Jeanne Fredac - Gymnase Jeanne Fredac -Attrappe Jeanne Fredac
Luoghi sospesi. Germania 2006-2014


23 gennaio - 12 febbraio 2016
Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

La mostra ci conduce in un viaggio in una Germania poco nota, lontana dall'immagine di paese a tripla A. Ci porta in una realtà scomparsa, quella della Germania dell'Est. Attraverso una sessantina di immagini argentee, Jeanne Fredac ci svela la bellezza di queste rovine, di questi spazi e di queste stanze in fuga, che non hanno più parole per parlarci della storia che pure trasuda in ogni muro. Ne derivano delle testimonianze visive, delle prove schiaccianti. Un diario di viaggio della disperazione ricoperto di fiori dipinti e di decenni di stratificazioni. Questi veri e propri quadri mettono in scena dentro di noi la vita stessa, il passare del tempo e la loro interazione.

Metafora dolce e tragica al tempo stesso del cataclisma che l'oblio rappresenta per le cose che ci circondano, ma anche per ognuno di noi. Il trattamento dei colori contribuisce alla sensazione di irrealtà. Non siamo lontani da ciò che di più brillante il fumetto ha da offrire: si pensi a Enki Bilal i cui personaggi potrebbero certamente abitare questi luoghi. L'arroganza derisoria di questi spazi, allo stesso tempo svuotati e ricolmi, ha per fine un estetismo che, invece, non è per nulla vuoto. La mostra è organizzata dall'Institut français Palermo e dal Goethe-Institut Palermo. Jeanne Fredac è una fotografa francese. Le sue opere sono state esposte in Francia, Germania, Italia, Danimarca e negli Stati Uniti. (Comunicato stampa)



Intervista a Jeanne Fredac

Signora Fredac, per l'osservatore le Sue foto hanno uno straordinario valore estetico. Come si sentiva Lei in quegli spazi così "spopolati"? Sono luoghi che assumono forse una sorta di sacralità, quasi come fossero chiese?

Il termine "sacrale" non mi pare appropriato. Le emozioni che si provano in quei posti nascono in noi, mentre secondo me il "sacrale" ha una provenienza esterna. Entrare in quei luoghi non equivale semplicemente ad accedere in un edificio, ma anche a introdursi in una storia, in più storie; ci si ritrova in un posto che non ci appartiene, in cui in realtà non dovremmo stare, e questo genera delle domande sulla persona.

Ha provato a seguire il destino dei luoghi che ha immortalato? Esistono ancora quei posti, quei "luoghi abbandonati"? O invece spariscono, perché i tedeschi sono accurati nello sgombero, nel cambiamento temporaneo della gestione d'uso e così via?

Non sono praticamente mai più tornata in nessuno dei posti che ho fotografato. Alcuni sono stati abbattuti, altri murati, quasi nessuno è stato ripristinato e riutilizzato. In questo ciclo quello che mi interessava era il momento magico in cui si era già instaurato il decadimento ma non era del tutto sparita la vita. Ora fotografo sempre meno questi luoghi; questo momento magico si è trasformato in distruzione.

Come ha scoperto i luoghi di questa mostra esposta a Palermo? È stato facile accedervi e realizzare le fotografie?

Il ciclo che espongo ora a Palermo è nato da un progetto svolto nell'arco di dieci anni. I luoghi li ho scoperti per caso ed è stato anche con l'aiuto di molti visitatori della mostra che è stata possibile questa ricerca fotografica. È molto difficile realizzare questi scatti, in condizioni di corrente e luce mancanti da decenni e potendo sfruttare solo la luce del giorno, il sole. Il fotografo deve attendere l'illuminazione naturale e mi piace questo tempo dell'attesa, del "posto di vedetta", perché così si percepisce che il tempo deve essere "sospeso".

Sul tema dei "luoghi abbandonati" ha anche un messaggio da trasmettere? Una filosofia, come ad esempio il rapporto di tensione dei nostri tempi, del nostro ego umano e della totalità della caducità? Ho letto che secondo Lei le immagini risalgono per lo più al periodo della Wende, la cosiddetta "svolta", ossia la fine della Germania Est.

L'ex Germania Est non ha il monopolio dei "luoghi abbandonati", anche se è forse lì che si trovano in maggior quantità e concentrazione. È lì che ho fatto le fotografie perché è lì che vivo. Quando mi sono trasferita a Berlino, ho scoperto una popolazione con due volti, una città con due bocche. Essendo nata nella Germania Ovest, una parte la conoscevo meglio dell'altra e il mio interesse si è rivolto al lato che percepivo come estraneo, ossia l'Est. Una cosa che per me conta molto è la relazione con la storia: gente della mia età è vissuta in un sistema che si è dissolto nel giro di dieci giorni. Sono troppo cauta e rispettosa per ritrarre le persone; preferisco fotografare gli edifici, che attraverso la loro traccia raccontano storie di persone. Come diceva Victor Hugo, prima dell'invenzione della stampa è con l'architettura che l'uomo ha scritto la storia. Attraverso il decadimento di questi edifici, che erano stati costruiti per l'eternità, riconosciamo la fragilità di tutti i sistemi e di ciò che ogni giorno percepiamo come ovvio: il nostro mondo. Al di là della bellezza di questi luoghi, che probabilmente avrei trovato anche in Italia, mi interessa la relazione tra le persone e l'ambiente che le circonda, la loro storia.

Tra le foto in mostra ce n'è una che personalmente preferisce, Le è più cara, magari con una storia molto particolare?

Una delle mie favorite è Attrappe, ossia "imitazione": per me ha un significato di fondo, una storia tedesca. L'ho scattata in un ex sanatorio utilizzato dai russi. Trovo che riunisca due volti dell'anima tedesca, i due importanti movimenti filosofici che vengono dalla Germania: il Romanticismo e il Comunismo. La foto genera inizialmente una reazione molto romantica, grazie a quel pianoforte sul palco; poi si nota però la scritta in cirillico, che è un motto sulla diffusione nel mondo del comunismo. Quest'elemento conferisce all'immagine un ulteriore livello, instaurando una relazione con la storia tedesca.

Pensa che i suoi "luoghi effimeri" siano piuttosto distanti dalle persone, o può accadere di girare l'angolo, per strada, e trovare un posto così anacronistico, magari perché "congelato"?

Fino a un paio d'anni fa era facile imbattersi un po' dappertutto in queste strutture, anche in centro. Ora è più difficile, e non perché non esistano più, ma perché nel frattempo è diventato di moda il cosiddetto "urban exploring": i proprietari e possessori proteggono questi edifici in maniera più efficace e li tengono più spesso sotto chiave rispetto al passato.

* L'intervista è stata condotta da Roman Maruhn, Goethe-Institut Palermo. Traduzione: Caterina Decorti - Goethe-Institut Italien, Informazioni & Biblioteca - Redazione online gennaio 2016



Puoi proseguire con la presentazione della seguente mostra:
Vivian Maier: Street Photographer (MAN Museo d'Arte Provincia di Nuoro, 10 luglio - 18 ottobre 2015)

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