Mostre relative alla Storia del Lago di Garda e del Trentino - Alto Adige / Südtirol



  • Il Bastione. Una fortezza veneziana sul Garda
  • Conflitti e contrasti 1790-1830. Ideologia, politica e guerre a Bolzano e nel Tirolo
  • Yuri Rodekin: L'amore per la patria e per l'anima
  • Viaggio al lago di Garda. Le vedute fotografiche dei Lotze, 1860-1880
  • Quando il Garda era il mare
  • Alessandro Bernasconi | Heimo Prünster. La costruzione del Vallo Alpino italiano in Alto Adige
  • Enrico Pedrotti



  • Bastione - fortezza veneziana sul Garda Fortificazione di Venezia in Trentino - Il Bastione Il Bastione
    Una fortezza veneziana sul Garda


    termina lo 04 novembre 2007
    Museo di Riva del Garda
    www.comune.rivadelgarda.tn.it/museo

    Un percorso espositivo, a cura di Cinzia D'Agostino, Monica Ronchini e Paola Maroni, sui recenti lavori di restauro e un video con un'ipotesi di ricostruzione virtuale porranno ufficialmente termine al lungo intervento di restauro del Bastione, eseguito per conto della Soprintendenza provinciale per i Beni Architettonici tra il 2006 e il 2007. Fra gli aspetti presentati in mostra ed emersi a termine dei lavori, che hanno visto la partecipazione di studiosi di diversa formazione, la presenza di un complesso murario antistante la fortezza, di un piccolo bastione posto a sud. In particolare, è l'evoluzione elicoidale del torrione ad aver colpito l'attenzione degli studiosi che si sono applicati al restauro: visibile nell'iconografia storica, dall'affresco di Pietro Ricchi nella chiesa dell'Inviolata al quadro dell'arrivo delle truppe francesi nel 1703, il Bastione presentava un rialzamento dei parametri murari verso il lago, elemento che conferiva alla sua figura un aspetto asimmetrico, insolito per le torri. Il prof. Concina dell'Università di Venezia, ha commentato il fatto definendolo un episodio singolare, ma comprensibile all'interno del ricco quadro dell'architettura militare del primo Cinquecento, in piena ripresa sotto la spinta dei nuovi conflitti europei e delle sollecitazioni teorico-pratiche che imponevano le innovazioni tecniche dell'arte bellica.

    Nella ricerca di soluzioni funzionali ed estetiche e prima ancora che si affermassero scelte costruttive orientate verso forme angolate, l'originalità della soluzione elicoidale appare così comprensibile. L'esposizione rivela altre particolarità della fortezza, costruita sfruttando le caratteristiche del luogo e a controllo delle principali vie di accesso da nord. I recenti studi hanno permesso di proporre alcune ipotesi di funzionalità degli spazi, attrezzati per far fronte non solo alle diverse necessità di difesa, ma anche alle esigenze di abitazione quotidiana dell'edificio. In assenza di dati archivistici significativi, la sezione storica ha voluto portare l'attenzione sulla produzione iconografica dell'antica fortificazione, dalla quale emerge con chiarezza il singolare "legame" fra il Bastione da un lato e il nucleo abitativo e il sistema difensivo della città dall'altro.

    Non solo le prime rappresentazioni a mappa tracciano un'improbabile visione prospettica del territorio che ricomprende necessariamente la fortezza, pur isolata e inutilizzata, ma anche nelle descrizioni e operazioni di apprestamento del sistema difensivo vi era la percezione che il Bastione costituisse un elemento integrante del confine della città. Le fotografie storiche di fine Ottocento e inizio Novecento offrono un'altra immagine del Bastione, evanescente: da un lato testimoniano la fase di abbandono e degrado, iniziata con l'attacco del generale Vendome nel 1703 e segnata da ripetuti crolli, dall'altro accentuano la sua decadenza, prodotta dagli eventi bellici e dal naturale degenerarsi del manufatto. Un'ultima sezione è dedicata alla costruzione, a inizio anni Cinquanta, della seggiovia e dello Chalet, opere che mutarono profondamente l'immagine e la funzione del complesso, ma che restituirono al Bastione la sua originaria funzione di punto di osservazione privilegiato sul territorio, inserendosi così decisamente nella quotidianità e nell'immaginario vissuto dei cittadini rivani.

    Il 12 ottobre, presso la Sala comprensoriale C9 di Riva del Garda, un convegno organizzato dalla Soprintendenza per i Beni architettonici della Provincia autonoma di Trento in collaborazione con il Museo di Riva del Garda. Ad aprire il convegno vi sarà l'intervento di Ennio Concina, docente dell'Università Ca' Foscari di Venezia e massimo studioso della Repubblica Veneta, il quale illustrerà le vicende del Bastione di Riva del Garda nella più generale politica operata da Venezia in tutto il suo esteso dominio sul Mediterraneo; successivamente Judith Boschi, collaboratrice del Museo di Riva, punterà l'attenzione sulla conflittualità che ha caratterizzato nei secoli le comunità di Riva e Pranzo per il possesso e l'utilizzo del Monte Englo, luogo strategico di controllo sulle vie di comunicazione, non a caso scelto per l'edificazione del complesso fortificato.

    Alberto Miorandi, del Museo Storico italiano della Guerra di Rovereto, concentrerà il suo intervento sull'importante evoluzione dell'artiglieria fra il XV e il XVI secolo, così determinante nelle scelte architettoniche in campo militare. Infine Giorgio Michelotti, architetto, permetterà di comparare i dati del Bastione rivano con la più ampia documentazione relativa alla costruzione del castello di Rovereto. Nella seconda parte della giornata di studi, Cinzia D'Agostino, della Soprintendenza, illustrerà le scelte che hanno portato ad intervenire nel restauro architettonico, attraverso il ricorso ad un ricco lavoro di indagine volto a conoscere e valorizzare materiali e processi di lavorazione originari. L'architetto Giorgia Gentilini parlerà della lettura stratigrafica che ha restituito dati significativi sulle fasi costruttive dell'edificio, anche sulla scorta della ampia documentazione relativa alle fortificazioni medievali e moderne del Trentino; infine l'architetto Claudio Salizzoni, incaricato della direzione lavori per il Bastione, illustrerà dall'interno le diverse fasi del cantiere di restauro.



    Dalla mostra Conflitti e contrasti 1790-1830 Conflitti e contrasti 1790-1830
    Ideologia, politica e guerre a Bolzano e nel Tirolo


    termina il 28 febbraio 2010
    Museo Civico - Bolzano
    www.bolzano.net/museocivico.htm

    L'epoca compresa fra il 1790 e il 1815, la cosiddetta età napoleonica, è stato un periodo di rivolgimenti e conflitti senza precedenti in Europa. Al più tardi dal 1750 si diffuse con l'Illuminismo una corrente di pensiero votata integralmente all'idea di progresso. Tale movimento culturale accese tuttavia ben presto la reazione degli animi più conservatori, principalmente nell'ambito della fede tradizionale e delle pratiche religiose. A Bolzano i contrasti fra conservatori e progressisti, fra commercianti e contadini in rivolta esplosero in modo particolarmente marcato e violento: da una parte l'ideologia progressiva proveniente da forse straniere nonchè nemiche, dall'altra parte l'ideologia conservatrice e legata alla Heimat e alla religione cattolica.

    La documentazione storica e iconografica di questi scontri è il terreno di ricerca dalla quale è scaturita la mostra, curata dalla Società del Museo Museumsverein e dal Museo Civico di Bolzano, che nel contempo vuole essere un importante contributo alle manifestazioni dell'anno Hoferiano 1809-2009. Oltre a dipinti, documenti storici, miniature e statue lignee (tra cui un reperto del primo teatro cittadino eretto nel 1804 (nella foto della conferenza stampa a destra), particolarmente suggestiva la rappresentazione in grandezza naturale e con i costumi tradizionali tirolesi di una processione contadina. Sull'altare e nei piccoli oggetti devozionali è raffigurata l'adorazione del Sacro Cuore, il cui culto, interdetto e in seguito riabilitato dall'imperatore Giuseppe II, rappresentò uno dei fulcri delle lotte per la libertà del Tirolo e per la conservazione delle credenze popolari, divenendo momento di forte identificazione.



    Yuri Rodekin - Le memorie di guerra Yuri Rodekin - Le Moire del Trentino 1917 Yuri Rodekin: L'amore per la patria e per l'anima
    termina il 20 settembre 2009
    Forte Strino - Vermiglio (Trento)
    www.studioraffaelli.com

    Mostra d'arte contemporanea che racconta, tra passato e presente, tra memoria ed esigenza di non dimenticare, gli accadimenti, i sentimenti, le riflessioni, scaturiti a seguito dei tragici eventi della Prima guerra mondiale, durante la quale il Forte Strino, insieme ad altre fortezze, poste a presidio dell'allora provincia austriaca tirolese, costituì un estremo importante caposaldo difensivo lungo il fronte sud-occidentale, teatro degli aspri combattimenti, alle quote impossibili dei ghiacciai, universalmente noti come quelli della "guerra bianca". Forte Strino è una fortificazione austroungarica che sorge in Trentino, nell'alta Val di Sole, in prossimità del Passo Tonale, nel comune di Vermiglio.

    Dopo gli interventi di artisti nazionali e internazionali come Gian Marco Montesano, Stefano Cagol, Albino Rossi, Nicolà Samorì, Donald Baechler, è ora la volta di Yuri Rodekin. L'artista russo presenterà le sue opere pittoriche nate dalla sua idea che le guerre sono sempre un errore tragico, ma rimangono gli eroi, le loro gesta, gli atti, gli splendidi slanci. L'amore, quello per la patria e per l'anima. Una pittura forte, dura, espressionista, quella di Yuri Rodekin, che non nasconde le sue ascendenze legate alla raffigurazione di immagini sacre presenti nella tradizione delle icone russe dove la staticità è sinonimo di universalità.

    Yuri Rodekin è nato a Ufa, capitale della Repubblica della Baschiria, nel Distretto Federale del Volga, nel 1960. Moltissime le esposizioni in galleria private e pubbliche europee. Tra le tante ricordiamo la personale presso lo Studio d'Arte Raffaelli di Trento nel febbraio 1998, con il ciclo di opere dedicate a "Les theatres barocques". Come da tradizione di Forte Strino verrà pubblicato un catalogo, con testo di Fiorenzo Degasperi, strumento di riflessione sulle tematiche trattate dall'artista. La mostra è curata dell'associazione "Storia e Memoria di Vermiglio", in collaborazione con lo Studio d'arte Raffaelli di Trento, sotto il patrocinio dell'Assessorato alla Cultura, Rapporti Europei e Cooperazione della Provincia di Trento, del Comune di Vermiglio ed il supporto della Società "SGS" di Vermiglio.



    Emil Lotze - Der Ortler vom Stilfser-Joch (L'Ortler dal passo dello Stelvio) - albumina da collodio, 1876 - Budapest, Hungarian University of Fina Arts Moritz Lotze - Festung Peschiera: Brücke über den Mincio (Piazzaforte di Peschiera: Ponte sul Mincio) - Albumina da collodio, 1866 - Verona, Collezione Giuseppe Milani Lotze Richard 079-4665.jpg
Riccardo Lotze - Lazise, Villa Buri (ora Villa Bernini) - Albumina da collodio, 1880 - Verona, Biblioteca Civica, Archivio Fotografico Viaggio al lago di Garda
    Le vedute fotografiche dei Lotze, 1860-1880


    termina il 10 giugno 2012
    Museo Alto Garda - Riva del Garda (Trento)
    www.museoaltogarda.it

    La mostra riunisce per la prima volta, il meglio delle suggestive immagini che i Lotze dedicarono al loro lago di adozione, il Garda appunto, e alle montagne del Sudtirolo. Sono immagini datate tra il 1860, quando sul lago svettava ancora la bandiera austriaca e il 1880, quando solo la parte trentina del grande lago era ancor irredenta, e le Dolomiti che ancora non avevano incontrato fotografi. Raccontano la trasformazione dei paesaggi del lago, dal dominio spaziale e fisico delle imponenti fortezze asburgiche preunitarie, all'appropriazione identitaria dovuta all'insediamento delle nuove ville con grandi giardini panoramici voluti dalle aristocrazie italiane post-unitarie.

    Paesaggi, atmosfere e la vita d'un lago che, via via, il turismo internazionale. La mostra presenta un'ampia retrospettiva con 120 stampe vintage, di cui un buon numero inedite, tutte della dinastia italo-tedesca. I Lotze scesero a Verona da Monaco alla metà dell'Ottocento. Il capostipite Moritz Lotze, pittore di corte del Duca di Sassonia, con all'attivo un solido sodalizio con Franz Hanfstaengl, sperimentatore e celebre fotografo tedesco, introduce nella città scaligera la nuova suggestiva tecnica fotografica al collodio.

    In pochi anni, lo Studio Lotze diviene non solo il più ricercato della città ma uno dei principali in Italia settentrionale. A Moritz, che nonostante l'attività fotografica non abbandonerà mai la pittura, si affiancheranno i figli: Emil e Richard. Il primo attivo prevalentemente in Sudtirolo, il secondo impegnato nello studio veronese. Della ricchissima attività oggi rimangono oltre un consistente nucleo di lastre negative relative alle opere d'arte e ai monumenti veronesi, anche diverse preziosissime e spesso uniche raccolte di stampe d'epoca, disperse tra collezioni pubbliche e collezionisti privati.




    «Quando il Garda era il mare»
    23 agosto (inaugurazione ore 18) - 10 settembre 2014
    Sala civica «Craffonara» (Giardini di Porta Orientale) - Riva del Garda

    Porto canale di Peschiera Tre navi ormeggiate a San Vigilio Locandina film La scimitarra del saraceno (1959)


    Una mostra e un documentario riportano in vita l'avventura della «Bertolazzi Film» di Peschiera del Garda, una «Cinecittà sul lago» in cui negli anni Sessanta iniziò la carriera di Fabio Testi. Poster, fotobuste, locandine, manifesti, fotografie (molti inediti) e altro materiale recuperato attraverso un certosino lavoro di ricerca in archivi e mercatini. Il primo settembre il progetto sarà presentato alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Il lago di Garda trasformato nel mare dei Caraibi. Accadeva negli anni Sessanta quando a Peschiera del Garda erano attivi dei veri e propri studios galleggianti che per quasi un decennio ospitarono produzioni cinematografiche e televisive.

    Protagonista di questa straordinaria avventura fu Walter Bertolazzi, che a partire dal 1958 allestì una vera e propria flotta di navi d'epoca quali set per film di ambiente piratesco. Affascinati da questa vicenda, Franco Delli Guanti e Ludovico Maillet dall'autunno stanno lavorando ad un progetto per riportare alla luce e far conoscere alle nuove generazioni una pagina di storia del cinema rimasta per troppi anni chiusa nei cassetti. A credere nell'iniziativa di Delli Guanti e di Maillet è stato il centro culturale "La Firma" di Riva del Garda, che da alcuni anni ha affiancato alla decennale attività espositiva una sezione dedicata al cinema.

    Tutto ebbe inizio nel 1958 quando Walter Bertolazzi fece un'ardita scommessa con il produttore Dino De Laurentiis. Quest'ultimo possedeva un galeone che era servito per girare il kolossal di Mario Camerini Ulisse (1954), ormeggiato da anni a Fiumicino, e di cui voleva disfarsi. Bertolazzi, che pensava di trasformare la nave in un ristorante, propose a De Laurentiis un accordo: se fosse riuscito a trasportare fino al lago di Garda il galeone non avrebbe pagato un soldo di passaggio di proprietà e la nave sarebbe stata sua. Partì dunque da Fiumicino e, facendo il periplo dell'Italia, giunse in circa quindici giorni a Porto Levante, alle foci del fiume Po. Da qui iniziò la parte più impegnativa del viaggio: con molte difficoltà risalì il fiume Po fino a Mantova; mise quindi la nave su strada, e con un trasporto speciale giunse fino all'idroscalo di Desenzano, dove avvenne il varo della nave - ribattezzata nel frattempo Circe - nelle acque del Garda.

    La mostra a Riva del Garda sarà affiancata dalla proiezione di due film girati sul lago di Garda: lunedì 25 agosto alle ore 21.30 al bar dei Pini in Purfina sarà proiettato I pirati della Costa, con Lex Barker, Estella Blain e Liana Orfei, regia di Domenico Paolella; lunedì primo settembre sarà la volta de Le avventure di Mary Read, con Lisa Gastoni, Jerome Courtland, Walter Barnes, regia di Umberto Lenzi. Completa il progetto, lunedì 8 settembre alle ore 21.30, una serata di letture di Tommaso Landolfi a cura di Luca Melchionna.

    Contestualmente alla mostra è nato il documentario Quando il Garda era un mare che in sessanta minuti ripercorre la storia delle "Bertolazzi Film" attraverso una serie di testimonianze. Innanzitutto la viva voce di Walter Bertolazzi che in un'intervista rilasciata qualche anno prima della sua scomparsa, nel 2002, rievoca l'avventuroso trasferimento della nave sul lago di Garda e le principali tappe della sua attività cinematografica. Altro testimone importante è Fabio Testi che, all'epoca ventenne, durante le vacanze estive iniziò a lavorare come comparsa alla "Bertolazzi film". Aveva un fisico prestante, fu subito notato e utilizzato per gettarsi dai pennoni delle navi. Da lì iniziò la sua carriera cinematografica.

    Umberto Lenzi è l'unico regista in vita di quelli che lavorarono alla "Bertolazzi Film". Diresse Le avventure di Mary Read, con Lisa Gastoni e Jerome Courtland. Ancora, Liana Orfei, Kirk Morris, il critico cinematografico Steve Della Casa. Completano le testimonianze i parenti di Walter Bertolazzi: la figlia Carmen e il cognato Gianfranco Bortolussi. Per finire i "pirati" dell'epoca, comparse della zona di Peschiera del Garda, oggi settantenni, che all'epoca venivano chiamati per girare i film. Nel documentario si alternano tutti i film girati sul Garda e decine di fotografie, molte delle quali inedite, che propongono i vari set di ripresa dove si sono avvicendati negli anni di attività attori del calibro di Amedeo Nazzari, Silvana Pampanini, Anna Maria Pierangeli, Lisa Gastoni, Lex Barker, Chelo Alonso, Kirk Morris, Alan Steel, e tanti altri.

    - La Romana Film e il primo allestimento

    La Romana Film era una piccola casa di produzione molto attiva negli anni '50 e '60, specializzata in generi popolari quali i film musicali e i film di avventure. Alla fine degli anni '50 erano tornati in auge i film di pirati e Fortunato Misiano, produttore della Romana Film, aveva subito messo in cantiere La scimitarra del saraceno (1959). Per dirigerlo aveva chiamato un onesto mestierante quale Piero Pierotti e come attori aveva scelto Lex Barker (famoso per i suoi Tarzan hollywodiani degli anni '50), la cubana Chelo Alonso e Massimo Serato. Fortunato Misiano chiese di poter utilizzare la nave di Ulisse e, saputo che era stata portata sul lago di Garda, chiese a Bertolazzi di fargli l'allestimento per quel film. Le acque del basso lago di Garda si prestavano bene a "rappresentare" sullo schermo il mar dei Caraibi visto che per la maggior parte dei giorni non si vedeva la costa dell'altra sponda e si poteva facilmente scambiarlo per mare aperto. Rispetto al mare aveva inoltre il vantaggio di offrire condizioni atmosferiche più stabili provocando meno disagi per attori e tecnici. E' doveroso ricordare che su queste produzioni ebbe inizio, quasi per caso, la carriera dell'attore Fabio Testi, che fece la comparsa in molti di questi film.

    - Successivi allestimento per la Romana Film

    Visto il successo di questo primo film la Romana Film aveva subito messo in cantiere una seconda produzione, I pirati della costa (1960), con la regia di Domenico Paolella e sempre interpretato da Lex Barker, affiancato questa volta da Estella Blain e Liana Orfei. Per questo film Misiano chiese a Bertolazzi di allestire una seconda nave e così in breve tempo venne approntata una vera e propria flotta di navi adatte ad essere allestite per qualsiasi tipo di set.

    Accanto alle navi, nel porto canale di Peschiera, vennero costruiti anche dei capannoni, attrezzati come un vero set cinematografico, per girare alcune scene di interni. Nel giro di tre, quattro anni si avvicendarono dunque una serie di film prodotti da Misiano e a cui Berolazzi assicurava l'allestimento nautico: Il terrore dei mari (1960), sempre di Paolella con Don Megowan, Emma Danieli e Silvana Pampanini; Le avventure di Mary Read (1961), primo film del regista Umberto Lenzi che scoprì e lanciò Lisa Gastoni; Il segreto dello sparviero nero (1961), ancora una volta di Paolella e sempre con Lex Barker e Nadia Marlowa.

    - "Sansone contro tutti"

    Dopo questa grossa produzione per la Cineriz, tornò sul Garda la Romana Film per girare due film appartenenti ad un altro genere allora molto in voga, i film mitologici con eroi quali Ercole, Sansone e Maciste, portati al successo dall'ex Mister America di Steve Reeves. Il primo di questi film, Sansone contro i pirati, che mescolava le prodezze di Sansone con le ambientazioni piratesche, fu girato nel 1963 da Amerigo Anton (alias Tanio Boccia, frequente in questo genere di film era cambiare il proprio nome con uno pseudonimo di vago suono anglosassone) e interpretato da Kirk Morris (alias Adriano Bellini) e Margaret Lee.

    L'anno seguente venne girata una seconda avventura di Sansone, questa volta un Sansone contro il corsaro nero diretto da Luigi Capuano con Alan Steel (alias Sergio Ciani) e Rosalba Neri. La Romana Film gira un ultimo film negli stabilimenti Bertolazzi nel 1965, Il mistero dell'isola maledetta diretto da Piero Pierotti e interpretato da Rock Stevens (alias Peter Lupus, un ennesimo "clone" di Steve Reeves) e Dina De Santis.

    - Una produzione a grosso budget per la Morino Film

    Nel 1961 tramite Angelo Rizzoli venne messa in piedi la più grande produzione girata negli studi Bertolazzi, I moschettieri del mare diretta da Steno e interpretata da due divi di calibro internazionale come Anna Maria Pierangeli e Channing Pollock. Visto il budget elevato e le esigenze di copione venne creata una nuova nave, la "Santa Maria". Venne inoltre costruito e allestito un villaggio caraibico. Sul set di questo film nacque la tormentata storia d'amore tra Anna Maria Pierangeli e il maestro Armando Trovajoli. Per ammortizzare le spese e l'alto costo del film, la Morino Film girò di seguito anche un "film di recupero", che riutilizzava cioè allestimenti e ambientazioni del film precedente. Nacque così Odio Mortale di Francesco Montemurro (anche se si dice che la maggior parte delle scene venne girata da Luigi Comencini, uno dei creatori della Morino Film) interpretato da Amedeo Nazzari e Danielle De Metz e uscito nelle sale nel 1962.

    - Le serie televisive e la fine dell'avventura

    Alla metà degli anni '60 il genere di pirati iniziava a declinare e la televisione - tramite la produzione di serial - aveva sostituito il cinema per molti generi popolari che poco tempo prima riscuotevano enormi successi sul grande schermo. Tramite la mediazione di Angelo Rizzoli, Walter Bertolazzi firmò un contratto con la casa di produzione francese Franco London Film per due serie televisive da girarsi sul Garda. La prima di queste Les corsaires, girato da Claude Barma nel 1965 (trasmesso dalla televisione francese tra settembre e dicembre 1966 in 13 episodi), era interpretata da Michel Le Royer e Christian Barbier ed ebbe un enorme successo di pubblico.

    Nel 1966 si iniziò a girare una seconda serie, Die Schatzinsel / L'ile au trésor, una coproduzione franco-tedesca sempre per la Franco London Film, tratta dal romanzo L'isola del tesoro di Stevenson: mentre la produzione stava girando delle scene in Corsica, il 16 agosto 1966 si abbatté sul Garda un violentissimo fortunale che distrusse l'intera flotta di navi della Bertolazzi Film. La produzione completò comunque la serie utilizzando delle scene di recupero con le navi distrutte, ma da questo colpo Bertolazzi non riuscì più a rialzarsi, e così terminò un'epoca e si sancì definitivamente la fine della "Hollywood sul Garda". (Comunicato stampa)




    Immagine dalla mostra La costruzione del Vallo Alpino italiano in Alto Adige di Alessandro Bernasconi e Heimo Prünster Alessandro Bernasconi | Heimo Prünster
    La costruzione del Vallo Alpino italiano in Alto Adige


    12-30 gennaio 2016
    Galleria foto-forum - Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
    www.foto-forum.it

    Alessandro Bernasconi e Heimo Prünster espongono fotografie degli anni 1940-1943, che documentano la costruzione del Vallo Alpino "Littorio" in Alto Adige. L'imponente edificazione, realizzata dal regime fascista per garantire la sicurezza nei confronti dell'alleato tedesco, fu oggetto di approfondite indagini fotografiche da parte del Reich. Negli anni a partire dal 1935, in particolare tra il 1939 ed il 1942, nel contesto dell'annessione dell'Austria al Terzo Reich, il regime fascista a Roma ordinò il completamento del Vallo Alpino verso Nord, al fine di fortificare il tratto di confine con il Reich. A ovest verso la Francia ed a Est verso la Jugoslava il confine alpino era già stato precedentemente fortificato. Per l'Alto Adige erano previsti poco meno di 800 bunker, circa 400 dei quali furono realizzati in più fasi, molti non furono mai completati.

    All'abbandono dei lavori ha condotto, tra l'altro, la protesta del Terzo Reich, che in quel momento era alleato proprio con l'Italia. Testimoni della palpabile diffidenza tra i due alleati sono da un lato le costruzioni stesse del Vallo Alpino, dall'altro queste fotografie, che il Reich tedesco fece realizzare dal Vks (Völkischer Kampfring Südtirols, il "Fronte patriottico sudtirolese") con l'ausilio di tecniche avanzate per l'epoca, come pellicole a raggi infrarossi o potenti teleobiettivi. Alcune delle pellicole e lastre utilizzate: Perutz Topo, Perutz Silber Eosin, Infrarot 800 hart. Molte furono realizzate in fretta e furia, per il rischio di essere scoperti. In parte furono scattate da auto o treni in corsa, per cui risultano sfocate, altre sono state riprese da luoghi poco favorevoli, ma non visibili e quindi sicuri. Altre ancora sono state scattate da distanze di oltre 20km.

    Le foto così ottenute sono efficaci, documentarie, e servivano come base sulla quale lavorare per riconoscere posizione, dimensioni, natura, condizioni e avanzamento dei lavori di costruzione. Le riprese sono speciali anche per un'altra ragione: esse costituiscono gli unici documenti fotografici dai quali si può comprendere la reale dimensione della grande opera del Vallo Alpino da un lato, e dall'altro dell'intervento sul paesaggio che la sua costruzione comportò. Dopo la sospensione dei lavori i bunker furono mimetizzati con cura, e a tutt'oggi risultano difficili da individuare nel paesaggio.

    In un lasso di tempo totale di due anni furono versati 1,5 milioni di metri cubi di calcestruzzo da 19.000 lavoratori pagati regolarmente in 400 cantieri distribuiti su tutto il territorio altoatesino. Prima ancora di iniziare la costruzione di queste opere difensive si dovette scavare un pari volume di terra o ricavarlo dalla roccia. In tutto, nella parte altoatesina del Vallo Alpino fu versato un volume di calcestruzzo pari ad una superficie di 100x100m con un'altezza di 150m. E' difficile riuscire ad immaginare le dimensioni dell'impresa, dal punto di vista logistico, di materiale e forza lavoro impiegati, specialmente se si considerano i mezzi e le tecniche a disposizione all'epoca e le attività belliche condotte in parallelo. Queste riprese fotografiche sono documenti unici e di grande importanza risalenti alle origini del Vallo Alpino italiano. (Comunicato stampa)




    Fotografia dalla rassegna d'arte dedicata ad Enrico Pedrotti Immagine dalla mostra su Enrico Pedrotti Mostra alla Galleria foto-forum di Bolzano su Enrico Pedrotti Enrico Pedrotti
    termina l'11 marzo 2017
    foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bolzano / Bozen
    www.foto-forum.it

    La mostra si compone di 63 immagini, una pellicola ed alcuni materiali stampa di Enrico Pedrotti, fotografo attivo tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del Novecento in Trentino Alto Adige. Si tratta di uno sguardo inedito e integrale sulla produzione di Pedrotti fino ad ora "osservata" solamente per paragrafi ristretti e singole immagini (montagna, ritratti, futurismo). La volontà è quella di dare significato, nell'intero percorso di Enrico Pedrotti, ai punti di partenza, ai legami, ai tentativi, agli errori, alle ispirazioni e alle circostanze che lo hanno portato a creare immagini vicine - per tecnica e stile - alle sperimentazioni fotografiche italiane del futurismo da Wulz a Parisio, da Castagneri a Tato ma influenzate anche dal mondo tedesco.

    E' nelle ricerche della Neue Sachlickeit e nell'aspirazione ad una fotografia specifica, fatta di immagini nitide e attenzione per il dettaglio infatti che il fotografo trova importanti stimoli. Fonte delle immagini è l'archivio bolzanino del figlio di Enrico, Luca Pedrotti, che comprende negativi e foto fra cui la maggior parte dei ritratti e dei fotomontaggi esistenti e la serie completa dei fotocollage, creati in collaborazione con Fortunato Depero. La selezione in mostra si sofferma sui risultati artistici ottenuti e sulla capacità del fotografo di far convivere il lavoro di "bottega" - per cui tutta Bolzano lo conosceva - con la sperimentazione in campo avanguardistico - rimasta perlopiù un'attività privata.

    E' quest'ultimo aspetto quello che permette di annoverare Enrico Pedrotti fra i fotografi protagonisti del clima di rinnovamento in atto in Italia e all'estero negli anni Trenta. Con l'avanguardia futurista non esiste una relazione documentata ma si ritrovano perfettamente, nella ricerca del fotografo, le principali tecniche e tematiche trattate dal gruppo: movimento, macchine e industria, giochi di ombre, fotomontaggio e fotocollage. Nei fotomontaggi è poi la particolare tecnica adottata da Enrico Pedrotti che emerge, consistente nella giustapposizione di ritagli fotografici. Ciò rivela possibili influenze dadaiste e surrealiste e si distanzia dalla più utilizzata sovrimpressione di due o più negativi introdotta dai noti F.lli Bragaglia.

    Ci sono, nell'archivio del figlio Luca Pedrotti, molti esempi di questo tipo di immagini fra i quali Metropolis (1928), Salto triplo (1936), le composizioni pubblicitarie per la Gioventù italiana del Littorio del 1938 e Scalata alle Dolomiti (1938). Nella collaborazione con l'artista Fortunato Depero per i fotocollage della rivista "Enrosadira. Dolomiti Trento Garda: pubblicazione semestrale del Comitato provinciale per il turismo di Trento", il fotografo raggiunge la vera "vetta" della sua carriera artistica: 4 tavole pubblicate dal rinomato periodico nel numero estivo del 1939 e soprattutto un'opera originale (fotografia di Pedrotti con intervento di Depero) probabilmente rimasta nell'archivio familiare perché non pubblicata in quell'occasione.

    Ed ecco - in un'evoluzione percorsa volutamente all'incontrario rispetto alla solita biografia - qui è il momento legittimo per guardare alla produzione più classica e conosciuta di Enrico Pedrotti con l'occhio abituato al nuovo di chi ha già sbirciato il contenuto del retrobottega. I ritratti e le fotografie di montagna e industriali, normalmente punti di partenza del Pedrotti fotografo, risultano ora - e ne è chiara la ragione - quasi contemporanee, con una distanza sostanziale dalla semplice fotografia documentaria dell'epoca. L'high key - il tono alto - è protagonista incontrastato: l'utilizzo di questa tecnica, la luminosità, l'uso della luce, le immagini bianchissime e senza ombre, i contorni appena accennati compaiono quasi da subito nell'esperienza fotografica di Pedrotti fino a diventare tipici, segno riconoscibile del suo stile personale anche nella produzione più commerciale.

    La tematica dell'arrampicata e la codificazione dello sport alpino sono anch'essi una peculiarità degli anni Trenta del Novecento e Pedrotti segue da vicino questo progresso documentandolo non solo con la fotografia - spesso lo sportivo in azione è fissato sul negativo - ma anche con la pellicola cinematografica. In mostra, nell'unica versione rimasta in bianco e nero, Monologo sul sesto grado del 1953, girata in 35 mm ed ora parte dell'Archivio della cineteca del Cai di Milano, con la quale ha vinto il Rododendro d'argento al Filmfestival della Montagna di Trento del 1954. Il punto di partenza per il film - bisogna tornarereader.com alla storia della fotografia europea - è dato, in questo caso, dalle famose pellicole degli anni Venti di Arnold Fanck e Luis Trenker.

    Questo lavoro su Enrico Pedrotti è un tentativo di individuare la posizione - spesso pionieristica - del fotografo rispetto alla situazione fotografica in Italia di quell'epoca. Il colore, il tono alto, il legame fra fotografia ed editoria, fra fotografia e pubblicità e soprattutto l'uso del fotomontaggio e del fotocollage, ripercorsi nelle foto selezionate in mostra, sono tutti temi e tecniche d'avanguardia nel panorama fotografico, ancora in formazione, della prima metà del Novecento. Anche se non si riconosce effettivamente parte di una corrente o di un gruppo ufficiale - e per questo motivo non va inserito a forza in uno di quelli emersi - è stato in grado di percorrere le innovazioni e i linguaggi che gli anni Trenta affrontano in maniera personale ma non banale, portando avanti uno stile identificabile rispetto al territorio ed agli anni della sua produzione e, a ben guardare, anche oltre quei confini. (Valentina Cramerotti)

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    _ Pressemitteilung der Kunstausstellung - Fotografie

    Die Ausstellung zeigt 63 Bilder, einen Film und ausgewähltes Pressematerial des zwischen 1920 und 1960 in der Region Trentino Südtirol arbeitenden Fotografen Enrico Pedrotti. Es ist dies die erste umfassende Gelegenheit, das Werk Pedrottis, das bislang nur in spezifischen Kontexten (Berg, Porträt, Futurismus) und anhand einzelner Fotografien bekannt war, in seiner Gesamtheit darzustellen. Im Fokus der Ausstellung steht Enrico Pedrottis Verhältnis zu den Arbeitsweisen der italienischen Fotografen unter den Futuristen von Wulz zu Parisio und von Castagneri zu Tato wie auch zur deutschen Szene der Neuen Sachlichkeit mit ihrer Aufmerksamkeit für klare Formen und Details, woher Pedrotti wichtige Impulse erfuhr.

    Pedrottis gesamter künstlerischer Verlauf wird in der Ausstellung entsprechend auf seine technischen und stilistischen Anleihen und Annäherungen hin untersucht und es werden die Anlässe und Umstände, die Anregungen und Abgrenzungen aufgezeigt, die ihn dazu geführt haben, seine persönliche Arbeitsweise zu entwickeln. Die Fotografien stammen aus dem Bozner Archiv des Sohnes Luca Pedrotti. Es umfasst neben den Fotos und Negativen auch den Großteil der bestehenden Porträts und Fotomontagen, sowie die komplette Serie der in Zusammenarbeit mit Fortunato Depero entstandenen "fotocollage".

    Die Auswahl der Ausstellung hebt neben den künstlerischen Erfolgen die besondere Fähigkeit des Fotografen hervor, seine Tätigkeit als Betreiber eines Fotoateliers, wofür ihn ganz Bozen kannte, mit seinen avantgardistischen Recherchen in Einklang zu bringen, die der Öffentlichkeit weitgehend verborgen blieben. Letztere sind es, die Enrico Pedrotti als Fotografen zu einem jener Protagonisten machen, die in Italien und im Ausland der 30er Jahre eine Welle der Erneuerung lostraten. Es existieren zwar keine Dokumente, die eine Beziehung zur futuristischen Avantgarde belegen könnten, dennoch finden sich im Werk des Fotografen immer wieder die von dieser Gruppe behandelten Themen und Techniken: Bewegung, Autos, Industrie, Schattenspiele, Fotomontage und -collage.

    Herausragend ist die von Pedrotti angewandte Technik der Aneinanderreihung von Ausschnitten aus Fotografien in seinen Fotomontagen. Hier kommen dadaistische und surrealistische Einflüsse zum Tragen, jedenfalls eine Abgrenzung zu der häufiger angewandten Überlagerung mehrerer Negative, wie sie von den bekannten F.lli Bragaglia eingeführt wurde. Im Archiv des Sohnes Luca Pedrotti finden sich eine ganze Reihe von Beispielen für diese Technik, u.a. Metropolis (1928), Salto triplo (1936), die Gestaltung der Werbung für die Gioventù italiana del Littorio von 1938 und Scalata alle Dolomiti (1938).

    In der Zusammenarbeit mit dem Künstler Fortunato Depero für die Serie fotocollage der Zeitschrift "Enrosadira. Dolomiti Trento Garda: pubblicazione semestrale del Comitato provinciale per il turismo di Trento" erreicht der Fotograf den Höhepunkt seiner künstlerischen Laufbahn: 4 Seiten in der Sommerausgabe des Jahres 1939 des renommierten Magazins und vor allem ein gemeinsames Original (Fotografie von Pedrotti, bearbeitet von Depero), das wahrscheinich deshalb im Familienarchiv verblieb, weil es zum damaligen Anlass nicht publiziert wurde. Nun, vor dem Hintergrund dieses neuen und unbekannten Pedrotti, mit dem Wissen desjenigen, der bereits einen Blick in die hintersten Winkel der Werkstatt werfen durfte, ist der Moment gekommen, auf die klassischere und bekanntere Produktion von Enrico Pedrotti zu schauen.

    Die Porträts, die Berg- und die Industriefotografie, normalerweise die Ausgangspunkte der Fotografie Pedrottis, erscheinen nun, aus nachvollziehbaren Gründen, als geradezu zeitgenössische Werke, jedenfalls weit entfernt von der gewöhnlichen Dokumentarfotografie jener Zeit. Der Schlüssel dazu ist, nomen est omen, der High Key: Die Verwendung dieser Technik, die Helligkeit, der Einsatz des Lichtes, die extrem weißen, schattenlosen Bilder, die nur angedeuteten Konturen sind in den Arbeiten Pedrottis beinah von Anfang an vorhanden, jedenfalls lang bevor sie zu einem Markenzeichen seines persönlichen Stils werden und seine Arbeit einschließlich der kommerziellen Produktion prägen werden.

    Das Thema Bergsteigen und die zunehmende Popularität des Wintersports sind für die 30er Jahre des zwanzigsten Jahrhunderts kennzeichnend. Pedrotti verfolgt diese Entwicklung aus der Nähe und dokumentiert sie nicht nur mit dem Fotoapparat - viele Skiläufer in Aktion wurden derart ins Negativ gebannt -, sondern auch mit der Filmkamera. In der Ausstellung zu sehen ist der Film Monologo sul sesto grado von 1953 in einer letzten verbliebenen s/w Fassung im Format 35mm, heute im Besitz des Filmarchivs des Mailänder CAI. Dieser Film gewann 1954 den "Rododendro d'argento" beim "Filmfestival della Montagna di Trento". Angeregt wurde dieser Streifen durch die berühmt gewordenen Filme der zwanziger Jahre von Arnold Fanck und Luis Trenker, womit wir wieder bei der Geschichte der europäischen Fotografie angelangt sind.

    Dieses Projekt zu Enrico Pedrotti ist der Versuch, seine oftmals als Vorreiter eingenommene Position innerhalb der damaligen italienischen Fotografie auszumachen. Die für die Auswahl der Ausstellung maßgeblichen Themen und Techniken Pedrottis, die Farbe, der High Key, die Verbindung von Fotografie und Druckmedien, von Fotografie und Werbung und vor allem die Verwendung der Fotomontage und der Fotocollage, sind durchwegs auch die Themen und Techniken der Avantgarde innerhalb des sich in der ersten Hälfte des 20. Jahrhunderts herausbildenden Panoramas der Fotografie. Erkennt sich Pedrotti auch nicht eindeutig zu einer Strömung oder Bewegung zugehörig - man sollte ihn also auch nicht zwingend einer der damals aufkommenden zuordnen -, ist es ihm gelungen, die maßgeblichen Neuerungen und Diskurse der 30er Jahren in seinem Werk auf persönliche, niemals oberflächliche Weise zu berücksichtigen und seine eigene Handschrift im Kontext seiner unmittelbaren Umgebung und der Zeit seines Wirkens, und eigentlich darüber hinaus zu entwickeln. (Valentina Cramerotti)

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    __ Press release of the art exibithion - Photography

    The exhibition shows 63 photos, one film and selected press material from the photographer Enrico Pedrotti, who worked in the Trentino South Tyrol region between 1920 and 1960. It is the first extensive opportunity to present Pedrotti's oeuvre in its entirety. Till now, his work has been known only in specific contexts (mountain, portrait, futurism) and with individual photographs. The focus of the exhibition is Enrico Pedrotti's relationship to the ways of working of Italian photographers among the futurists - from Wulz to Parisio, from Castagneri to Tato - as well as to the German New Objectivity scene with its attention to clear forms and details; Pedrotti experienced important impulses from all of them.

    Accordingly, Pedrotti's entire artistic development is examined in this exhibition for technical and stylistic borrowings and approaches; events and circumstances, inspirations and boundaries are shown that led him to develop his own personal way of working. The photographs are from his son Luca Pedrotti's Bolzano archive, which comprises, besides photos and negatives, the majority of the existing portraits and photomontages, as well as the complete fotocollage series that originated in collaboration with Fortunato Depero. The selection of the exhibition highlights, besides his artistic successes, the photographer's particular skill in reconciling his work as the operator of a photo studio for which all Bolzano knew him with his avant-garde research, which remained largely unnoticed by the public.

    The latter is what made Enrico Pedrotti as photographer one of the protagonists unleashing a wave of innovation in Italy and abroad in the 1930s. There are no documents documenting a relationship to the futuristic avant-garde, but the photographer's oeuvre repeatedly includes topics and techniques that were dealt with by this group: movement, cars, industry, play of shadows, photomontage and photo collage. Noteworthy is the technique applied by Pedrotti of stringing together details of photographs in his photomontages. Here, Dadaist and surrealist influences are brought to bear; it is in any case a distinction as compared to the more frequently applied overlapping of several negatives introduced by the well-known Bragaglia brothers.

    There is a whole series of examples of this technique in the archive of his son Luca Pedrotti, including Metropolis (1928), Salto triplo (1936), the design of advertising for Gioventù italiana del Littorio from 1938, and Scalata alle Dolomiti (1938). In his collaboration with the artist Fortunato Depero for the fotocollage series in the magazine "Enrosadira. Dolomiti Trento Garda: pubblicazione semestrale del Comitato provinciale per il turismo di Trento", the photographer reached the zenith of his artistic career: 4 pages in the summer issue of 1939 of the renowned magazine, and above all a joint original (photography by Pedrotti, edited by Depero) that probably remained in the family archive because it was not published on that occasion.

    Now - against the backdrop of this new and unknown Pedrotti, with the knowledge of one who has already been able to cast a glance at the most remote corner of the workshop - the moment has come to take a look at the more classical, better-known production of Enrico Pedrotti. The portraits, the mountain and industry photography, normally the starting points for Pedrotti's photography, now appear, for understandable reasons, virtually contemporary works, in any case a far cry from the usual documentary photography of that time. The key is - nomen est omen - the high key: the use of this technique, the brightness, the use of light, the extremely white, shadowless photos, the contours only hinted at are in Pedrotti's works almost from the start, at any rate long before they became a hallmark of his personal style, and would characterise his work, including the commercial production.

    Mountain climbing as a topic and the increasing popularity of winter sports are typical for the 1930s. Pedrotti followed this evolution closely and documented it not only with a camera - many skiers in action ended up on negatives this way - but also with a film camera. The film Monologo sul sesto grado from 1953 can be seen in the exhibition in a last remaining b/w version in 35mm format, owned today by the Film Archive of the Club Alpino Italiano in Milan. In 1954, this film won the "Rododendro d'argento" at the "Film Festivaldella Montagna di Trento". This film was inspired by the films of Arnold Fanck and Luis Trenker from the twenties, which have become famous - bringing us once again to the history of European photography.

    This project on Enrico Pedrotti is the attempt to account for the position as pioneer that he often occupied in Italian photography of the time. The topics and techniques of Pedrotti that are significant for the selection of the exhibition, the colour, the high key, the link between photography and print media, between photography and advertising, and particularly the use of photomontage and photo collage, are consistently the topics and techniques of the avant-garde within the panorama of photography developing in the first half of the 20th century. Even if Pedrotti did not clearly identify with a direction or movement - one should not necessarily assign him to one of the movements emerging at that time - he succeeded in taking into account the significant innovations and discourses of the 1930s in his work in a personal way that was never superficial, developing his own signature style in the context of his immediate surroundings and the time he was active - and in fact beyond that. (Valentina Cramerotti)




    Copertina del romanzo Castel Rovino della scrittrice triestina Nidia Robba Castel Rovino
    di Nidia Robba, ed. La Mongolfiera libri

    Il nuovo romanzo di Nidia Robba prosegue la bibliografia dell'autrice caratterizzata dalla descrizione di storie, ambienti, culture proprie della Mitteleuropa. In particolare evidenziando l'area dell'Alto Adige / Südtirol, con personaggi, tra gli altri, provenienti dal Friuli Venezia Giulia (Pordenone), dalla Bassa Baviera e dalla Svizzera.

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