficamente più adulti tra questi Dadamaino, amica e collega che reminiscenza hai di lei?

Giovanni Anceschi: (...) Per quel che riguarda il suo lavoro personalmente apprezzo di più le opere dall'inizio degli anni '70 in poi quando - dico io - ha veramente trovato se stessa. Fino ad allora aveva fatto opere sperimentali... Mentre quando inizia a lavorare sul segno si decide ad accettare anche la parte irrazionale e pulsionale della sua grande persona. (...)

Estratto da "Dadamaino e il design", di Paola Lanzani

(...) nel 1969 ho conosciuto Dadamaino... Da subito con Dada nacque una sinergia sul percorso di ricerca e un'amicizia e una stima profonda... Poichè progettavo i grandi spazi di vendita con attrezzature modulari e con sistemi di organizzazione di Lay-out incentrati sul rapporto percorso-modulo, questo interpretare lo spazio in modo organizzato e seriale mi avvicinava alla ricerca di Dada. (...) Il parametro progettuale che sviluppavamo insieme era quello di ottenere degli oggetti o delle pareti che potessero inserirsi nello spazio abitativo in modo dinamico, articolando lo spazio in modo mutevole. I pannelli dinamici a due o a tre moduli sono basati sia sulle analisi di Dadamaino sui colori dello spettro e delle loro interazioni (Ricerca del colore, 1966-68) sia sulla visualizzazione del tema delle variazioni dinamiche attraverso il movimento nello spazio.



Copertina del catalogo della mostra Geometrie Cromo-cinetiche di Dario Zaffaroni Dario Zaffaroni
Geometrie Cromo-cinetiche


14 gennaio - 08 febbraio 2014
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Catalogo ed. Cortina Arte Edizioni, pag.48

A cura di Stefano Cortina, Susanne Capolongo, Dario Zaffaroni
Testi di Tommaso Trimi, Susanne Capolongo
Foto di Valeriano Borroni, Maurizio Castelli, Dario Zaffaroni


Presentazione mostra

Il nuovo anno della galleria si apre con una mostra di Dario Zaffaroni, a cura di Susanne Capolongo e Stefano Cortina. Artista presente sulla scena artistica dalla metà degli anni '60, geometrie e cromatismi sono le caratteristiche del suo percorso professionale. La progettazione è l'elemento dominate, rapporti matematici e geometrie strutturali integrati da una sapiente miscelatura di carte fluorescenti di 9 colori producono opere cromo-cinetiche che come scriveva Dadamaino in occasione della personale dell'artista nel 1973 " (...) gli indirizzi di Zaffaroni vertono maggiormente sul proseguo della ricerca metodologica dei rapporti Cromo-dinamici, di notevole interesse anche propedeutico, per la verifica di quei fenomeni in cui l'accostamento e l'intersecazione di elementi cromatici a gradiente fluorescente, determinano come risultato la creazione di valori dinamici sempre diversificati. (...)".

Possiamo stabilire tre periodi fondamentali nel lavoro di Dario Zaffaroni: anni 1968/75 con il ciclo "Cromo dinamiche-fluorescenti" e i "Rulli", anni 1976/85 le superfici cromatiche indeterminate e negli anni recenti i cromo/optical con l'utilizzo della stampa digitale. Ha vissuto appieno rapporti e amicizie con gli artisti delle avanguardie di quegli anni, ricordiamo Dadamaino, Calderara, Tornquist, Colombo, Varisco, Spagnuolo e molti altri; con Dadamaino in particolare ha eseguito numerosi lavori e installazioni a quattro mani come il progetto Environnement lumino-cinétique sur la place du Chatelet a Parigi su invito del Centre National d'Art Contemporain. Partecipa alla Xª Quadriennale Nazionale di Roma, è tra gli artisti invitati alla Xª Internazionale Malerwochen di Graz e alla Neue Galerie am Landesmuseum Janneum sempre a Graz, numerose le esposizioni sia in Italia che all'estero: Francia, Austria, Sud Africa, Seychelles, Svizzera, New York. Catalogo in galleria, con testo critico di Tommaso Trini e intervista di Susanne Capolongo, Cortina Arte Edizioni.

Dalla intervista a Dario Zaffaroni di Susanne Capolongo

S. C. - Le tue opere tridimensionali e poliedriche sono l'espressione di una libera conciliazione del rigore geometrico e di una totale autonomia creativa. Un invito alla fruizione tattile e al piacere visivo, come nasce l'idea di fare arte?

D. Z. - Ritengo che la mia provenienza dall'Industrial Design e l'attenzione verso l'utilizzo di mezzi tecnologici e contemporanei siano gli elementi fondanti del mio modo di fare arte, creativamente indirizzate verso una continua ricerca sulla percezione visiva. Il rigore geometrico, specialemente negli anni '60, era una iterazione a volte spropositamente usata come libertà creativa da molti artisti tanto è vero che all'inizio degli anni '70 moltissimi (influenzati dal Concettuale) si indirizzarono su ricerche alternative. Per me, pur mantenendo in parte delle forme geometriche, è fondamentale proporre delle opere in cui la possibilità tattile (nei Rulli) o il piacere visivo non venga interpretato come un gioco, ma come ricerca e faccia scaturire nell'osservatore una curiosa lettura delle intrinseche e mutevoli geometrie cromatiche rappresentate.

S. C. - (...) Il tuo lavoro è in continua evoluzione, quali sono le tue prospettive per il domani?

D. Z. - (...) Io penso che il XXI secolo ci stia portando verso un'evoluzione più scientifica che umanistica e la capacità di un artista è anche quella di captare questi cambiamenti, muoversi di conseguenza evolvendo il proprio linguaggio artistico verso nuove espressioni. (...)

S. C. - Con Dadamaino hai eseguito anche lavoro a quattro mani, sei stato un suo fidato amico e compagno d'arte, quali ricordi?

D. Z. - La grande "Dada" è stata la guida intellettuale della mia strada d'artista, a lei devo moltissimo, ripagato da una grande stima probabilmente dovuta dalla comune visione della vita e rispettoso delle sue conoscenze. (...)

Dal testo "La seduzione delle superfici", di Tommaso Trini, 2013

(...) Si noti ora quanto le superfici strutturali di Dario Zaffaroni siano più riproducibili delle superfici optical o dei congegni cinetici o delle primary structures a scansione topologica. E' segno che sui loro piani scorrono sotto traccia elementi di figurazione, brividi di narrazione. Le ondulazioni in pressione fluorescente entro i piani dei suoi cicli di Cronodinamiche occhieggiano come sirene di cui diremmo, al pari dei fotoni, che sono tanto ondulatorie quanto corpuscolari. (...)



Copertina del catalogo della mostra sulla storia della Galleria Cortina 1962-2013 50 e oltre
Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013

12 maggio - 23 giugno 2013
www.cortinaarte.it

___ Catalogo a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
pag.167, ed. Cortina Arte Edizioni




Cinquanta anni, anzi 51, sono molti per la storia di una galleria d'arte, una vicenda sempre in bilico tra imprenditoria e formazione culturale. La galleria nasce in una libreria, attività principale della famiglia Cortina dal 1946, quando Renzo, il più giovane dei tre fratelli, vende il suo primo quadro, un Sironi nel 1961. L'anno dopo inizia l'attività espositiva affiancata per ben 25 anni dalla libreria, situate entrambe negli storici locali di Piazza Cavour.

Mercato, cultura ed editoria hanno percorso strade parallele, non possiamo infatti sottovalutare l'importanza del ruolo di proposizione culturale che la Galleria, come del resto le altre Gallerie storiche, ha svolto in tutti questi anni, sovrapponendosi, affiancandosi, e talvolta sostituendosi alla proposta culturale della città. Una storia familiare, come da tradizione tra i grandi galleristi italiani, che lega il padre Renzo, scomparso nel 1987, al figlio Stefano, fatta di amicizie e solidarietà, di progetti condivisi, di successi e di cadute, spesso mirando più alla gloria di una mostra di successo che al profitto di un affare fine a se stesso.

Dal Futurismo con Depero, Balla e Sironi, allo Spazialismo con Fontana, Dova e Crippa, dalla Pop Art e dintorni di Warhol, Schifano e Tadini al Realismo Esistenziale di Romagnoni, Guerreschi e Cazzaniga, dall'Arte Cinetica di Dadamaino, Morandini, Tornquist e Apollonio alla Geometrica di Munari e Carmi, alla grande scultura italiana di Minguzzi e Agenore Fabbri alle esperienze informali di Mathieu e Turcato, alla Poesia Visiva e alla Performance Art di Chopin, alla MEC ART di Rotella, non tralasciando i giovani che la Galleria ha da sempre promosso e seguito come Giovanni Cerri e Oki Izumi. Una sezione speciale dedicata a Dino Buzzati, conterraneo e grande amico di Renzo, passione poi trasmessa al figlio Stefano. Esposti oli e disegni, alcuni inediti, che testimoniano il senso della profonda amicizia che legava i due bellunesi e che rese Renzo il gallerista in esclusiva di Dino Buzzati sino alla sua morte nel 1972. Il racconto di questi anni è reso possibile dalle testimonianze fotografiche che ne hanno accompagnato le mostre e gli eventi.

A rappresentare questo aspetto una sala dedicata a Maria Mulas, partecipe del passaggio di tanti amici che hanno vivacizzato quello che tra i primi diventò dagli anni '60 un autentico salotto letterario, crogiuolo di idee e fucina di iniziative grazie alla frequentazione di personaggi quali Indro Montanelli e Dino Buzzati, Alberto Moravia e Salvatore Quasimodo, Jack Kerouac e Andy Warhol. In oltre 670 mostre allestite nei vari spazi della galleria nelle sue varie sedi ed in oltre un centinaio di esposizioni organizzate presso Gallerie Pubbliche, Musei e Fondazioni sono stati quasi mille gli artisti, pittori, scultori, fotografi, performer, illustratori, designer presentati al pubblico dalla Galleria Cortina dal 1962 ad oggi. Mostra curata da Susanne Capolongo.

In occasione della mostra, sono stati realizzate una serie di iniziative collaterali presso la Cascina Roma, a San Donato Milanese (Milano). Il 17 maggio, "Omaggio a Dino Buzzati: Racconto a due - Parole Immagini Video" con Maria Teresa Ferrari e Lucia Bellaspiga; il 24 maggio, «Poema a fumetti», con testi e disegni di Dino Buzzati, presentato dal Teatro Stabile di Verona, con Paolo Valerio, musiche originali di Antonio Di Pofi eseguite dal vivo al pianoforte da Sabrina Reale, videoproiezione delle immagini originali. Al termine dello spettacolo intervento di Maria Teresa Ferrari, giornalista e critica d'arte, sull'universo creativo di Dino Buzzati. Il 07 giugno, Concerto in "Arte", concerto di musica classica, con direzione artistica Yukie Suzuki, esecutori Shiho Fujita (Soprano), Yuka Matayoshi (Soprano), Hayato Yamagiwa (Tenore) e al pianoforte Yukie Suzuki. Il 12 giugno, tavola rotonda su "Arte e collezionismo", con interventi di Flaminio Gualdoni (critico d'arte), Marcello Morandini (artista), Giovanni Cerri (artista), Stefano Cortina (gallerista).



Catalogo della mostra Long Play XXIV Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate 2012 Long Play
XXIV Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate 2012
Artisti selezionati: Luigi Presicce, Riccardo Arena, di Alis/Filliol, Mariagiovanna Nuzzi, Diego Marcon, Raphael Cuomo e Maria Iorio.


24esima edizione, 03 marzo - 22 luglio 2012
Fondazione Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea "Silvio Zanella" - Museo Maga - Gallarate (Varese)
www.museomaga.it

___ Catalogo ed. Mousse Publishing, pagg.92

Il Premio, ideato nel 1949 per fondare la Civica Galleria d'Arte Moderna, ha da sempre prestato particolare attenzione alla ricerca artistica sviluppata dalle più giovani generazioni e alla costante trasformazione dei linguaggi visivi. Con Long Play conferma questa vocazione dedicando la propria attenzione giovani artisti under 35. La Commissione Scientifica ha lavorato a un complesso progetto espositivo che intende valorizzare le ricerche artistiche di lunga durata intraprese da alcuni artisti dell'ultima generazione e in cui la dimensione della dilatazione temporale sia coniugata con un ripensamento dell'opera, non più considerata come oggetto definito, ma come progetto di ricerca, campo aperto di riflessione sulla struttura stessa dell'opera.

Tra gli oltre 50 artisti operanti in Italia e all'estero presi in esame solo 18 sono stati invitati a presentare le proprie ricerche che il Premio avrebbe potuto sostenere nell'ottica di Long Play la Commissione ha selezionato i seguenti progetti. Fusione a neve persa, di Alis/Filliol, è il nome di un ciclo di sculture del duo torinese. Le due opere presentate al Maga, Fusione n.4 e Fusione n.5, appiano come intricate strutture dove una componente artificiale si fonde con una serie di dettagli che appaiono più naturali. L'installazione di Luigi Presicce introduce immediatamente in un universo visivo estremamente articolato. Lo spazio vede la presenza di una serie di atti, di cui quattro costituiscono il racconto de Il grande Architetto, mentre il quinto è dedicato alla morte di Adamo.

Repèrages. Al-rumul: forms-of-life and dwelling si presenta come una serie di scatti fotografici, accompagnati da alcuni passaggi testuali, riportati direttamente a parete. Questa forma, che intende distinguersi dall'idea di work in progress, suggerisce il percorso di ricerca di Mariagiovanna Nuzzi. Broken Genealogies (Anno 1950) è un progetto dedicato alla storia del Premio Gallarate e alle relazioni con il contesto in cui è nato. Raphael Cuomo e Maria utilizzano gli archivi storici del Premio per la costruzione di un display.

SPOOL è un corpus video creato da Diego Marcon e in attuale, progressivo sviluppo. L'artista raccoglie e digitalizza archivi video di film di famigli girati in analogico. Duplice morte Ellero ed ecosistema visivo è una riflessione sul tema della identità e su come l'uomo sia effettivamente in grado di definire la natura. L'installazione è composta da fotografie, materiali d'archivio, documenti, mappe concettuali, collage e un film diviso in quattro capitoli.

Gli autori hanno lavorato anche presso il museo allo sviluppo dei lavori, proprio perchè la processualità delle opere e il loro carattere aperto presuppone una presenza importante degli stessi artisti in museo, accompagnati dai curatori e dallo staff del museo. Accanto alla didattica e alle attività di studio e ricerca per giovani studenti, anche incontri con gli artisti di questa edizione.

«(...) Per la prima volta, la mostra promossa dal Premio inaugura nelle sale del Museo Maga, portando a compimento l'idea principale che mosse Silvio Zanella e i cittadini che con lui diedero vita al Premio del 1949: costituire un museo per la Città. La strada tracciata con lucidità, coraggio e tenacia da Silvio Zanella e dagli oltre cento promotori che lo hanno affiancato in questi decenni, ha condotto prima alla costituzione di una Civica Galleria di Arte Moderna e Contemporanea (1966) e, recentemente, all'apertura del Museo Maga la cui collezione nasce e si caratterizza grazie alle opere acquisite durante le edizioni del Premio Gallarate. Proprio nel novembre del 2011 è stata ufficializzata la donazione di circa 800 opere acquisite durante sessant'anni di storia e ben veitrè edizioni.» (Estratto da presentazione di Giovanni Orsini, Presidente Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate)

«Long Play è tratto dalla funzione LP / SP dei videoregistratori degli anni '90. Come noto, la funzione LP raddoppia la capacità di registrazione delle videocassette. Sistema di compressione dei dati ante litteram, LP può essere vista come una forma di proto-digitalizzazione vera e propria. Mentre il mondo si preparava alla rivoluzione della riproduzione digitale (moltiplicazione e alta circolazione dei dati), l'arte seguiva un doppio movimento. Da un lato accelera, incita e alimenta.

Ne escono una serie di lavori che assecondano l'immediatezza, stordiscono il linguaggio pubblicitario e scuotono le frequenze dei mercati. Dall'altro diversi artisti sentono forte l'esigenza di ritrarsi, di sospendere l'esposizione e di ancorare la propria ricerca a basi più solide. (...) Non è un caso che uno dei primi a teorizzare la figura dell'artista come ricercatore sia proprio Allan Kaprow. (...) Come non è casuale che, in tempi di riconsiderazione del ruolo dell'artista entro assetti socio-economici in profonda trasformazione, si giunga a delineare addirittura un ritratto dell'artista come ricercatore.

A questa figura si è rivolto il nostro interesse. Il Premio viene declinato, quindi, secondo tale prospettiva, assumendo una ragione d'essere profonda che non segue le logiche da classifica, da "the best of", ma diventi riconoscimento importante in un lavoro in corso, ne permetta la sua realizzazione in una fase avanzata di definizione, presentando la sua genesi in una mostra articolata (...)» (Estratto da LP - di Anna Daneri, Denis Isaia, Noah Stolz)



Copertina del catalogo della mostra Vertigo di Filippo Marignoli Dipinto ad acrilico su tela di cm.135x165 denominato Ecran realizzato da Filippo Marignoli a Parigi nel 1980 Dipinto a olio su tela di cm.53x60 Senza Titolo realizzato da Filippo Marignoli nel 1949 Filippo Marignoli: Vertigo
16 settembre - 21 novembre 2010
Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese - Roma
www.silvanaeditoriale.it - Ufficio Stampa Scarlett Matassi

___ Catalogo a cura di Enrico Mascelloni, ed. SilvanaEditoriale, pagg.127 + CD


Filippo Marignoli (Perugia 1926 - Seattle 1995) fu, per educazione e per vocazione, il più cosmopolita tra gli artisti italiani attivi nel dopoguerra, un artista fuori dagli schemi tanto nel linguaggio che nella carriera. L'origine aristocratica, il matrimonio con una celebrata bellezza degli anni '50, la principessa Kapiolani Kawananakoa delle Isole Hawaii, lo introdussero a esperienze internazionali negate alla maggior parte dei suoi coetanei italiani, consentendogli di soddisfare la sua naturale irrequietezza in un nomadismo artistico speso tra Roma, New York, Honolulu e Parigi. I suoi primi lavori, all'insegna di una pittura di materia e di gesto, si collocano alla fine degli anni '50. Si tratta di tele per lo più di grande formato che lo fecero reputare uno dei migliori interpreti della nuova arte italiana.

Tuttavia, proprio al grande successo iniziale si deve un pregiudizio critico che, in Italia, circoscrive il ricordo del pittore umbro alla sola stagione dell'Informale. In realtà le opere successive sono particolarmente originali e, nella sorprendente fase conclusiva della sua ricerca, Marignoli riesce in una impresa ambita da ogni artista moderno: inventare qualcosa di assolutamente nuovo.Trasferitosi a Parigi nel 1974, inizia da subito una fervida collaborazione con una delle più importanti galleriste europee del dopoguerra, la leggendaria Denise Renè. I dipinti del periodo francese sono orizzonti talmente verticalizzati da richiedere il ricorso a inconsueti formati molto lunghi e stretti. La critica più aggiornata ne parla come dei primi paesaggi radicalmente verticali della pittura contemporanea, in un unicum di originalità, la rappresentazione in pittura della sensazione della vertigine.

«Vertigo è l'atto pittorico che trasforma lo spazio in un abisso; che costringe lo sguardo a misurarsi con la verticalità assoluta. E' lo sguardo a inabissarsi, perché l'opera, come ogni opera pittorica resta immobile. Filippo Marignoli, nei suoi ultimi lavori, che si protraggono per quindici anni, riesce in una impresa ambita da ogni artista "moderno": inventare qualcosa mai vista prima. E come ogni artista degno di tal nome lo fa senza averlo programmato, recuperando gli stimoli del suo noviziato "informel" da Sargantini, le suggestioni dei suoi anni americani, le spigolosità analitiche che passavano attraverso le mostre della sua galleria parigina (Denise Renè). Filippo Marignoli si sposta, viaggia e costruisce isole di linguaggio abbastanza compatte.

Questa mostra romana al Museo Carlo Biliotti si dispone su quattro "isole": gli anni tra Roma e Spoleto all'insegna di una pittura di materia e di gesto; New York e Honolulu in cui fa i conti con la nuova arte americana; ancora Roma con una ricerca sul paesaggio appartata e lirica; infine Parigi dove crea i "Paesaggi verticali", che in qualche caso diventano non meno abissali "Paesaggi orizzontali". A nessuno sfuggiranno le coerenze di fondo che si trasportano in ogni isola come bagaglio ricorrente: soprattutto il Paesaggio non come genere ma come nodo ossessivo intorno al quale si snoda ogni linguaggio: il "far grande", quasi un recupero della monumentalità pittorica italiana, che lo pone in sintonia con le superfici altrettanto estese dell'arte americana e che darà un carattere di spazio abissale anche ai "Paesaggi verticali" di dimensioni più ridotte. La vertigine ha a che fare con l'amore non meno che con l'arte: è lo sguardo che s'inabissa insieme al corpo, nello sguardo e nel corpo amato. Non a caso Hitchcock chiamò il film che ha avuto un ruolo nel titolo di questa mostra La donna che visse due volte.» (Estratto da Vertigo, di Enrico Mascelloni)

«La felicità di Marignoli sta nel fatto che il suo lavoro, nonostante un'apparenza edonistica, non è reazionario in alcuni dei suoi aspetti. Il salto creativo nel buio è sempre dietro l'angolo. L'avanzare del mondo di Beckett è possibile persino sotto cieli sereni, e tuttavia Marignoli trova delle aperture nel drammatico balzo di quelle linee verticali che negli anni Settanta definiscono il suo lavoro. Ognuna è un salto emotivo, a volte più definito di altre. La bellezza delle superfici di Marignoli ha a che fare con l'individualità delle scelte cromatiche e con un sentimento di celebrazione. A partire dalla superficie e prima del salto c'è quel margine che ci conduce a Richard Serra , a Robert Morris e a Carl Andre.» (Estratto da Su Filippo Marignoli, un mondo nuovo, di David Gothard)

«Scorrendo la vita di Filippo Marignoli emerge l'impressione di un uomo che ebbe la capacità di lasciarsi condurre dalla Coincidenza e che riuscì a trasformarla, nel tempo in una sorta di esemplare percorso artistico; a programmarlo non ci si riuscirebbe.» (Luca Bradamante)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Copertina del catalogo della mostra Vertigo di Filippo Marignoli
2. Filippo Marignoli, Ecran, acrilico su tela cm.135x165, Parigi 1980
3. Filippo Marignoli, (dipinto senza titolo), olio su tela cm.53x60, 1949



Copertina del catalogo della mostra Radici di Elena La Verde Dipinto a olio su tela di cm 60x60 denominato Giselle realizzato da Elena La Verde Elena La Verde
"Radici"


Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo, 24 aprile - 15 maggio 2010
Fondazione La Verde La Malfa - Galleria Amaracrista - Trappeto (San Giovanni La Punta, Catania) - settembre 2010
www.studio71.it

___ Catalogo a cura di Vinny Scorsone, pagg.31

Strano dire cosa colpisca la nostra attenzione quando guardiamo un dipinto. A volte è la forma, altre volte il colore, altre ancora è qualcosa che va oltre lo strato di pigmento o il soggetto rappresentato. Non sempre, difatti, un quadro deve essere perfetto per piacere od emozionare. La storia dell'arte, del resto, ha degli esempi innumerevoli riguardo a questo argomento, soprattutto se guardiamo gli ultimi cento anni.

I ritratti che Elena La Verde espone in questa mostra sono stati da lei realizzati tutti negli anni Settanta. Aveva da poco cominciato a sentite l'esigenza di liberare il suo mondo interiore e le tele, i pennelli e i colori erano il mezzo più veloce e diretto per fare ciò. Solo in un secondo tempo deciderà di iscriversi all'Accademia di BB.AA. di Catania. Il tratto, in queste sue prime opere, è frettoloso, aguzzo, nervoso, "arrabbiato". Sulle tele i colori si mischiano dando vita a creature consumate dal tempo e dalle loro stesse paure.

Gli sguardi sono tristi, attoniti, pungenti, specchi equorei di anime in pena; maschere primitive di civiltà consunta; testimonianze di un passato fatto di un passato fatto di terra e di radici, di stracci e fil di ferro. L'immagine è sintetica: non vi sono orpelli, non c'è ricchezza di particolari che distoglierebbe l'attenzione dal soggetto. Elena La Verde fu in quegli anni Settanta una sorta di Outsider artist. Amalia, Giselle, Filippo, Il Pirata, sono tutti ritratti che risentono di quell'arte espressionista affacciatasi in Europa all'inizio del Novecento e di cui, inevitabilmente, il nostro patrimonio genetico è, seppure inconsapevolmente, intriso.

Contaminata, successivamente, dall'arte povera e dalla Pop Art, Elena La Verde mantiene ancora oggi, nelle sculture, la sua voglia di aprirsi al mondo. I soggetti continuano ad essere tormentati, latori di una smania esistenziale che poco appare sul volto sereno dell'artista. Da artista, ella ha sempre scandagliato l'animo umano, mostrandolo in modo sempre differente ma, al contempo, sempre uguale. Le inquietudini della mente e della società persistono, cambiano solo forma e lei adegua la forma, il mezzo, ai tempi che cambiano. Libertà e tristezza dunque sono due elementi ricorrenti nelle sue opere. A volte coesistono, altre volte si alternano, ma non sono mai assenti. (Estratto da Specchi equorei di anime di verghiana memoria, di Vinny Scorsone, 14 febbraio 2010)

Artista poliedrica, Elena La Verde, si interessa alle arti nel senso più ampio dalla musica alla pittura, dalla poesia alla letteratura. La sua grande passione per la scultura la indurrà a frequentare e a diplomarsi all'Accademia di BB.AA. di Catania. Il suo desiderio per la pittura sembra sia nato all'inizio degli anni Settanta nel corso di un viaggio in Spagna. Le sue opere sono in permanenza presso la Fondazione che porta il suo nome, sono altresì presenti in collezioni private in Italia, Canada, Austria.



Copertina del catalogo della mostra Geo dinamica con opere di Gilda Gubiotti Opera denominata Gelida realizzata da Gilda Gubiotti Gilda Gubiotti: Geo dinamica

Catalogo a cura di Vinny Scorsone, pagg.31
Fondazione La Verde La Malfa - Trappeto (San Giovanni La Punta, Catania)
31 ottobre - 30 novembre 2009
www.studio71.it

Dormo, credo. Sogno, forse. La mia mente vede; esplora nuovi territori, terre mai viste. Sono sospesa nello spazio. Guardo la Terra. Dall'alto, intravedo un vulcano rovesciare al suolo la sua lava. E intanto le nuvole si spostano, seguono il globo, coprendo, con il loro "drappo" candido, il suolo. Laghi e mari si fondono con la crosta terrestre. La Terra di Gilda Gubiotti è una massa viva che pulsa e si trasforma senza sosta. Il colore, steso a volte con le mani, si fa epifania di immagini ora reali ora astratte. Il disegno si disperde nella forma e la forma si dissolve nella materia pastosa del colore perché tutto è materia, anche e soprattutto la pittura. Le dita seguono lo scorrere di un fiume, le mani il propagarsi del magma dando vita a dei quadri, a delle visioni satellitari emozionali.

Gilda è il fuoco del vulcano, la profondità dell'oceano. Impetuosa e solare è figlia del Mediterraneo e dell'aria infuocata dallo scirocco. Ogni quadro è il suo specchio, il suo diario emozionale ed emozionante. In ogni quadro, l'artista e la Madre Terra, si fondono, condividono lo scorrere del tempo, i mutamenti. Quello di Gilda Gubiotti è un pianeta senza uomini, senza luci accese la sera nelle grandi città. La sua è una visione intima e quasi primigenia che mette in luce la parte selvaggia e vera di un pianeta, che molto spesso vediamo vediamo ma non siamo più abituatri ad ascoltare. (Estratto da Terra, di Vinny Scorsone, 12 agosto 2009)



Dipinto a olio su tela di cm 50x60 denominato Alba realizzato da Liana Taurini Barbato Liana Taurini Barbato: Silenzi

Catalogo mostra, pagg.23
Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo (04-19 settembre 2009)
www.studio71.it

E' un calmo silenzio quello che pervade le ultime opere di Liana Taurini Barbato. Non un rumore, non uno squillo cromatico spezza la quieta, disturba il tranquillo procedere della anime. Non figure, ma proiezioni di esse attraversano spazi immateriali, visioni di un viaggio irreale nei territori del sogno. Incamerata e ripetuta più e più volte la lezione pittorica del secolo appena trascorso la Barbato ha sentito, in questi ultimi anni, la necessità di rinnovare il suo stile, la sua tavolozza. Nei suoi ultimi lavori le mani perfette si sono ammorbidite e affusolate, i corpi sono divenuti ora malleabili ora rigidi, il colore ha perso la sua "densità" e la sua "pesantezza" e si è fatto nebbia, la luce ha smesso di colpire e tagliare ed ora si adagia lieve su tutto.

Sebbene, difatti, l'impianto classico-novecentista di Ubaldo Oppi, Francesco Trombadori, Achille Funi e tanti altri riecheggi ancora nelle sue tele, da questo l'artista si discosta notevolmente nel momento in cui affronta la definizione dei volumi e lo svilupparsi dei corpi. I suoi dipinti sono più indefiniti, meno severi di un tempo. I colori, seppur pastosi, appaiono più leggeri L'azzurro, il viola, il rosa tenue, il bianco si depositano sulle tele e plasmano nuovi esseri. Le atmosfere di cui si nutrono le sue creature sono intrise di malinconia.

Gli stessi paesaggi, dove ancora aleggia un gusto ottocentista, si perdono in atmosfere sognanti e in continua sospensione in cui soli e lune pastose fungono da congiunzione tra mondi antitetici. Nel campo sognante della tela, non bianchi e candidi gigli ma rossi e palpitanti fiori si ergono limpidi e fieri da un grosso vaso accentuando l'atmosfera irreale, aprendo le porte ad una dimensione ancora più eterea. Il reale come punto di spinta verso l'irrealtà, come germoglio stilizzato di una nuova vita. (Estratto da Il calmo procedere dell'anima, di Vinny Scorsone, 14 luglio 2009)
Immagine:
Liana Taurini Barbato, Alba, olio su tela cm 50x60



La copertina del catalogo della mostra 3 Words Collage denominato Vedrai realizzato da Nicola Di Caprio con pezzi di copertine di vinile d'epoca su foambord Dipinto denominato Track 02 realizzato da Bartolomeo Migliore nel 2009 in acrilico e matita su tela Dipinto denominato Fortuna realizzato nel 2005 da Spider con tecnica mista su tavola 3 Words
Nicola Di Caprio, Bartolomeo Migliore, Spider


12 marzo - 06 aprile 2009
Emmeotto - Roma
www.emmeotto.net

___ Catalogo a cura di Martina Cavallarin, pagg.40 + CD

Di Caprio, Migliore, e Spider sono artisti artefici di segni non convenzionali seppur tutti e tre agiscano sul terreno della citazione, dei materiali provenienti dal consumo industriale, dagli slogan di massa, da un immaginario pop che riportano però a una propria assoluta dimensione originale. La loro identità è complessa, variegata, i loro spot sono indefinibili, scomposti, dallo sguardo obliquo e dalla ironia potente.

L'immaginario di Nicola Di Caprio attinge al mondo musicale rivalutando la materia acustica nella sua fisicità, con la volontà di immergersi in una realtà sonora dal punto di vista del suo contrappunto simbolico dato da copertine e involucri, packaging, cd oversize e confezioni con annessi dati informativi. Il compito che si è dato Di Caprio sembra quello di concretare la sua opera ad una distanza zero dalla propria fantasia. Costante il rumore della musica di fondo trasformata in immagine e in parola. Il suo cammino borderline si nutre di frames, fotografie di cover, cover fotografate, coste di Cd dipinte, buste di Lp squarciate e ridisegnate (inside sleeves revisited), installazioni come Drumcusi, batteria-totem ricostruita in verticale in una salita infinita a rievocare la colonna di Brancusi.

L'universo pittorico di Bartolomeo Migliore è uno spazio, ricco di simboli, concepito a bassa fedeltà in cui segno e colore ammiccano a graffitisti e rockettari. Nei suoi lavori la parola ha importanza per il significato e la forma mentre un ritmo da suono distorto di chitarra elettrica si srotola sulla tela come un racconto di vita quotidiana. L'avvento del punk e del dark, retaggio generazionale di Bartolomeo Migliore, le forme di emarginazione, i simboli che il suo sguardo raccoglie sui muri delle città, il mondo delle etichette indipendenti, il logo in quanto segno estetico evidente e diretto, costituiscono il nucleo centrale della sua ricerca pittorica.

Di esplicita provenienza dal mondo dell'illustrazione, Spider ha saputo fare della sua opera una forma d'arte originale, autonoma, suggestiva, in bilico sulla soglia di grafica, graffitismo, pittura. Artista ricco di contaminazioni passa da gesti da writing al fumetto underground, dalle forme manga ai disegni animati, legando la sua cultura visiva pop a incisioni su tavole di legno che si ricordano di futurismo, espressionismo, tracce folk e manifesti suprematisti, ripescaggi dada e colore, lettere e alfabeti. (...) 3 Words esprime tre modi differenti di interpretare i segni sulla tela e sulle tavole di legno, tre gesti per srotolare la parola come fosse un suono e avesse una sua propria pulsione e risonanza. (Estratto da Parole mutanti, di Martina Cavallarin, curatrice della mostra)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Copertina del catalogo della mostra 3 Words
2. Nicola Di Caprio, Vedrai, collage con pezzi di copertine di vinile d'epoca su foambord
3. Bartolomeo Migliore, Track 02, acrilico e matita su tela, 2009
4. Spider, Fortuna, tecnica mista su tavola, 2005



Copertina del catalogo La ricerca nel segno attraverso il Futurismo a cura di Maria Cristina Funghini Dipinto a tempera su carta denominato Scenodinamica cinematografica realizzato da Tullio Crali nel 1931 La ricerca nel segno... attraverso il Futurismo
Studio San Giacomo, 29 novembre 2008 - 31 gennaio 2009

Catalogo della mostra a cura di Maria Cristina Funghini
ed. Studio San Giacomo (Roma), pagg.29, schede a cura di Lisa Geddes da Filicaja, 2008

www.oldmasterdrawings.it

Cade di qui a pochi mesi, a febbraio 2009, il centenario di fondazione del Futurismo, il più importante movimento d'avanguardia italiano del XX secolo ideato da Filippo Tommaso Marinetti. Questo manifesto fu un atto del tutto "formale", vale a dire la "risultante" di un percorso progettuale che si era iniziato già qualche anno prima sulla rivista "Poesia", dove si era avviata una ricerca sul "verso libero". Questa ricerca, che all'inizio aveva per l'appunto confini essenzialmente letterari e poetici, era via via debordata verso l'idea di applicarsi a una molteplicità di ambienti operativi, primo fra tutti quello dell'arte, ma poi anche, e soprattutto, quello sociale.

Di fatto, il superamento di punti di vista vetusti, legati alle glorie del passato, e la crescita di una nuova sensibilità proiettata in avanti, verso il futuro, era già stato in gran parte attuato e codificato nel corso del 1908, e dunque il "lancio" pubblico delle formulazioni teoriche era previsto per il primo di gennaio del 1909 - come ci confida una delle figlie di Marinetti - ma fu poi posticipato di oltre un mese a causa del lutto nazionale a seguito del terremoto di Messina del 28 dicembre 1908.

Si giunse così al 20 febbraio 1909 quando il prestigioso quotidiano "Le Figaro", di Parigi, diede spazio, in prima pagina, agli enunciati marinettiani svolti in forma di Manifesto programmatico. Il manifesto di Marinetti fu un'assoluta innovazione anche nei termini della "modalità", perchè mutuò le prassi della pubblicità... Marinetti, che era un poeta, capì subito che se voleva far presa sulla gente doveva usare dei segni forti, non solo nei toni polemici, ma, specie in una Italia allora in gran parte illetterata, lavorando soprattutto con le immagini, ma con delle immagini del tutto nuove. In pratica c'era bisogno di una "nuova pittura", della "pittura futurista". In pratica, quando fu pubblicato il manifesto di fondazione e, di lì a poco, nella pittura futurista, una nuova pittura futurista di fatto non esisteva ancora!

E quindi quei primi artisti chiamati da Marinetti (Boccioni, Carrà, Severini, Russolo e Balla) presero perciò a modello le opere dei cubisti, cui si aggiunsero i nuovi concetti di velocità e della simultaneità, e un occhio di riguardo per il nuovo aspetto meccanicistico del mondo moderno. Ecco perché, stilisticamente parlando, non vi è un "segno" distintivo che si possa affermare che rappresenti il Futurismo, ma piuttosto una pluralità di segni che convivono in quanto espressione delle varie, e via via tante, anime che lo compongono. Abbiamo così un Balla, che oscilla tra compenetrazioni geometriche o curvilinee di campiture a tinte piatte ed attitudine invece più decorativa, che certo è distante anni luce, in termini stilistici da un Evola, già più sbilanciato sul versante astratto-immaginista.

Quanto al "segno" vero e proprio, nel senso del di-segno, primo scheletro, prima orditura di ogni opera, abbiamo vari esempi che vanno da Roberto Marcello Baldessari, con un elegante gioco prospettico tra primo piano e paesaggio, un figurino di Alberto Magnelli della sua fugace stagione futurista, un corposo volto meccanico di Sironi, una figura sintetica di Prampolini e poi alcuni disegni di Depero, tra il pubblicitario e la memori di visione newyorkese. Si tratta di un "segno" che si snoda lungo un arco temporale che va sin oltre gli anni Quaranta del secolo scorso e che dimostra come la vitalità di quella idea fosse tutt'altro che esaurita con il famoso "limite" del 1916, anno della morte di Boccioni e Sant'Elia.

Una vitalità che trova conferma con la pubblicazione (già l'anno precedente) del manifesto Ricostruzione futurista dell'universo, redatto a quattro mani da Balla e Depero, nel quale i due si firmano molto problematicamente (per molta critica, che poco capì al riguardo "astrattisti futuristi". In quel manifesto vengono poste le basi operative per il vero superamento di pittura e scultura, cioè per il "debordamento" del Futurismo nella vita quotidiana, idea sino al allora solo appena accennata dai cosiddetti "futuristi eroici". Manifesto, dunque, che grazie ad una allargata consapevolezza critica è andato via via ad assumere sempre più il ruolo di cerniera, ed anche di "momento ulteriore", fra la ricerca futurista del primo periodo e quella che si suole ormai definire come il Secondo Futurismo. (Estratto da Il "segno futurista", di Maurizio Scudiero - Introduzione al catalogo)

Immagini (da sinistra a destra):
1. La copertina del catalogo della mostra La ricerca nel segno attraverso il Futurismo
2. Tullio Crali, Scenodinamica cinematografica, tempera su carta, 1931



Copertina del catalogo della mostra Metafore nella figura Metafore nella figura

Catalogo, Silvia Editrice, 2008

Civico Museo Parisi - Valle - Maccagno (Varese), 06 dicembre - 08 febbraio 2009
www.museoparisivalle.it

Il termine e il concetto di "figura" indicavano un tempo una rappresentazione nitida, simbolica oppure verista, di lettura immediata e riconoscibile nei contenuti. L'evoluzione dell'Arte nell'Ottocento ha maturato l'affermazione sempre più incisiva di soggettività e interiorità, determinando nel Novecento la piena autonomia dell'autore, affrancandolo dall'obbligo di canoni predeterminati e consentendo totale libertà espressiva. Al significato di raffigurazione si sono uniti in accezione parallela i valori di evocazione e suggestione ma anche i processi di indagine introspettiva e traduzione dell'animo. Esempio palese risulta il ritratto, che dal carattere celebrativo dettato da tradizione secolare, transita a interpretazione psicologica, focalizzando la personalità più che il ruolo di immagine. La figura di genere, peraltro, si distacca dagli intenti della grande lezione romantica e assume una connotazione analitica o sociale di spiccata universalità.

Valgono in questo senso i lavoratori di Renato Guttuso, le donne del Sud di Domenico Cantatore, i pescatori di Giuseppe Migneco. L'astrazione della figura, quella non corrispondenza al reale e alla verosimiglianza, quella sintesi somatica di immediato suggerimento che si suggella in Mario Tozzi o Massimo Campigli, risulta induzione suggestiva a determinazione di un mondo come di un'anima. L'aspetto sociale e la netta percezione del contesto storico generano l'espressione ironica e critica che da Grosz e Dix discende a Mino Maccari e a più giovani generazioni. Deformate le fattezze in Sutherland e Bacon, l'introspezione psicologica si rivela fondante anche in Renzo Vespignani e Alberto Sughi, assumendo forte impronta nella scultura di Giuliano Vangi e Floriano Bodini.

E se il nitore di forma di Francesco Messina rivive la classicità, Giovanni Paganin affida al volume e alla materia la passione, la sofferenza esistenziale, il peso della vita. Nella pittura di Remo Brindisi il senso lirico anima madri e pastori quasi contemplazione della purezza ma in parallelo la coscienza civile innesca la testimonianza sociale. Una fase storica, dettata da contingenze politiche di regime, ha chiamato l'arte all'enfasi di una figurazione apologetica con chiaro fine didattico e populista ma il tutto rientra tra le parentesi di un tempo determinato e di una ideologia, come avvenuto, in parallelo e su premesse contrarie, in altro luogo e in altra cultura. Intorno alla metà del Novecento, la figura è memore ma non succube della classicità.

Ha già conosciuto l'abito della metafisica, divenendo manichino eppure personaggio, ha vissuto la poetica del surrealismo, metafora di sogno e di simbolo, ha interpretato il non senso e il controsenso, è divenuta bandiera di progresso e alfiere di lotta di classe. La funzione celebrativa del divino oppure del potere ha facoltà di persistenza ma non è più regola comune né obbligatoria. Nel Realismo esistenziale si attesta a ruolo esteriore ma in realtà è contenitore di un'anima, ferita, sofferente, vacillante. Ne è testimone l'uomo di Tino Vaglieri, in uscita, in fuga dalla città, alla ricerca della dimensione e del luogo interiore. Gli anni dell'informale conducono all'affioramento dell'immagine, l'emotività accende il ricordo, si palesano presenza e parvenza, evanescenti urgenze.

Franco Francese, Edoardo Fraquelli, Mario Bionda. Nella sinfonia dei toni e dei tratti si delinea timida ma perentoria, defilata eppure protagonista, la figura che proviene dalla memoria e dal sentimento: il ritorno, l'al di là, il richiamo. Ne sono interpreti Luiso Sturla e Luigi Stradella, poetiche in analogia di trepidazione del segno e del colore, intimità profonda che attende la visione. Sino ad evocare la presenza, la figura, nella totalità dell'assenza, nella suggestione di imminenza. Giancarlo Ossola, nei suoi interni d'abbandono e desolazione, sottintende o suggerisce la presenza anche là dove trionfa il vuoto, come Giancarlo Cazzaniga, nell'interpretare il jazz, chiama in scena i musicisti anche quando risuonano sulla ribalta solo bocche di sax e piatti d'ottone.

Citazioni, alcune tra le molte possibili, esempi a evidenziare la pluralità linguistica nell'apparente comune denominatore. Il concetto di figura, prosciolto oggi da ogni debito realistico, si dilata a strumento espressivo in libertà prospettica e accoglie differenti poetiche, tensioni interiori e territori razionali, che strutturano come sintassi l'ambito intellettuale dell'artista. Testimoni di evidenza sono gli attori chiamati qui in palcoscenico. Coniuga la sontuosità di tradizione con un archetipo di sintesi Angelo Bordiga, immediatezza di segno come istantaneità percettiva, toni e rapporti a ritratto dell'animo.Dalla lezione dell'Ottocento, intima intensità romantica nella figura, attraverso la scomposizione dei tratti nella natura psicologica, Emanuele Gregolin ferma il tempo e celebra il personaggio nei dati salienti come alto ideale. (Claudio Rizzi)



Copertina del catalogo della mostra di Demosthenes Davvetas a Bologna nel 2007 Opera a tecnica mista su carta di cm. 50x65 realizzata da Demosthenes Davvetas denominata Wagner Demosthenes Davvetas: L'immagine al di là delle parole 14 settembre - 28 ottobre 2007
Galleria Spazio Gianni Testoni LA 2000+45 - Bologna
www.giannitestoni.it

___ Catalogo a cura di Alberto Mattia Martini e Maria Luisa Vezzali, Book Editore, pagg.47, 2007


Voglio iniziare questo testo con alcune parole di Pierre Restany: "Cosa succede quando un poeta dilata il regno dell'immaginazione allo scopo di visualizzare l'immagine al di là delle parole? Ne deriva una calligrafia specifica composta di tratti argentei o neri su una superfice pittorica colorata". In questo modo inizia forse l'ultimo scritto di Restany poco prima della sua scomparsa il 29 maggio 2003, riguardo l'opera di Demosthenes Davvetas, l'artista greco, che il critico francese definiva il "pittore-narratore".

Quando ho conosciuto Davvetas pur non essendo al corrente della sua collaborazione con Pierre Restany, solo in seguito ne venni a conoscenza, rimasi subito colpito dal suo lavoro, dalla sua capacità di annullare le barriere precostituite che intercorrono tra le varie discipline artistiche. Nei giorni successivi a questo incontro ho studiato e riflettuto a lungo su ciò a cui avevo assistito e ho avvertito il desiderio di approfondire il lavoro e il pensiero di Davvetas, realizzando questa intervista. (Alberto Mattia Martini)

AMM: Demosthenes, sei nato ad Atene poi ancora molto giovane ti sei trasferito a Parigi; cosa ti ha portato a lasciare il tuo paese per la capitale francese?

DD: Io sono nato ad Atene ma la mia famiglia proviene da Corfù e quindi passavamo sempre le vacanze in questo luogo, tra l'altro mia nonna parlava italiano perché a Corfù c'è una grande tradizione italiana. Il marito di mia nonna spesso andava a Parigi, ma l'evento scatenate fu la morte di mio padre quando avevo diciannove anni; naturalmente fu un vero e proprio colpo oltre che morale anche psicologico ed emotivo. Questa assenza di mio padre diventa un assenza trascendentale, è stato per me come perdere la mia identità, perdere la figura di Dio, la religione. Quindi ho cominciato a pensare che l'affettività e le certezze perdute potevano essermi restituite dai filosofi, dagli scrittori, così mi avvicinai alla lettura e allo studio di Rimbaud, Baudelaire, Pirandello, Dostoevskij e tanti altri. In questi artisti io ritrovavo la mia famiglia e soprattutto mio padre. (...)

AMM: Nei tuoi lavori si avverte e si riscontra un legame tra la tradizione culturale classica proveniente dalle tue origini greche, e quella della Pop con colori forti, acidi, brillanti, che donano movimento e determinazione. Cosa ne pensi?

D.D: Il mio desiderio è di vivere nel presente, di cogliere il più possibile da quello che la vita giornalmente offre, ma nello stesso tempo esiste anche la paura di perdere, di lasciarsi sfuggire l'istante, di non avere abbastanza tempo per conoscere e leggere il pensiero contemporaneo. La soluzione la trovi nell'arte, attraverso di essa, osservando le opere d'arte ho avuto la possibilità di capire per esempio la filosofia, per accedere all'interno della mente dell'uomo. (...) L'arte mi venne incontro, ogni opera, ogni contatto con il mondo artistico, con Warhol, Bacon, Twombly, Beuys è stato un insegnamento che mi ha portato a comprendere soprattutto per intuizione, per empatia e non solo per mezzo di una conoscenza scientifica. " (Estratto da Un umanista del mondo, di Alberto Mattia Martini - D'Ars, marzo 2007).

Demosthenes Davvetas è un artista che ostenta un debito diretto con il Romanticismo tedesco. Soprattutto il fascino del non ancora realizzato, il senso miracoloso del fallimento, l'idea del lavoro dell'arte come "percorso infinito", nonché - passando dagli scritti alla biografia - una carriera germogliata sullo sconcertante sconfinamento in ogni forma di attività umana, dalla pittura alla poesia, dalla critica alla boxe, dall'insegnamento alla moda. Eppure, il fascino particolare dell'universo espressivo di Davvetas sta nel connubio tra gli elementi nordici e il "calor bianco" di una sensibilità tutta mediterranea... in una personale rivisitazione delle norme della kalokagathia degli antichi padri ellenici.

Perché in lui non si da' studio senza azione, nè pratica delle riflessione senza esercizio muscolare. E' già stato, d'altronde, notato in più occasioni che i suoi aforismi sentenziosi ricordano la prosa dei filosofi presocratici, in particolar modo Eraclito, con cui condivide il rispetto religioso per il mistero e la percezione dell'essere. (...) Figlio del Kaos, infatti, di dichiara Davvetas. E della notte, potremmo aggiungere attirati dal nero vorticante degli sfondi dei suoi dipinti. Quindi, estrema, pulsante, famelica incarnazione di Eros. Davanti a divinità così antiche non si combatte; ci si arrende. In ardore. (Estratto da Da Kaos, Eros, di Maria Luisa Vezzali).

Immagini (da sinistra a destra):
1. Copertina del catalogo della mostra di Demosthenes Davvetas
2. Demosthenes Davvetas, Wagner, tecnica mista carta cm. 50x65



Copertina del catalogo della mostra Forma e Fondamento con opere di Grazia Ribaudo Dipinto a tecnica mista su tela e plexiglas di cm 85x85x7 denominato Attachment realizzato da Grazia Ribaudo nel 2007 Grazia Ribaudo: forma e fondamento

Catalogo a cura di Claudio Rizzi
Silvia Editrice (Cologno Monzese, Milano), pagg.63, 2008

Villa Vertua - Nova Milanese, Milano (12-25 maggio 2008)
www.silviaeditrice.it

Le opere di Grazia Ribaudo accendono forte attenzione e tanto più inducono a considerazioni aperte alla lettura critica dell'attualità. I nuovi linguaggi, infatti, oggi beneficiano di grande risalto. Come usualmente avviene intorno ai temi in auge, l'enfasi genera frequente retorica. La transizione epocale protesa al culto dell'effimero tende a premiare l'evidenza senza discernere tra apparenza e contenuti. Ma non lasciamoci abbagliare. La confusione attuale deriva da malinteso nel concetto di equivalenza. Azione uguale arte. Trovata uguale arte. Espressione uguale linguaggio. Occorre ritornare ai punti cardinali, ridefinire il territorio di competenza e comprendere che l'arte, avvalendosi di espressività strumentale, focalizza contenuti e procede ben oltre la semplice evidenza del mezzo.

Allora il linguaggio non può connotarsi quale unicità di fine ma deve determinare suggestione, evocazione o individuazione del concetto. In questo palcoscenico è ottima interprete Grazia Ribaudo, capace di esiti raffinati nella concretezza del lavoro. Testimonia il proprio tempo, l'attualità di comunicazione la solitarietà del monologo. Alla parola pronunciata, sussurrata o scritta nell'inchiostro della grafia, il tempo ha sostituito l'esiguo calore della e-mail. Come radiografia del mondo, la tela che accoglie la pittura è solcata da una trama di segni, inequivocabilmente rete, simbolo e realtà. Qui interviene Ribaudo, consapevole dei valori e intimamente convinta della meraviglia del progresso come dell'infinito emotivo.

Coniuga la persuasione della tecnologia al fascino della suggestione. Eliminata a priori qualsiasi ipotesi nostalgica, grazie alla comprensione della propria epoca e alla piena padronanza del mezzo tecnico, Ribaudo instaura un raro dialogo tra umanesimo della pittura e omologazione della tecnologia. Pittura radicata nella tradizione, maturata da lunga confidenza con la tavolozza, pittura di gesto e di passione, apparentemente libera ma in realtà estremamente determinata. Dettata dalla consuetudine di un segno incisivo e nitido, immediato ma non casuale, capace di grande libertà ma nel rigore della logica. (Estratto da La Memoria e l'Ardire, di Claudio Rizzi)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Copertina del catalogo della mostra Forma e Fondamento di Grazia Ribaudo
2. Grazia Ribaudo, Attachment, tecnica mista su tela e plexiglas cm 85x85x7, 2007



Copertina del catalogo della mostra Rosso fiorentino con opere di Paolo Malfanti Dipinto di cm 75x112 denominato Frammento della memoria realizzato nel 2006 da Paolo Malfanti Paolo Malfanti: Rosso fiorentino

Catalogo a cura di Aldo Gerbino
ed. Associazione culturale Studio 71, pagg.31, febbraio 200

Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo (09-29 feb. 2008)
www.studio71.it

(…) L'uso della tempera su tavola, su carta, l'ansia di una restituzione della pittura nel senso più classico, l'assorbimento di quelle atmosfere senesi di ordine cretoso che vengono spalmante nei suoi accreditati paesaggi toscani, sembrano confluire in quegli scorci urbani in cui il senso architettonico prevale più come portato della filosofia d'ambiente che come vocazione contemplativa. Il tutto si va sovrapponendo, da una geometria personale, in una tempra metafisica (mutuata da remote temporalità), fortemente intrisa di dolente mestizia. La stessa misura viene offerta per quelle tavole confezionate in ambito temporo-spaziale nello spirito della Val d'Orcia, percorse da un cipiglio ironico, a volte liberatorio: elementi armonici che insistono in questo amico livornese, così vicino alla cultura del Sud per ciò he ha consegnato alla città di Palermo e all'entroterra siciliano, in quel versante di terre un tempo appartenute all'epopea degli Elimi.

La sua sostanza panormita gli proviene anche dal pluriennale lavoro di restauro pittorico delle volte di Palazzo Natoli, affrescate da Gioacchino Martorana, affacciate sul cuore del Càssaro. Di questo impegno c'è testimonianza nel prodotto visibile che respira accanto all'elegante chiesa del SS.mo Salvatore, ed afferma questo suo trasporto in quella produzione dedicata alla nobilissima città fenicia, alle palme morenti di San Giovanni degli Eremiti (...). E d'altro bisogna dire di Paolo, nipote di Oreste Malfanti (1841-1928), uno tra i più interessanti decoratori liberty; e quest'altro corrisponde al continuo prestito simbolico che ha caratterizzato la sua ricerca fin dagli anni lontani della formazione (...). Su tutto questo, sulla stessa necessità di non interrompere ciò che Kavafis, nella dimensione odeporica del tempo mitico, chiamava "il bel viaggio, ecco affiorare il sentimento sacro cosparso in tante sue opere recenti legate alle simbologia della pietà popolare, in un gusto antropologico che nulla concede al folklore. (Estratto da Per lieviti malinconici, di Aldo Gerbino)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Copertina del catalogo della mostra Rosso fiorentino, di Paolo Malfanti
2. Paolo Malfanti, Frammento della memoria, cm 75x112, 2006



Ugo Carà: "Il Segno - Disegni dal 1926 al 1948"
a cura di Marianna Accerboni

Presentazione



Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito
Recensione di Ninni Radicini



Mappa del sito www.ninniradicini.it

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