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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli di Ninni Radicini

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 
Particolare dalla copertina del romanzo I Vicerè, scritto da Federico De Roberto e pubblicato nel 1894
Recensione "I Vicerè" | Review "The Viceroys"
 
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini
Locandine mostre e convegni
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Aroldo Tieri in una rappresentazione televisiva del testo teatrale Il caso Pinedus scritto da Paolo Levi
Aroldo Tieri
Un attore d'altri tempi

An Actor from another Era
Gilles Villeneuve con la Ferrari numero 12 nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2023-2020 | 2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08 BR>
Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2023-2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2008 | 2007

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Dipinto a olio su tela di cm 60x50 denominato La nave domestica realizzato da Enrico Benaglia Dipinto a olio su tela di cm 80x80 denominato I colori volano via realizzato da Enrico Benaglia Scultura in bronzo altezza di cm 55 denominata Il tango realizzata da Enrico Benaglia Pastello su carta applicata su tela di cm 100x70 denominato La piuma realizzato da Enrico Benaglia Enrico Benaglia
"Sogni fuori dal cassetto"


03 febbraio (inaugurazione ore 17.30) - 18 febbraio 2023
Galleria Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Pittore, scultore, incisore, scenografo, Enrico Benaglia è un artista a tutto tondo che ha impreziosito il panorama artistico italiano e internazionale con una cifra unica nel suo genere ed estremamente riconoscibile. Risparmiandosi la fase emulativa che il percorso di apprendistato di un mestiere solitamente prevede, il Maestro ha immediatamente veicolato il proprio sforzo creativo alla ricerca di un linguaggio espressivo nuovo e personale; il risultato è una testimonianza poetica che esula stilistiche comparazioni, unica, capace di descrivere il proprio mondo interiore e, al contempo, comunicare familiarità all'inconscio collettivo.

Le tele di Enrico Benaglia sono popolate da misteriose figure ritratte in pose leggiadre, apparentemente casuali, talvolta danzanti, altre sognanti. Queste iconiche silhouettes nascevano, in origine, dalla diretta ispirazione a un modello precedentemente realizzato in carta; ad un'iniziale fase di disegno, seguiva il liberatorio ritaglio e l'infantile gioco di piegare e modellare la sagoma, che così prendeva vita. In una naturale evoluzione stilistica, l'artista ha poi abbandonato lo studio pre-pittorico del modello cartaceo, preferendo la libera stesura della bozza; questo, oltre ad aver ridotto la distanza tra pensiero ideativo e atto pittorico, ha conferito maggior movimento alle figure di carta ormai svincolate da un prototipo plastico. 

  È con la leggiadria di un ritaglio di carta, dunque, che le sognanti figure si librano nelle tele di Benaglia, abitando atmosfere oniriche e ambientazioni fantastiche. I suoi scorci cittadini, i paesaggi marini, i complessi architettonici sono essenziali ma mai scarni. Via gli orpelli e i rimandi sottotraccia, le composizioni del Maestro sono sintesi di sentimenti e questioni esistenziali spogliati di tutta la loro pesantezza e trasposti in una dimensione immediata, sincera e spiazzante come la schiettezza dell'infanzia. Ed è in questi mondi fanciulleschi che il Maestro Enrico Benaglia invita a perdersi per, in qualche maniera, ritrovarsi.

  In mostra circa quaranta opere tra dipinti a olio, pastelli e sculture in bronzo provenienti dalla collezione della galleria. E nel salone della grafica sarà possibile scoprire anche le bellissime litografie, serigrafie e acqueforti dell'importante artista romano. La mostra è curata di Francesco Ciaffi e Alice Crisponi, autrice del testo di presentazione. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Enrico Benaglia, La nave domestica, olio su tela cm. 60x50
2. Enrico Benaglia, I colori volano via, olio su tela cm. 80x80
3. Enrico Benaglia, Il tango, scultura in bronzo altezza cm 55
4. Enrico Benaglia, La piuma, pastello su carta applicata su tela cm 100x70




Scultura in ceramica di Lino Bianco nella mostra Dei cerchi dei Soli e delle Lune Scultura in ceramica realizzata da Lino Bianco in mostra alla Galleria Sartori Lino Bianco
"Dei Cerchi, dei Soli e delle Lune"


04 febbraio (inaugurazione ore 17.00) - 16 febbraio 2023
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Una nuova mostra personale dell'Artista Lino Bianco curata da Arianna Sartori. In Galleria saranno esposte una dozzina di sculture ceramiche realizzate nel 2022.

"L'artista Lino Bianco presenta per l'occasione "Dei Cerchi, dei Soli e delle Lune", una serie di dischi dal diametro di circa 23 cm., opere in terracotta con l'uso di pigmenti, ossidi e cere. Il titolo della mostra chiarisce la lettura delle sculture che, pur aderendo al mondo dell'astrazione, palesano riferimenti al nostro immaginario spaziale. Così se in alcune le linee parallele incise suddividono i dischi e i fori centrali rettangolari ci portano alla mente l'intervento dell'uomo Faber sulla Terra, in altre il foro centrale tondo ci permette di considerare la corona circolare come imperscrutabile pur se possibile spazio siderale. In altre ancora, le pressioni sulla materia e i colori diversi di decoro ci documentano siti sconosciuti ma forieri di possibili presenze di acqua e ossigeno e quindi luoghi di futura vita". (Maria Gabriella Savoia, dicembre 2022)

Lino Bianco nasce a Torino in un qualche anno del secolo scorso; si diploma in arte grafica e fotografica e consegue la laurea in architettura. La passione e l'interesse per le espressioni artistiche di vario genere lo hanno sempre accompagnato facendolo operare in ambito pittorico, grafico e fotografico, ma anche in quello della scultura in terracotta, della ceramica raku, della vetrofusione e della fotografia. Vive una sorta di periodica creatività nella quale si concentra e opera all'interno di un'unica disciplina artistica.

La sperimentazione e la ricerca diventano un punto fondamentale che funge da stimolo per provare nuove tecniche o utilizzare e manipolare le materie in modo diverso, a volte consciamente errato, che trasformino l'idea in "gradevole sorpresa". Ha esposto le sue opere in vari manifestazioni sia personali sia collettive, vincendo anche un concorso, ed alcune di esse sono state pubblicate su libri di settore. Nel 2016 vengono posizionate due formelle in ceramica nel Museo "Terra Crea Sartori" a Castel d'Ario (MN). Molte sue opere fanno parte di collezioni private sia italiane sia estere. Lino Bianco ha lo studio a Sassuolo (MO). (Comunicato stampa)

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Walter Davanzo. "Bobi Bazlen"
21 gennaio (inaugurazione) - 09 febbraio 2023
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
Presentazione

Alceo Poltronieri. "Inediti"
14 gennaio (inaugurazione) - 02 febbraio 2023
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
Presentazione

Artisti Italiani 2022
Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea a cura Arianna Sartori

Presentazione

Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione
Presentazione




Tano Festa: Un artista originario
17 gennaio - 18 marzo 2023
Galleria M77 - Milano

L'esposizione, che conta prestiti importanti provenienti dalla Collezione Olnick Spanu di New York, dalla Fondazione Jacorossi di Roma, dalla Galleria Il Ponte di Firenze, dalla Galleria La Nica e dalla Galleria Marchetti di Roma, raccoglie circa 100 opere dell'artista, realizzate tra 1960 e 1987. In mostra quadri e disegni di diversi periodi - pitture, sovrapposizioni, collage fotografici, porte, finestre, persiane, armadi, specchi, pianoforti e obelischi - che sottolineano la potenza di Tano Festa, autore di un'operazione artistica sofisticata ed estraniante, fino alla messa in evidenza della sua ammirazione dichiarata per le atmosfere e per la pittura di De Chirico, del suo amore per Roma come città eterna, della sua attenzione per i maestri del colore e per i coriandoli. Dialogando con epoche e stili diversi, facendo esplicitamente riferimento a immagini e a elementi iconografici codificati, in una sorta di racconto visivo in cui la pittura non può che nascere dalla pittura stessa, Tano Festa sceglie di essere un artista originario e non semplicemente originale.

Mostra a cura di Francesca Alfano Miglietti, con la collaborazione dell'Archivio Tano Festa diretto da Anita Festa per la consulenza tecnico scientifica. Nel 1993, in occasione della Biennale di Venezia, Francesca Alfano Miglietti ha curato, nella sezione Fratelli, una grande mostra di Tano Festa. Organizzare con la stessa curatrice una mostra dell'artista a Milano, esattamente trent'anni dopo, è dunque un progetto affascinante e impegnativo.

Come scrive in catalogo Francesca Alfano Miglietti: "Una delle caratteristiche salienti di Tano Festa è la sua attrazione per il cielo, un cielo azzurro solcato da nuvole bianche che distingue molti suoi lavori. Il cielo è una sorta di manifesto poetico per Tano Festa perché, come la sua pittura, è continuamente mutevole e obbliga lo sguardo in alto. Già nel 1965, anno del suo primo viaggio a New York, realizza una serie di cieli. Il cielo di Tano Festa diventa sempre più dinamico, diviso in riquadri, attraversato da strisce e palline. Molti i titoli riferiti al cielo, Le dimensioni del cielo, Tricromia del cielo, Bicromia del cielo, Grande nuvola, Cielo meccanico, Cielo Newyorkese, e poi Armadio con cielo, Un cielo solo per anime, Il Cielo, Monumento celeste per la morte di un poeta - dedicato a Francesco Lo Savio, Un cielo solo per Anna... Sfondi azzurri e raggi solari, un inno alla serenità, ricercata per tutta la vita."

"L'arte è plagio", affermava provocatoriamente l'artista, creando la propria unicità proprio attraverso le opere d'arte che lo hanno preceduto. Tano Festa realizza una sua personalissima forma di figurazione, in un'inedita rivisitazione del classico, non solo di pittura, ma anche di poesia e di letteratura, scegliendo sempre immagini visionarie e oniriche. Costante il suo interesse per la parola scritta e per gli autori di versi, come Sandro Penna: si racconta che nel 1955 Festa regalasse poesie ai passanti sulla scalinata di piazza di Spagna. Già nel 1960 Festa abbandona la gestualità informale e realizza i suoi primi dipinti monocromi, scegliendo spesso il colore rosso solcato da strisce di carta, imbevute dello stesso colore: un rosso che ricorda una materia organica come il sangue, ma anche la luce utilizzata nella camera oscura nella fase dell'impressione fotografica.

Fortemente consapevole della grandezza della tradizione artistica italiana, Tano Festa dalla metà degli anni Sessanta inizia a realizzare opere in cui appaiono stralci fotografici della Cappella Sistina o delle Tombe Medicee, realizzati con pittura a smalto su tele emulsionate, suggerendo come, per un artista italiano, l'immagine di una merce non possa essere un'icona interessante, ma è la stessa arte italiana ad essere 'popolare', grazie a quelle stesse immagini riprodotte centinaia di volte su milioni di magliette, borse, ombrelli, cartoline, calendari, etc. A New York, nel 1967, in uno studio al Chelsea Hotel, Festa dipinge solo immagini tratte da Michelangelo, soprattutto da l'Aurora delle Tombe Medicee, intitolando tutte le opere: Michelangelo according to Tano Festa.

All'inizio degli anni Settanta le figure, che sono ancora immagini dell'arte del passato, vengono proiettate sulla tela, ma riproposte in modo più frammentario, fino, a volte, a perdere quasi del tutto il loro legame con l'opera di provenienza. Insieme a queste tele, Festa mette a punto un tipo di composizione in cui campeggia il nome di un pittore dell'Ottocento, a volte con la data di nascita e di morte, come fosse una lapide: William Turner del 1971, o il ciclo di opere intitolate Omaggio al colore, in cui campeggiano le scritte: "Manet", "Cezanne". Dopo la serie delle Piazze d'Italia, ispirate a De Chirico, negli anni Ottanta realizza la serie dei Coriandoli, in cui lancia pezzetti di carta su una tela impregnata di materia pittorica, e la serie di opere in cui sceglie una figurazione che rilegge Munch, Bacon e Matisse.

La mostra espone anche i lavori su carta, che tracciano la complessità della sua visione dell'arte, mai banale e ripetitiva, ma piena di mistero e di annotazioni intime. Per la mostra sarà realizzato un catalogo delle opere in mostra, con un testo critico di Francesca Alfano Miglietti, e varie testimonianze dell'epoca, con la collaborazione dell'Archivio Tano Festa diretto da Anita Festa per la consulenza tecnico scientifica. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Salto nel vuoto Salto nel vuoto
Arte al di là della materia


03 febbraio - 28 maggio 2023
GAMeC Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea - Bergamo
www.gamec.it

Terzo e conclusivo capitolo del progetto espositivo pluriennale ideato da Lorenzo Giusti per la GAMeC di Bergamo, dedicato alla materia nell'arte del XX e del XXI secolo. Avviata nel 2018 con la mostra Black Hole. Arte e matericità tra Informe e Invisibile e proseguita nel 2021 con Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione, Salto nel vuoto chiude la Trilogia della Materia esplorando il tema della smaterializzazione e creando un racconto trasversale che evidenzia le connessioni esistenti tra le indagini sul vuoto - intraprese dai primi movimenti dell'avanguardia storica e sviluppate dai gruppi sperimentali del secondo dopoguerra -, le ricerche sul flusso risalenti agli anni della prima informatizzazione e l'utilizzo di nuovi linguaggi e realtà simulate nell'epoca post-digitale.

La mostra, a cura di Lorenzo Giusti e Domenico Quaranta, presenta i lavori di alcuni grandi protagonisti e protagoniste della storia dell'arte del XX secolo e pionieri dell'arte digitale insieme ad autrici e autori delle generazioni più recenti, grazie ai prestiti di importanti istituzioni internazionali e di collezioni private. Nello specifico, Salto nel vuoto rivolge lo sguardo a quegli artisti e artiste che, in tempi diversi, hanno indagato la dimensione del vuoto negandola nella sostanza o identificandola quale mera dimensione ideale, o il cui lavoro si è rivelato in grado di riflettere i cambiamenti epocali nella percezione della dimensione materiale, introdotti dall'emergere dei paradigmi del software e dell'informatizzazione, così come dalla rivoluzione digitale e dalla sua sistematizzazione.

La mostra si articola in tre sezioni tematiche - Vuoto, Flusso e Simulazione - che inquadrano altrettante modalità di messa a fuoco, rappresentazione ed espressione dei principi della smaterializzazione, e si snoda in un percorso esperienziale che sollecita la percezione dello spettatore da un punto di vista visivo e corporeo.

- Vuoto

La prima sezione è dedicata alla rappresentazione del vuoto come spazio immateriale. Una dimensione forzatamente negata, continuamente smentita e fondamentalmente contraddetta dalla materialità stessa dell'opera d'arte. Accoglie una serie di lavori di artiste e artisti che, in tempi diversi, hanno operato, soprattutto in pittura, attraverso i principi della riduzione estrema, del minimo contrasto e dell'impercettibile, raccontando il vuoto come una dimensione immaginativa, ideale o concettuale. Contraddistinte dalla presenza dominante del bianco, nelle prime sale il percorso espositivo si snoda tra le estroflessioni di Agostino Bonalumi ed Enrico Castellani, i fogli in plastica trasparente perforati a cadenza regolare di Dadamaino, le composizioni minimaliste di Jean Degottex e Aiko Miyawaki fino alle sperimentazioni con la luce e lo spazio di Ann Veronica Janssens. I lavori di artisti e artiste del primo e del secondo Novecento sono posti in dialogo con opere recenti di alcuni tra i più significativi protagonisti dell'arte internazionale degli ultimi anni.

- Flusso

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta alcune mostre storiche hanno interpretato sviluppi come la smaterializzazione dell'arte, l'avvento di opere-sistema e opere-processo, l'ampliamento dei linguaggi come conseguenza della crescente informatizzazione della società, dell'avvento dell'elaborazione dei dati e delle piattaforme globali di comunicazione, affiancando per la prima volta opere d'arte contemporanea, dispositivi tecnologici e i primi esempi di new media art. Proseguendo idealmente questa linea di ricerca, la sezione Flusso presenta una selezione di opere di epoche diverse, dalle avanguardie storiche ai giorni nostri, testimoni del radicale impatto dell'informatizzazione e delle reti digitali sulla percezione della realtà materiale.

Le dimensioni indagate sono quelle della materialità non-atomica dei dati, del bit come unità minima dell'informazione, del pixel come unità minima dell'immagine digitalizzata, del software come processo che può o meno generare un output sensibile. La sezione rende dunque conto della complessa maniera di esistere dell'arte nel cosiddetto "Informational Milieu". Le sale ospitano lavori di precursori come Giacomo Balla, Umberto Boccioni, František Kupka, Pablo Picasso; opere che introducono al dinamismo percettivo dell'Arte Programmata e di Fluxus insieme ad altri lavori degli anni Sessanta e Settanta che rappresentano sistemi complessi e basati su processi, istruzioni e programmi - da Agnes Martin a Roman Opalka, da Vera Molnár a Lillian F. Schwartz - accanto a numerose opere recenti di artiste e artisti internazionali.

- Simulazione

L'età dell'informazione ha vaporizzato la realtà in una serie di esperienze relazionali, comunicative e mediali, in cui la materia di cui è fatto il reale si sublima nell'intangibilità del "virtuale". Vissuto inizialmente come una dimensione radicalmente altra, accessibile solo attraverso un temporaneo abbandono della realtà reso possibile da specifiche tecnologie immersive - analogiche come i panorami o digitali come i caschi di realtà simulata - il virtuale è andato progressivamente identificandosi con la realtà stessa, a mano a mano che le nostre relazioni ed esperienze venivano facilitate da schermi, dispositivi e reti di comunicazione.

La terza sezione si concentra quindi sullo snodo tra reale e virtuale, in un percorso cronologicamente altalenante che pone in dialogo opere che indagano criticamente l'impatto delle simulazioni sul nostro modo di percepire la realtà concreta - Lynn Hershman Leeson e Seth Price, tra gli altri - con altre che, attraverso il mezzo pittorico, ne amplificano la percezione creando potenti illusioni visive - Richard Estes, Duane Hanson, René Magritte -; e altre ancora che costruiscono realtà alternative convincenti e immersive, mediate o meno dall'uso di dispositivi tecnologici di realtà virtuale e realtà aumentata, in un percorso che procede da lavori pionieristici a opere recenti, da Rebecca Allen a John Gerrard, da Jon Rafman a Timur Si-Qin.

Per Salto nel vuoto, i MSHR (Brenna Murphy e Birch Cooper) presentano una nuova installazione della serie Nested Landscapes (2017- in corso), che esplora e potenzia livelli diversi di immersività e di fruizione che si manifestano, intenzionalmente o meno, ogni volta che si presenta la realtà virtuale in uno spazio pubblico. Nelle sue installazioni, MSHR crea infatti sistemi complessi radicati nella cibernetica e nella teoria dell'informazione, che intersecano diversi processi di feedback tra ambiente e spettatore, e che attivano quest'ultimo come protagonista di un esperimento che estende la realtà percepita sollecitando al contempo, attraverso la realtà virtuale, la riattivazione di forme di pensiero creativo e mind wandering connesse a quello che le neuroscienze chiamano DMN (Default Mode Network), normalmente compromesse dalla distrazione indotta dai dispositivi e dai flussi di informazione digitali.

Sulla linea delle pubblicazioni che hanno accompagnato le precedenti mostre della Trilogia, il catalogo di Salto nel vuoto - edito da Officina Libraria e GAMeC Books con progetto grafico di Studio Temp - sarà costituito dai testi dei curatori Lorenzo Giusti e Domenico Quaranta e da approfondimenti sulle opere in mostra affidati a storici dell'arte italiani e internazionali.

L'introduzione di ciascuna sezione del catalogo è affidata a un testo di carattere scientifico, inedito in lingua italiana, ritenuto di particolare importanza per lo sviluppo del progetto espositivo: Karen Barad per la sezione dedicata al Vuoto, Luciano Floridi per la sezione dedicata al Flusso e Myron W. Krueger per la sezione dedicata alla Simulazione. Chiude il volume la ripubblicazione di un saggio di Italo Calvino, derivato da una conferenza del 1967 intitolata Cibernetica e fantasmi, in cui lo scrittore descrive la letteratura come processo combinatorio, soffermandosi sull'impatto della teoria dell'informazione sulla letteratura, sulla creazione e sulla nostra visione del mondo, sulla fine dell'autore, sul rapporto uomo-macchina, e su quella che allora non veniva ancora chiamata intelligenza artificiale.

Artisti in mostra:

Josef Albers, Agostino Bonalumi, Regina Cassolo Bracchi, Enrico Castellani, Dadamaino, Jean Degottex, Aleksandra Domanovic, Ann Veronica Janssens, Yayoi Kusama, Francesco Lo Savio, Scott Lyall, Fabio Mauri, Aiko Miyawaki, Andrés Ramírez Gaviria, Antoine Schmitt, Gerhard von Graevenitz.

Carla Accardi, Cory Arcangel, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Maurizio Bolognini, Paolo Cirio, John F. Simon Jr., Channa Horwitz, Ryoji Ikeda, Vladan Joler, František Kupka, Sol LeWitt, Mark Lombardi, Agnes Martin, Eva e Franco Mattes, Vera Molnár, Roman Opalka, Trevor Paglen, Pablo Picasso, Casey Reas, Evan Roth, Lillian F. Schwartz, Hito Steyerl, Addie Wagenknecht. Arte Programmata 1962: Gruppo T [Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo, Gabriele Devecchi, Grazia Varisco] Gruppo N [Alberto Biasi, Ennio Chiggio, Toni Costa, Edoardo Landi, Manfredo Massironi], Getulio Alviani, Enzo Mari, Bruno Munari. Fluxus [Nanni Balestrini, John Cage, Robert Filliou, Alison Knowles, Yoko Ono, Nam June Paik, Mieko Shiomi].

Rebecca Allen, Gazira Babeli, Petra Cortright, Constant Dullaart, Richard Estes, John Gerrard, Elisa Giardina Papa, Duane Hanson, Lynn Hershman Leeson, Agnieszka Kurant, JODI, René Magritte, MSHR, Katja Novitskova, Seth Price, Jon Rafman, Rachel Rossin, Manuel Rossner, Jeffrey Shaw, Timur Si-Qin, Ai Weiwei. (Estratto da comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

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Dadamaino. Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
Presentazione mostra e catalogo (Galleria Cortina, giugno-luglio 2014)




Lino Centi
Erranza


20 gennaio (inaugurazione) - 09 febbraio 2023
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

Le opere in mostra, nascono da una dialettica incrociata di memoria e di esplorazione. Ci sono i ricordi, le ferite, la selva oscura e il doloroso cammino del riconoscimento. E anche una costante, personale meditazione sulla pittura e la sua storia che permette a Lino Centi d'inoltrarsi in territori inediti e sconosciuti, dove lo spaesamento, l'erranza s'accendono di luci. Sembrano iscritti in una rigorosa geometria che li fa orbitare al pari di minuscoli universi autonomi. Quasi un regno di monadi "senza finestre". Ma se lo sguardo s'addentra si coglie il loro divenire. Poiché ogni frammento esplode in segni febbrili e cadenzati e le macchie di colore rompono e invadono la geometria del disegno.

La sottigliezza delle velature e le stratificazioni di colore svelano nuovi spazi e superfici che emergono evanescenti, cangianti come sensazioni, alludendo al cambiamento, alla fugacità dell'istante, a un regno di possibilità. Il metodo di lavoro dell'artista parte sempre alla cieca, a tentoni, senza un'intenzione precisa. Quando nell'opera crede di intravedere qualcosa, si ferma e la sospende. Ha bisogno di nominarla, di darle un titolo. Solo in seguito il quadro trova la sua compiuta definizione. "L'errore è l'erranza". Questo è l'assioma che colloca Lino Centi nel mondo. (Dall'introduzione di Ivan Teobaldelli)

Architetto, Lino Centi è stato docente di Disegno Industriale nella Facoltà d'Architettura dell'Università di Firenze. Per un biennio ha preso parte al seminario Théorie de l'Art diretto da Hubert Damisch all'École Pratique des Hautes Études di Parigi. Ha redatto le riviste "Téchne" e "Ricerca Architettonica". Dal n1995 al 2010 ha diretto il Centro Studi Giovanni Klaus Koenig, centro culturale del dipartimento Tecnologie e Design Pierluigi Spadolini. (Comunicato stampa)




Marco Tassinari
Forme e colori


28 gennaio (inaugurazione) - 09 febbraio 2023
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Marco Tassinari è un fotografo italiano (Bologna). All'età di 17 anni è entrato nel mondo della fotografia per puro caso. Lavorava in una agenzia fotografica di corse automobilistiche di livello internazionale. Il suo ruolo era assistente in camera oscura, in quel periodo si stampava solo in bianco e nero, il lavoro di Marco si limitava, smaltare e timbrare le fotografie. Era affascinato dai fotografi che arrivavano in agenzia da tutto il mondo con i lori servizi fotografici di formula uno, corse in pista, rally, le loro foto erano pubblicate dai magazine sportivi più prestigiosi italiane ed esteri.

Una mattina uno dei due titolari dell'agenzia lo chiamò in ufficio per dirgli: domani verrai con me a Vicenza c'è un rally scatterai con questa fotocamera e il flash la gara si svolge di notte. Non sa se fosse più emozionato o impaurito non aveva mai preso una fotocamera in mano. Fino a quel momento aveva solo sentito parlare dai fotografi che arrivavano in agenzia di come si faceva a scattare un'auto in corsa. la prima esperienza fotografica non fu buona. Marco insisteva nel voler scattare ancora, uno dei titolari dell'agenzia lo appoggiò facendogli fare altri servizi. Nel giro di un anno le sue foto apparivano sui giornali più prestigiosi del settore.

Spinto da questa passione per la fotografia ha approfondito lo studio dell'arte e del cinema, in seguito  ha iniziato a collaborare con alcuni brand che producevano moda gli veniva affidavano il progetto creativo della loro campagna pubblicitaria cominciò a muoversi in Europa, Grecia, Inghilterra, Francia, Spagna cercando locations adatte alla sua visione fotografica in seguito cominciò a scattare foto in America, Africa, Messico, Brasile alla ricerca di nuovi colori locations desertiche grandi spazi con colori caldi. Ama scattare in esterno a luce naturale e in studio daylight.  (Testo critico del catalogo e presentazione mostra a cura di: Pietro Franca)




Da un atomo all'altro
Laboratorio di ricerca per la creazione di una collezione d'arte contemporanea


19 gennaio (inaugurazione ore 18.00) - 10 febbraio 2023
Fondazione Mudima - Milano
www.mudima.net

Collezionare arte è un processo graduale. Occorrono molti tentativi ed errori e bisogna educare l'occhio e la mente. È un viaggio che richiede tempo, passione, dedizione e un grande bagaglio di conoscenza. È necessario visitare esposizioni artistiche, studi, gallerie, case d'asta, fiere, musei e studiare. Il collezionista Christian Boros ha dichiarato: "Una collezione privata non è un modello migliore di un museo, ma è un'aggiunta importante. Si ha bisogno di un museo per scopi storici, per mostrare la migliore arte del decennio, poi ci sono le collezioni private, con i loro gusti soggettivi".

In una collezione privata si percepisce la passione di chi ha scelto le opere per sé, l'innamoramento un po' feticista e un po' smanioso di chi ha visto in quei piccoli gioielli la scintilla di chi li ha creati, perché l'anima di un artista non la vedi solo nell'immagine più nota e riprodotta ma spesso è più visibile nel pezzo raro. Elio Grazioli nel suo libro La collezione come forma d'arte dice che "una collezione è un modo di mettere e tenere insieme le cose, dunque una visione e un modo di intendere, un'opera fatta di opere altrui, dai cui accostamenti scaturiscono pensieri e visioni diverse. [...]

Queste relazioni possono essere le più diverse e danno soprattutto una visione diversa della storia, anche corrente, non rispondente alle categorie e ai partiti presi, alle evoluzioni e alle tendenze. Sono un invito a una visione della realtà molto più dall'interno, più endogena, più gaudente anche, attenta e appassionata al dettaglio, alle superfici - alla pelle, potremmo dire, per dare uno slancio erotico al nostro discorso. Gli accostamenti possono essere lontani nel tempo o invece sincronici, orizzontali; ognuno rivelerà un aspetto che la Storia ordinata nei musei trascura, sottovaluta anche, in nome di un ordine stabilito".

La mostra racconta uno dei tanti atomi che compongono la storia di Gino Di Maggio e Viviana Succi nel loro rapporto con l'arte e gli artisti, la costituzione di una "collezione" particolare, che va al di là della definizione del collezionare ed è il risultato di incontri, situazioni, relazioni umane che non erano principalmente finalizzate all'acquisizione di opere d'arte, come spiega lo stesso Gino Di Maggio:

"A chi me lo chiede rispondo sempre che non sono un collezionista, perché è probabilmente difficile o improprio definire una collezione quello che ho casualmente raccolto in tutti questi anni. Credo che "collezionare"significhi cercare, rincorrere, scegliere qualcosa di cui non si può fare a meno. Debbo ammettere che io non ho mai fatto tutto questo… Sono stato sempre molto determinato nel seguire o inseguire situazioni, esperienze che apparivano ed effettivamente si sono rivelate nel tempo fuori dal coro. Con gli artisti, per alcuni tratti, ho camminato insieme, scrutandone da vicino il processo creativo. È stato un grande privilegio. Quello che è rimasto è qui solo parzialmente documentato e mi dà l'occasione di rendere sopratutto omaggio a questi miei straordinari amici, a cui devo molto più che una collezione. Mai dimentico di quel formidabile paradosso di Robert Filliou "L'art est ce qui rend la vie plus intéressante que l'art".

Una raccolta che mostra un particolare gusto per la performance, l'interdisciplinarità nell'arte, la sperimentazione musicale. Da un atomo all'altro, con incessante movimento raccoglie e mette insieme diversi protagonisti, coinvolti tutti nella formulazione e presentazione di un discorso articolato in una sequenza sintattica di materiali. Il fine ultimo è rendere espressivo, entro un sistema che risponde ad un progetto organico, un insieme di oggetti che altrimenti, nel loro isolamento o in un'inadeguata ostensione, non raggiungerebbero la loro piena potenzialità. La mostra si dividerà in vari momenti e tappe successive, cercando di raggruppare i lavori per vicinanza cronologica o tematica, alternando sempre fra i piani espositivi della fondazione una parte dedicata agli artisti storici e una parte dedicata all'epoca più recente.

In questo primo atomo troviamo al piano terra della fondazione la raccolta dedicata agli Affichistes: la vita quotidiana della città che diviene arte, con i suoi manifesti che il tempo lacera, ulteriormente e intenzionalmente reinterpretati da un gruppo di artisti che hanno segnato in modo significativo l'evoluzione dell'arte dal dopoguerra agli anni '70. Gli Affichistes, creano lavori di grande impatto utilizzando il supporto del manifesto lacerato per dare vita alla propria arte. Il movimento è nato a Milano nel 1960, all'interno del Nouveau Réalisme. Ed ecco dunque i celebri collages e décollages che raccontano il gesto rabbioso e la protesta sociale propria dell'arte degli Affichistes.

Che li si consideri l'alba della Pop Art, o i precursori della Street Art, alla fine degli anni '50 gli Affichistes sperimentarono un concetto completamente nuovo di pittura. Attraversando le strade di Roma e Parigi nel dopoguerra collezionarono ovunque frammenti di poster. Strappati, rovinati dalle intemperie o incollati l'uno sull'altro che fossero, li trasformarono in arte. Il loro approccio alla realtà, così poeticamente sovversivo, ne fece anche i pionieri del neorealismo. Testimoni e aspri critici di una società in crisi nel dopoguerra, appesa ai falsi miti del capitalismo. Presentiamo in fondazione le opere di artisti quali François Dufrêne, Raymond Hains, Mimmo Rotella, Jacques Villeglé, Wolf Vostell, Asger Jorn e Aeschbacher, fra i prinicipali esponenti del movimento.

Al primo piano invece abbiamo provato ad accostare artisti o atomi diversi cercando di costruire una nuova narrazione. Siamo partiti dall'immagine archetipica dell'uovo come inizio di tutto l'universo. L'uovo che si divide in due parti, così come racconta il mito cinese di Pangu, e diventa cielo e terra. Seguendo questa immagine abbiamo aperto la prima sala con l'installazione di Maïmouna Guerresi e i suoi uomini-uovo. Nella seconda sala abbiamo voluto rappresentare il mondo aereo, nonché etereo, e quello terreno. Da una parte le sagome spirituali ed estatiche di Giovanni Manfredini e dall'altra le forme aliene dei fantasmi di Alessandro Verdi. A loro si contrappongono i corpi flaccidi e sfigurati che mostrano la carnalità di Alessandro Bellucco, i lacerti e i brandelli di corpi di Margherita Palmero e un corpo che emerge dalla parete e fluttua nel bianco di Matteo Pugliese. (Comunicato stampa)




Dipinto di Pierangela Cattini denominato Metamorphosis Dipinto di Stefania Mascheroni denominato Amore disconnessione in corso Dipinto di Roberto Villa denominato Frenetica indifferenza Future Landscapes - Paesaggi del Futuro
04-19 febbraio 2023
Sala Veratti - Varese
www.contemporaryarteambiente.com | Locandina della mostra

Paesaggio come un mixing di nuove frontiere. Visioni differenti, avvincenti. Spesso di mondi paralleli. Spesso è la Natura a inviare messaggi all'umanità. Il vivere nelle città: con molti cambiamenti, individuali, sociali ed etnici. La sicurezza personale e gli incontri privati. La famiglia e la casa. La fluidità di genere sempre più manifesta. La sostenibilità ambientale, necessaria. Ora il non-senso della guerra, con il suo pesante carico di orrori e morte. Ne risulta un viaggio visionario dalle mille scansioni, con mille dinamiche tra umanità, società e Ambiente dei 33 Artisti dell'Associazione "Contemporary Arte&Ambiente APS". L'evento - a cura di Fabrizia Buzio Negri - è promosso da Contemporary Arte&Ambiente APS con il Patrocinio del Comune di Varese e della Provincia di Varese.

E' pubblicato un catalogo con le immagini e i testi che parlano di tali problematiche. Ci saranno i testi istituzionali e il testo critico del curatore dal titolo: "Il punto morto del mondo". Verrà realizzato parallelamente il video completo sull'evento, importante per la massima diffusione a livello social, per un'ampia comunicazione sul progetto in atto. E' previsto un reading sul tema nella lettura di Lorella Bottegal.

Gli artisti di "Contemporary Arte&Ambiente APS": 3RE Trezza/Regidore, Angelo Ariti, Ilaria Battiston, Lorella Bottegal, Fabio Brambilla, Fabrizia Buzio Negri, Pierangela Cattini, Franca Cerri, Maria Enrica Ciceri, Gladys Colmenares, Marina Comerio, Laura Fasano, Flora Fumei, Silvana Gadda, Elda Francesca Genghini, Martina Goetze Vinci, GuerraepaolO, Antonella Lelli, Franco Mancuso, Stefania Mascheroni, Raffaela Merlo, Sonia Naccache, Carlo Pezzana, Elisabetta Pieroni, Idillio Pozzi, Elio Rimoldi, Elena Rizzardi, Massimo Sesia, Donatella Stolz, Roberto Villa, Annamaria Vitale, Flor Voicu, Francesca Zichi. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Pierangela Cattini, Metamorphosis
2. Stefania Mascheroni, Amore,disconnessione in corso
3. Roberto Villa, Frenetica indifferenza




Dipinto su carta realizzato da Walter Davanzo Dipinto su carta realizzato da Walter Davanzo Dipinto su carta realizzato da Walter Davanzo Walter Davanzo
"Bobi Bazlen"


21 gennaio (inaugurazione ore 17.00) - 09 febbraio 2023
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it


- Walter Davanzo: Omaggio a Bobi Bazlen di Eugenio Manzato

Walter Davanzo è trevigiano verace: nato nel 1952 nel quartiere di Fiera - il nonno Giulio lavorava nella antica lavanderia Iseppi -, "emigrato" da bambino in Borgo Cavour, frequenta le elementari alla De Amicis con il mitico maestro Piazza; quindi le medie alla Stefanini, e infine l'Istituto tecnico industriale a Lancenigo. Ma in famiglia vigeva una mentalità tutt'altro che provinciale: il padre Dino, motorista e collaudatore all'aeroporto di Istrana, conosceva e frequentava gli aviatori della royal air force; nella famiglia della madre era rimasto vivo il ricordo del bisnonno Antonio Salvini, nativo di Istrana e in relazione con l'avvocato Lattes: pianista e compositore aveva avuto un contratto con la Columbia e aveva vissuto per un lungo periodo a Buenos Aires, ma era stato per diversi anni anche direttore al teatro alla Scala a Milano; la zia Bruna, sorella della madre, era soprano e si esibiva nei teatri di tutta Italia, ma entrò nelle cronache nazionali per una vincita miliardaria all'Enalotto; e Walter, rimasto poco più che bambino orfano del padre, fu più volte suo ospite nella casa di Roma e nella villa in Val d'Orcia.

Dopo la maturità tecnica Walter, appassionato di fotografia, si iscrive al DAMS - Dipartimento Arte Musica Spettacolo - a Bologna, una facoltà recente, nuova nell'approccio a culture diverse, aperta alla modernità: qui avrà tra i suoi professori Renato Barilli e Luciano Anceschi, che lasceranno segni profondi nella sua preparazione. Seguirà un impegno professionale articolato fra cinema - realizza alcuni documentari - teatro, per il quale inventa prodigiose scenografie, fotografia, design e "pittura": laddove le virgolette sono d'obbligo per lavori che spesso trascendono i dati tradizionali del genere.

Questo complesso percorso di vita e di formazione porta Davanzo a un approdo stilistico che rifiuta e supera il naturalismo in favore di una espressività caricata, comune anche ad altri artisti trevigiani della sua generazione: in un saggio del 2006 dedicato alla pittura del '900 a Treviso, nel tentativo di trovare affinità e distinzioni tra i pittori che avevano studio nel territorio trevigiano alla fine del millennio, avevo rilevato una comune carica d'inquietudine quale caratteristica di artisti sia pur di varia ascendenza e diversi nei risultati; e una connotazione decisamente espressionista notavo in Walter Davanzo, che si avvaleva "di segni tribali, del grafismo infantile, per esprimere una bellezza deformata e inquietante".

Sono proprio di questo periodo alcuni cicli di opere che l'artista propone attraverso mostre dal raffinato ordinamento allestitivo e dotate di cataloghi attentissimi alla cura editoriale, veri e propri "libri d'arte". Tra di esse trovo particolarmente importante la mostra di Palazzo Piazzoni a Vittorio Veneto - "Die Berliner Bahnhofe" - in cui erano esposte le opere realizzate tra il 2005 e il 2006 a seguito di reiterati soggiorni a Berlino: la città, da pochi anni riunificata, si presenta animata e vitale agli occhi dell'artista; in particolare Davanzo è affascinato dalle stazioni della metropolitana, luoghi di "speranza" e di "lavoro" secondo le impressioni che egli annota accanto agli schizzi con cui ne ritrae gli aspetti, in cui è "un continuo andare e venire" di persone che egli agilmente e intensamente riprende.

Sono vedute nello stile che da tempo gli è proprio e lo connota: "visioni evocate, e mai semplicemente riprodotte", in cui la tensione al movimento esprime "l'errare del dubbio della ricerca" (Ranzi). L'empatia per il mondo mitteleuropeo rimane una costante nella produzione artistica degli anni successivi. Non è dunque un caso la fascinazione che esercita su di lui un personaggio come Roberto Bazlen: triestino di nascita (1902), la madre Clotilde Levi Minzi appartiene alla buona borghesia ebraica cittadina; il padre, tedesco di Stoccarda, è luterano; Roberto - per tutti "Bobi" - studia al Realgymnasium, scuola di lingua tedesca, e dunque cresce bilingue, ma studierà in seguito anche inglese e francese; la sua cultura vastissima lo porterà a frequentare e a lavorare nel mondo dell'editoria tanto che, insieme a Luciano Foà, fonderà la casa editrice Adelphi.

Il personaggio era noto fino a pochi anni fa a una ristretta cerchia di studiosi: udii per la prima volta il suo nome da Franca Malabotta a Trieste nel '95 - preparavo in quel periodo per il Museo Bailo la mostra dei de Pisis della collezione del marito notaio - incuriosito dalla fotografia di un giovane supino a braccia allargate su un prato fiorito: "E' Bobi Bazlen". "E chi è?" Scosse la testa e fece un gesto con la mano come a dire: sarebbe troppo lunga da spiegare. Al ritorno a Treviso ne cercai il nome nel Dizionario Biografico degli Italiani, quasi certo tuttavia di non trovarlo: invece la voce vi era, curata da Aldo Grasso, così che ne ebbi una prima inquadratura storica. Nel 2017 Roberto Bazlen ha avuto finalmente una completa biografia per merito e cura di una raffinata scrittrice come Cristina Battocletti, e l'opera ha vinto il premio per la biografia alla XXXVII edizione del Premio Comisso nel 2018.

Walter Davanzo è un appassionato lettore dai gusti rari e raffinati: nell'affascinante labirinto del suo studio una delle stanze ospita una vasta biblioteca, dotata di una comoda poltrona degli anni '40 dai braccioli di legno incurvato in ottima posizione di luce; e vi ha trovato posto immediatamente il libro della Battocletti. Di certo la maggiore affinità tra Walter e Bobi Bazlen è la comune passione per i libri; ma anche le atmosfere mitteleuropee di Trieste hanno giocato a favore di un fertile innamoramento: fertile perché la conoscenza delle vicende biografiche e l'approfondimento della cultura di Bazlen hanno ispirato al nostro artista una serie di opere di rara intensità.

Sono dipinti su carta, ma una carta speciale: Davanzo ha infatti utilizzato vecchi mappali del territorio triestino risalenti ai primi anni del Novecento; e le scritte traspaiono o sotto i colori o in campi liberi, rafforzando il carattere mitteleuropeo dei lavori. Ovviamente egli ha tratto spunto dalle fotografie che corredano il libro della Battocletti, trasfigurando tuttavia le immagini delle persone - sono tutti in qualche modo dei "ritratti" - secondo il suo personale stile antinaturalistico e "antigrazioso". Ne sortisce un ciclo di grande fascino, in cui la sua rilettura rende attuale e vivo il personaggio di Bazlen.

Anche la scelta delle immagini è significativa: se i "dipinti" tratti dalle foto di Bobi bambinetto con la madre, o quelle da adulto con Luciano Foà o con Adriano Olivetti, sembrano assecondare in qualche modo una narrazione biografica, i soggetti ricavati dai ritratti in cui Bazlen compare da solo raggiungono risultati di intensa trasfigurazione poetica. Una foto ritrae Bobi da bimbo - all'età apparente di non più di quattro o cinque anni - vestito, secondo una usanza abbastanza diffusa all'epoca a Trieste, in divisa da soldato austroungarico; ma, nonostante l'elmetto con la punta aguzza, l'atteggiamento è tutt'altro che marziale: la testa leggermente piegata e l'espressione timida ne denunciano l'animo tenero, e prefigurano l'intellettuale un po' schivo che egli diventerà da adulto.

Da questa immagine Walter Davanzo trae uno sparuto ritratto a colori, ricavandone poi una sagoma, quasi da tirassegno, ripetuta sul fondo di una carta puntinata. La foto che più colpisce Davanzo è tuttavia uno scatto di Bazlen adulto - probabilmente della fine degli anni venti - eseguito dall'amica Gerti, alias Margarete Frankl, figlia di un ricchissimo banchiere ebreo di Graz, ragazza libera e scanzonata di cui Bobi era forse innamorato senza speranza, perché fidanzata, e in seguito moglie, dell'amico Carlo Tolazzi. Nella foto Bazlen appare in figura - tagliato alle ginocchia - elegantissimo in completo tre pezzi e cravatta contro un muro: il formato è orizzontale e il campo è occupato per tre quarti dal muro con effetto straniante e metafisico.

Bazlen, le mani in tasca, la giacca aperta ad evidenziare il gilè - si intuisce un taglio d'alta sartoria - guarda l'obiettivo spingendo leggermente in avanti la testa con espressione un po' stralunata. Conquistato da questa foto Davanzo ne sottolinea la forza e l'intensità replicando più e più volte il ritratto, ma senza ossessione, con varianti che ne rinnovano ogni volta la vitalità, quasi delle "variazioni Goldberg" trasferite in pittura: del resto Walter è un appassionato intenditore di musica - si vedano al proposito i notevoli precedenti famigliari - e un'altra stanza del suo studio-labirinto, dotata di impianto e ricca di una scelta collezione di dischi, è dedicata all'ascolto.

Anche la tecnica è particolarmente studiata: olio, pennarello, resina, vernice industriale, stesi per sovrapposizione, formano spessori e stratigrafie che conferiscono a queste "pitture su carta" pregnanza materica. A suggello e riassunto del ciclo una grande carta geografica dell'Europa - una di quelle vecchie carte fisico-politiche corredo imprescindibile delle aule scolastiche d'epoca - è ricoperta da un esercito di sagome in serigrafia di "Bobi-soldatino"; ma il carattere giocosamente ironico della composizione è svelato dalla sequenza - omaggio agli scatti ripetuti dei pionieri della fotografia - di ritratti in piedi del "Bazlen-intellettuale" nella parte inferiore della composizione. Sulla carta geografica, appena individuata nella dissolvente opacità data dalle figurine sovrapposte, risaltano Italia e Austria ritoccate coi colori della reciproca bandiera: a indicare le due patrie che hanno fornito il supporto culturale all'intelligenza del protagonista.

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Walter Davanzo (Treviso) - pittore, fotografo, designer, art director - si è dedicato fin dagli anni giovanili alla fotografia e alla pittura iniziando l'attività espositiva nel 1970 nella propria città. Dopo la maturità scientifica, si iscrive al D.A.M.S. di Bologna con indirizzo pittorico, la vera passione dei suoi anni giovanili. Si interessa soprattutto all'espressionismo tedesco, sia nella pittura che nel cinema. Diversi viaggi lo portano a visitare famose gallerie di capitali Europee, per 5 anni ritorna in Francia soprattutto a Parigi, poi in Bretagna e in Normandia.

Altri viaggi studio lo portano in Africa, nell'area mediterranea, Kenya e Marocco rafforzando così il suo interesse per i segni primitivi, per il grafismo infantile, primitivo appunto. Resta molto colpito dai dipinti di F.Bacon, Munch, Henri Manguin, Varlin, Enry Matisse, Kess Van Dogen, M. de Vlamick di come rappresentano sulla tela le vicende umane, e l'uso del colore. Inizialmente espone in numerose mostre personali fotografiche in varie città Italiane, poi solamente mostre di pittura. Dopo una prima fase astratto-informale, indirizza la sua ricerca pittorica con forti componenti gestuali ad una figurazione libera e ingenua, fatta di immagini oniriche e grottesche tra sogno e realtà con riferimenti all'infanzia dando vita a delle figure di impianto fauve-espressionista.

La sua è una continua ricerca dei segni dell'uomo nella natura e della sua esistenza, attraverso una pittura fotografica fatta di sequenze, didascalica, che riproduce fedelmente in forma pittorica. Figure con colori molto decisi, grafismo infantile, la gioia del vivere dell'uomo ma anche la tragedia nel divenire. Le tematiche sono cicliche: gambe, aerei, cani, paesaggi urbani, colonie, ritratti prevalentemente beige, indaco, nero, bianco, bitume di giudea e resina. Il voler recuperare tutti quei grafismi e vecchie fotografie, carte geografiche, spartiti musicali del bisnonno musicista, vecchie mappe catastali, carte vecchie, è una reviviscenza dell'infanzia perduta e ritrovata.

Ricordiamo la personale del 2008 a Madrid all'Istituto Italiano di Cultura in occasione della "Noche in Blanco". Collabora come Art Director all'Asolo Art Film Festival, Happiness, Replay, i-Sens, Rude Riders, Dhea, Meeting, Opificio Bikers, Technogel. Le sue opere si trovano nei musei e collezioni private, la documentazione dell'attività presso l'ASAC della Biennale di Venezia e presso Ludwig Forum fur internationale Kunst Bibliothek, Aachen. Nella bibliografia va segnalata la presenza dell'artista nella collana "La Pittura nel Veneto, il novecento", dizionario degli artisti, tre volumi Electa Milano. La mostra Walter Davanzo. "Bobi Bazlen" è curata da Arianna Sartori. (Comunicato stampa)

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"La mia America" di Gillo Dorfles
"Bobi Bazlen. L'anima di Trieste", di Cristina Battocletti

Presentazione libri alla Biblioteca Stelio Crise di Trieste (09 dicembre 2019)




Dipinto di Francesca Meana denominato Giverny Dipinto di Francesca Meana denominato Giappone Tokyolights Dipinto di Francesca Meana denominato Parigi sous la pluie Francesca Meana
"Questo racconto non è una fotografia"


01 febbraio (inaugurazione ore 18) - 01 marzo 2023
Pourquoi pas lab - Milano (la mostra sarà poi diffusa ad alcune locations limitrofe)

Per un pittore la costruzione dell'immagine avviene per sovrapposizioni di colori, pennellata su pennellata, velatura su velatura il dipinto prende forma, dal fondo si stagliano gli elementi ritratti. Forme e colori divengono oggetti, paesaggi, persone. Il processo pittorico prevede un tempo di lavoro, che non è solamente un "tempo tecnico" di esecuzione, ma un momento in cui l'autore rielabora pensieri e ricordi che confluiscono man mano sulla tela, contribuendo poi al risultato finale. Nella fotografia solitamente si affida tutto a uno scatto, in un solo istante si sceglie di riprendere un soggetto, piuttosto che un altro, un'angolatura o un'altra.

Meana in questo progetto sceglie di procedere come un pittore: le sue fotografie sono costruite sovrapondendo varie immagini tese a realizzare un vero e proprio racconto, racchiudendo sensazioni e ricordi. Il punto di partenza sono fotografie di viaggio o di luoghi a lei cari, che in questo modo si trasformano divenendo qualcosa di unico, legato indissolubilmente al suo vissuto. In un primo momento chi guarda rimane affascinato dalla bellezza dei luoghi e dei colori, per poi iniziare a perdersi nella lettura dei singoli elementi di cui è composta la foto.

Questa minuzia di dettagli ricorda un po' i paesaggi di Brueghel dove la vista si perde tra le decine di figure che animano la scena. Si nota, inoltre, una grande attenzione per la scala cromatica e la costruzione compositiva. Anche se, a detta dell'autrice, la spinta per realizzare questo progetto, sia nata dalla percezione di un mondo "inquinato " da fotografie, il risultato denota una crescita e maturità di percorso; una scelta di utilizzare la fotografia come mero strumento atto alla costruzione di qualcosa di più grande. (Barbara Frigerio)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Francesca Meana, Giverny
2. Francesca Meana, Giappone Tokyolights
3. Francesca Meana, Parigi sous la pluie




Costas Varotsos
Passi e memorie


15 gennaio (inaugurazione) - 30 settembre 2023
Museo delle Trame Mediterranee - Baglio Di Stefano, Gibellina (Trapani)
www.fondazionemerz.org

La Fondazione Orestiadi, in collaborazione con la Fondazione Merz, in occasione della ricorrenza del devastante terremoto del Belìce del 1968, presenta due opere degli artisti Costas Varotsos (Grecia) e Gianfranco Anastasio (Sicilia). In particolare l'opera di Varotsos Spirale, 1991-98, già esposta da aprile a novembre 2022 presso il Parco Archeologico di Segesta nella mostra Nella natura come nella mente, curata da Beatrice Merz e Agata Polizzi.

La spirale è un elemento che intreccia energia e natura, forma ripetuta e potenziata dal vetro che riflette e rifrange la luce. L'opera di Varotsos nella purezza dei materiali e nella loro potenza, nell'articolazione di cerchi, cicli vitali che si susseguono, è sintesi di una riflessione sulla condizione umana e del suo rapporto ancestrale con l'Universo. La grande spirale con la sua armatura in ferro e l'anima in vetro apre un dialogo tra i materiali ed elementi naturali quali: la luce, trasparenza, energia, movimento, tempo, equilibrio. La ricerca di Varotsos propone equilibrio tra arte e contesto, cercando la giusta proporzione tra azione umana e potere della natura. L'artista, utilizzando la trasparenza del vetro per portare lo sguardo del visitatore oltre l'opera, stabilisce un vortice di relazioni con la realtà circostante, spazio ideale, senza limiti e frontiere. (Comunicato stampa)




Dipinto di presentazione della mostra Cabinet al Mact di Bellinzona CABINET: OPERE DAL DEPOSITO
Serge Brignoni / Carlo Cotti / Felice Filippini / Max Huber


14 gennaio (inaugurazione) - 09 aprile 2023
MACT/CACT Museo e Centro d'Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona
www.cacticino.net

Una selezione di opere di quattro artisti operanti anche sul territorio, provenienti da collezioni private; Serge Brignoni, Carlo Cotti, Felice Filippini e Max Huber. Si tratta di una mostra collaterale a EXI[S]T, che mira al confronto tra contesti e periodi storici diversi, in equilibrio tra tradizione e rinnovamento; tra "l'ambiente" della pittura e la ricerca dettata dalle nuove avanguardie, che permeavano l'Europa nel primo 1900.

Quattro artisti di origine ticinese o che avevano scelto il Ticino, come metà per lo sviluppo della loro pratica artistica, seguendo l'invito di una terra aspra e avara, ma anche simbiotica e limbica all'interno di un panorama europeo dominato dalle guerre, e che ha visto il Ticino come luogo d'accoglienza di molte grandi personalità dell'Europa d'inizio secolo, alla ricerca di una utopia esistenziale: quando ancora si poteva vivere o morire di arte e di visione. (Mario Casanova - Bellinzona, 18 dicembre 2022)

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EXI[S]T. SUBLIMAZIONE DELLA FUNZIONALITÀ.
Stefania Beretta / Pier Giorgio De Pinto / Parapluie / Nina Staehli

14 gennaio (inaugurazione) - 09 aprile 2023
MACT/CACT Museo e Centro d'Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona
Presentazione




Locandina per la presentazione dello archivio Ray Johnson Nasce in Italia l'archivio online dell'artista pre-pop americano Ray Johnson

Aperto permanentemente alla consultazione dal 13 gennaio 2023
Sandro Bongiani Arte Contemporanea - Salerno
www.sandrobongianivrspace.it

Dopo l'Archivio "Ray Johnson Estate" di New York, nasce in Italia "Ray Johnson Archivio Coco Gordon", archivio online del grande artista pre-pop Ray Johnson, uno dei più influenti artisti americani contemporanei accessibile ora nella startup Sandro Bongiani Arte Contemporanea con una raccolta ragionata di materiali inediti per tutti gli studiosi e per chi intende conoscerlo meglio. In questa piattaforma web é possibile consultare una parte considerevole di opere, foto dell'artista, performances, e testi scritti di Ray Johnson degli anni 1970-1995, che grazie alla collaborazione di Coco Gordon in oltre 25 anni di assidua frequentazione ha raccolto e conservato, ora finalmente pubblicati online.

Oggi, nell'era del Web e del sapere stratificato, la raccolta dell'archivio digitale Ray Johnson di Coco Gordon conserva e diffonde il sapere rispondendo a esigenze specifiche di consultazione dei materiali visivi archiviati assolvendo alla fondamentale funzione di conservazione, selezione e accessibilità dei dati che diventano l'oggetto primario di attenzione e consultazione da parte dello studioso d'arte. Uno strumento necessario e utile che svolge la doppia funzione di rendere accessibile il patrimonio e conservarlo correttamente senza esporlo a imprevedibili rischi. L'Archivio Ray Johnson comprende un ampia raccolta di materiali tra cui, ma non solo, corrispondenza, mail art, collage, fotografie documentarie, oggetti e cimeli. Un ringraziamento speciale va all'artista Coco Gordon e ai diversi collaboratori che hanno contribuito a realizzare la sezione del sito web dedicato a Ray Johnson. (Sandro Bongiani)

La Galleria Sandro Bongiani Arte Contemporanea nata come spazio culturale no-profit, vuole mettere in discussione il proprio ruolo di spazio culturale indipendente sostenendo nuovi modi di interagire con il pubblico e attivando nuove forme di partecipazione e di coinvolgimento con presenze e progetti interattivi che possano essere condivisi in tempo reale con il maggior numero di utenti in qualsiasi parte del mondo. A distanza di 60 anni dalla nascita della Mail Art (1962) e a 50 anni esatti (1972) dalla prima e unica mostra in Italia di Ray Johnson presso la Galleria Schwarz a Milano con una presentazione di Henry Martin, noi della Sandro Bongiani Arte Contemporanea di Salerno abbiamo dedicato quasi un intero anno di lavoro a Ray Johnson con cinque mostre interattive e un progetto internazionale svolte da aprile fino a novembre 2022, in contemporanea con la 59 Biennale Internazionale di Venezia 2022.

Inoltre, a 27 anni esatti dalla scomparsa di Ray Johnson (13 gennaio 1995), è stata realizzata catalogazione e la digitalizzazione online di tutte le opere di Ray presenti nell'Archivio Coco Gordon di Colorado USA, con oltre 780 documenti tra opere e foto inedite dell'artista americano, testi, inviti, lettere, opere e riflessioni con i relativi commenti di Coco Gordon, memorial e collaborazioni, cronologia degli eventi e testi critici di Sandro Bongiani, archiviati, ognuna per codice numerico per essere più facilmente consultata, in una utile e significativa presentazione interattiva destinata ad essere conosciuta e valorizzata da parte degli studiosi per opportuni studi e approfondimenti sul lavoro innovativo svolto da questo importante artista pre-pop americano.

L'Archivio Ray Johnson, a completamento dell'attività in corso, viene presentato ufficialmente e reso visibile permanentemente il 13 gennaio 2023, (giorno e mese della sua scomparsa), nella startup web sandrobongianivrspace.it, che si affianca con orgoglio e per importanza all'Archivio americano "Ray Johnson Estate" di New York. Tutto ciò ci sembra un chiaro esempio di come si può relazionare con l'arte contemporanea in modo creativo e produrre nuova cultura. (Sandro Bongiani)

Ray Johnson (1927-1995) è stato un personaggio chiave nel movimento della Pop Art. Primariamente un collagista, è stato anche un precoce performer e un artista concettuale. Definito nei primi tempi "Il più famoso artista sconosciuto di New York", è considerato uno dei padri fondatori e un pioniere dell'uso della lingua scritta nell'arte visuale. In scena negli anni ' 60, il suo lavoro e il modo in cui che ha deciso di distribuirlo ha influenzato il futuro dell'arte contemporanea. Nato il 16 ottobre 1927 a Detroit, nel Michigan, Johnson ha frequentato il Black Mountain College sperimentale con Robert Rauschenberg e Cy Twombly. Ray Johnson era un artista americano noto per la sua pratica innovativa di Correspondence Art. 

Una pratica basata su collage, il suo lavoro combina fotografia, disegno, performance e testo su distanze geografiche, attraverso la spedizione della posta. I progetti di Johnson includevano prestazioni concettualmente elaborate che si occupavano di relazioni interpersonali e disordini psichici. "sono interessato a cose e cose che si disintegrano o si disgregano, cose che crescono o hanno aggiunte, cose che nascono da cose e processi del modo in cui le cose mi accadono realmente", ha detto l'artista. I suoi primi anni di vita comprendevano lezioni sporadiche al Detroit Art Institute e un'estate alla Ox-Bow School di Saugatuck, nel Michigan. Nel 1945, Johnson lasciò Detroit per frequentare il progressivo Black Mountain College in North Carolina.

Durante i suoi tre anni nel programma, ha studiato con un certo numero di artisti, tra cui Josef Albers, Jacob Lawrence, John Cage e Willem de Kooning. nel 1948, trascorse un po' di tempo creando arte astratta e poi approdando al Dada con suoi collage che incorporano frammenti di fumetti, pubblicità e figure di celebrità. Johnson spesso rifiutava di partecipare a mostre in galleria e ha preferito creare  una rete di corrispondenti di mailing e un nuovo modo di fare arte. Questo metodo di diffusione dell'arte divenne noto come la corrispondenza School di New York e ampliato per includere eventi improvvisati e cene. Trasferitosi a New York nel 1949, Johnson stringe amicizia tra Robert Rauschenberg e Jasper Johns, sviluppando una forma idiosincratica di Pop Art.

Nei decenni successivi, Johnson divenne sempre più impegnato in performance e filosofia Zen, fondendo insieme  la pratica artistica con la vita. Nel 1995 Ray Johnson si suicidò, gettandosi da un ponte a Sag Harbor, New York, poi nuotando in mare e annegando. Le circostanze in cui è morto sono ancora poco chiare. Nel 2002, un documentario sulla vita dell'artista chiamato How to Draw a Bunny,  ci fa capire il suo lavoro di ricerca. Oggi, le sue opere si trovano nelle collezioni della National Gallery of Art di Washington, D.C., del Museum of Modern Art di New York, del Walker Art Center di Minneapolis e del Los Angeles County Museum of Art.  In questi ultimi anni tutto il suo lavoro sperimentale è stato rivalutato dalla critica come anticipatore della Pop Art e persino dell'arte comportamentale americana.

- Presentazione di 781 documenti in 11 sezioni e 34 box
Dynamic vision of the interactive itinerary Slide Show, durata 54 minutes
www.sandrobongianivrspace.it/ray-johnson-coco-gordon




Opera pittorica di Alceo Poltronieri in mostra alla Galleria Sartori di Mantova Alceo Poltronieri
"Inediti"


14 gennaio (inaugurazione) - 02 febbraio 2023
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La Galleria Arianna Sartori di Mantova ricorda l'Artista mantovano Alceo Poltronieri (1924-1995) con la retrospettiva curata da Arianna Sartori. Saranno esposte oltre 30 opere.

"Mi chiamo Alceo. Sono nato a Mantova il 22 settembre 1924 per colpa di mio padre di mia madre. Ho usato le mani per dire che non servono a niente, né per tenere lontana la nostra disperazione né per pregare. Le nuvole le ho fatte perché mi piacciono. Questo è il mio programma per l'anno 1982. Io mi trovavo nella tradizione della prospettiva classica e la cosa mi limitava. Io volevo uscire dal quadro ed entrare nel quadro liberamente, cosa questa che la prospettiva classica non mi permetteva di fare. E ho cercato, cercato fino a trovare un nuovo sistema.

Adesso, fra la prospettiva classica e la mia nuova prospettiva la differenza è evidente: basterà confrontare un mio quadro tradizionale con quelli recenti. La legge e il principio che regolano la mia nuova prospettiva consiste nel fatto che ho preso come linea dell'orizzonte la base della cornice. Così degne figure possono entrare o uscire a piacere dal quadro. Oltre alla teoria della nuova linea dell'orizzonte, adesso mi diverto a usare oro e argento". (Alceo Poltronieri)

Combattente partigiano in gioventù, pittore, grafico, musicista, scrittore, Alceo Poltronieri è un esempio di genialità multiforme. Nasce a Bagnolo San Vito (Mantova) il 22 settembre 1924. Lavora come fornaio nel negozio del padre e, giovanissimo, partecipa attivamente alla Resistenza. Dopo la tragica morte delle sorelle, Maria e Bianca, nel 1950 si sposa e intraprende una lunga carriera nel mondo della piccola industria. Fin da quegli anni Alceo dipinge, compone poesie e musica, ma solo all'inizio degli anni Settanta si dedica esclusivamente a queste attività. Verso la fine degli anni Ottanta lascia la città e ritorna nella campagna dove è nato. Qui decide di morire il 16 agosto 1995. (Comunicato stampa)




EXI[S]T. SUBLIMAZIONE DELLA FUNZIONALITÀ.
Stefania Beretta / Pier Giorgio De Pinto / Parapluie / Nina Staehli


14 gennaio (inaugurazione) - 09 aprile 2023
MACT/CACT Museo e Centro d'Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona
www.cacticino.net

Parallelamente a Cabinet: Opere dalla Collezione, il MACT/CACT presenta 4 artisti, che operano anche sul territorio ticinese. Exi[s]t. Sublimazione della funzionalità vi si contrappone, demarcando quella linea di separazione tra la tradizione principalmente pittorica dell'epoca, e le nuove attitudini, che vano via via delineandosi nella società tutta, dal duchampismo in poi. Per gli artisti, il confronto con il soggetto e l'analisi del sé dentro la trama sociale diventa più che mai fondamentale e prioritario, che se le quattro proposte per questa mostra già appartengono a quella penultima generazione, che vede nella caduta delle grandi certezze lo spunto e l'elemento di lavoro.

Cercare di rifare tutto con relativa convinzione, al di là di ideologie e avanguardie, sembra essere uno dei motori dell'arte post-contemporanea: e vani sono per noi anche i tentativi volti alla ricerca spasmodica di ridefinire stilemi collettivi entro un determinato contesto della produzione artistica. Se da un lato, nel difficile e rischioso passaggio a una società politica incerta, la logica repubblicana sembra avere perso il suo splendore finora capace di riflettere obiettivamente giustizia e ingiustizia sociale - per esempio -, dall'altro, l'arte cerca di recuperare lentamente la sua dimensione di motore del pensiero libero, sciolto da logiche di mercato, per quanto il denaro sia ancora e soprattutto fondamentale nell'ambito delle discipline artistiche o filosofiche.

Nell'estenuante scivolare verso una società del controllo, della corruzione e della corruttibilità, qual è il senso e l'utilità dell'arte e della cultura in generale? Riesce ancora l'arte oggi a incarnare una funzione politico-sociale collettiva? Esiste una collettività in grado di coesistere, coagularsi e sostenersi? (Mario Casanova - Bellinzona, 18 dicembre 2022)




Andrea Tonellotto
This Must Be The Place


12 gennaio 2023 (inaugurazione) - 25 marzo 2023
Glenda Cinquegrana Art Consulting - Milano
www.glendacinquegrana.com

Mostra personale dedicata al fotografo italiano Andrea Tonellotto (Padova, 1974). Accompagnata dal testo critico di Rebecca Delmenico, l'esposizione attraverso la raccolta di più di quaranta lavori fra polaroid singole e mosaici riunisce la produzione più recente dell'artista italiano dedicata al tema urbano.

Come spiega il testo di Rebecca Delmenico "davanti alle fotografie di Andrea Tonellotto cessa qualsiasi pretesa di incasellare in una logica il metodo dell'artista, il quale segue nient'altro che il proprio sentire, restituendo tramite queste immagini una narrazione atmosferica che lo vede tornare più volte, in tempi diversi, in luoghi verso cui nutre una fascinazione per ritrovare e cristallizzare quei sapori e quelle suggestioni che permangono immutati, una continuità che persiste oltre il cambiamento nell'inevitabile scorrere dei giorni".

La critica sottolinea la modalità di ricerca dell'artista padovano, che per costruire i suoi mosaici di Polaroid si reca più volte sugli stessi luoghi allo scopo di ritrovarvi suggestioni atmosferiche, realtà emozionali e prospettive di volta in volta differenti, capaci di racchiudere una visione su un luogo, che è la dilatazione di un momento poetico. Come sottolinea Delmenico, la forma mosaico, in cui le singole immagini compongono una forma più ampia, per Tonellotto è lo strumento linguistico fondamentale: Tonellotto coglie connessioni tra luoghi e sentimenti e le polaroid, singole e in composizione, ne sono la prova: esse sono in grado di rievocare sinfonie emozionali perché è in quella dimensione, in cui un istante si dilata e il tempo come categoria cessa di esistere, che abita l'anima dei luoghi in assonanza con quella dello stesso artista.

Alla base del suo lavoro c'è un'ispirazione emozionale molto forte, cui segue una fase costruttiva di natura razionale: prosegue Delmenico, Tonellotto, nel perlustrare questi spazi urbani a distanza di giorni, mesi o addirittura anni, riconosce istantaneamente quei segnali che balzano al suo occhio, come un colore, un motivo, un gioco di luce, e subito li immortala, ma sarà solo al termine del lungo processo di raccolta delle immagini che all'artista si palesano quelle connessioni che danno vita a composizioni in cui l'artista ritrova per primo sé stesso. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre mostre di fotografia nella newsletter Kritik

Pietre | Roma ChilometroZero
18 gennaio - fine febbraio 2023
Leica Store - Roma
Presentazione

L'"Epoca" di Mario De Biasi. Morandi attraverso l'obiettivo
24 novembre (inaugurazione) - 05 febbraio 2023
Casa Morandi - Bologna
Presentazione

Nino Migliori. L'arte di ritrarre gli artisti. Ritratti di artisti di un maestro della fotografia italiana
15 ottobre 2022 - 10 aprile 2023
Reggia di Colorno (Parma)
Presentazione

URBAN Photo Awards 2022
03 ottobre - 04 novembre 2022
Biblioteca statale Stelio Crise - Trieste
Presentazione

Francesca Galliani - Empty New York
Barbara Frigerio Contemporary Art
Presentazione




Locandina della mostra dedicata a Kandinsky e alle Avanguardie Kandinsky e le Avanguardie
Punto, linea e superficie


30 settembre 2022 - 21 febbraio 2023
Centro Culturale Candiani - Mestre (Venezia)

In mostra, con Kandinsky, si ammirano capolavori di Paul Klee, Lyonel Feininger, Enrico Prampolini, Jean Arp, Victor Brauner, Joan Mirò, Antoni Tàpies, Yves Tanguy, Luigi Veronesi, Ben Nicholson, Karel Appel, Roberto Matta, Giuseppe Santomaso, Mario Deluigi, Tancredi, Mark Tobey, Emilio Vedova, Mirko Basaldella, Eduardo Chillida. Bruno De Toffoli, Julia Mangold, Luciano Minguzzi, Richard Nonas.

"Questa esposizione è costruita con i capolavori delle collezioni della Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Ca' Pesaro, uno dei nostri undici straordinari Musei", sottolinea Gabriella Belli, direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia, "per raccontare l'affascinante viaggio dell'arte astratta dalla sua nascita al nostro contemporaneo. Molte di queste opere sono state acquistate dal Comune di Venezia in diverse edizioni della Biennale, altre sono state donate alla Galleria dagli stessi artisti premiati, a testimonianza di una lunga storia di stima e gratitudine che lega i Musei alla città e alle sue Istituzioni culturali, ai collezionisti, ai mecenati e agli artisti. Ca' Pesaro è custode dell'arte del proprio tempo e qui naturale protagonista di un'importante azione culturale".

Elisabetta Barisoni, che delle Galleria di Cà Pesaro è la Responsabile, così anticipa la linea della mostra da lei curata: "Dopo la prima parte dedicata alla Nascita dell'astrazione la mostra presenta, sempre attraverso i capolavori di Ca' Pesaro, Le avanguardie tra astrazione e Surrealismo. Sulla linea tracciata da Klee e Kandinsky, durante gli anni Venti si inseriscono le sperimentazioni del Surrealismo di Joan Miró, Yves Tanguy, Victor Brauner e Antoni Tàpies, la scultura astratta di Jean Arp, le analogie cosmiche di Enrico Prampolini e le forme musicali di Luigi Veronesi.

La terza parte della mostra esplora la persistenza dell'Astrazione nel secondo dopoguerra. Negli anni Quaranta la lezione di Kandinsky si declina nel mondo inglese con l'esperienza di Ben Nicholson, nelle esperienze internazionali dell'Espressionismo astratto e in Italia del Fronte Nuovo delle Arti e dell'Astrattismo segnico. Da Emilio Vedova a Mario Deluigi, da Giuseppe Santomaso a Tancredi, da Roberto Matta a Karel Appel fino a Mark Tobey, le forme dell'astrazione nella seconda parte del '900 si collocano a metà tra informale, suggestione lirica e gestuale.

La mostra si chiude con una preziosa selezione di scultura, La scultura verso il minimalismo, che completa il percorso con capolavori di Mirko Basaldella, Eduardo Chillida, Luciano Minguzzi e Bruno De Toffoli, a testimoniare la persistenza del dialogo tra astrazione e biomorfismo verso gli anni Cinquanta. Infine la ripresa di un'astrazione radicale, quasi ascetica, si fa strada con le esperienze minimali di Richard Nonas e di Julia Mangold, che introducono il visitatore nel pensiero degli anni Settanta, alla ripresa di una nuova vita dell'arte e delle forme astratte". (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina della mostra Roma ChilometroZero Pietre | Roma ChilometroZero
Nicoletta Leni Di Ruocco e Massimiliano Pugliese


18 gennaio - fine febbraio 2023
Leica Store - Roma

Quindici fotografi romani scelti da 5 selezionatori tra oltre 200 candidati per interpretare la città: questo è Roma ChilometroZero, progetto di Leica Camera Italia in collaborazione con Contrasto, nato con l'obiettivo di trovare nuovi talenti e nuovi sguardi per i 15 municipi di Roma, attraverso l'uso di una fotocamera Leica. Roma ChilometroZero è un metodo di indagine alternativa della capitale, una raccolta di punti di vista differenti, spesso lontani dall'immaginario consueto e condiviso, dai percorsi più usuali. Un'occasione di scoperta e riscoperta del territorio, grazie all'impegno di Leica nella ricerca di nuovi fotografi in grado di interpretare uno dei luoghi più antichi e osservati. Un incontro tra due leggende: la città eterna e la fotocamera più iconica al mondo.

A ciascun fotografo è stato assegnato un municipio di riferimento. Una zona da conoscere, mappare, immortalare in un mese di lavoro e approfondimento, potendo scegliere, a seconda delle sue esigenze, tra le fotocamere che Leica ha messo a disposizione: Q2, la compatta full frame che unisce eccezionali prestazioni con resistenza ed eleganza; Q2 Monochrom, la versione monocromatica, ideale per gli amanti della fotografia in bianco e nero; M11, una leggenda oggi reinventata che combina l'esperienza unica del telemetro con le più avanzate e sofisticate soluzioni tecnologiche; SL2, solida e resistente, ammiraglia del sistema mirrorless professionale Leica e SL2-S, fotocamera velocissima che, grazie alle due modalità di ripresa separate per foto e video, permette un'esperienza incomparabile e intuitiva. Strumenti diversi proposti da Leica per leggere e trascrivere visioni e sensibilità nuove.

Gli esperti di fotografia e arte Simona Antonacci, Maurizio Beucci, Simona Ghizzoni, Francesca Marani, Alessandra Mauro, dopo aver selezionato i fotografi, hanno il compito di accompagnarli passo dopo passo in questo percorso, in questo viaggio, per la definizione di un tema, di una chiave interpretativa di ciascun municipio, che potrà essere condivisa con il pubblico grazie alle mostre presso Leica Store Roma. Il 18 gennaio 2023 inaugura "Pietre" di Nicoletta Leni Di Ruocco e Massimiliano Pugliese, che segue la prima mostra di Gianni "Gianorso" Rauso, Velaria, e riavvia l'attività espositiva del 2023 di Leica Camera Italia. Una raccolta di oltre 20 immagini realizzate con Leica SL raccontano il Municipio 1, tra Pantheon e Foro Romano. Una narrazione notturna, silenziosa, monumentale non priva di sorprese. Una Roma deserta, o quasi. (Comunicato stampa)




Opera a tempera su legno di cm 101x125 Senza titolo realizzata da Günter Weseler nel 1964 Günter Weseler & Wirtschaftwunder
26 ottobre (inaugurazione) - 28 febbraio 2023
Galleria Allegra Ravizza - Lugano

La mostra, organizzata in collaborazione con l'Archiv Günter Weseler racconta il percorso artistico dell'artista Günter Weseler (1930-2020), analizzando non solo i disegni, sue opere pittoriche, le ricerche musicali- matematiche- astrologiche e le sue sculture di "cinetica organica", ma focalizzandosi anche sul contesto storico-culturale in cui l'artista ha condotto e sviluppato la sua multi-sfaccettata ricerca intellettuale e formale.

Innovatore tra gli innovatori e libero tra i liberi, è stato uno dei grandi attori protagonisti di un momento tra i più significativi per il cambiamento europeo delle arti nel XX secolo. Weseler infatti apparteneva all'élite degli artisti della Renania - di cui facevano parte, tra gli altri, anche Joseph Beuys, Gerhard Richter, Sigmar Polke, Otto Piene, Heinz Mack, Günther Uecker e Jörg Immendorff - e partecipò con i suoi arruffati Atemobjekt alle leggendarie mostre del tempo, come "Düsseldorfer Szene" al Kunstmuseum di Lucerna nel 1969 e "Strategy: Get Arts" presso il College of Art di Edimburgo nel 1970.

Durante gli anni Sessanta, la Germania dell'Ovest stava attraversando quel periodo storico noto come "Wirtschaftswunder", un decennio di rapida crescita industriale e sviluppo economico a seguito della Seconda Guerra Mondiale. In questi anni di espansione e crescita, Düsseldorf divenne un importante centro culturale nella scena artistica europea, anche grazie alla sua celebre e rinomata Accademia di Belle Arti che richiamava centinaia di studenti e artisti indipendenti da ogni angolo d'Europa. Questo permise, e permette tutt'oggi, di creare una rete di contatti internazionali di cui beneficiò l'intera città.

Lo spirito collettivo di libertà espressiva e volontà di sperimentazione di quella che viene oggi definita la "scena di Düsseldorf" non si respirava unicamente negli ambienti istituzionalmente dedicati all'arte, ma coinvolgeva anche le strade, i pub, le gallerie e le associazioni più indipendenti. Fu proprio questo fervore a rendere dei semplici giovani artisti e dei comuni studenti di accademia le colonne portanti del cambiamento epocale nell'arte del secondo Novecento. In questo scenario in cui palpitavano nuove energie e desiderio di sperimentare, Günter Weseler stabilì il proprio atelier dove intraprese la sua esperienza artistica e ricerca empirica.

Combinando arte e vita, filosofia e scienza, emotività e autocontrollo, l'artista sviluppò un percorso di analisi incentrato sul ritmo e sulla respirazione accordando insieme pittura e musica. Da queste composizioni pittoriche (o pitture acustiche) su carta e masonite derivano le sue opere di cinetica organica: gli Atemobjekt, arruffati oggetti di pelliccia che respirano. Con meticolosa precisione, Weseler riporta diagrammi di movimento su coordinate cartesiane adattando a questi sistemi dei piccoli motori che condizionano i ritmi respiratori delle sue opere, le sue "vite organiche".

"Weseler rappresenta in un certo modo la variante tedesca della cinetica, che non si accontenta di essere inno alla macchina come per Tinguely; allo stesso tempo non ama la complicata raffinatezza dell'illuminazione cinetica di Schoeffer. La sua cinetica, organica e animale, si avvicina alla meditazione; conosce la vulnerabilità della vita, la sua caducità, l'esistenza di esseri invisibili, l'inquietante; però conosce anche lo scherzo, il fracasso, il grottesco. È una commedia umana creata artificialmente, con tutte le follie dell''umanità' odierna". (H. Meister)

Immagine:
Günter Weseler, Untitled, 1964, tempera su legno cm 101x125

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Copertina del romanzo di Nidia Robba Dalla parte del perdente con dipinto di Helga Lumbar Dalla parte del perdente
Eine Geschichte im Fluß der Erinnerungen
di Nidia Robba, ed. La Mongolfiera libri, pagg.310

Wirtschaftswunder, il miracolo economico che ha caratterizzato la storia contemporanea della Germania e in genere dell'area tedesca inizia dai primi anni '50, avendo il suo prodromo alla fine del decennio precedente. Questo romanzo è ambientato nel contesto storico, sociale, culturale, tra il 1943 e i primi del dopoguerra.




L'"Epoca" di Mario De Biasi. Morandi attraverso l'obiettivo
24 novembre (inaugurazione) - 05 febbraio 2023
Casa Morandi - Bologna

Mostra fotografica che presenta una straordinaria serie di ritratti non posati dell'artista nel suo ambiente domestico, realizzati nel 1959 da Mario De Biasi, allora fotoreporter di "Epoca". L'esposizione è curata da Lorenza Selleri e Silvia De Biasi - figlia del fotografo e responsabile dell'Archivio paterno.

È l'aprile del 1959 quando Mario De Biasi, inviato da Enzo Biagi, giovane direttore della rivista "Epoca", si reca in via Fondazza 36 per realizzare un reportage su Giorgio Morandi. Noto per il carattere schivo e la ritrosia verso qualunque forma di esposizione della sua persona, l'artista accetta tuttavia di essere fotografato tra le mura di casa, nel salotto in cui si accoglievano gli ospiti, rigorosamente in giacca e cravatta. Il servizio ci restituisce un Morandi non in posa, che non assume atteggiamenti innaturali o forzati, rientrando perfettamente in un genere che De Biasi aveva già sperimentato, quello dei ritratti di personaggi famosi colti nella loro quotidianità, per i quali aveva coniato la definizione: "ritratti in maniche di camicia".

Come scrive Lorenza Selleri nel testo che accompagna la mostra: "Sembra essere questa la scelta condivisa con De Biasi che in una serie continua di scatti riesce a ritrarre l'artista in atteggiamenti di apparente naturalezza e disinvoltura. Morandi tuttavia non riesce a guardare dritto l'obiettivo e De Biasi non sembra esserne infastidito, ma anzi riesce a trasformare l'evidente imbarazzo dell'artista in un suo punto di forza. Se la postura in piedi non sembra soddisfare nessuno dei due (del resto non è facile atteggiare le mani in modo da allontanare rigidità e goffaggine), quella seduta al tavolo tondo ottocentesco, con le mani intente a sfogliare le pagine di alcuni libri o ad accendersi una sigaretta, è perfetta".

Assistiamo così a situazioni di domestica routine, tra libri da sfogliare come fonte di piacevole erudizione, l'immancabile sigaretta tra le dita e il caffè servito dalla sorella Maria Teresa, che riesce a strappare un raro sorriso al sempre composto e austero Morandi. Interessante la selezione di volumi che il maestro scelse di sfogliare durante la visita di De Biasi: sul tavolo è possibile riconoscere l'opera più importante della storica dell'arte tedesca Grete Ring, A century of French painting 1400-1500, in cui Morandi si sofferma sulla celebre tavola con la Trinità e Storie di San Dionigi di Henri Bellechose, così come sui particolari del Trittico con la Resurrezione di Lazzaro di Nicolas Froment. Inoltre, probabilmente per trovare un terreno comune con il fotografo che gli stava di fronte, è presente sul tavolo la monografia di Henri Cartier Bresson, Images à la Sauvette, dono che Michelangelo Antonioni inviò a Morandi pochi giorni prima.

Anche De Biasi non ebbe purtroppo, come nessun altro fotografo, la possibilità di ritrarre l'artista al lavoro nello studio, nell'atto sicuramente più identitario, quello del dipingere, né gli fu permesso di includere nei suoi scatti il cavalletto, i pennelli, la tavolozza, i colori e gli oggetti protagonisti della ricerca artistica di Giorgio Morandi. Le fotografie però ci regalano un vivido spaccato di un ambiente della casa di via Fondazza, della disposizione degli arredi, delle suppellettili e dei quadri così come posizionati e vissuti all'epoca.

Spiega ancora Lorenza Selleri, entrando nel dettaglio della fisionomia di Morandi "letta" dal fotoreporter e del contesto in cui fu fotografato: "De Biasi focalizzò la sua attenzione anche sulla fisionomia di Morandi, il volto allungato, «l'aureola di capelli bianchi da frate giottesco» (Angelo Del Boca, Morandi 'quello delle bottiglie' ha perdonato sette volte ai suoi allievi, in 'Il Mattino dell'Italia Centrale', Firenze, 23 ottobre 1953) il labbro inferiore fortemente pronunciato, gli occhiali rotondi dalla montatura in tartaruga scura sempre sul naso o tutt'al più sollevati sulla fronte (quasi a riecheggiare la celebre fotografia di Herbert List del 1953). Cosicché, scatto dopo scatto, diede vita ad una sequenza di primi piani intensi e fortemente espressivi di uno stato d'animo meditabondo e accigliato insieme. [...]

De Biasi riuscì a penetrare la roccaforte di quell'appartamento e a far conoscere attraverso i suoi scatti l'aspetto originale di quella stanza, che Morandi scelse come set fotografico, e che oggi non esiste più. Le sue immagini trasmettono appieno quel "senso di sobrio, misurato, decoroso agio borghese" di cui scriverà Arnaldo Beccaria nel 1963 (Arnaldo Beccaria, Il pittore che detesta il danaro, in 'Tempo', 26 ottobre 1963). Pochi mobili di foggia ottocentesca color noce scuro tirati a lucido incorniciano la figura di Morandi. [...] La luce calda di un lampadario chandelier si sparge ovunque creando un'atmosfera particolarmente suggestiva grazie ai riflessi e ai giochi di luce creati dalle gocce in cristallo e De Biasi sembra esserne affascinato".

Accanto alle diciannove fotografie scattate a Bologna in casa di Morandi, il pubblico potrà vedere in mostra altri cinque ritratti realizzati da De Biasi a Milano, in cui il maestro bolognese è presente grazie alle proprie opere: tre di questi mostrano Lamberto Vitali nel suo appartamento, circondato da ben quattordici dipinti di Morandi, e altri due hanno come soggetto Elio Vittorini, intento a leggere e scrivere nel suo studio, dove s'intravede una Natura morta di Morandi, priva di cornice, datata 1949.

In occasione della mostra viene resa disponibile un'agile pubblicazione in italiano e inglese che include un testo di Lorenza Selleri e una selezione di immagini delle opere esposte. La mostra è corredata da documenti, numeri originali del settimanale "Epoca" (provenienti dall'archivio del museo e dalla Biblioteca dell'Istituto Storico Parri), libri provenienti dalla biblioteca personale dell'artista e da una video-intervista a Mario De Biasi realizzata da Laura Leonelli nel 2005 per il programma "Leonardo TV".

Mario De Biasi (Sois, Belluno, 1923 - Milano, 2013) inizia a fotografare nel 1945 grazie al fortuito ritrovamento di materiale fotografico tra le macerie di Norimberga, dove era stato deportato al lavoro coatto come radiotecnico. Rientrato in Italia, presenta la sua prima mostra personale nel 1948 e nel 1953 diventa professionista entrando nella redazione di "Epoca". Per lo storico settimanale della Mondadori lavora per più di trent'anni, realizzando centinaia di copertine e innumerevoli reportages in tutto il mondo per documentare non solo vari eventi di cronaca o le bellezze di luoghi e paesaggi ma anche calamità naturali e guerre. Le sue foto sulla rivolta d'Ungheria del 1956 gli fanno guadagnare fama internazionale e l'appellativo di "italiano pazzo".

Dopo il pensionamento continua a fotografare per passione tutto quello che attira la sua insaziabile curiosità. Le sue immagini sono state pubblicate in oltre cento libri e in molteplici riviste ed esposte in numerose mostre fotografiche e musei in Italia e all'estero. Nel 1994 la sua celebre foto "Gli italiani si voltano" è stata utilizzata come poster della mostra "The Italian Metamorphosis, 1943-1968" al Guggenheim Museum di New York. Nel 1982 ha ricevuto il premio Saint Vincent di giornalismo e nel 2003 è stato insignito dalla FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) del titolo di "Maestro della fotografia italiana". (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Manuel Antonio Rodriguez Puente denominata Edoardo Sanguineti Fragmentos de una obre realizzata nel 2022 Edoardo Sanguineti
Il volto del poeta


07 dicembre 2022 - 19 febbraio 2023
Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

La GAM di Torino dedica a Edoardo Sanguineti - poeta, regista, romanziere, sceneggiatore, traduttore, critico, drammaturgo, attore, autore teatrale, scrittore per musica, docente universitario, politico, raffinato intellettuale e tra i maggiori protagonisti e interpreti della contemporaneità - una mostra negli spazi della Wunderkammer che raccoglie diverse opere, tra cui alcuni ritratti, che gli amici artisti avevano dedicato al grande poeta. La celebrazione della sua figura si colloca nel SanguiNetwork: ritratto del secolo breve, Progetto di Rilevante Interesse Nazionale promosso dal Centro Interuniversitario Edoardo Sanguineti del Dipartimento di Studi Umanistici presso l'Università degli Studi di Torino.

Il percorso in mostra - a cura di Clara Allasia e Federico Sanguineti - si propone di ricostruire, attraverso una selezione di opere della ricca collezione privata di Casa Sanguineti, i duraturi legami d'amicizia e le fertili collaborazioni del poeta e intellettuale con alcuni tra i più celebri artisti a lui contemporanei. Il rapporto si rivela pienamente solo guardando anche alle molte pagine che Sanguineti ha dedicato al mondo dell'arte: tra le immagini e la parola letteraria esiste per l'autore una relazione profonda, che svela, appunto, il Volto del poeta. Per Sanguineti «la storicità della lingua, per la sua concettualità stessa, comporta consapevolezza. [...] Oggi, se può esistere una pittura selvaggia e forse anche una musica selvaggia, una scrittura selvaggia non si può dare».

Se talvolta è l'arte a trarre ispirazione dai suoi versi e dalle sue prose, in altri casi è lo scrittore a dedicare poesie e pagine critiche agli amici artisti. E ancora, se la firma del poeta spesso appare in calce alle presentazioni dei cataloghi di mostre ed esposizioni, in altri casi sono gli artisti a illustrare le sue raccolte poetiche, a conferma di un fitto dialogo intermediale e di un incessante sperimentalismo che rappresentano le caratteristiche fondanti della ricerca sanguinetiana. Questo percorso offre una riflessione sull'estrema duttilità della parola che può entrare in contatto con media diversi ma resta l'elemento fondamentale per convocare la storia, la cultura e soprattutto l'arte nella realtà che ci circonda.

In mostra più di 40 opere eseguite, tra gli altri, da Emilio Vedova, Enrico Baj, Pietro Cascella, Ugo Nespolo, Carol Rama, ciascuna affiancata da un testo di Sanguineti che evoca lo stretto rapporto di amicizia e il sentimento fraterno con gli artisti. Si tratta di frammenti di saggi, poesie, sonetti ma anche curiosi e divertenti giochi di parole costruiti sui nomi degli artisti. Per Carol Rama ad esempio scrive: «Mi piace supporre [...] che Carol rappresenti egregiamente il caso dell'artista che prova un brivido di spaventato sbalordimento dinanzi al primo materializzarsi del proprio immaginario più profondo, e a lungo studia, in faticoso esorcismo, di raffreddarlo, di aggirarlo, di proiettarlo neutralizzato in una catena di soluzioni equivalenti, ma rese controllabili e sopportabili».

Edoardo Sanguineti (Genova, 1930-2010) nel 1934 si trasferisce con i genitori a Torino. L'incontro con Albino Galvano, suo docente al Liceo d'Azeglio, ravviva i suoi interessi per le arti figurative e lo spinge a frequentare, dagli anni 50, i più importanti rappresentanti dell'avanguardia (Enrico Baj, Carol Rama e Mario Persico, tra gli altri), dei cui lavori diviene critico e divulgatore, oltre che appassionato collezionista. Nel 1954 sposa Luciana Garabello, da cui avrà i figli Federico, Alessandro, Michele e Giulia. Nel 1956 esordisce come poeta con Laborintus e discute con Giovanni Getto la tesi di laurea in Lettere Interpretazione di Malebolge, pubblicata nel 1961, dopo un'importante revisione.

Nei primi anni 60 diventa assistente volontario di Getto, inaugura la collaborazione con Luciano Berio e viene incluso da Alfredo Giuliani nell'antologia I Novissimi. Nel 1963 partecipa all'istituzione del Gruppo 63 e consegue la libera docenza all'Università di Torino, da cui è costretto ad allontanarsi per trasferirsi sulla cattedra di Salerno, dove resterà per quattro anni prima di tornare a Genova. Tra gli anni 60 e 80 avvia un'intensa attività giornalistica, dedicandosi parallelamente alla politica come consigliere comunale a Genova per il PCI e Deputato alla Camera nelle liste degli indipendenti. Sanguineti non si stanca mai di sperimentare modi espressivi e pratiche comunicative: negli anni successivi viaggia per l'Europa e per il mondo, proseguendo la carriera letteraria con una costante apertura nei confronti delle arti e dei media. In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito da Silvana Editoriale che raccoglierà saggi critici dei curatori, con una prefazione del Direttore della GAM. (Comunicato stampa)

Immagine:
Manuel Antonio Rodriguez Puente, Edoardo Sanguineti - Fragmentos de una obre, 2022




Nel grembo materno
21 dicembre (inaugurazione) - 25 febbraio 2023
Boccanera Gallery - Trento
www.boccaneragallery.com

Mostra collettiva per dare seguito alla recente proposta espositiva della curatrice Cecilia Alemani per la 59a Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia dal titolo Il latte dei sogni. L'esposizione vuole dare risalto all'attività imprenditoriale femminile nell'arte e alle sue intuizioni "visionarie". La gallerista Giorgia Lucchi Boccanera invita a partecipare a questo progetto alcune gallerie di arte contemporanea italiane e straniere, che hanno costruito durante la loro attività un rapporto di reciproca stima, o condiviso con lei parte del loro percorso di crescita e il gusto della scoperta.

"Nel grembo materno" rappresenta la duplice essenza del ruolo della gallerista, imprenditrice e "madre" dei propri artisti, supportando la loro ricerca e i loro progetti più visionari. Le gallerie sono invitate a esporre un/una loro artista, la cui poetica possa definirsi, o è stata definita in passato, fuori dagli schemi e capace di contribuire a un significativo cambiamento nella produzione artistica contemporanea.

Il progetto espositivo attiva un prezioso dialogo tra il contesto locale e la produzione artistica contemporanea più innovativa, superando i confini metropolitani, in cui l'arte convenzionalmente si muove e promuovendo nuovi stimolanti confronti. Boccanera Gallery presenta le opere di Linda Carrara, Veronica de Giovanelli e Debora Hirsch, artiste donne "visionarie", scelte dalla stessa gallerista per il loro peculiare modo di approcciare e riprodurre la realtà che le circonda.

Linda Carrara (Bergamo, 1984) propone una profonda ricerca metalinguistica sulla tecnica pittorica, indagando il genere della natura morta. Il frottage, tecnica prevalentemente utilizzata da Linda, diviene una modalità di archiviazione dei luoghi senza fornirne una rappresentazione diretta: un lavoro che riflette sui linguaggi tecnici della pittura e sui suoi processi di sintesi.

Veronica de Giovanelli (Trento, 1989) propone nella sua pittura una narrazione con una matrice geologica, costruendo le proprie immagini per stratificazioni continue di colore, dalle quali emerge un'inedita rappresentazione paesaggistica. Evocando immaginari dal sapore nordico e molto legati alla presenza della roccia nelle sue molteplici forme, le opere di Veronica rappresentano un rinnovato incontro tra pittura e paesaggio, aprendosi verso nuove riflessioni rappresentative.

Debora Hirsch (San Paolo - Brasile, 1967) esplora e indaga le strutture di potere, mettendone a nudo la dimensione brutale, insidiosa e invasiva, spaziando dalle dinamiche storiche della colonizzazione, al controllo tecnologico e ai meccanismi interpersonali. Un lavoro concettuale di elaborazione della realtà dal quale deriva la costruzione di un personale immaginario metafisico, atto al ribaltamento logico e morale delle realtà precostituite. (Comunicato stampa)




Opera in legno, metallo, plastica, gomma, dimensioni variabili denominata The Transporter Drone realizzata da Luciana Tamas nel 2021 Luciana Tamas
09 dicembre - 17 febbraio 2023
Studio Tommaseo - Trieste

Personale di Luciana Tamas vincitrice del Premio Giovane Emergente Europeo Trieste Contemporanea 2021. Il Premio è assegnato ogni due anni ad artisti under trenta provenienti dall'Europa centro orientale la cui ricerca si è distinta per particolare significatività. Il premio dà all'artista l'occasione di concepire un inedito progetto espositivo nonché di poterlo documentare con una pubblicazione.

La mostra, curata da Daniele Capra, raccoglie una decina di recenti lavori dell'artista romena - essenzialmente di natura scultorea - che indagano il sottile confine tra gli oggetti domestici con cui interagiamo abitualmente e i dispositivi di competizione/guerra pensati per confrontarsi durante un conflitto. Il titolo della mostra allude, in maniera parodica, agli aspetti della dolcezza e del conforto domestico, luoghi di intimità solo in apparenza non toccati dall'ostilità. La mostra è corredata da un catalogo, che sarà presentato successivamente includendo le immagini delle opere installate nello spazio triestino.

Le opere di Tamas in mostra, realizzate impiegando materiali di recupero assemblati con modalità da bricoleur, evidenziano, in forma ironica, il lato offensivo nascosto negli oggetti che usiamo quotidianamente e nelle forme più banali con cui interagiamo nella vita domestica. Tubi di silicone, mollette di metallo, carrelli portapacchi, ritagli di legno o canne da pesca vengono combinati insieme e privati dalla loro funzione, diventando così degli inefficaci (e ludici) strumenti di guerra. Ne escono così dei missili inoffensivi, degli innocui mitragliatori di legno o dei finti droni, costruiti con gli scarti di ferramenta e totalmente inabili al volo: sono metafore di un progresso sordo, piegato alle esigenze della guerra, e incapace di una tecnologia realmente umanistica.

La pratica artistica di Tamas è infatti caratterizzata dall'uso dell'assemblaggio e dell'installazione con materiali fai da te e di risulta, che vengono ricombinati in chiave a-funzionale con un valore simbolico. L'artista si muove a partire dall'immaginario tecnologico del volo, della guerra e dell'esplorazione spaziale per creare delle sculture in cui la forma, spesso improvvisata, non corrisponde ad alcuna reale necessità. Le sue opere non rappresentano né illustrano dei concetti, ma alludono invece ai limiti del pensiero ordinario. Esse servono infatti come strumenti rivelatori che mettono in luce causticamente le potenzialità sovversive, spesso nascoste, insite negli oggetti e negli strumenti di conflitto presenti nelle nostre vite. Alla loro pervasiva presenza - psicologica e reale - Tamas risponde così con una domanda da bambini, inattesa e impertinente.

Luciana Tamas (Satu Mare, Romania, 1992) ha compiuto studi all'Università delle Arti di Braunschweig (D), presso cui sta conseguendo il dottorato all'Istituto di Storia dell'Arte ed Estetica. Sue mostre personali sono state ospitate da istituzioni quali Städtische Galerie, Braunschweig, University of Art, Braunschweig, Art Museum, Satu Mare, Jan van der Togt Museum, Amstelveen (NL), Dinu Lipatti Philharmonic, Satu Mare, e Kunsthandel Teunissen (NL). (Comunicato stampa)

Immagine:
Luciana Tamas, The Transporter Drone, 2021, legno, metallo, plastica, gomma, dimensioni variabili




Opera in bronzo di cm 682x472x175 base inclusa denominata L'Ombra realizzata da Quinto Ghermandi nel 1962 Quinto Ghermandi
La Forma delle Cose


03 dicembre 2022 (inaugurazione) - 25 febbraio 2023
Galleria Open Art - Prato
www.openart.it

Quinto Ghermandi (Crevalcore, 1916 - San Lazzaro di Savena, 1994), artista anomalo in un contesto spesso ricco di pregiudizi e di preclusioni, che ha attraversato con ammirevole determinazione e con sottile ironia il teatro delle forme plastiche per oltre un quarantennio. La mostra, accompagnata da una monografia curata da Mauro Stefanini con un testo di Beatrice Buscaroli, ricostruisce per la prima volta l'intera vicenda critica di Quinto Ghermandi, attraverso le partecipazioni alla Biennale di Venezia, le esposizioni internazionali, i premi, le collezioni, le opere d'arte installate negli spazi pubblici e l'importante esperienza di Villa Baldissera a Pianoro.

Dalla Babele dei linguaggi, Ghermandi emerge lentamente, dopo una formazione che lo vede allievo di due maestri - Cleto Tomba prima, Ercole Drei poi - che amano plasmare la materia, immergere con piacere fisico in essa le mani. La terracotta e la ceramica dei primi anni creativi sono debitrici di quell'insegnamento; un gusto, una piacevolezza che in realtà non abbandonerà mai Ghermandi. Così come non abbandonerà il gusto di cimentarsi con le prove in apparenza meno "nobili" delle rappresentazioni tematiche dei carri carnevaleschi di San Giovanni in Persiceto.

Scultore comunque e sempre, anche nei passaggi cruciali degli anni Sessanta, allorché si compie il passaggio dalle immagini metamorfiche di una natura che pare dissolvere ogni immediatezza a richiami empirici, dove il rimando naturalistico si traduce in vago riferimento per liberare l'immagine nelle forme plastiche "pure" dei cicli delle Foglie, dei Voli e delle Ali. Con ogni probabilità Ghermandi non è mai stato conquistato dalle sollecitazioni dell'"ultimo naturalismo" profetato da Francesco Arcangeli; ha vissuto il clima informale come una gabbia concettuale che lentamente, ma in modo inesorabile, si dissolve.

Nella sua pratica è il tempo narrativo a dilatarsi; la ricerca tesa a individuare strutture all'interno delle quali il valore "totemico" dell'immagine possa essere amplificato; la costruzione di oggetti non consumabili dall'immediatezza della percezione. Nessun ritorno all'inquietudine di una natura tormentata, vitale, che sfugge alle certezze della ragione, che travalica i confini della definizione concettuale a favore dell'imprevedibilità, del caso. Ma piuttosto sforzo teso a eliminare ogni determinismo, ogni "immediatezza" formale, e, allo stesso tempo, tentativo di imporre all'opera una morfologia che metta in discussione ogni principio di organizzazione geometrica, ogni stabilità.

I suoi oggetti instabili vivono all'interno di un tempo asimmetrico; progetto, creazione e percezione solo nell'opera possono rendere ragione del "respiro delle cose". Il percorso espositivo comprende oltre venti sculture, alcune delle quali di grandi dimensioni, tutte realizzate negli anni Cinquanta e Sessanta. La Galleria Open Art promuove il lavoro di Quinto Ghermandi dal 2001, anno di inizio della propria attività, attraverso esposizioni collettive, fiere d'arte e pubblicazioni dedicate alla scultura contemporanea.

Quinto Ghermandi frequenta il Liceo Artistico e l'Accademia Belle Arti di Bologna. Partecipa alla Seconda Guerra Mondiale come paracadutista, è catturato ad El Alamein dagli inglesi e trascorre quattro anni di prigionia nei campi di concentramento in Egitto e nel Medio Oriente. Ritornato dalla prigionia, si dedica alla caricatura ed effettua viaggi a Parigi, Bruxelles e Amsterdam. Dopo un primo periodo dedicato alla ceramica, rivolge la sua attenzione alla scultura in ferro e successivamente al bronzo a cera persa.

Da segnalare, tra le altre, le partecipazioni alla Biennale di Venezia (1950, 1956, 1960, 1966), alla Quadriennale di Roma (1952, 1965, 1986) e alla Biennale del Mediterraneo (Alessandria d'Egitto, 1963). Tra il 1954 e il 1963 realizza più di cinquanta sculture informali per la villa e il parco del collezionista Giona Cesare Baldissera a Pianoro (BO), esperienza che influisce positivamente sulla sua carriera artistica. È presente alle più importanti mostre di scultura in Italia e all'estero, ottenendo numerosi premi e riconoscimenti. Le sue opere sono collocate in spazi pubblici e sono presenti nelle collezioni di numerosi musei ed istituzioni. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Quinto Ghermandi nel 1964 a Documenta Kassel con alcune delle sue opere, fotografia di Erhard Wehrmann
2. Quinto Ghermandi, L'Ombra, 1962, bronzo cm 682x472x175 base inclusa




Nino Migliori. L'arte di ritrarre gli artisti
Ritratti di artisti di un maestro della fotografia italiana


15 ottobre 2022 - 10 aprile 2023
Reggia di Colorno (Parma)

La mostra è la special guest della edizione '22 di "Colornophotolife", l'annuale festival di fotografia accolto dalla Reggia che fu di Maria Luigia d'Austria, a Colorno nel parmense. La monografica di Migliori conferma la vocazione della Reggia a connotarsi come sede di grandi eventi fotografici, sulla scia delle mostra qui riservate a Michael Kenna, Ferdinando Scianna e Carla Cerati. Di Nino Migliori si possono ammirare 86 opere inedite, quasi tutte ritratti di artisti da lui frequentati, realizzate tra gli anni Cinquanta ed oggi, che consentono di ripercorrere, attraverso le diverse tecniche adottate, le ricerche e le esplorazioni del mezzo fotografico condotte nel corso di oltre settant'anni di attività. L'esposizione, a cura di Sandro Parmiggiani, con la direzione di Antonella Balestrazzi, è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano/inglese).

Cinque le sezioni: i ritratti in bianco e nero, avviati negli anni '50, quando Migliori è a Venezia e frequenta la casa di Peggy Guggenheim, e sviluppati fino agli anni recenti; le immagini a colori nelle quali spesso opera una dislocazione dei piani e talvolta ritaglia le immagini e le ricolloca nello spazio; le sequenze di immagini tratte dal mezzo televisivo e concepite come fotogrammi in divenire; le grandi "trasfigurazioni" (100x100 cm) a colori in cui Migliori interviene "pittoricamente" sull'immagine; i ritratti recenti in bianco e nero "a lume di fiammifero", che applicano alcune sue ricognizioni condotte su sculture "a lume di candela".

Molti sono i protagonisti della scena artistica che i visitatori della mostra riconosceranno attraverso i loro ritratti: tra gli altri, Enrico Baj, Vasco Bendini, Agenore Fabbri, Gianfranco Pardi, Guido Strazza, Sergio Vacchi, Luciano De Vita, Salvatore Fiume, Virgilio Guidi, Piero Manai, Man Ray, Luciano Minguzzi, Zoran Music, Luigi Ontani, Robert Rauschenberg, Ferdinando Scianna, Tancredi Parmeggiani, Ernesto Treccani, Emilio Vedova, Lamberto Vitali, Andy Warhol, Wolfango, Italo Zannier; Antonio Gades, Bruno Saetti, Lucio Saffaro, Alberto Sughi, Emilio Tadini; Eugenio Montale, Gian Maria Volonté, Giovanni Romagnoli e Franco Gentilini; Karel Appel, Enzo Mari, Fausto Melotti, Tonino Guerra, Pompilio Mandelli, Marisa Merz, Bruno Munari, Fabrizio Plessi, Arnaldo Pomodoro, Lucio Del Pezzo; Mario Botta, Ugo Nespolo, Elisabetta Sgarbi.

"Davanti alle fotografie di Nino Migliori occorre ricordare -evidenzia il Curatore, Sandro Parmiggiani - che con lui nulla deve essere dato per scontato: la macchina fotografica, la pellicola (e ora il supporto digitale), le carte su cui vengono stampate le immagini non sono asservite a una funzione prestabilita, ma essa può sempre essere ridefinita ed esplorata in nuove direzioni.

Migliori è stato, fin dal 1948, uno strenuo indagatore delle possibilità offerte dal mezzo, dai procedimenti tecnici e dai materiali della fotografia; oltre a essere autore di splendide fotografie neorealiste - molti ricordano l'icona de "Il Tuffatore", 1951 -, lui si è cimentato con le bruciature sulla pellicola e sulla celluloide, con esperienze su carta e su vetro, con le fotografie di muri e di manifesti, con la ricerca della "faccia nascosta" delle polaroid, con le recenti esperienze con caleidoscopi di diverse dimensioni (due dei ritratti in mostra sono realizzati con questa tecnica): inesauste ricerche e verifiche alimentate dalle visioni e dagli esperimenti che questa sorta di artista-fotografo-sciamano ha condotto nel suo viaggio dentro la fotografia.

Sarebbe dunque limitativa la definizione di "fotografo", non avendo mai Migliori concepito il mezzo fotografico come mero strumento di conformità agli statuti e ai canoni della fotografia - "una immagine che fissa il reale, in un momento del suo divenire" -, ma qualcosa che poteva permettergli di avvicinarsi a certe visioni che da sempre lo hanno intrigato.

Basta pensare alle esperienze condotte a partire dal 2006, quando decise di fotografare lo Zooforo, l'impressionante bestiario medievale scolpito da Benedetto Antelami sul Battistero del Duomo di Parma, immaginando di restituirne la visione notturna che ne potevano avere gli abitanti della città, e i suoi visitatori, passando accanto alla torre ottagonale e scoprendone, alla luce delle torce, le forme fantastiche che si snodavano lungo il suo perimetro, ricreando nella notte, con opportune coperture, un buio profondo e avvicinando e muovendo lentamente una candela alle formelle, fino a scoprirne il volto segreto. Da quell'esperienza sono nati cicli in cui Migliori ha fotografato nell'assenza di luce monumenti e sculture, e ha eseguito ritratti di persone nel buio assoluto, con i loro volti illuminati dalla luce di un fiammifero, come documentano alcune fotografie della mostra di Colorno.

Nino Migliori (Bologna, 1926) inizia a fotografare nel 1948, alternando la fotografia neorealista e formalista alle sperimentazioni e alle ricerche, sulla base di tecniche inventate e affinate da lui stesso, che lo conducono a espressioni spesso affini alle vicende della pittura (quali l'informale) e alle esperienze concettuali. Negli anni Cinquanta, amico di Tancredi e di Emilio Vedova, frequenta la casa di Peggy Guggenheim a Venezia, mentre a Bologna si lega ad artisti quali Vasco Bendini, Vittorio Mascalchi, Luciano Leonardi. Nel 1977 il CSAC (Centro studi e archivio della comunicazione) dell'Università di Parma gli dedica la sua prima grande mostra antologica, curata dal suo fondatore, Arturo Carlo Quintavalle; dal 1978 Migliori è docente di Storia della Fotografia al Corso di Perfezionamento di Storia dell'Arte dell'Università di Parma; allo CSAC dona negli anni un corpus consistente di opere.

Nel 1979 tiene un memorabile corso nell'ambito della manifestazione "Venezia 79 La fotografia", sotto il patrocinio dell'Unesco e dell'International Center of Photography di New York, avente come programma le sperimentazioni off-camera. Nel 1982 Migliori dà vita ad Abrecal - Gruppo Ricerca Percezione Globale (1982-1991), che si rivolge soprattutto ai giovani e che si riallaccia alla poetica futurista nel senso di rottura degli schemi precostituiti e della libertà di espressione: il nome è infatti l'inverso di "Lacerba". Dagli anni Settanta dirige workshops, e si dedica con frequenza alla didattica in scuole di vario ordine e grado e in istituzioni museali. Nel 2016 l'artista dà vita alla "Fondazione Nino Migliori". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina della mostra La mia Brera La mia BRERA
15 dicembre (inaugurazione) 2022 - 11 marzo 2023
Galleria Previtali - Milano
www.galleriaprevitali.it

Una occasione espositiva per 60 artisti che hanno frequentato, dal 1970 al 2000, l'Accademia di Belle Arti di Brera e che hanno conseguito il diploma alla cattedra dei maestri storici da Aldo Carpi, Achille Funi, Gianfilippo Usellini, Domenico Cantatore, Tito Varisco, Domenico Purificato, Luca Crippa, Giovanni Repossi, Alik Cavaliere, Mino Ceretti, ecc. La mostra intende riconoscere ai maestri di Brera l'alto valore artistico e formativo della loro opera. L'articolazione per immagini e parole dell'iniziativa approfondirà il ruolo attivo e propositivo dell'Accademia di Brera e l'attuale responsabilità culturale degli artisti militanti sia nel mercato dell'arte che in società.

Una realtà dialogante costruita attorno ai destini professionali degli ex allievi di Brera, organizzata secondo una linea di sviluppo iconografico-narrativo che evidenzi le problematiche esistenziali dell'attualità in relazione alle scelte artistiche, ai differenti linguaggi individuali e ai condizionamenti delle dinamiche culturali. Nel corso della mostra saranno organizzate serate a tema con personalità rappresentative dei diversi profili professionali (storici dell'arte, designer, architetti, collezionisti, poeti, giornalisti, drammaturghi, imprenditori).

Artisti partecipanti: M. Anselmi, S. Arrigo, M. Barberis, C. Bera, F. Berner, D. Bianchi, S. Bocchi, G. Bonardi, M. Brotto, L. Calligola, D. Cantatore, A. Cascella, N. Cassani, V. Ceci, F. Cheli, P. Comand, G. Conservo, V. Cuoghi, M. C. Daccò, P. Diana, P. Di Gennaro, R. Feri, M. Ferrari, R. Ferrari, M. Ferroni, S. Fiori, L. Fornasieri, A. Funi, R. Galbusera, A. Gallo, B. Gandola, A. Ghinzani, M. Jannelli, S. Langfelder, F. Laska, E. Leli, A. Lion, G. Lodigiani, S. Lomi, M. Lommi, G. Lo Presti, G. Macalli, F. Magro, A. Maksimjuk, F. Marabelli, P. Marchese, S. Martignoni, A. Mazzotta, A. Met-Hasani, L. Minguzzi, S. Montani, M. Montesissa, M. Moro, S. Moroni, M. Odello, R. Pancera, L. Pescador, S. Pincolini, S. Pizzi, E. Poletti, M. Previtali, D. Purificato, F. Quezada, M.G. Quinto, G. Repossi, M. Rossetti, S. L. Rossi, S. Savino, S. Soldati, F. Spalla, E. Sperandio, S. Terruso, L. Teruggi, A. Turchiaro, S. Uberto, G. Usellini, C. Villani, B. Visentin, Y. S.Young, M. Zappino (Estratto da comunicato stampa)




Locandina della mostra su Leonardo da Vinci L'ingegno di Leonardo. Le macchine
26 novembre 2022 - 01 maggio 2023
Palazzo dei Consoli - Gubbio
www.palazzodeiconsoli.it

La mostra è curata da Gabriele Niccolai, titolare del Museo Leonardo da Vinci di Firenze da cui provengono gli oltre 50 modelli esposti, fedelmente ricostruiti a mano. In mostra i modelli di macchine militari, di ingegneria civile e idraulica, accanto a studi per il volo umano ed oggetti curiosi, pronti a meravigliare visitatori di ogni età che potranno in autonomia azionarli e scoprire il funzionamento. Alcune ricostruzioni di macchine leonardesche si possono ammirare anche in suggestivi spazi esterni del centro storico di Gubbio.

Leonardo da Vinci fu un pioniere nella ricerca e negli studi della tecnologia. Con le sue idee ha saputo coniugare in maniera mirabile l'attività artistica e l'attività scientifica, applicando le sue conoscenze di meccanica ad opere di ingegneria civile e militare e dedicandosi con passione agli studi di anatomia, biologia, matematica e fisica. La famiglia fiorentina Niccolai, a partire dal 1960, ha deciso di dare vita alle macchine disegnate da Leonardo nei suoi Codici, unendo il sapere artigiano alla ricerca accademica.

Leonardo ha disegnato i progetti di alcune delle più importanti innovazioni nella storia dell'ingegneria. Nella mostra a Palazzo dei Consoli si potranno ammirare oltre 50 modelli in scala di varie dimensioni, fedelmente ricostruiti a mano utilizzando i materiali dell'epoca cioè legno, cotone, ottone, ferro e corde. Sono opera di Carlo Niccolai prima e del figlio Gabriele oggi, titolare del Museo delle Macchine di Leonardo di Firenze. Si tratta di macchine militari, di ingegneria civile e idraulica, accanto a studi per il volo umano ed oggetti curiosi. Si possono ammirare, tra gli altri: l'odometro, il girarrosto a vapore, il primo modello di carro armato, il ponte arcuato di tipo militare, il cannone navale, la scala mobile, il robot, il riflettore e ancora l'elica, il deltaplano e il paracadute.

Sono parte di una prestigiosa collezione che conta oltre 400 modelli unici, ricostruiti in oltre 50 anni di ricerche e lavorazioni artigianali. Si tratta attualmente della collezione più grande dedicata alle macchine di Leonardo da Vinci ed è richiesta per esposizioni in tutto il mondo che hanno toccato, tra gli altri, Stati Uniti, Brasile, Corea del Sud e Giappone, curate da Niccolai srl e Teknoart Firenze. La mostra di Gubbio è la seconda tappa di un grande tour itinerante che proseguirà per i prossimi dieci anni.

Nella mostra a Gubbio i visitatori diventano protagonisti attivi: possono, infatti, azionare in modo autonomo le macchine attraverso il movimento di maniglie e manovelle così da scoprirne il facile funzionamento. Accanto ad ogni macchina è visibile l'immagine della pagina del codice che riporta il disegno tecnico eseguito da Leonardo, utilizzata per la ricostruzione fedele del modello, insieme ad un'accurata descrizione. I suoi manoscritti testimoniano, infatti, gli esperimenti compiuti, dalle soluzioni ideate per risolvere problemi pratici del tempo alle intuizioni per possibilità future.

Pochissimi dei progetti di Leonardo sono arrivati alla costruzione, tanto da essere ritenuti da alcuni studiosi solo oggetti di fantasia. Ci sono documentazioni e prove, invece, che ne realizzò diversi, come il contatore d'acqua di cui è presente il modello in mostra, costruito per Villa Rucellai a Firenze. Verso il 1510 il padrone di casa chiese a Leonardo un disegno per un macchinario capace di calcolare l'acqua da erogare nel suo giardino botanico. Altri non era che una ruota dispensatrice di acqua a ritmo costante: oggi la conosciamo grazie ad un disegno, riprodotto sull'originale di Leonardo, da Benvenuto Della Volpaia, abile costruttore di orologi e altri meccanismi per la misurazione. (Estratto da comunicato stampa)




Moltiplicare Dividendo
03 dicembre (inaugurazione) - 23 aprile 2023
CollAge - Collection Storage - Todi

Una selezione di lavori degli anni '70 - '90 di autori diversi, da Carla Accardi a Mario Ceroli, da Enrico Castellani a Piero Dorazio, da Sol Lewitt a Mario Schifano, per continuare con Agostino Bonalumi, Christo, Hans Hartung e Urs Lüthi. Una mostra di sole grafiche che, a differenza del confronto generazionale da sempre centrale nei progetti di Matteo Boetti, si concentra su un gruppo di maestri più storicizzati che si sono ampiamente dedicati a questo tipo di produzione artistica.

Con un omaggio alla filosofia artistica di Alighiero Boetti, l'idea di questa esposizione richiama, fin dal titolo, un gioco matematico basato sulle qualità del dividere e del moltiplicare insite nella natura stessa dei multipli. Un processo artistico di riproduzione dell'opera d'arte ribadito dal susseguirsi di edizioni e tirature quale azione di moltiplicazione tipica di questo procedimento creativo. Moltiplicare Dividendo fa parte di una serie di mostre diffuse che continueranno fino all'estate 2023, organizzate per festeggiare i 30 anni di attività di Matteo Boetti. (Comunicato stampa)




Opera di Andy Warhol che ritrae Marilyn Monroe esposta in una parete della sala, fotografia realizzata da Giovanni Daniotti Ritratto di Andy Warhol, fotografia realizzata da Giovanni Daniotti Opere di Andy Warhol che ritraggono il barattolo della zuppa Campbell's e Marilyn Monroe, fotografia realizzata da Giovanni Daniotti Andy Warhol
La pubblicità della forma


22 ottobre 2022 - 26 marzo 2023
Fabbrica del Vapore - Milano

Con oltre trecento opere divise in sette aree tematiche e tredici sezioni - dagli inizi negli anni Cinquanta come illustratore commerciale sino all'ultimo decennio di attività negli anni Ottanta connotato dal rapporto con il sacro - la spettacolare mostra Andy Warhol curata da Achille Bonito Oliva. Un viaggio nell'universo artistico e umano di uno degli artisti che hanno maggiormente innovato la storia dell'arte mondiale. "Warhol - afferma Bonito Oliva - è il Raffaello della società di massa americana che dà superficie ad ogni profondità dell'immagine rendendola in tal modo immediatamente fruibile, pronta al consumo come ogni prodotto che affolla il nostro vivere quotidiano. In tal modo sviluppa un'inedita classicità nella sua trasformazione estetica. Così la pubblicità della forma crea l'epifania, cioè l'apparizione, dell'immagine".

Una esposizione con più di 300 opere, per la maggior opere uniche. Molte provenienti dall'Estate Andy Warhol, due di Keith Haring e di altre prestigiose collezioni private. "Dai disegni degli anni 50 alle icone Liz, Jackie, Marilyn, Mao, Flowers, Mick Jagger ai ritratti ed ai suoi progetti personali come il fashion - dichiara Edoardo Falcioni - sono presenti tele, carte, sete, latte con le famose ed uniche Polaroid, per arrivare agli acetati unici che fanno parte della seconda fase del suo lavoro altrettanto importante".

Andrew Warhola, classe 1928, originario di Pittsburgh, dopo la laurea nel 1949 si trasferisce a New York, trasforma il proprio nome di origine slovacca in Warhol e nei primi anni '60 è un giovane pubblicitario di successo, che lavora per riviste come New Yorker, Vogue e Glamour. L'intuizione che lo renderà celebre e ricco è quella di ripetere una immagine più e più volte, in modo da farla entrare per sempre nella mente del pubblico. Thirty Are Better Than One, la sua prima Monna Lisa ripetuta ben trenta volte, da celebre ed esclusiva opera d'arte, viene trasformata in una opera di tutti e per tutti, trasformando il linguaggio della pubblicità in arte. In Green Coca-Cola Bottles - scrive Falcioni nel suo testo per il catalogo - comprendiamo immediatamente che per l'artista è proprio la quantità a prevalere sull'originalità del soggetto raffigurato: è infatti ripetendo la stessa immagine che egli riesce a portare e mettere in scena il panorama consumistico nel mondo dell'arte: compito dell'artista non è più creare, ma riprodurre".

Per far questo Warhol adotta una speciale tecnica di serializzazione, con l'ausilio di un impianto serigrafico, che facilita la realizzazione delle opere e riduce notevolmente i tempi di produzione. Su grosse tele riproduce moltissime volte la stessa immagine alterandone i colori: usando immagini pubblicitarie di grandi marchi commerciali o immagini di impatto come incidenti stradali o sedie elettrice, riesce a svuotarle del significato originario. L'arte deve essere "consumata" come qualsiasi altro prodotto. La tecnica della serigrafia viene usata da Warhol già nel 1962 per realizzare la serie Campbell's Soup Cans, composta da trentadue piccole tele di identiche dimensioni raffiguranti ciascuna gli iconici barattoli di zuppa Campbell's, esposte nello stesso anno alla Ferus Gallery di Los Angeles.

Lo stesso fa con i ritratti delle celebrità dell'epoca: Marilyn Monroe, Mao Zedong, Che Guevara, Michael Jackson, Elvis Presley, Elizabeth Taylor, Brigitte Bardot, Marlon Brando, Liza Minnelli, Gianni e Marella Agnelli, le regine Elisabetta II del Regno Unito, Margherita II di Danimarca, Beatrice dei Paesi Bassi, l'imperatrice iraniana Farah Pahlavi, la principessa di Monaco Grace Kelly, la principessa del Galles Diana Spencer. Per queste personalità essere ritratte da Wahrol diventa un imperativo a conferma del proprio status sociale.

Emblematica la Gold Marilyn Monroe, conservata al MoMA di New York: una delle donne più affascinanti della storia moderna americana viene qui rappresentata su uno sfondo oro, esattamente come si trattasse di una tavola del Trecento raffigurante la Madonna. La critica all'inizio stronca questi lavori, non comprendendone l'originalità né la volontà di Warhol di comunicare l'idea della ripetizione e dell'abbondanza del prodotto, in linea con la filosofia consumistica dell'epoca. La sua opera viene vista come un oltraggio all'Espressionismo Astratto, movimento artistico allora dominante negli Usa. Lo stesso celebre gallerista Leo Castelli all'inizio non comprende la genialità innovativa del lavoro di Warhol e cede alla richiesta di Jasper Johns di non ammetterlo nella sua scuderia.

In realtà aderendo alla cultura di massa e portandola nel mondo concettuale dell'arte figurativa, Warhol ha esaltato la patria del consumismo e tutto quanto gli Stati Uniti hanno simboleggiato dal dopo guerra sino agli anni '80. "Il vero colpo di genio attraverso cui l'artista riuscì a valorizzare definitivamente gli anni '60 e le nuove forme di comunicazione di massa - leggiamo ancora nel testo di Falcioni - furono però le Brillo Box: si tratta di sculture identiche alle scatole di pagliette saponate Brillo in vendita nei supermercati.

Queste vennero realizzate da una falegnameria e i bordi vennero serigrafati da Warhol e i suoi assistenti come le etichette originali. Saranno proprio queste opere a far scaturire in Arthur Danto, celebre filosofo ammaliato da queste creazioni, la sua concezione sulla filosofia dell'arte, che ruota attorno ad una domanda fondamentale: "che cos'è l'arte?". Questo interrogativo lo porterà a ritenere queste scatole di legno delle vere e proprie opere d'arte, in forza della loro capacità di evocare e rappresentare alla perfezione un determinato contesto storico, in questo caso gli anni '60 assieme alle sue innumerevoli novità, di cui il pop artist può essere considerato senza dubbio il massimo interprete

L'evento che rese queste opere tra le più celebri dell'intera storia dell'arte fu la personale dell'artista presso la Stable Gallery di New York, tenutasi nel 1964: queste sculture furono disposte all'interno dello spazio espositivo tutte in fila e una sopra all'altra, proprio come se si trattasse di un supermercato piuttosto che di una galleria d'arte". E' visitando questa mostra che Leo Castelli si ricrede e comprende l'attualità dell'operazione di Warhol, arruolando nella sua scuderia. Da questo momento la carriera di Warhol ha una vera e propria deflagrazione. Nasce la celebre The Factory, originariamente al 231 East 47th Street, dove innumerevoli assistenti creano a ritmo frenetico le sue opere in serie: quadri, film, cover musicali, sculture, copertine di riviste e molto altro. E dove Warhol accoglie attori, musicisti, scrittori, tutto il mondo creativo newyorchese, creando i primi film come i The Velvet Uderground & Nico, per cui realizza anche la copertina del celebre LP.

Qui sono realizzati molti altri film che mostrano azioni ripetute dilatate nel tempo, sorta di quadri proiettati su una parete bianca e gli Screen Test, ritratti filmati di personaggi in visita alla Factory, ripresi, allo scopo di entrare nella loro intimità, con una camera fissa senza muoversi per tre minuti su un fondo nero. Nella Factory viene realizzato inoltre il magazine Interview con in copertina, per ciascun numero, il personaggio del momento. E sono prodotte altre celebri copertine per Time e Playboy. Molte altre Factory seguiranno in diverse parti della città, laboratori dei tantissimi progetti ideati senza sosta dal poliedrico artista.

Nel frattempo è nata una nuova generazione di artisti come Basquiat, Haring, Scharf che considerano Warhol il loro padre spirituale: accogliendoli nella sua cerchia Warhol ne assorbisce dinamismo e creatività. Riesce così a rinnovarsi nuovamente, ideando le ultime sperimentazioni iconiche come il celeberrimo Dollar Sign, emblema del rampantismo economico di quegli anni, abbandonando l'uso della serigrafia e dedicandosi, reinterpretando in chiave pop alcuni riferimenti artistici del passato, alla pittura pura.

La mostra milanese vuole documentare questo avvincente percorso: dagli oggetti simboli del consumismo di massa, ai ritratti dello star system degli anni '60. Esposte quasi tutte opere uniche come tele, serigrafie su seta, cotone e carta, oltre a disegni, fotografie, dischi originali, T-shirt, il computer Commodore Amiga 2000 con le sue illustrazioni digitali - i primi NFT della storia -, la BMW Art Car dipinta da Warhol con il video in cui la realizzò, la ricostruzione fedele della prima Factory e una parte multimediale con proiezioni di film da vedere con gli occhialini tridimensionali.

Andy Warhol muore nel 1987 per una infezione alla cistifellea. Le sue icone, i suoi personaggi, i suoi soggetti sono riprodotti ovunque, in tutto il mondo, su vestiti, matite, posters, piatti, zaini. Ha anticipato i social network e la globalizzazione degli anni Duemila, ha cambiato per sempre la storia dell'arte, è ancora attualissimo e amato da un pubblico trasversale. La mostra rappresenta una occasione imperdibile per godere della sua arte unica, coraggiosa, innovativa e traboccante di idee. (Comunicato ufficio stampa Lucia Crespi)




Alan Charlton
Trapezium


01 dicembre (inaugurazione) - 15 febbraio 2023
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Sin dal 1969 Charlton utilizza il grigio come unico colore e la stesura monocroma è la sola modalità in cui lo tratta. Le sue opere costituiscono il radicale azzeramento di ogni tratto espressivo e allo stesso tempo un'indagine delle molteplici potenzialità dei monocromi attraverso la luce. I suoi lavori infatti, messi in relazione con l'ambiente circostante, vivono in un continuo mutamento dettato dalle modulazioni della luce. In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con un testo di Francesco Castellani, la riproduzione delle opere in mostra e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

In questa occasione l'artista inglese ha ideato una mostra che pone in dialogo i due piani della galleria, presentando opere recenti che si collegano a quelle esposte nella sua ultima mostra personale nel 2018. I lavori, caratterizzati da una forma trapezoidale costituita da tre elementi, sono declinati in relazioni combinatorie di superfici dipinte con tre grigi differenti. Le opere Trapezium in 3 Parts with 2 GreysTrapezium in 3 Parts with 3 Greys mettono in luce una ripetizione e allo stesso tempo una costante alterazione dell'elemento monocromo, in una composizione di differenti variabili alternate. Nella seconda sala del piano superiore sono presentati i progetti-collages dei lavori esposti, in cui proporzionalità e cromie si riconoscono analoghe alle opere, ma il risultato fenomenico ed esperienziale risulta di natura completamente differente, come materializzazione plastica e germinale dell'idea.

"Chi segue e conosce il percorso di Alan Charlton, troverà in Trapezium la coerente conferma di quanto da tempo maturato e da lui sviluppato in termini di ricerca. E non potrà che apprezzare l'evoluzione del suo procedere: sempre rinnovati, ritroverà tanto il senso assoluto della geometria delle forme, che la feroce capacità di non derogare mai dai canoni formali, matematico/proporzionali, volumetrici e modulari sui quali si fonda il suo lavoro. Riconoscerà quella fiducia incrollabile nelle coerenti variazioni di ritmo e percezione da sempre in opera nel suo fare. Per chi invece si avvicina con sguardo nuovo all'artista, Trapezium costituisce l'occasione di entrare in contatto con la sua visione assoluta e scendere in profondità [...] alla ricerca di qualcosa di puro". (Francesco Castellani) (Comunicato stampa)




Gastone Biggi
Trilogia 2 | 1978-1987 Cieli e Campi


03 dicembre (inaugurazione) - 11 febbraio 2023
PoliArt Contemporary - Milano
www.galleriapoliart.com

Secondo appuntamento del ciclo di tre mostre dedicate a Gastone Biggi (1925-2014). La prima esposizione dedicata ai dipinti bianchi e neri degli anni Sessanta, poneva il "punto" di Gastone Biggi come inedito ripensamento dei presupposti e delle finalità della pittura contemporanea. Ora, nelle più di venti opere di questa "Trilogia 2" - a cura di Leonardo Conti e Giorgio Kiaris - pur in una rigorosa coerenza con la ricerca, si coglie l'immergersi in una dimensione integralmente naturale, di cui l'artista conserva non solo i colori, la luce e la spazialità, ma una percezione emozionata del tempo.

I Cieli (opere di accentuato formato orizzontale) sono la trasfigurata continuazione del precedente ciclo dei Ritmi, nei quali Biggi era giunto a un'ordinata quanto algida disposizione dei suoi punti in spazi monocromatici, evocando una sorta di astrazione del tempo, svincolato da ogni continuità, per disporsi in attimi assoluti, come incastonati nello spazio della percezione. Erano state le confluenze e le convergenze del Biggi intellettuale con le neoavanguardie musicali, a fargli raggiungere, nel visibile, ciò che nelle esperienze della Nuova Musica veniva definito come "attimo intemporale".

Poi, la creatività del maestro, le indefinite declinazioni del pittore e le mai dome analogie dello studioso, presto riconoscono in quelle configurazioni ordinate di punti, l'infinito dipanarsi di ciò che nella storia furono le "stelle fisse". E così il passo verso le visioni dei cieli giotteschi di Assisi e di Padova diviene davvero breve: Biggi giunge alla grande intuizione, in cui l'immensa costruzione intellettuale, l'alveo speculativo e l'astrazione più pura, possono animarsi con i colori delle molte verità dei cieli pittorici, compresi quelli naturali.

Saranno anni di fervore creativo, nei quali l'artista potrà finalmente immergersi nella realtà, senza alcun complesso, né verso la grande narrazione vasariana della raffigurazione, né verso un modernismo che stenta a spegnersi: Biggi dipinge così un'indimenticabile pagina naturalista dell'arte contemporanea. Sarà al culmine di questa ricerca che potrà persino abbassare lo sguardo, per dare vita, tra il 1986 e il 1987, ai Campi in cui i colori, i calori, le luci e le emozioni, raccolgono e conservano un nuovo "temporalissimo attimo", che è l'istante più intensamente vissuto.

Nella continuità curatoriale di questa grande mostra in tre tempi, Leonardo Conti e Giorgio Kiaris hanno suddiviso il catalogo di "Trilogia 2" in differenti sezioni. Il testo generale di Leonardo Conti è seguito da un contributo di Giorgio Kiaris che, nella sua veste di "testimone oculare" (avendo affiancato Biggi per venticinque anni) racconta il clima culturale e creativo in cui Biggi dipingeva i Cieli e i primissimi Campi (il maestro parlava di "eco-pittura"). Segue poi un approfondimento tematico di Sara Bastianini e, infine, un'ampia sezione con documenti (anche inediti) degli anni di ricerca di Biggi presi in esame dalla mostra. Un'approfondita nota biografica è suddivisa nei tre cataloghi, seguendo la cronologia di ogni volume, con anche immagini di repertorio gentilmente concessi dalla Fondazione Biggi. Il catalogo "Trilogia 2" è il secondo dei tre cataloghi che comporranno il cofanetto Gastone Biggi. Trilogia 1960-2014, edito da PoliArt Edizioni in collaborazione con Eclipse Arte Edizioni. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Arte Inquieta L'ARTE INQUIETA. L'urgenza della creazione
Paesaggi interiori, mappe, volti: 140 opere da Paul Klee ad Anselm Kiefer


18 novembre 2022 - 12 marzo 2023
Palazzo Magnani - Reggio Emilia

La rassegna presenta una selezione di autori che hanno guardato alla propria realtà interiore e al mondo: sguardi sempre più necessari nello scenario attuale, dove "l'arte inquieta" è figlia di vicende personali e collettive, dell'urgenza espressiva dell'artista e dell'esplorazione degli infiniti volti ed espressioni dell'identità umana. Accanto ad autori di poetiche fondative la nostra modernità, come Alberto Giacometti, Jean Dubuffet, Hans Hartung, Anselm Kiefer, Antonio Ligabue, Pietro Ghizzardi, Cesare Zavattini, Maria Lai, Alighiero Boetti, Emilio Isgrò, Carla Accardi, in mostra saranno esposte opere talvolta provenienti da mondi esclusi, oggi considerate un prezioso e necessario archivio dell'immaginario: l'art brut, dunque, visionaria e dai linguaggi inediti.

I grandi artisti del Novecento e dell'art brut, sono messi in dialogo con autori le cui opere inedite provengono dall'Archivio del San Lazzaro del Museo di Storia della Psichiatria di Reggio Emilia, oggi una tra le maggiori collezioni nel campo in Europa. Gli autori e le opere si confrontano per affinità di generi e linguaggi in un percorso espositivo ideato per stanze tematiche, in cui si indaga la bruciante vitalità che contraddistingue questi artisti e la loro inquieta ricerca sull'identità umana. Decine di musei e di collezionisti privati hanno consentito di riunire una mostra di queste dimensioni e di questo valore, affidata alla curatela scientifica di Giorgio Bedoni, psichiatra e docente all'Accademia di Brera di Milano, Johann Feilacher, direttore del Museo Guggin di Vienna e Claudio Spadoni, noto storico dell'arte.

La prima sezione è dedicata al "Volto Metaforico", inteso come ritratto del sé, che non rifiuta di indagare il proprio essere più intimo, oltre la reale fisiognomica, verso colori e somiglianze altre. La seconda sezione affronta invece il tema "Serialità, Ossessioni, Monologhi Interiori", dove l'identità dell'autore diventa doppia, poi molte, fino a diventare paesaggio, interiore e labirintico. Infine la stanza dedicata alle "Cartografie, Mappe e Mondi Visionari", che riunisce opere in cui la cartografia artistica del Novecento e dell'età contemporanea rende visibile un repertorio di ideologie, di visioni del mondo, di concezioni spaziali nati da bisogni d'espressione radicati in mitologie private e in riti collettivi.

Arricchiranno la mostra una serie di attività collaterali - visite guidate, lezioni, conferenze, attività formative e didattiche per scuole di ogni ordine e grado, corsi di aggiornamento per insegnanti, eventi esclusivi e a porte chiuse per aziende, progetti speciali per soggetti con fragilità, - realizzate in collaborazione con importanti istituzioni, con l'obiettivo di riferirsi a tutti i pubblici possibili, nella convinzione che l'arte generi benessere e che abbia un ruolo fondamentale nella costruzione e nello sviluppo di una solida identità individuale e sociale.

"L'Arte Inquieta", infatti, non è solo una grande mostra che riunisce per stanze tematiche opere straordinarie, ma è anche l'espressione di un progetto sociale cui la Fondazione Palazzo Magnani ha dato vita insieme alla città di Reggio Emilia. La mostra a Palazzo Magnani, infatti, è l'apice di "Identità Inquieta", il cartellone di iniziative culturali, mostre, eventi e appuntamenti, promosso da Comune di Reggio Emilia, Fondazione Palazzo Magnani e Farmacie Comunali Riunite, in cui tutte le istituzioni cittadine dialogano con l'obiettivo comune di riflettere sul tema dell'identità sociale, educativa e culturale della città a partire dalle domande che con urgenza emergono dai contesti più fragili e inattesi. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Il Manifesto del bar Giamaica Alberto Zilocchi e il Manifesto del bar Giamaica - 65° anniversario
www.archivioalbertozilocchi.com

L'Archivio Alberto Zilocchi festeggia il 65° anniversario del "Manifesto del bar Giamaica", documento nel quale otto giovani artisti (Guido Biasi, Aldo Calvi, Piero Manzoni, Silvio Pasotti, Antonio Recalcati, Ettore Sordini, Angelo Verga e Alberto Zilocchi), in un momento di impeto, annunciano l'arrivo della pittura d'avanguardia in occasione della Mostra dei Giovani Artisti organizzata all'interno del bar Giamaica in via Brera 32 a Milano il 9 novembre 1957. Attraverso i suoi canali social e sul canale Youtube dell'Archivio Alberto Zilocchi a partire dal 9 novembre 2022 un video predisposto per l'occasione dal titolo "65° anniversario Alberto Zilocchi e il Manifesto del bar Giamaica".

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"Attualmente, a Milano, il Premio S. Fedele è l'unica rassegna che si dice pensosa di promuovere e segnalare l'attività dei giovani pittori. Ma in realtà il Premio S. Fedele esclude e respinge le nuove posizioni e tendenze della giovane pittura italiana, e ripiega piuttosto sui frutti di uno squallido artigianato tradizionalista, privo di interesse e consistenza. Si presenta così ai critici un panorama falsato, per ragioni che trasparentemente nulla hanno a che fare con l'arte e restringe il campo alla produzione più conformista.

Sono da giustificare quindi i critici che hanno scritto, forse in buona fede, sulla decadenza delle forme di pittura non descrittiva e sull'assoluta mancanza di pittura d'avanguardia. Noi esponiamo in un Bar, ma non per questo la nostra mostra è meno valida. Con essa e con questo manifesto noi vogliamo affermare la nostra inequivocabile presenza nel mondo dell'Arte e della Cultura, contro tutti coloro che intendono soffocarla in certe falsate e poco culturali Rassegne d'arte". (Guido Biasi, Aldo Calvi, Piero Manzoni, Silvio Pasotti, Antonio Recalcati, Ettore Sordini, Angelo Verga, Alberto Zilocchi - Milano, 9 novembre 1957)

Alberto Zilocchi nasce a Bergamo nel 1931. Agli inizi anni '50 parte per Parigi per frequentare dei corsi della nuova pittura europea e lì conosce Piero Manzoni. Verso la metà degli anni '50 frequenta l'avanguardia di Milano e i giovani pittori che si riuniscono al Bar Giamaica di Brera a Milano, a due passi dall'Accademia. Nel 1957 firma con Piero Manzoni, Ettore Sordini, Angelo Verga, Aldo Calvi, Guido Biasi, Antonio Recalcati e Silvio Pasotti il Manifesto del Bar Giamaica, in cui annunciano l'arrivo della nuova pittura d'avanguardia.

Nel 1959 Alberto Zilocchi partecipò alla prima mostra collettiva - e seconda mostra in termini temporali della Galleria - della galleria Azimut fondata da Piero Manzoni ed Enrico Castellani in via Clerici 12 a Brera, inaugurata il 22 Dicembre 1959 e terminata il 3 Gennaio 1960 accanto ad altri artisti come Manzoni, Anceschi, Boriani, Castellani, Colombo, Dadamaino, Devecchi, Mari e Massironi. In questo periodo Zilocchi collabora, tra gli altri, con Lucio Fontana, con il quale esporrà sempre nel 1959 alla Galleria della Torre di Bergamo e diventa uno dei principali artisti animatori del Gruppo Bergamo.

Negli anni '70 Zilocchi partecipa a diverse esposizioni in tutta Europa e nel 1972 diventa uno di principali animatori con altri artisti europei del Centro internazionale di Studi d'Arte Costruttiva (Internationaler Arbeitskreis für Konstruktive Gestaltung - IAFKG), gruppo di lavoro che opererà con mostre, simposi e commenti critici in tutta Europa sino al 1988.

I lavori più conosciuti di Albero sono la serie dei Rilievi, opere monocrome caratterizzate da estroflessioni sulla superficie, tutte in rigoroso ed esclusivo colore monocromo bianco acrilico opaco su supporti - tavole o telai realizzati dallo stesso artista, opere molto spesso quadrate come opere singole, oppure concepiti in serie, dando vita ad una rappresentazione tridimensionale dello spazio composta da linee geometriche di luce ed ombre che si ispessiscono e poi infine sfumano sino ad annullarsi sulla superficie piana del quadro, prodotti sino a tutti gli anni '70, mentre negli anni '80 Zilocchi avvia il nuovo ciclo delle Linee, carte o tele applicate su tavole (molto spesso quadrate), nelle quali il bianco di fondo è solcato da tratti neri di spessore e frequenza variabili.

In ogni composizione un rigido schema geometrico di partenza viene poi rotto dall'artista secondo un'anomalia introdotta da un elemento casuale: il lancio di un dado o un'estrazione a sorte (ad esempio una pagina dell'elenco telefonico) determinano l'aumento di lunghezza delle righe o il loro spessore. «Il caso ha molta più fantasia di noi» amava ripetere Zilocchi. Muore nel 1991 a Bergamo. Durante la sua vita ha esposto in oltre 100 mostre personali e collettive, soprattutto nel nord Europa (Germania, Austria, Olanda, Finlandia, Inghilterra). (Comunicato Archivio Alberto Zilocchi)




locandina della mostra Ri-Materializzazione del Linguaggio 1978-2022 Ri-Materializzazione del Linguaggio. 1978-2022
01 ottobre 2022 (inaugurazione) - 03 giugno 2023
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
www.fondazioneantoniodallenogare.com

La mostra Materializzazione del linguaggio, curata dall'artista e poetessa Mirella Bentivoglio, fu inaugurata il 20 settembre 1978 presso i Magazzini del Sale, nell'ambito della XXXVIII Biennale di Venezia. Nella sua molteplicità di immagini e parole, di pratiche individuali e collettive, essa comprendeva le ricerche verbo-visuali di 90 artiste e poetesse internazionali che, raccontando il "rapporto fra la donna e il linguaggio", materializzavano un linguaggio inteso come modalità di comunicazione non condizionata, incorporando un'espressione identitaria trasgressiva, al contempo poetica e critica, di radicale rifiuto del linguaggio patriarcale.

Ri-Materializzazione del Linguaggio. 1978-2022 - in cui è presentata un'ampia selezione delle opere originariamente esposte, insieme ad altre coeve e a materiali di documentazione - si propone come il primo tentativo di ricostruzione filologica di una mostra divenuta nel frattempo un punto di riferimento per le ricerche artistiche femminili e femministe, ma anche come la riattivazione contemporanea delle sue istanze storiche. Ispirato alle opere stesse, l'allestimento parte dalla matrice dell'alfabeto quale grado zero del linguaggio, e dal rapporto opera/documento, mostra/libro, muro/vetrina, invitandoci a continuare a reinventare il linguaggio che ci è stato imposto, così da poterci riappropriare del modo più autentico e personale in cui desideriamo esprimerci e comunicare.

La mostra, a cura di Cristiana Perrella, Andrea Viliani con Vittoria Pavesi e allestimento Matilde Cassani Studio, è presentata in occasione del centenario della nascita di Mirella Bentivoglio (Klagenfurt am Wörthersee, 1922 - Roma, 2017). Il linguaggio della mostra originaria sarà periodicamente e progressivamente ri-materializzato dagli interventi di tre artiste contemporanee - Monica Bonvicini (Venezia, 1965), BRACHA (Bracha L. Ettinger, Tel Aviv, 1948) e Nora Turato (Zagabria, 1991) - e attraverso una pluralità di eventi, sia digitali che dal vivo. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Viaggio in Italia XXI - Lo sguardo sull'altro
27 ottobre 2022 (inaugurazione) - 09 aprile 2023
Museo Casa di Goethe - Roma
www.casadigoethe.it

Mostra a cura di Ludovico Pratesi, una sorta di viaggio fra le opere di otto artisti appartenenti a diverse generazioni, accomunati dal lavoro tra l'Italia e la Germania: Francesco Arena, Guido Casaretto, Johanna Diehl, Esra Ersen, Silvia Giambrone, Benedikt Hipp, Christian Jankowski, Alessandro Piangiamore. Con questa mostra si inaugura la direzione del nuovo direttore insediatosi lo scorso aprile Gregor H. Lersch, che così commenta: "Viaggio in Italia XXI prende spunto dal Viaggio in Italia di Goethe e pone la questione del significato del viaggio nel nostro presente. L'Italia è da sempre un luogo in cui molti viaggiatori, oggi spesso anche migranti, si confrontano con una realtà diversa dalle loro aspettative. L'appartamento di via del Corso dove Goethe viveva con altri artisti diventa quindi un luogo di dialogo tra l'arte realizzata in Italia e in Germania. A ognuno degli artisti il curatore ha chiesto di rispondere con un'unica opera alla domanda: come ti relazioni con l'altro?

Il tema del rapporto con l'altro è infatti diventato cruciale e scottante, in un tempo dove l'emergenza sembra essersi trasformata in allucinante normalità, in una Europa in cui ci si trova ad affrontare tematiche complesse come la questione dei migranti, la diversità di genere, il cambiamento climatico, l'affermazione delle identità delle minoranze o le limitazioni di libertà dovute alle pandemie. Lo sguardo sull'altro diventa il filo rosso di una narrazione sospesa tra impegno ed evocazione, denuncia o metafora, per offrire ai visitatori una serie di riflessioni sul presente attraversato da tensioni contraddittorie, che gli artisti riescono a interpretare in maniera complessa e spesso lungimirante.

"L'Italia del XXI Secolo è parte dell'Europa, e ne condivide le problematiche e le contraddizioni. In un'epoca dove il rapporto con l'altro è sempre più complesso, gli artisti in mostra raccontano con le loro opere punti di vista differenti, attraverso linguaggi espressivi che vanno dal video alla pittura, dalla scultura alla fotografia" spiega il curatore Ludovico Pratesi. Attraverso 34 opere la mostra gioca sull'incrocio degli sguardi degli otto artisti coinvolti. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Pier Paolo Pasolini
Tutto è santo - Il corpo veggente


28 ottobre 2022 - 12 febbraio 2023
Gallerie Nazionali di Arte Antica (Palazzo Barberini) - Roma
www.barberinicorsini.org

La mostra, a cura di Michele Di Monte, realizzata in occasione del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 - Roma, 2 novembre 1975). La scelta del titolo, Pier Paolo Pasolini. Tutto è santo, si ispira alla frase pronunciata dal saggio Chirone nel film Medea (1969), che evoca la misteriosa sacralità del mondo del sottoproletariato, arcaico e religioso, in netto conflitto con gli eroi di un mondo razionale, laico, borghese. Concepito e curato collettivamente da Michele Di Monte, Giulia Ferracci, Giuseppe Garrera, Flaminia Gennari Santori, Hou Hanru, Cesare Pietroiusti, Bartolomeo Pietromarchi, Clara Tosi Pamphili, il progetto espositivo intreccia discipline, media, opere originali e documenti di archivio secondo tre direttrici autonome, specifiche per ogni sede, ma concepite per potersi integrare allo scopo di sollecitare riflessioni inedite sulla produzione pasoliniana, sull'influenza culturale che ha esercitato e ancora esercita sullo sguardo di chi la osserva dal XXI secolo.

La mostra esplora il ruolo determinante della tradizione artistica nel cinema e nell'immaginario visivo pasoliniani, dai Primitivi al Barocco, dall'arcaismo ieratico dei pittori giotteschi al realismo di Caravaggio, e il tema del sacro, che, come ricorda il titolo dell'intera rassegna, rappresenta il motivo di fondo di questo percorso. Percorso che si sviluppa come una sorta di "montaggio" visuale, tra dipinti, sculture, fotografie e libri (per un totale di circa 140 pezzi) e che illustra il potere di sopravvivenza delle immagini: trasfigurate dall'obiettivo poetico di Pasolini che ne esalta la carica espressiva ed emotiva, e testimoni del mistero sacro e insieme mondano del nostro rapporto con la realtà e con la storia.

La mostra è suddivisa in sei sezioni, intitolate alle figure del corpo, altro tema trasversale del progetto espositivo che accomuna i tre musei coinvolti. Qui il concetto chiave è proprio quello di "figura", che Pasolini ritrovava negli scritti del filologo Erich Auerbach, intesa come una prefigurazione del presente nel passato e un ritorno del passato nel presente. In quest'ottica la mostra intende mettere a fuoco non solo il modo in cui lo scrittore e regista ha deliberatamente attinto a una certa tradizione figurativa, ma anche le forme in cui alcune immagini riemergono nella sua opera, in forza della loro carica espressiva e della loro valenza arcaica, a dispetto della distanza dei contesti storico-culturali.

La sopravvivenza di un millenario immaginario collettivo può costituire essa stessa una metafora della travagliata ricerca pasoliniana di una primitività ancora incorrotta, pervasa da un senso di sacralità pre-culturale e pre-istituzionale. La mostra si apre con un Prologo. Il corpo virtuale delle immagini, in cui viene rievocato il precoce contatto di Pasolini con la storia dell'arte e il mondo delle figure, durante il corso all'Università di Bologna tenuto da Roberto Longhi nel 1940-1941 e dedicato alla pittura di Masolino e Masaccio. Questo contatto, tuttavia, avviene soprattutto attraverso la suggestione delle immagini riprodotte e proiettate, in un montaggio che per il giovane studente ha già un carattere chiaramente cinematografico.

La mostra è accompagnata da un catalogo, a cura di Michele Di Monte, con testi di Roberto Chiesi, Andrea Cortellessa, Michele Di Monte e Philippe-Alain Michaud. I tre volumi che accompagnano le mostre nelle sedi di Palazzo delle Esposizioni, Palazzo Barberini e MAXXI sono stati realizzati da 5 Continents Editions, e saranno presenti in tutte le librerie italiane e internazionali oltre che nei bookshop museali. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Sotto lo stesso cielo
14 ottobre 2022 - 05 febbraio 2023
MEIS Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - Ferrara
www.meis.museum

Sukkot è una delle principali ricorrenze del calendario ebraico: fa riferimento all'episodio biblico in cui gli ebrei rimasero nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto, celebra la permanenza e sopravvivenza nel deserto grazie alla provvidenza del Cielo e la precarietà della vita - rappresentata dalle Sukkot, le capanne che costruirono - ma anche il forte legame con i ritmi della terra, la sostenibilità ambientale e la centralità dell'acqua.

Con la mostra a cura del direttore Amedeo Spagnoletto e Sharon Reichel, il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah approfondisce la festa ebraica delle capanne e le sue molteplici sfaccettature. L'esposizione è dedicata agli aspetti religiosi, tradizionali e alla stretta connessione tra Natura ed espressioni artistiche che questa ricorrenza genera, con un percorso originale che invita i visitatori a partecipare attivamente, interagendo con ciò che vedono e ascoltano, contribuendo così all'arricchimento di significati della mostra.

Ancora oggi, le famiglie ebraiche costruiscono nei giardini delle sinagoghe o nelle terrazze delle loro case le capanne con tetti coperti da frasche dentro le quali trascorrono tutti e sette i giorni di festa, condividendo i pasti con numerosi ospiti. La ritualità è contrassegnata dal lulav, composto da un ramo di palma, tre rami di mirto, due rami di salice e un cedro, utilizzato durante le preghiere con affascinanti significati simbolici.

Ad introdurre la mostra, le parole del Presidente del MEIS Dario Disegni: «Il Direttore Amedeo Spagnoletto, la Curatrice Sharon Reichel e l'Architetto Giulia Gallerani hanno lavorato insieme per creare un progetto unico che celebra e rispetta - anche attraverso l'allestimento stesso - la centralità dell'ambiente e dei ritmi della terra per l'ebraismo. Si può poi ammirare l'eccezionalità delle dieci tavole dipinte che decoravano una sukkah della fine del XVIII o XIX secolo, provenienti dall'Abbazia di Praglia, ai responsabili della quale rivolgo i miei sinceri sentimenti di gratitudine per la fiducia che ci hanno accordato e l'amichevole collaborazione prestata. La speranza è quella di promuovere attraverso questa esposizione - anche grazie ai numerosi appuntamenti didattici riservati alle scuole che la accompagnano - un momento di profonda condivisione fra le culture e conoscenza reciproca».

«Perché una mostra su Sukkot? - spiegano i curatori Amedeo Spagnoletto e Sharon Reichel - La festa è stata scelta per l'attualità dei suoi valori; idee come precarietà, rispetto della natura e delle persone sono al centro del discorso contemporaneo. Affrontare contenuti religiosi non è un compito facile, ma un museo che concentra la sua indagine sull'ebraismo non può esimersi dal farlo. Desideriamo comunicare questi temi con un linguaggio espositivo che mostri la loro rilevanza a tutti i tipi di pubblico. Il forte accento sul coinvolgimento dei visi­tatori è concepito come un mezzo per rompere la barriera dell'alterità, per aiutare a trasmettere la peculiarità dell'ebraismo a un pubblico più ampio, trovandosi tutti Sotto lo stesso cielo».

L'allestimento - a cura dell'architetto Giulia Gallerani - rispecchia i valori della festa: realizzato per la maggior parte con il cartone a tripla onda, è a basso impatto ambientale e riciclabile, e ha rappresentato una vera e propria sfida. Si è voluto declinare infatti il complesso insieme di temi di Sukkot per proporre un percorso espositivo inusuale e articolato, che chiama a intervenire, a partecipare, a mettersi in gioco, e connettere la simbologia religiosa a riferimenti che nella contemporaneità stanno acquistando sempre maggiore importanza.

Il percorso si collega alla Natura sin dall'inizio, attraverso le quattro specie di piante che compongono il lulav, approfondendo i loro significati e le loro provenienze. Si racconta, per esempio, la particolare storia degli etroghim (i cedri) della Riviera dei Cedri, in Calabria, dove si coltiva la varietà più pregiata di questo agrume - il cedro liscio, detto anche diamante per la sua bellezza e lucentezza - che storicamente sembra sia stato diffuso in zona proprio dagli ebrei.

Una video installazione mostra il rito della Comunità ebraica di Roma durante Oshannah Rabbah, il settimo giorno di Sukkot. I suoni dei lulavim mossi durante la preghiera si fondono con il suono della pioggia, per trasmettere ulteriormente la consapevolezza di una festa che include il riconoscimento dell'importanza dell'acqua. È proprio dal giorno seguente a Oshannah Rabbah, infatti, che gli ebrei riuniti in sinagoga aggiungono nella liturgia una formula che auspica l'arrivo della pioggia, che diventa ulteriore collegamento a temi tristemente attuali, aprendosi a riflessioni ecologiche.

Non può mancare un affondo sulla sukkah, la tradizionale capanna che si costruisce prima dell'inizio della festa e che deve essere allestita con dettami precisicome il numero di pareti e la copertura del tetto che devono permettere sempre di intravedere il cielo. I pannelli a muro, la grafica e un video con animazione LEGO® raccontano come costruire una sukkah perfetta. Cesti contenenti pezzi dei famosi mattoncini saranno poi a disposizione dei visitatori, invitati a costruire la propria capanna: un'attività rivolta sia ai bambini che agli adulti. La tradizione vuole che dopo la costruzione, la capanna venga abbellita e decorata per diventare un luogo confortevole, anche se effimero e suscettibile alle intemperie.

La mostra presenta per la prima volta, 10 pannelli lignei decorati­vi, prodotti in area veneziana di una sukkah (capanna) della fine del XVIII o del XIX secolo, di proprietà dell'Abbazia di Praglia: opere d'arte di valore inestimabile sopravvissute alla loro natura effimera e rimaste per questo inaccessibili al grande pubblico. Sui 10 pannelli spiccano decorazioni con soggetti biblici, accompagnati da scritte in ebraico, le festività ebraiche di Pesach e la costruzione della sukkah (Sukkot). Altri illustrano diversi personaggi come Abramo, Malkitzedek, Isacco e Rebecca, Giacobbe, Rachele, Giosuè, Re Davide, Mosè ed Elia. I pannelli che componevano la capanna venivano smontati ogni anno e riassemblati il successivo; per questo, le sukkot dei secoli passati sono andate disperse e perse a causa della loro natura temporanea e portatile. Quella di Praglia è tra le poche preziose testimonianze sopravvissute.

Muniti dei propri smartphone e tablet, i visitatori avranno inoltre la possibilità di accedere alla App MIX, un webtool che - inquadrando un qr code nella sala delle tavole di Praglia - permetterà di accedere ad ulteriori contenuti di approfondimento a cura dello staff del museo: un viaggio virtuale per scoprire come si presentavano le tavole prima del restauro, ottenere informazioni relative all'iconografia biblica riprodotta e avere a portata di mano i significati dei versi in ebraico riportati nella cornice, le curiosità, le tradizioni e i racconti correlati. A corredo della mostra verrà pubblicato un catalogo con i contributi di esperti dedicati ai molti temi trattati: dal significato religioso della festa ai concetti filosofici che cela in sé, dall'agronomia all'architettura, all'arte.

Si ricorda anche che, oltre alla mostra, dal 14 ottobre il museo arricchisce il suo percorso permanente Ebrei, una storia italiana con un nuovo tassello che racconta la vita nei ghetti in cui vennero confinate le comunità ebraiche dal 1516. Sarà inoltre possibile vedere un approfondimento su uno dei più drammatici episodi di antigiudaismo che precede l'epoca dei ghetti: il caso di Simonino da Trento, raccontato nel rilievo ligneo attribuito a Daniel Mauch il Compianto sul corpo di Simonino da Trento (1500-1510), proveniente dalla Fondazione CARITRO - Cassa di risparmio di Trento e Rovereto e concessa in comodato d'uso al MEIS. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Copertina del numero di giugno, luglio e agosto 2021 del mensile d'arte Archivio Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione

___ANNO XXXV
N. 1 - Gennaio 2023

___Anno XXXIV
N. 10 - Dicembre 2022
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N.5 - Maggio 2022
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N.3 - Marzo 2022
N.2 - Febbraio 2022
N.1 - Gennaio 2022




Disegno a tecnica mista su carta di cm 100x70 denominato L'involucro realizzato da Giosetta Fioroni nel 1970 Dipinto a tecnica mista su tela di cm 95x73 denominato Il posto delle fragole realizzato da Giosetta Fioroni nel 2006 Il piccolo grande cuore di Giosetta
Giosetta Fioroni opere anni Sessanta - Duemila


08 ottobre (inaugurazione) - 26 febbraio 2023
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia
camec.museilaspezia.it

Il CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea della Spezia rende omaggio a Giosetta Fioroni, tra le artiste viventi più importanti del secondo Novecento italiano, attraverso una grande mostra che ripercorre la sua intera carriera, dalle esperienze degli anni Sessanta legate alla Scuola di Piazza del Popolo fino al presente. Promossa dal Comune della Spezia e prodotta dal CAMeC in collaborazione con la Fondazione Goffredo Parise e Giosetta Fioroni e la galleria MARCOROSSI artecontemporanea, la personale sarà inaugurata in occasione della XVIII Giornata del Contemporaneo AMACI.

Il titolo della mostra - Il piccolo grande cuore di Giosetta - trae spunto dall'autobiografia scritta nel 2013 dall'artista stessa (La mia storia / My Story. Giosetta Fioroni) e pubblicata da Corraini editore in occasione dell'esposizione che l'ha celebrata alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma. In oltre cinquant'anni di carriera, Giosetta Fioroni è stata capace di raccontare, attraverso i linguaggi propri della Pop Art, i legami, le relazioni e i sentimenti che accomunano gli esseri umani. L'esposizione, a cura di Eleonora Acerbi e Cinzia Compalati, sarà anche l'occasione per festeggiare il novantesimo compleanno di un'artista determinata e anticonformista, tra le poche presenze femminili nella compagine del Caffè Rosati.

«Lo scenario dell'universo visivo di Fioroni - scrive Gemma Gulisano, curatrice della Fondazione Goffredo Parise e Giosetta Fioroni - è il Teatrone. Presentato in occasione della XLV Biennale d'Arte di Venezia del 1993, oggi ospita vecchi e nuovi lavori che l'artista dispone come dentro una vetrina che affaccia sul divano del proprio studio. Tra i teatrini di cartone, quelli di ceramica, i disegni fissati al grande teatro e i dipinti appesi o accostati alle pareti, un'opera di grandi dimensioni cattura lo sguardo di molti: Ramo d'oro.

Due tronchi, disposti come colonne di un portale architettonico, aprono un varco su un sentiero non ancora tracciato; lo sfondo si smaterializza lasciando convergere lo sguardo dello spettatore su un piccolo dettaglio che sporge alla base del pannello, una casetta. Eseguita nel 2014 durante una collaborazione artistica con la maison Valentino, l'opera venne selezionata dalla stilista Maria Grazia Chiuri per un video girato con l'artista. Avvolto nel pluriball, Ramo d'oro si prepara a lasciare lo studio e la città capitolina per raggiungere le sale del Centro d'Arte Moderna e Contemporanea della Spezia. Tutto è quasi pronto per festeggiare un'artista senza apostrofo, come la stessa Fioroni ama definirsi, con un'antologica a lei dedicata».

L'esposizione si articolerà in quattro grandi sale al primo piano del Museo: la prima sala vedrà le ricerche degli anni Sessanta e Settanta, la seconda le opere degli anni Ottanta e Novanta, la terza sarà dedicata al lavoro su ceramica, mentre l'ultima alle opere dal 2000 ad oggi. Tra i lavori principali, si segnalano, oltre a Ramo d'oro, alcune carte d'argento (Venere, 1968; Il Cappello, 1966; Liberty nelle stelle, 1970), Il colle dei sette venti (1997) e il nucleo di ceramiche provenienti dalla Bottega Gatti di Faenza, tra cui i Vestiti ispirati alle eroine di Jane Austen (esposti alla GNAM nel 2013) e le maioliche smaltate dedicate a racconti di fate e reami lontani.

Le opere esposte provengono principalmente dalla Fondazione Parise - Fioroni, presieduta da Francesco Adornato, dalla Bottega Gatti di Davide Servadei e dai collezionisti della MARCOROSSI artecontemporanea, storica galleria di riferimento dell'artista. Nel corso della mostra sarà pubblicato un catalogo edito dal CAMeC con testi di Eleonora Acerbi, Cinzia Compalati, Gemma Gulisano e ricco apparato iconografico.

Giosetta Fioroni (Roma, 1932) proviene da una famiglia di artisti, la madre è marionettista e il padre è uno scultore, mentre suo nonno ha legami con diversi poeti, tra cui Vincenzo Cardarelli. Viene ammessa all'Accademia di Belle arti di Roma, dove studia sotto la guida di Toti Scialoja e i suoi primi dipinti vengono esposti alla Quadriennale del 1955. In questo periodo le opere di Giosetta Fioroni sono realizzate con colori industriali, alluminio e oro e sono caratterizzate dalla presenza di segni, scritte, simboli e oggetti comuni come cuori, lampade e orologi.

L'anno successivo inizia a lavorare come costumista per la tv e inizia a frequentare il Caffè Rosati, prendendo parte alla Scuola di Piazza del Popolo con Tano Festa, Mario Schifano, Franco Angeli e altri artisti come Cesare Tacchi, Jannis Kounellis, Mario Ceroli, Mimmo Rotella e Umberto Bignardi. Tra il 1958 e il 1962 Fioroni si trasferisce a Parigi e una volta tornata a Roma lavora sul ciclo degli Argenti. Gli Argenti di Giosetta Fioroni sono dipinti realizzati proiettando fotografie sulle tele, di cui l'artista traccia le sagome con colori industriali, in particolare il color argento, da cui il nome dei cicli. In questi dipinti Fioroni rappresenta diversi soggetti, tra cui numerose donne. Gli anni Sessanta vedono Fioroni frequentare l'ambiente delle gallerie La Salita e La Tartaruga di Roma. Qui l'artista conosce Willem De Kooning, Robert Rauschenberg e Cy Twombly.

Nel 1964 incontra lo scrittore veneto Goffredo Parise, con cui intraprende una lunga relazione che la influenza particolarmente nel suo stile artistico. Come Tano Festa, Giosetta Fioroni rielabora anche immagini provenienti dalla storia dell'arte, in particolare di Botticelli, Carpaccio e Martini, estrapolando un particolare da un'immagine. Ne è un esempio l'opera Liberty, realizzata in più versioni. In questi anni i dipinti di Fioroni sono caratterizzati da uno stile pop che riprende i dettami della Pop art americana, ma l'artista non dipinge i temi caratteristici di questo movimento. Il suo lavoro infatti è incentrato sull'analisi dei sentimenti comuni a tutti gli esseri umani.

Nel 1968 Fioroni realizza la performance La Spia Ottica e l'anno successivo crea i Teatrini, cassettine di legno con all'interno una serie di oggetti in miniatura pensate per essere giocattoli per adulti. In questo periodo collabora con scrittori e poeti per realizzare libri e opere grafiche e realizza anche film in 16mm e Super8. Negli anni Settanta Giosetta Fioroni si trasferisce in Veneto dal compagno Goffredo Parise. Qui realizza un grande ciclo di relitti di campagna, montato successivamente in collage e disegni, ma soprattutto si dedica alla lettura de Il ramo d'oro di Frazer e Le radici storiche dei racconti di fate di Propp. Questi due libri influenzano notevolmente le opere di Fioroni, che inizia a dipingere elfi, spiriti e boschi che diventano il simbolo della riflessione sui sentimenti dell'essere umano.

Sono di questo periodo i cicli degli Spiriti Silvani, disegni realizzati in china nera, e Le Teche, scatole di legno in cui l'artista conserva oggetti trovati nei boschi e nelle campagne. Negli stessi anni realizza anche L'Atlante di medicina legale, uno schedario di immagini di incidenti mortali. Per ogni foto l'artista realizza una didascalia in cui racconta le cause della morte. Tra il 1980 e il 1986 Fioroni realizza una serie di pastelli ispirati agli affreschi di Gian Domenico Tiepolo nella Villa Valmarana a Vicenza. Il 1986 segna l'anno della scomparsa di Parise, un evento drammatico che porta l'artista a ripensare il suo stile e a lasciare spazio alla sua personale indagine artistica.

Realizza quindi opere dal colore pieno e dall'effetto materico insieme a cicli di acquerelli, di cui uno dei più celebri è Movimenti Remoti del 2005, sedici disegni ispirati dal libro omonimo di Parise. Nel 1993 Giosetta Fioroni inizia a realizzare opere in ceramica che espone nei cicli Case, Teatrini, Steli e Vestiti. È del 2002 la scultura Giosetta con Giosetta a nove anni, simbolo di introspezione e cambiamento, e nello stesso anno Fioroni collabora con il fotografo Marco Delogu per un progetto che tratta il tema della vecchiaia, Senex.

I due artisti tornano a collaborare nel 2012 con un progetto dedicato all'identità, L'Altra Ego. Nel 2009 Germano Celant dedica a Giosetta Fioroni una monografia e nel 2013 l'artista viene omaggiata anche dal Drawing Center di New York. È del 2009 il ritratto di Marilyn Manson, che riprende il tema del cambiamento già analizzato nel 2002. Nel 2014 Fioroni realizza un video per il brand Valentino e nello stesso anno realizza il dipinto Ramo d'oro, presente in mostra, ispirato al libro di Frazer che segna un ritorno ai temi del fiabesco. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Giosetta Fioroni, L'involucro, tecnica mista su carta cm. 100x70, 1970, collezione privata
2. Giosetta Fioroni, Il posto delle fragole, tecnica mista su tela cm 95x73, 2006, Archivio Giosetta Fioroni




Picasso e Guernica. Genesi di un capolavoro.
Contro tutte le guerre


18 novembre 2022 - 19 febbraio 2023
MAN Museo d'Arte Provincia di Nuoro

A settant'anni dalla storica esposizione al Palazzo Reale di Milano del 1953, il MAN di Nuoro rende omaggio a un'opera testimone della sua epoca, ma portatrice di un messaggio universale, ancora oggi tragicamente attuale. Un inno contro l'orrore di tutte le guerre. La mostra celebra anche la prima esposizione di Picasso che vide presentata vent'anni fa al MAN di Nuoro la serie completa della Suite Vollard, in collaborazione con il Reina Sofía di Madrid, partner anche di questo nuovo importante progetto.

Dal 23 settembre al 31 dicembre del 1953 Guernica venne esposta nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano, insieme a più di trecento altre opere del maestro spagnolo, dando forma alla più grande retrospettiva di Picasso mai tenuta in Italia. Successivamente la mostra venne spostata a Roma, ma in formato ridotto e soprattutto senza Guernica, che da allora non fece mai più ingresso nel nostro Paese. La Sala delle Cariatidi, che al momento di accogliere il capolavoro picassiano presentava ancora i segni dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, amplificando così il significato dell'opera, ospitò in quell'occasione anche altre drammatiche composizioni di esplicita denuncia dei disastri della guerra quali il Massacro in Corea e Carnaio.

Oggi Guernica non viaggia più, non lascia mai la Spagna né la sua sala al Museo Reina Sofía di Madrid. Non tornerà più a Parigi, dove è stata creata, commissionata dal governo repubblicano spagnolo per l'Esposizione Universale del 1937, non tornerà più al MoMA di New York dove ha passato buona parte del suo esilio prima di tornare in patria. E sicuramente non tornerà più in Italia. Settant'anni dopo la storica esposizione al Palazzo Reale di Milano, il MAN di Nuoro celebra il passaggio italiano di Guernica, simbolicamente e artisticamente fondamentale per una generazione di artisti, di critici d'arte e di cittadini italiani. L'omaggio nuorese si suddivide in due sezioni principali: l'eco di Guernica nella produzione artistica di Picasso e il racconto della genesi dell'opera attraverso la narrazione visiva di Dora Maar, fotografa e all'epoca compagna dell'artista spagnolo.

La prima sezione trova il suo fulcro principale nello straordinario dittico di incisioni intitolato Sueño y mentira de Franco, vero e proprio contraltare grafico del grande dipinto. Picasso iniziò a incidere la prima lastra nel gennaio del 1937 ma abbandonò presto il lavoro. Nel mese di maggio, appena dopo il tragico bombardamento della cittadina basca, portò a termine entrambe le matrici proprio mentre stava eseguendo la monumentale tela, utilizzando gli stessi studi e le stesse idee. Non si tratta affatto, però, di una versione in formato ridotto del quadro, ma di un'invenzione originale, a sé stante, che prende le mosse dallo stesso pensiero e dallo stesso impeto creativo. Attorno a Sueño y mentira de Franco si raccoglierà una piccola ma significativa serie di incisioni, che afferiscono direttamente alla gestazione di Guernica o che, per essere stati realizzate nello stesso periodo, richiamano da vicino stile e temi del celebre dipinto.

La seconda anima della mostra ruoterà attorno alla straordinaria testimonianza di Dora Maar, che documentò giorno per giorno, con le proprie fotografie, il lavoro di Picasso. Si tratta di una serie di scatti al contempo commoventi e fondamentali per la ricostruzione filologica della creazione di Guernica. Insieme alle fotografie, si esporrà la splendida incisione Portrait de Dora Maar au chignon eseguita da Picasso proprio nel 1936 a un anno da Guernica e che per certi versi riverbera lo stile sintetico di Guernica.

Non mancheranno immagini scattate nel 1953 da Mario Perotti in occasione della rassegna milanese, nell'allestimento toccante della Sala delle Cariatidi segnata dai bombardamenti, situazione tragica che convinse Picasso a esporre il suo capolavoro in quel contesto così affine all'anima del dipinto. Catalogo Interlinea, italiano inglese, con testi di Michele Tavola, Gioxe De Micheli, Victoria Combalía, Jean-Louis Andral, bibliografia ragionata su Guernica a cura di Erica Rompani. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto a olio su tavola di faesite di cm 60x75 denominato Volpe in fuga realizzato da Antonio Ligabue nel 1948 Dipinto a olio su tavola di faesite di cm 199x130 denominato Autoritratto con cavalletto realizzato da Antonio_Ligabue tra il 1954 e il 1955 Antonio Ligabue. L'ora senz'ombra.
Il riconoscimento come artista e come persona


16 settembre 2022 - 05 febbraio 2023
Galleria BPER Banca - Modena

Curata da Sandro Parmiggiani, l'esposizione si svilupperà a partire da quattro importanti dipinti appartenenti alla collezione d'arte diBPER Banca. Accanto ai dipinti di proprietà dell'istituto bancario, sarà esposta una selezione di opere provenienti da collezioni private, per rappresentare i principali filoni cui si è dedicato l'artista: dalle lotte senza tregua tra gli animali selvaggi agli autoritratti, fino alle scene di lavoro nei campi, nelle quali si fondono realtà dello sguardo e memorie della patria perduta.

Il percorso espositivo comprende una ventina di dipinti, realizzati dal 1929 fino all'ultimo periodo di attività dell'artista, che dal novembre del 1962 è impossibilitato a dipingere per motivi di salute. Tra le opere della corporate collection di BPER Banca si segnalano, in particolare, "Leonessa con zebra" (1959-60) e "Autoritratto con cavalletto" (1954-55). Se la prima tela, selezionata come immagine guida della mostra, testimonia la passione di Ligabue per gli animali selvaggi, le cui anatomie sono definite a partire dalle immagini recuperate dai libri di zoologia e dalle stampe popolari, la seconda raffigura Ligabue stesso nell'atto di dipingere un gallo in uno scenario di aperta campagna, dove la natura, al pari del pittore, è ritratta in tutta la sua primordiale vitalità.

È inoltre esposta "Aratura con buoi" (1953-54), opera raffigurante un contadino di spalle che spinge faticosamente un aratro trainato da due buoi bianchi su un terreno brullo, mentre in lontananza si scorgono un paesaggio verdeggiante e una città. "Ritorno dai campi con castello" (1955-57), infine, nasconde un dettaglio autobiografico: sullo sfondo, oltre il contadino, i cavalli e il cane che tornano in paese, è dipinto un lago al cui centro svetta un castello con guglie e banderuole al vento, forse ricordo della natia Svizzera.

Tra le opere provenienti da collezioni private, si segnalano "Caccia grossa" (1929), in cui Ligabue si auto-raffigura mentre guarda una delle sue scene di lotta per la vita; "Leopardo con serpente" (1937), emblema della privazione della libertà che lui sta patendo; "Autoritratto" (1940), che corrisponde all'affermazione della sua duplice identità di uomo e di artista; "Circo" (1941-1942), dipinto di stordente abilità compositiva; infine "Autoritratto con mosche" (1956-1957), aperta allusione alla fine della vita.

«Se si guarda nell'insieme all'opera di Ligabue - scrive Sandro Parmiggiani - ci si rende conto che lui è essenzialmente un artista tragico, che della vita ha spesso rappresentato l'aspetto più drammatico e doloroso: la lotta per sopravvivere o per affermarsi, in cui una vittima soccombe al carnefice e viene sacrificata; il lento cammino delle sue umane sembianze verso l'esito finale. Certo, ci sono anche le scene di lavoro nei campi, con i contadini e il bestiame, e gli animali domestici, ma nei suoi autoritratti la visione tragica s'esercita prima di tutto su di sé, sull'uomo sgraziato, che pare avere qualche punto di tangenza con l'animale. In fondo, Ligabue vedeva gli animali, quelli domestici e quelli feroci, come una parte costitutiva, essenziale, del creato, che lui si impegnò a salvare in una sorta di "arca pittorica", convinto che anche in essi palpitasse un'anima e che fossero parte essenziale, assieme alla vegetazione, del creato».

«Antonio - prosegue il curatore - sembra precipitare, per gran parte della sua vita, in un baratro di dolore e di solitudine, all'interno del quale è costretto a condurre la maggior parte della sua esistenza. Non cede mai, tuttavia, alla tentazione della resa, della recisione del legame con l'esistenza, del "rifiuto della vita", quando si arriva a scegliere un distacco risolutorio dalle sofferenze quotidiane. Cerca sempre, invece, di risalire faticosamente lungo le pareti scivolose di quell'abisso, costantemente alla ricerca di una dignità e di un riconoscimento che lui sente essergli dovuti».

Il catalogo della mostra è arricchito da alcune testimonianze documentarie provenienti dall'Archivio ex Ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, raccolte e pubblicate grazie alla disponibilità di Gian Maria Galeazzi, direttore del Dipartimento ad attività integrata Salute Mentale e Dipendenze Patologiche, e della responsabile Chiara Bombardieri, che ricostruiscono la storia personale di Ligabue e la sua tormentata vicenda psichiatrica, nonostante la quale ha dato vita ad opere di straordinaria forza comunicativa, che ancora oggi affascinano per la loro moderna visionarietà. Il punto di vista clinico è stato anche approfondito da un testo dello psichiatra Domenico Nano. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Antonio Ligabue, Volpe in fuga, olio su tavola di faesite cm 60x75, 1948
2. Antonio Ligabue, Autoritratto con cavalletto, olio su tavola di faesite cm 199x130, 1954-55




Veduta della mostra Attraverso l'arte La galleria Il Gabbiano 1968 2018 Locandina della mostra La galleria Il Gabbiano 1968 2018 Attraverso l'arte. La galleria Il Gabbiano 1968-2018
27 maggio (inaugurazione) - 25 settembre 2022 (prorogata al 19 marzo 2023)
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia
camec.museilaspezia.it

Il CAMeC rende omaggio alla storica galleria Il Gabbiano che, in cinquant'anni di ricerca artistica e con oltre 500 mostre, ha portato in città le eccellenze dell'arte contemporanea italiana e internazionale, con approfondimenti dedicati alla Poesia visiva, a Fluxus, all'Arte concettuale, alla Body Art e alle esperienze legate alla musica e al suono. Il Gabbiano ha avuto il merito di porre al centro del suo percorso la figura dell'artista, attenzione posta fin dagli esordi probabilmente perché la galleria, attiva dal 1968 al 2018, è stata sempre condotta da soli artisti, spinti dalla necessità di avere tra di loro e con il pubblico uno spazio di dialogo e di confronto.

Ci sono comunque state nel corso degli anni fruttuose collaborazioni con critici e storici dell'arte, nonché galleristi, che hanno contribuito a ramificare sempre più la rete di contatti e conoscenze che ha reso la galleria nota a livello nazionale e con numerosi contatti anche all'estero. L'esposizione è curata da Mario Commone in dialogo con Mara Borzone, Francesca Cattoi, Cosimo Cimino, Lara Conte e Marta Manini, ideatrice del progetto grafico e di allestimento; la direzione del progetto è affidata ad Eleonora Acerbi e Cinzia Compalati, conservatrici del Centro.

La galleria Il Gabbiano nasce alla Spezia nel 1968 per volontà di una dozzina di artisti. Un'esigenza probabilmente scaturita dalla mancanza in città di situazioni analoghe ed essendo venuto meno da pochi anni anche il Premio del Golfo, rassegna periodica di pittura di rilevanza nazionale. Gli interessi del Gabbiano - nel frattempo gli artisti che compongono il circolo si riducono a quattro (Fernando Andolcetti, Cosimo Cimino, Mauro Manfredi e Clara Milani) - si orientano poi verso le ricerche d'avanguardia che si affiancano al concettuale, quali la Poesia visiva e Fluxus, in particolare grazie ai rapporti con artisti importanti come, ad esempio, Mirella Bentivoglio, che ha contribuito a mettere in relazione tutta una serie di altri artisti che lavoravano secondo un linguaggio legato sia alla parola che all'immagine fotografica, quindi alla loro connessione.

Altro artista e teorico importante che ha stretto una ininterrotta collaborazione fino agli ultimi anni è Lamberto Pignotti, tra i padri della Poesia visiva, con lui Lucia Marcucci, Eugenio Miccini e Giuseppe Chiari, tutti protagonisti di collaborazioni e mostre personali alla galleria Il Gabbiano. Negli anni quindi Il Gabbiano ha visto passare opere di numerosissimi artisti, oltre a quelli già citati, ad esempio, la spezzina Ketty La Rocca - contribuendo a far conoscere il suo importante lavoro -, Mimmo Rotella, Ugo Nespolo, Richard Smith, Ben Vautier, Philip Corner, Takako Saito, Jiri Kolár, Emilio Isgrò, Ben Patterson, Sarenco, Rodolfo Vitone, Maria Lai, Gillo Dorfles, Nanni Balestrini, Pietro Grossi. Un capitolo a parte merita il sodalizio con il pittore Edo Murtic, che a partire dal 1970 ha realizzato numerose mostre personali, lavorando praticamente in esclusiva e producendo litografie inedite per Il Gabbiano.

Nella project room è inoltre proposta un'installazione corale, che riprende le dinamiche espositive della galleria, caratterizzate sovente da mostre collettive e tematiche, per le quali i partecipanti, in formazione variabile, erano chiamati a inviare un'opera secondo le indicazioni richieste, creando delle vere e proprie collane che avevano anche uno sviluppo editoriale. Per l'occasione, cinquanta artiste e artisti, che nel corso degli anni hanno esposto al Gabbiano, sono stati invitati a dare un contributo-omaggio alla mostra sotto forma di bandiera. La bandiera diventa così simbolo di libertà e leggerezza, elementi che hanno sempre contraddistinto l'identità del Gabbiano.

La mostra al CAMeC è parte del percorso di ricerca condotto sugli Archivi della Galleria che confluirà nella pubblicazione di un volume a cura del Circolo Culturale, nel quale sarà documentata la storia della galleria attraverso le mostre, le performance, i concerti e le conferenze realizzate durante gli anni di apertura nelle sedi di via Don Minzoni 63, poi 53 e infine via Ricciardi 15 e in diversi luoghi della città. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




The Game
Elettricità e rivoluzione digitale


29 settembre (inaugurazione) - 28 febbraio 2023
Museo della Tecnica Elettrica - Pavia

Una mostra ispirata al libro di Alessandro Baricco, un percorso affascinante ideato con Scuola Holden che racconta gli ultimi 40 anni di evoluzione tecnologica che hanno modificato radicalmente la vita di ognuno di noi. L'esposizione, curata da Carlo Berizzi e Francesco Pietra, guida tra le "epoche" della rivoluzione digitale, presenta i protagonisti, indaga il passato e rilancia verso il futuro della tecnologia. Già all'ingresso del museo possiamo sperimentare in prima persona il cambiamento raccontato da Baricco; giocando a calcio balilla, flipper e Space Invaders, ci rendiamo conto che, piano piano, nel passaggio da un gioco all'altro tutto diventa più astratto, artificiale, leggero e veniamo catturati da una nuova realtà fatta di schermi, tastiere e codici.

La mostra, organizzata dal Museo della Tecnica Elettrica dell'Università di Pavia e ideata con Scuola Holden, gode dei patrocini di Regione Lombardia, Provincia di Pavia, Comune di Pavia, Università di Pavia, Museimpresa e Assolombarda, ed è realizzata in collaborazione con Biblioteca Universitaria di Pavia - MiC, Amazon.it, Corriere della Sera, Centro Documentazione Rcs e Ctrl+Alt Museum.

Il viaggio parte dall'epoca Classica (1981-1997) in cui avviene la digitalizzazione di testi, immagini e suoni, viene realizzato il primo PC e creata la rete. Il PC IBM, il famoso Commodore 64, la macchina fotografica digitale, le prime mail, fanno tutti parte di questo periodo in cui si sviluppa un nuovo sistema di circolazione delle informazioni. Nascono i motori di ricerca per navigare in questo nuovo mondo e iniziano le prime vendite online.

Nell'epoca della Colonizzazione (1999-2007) il digitale si avvicina a tutti, vengono creati i social ed entrano in commercio gli smartphone, tutte novità che permettono di rimanere sempre connessi con il digitale; aprono Wikipedia, YouTube ma anche Linkedin, MySpace e Facebook, prendono forma luoghi dove condividere non solo informazioni e dati ma anche la nostra storia e la quotidianità, ritroviamo oggetti iconici del nostro recente passato come il Kindle, il BlackBerry Quark o il primo iPhone.

Arriviamo infine all'epoca del Game, gli anni in cui stiamo vivendo, dove tutto corre veloce e la distanza tra uomo e macchina si riduce sempre più, dove la tecnologia può risolvere i piccoli problemi quotidiani e la realtà ci propone una "umanità aumentata". Una vita completamente connessa, in cui non c'è più distinzione tra mondo reale e mondo digitale, dove le App come Netflix, WhatsApp, Uber, iCloud o TikTok gestiscono una buona parte della nostra giornata; mentre applicazioni, realtà aumentata e virtuale, assistenti vocali interagiscono, eseguono compiti e dialogano con gli umani ma sono solo l'anteprima di un nuovo orizzonte ancora tutto da scoprire: l'intelligenza artificiale.

Un esteso corpus di strumenti tecnologici, grafiche, articoli di giornali, illustrazioni e una dettagliata linea del tempo portano a conoscere i protagonisti di questo cambiamento, i passaggi chiave che lo hanno causato e aiutano a riflettere sulla rivoluzione avvenuta negli ultimi quarant'anni, sia riguardo gli oggetti quotidiani, sia nella società che li ha creati e resi indispensabili. Una videoinstallazione dello studio creativo TwoShot anima tre tavoli su cui sono collocati i pezzi più iconici delle diverse epoche rendendo lo spazio centrale dell'esposizione immersivo, animando i prodotti tecnologici e amplificando le connessioni tra loro.

Uno schermo touch consente di navigare in una importante selezione di articoli e prime pagine provenienti dall'archivio del Corriere della Sera che mettono in relazione l'evoluzione tecnologica con i principali eventi della storia recente. La mostra, il cui allestimento è stato progettato da Andrea Vaccari di A7design, presenta anche i ritratti dei personaggi protagonisti del Game rielaborati dall'artista Alessandro D'Aquila.

Si vive l'esperienza del Game attraverso due percorsi che intrecciano la storia del Museo della Tecnica Elettrica: il Percorso Master si estende per tutto il museo, ripercorre la storia dell'elettricità - dalla pila di Volta fino al generatore a fusione nucleare Eta Beta II - e narra le invenzioni che ci hanno portato all'Epoca del Game; il Percorso Explorer, invece, introduce direttamente alla Sala del Game e al racconto della rivoluzione digitale dando la possibilità in un secondo momento di muoversi liberamente per il museo e approfondire le tematiche che più interessano.

È inoltre possibile lasciarsi guidare dalle Connessioni rappresentate da oggetti della collezione museale che uniscono la storia dell'elettricità con quella del Game. Questi elementi sono riletti con gli occhi di chi "abita" nel mondo digitale: il telegrafo rappresenta la prima smaterializzazione della comunicazione, le turbine raccontano la disponibilità elettrica per tutti, i diversi telefoni l'evolversi verso una connessione veloce e di massa. (Estratto da comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Disegnare l'ebraico. Interpretazione artistica dell'Alef Bet
10 giugno 2022 - 05 febbraio 2023
MEIS Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - Ferrara

Mostra ospitata che costituisce il culmine del progetto per la promozione della conoscenza dell'ebraico. Il Museo espone nel padiglione d'accesso del suo edificio, nel suggestivo Giardino delle Domande, le 27 illustrazioni firmate da 16 studenti e due docenti dello IED Istituto Europeo di Design di Roma, che accoglieranno i visitatori con rielaborazioni originali delle lettere dell'alfabeto ebraico. Ogni lettera è accompagnata da un testo di approfondimento dedicato ai significati nascosti e all'origine dell'ispirazione che ha portato alla realizzazione dei disegni.

Tanti i riferimenti culturali e i parallelismi che sono alla base dei lavori: dai personaggi dei Tarocchi alla Kabbalah, dai Re di Israele alle ultime invenzioni scientifiche. Le illustrazioni sono il frutto di workshop e incontri dedicati alle diverse sfaccettature della lingua ebraica, indirizzati agli studenti del secondo anno del corso di Illustrazione e Animazione dello IED.

«Abbiamo deciso di ospitare la mostra Disegnare l'ebraico - spiega il Direttore Amedeo Spagnoletto - per diverse ragioni. Vogliamo ricordare come l'ebraico sia sopravvissuto, nonostante la dispersione del popolo per due millenni, grazie alla tenacia di una diaspora che ha mantenuto intatto il rapporto con la lingua biblica, facendone uno dei pilastri della propria identità di generazione in generazione e custodendo l'alfabeto come un tesoro. Quest'anno ricorre inoltre il centenario della scomparsa del giornalista e filologo Eliezer Ben Yehuda, padre della rinascita della lingua ebraica tra fine Ottocento e inizio Novecento. Adottato da un Paese, Israele, l'ebraico è oggi parlato e scritto da milioni di persone. Un fenomeno culturale che ha dell'incredibile e ha pochissimi casi simili nella storia».

Conclude Max Giovagnoli, Coordinatore della Scuola di Arti Visive IED di Roma: «Collegare il contemporaneo segnico di un gruppo di giovani artisti alla tradizione millenaria del racconto e della cultura ebraica: è stata questa la sfida con la quale studenti e docenti si sono mossi insieme per settimane, aiutati da cultori e designer, in un viaggio che si è rivelato simile a una immersione in storie non scritte, fatti storici, miti e spazi creativi inesplorati. E come in qualsiasi progetto, o viaggio, si è passati da uno smarrimento iniziale alla individuazione progressiva di un percorso individuale, personalizzato su ogni lettera o segno, restituito nel suo sguardo complessivo dalla mostra qui rappresentata».

Esposto nel giardino del MEIS e come ulteriore collegamento con Israele c'è anche un tombino d'artista che racconta in maniera insolita le tante attrazioni della città Tel Aviv-Giaffa. Nel 2020 la compagnia israeliana Mei Avivim ha indetto un concorso rivolto ai designer per riprogettare le coperture dei tombini della città di Tel Aviv-Giaffa. Ad aggiudicarsi il primo premio è stata la giovane Anna Stylianou che ha inserito sul suo tombino alcuni dei simboli più emblematici della metropoli: le palme, le biciclette, l'iconica fontana di Dizengoff, la torre dell'orologio di Giaffa e molto altro.

Dopo l'esposizione al MEIS, il prototipo entrerà a far parte della collezione del Museo Internazionale delle Ghise di Ferrara ideato da Stefano Bottoni nel 2003. Con "Disegnare l'ebraico" il pubblico ha un motivo in più per visitare il MEIS, che fino al 3 luglio ospita "Oltre il ghetto. Dentro&Fuori", la mostra dedicata alla ricostruzione della presenza ebraica in Italia, focalizzata sul periodo che va dall'epoca dei ghetti (1516) alla Prima guerra mondiale e curata da Andreina Contessa, Simonetta Della Seta, Carlotta Ferrara degli Uberti e Sharon Reichel. (Estratto da ufficio stampa Lara Facco P&C)




Bandiera della Grecia Particolare della Statua della Dea Atena Bandiera della Sicilia Potrà restare per sempre ad Atene il Fregio del Partenone proveniente dalla Sicilia

Il governo della Regione Siciliana, con delibera di Giunta, ha dato il proprio consenso alla cosiddetta "sdemanializzazione" del bene, cioè l'atto tecnico che si rendeva necessario per la restituzione definitiva del frammento. Dallo scorso 10 gennaio, il frammento si trova già al Museo dell'Acropoli di Atene, dove nel corso di una cerimonia, a cui ha preso parte il Premier greco Kyriakos Mitsotakis, è stato ricongiunto al fregio originale.

In base all'accordo, a febbraio da Atene è arrivata a Palermo un'importante statua acefala della dea Atena, databile alla fine del V secolo a.C., che ha già riscosso notevole successo di visitatori e che resterà esposta al Museo Salinas per quattro anni; al termine di questo periodo, giungerà un'anfora geometrica della prima metà dell'VIII secolo a.C. che potrà essere ammirata per altri quattro anni nelle sale espositive del museo archeologico regionale. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

Presentazione




Busto di Sekhmet al Museo Civico Archeologico di Bologna Sekhmet, la Potente
Una leonessa in città


07 luglio 2021 - 31 dicembre 2023
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.museibologna.it/archeologico

Progetto espositivo a cura di Daniela Picchi. L'iniziativa è resa possibile dalla generosa collaborazione con cui il Museo Egizio di Torino ha concesso in prestito uno dei suoi capolavori più rappresentativi: una statua colossale di Sekhmet, materializzazione terrestre della temibile divinità egizia con testa di leonessa e corpo di donna, di cui il museo torinese conserva una delle più grandi collezioni al di fuori dell'Egitto, composta da 21 esemplari.

Divinità dalla natura ambivalente, al contempo di potenza devastatrice e dispensatrice di prosperità, Sekhmet, ovvero "la Potente", venne raffigurata in varie centinaia di statue per volere di Amenhotep III, uno dei faraoni più noti della XVIII dinastia (1388-1351 a.C.), per adornare il recinto del suo "Tempio dei Milioni di Anni" a Tebe Ovest. Alcuni studiosi ipotizzano che il gigantesco gruppo scultoreo fosse composto da due gruppi di 365 statue, una in posizione stante e una assisa per ogni giorno dell'anno, così da creare una vera e propria "litania di pietra", con la quale il faraone voleva pacificare Sekhmet tramite un rituale quotidiano. La regolarità dei riti in suo onore servivano infatti a placarne l'ira distruttrice che la caratterizzava quale signora del caos, della guerra e delle epidemie, trasformandola in una divinità benevola e protettrice degli uomini.

Nella collezione egizia del Museo Civico Archeologico di Bologna è presente il busto di una di queste sculture che - grazie al confronto con la Sekhmet seduta in trono proveniente dal Museo Egizio di Torino - potrà così riacquistare, almeno idealmente, la propria integrità creando una proficua occasione di confronto e ricerca scientifica. La statua sarà esposta nell'atrio monumentale di Palazzo Galvani e andrà ad arricchire un importante repertorio di materiali lapidei, sia di proprietà civica, tra i quali un raro busto in marmo di Nerone, sia di proprietà statale, che la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara ha depositato presso il museo.

Dall'alto dei suoi 2,13 metri di altezza, Sekhmet potrà così accogliere il pubblico e introdurlo alla visita della collezione egizia, continuando a svolgere quella funzione protettrice per la quale era stata commissionata da Amenhotep III mentre, al suo cospetto, il visitatore potrà rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell'antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del Tempio per pronunciare il nome della "Potente" e invocarla nelle sue preghiere per placarla e propiziare ogni estate la fertile esondazione delle acque del Nilo.

Il pantheon egizio conta numerose divinità femminili associate al culto solare e una di queste è Sekhmet, il cui nome significa "la Potente". La temibile dea era considerata dagli Egizi l'Occhio del Sole, emblema del potere divino che tutto vede, la Furia nel mondo degli dei, che si erge sotto sembianze di serpente Ureo anche sulla fronte dei sovrani, proteggendoli.

Come racconta il Mito della Vacca Celeste, attestato per la prima volta durante il regno del faraone Tutankamun (1333-1323 a.C.), il demiurgo Ra aveva inviato Sekhmet sulla terra per punire gli uomini in rivolta contro gli dei. La leonessa, inebriata dall'odore del sangue, avrebbe annientato l'intero genere umano se Ra non fosse intervenuto nuovamente, su suggerimento del dio della saggezza Thot, facendo versare in un lago una grande quantità di birra colorata con ocra rossa. Attratta dal colore e pensando si trattasse di sangue, la dea ne bevve sino ad ubriacarsi, dimenticandosi del precedente odio verso gli uomini e trasformandosi in Hathor, il principio femminile creativo, al quale era associato anche l'arrivo della piena del Nilo in Alto Egitto. Tale trasformazione non sorprende se si considerano le divinità egizie come manifestazioni diverse di un più ampio concetto di divino.

La pericolosa e furente Sekhmet, oltre a poter inviare sulla terra pestilenze e malattie, adeguatamente adorata, era anche in grado di prevenirle e guarirle, tanto da avere un sacerdozio, quello dei "puri sacerdoti di Sekhmet", dedito alla cura delle vittime colpite da afflizioni invisibili e apparentemente divine come la peste (definita anche "l'anno di Sekhmet").

La manifestazione di culto più eclatante nei confronti di questa divinità leontocefala si deve al faraone Amenhotep III (1388-1351 a.C.), che, in occasione del suo giubileo, la celebrazione del trentesimo anno di regno, trasformò le litanie innalzate per placare Sekhmet negli ultimi cinque giorni di ogni anno, i Giorni dei Demoni, in una impressionante litania di pietra, facendo scolpire oltre 700 sculture rappresentanti la dea in posizione stante e assisa in trono. Per quanto le statue siano state rinvenute in diverse aree templari tebane (numerose nel Tempio di Mut a Karnak, Tebe Est), molti studiosi ritengono che la loro collocazione originaria fosse Kom el-Hattan, il "Tempio dei Milioni di Anni" di Amenhotep III a Tebe Ovest, e in particolare il cortile solare al suo interno. In tale maniera il sovrano si garantiva la protezione della dea in terra e partecipava del periplo divino del sole del quale Sekhmet era una manifestazione. (Estratto da comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




L'Archivio di Arnaldo Pomodoro è online
www.arnaldopomodoro.it

Dopo la preview del film sperimentale Arnaldo Pomodoro makes a sphere (1968), in occasione della Notte degli Archivi 2021, dal 9 giugno è online l'Archivio di Arnaldo Pomodoro: un portale web, gratuitamente accessibile, con cui la Fondazione Arnaldo Pomodoro mette a disposizione del più vasto pubblico - dal ricercatore al semplice appassionato - un importante nucleo di materiali conservati nell'archivio dell'artista, fonte di informazione e approfondimento sulla vita e sull'opera del Maestro, così come su un tratto della storia artistica e culturale del Novecento.

Fin dall'inizio del suo percorso artistico nei primi anni Cinquanta, Arnaldo Pomodoro comincia a raccogliere minuziosamente tutti i materiali utili a documentare la sua attività. Sono fotografie, cataloghi di mostre, riviste e ritagli stampa, ma anche lettere, film d'artista, manifesti... una documentazione molto varia, che testimonia, oltre alla sua produzione artistica, i rapporti di amicizia e di lavoro di Pomodoro con altri artisti, critici e istituzioni. L'archivio ha uno sviluppo di circa una sessantina di metri lineari ed è suddiviso in sei sezioni distinte in base alla tipologia dei materiali. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Progetto #ZACentrale
www.fondazionemerz.org

Siglato l'accordo con cui il Comune di Palermo affida per tre anni alla Fondazione Merz la gestione della ZAC - Zisa Zona Arti Contemporanee col compito di realizzare un innovativo progetto interdisciplinare. Il progetto denominato #ZACentrale è un innovativo e ambizioso piano interdisciplinare d'interventi culturali destinato a coinvolgere l'intera città, per il quale la Fondazione Merz - al termine della selezione di cui all'avviso pubblico approvato con D.D. 6154 del 01.07.2020 - è stata individuata quale "operatore culturale idoneo" per la produzione di progetti culturali finalizzati alla "promozione, conoscenza e diffusione dell'Arte Contemporanea negli spazi del Padiglione ZAC".

Il progetto "ZACentrale" si svolgerà in tre anni presso lo spazio ZAC e sarà articolato con diverse attività interdisciplinari che comprenderanno: mostre, concerti, spettacoli teatrali e di danza, attività formative ai più diversi livelli; incontri, dibattiti, conferenze da svolgersi anche in partenariato con le altre realtà dei Cantieri Culturali alla Zisa, nonché interventi documentari, azioni di incubatore creativo e la creazione di una biblioteca specialistica dedicata all'arte contemporanea per la quale è prevista una donazione di 300 volumi da parte della Fondazione. Il progetto corona una storia di intensi rapporti tra la Fondazione Merz e la Sicilia. Sono infatti ben 17 le mostre, gli eventi e i progetti che hanno impegnato la Fondazione a Palermo e in Sicilia dal 2014 al 2019. (Comunicato stampa)




Luigi Ghirri
The Marazzi Years 1975-1985

www.ghirri.marazzi.it

Un nucleo quasi totalmente inedito di fotografie, frutto della collaborazione tra Ghirri e Marazzi e conservate per decenni negli archivi dell'azienda emiliana, protagonista oggi di un libro, un focus ai Musei Civici di Reggio Emilia e un sito dedicato. Luigi Ghirri (Scandiano - Reggio Emilia, 1943) si trasferisce a pochi chilometri di distanza, negli spazi del Collegio San Carlo di Sassuolo, nella frazione di Braida, un grande edificio neoclassico adattato ad abitazione per gli sfollati. Dal Collegio, ogni mattina, la maggior parte delle donne e degli uomini prende la bici e va a lavorare nelle fabbriche di ceramica vicine. Una di queste era la Marazzi, fondata a Sassuolo nel 1935 da Filippo Marazzi.

In questo territorio tra Modena e Reggio Emilia, dove il fotografo fa sempre ritorno e che vede la nascita di tanti dei suoi progetti seminali, Luigi Ghirri incontra Marazzi per la prima volta. È il 1975 quando Ghirri varca le soglie dell'azienda: è in una fase di crescita e sperimentazione che lo porterà nel 1979 alla prima grande mostra personale a Parma. Marazzi è un'azienda leader nel settore della ceramica grazie al brevetto della monocottura, ha aperto filiali in Francia e Spagna, fa disegnare le sue piastrelle da artisti e stilisti e di lì a poco inaugurerà un laboratorio di ricerca, il Crogiòlo, in cui artisti, designer, fotografi, architetti sono liberi di sperimentare. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021- Gemeni Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - SPIRAL - Ph E. Liggera Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - Ph E. Liggera Odyssey Collection, la new dishes line di Andrea Branciforti per Orolavico
Il design incontra il cinema d'autore e il linguaggio flat della video-animazione


www.orolavico.com

Odyssey Collection - collezione di sottopiatti (15 pezzi in totale) disegnata da Andrea Branciforti, architetto, designer, docente e attualmente Presidente ADI Sicilia, per Orolavico, azienda specializzata nella lavorazione della pietra lavica - unisce il design contemporaneo al linguaggio del cinema e dell'illustrazione per un progetto totalmente Made in Sicily che trae ispirazione dal celebre film di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio.

Semplicità, eleganza e contemporaneità sono le parole chiave della nuova linea di sottopiatti - Odyssey Collection - disegnata da Andrea Branciforti per Orolavico e della video-animazione realizzata da Adriano Di Mauro per raccontare questo progetto. Non è di certo la prima volta che il marketing sceglie il codice espressivo dell'arte visiva per mettere in contatto e far dialogare tra loro azienda/prodotto e pubblico. Geometrie piatte e bidimensionali, spazi netti e definiti, colori brillanti contraddistinguono lo stile dei piatti e del video: caratteristiche queste che li rendono immediatamente riconoscibili, insieme alla materia prima di cui sono fatti, la pietra lavica, e le tecniche di lavorazione utilizzate che tendono a rispettare e tutelare l'ambiente.

Orolavico, pur essendo una giovane e dinamica realtà siciliana nata nel 2015 dall'esperienza di manager e artigiani che, in poco tempo, hanno realizzato soluzioni di indoor e outdoor design  in pietra lavica e in cotto, ha da subito capito e sostenuto l'importanza della collaborazione con designer, architetti e artisti sia per quanto riguarda la progettazione delle collezioni che per la comunicazione delle stesse online e offline.

«Think to future. Think to nature è così che - spiega Giuseppe Mondera, Ceo di Orolavico - abbiamo pensato di sintetizzare la logica eco-sostenibile che sta alla base delle nostre scelte aziendali. Pensiamo, progettiamo, pianifichiamo e agiamo cercando di rispettare l'ambiente e le persone, pur non perdendo di vista anche i margini di profitto, indispensabili per alimentare il ciclo produttivo. Fare impresa, oggi, non vuol dire solo avere una buona idea, il giusto know how e reperire il capitale necessario, ma avere una prospettiva molto più ampia in termini di tempo e di qualità della vita tourt court.

Noi, ad esempio, siamo partiti dal nostro"petrolio", dal nostro"oro nero", ossia, dalla pietra lavica, da qui anche la scelta del nostro nome - Orolavico - sia perché è presente in ingenti quantità in Sicilia, sia perché, nelle varie interpretazioni che ne diamo (rivestimenti, top da cucina, piatti, pareti ventilate, ecc.), vogliamo rispettare e valorizzare una sua peculiarità unica e inimitabile, ossia, l'essere parte dell'Etna, vulcano riconosciuto come Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco nel 2017. Altro aspetto cui teniamo molto è la collaborazione con designer e architetti che sappiano interpretare la materia prima in chiave estetica e funzionale. Odyssey Collection di Andrea Branciforti inaugura non solo la nostra prima linea di piatti in pietra lavica, ma anche questo filone di ricerca e produzione che declina insieme design contemporaneo ed eco-sostenibilità. Quando parlo di ricerca, visionarietà, collaborazione e customizzazione del prodotto, penso proprio a questi piccoli dettagli che fanno davvero la differenza».

Odyssey Collection si compone di sei micro-collezioni - Gemeni, Hal, Odyssey, Spyral, Space, Nebula - ispirate al film 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Le sue nuance non sono presenti nelle più note scale dei colori (Ral e Pantone) perché ottenute con un procedimento di laboratorio eco-sostenibile che consente di realizzare la paletta colori da un solo vetro di base. Questa peculiarità, unita alle caratteristiche tecniche della materia prima, rendono l'intera collezione una sintesi perfetta del design contemporaneo in cui bellezza, eco-sostenibilità e funzionalità hanno pari importanza.

«Un'immagine entra a far parte della nostra esperienza visiva - dichiara il designer Andrea Branciforti - e spesso influenza inconsciamente le nostre azioni. Con questa collezione - Odyssey Collection - porto a tavola una materia antica, la pietra lavica, che a prescindere dalla lavorazione che subisce custodisce raccoglie e racconta il viaggio fatto dal magma fino alla sua trasformazione in pietra. Ispirata al film 2001: Odissea nello spazio del grande maestro Stanley Kubrick, la collezione rappresenta sei visioni materiche dell'universo onirico. Le decorazioni s'ispirano al Supercomputer Hal, al Discovery One e alle visioni dell'universo. Il film di Kubrick riesce a parlare contemporaneamente del passato, del presente e del futuro dell'umanità, ponendo interrogativi e riflessioni sulla vita al di fuori della Terra.

Credo soprattutto che Kubrick ci inviti ad avere una nuova consapevolezza del rapporto che lega l'uomo, la terra e l'universo, tematica questa, ancora oggi molto attuale. ll 1968, anno di uscita del film, è stato un anno di grandi rotture, di cambiamenti e di profonde riflessioni. Si fa strada una nuova sensibilità sul design sostenibile. Vengono pubblicate le prime foto del globo terrestre visto dalla luna che porta l'umanità ad un nuovo senso di appartenenza senza più confini fisici specifici e limitanti. Nasce una nuova umanità e una nuova consapevolezza delle tecnologie che, ben presto, entreranno e s'imporranno nelle nostre vite. Qualche anno più tardi, non a caso, uscirà Starman, brano musicale scritto da David Bowie. Questo il pensiero che attraversa la collezione».

Il video-animazione della campagna di lancio della Odyssey Collection è stato realizzato dal giovane artista e illustratore Adriano Di Mauro che ha interpretato con un linguaggio flat e visionario le suggestioni raccontate da Branciforti in merito al film di Kubrick. Le scene sono ambientate tra l'Universo e la Terra, precisamente in Sicilia, dove il protagonista - un astronauta-scimmia-uomo nuovo - avrà modo di conoscere la collezione di sottopiatti di Branciforti e lo street food isolano prima di essere"risucchiato" dall'occhio di Hal che lo trasporterà in un mondo altro non meglio definito, dove tutto può ancora succedere. (Ufficio Stampa Orolavico - Valentina Barbagallo)




Locandina tedesca del film Metropolis Archivi tematici del XX secolo
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizione di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. La cultura è come il rumore, per citare John Cage (Los Angeles, 1912- New York, 1992): "Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina" (J. Cage, "Silenzio", 1960). Il rumore della cultura è imprescindibile e continuo in ogni aspetto della nostra vita. (...) Ma quando lo ascoltiamo, l'eco del rumore della Cultura, sentiamo che rimbalza su ogni parete intorno a noi e si trasforma per essere Conoscenza e Consapevolezza. (...) Chi ama la musica tecno, metallica e disco non può ignorare Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947), probabilmente, lo dovrebbe venerare, in quanto la sua intuizione ha trasformato per sempre il Rumore. (...)

In questa epoca dove, per naturali dinamiche evolutive del pensiero, la ragione del figlio prevale su quella dei padri, come nel Futurismo o nel '68, il desiderio di annullamento è comprensibile e necessario ma la conoscenza storica di quello che si vuole rinnovare ne è il fondamento. Per questo motivo proponiamo dodici archivi tematici con oggetto di ricerca proprio la comprensione. La troviamo adatta a questo periodo storico che ci racchiude nelle nostre stanze e ci sta cambiando profondamente. La speranza è che ci sarà un nuovo contemporaneo, forse più calmo ma più attento, una nascente maturità verso un nuovo Sincrono. Cassaforti come scatole del Sin-Crono (sincrono dal greco sýnkhronos "contemporaneo", composta di sýn "con, insieme" e khrónos "tempo") per la comprensione dell'arte dei Rumori e del teatro Futurista, della Poesia e della musica che ci hanno traghettato lungo il secolo scorso. (Estratto da comunicato stampa)

[1] J. Cage, "Silence", 1960
[2] J. Cage, "Silence", 1960
[3] For a greater understanding, see L. Russolo, Futurist manifesto "L'Arte dei Rumori", 1913
[4] Synchrony, sinkrono/ adj. [from the Greek sýnkhronos "contemporary", composed of sýn "with, together" and khrónos "time"]. - 1. [that happens in the same moment: oscillation, noun].




Audrey Hepburn rappresentata in un disegno nella locandina del film Colazione da Tiffany "Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
www.pacicontemporary.com/shop-online_cinema

- Colazione da Tiffany

Una pagina interamente dedicata ad un'esclusiva selezione di scatti vintage tratti dai set cinematografici delle pellicole più famose del XX secolo tra cui Colazione da Tiffany, Caccia al Ladro, Per qualche dollaro in più, Frankenstein Junior, Matrix, Superman. Colazione da Tiffany è la pellicola che ha portato al successo internazionale l'attrice britannica Audrey Hepburn. Il film, distribuito nell'anno 1961 e diretto dal regista statunitense Blake Edwards, è considerato uno dei più famosi del cinema del Novecento.

Nella pellicola Audrey Hepburn indossa il mitico tubino nero firmato Givenchy diventato icona del cinema. Per il film sono stati realizzati tre abiti uguali, uno dei quali è stato venduto all'asta per oltre 600 mila euro nel 2006. Il secondo abito, sempre disegnato da Givenchy, è un altro tubino nero (corto) in seta lavorata fino al ginocchio dove è svasato e decorato con una fila di piume, insieme al quale Audrey indossa lunghi guanti neri, un ampio cappello con un nastro di seta color crema e scarpe di coccodrillo.

Per consentire le riprese, la gioielleria Tiffany & Co. aprì eccezionalmente i battenti domenica 2 ottobre in modo che alcune scene del film potessero essere girate nel negozio sulla Quinta Strada a Manhattan. Finite le riprese Audrey si prestò ad un servizio fotografico per la gioielleria durante il quale le fu fatto indossare il preziosissimo diamante giallo più grande del mondo, dal taglio cuscino a 82 faccette di 128,54 carati. Per l'occasione, fu creato appositamente un gioiello per valorizzarlo: la collana Ribbon Rosette in oro e diamanti bianchi, con al centro il diamante giallo.

Era il 1961 quando Audrey Hepburn, nei panni della protagonista Holly Golightly, fumava da uno storico bocchino da cui spuntava una sigaretta accesa, trasformando questa azione in un gesto di estrema eleganza. Audrey Hepburn con questa lunga sigaretta è subito diventata una vera e propria icona di stile. Numerosi curiosi seguirono il ciak della celebre scena in cui Holly fa shopping insieme a Paul.

Ciò innervosì Audrey Hepburn che sbagliò diverse battute e fu costretta a ripetere la scena più volte. Colazione da Tiffany è una commedia sentimentale, ricca di stile e ironia in cui trionfa la figura di Holly, una donna fragile e un'autentica icona di stile che, pur essendo alla ricerca di un ricco uomo da sposare, alla fine cede ai sentimenti e si lega allo scrittore squattrinato. Ecco una battuta pronunciata proprio da Paul (George Peppard): "vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora... (...) tu ti consideri uno spirito libero un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai... finirai sempre per imbatterti in te stessa!".

L'autore del romanzo da cui è stato tratto il film, Truman Capote, voleva Marilyn Monroe nella parte della protagonista, ma l'agente dell'attrice Lee Strasberg le suggerì di rifiutare perché non avrebbe giovato alla sua carriera, indirizzandola verso altri film. Più tardi anche un'altra celebrità dell'epoca, Kim Novak, rifiutò il ruolo. Il successo del film al botteghino fu straordinario. Candidato a 5 premi Oscar, ne vinse 2: miglior colonna sonora e miglior canzone (Moon River). La stessa Audrey ottenne una nomination agli Oscar come "miglior attrice protagonista" ma fu battuta da Sophia Loren che trionfò grazie alla strepitosa interpretazione in La Ciociara, pellicola del 1960 di Vittorio De Sica. (Comunicato di presentazione da Paci contemporary gallery)




Locandina di presentazione del catalogo interattivo della mostra Materie Prime Artisti italiani contemporanei tra terra e luce Materie Prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce
Catalogo interattivo e multimediale


www.ferrarinarte.it/antologie/senigallia/materie_prime.html

Dopo il successo nel 2019 alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) con l'esposizione "Materie prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce", a cura di Giorgio Bonomi, Francesco Tedeschi e Matteo Galbiati, e la presentazione del catalogo Silvana Editoriale al Museo del Novecento di Milano, nell'ambito di un incontro moderato da Gianluigi Colin, la Galleria FerrarinArte di Legnago (Verona) rilascia una nuova edizione del volume, completamente interattiva e multimediale, per rivivere la straordinaria esperienza della mostra attraverso le parole degli artisti e dei curatori.

Il libro, sfogliabile liberamente e gratuitamente online, si arricchisce con contenuti inediti, videointerviste e approfondimenti dedicati alla poetica dei quindici artisti coinvolti - Carlo Bernardini, Renata Boero, Giovanni Campus, Riccardo De Marchi, Emanuela Fiorelli, Franco Mazzucchelli, Nunzio, Paola Pezzi, Pino Pinelli, Paolo Radi, Arcangelo Sassolino, Paolo Scirpa, Giuseppe Spagnulo, Giuseppe Uncini e Grazia Varisco - appartenenti a diverse generazioni, ma accomunati da curricula di altissimo livello e dal lavoro condotto con e sulla materia. (Estratto da comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




La poesia Tape Mark 1 in mostra ___ Tape Mark 1: Poesia Informatica

L'importanza della Storia | Nanni Balestrini

Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Tape Mark 1 è una poesia di Nanni Balestrini che risale al 1961, frutto di una collaborazione virtuosa tra Autore e Tecnologia, in questo caso rappresentata da uno dei primi calcolatori IBM. Balestrini, in quell'occasione, predispone tre brevi testi di Michihito Hachiya - di Paul Goldwin (autore di cui si mette in dubbio l'esistenza) e di Lao Tse - e, attraverso l'assegnazione di alcuni codici e di poche regole, lascia al computer l'onere e l'onore di procedere alla stesura della poesia, attraverso un causale sistema di combinazioni. Nel mondo solo quattro - cinque persone stavano contemporaneamente lavorando a esperimenti simili e questo testo è considerato da molti come il primo esempio di poesia informatica.

La natura di grande innovatore e sperimentatore, che caratterizzerà tutta la carriera di Balestrini, si rivela già in quel momento. L'arte della combinazione sarà fondamentale in tutta la poetica di Balestrini, interessato a 'lasciare scaturire un movimento da connessioni imprevedibili' per superare, in questo modo, 'l'aggregazione statica di energie diverse'. Nel 1961, concepisce anche il progetto di un romanzo, Tristano, da riprodurre in un numero illimitato di esemplari, una copia unica e originale per individuo, ma le idee corrono più veloci della tecnologia e Feltrinelli riuscì a pubblicarne, nel 1966, un solo esemplare. Le tecniche di stampa di allora, infatti, non ne consentirono la realizzazione e ci vollero 40 anni e l'avvento della stampa digitale per portare a compimento quell'avvenieristico progetto.

Stiamo inoltrandoci nelle sperimentazioni linguistiche di Balestrini ma, in realtà, quello che è interessante per noi fare emergere qui, è quanto stretto fosse il rapporto tra le varie discipline in cui Nanni si cimentava. E come gli fosse consono collegare la ricerca letteraria e poetica con quella artistica visiva e teatrale performativa. Infatti, Tape Mark 1 nel 2017 diventa un'opera visiva che aprirà la grande retrospettiva allo ZKM Center for Art and Media di Karlsruhe. Da Tristano scaturisce invece Tristanoil, il film più lungo del mondo, ottenuto grazie al software ideato da Vittorio Pellegrineschi, che approderà niente meno che a Documenta 13, curata quell'anno da Carolyn Christov-Bakargiev. E sarà proprio questa predisposizione di Balestrini verso una 'poesia fatta di impulsi, che andava a rompere la linearità tipografica, a fargli venire l'idea di ritagliare titoli di giornali e farne dei collages'. (...) (Estratto da comunicato della Galleria Michela Rizzo)




Busto femminile in basanite risalente al periodo dell'imperatore Claudio Busto femminile in basanite nella Sezione romana del Museo "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

E' ritornato, dopo otto anni di assenza, l'atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria. Si tratta del busto femminile in basanite, risalente ad età Claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un'importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del '900.

L'opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell'epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C. Al momento del ritrovamento si propose l'identificazione con Messalina, moglie dell'imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell'impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al Museo "Vito Capialbi" dove sarà esposta nella sezione romana. L'emergenza sanitaria attuale, che ha portato alla chiusura dei Musei, non consente nell'immediato, una adeguata valorizzazione dell'importante reperto; l'esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l'organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l'augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale. (Comunicato stampa)

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Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia Fonte Aretusa, copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella.

Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Anemos - Il Vento

* Film presentato in anteprima Regionale il 26 gennaio 2023 al Cinema Spadaro di Acireale (Sicilia)

Scritto e diretto da Fabrizio Guarducci (Italia, 2022, durata: 75'), prodotto e distribuito da Fair Play, Anemos - Il Vento, liberamente tratto dal romanzo 'Theoria' dello stesso Guarducci, edito da Lorenzo De' Medici Press, ha un cast internazionale composto da Vincent Riotta, Marc Fiorini, Alessio Di Clemente, Giorgia Wurth, con la partecipazione straordinaria di Sebastiano Somma. Si avvale delle musiche originali firmate dal Maestro Pino Donaggio, il montaggio di Paolo Marzoni, la direzione della fotografia di Stefano Spiti, le scenografie di Ester Musatti ed i costumi di Gabriella Ferrera.

Il film - in cui il vento (Anemos) è metafora del Divino, che si sente ma non si può vedere - racconta il rapporto tra gli uomini e il senso del divino: dai miti greci al Cristianesimo, fino ai giorni nostri. Grazie a personaggi noti, anche se non esplicitamente menzionati, come Platone, Pitagora, San Benedetto e Gesù, lo spettatore ripercorre i momenti della Storia in cui il vento diventa portatore di un messaggio di spiritualità, per cercare di dare una risposta alle domande che l'Uomo si chiede da millenni. La narrazione parte dalle esigenze di una madre di rispondere ai dubbi del figlio sul mistero della vita, che ci fanno considerare alcuni personaggi che, nel corso della Storia, hanno avuto lo stesso dilemma: la ricerca del divino al di fuori di ogni risposta dogmatica.

Durante il percorso si evidenziano le esperienze individuali di filosofi, monaci, profeti, mistici, fino ad arrivare a quelli che si sono più avvicinati ad una risposta certa: i Catari, perché la ricerca del Divino era un fatto sociale e non individuale e questo si rifletteva su una società giusta ed egualitaria in cui tutti i beni erano in comune. L'anello di congiunzione è Benedetto da Norcia che ha lasciato la comunità religiosa per ritirarsi umilmente in una grotta, per distaccarsi e cercare quella scintilla divina, che poi ha condiviso con tutti i suoi seguaci. "Il film vuole aiutare ad indicare un percorso interiore che purtroppo non si fa più, in quanto la scintilla divina dell'Uomo è sotterrata da un individualismo materialista che l'ha soffocata. Da qui una pressante esigenza di ritirarsi e cercare le risposte seppellite dentro di noi". (Fabrizio Guarducci)

"Anemos - Il vento è un film girato prevalentemente nella splendida Sicilia, ricca di luoghi straordinari, magici e colmi di storia, l'obiettivo delle nostre produzioni è valorizzare la bellezza dell'Italia, offrendo allo spettatore alcune location uniche, dalla Sicilia alla Calabria, dalla Tuscia alla Toscana: le Gole dell'Alcantara, l'Orecchio di Dionisio, il Parco del Plemmirio, l'Etna, la Valle dei Templi, l'Arco Magno, l'Abbazia di San Giusto, e molte altre. Guarducci pone al centro del film un messaggio di spiritualità, che muove le emozioni dentro allo spettatore, e come per il suo primo film "Mare di Grano" riesce a promuovere con estro e originalità il nostro territorio nel mondo." (Matteo Cichero, coproduttore del film)

"Per chi è appassionato di natura in generale, succede spesso, trovandosi a contatto di particolari scenari e singolari condizioni, di percepire un'energetica "presenza" spirituale, qualcosa di sublime e di elevato, che va oltre i semplici canoni di giudizio estetico, questo "vitale" elemento è il vento. Le location siciliane scelte per girare questo film, conducono il popolo in cammino con il suo Dio, sostenuti dall'alito esistenziale per la loro "pregrinatio animae". Grazie a Fabrizio Guarducci per questo film, una grande opportunità per la mia Sicilia, anche in ambito didattico, auspico che le istituzioni si adoperino alla promozione e divulgazione." (Carmelo Nicoloso location manager del film) (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)

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The Rough Guide - Sicilia
Guida turistica di Robert Andrews, Jules Brown, Kate Hughes
ed. Antonio Vallardi Editore
Recensione di Ninni Radicini




VIII Premio Vittorio Frosini in Informatica Giuridica e Diritto dell'Informatica

Presentazione

La Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica, unitamente con la famiglia Frosini, promuove l'ottavo premio dedicato alla memoria di Vittorio Frosini e destinato a una tesi di dottorato in informatica giuridica e diritto dell'informatica presentata in una istituzione universitaria italiana o dell'Unione Europea in una delle seguenti lingue: italiano, francese, inglese, spagnolo, tedesco.

Il Premio intende rendere omaggio alla memoria di Vittorio Frosini, ricordando il Suo contributo di fondatore della informatica giuridica in Italia, attraverso la Sua pionieristica opera Cibernetica, diritto e società, del 1968, e poi in numerosissimi studi nell'arco di oltre trent'anni. La tesi di dottorato dovra essere stata, già discussa, oppure presentata in via definitiva, negli anni 2021-2022-2023. Una parte della tesi premiata potrà essere pubblicata sulla Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica. Entro il 31 marzo 2023 i concorrenti dovranno inviare una copia della loro tesi, insieme con un breve curriculum della loro attività di ricerca. (Estratto da comunicato di presentazione)




Locandina della rassegna cinematografica Germania a colori Germania a colori
Diversità e inclusione nel cinema tedesco


25 gennaio - 19 aprile 2023 (ogni mercoledì alle ore 19:30, tranne il 12 aprile)
Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

Il Goethe-Institut Palermo presenta una rassegna di film che valorizzano temi e autori spesso tenuti ai margini. La rassegna è inserita nell'ambito del consueto cineclub in lingua tedesca "la deutsche vita" proposto da anni dal Goethe-Institut Palermo. Vedrà la partecipazione di una nuova generazione di registi tedeschi che racconteranno storie diverse sotto l'unica bandiera dell'inclusività. Tutti i film saranno in versione originale con sottotitoli italiani e l'ingresso è libero.

"Questa rassegna cinematografica rappresenta un'occasione per scoprire la diversità e l'inclusione attraverso le lenti del cinema tedesco. Siamo lieti di offrire al nostro pubblico un'esperienza coinvolgente attraverso opere cinematografiche non distribuite in Italia, che ci aiuterà a comprendere meglio il punto di vista dell'altro e a promuovere l'empatia e la comprensione reciproca" afferma la direttrice del Goethe-Institut Palermo, Heidi Sciacchitano.

Come scriveva Goethe "L'occhio ha bisogno del colore come ha bisogno della luce". Mai come oggi tanti colori e tanti sguardi diversi hanno attraversato l'Europa e il cinema resta un mezzo privilegiato per trasformarli in nuove storie e nuovi protagonisti. La rassegna si apre con il film Reise nach Jerusalem The Chairs Game, diretto dalla regista italiana Lucia Chiarla. Il film, uscito in Germania nel 2018, è una commedia agrodolce che racconta la storia di Alice, una donna che, a causa della crisi economica, si trova senza lavoro e rischia di perdere il suo posto nella società. Con determinazione e ingegno, riesce a costruirsi un'esistenza come libera professionista di successo, ma in realtà si tiene a galla con buoni benzina per assurdi lavori presso istituti di ricerca di mercato.

Il titolo internazionale del film, The Chairs Game, si riferisce al celebre gioco delle sedie, qui rivisitato in chiave metaforica, rappresentando l'aspirazione di Alice di trovare un posto stabile nella società e nella vita. La regista ha saputo creare una storia divertente e commovente allo stesso tempo, che tocca temi attuali come la crisi economica e la difficoltà di trovare un posto stabile nella società. Il film è stato presentato in diversi festival internazionali di cinema, ricevendo numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il premio per la migliore regia e il premio per la migliore attrice protagonista, la straordinaria Eva Löbau. Il film ha anche partecipato a festival di cinema dedicati alla diversità e all'inclusione, dimostrando come la pellicola riesca a rappresentare questi temi in modo sensibile e coinvolgente.

Per le scuole interessate sono previste proiezioni speciali in giorni e orari da concordare. Per informazioni e prenotazioni, contattare info-palermo@goethe.de. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)

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Articoli sulla Germania
Politica nella Repubblica Federale Tedesca, Partiti politici tedeschi, Elezioni Federali e Statali, Storia




Frankenstein
08 febbraio 2023
Teatro Astra - Torino
www.oht.art

Scritto a soli diciannove anni da Mary Shelley, Frankenstein o il moderno Prometeo è non soltanto il capostipite dell'horror fantascientifico, ma anche una profetica anticipazione delle ansie contemporanee sul destino dell'ambiente: a questo classico della letteratura occidentale OHT - Office for a Human Theatre dedica Frankenstein, la sua nuova produzione presentata in prima assoluta al Teatro Astra di Torino, casa della Fondazione TPE Teatro Piemonte Europa. OHT si misura per la prima volta con un classico raccogliendo nella sua versione lo stesso corto-circuito all'origine della creatura di Frankenstein e invitandoci a fare i conti con quello che siamo soliti omettere alla vista e consideriamo mostruoso.

Pubblicato nel 1816, mentre il mondo sta vivendo la più grande anomalia climatica della sua storia causata dall'eruzione del vulcano Tambora (la più potente mai registrata), Frankenstein non è solo un'icona letteraria ma una reazione all'Anno-Senza-Estate causato dalla nebbia sulfurea del vulcano, che offuscò la stratosfera, abbassò le temperature, provocò violenti e continui temporali e conseguenti carestie in Europa, Nord America e Asia. In quel clima distopico, una compagnia di giovani intellettuali, rinchiusi a causa del maltempo a Villa Diodati sul lago di Ginevra, si cimenta nella stesura di un racconto del terrore su invito dell'ospite lord Byron.

Filippo Andreatta, che dal 2008 con OHT si dedica all'esplorazione dei rapporti fra teatro, paesaggio, architettura e ambiente, parte da questa suggestione e, nella sua lettura scenica, fa muovere la creatura del dottor Frankenstein in un primordiale paesaggio in cui emerge la superbia dell'uomo nel voler manipolare il corpo, la vita e le leggi della natura.

Frankenstein è un mito in cui i paesaggi esteriori si confondono con quelli interiori, gli strapiombi del Monte Bianco diventano vertigini intime, luoghi inaccessibili come le Alpi si fanno rifugio per questa creatura inafferrabile, che in essi impara a conoscersi. Il demone e il paesaggio diventano tutt'uno mentre Victor Frankenstein non sembra più in controllo di ciò che lo circonda. Frankenstein si rivela un romanzo di formazione, in cui per la prima volta è il mostro a parlare, non come escluso ma come artefice del nostro immaginario, come un nostro concittadino, un nostro pari mostruoso. Finalmente il mostro rinasce rivelandosi come un bambino a cui appaiono i primi colori, le forme, le cui mani iniziano ad afferrare, le cui labbra articolano le prime parole.  

La nuova produzione di OHT si muove dall'esperimento del dottor Frankenstein e opera affondi nel testo: l'opera di Shelley diventa materiale da esaminare, sezionare, ricucire, corpo disponibile per esperimenti scenici: uno spettacolo teatrale, una reading session, un'installazione, un radiodramma e un album musicale verranno generati come parti di una stessa sperimentazione che avanza orizzontalmente nel romanzo per indagarne le molteplici ramificazioni. (Comunicato stampa)




Concorso internazionale di composizione "Città di Udine"
14esima edizione
Termine di partecipazione: 30 aprile 2023
www.taukay.it

Delta Produzioni in collaborazione con TEM - Taukay Edizioni Musicali indicono la quattordicesima edizione del concorso internazionale di composizione "Città di Udine". Il bando di partecipazione è disponibile sul sito delle Edizioni Musicali. Il percorso inizia partendo dalla pubblicazione del bando in cinque lingue e proseguirà per tutto il prossimo anno fino all'autunno del 2023 con la pubblica esecuzione delle opere vincitrici.

Il Concorso Internazionale di Composizione "Città di Udine" ha fatto molta strada, diventando una realtà conosciuta e consolidata con grande partecipazione da tutto il mondo e importanti riconoscimenti istituzionali tra cui l'adesione del Presidente della Repubblica con sua medaglia di rappresentanza in occasione delle ultime sei edizioni. L'iniziativa, per numero di partiture inviate alla segreteria artistica, è una tra le più importanti del settore (anche l'ultima edizione organizzata ha registrato, nonostante la pandemia, un grande risultato con 455 composizioni da 49 nazioni).

Questa edizione del concorso ha il sostegno della Fondazione Friuli, ha ricevuto la partnership dell'ERT (Ente Regionale Teatrale del FVG) e i patrocini della Rappresentanza Italiana della Commissione Europea, della Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO, del Ministero degli Affari Esteri, del Comune di Udine e dell'Università degli Studi di Udine. Rai Radio3 è media partner dell'iniziativa e seguirà attraverso le sue frequenze nazionali lo svolgimento del concorso con il programma "Radio3 Suite".

Tra le collaborazioni in essere va sottolineata quella con INA GRM, la prestigiosa istituzione francese punto di rifermento mondiale per la musica elettroacustica, che ha istituito un premio per uno dei vincitori del concorso, e la consolidata presenza degli eredi di Piero Pezzé che da molte edizioni hanno istituito un premio per la sezione "Composizioni per gruppo strumentale da camera" in memoria del compositore friulano scomparso nel 1980. Anche per questa edizione, grazie alla collaborazione con la FIDAPA BPW ITALY, istituzione che ha lo scopo di promuovere, coordinare e sostenere le iniziative delle donne che operano nel campo delle Arti, è stato istituito un premio speciale assegnato ad una compositrice in concorso.  

TEM e Delta Produzioni iniziano le loro attività nel 1995 con l'intento di valorizzare la produzione di musica contemporanea.  Fin dalla loro istituzione la casa editrice e l'associazione, precorrendo i tempi, hanno utilizzato internet per veicolare, senza nessun genere di mediazione, idee ed iniziative su scala mondiale. L'attività di TEM e Delta Produzioni si è focalizzata fin dall'inizio sull'idea di reperire spazi esecutivi per creare occasioni di confronto e visibilità dedicate agli artisti del nostro tempo.

Nel 1995, in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Udine, è stata organizzata la prima edizione del concorso internazionale di composizione "Città di Udine" a cui è seguita, nel 1996, la prima edizione del festival "Contemporanea". Ed è all'interno di questo binomio in bilico tra editoria ed organizzazione di eventi per la creazione di spazi espressivi che sta la forza del progetto che in questi anni ha visto registrare sempre maggiore attenzione ed interesse, grazie anche alla sua capacità di proporre soluzioni innovative al passo con i tempi. Ad oggi si contano ventiquattro edizioni del festival "Contemporanea" e tredici edizioni del concorso internazionale di composizione "Città di Udine" con oltre 140 appuntamenti. (Comunicato stampa)




"Utama - Le terre dimenticate" di Alejandro Loayza Grisi vince il Premio del pubblico al Festival del cinema spagnolo e latinoamericano XV edizione

Si è conclusa a Roma presso il Cinema Farnese Arthouse di Campo de' Fiori la 15a edizione del Festival del cinema spagnolo e latinoamericano, diretto da Iris Martín-Peralta e Federico Sartori. Ad aggiudicarsi il Premio del Pubblico è stato il film UTAMA - Le terre dimenticate, la pluripremiata opera prima di Alejandro Loayza-Grisi in arrivo nei cinema italiani il 20 ottobre che offre uno sguardo inedito e suggestivo tra le terre aspre e remote della Bolivia e che vede protagonista una famiglia Quechua alle prese con il dramma della siccità, nella spettacolare cornice dell'altopiano sudamericano, a più di 3.500 metri sul livello del mare. Dopo essersi aggiudicato il prestigioso Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2022, UTAMA - Le terre dimenticate rappresenterà la Bolivia agli Oscar 2023.

Il tempo sembra scorrere lentamente nella lontana terra incrinata e arida dell'Altiplano boliviano, dove un'anziana coppia quechuadi allevatori di lama, Virginio e Sisa, porta avanti un'umile routine. Quando il nipote Clever si presenta alla loro porta, Virginio si accorge subito che è venuto per convincerli a trasferirsi in città. Il fatto che la siccità li abbia lasciati senz'acqua non aiuta la loro causa a restare. Il respiro pesante di Virginio tradisce la sua capacità di nascondere ciò che lo affligge e l'apparizione di un condor inizia a destare in lui uno strano presagio. Improvvisamente lo scorrere del tempo diventa più che mai prezioso e pone la coppia davanti a un dilemma: resistere nell'attesa delle piogge o seguire le orme di altri quechua e lasciare la loro casa per la città?

Il film, diretto dal giovane regista boliviano, è ambientato in uno dei territori più esposti e vulnerabili ai cambiamenti climatici e racconta il costo umano di questo cambiamento attraverso la storia dei suoi protagonisti, voci di una coscienza perduta e di una saggezza che raramente viene ascoltata. "Gli sconfinati paesaggi, le riflessioni e i ritratti che mettono in risalto gli sguardi profondi dei personaggi sono i miei strumenti per raccontare una storia che interroga profondamente le questioni sociali, ambientali e umane in questi tempi di cambiamento" dichiara Loayza-Grisi tra i primi registi a portare sul grande schermo il fascino e la crudezza di una terra poco rappresentata, quasi dimenticata. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




I Premi finali del Lucca Film Festival
23 settembre - 02 ottobre 2022
www.luccafilmfestival.it

Per i lungometraggi, la giuria composta da Lina Nerli Taviani, Claudio Cupellini, David Riondino e Andrea Sartoretti ha assegnato il Premio come Miglior Film a Yamabuki, di Juichiro Yamasaki, con la seguente motivazione: Come il fiore Yamabuki cresce all'ombra e spesso non visibile, così sono le storie dei protagonisti, raccontate con affetto ed un punto di vista chiaramente politico. Persone che vivono nell'ombra, che per trovare il bene devono germogliare tra le rocce.

La Giuria ha inoltre assegnato tre Menzioni speciali:

- Miglior Attore per Seven Dogs (2021, di Rodrigo Guerrero) a Luis Machín
Con la seguente motivazione: Una straordinaria interpretazione con cui è impossibile non entrare in empatia. Il protagonista è l'anima di un palazzo che riesce a intersecare tutte le vite delle persone che gli stanno intorno.

- Miglior attrice per il film Dos Estaciones (2022, di Juan Pablo González) a Teresa Sánchez
Con la seguente motivazione: Per la monumentale e magnetica presenza di un'attrice che interpreta non solo un personaggio ma l'interezza della sua comunità.

- Miglior sceneggiatura a Sick of Myself (2022, di Kristoffer Borgli)
Con la seguente motivazione: Una sceneggiatura che coglie nel narcisismo esasperato un tema di grande attualità sviluppandone i paradossi e i pericoli.

Per i cortometraggi, la giuria composta dal critico cinematografico Filippo Mazzarella, dall'attrice Carlotta Natoli, dallo sceneggiatore Michele Pellegrini e dalla storyboard artist Liesbet Van Loon ha assegnato il Premio Miglior Film a: K-Saram, di Alisa Berger. La Giuria ha inoltre assegnato una Menzione speciale a: The Captured, di Rongqi Huang.

Per il Premio Marcello Petrozziello la Giuria Stampa ha premiato come Miglior Film: Restos Do Vento di Tiago Guedes
Con la seguente motivazione: Per l'eleganza della regia, per la fotografia oscura, evocativa, potente e perfettamente in linea con la cittadina portoghese e i suoi abitanti, per la capacità di rendere con efficacia, anche attraverso l'uso del linguaggio, l'essenza spirituale del male che come un soffio divento, parafrasando il titolo del film, ci tocca per renderci suoi schiavi. Per la figura poetica di Laureano, un ultimo, un reietto, un selvaggio come tanti in tanti angoli del mondo, ed infine per la tematica della violenza, purtroppo sempre attuale nelle nostre società.

Il Premio della Giuria Popolare come Miglior Film lungometraggio è stato assegnato a: Tropic of Violence, di Manuel Schapira
Con la seguente motivazione: Per la lucida osservazione di una condizione esistenziale drammatica, per l'importanza che l'opera riveste nel costruire e proporre una chiamata all'attenzione rivolta a tutti. Infine, per la rilevanza politica e umana di un opera che osserva un microcosmo e ne fa discorso universale.

Il Premio della Giuria Popolare come Miglior Film cortometraggio è stato assegnato a: We had each other, di Kelly Gallagher.

Il Premio della Giuria Studentesca come Miglior Film lungometraggio è stato assegnato a: Sick of Myself, di Kristoffer Borgli
Con la seguente motivazione: Per la leggerezza amara con cui disegna i personaggi grotteschi della nostra società, per l'atmosfera intima ed intensa che pervade la storia e per l'umanità tagliente della trama.

Il Premio della Giuria Studentesca come Miglior Film cortometraggio è stato assegnato a: Dafne is gone, di Giulia Gonella.

Il Premio Films for our Future come Miglior Film è stato assegnato a: When the mill hill trees spoke to me, di Kirsikka Paakkinen (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Il Premio Fondazione Mimmo Rotella consegnato a Oliver Stone per il documentario "Nuclear"

Si è svolta al Sina Centurion Palace di Venezia la premiazione della ventunesima edizione del Premio Fondazione Mimmo Rotella, Evento Collaterale della 79a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dedicato alla feconda relazione tra i linguaggi del Cinema e dell'Arte, dal 2001, per volontà del grande artista calabrese Mimmo Rotella (Catanzaro 1918 - Milano 2006).

Nicola Canal, Presidente della Fondazione Mimmo Rotella e Gianvito Casadonte, Direttore Artistico del Premio, per questa edizione hanno assegnato il prestigioso riconoscimento al regista, sceneggiatore e produttore statunitense Oliver Stone, per il suo documentario 'Nuclear', presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema.

L'evento è realizzato grazie al Mic, Calabria Film Commission e Calabria Straordinaria e il premio è stato consegnato da Nicola Canal con la seguente motivazione: "Per aver aggiunto alla sua già ricca filmografia un altro tassello dell'intenso connubio tra ricerca artistica e osservazione della realtà. Un lavoro dai risvolti mai usuali, alimentato dal desiderio di osare e di sperimentare sempre nuove frontiere che l'accomuna ai grandi Maestri delle arti figurative. Oliver Stone, con il suo ultimo documentario, ha contribuito a sondare nuove possibili prospettive per l'energia e l'ambiente, argomenti di profonda attualità e rilevanza. In un immaginifico ponte con gli 'strappi' dissacranti e provocatori che hanno reso celebre Mimmo Rotella, Oliver Stone continua a rappresentare un testimone autentico del coraggio, della libertà artistica e della potenza ideologica".

Oliver Stone si è aggiunto al ricco parterre di protagonisti che hanno ricevuto il Premio Fondazione Mimmo Rotella nel corso degli ultimi anni. Tra questi: Mick Jagger, Donald Sutherland, Mario Martone, Toni Servillo, Giuseppe Capotondi, Julian Schnabel, Willem Dafoe, George Clooney, Michael Caine, Ai Weiwei, Jude Law, Paolo Sorrentino, James Franco, Terry Gilliam, Al Pacino, Johnny Depp, Alexander Sokurov, Berry Levinson, João Botelho, Julie Taymor, Takeshi Kitano, Abel Ferrara, Gianni Amelio, Peter Greenaway, Ascanio Celestini, Gian Alfonso Pacinotti e Olivier Assayas. L'evento è stato promosso in collaborazione con Fragiacomo, Sina Centurion Palace e Webgenesis. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Franco Battiato Franco Battiato
Dalla Sicilia all'Iperspazio


Pagina dedicata







Sicilia: Turismo 2022 | Una molteplicità di rilevazioni favorevoli dai turisti nell'Isola della Trinacria

Non è turismo di prossimità, ovvero il passaggio e la permanenza occasionale in un luogo che si trova nel percorso verso la meta prevista. Il turismo in Sicilia è scelta consapevole di volontà e desiderio. Il turista che visita la Sicilia decide di visitare la Sicilia. La Sicilia è il Centro, è il lontano Ovest dei Fenici e dei Greci, l'Oriente Europeo della Spagna Imperiale, il Nord dei Vandali dopo l'incrocio con i Berberi, il Sud solare e mitologico per Goethe e Wagner.

Articolo di Ninni Radicini




Sui Generis - Breve affresco di Renzo Zorzi
di Davide Maffei e Alessandro Barbieri
www.youtube.com/watch?v=JntQaGPeKbk

Realizzato per il centenario di Renzo Zorzi, il video racconta la figura dello straordinario intellettuale e umanista che ha guidato le attività culturali, il disegno industriale e l'architettura dell'azienda Olivetti dopo la morte di Adriano. Il video rientra nel perimetro del progetto "Olivetti. Cronache da un'industria gentile", che ha dato vita ai due docufilm "Paradigma Olivetti" e "Prospettiva Olivetti" per la regia di Davide Maffei. Il filmato è disponibile sul canale Youtube dell'Associazione Archivio Storico Olivetti. (Comunicato di presentazione)




Casa delle tecnologie emergenti di Matera
Creato il logo della Cte Matera


Un tocco d'azzurro in omaggio al gonfalone della città, un sasso stilizzato e un cavo di cablaggio che disegna la "M" di Matera. C'è la città, nei suoi colori e simboli e, con il cavo di cablaggio emblema di reti e interconnessioni, il logo della Casa delle Tecnologie emergenti di Matera "racconta" anche le opportunità che genererà. La Cte Matera ha il suo logo ufficiale. Realizzato dalla Pirene srl, società di pubbliche relazioni che opera dal 1999. Selezionata con bando a evidenza pubblica, la Pirene è stata scelta fra le 11 aziende che hanno partecipato alla selezione.

Offerta competitiva quella dell'azienda romana che, da contratto, seguirà la Cte Matera per un anno occupandosi dell'identità visiva. Descrizione/concept del logo Cte Matera: L'idea nasce dalla volontà di rappresentare lo sviluppo tecnologico nel contesto di una delle più antiche città al mondo. La costruzione del logo "cte matera" è formata da un pittogramma che sintetizza, con un tratto originale e moderno, una linea morbida che dinamicamente disegna la lettera "m" (iniziale di Matera) e si ferma con un punto in alto. Questo elemento ricorda un cavo di rete per cablaggio, simbolo dello sviluppo tecnologico.

La linea è sovrapposta a una forma di colore azzurro (colore della città) che raffigura un grosso sasso. In basso la parte testuale "cte matera" è costruita con un font nuovo e personalizzato di facile lettura, la scelta del minuscolo trasmette disponibilità e apertura all'esterno. Invece in maiuscolo con font Titillium, di dimensioni più piccole, il marchio si completa con "Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera". La scelta dei colori e l'alternanza tra linee morbide e forme rigide conferiscono movimento alla figura e racchiudono il significato di un progetto innovativo e concreto. (Estratto da comunicato stampa)




L'archivio di Citto Maselli donato al Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale

Francesco Maselli, per tutti Citto, ha deciso. Il suo archivio, le carte e i ricordi di una vita a cavallo fra cinema e politica, andranno al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola di cinema dove il regista si è diplomato giovanissimo, e dove a più riprese ha insegnato. Lo annunciano la presidente del CSC, Marta Donzelli, e il conservatore della Cineteca Nazionale, Alberto Anile: l'acquisizione è una delle ultime iniziative di Felice Laudadio, prima della fine del suo mandato da presidente del CSC, e nasce da un'antica amicizia fra lo stesso Laudadio, Maselli e la sua compagna di vita e di lavoro, Stefania Brai.

Il fondo verrà conservato dalla Cineteca Nazionale per quanto concerne i materiali filmici e le fotografie, e dalla Biblioteca Luigi Chiarini, sempre all'interno del CSC, per i materiali cartacei. Si tratta di soggetti, sceneggiature di film non realizzati, articoli, foto, tesi di laurea su Maselli, recensioni di suoi film, pellicole (tra cui diverse scene non montate del film Lettera aperta a un giornale della sera), provini e centinaia di lettere, compreso un ricchissimo carteggio con decine di esponenti politici, a testimonianza della lunga militanza di Maselli prima nel PCI, poi in Rifondazione Comunista.

"È un cerchio che si chiude", dichiara Maselli, ricordando i tempi in cui è stato studente del CSC e l'esame di ammissione durante il quale, a interrogarlo, c'era Michelangelo Antonioni, di cui poi sarebbe diventato amico e collaboratore: "A ogni mia risposta faceva segno di no con la testa, e io pensavo di avere sbagliato. Poi capii che era un tic nervoso". L'archivio di Maselli andrà ora ordinato e catalogato, e sarà poi a disposizione degli storici e degli studiosi, come già i numerosi, importantissimi fondi custoditi presso la Cineteca Nazionale. (Comunicato stampa)




Presentazione e Premi al Taormina Film Fest 2019 e 2020




FEDIC
72 anni di cinema in 70 film di registi


www.youtube.com/watch?v=rcUaIdZelGE&list=PLtVRElSqB9q4Pwu_-LZKjttvjb3-9_PUI

Sul canale Mi Ricordo - L'Archivio di tutti, la playlist FEDIC-72 anni di cinema, composta da 70 cortometraggi di autori FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), tra cui ricordiamo Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli e Bruno Bozzetto, conservati e digitalizzati dal CSC-Archivio Nazionale Cinema Impresa. La rassegna online è composta da opere che fanno parte della storia della FEDIC, un'Associazione Culturale nata nel 1949 a Montecatini Terme, e realizzate da registi il cui contributo rilevante è servito a promuovere il superamento dell'etichetta di cinema amatoriale, per arrivare ad affermare quella di Cinema Indipendente.

La playlist propone titoli di fiction e documentari di impegno civile, di critica sociale, di osservazione della realtà, come quelle di Giampaolo Bernagozzi, Nino Giansiracusa, Renato Dall'Ara, Adriano Asti, Luigi Mochi, Francesco Tarabella e del duo Gabriele Candiolo - Alfredo Moreschi; non mancano opere narrative, spesso poetiche, come quelle di Paolo Capoferri, Piero Livi, Mino Crocè e Nino Rizzotti, ma anche di Massimo Sani, Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli, che si sono poi affermati come autori cinematografici e televisivi.

Un impegno che si riscontra anche nella sperimentazione di nuove forme espressive, si pensi a Tito Spini e, per quanto riguarda il cinema d'animazione, a Bruno Bozzetto e Nedo Zanotti. Non mancano opere recenti capaci di offrire uno sguardo acuto sul nuovo millennio, tra queste ricordiamo i film di Enrico Mengotti, Turi Occhipinti - Gaetano Scollo, Rocco Olivieri - Vincenzo Cirillo, e Franco Bigini, Giorgio Ricci, Giorgio Sabbatini e Beppe Rizzo che rende omaggio a Totò. Sono testimonianze, tracce interessanti, da leggere nel loro insieme, per aggiungere un punto di vista nuovo sul Paese. Uno sguardo che completa quello offerto dal cinema d'impresa, di famiglia e religioso conservato, digitalizzato e reso disponibile dall'Archivio Nazionale Cinema Impresa sui propri canali: Youtube CinemaimpresaTv, Documentalia e Mi ricordo-l'archivio di tutti. Il fondo FEDIC, composto da 5442 audiovisivi, è stato depositato nell'Archivio di Ivrea nel 2017. (Estratto da comunicato stampa)




Fermoimmagine dal film La scuola allievi Fiat Tutti in classe!
www.youtube.com/playlist?list=PL15B-32H5GlJRTfrCCc-ZlSRBJ0DRvP1K

Rassegna online di materiali d'archivio organizzata dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa di Ivrea che è parte della Cineteca Nazionale. La playlist Tutti in classe, disponibile sul canale Youtube CinemaimpresaTV, racconta la scuola grazie ai tanti punti di vista offerti dai film conservati a Ivrea: dalle rigide scuole per allievi Fiat degli anni Sessanta, ai comunicati pubblicitari che invitano a l'acquisto di prodotti scolastici a prezzi popolari o di raffinate macchine da scrivere Olivetti.

"Tutti in classe" termina con La scoperta della logica, diretto da Franco Taviani per Olivetti, il film descrive un esperimento didattico volto a insegnare agli alunni delle classi elementari la matematica con il sussidio del gioco e dell'osservazione del mondo reale, per arrivare a comprendere quali sono le tappe che portano i bambini alla scoperta della logica. Insomma, uno sguardo sulla scuola dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta per ricordare il periodo della vita di ognuno in cui l'ansia per un compito in classe era il problema più grande che potevi avere. (Estratto da comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)

___ Programma

- Seconda D (Basilio Franchina, 1951, 12')
- Giorno di scuola (Giorgio Ferroni, 1954, 10')
- La scuola allievi Fiat Giovanni Agnelli (Stefano Canzio, 1962, 14')
- Olivetti, Lettera 32 (Aristide Bosio, 1965, 1')
- Mi ricordo... I primi giorni di scuola (ca. 1965/1972, 1')
- Vieni alla Standa e guarda il prezzo (ca. 1970-1979, 1')
- La scuola comincia alla Standa (1977, 2')
- La scoperta della logica (Franco Taviani, 1970, 13')




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...)

Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario.

Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema -Cineteca Nazionale))




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Locandina per la presentazione del libro Gentilissima signora Aurelia Gentilissima signora Aurelia
a cura di Lucia Budini e Giuliana Carbi Jesurun, ed. Juliet editrice


Il libro è stato presentato il 28 gennaio 2023 allo Studio Tommaseo di Trieste
www.triestecontemporanea.it

Trieste Contemporanea presenta la seconda pubblicazione della collana libraryline dedicata a Miela Reina (Trieste 1935 -Udine 1972). Il libro pubblica per la prima volta una selezione delle lettere che Miela Reina scrisse alla madre Aurelia Cesari Reina, in fittissima sequenza, negli anni di formazione all'Accademia di Venezia, quindi, dall'autunno del 1955 all'autunno del 1959, data della laurea.

L'interessantissimo epistolario vede la luce, grazie alla trascrizione e all'ordinamento dei manoscritti conservati nell'archivio privato delle famiglie Budini Reina. Sono carte molto speciali poiché contengono molti disegni e bozzetti che si è deciso di riprodurre nel testo delle lettere, aggiungendo una parte di immagini e fotografie provenienti dall'archivio familiare e di riferimenti (grazie alle immagini gentilmente concesse dall'Archivio fotografico ERPAC - Servizio catalogazione, promozione, valorizzazione e sviluppo del territorio, dalla Fondazione CRTrieste e dall'Archivio fotografico del Museo Revoltella - Galleria d'arte moderna di Trieste) ai dipinti citati nel testo, dei quali nel racconto epistolare alla mamma si seguono giorno per giorno le fasi di realizzazione.

Il libro è occasione per conoscere una inedita Miela Reina, giovanissima, versatile e gioiosa nell'apprendere a tutto campo, non solo la pittura al corso di Bruno Saetti (lo spaccato della vita degli studenti fuori sede del tempo è vivacissimo), ma anche dalle molte letture e frequentazioni della vita culturale veneziana (dal cinema al teatro ai concerti) e dai viaggi (in Francia a conoscere Chagall e in Spagna per lavorare alla tesi di laurea sulla pittura castigliana). Questa studentessa diventerà da lì a poco una dei più originali e attenti artisti italiani in dialogo avvincente e autorevole con le tendenze internazionali dell'arte degli anni Sessanta e Settanta - e proprio leggendo queste lettere e le modalità della sua partenza verso l'arte dei grandi c'è ancora il rimpianto che la sua breve vita non le abbia permesso di donarci più a lungo la sua immaginifica creatività: poiché fu "autrice di una vivacissima stupefatta visione del mondo, di una attonita e apocalittica kermesse non eroica" come ebbe a scrivere l'amico e grande estimatore Gillo Dorfles.

Gentilissima Signora Aurelia vuole contribuire a far meglio conoscere una delle figure artistiche più alte della nostra regione e a renderle omaggio. Alla presentazione di sabato, che verrà proposta anche in streaming, in dialogo con le curatrici saranno Paola Bonifacio, storica dell'arte autrice di Miela Reina, la prima monografia sull'artista edita da Mazzotta nel 1999, e (in videoconferenza) Marina Beer, scrittrice e saggista che hanno contribuito all'interpretazione della creatività e degli affetti di Miela Reina a Venezia con due testi pubblicati nel libro in forma di postfazione.

Gentilissima Signora Aurelia è il secondo volume di libraryline, una nuova collana editoriale della Biblioteca di Trieste Contemporanea che raccoglie testi inediti e prime traduzioni di artisti o di autori che hanno contribuito all'arte visiva contemporanea europea o alla sua comprensione. Con la collana, coordinata dalla direttrice della Biblioteca di Trieste Contemporanea Elettra Maria Spolverini (che introdurrà l'incontro di presentazione) e firmata dalla grafica triestina Giulia Lantier, si concretizza una idea di divulgazione della storia dell'arte contemporanea molto cara al comitato triestino, e anche si intercetta e continua un'altra delle missioni prioritarie di Trieste Contemporanea, prevalentemente conosciuta per lo sguardo che da più di un quarto di secolo rivolge alla produzione di arte visiva contemporanea dei paesi dell'Europa dell'Est.

Un mandato, per così dire di reciprocità rispetto all'importazione della conoscenza della cultura artistica ad Est di Trieste: offrire l'opportunità di approfondire all'esterno le espressioni internazionali della produzione di pensiero e di cultura del nostro territorio. Tra le attività svolte in questo segmento merita ricordare le pubblicazioni su e di Sergio Miniussi, la monografia di Marco Pozzetto sugli architetti Berlam, i film documentari su Leo Castelli e su Leonor Fini e si può già anticipare l'ultima iniziativa che verrà resa pubblica in febbraio: la partecipazione alla pubblicazione dell'inedita e importantissima Storia dell'arte in Europa del grande storico dell'arte triestino Decio Gioseffi. (Comunicato stampa)




Atelier di Carlo Fontana con opere in lavoro  Dipinto a olio su tela di cm 50 x 50 denominato Solidi a base rettangolare realizzato da Carlo Fontana nel 2020 Poligoni platonici
di Carlo Fontana, Juliet Editrice, gennaio 2023, testo critico di Gabriele Perretta, progetto grafico di Piero Scheriani, pagg 40 + cover con alette
www.juliet-artmagazine.com

* Presentazione e diffusione in anteprima in occasione della 46° edizione di Arte Fiera, a Bologna, nello stand Juliet, nelle giornate del 2, 3, 4, 5 febbraio 2023.

Poligoni platonici è la quinta pubblicazione che Juliet Editrice dedica al lavoro di Carlo Fontana, con immagini commentate e testo critico di Gabriele Perretta. Carlo Fontana (Napoli, 1951), vive a Casier (Treviso). Si è diplomato all'Accademia di BB.AA. di Napoli, nel corso di pittura con il maestro Domenico Spinosa. Dopo aver esordito con happening dalla fissità teatralizzata e con attività estetica nel territorio, in concomitanza alle teorie formulate negli anni Settanta da Enrico Crispolti, nel decennio successivo inizia un percorso pittorico che vede il colore e la ricerca della luce al centro della sua opera. Sue opere sono presenti, a Trieste, presso la sede della Soprintendenza, nel palazzo storico dell'ITIS e al Museo Diocesano (ex Seminario), a Bologna presso la Collezione Zavettini e nel circuito nazionale sloveno presso la Galerija Murska Sobota.

Tra i critici che si sono occupati del suo lavoro si ricordano: Francesca Agostinelli, Giulia Bortoluzzi, Boris Brollo, Antonio Cattaruzza, Enrico Crispolti, Edoardo Di Mauro, Pasquale Fameli, Robert Inhof, Emilia Marasco, Gabriele Perretta, Alice Rubbini, Maria Luisa Trevisan, Roberto Vidali.

La prima testimonianza, prodotta da Juliet Editrice, ancora nel lontano 1999, fu un libro d'artista di formato quadrato, con copertina rossa e con testo introduttivo firmato da Roberto Vidali. Lì si parlava della natura figurativa dell'opera di Carlo Fontana, dell'uso quasi matissiano del colore, della scomposizione dell'immagine che era in debito con la poetica cubista della prima ora, ma ci soffermava anche a dare una giustificazione storica di un lavoro che di primo acchito poteva sembrare povero d'intenti e di idee, mentre dietro c'era tutto un percorso storico, una linea continua che procedeva dalle prime esperienze operate nel sociale e sul territorio, assieme al gruppo degli Ambulanti, nel corso degli anni Settanta.

In questo caso, invece, il catalogo, a parte un excursus storico di immagini (tutte spiegate ed analizzate con testi lapidari) propone solo un insieme di opere che dobbiamo prosaicamente definire astratto-geometriche e che fanno parte della più recente produzione dell'autore. Gabriele Perretta, nel ricostruire il percorso di questo autore, parte dalla prima performance/azione conosciuta di Carlo Fontana: siamo nel 1974, "Fate l'amore non la guerra", dove solo la sottrazione di una virgola distingue questo titolo dallo slogan in voga negli anni Settanta e che si rifaceva alle guerre di liberazione del Terzo Mondo in secundis e alla guerra del Vietnam in primis, una guerra rovinosa che si concluderà appena l'anno successivo.

L'aggancio, sottolineato da Perretta, va poi, al 1975, con le prime azioni sul territorio di Napoli, progettate assieme al gruppo degli Ambulanti, dove le tessere di mosaico che l'autore distribuiva alle persone che lo avvicinavano, sono già anticipazione di quelle macchie di colore che oggi ritroviamo nei suoi quadri. Ora che la figura che Carlo Fontana interpreta (nelle sfilate del Quartiere Bagnoli di Napoli o di Piazza San Marco a Venezia) fosse quella dell'acquaiolo (di napoletana memoria) o fosse quella afro-napulitana di un povero portatore d'acqua, quello che conta è che il colore era testimonianza già presente e fondante fin da quei lontani anni Settanta, quando nell'arte internazionale il dominio maggiore era quello del bianco e nero (si pensi alle foto di Gilbert & George, di Bernd & Hilla Becher, di Urs Lüthi, di Joseph Beuys e così via).

In questo modo Gabriele Perretta ci fa toccare con mano le ragioni storiche del lavoro di Carlo Fontana, mentre allo stesso tempo sottolinea come il nome di Enrico Crispolti, a cornice di quella situazione culturale (si pensi alla X Quadriennale del 1975, alla Biennale di Venezia del 1976, alla Biennale di Gubbio, nel 1979) non sia stato dei più appropriati perché in realtà non ha saputo valorizzare il lavoro dei singoli autori, preferendo fotografare un fenomeno dalla portata collettiva, spesso però confondendone il valore dei singoli apporti individuali. (Estratto da comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Atelier di Carlo Fontana con opere in lavoro, ph courtesy Juliet
2. Carlo Fontana, Solidi a base rettangolare, 2020, olio su tela, cm 50x50, ph courtesy Juliet




Il quaderno
di Sonia Bergamasco, ed. La Nave di Teso, 2022, pp. 112, euro 16,00


Il libro è stato presentato il 21 gennaio 2023 allo Lo Spazio (Pistoia)
www.lospaziopistoia.it

Sonia Bergamasco presenta la sua raccolta poetica, in dialogo con Massimiliano Barbini. L'evento è realizzato in collaborazione con l'Associazione Teatrale Pistoiese, in occasione dello spettacolo, in cui Sonia Bergamasco è protagonista, Chi ha paura di Virginia Woolf?, in programma al Teatro Manzoni il 21 e 22 gennaio.

"Leggendo Il quaderno di Sonia Bergamasco sembra di seguire la coda di una cometa, stare immersi in frantumi di polvere di stelle, seguendo un andamento fatto di svolte improvvise, di continue sorprese. Bergamasco non sente il bisogno di spiegare, si fida della potenza esplosa delle parole e dell'intelligenza di chi le riceverà, e chi legge sente la sua fiducia e la ricambia, s'immerge in una lingua rara e nuova, nella struttura di un altro mondo, dove le cose emergono a lampi e gli oggetti sono ricoperti dalle proprie astrazioni, come nella vita interiore di ognuno. Appaiono dunque simboli, volti, manufatti, musi, illuminati dal fascio di luce di una torcia che ruota, seguendo il ritmo cardiaco di una bambina che danza." dalla prefazione di Maria Grazia Calandrone

Sonia Bergamasco è nata a Milano, dove si è diplomata in pianoforte. A teatro lavora con Antonio Latella, Thomas Ostermeier, Jan Fabre, Theodoros Terzopoulos, Carmelo Bene, Giorgio Strehler. Premio Duse per il suo lavoro d'attrice, è interprete e regista di spettacoli in cui l'esperienza musicale si intreccia più profondamente con il teatro. Interpreta in Italia e all'estero ruoli di cantante-attrice (Teatro Sâo Carlos di Lisbona, La Scala di Milano, San Carlo di Napoli). Per l'edizione 2019 del Festival del Maggio musicale fiorentino firma la regia delle Nozze di Figaro di Mozart.

Al cinema lavora con Bernardo Bertolucci, Giuseppe Piccioni e Franco Battiato. Protagonista del film L'amore probabilmente di Giuseppe Bertolucci, e Nastro d'Argento per La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. È la Regina madre del film Riccardo va all'inferno di Roberta Torre e Luce nella commedia Come un gatto in tangenziale, diretta da Riccardo Milani. Premio Flaiano come miglior interprete nel film De Gasperi, di Liliana Cavani, riscuote grande successo nelle serie tv Tutti pazzi per amore e Una grande famiglia, entrambe dirette da Riccardo Milani, ed è Livia nella serie Il commissario Montalbano. Per il film Quo vado?, diretto da Gennaro Nunziante, vince il premio Flaiano come interprete dell'anno, il premio Alida Valli come migliore attrice non protagonista al Bari International Film Fest e il premio CIAK d'oro. (Comunicato stampa)




Copertina del catalogo Leonardo Dudreville e Nuove Tendenze Leonardo Dudreville e Nuove Tendenze. L'avanguardia negli anni Dieci
Edizioni Fondazione Ragghianti - Silvana Editoriale, 240 pagine, 32 euro


Il volume è stato presentato il 12 gennaio 2023 al Museo del Novecento (Milano)
www.fondazioneragghianti.it | www.museodelnovecento.org

A pochi giorni dalla conclusione della mostra "Nuove Tendenze. Leonardo Dudreville e l'avanguardia negli anni Dieci", organizzata dalla Fondazione Ragghianti di Lucca, la presentazione del volume pubblicato dalla Fondazione Ragghianti e da Silvana Editoriale in occasione dell'esposizione. Il presidente della Fondazione Ragghianti Alberto Fontana, il direttore della Fondazione Paolo Bolpagni, il curatore della mostra e del catalogo Francesco Parisi e la storica dell'arte Elena Pontiggia presentano il volume, che include riproduzioni e schede di tutte le opere esposte, ma anche documenti e materiali d'epoca e che, come la mostra, propone un'indagine approfondita sulla ricerca artistica e sulla prima produzione di Leonardo Dudreville (Venezia, 1885 - Ghiffa, 1976), dagli esordi divisionisti, fino alla firma del manifesto "Contro tutti i ritorni in pittura" (1920) e a una nuova concezione della figurazione.

Il catalogo ripercorre l'esemplare traiettoria dell'artista, analizzando quella congiuntura culturale che portò nel 1913 alla formazione del gruppo Nuove Tendenze, composto, oltre che da Dudreville, dai pittori Adriana Bisi Fabbri, Carlo Erba, Achille Funi e Marcello Nizzoli, dagli architetti Giulio Arata, Mario Chiattone e Antonio Sant'Elia, dallo scultore Giovanni Possamai, dalla decoratrice tessile Alma Fidora e dai critici Carlo Bozzi, Decio Buffoni, Gustavo Macchi e Ugo Nebbia.

La mostra e il catalogo su Leonardo Dudreville e su Nuove Tendenze dedicano un focus particolare anche alla "Mostra di Pittura e Scoltura Rifiutata" inaugurata al Caffè Cova di Milano nell'ottobre del 1912, che costituì una delle premesse, in termini concettuali, per la successiva vicenda di Nuove Tendenze. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Copertina del libro di poesie E l'alma si spaurì di Marco Pavone con in copertina il dipinto di un un uomo pensieroso seduto su uno sgabello E l'alma si spaurì
di Marco Pavone, Kemonia Edizioni, prefazione di Maria Gabriella Riccobono, Palermo 2022
 

Il libro è stato presentato il 13 gennaio 2023alla Casa dell'equità e della bellezza (Palermo)

Daniele Billitteri e Anna Li Vigni presenteranno la raccolta di poesie di Marco Pavone. Un percorso interiore lungo decenni, dal 1976 al 2002, alla fine del quale «ritrovarsi per riconoscersi»: questo è "E l'alma si spaurì". Lungo questo cammino Marco Pavone è riuscito a mettere a nudo i suoi sentimenti più intimi e profondi, le cicatrici della sua anima, le sue paure e debolezze. Nel corso della serata intrattenimento musicale a cura del gruppo musicale Alenfado.

Marco Pavone (Palermo, 1959) negli anni del liceo scrive i primi componimenti poetici. Nel 1982 si laurea in matematica all'Università degli Studi di Pisa. Nel 1989 consegue un Ph.D. in matematica presso la University of California, Berkeley. Dopo un breve periodo trascorso come ricercatore al Politecnico di Torino, dal 1993 è professore associato di Analisi Matematica presso l'Università degli Studi di Palermo. È appassionato di indovinelli di logica, canto sacro corale, origami, poesia, Divina Commedia e musica classica. Per il gruppo musicale palermitano Alenfado ha composto la melodia di quattro brani, due dei quali pubblicati nel CD Passeando. (Estratto da comunicato stampa)




Dipinto a olio su tela di cm 40x60 denominato Guardando a Est e Ovest relizzato da Antonio Sofianopulo 2002 Roberto Vidali davanti a una tela di Zivko Marusic in una foto di Eugenio Vanfiori Copertina di Tre bacche di rovo "Tre bacche di rovo"
di Roberto Vidali, Juliet Editrice, dicembre 2022, pagg 92, extra issue Juliet n 210 / dicembre, pubblicazione con apparati iconografici, copertina di Antonio Sofianopulo, progetto grafico di Piero Scheriani

Questo fascicolo firmato da Roberto Vidali è l'ennesima testimonianza della "proteo-scrittura" che l'autore pratica fin dal 1980, alla ricerca di una terra dove ancorarsi, il che non va letto come motivo di immaturità o di evoluzione, ma di ricerca e di attenzione alla diversità. Questo testo mette insieme più modalità: una presunta tipologia da manuale di storia dell'arte (scorrevole e con analisi precise e puntuali dei fatti) con istanze da mente critica che conduce a paragoni tra situazioni simili e ad affioramenti nella contemporaneità, dove si trovano idee personalissime e riscontri soggettivi.

Gli intrecci e i rimandi sono molteplici ed è sì questa una pratica diffusa all'interno della critica contemporanea, ma forse non praticata con una modalità così variegata, nel senso che il magma che affiora da questa narrazione indica dei pensieri ossessivi, sebbene non sempre gli esempi offerti o i punti di meditazione siano messi sulla carta per dare la certezza della risposta. Uno dei temi ricorrenti dell'intero sviluppo narrativo, è quello della "classicità" ovvero di una possibile istanza classica presente nel mondo contemporaneo, un mondo che è stato costruito sui palazzi abbattuti dalle avanguardie storiche e di cui noi viviamo l'eredità. E quali sono le radici di queste avanguardie? Quali le radici della poetica di Duchamp e del successivo lavoro concettuale di Kosuth?

Ecco, l'autore ci dà quattro nomi: Seurat, van Gogh, Gauguin, Cézanne. E approfondisce la loro importanza con la lettura di una singola opera. L'aspetto insolito di questo testo sono le note, una specie di racconto parallelo e di lunghezza pari a un quinto dei tredici capitoli in cui è suddiviso il libro. Le note non sono stilate in maniera accademica (con gli op.cit. e gli ibidem e il rinvio alle pagine specifiche), perché bisogna domandarsi: quanti sono quelli che nel leggere un saggio sentono veramente il bisogno di andare a cercare il confronto col testo a cui rinvia la nota? Meglio, allora, una nota che aiuta ad approfondire o rinvia a un ulteriore collegamento invece di trovarsi alla sterile informazione di un titolo, di una pagina, di un anno di pubblicazione. Perciò, molte sono le domande che vengono poste e poche sono le risposte che vengono date, proprio per lasciare la possibilità a ogni lettore di cercare di proseguire con i propri piedi un percorso di approfondimento.

Tutto ciò può essere utile, senza pretendere che il metodo sia democratico o partecipativo, perché ogni testo è, innanzitutto, una testimonianza del proprio pensiero, e questo testo firmato da Roberto Vidali non è da meno. Questa pubblicazione, con solo sette immagini che ne illustrano il percorso narrativo, dedica la copertina al lavoro di Antonio Sofianopulo, come modello ed esempio di una pittura che si fa punto interrogativo della contemporaneità. "Tre bacche di rovo" verrà diffuso e distribuito al BAF (Bergamo, 13, 14, 15 gennaio 2023) e ad Arte Fiera (Bologna, 3, 4, 5 febbraio 2023)

Roberto Vidali (Capodistria, 1953) dal 1955 risiede, più o meno, a Trieste. Dopo aver compiuto gli studi presso l'Accademia di BB.AA. di Napoli si è dedicato alla promozione dell'arte contemporanea. Dal 1975 al 1987 è stato direttore esecutivo per la sezione arti figurative del Centro La Cappella di Trieste, dove ha curato quarantaquattro mostre, tra le quali ricordiamo quelle di Riccardo Dalisi, Giuseppe Desiato, Stefano Di Stasio, Živko Marušic. Dal 1979 al 1985 ha collaborato alla pagina culturale del quotidiano "Il Piccolo" e dal 1980 è direttore editoriale della rivista Juliet.

Ha inoltre firmato svariate pubblicazioni; tra le altre: "L'uva di Giuseppe" (1986), "Uhei, uistitì" (1988), "Sul Filomarino slittando" (1990), "Bestio!" (1993), "Merlino, pinturas" (1993), "Massini, énkaustos" (1994), "Sofianopulo, quadros" (1994), "Oreste Zevola, rosso tango" (1994), "Mondino, tauromania" (1995), "Barzagli, impressos" (1995), "Libellule" (1995), "Perini, photos" (1996), "Notturno, setas" (1996), "Ascoltatemi!" (1997), "Kastelic, cadutas" (1997), "Damioli, Venezia New York" (1998), "Onde di formiche a far filari" (1998), "Carlo Fontana" (1999), "Topin meschin" (1999), "Giungla" (1999), "No, non è lei" (2003), "Mamma, vogghiu fa' l'artista" (2007), "Otto fratto tre" (2010).

A seguire "I pensieri di Giacomino Pixi", pubblicato nel 2012. Dal 1991 è coordinatore per l'attività espositiva dell'Associazione Juliet nella cui sede ha presentato innumerevoli artisti; tra gli altri si segnalano: Piero Gilardi, Marco Mazzucconi, Maurizio Cattelan, Ernesto Jannini, Paola Pezzi, Luigi Ontani, Enrico T. De Paris, Alberto Garutti, Mark Kostabi, Massimo Giacon, Cuoghi Corsello, Aldo Mondino, Aldo Damioli, Botto & Bruno, Bonomo Faita. Nel 1994 ha partecipato alla realizzazione della pagina culturale del quotidiano "La Cronaca" e nel 1997 ha pubblicato alcune interviste sulla pagina culturale de "Il Meridiano". Dal 1998 al 2010 è stato direttore incaricato della PARCO Foundation di Casier. Dal novembre del 2000 e fino alla sua chiusura ha collaborato al mensile "Network Caffé", dal 2005 e fino al 2009 ha collaborato con il mensile "Zeno". (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Antonio Sofianopulo, Guardando a Est e Ovest, 2002, olio su tela cm 40x60, Ph courtesy Victor Saavedra, Barcelona 2. Copertina di "Tre bacche di rovo"
3. Roberto Vidali, davanti a una tela di Živko Marušic, in una foto di Eugenio Vanfiori





Eredi Boggiano
di Cristiano Berti, ed. Quodlibet


13 gennaio 2023, ore 18.00
Studio Tommaseo - Trieste
www.triestecontemporanea.it

Vincitore dell'Italian Council (X edizione, 2021), Eredi Boggiano è un libro d'artista speciale: completamente privo di immagini, il volume mette al centro la parola, valorizzandone il suo significato più profondo e prendendo la forma di un saggio di interesse storico. Frutto di cinque anni di ricerche, Eredi Boggiano fa parte del secondo dei "Cicli Futili" una serie di opere ibride nella quale Berti coniuga ricerca archivistica e artistica, per interrogarsi sulla capacità della storia di contribuire all'interpretazione della realtà in un mondo che mescola rapidamente culture e genti.

Protagonista della nuova indagine di Cristiano Berti è la figura controversa di Antonio Boggiano, un facoltoso commerciante italiano vissuto a Cuba nella prima metà dell'Ottocento, e le centinaia di persone che egli "possedette" come schiavi di casa o nella sua piantagione di caffè. Eredi Boggiano ci restituisce così un'attenta fotografia della tratta degli schiavi nella Cuba dell'Ottocento e delle ombre del colonialismo e del razzismo, che raggiungono l'attualità.  Presentato nell'ambito delle attività libraryline della Biblioteca Trieste Contemporanea. L'autore converserà con Giuliana Carbi Jesurun. Il progetto Eredi Boggiano è realizzato grazie al sostegno dell'Italian Council (X edizione, 2021), programma di promozione internazionale dell'arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Cristiano Berti (Torino, 1967) è un artista visivo; vive e lavora a Jesi. Adopera principalmente i medium della fotografia, del video e dell'installazione. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Macerata. Ritorna a Trieste Contemporanea dopo la presentazione della ricerca "Gaggini. Le Alpi e il Tropico del Cancro" che ha dato avvio a questo ultimo ciclo di studio. (Comunicato stampa Trieste Contemporanea)




Tra due mondi. Storia di Philip Rolla
di Maria Grazia Rabiolo, Edizioni Fondazione Rolla, 2022, pp. 128, 210x148 mm, 20Chf/20Euro


Il libro è stato presentato il 15 ottobre 2022 presso La Filanda a Mendrisio (Svizzera)
www.rolla.info

Partito dalla California non appena conclusa l'Università, Philip Rolla fa il percorso inverso rispetto ai suoi nonni, arrivati a inizio Novecento dal Piemonte. La sua avventura professionale inizia a Torino e proseque nella Svizzera italiana. Ingegnere artigiano, è l'inventore delle eliche più performanti a livello internazionale. Il suo nome è legato al mondo della motonautica e delle imbarcazioni in generale. Ma da sempre coltiva una grande passione per l'arte contemporanea e per la fotografia.

La sua esistenza si svolge dunque tra Stati Uniti, che non ha mai dimenticato, ed Europa, Svizzera in particolare. A Bruzella, nella Valle di Muggio, dove risiede con la moglie Rosella, ha costituito una collezione di opere d'arte importante e una fondazione che organizza con regolarità esposizioni fotografiche negli spazi dell'ex scuola d'infanzia. La sua è un'esistenza decisamente particolare e interessante. La biografia di Maria Grazia Rabiolo la ripercorre tappa dopo tappa, con rigore e partecipazione al contempo. Ne emerge il ritratto di un uomo, di un professionista e di un collezionista a dir poco speciale, difficilmente imitabile.

Maria Grazia Rabiolo, nata nel 1957 a Losanna (Canton Vaud) e cresciuta a Viganello (Cantone Ticino), è laureata in Lettere all'Università degli Studi di Milano. Giornalista culturale, ha lavorato per trentaquattro anni alla RSI - Radiotelevisione svizzera di linqua italiana. (Comunicato Rolla.info)




Dopo Terra Matta
Incontro con Giovanni Rabito


Il romanzo della vita passata
di Vincenzo Rabito, testo rivisto e adattato da Giovanni Rabito, ed. Einaudi

Presentazione libro il 29 settembre 2022 alla Sala Giuseppe Di Martino a Catania

A cura dei Centri Culturali Gruppo Iarba, Fabbricateatro e Le stelle in tasca, si svolgerà un incontro con Giovanni Rabito, figlio di Vincenzo, autore di Terra Matta. Nell'occasione, sarà presentato Il romanzo della vita passata, secondo dattiloscritto autobiografico di Vincenzo Rabito, una nuova riscrittura della sua vita a tutt'oggi interamente inedita e successiva alla prima stesura pubblicata sempre da Einaudi nel 2007. Discuteranno, insieme al curatore di Il romanzo della vita passata, delle peculiarità che attribuiscono un'importanza particolare alla seconda stesura autobiografica, Nino Romeo, Daniele Scalia e Orazio Maria Valastro. Graziana Maniscalco leggerà una selezione di brani dell'opera.

Scrive Giovanni Rabito nella prefazione: «Come ben sanno i lettori di Terra matta, mio padre non è mai andato a scuola. Ha imparato a leggere e a scrivere da solo, come da solo ha imparato il mestiere di vivere e l'arte di lavorare duro per vivere meglio. Allo stesso modo, da solo, ha imparato a usare la macchina da scrivere, uno strumento tecnologicamente avanzato almeno per i suoi tempi, e infine a diventare scrittore: scrittore della sua vita, del suo paese natale, della sua gente e forse addirittura del suo secolo».

Vincenzo Rabito (Chiaramonte Gulfi, 1899-1981), «Ragazzo del '99», è stato bracciante da bambino, è partito diciottenne per il Piave, ha fatto la guerra d'Africa e la Seconda guerra mondiale. È stato minatore in Germania, poi è tornato in Sicilia, dove si è sposato e ha allevato tre figli. Il suo Terra Matta ha vinto il «Premio Pieve» nel 2000, ed è conservato presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Giovanni Rabito, figlio di Vincenzo, nasce nel 1949 a Chiaramonte Gulfi in Sicilia, e risiede attualmente a Sydney in Australia. Nel 1967 inizia i suoi studi universitari di Giurisprudenza a Messina, trasferendosi in seguito a Bologna nel 1968. In quegli anni prende parte al movimento letterario italiano della Neoavanguardia, il Gruppo 63 costituitosi a Palermo nel 1963. Scrive poesie pubblicate in riviste letterarie come Tèchne, fondata nel 1969 da Eugenio Miccini come laboratorio dello sperimentalismo verbo-visivo legato all'esperienza del Gruppo 70, e Marcatré, rivista di arte contemporanea, letteratura, architettura e musica, fondata e diretta da Eugenio Battisti nel 1963. Condivide con il padre la passione per la scrittura. Grazie a Giovanni Rabito, il dattiloscritto del padre intitolato Fontanazza, la storia di vita di un uomo che ha attraversato il novecento italiano, è presentato nel 1999 all'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Fontanazza è stato premiato nel 2000, e pubblicato con il titolo Terra Matta nel 2007. (Comunicato stampa)




Uno Stato senza nazione
L'elaborazione del passato nella Germania comunista (1945-1953)
di Edoardo Lombardi, ed. Unicopli, 2022, p. 138, euro 18.00


Presentazione libro
29 settembre 2022, ore 18.00
Lo Spazio - Pistoia
www.lospaziopistoia.it

Lo Spazio Pistoia, in collaborazione con l'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Pistoia presenta il saggio. Ne discuterà con l'autore Stefano Bottoni (Università di Studi di Firenze). Provata dall'esperienza del secondo conflitto mondiale e con un passato difficile da elaborare, la Germania entrava nel 1945 in uno dei periodi più complessi della sua storia, divisa e occupata dalle potenze alleate vincitrici. In questo nuovo contesto, i comunisti tedesco-orientali riconobbero immediatamente nella storia uno strumento per legittimare il proprio ruolo di guida delle masse. Una consapevolezza che, con la nascita della Repubblica Democratica Tedesca nel 1949, portò la SED (ovvero il Partito socialista unificato di Germania, che per quarant'anni fu la compagine politica dominante nella Germania Est) a trasformare la storia in uno strumento istituzionale.

Essa divenne infatti la base fondante per legittimare l'esistenza del «primo Stato socialista sul suolo tedesco», riplasmando e in certi casi reinventando il passato. Erano i primi passi di uno Stato senza Nazione, il cui tentativo di appropriazione della storia andò realizzandosi in modo molto graduale e non senza difficoltà, come questo libro racconta, seguendone dettagliatamente gli sviluppi.

Edoardo Lombardi è dottore magistrale in Scienze storiche presso l'Università degli Studi di Firenze. Dal 2018 collabora con l'Istituto storico della Resistenza e dell'Età contemporanea di Pistoia (Isrpt), per il quale svolge attività di ricerca e di didattica sul territorio. Nel 2020 entra a far parte della redazione del periodico dell'istituto, «Farestoria. Società e storia pubblica». I suoi interessi di studio riguardano soprattutto la storia culturale della Germania e dell'Italia in Età contemporanea, con particolare attenzione alle politiche culturali della Repubblica democratica tedesca. (Comunicato stampa)




I disegni di Charles Percier 1764-1838
Toscana, Umbria e Marche nel 1791
a cura di Sabine Frommel e Jean-Philippe Garric, Campisano Editore, 2021


Il volume è stato presentato il 19 settembre 2022 alla Accademia Nazionale di San Luca a Roma

Il volume raccoglie i disegni che Charles Percier (Parigi, 1764 - 1838) ha eseguito durante la sua breve permanenza in Toscana e nel suo passaggio in Umbria e nelle Marche, mettendo a fuoco un ulteriore aspetto della sua ricca produzione grafica durante gli oltre quattro anni trascorsi in Italia. I disegni sono una sorta di enciclopedia personale. Non furono realizzati unicamente come ricordo dei luoghi più notevoli che Percier ebbe l'opportunità di visitare, ma si pongono come un vero e proprio strumento professionale, cui fare ricorso per ideare libri, nutrire riflessioni da architetto e il proprio lavoro di progettazione, illustrare idee ai numerosi studenti. Alla fine della sua vita Percier fece rilegare i disegni in volumi tematici, e li lasciò in eredità ai suoi allievi, che poi li donarono alla Biblioteca dell'Institut de France dove tutt'ora si conservano.

Il soggiorno in Toscana di Percier è di poco successivo alla partenza da Roma, tappa del viaggio a piedi che nel 1791 lo riportò a Parigi. Si presenta come una parentesi che gli permette, in margine al percorso principale che attraversa Spoleto, Campello sul Clitunno, Foligno, Loreto, Ancona, Pesaro, Fano, Tolentino, Macerata e Recanati, di visitare Radicofani, San Quirico d'Orcia, Siena, Arezzo, e soprattutto Firenze, città alla quale dedica più di sessanta disegni. A segnare questo viaggio nell'architettura furono le precedenti esperienze romane, che consentirono a Percier di maturare di affinare progressivamente l'esercizio del rilievo e di perfezionare la sua tecnica, caratterizzata dal tratteggio a lapis, poi ripassato a penna e infine ad acquerello.

Questo prezioso, seducente corpus grafico, oltre a offrire le prime testimonianze note di alcuni monumenti e a documentare spazi urbani di notevole importanza, attesta il gusto, gli interessi e lo sguardo eclettico di un giovane architetto francese della fine del Settecento. Uno sguardo che abbraccia un ampio arco cronologico, dall'antico al periodo moderno, accordando particolare interesse alle prime manifestazioni del Rinascimento, privilegiandone la dimensione arcaica che aveva già suscitato il suo interesse nello studio di case e palazzi del Quattrocento romano. Per rispondere a questa polisemia, il presente volume si arricchisce di analisi storiche complementari, riunendo specialisti della storia di Firenze, della Toscana e delle varie località visitate da Percier, dell'arte edilizia del Rinascimento, della cultura e della pratica architettonica francesi ed europee nell'età rivoluzionaria e napoleonica.

Sabine Frommel è Directeur d'études alla cattedra d'Histoire de l'Art de la Renaissance all'École Pratique des Hautes Études (Sorbonne, PSL). Dal 2013 al 2015 è professore invitato all'università di Bologna (Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica). I suoi interessi scientifici sono dedicati a una molteplicità di temi trasversali: i grandi architetti del Rinascimento italiano, l'evoluzione delle tipologie e dei linguaggi architettonici nel Quattrocento e Cinquecento, i processi di migrazione in Europa, la rappresentazione dell'architettura nella pittura, la fortuna del Rinascimento fino all'Ottocento, la nascita e lo sviluppo della disciplina della storia dell'architettura.

Sabine Frommel è membre associée dell'Academie Royale à Bruxelles e membre correspondant de l'Académie des Beaux Arts à l'Institut de France. Nel 2018 riceve il Premio Sulmona (Premio di Critica d'Arte, XXI Edizione). Fra le sue ultime pubblicazioni, Peindre l'architecture durant la Renaissance italienne. Origines, évolution, transmission d'une pratique polyvalente (Chaire du Louvre), Paris, 2020; Leonardo da Vinci. Architektur und Erfindungen (Stuttgart, 2019); Leonardo da Vinci e l'architettura (con J. Guillaume, Modena, 2019; ed. fra. Léonard de Vinci et l'architecture, Paris); Giuliano da Sangallo (Firenze, 2014; ed. ted. Giuliano da Sangallo. Architekt der Renaissance. Leben und Werk, Basel, 2020).

Jean-Philippe Garric è professore di Storia dell'architettura contemporanea all'università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. Incaricato dei programmi di ricerca in storia dell'architettura dell'Institut National d'histoire de l'art (2006-2012) e stato invitato alla Sapienza (2018) e a Columbia University (2019). Tra le sue pubblicazioni si segnalano: la ristampa critica dei due principali libri di architettura di Percier e Fontaine: Villa de Rome. Choix des plus célèbres maisons de plaisance de Rome et de ses environs, Bruxelles (Mardaga, 2006); Palais de Rome. Palais, maison set autres édifices modernes dessinés à Rome, Bruxelles (Mardaga, 2008); una biografia di Percier e Fontaine: Percier et Fontaine. Les architectes de Napoléon (Belin, 2012) e la prima edizione delle memorie private di Fontaine (Mia Vita, Paris (Éditions des Cendres, 2017).

Ha inoltre curato la prima mostra su Percier (Charles Percier. Architecture and Design in an Age of Revolutions (Yale University Press, 2016 / Réunion des musées nationaux, 2017) ed è stato uno dei curatori della prima mostra dedicata a Jean Jacques Lequeu: Jean-jacques Lequeu. Bâtisseur de fanstasmes (con L. Baridon e M. Guédron, 2018). (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Pietro Consagra. Scultura in Relazione. Opere 1947-2004

Il catalogo è stato presentato il 19 settembre 2022 alla Galleria Mucciaccia di Roma

Presentazione del catalogo della mostra personale di Pietro Consagra, a cura di Francesca Pola, realizzata in collaborazione con Archivio Pietro Consagra, in corso negli spazi di largo della Fontanella Borghese fino al 20 settembre 2022. A parlarne interverranno Gabriella Di Milia, direttrice dell'Archivio Pietro Consagra e Francesca Pola, curatrice della mostra.

Il volume analizza le sessanta opere esposte per l'occasione in galleria che ripercorrono la ricchezza inventiva di Pietro Consagra (Mazara del Vallo, 1920 - Milano, 2005), una delle figure più significative del panorama artistico internazionale del XX secolo, grazie a un testo della curatrice, Francesca Pola, e alle schede di approfondimento a cura dell'Archivio Pietro Consagra.

La selezione di opere, dalle sue prime sculture astratte del 1947 alle ultime opere degli anni 2000, costituisce la prima significativa retrospettiva dell'artista a Roma dopo l'importante antologica dedicatagli dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna nel 1989, restituendo una chiave di lettura che evidenzia l'importanza dei rapporti tra scultura, spazio, osservatore: un'attenzione specifica alla "ubicazione" della presenza plastica in relazione all'osservante, fulcro della caratteristica "scultura frontale" codificata da Consagra a partire dai suoi celebri Colloqui dei primi anni Cinquanta e contestualmente teorizzata già dal suo libro Necessità della scultura (1952). (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Gaetano e i Salvemini
di Mauro Salvemini, ed. Albatros edizioni

Il libro è stato presentato il 25 giugno 2022 alla Biblioteca Civica "Farinone-Centa" di Varallo

In questo libro Mauro Salvemini ripercorre le vicende, politiche ma soprattutto personali, di cui sono stati protagonisti i membri della famiglia Salvemini, uomini e donne uniti dal forte legame con la loro terra d'origine, animati da un profondo desiderio di portare avanti le proprie convinzioni e disposti a sacrificarsi ai limiti del possibile per aiutarsi reciprocamente. A partire da Gaetano Salvemini, figura di spicco dell'antifascismo, il lettore si trova ad attraversare un'epoca, a conoscerla e a fare i conti con le grandi ingiustizie e le piccole gioie che l'hanno resa indimenticabile. A fare della lettura un'esperienza ancora più intensa, un ricco corpus di lettere e foto appartenenti all'autore, che offre così un viaggio a tutto tondo nella sua storia familiare e la tramanda ai posteri. (Estratto da comunicato stampa)




Copertina del libro Matthias Schaller Matthias Schaller - Horst Bredekamp
Ad omnia: Sull'opera del veronauta Matthias Schaller

ed. Petrus Books, 862 fotografie, 156 pagine, hardcover, 32.5x21.5 cm, 2022, edizione tedesca-italiana (dal 3 maggio)

Anche se non appaiono quasi mai gli esseri umani sono onnipresenti nelle fotografie di Matthias Schaller (Dillingen an der Donau, 1965). Con grande precisione e sensibilità, l'artista ha creato in oltre vent'anni di attività, un universo fotografico senza precedenti: ritratti "ambientali", ensemble di oggetti e spazi che raccontano le persone. Che si tratti di studi d'artista, di interni domestici, di teatri, di tavolozze e strumenti o di abiti, le sue serie fotografiche trasmettono l'idea che i segni che lasciamo sulla realtà dicano tanto su una persona quanto la sua presenza fisica.

Accanto alle attuali mostre Porträt al Kunstpalast di Düsseldorf e Antonio Canova a cura di Xavier F. Salomon ai Musei Civici di Bassano del Grappa, Matthias Schaller ha presentato il libro edito da Petrus Books, casa editrice di Schaller, con un saggio di Horst Bredekamp (Kiel, 1947), Professore di Storia dell'arte alla Humboldt-Universität di Berlino. Un libro che attraverso 862 fotografie racconta gli ultimi vent'anni della sua attività di fotografo ed editore, e che idealmente si ricollega alla pubblicazione del 2015 (Steidl Publisher) con un testo/intervista di Germano Celant dal titolo Matthias Schaller, in cui venivano raccontati i suoi primi dieci anni di attività dal 2000 al 2010. Tra gli autori che hanno collaborato collaborato per le pubblicazioni di Matthias Schaller sono Julian Barnes (London), Andreas Beyer (Basel), Gottfried Boehm (Basel), Germano Celant (Milano), Mario Codognato (Venezia), Xavier F. Salomon (New York City), Thomas Weski (Berlin).

Matthias Schaller ha studiato antropologia visiva presso le Università di Hamburg, Göttingen e Siena. Si laurea con una tesi sul lavoro di Giorgio Sommer (Frankfurt, 1834 - 1914 Napoli), uno dei fotografi di maggior successo dell'Ottocento. Il lavoro di Schaller è stato esposto, tra gli altri, al Museo d'Arte Moderna di Rio de Janeiro, al Wallraf-Richartz Museum di Köln, al Museum Serralves di Porto e al SITE di Santa Fe. Nel 2022 oltre alle mostre inaugurate Porträt e Antonio Canova, sono di prossima apertura Das Meisterstück presso Le Gallerie d'Italia a Milano (30 giugno), Matthias Schaller alla Kunstverein Schwäbisch Hall (28 ottobre). (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Communism(s): A Cold War Album
di Arthur Grace, introduzione di Richard Hornik, 192 pagine, 121 immagini b&n, cartonato in tela, aprile 2022
www.damianieditore.com

Grazie ad un raro e prezioso visto da giornalista, il fotografo americano Arthur Grace ha potuto valicare ripetutamente la Cortina di Ferro durante gli anni '70 e '80 e documentare un mondo che a lungo è stato celato all'occidente. Communism(s): A Cold War Album è una raccolta di oltre 120 fotografie in bianco e nero realizzate da Grace in quel periodo e per la maggior parte fino ad oggi inedite. Questi scatti, realizzati in Unione Sovietica, Polonia, Romania, Jugoslavia e Repubblica Democratica Tedesca, restituiscono il costante e a tratti crudele rapporto tra la claustrofobica irregimentazione di stato e la (soffocata) voglia di contatti con il mondo esterno della popolazione.

Nelle fotografie di Grace emerge forte il contrasto tra la propaganda di regime fatta di simboli e architetture che rimandano ad un'idea di grandezza ed efficienza e le difficoltà della vita quotidiana fatta di lunghe file per l'approvvigionamento del cibo. Il libro è arricchito da un'introduzione scritta da Richard Hornik, ex capo dell'ufficio di Varsavia della rivista Time.

Arthur Grace ha realizzato servizi fotografici in tutto il mondo per i magazine Time e Newsweek. Suoi lavori sono apparsi anche in molte altre riviste, tra cui Life, The New York Times Magazine, Paris Match e Stern. Prima di Communism(s): A Cold War Album, Grace ha pubblicato altri cinque libri fotografici; ha esposto in numerosi musei e gallerie negli Stati Uniti e all'estero; sue opere fotografiche sono incluse nelle collezioni permanenti di importanti istituti tra cui il J. Paul Getty Museum, la National Portrait Gallery e lo Smithsonian. (Comunicato ufficio stampa Damiani Editore)

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Copertina del libro Mondo ex e Tempo del Dopo di Pedrag Matvejevic Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic, ed. Garzanti

I Balcani sono un'area dell'Europa in cui da sempre la "geografia non coincide con la Storia". Terra di interposizione tra Occidente e Oriente, in politica, religione, cultura, arte. Era qui che l'impero romano d'occidente lasciava la sovranità a quello d'oriente. In "Mondo ex" Pedrag Matvejevic ripercorrere quindici anni di dissolvimento di un paese nato mettendo insieme popoli e territori.

Recensione di Ninni Radicini




Copertina del libro Guttuso e il realismo in Italia Guttuso e il realismo in Italia, 1944-1954
di Chiara Perin, Silvana Editoriale, Collana Studi della Bibliotheca Hertziana, 2020

Il libro è stato presentato il 13 aprile 2022 alla Accademia Nazionale di San Luca (Roma)

Alla caduta del fascismo anche gli artisti dovettero affrontare nuovi e dilemmi. Quale linguaggio per manifestare il proprio impegno civile? Come interpretare la lezione dei maestri italiani, di Picasso e delle avanguardie? Avventurarsi nel terreno dell'astrazione o ripiegare sulle forme rassicuranti del realismo? Il volume indaga questi e analoghi interrogativi alla luce delle esperienze figurative maturate in Italia tra 1944 e 1954.

L'ambiente romano trova particolare risalto: lì, infatti, si concentravano i dibattiti più vitali grazie alla presenza del capofila realista, Renato Guttuso. Limitando la ridondanza delle coeve pagine critiche a vantaggio dell'analisi di opere e contesto, acquistano evidenza gli aspetti meno noti del movimento: i modelli visivi, i generi ricorrenti, le controversie tra i tanti esponenti. In appendice, una fitta cronologia consente al lettore di seguire da vicino eventi e polemiche del decennio. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Locandina per la presentazione del libro Eolie enoiche Eolie enoiche
Racconti di vini, di sole, di vignaioli sensibili alla terra

ed. DeriveApprodi, 2022, p. 192, euro 16,00

Il libro è stato presentato il 26 febbraio 2022 alla libreria Lo Spazio (Pistoia)

Isole Eolie, un arcipelago da sogno. Nino Caravaglio, 57 anni, vignaiolo di Salina, sincero, appassionato, testardo, sensibile. Protagonista della viticultura eoliana, da oltre trent'anni lavora al recupero di vigne e vitigni, contribuendo a ridare forma a un paesaggio agricolo fatto di vecchie tecniche e nuove pratiche, relazioni umane solidali e sensibilità ambientale. Nino è un vignaiolo tout-court, di quelli che non si siedono mai e il loro vino deve sempre mirare all'eccellenza senza mai essere modaiolo perché rispecchia l'unicità di queste terre.

Dodici ettari di vigna divisi in quasi 40 appezzamenti: 40 campi da seguire, 40 potature, 40 vendemmie seguendo le stagioni (si parte in agosto dal mare e si sale poi sugli altipiani). Corinto nero e Malvasia i vitigni principali, da soli o mescolati con cataratto, nerello mescalese, calabrese, perricone. Alcuni dei nomi che Nino ha dato alle varie vinificazioni sono da soli poesia: Occhio di terra, Nero du munti, Infatata, Scampato, Inzemi, Abissale, Chiano cruci...

Le vigne di mare delle Eolie - quelle di Caravaglio e di altri coraggiosi precursori, le cui storie si intrecciano nel libro di Simonetta Lorigliola - hanno le radici nei crateri dei vulcani o negli appezzamenti a strapiombo sul mare, ma i loro occhi sono puntati sulla terra. Perché nelle storie di chi torna ad abitare con vitalità aree impervie dell'Italia e del pianeta stanno le premesse non solo di nuove agricolture, ma anche di nuove ecologie e forme di vita.

Libro presentato da Simonetta Lorigliola e Nino Caravaglio. Modera l'incontro Cesare Sartori. A seguire degustazione dei vini Infatata e Occhio di Terra (Malvasia), Nero du Munti (Corinto Nero).

Simonetta Lorigliola, giornalista e autrice, si occupa di cultura materiale. È nata e cresciuta in Friuli. Ha frequentato l'Università degli studi di Trieste, laureandosi in Filosofia. È stata Responsabile Comunicazione di Altromercato, la principale organizzazione di Commercio equo e solidale in Italia. Ha collaborato con Luigi Veronelli, nella sua rivista "EV Vini, cibi, intelligenze" e nel progetto di contadinità planetaria t/Terra e libertà/critical wine. Ha vissuto in Messico, ad Acapulco, insegnando Lingua e cultura italiana.

Ha diretto "Konrad. Mensile di informazione critica del Friuli Venezia Giulia". Da molti anni collabora con il Seminario Veronelli per il quale è oggi Caporedattrice e Responsabile delle Attività culturali. Con DeriveApprodi ha pubblicato "È un vino paesaggio.Teorie e pratiche di un vignaiolo planetario in Friuli" (2018) ed "Eolie enoiche. Racconti di vini, di sole, di vignaioli sensibili alla terra" (2020). Scrive di vino come intercessore culturale di storie, utopie e progetti sensibili. (Estratto da comunicato stampa)

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The Rough Guide - Sicilia
Guida turistica di Robert Andrews, Jules Brown, Kate Hughes
Recensione




1989 Muro di Berlino, Europa
www.iger.org

Quaderno della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, a cura di Roberto Ventresca e Teresa Malice, pubblicato per Luca Sossella Editore. Un racconto corale che raccoglie i contributi, gli spunti, le riflessioni delle voci di tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione del progetto internazionale Breaching the Walls. We do need education! Un progetto internazionale dedicato alla rielaborazione critica, attraverso un coinvolgimento plurale di istituzioni e cittadini, della storia e della memoria della caduta del Muro di Berlino e degli eventi da questa scatenati.

Risultato tra i progetti vincitori, nel programma Europa per i cittadini 2014-2020, del bando Memoria europea 2019, è stato promosso dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, in qualità di capofila, unitamente a 5 partner europei: l'Università di Bielefeld, l'Institute of Contemporary History di Praga, il Comune di Tirana, l'Associazione Past/Not Past di Parigi e l'History Meeting House di Varsavia. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Dmitrij Sostakovic Il grande compositore sovietico Dmitrij Sostakovic
Il grande compositore sovietico


Il libro è stato presentazione il 28 gennaio 2022 alla Fondazione Mudima di Milano
www.mudima.net

Questo titolo ha suscitato vivaci reazioni: alcuni vi videro solamente la connotazione politica, come fece Quirino Principe in una bella recensione piena di lodi scrivendo che un "... volume di tale importanza avrebbe fatto meglio a non definire [il compositore] "sovietico" bensí russo", molti vi lessero un significato più ampio di "determinativo storico" (Rosanna Giaquinta) ma quasi nessuno lo percepì come una connotazione di appartenenza di Šostakovic intrinseca e indissolubile e, dunque, sovraideologica, al paese in cui visse e operò, una volta chiamato URSS.

Ideato da Gino Di Maggio e Anna Soudakova Roccia che per più di 3 anni ha svolto meticolose ricerche sulle fonti bibliografiche e fotografiche, con preziosi contributi di Daniele Lombardi e Valerij Voskobojnikov, il libro costituisce un unicum in quanto offre un inedito e duplice sguardo, russo e italiano, sulla musica e sul milieu politico e storico-culturale stimolando il lettore a scoprire o comprendere meglio la personalità e la spiritualità creativa di Dmitrij Dmitrievic Šostakovic e il tempo in cui visse. Per amare la sua musica con più consapevolezza.

I due articoli dell'incipit, di Gino Di Maggio e di Daniele Lombardi, introducono i temi che verranno affrontati dai saggisti con toni e punti di vista diversi, a volte anche opposti. Questa multivisione rende il libro avvincente e stimolante. Il volume è suddiviso in tre sezioni. La prima, Pietrogrado-Leningrado, racconta attraverso due saggi di Anna Petrova, direttrice editoriale del Teatro Mariinskij, la realtà dopo lo scoppio della rivoluzione d'Ottobre e l'entusiasmo utopico di cui fu pervasa la città negli anni dell'adolescenza e giovinezza di Šostakovic.

La seconda, Musica, raccoglie i saggi di autorevoli musicologi italiani e russi: l'articolo di Ivan Sollertinskij, intimo amico del compositore e mitico direttore della Filarmonica di Leningrado, scritto nel 1934 in occasione della prima assoluta di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro Malyj di Leningrado - un'autentica chicca bibliofila scovata negli archivi del teatro Michajlovskij; ben tre articoli di Levon Hakobian, Luigi Pestalozza e Edoardo De Filippo su "Il Naso", la prima avanguardistica opera del ventiquattrenne compositore; tre saggi di Franco Pulcini, Roberta De Giorgi, e Manašir Jakubov, fondatore dell'Archivio Shostakovich di Mosca, sulla scandalosa opera Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk che suscitò l'ira di Stalin con nefaste conseguenze per il compositore; sarà gioia per gli appasionati della musica da camera leggere la rassegna critica di Jakubov di tutti i quindici quartetti; e il raffinato saggio di Dino Villatico sul Secondo concerto per violino e orchestra.

Ai tragici eventi dell'assedio di Leningrado sono dedicati La Settima sinfonia di Oreste Bossini e Ascolta! Parla Leningrado! Cronistoria di un concerto di Anna Soudakova Roccia Vi sono dei saggi dedicati al teatro, al balletto e al cinema. Nel contributo Klop al Teatro Mejerchol'd: tre geni per una cimice Anna Soudakova Roccia ripercorre la prima esperienza teatrale del ventiduenne compositore durante le prove di La cimice di Vladimir Majakovskij, l'avvincente e drammatico rapporto di amicizia e collaborazione artistica di Vsevolod Mejerchol'd con il poeta: un'esperienza che segnò tutta la vita artistica di Šostakovic.

Il giovane compositore amava molto il balletto e scrisse musica per L'età dell'oro (1930) e Il bullone (1931). Al primo balletto è dedicato il saggio di Dmitrij Braginskij tratto dal suo libro Šostakovic e il calcio: territorio di libertà, in cui ripercorre le trame dei vari rifacimenti di sceneggiature che portarono il balletto al grande ma breve successo sul palcoscenico del teatro Mariinskij (ex Gatob). Il tema dell'importante ruolo del cinema nella musica del compositore è affrontato dalla studiosa dell'Archivio Shostakovich di Mosca, Olga Dombrovskaja.

Parte molto importante di questa sezione sono i ricordi: quello personale del compositore sulla sua visita al Festival di Edinburgo nel 1962 o di coloro che lo incontrarono: Evgenij Evtušenko, celebre poeta sovietico, che rievoca la cronistoria della Tredicesima sinfonia, scritta sui testi del suo coraggioso poema Babij Jar; Luciano Alberti e Erasmo Valenti, testimoni della "contorta fortuna" del compositore in Italia, osteggiato dalla critica e dalle avanguardie musicali; Valerij Voskobojnikov che nel suo saggio Mio Šostakovic ripercorre i ricordi privati, i primi incontri con la sua musica a Mosca e gli sforzi per promuoverla in Italia. L'ultima sezione Šostakovic e il suo tempo ospita una preziosa autobiografia del compositore, un'importante articolo di Levon Hakobian Šostakovic e il potere sovietico, il cui rapporto ancor oggi, dopo quasi mezzo secolo dalla morte del compositore, è fonte di scontri politico-ideologici.

Chiude il volume il capitolo Frammenti di vita di Dmitrij Šostakovic raccontati attraverso le fotografie, in cui l'autrice, Anna Soudakova Roccia, ha raccolto alcuni fatti salienti della vita straordinaria, piena anche di inaspettati aneddoti, del grande compositore che marcò il tempo in cui visse con il proprio nome facendo scrivere ad Anna Achmatova nella dedica: "A Dmitrij Šostakovic, nella cui epoca io vivo" e a diventare, come scrisse L. Hakobian, "il più fedele e stoico chronachista musicale... e un esempio di uomo sovietico nella sua più alta evoluzione, quale non apparirà, presumibilmente, mai più". Nel corso della serata saranno proiettate immagini inedite e straordinarie fotografie d'epoca di cui è corredato il libro grazie alle concessioni di prestigiosi musei russi e enti italiani e verrà proiettato il film Sonata per viola di Alexandr Sokurov, regista russo e premiato con il Leone d'oro a Venezia. (Estratto da comunicato stampa)




Copertina del libro Dario Argento Due o tre cose che sappiamo di lui Dario Argento
Due o tre cose che sappiamo di lui


a cura di Steve Della Casa, ed. Electa e Cinecittà, pagg. 160, cm 24x30, ita/ing, 80 illustrazioni a colori, 28 euro
In libreria dal 12 ottobre 2021

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico capace di dedicarsi a generi come il giallo, il thriller e l'horror creando un proprio universo visivo ed espressivo, Dario Argento si configura tra i registi italiani più noti al mondo. Il volume monografico a lui dedicato è pubblicato da Electa e Cinecittà, in occasione della rassegna cinematografica organizzata da Cinecittà in collaborazione con il Lincoln Center che verrà inaugurata il prossimo anno a New York e durante la quale saranno proposti 17 film originali integralmente restaurati.

Curato da Steve Della Casa, noto critico cinematografico, il volume vuole rendere omaggio ai tratti distintivi del cinema di Dario Argento attraverso una raccolta di interventi di autori di rilievo internazionale -da Franco e Verdiano Bixio a John Carpenter, da Steve Della Casa a Jean-François Rauger, a George A. Romero e Banana Yoshimoto-. Il risultato è una polifonia di voci dal carattere eterogeneo, tra cui due interviste inedite e conversazioni con il regista, che offrono al lettore la possibilità di confrontarsi con le testimonianze di chi ha vissuto il "fenomeno Dario Argento" in prima persona e di coglierne gli elementi più originali che hanno rivoluzionato il panorama cinematografico mondiale.

Argento si colloca infatti fra le figure più interessanti del cinema contemporaneo, su scala internazionale. Ne sono testimonianza la capacità di sviluppare una sintesi personalissima dell'estetica e delle novità emergenti durante gli anni Sessanta, che vedono un progressivo ridursi della centralità del grande schermo a vantaggio di nuove soluzioni tecnologiche. Nelle sue pellicole emerge un uso sorprendente della cinepresa a mano mescolato con virtuosismi da cinema tradizionale, così come un'attenzione quasi maniacale per la colonna sonora, vera protagonista dei suoi film che spesso raggiunge livelli di notorietà altissimi.

Rintracciamo nel suo modo di girare un linguaggio che si evolve in continuazione, fino a contaminarsi esplicitamente con quello delle clip musicali e scelte di produzione di avanguardia, come lavorare sempre con un casting di artisti internazionali, peculiarità che ricorre raramente nel panorama del cinema italiano. Tema centrale è poi il trionfo della visionarietà a scapito della sceneggiatura, tratto che contraddistingue la libertà creativa del cinema di Dario Argento, capace di generare nel pubblico un'attenzione quasi ipnotica ed un forte impatto visivo. Il volume si conclude con una filmografia completa e l'elenco delle sceneggiature scritte per altri film, insieme ad un ricco apparato fotografico del dietro le quinte delle produzioni più memorabili, tra cui Suspiria (1977), Il gatto a nove code (1971), Profondo rosso (1975), Phenomena (1985). (Comunicato ufficio stampa Electa)

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David Hemmings nel film Profondo Rosso diretto da Dario Argento




Copertina del libro Un calcio alla guerra Un calcio alla guerra, Milan - Juve del '44 e altre storie
di Davide Grassi e Mauro Raimondi

Il libro è stato presentato il 9 ottobre 2021 presso l'Associazione Culturale Renzo Cortina a Milano

A settantasei anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Davide Grassi e Mauro Raimondi, da sempre interessati agli intrecci tra storia e sport, hanno unito le loro passioni per creare un libro di impegno civile. "Un calcio alla guerra" narra di storie individuali e collettive che esaltano il coraggio e l'abnegazione dei molti sportivi coinvolti nell'assurdità della guerra. Vicende di persone che sono passate dal campo di calcio alla lotta per la Liberazione, in qualche caso pagando con la vita.

Storie vissute in bilico tra pallone e Resistenza al nazifascismo come quelle di Bruno Neri, Giacomo Losi, Raf Vallone, Carlo Castellani, Michele Moretti, Antonio Bacchetti, Dino Ballacci, Cestmir Vycpalek, "Cartavelina" Sindelar, Erno Erbstein, Arpad Weisz, Géza Kertész, Gino Callegari, Vittorio Staccione, Edoardo Mandich, Guido Tieghi, e Alceo Lipizer, solo per citare i più celebri. Le incredibili partite giocate tra partigiani e nazisti, come quella che si disputò a Sarnano nel maceratese nel 1944, o quelle fra reclusi nei lager e i loro aguzzini, vere e proprie partite della morte, a cui si ispirò il film di John Houston, "Fuga per la vittoria", passando per un episodio che pochi conoscono: il rastrellamento avvenuto dopo la partita fra Milan e Juventus del 2 luglio 1944, correlata da una accurata ricerca d'archivio.

Senza trascurare i protagonisti di altri sport. Tra i tanti Alfredo Martini, partigiano che diventò commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo, il pallanuotista e rugbista, Ivo Bitetti, fra coloro che catturarono Benito Mussolini in fuga, il ciclista tedesco Albert Richter, che aiutò gli ebrei a scappare e venne impiccato, i tanti pugili costretti a combattere per la vita sul ring di Auschwitz per il divertimento dei loro kapò o che si ribellarono lottando alla guerra nazifascista, come Leone Jacovacci, Lazzaro Anticoli, Pacifico di Consiglio e Settimio Terracina.

Interverranno gli autori e Marco Steiner, figlio di Mino Steiner, il nipote di Giacomo Matteotti protagonista di uno dei racconti del libro, che per la sua attività nella Resistenza venne deportato e assassinato in campo di concentramento. Questo libro è dedicato a tutte le persone che hanno sognato un pallone, dei guantoni, una sciabola, un paio di sci, un'auto da corsa, una piscina o una pista d'atletica insieme alla libertà. Con l'obiettivo di ricordare, per dare un calcio alla guerra.

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Ha scritto e curato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il suo primo libro nel 2002 ha vinto il premio "Giornalista pubblicista dell'anno" e nel 2003 è stato premiato come "L'addetto stampa dell'anno". Il suo sito è www.davideg.it

Mauro Raimondi, per molti anni insegnante di Storia di Milano, sulla sua città ha pubblicato Il cinema racconta Milano (Edizioni Unicopli, 2018), Milano Films (Frilli, 2009), Dal tetto del Duomo (Touring Club, 2007), CentoMilano (Frilli, 2006). Nel 2010 ha inoltre curato la biografia del poeta Franco Loi in Da bambino il cielo (Garzanti). Nella letteratura sportiva ha esordito nel 2003 con Invasione di campo. Una vita in rossonero (Limina).

Davide Grassi e Mauro Raimondi insieme hanno pubblicato Milano è rossonera. Passeggiata tra i luoghi che hanno fatto la storia del Milan (Bradipolibri, 2012) e Milan 1899. Una storia da ricordare (El nost Milan, 2017). Insieme ad Alberto Figliolia, hanno pubblicato Centonovantesimi. Le 100 partite indimenticabili del calcio italiano (Sep, 2005), Eravamo in centomila (Frilli, 2008), Portieri d'Italia (A.car Edizioni, 2013, con 13 tavole di Giovanni Cerri) e Il derby della Madonnina (Book Time, 2014). Nel 2019 hanno partecipato alla raccolta di racconti Milanesi per sempre (Edizioni della Sera). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Sparta e Atene _ Autoritarismo e Democrazia di Eva Cantarella Sparta e Atene. Autoritarismo e Democrazia
di Eva Cantarella

Un bel libro, di facile lettura e di carattere divulgativo, destinato non sono a specialisti e addetti i lavori, bensì a tutti coloro che siano anche dei semplici appassionati della grande Storia della Grecia Classica. Pur se dedicato a un argomento ampiamente trattato da autorevoli studiosi, il testo offre l'occasione di approfondire tematiche non troppo note inerenti Sparta e Atene, le due città simbolo di uno dei periodi storici che più accendono la fantasia di una moltitudine di lettori. (Estratto da recensione di Rudy Caparrini)

Recensione nel Blog di Rudy Caparrini




"Un regalo dal XX Secolo"
Piccole raccolte di cultura - Binomio di musica e poesia - Dal Futurismo al Decadentismo di Gabriele D'Annunzio

www.allegraravizza.com

La Galleria Allegra Ravizza propone una selezione di Edizioni Sincrone nell'ampio progetto Archivi Telematici del XX Secolo. Con i loro preziosi contenuti, ogni Edizione tratta e approfondisce un preciso argomento del secolo scorso. Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizioso scopo di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva.

Le Edizioni Sincrone qui presentate, si incentrano su due temi principali: la Musica Futurista e i capolavori letterari del poeta Gabriele D'Annunzio. Dalla raccolta dannunziana "Canto Novo" alla tragedia teatrale "Sogno di un tramonto d'autunno", dal Manifesto futurista di Francesco Balilla Pratella a "L'Arte dei Rumori" di Luigi Russolo, ogni Edizione contiene una vera e propria collezione di musiche, accompagnate da un libro prezioso, una raccolta di poesie o una fotografia: un Racconto dell'Arte per la comprensione dell'argomento.

Canto Novo
di Gabriele D'Annunzio
A diciannove anni, nel 1882, Gabriele D'Annunzio pubblica la raccolta di poesie "Canto Novo", dedicata all'amante Elda Zucconi. I sentimenti, la passione, l'abbattimento e il sensualismo che trapelano dalle parole del poeta divengono note e melodie grazie al talento musicale di grandi compositori del Novecento tra cui Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti e Ottorino Respighi. L'Edizione Sincrona contiene il volume "Canto Novo" insieme alle musiche dei grandi compositori che a questo si ispirarono. (Euro 150,00 + Iva)

Poema Paradisiaco
di Gabriele D'Annunzio

"La sera", tratta da "Poema Paradisiaco" (1893) di Gabriele D'Annunzio, fu sicuramente una delle poesie maggiormente musicate dai compositori del Novecento. Nella Edizione Sincrona sono contenute le liriche di compositori come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ottorino Respighi e Pier Adolfo Tirindelli, che si ispirarono ai versi del Vate creando varie interpretazioni melodiche e attuando diverse scelte musicali, insieme al volume "Poema Paradisiaco" di D'Annunzio. (Euro 150,00 + Iva)

Sogno di un tramonto d'autunno
di Gabriele D'Annunzio

Concepito nel 1897, "Sogno di un Tramonto d'Autunno" è composto dal Vate per il suo grande amore: Eleonora Duse, che interpretò infatti il ruolo della protagonista durante la prima rappresentazione del 1899. All'interno dell'Edizione Sincrona è presente il volume "Sogno di un tramonto d'autunno" del 1899 accompagnato dalla musica del noto compositore Gian Francesco Malipiero composta nel 1913, le cui note sono racchiuse in un audio oggi quasi introvabile. Oltre a questo prezioso materiale, l'Edizione racchiude ad una fotografia della bellissima Eleonora Duse e due versioni del film omonimo "Sogno di un Tramonto d'Autunno" diretto da Luigi Maggi nel 1911. (Euro 200,00 + Iva)

Raccolta di 100 liriche su testi
di Gabriele D'Annunzio

La sensibilità, lo spirito e la forte emotività presente nei versi di Gabriele D'Annunzio non poterono che richiamare l'attenzione di grandi artisti e compositori del Novecento come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ildebrando Pizzetti e Domenico Alaleona che, affascinati dalle parole del Vate, tradussero in musica le sue poesie. L'Edizione Sincrona contiene 100 liriche musicate dai grandi compositori insieme ai rispettivi testi e volumi di Gabriele D'Annunzio da cui sono tratte: "Canto Novo", "Poema Paradisiaco", "Elettra" e "Alcione" (rispettivamente Libro II e III delle "Laudi"), "La Chimera e l'Isotteo" e infine la copia anastatica di "In memoriam". (Euro 500,00 + Iva)

La Musica Futurista

La Musica futurista, grazie a compositori come Francesco Balilla Pratella, Luigi Russolo, Franco Casavola e Silvio Mix, stravolse completamente il concetto di rumore e suono, rinnegando con forza la tradizione musicale Ottocentesca. Le musiche futuriste presenti all'interno di questa Edizione Sincrona svelano nuove note, nuovi timbri, nuovi rumori mai sentiti prima, dimostrando come le ricerche e le invenzioni futuriste riuscirono a cambiare per sempre il futuro della musica. Insieme a questa corposa raccolta musicale, l'Edizione contiene un video introduttivo e due testi fondamentali per poter contestualizzare e comprendere appieno il panorama storico in cui la Musica Futurista sorse: "La musica futurista" di Stefano Bianchi e gli esilaranti racconti di Francesco Cangiullo contenuti in "Le serate Futuriste". (Euro 200,00 + Iva)

Il Manifesto di Francesco Balilla Pratella | Musica Futurista

Fondato nel 1909, il Futurismo si manifestò in ogni campo artistico. Nel 1910, su richiesta di Filippo Tommaso Marinetti, il giovane compositore Francesco Balilla Pratella scrisse il "Manifesto dei Musicisti Futuristi", un'energica ribellione alla cultura borghese dell'Ottocento in nome del coraggio, dell'audacia e della rivolta. L'Edizione Sincrona presenta, insieme al manifesto originale del 1910, la musica futurista di uno dei maggiori compositori del Primo Futurismo: Francesco Balilla Pratella. Ad accompagnare il prezioso manifesto e le musiche, sono presenti inoltre due manuali fondamentali per la comprensione del lavoro e della figura di Francesco Balilla Pratella dal titolo "Testamento" e "Caro Pratella". (Euro 500,00 + Iva)

Il Manifesto di Luigi Russolo | Musica Futurista

"La vita antica fu tutta silenzio. Nel XIX secolo, con l'invenzione delle macchine, nacque il Rumore": con questa dichiarazione esposta nel manifesto "L'Arte dei Rumori" del 1913 il futurista Luigi Russolo rinnova e amplifica il concetto di suono/rumore stravolgendo per sempre la storia della musica. In questa Edizione Sincrona sono contenuti le musiche e i suoni degli Intonarumori di Russolo, insieme al manifesto del 1913 "L'Arte dei Rumori" che teorizzò questa strabiliante invenzione! Per poter comprendere e approfondire la figura del grande inventore futurista, l'Edizione contiene anche un libro "Luigi Russolo. La musica, la pittura, il pensiero". (Euro 500,00 + Iva)

Video su Musica Futurista
youtu.be/T04jDobaB-Q




Copertina libro Ultima frontiera, di Giovanni Cerri Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze

di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020
www.lelettere.it

Nell'orizzonte contemporaneo appare significativa la testimonianza di questi scritti di Giovanni Cerri. In un connotato diaristico, divenuto sempre più raro, vive la "voce" dei ricordi, dei volti, dei momenti esistenziali, delle figure dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, conoscenze di personaggi testimoniali, incontri con artisti. In una scrittura aperta, esplorativa, emergono due tematiche in una singolare originalità: la periferia come corrispettivo della solitudine dell'anima; lo sguardo senza tempo nell'inconscio, in ciò che abbiamo amato, in ciò che non è accaduto.

Giovanni Cerri (Milano, 1969), figlio del pittore Giancarlo Cerri, ha iniziato la sua attività nel 1987 e da allora ha esposto in Italia e all'estero in importanti città come Berlino, Francoforte, Colonia, Copenaghen, Parigi, Varsavia, Toronto, Shanghai. Nel continuo richiamo al territorio urbano di periferia, la sua ricerca si è sviluppata nell'indagine tematica dell'archeologia industriale con il ciclo dedicato alle Città fantasma. Nel 2011, invitato dal curatore Vittorio Sgarbi, espone al Padiglione Italia Regione Lombardia della Biennale di Venezia. Nel 2014 presenta la mostra Milano ieri e oggi nelle prestigiose sale dell'Unione del Commercio a Palazzo Bovara a Milano. Nel 2019 alla Frankfurter Westend Galerie di Francoforte è ospitata la mostra Memoria e Futuro. A Milano, nell'anno di Leonardo, in occasione del quinto centenario leonardesco.

- Dalla postfazione di Stefano Crespi

«Nel percorso di questa collana «Atelier», sono usciti in una specularità scritti di artisti e scritti di letterati: gli scritti degli artisti nelle cadenze dell'orizzonte interiore (ricordiamo: Confessioni di Filippo de Pisis, Cieli immensi di Nicolas de Staël); gli scritti dei letterati nel tradurre, nel prolungare in nuova vita il fascino, l'enigma dei quadri (ricordiamo Giovanni Testori, Yves Bonnefoy). Nelle istanze oggi di comunicazione mediatica, di caduta dell'evento, il libro di Giovanni Cerri, Ultima frontiera, si apre a uno spazio senza fine di sensi, luce, eros, avventura dell'immagine, della parola. Accanto allo svolgimento della pittura, vivono, rivivono, nelle sue pagine, anche dagli angoli remoti della memoria, i tratti del vissuto, i momenti dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, figure di artisti, personaggi testimoniali, i luoghi, il luogo ultimativo della periferia, occasioni di accostamento a quadri del passato, museali. [...]

Soffermandoci ora in alcuni richiami, ritroviamo il senso di un percorso, i contenuti emozionali, quella condizione originaria che è l'identità della propria espressione. In una sorta di esordio, viene ricordato lo studio del padre, artista riconosciuto, Giancarlo Cerri. Uno studio in una soffitta di un antico edificio. Ma anche «luogo magico», dove si avvia la frase destinale, il viaggio di Giovanni Cerri che percepisce la differenza (o forse anche una imprevedibile relazione) tra figurazione come rappresentazione e astrazione come evocazione. David Maria Turoldo è stato una figura testimoniale in una tensione partecipe alle ragioni dell'esistere e al senso di una vita corale. Lo scritto di Giovanni Cerri ha la singolarità di un ricordo indelebile nella conoscenza, con la madre, all'abbazia di S. Egidio a Fontanella e poi nella frequentazione, dove Turoldo appare come presenza, come voce, come forza di umanità. Scrive Cerri: «un uomo fatto di pietra antica, come la sua chiesa».

Michail Gorbaciov, negli anni dopo la presidenza dell'Unione Sovietica, in un viaggio in Italia, con la moglie Raissa ha una sosta a Sesto San Giovanni, dove visita anche l'occasione di una mostra di tre giovani artisti. Giovanni Cerri, uno dei tre artisti, conserva quel momento imprevedibile di sorpresa con gli auguri di Gorbaciov. Un'emozione suscita la visita al cimitero Monumentale: una camminata, un viaggio inconfondibile nelle testimonianze che via via si succedono. In particolare, toccante la tomba di una figura femminile mancata a ventiquattro anni. Rivive, in Cerri, davanti alla scultura dedicata a questa figura femminile, una bellezza seducente, il mistero di un eros oltre il tempo. Nelle pagine di diario appaiono, come tratti improvvisi, occasioni, emozioni.

Così il ricordo di Floriano Bodini nella figura, nel personaggio, nelle parole, nel fascino delle sue sculture in una visita allo studio. Giovanni Cerri partecipa all'inaugurazione della mostra di Ennio Morlotti sul ciclo delle bagnanti. In quella sera dell'inaugurazione erano presenti Morlotti e Giovanni Testori sui quali scrive Cerri: «cercatori inesausti delle verità nascoste, tra le pieghe infinite dello scrivere e del dipingere». Un intenso richiamo alla scoperta della Bovisa: «un paesaggio spettrale» nella corrosione, nella vita segreta del tempo. Accanto al percorso diaristico, Giovanni Cerri riporta in una sezione alcuni testi di sue presentazioni in cataloghi o nello stimolo di un'esposizione. In un ordine cronologico della stesura dei testi figurano Alessandro Savelli, Giancarlo Cazzaniga, Franco Francese, Alberto Venditti, Marina Falco, Fabio Sironi.

Si tratta di artisti con una singolarità, un connotato originario. Si riconferma la scrittura di Cerri, fuori da aspetti categoriali, didascalici. Una scrittura esplorativa nelle intuizioni, nei riferimenti creativi, in un movimento dialettico: esistenza e natura, interno ed esterno, presenza e indicibile, immagini e simboli, «una luce interiore» e «l'ombra, il mistero, l'enigma della vita». In conclusione al libro si presentano due interviste con Giovanni Cerri curate da Luca Pietro Nicoletti nel 2008, da Francesca Bellola nel 2016. Appaiono, limpidamente motivati, momenti tematici, espressivi, con intensa suggestione di rimandi. Inevitabile, infine, una considerazione sul rapporto del pensiero, della scrittura con la pittura.

Più che a richiami in relazioni specifiche, dirette, il percorso di Cerri nella sua eventicità destinale può essere ricondotto a due tematiche: la visione interiore della periferia e lo sguardo senza tempo nel volto. Tematiche che hanno una connessione anche psicologica nell'alfabeto oscuro dell'esistenza, del silenzio. La periferia è l'addio ancestrale nelle sue voci disadorne, stridenti, perdute, nella solitudine in esilio dalle cifre celesti. Nell'intervista di Francesca Bellola c'è un'espressione emblematica di Giovanni Cerri sulla periferia: «non sono più solo le zone periferiche delle città industriali con le strade, i viali e le tangenziali ad essere desolate, ma è anche la nostra anima, il nostro terreno interiore, a evidenziare i segni di abbandono». Il titolo che segna in modo così sintomatico l'opera di Cerri è Lo sguardo senza tempo. In un'osservazione generale, il «vedere» è la scena dei linguaggi, lo sguardo è inconscio, memoria, ciò che abbiamo amato, ciò che non è accaduto [...]» (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)




Copertina del libro Il Calzolaio dei Sogni, di Salvatore Ferragamo, pubblicato da Electa Il calzolaio dei sogni
di Salvatore Ferragamo, ed. Electa, pag. 240, oltre 60 illustrazioni in b/n, in edizione in italiano, inglese e francese, 24 euro, settembre 2020

Esce per Electa una nuova edizione, con una veste grafica ricercata, dell'autobiografia di Salvatore Ferragamo (1898-1960), pubblicata per la prima volta in inglese nel 1957 da George G. Harrap & Co., Londra. Salvatore Ferragamo si racconta in prima persona - la narrazione è quasi fiabesca - ripercorrendo l'avventura della sua vita, ricca di genio e di intuito: da apprendista ciabattino a Bonito, un vero "cul-de-sac" in provincia di Avellino, a calzolaio delle stelle di Hollywood (le sue calzature vestirono, tra le altre celebrità, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo), dalla lavorazione artigianale fino all'inarrestabile ascesa imprenditoriale.

Il volume - corredato da un ricco apparato fotografico e disponibile anche in versione e-book e, a seguire, audiolibro - ha ispirato il film di Luca Guadagnino "Salvatore - Shoemaker of Dreams", Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia: la narrazione autobiografica diventa un lungometraggio documentario che delinea non solo l'itinerario artistico di Ferragamo, ma anche il suo percorso umano, attraverso l'Italia e l'America, due mondi che s'intrecciano fortemente. (Comunicato stampa)




Federico Patellani, Stromboli, 1949 - Federico Patellani © Archivio Federico Patellani - Regione Lombardia _Museo di Fotografia Contemporanea Federico Patellani, Stromboli 1949
ed. Humboldt Books

Il libro è stato presentato il 30 giugno 2020
www.mufoco.org

Il Museo del Cinema di Stromboli e il Museo di Fotografia Contemporanea presentano il libro in una diretta (canali YouTube e Facebook del Mufoco) che vedrà intervenire Alberto Bougleux, Giovanna Calvenzi, Emiliano Morreale, Aldo Patellani e Alberto Saibene. La pubblicazione è introdotta dalle parole della lettera con cui Ingrid Bergman si presenta a Roberto Rossellini: "Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo.

Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei". Rossellini, dopo aver ricevuto questa lettera da Ingrid Bergman, allora una delle massime stelle hollywoodiane, la coinvolge nel progetto che diventerà il film Stromboli, terra di Dio (1950), ma ancor prima del film è la storia d'amore tra il regista romano e l'attrice svedese a riempire le cronache di giornali e rotocalchi.

Federico Patellani, uno dei migliori fotografi dell'epoca, si reca sull'isola eoliana: le sue fotografie fanno il giro del mondo, perché non documentano solo la realizzazione del film, ma anche le condizioni di vita degli abitanti e la forza degli elementi. Dall'archivio Patellani, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, sono emerse le fotografie che aiutano a ricostruire nella sua integrità quella celebre storia. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Calabria terra di capolavori Dal Medioevo al Novecento Calabria terra di capolavori. Dal Medioevo al Novecento
di Mario Vicino, Editrice Aurora

Il volume è stato presentato il 22 novembre 2019 al Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

Nell'accattivante location del Castello Normanno Svevo, verrà presentato il volume di Mario Vicino. Interverranno all'iniziativa Adele Bonofiglio, direttore del Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia e l'autore. Il prof. Mario Vicino, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, ha al suo attivo altre pubblicazioni di pregio quali La Pittura in Calabria. Quattrocento e Cinquecento, Imago Mariae e una monografia su Pietro Negroni.

Iniziativa - come precisa la dottoressa Bonofiglio - per far riscoprire la passione per l'arte e restituire la giusta importanza all'inestimabile patrimonio di cui dispone la Calabria e la bellezza dei suoi innumerevoli tesori nascosti. Nella prima parte dell'opera - continua la Bonofiglio - si descrive l'evoluzione della pittura in Calabria in relazione alla sua straordinaria storia. Partendo dal periodo Tardoantico, l'autore attraversa le vicende del Medioevo, con Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, per poi raggiungere il Cinquecento e i successivi sviluppi dell'arte calabrese fino all'Ottocento e il Novecento. Nella seconda sezione del libro - conclude la Bonofiglio - vengono catalogati ed esaminati nel dettaglio alcune delle numerose opere presenti nella regione. (Comunicato stampa)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera.

Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia.

Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni.

Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi.

Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico.

Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

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Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo di Roberta Sorgato Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola.

Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia.

Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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