Derby Days
Il gioco che amiamo odiare


di Dougie ed Eddie Brimson
ed. Libreria dello Sport, pag.249, 2005

Recensione di Ninni Radicini

Copertina libro Derby Days di Dougie ed Eddie Brimson Dal 29 maggio 1985 la parola hooligan risuona nella testa degli italiani. Quella sera, per la finale di Coppa dei Campioni, i sostenitori della Juventus presenti allo stadio belga Heysel, separati dai tifosi inglesi del Liverpool attraverso una rete "da pollaio" (così è stata definita nelle cronache per la sua consistenza), vissero e subirono l'epilogo terrificante di un modo di intendere il calcio che sconfina nella violenza tribale. Chi fossero gli hooligans (letteralmente "teppisti") era stato raccontato da sociologici e cronisti, ma, come tutto ciò che è filtrato dallo studio e dalle analisi, pochi avrebbero immaginato la realtà spietata di un fenomeno che sembrava localizzato in un territorio, con origini e specificità esclusive. Le conseguenze per il calcio inglese furono pesanti: le sue squadre di club vennero escluse dalle Coppe europee per molti anni.

La sanzione costrinse i massimi organi direttivi nazionali a intervenire sulle modalità di fruizione della partita di calcio: stadi con posti solo a sedere, biglietti nominativi, maggiori controlli dentro e fuori gli stadi, servizi d'ordine tra gli spettatori. Un modo deciso di affrontare quello che molti era un punto di non ritorno, una vergogna intollerabile. Il governo della Thatcher non poteva non essere perentorio nell'intervento poiche' "hooligan" si trasformò presto in uno stereotipo dispregiativo per una intera comunità. Poco tempo prima la "Lady di ferro" aveva inferto colpi talmente devastanti al sindacato e alla sinistra inglese, che ci vollero una quindicina di anni affinchè si riprendessero. C'era da essere certi che, con le buone o con le cattive, avrebbe fatto lo stesso per mettere ordine negli stadi. Quanto stava avvenendo al di là de La Manica non era qualcosa di alieno, eppure in tanti, anche tra gli osservatori italiani, sottovalutarono quella involuzione e le cause che l'avevano prodotta. I conti si dimostrano sbagliati.

La deriva violenta del tifo calcistico non era prerogativa del calcio britannico e ha attecchito anche in Italia, un po' perche' il male si espande per inerzia, un po' per emulazione. Siamo negli anni '80 e fino a poco tempo prima si dava per scontato che qui, nella terra del "campionato più bello del mondo", a parte qualche episodio particolarmente cruento, la rivalità tra tifosi si risolvesse in qualche zuffa e in offese coniugali all'arbitro. Poi, come in un film di Fantozzi, si correva tutti a casa in tempo per vedere la "Domenica Sportiva". Invece le cose stavano cambiando anche in Italia. Anno dopo anno il tasso di violenza è cresciuto e oggi quelle misure prese a un paio di decenni fa in Inghilterra sono state riprodotte in Italia, segnando una svolta definitiva e il tramonto della partita di calcio come svago. Anche perchè sulla scena è comparso un nuovo attore - la televisione, la pay Tv - che ha cambiato quasi tutto, inventando un nuovo ruolo: il tifoso televisivo.

Prodotto dall'incontro tra sport, intrattenimento e cianfrusaglie, egli ricrea nel salotto di casa, magari in compagnia di qualche amico e parente una parvenza di curva di stadio con tanto di sfoggio di maglietta della propria squadra, sciarpa, bandiera e tifo come se davanti ci fosse il campo di gioco. Eppure anche in epoca di "calcio spettacolo", trasformatosi in spettacolo di varietà intorno al calcio, il tifoso visceralmente legato una squadra resiste, soprattutto dove il tifo organizzato e la passionalità campanilistica sono nati. In Inghilterra e, per estensione in Gran Bretagna, il football è cultura. Attraverso testimonianze dirette dei tifosi, gli autori descrivono la realtà sociale del calcio inglese, scozzese, gallese, nord irlandese. A partire da quelle degli autori, tifosi del Watford (la squadra del "mitico" Luther Blisset), che illustrano come personalmente vivano la sfida con il Luton Town; per poi passare in rassegna una serie di altre contese storiche tra tifoserie: non tanto dei grandi club, che anzi sembrano essere sulla via della modernizzazione e della moderazione, quanto quelle di fascia media e giù a seguire. Everton vs Liverpool; Millwall vs West Ham; Sheffield United vs Sheffield Wednesday; Norwich vs Ipswich Town; West Bromwich Albion vs Wolverhampton. Sono solo alcune di esse.

Animosità e odio autoalimentati negli anni, caratteristica fondante delle rispettive tifoserie che la considerano essenziale per la loro stessa reputazione, tanto che chi non ha rivali cerca di trovarseli, ma a volte non ci riesce, perchè non considerato sufficientemente rappresentativo. Come accade nello Yorkshire tra i sostenitori del Bradford City e dell'Huddersfield City nei confronti dei tifosi del ben più titolato Leeds United, che invece è in conflitto con i pari grado del Manchester United, a loro volta con lo stesso atteggiamento di superiorità verso i "fratelli poveri" del Manchester City. In Scozia, a differenza di quanto in genere si pensi, la maggiore rivalità tra tifoserie non è tra Celtic e Rangers (1) bensì tra quelle delle squadre che vivono quasi sempre nell'ombra dei due colossi di Glasgow. Ad esempio tra quella dell'Aberdeen e quella formata dall'alleanza tra i tifosi del Dundee e del Dundee United. Anche in Galles e in Irlanda del Nord, i conflitti tra hooligans sfociano in scontri. Per il Galles, gli autori riportano una descrizione di quanto avvenne per una partita tra Cardiff City e Swansea.

In Irlanda del Nord le contrapposizioni calcistiche si fondano anche sulla separazione religiosa tra le due comunità - quella cattolica e quella protestante - tanto da portare al ritiro delle due squadre più forti, il Belfast Celtic e il Derry City. Un capitolo del libro è dedicato all'Olanda in particolare alla rivalità tra gli hooligans dell'Ajax e del Feyenoord, un scontro tra i quali si concluse con la morte di un giovane tifoso dei Lancieri. «Oggi i calciatori possono abitare uno accanto all'altro, ma giocare per squadre fortemente rivali. Possono appartenere alle stesse associazioni o andare a giocare a golf con chi li marca il sabato sera. (...) In cima alla classifica si sono strette troppe amicizie, per i nostri gusti. Forse la vediamo nel modo sbagliato e il calcio ormai è solo intrattenimento, come il cinema o il teatro e per questi ragazzi è solo un lavoro.»

Se il calcio è parte integrante della cultura popolare, allora è possibile mettere insieme la tradizione calcistica con la modernità di questo che ormai difficilmente può essere etichettato soltanto come "gioco". In Inghilterra lo è a tal punto da essere tutelato per legge come "bene pubblico" e insegnato come materia scolastica. Decisioni conseguenti a una cultura calcistica già salda, a differenza di altri luoghi in cui sarebbero il presupposto per formarla sulla falsariga. E' questa la differenza tra il calcio italiano e quello inglese, scozzese, britannico. Basterebbe leggere le descrizioni da "Nuovo mondo" dei calciatori italiani - tra cui Zola, Di Canio, Vialli, Bonetti - che hanno deciso di giocare nella premiership inglese e scozzese. Lasciando spazio ai tifosi, gli autori descrivono un fenomeno complesso, in cui la violenza è degenerazione di sentimenti che, invece, - come provano a dimostrare - se opportunamente orientati, sarebbero un valido contrappeso alla deriva affaristica e mediatica del calcio.



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