POPism
L'arte in Italia dalla teoria dei mass media ai social network

La Pop Art in Italia

Artisti in mostra: Valerio Adami, Massimiliano Alioto, Dario Arcidiacono, Gabriele Arruzzo, Cornelia Badelita, Alessandro Baronciani, Cesare Berlingeri, Davide Bertocchi in collaborazione con Samon Takahashi, Bertozzi & Casoni (Gianpaolo Bertozzi, Stefano Del Monte Casoni), Nicola Bolla, David Bowes, Bo130, Tommaso Cascella, Guglielmo Castelli, Umberto Chiodi, Marco Cingolani, Stefano Cumia, Vanni Cuoghi, Aldo Damioli, Francesco De Molfetta, Enrico T. De Paris, Alessandro Di Carlo, Fulvio Di Piazza, Matteo Fato, Enzo Fiore, Daniele Galliano, Galo, Anna Galtarossa, Enrico Ghinato, Laura Giardino, Piero Gilardi, Fausto Gilberti, Chris Gilmour, Alessandro Gioiello, Robert Gligorov, Daniel Gonzalez, Massimo Kaufmann, Thorsten Kirchhoff, Mark Kostabi, Debora Hirsch, Marco Lodola, Nicola Maria Martino, Gian Marco Montesano, Microbo, Elena Monzo, Ugo Nespolo, Ozmo, Gianfranco Notargiacomo, Laurina Paperina, Sergio Pappalettera, Leonardo Pivi, Michael Rotondi, Salvo, Maurizio Savini, Tino Stefanoni, Marco Tamburro, The Bounty Killart (Jacopo Marchioretto, Rocco D'Emilio, Dionigi Biolatti), Giuseppe Veneziano, Simone Zaccagnini, Corrado Zeni.


21 luglio (inaugurazione ore 19.00) - 31 agosto 2012
Fondazione Michetti (Palazzo S. Domenico) - Francavilla al mare (Chieti)
www.fondazionemichetti.it - Ufficio Stampa Vallecchi: www.vallecchi.it

Locandina mostra POPism L'arte in Italia dalla teoria dei mass media ai social network Contrariamente a ciò che pensano molti, la Pop Art non è una "invenzione" americana. Nonostante sia stata New York all'inizio degli anni Sessanta la metropoli più rappresentativa di questa tendenza - grazie all'attività di artisti come Johns e Rauschenberg prima, Warhol, Lichtenstein e tutti gli altri subito dopo - la storiografia ha definitivamente attribuito la paternità del termine Pop Art a Londra, posizionandola a metà del decennio precedente. Richard Hamilton, scomparso nel 2011, già nel 1956 aveva coniato la definizione esatta di opera pop.

In particolare c'è un lavoro, Just what is it makes today's homes so different, so appealing?, un collage in cui Hamilton inserisce gli ingredienti della comunicazione di massa, gli emblemi della vita moderna, condendoli di un'ironia tutta inglese e di quel senso semiserio che i suoi conterranei chiamano appunto criticism. La parola Pop compare su un grosso lecca lecca tenuto in mano dal personaggio maschile palestrato in primo piano (sembra - o è? - il Johnny Weissmuller interprete cinematografico di Tarzan), ma tutta l'opera è piena di riferimenti al mondo della comunicazione e dei mass media, entrati nella cultura del Novecento negli anni Cinquanta, dunque quando si afferma la Pop Art, grazie soprattutto alla televisione, che infatti campeggia come una scultura totem nel salottino di Richard Hamilton.

Rispetto agli americani, dunque, esiste una linea europea alla Pop Art che privilegia l'elemento critico e, pur provando una forte attrazione nei confronti della modernità mediatica, sembra però ricordarci che non è tutto oro ciò che riluce. Invece di produrre icone preferisce mettere in campo situazioni oblique e ambigue che necessitino diversi livelli di lettura. Una linea partita da Londra che "invade" pacificamente altri Paesi altrettanto ricettivi alla novità di un'arte fresca, immediata, divertente ma non per questo banale o superficiale.

Stare al passo coi tempi è la condizione di partenza, poi, rapidamente, se ne impone un'altra: rispetto alle avanguardie storiche la Pop Art, nonostante abbia da tempo terminato il suo periodo aureo, non ha per niente esaurito la sua funzione storica. Anzi si è geneticamente modificata assumendo, di decennio in decennio, i tratti somatici delle nuove tendenze, travalicando inoltre i confini dell'arte visiva per invadere altre discipline e linguaggi, tra alto e basso, come la musica, la moda, il design, l'architettura, la scrittura, la pubblicità, la comunicazione.

Non a caso, infatti, si continua ancora oggi a parlare di arte pop e di cultura pop. Insomma questo straordinario palindromo, efficacissimo anche dal punto di vista grafico, continua imperterrito a influenzare la visione di oggi, condividendo tale eccellente destino con il Surrealismo, altro termine arricchitosi nel tempo, addirittura più utilizzato ora che nell'epoca di Dalì, Breton e Picabia. Pop e surrealista sono diventati aggettivi accostabili a qualsiasi sostantivo per definire un linguaggio dove anche lontanamente siano presenti quei caratteri di brillante superficialità o di sospensione onirica cui la parola subito rimanda. Hanno superato la prova del tempo, sono vivi, vegeti, attuali più che mai.

"Popism", a cura di Luca Beatrice, dunque, non è una mostra sulla Pop Art italiana e nemmeno un'operazione vintage di Pop Revival. Piuttosto, seguendo l'ispirazione del britannico criticism dove tra un dubbio e una certezza si sceglie sempre il primo, vuol disegnare un panorama insieme ironico e analitico, piacevole e intellettuale, immediato e complesso, caratteri che peraltro coesistono pacificamente nella cultura italiana. Il linguaggio prescelto, a parte qualche rara eccezione, è quello della pittura, e questo per due ragioni.

La prima, perché il Premio Michetti, giunto alla 63esima edizione (si sta parlando di uno dei concorsi artistici più longevi e accreditati nel nostro Paese) è principalmente un premio di pittura e come tale è giusto che il curatore si misuri con la mission originale senza avventurarsi in narcisistici stravolgimenti. La seconda, perché la pittura resta certamente lo strumento più adatto, almeno nell'arte, alla produzione di immagini persistenti, capaci di dialogare con il mondo della comunicazione, di volta in volta in modo concorrenziale e/o complementare.

Dal 1936, da quando Walter Benjamin pubblicò L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, viene posto il problema intorno alla persistenza della pittura, del fatto a mano, dal momento che qualsiasi immagine, con tecniche oggi peraltro impensabili dal filosofo tedesco, può essere tecnicamente riprodotta al meglio. Se ciascuno di noi può possedere la propria copia della Gioconda o della Marilyn di Andy Warhol, se il concetto di originale dell'opera d'arte non ha più senso, allora è giusto domandarsi perché e come un linguaggio così vetusto come la pittura riesca a sopravvivere a un tempo che sta eliminando molto rapidamente strumenti e riproduttori di immagini come la videocassetta e il dvd, la pellicola fotografica, il fax e, c'è da aspettarselo prima o poi, la televisione.

E invece persiste, eccome, e si rafforza proprio attraverso la capacità di non entrare in rotta di collisione con i new media ma, in qualche modo, di completarli attraverso storie parallele che mantengano un inalterato fascino di esperienza dal vivo. E' la logica dell'imperfezione, il fascino dell'errore e dell'imprevisto, la sfida di rinnovare una tradizione culturale che nei secoli ci rese primi al mondo. Dal tempo in cui si cominciò a parlare di mass media (Marshall McLuhan scrive nel 1967 che il medium è messaggio, preconizzando l'arrivo del cosiddetto villaggio globale) fino all'attuale era dei social network, che stanno mettendo in atto una rivoluzione paragonabile a quella del treno, la pittura non ha mai perso la capacità di dialogare e di interrogarsi su quale fosse il proprio ruolo nel sistema dell'arte contemporanea e nel più ampio universo della comunicazione.

Oggi, peraltro, i giovani artisti ritengono più utile promuovere il proprio lavoro tramite facebook e twitter piuttosto che esporlo in piccole mostre, e probabilmente hanno ragione visto il pubblico potenziale infinito che i social network possono raggiungere. Ma la mostra, grande o piccola, è l'esperienza live, come un concerto, difficile pensarla di sostituirla o addirittura di saltarla tout court. L'arco temporale di "Popism" ripercorre dunque il calendario a partire proprio dal 1967, anno del celebre testo di McLuhan, della fondazione dell'Arte Povera, dell'inizio dei moti di piazza nell'Italia nel Sessantotto, ma anche delle storiche collaborazioni tra artisti e musicisti - in Inghilterra i Beatles e Peter Blake per Sgt. Pepper's mentre Andy Warhol a New York produce e illustra il "disco della banana" per i Velvet Underground.

Allora la Pop Art in Italia aveva temperature diverse, tra Roma, Milano e Torino. Mentre nella Capitale, dopo l'avventura di piazza del Popolo, gli artisti cercavano una via d'uscita dalla pittura attraverso la scoperta di materiali anomali (Cesare Berlingeri, Gianfranco Notargiacomo), a Torino Ugo Nespolo cominciava con lavori in linea con l'imminente Poverismo, che lascerà quanto prima per approdare al postmoderno, Piero Gilardi elaborava i primi tappeti natura anticipando le tematiche ambientali urgenti nei decenni successivi, mentre Salvo non ha ancora compiuto l'approdo alla pittura figurativa che, dal 1974 in poi, lo vedrà in prima fila in quella che Renato Barilli chiamerà la "ripetizione differente" - pieno postmoderno dunque -, una mostra allestita allo Studio Marconi di Milano, stessa galleria che rappresentava Valerio Adami, pittore pop lombardo per eccellenza con lo sguardo e lo studio rivolti a Parigi.

Nel medesimo ambito geografico si colloca anche il delicato lavoro di Tino Stefanoni tra memoria dell'arcaico e sensibilità postmoderna. Negli anni Ottanta, con il successo del Made in Italy - fenomeno che dall'arte va alla moda, dall'architettura al design, dalla cucina al calcio (!) - si impone all'attenzione generale il fenomeno dei gruppi, e la Transavanguardia fa da traino per il crescente consenso dell'arte italiana oltre confine. E' l'epifenomeno di una pittura che guarda dentro se stessa e ricerca il senso nella storia e nella tradizione, evidenziando un distacco dalla realtà che prima non c'era.

Per quegli anni, peraltro di straordinaria creatività, vanno ricercate altre esperienze, in parte riconducibili a correnti (il Nuovo Futurismo con Marco Lodola), altre isolate (l'Iperrealismo canalettiano di Aldo Damioli, la figurazione zuccherosa e popolare di Gianmarco Montesano), e comprende persino forme d'arte astratta, o comunque aniconica, come quella di Nicola Maria Martino e Tommaso Cascella, che nelle prove migliori hanno la flatness ludico-ironica dell'immaginario pop. La generazione successiva, emersa tra la seconda parte degli Ottanta e i primi anni Novanta, è in questa edizione del Premio Michetti numericamente rilevante.

Come non sottolineare infatti la condivisione tra diversi artisti e il curatore di un percorso comune, oltre che di quel ritrovato interesse nei confronti della realtà che sembrava prima sottotraccia. Se Daniele Galliano, Marco Cingolani, Nicola Bolla, Bertozzi & Casoni (pittori puri i primi due, cesellatore di ready made contemporanei il terzo, straordinari ceramisti gli ultimi) parteciparono al mio Padiglione Italia per la Biennale di Venezia del 2009, con altri è in atto un percorso di lavoro ormai decennale.

Con Massimo Kaufmann, capofila della "scuola milanese" che aveva fatto della fragilità la propria forza, poi approdato a una pittura astratta di gran qualità; con Enrico De Paris, fin dai tempi della pittura mediale, primi anni Novanta; con Maurizio Savini e Leonardo Pivi, entrambi scultori anomali che utilizzano materiali quantomeno strani (il chewingum rosa) o desueti (il micromosaico di tradizione ravennate); con Corrado Zeni, dove la pittura trae origine dal disegno e si immerge nel quotidiano. Tra le curiosità impreviste, che sempre dovrebbero animare il percorso di un critico, ecco spuntare il materismo organico di Enzo Fiore e l'iperrealismo meccanicista esasperato di Enrico Ghinato.

Nonostante la crisi del sistema Italia, le difficoltà croniche e strutturali, evidentemente il nostro Paese esercita ancora una notevole forza d'attrazione per gli stranieri, richiamati dalla tradizione dell'arte, dalla bellezza del paesaggio e (perché no) dalla qualità della vita. Soltanto rimanendo nell'ambito della pittura, si contano diverse presenze che giungono da diverse parti del mondo, a testimonianza del fatto che "globalizzazione" non è solo un termine a effetto: Mark Kostabi è ormai un americano de Roma e anche Thorsten Kirchhoff, danese, vive nella Capitale da oltre un quarto di secolo (...)

L'ultima sezione della mostra porta un sottotitolo, "Popism Remix", e mette in scena il rimescolamento magmatico di arte e altro che ha definitivamente preso piedi a partire dagli anni Zero. Le categorie si confondono, gli ambiti pure, a favore di una vivacità culturale eterogenea ed eterodossa, senza una linea guida precisa, che vorrebbe, alfine, contribuire a edificare la zona progressiva e sperimentale del 63° Premio Michetti. Nel caos di segni e immagini c'è davvero di tutto.

L'illustrazione (Alessandro Baronciani, Sergio Pappalettera), il pop surrealismo o Low Brow all'italiana (Gabriele Arruzzo, Dario Arcidiacono, Laura Giardino, Vanni Cuoghi, Giuseppe Veneziano), disegnatori folli, talentuosi (Fausto Gilberti, Laurina Paperina, Simone Zaccagnini, Michael Rotondi) e delicati (Guglielmo Castelli, Matteo Fato). E' questo il luogo in cui la pittura remixa il suono (Davide Bertocchi) o si mescola con altri materiali (Alessandro Gioiello), la scultura/oggetto (Anna Galtarossa, Stefano Cumia, Francesco De Molfetta, The Bounty Killart), il bric à brac concettuale (Elena Monzo, Umberto Chiodi). Senza contare le differenti declinazioni di pittura pura (Fulvio Di Piazza, Massimiliano Alioto, Alessandro Di Carlo, Marco Tamburro) e il fondamentale contributo della Street Art (Galo, Microbo, Bo130, Ozmo), che dell'immaginario attuale è quello più diretto a un pubblico giovane di cui impareremo a conoscere sensibilità e urgenze culturali.



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