Il sortilegio della città rosa

di Nidia Robba
ed. Fpe edizioni, pagg.232, 2006

Recensione di Ninni Radicini

Copertina romanzo Il sortilegio della città rosa di Nidia Robba «Myriam è sempre stata un antesignana. Posatissima per un osservatore distratto o superficiale; ma chi la conosceva bene comprendeva che era un'irrequieta; sempre insoddisfatta di sè e degli altri. Da anni non so più nulla di lei.»

Ritrovare lettere ormai ingiallite e maltrattate dallo scorrere inesorabile di una grandezza - il tempo - al di sopra della nostra volontà, è sempre una immersione drammatica nella nostra storia personale, negli affetti, nelle amicizie, nei periodi lieti o meno, nella felicità di episodi ormai offuscati nel ricordo. Il tempo trascorso, la caducità della vita, trasformano un atto apparentemente innocuo, per alcuni ipocritamente gioioso, in una tragedia spesso non esternata. In un mondo che ha abolito l'idea di compiutezza della esistenza come percorso finito, questo libro sotto l'apparenza di una vicenda sentimentale circoscritta consegna al lettore il significato della storia individuale.

Ambientato tra la Germania, Trieste (città della protagonista), la Francia e la Spagna, in un periodo tra la metà degli anni '60 e l'inizio dei Settanta (l'autrice lo suggerisce senza dichiararlo) è la storia di Myriam - per l'epoca una donna quasi di mezza età - recatasi a Heidelberg per tener compagnia alla nipote, Siegrid, durante un corso di tedesco e trascorrere una vacanza. Vivrà da qual momento, per circa cinque anni, tre vicende sentimentali, ognuna delle quali differirà dall'altra per intensità e coinvolgimento: come il sole dall'alba al tramonto.

A Heidelberg (la "città rosa"), dopo aver "salutato" il fiume Neckar, ha l'opportunità di visitare i luoghi da lei amati, quelli della mitologia germanica, del Romanticismo, di Wagner. La scoperta di un anfiteatro - il Thingstaette - dove al tempo del Terzo Reich si svolgevano quelle cerimonie pagane caratteristiche del substrato culturale di quel regime, anticipa l'incontro con due giovani, che subito legano con lei e sua nipote. La conoscenza superficiale, ripresa al ritorno di un'altra tappa del loro viaggio - Mainz, Koblenz, Koeln - culminerà nella prima vicenda sentimentale, accanto a Wolfram.

L'incontro, quattro anni dopo, con Stephan è quello più appassionato, coinvolgente, con la iniziale sottile ironia di Myriam che rimane impigliata laddove non avrebbe voluto accadesse a Siegrid. Con questa ultima, in un capovolgimento di ruoli generazionali, a tentare di dissuaderla dal proseguire. Croato, in parte di ungherese, malvisto dalle autorità della Jugoslavia di Tito a causa della militanza del padre nelle file degli ustascia (nazifascisti croati) durante la Seconda guerra mondiale, decise di andarsene poco prima di svolgere il servizio di leva. Scappò a Trieste, poi passò in Francia, in Belgio, infine in Germania, dove lavorava come cuoco. Una sera, vedendolo in compagnia di una ragazza, Myriam temette di perderlo. Cominciò a cercarlo, fino a quando non seppe la verità sulla sua vita.

Il terzo incontro determinante è quello con Andrè, francese, in parte italiano, che all'inizio la scambia per sua coetanea (lei aveva tredici anni in più). Anche in questa occasione la passione sarà travolgente ma a differenza dei due precedenti, la storia proseguirà in modo apparentemente normale. Lui la porta a visitare alcuni suoi parenti in campagna. La madre l'aveva persa in un incidente d'auto, dal quale egli stesso sopravvisse a stento; con il padre non aveva mai avuto un rapporto lineare. Quei giorni di vacanza e un viaggio in Spagna, con soggiorno in un castello cinquecentesco di Carlo V, a poca distanza dal confine con la Francia, non impediscono un deterioramento del rapporto al ritorno nella quotidianità ordinaria.

Myriam, annoiata dalla continua permanenza in un albergo in cui era stata da lui alloggiata, e insospettita dalle sue misteriose uscite nel pomeriggio, decide di lasciarlo. Recatasi alla stazione, un ultimo momento d'indecisione si rivelerà determinante. Il sortilegio della città rosa è anche un omaggio all'Europa, al suo essere "cultura di culture", di tradizioni differenti legate da un filo che attraversa i secoli. Italia, Germania, Francia: gli stati fondatori della comunità europea, con una escursione nella Spagna che si avviava al ritorno alla democrazia. La Mitteleuropa, centro del Romanticismo, dell'Espressionismo, di Kafka, della confluenza di quella cultura nel genio di Luigi Pirandello.

C'è del rimpianto per quella Europa, oggi in crisi d'identità, intimidita e succube di culture provenienti dall'esterno. La qualità della narrazione di Nidia Robba è anche in alcuni personaggi in apparenza laterali (Helmut, Werner), che non si eclissano e, per il gioco dei contrasti, risultano essenziali a quelli principali. La personalità della protagonista - Myriam - in apparenza razionale, in realtà irrequieta, originale, creativa, diventa chiara al lettore solo dopo essere tornato indietro, all'inizio del libro. In realtà infatti il vero ultimo capitolo del libro è l'introduzione - il ritrovamento delle lettere - dove apprendiamo cosa ne è stato di Myriam, almeno secondo colei che legge le sue lettere.

Essendo lei l'amica alla quale ha confidato le più sincere sensazioni, di quella fase così convulsa e decisiva, non abbiamo motivo di dubitare della sua capacità di percepire quale sia stata la conclusione. Come nel film Una storia semplice (1991, regia di Emidio Greco), tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia, il professor Franzò, interpretato in modo superlativo da Gian Maria Volontè, intuisce prima degli altri l'oscurità di quanto accaduto a un suo amico, che gli aveva chiesto di aiutarlo nella ricerca di alcune lettere inviate da Pirandello e da Garibaldi ai suoi parenti.

L'anima è l'unica fortezza inaccessibile. Gli altri non possono entrare, noi non possiamo uscire. Lì viviamo la felicità e il dramma, che si susseguono compiendo il nostro percorso. Vivere la felicità universale di un amore e il dramma quando ci accorgiamo che è irrealizzabile, perché purtroppo il destino ha così deciso. Nella sua purezza, le lacrime possono soltanto dissetarlo e renderlo eterno nel nostro cuore e nella nostra memoria, in una continua sfida con la realtà. Nella certezza che non potrà mai apparire all'orizzonte. Fino alla fine dell'esistenza, quando sarà l'ultima immagine, ricordo sublime, unico vero motivo di una intera vita.



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