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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli di Ninni Radicini sulla Grecia

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 
Particolare dalla copertina del romanzo I Vicerè, scritto da Federico De Roberto e pubblicato nel 1894
Recensione "I Vicerè" | Review "The Viceroys"
 
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini
Locandine mostre e convegni
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il ianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Aroldo Tieri in una rappresentazione televisiva del testo teatrale Il caso Pinedus scritto da Paolo Levi
Aroldo Tieri
Un attore d'altri tempi

An Actor from another Era
Gilles Villeneuve con la Ferrari numero 12 nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2022-2020 | 2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08 BR>
Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2022-2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2008 | 2007

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Ivrea senza Olivetti. The Augmented Community Project
23 settembre - 02 ottobre 2022
Villetta Casana - Ivrea
www.archiviostoricolivetti.it

L'Associazione Archivio Storico Olivetti ospita una mostra nata a seguito del workshop interdisciplinare "Comunità" realizzato dal Politecnico di Torino. Gli stessi organizzatori descrivono così l'iniziativa: Abbiamo scelto di concentrare la nostra attenzione su come l'esperienza di Olivetti può ancora essere utile in un contesto come quello contemporaneo, dove le condizioni del lavoro sembrano sempre più allontanarsi da quel modello.

Abbiamo deciso di farlo sottraendo al territorio il lascito architettonico che quell'esperienza ha prodotto, non per cancellare quell'eccellenza costruttiva ma come gesto simbolico per invitare la comunità ad una riflessione sulla condizione attuale, una condizione che vive tra il non più e il non ancora. Ma lo abbiamo fatto anche ragionando sulla condizione attuale di un territorio, quello Canavesano, orfano di un sistema di lavoro univocamente organizzato che oggi si ritrova frammentato e che forse ha bisogno di essere visto nel suo insieme per poter ritrovare quell'unità di intenti, imprenditoriali, politici e sociali, la cui sintesi è stata il fondamento del sistema Olivettiano.

Ci sono immagini che presentano i nomi di tutti i paesi del Canavese, nomi illeggibili se guardati da vicino, bisogna allontanarsi per riuscire a mettere a fuoco i contorni delle parole che così diventano leggibili, metafora di uno sguardo che ha bisogno di guardare all'insieme di un territorio per trovare quell'elemento comune che serve per connettere un territorio, ma è anche una metafora di un'uscita da quel territorio, un allontanamento che serve per fare esperienze in altri luoghi, immersi in altre culture, per poi rientrare con nuove consapevolezze.

C'è un'installazione composta da una serie di immagini che presentano la città di Ivrea a cui abbiamo sottratto gli edifici legati all'esperienza Olivettiana, un vuoto che ci pone nella condizione di dover guardare avanti, immaginare un futuro ancora da costruire, ma con una traccia ben precisa, il lascito Olivettiano, quel lascito che non si riferisce al vuoto architettonico, ma quello diventa una metafora di un vuoto ben più importante, quello di un pensiero che ha saputo connettere impresa e contesto sociale mettendo al centro l'essere umano e creando quel benessere diffuso che ha portato sviluppo all'interno del territorio del Canavese.

La macchina per scrivere che si trova al centro dell'installazione diventa uno strumento per visualizzare, scandire e percepire il tempo, uno dei più importanti valori dell'eredità olivettiana. Questa scansione è resa possibile dalla permanenza dell'installazione che permette di generare la crescita di sovrapposizione di rotoli di carta scritti dallo spettatore, che fuoriescono dalla macchina, scultura temporanea e in costante evoluzione. Tale scultura è al tempo stesso importante bacino di raccolta di riflessioni che possono nascere dalla visione delle immagini proposte. (Estratto da comunicato di presentazione)

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L'Italia e l'Alliance Graphique Internationale. 25 grafici del '900
21 settembre 2022 - 06 gennaio 2023
Magazzino delle Idee - Trieste
Presentazione




Passione Novecento
Da Paul Klee a Damien Hirst
Opere dalle collezioni private


24 settembre 2022 - 08 gennaio 2023
Palazzo Medici Riccardi - Firenze
www.palazzomediciriccardi.it

Palazzo Medici Riccardi, dove è nato il collezionismo moderno all'epoca di Cosimo il Vecchio e di Lorenzo Il Magnifico, ospita una prestigiosa selezione di opere di maestri del XX secolo provenienti da collezioni private fiorentine e toscane. Passione Novecento da Paul Klee a Damien Hirst. Opere da collezioni private è un progetto di Museo Novecento, a cura di Sergio Risaliti, promosso da Città Metropolitana di Firenze e organizzato da MUS.E con l'intento di collegare la grande tradizione rinascimentale del collezionismo e mecenatismo alla passione per l'arte del Novecento ancora coinvolgente nella nostra epoca.

A dimostrazione di una continuità di pulsioni e sentimenti, di desideri e ambizioni che distinguono senza interruzione lo stato d'animo del collezionista, colui che secondo Benjamin si assume il compito di trasfigurare le cose, il vero inquilino dell'interieur, dove trova asilo l'arte. Si tratta di un viaggio nell'arte del Novecento costruito sulla base di un amore per le opere moderne e contemporanea che non deve sorprendere in una città come Firenze, culla del Rinascimento.

Si farebbe torto infatti alla storia della città in cui le vicende artistiche e quelle del collezionismo privato si sono intrecciate nei secoli, seminando nel territorio una predisposizione sensibile alle avanguardie e alle sue più avanzate sperimentazioni. Un fil rouge lega le antiche famiglie dei Sassetti e dei Tornabuoni, dei Medici e dei Doni, dei Gondi e dei Rucellai ai collezionisti privati di oggi. E oggi come ieri il cuore del collezionista batte per i grandi innovatori, artisti che hanno dato vita a nuovi linguaggi e a nuove pratiche, a ricordare come tanto l'arte quanto il collezionismo siano sempre contemporanei.

In mostra si potranno ammirare rari capolavori di Paul Klee e de Chirico, di Morandi e di Savinio, accanto a quelli di Martini e Melotti, Fontana e Burri, per spaziare nei nomi più celebri del contemporaneo come quelli di Warhol e Lichtenstein, di Alighiero Boetti e Daniel Buren, fino a Damien Hirst e Cecily Brown, Ai Weiwei e Tracey Emin. Grazie al collezionismo e al mecenatismo, nato in particolare nelle 'camere' e negli studioli di Palazzo Medici, si è affermata l'autonomia delle opere d'arte, apprezzate per se stesse, curate, contemplate, collezionate.

Dalle raccolte private, dagli studioli e dai salotti dei gran signori, sono poi nati i primi musei moderni. Dall'amore per l'arte, dal culto degli antichi, dal desiderio di emulazione è anche nata una delle prime accademie d'arte, quel mitico giardino di San Marco patrocinato da Lorenzo il Magnifico, che fu la palestra artistica del giovane Michelangelo. Da quell'epoca, Firenze ha esercitato un preciso mandato nei secoli, una funzione necessaria alla strutturazione del sistema dell'arte moderna.

La città nei secoli è stata luogo del fare arte, della critica d'arte e dell'investimento in arte: una vocazione, quest'ultima, ininterrotta anche nell'Ottocento e nel Novecento, quando le grandi famiglie borghesi e industriali hanno perseverato in questa logica collezionando e investendo in bellezza e cultura. Tra i celebri collezionisti del passato merita ricordare Stefano Bardini, di cui quest'anno si celebra il centenario della nascita, antiquario e mercante tra i più eclettici e raffinati del suo tempo, dal cui gusto e capacità imprenditoriale è scaturito quel gioiello di museo che ancora oggi porta il nome del grande mercante fiorentino.

E poi, l'eclettico Frederick Stibbert e lo storico dell'arte Herbert Percy-Horne, le cui collezioni sono un pezzo importantissimo della storia fiorentina. Nelle sale di Palazzo Medici sarà un susseguirsi di capolavori, opere che possono raccontarci storie bellissime, di grandi appassionati d'arte, perfino identitarie, al punto di specchiare il collezionista, la sua vita, il suo gusto, i suoi ideali in un gioco di suggestioni e di significati riposti. (Comunicato stampa ufficio stampa Lara Facco P&C)




Dario Tironi
Digital meditation


24 settembre (inaugurazione) - 22 ottobre 2022
Gare82 - Brescia
www.gare82.net

Da sempre, il progresso e lo sviluppo tecnologico costituiscono il motore che spinge l'essere umano verso una continua evoluzione. È la conseguenza di uno spirito d'invenzione inesauribile volto non solo a godere di semplici vantaggi, qualche agio nella vita di tutti i giorni, ma la salvezza: la spinta che stimola il progresso tecnologico è strettamente connessa con la religione. È un ancestrale desiderio dell'uomo di possedere gli strumenti che gli restituiscano una somiglianza al divino e oggi, nell'Era Digitale, abbiamo forse raggiunto un rapporto di sudditanza nei confronti della tecnologia, quella stessa devozione da sempre riservata alla religione.

La produzione e l'utilizzo dei dispositivi assumono connotazioni che vanno oltre lo scopo pratico per il quale sono concepiti, acquisendo valenze simboliche di riconoscimento e appartenenza sociale, d'identificazione; sono oggi avvertiti come indispensabili per definire la propria identità. Elementi divinatori come feticci, amuleti, totem, che avevano la funzione di accompagnare nella ricerca interiore della spiritualità durante gli atti di preghiera, hanno oggi le sembianze di dispositivi tecnologici e su questa osservazione l'artista Dario Tironi fonda la sua riflessione: la tecnologia sarà in grado di farsi veicolo per la nostra ricerca interiore? Ci fornirà elementi che aiutino a definire la nostra anima e ad alimentare la nostra spiritualità? (Comunicato stampa)




Dipinto di Casma denominato Volo ascensionale realizzato nel 1982 Dipinto di Casma denominato Arsura realizzato nel 2016 Dipinto di Casma denomininato La bocca sollevò dal fiero pasto Casma
24 settembre (inaugurazione) - 06 ottobre 2022
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Mostra retrospettiva del M° Casma (Giovanni Cassanmagnago), inaugurata con presentazione di Alberto Moioli, curatore della mostra con Arianna Sartori. In Galleria sarà disponibile il catalogo dell'artista, con presentazione del critico d'Arte Alberto Moioli. L'esposizione è organizzata da Pinuccia Cassanmagnago con Giulia Sali.

- Il valore di una vita dedicata
di Alberto Moioli

Sono profondamente onorato di poter presentare l'umanità e la professionalità di Casma, Giovanni Cassanmagnago. Quella di Casma è stata una vita "dedicata" interamente alla bellezza dell'arte, il suo modo per celebrare la vita attraverso una pittura colta, supportata da una riflessione profonda che ha caratterizzato sempre ogni sua singola pennellata. Una vita non "dedicata" a qualcosa o a qualcuno, non è forse degna d'essere vissuta. Casma ha seguito il suo cuore sin dal principio, studiando e sperimentando le raffinate sfaccettature della sua ricerca espressiva senza mai una sosta, finché ha potuto.

Ha dichiarato la sua passione per l'espressione futurista di Giacomo Balla, Umberto Boccioni e Gino Severini declinando quell'esperienza al suo stile e alla sua straordinaria sensibilità, fino a distanziare la sua pittura da ogni restrittiva identificazione stilistica storica. Il silenzio e la poesia che riscontro nella profondità di ogni sua opera amplificano il pensiero dell'artista sui grandi temi della vita. Nell'opera simbolo di questo catalogo, dal titolo "La bocca sollevò dal fiero pasto" del 2009, Casma riflette sulle brutture dell'animo umano, prendendo simbolicamente spunto dal trentatreesimo canto dell'Inferno di Dante nella presentazione del Conte Ugolino della Gherardesca, collocato tra i traditori della patria. Casma, offre in ogni opera, la possibilità di andare oltre il dipinto per conoscere da vicino l'anima di un uomo buono.

"Ogni opera d'arte, sia essa pittura, scultura, poesia, musica, deve essere per il visore o l'ascoltatore uno stimolo al proprio spirito interiore, sia esso di gioia, di malinconia, di tristezza, purchè non sia di indifferenza". "La vita deve essere comunicazione verso gli altri, in modo che gli altri siano di comunicazione verso di noi, affinchè il "tutto" sia di arricchimento al proprio spirito interiore". (Casma, settembre 2013)

Giovanni Cassanmagnago (Macherio, frazione Bareggia, 1946 - Monza, 2020), in arte Casma, comincia ad interessarsi di pittura e a dipingere da autodidatta verso la fine degli anni Sessanta. Nel 1970, conosce Gino Meloni, già allora pittore di fama mondiale, il quale intuendone il potenziale artistico lo incoraggia a perseverare nell'esercizio e studio dell'arte pittorica. Casma si iscrive quindi alla scuola di pittura "La Famiglia Artistica Lissonese" ed in seguito sia alla "La Libera Accademia di Nova", diretta dal maestro chiarista Vittorio Viviani, che alla "Paolo Borsa" di Monza sotto la guida, prima del maestro Gaetano Ottolina e dal 1976 dal maestro Giuseppe Colombo.

Frequenta le scuole fino ai primi anni Ottanta, alternando corsi di pittura con lezioni di scultura. Nel frattempo partecipa a numerosi concorsi di pittura in diverse località della Lombardia e del Piemonte, ottenendo fin da subito moltissimi premi e riconoscimenti.Nel 1983 la sua prima mostra personale presso la Sala Civica del Comune di Biassono. Nel 1990 diventa assistente del maestro Casiraghi presso La Scuola di Pittura del Comune di Arcore e nel 1992 apre una scuola di pittura a Vedano al Lambro e in seguito un'altra a Macherio. Sempre nel 1992 e in seguito nel 1995 partecipa su invito a due mostre itineranti, (La Crocifissione, 1992 - La Resistenza. Per non dimenticare, 1995) assieme ad altri 33 artisti di fama internazionale tra cui Longaretti, Treccani, Bogani, Colombo e Stradella.

Nel 1993, insieme all'amico e pittore Iginio Sala, fonda il Gruppo Pittori Biassonesi (GPB) in seguito divenuto Associazione Gruppo Pittori Biassonesi. Dalla formazione dello Statuto associativo, Casma è nominato Presidente e mantiene la carica fino al 2020, costretto a rinunciarvi per motivi di salute. Dal 1993 in poi Casma suddivide la propria attività artistica tra la produzione di numerosissime opere, l'insegnamento presso la scuola di Macherio, la gestione del GPB e la partecipazione attiva ad altre associazioni artistiche tra le quali "Il Cenacolo dei Poeti e Artisti di Monza e Brianza", continuando costantemente a partecipare in rassegne collettive, come le annuali esposizioni pittoriche del Gruppo Pittori Biassonesi e ad esporre in numerose mostre personali, il cui risultato è stato quello di ottenere la presenza di molte sue opere in collezioni pubbliche e private, in Italia e all'estero. Stimolato sempre da un infinito amore per l'arte, Casma ha dipinto incessantemente per più di mezzo secolo producendo opere fino a diverse settimane prima della sua morte. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Casma, Volo ascensionale, 1982
2. Casma, Arsura, 2016
3. Casma, La bocca sollevò dal fiero pasto

___ Altre mostre della Galleria Sartori presentate in questa pagina della newsletter Kritik

Svelarsi e rivelarsi: contigue e disgiunte opere di Anna Somensari
17 settembre (inaugurazione) - 29 settembre 2022
Presentazione

Artisti per NUVOLARI. "130° anniversario della nascita". Ottava rassegna, 2022
11 settembre (inaugurazione) - 09 ottobre 2022
Presentazione

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Artisti Italiani 2022
Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea a cura Arianna Sartori

Presentazione

Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione
Presentazione




Locandina della mostra L'Italia e l'Alliance Graphique Internationale L'Italia e l'Alliance Graphique Internationale. 25 grafici del '900
21 settembre 2022 - 06 gennaio 2023
Magazzino delle Idee - Trieste
www.archiviostoricolivetti.it

Venticinque grafici del '900, organizzata da ERPAC, Ente Regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia, e curata da Carlo Vinti. L'esposizione è dedicata a 25 professionisti italiani appartenenti all'Alliance Graphique Internationale, l'associazione che dal 1951 riunisce i professionisti più importanti del mondo: attraverso le loro opere il percorso espositivo offre uno spaccato della storia della grafica italiana della seconda metà del '900.

In mostra oltre 200 opere tra manifesti, annunci pubblicitari, prodotti editoriali e altri stampati insieme ad alcuni bozzetti e schizzi progettuali, carteggi tra i membri AGI e documenti relativi alla vita dell'associazione. Ogni autore è presentato in una sezione dedicata attraverso alcune tra le più significative opere realizzate tra l'inizio degli anni '50 e la fine del secolo per musei, teatri, per l'editoria e per note aziende come Barilla, Campari, Coop, Olivetti, Pirelli, Pura Lana Vergine. Un patrimonio visivo ed estetico entrato nella quotidianità degli italiani che in molti ricorderanno. L'Associazione Archivio Storico Olivetti ha contribuito alla realizzazione della mostra fornendo materiali storici provenienti dalle proprie collezioni di archivio e biblioteca. (Comunicato di presentazione)




Opere di Ezio Tambini e Roberto Re nella locandina della mostra a Bologna Ezio Tambini | Roberto Re
24 settembre (inaugurazione ore 17.00) - 06 ottobre 2022
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

L'immagine, nella sua accezione più ampia, che rinuncia alla propria identità per diventarne riflesso. Ripresa e marcata con accuratezza di dettagli, quale rappresentazione di una forte abilità pittorica stante il felice connubio tra tecnica e passione. Ed ancora immagine, espressione di un sentimento e custode di un'energia interiore che l'arte, nella sua essenza libertaria, rende sintesi catartica di un malessere remoto, da cui trae linfa e propria voce.

Maestria del segno, frutto di una passione iniziale supportata dall'ambito familiare ed arricchita durante le visite a numerose gallerie e musei d'arte. Contesti dedicati che raffinano la mano del fabrianese Ezio Tambini tracciando un percorso sperimentale che, in termini di tecnica e correnti abbracciate, approda ad una creatività propria capace di dar vita a falsi d'autore, opere surrealiste e, quali meta prescelta, quadri iperrealisti.

Da cui nature morte e ritratti: densi nella pennellata, morbida e studiata, accompagnata da vibranti cromie che esprimono, nel loro insieme, un linguaggio pittorico dove la realtà fa da solo ausilio, inducendo l'osservatore a valicarne la palese riconoscibilità a favore di una lettura più autorale, scandita dalla minuzia della sua stessa rappresentazione. A supporto, quest'ultima, di un'intensa attività espositiva, italiana ed internazionale, già attestata dalle numerose pubblicazioni dedicate e dalla presenza in alcune tra le più rilevanti enciclopedie ed annuari del settore.

Volutamente lontano dalla riproduzione della realtà l'artista Roberto Re, originario del parmense, ne respinge le fedeli fattezze rimodulandole secondo proprie poetica ed estetica. Ne imprigiona la forza ed il vigore, sublimando il rancore e l'amarezza di un evento lontano ma stretto al cuore attraverso la sua scomposizione e rielaborazione: ne rivisita le forme, sulla traccia dei dettami cubisti, e ne ricrea i volumi, ricorrendo sovente all'impiego di materiali quali gesso nero, juta ed oli, la cui miscela insieme ad altri risulta frutto di uno studio attento e congeniale fortemente ispirato dai 'Cretti' di Burri.

Da qui serie differenti che oscillano tra ricordi d'infanzia, facilmente la preferita, uso delle mani, strumenti musicali, mutazioni ed una persistente attitudine all'uso del blu, riflesso dell'essenza vitale più profonda qui arricchita dalla presenza dell'oro zecchino; a coronare una ricchezza emozionale e materica già ampiamente apprezzata stante i riconoscimenti assegnategli e le numerose rassegne, sia nazionali che estere, cui ha presenziato. (Testo critico e presentazione: Pietro Franca)




Dipinto a olio su tavola di faesite di cm 60x75 denominato Volpe in fuga realizzato da Antonio Ligabue nel 1948 Dipinto a olio su tavola di faesite di cm 199x130 denominato Autoritratto con cavalletto realizzato da Antonio_Ligabue tra il 1954 e il 1955 Antonio Ligabue. L'ora senz'ombra.
Il riconoscimento come artista e come persona


16 settembre 2022 - 05 febbraio 2023
Galleria BPER Banca - Modena

Curata da Sandro Parmiggiani, l'esposizione si svilupperà a partire da quattro importanti dipinti appartenenti alla collezione d'arte diBPER Banca. Accanto ai dipinti di proprietà dell'istituto bancario, sarà esposta una selezione di opere provenienti da collezioni private, per rappresentare i principali filoni cui si è dedicato l'artista: dalle lotte senza tregua tra gli animali selvaggi agli autoritratti, fino alle scene di lavoro nei campi, nelle quali si fondono realtà dello sguardo e memorie della patria perduta.

Il percorso espositivo comprende una ventina di dipinti, realizzati dal 1929 fino all'ultimo periodo di attività dell'artista, che dal novembre del 1962 è impossibilitato a dipingere per motivi di salute. Tra le opere della corporate collection di BPER Banca si segnalano, in particolare, "Leonessa con zebra" (1959-60) e "Autoritratto con cavalletto" (1954-55). Se la prima tela, selezionata come immagine guida della mostra, testimonia la passione di Ligabue per gli animali selvaggi, le cui anatomie sono definite a partire dalle immagini recuperate dai libri di zoologia e dalle stampe popolari, la seconda raffigura Ligabue stesso nell'atto di dipingere un gallo in uno scenario di aperta campagna, dove la natura, al pari del pittore, è ritratta in tutta la sua primordiale vitalità.

È inoltre esposta "Aratura con buoi" (1953-54), opera raffigurante un contadino di spalle che spinge faticosamente un aratro trainato da due buoi bianchi su un terreno brullo, mentre in lontananza si scorgono un paesaggio verdeggiante e una città. "Ritorno dai campi con castello" (1955-57), infine, nasconde un dettaglio autobiografico: sullo sfondo, oltre il contadino, i cavalli e il cane che tornano in paese, è dipinto un lago al cui centro svetta un castello con guglie e banderuole al vento, forse ricordo della natia Svizzera.

Tra le opere provenienti da collezioni private, si segnalano "Caccia grossa" (1929), in cui Ligabue si auto-raffigura mentre guarda una delle sue scene di lotta per la vita; "Leopardo con serpente" (1937), emblema della privazione della libertà che lui sta patendo; "Autoritratto" (1940), che corrisponde all'affermazione della sua duplice identità di uomo e di artista; "Circo" (1941-1942), dipinto di stordente abilità compositiva; infine "Autoritratto con mosche" (1956-1957), aperta allusione alla fine della vita.

«Se si guarda nell'insieme all'opera di Ligabue - scrive Sandro Parmiggiani - ci si rende conto che lui è essenzialmente un artista tragico, che della vita ha spesso rappresentato l'aspetto più drammatico e doloroso: la lotta per sopravvivere o per affermarsi, in cui una vittima soccombe al carnefice e viene sacrificata; il lento cammino delle sue umane sembianze verso l'esito finale. Certo, ci sono anche le scene di lavoro nei campi, con i contadini e il bestiame, e gli animali domestici, ma nei suoi autoritratti la visione tragica s'esercita prima di tutto su di sé, sull'uomo sgraziato, che pare avere qualche punto di tangenza con l'animale. In fondo, Ligabue vedeva gli animali, quelli domestici e quelli feroci, come una parte costitutiva, essenziale, del creato, che lui si impegnò a salvare in una sorta di "arca pittorica", convinto che anche in essi palpitasse un'anima e che fossero parte essenziale, assieme alla vegetazione, del creato».

«Antonio - prosegue il curatore - sembra precipitare, per gran parte della sua vita, in un baratro di dolore e di solitudine, all'interno del quale è costretto a condurre la maggior parte della sua esistenza. Non cede mai, tuttavia, alla tentazione della resa, della recisione del legame con l'esistenza, del "rifiuto della vita", quando si arriva a scegliere un distacco risolutorio dalle sofferenze quotidiane. Cerca sempre, invece, di risalire faticosamente lungo le pareti scivolose di quell'abisso, costantemente alla ricerca di una dignità e di un riconoscimento che lui sente essergli dovuti».

Il catalogo della mostra è arricchito da alcune testimonianze documentarie provenienti dall'Archivio ex Ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, raccolte e pubblicate grazie alla disponibilità di Gian Maria Galeazzi, direttore del Dipartimento ad attività integrata Salute Mentale e Dipendenze Patologiche, e della responsabile Chiara Bombardieri, che ricostruiscono la storia personale di Ligabue e la sua tormentata vicenda psichiatrica, nonostante la quale ha dato vita ad opere di straordinaria forza comunicativa, che ancora oggi affascinano per la loro moderna visionarietà. Il punto di vista clinico è stato anche approfondito da un testo dello psichiatra Domenico Nano. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Antonio Ligabue, Volpe in fuga, olio su tavola di faesite cm 60x75, 1948
2. Antonio Ligabue, Autoritratto con cavalletto, olio su tavola di faesite cm 199x130, 1954-55




Veduta della mostra Attraverso l'arte La galleria Il Gabbiano 1968 2018 Locandina della mostra La galleria Il Gabbiano 1968 2018 Attraverso l'arte. La galleria Il Gabbiano 1968-2018
27 maggio (inaugurazione) - 25 settembre 2022 (prorogata al 19 marzo 2023)
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia
camec.museilaspezia.it

Il CAMeC rende omaggio alla storica galleria Il Gabbiano che, in cinquant'anni di ricerca artistica e con oltre 500 mostre, ha portato in città le eccellenze dell'arte contemporanea italiana e internazionale, con approfondimenti dedicati alla Poesia visiva, a Fluxus, all'Arte concettuale, alla Body Art e alle esperienze legate alla musica e al suono. Il Gabbiano ha avuto il merito di porre al centro del suo percorso la figura dell'artista, attenzione posta fin dagli esordi probabilmente perché la galleria, attiva dal 1968 al 2018, è stata sempre condotta da soli artisti, spinti dalla necessità di avere tra di loro e con il pubblico uno spazio di dialogo e di confronto.

Ci sono comunque state nel corso degli anni fruttuose collaborazioni con critici e storici dell'arte, nonché galleristi, che hanno contribuito a ramificare sempre più la rete di contatti e conoscenze che ha reso la galleria nota a livello nazionale e con numerosi contatti anche all'estero. L'esposizione è curata da Mario Commone in dialogo con Mara Borzone, Francesca Cattoi, Cosimo Cimino, Lara Conte e Marta Manini, ideatrice del progetto grafico e di allestimento; la direzione del progetto è affidata ad Eleonora Acerbi e Cinzia Compalati, conservatrici del Centro.

La galleria Il Gabbiano nasce alla Spezia nel 1968 per volontà di una dozzina di artisti. Un'esigenza probabilmente scaturita dalla mancanza in città di situazioni analoghe ed essendo venuto meno da pochi anni anche il Premio del Golfo, rassegna periodica di pittura di rilevanza nazionale. Gli interessi del Gabbiano - nel frattempo gli artisti che compongono il circolo si riducono a quattro (Fernando Andolcetti, Cosimo Cimino, Mauro Manfredi e Clara Milani) - si orientano poi verso le ricerche d'avanguardia che si affiancano al concettuale, quali la Poesia visiva e Fluxus, in particolare grazie ai rapporti con artisti importanti come, ad esempio, Mirella Bentivoglio, che ha contribuito a mettere in relazione tutta una serie di altri artisti che lavoravano secondo un linguaggio legato sia alla parola che all'immagine fotografica, quindi alla loro connessione.

Altro artista e teorico importante che ha stretto una ininterrotta collaborazione fino agli ultimi anni è Lamberto Pignotti, tra i padri della Poesia visiva, con lui Lucia Marcucci, Eugenio Miccini e Giuseppe Chiari, tutti protagonisti di collaborazioni e mostre personali alla galleria Il Gabbiano. Negli anni quindi Il Gabbiano ha visto passare opere di numerosissimi artisti, oltre a quelli già citati, ad esempio, la spezzina Ketty La Rocca - contribuendo a far conoscere il suo importante lavoro -, Mimmo Rotella, Ugo Nespolo, Richard Smith, Ben Vautier, Philip Corner, Takako Saito, Jiri Kolár, Emilio Isgrò, Ben Patterson, Sarenco, Rodolfo Vitone, Maria Lai, Gillo Dorfles, Nanni Balestrini, Pietro Grossi. Un capitolo a parte merita il sodalizio con il pittore Edo Murtic, che a partire dal 1970 ha realizzato numerose mostre personali, lavorando praticamente in esclusiva e producendo litografie inedite per Il Gabbiano.

Nella project room è inoltre proposta un'installazione corale, che riprende le dinamiche espositive della galleria, caratterizzate sovente da mostre collettive e tematiche, per le quali i partecipanti, in formazione variabile, erano chiamati a inviare un'opera secondo le indicazioni richieste, creando delle vere e proprie collane che avevano anche uno sviluppo editoriale. Per l'occasione, cinquanta artiste e artisti, che nel corso degli anni hanno esposto al Gabbiano, sono stati invitati a dare un contributo-omaggio alla mostra sotto forma di bandiera. La bandiera diventa così simbolo di libertà e leggerezza, elementi che hanno sempre contraddistinto l'identità del Gabbiano.

La mostra al CAMeC è parte del percorso di ricerca condotto sugli Archivi della Galleria che confluirà nella pubblicazione di un volume a cura del Circolo Culturale, nel quale sarà documentata la storia della galleria attraverso le mostre, le performance, i concerti e le conferenze realizzate durante gli anni di apertura nelle sedi di via Don Minzoni 63, poi 53 e infine via Ricciardi 15 e in diversi luoghi della città. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Not Vital
Ad agosto ritornano le rondini


16 settembre - 05 novembre 2022
alfonsoartiaco - Napoli
www.alfonsoartiaco.com

La condizione ideale per il lavoro e la ricerca di Not Vital è quella del viaggio. Not parte giovanissimo, dopo gli anni formativi parigini, alla volta di Roma. Poi New York, Lucca, Cairo, Niger, Pechino, Patagonia Cilena, Rio de Janeiro, l'isola di Flores in Indonesia fino a Tonga in Oceania. Da questi viaggi riemerge con un bagaglio di esperienze e conoscenze che gli consentono di riconoscersi sempre di più. L'esperienza personale non diviene racconto intimo, ma il punto di partenza per intrecciare le sue radici con quelle del mondo intero. L'artista rielabora questo viaggio continuo con immagini simbolo dove le qualità del materiale e la tecnica esecutiva hanno un ruolo insostituibile, Vital va alla ricerca in paesi remoti dei più abili artigiani.

La sua natura è quella del visionario e il suo motivo di ricerca lo porta sempre a cimentarsi in progetti audaci. Not Vital appartiene a quella schiera di scultori moderni radicalmente innovatori che hanno costellato il '900, in linea con i vari Brancusi, Schwitters, Fontana, Christo, Smithson e con quest'ultimo altri che hanno sentito un forte legame tra territorio e natura. C'è comunque un'enorme passione per la materia, che sia marmo, argento, oro, bronzo, acciaio, vetro, gesso o sapone. Vital si sforza di mostrare la bellezza dei materiali e di usarli in modi inaspettati arrivando a testare i loro limiti e rendendo quindi la forma scultorea più particolare e spesso sorprendente.

All'origine dell'arte di Vital vi è innanzitutto un dato concettuale, un concetto all'origine che si sposa con la passione per la materia e che viene applicato ad essa con un alto gradi di complessità. Ne diviene il marchio personale, la via scelta per svincolarsi dai limiti stretti della coerenza formale, rivendicando il primato dell'individualità e della propria indipendenza. Il suo essere visionario gli dà modo e forza di agire con grande libertà inventiva e intellettuale. (Comunicato stampa)




Beppe Caturegli e Giovannella Formica
Senselessness


15 settembre - 22 ottobre 2022
Antonia Jannone Disegni di Architettura - Milano
www.antoniajannone.it

Per la prima volta il lavoro di Beppe Caturegli e Giovannella Formica: Senselessness, una serie di ricami geometrici realizzati partendo da disegni abbozzati a computer, meticolosamente riportati a punto piatto su tela bianca con fili di cotone colorato. In mostra una sequenza di quarantacinque ricami, due tappeti e un tavolino con scultura. Opere e arredi che documentano lo scorrere del tempo e la sua immaterialità, traducendo il tema dell’intreccio dallo schermo al telaio.

Beppe Caturegli (1957) e Giovannella Formica (1957-2019) si sono formati nel clima culturale dell’Architettura Radicale a Firenze. Nel 1982 si trasferiscono a Milano per collaborare con Ettore Sottsass, il gruppo Memphis e la rivista Terrazzo. Aprono lo studio Caturegli Formica Architetti Associati nel 1987, iniziando un lavoro eterogeneo che spazia dall'architettura residenziale e commerciale al restauro, dagli interni all'arredamento, dalle lampade alle posate, dai dipinti alle ceramiche e ai video. Il loro lavoro è stato esposto in musei e gallerie internazionali, tra cui: MET (Metropolitan Museum of Art) Centre Pompidou, Deichtorhallen, Triennale Milano, Mino Ceramic Art Museum, Design Gallery, Nilufar Gallery, Assab One. (Comunicato Ufficio Stampa Lara Facco P&C)




The Game
Elettricità e rivoluzione digitale


29 settembre (inaugurazione ore 18.00) - 28 febbraio 2023
Museo della Tecnica Elettrica - Pavia

Una mostra ispirata al libro di Alessandro Baricco, un percorso affascinante ideato con Scuola Holden che racconta gli ultimi 40 anni di evoluzione tecnologica che hanno modificato radicalmente la vita di ognuno di noi. L'esposizione, curata da Carlo Berizzi e Francesco Pietra, guida tra le "epoche" della rivoluzione digitale, presenta i protagonisti, indaga il passato e rilancia verso il futuro della tecnologia. Già all'ingresso del museo possiamo sperimentare in prima persona il cambiamento raccontato da Baricco; giocando a calcio balilla, flipper e Space Invaders, ci rendiamo conto che, piano piano, nel passaggio da un gioco all'altro tutto diventa più astratto, artificiale, leggero e veniamo catturati da una nuova realtà fatta di schermi, tastiere e codici.

La mostra, organizzata dal Museo della Tecnica Elettrica dell'Università di Pavia e ideata con Scuola Holden, gode dei patrocini di Regione Lombardia, Provincia di Pavia, Comune di Pavia, Università di Pavia, Museimpresa e Assolombarda, ed è realizzata in collaborazione con Biblioteca Universitaria di Pavia - MiC, Amazon.it, Corriere della Sera, Centro Documentazione Rcs e Ctrl+Alt Museum.

Il viaggio parte dall'epoca Classica (1981-1997) in cui avviene la digitalizzazione di testi, immagini e suoni, viene realizzato il primo PC e creata la rete. Il PC IBM, il famoso Commodore 64, la macchina fotografica digitale, le prime mail, fanno tutti parte di questo periodo in cui si sviluppa un nuovo sistema di circolazione delle informazioni. Nascono i motori di ricerca per navigare in questo nuovo mondo e iniziano le prime vendite online.

Nell'epoca della Colonizzazione (1999-2007) il digitale si avvicina a tutti, vengono creati i social ed entrano in commercio gli smartphone, tutte novità che permettono di rimanere sempre connessi con il digitale; aprono Wikipedia, YouTube ma anche Linkedin, MySpace e Facebook, prendono forma luoghi dove condividere non solo informazioni e dati ma anche la nostra storia e la quotidianità, ritroviamo oggetti iconici del nostro recente passato come il Kindle, il BlackBerry Quark o il primo iPhone.

Arriviamo infine all'epoca del Game, gli anni in cui stiamo vivendo, dove tutto corre veloce e la distanza tra uomo e macchina si riduce sempre più, dove la tecnologia può risolvere i piccoli problemi quotidiani e la realtà ci propone una "umanità aumentata". Una vita completamente connessa, in cui non c'è più distinzione tra mondo reale e mondo digitale, dove le App come Netflix, WhatsApp, Uber, iCloud o TikTok gestiscono una buona parte della nostra giornata; mentre applicazioni, realtà aumentata e virtuale, assistenti vocali interagiscono, eseguono compiti e dialogano con gli umani ma sono solo l'anteprima di un nuovo orizzonte ancora tutto da scoprire: l'intelligenza artificiale.

Un esteso corpus di strumenti tecnologici, grafiche, articoli di giornali, illustrazioni e una dettagliata linea del tempo portano a conoscere i protagonisti di questo cambiamento, i passaggi chiave che lo hanno causato e aiutano a riflettere sulla rivoluzione avvenuta negli ultimi quarant'anni, sia riguardo gli oggetti quotidiani, sia nella società che li ha creati e resi indispensabili. Una videoinstallazione dello studio creativo TwoShot anima tre tavoli su cui sono collocati i pezzi più iconici delle diverse epoche rendendo lo spazio centrale dell'esposizione immersivo, animando i prodotti tecnologici e amplificando le connessioni tra loro.

Uno schermo touch consente di navigare in una importante selezione di articoli e prime pagine provenienti dall'archivio del Corriere della Sera che mettono in relazione l'evoluzione tecnologica con i principali eventi della storia recente. La mostra, il cui allestimento è stato progettato da Andrea Vaccari di A7design, presenta anche i ritratti dei personaggi protagonisti del Game rielaborati dall'artista Alessandro D'Aquila.

Si vive l'esperienza del Game attraverso due percorsi che intrecciano la storia del Museo della Tecnica Elettrica: il Percorso Master si estende per tutto il museo, ripercorre la storia dell'elettricità - dalla pila di Volta fino al generatore a fusione nucleare Eta Beta II - e narra le invenzioni che ci hanno portato all'Epoca del Game; il Percorso Explorer, invece, introduce direttamente alla Sala del Game e al racconto della rivoluzione digitale dando la possibilità in un secondo momento di muoversi liberamente per il museo e approfondire le tematiche che più interessano.

È inoltre possibile lasciarsi guidare dalle Connessioni rappresentate da oggetti della collezione museale che uniscono la storia dell'elettricità con quella del Game. Questi elementi sono riletti con gli occhi di chi "abita" nel mondo digitale: il telegrafo rappresenta la prima smaterializzazione della comunicazione, le turbine raccontano la disponibilità elettrica per tutti, i diversi telefoni l'evolversi verso una connessione veloce e di massa. (Estratto da comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Locandina della mostra Assembling thoughts con opere di Louise Nevelson Louise Nevelson
Assembling thoughts


02 ottobre 2022 - 08 gennaio 2023
Museo Comunale d'Arte Moderna di Ascona (Svizzera)

Una importante retrospettiva di Louise Nevelson (Kiev, 1899 - New York, 1988), tra le massime rappresentanti della scultura del XX secolo. La rassegna, prima grande antologica di Louise Nevelson mai realizzata in Svizzera, organizzata dal Museo Comunale di Ascona in collaborazione con la Fondazione Marconi di Milano, è curata da Mara Folini e Allegra Ravizza. La mostra presenta oltre ottanta opere tra disegni, collage e sculture che ripercorrono la poetica dell'artista a cui si aggiunge una sezione con materiale storico, documentaristico e didattico per far comprendere l'evoluzione del suo pensiero creativo.

Il percorso espositivo si costruisce attorno a un nucleo di lavori che spazia dai rari disegni degli anni Trenta fino alle famose nere e monumentali "sculture-assemblaggi" degli anni Sessanta e Settanta, che dialogano con una selezione di più di sessanta collage, frutto della sua ricerca più intima, sviluppata lungo un periodo di trent'anni, dal 1956 al 1986. Questi lavori sono una sorta di laboratorio di idee, di sperimentazione in progress, di tecniche, di materiali e soprattutto di riciclo di oggetti d'uso comune casualmente trovati e liberamente trasformati, che testimoniano il vasto orizzonte entro cui Louise Nevelson elabora i risultati astratti delle avanguardie storiche e del lavoro dei suoi contemporanei, sia sul piano tecnico che su quello concettuale.

La mostra si apre con i disegni degli anni Trenta, che riportano la sagoma sintetica di un corpo femminile, ora a figura intera nelle sue forme piene, ora essenziale e schematica. Questi primi lavori attestano già quanto il movimento sarà centrale nella sua interpretazione personale del linguaggio cubista, che deriva anche dalla sua esperienza della danza "olistica" praticata con la celebre ballerina e coreografa americana Martha Graham.

La peculiare interpretazione della scomposizione cubista è significativamente esercitata dalla Nevelson proprio grazie all'infinita libertà espressiva e combinatoria che questa tecnica le offre per esprimere la sua immaginazione creativa. Questa medesima inventiva ritorna nelle acqueforti e puntasecca degli anni cinquanta, così come nelle litografie e tecniche miste degli anni settanta, che la vedono padrona dei mezzi grafici, nell'elaborazione di tecniche di stampa anticonvenzionali per l'uso di materiali inusuali come piccoli elementi materici, tessuti e merletti, carte traslucide e altro.

Annoverata tra i protagonisti dell'Informale e delle Neoavanguardie, il suo linguaggio cubista, a partire dagli anni cinquanta, si radicalizza nella plasticità monumentale delle sue iconiche sculture nere, come in Ancient Secret del 1964, in cui dà libero sfogo al suo impulso di assemblare e riciclare pezzi di legno erratici, scartati o abbandonati, testimoni di memoria e di storia. Le opere di Louise Nevelson pulsano di una energia intensa, che significativamente si esprime nell'uso simbolico e "purificante" del nero, con cui l'artista dipinge ogni parte delle migliaia di frammenti di legno diversamente accostati, collocati in scatole anch'esse di legno, secondo un ordine sia casuale che geometrico.

Il percorso espositivo entra quindi nel suo nucleo più vitale e intimo, ovvero quello dei Collages che la Nevelson ha realizzato nel corso di tutta la sua carriera, custodito e mai esposto. I Collages, che testimoniano il suo vasto orizzonte artistico perfettamente al corrente dei risultati astratti delle avanguardie storiche, rappresentano in modo sostanziale anche il suo linguaggio distintivo all'insegna della piena libertà espressiva e compositiva. Questi Assemblages dall'estetica armonica rivelano l'attenzione dell'artista verso il recupero di frammenti di "vita" abbandonati o considerati non rilevanti dalla società di massa, rendendoli unici, grazie al lavoro di ricerca e all'estro dell'artista, che fu insieme donna, ecologista ante litteram, capace di lottare con orgoglio per la propria femminilità. In mostra sarà inoltre proiettato il film - in versione integrale - Nevelson: Awareness in the Fourth Dimension di Dale Schierholt.

Louise Berliawsky, con la sua famiglia emigra negli Stati Uniti nel 1905. Si sposa nel 1920 e, acquisendo il cognome del marito, diventa Louise Nevelson. Inizia a studiare il disegno, la pittura, il canto, l'arte drammatica. Alla fine degli anni venti segue un corso all'Art Students League di New York. Lavora poi con Hans Hofmann a Monaco di Baviera (1931), quindi con Diego Rivera a New York e a Città del Messico dove sarà sua assistente per diversi progetti. A partire dal 1933 espone le sue incisioni e pitture, e per la prima volta nel 1936 le sue sculture. La sua prima personale è del 1941 alla Nierendorf Gallery a New York. Tra il 1949 e il 1950 studia e sperimenta nuovi materiale come la terracotta, l'alluminio, il bronzo allo Sculpture Center di New York, poi l'incisione con Stanley William Hayter all'Atelier 17.

Negli anni Cinquanta è uno dei primi scultori americani a presentare degli assemblaggi. L'artista incastona in casse impilate delle reliquie di pezzi di legno di ogni genere, costruendo così delle architetture astratte, monumentali e barocche; questi pezzi, come il loro titolo, suggeriscono un mondo immaginario e poetico. Le sue prime sculture sono caratterizzate dall'utilizzo di una tempera nera opaca che ricopre e azzera ogni differenza cromatica d'origine; in seguito, diventeranno più luminose e liriche, bianche o oro, con l'aggiunta spesso degli specchi o del plexiglas. Negli anni Ottanta Louise Nevelson risponde a delle committenze pubbliche creando dei lavori site-specific che prevedevano l'assemblaggio di frammenti e parti di metallo tagliato, l'artista crea così delle grandi sculture urbane. (Comunicato stampa)




Dipinto realizzato da Angela Grimoldi Angela Grimoldi
"Vanitosi e incolti"


17 settembre (inaugurazione) - 08 ottobre 2022
Galleria Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

Mostra di pittura con parole scelte da Marita Viola. In mostra una serie di opere scelte incentrate sul tema del giardino; il progetto espositivo presenta al pubblico la pittura decisa, intensa e suggestiva di Angela Grimoldi le cui opere, di diverso formato, sono caratterizzate da composizioni equilibrate che raffigurano giardini naturali, rispettati nella loro essenza originale, luoghi puri in cui l'intervento umano non impone trasformazioni forzate, ma cura e conserva. Non solo vegetazione, i giardini di Angela Grimoldi sono arricchiti da dettagli curiosi, scorci di luoghi cari all'artista e figure misteriose; le opere in mostra sono omaggiate dalle parole scelte da Marita Viola. (Comunicato stampa)




Massimo Bartolini. Hagoromo
15 settembre (inaugurazione) - 08 gennaio 2023
Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci - Prato

Mostra dedicata a Massimo Bartolini (Cecina, 1962), nuovo capitolo del ciclo di monografie che il Centro organizza annualmente per presentare al pubblico l'opera di artisti e artiste italiane. La mostra, a cura di Luca Cerizza con Elena Magini e realizzata in partnership con Intesa Sanpaolo, presenta una nuova installazione - la più grande mai realizzata dall'artista - appositamente concepita per gli spazi del museo, una sorta di nuova spina dorsale che guida lo spettatore alla scoperta di opere appartenenti a momenti diversi della sua carriera. Eludendo il carattere retrospettivo, l'organizzazione cronologica e tematica, la mostra funziona come un itinerario fatto di incontri sorprendenti e rivelatori.

Hagoromo è il titolo di una nota pièce del teatro Noh giapponese, che racconta la storia di un pescatore che un giorno trova l'hagoromo, il manto di piume della tennin, spirito celeste femminile di sovrannaturale bellezza parte della mitologia giapponese. Alla richiesta dello spirito di riavere indietro il manto senza il quale non avrebbe potuto tornare in cielo, il pescatore risponde che glielo avrebbe consegnato solo dopo averla vista danzare.

Hagoromo (1989) è anche il titolo di quella che Bartolini considera la sua prima opera matura: all'interno del suo vecchio studio, su un palco illuminato, un musicista improvvisa una musica per sassofono. Una danzatrice reagisce alla musica, muovendosi dentro un parallelepipedo su ruote, che ha le sembianze di una minuscola unità abitativa. In questa performance sono già anticipati alcuni dei temi e dei caratteri che accompagnano ancora oggi la sua ricerca: la dimensione narrativa, che si sviluppa a partire da omaggi, riferimenti, prelievi di altre storie, opere e biografie; il rapporto con l'architettura e lo spazio; la relazione con il contesto teatrale e performativo, anche attraverso l'uso del suono e della musica; la delineazione all'interno dell'opera di rapporti tra opposti apparentemente inconciliabili.

La mostra è accompagnata da Hagoromo: Massimo Bartolini, la più ampia pubblicazione mai dedicata all'artista toscano. A cura di Luca Cerizza e Cristiana Perrella, e pubblicato da NERO, il volume è un progetto realizzato grazie al sostegno dell'Italian Council (X edizione 2021), programma di promozione internazionale dell'arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Con più di 400 pagine, il volume presenta un ricco apparato iconografico che segue in ordine cronologico tutto il percorso dell'artista accompagnato da dettagliati apparati bio-bibliografici; la pubblicazione comprende testi di: a.titolo, Fiona Bradley, Luca Cerizza, Laura Cherubini, Carlo Falciani, Chus Martínez, Jeremy Millar, Cristiana Perrella, Marco Scotini, David Toop, Andrea Viliani. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Dipinto olio su tela di cm 80x100 denominato Nell'acqua Titani danzano realizzato da Anna Somensari nel 2017 Dipinto di Anna Somensari denominato Il circolo Pickwick realizzato nel 2020 Dipinto di Anna Somensari denominato Agata realizzato nel 2020 Svelarsi e rivelarsi: contigue e disgiunte opere di Anna Somensari
17 settembre (inaugurazione) - 29 settembre 2022
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La mostra, curata da Arianna Sartori, si inaugura alla presenza dell'Artista con presentazione del critico Gianfranco Ferlisi. In occasione della personale, sabato 24 settembre dalle ore 16.00, un evento: la poetessa Liliana Riva leggerà alcune sue poesie ispirate ai dipinti di Anna Somensari esposti in mostra.

Anna Somensari è nata a Mantova. Da sempre appassionata di pittura, a partire dagli anni Novanta si dedica interamente a questa disciplina artistica. Ha partecipato a numerose mostre, collettive e personali, a: Mantova, Milano, Bologna, Firenze, Napoli e Venezia. Alcune sue opere fanno parte di collezioni private in Italia e all'estero. Nella sua elaborazione pittorica c'è stata una continua evoluzione. Tra i vari periodi si distingue quello legato ai "vecchi muri" riprodotti su tela di sacco. Ora, l'artista è orientata verso un Astrattismo simbolico di stampo Concettuale; il pensiero, infatti, è sempre alla base del suo lavoro.

Le sue opere sono state pubblicate su diversi cataloghi tra cui "Artisti a Mantova nei sec. XIX e XX (Vol. VI-2004)" e "Cataloghi d'arte moderna e contemporanea": dal 2013 al 2015, dal 2017 al 2022, editi da Archivio Sartori Editore, "Anna Somensari. Nature silenti" edito da PubliPaolini nel 2011, "Anna Somensari. Il pensiero: forma e colore" pubblicato da Arianna Sartori Ed. nel 2015.

- Presentazione del critico Gianfranco Ferlisi

È nell'unicità e nella reciprocità dei nessi tra ognuna di queste opere che possiamo individuare un nuovo percorso espressivo di Anna Somensari: il valore e la bellezza delle tessiture cromatiche emergono infatti sia dalla dimensione relazionale che dalla singola autenticità di ogni opera. È così che la sua creatività trova una inedita dimensione poetica, un percorso originale del tutto riconoscibile pur nella molteplicità dell'universo estetico. Spazio, tempo, ricordi, emozioni: li cerchiamo Nell'acqua dove i titani danzano (2017), dove iniziamo a scoprire la sequenza delle sue metafore estetiche. L'opera rammenta le Amalassunte di Licini e, non a caso, dal colore agitato emerge la traccia di un rudimentale profilo, che danza in un mare cromatico, assolutamente libero da sovrastrutture accademiche.

Tutto, nella sua intensità evocativa, è astratto dal colore, a segnalare come Anna si muova, in questi anni più recenti, in un suo personale astrattismo, alla ricerca di un'anima segreta che si cela oltre il visibile. La sua pittura diventa densa di nessi onirici, impregnata di spiritualità: per questo l'artista cerca le immagini in un suo universo più intimo e si incanta per la bellezza del creato. Avete mai osservato il foliage dei boschi d'autunno, quando intrecci di ocra e di rossi stupiscono i sensi? Ecco come Berkshire's foliage (2020) offre la bellezza di una mimesis che si emancipa dalle apparenze: la tela si accende di luce per indagare e rivelare il mistero del nostro essere nel mondo.

Perché, infatti, come foglie noi siamo. La diafanità dell'alfabeto enigmatico, "primordialista", suggerisce una componente letteraria e narrativa: è la necessità di appropriarsi di un linguaggio più connotativo che denotativo, è l'impegno di tracciare un racconto in mutamento, fatto di colore e segno. Anche Il circolo Pickwick (2020) nasce dal vissuto della pittrice. Qui il riferimento a Dickens assume una declinazione mantovana, in cui l'artista parla della cerchia ristretta della famiglia, dei fratelli e delle sorelle, ma trasforma il racconto in un'astrazione, operando una sua sintesi tra realtà e sperimentazione espressiva: inutile (e inappropriato) cercarvi una raffigurazione realistica.

Cinque isole cromatiche, come antichi conci di pietra di un muro, delineano un movimento che richiama memorie di Sean Scully, il grande pittore statunitense. Anna si cala, a suo modo, in una poetica essenziale e minimal, assecondando gli orizzonti interiori della sua creatività, mettendo a punto le forme di un pensiero che procede per immagini. Accade la stessa cosa anche a chi si accinge a un lavoro di scrittura, in cui è sostanziale sia trovare le parole corrette sia scegliere quelle che creano dilatazione semantica.

Il medesimo presupposto è necessario anche per comprendere i moniti sottesi in Gli alberi ci guardano (2021): la bellezza deve caratterizzare il nostro stare nel mondo ma è appunto questa bellezza che deve spingerci a coltivare un'etica diffusa del rispetto per la natura. Le composizioni di Anna, veri reperti senza tempo, coniugano dunque le tracce importanti di una visione colta e di una intensa capacità di comunicare e testimoniare. Risulta dunque con evidenza come non sia semplice (e a volte anche superfluo) ripercorrere e decifrare appieno l'evoluzione estetica dei suoi recenti anni di ricerca, per restituire, nei limiti del linguaggio critico, la genesi del suo immediato e affascinante linguaggio evocativo.

E per questo, inevitabilmente, diventa evocativo anche il mio procedere, che si sofferma là dove una allegorica (o reale) lama di luce si accende e chiarisce il percorso. A questo serve inoltrarsi tra Bucce e cortecce 1 (2015) tra lame di blu e di verde, dove, nel ritmo franto dell'opera e nell'inafferrabilità dei semi di senso, emerge ancora il nesso fra natura, pittura e cultura. Arrivo addirittura a smarrirmi nel labirinto di forme cromatiche che delineano l'immagine. Osservo le stesure pastose dell'olio, che rielaborano, nella sua dimensione straniante, una pittura densa di echi di naturalismo astratto, e mi incammino per Sentieri diversi (2019); pezzo dopo pezzo emerge allora la coerenza di un percorso, un susseguirsi di legami tra opere, unite da un filo sottile che cristallizza quotidiane emozioni.

Una traccia residua di reale regala a chi guarda il fascino di immagini felici, tra bianchi cerulei, azzurri radiosi e ocre che traducono l'esperienza della materia in colore. E infine resta, al di là d'ogni altra conquista, la volontà fondamentale di comunicare, di esprimere un mondo sensibile e parallelo, con tutta la vita che lo agita. È questo mondo che vedo affiorare in Agata (2020). Cosa sfugge al tempo? Forse il sentimento del bello, quello che si materializza sulla tela? Eppure non bastano la meraviglia o l'incanto seduttivo dell'opera a sottrarci alla precarietà di ogni cosa, perché neanche l'arte (e il piacere del suo farsi), per quanto ci regali momenti incantati, può dare garanzie di sicurezza. La buona pittura però "nutre" la vita, costruisce idee e compensa molte debolezze dell'esistenza umana.

È seguendo questa direzione che Anna Somensari ha voluto esplorare nuovi ambiti, segreti e ignoti, tra dubbi e determinazione. E alla fine si comprende veramente come le sue opere chiedano, innanzitutto, di essere guardate con la grazia dell'abbandono. Perché al centro di tutto il suo percorso resta l'artista che è donna, con la sua specifica complessità, sempre insoddisfatta di nuove mete. Colore, segni, forme, scritture: le opere di Anna Somensari conducono, ora, là dove le parole non arrivano, confermandoci che si è veramente artisti quando si comprende che l'arte può avere un valore aggiunto rispetto al linguaggio parlato o scritto: quel valore aggiunto che consiste più in ciò che è suggerito e sotteso che in ciò che viene spiegato e precisamente definito.

Immagini (da sinistra a destra):
1. Anna Somensari, Nell'acqua Titani danzano, olio su tela cm 80x100, 2017
2. Anna Somensari, Il circolo Pickwick, 2020
3. Anna Somensari, Agata, 2020




Dipinto a tecnica mista su tela di cm 80x90 denominato La Polvere Del Colore realizzato da Vincenzo Cecchini nel 2019 Vincenzo Cecchini
In Forma di Pittura


04 ottobre (inaugurazione ore 19.00) - 16 dicembre 2022
Glenda Cinquegrana Art Consulting - Milano
www.glendacinquegrana.com

"La pittura è un'aria che mi gira intorno. Quell'aria che da ragazzo mi aveva trascinato a dipingere sui muri delle balere della Riviera e a riempire pagine di favole a fumetti, si era poi infilata dentro colorate lastre di laminato plastico, entrava nella tela attraverso i liquidi dello sviluppo fotografico o accarezzava leggera trittici di grossa tela di juta". (Vincenzo Cecchini, 2018)

Mostra personale dedicata al maestro della Pittura Analitica Vincenzo Cecchini, a cura di Glenda Cinquegrana, che raccoglie uno spaccato della sua produzione dagli anni Settanta fino ad oggi. La mostra si propone di fornire una prospettiva a volo d'uccello sull'arte del maestro di Cattolica (1934) a partire dalle opere storiche che usano il medium fotografico come base per innescare un discorso di riflessione sulla pittura, come le Fototracce, sino alle serie più recenti come Le Affinità elettive, La Polvere del Colore e Aurea Mediocritas. L'esposizione presenta anche un nucleo importante di opere del periodo storico compreso fra gli anni Settanta ed Ottanta.

L'opera di Cecchini a partire dagli anni Settanta si propone di mettere a fuoco il dialogo fra pittura e fotografia, dove entrambi linguaggi della visione vivono le loro ragioni d'essere in parallelo. Con il procedere degli anni l'evoluzione naturale del discorso pittorico di Cecchini trova un suo centro formale nell'astrazione materica: la pittura del maestro di Cattolica, lungi dalla scelta di un oggetto specifico, acquisisce una dimensione di emanazione cromatica che si affida più all'intuizione che alla riflessione.

Il gesto deciso di circoscrivere lo spazio pittorico in uno schermo mai uguale a sé stesso è consapevolezza ferma dell'imperfezione umana: è una ricerca la sua, che più che trovare riposte, vuole porre interrogativi. Il gesto di costruzione di uno schermo si accompagna all'osservazione della sedimentazione della materia pittorica che, racchiuso nello strato di acetato, produce giochi imprevedibili di profondità e parvenze. Come dice Claudio Cerritelli, autore di uno dei testi in mostra, "per Cecchini la pittura non ha certezze dimostrabili, è un azzardo che sfida la dimensione dell'ignoto, muta parvenza che interroga lo spazio senza referenti, avventura della materia tra strati densi e aloni evanescenti". L'opera di Cecchini si muove nella costante sperimentazione fra questi termini: la materia del colore, la colla, lo strato di acetato, in una sinfonia di variazioni infinte. (Comunicato stampa)

Immagine:
Vincenzo Cecchini, La Polvere Del Colore, tecnica mista su tela cm80x90, 2019




Una stanza tutta per sé - per Silvana
inaugurazione 17 settembre 2022, ore 19.00
Galleria Passaggi Arte Contemporanea - Pisa

Nel 2014 Silvana Vassallo ha fondato a Pisa la Galleria Passaggi che, fino al 2019, è stata un importante punto di riferimento per l'arte contemporanea, con mostre e progetti che hanno coinvolto autori e autrici internazionali e attratto pubblico dalla Toscana e da tutta Italia. A tre mesi dalla scomparsa presso la Galleria Passaggi si tiene un omaggio per Silvana, un omaggio che quasi inevitabilmente prende la forma di una mostra delle artiste e degli artisti che in questi anni hanno collaborato con la galleria.

Le opere, provenienti da ricerche formali e concettuali molto variegate, compongono la traccia per un ricordo di Silvana radunandosi attorno all'ispirazione del celebre saggio di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé. Il testo, una pietra miliare per gli studi di genere, viene qui adottato piuttosto come un "citazione biografica" di qualcosa che Silvana ha amato, condiviso e di cui ha fatto esperienza. Il titolo, inoltre, descrive bene cos'è stata la Galleria Passaggi: un luogo tutto per lei, appunto, necessario rispetto a un progetto ambizioso e sentito come indispensabile, un luogo privato ma la cui esistenza è stata possibile solo grazie all'incontro e alla condivisione. In un brano del saggio Virginia Woolf si riferisce alla fantomatica sorella di Shakespeare, a cui dà il nome Judith e scrive:

Lei morì giovane e non scrisse nemmeno una parola... Ora è mia ferma convinzione che questa poetessa che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio, è ancora viva. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Eppure lei è viva. Perché i grandi poeti non muoiono; essi sono presenze che rimangono; hanno bisogno di un'opportunità per tornare in mezzo a noi in carne e ossa. Questa mostra è un pensiero, un ricordo, una promessa, attraverso la presenza di persone incontrate su tragitti più o meno lunghi ma intensi, attraverso la presenza di opere, oggetti fisici che celebrano queste relazioni e la vitalità della scommessa di poter contare su "una stanza tutta per sé", o forse su "una stanza tutta per noi". (Comunicato stampa)




Dark is a color
10 settembre (inaugurazione ore 11.00-19.00) - 26 novembre 2022
CollAge Collection Storage - Todi

Una selezione di opere di autori e anni diversi, da Alberto Burri e Mimmo Rotella degli anni '50 alla giovane Elisa Garrafa del 2022, passando per Paolo Canevari, Bruno Ceccobelli, Giacinto Cerone, Gianni Dessì, Alberto Di Fabio, Marino Ficola, Giosetta Fioroni, Andrea Fogli, Giuseppe Gallo, Eliseo Mattiacci, Maurizio Mochetti, Elisa Montessori, Nunzio, Laura Palmieri, Alice Paltrinieri, Claudia Peill, Leonardo Petrucci, Angela Piga, Cristiano Pintaldi e Piero Pizzi Cannella.

I lavori di questi artisti, per quanto eterogenei e ben caratterizzati nelle proprie identità formali, sono accomunati da un approccio dal sapore minimale in grado di restituire in forma visiva un’atmosfera rarefatta, intimista e con sfumature di natura concettuale. (Comunicato stampa)




Dipinto a tecnica mista su carta fotografica di cm 70x50 denominato Nuvolari realizzato da Roberto Codroico nel 2022 Dipinto a olio su tela di cm 98x69 denominato Nuvolari e l'ultima freccia d'argento realizzato da Alberto Peppoloni nel 2016 Artisti per NUVOLARI
"130° anniversario della nascita"
Ottava rassegna, 2022


11 settembre (inaugurazione) - 09 ottobre 2022
Casa Museo Sartori di Castel d'Ario (Mantova)

La mostra nasce da un'idea e progetto di Adalberto Sartori. Gli artisti che sono stati invitati dalla curatrice Arianna Sartori a presentare un'opera alla rassegna in omaggio al pilota Tazio Nuvolari. Gli artisti, che provengono dall'intero territorio nazionale, dalla Sicilia al Piemonte, dalla Puglia al Friuli Venezia Giulia e di diverse generazioni (nati tra il 1932 ed il 1981) presentano ciascuno un'opera che rispecchia le peculiarità della propria espressione artistica.

In mostra sono esposte 63 opere, tra dipinti ad olio, acrilico, tecnica mista, acquerello, disegno, fotografia, e un altorilievo in terracotta realizzati da: Antea (Pirondini Antea), Badari Grazia, Bandera Franca BAF, Barbieri Grazia, Bartoli Germana, Battaglia Biagio, Betta Valerio, Bisio Pietro, Bongini Alberto, Breschi Fabrizio, Cancelliere Mario, Cangiano Giorgio, Capraro Sabina, Codroico Roberto, De Micheli Gioxe, De Rosa Ornella DRO, Di Monte Sandria, Dugo Franco, Ferraris Gian Carlo, Ferri Massimo, Ferro Davide, Frazzetto Elena, Galbusera Renato, Gimelli Sergio, Gramolini Adriano, Grasso Francesco, Gravina Aurelio, Lapteva Tatiana, Lelii Marisa, Lomasto Massimo, Luchini Riccardo, Marigliano Patrizio, Molinari Mauro, Monga Paolo, Morandini Gi, Musi Roberta, Paggiaro Vilfrido, Pascoli Gianni, Pastorello Gianguido, Peppoloni Alberto, Perbellini Paolo, Perbellini Riccardo, Perna Vincenzo, Pesci Claudio, Piccinelli Marco, Pietrasanta Barbara, Pighi Giuseppe, Piovosi Oscar, Prato Tiziana, Quadrelli Patrizia, Raimondi Luigi, Rametta Viviana, Romani Maurizio, Rossato Kiara, Rostom Camelia, Sabato Marialuisa, Settembrini Marisa, Terreni Elio, Tulipani Stefano, Veronese Sabrina, Violi Carmelo, Volpe Michele, Zefferino (Bresciani Fabrizio).

La mattina dell'inaugurazione, Domenica 11 Settembre, passerà appositamente per via XX Settembre davanti alla "Casa Museo Sartori" di Castel d'Ario, dalle ore 10.30, la manifestazione d'auto storiche "AMAMS Caffè veloce a Castel d'Ario" organizzata da AMAMS Associazione Mantovana Auto e Moto Storiche Tazio Nuvolari. La sosta delle autovetture avverrà nella Piazza del Castello e gli equipaggi partecipanti si recheranno a visitare la rassegna d'arte per rendere un omaggio al campione Nuvolari. Inoltre la berlina Fiat 1400, l'ultima appartenuta a Tazio Nuvolari, presenzierà all'inaugurazione dell'esposizione.

- Nuvolari, eroe romantico tra le due guerre, di Maria Gabriella Savoia (dal catalogo della mostra)

"Siamo felicemente giunti all'ottava edizione della rassegna "Artisti per Nuvolari" nell'anno che coincide con il 130mo anniversario della nascita di Tazio Nuvolari. Dalla prima rassegna abbiamo esposto centinaia di opere di artisti appartenenti alle diverse correnti artistiche, pittori, scultori, grafici che si sono lasciati tentare dall'impresa di "catturare" il mito Nuvolari. Artisti che hanno profondamente esplorato la personalità, la vita e le gesta sportive del nostro campione, i motori, le auto, le vittorie, le fotografie, i video d'epoca, le canzoni.

Lo straordinario è che non solo Nuvolari vinceva le gare, non solo Nuvolari era vittima di incidenti, non solo Nuvolari è stato soggetto di film, ma Tazio, il nostro Tazio aveva quel qualcosa in più rispetto a tutti gli altri, capace di mettere consapevolmente a rischio la propria vita in tutte le gare, capace di inventare tecniche di guida per superare le curve in velocità, capace di diventare lui stesso un ingranaggio della macchina durante una gara e guidare con una chiave inglese al posto del volante, di staccare con un gesto di stizza il cofano guasto, capace di guidare a fari spenti, capace di arrabbiarsi tanto da farsi il pieno da solo durante il cambio in una gara, capace di affrontare una gara di velocità contro un aeroplano...

Aveva costruito le sue vittorie e curato la propria immagine, inventato un proprio logo, e quando partecipava a una corsa, certo della vittoria non trascurava nulla, nemmeno di portarsi la bandiera tricolore da sventolare sul podio, orgoglioso della propria italianità. Nuvolari aveva gareggiato e, inutile dirlo, vinto fino agli anni cinquanta, poi il ritiro. Così attento alla propria immagine da organizzare anche il proprio funerale... Senza alcuna retorica e con un po' di presunzione, dopo aver visto tanto e dopo essermi costantemente documentata, come già detto da personaggi di ben diversa professionalità, mi piace considerare Tazio come il più grande pilota di tutti i tempi. (...)".

- Ricordo di Tazio, di Massimo Formigoni Nuvolari (dal catalogo della mostra)

"Artisti per Nuvolari" è giunta ormai all'ottava edizione. Un sentito ringraziamento ad Arianna Sartori per l'impegno e la passione nel promuovere, attraverso i dipinti e le sculture di tanti artisti, i momenti di vita sportiva del nostro illustre parente anche in occasione, come quest'anno, del 130° anniversario della sua nascita. (...)".

"L'iniziativa di dedicare opere al grande campione Tazio Nuvolari è per noi eredi che rappresentiamo la sua memoria storica un vero onore, quest'anno decorre il 130° anniversario dalla sua nascita e rinnovare il ricordo di questo personaggio la cui immagine non sbiadisce mai ci permette di organizzare eventi, raduni e commemorazioni che confermano la sua straordinaria carriera. Nuvolari impersona ancora oggi la figura dell'eroe romantico che combatte contro tutto e contro tutti e che riesce a superare le difficoltà con il suo immenso coraggio. (...) Grazie ad Arianna Sartori che ci coinvolge da tanti anni in questa sua bellissima iniziativa di arte e talenti". (Alberto Marenghi Presidente Automobile Club Mantova e Museo Tazio Nuvolari, dal catalogo della mostra)

"(...) il "mantovano volante" sia riuscito anche ad unire velocità e arte; arte che prevale e diventa cultura, conoscenza e scoperta. In quest'ambito si muove anche l'Automotoclub Storico Italiano, come ente votato alla diffusione della cultura motoristica nel senso più esteso: iniziative come "Artisti per Nuvolari", che abbiamo il privilegio di patrocinare, rappresentano lo strumento di collegamento perfetto tra il motorismo storico e il grande pubblico, danno eco alla nostra passione, diffondono i nostri valori. (...) Come per tutte le figure assurte alla mitologia, anche quella esile e minuta di Tazio Nuvolari è ben presto entrata nel lessico artistico, in tutte le sue forme: da quelle più "pop" come la musica e il cinema, a quelle più elevate come la pittura messa in risalto da "Artisti per Nuvolari". (Alberto Scuro Presidente Automotoclub Storico Italiano, dal catalogo della mostra)

La mostra "Artisti per NUVOLARI" è corredata da un catalogo di 160 pagine, a cura di Arianna Sartori, con testo di Massimo Formigoni Nuvolari nipote di Tazio Nuvolari, e con presentazione di Maria Gabriella Savoia che nello scritto si sofferma su tutte le opere esposte, nel catalogo sono riprodotte con grandi illustrazioni a colori tutte le 63 opere in mostra e sono indicate le notizie biografiche di ciascun artista (Archivio Sartori Editore, € 25,00).

Durante la mostra è possibile visitare il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori". Nel Museo, ancora in divenire, è presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti nel cortile interno del palazzo. Oltre 140 le piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, arrivate da tutta Italia, sono fissate alle pareti del cortile interno.

Mostra con i patrocini di Regione Lombardia, CONI Comitato Regionale Lombardia Mantova, Provincia di Mantova, Comune di Castel d'Ario, ACI Automobile Club Mantova, Museo Tazio Nuvolari, ASI Automotoclub Storico Italiano, AMAMS Associazione Mantovana Auto e Moto Storiche Tazio Nuvolari, Mantova Corse, FAI Fondo Ambiente Italiano Delegazione di Mantova, Rotary Club Mantova Est Nuvolari, Fondazione Il Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera, Garda Musei e ProLoco di Castel d'Ario. (Estratto da comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Roberto Codroico, Nuvolari, tecnica mista su carta fotografica cm 70x50, 2022
2. Alberto Peppoloni, Nuvolari e l'ultima freccia d'argento, olio su tela cm 98x69, 2016

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Mostre dedicate a Tazio Nuvolari
Leggenda dell'Automobilismo

Presentazione




Matteo Procaccioli Della Valle
City Break


15 settembre (inaugurazione) - 31 ottobre 2022
Raffaella De Chirico Arte Contemporanea - Torino
www.dechiricogalleriadarte.com

Prima mostra personale di Matteo Procaccioli Della Valle (Jesi, 1983) negli spazi torinesi della galleria. Ultima tappa di un percorso di valorizzazione del lavoro dell'artista che Raffaella De Chirico ha avviato a marzo 2022 - iniziato con la pubblicazione e mostra/evento Private. Polaroid, 2012-2022, a cura di Benedetta Donato, passando poi in aprile al solo-show presentato al MIA Milan Image Art Fair 2022 - City Break porta a Torino un'ampia selezione di lavori di Matteo Procaccioli Della Valle, da opere di grande formato a intime Polaroid, accompagnate da un testo sempre a cura di Benedetta Donato.

City Break analizza la struttura urbana da diverse prospettive: in Microcities sorvola la città con inquadrature dall'alto che ne evidenziano la visionarietà ma anche la frammentazione; in Structures intercetta linee grafiche in costruzioni avvolte da uno spazio senza tempo; in Urban Hives si interroga sulla densità architettonica che diventa riflessione su un'umanità omologata e compressa dalle stesse costruzioni in cui vive. Il senso del viaggio nella ricerca di Procaccioli Della Valle è quello di scoprire significati ancora inediti, scenari nuovi, diversi livelli di lettura, muovendosi da edifici e architetture già esistenti.

Nelle fotografie di Procaccioli la narrazione sta proprio nella non narrazione esplicita. L'artista lascia al fruitore la possibilità di lasciarsi trasportare nella dimensione del non luogo, senza fornire specifiche indicazioni, e di cercare il passaggio umano attraverso suggerimenti delicati, scevri da giudizi antropologici, politici o messaggi sociali. Come scrive Benedetta Donato, autrice del saggio critico: "In questo excursus visivo Procaccioli Della Valle sembra utilizzare la fotografia come linguaggio aperto, per risvegliare quella dimensione umana assente ed invitarla a rivedere i luoghi in maniera sensibile; a posizionarsi in prima fila, davanti ad uno specchio che riesce finalmente a riflettere la realtà dei luoghi, gli spazi pieni, quasi asfissianti, e quelli vuoti in cui si fa sempre più assordante l'eco di una natura distante." (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Opera di Margareth Dorigatti denominata Quale magia realizzata nel 2022 Margareth Dorigatti
"Epistolarium"


15 settembre (inaugurazione) - 19 novembre 2022
Galleria Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

La mostra presenta l'ultimo ciclo pittorico di Margareth Dorigatti, con una selezione di circa venti opere realizzate tra il 2020 e il 2022. La mostra è dedicata a Lela Djokic - storica dell'arte, fondatrice nel 1993 della storica galleria romana Nuova Galleria Campo dei Fiori - scomparsa il 1 agosto 2022.

Da un estratto di una lettera di Margareth Dorigatti indirizzata alla gallerista Daina Maja Titonel, in data 31 maggio 2022: "[...] Da ragazza e poi da donna ho sempre scritto lettere, per comunicare prima con la nonna che mi ha insegnato come si fa, poi, dopo aver lasciato la famiglia a 17 anni per andare per quella strada lastricata di pittura, scrivevo lettere a mia madre. Più avanti alle persone che mi hanno voluto bene. [...] Ora, dopo due anni di pandemia, durante la quale siamo stati tutti obbligati a ripensare i nostri comportamenti, ho riordinato e catalogato le mie opere e sono andata a vedere i plichi di lettere custodite nella valigia nera. A caso ho estratto frasi da centinaia di lettere e ho provato a 'riscriverle' a modo mio, ovvero con la mia vera voce che conosce bene solo una lingua: Pittura. Sono queste le opere che vorrei esporre insieme a te la prossima volta."

Nel catalogo della mostra è pubblicato il prezioso testo di Duccio Trombadori, il quale scrive, in data 19 agosto 2022, a Margareth Dorigatti: "[...] Sei un'analista acuta, arguta, a volte spietata, del tuo, del nostro sentimento, cara Margareth: ed è in questa analitica espressiva ed esistenziale che si riassume il fascino del tuo 'Epistolarium', dove gli innesti cromatici, le tecniche miste, le doppie superfici, e tutto il dispositivo tecnico di cui disponi entra nel quadro con la spontanea efficacia emotiva di una carezza, segnalando armonie nella dissonanza senza presunzioni intellettualistiche, bensì secondo un certo flusso intuitivo, magnetica virtù del fare poetico nella pittura. [...] Hai così scritto un attraente epistolario visivo, altamente simbolico: una lunga lettera di appassionata vicinanza umana e di inesauribile fiducia nella espressività del linguaggio della pittura quando è mosso dal soffio della poesia. Raramente accade di questi tempi, e per questo sento il bisogno anche io di scriverti una lettera, nella speranza che prima o poi qualche traccia alla fine rimanga e non vada perduta."

Margareth Dorigatti (Bolzano, 1954) nel 1973 studia all'Accademia di Belle Arti di Venezia con Emilio Vedova. Nel 1975 si trasferisce a Berlino dove segue i corsi di Pittura, Grafica e Fotografia presso la Universität der Künste Berlin. Nel 1977 fonda una Casa-atelier frequentata dai maggiori artisti e personaggi dello spettacolo presenti a Berlino. Nel 1980 inizia la sua attività espositiva in gallerie private di Berlino. Nel 1983, insieme a Joachim Szymzcak, realizza un progetto di vaste proporzioni per la rete metropolitana berlinese: 75 dipinti all'interno di otto stazioni. Vince un concorso indetto dalla Internationalen Bauausstellung per la realizzazione di una facciata storica di un palazzo di Kreuzberg. Dopo la laurea in Comunicazione Visiva, nel 1983 si trasferisce a Roma dove ha inizio la sua attività pittorica ininterrotta. Espone in Italia e all'estero presso gallerie private, luoghi pubblici e musei. Sue opere si trovano in collezioni pubbliche. (Estratto da comunicato stampa)

Immagine:
Margareth Dorigatti, Quale magia, 2022




Dipinto ad acquerello di cm.80x60 denominato Vulpes realizzato da Valentino Camiletti Valentino Camiletti
"Animalia"


Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it/page/18

L'animale costituisce un soggetto ampiamente utilizzato dagli artisti: la valenze simboliche riconosciute agli animali sono contrassegnate da fissità che li rendono stabili all'interno della dialettica narrativa attivata dai pittori. Valentino Camiletti si pone con equilibrio e grazia tra gli artisti che hanno scelto il selvatico come esponente principale della loro opera creativa. (...). Avvalendosi di una vivacissima scala cromatica, il pittore riesce a creare figure sempre suggestive, lasciando al colore il dominio sul disegno, che così si smarca da rigorismi e luoghi comuni. Il risultato è sempre colmo di fascino, perché, innegabilmente, gli animali di Camiletti sono limpidi, veri, evocativi. (...). Il pittore non cerca di stupire, ma si limita a lasciare alla natura il compito di stupirci, poiché è lei la vera protagonista della sua ricerca. ( Da "Fauna Picta", di Massimo Centini)




Francesco Merlini
Valparaiso


06 settembre (inaugurazione) - 15 ottobre 2022
Foto Forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Per molti anni ho cercato di raccontare una valle in cui sono nato e dove ho trascorso molto tempo da quando ero bambino, sebbene sia cresciuto in una grande città come Milano. Questa valle è un posto che ho amato e odiato, un luogo a cui sono legato da un legame emotivo che coinvolge me, mio padre scomparso quando avevo quindici anni e mia madre, scomparsa alcuni anni fa. A un certo punto ho deciso di mettere da parte ogni tipo di approccio documentaristico con la consapevolezza di non essere mai stato interessato alla bellezza del paesaggio naturale o alla realtà oggettiva di questo luogo.

Ero interessato a dare voce a un luogo che cambia, protegge e distrugge le persone, attraverso la sua esistenza nelle nostre vite. Nel mio lavoro, i ricordi del tempo trascorso in questa valle si mescolano a sogni, incubi e visioni che la mia mente ha ambientato in questo luogo familiare e allo stesso tempo distante, attingendo a una sorta di realismo magico. In un tempo in cui le persone guardano le fotografie sempre più velocemente, ho deciso di usare un linguaggio fotografico che inducesse l'osservatore a soffermarsi, a avvicinarsi e a strizzare gli occhi per abituarsi all'oscurità di queste immagini iridescenti che rivelano un viaggio personale verso la resa dei conti con questa valle. (Comunicato stampa)

___ DE

Seit vielen Jahren versuche ich, die Geschichte des Tals zu erzählen, in dem ich geboren wurde und seit meiner Kindheit viel Zeit verbracht habe, auch wenn ich in Mailand, einer Großstadt, aufgewachsen bin. Dieses Tal ist ein Ort, den ich geliebt und gehasst habe, ein Ort, mit dem ich durch ein emotionales Band verbunden bin, das mich, meinen Vater, der verstorben ist als ich fünfzehn war, und meine vor einigen Jahren verstorbene Mutter umfasst. Irgendwann beschloss ich, jede Art von dokumentaristischem Ansatz beiseitezulassen, mit dem Bewusstsein, dass ich mich nie für die Schönheit der Naturlandschaft oder die objektive Realität dieses Ortes interessiert hatte.

Ich wollte einem Ort, der die Menschen durch seine Existenz verändert, beschützt und ihr Leben zerstört, eine Stimme geben. In meiner Arbeit verschmelzen Erinnerungen an die Zeit, die ich in diesem Tal verbracht habe, mit Träumen, Albträumen und Visionen, für die sich mein Verstand diesen vertrauten und doch so fernen Ort als Handlungsort ausgesucht hat, wobei ich mich auf eine Art magischen Realismus stütze. In einer Zeit, in der die Menschen Fotografien immer schneller betrachten, beschloss ich, eine fotografische Sprache zu verwenden, die die Betrachterin oder den Betrachter dazu bringt, innezuhalten, näher heranzukommen und die Augen zusammenzukneifen, um sich an die Dunkelheit dieser schillernden Bilder zu gewöhnen, die eine persönliche Reise zur Abrechnung mit diesem Tal enthüllen. (Pressemitteilung)

___ EN

For many years I have tried to narrate a valley where I was born and where I’ve spent a lot of time since when I was a child even if I grow up in a big city like Milano. This valley is a place that I loved and hated, a place I’m tied to by an emotional link that involves me, my father passed away when I was fifteen and my mother disappeared few years ago. At a certain point I decided to put aside any kind of documentary approach with the awareness that I have never been interested in the beauty of natural scenery or in the objective reality of this place.

I was interested in giving a voice to a place that changes, protects and destroys people, through its existence in our lives. In my work, memories of the time spent in this valley are mixed with dreams, nightmares and visions that my mind has set in this familiar and at the same time distant place, drawing on a sort of magical realism. In a time where people look at photographs faster and faster, I decided to use a photographic language that would induce the observer to linger, to move closer and to squint in order to get used to the darkness of these iridescent images that conceal a personal journey towards the reckoning with this valley. (Press release)




Dario Tarasconi e Andrea Scazza
Res Derelictae
La fabbrica produce ancora?


10 settembre (inaugurazione) - 16 ottobre 2022
Tecnopolo di Reggio Emilia
www.res-derelictae.com

Nel Tecnopolo di Reggio Emilia, che ha sede nel Capannone 19 delle storiche Officine Meccaniche Reggiane, la mostra dei giovani artisti Dario Tarasconi e Andrea Scazza che si propone di portare all'attenzione del pubblico l'estrema contemporaneità di quella che è stata una delle realtà industriali più importanti in Italia. Luogo di produzione e di socialità, di degrado e di abbandono, di innovazione e cultura, la fabbrica è ancora oggi capace di arricchire l'immaginario di una città che osserva se stessa in divenire, riconoscendo la bellezza nell'imperfezione.

Il progetto di Dario Tarasconi e Andrea Scazza nasce da un ritrovamento fortuito avvenuto nel 2019 in uno dei capannoni abbandonati di via Agosti: 180 fotografie recuperate da un seminterrato normalmente non agibile a causa delle infiltrazioni d'acqua. Riproduzioni fotografiche delle Officine Reggiane e delle attività che si svolgevano al loro interno e nei cantieri esterni, sottoposte dall'umidità ad un processo di deterioramento che le ha trasformate in composizioni astratte. Nella quasi totalità delle immagini si sono sorprendentemente salvate le figure umane, come se il tempo non riuscisse a scalfirne la presenza.

«Numerosi gli interrogativi che si vogliono sollevare con l'esposizione delle immagini ritrovate e consunte dal tempo - spiegano Tarasconi e Scazza. Primo tra tutti: la fabbrica ha veramente smesso di produrre? E di conseguenza, quali sono i prodotti attuali? Cosa li identifica come belli/desiderabili? E ancora, può esistere un capitale (fotografico, artistico, umano) da scoprire in un luogo abbandonato che ha smesso di produrre "utili" d'impresa? Cos'è che vediamo/trascuriamo quando oggi sentiamo parlare di Reggiane negli episodi di cronaca?

Cosa si cela sotto al senso comune del "degrado" che ricopre le molteplici narrazioni possibili come uno strato d'acqua stagnante che impedisce di vedere oltre? Esistono forse altre narrazioni possibili? Questa inedita iconografia fotografica Jolie Laide (marcia e sublime), sospesa tra l'onirico ed il surreale, è capace di strappare all'oblio i frammenti della memoria di un luogo simbolo della storia del '900 e di restituirceli con una potenza estetica e visiva sconvolgente. La fabbrica ha permesso l'incontro di due anime artistiche apparentemente lontane, ma entrambe accomunate dall'interesse di "scavare sul fondo" e arrivare alla radice delle cose».

«Questi oggetti ritrovati - scrive Stefano Taddei - hanno avuto una fase di ancoraggio al presente grazie all'operare degli autori che li hanno preservati dall'oblio. Tali immagini brulicano di vitalità, paiono in continua metamorfosi e movimento. In alcune immagini si trovano anche il nome dell'operatore che ha compiuto gli scatti e le referenze scritte dei soggetti immortalati. Il tempo ha trasformato queste immagini e le ha riportate nella contemporaneità in modo peculiare».

«La casualità penetra dunque nell'immagine - aggiunge Francesca Baboni - divenendo essa stessa metodo e procedimento artistico, mentre l'acqua e il tempo agiscono sugli sfondi ambientali esattamente come il pennello di un pittore. Poiché è questo che si è voluto azzardare: esporre fotografie come fossero quadri di astrazione con il paradosso di non avere eseguito alcun intervento pittorico. Nel momento in cui si riconoscono i soggetti umani e le cose presenti attorno a loro, il movimento magmatico delle muffe e delle escoriazioni s'insinua nel contesto capovolgendone il significato e invadendo la raffigurazione, sia d'interno che di esterno, come se agisse con la stessa gestualità espressiva insita nella realizzazione di un'opera astratta».

Il titolo della mostra - "Res Derelictae" - allude all'istituto giuridico del diritto romano secondo il quale la proprietà dei beni abbandonati si acquisisce con la loro occupazione. Le fotografie delle Officine Reggiane sono state recuperate da Dario Tarasconi e Andrea Scazza e riportate a nuova vita, così come i capannoni abbandonati hanno avuto una nuova fase di vita nel periodo in cui sono stati occupati da persone senza dimora.

L'esposizione si compone di una cinquantina di fotografie, accuratamente selezionate e stampate su forex, posizionate lungo il perimetro del capannone secondo un percorso che valorizza il capitale estetico che il luogo ha prodotto. Nella parte interna sarà, inoltre, installato un apparato video e audio per riprodurre alcuni contenuti multimediali relativi alla realizzazione del progetto e al taglio interpretativo dato alle immagini. (Estratto da comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Cassettiera lettere realizzata da Pio Tarantini nel 2013 Pio Tarantini
"Il tempo ritrovato"


22 settembre (inaugurazione) - 30 ottobre 2022
Lab 1930 Fotografia contemporanea - Milano
www.deangelispress.com

La mostra di Pio Tarantini nel nuovo spazio espositivo Lab 1930, dedicato alla fotografia d'autore e diretto da Elena Carotti, presenta dieci opere: otto fotografiche, sei dalla serie Imago, caratterizzate dalla tecnica del mosso, più Cassettiera#Lettere e Cassettiera#Pellicole, proposte insieme alle due cassettiere originali in legno e plexiglass in un gioco di rimandi tra bidimensionalità e tridimensionalità.

Le fotografie della serie Imago presenti in mostra riassumono la riflessione sul concetto di "tempo dilatato" - fondamentale nel percorso di ricerca fotografica dell'autore - attraverso la tecnica del mosso: immagini dal grande impatto poetico dove la figura umana, sempre femminile, quasi evanescente, fluttua occupando l'intero spazio scenico, sia quando si muove in un interno casa sia quando il dialogo è direttamente con la natura.

Narrazioni immaginarie dove i corpi non confliggono con le quinte del racconto ma rimangono sospesi in totale armonia, come se danzassero: "La presenza umana si carica così di una precarietà in netto contrasto con le certezze della nostra percezione del reale" - sottolinea Pio Tarantini - "La transitorietà visiva delle figure pare voler dilatare la percezione del tempo che non può più essere quello cristallizzato dall'immagine fissa".

Il racconto dell'artista intorno alla memoria si fa incalzante, il tempo della storia reale non corrisponde con il tempo della coscienza di ognuno di noi. Le figure femminili si muovono con estrema eleganza e il tempo della memoria è sottratto alle determinazioni spazio-temporali dilatandosi oltre i margini della fotografia stessa. La riflessione artistica di Pio Tarantini sul concetto di memoria e di ricordo si completa con le due opere Cassettiera#Lettere e Cassettiera#Pellicole, dove due vecchi cassetti da tipografia diventano contenitori della memoria: nel primo gli spazi dove erano riposti i caratteri in piombo contengono frammenti di vecchie buste e lettere di corrispondenza privata, mentre nel secondo sono custoditi frammenti di pellicole a passo ridotto di film personali o famosi.

Con questa doppia opera è come se l'artista volesse ricordare che il percorso iniziato con le fotografie della serie Imago trovano il loro naturale completamento nella parola scritta su carta e nella pellicola cinematografica. La fisicità delle due cassettiere - i fogli ingialliti, stropicciati, le buste delle lettere coi francobolli da 50 lire, posta semplice o espresso, Europa o Italia, l'inchiostro, i frammenti di pellicola, le foto di Charlot, Stan Laurel e Oliver Hardy, il tutto incasellato ordinatamente come se fosse possibile riavvolgere il passato, imprigionare il flusso dei ricordi che scandiscono i tempi delle narrazioni, pubbliche e private - rimanda al bisogno dell'autore di trovare un tempo dilatato capace di estendersi tra il passato e il futuro.

Pio Tarantini (Salento, 1950) inizia ad esporre nei primi anni Settanta e ad oggi i suoi lavori sono stati presentati in spazi espositivi pubblici e privati in Italia e all'estero. Dal 1995 al 2017 tiene il corso di Fenomenologia degli Stili presso l'Istituto Europeo di Design di Milano e dalla sua esperienza didattica nasce il volume Fotografia. Elementi fondamentali di linguaggio, storia, stile, pubblicato nel 2010 da Edizioni Favia (Bari). Tra il 1987 e il 1997 partecipa al progetto editoriale sui beni architettonici e ambientali Archivio dello Spazio della Provincia di Milano e al progetto di Sociologia Visuale Photometropolis presso la Facoltà di Sociologia dell'Università Milano Bicocca.

Dal 2003 al 2009 è esponente di punta della Galleria Fotografia Italiana Arte Contemporanea di Milano per la quale diventa caporedattore della pubblicazione trimestrale "Pagine di Fotografia Italiana". Nel 2014 pubblica Fotografia araba fenice (Edizioni Quinlan, Bologna) e nel 2020 BuonaDomenica#. Appunti di un fotografo, perplesso, nel gran circo del mondo. Dal 2019 al 2021 dirige la rivista semestrale "FC- FOTOGRAFIA E - È - CULTURA". Attualmente tiene conferenze e workshop su vari aspetti del linguaggio fotografico. (Estratto da comunicato ufficio stampa De Angelis Press, Milano)

Immagine:
Pio Tarantini, Cassettiera#Lettere, stampa c-print su Dibond 61x74 cm, ed. 1/5, 2014




Filippo Moretti
Anarchetipi / Sinestesico


26 agosto (inaugurazione) - 13 settembre 2022
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

L'arte come inganno visivo, attraverso sovrapposizioni di piani di lettura è ciò che indaga la mostra dell'artista Filippo Moretti. Il lavoro di Moretti, chiama in causa, in termini pseudo-didascalici, il grande tema del "luogo" della rappresentazione; o meglio la sua valenza topica, la sua erratica collocazione all'interno e fuori dell'opera, in quella no man's land che in arte ha finito per diventare lo spazio. Spazio che, nelle 16 opere intitolate appunto "Anarchetipi" e nelle 2 opere maggiori intitolate "Interferenze", è definito dal quadrato, da sempre luogo paradigmatico della rappresentazione, finestra entro cui il mondo può manifestarsi al nostro sguardo.

L'artista esegue qui il suo "passo" sinestesico, transitando dalla categoria del quale - costituita dalla serie dei 16 quadri di cm 33x33 ciascuno - a quella del quanto rappresentata dalla magnificazione della misura nei due suddetti di cm 150x150. Ingrandendo l'immagine, in realtà nega la variante che il nostro quoziente percettivo e psichico è in grado di assimilare, equiparando il fattore quantitativo a una anti-misura che se non è fisica, è sicuramente ideale, come dire un valore che l'avvicina ad una forma di astrazione. Nelle sue opere, a visioni fotografiche anti-illusionistiche che riproducono scenari africani, si sovrappone la realtà data dal gesto e dalla materia: profonde pennellate di colore che fuoriescono dai limiti fisici del quadro e materiali significanti, objets trouvés, che acquisiscono funzione di disturbo e simboli di vissuto. Accompagna la mostra il catalogo con testo critico di Giuliano Serafini.

Filippo Moretti (Cesena) si è laureato in Architettura al Politecnico di Milano con una tesi di Estetica. Il suo lavoro teorico si è sviluppato soprattutto sul rapporto tra natura e architettura, concentrandosi sulle architetture organico-naturalistiche e su quelle decostruttivo-istintuali. Nel 2010 ha elaborato il progetto De-composizioni, installazione grafo-fotografica. La ricerca ha operato una contaminazione di proto-architettura, immagini di scarti antropici e segni caotici. (Comunicato stampa)




Dipinto realizzato da Alan Gattamorta nella mostra Paesaggi marini Alan Gattamorta
Paesaggi marini


21 agosto - 23 ottobre 2022
www.alangattamorta.it

Sul sito antologico il pittore Alan Gattamorta presenterà una rassegna di 20 acrilici su carta.




Dipinto a olio su tela di cm 157x167.5 denominato Autunno realizzato da Leonardo Dudreville nel 1913 Nuove Tendenze
Leonardo Dudreville e l'avanguardia negli anni Dieci


15 ottobre 2022 - 08 gennaio 2023
Fondazione Ragghianti (Complesso monumentale di San Micheletto) - Lucca
www.fondazioneragghianti.it

Non solo Futurismo. All'inizio del Novecento sono molte le realtà artistiche che cercano una nuova estetica e, tra queste, il gruppo Nuove Tendenze fondato a Milano nel 1913 dal critico Ugo Nebbia e dall'artista Leonardo Dudreville, cui la Fondazione Ragghianti dedica la mostra a cura di Francesco Parisi. Interessato alle tematiche musicali e relative agli stati d'animo, il movimento Nuove Tendenze ha molte assonanze con i gruppi di matrice secessionista su scala europea, ed è caratterizzato da un'assoluta libertà sperimentale. La mostra offre una lettura nel contesto delle avanguardie internazionali e delle "mostre di fronda" italiane, affrancando Nuove Tendenze dall'etichetta di para-futurista, per quanto abbia con il movimento di Marinetti molte tangenze, soprattutto comunicative.

Grazie ai materiali provenienti dall'Archivio Leonardo Dudreville di Monza e da varie collezioni private e pubbliche, la mostra analizza il contesto artistico in cui si forma Nuove Tendenze, indagando alcuni momenti dell'avventura artistica di Leonardo Dudreville (Venezia, 1885 - Ghiffa, Verbano-Cusio-Ossola, 1976), partendo dalla sua visita con Umberto Boccioni allo studio di Vittore Grubicy, fino alle incursioni nella tecnica divisionista, ed esponendo un corpus di opere prodotte tra il 1904 e il 1919.

La mostra si apre con una sezione dedicata agli sviluppi del Divisionismo nel primo decennio del Novecento, in cui le opere di Dudreville dimostrano un'inedita apertura verso valori espressivi e formali che puntano a un uso autonomo del segno pittorico, della luce, del colore. Il percorso prosegue poi con una parte dedicata ai rapporti di Dudreville con la compagine futurista e con altri artisti, come Aroldo Bonzagni. La seconda parte della mostra, focus della ricerca, è dedicata alla partecipazione di Dudreville a "mostre di fronda" quali Nuove Tendenze, che costituisce uno dei principali episodi espositivi in cui l'avanguardia artistica milanese elabora una strategia operativa alternativa rispetto ai canali ufficiali legati al mondo accademico.

L'esposizione di opere e documenti - pubblicazioni, lettere, fotografie, cartoline - di questa parte dell'esposizione racconta come la mostra Nuove Tendenze (1914) sancisca la nascita di un progetto espositivo autonomo e autosufficiente, legato all'individuazione di una posizione estetica d'avanguardia che va oltre la logica esclusivamente contestativa delle mostre Arte Libera del 1911 e Rifiutati del Cova del 1912. Accanto alle opere di Dudreville esposte in quell'occasione, i lavori di Carlo Erba, Achille Funi, Mario Chiattone, Adriana Bisi Fabri, Antonio Sant'Elia, Marcello Nizzoli, tutti parte del progetto. In questo contesto spicca anche il ruolo centrale dell'associazione Famiglia Artistica nel milieu artistico locale, che garantiva agli artisti, più giovani e militanti, un centro espositivo libero, privo di giurie di ammissione: tutti gli aderenti a Nuove Tendenze, compresi i critici, parteciparono alla vita sociale e artistica di questa realtà.

La mostra comprende anche alcune opere esposte nella Galleria Centrale d'Arte nell'ex Caffè Cova nell'aprile del 1919, contesto utile per leggere la longevità del fenomeno futurista milanese, ma che documenta anche gli ultimi rapporti diretti di Dudreville con il Futurismo di matrice boccioniana e marinettiana. L'11 gennaio 1920, infatti, Dudreville firma con Funi, Russolo e Sironi il manifesto Contro tutti i ritorni in pittura, che chiude idealmente la mostra rivelando il suo avvicinamento a una nuova visione teorica ed estetica.

La mostra è accompagnata da un libro-catalogo edito dalla Fondazione Ragghianti con Silvana Editoriale, che includerà le riproduzioni delle opere esposte, di documenti e di materiali d'epoca, e i saggi del curatore Francesco Parisi con quelli di Alessandro Botta, Niccolò D'Agati, Roberto Dulio, Elena Pontiggia e Sergio Rebora, studiosi specialisti della materia. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

"Io ho fissata e realizzata graficamente la sintesi dello stato d'animo determinatosi in me al contatto della mia individualità psichica, interna, con la vita-ambiente, esterna, che mi circonda". (Leonardo Dudreville)

Immagine:
Leonardo Dudreville, Autunno, olio su tela cm 157x167.5, 1913, Galleria Giannoni, Novara




Ruota a Ruota
Storie di bici, manifesti e campioni


26 maggio (inaugurazione) - 02 ottobre 2022 (prorogata al 30 ottobre 2022)
Museo Nazionale Collezione Salce (Chiesa di S. Margherita) - Treviso

La grande epopea della bicicletta così come raccontata dai preziosi manifesti patrimonio della Collezione Salce. A firmare le affiches che Elisabetta Pasqualin ha selezionato per questa ricca esposizione, sono artisti come Dudovich, Mazza, Malerba, Ballerio, Villa, Alberto Martini, Codognato, Boccasile. Vale a dire molti tra i maggiori protagonisti della storia dell'illustrazione e dell'arte italiana del secolo passato. Dalle bici illustrate a quelle che hanno scritto la storia recente del ciclismo. In mostra, infatti, ci saranno anche alcune delle biciclette della collezione Pinarello che hanno portato alla vittoria campioni in tutte le grandi classiche del ciclismo mondiale.

Quando, poco più di due secoli fa, il barone Karl von Drays inventò la bici - all'epoca di legno e senza pedali, dotando di sterzo un primo rudimentale modello del 1791 del conte francese De Sivrac - certo non immaginava che quel suo "attrezzo" sarebbe diventato il più popolare mezzo di trasporto del pianeta. E ancora meno dovette supporlo Leonardo, che nel Codice Atlantico - correva l'anno 1490 - schizzò qualcosa di molto simile alla bicicletta. Di sicuro nessuno dei due poteva supporre che gli eredi di quei loro prototipi avrebbero avuto un peso così importante nella storia sociale del mondo, influendo sul costume, sui viaggi, sul turismo, sul processo di emancipazione della donna, sull'economia.

Valga, per fermarci all'ambito trevigiano, il caso della Menon, "Fabbrica di velocipedi in acciaio su commissione" e poi di vetturette, che agli inizi del '900 valeva quanto la Fiat, segnando l'inizio di una produzione che, passando poi per la Carnielli e la Bottecchia, porta oggi alla Pinarello, che in questa mostra allinea una illustre serie di sue creazioni. Ed è proprio dagli albori del Novecento che la mostra prende il via. Antonella Stelitano, che dell'esposizione curata da Elisabetta Pasqualin, è la consulente storica e ha curato una parte dei testi del catalogo, sottolinea che "La bicicletta fa parte del patrimonio culturale del nostro Paese.

La storia di questo mezzo è un racconto di eroi che contribuiscono a creare quell'identità nazionale che si esalta nelle imprese di campioni come Girardengo, Coppi e Bartali. Le grandi corse a tappe, prima tra tutte il Giro d'Italia, sono state un collante che ha unito il Paese, mostrandone le bellezze mentre si raccontavano le gesta dei corridori. Gli italiani imparano la geografia leggendo i nomi dei luoghi attraversati dalla corsa, nascono giochi per bambini ispirati al Giro. Nessuno sfugge al fascino di questa manifestazione, nemmeno scrittori importanti come Buzzatti, Gatto, Pratolini, Campanile e Anna Maria Ortese, che al seguito del Giro d'Italia ci regalano un racconto che non è mai solo sportivo. E' il racconto di un Paese in movimento".

Due le sezioni principali del percorso espositivo: da una parte lo sport e l'agonismo, con i suoi protagonisti, le produzioni, i marchi e l'esposizione di pezzi storici della collezione Pinarello. Dall'altra gli aspetti sociali: le donne, il costume, i viaggi, il turismo, appunto. "La "terrazza" - anticipa la curatrice Elisabetta Pasqualin - accoglierà la sezione dedicata allo sport: verranno esposti i manifesti della collezione Salce, che abbracciano un arco temporale che va dai primi del '900 al 1955 circa e che illustrano la nascita delle principali industrie: Cicli Maino, con Costante Girardengo, Torpedo con Alfredo Binda e Georges Ronsse, Olympia, Maino, Atala con Ganna, Pavesi e Galletti, poi Piave, Prinetti e Stucchi poi solo Stucchi, Bianchi con Gaetano Belloni, Menon di Roncade, ed altri.

Una parte sarà dedicata alle gare ciclistiche locali e nazionali: dal Trofeo Rinascente (1949) ai Campionati del mondo (1939 e 1951), alla cartina del Giro d'Italia (1922) con le immagini dei più grandi ciclisti (e così gli italiani impararono la geografia della propria nazione!)". Seguirà una sezione speciale sulla storia dell'industria ciclistica italiana con l'esposizione di biciclette della collezione Pinarello: biciclette che hanno scritto una pagina di storia del ciclismo italiano, accompagnandosi a molti prestigiosissimi successi. Saranno esposte 15 biciclette, con relativi pannelli esplicativi e immagini del campione a esse legato.

A piano terra troverà spazio una sezione dedicata alla società e alla socialità, che abbraccia un arco temporale che va dalla fine dell'800 agli anni '40 del Novecento. Sono rappresentate anche le prime industrie straniere, come Townend Cycles (1896), Rambler Bicycles (1900) oltre a quelle italiane, come Maino, Stucchi, Dei, e molte altre. "Sono manifesti che raccontano la novità e le sfide del futuro: le nuove libertà di muoversi in autonomia, un nuovo tipo di turismo, il divertimento all'aria aperta, una nuova socializzazione, la nuova moda e, per le donne, un nuovo modo di percepire i propri spazi e di emanciparsi", sottolinea Alberto Fiorin, autore di un saggio su "Bicicletta e turismo" nel catalogo edito da Silvana.

"Con questa nuova proposta, il Museo Salce si conferma una fucina di iniziative in cui l'arte, attraverso la comunicazione pubblicitaria, diventa uno specchio delle trasformazioni culturali e di costume della società", afferma il Direttore Regionale Musei Veneto, Daniele Ferrara. In mostra, accanto ai manifesti, anche alcune delle le bici di casa Pinarello che hanno segnato momenti magici della storia del ciclismo degli ultimi decenni. Infatti Il valore aggiunto della mostra è proprio l'unione imprenditoriale e culturale, che fa ben capire il legame profondo che unisce i protagonisti che hanno scritto pagine di storia dello sport su due ruote al ricco patrimonio anche culturale della città.

Nel 1951 Giovanni Pinarello vince la Maglia Nera del 34esimo Giro d'Italia. Le 100 mila lire di compenso per quel Giro le investì nella creazione di una azienda che costruisse biciclette. E' nata così la Pinarello, che già 10 anni dopo ha una sua squadra. C'è in mostra anche la Pinarello con cui Guide de Rosso vinse il Tour de l'Avenir, e ancora la Pinarello di Bertoglio vincitore del tappone dello Stelvio (1975), e quelle di Franco Chioccioli, Miguel Indurain, Andrea Colinelli, Jan Ullrich, Alessandro Petacchi, Sir Bradle Wiggins, Elia Viviani, Chris Froome, Egan Bernal, Richard Carapaz. Una sfilata di campioni che su bici Pinarello hanno marcato momenti unici della storia del ciclismo. Oggi è Filippo Ganna a cavalcare la Bolide, simbolo di aerodinamica, tecnologia, velocità e vittoria. Nella tradizione Pinarello. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

___ Libri sul Ciclismo

Copertina del libro Ottavio Bottecchia Il forzato della strada di Paolo Facchinetti Bottecchia - Il forzato della strada
di Paolo Facchinetti, ed. Ediciclo

Anche in epoca di ciclismo tabellare, il nome Ottavio Bottecchia conserva un suono da leggenda. Primo italiano a vincere il Tour de France, nel 1924, ripetendosi l'anno dopo, e primo a tenere la maglia gialla dalla tappa iniziale fino all'arrivo a Parigi. Classe 1894, nato a San Martino, in Veneto, vive come la maggior parte degli italiani di quel periodo. Come altri connazionali emigra in Francia, dove sente parlare del Tour de France. Non solo una corsa ciclistica, ma una specie di inferno in terra.

Copertina del libro Quando spararono al Giro d'Italia di Paolo Facchinetti Quando spararono al Giro d'Italia
di Paolo Facchinetti, ed. Limina

La mattina del 26 aprile 1945 gli italiani si svegliano sulle macerie di un paese lacerato da terribili drammi personali e collettivi. C'è voglia di tornare alla normalità. Pochi mesi dopo si ipotizza una nuova edizione del Giro d'Italia. Sembra un'idea folle non solo dal punto di vista sportivo (in che condizione sono gli atleti tornati dal fronte e dai campi di concentramento?) ma anche per le carenze logistiche, le strade ad esempio, molte delle quali distrutte o danneggiate dai bombardamenti. Il Giro "della Rinascita", organizzato come tradizione dalla Gazzetta dello Sport, si trasforma in avvenimento comunitario.

Copertina del libro Tour de France 1903 La nascita della Grande Boucle di Paolo Facchinetti Tour de France 1903 - La nascita della Grande Boucle
di Paolo Facchinetti, ed. Ediciclo

Il Tour de France, la più celebre corsa ciclistica a tappe, deve la sua origine alla concorrenza tra due quotidiani sportivi - L'Auto-Vèlo e Le Vèlo -, in particolare tra i due direttori, Henri Desgrange e Pierre Giffard. La sera del 20 novembre 1902, Desgrange disse ai suoi collaboratori, Georges Lefèvre, redattore per il ciclismo, e Georges Prade, responsabile della parte automobilistica, che bisognava trovare una idea per aumentare le vendite del giornale.




Franco Donaggio
Silences


08 ottobre 2022 (inaugurazione ore 17.00) - 29 gennaio 2023
Alchimia Gallery - Freeport (Maine - Usa)
www.alchimiagallery.com

Edificata nel 1789, Casa Alchimia rinasce dalle proprie fondamenta in perfetta armonia col paesaggio incantato del Maine, a Freeport. Qui il gusto e l'esperienza dei proprietari hanno creato una residenza che propone un nuovo concetto di ospitalità che unisce l'eleganza, il rispetto dell'ambiente, la contemplazione dell'arte attraverso il design degli arredi e la magnifica collezione contemporanea messa a disposizione da Monica e Giampiero Bonacini. La raffinatezza degli ambienti, nei quali il lusso sposa la semplicità, è perfettamente inserita nell'autenticità del luogo naturale, abitato da silenzi che arrivano da lontano. Il profondo senso della storia e un inconfondibile sentore di gusto italiano rendono la location una meta ideale per chi desidera un soggiorno di charme e relax, dove ogni singolo dettaglio è pensato per deliziare i sensi.

La struttura esterna della casa, completamente ricostruita in perfetto stile New England, ha mantenuto il tipico stile architettonico della zona. All'interno si trovano, tra gli arredi, alcuni tra i pezzi più noti della storia del design Italiano, firmati Cassina, Molteni, Zanotta, Driade, Kartell. Muovendosi negli spazi della casa ci si imbatte con meraviglia nei pezzi iconici del design italiano contemporaneo, dagli anni '50 a oggi: Gae Aulenti, Achille Castiglioni, Tobia Scarpa, Vico Magistretti, Joe Colombo, Michele De Lucchi, Dino Gavina, Marco Romanelli abitano, magnifici e silenziosi, in queste stanze.

E da ottobre 2022, Casa Alchimia arricchisce la sua offerta di ospitalità con eventi dedicati all'arte, aprendo al pubblico una galleria d'arte contemporanea che occuperà tutto il pianterreno e il grande giardino della casa. Ad inaugurare la galleria una mostra fotografica dell'artista Franco Donaggio, a cura di Sandra Benvenuti, già dal titolo un omaggio al Maine: Silences.

Il lavoro, maestoso nella sua purezza, è stato realizzato in occasione del bicentenario della costituzione dello stato del Maine, su richiesta dei proprietari di Casa Alchimia. Grati al territorio d'adozione, i Bonacini hanno chiesto all'autore, noto per poetica e creatività, di interpretare lo spirito del loro luogo d'elezione. Donaggio, che è presente con opere prestigiose nella collezione privata dei Bonacini, ha raccolto la sfida, percorrendo la via della narrazione fotografica che va dalle suggestioni romantiche alla seduzione senza riserve di una terra incontaminata. Luoghi vergini, dove il tempo è scandito dai silenzi e sembra muoversi lentamente al ritmo dei sussurri lievi della natura.

E se è vero che il silenzio assoluto non esiste, per l'artista vale più che mai la ricerca che non si placa, il sogno irrealizzabile di una pace profonda da cui trarre energia per continuare a cercare e a vedere altrove. Le 54 opere che compongono questo straordinario diario di viaggio, stampate in un rigoroso bianco e nero, saranno esposte da Alchimia Gallery. L'inaugurazione della galleria, inizialmente prevista per l'autunno 2020, è stata posticipata a causa delle limitazioni dovute alla emergenza sanitaria.

Franco Donaggio Chioggia (Venezia, 1958) è uno dei fotografi italiani contemporanei più originali e interessanti a livello internazionale. La sua produzione artistica è frutto di un'accurata operazione intellettuale e concettuale. Sin dall'inizio si dedica alla fine art photography con immagini altamente estetiche ma con una approfondita ricerca in camera oscura che converge nella sperimentazione off-camera. Le sue immagini - influenzate dal surrealismo e dalla poesia visiva - contengono un universo magico nel quale gli oggetti tratti dalla quotidianità non sono mai ciò che sembrano essere (perché decontestualizzati). Vincitore di vari premi e riconoscimenti alla carriera, ha esposto in numerose gallerie private e musei in Europa, Russia e Stati Uniti. Sue fotografie fanno parte di importanti collezioni italiane ed estere, sia private che istituzionali. (Comunicato di presentazione)




Francesco Simeti
"come un limone lunare"


23 settembre 2022 - 29 gennaio 2023
XNL Centro d'arte contemporanea, cinema, teatro e musica - Piacenza

Che cosa è la Natura? Che cosa sappiamo veramente della Natura? Che cosa vediamo quando guardiamo la Natura? Chi e che cosa muove le nostre emozioni verso la necessità del possesso delle immagini sulla Natura? A queste e a molte altre domande cerca di dare una risposta "come un limone lunare", la mostra di Francesco Simeti (Palermo, 1968) che inaugura ufficialmente il programma di XNL Piacenza. Centro di arte contemporanea, cinema, teatro e musica, sotto la Direzione Artistica di Paola Nicolin.

Accanto a un'eterogenea selezione di lavori - collage, wallpaper, sculture, oggetti in ceramica, installazioni e opere pubbliche, frutto di più di venti anni di riflessioni sulla natura delle immagini - Simeti porta a Piacenza anche una nuova opera, pensata appositamente per le gallerie dedicate alle arti contemporanee di XNL: una macchina scenica, accogliente e immersiva - realizzata raccogliendo immagini da database digitali per la vendita di contenuti fotografici - che offre al pubblico una riflessione sulla Natura e su cosa spinge ad acquistarne le immagini. L'artista dà vita a una scenografia, a un marchingegno volutamente rudimentale che muove immagini patinate, rappresentazioni della Natura estremamente reali, come un filo d'erba, ma allo stesso tempo artificiali perché presentate sotto forma di fotografia.

"come un limone lunare" è una opera-mostra affine alla ricerca di Francesco Simeti, che da anni alimenta un archivio di immagini tratte dalle fonti più disparate: dalle pagine di quotidiani agli erbari, dai taccuini rinascimentali all'iconografia rurale, dai manuali di agraria e botanica ai saggi di ornitologia e scienze naturali. Immagini che disegnano, nel loro insieme, un patrimonio visivo del paesaggio, negletto e ferito, dove le comparse e i gesti si ripetono in un'economia di relazioni che non abbiamo ancora compreso a fondo.

Ragionando sulla natura delle immagini, considerate come fossili del futuro, Simeti restituisce in questa nuova narrazione temi cari alla sua ricerca: la crisi ambientale, il dramma dei conflitti e i conseguenti spostamenti di persone, la compresenza di reale e artificiale, passato e futuro, fisico e digitale... ma "che cosa racconteranno queste immagini di noi?". La mostra è accompagnata a un programma pubblico di conferenze e approfondimenti tematici a cura di EN laboratorio collettivo, associazione culturale fondata nel 2017 a Piacenza.

Francesco Simeti è conosciuto per le sue installazioni site-specific che presentano scene esteticamente affascinanti che ad uno sguardo più attento rivelano contesti più complessi. Simeti si appropria di immagini tratte da quotidiani e riviste sollevando domande sulla vera natura e il ruolo che questo immaginario ha nella società contemporanea. L'arte pubblica ha un ruolo fondamentale nella sua pratica artistica. Negli Stati Uniti ha lavorato a progetti commissionati da Percent for Art e Public Art for Public Schools a New York, il Multnomah county in Oregon e ha realizzato installazioni permanenti per le stazioni della metropolitana a Brooklyn e Chicago. Dal 2010 collabora con Maharam a New York. (Estratto da comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Plessi
Emozioni Digitali


21 settembre (inaugurazione) - 18 novembre 2022
Tornabuoni Arte - Firenze

L'esposizione raccoglie oltre trenta lavori dai progetti dagli anni Settanta agli anni Novanta, fino alla produzione video più recente di Fabrizio Plessi, considerato un pioniere, tra i primi sperimentatori della materia digitale in Italia, tanto da essere definito "l'aborigeno del digitale". Un artista che ha saputo coniugare natura e artificio, arte e tecnologia, dando vita a creazioni poetiche di grande impatto evocativo, dove ricorrono costantemente gli elementi primordiali quali l'acqua, il fuoco, i fulmini, la terra, in un flusso inarrestabile di immagini. Fabrizio Plessi (Reggio Emilia, 1940) ha partecipato ad importanti rassegne come Documenta di Kassel, e a quattordici edizioni della Biennale d'Arte di Venezia. Al Passo del Brennero nel 2013 è stato inaugurato il Plessi Museum, progettato dall'artista come un'opera di architettura, scultura e design.

"Mi confronto con delle vie nuove ogni volta, e questa via del digitale, che ai miei tempi chiamavamo elettronica, è sempre stata per me un modo di dare vita alla materia" racconta Plessi a Serena Tabacchi, direttrice e co-fondatrice del MoCDA, Museo d'Arte Contemporanea Digital Art, Londra, nell'intervista pubblicata nel catalogo, realizzato appositamente per questa occasione. "Mentre tutti dipingevano o facevano sculture, io pensavo a come il canale televisivo si potesse plasmare, grazie ai suoi pixel e alla sua immateriale consistenza."

Al piano superiore della galleria saranno esposti alcuni progetti su carta degli anni Settanta, con disegni e immagini ricchi di annotazioni, che testimoniano quanto il suo lavoro si sia sempre basato su una metodologia e uno studio rigorosi, attenti alla tradizione del disegno manuale. "Ogni opera e` frutto di un lungo lavoro - spiega la storica dell'arte Sonia Zampini nel testo Natura Manifesta, sempre in catalogo - che si basa su disegni preparatori a cui Plessi dedica particolare attenzione. Studi di annotazioni grafiche e cromatiche, creano una fitta selva di osservazioni strutturate e concrete a cui affidare lo sviluppo della successiva opera, intesa come visione tangibile del progetto iniziale. I video riprenderanno successivamente questa ideale struttura a foglio o composizione a piu` fogli che, con misure aumentate, si definiranno come delle finestre ideali in grado di mostrare una condizione che si pone oltre la fisicità che la contiene, una sorta di filtro tra due ipotetici mondi e visioni."

Insieme ai progetti, sempre in questa sezione, troviamo alcune opere della serie Cariatidi, dei primi anni 2000, alcune su carta, altre invece sculture, dove la fisicità degli oggetti e dei materiali (paglia, anfore, sassi) si combina in modo armonico con le immagini digitali. Al piano inferiore, la mostra prosegue con i lavori video più recenti, divisi per temi, in una sequenza che restituisce agli spettatori l'essenza degli elementi ritratti: dalla fluidità e la forza dell'acqua che scorre e travalica i perimetri tangibili dell'opera, al bagliore dei lampi che illuminano brevemente il buio della notte, all'incandescenza del fuoco che si manifesta anche nella striscia segnata dal passaggio della lava.

A queste installazioni, connotate di un carattere di "meraviglia", si aggiungono anche quelle regali delle "Cascate d'oro", visioni che recuperano la preziosità dell'arte antica, così come la serie "Mosaico", dove la tradizione artistica della tecnica a tasselli dorati acquista una resa visiva estremamente contemporanea. Plessi usa la tecnologia come materia da plasmare, così come uno scultore farebbe con il marmo. Non si ferma alla mera riproduzione dell'immagine o documentazione della realtà ma, come sottolineava Achille Bonito Oliva, "gioca con tematiche complesse come il rispecchiamento ed il doppio, il narciso e la memoria, con la produzione di immagini sofisticate capaci di evocare per il loro virtuosismo la "sprezzatura" manierista."

Tornabuoni Arte presenta, inoltre, una sezione dedicata agli NFTs, una collezione che l'artista ha creato negli ultimi anni, i cui soggetti rimangono quelli della Natura, e che completa la sua produzione artistica. Plessi che, come già sottolineato, è uno sperimentatore, non si sottrae al fascino dall'evoluzione che l'unicità del digitale e l'utilizzo della tecnologia blockchain comportano, attualizzando ulteriormente il suo linguaggio. Nel catalogo, a cura di Tornabuoni Arte, che accompagna l'esposizione, oltre ai testi di Serena Tabacchi e Sonia Zampini saranno ripubblicati L'arte di Fabrizio Plessi, di Achille Bonito Oliva, tratto dalla mostra Plessi Videocruz al Museo Espanol de Arte Contemporaneo, Madrid, 1990, e The Art of Fabrizio Plessi di John G. Hanhardt, scritto per la mostra Fabrizio Plessi, Guggenheim Museum Soho, New York, 1998. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Alessio Franconi
"Si combatteva qui! 1914-1918"
Sulle orme della Grande Guerra


30 luglio - 30 ottobre 2022
Museo di Palazzo Besta - Teglio (Sondrio)

Mostra fotografica, patrocinata dalla Commissione Europea ed esposta sia in Italia che in Europa, che ripercorre attraverso splendide immagini i sentieri della Grande Guerra, per non perdere la memoria di chi partì per non tornare. Una selezione di scatti relativi al fronte italo-austroungarico delle Alpi, per ricordare le sofferenze di chi ebbe a combattere quella Guerra e di non dimenticare il costo del sacrificio umano. La mostra guida il visitatore verso una più profonda comprensione del valore della pace e dell'Unione Europea che da oltre 70 anni previene il crearsi di nuovi conflitti armati entro i propri confini.

Una mostra che spiega la Grande Guerra illustrando i luoghi dei combattimenti. Una guerra corpo a corpo, con continui assalti in trincee inespugnabili, episodi tragici, orrori, drammi e disumanità. Per Alessio Franconi, autore del reportage fotografico, "È stato un insegnamento di vita, un percorso introspettivo verso una maggior comprensione del mondo contemporaneo; osservare dal vivo i luoghi della Grande Guerra è un'esperienza faticosa e dolorosa dal momento in cui ancora si possono vedere le ossa sparse sui campi di battaglia". Campi che l'autore ha ritratto in bianco e nero, a cento anni dalla fine delle ostilità.

Il progetto di Alessio Franconi è il risultato di un lungo lavoro durato oltre cinque anni. L'autore si è recato lungo tutto l'arco alpino passando dalla Slovenia, dall'Italia e dall'Austria lungo quello che fu il fronte italo-austroungarico della Prima Guerra Mondiale, raggiungendo campi di battaglia a oltre 3000 metri di quota. Nel 2017, con una lunga e delicata missione fotografica, ha attraversato i Monti Carpazi, per ricordare il dimenticato fronte orientale raggiungendo l'Ungheria, l'Ucraina, la Polonia, la Slovacchia e la Repubblica Ceca.

"La mostra fotografica", anticipa Giuseppina Di Gangi, direttore di Palazzo Besta, "ricorda le imprese dei soldati che combatterono la Guerra Bianca anche sui massicci della Valtellina, dove le condizioni climatiche estreme, talvolta di ghiaccio perenne, hanno reso estremamente difficile la vita dei soldati al fronte, ma hanno anche favorito la conservazione di manufatti, postazioni, camminamenti. Sarà un'occasione stimolante per i visitatori del museo che, attraverso la documentazione fotografica di questi segni ancora oggi leggibili, potranno riscoprire le tracce indelebili che la storia ha lasciato sul territorio; un racconto fatto di testimonianze del passato che al tempo stesso ci ammonisce sul futuro".

Dalle esplorazioni fotografiche dell'autore sui fronti della Grande Guerra, il libro Si combatteva Qui! 1914-1918 Nei luoghi della Grande Guerra offre uno sguardo approfondito su cime innevate, pareti scoscese ed altipiani petrosi accompagnando il lettore attraverso gli scenari dove si è combattuta la Prima Guerra Mondiale, oggi avvolti nel silenzio di una natura maestosa. La novità storiografica e iconografica del volume consiste nel trattare anche, per la prima volta, il fronte orientale, lungo i Monti Carpazi, dove combatterono i soldati di origine italiana ma nati sotto l'Impero austroungarico.

Alessio Franconi è fotografo e scrittore oltre a esercitare la professione forense. È autore di Si combatteva Qui! un reportage fotografico esposto innumerevoli volte in Italia e in altri Stati europei che, per il suo impatto, è patrocinato dalla Commissione Europea e da numerosi enti. L'autore ha pubblicato Si combatteva qui! Nei luoghi della Grande Guerra (2017) e Alpi, teatro di battaglie! 1940-1945 (2020) con Hoepli e Slovenia (2017), Tallinn (2018) ed Estonia (2019) con Morellini Editore. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Venezia nelle fotografie di Massimo Listri
20 luglio - 20 ottobre 2022
Museo Correr - Venezia
www.correr.visitmuve.it

Gli scatti di Massimo Listri offrono uno sguardo unitario e coerente sulla monumentalità architettonica degli spazi museali civici veneziani di oggi, sulla bellezza dei suoi saloni, alcuni dei quali restaurati di recente, dei lunghi ariosi porteghi passanti, dei percorsi espositivi sempre capaci di continue sorprese. Listri rivela l'anima dei luoghi, la densità della luce e del colore che li pervade durante le diverse ore del giorno. Un occhio colto e sapiente, imbevuto di storia dell'arte, ma nello stesso tempo capace di fare una sintesi originalissima di quel proliferare talvolta anche eccessivo di decorazioni e architetture dei maestosi saloni. Uno sguardo eccentrico che vede ciò che altri non vedono, che trattiene il respiro prima di inquadrare l'obiettivo, che ferma l'istante perfetto di quell'aura misteriosa che abita le stanze dei Musei.

Nell'introduzione al catalogo del Direttore Gabrielli Belli si legge: "Massimo Listri, tra i più importanti fotografi italiani, è stato per la nostra Fondazione quest'occhio, generoso e imprevedibile anche nella modalità del suo operare, in un rapporto di grande semplicità con lo spazio: il suo segreto è racchiuso in gran parte nella luce naturale, che rifugge dalla complicità con gli artifici e le tecnologie troppo sofisticate, sebbene nella postproduzione la sua mano sapiente non disdegni delle messe a fuoco e dei tagli prospettici che appagano appieno il suo desiderio di creare con la fotografia "un'opera d'arte nell'opera d'arte".

Da questo suo straordinario occhio sono nate centinaia di immagini che finalmente ci restituiscono, grazie alla sua cifra inconfondibile, un'idea unitaria della molteplicità e della complessità disciplinare che caratterizzano le nostre collezioni e gli spazi espositivi, una restituzione di inedite viste capaci di stupire anche chi, come noi, ogni giorno si confronta con le sale del museo." (Comunicato stampa Studio ESSECI)




Giovanni Frangi
Urpflanze. Project room


29 luglio (inaugurazione) - 30 settembre 2022
Villa Cattolica - Museo Renato Guttuso - Bagheria (Palermo)
www.animaphix.com

Si inserisce nella sezione Arti visive di Animaphix - International Animated Film Festival, la mostra personale di Giovanni Frangi, a cura di Drago Artecontemporanea, presso la Sala dell'Edicola di Villa Cattolica - Museo Renato Guttuso, che aprirà ufficialmente l'8a edizione della manifestazione dedicata al cinema d'animazione autoriale.

Pensata come una project room, la mostra ripropone un interesse antico di Frangi, quello del paesaggio e della natura, tema che l'artista indaga sin dagli esordi e con il quale nel 1999 prese parte alla Biennale di Venezia, realizzando il sipario per la piece teatrale Zio Vanja di Anton Checov, con la regia di Federico Tiezzi, in cui già si evocavano quelle atmosfere boschive che poi sarebbero diventate il punto fisso di tutta la sua produzione.

Il nucleo centrale delle opere esposte e composto da tele in pittura ad olio di grande formato (cm 195x146), tra cui Ansedonia (2018), e opere di formato medio (cm 98x130) come Urpflanze Tambac (2022) e Urpflanze Makana III (2022), al limite tra il figurativo e l'astratto; a cui si aggiungono lavori su carta (cm 60x50), realizzati con pastelli a olio, matita e anilina, quali Urpflanze Balma I (2022), Urpflanze Balma II (2022) e Urpflanze Colma II (2022). Sin dal titolo della mostra ("Urpflanze" in tedesco significa "pianta primordiale") si menziona il concetto di pianta originaria elaborato due secoli fa da Goethe: la dove lo scrittore tedesco cercava l'elemento primordiale, la struttura da cui ha origine la varietà del mondo, l'artista cerca pochi elementi, infinitamente duplicabili, da cui scaturiscono le mille possibilità espressive della pittura.

"L'esplicito riferimento a Goethe e ai suoi studi botanici - come suggerisce lo scrittore Maurizio Padovano nel suo testo dedicato alla mostra - mostrano che siamo ben al di la di qualsiasi discorso paesaggistico". E continua: "Che luoghi sono quelli della pittura di Frangi? Sono luoghi in cui, nonostante l'assenza della parola, si scommette sulla permanenza del logos. Luoghi che raccontano dell'unica resistenza possibile: quella del ritorno a una visione della natura come Tempo sostenibile in cui ciò che ci appare fuggitivo, nella brevità risibile delle nostre esistenze, invece in qualche modo permane e dura".

Giovanni Frangi (Milano, 1959) studia all'Accademia di Belle Arti di Brera, esordisce nel 1983 alla galleria "La Bussola" di Torino. Del 1986 l'esposizione alla Galleria Bergamini di Milano: il catalogo contiene un testo di Achille Bonito Oliva. Seguono numerose personali tra cui si ricordano: La fuga di Renzo, nella Sala del Cenacolo a Montecitorio (Roma, 1998) dove inizia la collaborazione con Giovanni Agosti; Il richiamo della foresta al Palazzo delle Stelline (Milano, 1999); Nobu at Elba a Villa Panza (Varese, 2004); Pasadena, nel 2008 alla Galleria d'Arte Moderna di Udine; MT2425 all'Oratorio di San Lupo (Bergamo, 2008); La règle du jeu al Teatro India (Roma, 2010); Giardini pubblici al MART (Rovereto, 2010).

Nel 2011 Straziante, meravigliosa bellezza del creato a Villa Manin (Passariano di Codroipo) e nel 2013 Sheherazade al Museo Nazionale di San Matteo, a Pisa. Nel 2014 realizza uno stendardo per il MAXXI di Roma: Mollate le vele, poi Alles ist Blatt all'Orto Botanico dell'Universita di Padova e Lotteria Farnese nella Sala della Meridiana del Museo Archeologico di Napoli. Nel 2016 espone Settembre a Roma a Palazzo Poli e Usodimare al Camec di La spezia. Nel 2017 e la volta di Pret a porter a Palazzo Fabroni di Pistoia in occasione dell'inaugurazione dell'anno della Capitale della Cultura. Nel 2019 e a Tremezzo con Urpflanze e nel 2020 espone a Lecco a Palazzo delle Paure. Alcune sue opere si trovano in collezioni pubbliche. (Comunicato stampa)




I Maestri del Novecento: da Guttuso a Vedova
Opere dalla collezione Alberto Della Ragione


29 luglio 2022 - 08 gennaio 2023
Antiquarium di Centuripe (Enna - Sicilia)
www.centuripecittaimperiale.com

Il progetto espositivo - a cura di Sergio Risaliti, Direttore del Museo Novecento - nasce dalla collaborazione tra il Comune di Centuripe e il Museo Novecento di Firenze, con l'intento di rendere fruibile una selezione di capolavori esposti per la prima volta in Sicilia e provenienti da una delle più importanti raccolte dedicate all'arte italiana del Novecento: la Collezione Alberto Della Ragione.

La raccolta, composta da oltre duecento opere, fu donata dall'ingegnere Alberto Della Ragione al Comune di Firenze nel 1970, all'indomani dell'alluvione che colpì la città nel 1966. Con il suo gesto, alimentato da un profondo senso civico, Della Ragione rispose all'appello lanciato dallo storico dell'arte Carlo Ludovico Ragghianti, la cui volontà era quella di istituire un Museo Internazionale di Arte Contemporanea, come risarcimento simbolico ai danni subiti dal patrimonio storico-artistico fiorentino.

"Dal 2018 il Museo Novecento si occupa della valorizzazione della Collezione Alberto Della Ragione, con progetti 'esportati' fuori dalla città metropolitana di Firenze" dichiara Sergio Risaliti, Direttore del Museo Novecento di Firenze. "Un cospicuo numero di opere provenienti dalla raccolta dell'ingegnere-collezionista è stato presentato a Salò, in occasione della mostra 'Italianissima', per poi approdare a Livorno, in una mostra che ha visto confrontate due collezioni: quella pubblica di Della Ragione e quella privata dell'avvocato Iannaccone. Superato l'ostacolo della pandemia, le opere della collezione civica sono tornate a viaggiare, e questa volta arrivano a Centuripe, quasi a coprire un raggio d'azione che ha tracciato una linea di continuità nella penisola.

In questa occasione abbiamo concentrato l'attenzione sul carattere umanistico di molti dipinti realizzati dagli artisti della prima metà del Novecento italiano, dove emerge la passione per le vicende dell'uomo, l'ambiente quotidiano, la natura e i drammi storici attraversati all'epoca in cui queste opere furono realizzate. Una sottile vena esistenzialista che sembra aver animato Alberto Della Ragione, deciso difensore della libertà artistica e della funzione antagonista dell'Avanguardia. La presenza di Guttuso è un omaggio voluto alla Sicilia che ha dato i natali a uno dei più grandi cantori della realtà umana nella pittura del Novecento. Siamo felici di questa collaborazione con il Comune di Centuripe e con il Sindaco Salvatore La Spina, da sempre amante dell'arte".

Ripercorrendo la volontà di Alberto Della Ragione, il lascito supera i confini cittadini e regionali per arrivare in Sicilia, a Centuripe, città ricca di storia e custode di importanti tesori artistici e archeologici. Con una selezione di opere che spazia da Renato Guttuso a Emilio Vedova, da Mario Mafai a Filippo de Pisis, il pubblico potrà ammirare circa quaranta capolavori del coraggioso mecenate che sin dagli anni Venti si dedicò all'arte, quando ancora diffidente nei confronti della produzione del suo tempo, acquistò le prime opere ottocentesche.

Il suo amore per i contemporanei fu suggellato da una visita alla prima Quadriennale romana, nel 1931, che provocò in lui un deciso rifiuto dell'arte dei secoli precedenti. Il collezionista rispose così all'istanza etica di "non passare ad occhi chiusi tra l'arte del proprio tempo, ma di dare all'opera dell'artista vivente il legittimo conforto di una tempestiva comprensione", da subito motivata da ideali antifascisti e da una reazione alla politica culturale del Regime.

La grande qualità e la varietà delle opere incluse nella raccolta, che valsero a Della Ragione il primo premio alla Mostra delle Collezioni d'arte contemporanea di Cortina d'Ampezzo del 1941, è evidente nel dialogo che si instaura tra capolavori di correnti e movimenti diversi: da Valori Plastici al Novecento Italiano, dal Secondo Futurismo al Realismo magico. Grande risalto assumono inoltre le opere dei maestri della Scuola romana e di Corrente, con cui Della Ragione instaurò non solo rapporti di tipo professionale, ma anche dei veri e propri legami di amicizia. È il caso di Renato Birolli e Renato Guttuso, il quale, a proposito del collezionista, dichiarò: "seppe darci ciò di cui avevamo bisogno: la fiducia, l'amicizia, viveva con noi della stessa passione, si bruciava della stessa fiamma".

Della Ragione iniziò così ad offrire il proprio supporto ad artisti giovani, spesso trascurati dal mercato e dalla critica ufficiale. Da allora la sua collezione d'arte contemporanea, che già negli anni Quaranta era una delle più grandi esistenti in Italia, crebbe progressivamente. La raccolta rivela come il gusto dell'ingegnere-collezionista fosse comunque orientato, nella scelta di artisti e opere, verso i generi più tradizionali (tra cui la natura morta, il ritratto, il paesaggio, il nudo femminile), che assicurarono un quadro di riferimento, anche inconscio, alle sue scelte talvolta spregiudicate. Pur essendo deciso a rinnovare la propria visione dell'arte, Della Ragione non rinnegò mai totalmente la figurazione.

Nelle oltre duecento opere della raccolta emergono temi cari alla storia dell'arte moderna, ai quali pittori e scultori aderivano offrendo provocatorie soluzioni figurative senza mai travalicare i confini visivi collaudati nelle epoche precedenti. La mostra è stata resa possibile grazie al patrocinio oneroso dell'Assessorato Sport Turismo e Spettacolo della Regione Sicilia ed al supporto economico di Med Service, Manusia Restauri, LuxEsco e Verzì Caffè. (Estratto da comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Opera di Alice Ronchi nella mostra Sole Alice Ronchi
Sole


inaugurazione 27 luglio 2022 (ore 19.00)
Masseria Canali - Casarano (Lecce)
www.nicolettarusconi.com

Per il secondo anno consecutivo, Masseria Canali a Casarano, dimora privata del collezionista milanese Davide Meretti, apre i suoi spazi a I.D.E.A. Salento, residenza satellite di Cascina I.D.E.A., il progetto ideato dalla collezionista e mecenate Nicoletta Rusconi. La mostra sarà visitabile nei mesi di settembre e ottobre (su appuntamento, scrivendo a info@masseriacanali.com)

Protagonista della nuova edizione del progetto concepito in stretto dialogo con il contesto e i materiali della tradizione locale, attraverso l'esposizione di opere, in parte concepite ad hoc, è Alice Ronchi (1989). Tra le artiste italiane più raffinate e attente a una progettualità che transita dalla scultura, alla pittura, all'installazione, Ronchi rimodula esperienze che provengono dalle avanguardie storiche, in una chiave molto autonoma in grado di generare suggestioni intimiste e forme astratto-concrete e finanche minimaliste.

In mostra, a cura di Lorenzo Madaro, un nucleo selezionato di opere della produzione più recente, in parte realizzate dopo un periodo di residenza in Salento, a stretto contatto con i luoghi e le geografie, ma anche con le antiche tessiture, dove ha individuato i supporti per due inediti dipinti astratti in mostra. Il concept alla base della programmazione di Masseria Canali attraverso I.D.E.A. Salento, infatti, è proprio l'esposizione di opere legate al luogo o comunque alla filosofia di questa architettura che è anzitutto luogo di progettualità, visioni, rispetto delle forme naturali o del contesto antropologico, paesaggistico e urbanistico del Salento.

A metà strada tra il ludico e il minimale, il lavoro di Alice Ronchi è una sintesi tra il rigore della forma e l'apparente immediatezza dei suoi segni e della sua scrittura, come si evince dalla prima opera installata site-specific all'ingresso della masseria: "Sole", una scultura a parete che evidenzia il genius loci, ma anche un richiamo alla semplicità e all'intensità di un immaginario legato alla natura e alle sue declinazioni più recondite. Con l'uso di differenti media, Alice Ronchi con questa mostra investiga forme primigenie con uno sguardo denso di stupore, restituendoci una sua magica visione insieme rigorosa e trasognante. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Locandina della mostra Capsula del tempo con opere di Tommaso Cascella e Sandro Scarmiglia Capsula del tempo
Tommaso Cascella - Sandro Scarmiglia


16 luglio (inaugurazione) - 23 ottobre 2022
Giardino del Sacro Bosco di Bomarzo (Viterbo)

È il 1552 quando Vicino Orsini inventa il suo Sacro Bosco 'Sol per sfogare il core' dando inizio alla costruzione di uno dei luoghi più enigmatici del Rinascimento. Siamo in un periodo dove era appena stato scoperto il Nuovo Mondo e iniziavano i grandi viaggi con la conoscenza di nuove culture e di cibi, era l'epoca moderna. In Europa la Chiesa era divisa dalla riforma protestante e la Controriforma e le guerre di potere confondevano il sacro con il profano. Roma, Venezia, Napoli e Firenze erano i centri di convergenza della cultura, nascono le Accademie e si rafforzano grandi famiglie come i Farnese e i Medici, con i quali gli Orsini incrociano la propria dinastia.

In questo contesto, nel piccolo feudo di Bomarzo, Vicino Orsini crea un giardino surreale, straordinario e disorientante, un labirinto ermeneutico. In epoca contemporanea Salvador Dalì per primo, poi Marcel Duchamp, André Breton, Willem de Kooning, Niki de Saint Phalle e molti altri personaggi dell'arte e della cultura visitano e rimangono affascinati dal mondo di Vicino, che dagli anni '50 del secolo scorso è divenuto di proprietà e poi recuperato dalla famiglia Bettini. Come una "Capsula del tempo" è l'opera di Vicino Orsini perché improvvisamente ce la ritroviamo così contemporanea e, allo stesso momento, carica del suo tempo.

Uno spaesamento che Tommaso Cascella e Sandro Scarmiglia, con le loro sculture, ripropongo attraversando un ponte temporale che si riconnette direttamente a questo luogo, creando un nuovo mistero in un confronto e dialogo e, con cortocircuito temporale, fanno proprio il messaggio cifrato lasciato dall'Orsini. Cascella e Scarmiglia, per le loro forme arcaiche, usano il ferro e il cemento come a datare il nostro tempo tecnologico e precario. In una conversazione a due, anzi a tre considerando Vicino, riprendono il fantastico e l'alchemico del Parco inglobando tutto in un gioco di forma e luce intenso e fluido, in assoluta relazione e armonia con lo spazio. Mostra a cura di Serena Achilli. (Comunicato stampa)




Marisa Zattini
"Botanica celeste ~ Nel segno di Federico da Montefeltro"


02 luglio - 20 novembre 2022
Rocca di San Leo - Rimini
www.ilvicolo.com

In occasione del 600° Anniversario della nascita del Duca, una raccolta dei lavori recenti più significativi di Marisa Zattini. L'esposizione rende omaggio al mondo alchemico non estraneo alla corte di Urbino, frequentata da molti intellettuali e studiosi appassionati di cultura ermetica, neoplatonismo e misticismo. In questo percorso, Marisa Zattini fa muovere il fruitore tra alambicchi e oggetti alchemici in un'ottica di valorizzazione del contesto e del complesso architettonico, denso di memoria storica.

«Antico e contemporaneo moltiplicano la loro forza di suggestione emozionale nell'incontro e nel contrasto capace di modificarne l'energia - scrive Pierluigi Sacchini nel suo testo in catalogo - Perché grande energia cosmica e alchemica è racchiusa nelle opere dell'artista che ben si coniugano con quella della Rocca di San Leo, con le sue memorie. E se la nostra linfa vitale si nutre di reminescenze dobbiamo proseguire nel "respirare il mondo", tra antico e contemporaneo. Perché tornare a godere di questi straordinari complessi architettonici contaminati dall'arte ci porta ad una pausa, per assaporarli oltre i ritmi convulsi della nostra contemporaneità».

«L'artista percorre da tempo, con genio e applicazione, con passione e abbandono questo cammino - sottolinea il curatore Fabrizio Parrini - regalandoci scoperte, opere ardenti che sono diventate occasioni di risveglio e di profonde immersioni nel nostro mare privato, opportunità di trasformazione continua, di raggiungimento dell'essenziale, di svolte impreviste, sorprendenti. Sono soglie le opere di Marisa Zattini, respiri, filamenti, luce costretta, neve che non si scioglie mai». Nelle opere selezionate per questa mostra «il visibile e l'invisibile - spiega l'artista Marisa Zattini - si fanno una cosa sola [...] e tutto misteriosamente si unisce e si ri-collega: esteriore-interiore, morte-vita». (Comunicato stampa)

Marisa Zattini (Forlì, 1956) già artista e architetto, ha realizzato mostre personali in spazi pubblici, in Italia e all'estero (Svezia, Inghilterra, Germania e Grecia) a partire dal 1976 e pubblicato cataloghi monografici, con alcune sue poesie. Sul concetto di identità e sulle riflessioni filosofiche legate al tema del vuoto e del pieno ha realizzato una inedita e originale triplice partitura espositiva denominata Doppio Panico! - L'arte di vivere (2009), Metamorphosi (2011) e Autoritratto (2013) coinvolgendo 33 artisti del territorio, producendo originali lavori scultorei, ceramici e fotografici, esposti nella suggestiva sede dell'Oratorio di San Sebastiano, a Forlì. (...)

Nel 2020 "Alberi - The Aleph Beth of Nature" è stata ospitata nella Chiesa della Natività a Roma, nella Chiesa di Santa Cristina, a Cesena e, nel 2021 a Camaldoli, nella Cappella dello Spirito Santo, per la cura di p. Matteo Ferrari, curatore anche della personale "Hermetica" allestita, nell'estate 2021, nelle Sale dll'antica Farmacia di Camaldoli. "Alberi - The Aleph Beth of Nature" è stata itinerante a Perugia, nella Sala Baratta del Convento di San Francesco del Monte, a Monteripido. (Estratto da comunicato stampa)

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Federico da Montefeltro e Gubbio
20 giugno - 02 ottobre 2022
Palazzo Ducale, Palazzo dei Consoli, Museo Diocesano - Gubbio
Presentazione




Gabriele Rodriguez
Frattali


Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it/page/18

Una selezione dal progetto "Frattali". Tra le tante precisazioni e definizioni di Frattali quella che più mi intriga è quella che definisce i Frattali come punti che "rimangono" su un segmento dopo che da questo è stato tolto praticamente tutto. Il Frattale è quindi ciò che rimane, ciò che esiste malgrado tutto, insomma un "rimasuglio" tenace e cocciuto ma dignitoso nel suo intento di resistere. (...)

Un giorno ho osservato nel mio database queste fotografie rimaste inutilizzate, come dei Frattali che nei vari anni avevo messo da parte, giacenti, e in quel momento è maturata l'idea che mi accingo a proporre. Quello è stato il giorno del riscatto dei Frattali. Ho successivamente constatato, con una certa sorpresa, che mettendo assieme tutte queste immagini e ordinandole in una certa maniera, è emersa una sorta di "Storytelling", una narrazione che in qualche modo mi racconta, anche se questa circostanza è magari poco riconoscibile e prettamente personale che non interessa a nesùsuno.

Ad impreziosire il lavoro ho pensato a quanto sarebbe stato interessante coniugare queste immagini "digitali", costruite secondo i canoni della MobileArt (immagini create e rielaborate esclusivamente con lo Smartphone), con il mondo "analogico e materico" delle Polaroid, trasferendole su tali supporti. Una volta ottenuta la stampa ho provveduto a separare il positivo dal negativo. (...) Questo progetto nasce con l'intento di divulgare, per quanto possibile, l'importanza della sperimentazione in ambito fotografico, ovvero con la necessità di creare forme espressive sempre nuove e allo stesso tempo antiche, fuse in un "unicum" che caratterizza l'originalità di questo progetto, perché, se ci pensiamo bene, nel nostro piccolo siamo tutti dei Frattali, Unici e Irripetibili. (da Frattali, di Gabriele Rodriguez)




Locandina della mostra dedicata ai seicento anni dalla nascita di Federico da Montefeltro Federico da Montefeltro e Gubbio
"Lì è tucto el core nostro et tucta l'anima nostra"


20 giugno - 02 ottobre 2022
Palazzo Ducale, Palazzo dei Consoli, Museo Diocesano - Gubbio
www.mostrafedericogubbio.it

Tre luoghi emblematici di Gubbio, per oltre 260 opere esposte, rendono omaggio al duca Federico da Montefeltro, grande condottiero e uno dei principali mecenati del Rinascimento. Gubbio celebra così i 600 anni dalla nascita del duca avvenuta proprio in questa città il 7 giugno 1422 e dove fece costruire il suo secondo palazzo sul modello di quello di Urbino. Il titolo della mostra riporta le parole dello stesso duca Federico in una sua lettera del 1446 indirizzata al Gonfaloniere e ai Consoli di Gubbio, in cui esprime l'affetto e la massima intensità dei suoi sentimenti per la città umbra: «perché ve acertamo che lì è tucto el core nostro et tucta l'anima nostra».

La mostra ripercorre i momenti gloriosi vissuti dalla città di Federico e del figlio Guidubaldo, l'ultimo dei Montefeltro, in un arco temporale di un secolo di storia dalla nascita del duca nel 1422 alla morte di Guidubaldo nel 1508. Diventa occasione per rileggere la storia di Gubbio tra la fine del Trecento e gli inizi del Cinquecento. Il percorso espositivo dà spazio ad opere concesse in prestito da prestigiose istituzioni italiane e straniere nonché da collezionisti privati: manoscritti, dipinti, documenti, medaglie, monete, armi, armature, sculture, arredi. Un prestito eccezionale viene dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, che conserva l'intera biblioteca di Federico e dei suoi successori: giungono infatti ben quindici splendidi manoscritti (tra essi solo due facsimili) che si possono ammirare distribuiti fra le tre sedi.

Il curatore Francesco Paolo Di Teodoro con Lucia Bertolini, Patrizia Castelli, Fulvio Cervini: «È con Federico da Montefeltro e con la costruzione del palazzo in "corte vecchia" che Gubbio diviene la seconda sede del ducato, una seconda capitale ricca di vestigia preromane e classiche. Un luogo dove Federico fa replicare lo studiolo - legando indissolubilmente il palazzo marchigiano e quello umbro - e dove la corte può trasferirsi e alloggiare godendo degli stessi privilegi e "comodità" di Urbino, ma lontano dalle ambasce politiche e militari. D'altro canto la città è un avamposto strategico, lungo la strada che unisce l'Adriatico al Tirreno, il baluardo occidentale del ducato e insieme luogo di diffusione della cultura "urbinate" in un entroterra crocevia di linguaggi artistici e letterari di differente ispirazione. Sono queste le ragioni forti e le motivazioni alla base della mostra di Gubbio in occasione del sesto centenario della nascita di Federico (1422-2022)».

Ogni sede della mostra ospita più sezioni che abbracciano nella totalità la figura celebre di Federico da Montefeltro. A Palazzo Ducale è raccontata la vita di corte, le vicende costruttive del palazzo e le arti a Gubbio nel periodo feltresco. Palazzo dei Consoli presenta una prima sezione dedicata al fare, guardare e pensare la guerra all'epoca di Federico da Montefeltro e un'altra alla cultura umanistica del duca. Al Museo Diocesano, infine, l'esposizione è dedicata alle scienze matematiche, astronomiche e astrologiche, particolarmente care alla corte e al duca. (Estratto da comunicato stampa Sara Stangoni Comunicazione)




Rä di Martino
Play It Again


18 giugno - 02 ottobre 2022
Forte Belvedere - Firenze

Le opere di Rä di Martino sono abitate dai personaggi della cultura pop che sembrano riemergere da angoli della nostra memoria che pensavamo sepolti. Si riaffacciano, in maniera quasi casuale, sotto forma di caricature di loro stressi in bilico tra il grottesco e il pietoso, dando vita a questa sorta di archeologia del ricordo della cultura di massa. Questi personaggi, quasi "eroi" della nostra infanzia vengono catapultati in ambientazioni atemporali o senza storia o ancora in contesti totalmente differenti, frutto di un ironico citazionismo cinematografico.

Entra così in gioco l'elemento disturbante, o meglio, destabilizzante, che dopo un'iniziale attrazione disorienta il fruitore. Le citazioni cinematografiche e hollywoodiane non si limitano alle scenografie o ambientazioni, ma si traducono anche nelle tecniche di ripresa o di illuminazione utilizzate. Hollywood è per l'artista una continua fonte di ispirazione, per la visione consumistica delle grandi produzioni cinematografiche che contagiano la società che ne fruisce, richiamando le idee della pop art di Andy Warhol.

Da sempre influenzata dal dispositivo filmico, l'arte di Rä di Martino sembra tradurre in una sorta di kitsch elementi più raffinati dedotti dall'ambiente cinematografico, come per esempio le colonne sonore d'autore, senza però mai scadere nel vero e proprio cattivo gusto, ma anzi mutandolo in qualcosa di ricercato e concettuale. È proprio la musica un altro punto fondamentale dell'arte di Rä di Martino, che riesce a disorientare l'osservatore. L'effetto straniante è uno dei tratti distintivi dell'opera dell'artista italiana, ottenuto anche con un utilizzo improprio e imperfetto degli effetti speciali. È un'arte che inganna e incanta quella di Rä di Martino, lasciandoci perdere nei meandri della nostra memoria frammentaria.

Come scrive Esther Coen: "Rä di Martino appartiene a una generazione successiva a quella delle prime sperimentazioni, dei primi raffronti con le nuove strutture tecnologiche, con la computer science o la biotecnologia. Rä esplora territori di ipotetiche galassie e pianeti lontani, di ombre umane ritagliate e puntellate sulla crosta lunare, di tribù reinventate in un avvenire nel quale forme ed espressioni dell'universo terrestre germogliano tra cromie digitali ammalianti e fosforescenti spostandosi all'interno di paesaggi esteticamente incantati. Una reinvenzione del mondo futuro che recupera i frammenti del passato, che dell'alieno ricerca la psiche vibrante dell'origine, in un dialogo moderno dai fondamenti platonici".

Nelle ampie e suggestive sale al piano basso del bastione vengono presentati quattro video, di cui tre sono stati scelti tra quelli realizzati dall'artista a partire dal 2014, mentre The Laughing Dice è stato realizzato negli ultimi mesi per essere presentato in questa sede. Il video presenta un'inquadratura fissa, in cui si alternano una serie di dadi tirati su uno sfondo grigio - all'interno di una stanza disegnata in 3D monocroma e vuota. I dadi presentano su ogni facciata il viso di un uomo (l'attore Lino Musella) e, ad ogni facciata, è assegnata un'emozione diversa: in una ride, in una piange, in una fissa accigliato.

Con il primo dado il rapporto si sviluppa interamente tra la faccia del dado e lo spettatore. L'attore guardando in camera stabilisce un contatto diretto con l'osservatore, in modo da farlo sentire intimamente coinvolto dalle emozioni rispecchiate nel volto e nelle espressioni dell'attore, sorta di alter ego. Al succedersi dei dadi, aumentano le facce in gioco e dunque si moltiplicano le emozioni che intervengono anche tra i dadi stessi. Si crea un gioco del destino che coinvolge la narrazione interna al video e la nostra esistenza, la nostra biografia.

Come in una palla di vetro riconosciamo le nostre emozioni e sentimenti in uno scambio riflessivo continuo e intrecciato tra le tante possibilità messe a disposizione dal gioco della vita, di cui noi siamo attori attivi e passivi ad un tempo. Il suono è semplice e ripetitivo, un tic toc sordo, che scandisce il tempo lentamente e ogni tanto un fischio lontano si unisce al lancio dei dadi e alle smorfie. Come piccoli cammei di ambra i dadi imprigionano volti che ridono, piangono, si disperano, si arrabbiano, vittime di un sortilegio o di un deus ex machina, un burattinaio che ha già scritto la sceneggiatura per noi.

Il secondo piano della Palazzina è occupato da una sola grande installazione, costruita attraverso una combinazione inedita composta da una serie di opere realizzate nel recente passato, che qui si strutturano in un nuovo paesaggio dando vita a una nuova narrazione. Lo spettatore si trova immerso in uno scenario di guerra totale, tra terra e cielo, tra realtà e finzione, dove carrarmati reali e costruiti con il legno transitano per le città del mondo o sembrano occupare lo spazio extraterrestre, in una sorta di performance infantile e un po' carnevalesca.

L'artista trasforma la guerra in un gioco, guarda agli eventi del mondo con ironia, trasformando uno scenario di paura e di angoscia, in una specie di messa in scena ludica e gioiosa. Pannelli bianchi, porta fondali e stativi, di quelli che si usano solitamente negli studi fotografici e cinematografici, creano uno spettrale, metafisico gioco di luci e riflessi creando un ambiente che in cui si confondono la realtà e il mondo virtuale. A terra una serie di palle di cannone e piccole sfere sembra depositare ai nostri piedi una costellazione, un universo che sembra coinvolto nel grande gioco della guerra, anzi nel conflitto qui presentato come categoria dello spirito e cosmologica.

Play It Again, come recita il titolo, è la messa in scena di conflitti reali e fantastici, perché tutto ciò che esiste - gli esseri umani gli dei o il cosmo - esiste attraverso conflitti e contrasti, guerre e scontri tra opposti, una disputa continua di elementi e concetti che appare allo stesso tempo bilanciata, armoniosa e persino bellissima. Come scrive Eraclito, infatti: "Ciò che contrasta concorre e da elementi che discordano si ha la più bella armonia". (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Corrado Cagli
Artista Copernicano


17 giugno - 20 ottobre 2022
Museo Novecento - Firenze
www.museonovecento.it

Mostra a cura di Eva Francioli, Francesca Neri e Stefania Rispoli. Con questo nuovo progetto espositivo, il Museo Novecento prosegue la sua attività di valorizzazione degli artisti presenti nelle collezioni civiche fiorentine. Un progetto scientifico avviato nel 2018 con la mostra dedicata a Emilio Vedova e proseguito con monografiche dedicate, tra gli altri, a Mirko Basaldella, Mario Mafai, Arturo Martini, di cui un cospicuo numero di opere è presente all'interno della collezione permanente.

La mostra rende omaggio all'audace e continua sperimentazione artistico-teorica di Corrado Cagli (Ancona 1910 - Roma 1976), uno degli artisti più interessanti del Novecento italiano, a cavallo tra la prima e la seconda a metà del secolo. Pittore e disegnatore ma anche scenografo, scultore e creatore di arazzi, Cagli è presente nella collezione del Museo Novecento con una serie di dipinti, alcune sculture e numerose grafiche, donati alla città di Firenze dall'artista e dai suoi eredi a qualche anno di distanza dall'alluvione del 1966, in risposta all'appello lanciato da Carlo Ludovico Ragghianti per sostenere la nascita di un Museo Internazionale di Arte Contemporanea che risarcisse la città della ferita inferta da quel tragico avvenimento.

Il percorso di mostra presenta una selezione di opere che ripercorrono in senso cronologico alcuni snodi importanti della parabola creativa di Corrado Cagli, a partire dalla selezione di opere degli anni Trenta quando, parallelamente alle prove di pittura murale, Cagli rielaborò la lezione della Scuola romana e sperimentò le tecniche tradizionali del mosaico e dell'encausto.

Seguono le opere della maturità, successive al suo esilio in Francia e poi negli Stati Uniti, dove a soli 28 anni fu costretto a trasferirsi a causa delle sue origini ebraiche e dell'inasprirsi delle politiche del Regime fascista. Questi lavori risentono dell'interesse verso le ricerche internazionali ed evidenziano come ancora negli anni Cinquanta e Sessanta l'artista non rinunciasse a perseguire una personale ricerca sulla tecnica oltre che sullo stile, tra astrazione e figurazione. Si prosegue quindi con i dipinti su carta, i cartoni per arazzi e la produzione grafica a cui l'artista si dedicò soprattutto sul finire della sua attività.

Cagli interpretava l'arte come una ricerca continua, come rivela la sua poliedrica attività, difficile da categorizzare e spesso oggetto di critiche e fraintendimenti, soprattutto negli anni del secondo dopoguerra, profondamente segnati da battaglie di carattere ideologico. Il titolo della mostra intende evidenziare proprio l'estrema versatilità dell'artista, richiamando una definizione coniata da Carlo Ludovico Ragghianti in occasione della grande antologica tenuta nel 1972 a Firenze in Palazzo Strozzi. Il critico definì infatti Cagli 'artista copernicano', volendo sottolineare l'impeto visionario e rivoluzionario che animò la sua produzione artistica e teorica.

Tra gli Artisti più importanti del '900 italiano, Cagli si forma a Roma dove, trasferitosi con la famiglia nel 1915, frequenta l'Accademia di Belle Arti. Sin da giovane coltiva uno spiccato interesse per la decorazione murale ad affresco realizzando alcuni cicli con tematiche legate al lavoro. Dal 1929 intraprende anche l'attività di ceramista nella fabbrica Reggiani a Umbertide, accostandosi al linearismo déco e alle soluzioni futuriste di Gerardo Dottori.

Tornato alla pittura, nel 1932 tiene la sua prima personale alla Galleria di Roma, dove nello stesso anno espone insieme a Giuseppe Capogrossi ed Emanuele Cavalli, con i quali stabilirà un forte legame, dando vita al Gruppo dei nuovi pittori romani e rielaborando la lezione della Scuola romana di via Cavour. Per gli ambienti della Triennale milanese del 1933 esegue la grande pittura murale Preludi della guerra, sostenendo la sua adesione alla pittura su larga scala nell'articolo-manifesto Muri ai pittori, in cui alla funzione sociale dell'arte monumentale affianca il valore del primordiale, in opposizione al classicheggiante formalismo novecentista.

Su questo registro, realizza grandi pannelli murali per la II Quadriennale di Roma (1935) e, ancora per la Triennale milanese del 1936, la Battaglia di Solferino e San Martino, con richiami alla pittura del Quattrocento italiano; l'anno successivo è a Parigi per decorare il vestibolo dell'Esposizione internazionale con paesaggi monumentali di Roma e figure celebri della storia e cultura italiana. Alla grande produzione affianca una pittura da cavalletto con temi intimistici e figure immerse in paesaggi come I neofiti, partecipando alle rassegne espositive italiane più rilevanti. In seguito alle persecuzioni razziali, trova rifugio nel 1938 a Parigi e subito dopo a New York, dove continua la sua attività pittorica e, divenuto cittadino americano, si arruola volontario nell'esercito prendendo parte alle attività militari in Europa, da cui nasceranno i Disegni di guerra.

Tornato in America, dove rimane fino al trasferimento a Roma nel 1948, si interessa alle diverse esperienze postcubiste ed espressioniste, impostando il proprio lavoro su un doppio registro, astratto e figurativo, in una ricerca su nuovi linguaggi che lo porterà a sperimentare continuamente. Insieme all'attività di decoratore, dagli anni Cinquanta si dedica alla scenografia e alla scultura di assemblaggio, per poi realizzare negli anni Sessanta cicli improntati a suggestioni dell'informale o materici come le Carte. Del 1970-73 è l'opera monumentale realizzata in Germania a Gottinga per ricordare la sinagoga distrutta dai nazisti, a cui si affianca, negli ultimi anni della sua attività, un ritorno alla figurazione, soprattutto nella grafica. (Estratto da comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Disegnare l'ebraico. Interpretazione artistica dell'Alef Bet
10 giugno 2022 - 05 febbraio 2023
MEIS Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - Ferrara

Mostra ospitata che costituisce il culmine del progetto per la promozione della conoscenza dell'ebraico. Il Museo espone nel padiglione d'accesso del suo edificio, nel suggestivo Giardino delle Domande, le 27 illustrazioni firmate da 16 studenti e due docenti dello IED Istituto Europeo di Design di Roma, che accoglieranno i visitatori con rielaborazioni originali delle lettere dell'alfabeto ebraico. Ogni lettera è accompagnata da un testo di approfondimento dedicato ai significati nascosti e all'origine dell'ispirazione che ha portato alla realizzazione dei disegni.

Tanti i riferimenti culturali e i parallelismi che sono alla base dei lavori: dai personaggi dei Tarocchi alla Kabbalah, dai Re di Israele alle ultime invenzioni scientifiche. Le illustrazioni sono il frutto di workshop e incontri dedicati alle diverse sfaccettature della lingua ebraica, indirizzati agli studenti del secondo anno del corso di Illustrazione e Animazione dello IED.

«Abbiamo deciso di ospitare la mostra Disegnare l'ebraico - spiega il Direttore Amedeo Spagnoletto - per diverse ragioni. Vogliamo ricordare come l'ebraico sia sopravvissuto, nonostante la dispersione del popolo per due millenni, grazie alla tenacia di una diaspora che ha mantenuto intatto il rapporto con la lingua biblica, facendone uno dei pilastri della propria identità di generazione in generazione e custodendo l'alfabeto come un tesoro. Quest'anno ricorre inoltre il centenario della scomparsa del giornalista e filologo Eliezer Ben Yehuda, padre della rinascita della lingua ebraica tra fine Ottocento e inizio Novecento. Adottato da un Paese, Israele, l'ebraico è oggi parlato e scritto da milioni di persone. Un fenomeno culturale che ha dell'incredibile e ha pochissimi casi simili nella storia».

Conclude Max Giovagnoli, Coordinatore della Scuola di Arti Visive IED di Roma: «Collegare il contemporaneo segnico di un gruppo di giovani artisti alla tradizione millenaria del racconto e della cultura ebraica: è stata questa la sfida con la quale studenti e docenti si sono mossi insieme per settimane, aiutati da cultori e designer, in un viaggio che si è rivelato simile a una immersione in storie non scritte, fatti storici, miti e spazi creativi inesplorati. E come in qualsiasi progetto, o viaggio, si è passati da uno smarrimento iniziale alla individuazione progressiva di un percorso individuale, personalizzato su ogni lettera o segno, restituito nel suo sguardo complessivo dalla mostra qui rappresentata».

Esposto nel giardino del MEIS e come ulteriore collegamento con Israele c'è anche un tombino d'artista che racconta in maniera insolita le tante attrazioni della città Tel Aviv-Giaffa. Nel 2020 la compagnia israeliana Mei Avivim ha indetto un concorso rivolto ai designer per riprogettare le coperture dei tombini della città di Tel Aviv-Giaffa. Ad aggiudicarsi il primo premio è stata la giovane Anna Stylianou che ha inserito sul suo tombino alcuni dei simboli più emblematici della metropoli: le palme, le biciclette, l'iconica fontana di Dizengoff, la torre dell'orologio di Giaffa e molto altro.

Dopo l'esposizione al MEIS, il prototipo entrerà a far parte della collezione del Museo Internazionale delle Ghise di Ferrara ideato da Stefano Bottoni nel 2003. Con "Disegnare l'ebraico" il pubblico ha un motivo in più per visitare il MEIS, che fino al 3 luglio ospita "Oltre il ghetto. Dentro&Fuori", la mostra dedicata alla ricostruzione della presenza ebraica in Italia, focalizzata sul periodo che va dall'epoca dei ghetti (1516) alla Prima guerra mondiale e curata da Andreina Contessa, Simonetta Della Seta, Carlotta Ferrara degli Uberti e Sharon Reichel. (Estratto da ufficio stampa Lara Facco P&C)




Fotografia di Coney Island scattata da Maurizio Coppolecchia Maurizio Coppolecchia
2009 Luna Park dell'anima - Coney Island Brooklyn


02 luglio (inaugurazione) - 02 ottobre 2022
Palazzo del Broletto - Pavia
www.deangelispress.com

Nella sua vita di regista, produttore, viaggiatore e giornalista, Maurizio Coppolecchia, una cosa non ha mai smesso di fare, fotografare, realizzando diversi reportage in giro per il mondo. La mostra a cura di Giovanna Fiorenza e Roberto Mutti realizzata con il patrocinio dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Pavia, raccoglie 52 fotografie di vari formati e stampate su diversi supporti che raccontano uno dei luoghi più iconici di New York, lo storico Luna Park di Coney Island, a sud di Brooklyn, a poco meno di un'ora da Manhattan.

La lunga spiaggia sabbiosa che guarda l'Oceano Atlantico, il lungomare di legno, le giostre abbandonate e i chioschi dove mangiare l'hot dog sono il palcoscenico dove si sviluppa il racconto per immagini di Coppolecchia, scattate tutte a Coney Island nel 2009, ovvero nel momento di estrema decadenza del primo parco divertimenti a chiamarsi Luna Park, inaugurato nel 1903 e chiamato "Luna" in onore della sorella del proprietario, Luna Dundy. Tuttavia, la mostra prima di essere un reportage, è un viaggio nell'anima americana, un'immersione in quel mondo che ha contribuito a definire la cultura di massa, destrutturandone il linguaggio, generando la Pop Art.

La libertà dello stile narrativo delle fotografie di Coppolecchia entra nelle viscere di questo mondo, raccontando la vena malinconica che si ritrova nelle giostre ferme, nelle saracinesche abbassate, nelle insegne scolorite, nei ricordi abbandonati, nella dimensione onirica delle giostre che hanno smarrito il loro sogno, quando trionfavano i labirinti di specchi, la grande Wonder Wheel costruita nel 1920 e alta quasi cinquanta metri, le voci degli autoparlanti e dei bambini, i neon dai mille colori, le maschere dei pagliacci, i juke-box.

Tutto, nelle foto esposte a Pavia, evoca le sensazioni sospese di un Luna Park dismesso, di un microcosmo che, normalmente, in qualunque parte del mondo, è in grado di stregare con il suo fascino fuori dal tempo, luogo di spensieratezza dove lasciarsi il passato alle spalle senza pensare al futuro. Eppure, attraverso immagini lucide, rigorose e prive di retorica, sotto la lente di ingrandimento di Coppolecchia la nostalgia si fa più limpida e l'autore crea una vera e propria "Estetica dell'abbandono".

Scrive Roberto Mutti: "A questo punto ci si potrebbe aspettare il ricorso a un prevedibile bianconero, invece Maurizio Coppolecchia interpreta tutto con colori squillanti, si sofferma sui particolari che da comprimari trasforma in protagonisti e, complice di quella generazione che era stata stregata dalla nuova arte americana sbarcata nel 1964 alla Biennale di Venezia, propone una ricerca dalle dichiarate connotazioni Pop".

Il titolo della mostra non solo mette in evidenza ancora una volta la capacità dell'autore di entrare in empatia con ciò che intende imprimere sulla pellicola ma, sottolinea Giovanna Fiorenza, mostra come "Maurizio Coppolecchia, che ha lavorato per tanti anni nel mondo della pubblicità, conosce il valore della parola scritta e dell'immagine, e di quanto entrambe abbiano influenzato tutta la Pop Art. I close up estremi delle fotografie rendono i colori ancora piu` brillanti e saturi e ne fanno a tutti gli effetti dei lavori Pop".

La mostra, che presenta un immaginario sfaccettato legato ai ricordi di una "terra di confine" tra quotidianità e fiaba, vedrà il giorno dell'inaugurazione un reading di poesia con l'attore Ruggero Dondi e le improvvisazioni jazz del compositore e contrabbassista Attilio Zanchi che prende spunto dal libro del 1958 A Coney Island of the Mind di Lawrence Ferlinghetti, il poeta della Beat Generation scomparso lo scorso anno all'età di 101 anni. Tra le iniziative collaterali alla mostra, sabato 10 settembre alle ore 18 si terrà la conferenza "Pop Art tra fotografia e architettura" con la partecipazione di Francesca Alfano Miglietti, curatrice e storica dell'arte, Monica Mazzolani, architetta e docente, Roberto Mutti, giornalista e storico della fotografia, e Maurizio Coppolecchia.

Regista, produttore, fotografo, gemmologo, viaggiatore, giornalista, Maurizio Coppolecchia (Milano, 1955) e ha lavorato per lunghi anni in pubblicità e nel cinema. Il suo nome è legato alla produzione del film Il Divo di Paolo Sorrentino, premio speciale della giuria al Festival di Cannes 2008. Nell'ottobre 2006 fonda "Parco Film", casa di produzione pubblicitaria e cinematografica che annovera da subito figure di rilevanza internazionale come Sebastien Chantrel, Sebastian Grousset, Paolo Sorrentino, Alexander Paul e Pep Bosch.

Tra gli anni '80 e '90 svolge attività fotografica per importanti periodici italiani come Capital, Class, Gente Money e Panorama Mese, mentre negli anni successivi lavora nell'ambito della produzione pubblicitaria come executive producer. Tra le tante attività, ciò che Maurizio Coppolecchia non hai smesso di fare è fotografare, realizzando negli anni diversi reportage, come quello realizzato con una Polaroid SX70 in Mongolia nel 1987 e diventato trent'anni dopo una mostra e un libro dal titolo "The Immediate Gaze", realizzati insieme all'amico e artista Pietro Spica e presentati a gennaio 2022 presso lo Spazio d'Arte Scoglio di Quarto di Milano. Nel 2020 ha partecipato con due personali al "Milano Photo Festival" da Stamberga Concept Gallery e allo Spazio Kryptos, mentre nel 2021 alla mostra collettiva Esseri allo spazio milanese HOOA con un reportage sulle donne haitiane. (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press, Milano)

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Copertina del libro Atlante americano di Giuseppe Antonio Borgese Atlante americano
di Giuseppe Antonio Borgese, ed. Vallecchi

Parlare o scrivere dell'America, ovvero degli Stati Uniti, è motivo di opinioni opposte, a volte inconciliabili. Oggi come ieri sembra che nulla sia cambiato da quando all'inizio del Novecento la sua immagine - la mentalità, i costumi, la cultura - diventarono oggetto di valutazioni utilizzate con precise finalità propagandistiche, sia in senso positivo sia negativo.

Recensione libro




Arbeitkreis 1972/2022 - Esperienza Costruttiva Europea
09 giugno - 05 novembre 2022
Fondazione Marcello Morandini - Varese
www.fondazionemarcellomorandini.com | www.archivioalbertozilocchi.com | www.archiviopaologhilardi.com

La mostra collettiva curata da Marco Meneguzzo e patrocinata dal Comune di Varese, raccoglie opere storiche e contemporanee degli artisti del gruppo IAFKG - Internationaler Arbeitskreis fur Konstruktive Gestaltung (Centro Internazionale di Studi d'Arte Costruttiva), molto attivo dal 1972 al 1988 con mostre collettive e personali e l'organizzazione di sette simposi internazionali tenuti tra il 1976 (Simposio di Anversa) e il 1986 (Simposio di Kleinhassen - Fulda).

Morandini racconta che sono esposte oltre 40 opere di 20 artisti provenienti da 16 nazioni, tra esse, un Rilievo di Alberto Zilocchi (monocromo in acrilico bianco opaco con estroflessioni su telaio - anni '70) e una Linea(realizzata con l'utilizzo di algoritmi che ne determinano la rappresentazione sullo spazio - inchiostro su tela, anni '80) e due lavori della serie Quadrato nel quadrato di Paolo Ghilardi (acrilici su tela - anni '70).

Gli Archivi Zilocchi e Ghilardi di Milano hanno collaborato attivamente all' organizzazione di questo importante traguardo che accende un focus sull'Arbeitskreis, gruppo europeo con oltre un centinaio di artisti partecipanti ai suoi storici simposi e mostre collettive che oggi si riprende la scena internazionale con questa prima mostra temporanea organizzata dalla Fondazione Marcello Morandini di Varese, museo dedicato all'arte costruttiva/concreta. Gli Archivi rimarranno inoltre aperti su prenotazione per l'occasione nelle giornate di sabato e domenica per ospitare i collezionisti interessati e mostrare loro una selezione di ricercati e storici lavori catalogati a disposizione.

È in corso di pubblicazione un catalogo della mostra curato da Marco Meneguzzo che ripercorre la storia dell'Arbeitskreis con una scheda degli artisti presenti alla mostra. L'Archivio Alberto Zilocchi ha in approntamento anche un nuovo catalogo su Alberto Zilocchi che presenteremo nel corso della mostra. (Comunicato Maurizio de Palma - Curatore Archivio Alberto Zilocchi e Archivio Paolo Ghilardi - Milano)




Bandiera della Grecia Particolare della Statua della Dea Atena Bandiera della Sicilia Potrà restare per sempre ad Atene il Fregio del Partenone proveniente dalla Sicilia

Il governo della Regione Siciliana, con delibera di Giunta, ha dato il proprio consenso alla cosiddetta "sdemanializzazione" del bene, cioè l'atto tecnico che si rendeva necessario per la restituzione definitiva del frammento. Dallo scorso 10 gennaio, il frammento si trova già al Museo dell'Acropoli di Atene, dove nel corso di una cerimonia, a cui ha preso parte il Premier greco Kyriakos Mitsotakis, è stato ricongiunto al fregio originale.

In base all'accordo, a febbraio da Atene è arrivata a Palermo un'importante statua acefala della dea Atena, databile alla fine del V secolo a.C., che ha già riscosso notevole successo di visitatori e che resterà esposta al Museo Salinas per quattro anni; al termine di questo periodo, giungerà un'anfora geometrica della prima metà dell'VIII secolo a.C. che potrà essere ammirata per altri quattro anni nelle sale espositive del museo archeologico regionale. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

Presentazione




Kiki Smith
31 May 2022 - 27 July 2022
Galleria Lorcan O'Neill - Roma
www.lorcanoneill.com

Kiki Smith's new exhibition at the gallery, many years in the making, is inspired by the archaic cultures and rites of the Mediterranean. As well as paintings depicting the cosmos and the night sky, the show includes bronze sculptures - among the most complex of Smith's career - of animals, birds, sirens, and offerings to the gods. A number of these works were particularly influenced by the myths of the Greek islands, where Smith had a solo show at the Deste Foundation on Hydra in 2019. (Press release)




La stagione delle gru
Rotazione nella galleria giapponese


dal 7 giugno 2022
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

La gru è un uccello dalla forte valenza simbolica in Asia orientale e, per la sua bellezza e le sue movenze aggraziate, è considerato un generico emblema di buon augurio. Per la sua capacità di compiere lunghe migrazioni, che creano l'illusione di un perpetuo ritorno da luoghi lontani, in Cina le gru sono anche state associate agli immortali taoisti, per i quali, secondo l'iconografia tradizionale, costituiscono spesso il mezzo di trasporto prediletto. Queste messaggere delle divinità sono quindi, prima di tutto, una metafora di longevità. In occasione di una delle periodiche rotazioni a scopo conservativo che interessano la galleria giapponese, viene esposta la raffinata coppia di paraventi "Gru (tsuru)" del XVII secolo: quindici gru di varie specie sono raffigurate in un ambiente palustre, avvolto in una nebbia dorata.

Il baluginio e la luminosità dei paraventi, che quasi rischiarano la sala, sono dovute al prezioso sfondo in foglia d'oro (kinpaku), riportato al suo antico splendore grazie a un restauro finanziato nel 2011 dall'Associazione Amici della Fondazione Torino Musei. Lo stile naturalistico è caratterizzato dalla pienezza dei colori, da un'attenta ricerca di pose differenziate ed eleganti e dall'armonia dell'insieme. Nella stessa sala sarà collocata un'altra coppia di paraventi a sei ante risalenti al XVII secolo che raffigura una ricca composizione di crisantemi in fiore. Il soggetto è di origine cinese, richiama la stagione autunnale ed è simbolo della vita appartata del letterato lontano dagli incarichi ufficiali.

In Giappone conobbe un grandissimo successo, tanto da essere adottato anche come stemma dalla famiglia imperiale: una corolla di crisantemo dorata a 16 petali, che evoca lo splendore del sole. La rotazione conservativa prosegue al secondo piano della galleria giapponese con l'esposizione di otto kakemono, i delicati dipinti su rotolo verticale, e una selezione di lacche, tra cui emerge una scatola per la cerimonia del tè (chabako) con fondo rosso e fini tralci vegetali decorati con foglie e fiori in rilievo in ceramiche di vari colori, metalli dorati e madreperla. Lo stile evocato è chiamato "Haritsu", dal nome del poliedrico artista Ogawa Haritsu (1663-1747), apprezzato decoratore di lacche polimateriche, pittore e poeta di haiku. (Comunicato stampa)




Copertina del numero di giugno, luglio e agosto 2021 del mensile d'arte Archivio Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione

___Anno XXXIV
N.6 - Giugno/Luglio/Agosto 2022
N.5 - Maggio 2022
N.4 - Aprile 2022
N.3 - Marzo 2022
N.2 - Febbraio 2022
N.1 - Gennaio 2022




Opera artistica realizzata da Alberto Biasi Alberto Biasi
May 27 - July 22, 2022
Tornabuoni Arte - Florence
www.tornabuoniart.com

Alberto Biasi (Padua, 1937) is one of the most interesting artists of postwar Italy and one the most important proponents of Programmed Art. He co-founded Group N in Padua and is a pioneer of optical-kinetic research. Tornabuoni Arte has already dedicated three solo exhibitions to this artist, twice in Paris (2015 and 2022) and once in London (2017).

Around 50 artworks will be exhibited in Florence, with a specific focus on his most recent production of the Torsioni cycle, among the most iconic pieces of Biasi's oeuvre. This series, like others conceived by the artist, requires audience participation. These Torsioni are made using classical geometric shapes, with double-sided plastic stripes in contrasting colors that converge in the center, creating an optical dynamism that encourages viewers to change point of view. Those moving in front of the artwork, looking at it closely, give life to a sense of dynamism, perceiving images that assemble, dismantle, tighten, expand, change in dimension or color.

The exhibition also welcomes the addition of historical pieces - part of Biasi's personal collection - from the 1960s and the 1970s, along with optical-kinetic sculptures. There will also be a re-installation of the renowned 1973 Tu Sei, recently showed in Rome at the Ara Pacis and at the Tornabuoni Arte gallery in London in 2020 as part of the "Dynamic Vision" selection. As Biasi said in an interview,"Tu sei, just like Light Prism or Grande tuffo nell'arcobaleno, is part of the Ambienti series. I made the prototypes for these works in the 1960s for the Programmed Art exhibition and I recreated them in their current dimensions during the 1970s."

Tu sei is an "immersive environment", dark, illuminated by colored beams of light projected on the walls; it is designed to draw in the audience and to engage them in a visual phenomenon which multiplies as they move, until they eventually become an essential part of the work itself. To quote Biasi himself, his Art is "a visual art that conveys knowledge through the eyes. This alone defines my Art, precisely because it instills Science". The exhibition offers a great opportunity to review the many surprising results achieved by Biasi in the analysis of perceptive-performative variations. In addition to Ursula Casamonti's introduction, the volume that accompanies the exhibition (open until July 22) includes critical commentaries, some excerpts from the book Covid -19 Lockdown dell'Arte written by Alberto Biasi during Italy's first lockdown, and an addendum edited by Marta Previti. (Press release)

Immagine:
1. Alberto Biasi, Ianua ad caelum, PVC strips and acrylic on panel cm 140x90, 2015




Fotografia scattata da Francesca Galliani nella mostra Empty New York Francesca Galliani - Empty New York
Barbara Frigerio Contemporary Art
Mostra on line

Una nuova serie di fotografie di Francesca Galliani, che ritraggono New York, sua città di adozione, in una veste inconsueta, lontana dall'immagine che siamo abituati a vedere. Questi scatti sono stati, infatti, realizzati durante il periodo più duro della pandemia di Covid, quando le città si sono forzatamente svuotate. L'autrice ha percorso le strade di Manhattan, di sera, vivendo e documentandone l'atmosfera. Ad accompagnare queste passeggiate soltanto qualche fattorino in bicicletta intento a recapitare il cibo a domicilio e molti senza tetto, privati delle elemosine che costituiscono la loro sussistenza.

Quello che colpisce di più osservando queste immagini è il silenzio che da quelle strade sembra arrivare fino a noi, un'assenza di suoni e voci che svuota e trasforma quei luoghi forse ancor di più della semplice mancanza dei suoi abitanti. Unica ed indiscussa protagonista è la luce elettrica che svela e nasconde palazzi ed architetture, giochi chiaroscurali accentuati dalla scelta dell'autrice di utilizzare il bianco e nero. Una nuova New York che affascina e conquista nella sua essenzialità, spogliata dell'incessante brulichio che l'ha resa celebre. (Comunicato stampa)




Fotografia di cm 12.6x19.2 denominata where I came from scattata da Philip Rolla nel 1972 stampata nel 2022 Philip Rolla
where I came from


21 maggio (inaugurazione) - 30 ottobre 2022
Rolla.info - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

Ventesima mostra organizzata dalla Fondazione Rolla. Una mostra particolare nata da una lunga riflessione su se stesso e sul suo passato fatta proprio da Philip Rolla. Questi anni hanno portato Philip a passare in rassegna quelle carte chiuse nei cassetti che tutti accumulano durante la loro vita. Tra tanti ricordi e sorprese Rolla ha trovato dei negativi risalenti al 1972. Scatti della sua California, dei luoghi dove ha trascorso l'infanzia e a cui sono legati tanti ricordi. Luoghi che già nel 1972 erano mutati, per lo più logorati dal tempo e dall'incuria, ma che racchiudono, per lui, un'anima imperitura che vuole immortalare e ricordare...

Philip Rolla questa volta non mostra una parte della propria collezione, ma una parte della propria vita. In catalogo e in mostra una selezione di 24 fotografie dalla serie where I came from, 1972, stampe dirette ai sali d'argento su carta baritata nel formato 12.6x19.2 cm, eseguite nel 2022. In autunno la biografia Philip Rolla, una storia tra due mondi di Maria Grazia Rabiolo. (Comunicato stampa)

Immagine:
Philip Rolla, where I came from, cm 12.6x19.2, 1972, stampata nel 2022




Locandina della rassegna La Natura dello Spazio La Natura dello Spazio
maggio-agosto 2022
Sila Science Park & FATA Museum - Calabria
www.silasciencepark.com | www.artpressagency.it | Locandina

Quante volte abbiamo puntato gli occhi al cielo, cercando come bambini di sondare i misteri dell'universo, con il naso all'insù? Un'attitudine solo apparentemente puerile e che non sempre si perde con gli anni: la curiosità è il nucleo originario dell'essere umano. Nulla cambia se lo sguardo è orientato verso l'infinita vastità del cosmo alla ricerca della comprensione delle sue leggi, o se invece, è la più naturale tensione umana: poeti o cercatori di stelle, scienziati in provetta o grandi esploratori, non fa eccezione; da sempre l'uomo ha interpretato segni e punti della carta celeste a seconda delle proprie inclinazioni e conoscenze, solo in un secondo momento ne ha fatto l'inizio di una ricerca fondata su basi scientifiche.

È l'origine dello studio delle stelle, l'Astronomia, una scienza che nasce soltanto in epoca storica. Il suo scopo è indagare ciò che è insondato, trovare una rotta nella mappa del cielo per scoprire i suoi segreti. Con il desiderio di instillare e stimolare la capacità di osservazione nei più giovani è nata una grande Manifestazione al Sila Science Park & FATA Museum, un museo collocato nel cuore della Sila piccola, in Calabria.

Il Sila Science Park & FATA Museum è un progetto innovativo, e dedicato soprattutto alle Scuole, che si affaccia nel panorama nazionale dei musei con la prima iniziativa a carattere scientifico promossa dal Comune di Taverna grazie al sindaco Sebastiano Tarantino e finanziata dalla Regione Calabria. Il Festival dal nome tanto evocativo, La Natura dello Spazio, ha un programma ricchissimo di eventi e con una formula diffusa, richiamerà anche alcuni luoghi della città di Catanzaro e centinaia di turisti. Il museo e parco esperienziale, incentrato sul tema dei 4 elementi naturali, Fuoco, Acqua, Terra, Aria, da cui il nome FATA, si estende nel territorio del Comune di Taverna, all'interno di un'area naturale di oltre 80 ettari, per altro, tra le meno inquinate dal fattore luminoso. Lo scenario quindi è ideale per l'osservazione astronomica.

Il Sila Science Park & FATA Museum è infatti uno spazio della cultura scientifica e ambientale che, prevalentemente indirizzato al turismo scolastico e alle famiglie, si compone di una struttura coperta realizzata su progettazione del CNR, su una superficie di oltre 2000 mq. Con, da una parte, il museo FATA che si sviluppa su due piani, e dove al suo interno trova spazio la sala cinema in 3D con lo schermo curvo in fibra d'argento più grande d'Italia, e dall'altra, il Parco esperienziale esterno, dove sono adibiti altri percorsi interattivi e varie attrazioni.

Insieme completano un'offerta culturale e didattica tra le più articolate per l'intera regione, e non solo. Primissimo segnale della qualità del progetto è la composizione del comitato scientifico con Elena Console, Giovanni Carlo Federico Villa, Angela Mungo, Stefano Zuffi, Florindo Rubbettino, Maurizio Vanni, Carmine Lupia, Anna de Fazio Siciliano, Domenico Cerminara, Stefano Alcaro, presieduto da Domenico Piraina (direttore di Palazzo Reale di Milano) e anzitutto, l'alto profilo del progetto scientifico, con cui si punta a uno sviluppo del territorio sia all'interno che fuori dai confini regionali.

Promuovere il Sila Science Park significa, infatti, presentare una proposta culturale seria e originale per l'intera Calabria. La regione così, anche grazie a questo importante progetto scientifico, e in stretto dialogo con altre proposte del territorio, può finalmente tornare a rappresentare una meta imprescindibile per un soggiorno turistico, per una vacanza culturale o un viaggio d'istruzione, e in ogni stagione dell'anno (e del cielo). Anche sotto le stelle. (Comunicato Ufficio stampa e Comunicazione Artpressagency di Anna de Fazio Siciliano)




Massimiliano Muner: Fukinsei
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it/page/19

Shin'ichi Hoseki Hisamatsu (1889-1980), filosofo, studioso e monaco Zen di tradizione Rinzai, nella sua opera "Zen and the Fine Arts", identifica i sette valori chiave che le arti giapponesi ispirate ai principi zenisti dovrebbero possedere. Tra questi vi è anche il concetto di fukinsei ("asimmetria"). Fukinsei, che indica la bellezza dell'asimmetria e dell'irregolarità, permette all'artista di sottrarsi alla continua ricerca della perfezione e alle convenzioni estetiche, favorendo un'indagine più libera sui mutamenti che caratterizzano la realtà. Secondo il pensiero giapponese, il fukinsei è la capacità di utilizzare l'asimmetria e l'irregolarità per creare un nuovo equilibrio.

Nell'arte di Massimiliano Muner la polaroid viene tagliata, scomposta e ricomposta: il risultato è una serie di moduli in continua evoluzione. Si dilatano o, in alcuni casi, comprimono ma ciò che rivelano è un unico soggetto e momento. L'irregolarità diventa così un'opportunità per esplorare i frammenti di una realtà quasi sfuggente, suggerendo contemporaneamente un silente inno al qui ed ora. Nei dittici composti da quattro polaroid, le coppie non vengono abbinate seguendo uno schema a specchio.

Questo provoca nello spettatore un iniziale turbamento, in quanto accecato dall'intuitiva ricerca della simmetria. Basterà non distogliere lo sguardo e abbandonare i propri preconcetti per cogliere il fukinsei e farsi inebriare da una nuova armonia estetica. Il gioco di inquadrature imperfette cristallizzate nell'enigmatica eleganza delle sue composizioni, rendono infine i soggetti (fiori e farfalle), l'eco della vita, della morte e del tempo, suggerendo altre e infinite prospettive concettuali. (Fukinsei, di Lucija Slavica)




Still - Studi sulle immagini in movimento
Piattaforma di ricerca sulle immagini in movimento
Capitolo 4


still.inbetweenartfilm.com

Fondazione In Between Art Film presenta il quarto capitolo di Still, una piattaforma di ricerca sul campo delle immagini in movimento nel contesto artistico, con un programma di testi appositamente commissionati. Il progetto si manifesta come una raccolta online di riflessioni in forma di saggi e conversazioni sulle immagini in movimento, che esplorano opere appartenenti alla Collezione della Fondazione e le pratiche di artisti con cui la Fondazione ha collaborato e collabora tramite iniziative di commissione o co-produzione.

Grazie alla collaborazione con artisti, scrittori, curatori e ricercatori internazionali, questa piattaforma di ricerca è concepita come parte integrante della missione della Fondazione nel promuovere la cultura delle immagini in movimento, con il desiderio di contribuire alla letteratura e alla conoscenza che circonda la opera di artisti la cui visione arricchisce e ispira il nostro lavoro. Still è un progetto sviluppato dal team della Fondazione In Between Art Film su un'idea di Alessandro Rabottini, direttore artistico, e curato con Bianca Stoppani, editor, insieme a Leonardo Bigazzi e Paola Ugolini, Curatori.

Il quarto capitolo di Still comprende quattro studi:

- Double Exposure è una conversazione intima e profonda tra l'artista Hiwa K e Bonaventure Soh Bejeng Ndikung, fondatore e direttore artistico di SAVVY Contemporary, Berlino. In questo viaggio poetico, Hiwa K ci guida nell'esplorazione dei concetti di trasformazione, transizione e trascendenza attraverso alcuni dei suoi lavori video più importanti, come Nazha and the Bell Project (2007-15), Pre-Image (Blind as the Mother Tongue) (2017), e View from Above (2017), che fanno parte della Collezione.

- Close-Up è un avvincente saggio di Barbara Casavecchia, scrittrice, curatrice indipendente ed educatrice. A partire dall'installazione multimediale Power Plants dell'artista Hito Steyerl, che abbiamo co-prodotto nel 2019 in occasione della sua mostra personale a Serpentine Galleries di Londra, Casavecchia evoca i limiti dei macro modelli epistemologici contemporanei nel loro disegno astratto della realtà alla luce della viriditas botanica di Ildegarda di Bingen.

- Cross-Cutting offre un studio approfondito di Erika Balsom, professoressa di studi cinematografici al King's College di Londra, dove ripercorre gli albori dell'interesse nei confronti del cinema e delle sue modalità espositive da parte dell'arte contemporanea attraverso la storica mostra Passages de l'image, tenutasi al Centre Pompidou di Parigi nel 1990.

- E per First Look, Teresa Castro, professoressa associata in studi cinematografici presso la New Sorbonne University - Parigi 3, esamina la nostra recente acquisizione filmica The Heart of a Tree (2020) dell'artista Clare Langan, inquadrandola in un dibattito più ampio sulle possibilità speculative della fantascienza nell'immaginare il futuro dell'umanità tra le gravi minacce della crisi climatica che il mondo sta affrontando. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Opera Senza titolo a olio su tela di cm 70.4 x 100 realizzata da Jannis Kounellis nel 1961 Jannis Kounellis: Gli anni Sessanta
inaugurazione 23 marzo 2022
MLFine Art - Milano
www.mlfineart.com

Il progetto espositivo, a cura di Francesco Guzzetti, si concentra su un momento tanto significativo quanto ancora non sufficientemente approfondito del percorso artistico di Jannis Kounellis (Il Pireo 1936 - Roma 2017), uno tra i più importanti esponenti dell'Arte povera. Pittore e scultore di origine greca, Kounellis si trasferisce a vent'anni a Roma per studiare presso l'Accademia di belle arti sotto la guida di Toti Scialoja. Dalla prima influenza dell'espressionismo astratto e dell'arte informale, il suo percorso artistico si smarca presto sulla spinta di un'urgenza comunicativa molto forte, che lo porta al rifiuto di prospettive individualistiche del linguaggio artistico in favore del rafforzamento del suo valore pubblico e collettivo.

Attraverso alcune opere di assoluta qualità, la mostra intende raccontare quel momento, a cavallo tra 1961 e 1963, in cui l'artista transitò dalla stagione folgorante dei cosiddetti Alfabeti - nati dal desiderio di superare l'arte informale dominante in quegli anni affidandosi a segni volutamente semplici - verso un graduale recupero di forme più articolate di rappresentazione.

Una formidabile tela del 1961 ben illustra la serie degli Alfabeti, in cui segni tipografici ingranditi (frecce, numeri, lettere)sono dipinti a monocromo scuro su una superficie chiara. Resi in questo modo indecifrabili, tali frammenti linguistici perdono la loro valenza semantica e, ricomposti in una struttura ordinata di memoria costruttivista, emergono con forza dalla superficie dell'opera, esaltandone l'aspetto visivo. Una tela del 1963, eccezionale anche per dimensioni, è invece uno splendido esempio di quel ristretto gruppo di opere - che prelude alla serie delle Rose del 1964-66, in cui l'artista mostra un rinnovato interesse per la materia e per gli elementi naturali - costituito da dipinti meno noti, ma molto significativi, che articolano e ampliano il raggio della sperimentazione di Kounellis su tecniche e materiali.

La tela, che evidenzia il legame con Mario Schifano, testimonia il passaggio a una fase pop nel percorso dell'artista, in coincidenza con la presentazione dell'arte pop statunitense alla Biennale di Venezia del 1964. Attraverso una selezione di opere raramente esposte in passato e con l'apporto di una ricerca scientifica condotta da Francesco Guzzetti (Università degli Studi di Firenze), la mostra vuole dunque rivelare al pubblico una stagione in cui l'artista seppe confrontarsi e anticipare le tendenze allora emergenti nella nuova avanguardia, imprimendo la propria cifra stilistica su un intero periodo della storia dell'arte a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Jannis Kounellis, opera senza titolo, 1961, olio su tela, 70.4 x 100 cm

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Jannis Kounellis. Arte contemporanea tra Grecia e Italia
Articolo

Jannis Kounellis: I Cappotti | The Coats
Casa Testori - Novate Milanese (Milano), 21 settembre - 10 novembre 2019
Locandina della mostra

Jannis Kounellis: La storia e il presente
Galleria Nazionale di Palazzo Arnone - Cosenza (2007)
Presentazione

kounellis / 14 disegni / 1991
MUSMA Museo della Scultura Contemporanea - Matera (2017)
Presentazione

Alighiero Boetti e Jannis Kounellis
Associazione StudioArte - Trieste (2007)
Presentazione




Fotografia denominata West, Monument Valley, Colorado, realizzata da Francesco Jodice nel 2014 WEST
di Francesco Jodice

www.mufoco.org

WEST, di Francesco Jodice, è stato selezionato tra i vincitori della decima edizione dell'Italian Council, programma di promozione internazionale dell'arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Il progetto è presentato dal Museo di Fotografia Contemporanea insieme a Galerie le Château d'Eau - Pôle photographique Toulouse, in collaborazione con Arc en rêve centre d'architecture di Bordeaux.

WEST è un progetto di ricerca di Francesco Jodice, a cura di Matteo Balduzzi e Francesco Zanot, che racconta il sorgere e il declino del secolo americano, indagando le origini della crisi attuale del modello liberista e più in generale dell'Occidente in un arco di tempo compreso tra l'inizio della Gold Rush (1848) e il fallimento della Lehman Brothers (2008). Avviato nel 2014, WEST si compone di tre lunghi viaggi attraverso alcuni degli stati dove ebbe luogo la corsa all'oro: California, Nevada, Utah, Wyoming, Arizona, Colorado, New Mexico, Nebraska, Texas, con l'inclusione delle aree contigue messicane.

Il fulcro dell'intero lavoro si ritrova nel crocevia tra la peculiare geologia di quest'area (una delle più antiche strutture geologiche del pianeta) e i ruderi archeologici (miniere, ghost town, utopie, complessi e infrastrutture abbandonate) di quella stagione animata da una irrefrenabile ricerca di ricchezze immediate. Le fotografie di Jodice sono intervallate da una serie di immagini d'archivio, "minerali e detriti culturali" relativi alla storia economica, geologica, politica e culturale del secolo americano, catalogati come manufatti di un'epoca che sembra giungere al suo compimento, archeologia del presente che è già passato.

Grazie al sostegno dell'Italian Council, Francesco Jodice avrà la possibilità di concludere la propria ricerca attraverso la realizzazione del terzo e ultimo viaggio, della durata di due mesi, che avrà inizio presso Sutter's Mill, 45 miglia a nord est di Sacramento in California, dove venne ritrovata la prima pepita d'oro che battezzò l'inizio della Gold Rush e terminerà a Madrid, una ghost town situata 30 miglia a sud ovest di Santa Fe in New Mexico, arrivando a un totale di circa 35 tappe tra California, Nevada, Arizona, New Mexico, Utah, Wyoming e Colorado. Il viaggio sarà accompagnato da una "performance per immagini" a cura dell'artista, che avvierà un inedito dialogo con il pubblico attraverso il proprio profilo Instagram. Giorno dopo giorno, Jodice pubblicherà, commentandole, immagini relative alle geografie, i luoghi, i testi, gli incontri, le interviste, i reperti ed infine le opere del progetto e del viaggio.

Il viaggio nel sud-ovest degli Stati Uniti prende avvio e si conclude sulla costa sud-occidentale della Francia, attraverso due diversi momenti di presentazione, discussione e valorizzazione a livello internazionale. Tra maggio e giugno 2022, un seminario di studi presso Arc en rêve (Bordeaux) fornirà all'artista nuovi materiali teorici destinati a integrare e completare gli itinerari di viaggio; nella primavera 2023 la Galerie le Château d'Eau (Toulouse) ospiterà la mostra WEST. Rise and Fall of the American Century, presentando per la prima volta al pubblico il risultato dell'intero progetto. Al termine dell'esposizione, le opere prodotte andranno ad accrescere la collezione del Museo di Fotografia Contemporanea. (Comunicato stampa)

Immagine:
Francesco Jodice, West, Monument Valley, Colorado, 2014




Dipinto a olio su tela di cm 80x160 denominato Piazza del Popolo realizzato da Sigfrido Oliva Dipinto a olio su tela di cm 50x50 denominato Il Rio della Plata realizzato da Sigfrido Oliva nel 2013 Sigfrido Oliva
La struttura lieve della memoria


25 febbraio (inaugurazione) - 12 marzo 2022
Galleria d'Arte Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Mostra in occasione dell'ottantesimo compleanno del Maestro Sigfrido Oliva, siciliano di nascita (Messina, 1942) e romano d'adozione, la cui capacità di lavorare sul paesaggio romano con la tecnica dello sfumato leonardesco gode ormai di numerosi estimatori in Italia e all'estero. Sigfrido Oliva si trasferisce a Roma nel 1961, dove ancora oggi vive e lavora. Il centro storico della città, con le sue numerose cupole e i suoi impareggiabili scorci, è da sempre fonte illimitata di ispirazione. La mostra, che ripercorre gli ultimi 20 anni di produzione, si compone prevalentemente di paesaggi romani di spiccata unicità e caratterizzati da una tavolozza immediatamente riconoscibile per la sua diafanità.

Da qui il proposito di intitolare la mostra "La struttura lieve della memoria", per descrivere l'ossimoro immanente nelle opere del Maestro, ovvero rappresentare le architetture eterne di Roma riuscendo a conferire leggerezza tramite un uso sapiente della luce. Prendendo in prestito le parole di Enzo Siciliano "l'immaginazione e l'elegia creano una relazione tra luce e ombra. Come se scendesse sulla pittura stessa. C'è uno stato visivo di malleabilità in cui i rapporti volumetrici sono avvolti nell'aria. L'atmosfera sembra essere ricoperta da una luce argentea. Questa maestria è il respiro della sua poesia. L'immagine che sale sulla tela evoca una sensazione di fusione all'interno di un ricordo". (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Sigfrido Oliva, Piazza del Popolo, olio su tela cm 80x160
2. Sigfrido Oliva, Il Rio della Plata, olio su tela cm 50x50, 2013




Locandina della mostra Pier Paolo Pasolini Folgorazioni figurative Pier Paolo Pasolini. Folgorazioni figurative
01 marzo - 16 ottobre 2022
Sottopasso di Piazza Re Enzo - Bologna
Locandina

Il 5 marzo 2022 ricorre il primo centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, cineasta, grande intellettuale italiano di cui la Cineteca di Bologna custodisce e valorizza da decenni il lavoro. La mostra - a cura di Marco Antonio Bazzocchi, professore di Letteratura Italiana all'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna; Roberto Chiesi, responsabile del Centro Studi Pier Paolo Pasolini; e Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna - nasce da un lungo percorso di studio, confronto e approfondimento che si concretizza in un progetto espositivo rigoroso e straordinariamente ricco di rimandi culturali.

Per ricostruire la genesi dello sguardo di Pasolini, la mostra parte dagli anni della formazione a Bologna, avvenuta sotto l'egida di un maestro come Roberto Longhi, e documenta il formarsi e l'evolversi del suo universo creativo, dagli esordi nel 1961 con Accattone per arrivare fino a Salò e le 120 giornate di Sodoma, uscito postumo. Dall'analisi delle molteplici inquadrature che hanno reso celebri questi capolavori fiorisce una ramificazione di rimandi e riferimenti ricostruita in modo certosino, a loro volta messi a confronto con i testi scritti a riguardo. La mostra compone una panoramica sull'intera opera di Pasolini letta attraverso una lente di precisione, capace di evidenziarne il pensiero e l'immaginario, e di raccontarli attraverso le immagini.

Un progetto espositivo raffinato e stratificato che tiene insieme materiali e collegamenti eterogenei, in un percorso organizzato cronologicamente. Dipinti, prime edizioni, fotografie d'artista, materiale audiovisivo tratto da film e interviste dialogano facendo emergere la ricca articolazione dell'immaginario e del fare di Pasolini, il suo sguardo famelico, capace di inglobare gli stimoli più disparati, ricostruito e consegnato al pubblico come una rinnovata chiave di lettura della sua opera. Accompagnano la mostra una pubblicazione con lo stesso titolo, Pier Paolo Pasolini. Folgorazioni figurative, e una seconda che ne racconta il rapporto con la città, Pasolini e Bologna. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Installazione site-specific denominata denominata Poured Staircase nel Chiostro del Bramante realizzata da Ian Davenport nel 2021 Crazy
La follia nell'arte contemporanea


18 febbraio 2022 - 08 gennaio 2023
Chiostro del Bramante di Roma
www.chiostrodelbramante.it

Ventuno artisti di rilievo internazionale, più di 11 installazioni site-specific inedite: per la prima volta le opere d'arte invaderanno gli spazi esterni e interni del Chiostro del Bramante di Roma. La percezione del mondo è il primo segnale di instabilità, il primo contatto fra realtà esterna e cervello, fra verità fisica e creatività poetica, fra leggi ottiche e disturbi neurologici.

I 21 artisti chiamati a partecipare sono parte di questa follia: Carlos Amorales, Hrafnhildur Arnardóttir / Shoplifter, Massimo Bartolini, Gianni Colombo, Petah Coyne, Ian Davenport, Janet Echelman, Fallen Fruit / David Allen Burns e Austin Young, Lucio Fontana, Anne Hardy, Thomas Hirschhorn, Alfredo Jaar, Alfredo Pirri, Gianni Politi, Tobias Rehberger, Anri Sala, Yinka Shonibare, Sissi, Max Streicher, Pascale Marthine Tayou, Sun Yuan & Peng Yu.

La pazzia, come l'arte, rifiuta gli schemi stabiliti, fugge da ogni rigido inquadramento, si ribella alle costrizioni, così anche Crazy, il progetto di Dart - Chiostro del Bramante a cura di Danilo Eccher. Nessun percorso ordinario e prevedibile, mescolando e garantendo forti salti espressivi fra le opere: dai neon di Alfredo Jaar, visibili anche all'esterno, sino all'immersione totalizzante di Fallen Fruit / David Allen Burns e Austin Young. Una narrazione complessa, soggettiva, obliqua; un'atmosfera inclusiva e partecipativa; una distribuzione di opere e spazi isolati e autonomi in tutti i luoghi disponibili, anche invadendo locali solitamente esclusi dai percorsi. (Estratto da comunicato stampa adicorbetta)

Immagine:
Ian Davenport, Poured Staircase (working title), installazione site-specific, 2021




Federica Di Pietrantonio
lost in myst


inaugurazione 02 ottobre 2021, ore 18.00
Celleno - Borgo Fantasma, Viterbo

Con una grande proiezione su una parete esterna delle rovine della chiesa del borgo di Celleno, il 2 ottobre 2021 alle ore 18 prenderà vita l'opera video di Federica Di Pietrantonio lost in myst, progetto finanziato con l'avviso pubblico "Lazio Contemporaneo" per iniziativa dalla Regione Lazio - Lazio creativo. lost in myst è un video d'artista della durata di 39 minuti la cui narrazione, che procede attraverso elementi tipici della sintassi filmica (riprese, dialoghi, sottotitoli e musica), si manifesta sotto forma di passeggiata virtuale, di deambulazione in un paesaggio originariamente ideato come scenografia di videogioco e trasformato dall'artista in simulacro dello straordinario scenario naturale costituito dai luoghi della cosiddetta "Tuscia incantata", una collana di borghi e luoghi di grande bellezza raccolti in un itinerario costruito in un'ottica di promozione e valorizzazione del territorio della Tuscia.

Le opere di Federica Di Pietrantonio nascono di norma da piattaforme e da esperienze virtuali, frutto dell'abitudine ad attraversare mondi, come Second Life o alcuni giochi elettronici, al fine di vivere esperienze dirette seppure non reali attraverso avatar e alter ego. La tecnologia viene messa dall'artista al servizio, oltre che dell'accuratezza dell'opera e della fruibilità da parte dello spettatore, soprattutto di una originale modalità di esperienza, trattando gli scenari di tali piattaforme virtuali come luoghi di archeologia informatica caratterizzati da un'aura di splendore e decadenza.

Il video lost in myst si appropria dei quadri scenici del videogioco Myst e della sua piattaforma online Myst Uru. Nato nel 1993, Myst è un videogioco studiato per essere esplorato la cui piattaforma online è stata chiusa nel 2008; al momento Federica Di Pietrantonio è tra i pochissimi utenti che visitano quei luoghi. Attraverso una visione spezzata e sovrapposta, il film intende offrire un'esperienza immersiva in cui lo spettatore è spinto a tradurre la passeggiata virtuale in una proiezione di esperienza reale riferita, seppure in forma traslata e metaforica, ai luoghi della Tuscia.

Il continuo mutamento di paesaggio, la ricchezza di simbologie e riferimenti a civiltà lontane e a epoche diverse, tanto passate quanto futuribili, da una parte colgono l'essenza del vagabondare tipico della navigazione su piattaforme virtuali e dall'altra trasmettono il senso della possibilità, propria della vita reale, di immergersi nell'ambiente circostante con la capacità di coglierne ogni sfumatura di differenza, ogni ricchezza di linguaggi, ogni opportunità di godere luoghi straordinari che si collocano oltre il rapporto tra esperienza e fantasia. Parallelamente alle immagini, con uguale libertà di espressione e senza vincoli stringenti di conseguenzialità narrativa, si dipana una colonna sonora fatta essenzialmente di pensieri e parole intime, quasi un racconto che segue la stessa sorte degli scenari visivi, susseguendosi in forma sincopata e irregolare.

Immagini e parole convergono nel tentativo di coinvolgere lo spettatore nella scoperta di una dimensione in cui intimità personale e natura convivono e costituiscono fonte preziosa di benessere interiore. L'iniziativa è stata possibile anche grazie al supporto dello studio di europrogettazione della Dott.ssa Chiara Frontini che ha curato la presentazione della domanda. Parte rilevante del progetto è il catalogo edito da Vanilla Edizioni, con testi critici di Valentina Tanni e di Chiara Cottone. Il catalogo alterna ai testi una serie di fotografie del luogo, scattate da Eleonora Cerri Pecorella, e di still/screenshot del film, con un design realizzato da Andrea Frosolini mirato all'analogia tra i luoghi fisici e i luoghi virtuali proposti. (Comunicato stampa)




Sala della Casa dell'Arte di Monterone Casa dell'Arte
"Morterone. Natura Arte Poesia"


Località Pra' de l'Ort, Morterone (Lecco)
www.macamorterone.it

L'Associazione Culturale Amici di Morterone ha inaugurato sabato 26 giugno 2021 la Casa dell'Arte, uno spazio espositivo in cui vengono presentate opere di artisti internazionali appartenenti a diverse generazioni che hanno partecipato sin dalla metà degli anni '80 a rigenerare ed animare la vita culturale di Morterone. L'attività dell'Associazione Culturale Amici di Morterone ha avuto inizio nel 1986 e nasce dalla visione poetico-filosofica della Natura Naturans di Carlo Invernizzi, che pone al centro delle proprie riflessioni l'uomo e la sua capacità di percepire e sentire ciò che gli sta intorno non come un qualcosa di estraneo, ma come parte integrante del divenire vitale.

Il percorso espositivo della Casa dell'Arte si ricollega alle mostre presentate a Morterone nel corso dei decenni. Nella prima sala al piano terra le opere di Rodolfo Aricò dialogano con quelle di Carlo Ciussi e Mario Nigro accanto alle "grafie dell'essere" di Dadamaino e alle "tracce" di Riccardo De Marchi. Il ritmo della pittura di Alan Charlton e Niele Toroni coinvolge l'ambiente circostante.

Nella sala adiacente vengono presentate, in un dialogo attivo, le ricerche visuali e percettive di Enrico Castellani, Gianni Colombo, François Morellet e Grazia Varisco, mentre nella sala successiva sono esposti i bianchi monocromi di Riccardo Guarneri, Angelo Savelli e Antonio Scaccabarozzi. I segni archetipici di Gianni Asdrubali conducono al piano superiore, dove i molteplici elementi della disseminazione di Pino Pinelli rimarcano la manualità del suo 'fare' pittura. Bruno Querci e Raffaella Toffolo, attraverso un uso sapiente della luce, svelano visioni inedite di partiture d'ombra. L'opera di Francesco Candeloro restituisce alla ista l'immagine di un ricordo di materia impalpabile.

Proseguendo il percorso espositivo incontriamo, nella prima sala, le superfici pittoriche di Bernard Frize, Günter Umberg ed Elisabeth Vary che focalizzano l'attenzione sulla genesi dell'evento pittorico. Nella sala accanto la pittura di Nelio Sonego è posta in dialogo con il disegno a pastello di David Tremlett, a cui si contrappone l'opera in MDF di Lesley Foxcroft.

L'ultimo piano è dedicato alle sculture di Rudi Wach e ai progetti di Riccardo De Marchi, Alan Charlton, Mauro Staccioli e Michel Verjux. Inoltre, sono esposti i bozzetti di interventi di Igino Legnaghi e David Tremlett già presenti nel Museo di Arte Contemporanea all'Aperto, oltre alle immagini fotografiche di Luigi Erba. Le poesie di Carlo Invernizzi accompagnano il visitatore lungo l'intero percorso espositivo. All'esterno della Casa dell'Arte sono state installate le opere di Nicola Carrino, François Morellet e Ulrich Rückriem, mentre le ceramiche di Gianni Asdrubali sono esposte in Località Pradello.

L'attività proposta dall'Associazione Culturale Amici di Morterone è volta a mettere in risalto la possibilità e la volontà di una crescita armonica di uomo e ambiente: gli interventi ed i contributi realizzati da ciascun artista, in tempi e spazi diversi e secondo le proprie specificità, si pongono alla nostra attenzione come ipotesi e possibilità di un fare dell'uomo che non sia prevaricatore o estraneo rispetto alla natura, più o meno antropizzata, ma che in un dialogo con essa sia in grado di fornire inedite e significative direttrici interpretative all'uomo che la abita.

È l'arte che ci aiuta a comprendere il nostro essere nel mondo e non è un caso che sia stata proprio questa realtà a generare una situazione di questo tipo: Morterone è in quest'ottica luogo privilegiato, della geografia e della mente, nel quale proprio le condizioni di assoluta incontaminatezza permettono il libero dispiegarsi di una creatività tesa all'affermazione di una fondamentale identità tra uomo e natura, tra fare antropico e divenire dell'universo vivente. (Comunicato stampa)




Busto di Sekhmet al Museo Civico Archeologico di Bologna Sekhmet, la Potente
Una leonessa in città


07 luglio 2021 - 31 dicembre 2023
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.museibologna.it/archeologico

Progetto espositivo a cura di Daniela Picchi. L'iniziativa è resa possibile dalla generosa collaborazione con cui il Museo Egizio di Torino ha concesso in prestito uno dei suoi capolavori più rappresentativi: una statua colossale di Sekhmet, materializzazione terrestre della temibile divinità egizia con testa di leonessa e corpo di donna, di cui il museo torinese conserva una delle più grandi collezioni al di fuori dell'Egitto, composta da 21 esemplari.

Divinità dalla natura ambivalente, al contempo di potenza devastatrice e dispensatrice di prosperità, Sekhmet, ovvero "la Potente", venne raffigurata in varie centinaia di statue per volere di Amenhotep III, uno dei faraoni più noti della XVIII dinastia (1388-1351 a.C.), per adornare il recinto del suo "Tempio dei Milioni di Anni" a Tebe Ovest. Alcuni studiosi ipotizzano che il gigantesco gruppo scultoreo fosse composto da due gruppi di 365 statue, una in posizione stante e una assisa per ogni giorno dell'anno, così da creare una vera e propria "litania di pietra", con la quale il faraone voleva pacificare Sekhmet tramite un rituale quotidiano. La regolarità dei riti in suo onore servivano infatti a placarne l'ira distruttrice che la caratterizzava quale signora del caos, della guerra e delle epidemie, trasformandola in una divinità benevola e protettrice degli uomini.

Nella collezione egizia del Museo Civico Archeologico di Bologna è presente il busto di una di queste sculture che - grazie al confronto con la Sekhmet seduta in trono proveniente dal Museo Egizio di Torino - potrà così riacquistare, almeno idealmente, la propria integrità creando una proficua occasione di confronto e ricerca scientifica. La statua sarà esposta nell'atrio monumentale di Palazzo Galvani e andrà ad arricchire un importante repertorio di materiali lapidei, sia di proprietà civica, tra i quali un raro busto in marmo di Nerone, sia di proprietà statale, che la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara ha depositato presso il museo.

Dall'alto dei suoi 2,13 metri di altezza, Sekhmet potrà così accogliere il pubblico e introdurlo alla visita della collezione egizia, continuando a svolgere quella funzione protettrice per la quale era stata commissionata da Amenhotep III mentre, al suo cospetto, il visitatore potrà rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell'antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del Tempio per pronunciare il nome della "Potente" e invocarla nelle sue preghiere per placarla e propiziare ogni estate la fertile esondazione delle acque del Nilo.

Il pantheon egizio conta numerose divinità femminili associate al culto solare e una di queste è Sekhmet, il cui nome significa "la Potente". La temibile dea era considerata dagli Egizi l'Occhio del Sole, emblema del potere divino che tutto vede, la Furia nel mondo degli dei, che si erge sotto sembianze di serpente Ureo anche sulla fronte dei sovrani, proteggendoli.

Come racconta il Mito della Vacca Celeste, attestato per la prima volta durante il regno del faraone Tutankamun (1333-1323 a.C.), il demiurgo Ra aveva inviato Sekhmet sulla terra per punire gli uomini in rivolta contro gli dei. La leonessa, inebriata dall'odore del sangue, avrebbe annientato l'intero genere umano se Ra non fosse intervenuto nuovamente, su suggerimento del dio della saggezza Thot, facendo versare in un lago una grande quantità di birra colorata con ocra rossa. Attratta dal colore e pensando si trattasse di sangue, la dea ne bevve sino ad ubriacarsi, dimenticandosi del precedente odio verso gli uomini e trasformandosi in Hathor, il principio femminile creativo, al quale era associato anche l'arrivo della piena del Nilo in Alto Egitto. Tale trasformazione non sorprende se si considerano le divinità egizie come manifestazioni diverse di un più ampio concetto di divino.

La pericolosa e furente Sekhmet, oltre a poter inviare sulla terra pestilenze e malattie, adeguatamente adorata, era anche in grado di prevenirle e guarirle, tanto da avere un sacerdozio, quello dei "puri sacerdoti di Sekhmet", dedito alla cura delle vittime colpite da afflizioni invisibili e apparentemente divine come la peste (definita anche "l'anno di Sekhmet").

La manifestazione di culto più eclatante nei confronti di questa divinità leontocefala si deve al faraone Amenhotep III (1388-1351 a.C.), che, in occasione del suo giubileo, la celebrazione del trentesimo anno di regno, trasformò le litanie innalzate per placare Sekhmet negli ultimi cinque giorni di ogni anno, i Giorni dei Demoni, in una impressionante litania di pietra, facendo scolpire oltre 700 sculture rappresentanti la dea in posizione stante e assisa in trono. Per quanto le statue siano state rinvenute in diverse aree templari tebane (numerose nel Tempio di Mut a Karnak, Tebe Est), molti studiosi ritengono che la loro collocazione originaria fosse Kom el-Hattan, il "Tempio dei Milioni di Anni" di Amenhotep III a Tebe Ovest, e in particolare il cortile solare al suo interno. In tale maniera il sovrano si garantiva la protezione della dea in terra e partecipava del periplo divino del sole del quale Sekhmet era una manifestazione. (Estratto da comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




L'Archivio di Arnaldo Pomodoro è online
www.arnaldopomodoro.it

Dopo la preview del film sperimentale Arnaldo Pomodoro makes a sphere (1968), in occasione della Notte degli Archivi 2021, dal 9 giugno è online l'Archivio di Arnaldo Pomodoro: un portale web, gratuitamente accessibile, con cui la Fondazione Arnaldo Pomodoro mette a disposizione del più vasto pubblico - dal ricercatore al semplice appassionato - un importante nucleo di materiali conservati nell'archivio dell'artista, fonte di informazione e approfondimento sulla vita e sull'opera del Maestro, così come su un tratto della storia artistica e culturale del Novecento.

Fin dall'inizio del suo percorso artistico nei primi anni Cinquanta, Arnaldo Pomodoro comincia a raccogliere minuziosamente tutti i materiali utili a documentare la sua attività. Sono fotografie, cataloghi di mostre, riviste e ritagli stampa, ma anche lettere, film d'artista, manifesti... una documentazione molto varia, che testimonia, oltre alla sua produzione artistica, i rapporti di amicizia e di lavoro di Pomodoro con altri artisti, critici e istituzioni. L'archivio ha uno sviluppo di circa una sessantina di metri lineari ed è suddiviso in sei sezioni distinte in base alla tipologia dei materiali. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Progetto #ZACentrale
www.fondazionemerz.org

Siglato l'accordo con cui il Comune di Palermo affida per tre anni alla Fondazione Merz la gestione della ZAC - Zisa Zona Arti Contemporanee col compito di realizzare un innovativo progetto interdisciplinare. Il progetto denominato #ZACentrale è un innovativo e ambizioso piano interdisciplinare d'interventi culturali destinato a coinvolgere l'intera città, per il quale la Fondazione Merz - al termine della selezione di cui all'avviso pubblico approvato con D.D. 6154 del 01.07.2020 - è stata individuata quale "operatore culturale idoneo" per la produzione di progetti culturali finalizzati alla "promozione, conoscenza e diffusione dell'Arte Contemporanea negli spazi del Padiglione ZAC".

Il progetto "ZACentrale" si svolgerà in tre anni presso lo spazio ZAC e sarà articolato con diverse attività interdisciplinari che comprenderanno: mostre, concerti, spettacoli teatrali e di danza, attività formative ai più diversi livelli; incontri, dibattiti, conferenze da svolgersi anche in partenariato con le altre realtà dei Cantieri Culturali alla Zisa, nonché interventi documentari, azioni di incubatore creativo e la creazione di una biblioteca specialistica dedicata all'arte contemporanea per la quale è prevista una donazione di 300 volumi da parte della Fondazione. Il progetto corona una storia di intensi rapporti tra la Fondazione Merz e la Sicilia. Sono infatti ben 17 le mostre, gli eventi e i progetti che hanno impegnato la Fondazione a Palermo e in Sicilia dal 2014 al 2019. (Comunicato stampa)




Luigi Ghirri
The Marazzi Years 1975-1985

www.ghirri.marazzi.it

Un nucleo quasi totalmente inedito di fotografie, frutto della collaborazione tra Ghirri e Marazzi e conservate per decenni negli archivi dell'azienda emiliana, protagonista oggi di un libro, un focus ai Musei Civici di Reggio Emilia e un sito dedicato. Luigi Ghirri (Scandiano - Reggio Emilia, 1943) si trasferisce a pochi chilometri di distanza, negli spazi del Collegio San Carlo di Sassuolo, nella frazione di Braida, un grande edificio neoclassico adattato ad abitazione per gli sfollati. Dal Collegio, ogni mattina, la maggior parte delle donne e degli uomini prende la bici e va a lavorare nelle fabbriche di ceramica vicine. Una di queste era la Marazzi, fondata a Sassuolo nel 1935 da Filippo Marazzi.

In questo territorio tra Modena e Reggio Emilia, dove il fotografo fa sempre ritorno e che vede la nascita di tanti dei suoi progetti seminali, Luigi Ghirri incontra Marazzi per la prima volta. È il 1975 quando Ghirri varca le soglie dell'azienda: è in una fase di crescita e sperimentazione che lo porterà nel 1979 alla prima grande mostra personale a Parma. Marazzi è un'azienda leader nel settore della ceramica grazie al brevetto della monocottura, ha aperto filiali in Francia e Spagna, fa disegnare le sue piastrelle da artisti e stilisti e di lì a poco inaugurerà un laboratorio di ricerca, il Crogiòlo, in cui artisti, designer, fotografi, architetti sono liberi di sperimentare. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021- Gemeni Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - SPIRAL - Ph E. Liggera Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - Ph E. Liggera Odyssey Collection, la new dishes line di Andrea Branciforti per Orolavico
Il design incontra il cinema d'autore e il linguaggio flat della video-animazione


www.orolavico.com

Odyssey Collection - collezione di sottopiatti (15 pezzi in totale) disegnata da Andrea Branciforti, architetto, designer, docente e attualmente Presidente ADI Sicilia, per Orolavico, azienda specializzata nella lavorazione della pietra lavica - unisce il design contemporaneo al linguaggio del cinema e dell'illustrazione per un progetto totalmente Made in Sicily che trae ispirazione dal celebre film di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio.

Semplicità, eleganza e contemporaneità sono le parole chiave della nuova linea di sottopiatti - Odyssey Collection - disegnata da Andrea Branciforti per Orolavico e della video-animazione realizzata da Adriano Di Mauro per raccontare questo progetto. Non è di certo la prima volta che il marketing sceglie il codice espressivo dell'arte visiva per mettere in contatto e far dialogare tra loro azienda/prodotto e pubblico. Geometrie piatte e bidimensionali, spazi netti e definiti, colori brillanti contraddistinguono lo stile dei piatti e del video: caratteristiche queste che li rendono immediatamente riconoscibili, insieme alla materia prima di cui sono fatti, la pietra lavica, e le tecniche di lavorazione utilizzate che tendono a rispettare e tutelare l'ambiente.

Orolavico, pur essendo una giovane e dinamica realtà siciliana nata nel 2015 dall'esperienza di manager e artigiani che, in poco tempo, hanno realizzato soluzioni di indoor e outdoor design  in pietra lavica e in cotto, ha da subito capito e sostenuto l'importanza della collaborazione con designer, architetti e artisti sia per quanto riguarda la progettazione delle collezioni che per la comunicazione delle stesse online e offline.

«Think to future. Think to nature è così che - spiega Giuseppe Mondera, Ceo di Orolavico - abbiamo pensato di sintetizzare la logica eco-sostenibile che sta alla base delle nostre scelte aziendali. Pensiamo, progettiamo, pianifichiamo e agiamo cercando di rispettare l'ambiente e le persone, pur non perdendo di vista anche i margini di profitto, indispensabili per alimentare il ciclo produttivo. Fare impresa, oggi, non vuol dire solo avere una buona idea, il giusto know how e reperire il capitale necessario, ma avere una prospettiva molto più ampia in termini di tempo e di qualità della vita tourt court.

Noi, ad esempio, siamo partiti dal nostro"petrolio", dal nostro"oro nero", ossia, dalla pietra lavica, da qui anche la scelta del nostro nome - Orolavico - sia perché è presente in ingenti quantità in Sicilia, sia perché, nelle varie interpretazioni che ne diamo (rivestimenti, top da cucina, piatti, pareti ventilate, ecc.), vogliamo rispettare e valorizzare una sua peculiarità unica e inimitabile, ossia, l'essere parte dell'Etna, vulcano riconosciuto come Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco nel 2017. Altro aspetto cui teniamo molto è la collaborazione con designer e architetti che sappiano interpretare la materia prima in chiave estetica e funzionale. Odyssey Collection di Andrea Branciforti inaugura non solo la nostra prima linea di piatti in pietra lavica, ma anche questo filone di ricerca e produzione che declina insieme design contemporaneo ed eco-sostenibilità. Quando parlo di ricerca, visionarietà, collaborazione e customizzazione del prodotto, penso proprio a questi piccoli dettagli che fanno davvero la differenza».

Odyssey Collection si compone di sei micro-collezioni - Gemeni, Hal, Odyssey, Spyral, Space, Nebula - ispirate al film 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Le sue nuance non sono presenti nelle più note scale dei colori (Ral e Pantone) perché ottenute con un procedimento di laboratorio eco-sostenibile che consente di realizzare la paletta colori da un solo vetro di base. Questa peculiarità, unita alle caratteristiche tecniche della materia prima, rendono l'intera collezione una sintesi perfetta del design contemporaneo in cui bellezza, eco-sostenibilità e funzionalità hanno pari importanza.

«Un'immagine entra a far parte della nostra esperienza visiva - dichiara il designer Andrea Branciforti - e spesso influenza inconsciamente le nostre azioni. Con questa collezione - Odyssey Collection - porto a tavola una materia antica, la pietra lavica, che a prescindere dalla lavorazione che subisce custodisce raccoglie e racconta il viaggio fatto dal magma fino alla sua trasformazione in pietra. Ispirata al film 2001: Odissea nello spazio del grande maestro Stanley Kubrick, la collezione rappresenta sei visioni materiche dell'universo onirico. Le decorazioni s'ispirano al Supercomputer Hal, al Discovery One e alle visioni dell'universo. Il film di Kubrick riesce a parlare contemporaneamente del passato, del presente e del futuro dell'umanità, ponendo interrogativi e riflessioni sulla vita al di fuori della Terra.

Credo soprattutto che Kubrick ci inviti ad avere una nuova consapevolezza del rapporto che lega l'uomo, la terra e l'universo, tematica questa, ancora oggi molto attuale. ll 1968, anno di uscita del film, è stato un anno di grandi rotture, di cambiamenti e di profonde riflessioni. Si fa strada una nuova sensibilità sul design sostenibile. Vengono pubblicate le prime foto del globo terrestre visto dalla luna che porta l'umanità ad un nuovo senso di appartenenza senza più confini fisici specifici e limitanti. Nasce una nuova umanità e una nuova consapevolezza delle tecnologie che, ben presto, entreranno e s'imporranno nelle nostre vite. Qualche anno più tardi, non a caso, uscirà Starman, brano musicale scritto da David Bowie. Questo il pensiero che attraversa la collezione».

Il video-animazione della campagna di lancio della Odyssey Collection è stato realizzato dal giovane artista e illustratore Adriano Di Mauro che ha interpretato con un linguaggio flat e visionario le suggestioni raccontate da Branciforti in merito al film di Kubrick. Le scene sono ambientate tra l'Universo e la Terra, precisamente in Sicilia, dove il protagonista - un astronauta-scimmia-uomo nuovo - avrà modo di conoscere la collezione di sottopiatti di Branciforti e lo street food isolano prima di essere"risucchiato" dall'occhio di Hal che lo trasporterà in un mondo altro non meglio definito, dove tutto può ancora succedere. (Ufficio Stampa Orolavico - Valentina Barbagallo)




Sala della Pinacoteca De Nittis Nuovo allestimento della Pinacoteca De Nittis
dal 26 settembre 2020

Nel 1913 Léontine Gruvelle, vedova De Nittis, regalò a Barletta, città natale del marito, con testamento olografo, un importante nucleo di opere che documentano le varie fasi della produzione artistica del Pittore barlettano e il suo talento per la sperimentazione. Questa grande ed importante donazione, così audace nel panorama italiano all'epoca, è ora al centro di una nuova lettura tematica nell'istallazione su due piani nel prestigioso Palazzo della Marra nel centro storico della Città. Il nuovo allestimento, progettato e curato dallo storico d'arte Renato Miracco dal titolo Rileggere De Nittis, oggi, cerca, infatti, di porre l'accento sulla contestualizzazione del pittore nella Comunità artistica di fine '800 a Parigi, considerata all'epoca il centro dell'Arte, e, a Londra che era diventata la Capitale economica del mondo.

"Suddividere in sezioni i quadri della Donazione, raccontare le storie e gli aneddoti che emergono dalle opere esposte, rileggere e riscoprire, oggi, l'Artista, è stato il mio compito, assicurando una lettura stratificata adatta ad un pubblico non solo nazionale ma internazionale - scrive il curatore nella sua presentazione - "Inoltre, in alcune sezioni della Mostra" - continua - "alcuni quadri di De Nittis saranno messi a confronto con quelli di alcuni suoi artisti-amici, in particolare Édouard Manet, Edgar Degas, Gustave Caillebotte e James Tissot. Per finire, e per dare al visitatore una visione più ampia della sua produzione, nel percorso sono inserite le riproduzioni di alcuni quadri di De Nittis presenti oggi nelle più importanti Collezioni e Musei del mondo: dalla Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Venezia al Metropolitan Museum of Art di New York, dal Musée d'Orsay di Parigi alla Collezione Piceni di Milano, solo per citarne alcuni"

Nelle 17 sale del percorso in Palazzo della Marra si dipana, cosi, un preciso racconto doppiamente identitario, sicuramente didattico ma anche emozionale (i colori scelti per le sale sono tratti dalla palette del Pittore) che porta il visitatore a "vivere' il racconto di un grande Artista italiano che aveva scelto di lavorare in Europa e che, come scrisse già nel 1877 Henry Houssaye, era «il capo se non il maestro della nuova scuola dei disegnatori dal vero all'aria aperta". Un artista, che partendo da Barletta è ora internazionalmente riconosciuto come uno dei protagonisti del rinnovamento delle Arti in Italia ed in Europa alla fine del XIX secolo, un uomo strappato alla vita appena trentottenne" in fiera giovinezza, in pieno amore, in piena Gloria. Come gli eroi e i semidei", come scrisse Dumas figlio, per l'epitaffio dell'artista amico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina tedesca del film Metropolis Archivi tematici del XX secolo
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizione di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. La cultura è come il rumore, per citare John Cage (Los Angeles, 1912- New York, 1992): "Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina" (J. Cage, "Silenzio", 1960). Il rumore della cultura è imprescindibile e continuo in ogni aspetto della nostra vita. (...) Ma quando lo ascoltiamo, l'eco del rumore della Cultura, sentiamo che rimbalza su ogni parete intorno a noi e si trasforma per essere Conoscenza e Consapevolezza. (...) Chi ama la musica tecno, metallica e disco non può ignorare Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947), probabilmente, lo dovrebbe venerare, in quanto la sua intuizione ha trasformato per sempre il Rumore. (...)

In questa epoca dove, per naturali dinamiche evolutive del pensiero, la ragione del figlio prevale su quella dei padri, come nel Futurismo o nel '68, il desiderio di annullamento è comprensibile e necessario ma la conoscenza storica di quello che si vuole rinnovare ne è il fondamento. Per questo motivo proponiamo dodici archivi tematici con oggetto di ricerca proprio la comprensione. La troviamo adatta a questo periodo storico che ci racchiude nelle nostre stanze e ci sta cambiando profondamente. La speranza è che ci sarà un nuovo contemporaneo, forse più calmo ma più attento, una nascente maturità verso un nuovo Sincrono. Cassaforti come scatole del Sin-Crono (sincrono dal greco sýnkhronos "contemporaneo", composta di sýn "con, insieme" e khrónos "tempo") per la comprensione dell'arte dei Rumori e del teatro Futurista, della Poesia e della musica che ci hanno traghettato lungo il secolo scorso. (Estratto da comunicato stampa)

[1] J. Cage, "Silence", 1960
[2] J. Cage, "Silence", 1960
[3] For a greater understanding, see L. Russolo, Futurist manifesto "L'Arte dei Rumori", 1913
[4] Synchrony, sinkrono/ adj. [from the Greek sýnkhronos "contemporary", composed of sýn "with, together" and khrónos "time"]. - 1. [that happens in the same moment: oscillation, noun].




Audrey Hepburn rappresentata in un disegno nella locandina del film Colazione da Tiffany "Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
www.pacicontemporary.com/shop-online_cinema

- Colazione da Tiffany

Una pagina interamente dedicata ad un'esclusiva selezione di scatti vintage tratti dai set cinematografici delle pellicole più famose del XX secolo tra cui Colazione da Tiffany, Caccia al Ladro, Per qualche dollaro in più, Frankenstein Junior, Matrix, Superman. Colazione da Tiffany è la pellicola che ha portato al successo internazionale l'attrice britannica Audrey Hepburn. Il film, distribuito nell'anno 1961 e diretto dal regista statunitense Blake Edwards, è considerato uno dei più famosi del cinema del Novecento.

Nella pellicola Audrey Hepburn indossa il mitico tubino nero firmato Givenchy diventato icona del cinema. Per il film sono stati realizzati tre abiti uguali, uno dei quali è stato venduto all'asta per oltre 600 mila euro nel 2006. Il secondo abito, sempre disegnato da Givenchy, è un altro tubino nero (corto) in seta lavorata fino al ginocchio dove è svasato e decorato con una fila di piume, insieme al quale Audrey indossa lunghi guanti neri, un ampio cappello con un nastro di seta color crema e scarpe di coccodrillo.

Per consentire le riprese, la gioielleria Tiffany & Co. aprì eccezionalmente i battenti domenica 2 ottobre in modo che alcune scene del film potessero essere girate nel negozio sulla Quinta Strada a Manhattan. Finite le riprese Audrey si prestò ad un servizio fotografico per la gioielleria durante il quale le fu fatto indossare il preziosissimo diamante giallo più grande del mondo, dal taglio cuscino a 82 faccette di 128,54 carati. Per l'occasione, fu creato appositamente un gioiello per valorizzarlo: la collana Ribbon Rosette in oro e diamanti bianchi, con al centro il diamante giallo.

Era il 1961 quando Audrey Hepburn, nei panni della protagonista Holly Golightly, fumava da uno storico bocchino da cui spuntava una sigaretta accesa, trasformando questa azione in un gesto di estrema eleganza. Audrey Hepburn con questa lunga sigaretta è subito diventata una vera e propria icona di stile. Numerosi curiosi seguirono il ciak della celebre scena in cui Holly fa shopping insieme a Paul.

Ciò innervosì Audrey Hepburn che sbagliò diverse battute e fu costretta a ripetere la scena più volte. Colazione da Tiffany è una commedia sentimentale, ricca di stile e ironia in cui trionfa la figura di Holly, una donna fragile e un'autentica icona di stile che, pur essendo alla ricerca di un ricco uomo da sposare, alla fine cede ai sentimenti e si lega allo scrittore squattrinato. Ecco una battuta pronunciata proprio da Paul (George Peppard): "vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora... (...) tu ti consideri uno spirito libero un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai... finirai sempre per imbatterti in te stessa!".

L'autore del romanzo da cui è stato tratto il film, Truman Capote, voleva Marilyn Monroe nella parte della protagonista, ma l'agente dell'attrice Lee Strasberg le suggerì di rifiutare perché non avrebbe giovato alla sua carriera, indirizzandola verso altri film. Più tardi anche un'altra celebrità dell'epoca, Kim Novak, rifiutò il ruolo. Il successo del film al botteghino fu straordinario. Candidato a 5 premi Oscar, ne vinse 2: miglior colonna sonora e miglior canzone (Moon River). La stessa Audrey ottenne una nomination agli Oscar come "miglior attrice protagonista" ma fu battuta da Sophia Loren che trionfò grazie alla strepitosa interpretazione in La Ciociara, pellicola del 1960 di Vittorio De Sica. (Comunicato di presentazione da Paci contemporary gallery)




Locandina di presentazione del catalogo interattivo della mostra Materie Prime Artisti italiani contemporanei tra terra e luce Materie Prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce
Catalogo interattivo e multimediale


www.ferrarinarte.it/antologie/senigallia/materie_prime.html

Dopo il successo nel 2019 alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) con l'esposizione "Materie prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce", a cura di Giorgio Bonomi, Francesco Tedeschi e Matteo Galbiati, e la presentazione del catalogo Silvana Editoriale al Museo del Novecento di Milano, nell'ambito di un incontro moderato da Gianluigi Colin, la Galleria FerrarinArte di Legnago (Verona) rilascia una nuova edizione del volume, completamente interattiva e multimediale, per rivivere la straordinaria esperienza della mostra attraverso le parole degli artisti e dei curatori.

Il libro, sfogliabile liberamente e gratuitamente online, si arricchisce con contenuti inediti, videointerviste e approfondimenti dedicati alla poetica dei quindici artisti coinvolti - Carlo Bernardini, Renata Boero, Giovanni Campus, Riccardo De Marchi, Emanuela Fiorelli, Franco Mazzucchelli, Nunzio, Paola Pezzi, Pino Pinelli, Paolo Radi, Arcangelo Sassolino, Paolo Scirpa, Giuseppe Spagnulo, Giuseppe Uncini e Grazia Varisco - appartenenti a diverse generazioni, ma accomunati da curricula di altissimo livello e dal lavoro condotto con e sulla materia. (Estratto da comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




La poesia Tape Mark 1 in mostra ___ Tape Mark 1: Poesia Informatica

L'importanza della Storia | Nanni Balestrini

Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Tape Mark 1 è una poesia di Nanni Balestrini che risale al 1961, frutto di una collaborazione virtuosa tra Autore e Tecnologia, in questo caso rappresentata da uno dei primi calcolatori IBM. Balestrini, in quell'occasione, predispone tre brevi testi di Michihito Hachiya - di Paul Goldwin (autore di cui si mette in dubbio l'esistenza) e di Lao Tse - e, attraverso l'assegnazione di alcuni codici e di poche regole, lascia al computer l'onere e l'onore di procedere alla stesura della poesia, attraverso un causale sistema di combinazioni. Nel mondo solo quattro - cinque persone stavano contemporaneamente lavorando a esperimenti simili e questo testo è considerato da molti come il primo esempio di poesia informatica.

La natura di grande innovatore e sperimentatore, che caratterizzerà tutta la carriera di Balestrini, si rivela già in quel momento. L'arte della combinazione sarà fondamentale in tutta la poetica di Balestrini, interessato a 'lasciare scaturire un movimento da connessioni imprevedibili' per superare, in questo modo, 'l'aggregazione statica di energie diverse'. Nel 1961, concepisce anche il progetto di un romanzo, Tristano, da riprodurre in un numero illimitato di esemplari, una copia unica e originale per individuo, ma le idee corrono più veloci della tecnologia e Feltrinelli riuscì a pubblicarne, nel 1966, un solo esemplare. Le tecniche di stampa di allora, infatti, non ne consentirono la realizzazione e ci vollero 40 anni e l'avvento della stampa digitale per portare a compimento quell'avvenieristico progetto.

Stiamo inoltrandoci nelle sperimentazioni linguistiche di Balestrini ma, in realtà, quello che è interessante per noi fare emergere qui, è quanto stretto fosse il rapporto tra le varie discipline in cui Nanni si cimentava. E come gli fosse consono collegare la ricerca letteraria e poetica con quella artistica visiva e teatrale performativa. Infatti, Tape Mark 1 nel 2017 diventa un'opera visiva che aprirà la grande retrospettiva allo ZKM Center for Art and Media di Karlsruhe. Da Tristano scaturisce invece Tristanoil, il film più lungo del mondo, ottenuto grazie al software ideato da Vittorio Pellegrineschi, che approderà niente meno che a Documenta 13, curata quell'anno da Carolyn Christov-Bakargiev. E sarà proprio questa predisposizione di Balestrini verso una 'poesia fatta di impulsi, che andava a rompere la linearità tipografica, a fargli venire l'idea di ritagliare titoli di giornali e farne dei collages'. (...) (Estratto da comunicato della Galleria Michela Rizzo)




Busto femminile in basanite risalente al periodo dell'imperatore Claudio Busto femminile in basanite nella Sezione romana del Museo "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

E' ritornato, dopo otto anni di assenza, l'atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria. Si tratta del busto femminile in basanite, risalente ad età Claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un'importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del '900.

L'opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell'epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C. Al momento del ritrovamento si propose l'identificazione con Messalina, moglie dell'imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell'impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al Museo "Vito Capialbi" dove sarà esposta nella sezione romana. L'emergenza sanitaria attuale, che ha portato alla chiusura dei Musei, non consente nell'immediato, una adeguata valorizzazione dell'importante reperto; l'esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l'organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l'augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale. (Comunicato stampa)

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Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia Fonte Aretusa, copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella.

Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Il Premio Fondazione Mimmo Rotella consegnato a Oliver Stone per il documentario "Nuclear"

Si è svolta al Sina Centurion Palace di Venezia la premiazione della ventunesima edizione del Premio Fondazione Mimmo Rotella, Evento Collaterale della 79a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dedicato alla feconda relazione tra i linguaggi del Cinema e dell'Arte, dal 2001, per volontà del grande artista calabrese Mimmo Rotella (Catanzaro 1918 - Milano 2006).

Nicola Canal, Presidente della Fondazione Mimmo Rotella e Gianvito Casadonte, Direttore Artistico del Premio, per questa edizione hanno assegnato il prestigioso riconoscimento al regista, sceneggiatore e produttore statunitense Oliver Stone, per il suo documentario 'Nuclear', presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema.

L'evento è realizzato grazie al Mic, Calabria Film Commission e Calabria Straordinaria e il premio è stato consegnato da Nicola Canal con la seguente motivazione: "Per aver aggiunto alla sua già ricca filmografia un altro tassello dell'intenso connubio tra ricerca artistica e osservazione della realtà. Un lavoro dai risvolti mai usuali, alimentato dal desiderio di osare e di sperimentare sempre nuove frontiere che l'accomuna ai grandi Maestri delle arti figurative. Oliver Stone, con il suo ultimo documentario, ha contribuito a sondare nuove possibili prospettive per l'energia e l'ambiente, argomenti di profonda attualità e rilevanza. In un immaginifico ponte con gli 'strappi' dissacranti e provocatori che hanno reso celebre Mimmo Rotella, Oliver Stone continua a rappresentare un testimone autentico del coraggio, della libertà artistica e della potenza ideologica".

Oliver Stone si è aggiunto al ricco parterre di protagonisti che hanno ricevuto il Premio Fondazione Mimmo Rotella nel corso degli ultimi anni. Tra questi: Mick Jagger, Donald Sutherland, Mario Martone, Toni Servillo, Giuseppe Capotondi, Julian Schnabel, Willem Dafoe, George Clooney, Michael Caine, Ai Weiwei, Jude Law, Paolo Sorrentino, James Franco, Terry Gilliam, Al Pacino, Johnny Depp, Alexander Sokurov, Berry Levinson, João Botelho, Julie Taymor, Takeshi Kitano, Abel Ferrara, Gianni Amelio, Peter Greenaway, Ascanio Celestini, Gian Alfonso Pacinotti e Olivier Assayas. L'evento è stato promosso in collaborazione con Fragiacomo, Sina Centurion Palace e Webgenesis. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Lucca Film Festival
23 settembre - 02 ottobre 2022
www.luccafilmfestival.it

Una selezione internazionale film, tra lungometraggi e cortometraggi tutti in prima nazionale - tra cui 'Tropic of Violence', esordio alla regia di Manuel Schapira - parteciperanno ai concorsi internazionali al centro del programma del Lucca Film Festival, in programma dal 23 settembre al 2 ottobre 2022 a Lucca, uno degli eventi di punta del panorama culturale italiano. I cortometraggi in concorso saranno anche online su Festival Scope, visibili in tutto il mondo. Anche quest'anno il programma del festival punta diritto al cuore del cinema internazionale con una selezione di film, come di consueto, mette in mostra una straordinaria molteplicità di generi, linguaggi e contenuti, con opere che arrivano direttamente dai più interessanti festival internazionali.

Ospiti internazionali animeranno le giornate del festival. Tra i principali ospiti e premi alla carriera delle edizioni tra il 2014 e il 2021 figurano nomi quali David Lynch, George Romero, Paolo Sorrentino, Oliver Stone, Olivier Assayas, John Boorman, Alfonso Cuarón, Terry Gilliam, Willem Dafoe, Anton Corbjin, Julien Temple, Stephen Frears, Martin Freeman, Matt Dillon, Rupert Everett, William Friedkin, Thomas Vinterberg, Lech Majewski, Rutger Hauer, Joe Dante, Paolo Taviani, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Sergio Castellitto, Elio Germano, Vinicio Marchioni, Sandra Milo, Valeria Golino, Laura Morante, Jeremy Irons, Philip Gröning, Cristi Puiu, Aleksandr Sokurov, Silvio Orlando, Lodo Guenzi e Alba Rohrwacher.

I concorsi, come di consueto, si dividono in lungometraggi e cortometraggi. Entrambe le sezioni avranno 4 giurie: una giuria di professionisti internazionali dell'audiovisivo (che assegnerà per entrambe un premio di 3mila euro al miglior film), una giuria popolare, una giuria universitaria e una giuria stampa. Tra le novità introdotte lo scorso anno, la giuria stampa, formata da esperti del mondo della stampa e della comunicazione, che avrà il compito di assegnare il premio "Marcello Petrozziello", dedicato al noto giornalista lucchese scomparso e grande comunicatore, coordinatore dell'Ufficio Stampa e relazioni esterne di Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca.

Dodici i film selezionati, tutti in anteprima italiana, per il Concorso Internazionale di lungometraggi. Tra i film presentati in concorso, 'Tropic of Violence', esordio alla regia di Manuel Schapira. Tratto dal romanzo omonimo di Natacha Appanah, già adattato a graphic novel da Gaël Henry, il film è il primo girato nell'arcipelago delle Mayotte, nell'Oceano Indiano, tra il Madagascar e la costa del Mozambico, dipartimento d'oltremare francese e regione della Francia. La storia del tredicenne Moses, che dopo la morte della madre finisce per vivere nei bassifondi dove molti bambini vivono da soli, abbandonati e reietti dalla società. Per poter sopravvivere, Moses inizierà ad adottare i codici della strada e a seguire Bruce, il tirannico leader della gang di ragazzi di strada.

Tra le novità dallo scorso anno del concorso di cortometraggi, storica competizione da sempre anima del festival, la possibilità di vedere le opere da tutto il mondo sulla piattaforma Festival Scope. Tutti i corti saranno proiettati in sala fisica e in sala virtuale, accessibili gratuitamente al pubblico di tutto il mondo. Tra i cortometraggi che saranno presentati in concorso, l'anteprima italiana di 'When the rain sets in' del regista inglese James Hughes - che sarà ospite del festival - interpretato da Toby Sebastian e Florence Howard e comn le musiche di Jean-Pascal Beintus.

La storia di una coppia che dopo sei mesi di romantica storia d'amore si trova di fronte al bivio di una possibile separazione. Tra le opere fuori concorso, invece, l'italiano 'Sissy' di Eitan Pitigliani, interpretato da Vincenzo Vivenzio, Dea Lanzaro, Fortunato Cerlino e Mirella D'Angelo. La storia di un amore profondissimo, di un figlio verso la madre: un amore che supera tutto, e non si arrende di fronte a nulla, neanche alla morte, andando oltre lo spazio e il tempo, fino a diventare una favola.

Numerose come al solito le sezioni del festival e le loro proposte culturali. La Sezione "Educational", con proiezioni e incontri rivolti alle scuole di ogni ordine e grado. La sezione prevede la messa in atto di una serie di iniziative quali masterclass, incontri con registi, registe, attori, proiezioni di film e documentari con un programma ad hoc a loro dedicato in via esclusiva. Fiore all'occhiello delle attività didattiche è il "Premio Film School Network Award", nato lo scorso anno dalla collaborazione con l'omonima rete composta da 26 scuole di cinema internazionali ideata da Accademia Cinema Toscana, che mira allo scambio di esperienze e pratiche nell'ambito della Film Education fra scuole di cinema e studenti delle scuole superiori toscane.

La Sezione "Film For Our Future", frutto della rinnovata collaborazione con i festival europei e con la rete EURASF permetterà al Festival di poter implementare la qualità e la quantità dei contenuti che saranno sottoposti al giudizio del pubblico e di una speciale giuria composta dai direttori di tutti i festival di Film For Our Future. La sezione nasce dalla collaborazione con l'omonima rete di festival del cinema dediti a sensibilizzare il pubblico sui 17 obiettivi di Onu2030.

Per la Sezione "Mostre" il Lucca Film Festival propone - presso palazzo Pfanner a Lucca - la mostra del pittore livornese Marcello Scarselli, dal titolo 'Good Morning Taviani', dedicata al cinema dei Fratelli Taviani. Per l'occasione sarà ospite Paolo Taviani, già al festival nel 2007 e nel 2019, quando fu premiato per mano di Alfonso Cuaron con la Medaglia Fellini dell'Unesco.

La Sezione "Cinema Arte&Musica", dedicata alle relazioni del cinema con le arti visive e la musica, propone un programma dedicato alle produzioni documentarie di alto profilo, sia storiche che recenti. Tra le proiezioni, una selezione di documentari realizzati da Luciano Emmer, una selezione dedicata ai critofilm di Carlo Ludovico Ragghianti e una selezione di Opera di Raffaele Simongini. Il programma sarà integrato da produzioni di alta qualità relative alla musica intesa nelle sue varie declinazioni. Produzioni dedicate alla etno music a cui si aggiunge un focus particolare sulla produzione italiana dagli anni Settanta ai giorni nostri.

La Sezione "Effetto Cinema Notte" racchiude tutti gli eventi performativi e presenta ogni anno una speciale serata dove vengono coinvolte decine di compagnie di teatro e di danza, ognuna delle quali produce una performance in omaggio ad un film in abbinamento ad un locale pubblico del centro storico. La prima notte della sezione dopo due anni di pandemia avrà luogo l'1 ottobre. La Sezione "Over The Real", realizzata insieme all'omonimo Festival, presenta le più significative linee di ricerca emerse negli ultimi anni nel panorama internazionale delle arti audiovisive e delle performance intermediali. Questa edizione avrà ospite Alessandro Ludovico, fondatore di Neural.

La sezione realizzerà uno speciale progetto rivolto ai nuovi linguaggi audiovisivi della rete e saranno presenti al Festival per un incontro sul tema Yotobi e alcuni rappresentanti della casa di produzione multimediale Slim Dogs. Per la Sezione "Il cinema in gioco", l'incontro. "Forme, metamorfosi e modi di fare e farci fare il cinema nel videogame", con Federico Ercole (Il Manifesto, Dagospia) e Matteo Lupetti (ArtTribune, Gay.it, Il Manifesto, Vice). Quindi, il "Premio Donne all'Ultimo Grido", assegnato dall'omonima associazione con il Lucca Film Festival e la Sezione "Focus", dedicata a produzioni in via di sviluppo o realizzate con forte valore territoriale, attraverso la proiezione di film, trailer, teaser, materiali di studio e di produzione di progetti audiovisivi legati alla Toscana e in particolare alla provincia di Lucca.

Una nuova sezione nell'edizione 2022 sarà dedicata al "Premio Dante Alighieri Cinema Award". Nel 2021, in occasione del 700° anniversario dalla morte del Sommo Poeta, è iniziato il percorso di creazione del nuovo premio, che sarà assegnato per la prima volta ad un ospite del Festival 2022 a un artista che riflette, nella sua produzione, scelte particolari volte ad aumentare la consapevolezza sociale e pubblica su molteplici questioni e ad accendere l'immaginazione del pubblico, ma che al contempo si immerga in modo peculiare nelle componenti dello sviluppo di un film e supporti l'ecosistema che circonda la sua creazione e cultura. Il Lucca Film Festival, presieduto da Nicola Borrelli, negli anni ha omaggiato i grandi nomi del cinema internazionale da Oliver Stone a David Lynch, da Rutger Hauer a George Romero, da Paolo Sorrentino a Willem Dafoe. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Franco Battiato Franco Battiato
Dalla Sicilia all'Iperspazio


Pagina dedicata







locandina della rassegna di musica antica a Palermo Rassegna di Musica Antica
20-30 settembre 2022, ore 21 (ingresso libero fino ad esaurimento posti)
Oratorio di Santa Cita - Palermo

.. 20 settembre
Orpheus Britannicus in the Stars with Diamonds
Piero Cartosio, direttore musicale e flauto dolce; Maurizio Maiorana, regia, voce recitante e flauto dolce; Andrea Lizarraga, violino; Enrico Dibennardo, clavicembalo

.. 22 settembre
Al tempo di Alessandro Scarlatti
Giuseppe Montagno, controtenore; Carmelo Nicotra, violoncello; Nereo Luigi Dani, viola da gamba; Edvige Correnti, Clavicembalo e Organo; Nereo Luigi Dani, direttore

.. 24 settembre
Apollo e le Muse Basilio Timpanaro, clavicembalo

.. 26 settembre
Il Violino Virtuoso fra '600 e '700
Nicholas Robinson e Giulio Plotino, violini; Andrea Fossà, violoncello; Ignazio Schifani, clavicembalo

.. 28 settembre
Musica virtuosistica di autori della corte di Dresda nella prima metà del 700
Ermes Pecchinini - Angelo Caruso, corni; Nicholas Robinson - Giulio Plotino, violini; Gabriele Politi, viola; Andrea Fossà, violoncello; Basilio Timpanaro, basso continuo; Weichao Huang, contralto

.. 30 settembre
La fantasia è l'occhio dell'anima
Guido Maria Morini, clavicembalo




Hotel Sarajevo
17 settembre 2022, ore 20.45
Teatro Litta - Milano

Nell'ambito dell'ottava edizione del Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo, "Hotel Sarajevo", il film documentario di Barbara Cupisti sull'assedio di Sarajevo e la guerra in Bosnia-Erzegovina. "Hotel Sarajevo" (durata: 90') sarà presentato fuori concorso a Visioni dal Mondo, appuntamento annuale con il cinema del reale, fondato e prodotto da Francesco Bizzarri, con la direzione artistica affidata a Maurizio Nichetti. Il documentario è una produzione Clipper Media, Luce Cinecittà con Rai Cinema, prodotto da Sandro Bartolozzi con la produzione esecutiva di Barbara Meleleo, proposto in anteprima lo scorso 29 maggio su Speciale Tg1, in occasione del trentennale dell'assedio di Sarajevo, è stato proiettato proprio a Sarajevo a luglio alle Giornate del Cinema Italiano in BIH 2022 e ad agosto al Sarajevo Film Festival.

"Hotel Sarajevo" ripercorre alcune delle vicende cruciali del conflitto nella ex-Jugoslavia, per raccontare le ferite di una guerra avvenuta nel cuore dell'Europa, dove comunità che avevano fino ad allora convissuto si ritrovarono coinvolte, alternativamente vittime e carnefici, in crimini spietati. Si avvale del montaggio di Piero Lassandro, della fotografia di Antonello Sarao, delle musiche di Tommaso Gimignani. Il docufilm scava nel vivo di ferite ancora aperte. Eventi che trovano oggi delle analogie con il conflitto che sta sconvolgendo il cuore dell'Europa. Fino a qualche mese fa, si pensava che la guerra in Europa fosse ormai un lontano ricordo. Purtroppo, a trent'anni di distanza, la storia si ripete. La guerra è tornata in Europa e l'Ucraina è la vittima del nostro presente.

Tra il 1991 e il 2001 una serie di conflitti armati e guerre civili hanno messo fine alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, dapprima con la guerra d'indipendenza slovena, proseguendo con quella croata, passando poi per la guerra in Bosnia, fino a quelle più tardive in Kosovo e nella Repubblica di Macedonia. Così come avvenuto trent'anni fa, l'Hotel Holiday Inn di Sarajevo rappresenta il luogo del racconto della guerra. Nella città assediata, l'Holiday Inn fu la "casa" di molti corrispondenti stranieri e troupe televisive e un nodo cruciale del sistema di comunicazione verso l'esterno.

Attraverso i tre protagonisti si confrontano tre generazioni: quella di Boba Lizdek, fixer che ci aiuta ad attraversare passato e presente, quella di Zoran Herceg, oggi artista e fumettista di fama, che durante la guerra era un giovane di appena quattordici anni costretto a fuggire all'estero con un convoglio della Croce Rossa, quella di Belmina, attuale executive manager dell'Holiday Inn che all'epoca del conflitto non era ancora nata e che oggi custodisce la memoria di quel luogo simbolo. Un viaggio tra passato e presente che esplora le ripercussioni di tanta violenza attraverso il ricordo dei tre personaggi impegnati nell'elaborazione del loro passato, nella speranza che si possa compiere un passo in avanti verso la costruzione di una società multietnica, che sappia valorizzare la diversità e solidarietà tra i popoli. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)

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Copertina del libro Mondo ex e Tempo del Dopo di Pedrag Matvejevic Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic, ed. Garzanti

I Balcani sono un'area dell'Europa in cui da sempre la "geografia non coincide con la Storia". Terra di interposizione tra Occidente e Oriente, in politica, religione, cultura, arte. Era qui che l'impero romano d'occidente lasciava la sovranità a quello d'oriente. In "Mondo ex" Pedrag Matvejevic ripercorrere quindici anni di dissolvimento di un paese nato mettendo insieme popoli e territori.

Recensione





Sicilia: Turismo 2022 | Una molteplicità di rilevazioni favorevoli dai turisti nell'Isola della Trinacria

Non è turismo di prossimità, ovvero il passaggio e la permanenza occasionale in un luogo che si trova nel percorso verso la meta prevista. Il turismo in Sicilia è scelta consapevole di volontà e desiderio. Il turista che visita la Sicilia decide di visitare la Sicilia. La Sicilia è il Centro, è il lontano Ovest dei Fenici e dei Greci, l'Oriente Europeo della Spagna Imperiale, il Nord dei Vandali dopo l'incrocio con i Berberi, il Sud solare e mitologico per Goethe e Wagner.

Articolo di Ninni Radicini




Locandina del Festival del cinema spagnolo e latinoamericano 2022 Victoria Abril Festival del cinema spagnolo e latinoamericano
15esima edizione, 06-12 ottobre 2022
Cinema Farnese - Roma
www.cinemaspagna.org

La 15a edizione del Festival del cinema spagnolo e latinoamericano ha cominciato il suo viaggio a luglio, con i primi appuntamenti a Campobasso (Palazzo GIL dal 18 al 20 luglio), Napoli (FOQUS Quartieri Spagnoli dal 22 al 29 luglio), e Messina (Parco Horcynus Orca, dal 26 al 28 luglio). Dopo l'estate, il Festival celebrerà il suo momento centrale al Cinema Farnese di Roma, per poi continuare il suo percorso in altre città d'Italia con tappe a Genova, Padova, Matera, Cagliari e Treviso. Madrina d'onore di questa nuova e ricca edizione è l'attrice Victoria Abril, musa di Pedro Almodóvar (La legge del desiderio, Legami!, Tacchi a spillo, Kika).

Tra i titoli in programma in questa edizione, Buñuel, un cineasta surrealista di Javier Espada presentato a Cannes, dedicato al geniale regista che a partire da Un chien Andalou continuò la riesplorazione degli elementi essenziali del Surrealismo, plasmando da lì tutto il proprio cinema; Hugo in Argentina di Stefano Knuchel, sui ruggenti anni vissuti in Argentina dal grande Hugo Pratt, creatore di Corto Maltese; Alcarràs di Carla Simón, recente vincitrice dell'Orso d'Oro a Berlino; El buen patrón di Fernando León de Aranoa, trionfatore agli ultimi Premi Goya con Javier Bardem. Tutti i film sono proiettati in versione originale sottotitolata in italiano. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Locandina del Magna Graecia Film Festival 2022 I Premi del Magna Graecia Film Festival
XIX edizione
www.mgff.eu

Si è tenuta Catanzaro dal 30 luglio al 7 agosto 2022 la diciannovesima edizione del Magna Graecia Film Festival - ideata e diretto da Gianvito Casadonte, che ha visto quest'anno come madrina l'attrice e musicista Beatrice Grannò. Un fitto programma di proiezioni di lungometraggi italiani e internazionali e di documentari, incontri e masterclass di ospiti internazionali e la grande musica dal vivo hanno animato il festival. Le serate del Magna Graecia Film Festival sono state presentate dalla conduttrice radio e tv Carolina Di Domenico, mentre masterclass e talk con gli ospiti sono state tenute da Silvia Bizio e Fabrizio Corallo.

I concorsi dedicati alle sezioni di Opere prime italiane e a quelle internazionali e di documentari, curate rispettivamente da Silvia Bizio e Antonio Capellupo, hanno presentato alcuni dei lavori più apprezzati della stagione. Tra le opere prime e seconde di lungometraggi italiani sono stati consegnati i seguenti premi:

Miglior film: Una Femmina diretto da Francesco Costabile, con la seguente motivazione: "Una storia di cronaca trasportata sullo schermo attraverso le potenzialità immaginifiche del cinema. 'Una femmina' è un eccellente opera prima".

Miglior regia: Gabriele Mainetti per Freaks Out, con la seguente motivazione: "Autore, produttore, regista visionario. Gabriele Mainetti si conferma un talento unico nel solcare territori inesplorati. Una voce indipendente e ormai necessaria per il nostro Cinema".

Miglior attrice: Lina Siciliano per Una femmina, con la seguente motivazione: "Il suo temperamento, il suo sguardo e il coraggio con il quale è riuscita a mettersi a nudo per la prima volta davanti alla macchina da presa fanno di Lina Siciliano una futura certezza del cinema a venire".

Miglior attore: Lillo per Gli idoli delle donne, con la seguente motivazione: "Per la sua straordinaria capacità di mettersi a servizio del racconto con grazia ed ironia, per la libertà con la quale affronta temi, mondi e personaggi del nostro tempo che, come in questo film, prendono vita grazie alla sua unicità".

Miglior sceneggiatura: Nicola Guaglianone e Gabriele Mainetti per Freaks Out con la seguente motivazione: "Un osservatore attento e scrupoloso del reale, capace di sintetizzare e trasporre la nostra Storia in un racconto libero e non lineare. Nicola Guaglianone ci accompagna in un viaggio che, partendo dal passato, ci immerge nel nostro presente e ci proietta in un futuro che si reinventa ogni volta al servizio di un pubblico ideale".

Le opere prime e seconde di lungometraggi internazionali, giudicate da una giuria composta dal regista John Landis (Presidente di giuria), dallo stilista Domenico Vacca e da Nadia Tereszkiewic, protagonista del prossimo film di François Ozon. La giuria ha premiato:

Miglior film: Princess of the row, di Van Maximilian Carlson

La Giuria ha anche riconosciuto una Menzione speciale all'attrice Seidi Haarla, protagonista di Scompartimento N.6 di Juho Kuosmanen. Di seguito la dichiarazione della Giuria:

"La Giuria apprezza l'eccellenza di tutti i film presentati. Dall'Ucraina abbiamo visto Bad Roads, uno sguardo straziante sula violenza e la follia della guerra. Dalla Spagna abbiamo visto Alcatraz, la tragedia di generazioni di agricoltori che si trovano ad affrontare la maledizione del progresso. Dal Buthan abbiamo visto Lubiana, che ci ha portati in un viaggio verso una terra lontanissime ed una cultura molto diversa. Dalla Finlandia è arrivato Compartment 6, la storia di un viaggio in treno attraverso la Russia di una donna, un viaggio forse alla ricerca di se' stessa.

Da Los Angeles, California, arriva Princess of the Row, che parla del rapporto di una giovane ragazza con il padre senza tetto e malato di mente che vive in una tenda in un quartiere malfamato. Siamo felici di annunciare la nostra decisione, vince Princess of the Row: il film ci porta nel cuore di LA proprio al centro di un drammatico problema sociale americano che deve essere affrontato e risolto. La Giuria desidera conferire una menzione speciale a Seidi Haarla in riconoscimento della sua straordinaria performance in Compartment 6".

Le opere prime e seconde di documentari, giudicate da una giuria composta da Agostino Ferrente (Presidente di giuria), Roberto Perpignani e Serena Gramizzi hanno premiato con un ex aequo:

Rue Garibaldi, diretto da Federico Francioni, con la seguente motivazione: "Per aver narrato, con sottigliezza e condivisione, la vicenda di due fratelli spaesati, emigranti, che comunicano tra loro e con il mondo esterno in un mix di lingue (tunisino e francese, siciliano e inglese), cercando di individuare un significato a un'esistenza che non ha più un luogo. Una storia d'immigrazione/emigrazione 2.0, che sembra non riguardare direttamente lo spettatore ma che, invece, lo riporta alle proprie origini, rendendolo testimone di un'esperienza dal finale ancora tutto da scrivere".

Non sono mai tornata indietro, diretto da Silvana Costa, con la seguente motivazione: "Per aver riscoperto un pezzo rimosso della nostra Storia partendo dal coinvolgimento personale, quello della regista che si mette in gioco raccontando una vicenda familiare, innestata in un'antica consuetudine che da secoli caratterizza le disuguaglianze sociali, di cui erano vittime soprattutto le donne. Attraverso la potenza di una presa diretta durata anni, e la ricchezza dell'archivio, Silvana Costa racconta bene la ribellione della protagonista, la voglia d'indipendenza, ma anche l'atteggiamento conflittuale di amore e odio verso la propria terra, la Calabria...".

Numerosi i personaggi premiati sul palco del festival a Catanzaro Lido. Tra questi, star del calibro di Richard Gere, John Landis, Stefania Sandrelli, Marco Tullio Giordana, Ricky Tognazzi, Marco Leonardi, Manuel Agnelli, Michael Radford, Jeremy Piven, Ludovica Francesconi, Sara Lazzaro, Zahi Hawass. Spazio anche ai libri, con l'attore e sceneggiatore Marco Bonini e la musica protagonista con le esibizioni de Il Volo, Malika Ayane, Giulia Penna e Noè. L'informazione protagonista con i premi a Paolo Petrecca e Leonardo Metalli.

Il Festival è sostenuto da una importante rete istituzionale guidata da Ministero della Cultura, Calabria Straordinaria - brand della Regione Calabria - Assessorato al Turismo -, Calabria Film Commission, Comune di Catanzaro, Lilt - Lega Italiana per la lotta contro il cancro. ITA Airways è uno degli sponsor della 19ª edizione del Magna Grecia Film Festival. Il Magna Graecia Film Festival aderisce anche alla rete dei festival sostenibili e plastic free - per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema della tutela dell'ambiente, dei borghi e delle spiagge - sposando la campagna promossa da Agis e Italiafestival. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Muestra de Cine Mexicano Otoño 2022
III edizione, 30 settembre / 01-02 ottobre 2022
Casa del Cinema - Roma

A ingresso gratuito fino a esaurimento posti, fondato e diretto da Cecilia Romo Pelayo, la terza edizione del festival si rinnova dopo due anni di pandemia. Il programma del festival di cinema messicano prevede lungometraggi e cortometraggi, tutti presentati in anteprima assoluta in Italia, proiettati in lingua originale con sottotitoli in italiano. Per la prima volta il festival si avvale della collaborazione di due tra i festival più prestigiosi e con una lunga tradizione in America Latina: EL Festival Internacional de Cine de Morelia che presenta due programmi di cortometraggi, e il Ficunam Festival Internacional de Cine Unam, dell'Universidad Nacional Autónoma de México.

Unico evento dedicato in Italia al cinema messicano in tutta Italia, è - nelle intenzioni della direzione artistica - una voce nella scena culturale italiana, un'iniziativa che, speriamo, possa conquistare sempre più spettatori, che possano godere di un altro magnifico cinema messicano, il cinema che molto difficilmente arriverebbe nelle sale italiana e anche, in alcuni casi, sulle piattaforme digitali. Uno degli obiettivi del festival - continua Cecilia Romo Pelayo - è poter, attraverso il linguaggio cinematografico, far conoscere la nostra cultura, la nostra Storia, le nostre tradizioni e le differenti realtà della nostra società".

Ospite d'onore di questa edizione, la brillante cineasta messicana Ana Laura Calderón, che il 30 settembre inaugurerà il festival presentando il suo Corazón de Mezquite. Già presentato in tutto il mondo e con numerosi premi internazionali, il film racconta la storia di Lucia, bambina yoreme orfana di madre e del suo sogno di suonare l'arpa, per cui dovrà lottare con tutte le sue forze, in un Paese dove gli arpisti sono considerati guardiani delle tradizioni. Ma l'animazione sarà anche appannaggio dei più grandi, con il divertente e commovente film d'animazione Ana y Bruno diretto da Carlos Carrera. Altra novità, la presentazione di film in lingue preispaniche delle regione del Chiapas e di Sonora.

Tra gli altri film della selezione, El Sembrador di Melissa Elizondo Moreno; El Tren Fantasma di Gabriel Garcia Moreno; Pobo Tzu, diretto a quattro mani da Tania Ximena e Yollotl Gómez; Malintzin 17, anche questo diretto a quattro mani da Eugenio Polgovsky e Mara Polgovsky. Quindi, come tradizione del festival, un classico del cinema messicano, Dos Monjes, diretto da Juan Bustillo Oro nel 1934. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "SERGIO AMIDEI"
"I Fratelli De Filippo" e "Scompartimento n.6" vincono ex aequo


41esima edizione, 14-20 luglio 2022
Palazzo del Cinema - Hiša Filma - Gorizia
www.amidei.com

I Fratelli De Filippo di Sergio Rubini, scritto da Angelo Pasquini, Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini e Scompartimento n.6 di Juho Kuosmanen, scritto da Andris Feldmanis, Livia Ulman, Rosa Liksom e Juho Kuosmanen vincono ex aequo il 41° Premio internazionale alla migliore Sceneggiatura "Sergio Amidei" con la seguente motivazione:

"La giuria del Premio Amidei, composta da Francesco Bruni, Silvia D'Amico, Massimo Gaudioso, Doriana Leondeff, Francesco Munzi, Giovanna Ralli e Marco Risi, ha deciso di assegnare quest'anno un premio ex aequo per la miglior sceneggiatura a due film molto diversi tra loro che hanno però comune l'amore con cui i personaggi vengono trattati. I Fratelli De Filippo di Sergio Rubini, scritto da Angelo Pasquini, Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini, per l'appassionato ritratto di artisti da "cuccioli" di tre grandi interpreti della scena teatrale del Novecento colti nell'alba delle loro vite straordinarie perché straordinariamente umane, e Scompartimento n.6 di Juho Kuosmanen, scritto da Andris Feldmanis, Livia Ulman, Rosa Liksom e Juho Kuosmanen, un road movie artico struggente e ipnotico in cui i due protagonisti, una studentessa finlandese e un minatore russo, attraverso un viaggio in treno tra lande ghiacciate approdano in un territorio caldo e magico in cui l'amore, raccontato senza nessuna retorica, permette di superare ogni barriera. Un film che nel travagliato momento storico che stiamo vivendo assume un valore quasi simbolico."

L'annuncio avvenuto questa mattina in occasione di un affollato incontro stampa è stato così commentato da Sergio Rubini, regista e co-sceneggiatore assieme a Angelo Pasquini, Carla Cavalluzzi de I Fratelli De Filippo:

"Innanzitutto questo è un premio importante perché Sergio Amidei è stato un grande sceneggiatore e ricevere un riconoscimento a suo nome è molto lusinghiero per noi. Con grande gioia e anche emozione, sono qui per ricevere questo premio in una città molto particolare. Gorizia, come città di frontiera, è una città simbolica per il cinema, perché il cinema serve ad abbattere le barriere e questo è un luogo emblematico in tal senso. Quanto alla nostra scrittura, io e Carla siamo una coppia ormai da tanti anni, 23-24 anni, e da altrettanti collaboriamo, scriviamo i film insieme. Quindi per noi un po' tutti i film è come se facessero parte della nostra famiglia. In qualche modo anche Angelo è uno di famiglia perché lavora con noi da tempo.

Abbiamo scritto tanti film con lui ed è un elemento dialettico tra noi che siamo una coppia, appunto. È un amico che dall'esterno in qualche modo ci stimola, e penso che in un certo senso anche noi per lui siamo stimolanti. I fratelli De Filippo è una storia fantastica, di una famiglia incredibile che in qualche modo era emarginata e che poi, grazie al talento e alla tenacia, è riuscita a ribaltare il proprio destino. Quindi è un film che dà tanta speranza a tutti, perché ci racconta che, pur partendo dalle retrovie, siamo in grado di modificare il corso della nostra storia."

Così nelle parole di Carla Cavalluzzi: "Lavorare con Sergio e Angelo è una responsabilità. Essendo Sergio oltre che regista anche un autore da tanti anni e allo stesso modo Angelo che è un grande sceneggiatore, come elemento più giovane del trio ho la responsabilità di portare avanti la visione della mia generazione e quindi di rinnovare un po' il pensiero di autori formati e importanti come loro."

Angelo Pasquini - già vincitore del Premio Amidei alla Migliore Sceneggiatura nel 1992 con il film Le amiche del cuore di Michele Placido, riconoscimento attribuitogli dall'allora giuria composta da Suso Cecchi D'Amico, Ettore Scola, Age (Agenore Incroci), Furio Scarpelli, Mario Monicelli - ha così commentato:

"È una grandissima emozione perché 30 anni fa ero qui con Le amiche del cuore, con cui ho vinto il premio assieme a Michele Placido e Roberto Nobile. L'atmosfera era diversa, c'erano Furio Scarpelli, Age e molti altri, insomma la vecchia guardia dei grandi sceneggiatori italiani. Ora sono molto contento di essere nuovamente qui con I fratelli De Filippo a incontrare la nuova guardia del Premio Amidei. Non mi sembra che siano passati trent'anni. Io sono molto cambiato, Gorizia invece mi pare molto simile a un tempo. Molto bella è la realtà cinematografica che si sta sviluppando in queste zone e sono molto emozionato di ricevere qui questo nuovo riconoscimento."

Perno dell'intera manifestazione goriziana, il Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" viene conferito dalla Giuria Amidei - composta dagli sceneggiatori e registi Marco Risi e Francesco Munzi, Francesco Bruni, lo sceneggiatore Massimo Gaudioso, la sceneggiatrice Doriana Leondeff, l'attrice Giovanna Ralli (vincitrice del David di Donatello alla carriera nel 2022) e la produttrice Silvia D'Amico - alla sceneggiatura che più si distingue per originalità, capacità di sperimentare nuove formule narrative, e per l'attenzione alla realtà sociale e ai temi emergenti del mondo contemporaneo.

Questa la rosa dei titoli che ha visto contendersi quest'anno il prestigioso riconoscimento: Ariaferma, sceneggiatura di Leonardo Di Costanzo, Valia Santella, Bruno Oliviero; Scompartimento N.6, sceneggiatura di Andris Feldmanis, Livia Ulman, Rosa Liksom, Juho Kuosmanen; Illusioni perdute, sceneggiatura di Jacques Fieschi, Xavier Giannoli; Il ritratto del duca, sceneggiatura di Richard Bean, Clive Coleman; Qui rido io, sceneggiatura di Mario Martone, Ippolita di Majo; Il capo perfetto, sceneggiatura di Fernando León de Aranoa; Piccolo corpo, sceneggiatura di Laura Samani, Marco Borromei, Elisa Dondi; I fratelli De Filippo, sceneggiatura di Sergio Rubini, Carla Cavalluzzi, Angelo Pasqualini; Marx può aspettare, sceneggiatura di Marco Bellocchio. (Estratto da comunicato ufficio stampa AtemporaryStudio)




"Variazioni su Fuori"
Francesco Michi e Mechi Cena
ANTS Records, 2019


Presentazione il 17 marzo 2022 alla Libreria Il Libraccio a Firenze


"Variazioni su Fuori" è un cofanetto, contenente un CD, un DVD, a alcuni testi scritti. È stato pubblicato dalla etichetta ANTS (storica etichetta di musica sperimentale internazionale con sede a Roma) in tiratura limitata. "Variazioni su Fuori" fa riferimento ad una partitura verbale di Giuseppe Chiari (musicista, pianista ed artista visivo fiorentino, che fece parte del movimento Fluxus) del 1965: un performer narra, con frasi brevi, ciò che ascolta nel momento stesso in cui la performance si svolge, in tempo reale: la partitura contiene le istruzioni relative a come raccontare il suo ascolto.

Portata fuori dal contesto del palcoscenico ed affidata alla esecuzione di più di un performer, la stessa partitura offre la possibilità di essere usata per ottenere più voci che narrano ognuna il proprio ascolto dello stesso ambiente. Se l'ambiente è all'aperto, l'esecuzione fornisce elementi interessanti per la valutazione della percezione collettiva di un paesaggio sonoro, amplificando uguaglianze e differenze. Dunque il cofanetto contiene i testi elaborati delle narrazioni dei vari performer e scritti che illustrano e commentano il lavoro fatto, un CD ed un DVD tramite i quali si può ascoltare un concerto polifonico vocale che ci racconta di un ambiente, invitandoci ad immaginarlo, passando con l'attenzione da uno all'altro esecutore, oppure semplicemente ad ascoltarlo così com'è, come musica.

Mechi Cena Studia musica elettronica ed informatica musicale ai Conservatori di Torino e Firenze. Come musicista è interessato alla sperimentazione di approcci creativi con i materiali che la tecnologia offre all'uso quotidiano, e allo studio dell'ambiente acustico e delle sue modificazioni. Dagli anni '80 scrive e realizza trasmissioni e radiodrammi per la Rai e per la Radio Svizzera in lingua Italiana. Con Francesco Michi scrive "Suonetti - brevi racconti del sonoro" alla sua seconda edizione con "le Mezzelane Editore"

Francesco Michi, laureato in Filosofia e poi in Musica elettronica, dagli anni '80 pubblica articoli, libri, cd, realizza installazioni sonore, performance, sculture e macchine sonore e musicali, programmi radiofonici, ecc., in Italia e all'estero. Tutti questi lavori si basano sui concetti di ecologia acustica e design acustico. Da marzo 2009 è il coordinatore italiano di Forum Klanglandschaft (Fkl), un'associazione internazionale per il paesaggio sonoro. (Comunicato stampa)




Sui Generis - Breve affresco di Renzo Zorzi
di Davide Maffei e Alessandro Barbieri
www.youtube.com/watch?v=JntQaGPeKbk

Realizzato per il centenario di Renzo Zorzi, il video racconta la figura dello straordinario intellettuale e umanista che ha guidato le attività culturali, il disegno industriale e l'architettura dell'azienda Olivetti dopo la morte di Adriano. Il video rientra nel perimetro del progetto "Olivetti. Cronache da un'industria gentile", che ha dato vita ai due docufilm "Paradigma Olivetti" e "Prospettiva Olivetti" per la regia di Davide Maffei. Il filmato è disponibile sul canale Youtube dell'Associazione Archivio Storico Olivetti. (Comunicato di presentazione)




Premi Città di Marineo
A Roberto Piazzi il premio per la Poesia e a Valerio Massimo Manfredi il premio speciale


28 novembre 2021
Villa Patrì - Marineo (Palermo)

Marineo non ha dimenticato il suo Premio, giunto alla 46esima edizione, ma l'edizione 2020 ha dovuto subire gli effetti della pandemia che hanno condizionato la vita di tutti. Nell'ambito della sezione edita in lingua italiana la Giuria, composta da Salvatore Di Marco da Flora Di Legami, Michela Sacco Messineo, Giovanni Perrone, Ida Rampolla, Tommaso Romano, e Ciro Spataro, ha attribuito il primo premio al poeta Roberto Pazzi con la raccolta "Un giorno senza sera" Edizioni La Nave di Teseo.

Sono risultati finalisti i poeti: Vincenzo Montuori con la raccolta "Nella gabbia dorata "Book Editore, Stefano Vespo con la silloge " Il sorriso della chiusa mandorla" - Edzioni la Vita Felice, Angelo Andreotti con la raccolta "L'attenzione" edizioni Puntoacapo, Lorenzo Spurio, con la raccolta " Tra gli aranci e la menta" - Edizioni PoetiKanten, Mauro Di Maria con la silloge "Gli orecchini" - Book Editore, Pia Amodeo con la silloge " Prima che arrivi l'alba" - Edizioni Thule.

Il premio speciale è stato assegnato allo scrittore Valerio Massimo Manfredi, uno dei divulgatori culturali più noti al grande pubblico italiano, che ha scritto romanzi e saggi storici, tradotti in ben 39 lingue. Con tale conferimento la Giuria lo "addita come modello per le nuove generazioni, sia sotto l'aspetto culturale, sia sotto l'aspetto umano, coinvolgendo i giovani nella maturazione di una coscienza civica e facendo loro scoprire un viaggio nella Storia e nelle Storie, nella consapevolezza che la memoria trova il suo significato ultimo nella costruzione dell'identità del presente".

Per quel che concerne la sezione edita in lingua siciliana il primo premio è stato assegnato a Jose Russotti con la raccolta "Arrèri o scuru" Edizioni Controluna-. Nella stessa sezione sono risultati finalisti Maria Gabriella Canfarelli con la silloge " Provi di lingua matri" Edizioni Novecento e Michelangelo Grasso con la raccolta "Pani di vita" - Edizioni MarranzAtomo.

Nella sezione inediti in lingua siciliana il primo premio è stato assegnato ex aequo a Paolo Passanisi per la lirica "A vita" e a Pippo Di Noto con la lirica "Absolute beginners". Sono risultati finalisti i poeti: Franca Cavallo con la lirica "Jorna", Antonino Lo Bue con la lirica "Né oi né dumani", Gero Miceli con la lirica "Tampasiannu", Margherita Neri Novi con la lirica "Chiovi", Anna Maria Tornabene Burgio con la lirica "Ciavuru di sucu", Salvatore Valenti con la lirica "L'arcobalenu".

La commissione giudicatrice, inoltre, ha deciso di assegnare la targa "Francesco Grisi" al giornalista e saggista Lino Buscemi che, nel suo percorso di vita, ha messo in luce, da vero paladino della cittadinanza attiva, non solo lo stato di abbandono di molti luoghi di arte della città di Palermo, ma nel contempo ha coniugato la passione della storia con la difesa dei diritti umani. Quest'anno per la quarta volta, i premi, in una simbiosi tra arte e poesia, saranno donati dagli artisti: Antonella Affronti, Alessandro Bronzini, Elio Corrao, Antonino Liberto, Tiziana Viola Massa, i quali condividendo lo spirito dell'evento marinese, sono convinti dell'unicità dell'arte per fare emergere il valore comunicativo della poesia.

La cerimonia di premiazione, curata dal Circolo Culturale con la collaborazione di Marcello Scorsone direttore della Galleria Studio 71 sarà presentata da Katiuska Falbo mentre la voce recitante sarà quella di Marisa Palermo. (Comunicato Segreteria del Premio)




Casa delle tecnologie emergenti di Matera
Creato il logo della Cte Matera


Un tocco d'azzurro in omaggio al gonfalone della città, un sasso stilizzato e un cavo di cablaggio che disegna la "M" di Matera. C'è la città, nei suoi colori e simboli e, con il cavo di cablaggio emblema di reti e interconnessioni, il logo della Casa delle Tecnologie emergenti di Matera "racconta" anche le opportunità che genererà. La Cte Matera ha il suo logo ufficiale. Realizzato dalla Pirene srl, società di pubbliche relazioni che opera dal 1999. Selezionata con bando a evidenza pubblica, la Pirene è stata scelta fra le 11 aziende che hanno partecipato alla selezione.

Offerta competitiva quella dell'azienda romana che, da contratto, seguirà la Cte Matera per un anno occupandosi dell'identità visiva. Descrizione/concept del logo Cte Matera: L'idea nasce dalla volontà di rappresentare lo sviluppo tecnologico nel contesto di una delle più antiche città al mondo. La costruzione del logo "cte matera" è formata da un pittogramma che sintetizza, con un tratto originale e moderno, una linea morbida che dinamicamente disegna la lettera "m" (iniziale di Matera) e si ferma con un punto in alto. Questo elemento ricorda un cavo di rete per cablaggio, simbolo dello sviluppo tecnologico.

La linea è sovrapposta a una forma di colore azzurro (colore della città) che raffigura un grosso sasso. In basso la parte testuale "cte matera" è costruita con un font nuovo e personalizzato di facile lettura, la scelta del minuscolo trasmette disponibilità e apertura all'esterno. Invece in maiuscolo con font Titillium, di dimensioni più piccole, il marchio si completa con "Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera". La scelta dei colori e l'alternanza tra linee morbide e forme rigide conferiscono movimento alla figura e racchiudono il significato di un progetto innovativo e concreto. (Estratto da comunicato stampa)




I vincitori del Monreale Premio Ambiente 2021
Monreale (Palermo), 15-18 settembre 2021
www.festivaldelcinemaitaliano.com

Proiezioni, convegni, incontri con personaggi del cinema italiano, masterclass e una serata finale, con tanti ospiti e sorprese hanno caratterizzato la quattro-giorni monrealese. L'evento è parte del Festival del Cinema Italiano, organizzato da A&D Comunicazione, diretto dal regista Paolo Genovese, con Fabrizio del Noce in veste di Presidente onorario. Al centro del festival l'argomento ambientale - tema quanto mai attuale e centrale anche in virtù della Cop 26, il vertice globale sul clima che si terrà a Glasgow dal 1 al 12 novembre 2021. Il Festival del Cinema Italiano ha portato, accanto alla cattedrale medioevale di Santa Maria Nuova (dal 2015 Patrimonio Mondiale dell'Umanità UNESCO) una selezione dei migliori documentari ambientali delle due edizioni precedenti.

La serata conclusiva del festival presso il Pool Garden dell'Al Balhara Resort & Spa, è stata presentata dall'attrice e conduttrice Anna Falchi, alla presenza di attori, produttori, cantanti e registi. Lidia Schillaci, Neja, Danilo Amerio, Roccuzzo, Dario Cassini, Pino Ammendola, Angela Nobile, Loredana Cannata e Sofia Fici, Miss Sicilia 2020 si sono alternati sul palco in una serata organizzata come un vero e proprio show di intrattenimento puro.

La Giuria composta da Marcello Foti - già direttore della Cineteca Nazionale di Roma e direttore generale della Fondazione Centro sperimentale di cinematografia - dai giornalisti Marta Perego e Marino Midena, Eleonora Contessi, direttrice della fotografia, Alberto Arcidiacono Sindaco di Monreale, dalla regista e produttrice Rosalida Ferrante, dal regista Giuseppe Sciacca, dalla giornalista Titti Giuliani Foti e da Stefano Lo Coco componente dell'Amministrazione locale, ha assegnato Il Monreale Premio Ambiente 2021 al documentario Tra il mare e la terra, regia di Marco Spinelli.

Il documentario è un viaggio attraverso la Sicilia delle tradizioni, alla ricerca della passione che anima la vita di chi ancora oggi ha scelto di continuare a lavorare come un tempo. Dalle montagne al mare, attraverso gli occhi di agricoltori, pastori e pescatori che hanno un rapporto ancora arcaico e carnale con la propria terra. Emozioni che fluttuano tra le onde o vengono mosse dal vento nei campi. La magia si esprime nel raccontare il nostro rapporto con la natura grazie allo sguardo e alla voce dei più semplici, la motivazione espressa dai giurati.

Per la forza di una inchiesta senza compromessi che va al cuore del problema del commercio illegale del legno e della deforestazione la Menzione speciale va a Deforestation Made in Italy di Francesco De Augustinis: due anni di indagini, viaggi, ricerche, racchiusi in un documentario ambientato tra Italia, Europa e Brasile. Uno scorcio inedito sul rapporto diretto che esiste tra le principali eccellenze del Made in Italy e la deforestazione tropicale. Il Premio del Pubblico è invece assegnato a Covid-19 Il virus della paura di Christian Marazziti. Il film vede protagonisti un complottista seminatore di fake news, un'italo-cinese tacciata di essere il "virus", un'ipocondriaca in panico, un irresponsabile malato di Covid.

Nel corso dell'evento sono stati, inoltre, conferiti riconoscimenti a tre aziende e ad un giovane imprenditore che si sono distinti nel campo dello sviluppo sostenibile, del rispetto ambientale e della responsabilità sociale. I Premi sono andati a Erg Spa per essere riuscita a trasformare, nel corso degli ultimi anni, il proprio modello produttivo e di sviluppo aziendale, sostituendo sempre più le attività basate sul petrolio con quelle legate a fonti rinnovabili, contribuendo così a un minore impatto ambientale, e a uno sviluppo sostenibile.

A Ecolandia, per essere divenuta un'azienda di grande efficienza nel trattamento dei rifiuti, grazie a una particolare attenzione alle esigenze ambientali, riuscendo a ottenere punte di assoluto rilievo nella raccolta differenziata, in tutte le realtà locali in cui opera. A Mec, per aver recuperato un antico palazzo palermitano, e aver inserito, all'interno di una moderna struttura museale, un ristorante di alta qualità, e dimostrando così che la cura all'ambiente si traduce nell'attenzione all'uso di ingredienti a chilometro zero, ma anche alla conservazione e riutilizzazione del patrimonio artistico. A Giuseppe Montalbano, per essere intervenuto nel territorio di Monreale recuperando una vecchia struttura in abbandono, che faceva parte del parcoreale, e averla trasformata in un moderno, accogliente ed elegante complesso turistico, che configura la compatibilità ambientale fra i suoi punti di forza.

La kermesse che si è svolta tra il centro di Monreale e la splendida cornice del Resort Al Balhara, si avvale del sostegno della Regione Sicilia e del Comune di Monreale e del patrocinio di: Ministero della Cultura (MiC), Ministero dell'Ambiente, Regione Sicilia, Comune di Monreale, CSC - Centro Sperimentale di Cinematografia. Si ringraziano inoltre Al Balhara - Hotel Resort Spa e Smile Vision, società nata nel 2015 attiva nel settore della comunicazione visiva e della produzione cinematografica, che affianca ancora una volta il Festival del Cinema Italiano prendendo parte al Monreale Premio Ambiente in qualità di Media Partner. L'azienda mira a valorizzare il profilo sostenibile assunto dalla rassegna cinematografica attraverso la produzione di video, dirette streaming, interviste, materiale fotografico e contenuti destinati ad Speciale dedicato, che andrà in onda su Rai 2 nei prossimi giorni. Media Partner: Rai 2, Radio 2 e Rai Radio Live, Smile Vision, Ciak Magazine e la Accademia Ciak si gira, Coming soon, TeleSpazio Canale 611. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Locandina Premio Amidei 2021 Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" a "Est - Dittatura Last Minute"
23-29 luglio 2021
Palazzo del Cinema - Hiša FilmaPiazza della Vittoria - Gorizia

  "Est - Dittatura Last Minute" per la sceneggiatura e regia di Antonio Pisu vince il 40° Premio internazionale alla migliore Sceneggiatura "Sergio Amidei" con la seguente motivazione: "Per la verità con cui viene portata sullo schermo una vicenda realmente accaduta, per la capacità di non perdere mai di vista la realtà, tratto distintivo della personalità di Amidei, per l'autenticità con cui sono ritratti i personaggi e la mano leggera con cui si passa dal dramma alla commedia, per l'originalità anche visiva della storia, in cui vecchie riprese in video 8 e immagini di repertorio trovano nel racconto un perfetto equilibrio. E soprattutto per essere riusciti a farci danzare con le stelle, citando il brano del grande e compianto Franco Battiato la cui voce illumina il film, la giuria attribuisce il Premio alla Migliore Sceneggiatura Sergio Amidei 2021, giunto alla sua quarantesima edizione, a un film piccolo e indipendente, ma dalla grande anima: "Est - Dittatura Last Minute" per la sceneggiatura di Antonio Pisu, che firma anche la regia".

_ Scheda Film

"Est - Dittatura Last Minute"


Regia: Antonio Pisu
Soggetto: Maurizio Paganelli (libro), Andrea Riceputi (libro)
Sceneggiatura: Antonio Pisu
Fotografia: Adrian Silisteanu
Montaggio: Paolo Marzoni
Scenografia: Iuliana Vilsan, Paola Zamagni, Alexandra Takacs
Costumi: Magda Accolti Gil, Luminita Mihai
Musiche: Davide Caprelli
Produzione: Paolo Rossi Pisu, Maurizio Paganelli, Andrea Riceputi per Genoma Films, con Rai Cinema, in collaborazione con Stradedellest
Produzioni Distribuzione: Genoma Films (2020)
Origine: Italia, Romania 2019
Durata: 100'
Interpreti:  Lodo Guenzi (Rice), Matteo Gatta (Pago), Jacopo Costantini (Bibi), Paolo Rossi Pisu (Girolamo), Anna Ciontea (Costelia), Ioana Flora (Andra), Liviu Cheloiu (Emil), Ada Condeescu (Simona)

Sinossi: La storia vera di tre amici, Pago, Bibi e Rice che partono da Cesena per un viaggio insolito nell'Europa dell'Est. Arrivati a Budapest conosceranno Emil, un uomo che è fuggito dalla Romania di Ceausescu lasciando la famiglia nella capitale. Emil chiede ai ragazzi di portare una valigia ai suoi cari, e nonostante i tre si rifiutino, la valigia, in qualche modo, riesce a partire per Bucarest con loro. Da quel momento, il viaggio si trasformerà in un'avventura rocambolesca e porterà nelle vite dei tre romagnoli un nuovo modo di vedere il mondo.

L'annuncio è stato così commentato dal regista e sceneggiatore Antonio Pisu: "A parte le banalità, che però sono la realtà, la gioia e la felicità di vincere un Premio così importante è tanta anche perché questo film è stato una grande fatica, sono stati due anni di lavoro intensissimi. Sappiamo tutti che anno è stato per il cinema in generale quindi sono veramente felice che il film abbia avuto tutto questo seguito.  Ringrazio il Premio Amidei e a tutti i giurati per aver individuato in "Est" la migliore sceneggiatura, i produttori del film, persone che ancora oggi decidono di rischiare il proprio denaro per promuovere l'arte la cultura dando la possibilità a persone come me di raccontare delle storie.

Mi piace, inoltre, sottolineare che questo film, anche se ambientato nell'89, parla di una tematica universale che è quella dell'aiutare. Ci sono questi confini, queste linee immaginarie che ancora oggi esistono soprattutto in una città come Gorizia. Noi tutti oggi attraverso la tecnologia conosciamo molto meglio che cosa accade nel resto del mondo ma ritengo che solo attraverso il viaggio, l'esperienza in prima persona possiamo renderci conto che chi sta oltre confine poi, di fatto, sono persone come noi. Sono persone che parlano un'altra lingua, hanno un'altra religione, che vivono sotto una dittatura o in mezzo a una guerra, ma è come se fossimo noi. Mi sento quindi di dedicare a tutte queste persone il premio e a tutti questi popoli.

Che questa sia una storia universale che faccia capire quanto sia importante empatizzare con l'altro.  Il valore di ricevere questo Premio a Gorizia è dunque molto più forte perché credo che nessun altro come gli abitanti di queste zone possano capire bene che cosa voglia dire un confine, cosa voglia dire andare al di là o stare dall'altra parte. Di tutte le vicissitudine che ne possono nascere, soprattutto gli scontri. Senza dire banalità, sarebbe bello se non ci fossero confini, questo è chiaro per tutti. "Est" è il viaggio di tre ragazzi che non sono persone acculturate, non sanno tutto di storia ma sono ragazzi semplici che fanno il piccolissimo gesto di aiutare. Sarebbe bello se fosse così per tutti in maniera molto semplice e genuina".

Perno dell'intera manifestazione goriziana, il Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" viene conferito dalla Giuria Amidei -composta dalla sceneggiatrice Doriana Leondeff, i registi e sceneggiatori Francesco Bruni, Massimo Gaudioso e Francesco Munzi, il regista Marco Risi, la produttrice e Presidente di Giuria Silvia D'Amico e l'attrice Giovanna Ralli -alla sceneggiatura che più si distingue per originalità e per la capacità di sperimentare nuove formule narrative, oltre che per l'attenzione alla realtà sociale e ai temi emergenti del mondo contemporaneo.

Oltre ad "Est - Dittatura Last Minute", questi gli altri titoli europei distribuiti durante la stagione cinematografica 2020-2021che hanno concorso per il 40° Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei": "Un altro giro" sceneggiatura: Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm, Regia: Thomas Vinterberg; "Il cattivo poeta" sceneggiatura e regia: Gianluca Jodice; "The Father - Nulla è come sembra" (sceneggiatura: Christopher Hampton, Florian Zeller (dalla pièce teatrale Il padre di Florian Zeller), Regia: Florian Zeller; "Miss Marx" sceneggiatura e regia: Susanna Nicchiarelli; "Non odiare" sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini, Regia: Mauro Mancini; "Volevo nascondermi" sceneggiatura: Giorgio Diritti, Tania Pedroni, Regia: Giorgio Diritti;  Ritirano il Premio alle 21 in Piazza della Vittoria Antonio Pisu, sceneggiatore e regista di "Est - Dittatura Last Minute", assieme al produttore di Genoma Films Paolo Rossi Pisu. Consegnano il riconoscimento Fabrizio Oreti Assessore alla cultura del Comune di Gorizia e Francesco Donolato Presidente dell'Associazione culturale "Sergio Amidei". (Comunicato ufficio stampa AtemporaryStudio)




L'archivio di Citto Maselli donato al Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale

Francesco Maselli, per tutti Citto, ha deciso. Il suo archivio, le carte e i ricordi di una vita a cavallo fra cinema e politica, andranno al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola di cinema dove il regista si è diplomato giovanissimo, e dove a più riprese ha insegnato. Lo annunciano la presidente del CSC, Marta Donzelli, e il conservatore della Cineteca Nazionale, Alberto Anile: l'acquisizione è una delle ultime iniziative di Felice Laudadio, prima della fine del suo mandato da presidente del CSC, e nasce da un'antica amicizia fra lo stesso Laudadio, Maselli e la sua compagna di vita e di lavoro, Stefania Brai.

Il fondo verrà conservato dalla Cineteca Nazionale per quanto concerne i materiali filmici e le fotografie, e dalla Biblioteca Luigi Chiarini, sempre all'interno del CSC, per i materiali cartacei. Si tratta di soggetti, sceneggiature di film non realizzati, articoli, foto, tesi di laurea su Maselli, recensioni di suoi film, pellicole (tra cui diverse scene non montate del film Lettera aperta a un giornale della sera), provini e centinaia di lettere, compreso un ricchissimo carteggio con decine di esponenti politici, a testimonianza della lunga militanza di Maselli prima nel PCI, poi in Rifondazione Comunista.

"È un cerchio che si chiude", dichiara Maselli, ricordando i tempi in cui è stato studente del CSC e l'esame di ammissione durante il quale, a interrogarlo, c'era Michelangelo Antonioni, di cui poi sarebbe diventato amico e collaboratore: "A ogni mia risposta faceva segno di no con la testa, e io pensavo di avere sbagliato. Poi capii che era un tic nervoso". L'archivio di Maselli andrà ora ordinato e catalogato, e sarà poi a disposizione degli storici e degli studiosi, come già i numerosi, importantissimi fondi custoditi presso la Cineteca Nazionale. (Comunicato stampa)




Presentazione e Premi al Taormina Film Fest 2019 e 2020




FEDIC
72 anni di cinema in 70 film di registi


www.youtube.com/watch?v=rcUaIdZelGE&list=PLtVRElSqB9q4Pwu_-LZKjttvjb3-9_PUI

Sul canale Mi Ricordo - L'Archivio di tutti, la playlist FEDIC-72 anni di cinema, composta da 70 cortometraggi di autori FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), tra cui ricordiamo Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli e Bruno Bozzetto, conservati e digitalizzati dal CSC-Archivio Nazionale Cinema Impresa. La rassegna online è composta da opere che fanno parte della storia della FEDIC, un'Associazione Culturale nata nel 1949 a Montecatini Terme, e realizzate da registi il cui contributo rilevante è servito a promuovere il superamento dell'etichetta di cinema amatoriale, per arrivare ad affermare quella di Cinema Indipendente.

La playlist propone titoli di fiction e documentari di impegno civile, di critica sociale, di osservazione della realtà, come quelle di Giampaolo Bernagozzi, Nino Giansiracusa, Renato Dall'Ara, Adriano Asti, Luigi Mochi, Francesco Tarabella e del duo Gabriele Candiolo - Alfredo Moreschi; non mancano opere narrative, spesso poetiche, come quelle di Paolo Capoferri, Piero Livi, Mino Crocè e Nino Rizzotti, ma anche di Massimo Sani, Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli, che si sono poi affermati come autori cinematografici e televisivi.

Un impegno che si riscontra anche nella sperimentazione di nuove forme espressive, si pensi a Tito Spini e, per quanto riguarda il cinema d'animazione, a Bruno Bozzetto e Nedo Zanotti. Non mancano opere recenti capaci di offrire uno sguardo acuto sul nuovo millennio, tra queste ricordiamo i film di Enrico Mengotti, Turi Occhipinti - Gaetano Scollo, Rocco Olivieri - Vincenzo Cirillo, e Franco Bigini, Giorgio Ricci, Giorgio Sabbatini e Beppe Rizzo che rende omaggio a Totò. Sono testimonianze, tracce interessanti, da leggere nel loro insieme, per aggiungere un punto di vista nuovo sul Paese. Uno sguardo che completa quello offerto dal cinema d'impresa, di famiglia e religioso conservato, digitalizzato e reso disponibile dall'Archivio Nazionale Cinema Impresa sui propri canali: Youtube CinemaimpresaTv, Documentalia e Mi ricordo-l'archivio di tutti. Il fondo FEDIC, composto da 5442 audiovisivi, è stato depositato nell'Archivio di Ivrea nel 2017. (Estratto da comunicato stampa)




Fermoimmagine dal film La scuola allievi Fiat Tutti in classe!
www.youtube.com/playlist?list=PL15B-32H5GlJRTfrCCc-ZlSRBJ0DRvP1K

Rassegna online di materiali d'archivio organizzata dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa di Ivrea che è parte della Cineteca Nazionale. La playlist Tutti in classe, disponibile sul canale Youtube CinemaimpresaTV, racconta la scuola grazie ai tanti punti di vista offerti dai film conservati a Ivrea: dalle rigide scuole per allievi Fiat degli anni Sessanta, ai comunicati pubblicitari che invitano a l'acquisto di prodotti scolastici a prezzi popolari o di raffinate macchine da scrivere Olivetti.

"Tutti in classe" termina con La scoperta della logica, diretto da Franco Taviani per Olivetti, il film descrive un esperimento didattico volto a insegnare agli alunni delle classi elementari la matematica con il sussidio del gioco e dell'osservazione del mondo reale, per arrivare a comprendere quali sono le tappe che portano i bambini alla scoperta della logica. Insomma, uno sguardo sulla scuola dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta per ricordare il periodo della vita di ognuno in cui l'ansia per un compito in classe era il problema più grande che potevi avere. (Estratto da comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)

___ Programma

- Seconda D (Basilio Franchina, 1951, 12')
- Giorno di scuola (Giorgio Ferroni, 1954, 10')
- La scuola allievi Fiat Giovanni Agnelli (Stefano Canzio, 1962, 14')
- Olivetti, Lettera 32 (Aristide Bosio, 1965, 1')
- Mi ricordo... I primi giorni di scuola (ca. 1965/1972, 1')
- Vieni alla Standa e guarda il prezzo (ca. 1970-1979, 1')
- La scuola comincia alla Standa (1977, 2')
- La scoperta della logica (Franco Taviani, 1970, 13')




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...)

Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario.

Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema -Cineteca Nazionale))




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Dopo Terra Matta
Incontro con Giovanni Rabito


Il romanzo della vita passata
di Vincenzo Rabito, testo rivisto e adattato da Giovanni Rabito, ed. Einaudi

29 settembre 2022, ore 19.00
Sala Giuseppe Di Martino - Catania

A cura dei Centri Culturali Gruppo Iarba, Fabbricateatro e Le stelle in tasca, si svolgerà un incontro con Giovanni Rabito, figlio di Vincenzo, autore di Terra Matta. Nell'occasione, sarà presentato Il romanzo della vita passata, secondo dattiloscritto autobiografico di Vincenzo Rabito, una nuova riscrittura della sua vita a tutt'oggi interamente inedita e successiva alla prima stesura pubblicata sempre da Einaudi nel 2007. Discuteranno, insieme al curatore di Il romanzo della vita passata, delle peculiarità che attribuiscono un'importanza particolare alla seconda stesura autobiografica, Nino Romeo, Daniele Scalia e Orazio Maria Valastro. Graziana Maniscalco leggerà una selezione di brani dell'opera.

Scrive Giovanni Rabito nella prefazione: «Come ben sanno i lettori di Terra matta, mio padre non è mai andato a scuola. Ha imparato a leggere e a scrivere da solo, come da solo ha imparato il mestiere di vivere e l'arte di lavorare duro per vivere meglio. Allo stesso modo, da solo, ha imparato a usare la macchina da scrivere, uno strumento tecnologicamente avanzato almeno per i suoi tempi, e infine a diventare scrittore: scrittore della sua vita, del suo paese natale, della sua gente e forse addirittura del suo secolo».

Vincenzo Rabito (Chiaramonte Gulfi, 1899-1981), «Ragazzo del '99», è stato bracciante da bambino, è partito diciottenne per il Piave, ha fatto la guerra d'Africa e la Seconda guerra mondiale. È stato minatore in Germania, poi è tornato in Sicilia, dove si è sposato e ha allevato tre figli. Il suo Terra Matta ha vinto il «Premio Pieve» nel 2000, ed è conservato presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Giovanni Rabito, figlio di Vincenzo, nasce nel 1949 a Chiaramonte Gulfi in Sicilia, e risiede attualmente a Sydney in Australia. Nel 1967 inizia i suoi studi universitari di Giurisprudenza a Messina, trasferendosi in seguito a Bologna nel 1968. In quegli anni prende parte al movimento letterario italiano della Neoavanguardia, il Gruppo 63 costituitosi a Palermo nel 1963. Scrive poesie pubblicate in riviste letterarie come Tèchne, fondata nel 1969 da Eugenio Miccini come laboratorio dello sperimentalismo verbo-visivo legato all'esperienza del Gruppo 70, e Marcatré, rivista di arte contemporanea, letteratura, architettura e musica, fondata e diretta da Eugenio Battisti nel 1963. Condivide con il padre la passione per la scrittura. Grazie a Giovanni Rabito, il dattiloscritto del padre intitolato Fontanazza, la storia di vita di un uomo che ha attraversato il novecento italiano, è presentato nel 1999 all'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Fontanazza è stato premiato nel 2000, e pubblicato con il titolo Terra Matta nel 2007. (Comunicato stampa)




Uno Stato senza nazione
L'elaborazione del passato nella Germania comunista (1945-1953)
di Edoardo Lombardi, ed. Unicopli, 2022, p. 138, euro 18.00


Presentazione libro
29 settembre 2022, ore 18.00
Lo Spazio - Pistoia
www.lospaziopistoia.it

Lo Spazio Pistoia, in collaborazione con l'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Pistoia presenta il saggio. Ne discuterà con l'autore Stefano Bottoni (Università di Studi di Firenze). Provata dall'esperienza del secondo conflitto mondiale e con un passato difficile da elaborare, la Germania entrava nel 1945 in uno dei periodi più complessi della sua storia, divisa e occupata dalle potenze alleate vincitrici. In questo nuovo contesto, i comunisti tedesco-orientali riconobbero immediatamente nella storia uno strumento per legittimare il proprio ruolo di guida delle masse. Una consapevolezza che, con la nascita della Repubblica Democratica Tedesca nel 1949, portò la SED (ovvero il Partito socialista unificato di Germania, che per quarant'anni fu la compagine politica dominante nella Germania Est) a trasformare la storia in uno strumento istituzionale.

Essa divenne infatti la base fondante per legittimare l'esistenza del «primo Stato socialista sul suolo tedesco», riplasmando e in certi casi reinventando il passato. Erano i primi passi di uno Stato senza Nazione, il cui tentativo di appropriazione della storia andò realizzandosi in modo molto graduale e non senza difficoltà, come questo libro racconta, seguendone dettagliatamente gli sviluppi.

Edoardo Lombardi è dottore magistrale in Scienze storiche presso l'Università degli Studi di Firenze. Dal 2018 collabora con l'Istituto storico della Resistenza e dell'Età contemporanea di Pistoia (Isrpt), per il quale svolge attività di ricerca e di didattica sul territorio. Nel 2020 entra a far parte della redazione del periodico dell'istituto, «Farestoria. Società e storia pubblica». I suoi interessi di studio riguardano soprattutto la storia culturale della Germania e dell'Italia in Età contemporanea, con particolare attenzione alle politiche culturali della Repubblica democratica tedesca. (Comunicato stampa)

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Articoli sulla Germania
Politica nella Repubblica Federale Tedesca, Partiti politici tedeschi, Elezioni Federali e Statali, Storia




I disegni di Charles Percier 1764-1838
Toscana, Umbria e Marche nel 1791
a cura di Sabine Frommel e Jean-Philippe Garric, Campisano Editore, 2021


Il volume è stato presentato il 19 settembre 2022 alla Accademia Nazionale di San Luca a Roma

Il volume raccoglie i disegni che Charles Percier (Parigi, 1764 - 1838) ha eseguito durante la sua breve permanenza in Toscana e nel suo passaggio in Umbria e nelle Marche, mettendo a fuoco un ulteriore aspetto della sua ricca produzione grafica durante gli oltre quattro anni trascorsi in Italia. I disegni sono una sorta di enciclopedia personale. Non furono realizzati unicamente come ricordo dei luoghi più notevoli che Percier ebbe l'opportunità di visitare, ma si pongono come un vero e proprio strumento professionale, cui fare ricorso per ideare libri, nutrire riflessioni da architetto e il proprio lavoro di progettazione, illustrare idee ai numerosi studenti. Alla fine della sua vita Percier fece rilegare i disegni in volumi tematici, e li lasciò in eredità ai suoi allievi, che poi li donarono alla Biblioteca dell'Institut de France dove tutt'ora si conservano.

Il soggiorno in Toscana di Percier è di poco successivo alla partenza da Roma, tappa del viaggio a piedi che nel 1791 lo riportò a Parigi. Si presenta come una parentesi che gli permette, in margine al percorso principale che attraversa Spoleto, Campello sul Clitunno, Foligno, Loreto, Ancona, Pesaro, Fano, Tolentino, Macerata e Recanati, di visitare Radicofani, San Quirico d'Orcia, Siena, Arezzo, e soprattutto Firenze, città alla quale dedica più di sessanta disegni. A segnare questo viaggio nell'architettura furono le precedenti esperienze romane, che consentirono a Percier di maturare di affinare progressivamente l'esercizio del rilievo e di perfezionare la sua tecnica, caratterizzata dal tratteggio a lapis, poi ripassato a penna e infine ad acquerello.

Questo prezioso, seducente corpus grafico, oltre a offrire le prime testimonianze note di alcuni monumenti e a documentare spazi urbani di notevole importanza, attesta il gusto, gli interessi e lo sguardo eclettico di un giovane architetto francese della fine del Settecento. Uno sguardo che abbraccia un ampio arco cronologico, dall'antico al periodo moderno, accordando particolare interesse alle prime manifestazioni del Rinascimento, privilegiandone la dimensione arcaica che aveva già suscitato il suo interesse nello studio di case e palazzi del Quattrocento romano. Per rispondere a questa polisemia, il presente volume si arricchisce di analisi storiche complementari, riunendo specialisti della storia di Firenze, della Toscana e delle varie località visitate da Percier, dell'arte edilizia del Rinascimento, della cultura e della pratica architettonica francesi ed europee nell'età rivoluzionaria e napoleonica.

Sabine Frommel è Directeur d'études alla cattedra d'Histoire de l'Art de la Renaissance all'École Pratique des Hautes Études (Sorbonne, PSL). Dal 2013 al 2015 è professore invitato all'università di Bologna (Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica). I suoi interessi scientifici sono dedicati a una molteplicità di temi trasversali: i grandi architetti del Rinascimento italiano, l'evoluzione delle tipologie e dei linguaggi architettonici nel Quattrocento e Cinquecento, i processi di migrazione in Europa, la rappresentazione dell'architettura nella pittura, la fortuna del Rinascimento fino all'Ottocento, la nascita e lo sviluppo della disciplina della storia dell'architettura.

Sabine Frommel è membre associée dell'Academie Royale à Bruxelles e membre correspondant de l'Académie des Beaux Arts à l'Institut de France. Nel 2018 riceve il Premio Sulmona (Premio di Critica d'Arte, XXI Edizione). Fra le sue ultime pubblicazioni, Peindre l'architecture durant la Renaissance italienne. Origines, évolution, transmission d'une pratique polyvalente (Chaire du Louvre), Paris, 2020; Leonardo da Vinci. Architektur und Erfindungen (Stuttgart, 2019); Leonardo da Vinci e l'architettura (con J. Guillaume, Modena, 2019; ed. fra. Léonard de Vinci et l'architecture, Paris); Giuliano da Sangallo (Firenze, 2014; ed. ted. Giuliano da Sangallo. Architekt der Renaissance. Leben und Werk, Basel, 2020).

Jean-Philippe Garric è professore di Storia dell'architettura contemporanea all'università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. Incaricato dei programmi di ricerca in storia dell'architettura dell'Institut National d'histoire de l'art (2006-2012) e stato invitato alla Sapienza (2018) e a Columbia University (2019). Tra le sue pubblicazioni si segnalano: la ristampa critica dei due principali libri di architettura di Percier e Fontaine: Villa de Rome. Choix des plus célèbres maisons de plaisance de Rome et de ses environs, Bruxelles (Mardaga, 2006); Palais de Rome. Palais, maison set autres édifices modernes dessinés à Rome, Bruxelles (Mardaga, 2008); una biografia di Percier e Fontaine: Percier et Fontaine. Les architectes de Napoléon (Belin, 2012) e la prima edizione delle memorie private di Fontaine (Mia Vita, Paris (Éditions des Cendres, 2017).

Ha inoltre curato la prima mostra su Percier (Charles Percier. Architecture and Design in an Age of Revolutions (Yale University Press, 2016 / Réunion des musées nationaux, 2017) ed è stato uno dei curatori della prima mostra dedicata a Jean Jacques Lequeu: Jean-jacques Lequeu. Bâtisseur de fanstasmes (con L. Baridon e M. Guédron, 2018). (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Pietro Consagra. Scultura in Relazione. Opere 1947-2004

Il catalogo è stato presentato il 19 settembre 2022 alla Galleria Mucciaccia di Roma

Presentazione del catalogo della mostra personale di Pietro Consagra, a cura di Francesca Pola, realizzata in collaborazione con Archivio Pietro Consagra, in corso negli spazi di largo della Fontanella Borghese fino al 20 settembre 2022. A parlarne interverranno Gabriella Di Milia, direttrice dell'Archivio Pietro Consagra e Francesca Pola, curatrice della mostra.

Il volume analizza le sessanta opere esposte per l'occasione in galleria che ripercorrono la ricchezza inventiva di Pietro Consagra (Mazara del Vallo, 1920 - Milano, 2005), una delle figure più significative del panorama artistico internazionale del XX secolo, grazie a un testo della curatrice, Francesca Pola, e alle schede di approfondimento a cura dell'Archivio Pietro Consagra.

La selezione di opere, dalle sue prime sculture astratte del 1947 alle ultime opere degli anni 2000, costituisce la prima significativa retrospettiva dell'artista a Roma dopo l'importante antologica dedicatagli dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna nel 1989, restituendo una chiave di lettura che evidenzia l'importanza dei rapporti tra scultura, spazio, osservatore: un'attenzione specifica alla "ubicazione" della presenza plastica in relazione all'osservante, fulcro della caratteristica "scultura frontale" codificata da Consagra a partire dai suoi celebri Colloqui dei primi anni Cinquanta e contestualmente teorizzata già dal suo libro Necessità della scultura (1952). (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Gaetano e i Salvemini
di Mauro Salvemini, ed. Albatros edizioni

Il libro è stato presentato il 25 giugno 2022 alla Biblioteca Civica "Farinone-Centa" di Varallo

In questo libro Mauro Salvemini ripercorre le vicende, politiche ma soprattutto personali, di cui sono stati protagonisti i membri della famiglia Salvemini, uomini e donne uniti dal forte legame con la loro terra d'origine, animati da un profondo desiderio di portare avanti le proprie convinzioni e disposti a sacrificarsi ai limiti del possibile per aiutarsi reciprocamente. A partire da Gaetano Salvemini, figura di spicco dell'antifascismo, il lettore si trova ad attraversare un'epoca, a conoscerla e a fare i conti con le grandi ingiustizie e le piccole gioie che l'hanno resa indimenticabile. A fare della lettura un'esperienza ancora più intensa, un ricco corpus di lettere e foto appartenenti all'autore, che offre così un viaggio a tutto tondo nella sua storia familiare e la tramanda ai posteri. (Estratto da comunicato stampa)




Copertina del libro Matthias Schaller Matthias Schaller - Horst Bredekamp
Ad omnia: Sull'opera del veronauta Matthias Schaller

ed. Petrus Books, 862 fotografie, 156 pagine, hardcover, 32.5x21.5 cm, 2022, edizione tedesca-italiana (dal 3 maggio)

Anche se non appaiono quasi mai gli esseri umani sono onnipresenti nelle fotografie di Matthias Schaller (Dillingen an der Donau, 1965). Con grande precisione e sensibilità, l'artista ha creato in oltre vent'anni di attività, un universo fotografico senza precedenti: ritratti "ambientali", ensemble di oggetti e spazi che raccontano le persone. Che si tratti di studi d'artista, di interni domestici, di teatri, di tavolozze e strumenti o di abiti, le sue serie fotografiche trasmettono l'idea che i segni che lasciamo sulla realtà dicano tanto su una persona quanto la sua presenza fisica.

Accanto alle attuali mostre Porträt al Kunstpalast di Düsseldorf e Antonio Canova a cura di Xavier F. Salomon ai Musei Civici di Bassano del Grappa, Matthias Schaller ha presentato il libro edito da Petrus Books, casa editrice di Schaller, con un saggio di Horst Bredekamp (Kiel, 1947), Professore di Storia dell'arte alla Humboldt-Universität di Berlino. Un libro che attraverso 862 fotografie racconta gli ultimi vent'anni della sua attività di fotografo ed editore, e che idealmente si ricollega alla pubblicazione del 2015 (Steidl Publisher) con un testo/intervista di Germano Celant dal titolo Matthias Schaller, in cui venivano raccontati i suoi primi dieci anni di attività dal 2000 al 2010. Tra gli autori che hanno collaborato collaborato per le pubblicazioni di Matthias Schaller sono Julian Barnes (London), Andreas Beyer (Basel), Gottfried Boehm (Basel), Germano Celant (Milano), Mario Codognato (Venezia), Xavier F. Salomon (New York City), Thomas Weski (Berlin).

Matthias Schaller ha studiato antropologia visiva presso le Università di Hamburg, Göttingen e Siena. Si laurea con una tesi sul lavoro di Giorgio Sommer (Frankfurt, 1834 - 1914 Napoli), uno dei fotografi di maggior successo dell'Ottocento. Il lavoro di Schaller è stato esposto, tra gli altri, al Museo d'Arte Moderna di Rio de Janeiro, al Wallraf-Richartz Museum di Köln, al Museum Serralves di Porto e al SITE di Santa Fe. Nel 2022 oltre alle mostre inaugurate Porträt e Antonio Canova, sono di prossima apertura Das Meisterstück presso Le Gallerie d'Italia a Milano (30 giugno), Matthias Schaller alla Kunstverein Schwäbisch Hall (28 ottobre). (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Communism(s): A Cold War Album
di Arthur Grace, introduzione di Richard Hornik, 192 pagine, 121 immagini b&n, cartonato in tela, aprile 2022
www.damianieditore.com

Grazie ad un raro e prezioso visto da giornalista, il fotografo americano Arthur Grace ha potuto valicare ripetutamente la Cortina di Ferro durante gli anni '70 e '80 e documentare un mondo che a lungo è stato celato all'occidente. Communism(s): A Cold War Album è una raccolta di oltre 120 fotografie in bianco e nero realizzate da Grace in quel periodo e per la maggior parte fino ad oggi inedite. Questi scatti, realizzati in Unione Sovietica, Polonia, Romania, Jugoslavia e Repubblica Democratica Tedesca, restituiscono il costante e a tratti crudele rapporto tra la claustrofobica irregimentazione di stato e la (soffocata) voglia di contatti con il mondo esterno della popolazione.

Nelle fotografie di Grace emerge forte il contrasto tra la propaganda di regime fatta di simboli e architetture che rimandano ad un'idea di grandezza ed efficienza e le difficoltà della vita quotidiana fatta di lunghe file per l'approvvigionamento del cibo. Il libro è arricchito da un'introduzione scritta da Richard Hornik, ex capo dell'ufficio di Varsavia della rivista Time.

Arthur Grace ha realizzato servizi fotografici in tutto il mondo per i magazine Time e Newsweek. Suoi lavori sono apparsi anche in molte altre riviste, tra cui Life, The New York Times Magazine, Paris Match e Stern. Prima di Communism(s): A Cold War Album, Grace ha pubblicato altri cinque libri fotografici; ha esposto in numerosi musei e gallerie negli Stati Uniti e all'estero; sue opere fotografiche sono incluse nelle collezioni permanenti di importanti istituti tra cui il J. Paul Getty Museum, la National Portrait Gallery e lo Smithsonian. (Comunicato ufficio stampa Damiani Editore)

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Copertina del libro Mondo ex e Tempo del Dopo di Pedrag Matvejevic Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic, ed. Garzanti

I Balcani sono un'area dell'Europa in cui da sempre la "geografia non coincide con la Storia". Terra di interposizione tra Occidente e Oriente, in politica, religione, cultura, arte. Era qui che l'impero romano d'occidente lasciava la sovranità a quello d'oriente. In "Mondo ex" Pedrag Matvejevic ripercorrere quindici anni di dissolvimento di un paese nato mettendo insieme popoli e territori.

Recensione di Ninni Radicini




Copertina del libro Guttuso e il realismo in Italia Guttuso e il realismo in Italia, 1944-1954
di Chiara Perin, Silvana Editoriale, Collana Studi della Bibliotheca Hertziana, 2020

Il libro è stato presentato il 13 aprile 2022 alla Accademia Nazionale di San Luca (Roma)

Alla caduta del fascismo anche gli artisti dovettero affrontare nuovi e dilemmi. Quale linguaggio per manifestare il proprio impegno civile? Come interpretare la lezione dei maestri italiani, di Picasso e delle avanguardie? Avventurarsi nel terreno dell'astrazione o ripiegare sulle forme rassicuranti del realismo? Il volume indaga questi e analoghi interrogativi alla luce delle esperienze figurative maturate in Italia tra 1944 e 1954.

L'ambiente romano trova particolare risalto: lì, infatti, si concentravano i dibattiti più vitali grazie alla presenza del capofila realista, Renato Guttuso. Limitando la ridondanza delle coeve pagine critiche a vantaggio dell'analisi di opere e contesto, acquistano evidenza gli aspetti meno noti del movimento: i modelli visivi, i generi ricorrenti, le controversie tra i tanti esponenti. In appendice, una fitta cronologia consente al lettore di seguire da vicino eventi e polemiche del decennio. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Locandina per la presentazione del libro Eolie enoiche Eolie enoiche
Racconti di vini, di sole, di vignaioli sensibili alla terra

ed. DeriveApprodi, 2022, p. 192, euro 16,00

Il libro è stato presentato il 26 febbraio 2022 alla libreria Lo Spazio (Pistoia)

Isole Eolie, un arcipelago da sogno. Nino Caravaglio, 57 anni, vignaiolo di Salina, sincero, appassionato, testardo, sensibile. Protagonista della viticultura eoliana, da oltre trent'anni lavora al recupero di vigne e vitigni, contribuendo a ridare forma a un paesaggio agricolo fatto di vecchie tecniche e nuove pratiche, relazioni umane solidali e sensibilità ambientale. Nino è un vignaiolo tout-court, di quelli che non si siedono mai e il loro vino deve sempre mirare all'eccellenza senza mai essere modaiolo perché rispecchia l'unicità di queste terre.

Dodici ettari di vigna divisi in quasi 40 appezzamenti: 40 campi da seguire, 40 potature, 40 vendemmie seguendo le stagioni (si parte in agosto dal mare e si sale poi sugli altipiani). Corinto nero e Malvasia i vitigni principali, da soli o mescolati con cataratto, nerello mescalese, calabrese, perricone. Alcuni dei nomi che Nino ha dato alle varie vinificazioni sono da soli poesia: Occhio di terra, Nero du munti, Infatata, Scampato, Inzemi, Abissale, Chiano cruci...

Le vigne di mare delle Eolie - quelle di Caravaglio e di altri coraggiosi precursori, le cui storie si intrecciano nel libro di Simonetta Lorigliola - hanno le radici nei crateri dei vulcani o negli appezzamenti a strapiombo sul mare, ma i loro occhi sono puntati sulla terra. Perché nelle storie di chi torna ad abitare con vitalità aree impervie dell'Italia e del pianeta stanno le premesse non solo di nuove agricolture, ma anche di nuove ecologie e forme di vita.

Libro presentato da Simonetta Lorigliola e Nino Caravaglio. Modera l'incontro Cesare Sartori. A seguire degustazione dei vini Infatata e Occhio di Terra (Malvasia), Nero du Munti (Corinto Nero).

Simonetta Lorigliola, giornalista e autrice, si occupa di cultura materiale. È nata e cresciuta in Friuli. Ha frequentato l'Università degli studi di Trieste, laureandosi in Filosofia. È stata Responsabile Comunicazione di Altromercato, la principale organizzazione di Commercio equo e solidale in Italia. Ha collaborato con Luigi Veronelli, nella sua rivista "EV Vini, cibi, intelligenze" e nel progetto di contadinità planetaria t/Terra e libertà/critical wine. Ha vissuto in Messico, ad Acapulco, insegnando Lingua e cultura italiana.

Ha diretto "Konrad. Mensile di informazione critica del Friuli Venezia Giulia". Da molti anni collabora con il Seminario Veronelli per il quale è oggi Caporedattrice e Responsabile delle Attività culturali. Con DeriveApprodi ha pubblicato "È un vino paesaggio.Teorie e pratiche di un vignaiolo planetario in Friuli" (2018) ed "Eolie enoiche. Racconti di vini, di sole, di vignaioli sensibili alla terra" (2020). Scrive di vino come intercessore culturale di storie, utopie e progetti sensibili. (Estratto da comunicato stampa)

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The Rough Guide - Sicilia
Guida turistica di Robert Andrews, Jules Brown, Kate Hughes
Recensione




1989 Muro di Berlino, Europa
www.iger.org

Quaderno della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, a cura di Roberto Ventresca e Teresa Malice, pubblicato per Luca Sossella Editore. Un racconto corale che raccoglie i contributi, gli spunti, le riflessioni delle voci di tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione del progetto internazionale Breaching the Walls. We do need education! Un progetto internazionale dedicato alla rielaborazione critica, attraverso un coinvolgimento plurale di istituzioni e cittadini, della storia e della memoria della caduta del Muro di Berlino e degli eventi da questa scatenati.

Risultato tra i progetti vincitori, nel programma Europa per i cittadini 2014-2020, del bando Memoria europea 2019, è stato promosso dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, in qualità di capofila, unitamente a 5 partner europei: l'Università di Bielefeld, l'Institute of Contemporary History di Praga, il Comune di Tirana, l'Associazione Past/Not Past di Parigi e l'History Meeting House di Varsavia. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Dmitrij Sostakovic Il grande compositore sovietico Dmitrij Sostakovic
Il grande compositore sovietico


Il libro è stato presentazione il 28 gennaio 2022 alla Fondazione Mudima di Milano
www.mudima.net

Questo titolo ha suscitato vivaci reazioni: alcuni vi videro solamente la connotazione politica, come fece Quirino Principe in una bella recensione piena di lodi scrivendo che un "... volume di tale importanza avrebbe fatto meglio a non definire [il compositore] "sovietico" bensí russo", molti vi lessero un significato più ampio di "determinativo storico" (Rosanna Giaquinta) ma quasi nessuno lo percepì come una connotazione di appartenenza di Šostakovic intrinseca e indissolubile e, dunque, sovraideologica, al paese in cui visse e operò, una volta chiamato URSS.

Ideato da Gino Di Maggio e Anna Soudakova Roccia che per più di 3 anni ha svolto meticolose ricerche sulle fonti bibliografiche e fotografiche, con preziosi contributi di Daniele Lombardi e Valerij Voskobojnikov, il libro costituisce un unicum in quanto offre un inedito e duplice sguardo, russo e italiano, sulla musica e sul milieu politico e storico-culturale stimolando il lettore a scoprire o comprendere meglio la personalità e la spiritualità creativa di Dmitrij Dmitrievic Šostakovic e il tempo in cui visse. Per amare la sua musica con più consapevolezza.

I due articoli dell'incipit, di Gino Di Maggio e di Daniele Lombardi, introducono i temi che verranno affrontati dai saggisti con toni e punti di vista diversi, a volte anche opposti. Questa multivisione rende il libro avvincente e stimolante. Il volume è suddiviso in tre sezioni. La prima, Pietrogrado-Leningrado, racconta attraverso due saggi di Anna Petrova, direttrice editoriale del Teatro Mariinskij, la realtà dopo lo scoppio della rivoluzione d'Ottobre e l'entusiasmo utopico di cui fu pervasa la città negli anni dell'adolescenza e giovinezza di Šostakovic.

La seconda, Musica, raccoglie i saggi di autorevoli musicologi italiani e russi: l'articolo di Ivan Sollertinskij, intimo amico del compositore e mitico direttore della Filarmonica di Leningrado, scritto nel 1934 in occasione della prima assoluta di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro Malyj di Leningrado - un'autentica chicca bibliofila scovata negli archivi del teatro Michajlovskij; ben tre articoli di Levon Hakobian, Luigi Pestalozza e Edoardo De Filippo su "Il Naso", la prima avanguardistica opera del ventiquattrenne compositore; tre saggi di Franco Pulcini, Roberta De Giorgi, e Manašir Jakubov, fondatore dell'Archivio Shostakovich di Mosca, sulla scandalosa opera Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk che suscitò l'ira di Stalin con nefaste conseguenze per il compositore; sarà gioia per gli appasionati della musica da camera leggere la rassegna critica di Jakubov di tutti i quindici quartetti; e il raffinato saggio di Dino Villatico sul Secondo concerto per violino e orchestra.

Ai tragici eventi dell'assedio di Leningrado sono dedicati La Settima sinfonia di Oreste Bossini e Ascolta! Parla Leningrado! Cronistoria di un concerto di Anna Soudakova Roccia Vi sono dei saggi dedicati al teatro, al balletto e al cinema. Nel contributo Klop al Teatro Mejerchol'd: tre geni per una cimice Anna Soudakova Roccia ripercorre la prima esperienza teatrale del ventiduenne compositore durante le prove di La cimice di Vladimir Majakovskij, l'avvincente e drammatico rapporto di amicizia e collaborazione artistica di Vsevolod Mejerchol'd con il poeta: un'esperienza che segnò tutta la vita artistica di Šostakovic.

Il giovane compositore amava molto il balletto e scrisse musica per L'età dell'oro (1930) e Il bullone (1931). Al primo balletto è dedicato il saggio di Dmitrij Braginskij tratto dal suo libro Šostakovic e il calcio: territorio di libertà, in cui ripercorre le trame dei vari rifacimenti di sceneggiature che portarono il balletto al grande ma breve successo sul palcoscenico del teatro Mariinskij (ex Gatob). Il tema dell'importante ruolo del cinema nella musica del compositore è affrontato dalla studiosa dell'Archivio Shostakovich di Mosca, Olga Dombrovskaja.

Parte molto importante di questa sezione sono i ricordi: quello personale del compositore sulla sua visita al Festival di Edinburgo nel 1962 o di coloro che lo incontrarono: Evgenij Evtušenko, celebre poeta sovietico, che rievoca la cronistoria della Tredicesima sinfonia, scritta sui testi del suo coraggioso poema Babij Jar; Luciano Alberti e Erasmo Valenti, testimoni della "contorta fortuna" del compositore in Italia, osteggiato dalla critica e dalle avanguardie musicali; Valerij Voskobojnikov che nel suo saggio Mio Šostakovic ripercorre i ricordi privati, i primi incontri con la sua musica a Mosca e gli sforzi per promuoverla in Italia. L'ultima sezione Šostakovic e il suo tempo ospita una preziosa autobiografia del compositore, un'importante articolo di Levon Hakobian Šostakovic e il potere sovietico, il cui rapporto ancor oggi, dopo quasi mezzo secolo dalla morte del compositore, è fonte di scontri politico-ideologici.

Chiude il volume il capitolo Frammenti di vita di Dmitrij Šostakovic raccontati attraverso le fotografie, in cui l'autrice, Anna Soudakova Roccia, ha raccolto alcuni fatti salienti della vita straordinaria, piena anche di inaspettati aneddoti, del grande compositore che marcò il tempo in cui visse con il proprio nome facendo scrivere ad Anna Achmatova nella dedica: "A Dmitrij Šostakovic, nella cui epoca io vivo" e a diventare, come scrisse L. Hakobian, "il più fedele e stoico chronachista musicale... e un esempio di uomo sovietico nella sua più alta evoluzione, quale non apparirà, presumibilmente, mai più". Nel corso della serata saranno proiettate immagini inedite e straordinarie fotografie d'epoca di cui è corredato il libro grazie alle concessioni di prestigiosi musei russi e enti italiani e verrà proiettato il film Sonata per viola di Alexandr Sokurov, regista russo e premiato con il Leone d'oro a Venezia. (Estratto da comunicato stampa)




Copertina del libro Dario Argento Due o tre cose che sappiamo di lui Dario Argento
Due o tre cose che sappiamo di lui


a cura di Steve Della Casa, ed. Electa e Cinecittà, pagg. 160, cm 24x30, ita/ing, 80 illustrazioni a colori, 28 euro
In libreria dal 12 ottobre 2021

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico capace di dedicarsi a generi come il giallo, il thriller e l'horror creando un proprio universo visivo ed espressivo, Dario Argento si configura tra i registi italiani più noti al mondo. Il volume monografico a lui dedicato è pubblicato da Electa e Cinecittà, in occasione della rassegna cinematografica organizzata da Cinecittà in collaborazione con il Lincoln Center che verrà inaugurata il prossimo anno a New York e durante la quale saranno proposti 17 film originali integralmente restaurati.

Curato da Steve Della Casa, noto critico cinematografico, il volume vuole rendere omaggio ai tratti distintivi del cinema di Dario Argento attraverso una raccolta di interventi di autori di rilievo internazionale -da Franco e Verdiano Bixio a John Carpenter, da Steve Della Casa a Jean-François Rauger, a George A. Romero e Banana Yoshimoto-. Il risultato è una polifonia di voci dal carattere eterogeneo, tra cui due interviste inedite e conversazioni con il regista, che offrono al lettore la possibilità di confrontarsi con le testimonianze di chi ha vissuto il "fenomeno Dario Argento" in prima persona e di coglierne gli elementi più originali che hanno rivoluzionato il panorama cinematografico mondiale.

Argento si colloca infatti fra le figure più interessanti del cinema contemporaneo, su scala internazionale. Ne sono testimonianza la capacità di sviluppare una sintesi personalissima dell'estetica e delle novità emergenti durante gli anni Sessanta, che vedono un progressivo ridursi della centralità del grande schermo a vantaggio di nuove soluzioni tecnologiche. Nelle sue pellicole emerge un uso sorprendente della cinepresa a mano mescolato con virtuosismi da cinema tradizionale, così come un'attenzione quasi maniacale per la colonna sonora, vera protagonista dei suoi film che spesso raggiunge livelli di notorietà altissimi.

Rintracciamo nel suo modo di girare un linguaggio che si evolve in continuazione, fino a contaminarsi esplicitamente con quello delle clip musicali e scelte di produzione di avanguardia, come lavorare sempre con un casting di artisti internazionali, peculiarità che ricorre raramente nel panorama del cinema italiano. Tema centrale è poi il trionfo della visionarietà a scapito della sceneggiatura, tratto che contraddistingue la libertà creativa del cinema di Dario Argento, capace di generare nel pubblico un'attenzione quasi ipnotica ed un forte impatto visivo. Il volume si conclude con una filmografia completa e l'elenco delle sceneggiature scritte per altri film, insieme ad un ricco apparato fotografico del dietro le quinte delle produzioni più memorabili, tra cui Suspiria (1977), Il gatto a nove code (1971), Profondo rosso (1975), Phenomena (1985). (Comunicato ufficio stampa Electa)

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David Hemmings nel film Profondo Rosso diretto da Dario Argento




Copertina del libro Un calcio alla guerra Un calcio alla guerra, Milan - Juve del '44 e altre storie
di Davide Grassi e Mauro Raimondi

Il libro è stato presentato il 9 ottobre 2021 presso l'Associazione Culturale Renzo Cortina a Milano

A settantasei anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Davide Grassi e Mauro Raimondi, da sempre interessati agli intrecci tra storia e sport, hanno unito le loro passioni per creare un libro di impegno civile. "Un calcio alla guerra" narra di storie individuali e collettive che esaltano il coraggio e l'abnegazione dei molti sportivi coinvolti nell'assurdità della guerra. Vicende di persone che sono passate dal campo di calcio alla lotta per la Liberazione, in qualche caso pagando con la vita.

Storie vissute in bilico tra pallone e Resistenza al nazifascismo come quelle di Bruno Neri, Giacomo Losi, Raf Vallone, Carlo Castellani, Michele Moretti, Antonio Bacchetti, Dino Ballacci, Cestmir Vycpalek, "Cartavelina" Sindelar, Erno Erbstein, Arpad Weisz, Géza Kertész, Gino Callegari, Vittorio Staccione, Edoardo Mandich, Guido Tieghi, e Alceo Lipizer, solo per citare i più celebri. Le incredibili partite giocate tra partigiani e nazisti, come quella che si disputò a Sarnano nel maceratese nel 1944, o quelle fra reclusi nei lager e i loro aguzzini, vere e proprie partite della morte, a cui si ispirò il film di John Houston, "Fuga per la vittoria", passando per un episodio che pochi conoscono: il rastrellamento avvenuto dopo la partita fra Milan e Juventus del 2 luglio 1944, correlata da una accurata ricerca d'archivio.

Senza trascurare i protagonisti di altri sport. Tra i tanti Alfredo Martini, partigiano che diventò commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo, il pallanuotista e rugbista, Ivo Bitetti, fra coloro che catturarono Benito Mussolini in fuga, il ciclista tedesco Albert Richter, che aiutò gli ebrei a scappare e venne impiccato, i tanti pugili costretti a combattere per la vita sul ring di Auschwitz per il divertimento dei loro kapò o che si ribellarono lottando alla guerra nazifascista, come Leone Jacovacci, Lazzaro Anticoli, Pacifico di Consiglio e Settimio Terracina.

Interverranno gli autori e Marco Steiner, figlio di Mino Steiner, il nipote di Giacomo Matteotti protagonista di uno dei racconti del libro, che per la sua attività nella Resistenza venne deportato e assassinato in campo di concentramento. Questo libro è dedicato a tutte le persone che hanno sognato un pallone, dei guantoni, una sciabola, un paio di sci, un'auto da corsa, una piscina o una pista d'atletica insieme alla libertà. Con l'obiettivo di ricordare, per dare un calcio alla guerra.

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Ha scritto e curato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il suo primo libro nel 2002 ha vinto il premio "Giornalista pubblicista dell'anno" e nel 2003 è stato premiato come "L'addetto stampa dell'anno". Il suo sito è www.davideg.it

Mauro Raimondi, per molti anni insegnante di Storia di Milano, sulla sua città ha pubblicato Il cinema racconta Milano (Edizioni Unicopli, 2018), Milano Films (Frilli, 2009), Dal tetto del Duomo (Touring Club, 2007), CentoMilano (Frilli, 2006). Nel 2010 ha inoltre curato la biografia del poeta Franco Loi in Da bambino il cielo (Garzanti). Nella letteratura sportiva ha esordito nel 2003 con Invasione di campo. Una vita in rossonero (Limina).

Davide Grassi e Mauro Raimondi insieme hanno pubblicato Milano è rossonera. Passeggiata tra i luoghi che hanno fatto la storia del Milan (Bradipolibri, 2012) e Milan 1899. Una storia da ricordare (El nost Milan, 2017). Insieme ad Alberto Figliolia, hanno pubblicato Centonovantesimi. Le 100 partite indimenticabili del calcio italiano (Sep, 2005), Eravamo in centomila (Frilli, 2008), Portieri d'Italia (A.car Edizioni, 2013, con 13 tavole di Giovanni Cerri) e Il derby della Madonnina (Book Time, 2014). Nel 2019 hanno partecipato alla raccolta di racconti Milanesi per sempre (Edizioni della Sera). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Sparta e Atene _ Autoritarismo e Democrazia di Eva Cantarella Sparta e Atene. Autoritarismo e Democrazia
di Eva Cantarella

Un bel libro, di facile lettura e di carattere divulgativo, destinato non sono a specialisti e addetti i lavori, bensì a tutti coloro che siano anche dei semplici appassionati della grande Storia della Grecia Classica. Pur se dedicato a un argomento ampiamente trattato da autorevoli studiosi, il testo offre l'occasione di approfondire tematiche non troppo note inerenti Sparta e Atene, le due città simbolo di uno dei periodi storici che più accendono la fantasia di una moltitudine di lettori. (Estratto da recensione di Rudy Caparrini)

Recensione nel Blog di Rudy Caparrini




"Un regalo dal XX Secolo"
Piccole raccolte di cultura - Binomio di musica e poesia - Dal Futurismo al Decadentismo di Gabriele D'Annunzio

www.allegraravizza.com

La Galleria Allegra Ravizza propone una selezione di Edizioni Sincrone nell'ampio progetto Archivi Telematici del XX Secolo. Con i loro preziosi contenuti, ogni Edizione tratta e approfondisce un preciso argomento del secolo scorso. Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizioso scopo di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva.

Le Edizioni Sincrone qui presentate, si incentrano su due temi principali: la Musica Futurista e i capolavori letterari del poeta Gabriele D'Annunzio. Dalla raccolta dannunziana "Canto Novo" alla tragedia teatrale "Sogno di un tramonto d'autunno", dal Manifesto futurista di Francesco Balilla Pratella a "L'Arte dei Rumori" di Luigi Russolo, ogni Edizione contiene una vera e propria collezione di musiche, accompagnate da un libro prezioso, una raccolta di poesie o una fotografia: un Racconto dell'Arte per la comprensione dell'argomento.

Canto Novo
di Gabriele D'Annunzio
A diciannove anni, nel 1882, Gabriele D'Annunzio pubblica la raccolta di poesie "Canto Novo", dedicata all'amante Elda Zucconi. I sentimenti, la passione, l'abbattimento e il sensualismo che trapelano dalle parole del poeta divengono note e melodie grazie al talento musicale di grandi compositori del Novecento tra cui Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti e Ottorino Respighi. L'Edizione Sincrona contiene il volume "Canto Novo" insieme alle musiche dei grandi compositori che a questo si ispirarono. (Euro 150,00 + Iva)

Poema Paradisiaco
di Gabriele D'Annunzio

"La sera", tratta da "Poema Paradisiaco" (1893) di Gabriele D'Annunzio, fu sicuramente una delle poesie maggiormente musicate dai compositori del Novecento. Nella Edizione Sincrona sono contenute le liriche di compositori come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ottorino Respighi e Pier Adolfo Tirindelli, che si ispirarono ai versi del Vate creando varie interpretazioni melodiche e attuando diverse scelte musicali, insieme al volume "Poema Paradisiaco" di D'Annunzio. (Euro 150,00 + Iva)

Sogno di un tramonto d'autunno
di Gabriele D'Annunzio

Concepito nel 1897, "Sogno di un Tramonto d'Autunno" è composto dal Vate per il suo grande amore: Eleonora Duse, che interpretò infatti il ruolo della protagonista durante la prima rappresentazione del 1899. All'interno dell'Edizione Sincrona è presente il volume "Sogno di un tramonto d'autunno" del 1899 accompagnato dalla musica del noto compositore Gian Francesco Malipiero composta nel 1913, le cui note sono racchiuse in un audio oggi quasi introvabile. Oltre a questo prezioso materiale, l'Edizione racchiude ad una fotografia della bellissima Eleonora Duse e due versioni del film omonimo "Sogno di un Tramonto d'Autunno" diretto da Luigi Maggi nel 1911. (Euro 200,00 + Iva)

Raccolta di 100 liriche su testi
di Gabriele D'Annunzio

La sensibilità, lo spirito e la forte emotività presente nei versi di Gabriele D'Annunzio non poterono che richiamare l'attenzione di grandi artisti e compositori del Novecento come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ildebrando Pizzetti e Domenico Alaleona che, affascinati dalle parole del Vate, tradussero in musica le sue poesie. L'Edizione Sincrona contiene 100 liriche musicate dai grandi compositori insieme ai rispettivi testi e volumi di Gabriele D'Annunzio da cui sono tratte: "Canto Novo", "Poema Paradisiaco", "Elettra" e "Alcione" (rispettivamente Libro II e III delle "Laudi"), "La Chimera e l'Isotteo" e infine la copia anastatica di "In memoriam". (Euro 500,00 + Iva)

La Musica Futurista

La Musica futurista, grazie a compositori come Francesco Balilla Pratella, Luigi Russolo, Franco Casavola e Silvio Mix, stravolse completamente il concetto di rumore e suono, rinnegando con forza la tradizione musicale Ottocentesca. Le musiche futuriste presenti all'interno di questa Edizione Sincrona svelano nuove note, nuovi timbri, nuovi rumori mai sentiti prima, dimostrando come le ricerche e le invenzioni futuriste riuscirono a cambiare per sempre il futuro della musica. Insieme a questa corposa raccolta musicale, l'Edizione contiene un video introduttivo e due testi fondamentali per poter contestualizzare e comprendere appieno il panorama storico in cui la Musica Futurista sorse: "La musica futurista" di Stefano Bianchi e gli esilaranti racconti di Francesco Cangiullo contenuti in "Le serate Futuriste". (Euro 200,00 + Iva)

Il Manifesto di Francesco Balilla Pratella | Musica Futurista

Fondato nel 1909, il Futurismo si manifestò in ogni campo artistico. Nel 1910, su richiesta di Filippo Tommaso Marinetti, il giovane compositore Francesco Balilla Pratella scrisse il "Manifesto dei Musicisti Futuristi", un'energica ribellione alla cultura borghese dell'Ottocento in nome del coraggio, dell'audacia e della rivolta. L'Edizione Sincrona presenta, insieme al manifesto originale del 1910, la musica futurista di uno dei maggiori compositori del Primo Futurismo: Francesco Balilla Pratella. Ad accompagnare il prezioso manifesto e le musiche, sono presenti inoltre due manuali fondamentali per la comprensione del lavoro e della figura di Francesco Balilla Pratella dal titolo "Testamento" e "Caro Pratella". (Euro 500,00 + Iva)

Il Manifesto di Luigi Russolo | Musica Futurista

"La vita antica fu tutta silenzio. Nel XIX secolo, con l'invenzione delle macchine, nacque il Rumore": con questa dichiarazione esposta nel manifesto "L'Arte dei Rumori" del 1913 il futurista Luigi Russolo rinnova e amplifica il concetto di suono/rumore stravolgendo per sempre la storia della musica. In questa Edizione Sincrona sono contenuti le musiche e i suoni degli Intonarumori di Russolo, insieme al manifesto del 1913 "L'Arte dei Rumori" che teorizzò questa strabiliante invenzione! Per poter comprendere e approfondire la figura del grande inventore futurista, l'Edizione contiene anche un libro "Luigi Russolo. La musica, la pittura, il pensiero". (Euro 500,00 + Iva)

Video su Musica Futurista
youtu.be/T04jDobaB-Q




Copertina libro Ultima frontiera, di Giovanni Cerri Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze

di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020
www.lelettere.it

Nell'orizzonte contemporaneo appare significativa la testimonianza di questi scritti di Giovanni Cerri. In un connotato diaristico, divenuto sempre più raro, vive la "voce" dei ricordi, dei volti, dei momenti esistenziali, delle figure dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, conoscenze di personaggi testimoniali, incontri con artisti. In una scrittura aperta, esplorativa, emergono due tematiche in una singolare originalità: la periferia come corrispettivo della solitudine dell'anima; lo sguardo senza tempo nell'inconscio, in ciò che abbiamo amato, in ciò che non è accaduto.

Giovanni Cerri (Milano, 1969), figlio del pittore Giancarlo Cerri, ha iniziato la sua attività nel 1987 e da allora ha esposto in Italia e all'estero in importanti città come Berlino, Francoforte, Colonia, Copenaghen, Parigi, Varsavia, Toronto, Shanghai. Nel continuo richiamo al territorio urbano di periferia, la sua ricerca si è sviluppata nell'indagine tematica dell'archeologia industriale con il ciclo dedicato alle Città fantasma. Nel 2011, invitato dal curatore Vittorio Sgarbi, espone al Padiglione Italia Regione Lombardia della Biennale di Venezia. Nel 2014 presenta la mostra Milano ieri e oggi nelle prestigiose sale dell'Unione del Commercio a Palazzo Bovara a Milano. Nel 2019 alla Frankfurter Westend Galerie di Francoforte è ospitata la mostra Memoria e Futuro. A Milano, nell'anno di Leonardo, in occasione del quinto centenario leonardesco.

- Dalla postfazione di Stefano Crespi

«Nel percorso di questa collana «Atelier», sono usciti in una specularità scritti di artisti e scritti di letterati: gli scritti degli artisti nelle cadenze dell'orizzonte interiore (ricordiamo: Confessioni di Filippo de Pisis, Cieli immensi di Nicolas de Staël); gli scritti dei letterati nel tradurre, nel prolungare in nuova vita il fascino, l'enigma dei quadri (ricordiamo Giovanni Testori, Yves Bonnefoy). Nelle istanze oggi di comunicazione mediatica, di caduta dell'evento, il libro di Giovanni Cerri, Ultima frontiera, si apre a uno spazio senza fine di sensi, luce, eros, avventura dell'immagine, della parola. Accanto allo svolgimento della pittura, vivono, rivivono, nelle sue pagine, anche dagli angoli remoti della memoria, i tratti del vissuto, i momenti dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, figure di artisti, personaggi testimoniali, i luoghi, il luogo ultimativo della periferia, occasioni di accostamento a quadri del passato, museali. [...]

Soffermandoci ora in alcuni richiami, ritroviamo il senso di un percorso, i contenuti emozionali, quella condizione originaria che è l'identità della propria espressione. In una sorta di esordio, viene ricordato lo studio del padre, artista riconosciuto, Giancarlo Cerri. Uno studio in una soffitta di un antico edificio. Ma anche «luogo magico», dove si avvia la frase destinale, il viaggio di Giovanni Cerri che percepisce la differenza (o forse anche una imprevedibile relazione) tra figurazione come rappresentazione e astrazione come evocazione. David Maria Turoldo è stato una figura testimoniale in una tensione partecipe alle ragioni dell'esistere e al senso di una vita corale. Lo scritto di Giovanni Cerri ha la singolarità di un ricordo indelebile nella conoscenza, con la madre, all'abbazia di S. Egidio a Fontanella e poi nella frequentazione, dove Turoldo appare come presenza, come voce, come forza di umanità. Scrive Cerri: «un uomo fatto di pietra antica, come la sua chiesa».

Michail Gorbaciov, negli anni dopo la presidenza dell'Unione Sovietica, in un viaggio in Italia, con la moglie Raissa ha una sosta a Sesto San Giovanni, dove visita anche l'occasione di una mostra di tre giovani artisti. Giovanni Cerri, uno dei tre artisti, conserva quel momento imprevedibile di sorpresa con gli auguri di Gorbaciov. Un'emozione suscita la visita al cimitero Monumentale: una camminata, un viaggio inconfondibile nelle testimonianze che via via si succedono. In particolare, toccante la tomba di una figura femminile mancata a ventiquattro anni. Rivive, in Cerri, davanti alla scultura dedicata a questa figura femminile, una bellezza seducente, il mistero di un eros oltre il tempo. Nelle pagine di diario appaiono, come tratti improvvisi, occasioni, emozioni.

Così il ricordo di Floriano Bodini nella figura, nel personaggio, nelle parole, nel fascino delle sue sculture in una visita allo studio. Giovanni Cerri partecipa all'inaugurazione della mostra di Ennio Morlotti sul ciclo delle bagnanti. In quella sera dell'inaugurazione erano presenti Morlotti e Giovanni Testori sui quali scrive Cerri: «cercatori inesausti delle verità nascoste, tra le pieghe infinite dello scrivere e del dipingere». Un intenso richiamo alla scoperta della Bovisa: «un paesaggio spettrale» nella corrosione, nella vita segreta del tempo. Accanto al percorso diaristico, Giovanni Cerri riporta in una sezione alcuni testi di sue presentazioni in cataloghi o nello stimolo di un'esposizione. In un ordine cronologico della stesura dei testi figurano Alessandro Savelli, Giancarlo Cazzaniga, Franco Francese, Alberto Venditti, Marina Falco, Fabio Sironi.

Si tratta di artisti con una singolarità, un connotato originario. Si riconferma la scrittura di Cerri, fuori da aspetti categoriali, didascalici. Una scrittura esplorativa nelle intuizioni, nei riferimenti creativi, in un movimento dialettico: esistenza e natura, interno ed esterno, presenza e indicibile, immagini e simboli, «una luce interiore» e «l'ombra, il mistero, l'enigma della vita». In conclusione al libro si presentano due interviste con Giovanni Cerri curate da Luca Pietro Nicoletti nel 2008, da Francesca Bellola nel 2016. Appaiono, limpidamente motivati, momenti tematici, espressivi, con intensa suggestione di rimandi. Inevitabile, infine, una considerazione sul rapporto del pensiero, della scrittura con la pittura.

Più che a richiami in relazioni specifiche, dirette, il percorso di Cerri nella sua eventicità destinale può essere ricondotto a due tematiche: la visione interiore della periferia e lo sguardo senza tempo nel volto. Tematiche che hanno una connessione anche psicologica nell'alfabeto oscuro dell'esistenza, del silenzio. La periferia è l'addio ancestrale nelle sue voci disadorne, stridenti, perdute, nella solitudine in esilio dalle cifre celesti. Nell'intervista di Francesca Bellola c'è un'espressione emblematica di Giovanni Cerri sulla periferia: «non sono più solo le zone periferiche delle città industriali con le strade, i viali e le tangenziali ad essere desolate, ma è anche la nostra anima, il nostro terreno interiore, a evidenziare i segni di abbandono». Il titolo che segna in modo così sintomatico l'opera di Cerri è Lo sguardo senza tempo. In un'osservazione generale, il «vedere» è la scena dei linguaggi, lo sguardo è inconscio, memoria, ciò che abbiamo amato, ciò che non è accaduto [...]» (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)




Copertina del libro su Carlo Invernizzi a cura di Massimo Donà Carlo Invernizzi
Impercettibili nientità. Poesie 1950-2017

a cura di Massimo Donà

* Il volume è stato presentato il 6 settembre 2020 nel Palazzo delle Paure di Lecco

Nel volume è raccolta per la prima volta l'intera opera poetica di Carlo Invernizzi (Milano 1932-2018). Il libro contiene anche una sezione antologica in cui sono pubblicati saggi dedicati alla poesia e alla visione poetico-filosofica di Invernizzi, e uno short film del regista Francesco Castellani, Carlo Invernizzi. La voce del poeta (2020), accessibile tramite il sito de La nave di Teseo.

«Dall'inizio degli anni Sessanta sino alla sua scomparsa nel 2018, la poesia di Carlo Invernizzi si è fatta sempre più radicale, sino a trasformarsi in un vero e proprio "corpo a corpo" con l'impossibile. Le sue parole non descrivono, e neppure hanno mai voluto farsi mera testimonianza di uno stato d'animo; esse indicano piuttosto la lucida consapevolezza del fatto che ogni sforzo poetico sarà vano, ma nello stesso tempo assolutamente necessario. Sì, perché la realtà è per lui tutta espressione di quella Natura Naturans che sta prima di ogni distinzione concettuale; prima, cioè, della divisione tra essere e nulla.» (Massimo Donà).

La Natura Naturans è quel «tuttuno di fantasiapensiero e cosa di cui l'uomo è coscienza intrinseca, non componente estraneo che vuole dominarla e deturparla» (Invernizzi). Questa concezione è riflessa dalla poesia in cui il "pensieroimmagineparola" rimanda al "tuttoniente" delle cose, rispetto alle quali esso non vuole, né può, essere altro". La raccolta dell'intera opera di Invernizzi manifesta in modo particolarmente incisivo l'unitarietà della visione poetico-filosofica della Natura Naturans lungo tutto l'arco della sua produzione, che ha per luogo insieme fisico e mentale Morterone, definito dal poeta suo «luogo di radici, soglia ingermino d'immagini metafore» del suo «fare poesia». Proprio a Morterone veniva firmato nel 1996 il manifesto Tromboloide e disquariata, steso dal poeta con i pittori Gianni Asdrubali, Bruno Querci e Nelio Sonego a cui è seguita nel 1999 la mostra Tromboloide e disquarciata. Natura Naturans presso i Musei Civici di Villa Manzoni a Lecco, dopo essere stata presentata nel 1997 presso il Centro Espositivo della Rocca Paolina di Perugia, la Galleria Nothburga di Innsbruck e il Museo Rabalderhaus di Schwaz.

La stessa concezione è dal 1986 alla base delle attività della Associazione Culturale Amici di Morterone, e ha condotto alla creazione del Museo d'Arte Contemporanea all'Aperto di Morterone. Il Museo, costituito da oltre trenta opere installate nella natura incontaminata, abbelisce il territorio morteronese rendendolo un autentico segnale poetico. Il rapporto del poeta con Morterone costituisce anche un momento saliente dello short film realizzato da Francesco Castellani, che lo presenterà in questa occasione. Seguiranno interventi di Tommaso Trini, scrittore e critico d'arte contemporanea, che parlerà del mondo poetico di Invernizzi, di Massimo Donà, musicista jazz, filosofo e Professore ordinario di Filosofia teoretica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che ha curato il volume, e Davide Mogetta, collaboratore del Centro Studi Carlo Invernizzi, che parlerà di alcuni temi che uniscono la poesia alla visione poetico-filosofica della Natura Naturans. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Il Calzolaio dei Sogni, di Salvatore Ferragamo, pubblicato da Electa Il calzolaio dei sogni
di Salvatore Ferragamo, ed. Electa, pag. 240, oltre 60 illustrazioni in b/n, in edizione in italiano, inglese e francese, 24 euro, settembre 2020

Esce per Electa una nuova edizione, con una veste grafica ricercata, dell'autobiografia di Salvatore Ferragamo (1898-1960), pubblicata per la prima volta in inglese nel 1957 da George G. Harrap & Co., Londra. Salvatore Ferragamo si racconta in prima persona - la narrazione è quasi fiabesca - ripercorrendo l'avventura della sua vita, ricca di genio e di intuito: da apprendista ciabattino a Bonito, un vero "cul-de-sac" in provincia di Avellino, a calzolaio delle stelle di Hollywood (le sue calzature vestirono, tra le altre celebrità, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo), dalla lavorazione artigianale fino all'inarrestabile ascesa imprenditoriale.

Il volume - corredato da un ricco apparato fotografico e disponibile anche in versione e-book e, a seguire, audiolibro - ha ispirato il film di Luca Guadagnino "Salvatore - Shoemaker of Dreams", Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia: la narrazione autobiografica diventa un lungometraggio documentario che delinea non solo l'itinerario artistico di Ferragamo, ma anche il suo percorso umano, attraverso l'Italia e l'America, due mondi che s'intrecciano fortemente. (Comunicato stampa)




Federico Patellani, Stromboli, 1949 - Federico Patellani © Archivio Federico Patellani - Regione Lombardia _Museo di Fotografia Contemporanea Federico Patellani, Stromboli 1949
ed. Humboldt Books

Il libro è stato presentato il 30 giugno 2020
www.mufoco.org

Il Museo del Cinema di Stromboli e il Museo di Fotografia Contemporanea presentano il libro in una diretta (canali YouTube e Facebook del Mufoco) che vedrà intervenire Alberto Bougleux, Giovanna Calvenzi, Emiliano Morreale, Aldo Patellani e Alberto Saibene. La pubblicazione è introdotta dalle parole della lettera con cui Ingrid Bergman si presenta a Roberto Rossellini: "Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo.

Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei". Rossellini, dopo aver ricevuto questa lettera da Ingrid Bergman, allora una delle massime stelle hollywoodiane, la coinvolge nel progetto che diventerà il film Stromboli, terra di Dio (1950), ma ancor prima del film è la storia d'amore tra il regista romano e l'attrice svedese a riempire le cronache di giornali e rotocalchi.

Federico Patellani, uno dei migliori fotografi dell'epoca, si reca sull'isola eoliana: le sue fotografie fanno il giro del mondo, perché non documentano solo la realizzazione del film, ma anche le condizioni di vita degli abitanti e la forza degli elementi. Dall'archivio Patellani, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, sono emerse le fotografie che aiutano a ricostruire nella sua integrità quella celebre storia. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Calabria terra di capolavori Dal Medioevo al Novecento Calabria terra di capolavori. Dal Medioevo al Novecento
di Mario Vicino, Editrice Aurora

Il volume è stato presentato il 22 novembre 2019 al Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

Nell'accattivante location del Castello Normanno Svevo, verrà presentato il volume di Mario Vicino. Interverranno all'iniziativa Adele Bonofiglio, direttore del Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia e l'autore. Il prof. Mario Vicino, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, ha al suo attivo altre pubblicazioni di pregio quali La Pittura in Calabria. Quattrocento e Cinquecento, Imago Mariae e una monografia su Pietro Negroni.

Iniziativa - come precisa la dottoressa Bonofiglio - per far riscoprire la passione per l'arte e restituire la giusta importanza all'inestimabile patrimonio di cui dispone la Calabria e la bellezza dei suoi innumerevoli tesori nascosti. Nella prima parte dell'opera - continua la Bonofiglio - si descrive l'evoluzione della pittura in Calabria in relazione alla sua straordinaria storia. Partendo dal periodo Tardoantico, l'autore attraversa le vicende del Medioevo, con Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, per poi raggiungere il Cinquecento e i successivi sviluppi dell'arte calabrese fino all'Ottocento e il Novecento. Nella seconda sezione del libro - conclude la Bonofiglio - vengono catalogati ed esaminati nel dettaglio alcune delle numerose opere presenti nella regione. (Comunicato stampa)




Copertina del libro con gli scritti dal 1943 al 1968 di Gastone Novelli Gastone Novelli Scritti '43-'68
www.gastonenovelli.it

Il volume raccoglie l'intero corpus degli scritti di Gastone Novelli redatti dal 1943 al 1968, sia quelli rimasti fino ad oggi inediti, sia quelli già pubblicati da Achille Perilli nel 1976 in un numero monografico della rivista Grammatica. Una raccolta di testi che attraversa la storia dell'Italia artistica e politica della seconda metà del Novecento e allo stesso tempo offre un racconto senza filtri della vita di uno degli artisti italiani che più ha vissuto la tensione tra modernità e sperimentazione linguistica. Eventi e riflessioni si susseguono per tre decenni e si nutrono di viaggi e di incontri fatti da Novelli: dalla Roma della Resistenza e dell'occupazione tedesca al Brasile dei primi anni Cinquanta, dove l'artista scopre la sua vocazione e ha le prime esperienze di insegnamento all'Istituto d'arte del Museo di San Paolo diretto da Pier Maria Bardi; da Parigi dove Novelli frequenta gli ambienti d'avanguardia e stringe rapporti con Hans Arp, Man Ray, Tristan Tzara, Georges Bataille, Samuel Beckett, Pierre Klossowski e Claude Simon, alle isole della Grecia, luogo prescelto per i suoi studi sulle origini del linguaggio.

Sullo sfondo il vivace ambiente della cultura italiana, in cui Novelli frequenta molte delle personalità di spicco di quegli stessi anni, tra cui Afro Basaldella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Achille Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Emilio Villa, Cesare Vivaldi. La varietà dei testi raccolti (racconti, poesie, manifesti, interviste, ricordi, lettere e appunti di lavoro) restituisce in pieno la molteplicità degli interessi di questo artista e il suo costante e vitale desiderio di intervento sulla realtà che lo circondava.

Le lettere, il giovanile manifesto politico del Movimento Confederale europeo, i corsi di composizione tenuti in Brasile e a Roma, i testi teorici per le riviste L'Esperienza moderna e Grammatica, i suoi decisi interventi sulla Biennale di San Paolo del Brasile, sul Convegno di Verucchio, sulla Quadriennale di Roma e sulla Biennale di Venezia, quelli sul Surrealismo e sulla politica del P.S.I., ci restituiscono finalmente appieno la ricchezza di questa figura, che non è stato solo pittore e artista, ma anche insegnante, fervido polemista, editore, scrittore e attivista politico. La raccolta è stata curata da Paola Bonani, curatrice, con Marco Rinaldi e Alessandra Tiddia, del catalogo generale dell'artista e collaboratrice da molti anni dell'Archivio Gastone Novelli.

Gastone Novelli (Vienna, 1925 - Milano, 1968) è stato uno dei più importanti artisti del secondo dopoguerra italiano. Tra i fondatori delle riviste L'Esperienza moderna (1957) e Grammatica (1964). Novelli ha esposto nei più importanti musei e istituzioni italiani e internazionali. Oggi le sue opere sono conservate al MoMA di New York, alla National Gallery di Washington, al MASP di San Paolo, al British Museum di Londra, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, al Museo del Novecento di Milano, al Mart di Rovereto, alla GAM di Torino e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera.

Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia.

Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni.

Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi.

Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico.

Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

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Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo di Roberta Sorgato Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola.

Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia.

Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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