La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
Newsletter Indipendente
di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia

Hutter e Nosferatu nel film diretto da Murnau
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Metropolis di Fritz Lang
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Articolo di Ninni Radicini sul film Il Pianeta delle Scimmie nel 50esimo anniversario dalla realizzazione
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Pagina dedicata al primo podio in Formula 1 di Gilles Villeneuve, nel Gran Premio di Austria nel 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il leggendario pilota automobilistisco Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2019-18 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08 | Lista mostre e conferenze 2007-2019

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2019-18 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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___ Nuovo numero della Newsletter Kritik - 25 marzo 2019 (Argomenti)



Immagine di presentazione della mostra Il Rinascimento visto da Sud Il Rinascimento visto da Sud
Matera, l'Italia meridionale e il Mediterraneo tra '400 e '500


termina il 19 agosto 2019
Palazzo Lanfranchi di Matera
www.matera-basilicata2019.it

Esposizione cardine del programma culturale di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, che offre otto sezioni e 215 opere: dipinti innanzitutto, ma anche sculture, incunaboli, cinquecentine, manoscritti, codici miniati, tessuti, bronzi, ceramiche, astrolabi e oreficerie. Pezzi unici, concessi dai maggiori musei e dalle grandi istituzioni culturali di tutto il Mezzogiorno, delle Isole ma anche dal resto del Paese e dai grandi musei di Spagna, Francia, Germania e Portogallo. Capolavori celeberrimi accanto a opere di incredibile bellezza e fascino, molte mai uscite dalle istituzioni di appartenenza e, una parte di esse (più di una trentina), interessata da una apposita campagna di interventi conservativi che hanno restituito loro perfetta leggibilità. Opere, talune mai prima esposte, altre - come alcuni grandi polittici - riavvicinate o ricomposte per l'occasione. Tutte riunite a documentare l'originalità della declinazione meridionale del Rinascimento. Un nuovo linguaggio proveniente dalle Fiandre qui infatti si è intessuto con influenze molteplici arrivate sia da Oriente che da Occidente, attraverso le rotte dei commerci marittimi che solcavano il Mediterraneo. Creando così un Rinascimento diverso, per molti versi più ricco e certamente originale: il "Rinascimento visto da Sud".

La mostra, co-prodotta da Polo museale della Basilicata e Fondazione Matera Basilicata 2019, è curata da Marta Ragozzino, Pierluigi Leone de Castris, Matteo Ceriana e Dora Catalano. Marta Ragozzino, direttrice del Polo Museale della Basilicata, non nasconde la soddisfazione di poter offrire al pubblico una esposizione come non si è mai vista, ricca di suggestioni e di veri capolavori. A cominciare dalle opere di tre maestri assoluti: Antonello da Messina, Donatello e Raffaello. Tra le tante i curatori segnalano anche la raffinata Madonna del Maestro di Ladislao di Durazzo, proveniente dal Museo del Santuario di Montevergine, nell'Avellinese, le opere di Colantonio, il San Felice in cattedra di Lorenzo Lotto dalla Chiesa di San Domenico a Giovinazzo e le opere di Andrea Sabatini da Salerno, il "Raffaello del Sud".

Grande pittura ma anche documenti preziosissimi, valga l'esempio del Codice di Santa Marta, manoscritto proveniente dall'Archivio di Stato di Napoli, e il Libro d'Ore di Alfonso d'Aragona della Biblioteca Nazionale di Napoli. E tante altre ancora: un elenco delle meraviglie in mostra sarebbe troppo lungo. Non possiamo tuttavia non citare gli esempi dei grandi maestri veneti presenti nel territorio. Dalla Santa Eufemia di Mantegna alle pale, tavole e tele di Giovanni Bellini, Bartolomeo e Alvise Vivarini, Paris Bordon, Francesco Vecellio, Pordenone, tra i tanti. O dei maestri provenienti dall'Italia centrale, quali il Pinturicchio, Antoniazzo Romano o Pietro di Domenico da Montepulciano.

Ma anche dai paesi nordici come il fiammingo Jan van Eyck o dalla Spagna come Jacomart o Guillermo Sagrera. A giungere invece da Lisbona è la Madonna con Bambino e San Giovannino di Cesare da Sesto, opera oggi tra le più ammirate del Museu Nacional de Arte Antigua e che torna a casa, almeno per lo spazio della mostra. Notevolissima la presenza di opere di Polidoro da Caravaggio, le tavole della Pala della Pescheria dal Museo di Capodimonte e il maestoso Sant'Alberto della Galleria Sabauda di Torino. Ma non meno importanti sono le meravigliose pergamene raffiguranti la Cosmographia di Tolomeo, grande codice dalla Nazionale di Napoli e il Portolano genovese della Nazionale di Firenze, ad indicare quelle rotte che univano il Mediterraneo e le terre da esso lambite e che avevano nel nostro Mezzogiorno il loro attivissimo fulcro. Ai tesori così eccezionalmente riuniti si unisce la spettacolarità dell'allestimento, in una sede, Palazzo Lanfranchi, che di per se stessa merita un viaggio. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Jimi Hendrix - singer e guitarist - cm.30,5x46 ink dissolution e pigments 2019 Andrea Cantieri: "Just like heaven"
termina il 16 maggio 2019
Carta Bianca fine arts - Catania
www.galleriacartabianca.it

Una selezione di nuove opere pittoriche, per la maggior parte eseguite su oggetti d'uso quotidiano come arredi, porte, specchiere, giradischi, che isolati dal loro contesto funzionale, diventano supporti per i ritratti astratti dell'artista Andrea Cantieri (Catania, 1975). In più, in mostra, una serie inedita di immagini elaborate, frutto della sua ricerca più recente. Con questa mostra Carta Bianca da' il benvenuto ad Andrea Cantieri tra gli artisti che la galleria d'ora in poi proporrà ai suoi collezionisti e al pubblico affezionato. Cantieri è un ritrattista particolare, la sua pittura gestuale è unica, sintetica e ha per soggetto (particolarmente in questa occasione) i grandi musicisti del jazz e della musica rock. A volte, a prima vista, la sua pittura sembra una composizione astratta perché nel ritratto siamo abituati alle definizioni che quanto più numerose, quanto più il dipinto assomiglia al soggetto ritratto.

In Andrea Cantieri tutto si ribalta e la sua abilità è quella di mostrarci un viso attraverso pochi colpi di pennello che però segnano non solo il volto, ma anche l'anima dell'artista ritratto che poi, in verità, diviene esso stesso specchio di come questo o la sua musica abbia attraversato la vita dell'artista e di quanto ne abbia condizionato il suo spirito perché Cantieri è anche lui un musicista e in ogni opera si porta dietro l'impronta, il ricordo, il ritmo delle rock star o dei jazzisti che dipinge e questi, appunto, diventano suoi in una sorta di ritratto-autoritratto che coniuga immagini e suoni, unici ingredienti di una vita che è fatta solo di musica e pittura.

Così come ogni oggetto che viene scelto o trovato, in una cantina o da un rigattiere, viene trasformato in opera, come dei ready-made visionari. Un'operazione artistica in cui, se vogliamo trovare dei riferimenti, si fondono la Pop art (nei fondi monocromatici bianchi e nel rappresentare personaggi famosi, come amava fare Warhol) e l'Espressionismo astratto (per la pittura gestuale). Non possiamo nemmeno dire che ci sia una contaminazione tra pittura e musica perché in Cantieri vita, arte e musica non sono per nulla separate. Davanti a un Charlie Parker alle prese con il suo sax ci sentiamo, per incanto, in un locale underground newyorkese, anche se la figura è solo tratteggiata su un fondo bianco e così succede davanti ad una foto elaborata di Jimi Hendrix o di Amy Winehouse.

Veniamo proiettati sul palco sentiamo la voce, le chitarre e i colori spatolati, gli acidi usati, le scoloriture controllate, diventano i medium di una luce psichedelica, di un suono ineguagliabile nel primo caso o di un ricordo ancora dolente nel secondo. Ed è questo che fa la pittura di Cantieri, ci trasporta nei ricordi, nelle sensazioni vissute, nell'entusiasmo di un concerto a cui nel nostro cuore siamo legati come ad un'esperienza che attraverso la musica segnava le nostre vite e le legava per sempre ad un momento di piacere, ma anche di consapevolezza generazionale. Sicuramente Cantieri per una questione anagrafica non può aver sentito dal vivo molti egli autori che dipinge, ma lui con la sua sensibilità di artista riesce incredibilmente a penetrarli nel profondo, a farli suoi, e così gli bastano pochi colpi e ce li propone vivi, li vediamo, li sentiamo e percepiamo lo sguardo di Andrea che ha scelto Just like heaven, un brano dei Cure, come titolo di questa mostra. Sì, proprio come in paradiso tra le stelle della musica e i nostri sogni. (Comunicato stampa)




Arnaldo Pomodoro - La luna il sole la torre - argento e juta stuccata e patinata cm.40,5x50 (15,94x19,68 inch.) 1955 - foto Dario Tettamanzi Arnaldo Pomodoro 1955-1965
termina il 13 giugno 2019
Passage de Retz - Parigi
www.tornabuoniart.fr

Tornabuoni Art Paris presenta una mostra che documenta le origini del lavoro dello scultore Arnaldo Pomodoro (1926, Morciano di Romagna). La mostra, organizzata in stretta collaborazione con la Fondazione Arnaldo Pomodoro, si incentra sugli anni 1955-1965, periodo fondamentale della produzione dell'artista, presentando materiale d'archivio esclusivo e opere mai esposte prima. L'esposizione documenta in modo organico e compiuto la prima stagione creativa di Arnaldo Pomodoro, quando, trasferitosi a Milano nel 1954, l'artista inizia a tessere le sue trame segniche in rilievo creando situazioni visive al limite tra bidimensione e tridimensione. "Per me - racconta Pomodoro - è stato un periodo fittissimo di scambi intellettuali, l'incontro con Lucio Fontana e con i giovani milanesi che Enrico Baj e Sergio Dangelo avevano raccolto intorno alla rivista "Il Gesto" e quelli dell'"Azimuth" di Manzoni e Castellani, con i tedeschi di "Zero", con Gastone Novelli e Achille Perilli e "L'Esperienza Moderna". E insieme, con la generazione grande dell'architettura e del design che dibatteva nelle Triennali, da Gio' Ponti a Ettore Sottsass".

Nella mostra sono presentate, per la prima volta nel loro insieme, alcune delle opere più rappresentative del periodo 1955-1960: sono i bassorilievi in argento, piombo e bronzo composti con una fitta serie di segni leggeri e ritmici, un tracciato di nodi, punti e fili, come una sorta di scrittura arcaica e illeggibile. "Lavoravo su fondi di velluto che sbiadivo con candeggine, con trucchi di acidi, con polvere di ferro, mescolandola e incollandola su tavole, su piani di cemento, un po' come Klee che operava con una tessitura di garze, carte, acquarelli ". È questa la ricerca che conduce Pomodoro alla consapevolezza del segno astratto come cellula plastica e che lo porta a realizzare le prime Colonne del viaggiatore, le Tavole e opere fondamentali come Luogo di mezzanotte, la Grande tavola della memoria e La macchina del tempo.

Con gli anni Sessanta dalla frontalità del bassorilievo nasce la complessità materica e spaziale della forma: è il momento della rottura formale. Pomodoro affronta la tridimensionalità dapprima curvando e modulando le superfici piane, per lavorare poi sulla struttura dei solidi euclidei (cubi, sfere, cilindri, dischi, coni, piramidi) corrompendoli da dentro con corrosioni e perforazioni fino a rivelarne l'interno misterioso e complesso. Nascono così La ruota, Il cubo, e la prima sfera, Sfera n.1, esposte in mostra. La contrapposizione formale tra la levigata perfezione della forma geometrica e la caotica complessità dell'interno sarà d'ora in poi caratteristica di tutta la vicenda successiva dell'artista.

La mostra comprende anche alcune opere più recenti, realizzate tra la fine degli anni Settanta e il 2010: le serie delle Aste cielari, delle Stele e dei Continuum. Accompagna la mostra una pubblicazione monografica, a cura di Luca Massimo Barbero, che offre una nuova lettura dell'opera di Pomodoro, attraverso un'approfondita indagine storica e critica del decennio 1955-1965 e un ricco apparatoiconografico di documenti e materiali di archivio, messi a disposizione dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro. "È straordinario come un Maestro internazionalmente noto come Arnaldo Pomodoro - afferma Luca Massimo Barbero - riservi a un occhio contemporaneo una sorpresa inventiva che risale alle sue origini, alla nascita di un universo plastico totalmente originale. L'idea della mostra è proprio quella di uno scavo, di una sorta di 'carotatura' nel tempo dal 1955 al 1965 per poter approfondire la parte germinale del suo lavoro, radice di un pensiero che ha preso una forma universale." (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Paolo Lo Giudice - Pavoneggiarsi Aldo Mastrorilli - Panni stesi cm.70x70 Gabriele Perissinotto - Nature Nomi, Cose, Città, Animali, Fiori
termina il 26 aprile 2019
Muef Art Gallery - Roma
www.zamenhofart.it

«Ricordate quel gioco che si faceva da bambini? Si prendeva ciascuno un foglio orizzontale, in altro si scriveva: "Nomi, Cose, Città, Animali, Fiori..."; poi si tiravano quattro righe in verticale a separare le colonne e si cominciava a sorteggiare la prima lettera: "A". "A come Arlecchino, Armadio, Ancona, Anatra... Asfodelo..." Ok, quando eravamo bambini nessuno avrebbe detto "Asfodelo" come fiore, ma ci siamo capiti. Ebbene questa mostra prende titolo e spunto proprio da quel gioco e ne conserva infondo lo spirito ludico e divertito. Dei venti artisti in mostra il curatore ha selezionato una cinquantina di opere figurative che passano in rassegna una carrellata di Nomi, Cose, Città, Animali, Fiori... accostati gli uni agli altri in maniera apparentemente casuale, dove Arlecchino compariva accanto ad un'anatra e Bologna accanto ad una bomboniera, avendo in comune solo l'iniziale.

Certo poi, a ben guardare, qualcosa in più in comune ce l'hanno tutti questi quadri, sculture e fotografie, e l'accostamento apparentemente casuale dei soggetti aiuta ad individuarlo questo tratto comune, che consiste, in una parola, in un approccio corsivo e gioioso alla figurazione: una figurazione 2.0, una figurazione contemporanea che oscilla dall'iperrealismo alla contaminazione con l'Informale, e che ha quasi sempre colori squillanti e forme decise e guizzanti. Una figurazione capace di catturare lo sguardo con forme e colori vivaci, gradevoli senza essere scontati, fruibili e leggibili senza rinunciare alla ricerca e alla sperimentazione. Perché l'arte contemporanea può essere anche gioiosa e fruibile: spensierata pur mantenendo al fondo un pensiero.» (Vi.P.)

Quadri, sculture, mosaici e fotografie di Arturo Belfiore Mondoni, Walter Bernardi, Giorgio Carluccio, Valentina Carrera, Vito Carta, Malli Ferraris, Carlo Fontanella, Luisa Ghezzi, Paolo Lo Giudice, Franco Maruotti, Moreno Marzaroli, Aldo Mastrorilli, Sergio Merghetti, Virgilio Patarini, Alessandro Pedrini, Gabriele Perissinotto, Michele Recluta, Maria Luisa Ritorno, Ivo Stazio, Marica Zorkic. Mostra a cura di Virgilio Patarini, Catalogo Zamenhof Art. (Comunicato stampa)




Simonetta Funel - Bestiario fantastico - Seppia zebrata, matita e acquerello cm.36x25 1997 Simonetta Funel - Merlinda - matita e acquerello cm.36x25 1995 Simonetta Funel - La lotta con l'angelo 2 - xilografia cm.45x35 1995 Simonetta Funel
Attraversamenti


termina lo 02 maggio 2019
Castel Nuovo - Napoli

A cura di Susi de Majo, l'esposizione propone una selezione di circa 40 lavori che ripercorrono l'intensa attività artistica di Simonetta Funel dagli anni '90 ad oggi e si sviluppa su piani contigui per tecniche e contenuti. Dipinti, incisioni, disegni, acquerelli, oggetti, fotografie, film di animazione. E' un diario continuo, una testimonianza che attraversa il vissuto diretto e raccoglie segnali da altre storie con ricchezza d'inventiva e varietà di tecniche e crea un vocabolario vivo, profondo e pieno di sfumature. Il tempo che recupera e trasforma è una costante di "Attraversamenti", espressione di un'alchimia del fare, temi replicati con tecniche differenti. Segni, graffi, pennellate, immagini rielaborate, materiali riutilizzati, risignificazioni.

Articolata in 4 sezioni la danza, i ritratti, i ricordi, le storie - la rassegna si propone di esporre per alcuni lavori la genesi dall'idea alla realizzazione: dipinti accostati a repliche dello stesso soggetto incise o disegnate; trova fondamento, inoltre, in alcune parole chiave: movimento, ritmo e immagini in sequenza, temi dominanti fra il 1995 e il 2002 da cui, negli anni successivi, è scaturita la creazione di una serie di brevi film di animazione realizzati con la tecnica della stop-motion.

La danza. La sezione si apre con tre grandi tele dal titolo: Trittico della danza (olio su tela, ogni tela cm.150x90) e di diverse interpretazioni dello stesso soggetto eseguite con tecniche a stampa da matrici in rame e in legno. Prosegue con Trittico della danza. Studio per la figura centrale (cera molle e punta secca su rame - 2000 - cm.16,5x12,5) e Trittico della danza (Xilografia con due matrici, 2001 cm.34x65), quindi si sviluppa in un ciclo di 10 incisioni all'acquaforte su rame tratte da altrettanti fotogrammi del balletto Giselle nella drammatica coreografia di Mats Ek che ha visto Ana Laguna come protagonista: Giselle (acquaforte - 2001 cm.24x33), Giselle (acquaforte - 2001 cm.20x25), Giselle (acquaforte e acqua tinta - 2001 cm. 25x33).

I ritratti. La sezione prevede due tele ad olio, due acquerelli e un pastello su carta da imballaggio: Autoritratto (olio su compensato- 1996 - cm.48x38), Pongo (olio su tela - 1999 - 50x70), Io (acquerello - 1983 - 24x32), Mia madre (acquerello - 1983 - 24x32), Pongo (pastello su carta da imballaggio - 1999 - 29,5x42,5).

I ricordi. La sezione prevede l'esposizione di cinque stampe calcografiche tratte da vecchie foto. A queste sono affiancati diversi oggetti/ricordo realizzati con materiali vari: Studio per un ricordo 4 (acquaforte e puntasecca, 2000, cm.16,5x24,5), Sublimi ironie (scatola in legno con quattro ripiani, 2000 cm.31x13x13), Libro-oggetto, copia unica, Il manichino di Pulcinella del San Carlino, Foto scattate nella Certosa di San Martino e composte in un volume.

Le storie. La sezione è dedicata alle storie inventate ed illustrate dall'autrice: 9 tavole realizzate ad acquerello: Merlinda (matita e acquerello -1995- 36x25), Bestiario fantastico (matita e acquerello - 1997 - 36x25), Pulcinella (china - 1996 - 31x23), La storia che non c'è (china e acquerello - 1996 - 36x25); dal racconto di Josè Fagna, La porta, pubblicato da Salani (matita e acquerello - 1995 - 36x25).

Simonetta Funel (Napoli, 1955) lavora intrecciando da sempre il proprio lavoro di restauratrice all'attività artistica, alimentata dalle sue passioni per la musica, la poesia, la natura. Ha proposto le sue opere in rassegne e mostre tematiche. Autrice di pubblicazioni professionali, ha collaborato e collabora con riviste, illustrato e scritto storie. Nel 2010 ha proposto la sua unica istallazione dal titolo "Nous" un'avventura alchemico/multimediale. Dal 2006 i suoi film sono stati proiettati in numerose rassegne personali. (Comunicato stampa)




Opera di Mario Alimede nella presentazione della mostra a Meduno Mario Alimede - opera Mario Alimede
Opere recenti


24 aprile (inaugurazione ore 18.00) - 11 maggio 2019
Palazzo Colossis - Meduno (Pordenone)
www.marioalimede.it

«Artista colto, attento, rigoroso, alla ricerca di sintesi e perfezione, binomio quasi mai raggiungibile perché "divino", ambizione costante, tuttavia, di chi, come Mario Alimede, guarda al Bello. Incardinare questo artista dentro schemi o paradigmi è pressochè impossibile in quanto la versatilità della sua arte spazia tra temi, tecniche e messaggi molto vari, diversi, affrontati con un talento che li rende efficaci, impattanti, carichi di una forza che induce qualsiasi fruitore a scavarne il senso, non sempre coglibile d'acchito. Ma è questo l'aspetto intrigante della sua arte, che è il non detto, il nascosto, il simbolico, il surreale. Il tratto stilistico è assolutamente disinvolto ma soprattutto libero e ciò nella pittura come nella grafica e nella scultura, dentro una narrazione che l'artista traduce persino in musica e poesia così che le sue opere assumono sapore lirico.

E ogni tanto, in quelle tele in cui Alimede compie i suoi viaggi in cerca dell'essenza, appare un corpo, timidamente tratteggiato, o un volto, quasi sempre femminile, ad interrompere volute e geometrie e a riportarci alla realtà, quella da cui l'artista sempre parte con l'intento di restituirci in tutta la sua complessità: un reale, però, che non implode mai, che, al contrario, esplode con l'energia di segni e di colori che si incontrano e si scontrano dialogando in una pòlemos che è vero senso della vita. E quei segni, scomposti o allineati, quei colori, vigorosi o sfumati, quasi allusivi, spesso ci riportano ad un amore ancestrale dell'artista, quello per l'ambiente montano in cui affondano le sue origini. E allora sì che, in tale alta dimensione, troviamo il significato profondo del linguaggio di Alimede, che assapora la conquista dopo la fatica, sempre pronto a lasciarsi trascinare dalle ispirazioni in territori inesplorati, all'inseguimento di "sogni con puerili certezze" nell'intreccio di "canestri di vento".» (Presentazione della Prof.ssa Annamaria Poggioli)

Libri e Mostre di Mario Alimede




Helen Kirwan - perpetuum mobile - video still, Moynaq - Aral Sea, Karalpakstan, Uzbekistan © Helen Kirwan 2019 Helen Kirwan
www.glendacinquegrana.com

Helen Kirwan inaugurerà una nuova installazione video, perpetuum mobile (2019), allo European Cultural Centre, durante la 58esima Esposizione Internazionale d'Arte La Biennale di Venezia, nell'ambito della mostra Personal Structures curata dalla Global Art Affairs Foundation. Si tratta del capitolo finale di una trilogia di opere video della Kirwan che esplorano il lutto e la memoria attraverso l'atto fisico del viaggio. Durante la Biennale, l'artista presenterà anche una serie di performance dal vivo, in collaborazione con il pluripremiato compositore dublinese Tom Lane. Quest'anno l'opera della Kirwan occuperà l'intero spazio di una grande sala al piano terra di Palazzo Bembo, un palazzo quattrocentesco restaurato sul Canal Grande. Entrando nella sala, i visitatori si troveranno immersi nei grandi schermi del video e nel paesaggio sonoro composta da Lane. Il palazzo in stile bizantino veneziano, con influenze spagnolo-moresche e gotico-peninsulari richiama la confluenza già presente nell'opera della Kirwan.

Le performance della Kirwan per perpetuum mobile sono state filmate in esterno in località remote: l'altipiano di Ustyurt, il lago d'Aral in Uzbekistan, e l'isola di Sylt nella parte tedesca dell'arcipelago frisone. I cedri erano alberi considerati immortali nelle antiche mitologie del Mediterraneo. Il cammino della Kirwan attraverso apparentemente infinito bosco di cedri crea l'illusione di un loop che rimanda a quei miti. Nel frattempo, sul lago d'Aral, la Kirwan arranca attraverso quella vasta distesa di sabbia secca che una volta era il quarto lago più grande al mondo, come se fosse condannata a camminare sulla Terra per l'eternità. Sulla battigia di Sylt che cambia la forma a seconda dei mutamenti del piano mesolitorale del Mare dei Wadden, l'artista sembra vacillare sul limite della Terra, quasi considerasse la propria transizione dalla vita alla morte un prendere il largo, come nella poesia di Alfred Tennyson intitolata Crossing the Bar (1889).

Per Kirwan, camminare è un modo di segnare e di attraversare il tempo. Camminando attraverso i suoi paesaggi, l'artista si ispira ai racconti biblici e mitologici di viaggi epici che spezza attraverso il montaggio del film. Le scene sono intervallate da performance subacquee che vedono l'artista tuffarsi in acqua attraverso la lente indagatrice di una videocamera ad alta velocità. Le scene di Sylt rimandano a precedenti performance girate sulle spiagge del Kent. L'opera della Kirwan si ispira alla propria esperienza del lutto per la perdita di una persona a lei cara. Il mio viaggio è la manifestazione del gemere, del cercare e del desiderare che alcuni psicologi considerano essenziali nel processo del lutto spiega l'artista. Cita Atlante delle Emozioni di Giuliana Bruno in cui il viaggiare è considerato un terreno aptico ed emotivo che corrisponde alle metafore del trovare la via e del mappare.

La ripetizione sta anche al centro di perpetuum mobile e dell'opera video della Kirwan. L'installazione si ispira al concetto di memoria come ripetizione che si reinventa in continuazione. Il filosofo Simon Critchley vede la memoria hegeliana come una ruota che gira, ritorna e di nuovo gira (...) una sorta di perpetuum mobile, un ciclo che si ricrea e riprende il movimento in continuazione. Le variazioni ripetitive di perpetuum mobile richiamano la musica di Lane. Si tratta di una serie di brevi loop tratti da una registrazione del Preludio in C Maggiore BWV 846 del compositore tedesco J.S. Bach, il chi intento è creare un senso di moto perpetuo. Il brano è in continuo movimento, ma non progredisce mai in un senso armonico convenzionale, spiega Lane: la musica si sviluppa lentamente usando tecniche di minimaliste phasing e la manipolazione della struttura. La trilogia della Kirwan include i film Fragment and Trace (2015) e Memory Theatre (2017): anche queste opere sono state inaugurate allo European Cultural Centre durante le due ultime edizioni della Esposizione Internazionale d'Arte La Biennale di Venezia. (Comunicato stampa)




Rinoceronte - immagione opera di Albrecht Duerer nella mostra a Palazzo Sturm Albrecht Dürer. La collezione completa dei Remondini
20 aprile - 30 settembre 2019
Palazzo Sturm - Bassano del Grappa (Vicenza)

La Città di Bassano del Grappa ha scelto questo straordinario omaggio al genio di Dürer per celebrare la riapertura di Palazzo Sturm, a conclusione dell'ultima campagna di restauro che ha integralmente restituito alle visite il magnifico gioiello di architettura e arte, sede ideale per l'esposizione delle opere grafiche del Maestro tedesco Albrecht Dürer (1471-1528). Palazzo Sturm accoglie, infatti, il Museo dell'Incisione Remondini che conserva e presenta, in modo estesamente suggestivo, le creazioni della mitica dinastia di stampatori bassanesi, specializzati in raffinate edizioni e in stampe popolari che, tra '600 e '700, hanno saputo diffondere in tutto il mondo. Ma i Remondini furono anche attenti collezionisti d'arte.

Un corpus di 214 incisioni che, per ampiezza e qualità, è classificato, con quello conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna, il più importante e completo al mondo. Nelle loro importantissime raccolte, oggi patrimonio dei Civici Musei, si trovano ben 8500 opere di grafica tra le quali spiccano i nomi dei grandi maestri europei del Rinascimento e dell'epoca moderna. Tra loro Albrecht Dürer, presente nelle Collezioni Remondini con 123 xilografie e 91 calcografie. Dürer, che realizzò 260 incisioni, inizia la sua carriera come incisore di legni (xilografie) nel 1496. Dal 1512 al 1519 lavora per l'imperatore Massimiliano I per il quale realizza L'Arco di trionfo e La processione trionfale, quest'ultimo nelle collezione di Bassano del Grappa. Molto probabilmente passò per la città sul Brenta.

Lo si vede nei paesaggi e nelle vedute di sfondo di opere come La Grande Fortuna. I temi trattati da Dürer sono mitologici, religiosi, popolari, naturalistici, ritratti, paesaggi e nelle collezioni bassanesi sono incluse le serie complete dell'Apocalisse, della Grande Passione, della Piccola Passione e della Vita di Maria. Per l'Imperatore Massimiliano realizza anche una delle sue incisioni più popolari, il "Rinoceronte". A ricordo dell'esotico animale che l'Imperatore aveva destinato al Papa ma che non arrivò mai a Roma, vittima di un naufragio di fronte alle coste liguri. Intorno a questa famosissima opera, Chiara Casarin ha voluto offrire ai visitatori della mostra un focus che, da un lato rievoca la vicenda e dall'altro percorre la fortuna che nei secoli ebbe quell'incisione.

Il tema del Rinoceronte ha infatti affascinato molti artisti, da Raffaello a Stubbs, a Salvador Dalì sino a Li-Jen Shih, il cui King Kong Rhino è stato voluto a Bassano per testimoniare quanto ancor oggi quel soggetto e la lezione dureriana siano attuali e universali. Li-Jen Shih, tra i massimi artisti contemporanei cinesi, presente nelle più importanti collezioni private e pubbliche del mondo, lavora da quarant'anni sul tema del Rinoceronte. A Bassano, il suo King Kong Rhino sarà, per l'intera durata della mostra di Dürer, esposto nel belvedere di Palazzo Sturm. La mostra è accompagnata da un video di raffinata qualità artistica che rivive l'atelier di Albrecht Dürer e illustra la tecnica dell'incisione. La mostra, a cura di Chiara Casarin in collaborazione con Roberto Dalle Nogare, sarà accompagnata da un catalogo con testi di Chiara Casarin, Bernard Aikema, Giovanni Maria Fara, Elena Filippi e Andrea Polati. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

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Palazzo Sturm e il suo famoso Belvedere
Presentazione




Immagine di presentazione della mostra dedicata a Inge Morath Inge Morath
La vita, la fotografia


termina lo 09 giugno 2019
Casa dei Carraresi - Treviso

La prima grande retrospettiva italiana di Inge Morath, la prima donna ad essere inserita nel cenacolo, all'epoca tutto maschile, della celebre agenzia fotografica Magnum Photos. Impropriamente nota alle cronache più per aver sostituito la mitica Marilyn Monroe nel cuore dello scrittore Arthur Miller, divenendone moglie e compagna di vita, è stata in realtà soprattutto una straordinaria fotografa ed una fine intellettuale. Il suo rapporto con la fotografia è stato un crescendo graduale: dopo aver lavorato come traduttrice e scrittrice in Austria, inizia a scattare nel 1952, e dall'anno successivo, grazie ad Ernst Haas inizia a lavorare per Magnum Photos a Parigi. Limitarsi a considerarla una fotografa di questa celebre agenzia è riduttivo. Le celebri fotografie realizzate durante i suoi viaggi, o gli intensi ritratti in grado di catturare le intimità più profonde dei suoi soggetti, si accompagnano ad una brillante attività intellettuale che si alimentava di amicizie con celebri scrittori, artisti, grafici e musicisti.

Che si trattasse di raccontare paesaggi e Paesi, persone o situazioni, le sue foto erano sempre caratterizzate da una visione personale e da specifica sensibilità, in grado di arricchire la percezione del mondo che la circondava. Ogni reportage di viaggio ed ogni incontro veniva da lei preparato con cura maniacale. La sua conoscenza di diverse lingue straniere le permetteva di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto e profondo con la gente. Per questa ampia retrospettiva a cura di Brigitte Blüml-Kaindl, Kurt Kaindl e Marco Minuz - una selezione di oltre 150 fotografie e decine di documenti riferiti al lavoro di Inge Morath - i curatori hanno dato vita ad un percorso che analizzerà tutte le principali fasi del lavoro della Morath, ma al contempo cercherà di far emergere l'umanità che incarna tutta la sua produzione. Una sensibilità segnata dell'esperienza tragica della Seconda guerra mondiale, che con gli anni si rafforzerà e diventerà documentazione della resistenza dello spirito umano alle estreme difficoltà e consapevolezza del valore della vita. La mostra ripercorre tutti i principali reportage realizzati dalla fotografa austriaca.

Contemporaneamente il percorso espositivo darà spazio ai suoi celebri ritratti di scrittori, pittori, poeti, tra cui lo stesso Arthur Miller, oltre ad Alberto Giacometti, Pablo Picasso e Alexander Calder: quest'ultimo suo vicino di casa a Roxbury, nel Connecticut, dove Inge Morath visse con il marito Premio Pulitzer per tutta la vita. Ci sarà poi spazio anche per il mondo del cinema. Nel 1960 Inge Morath viene infatti inviata dall'agenzia Magnum nel set della pellicola hollywoodiana The Misfits, un'enorme produzione cinematografica con alla regia John Houston, alla sceneggiatura Arthur Miller, ed attori del calibro di Clark Gable e Marilyn Monroe. All'epoca Miller e la Monroe erano sposati, ma la loro relazione era già in difficoltà. Proprio sul set del film, la Morath ebbe modo di conoscere lo scrittore, che sarebbe diventato poi suo marito. Come dichiara Marco Minuz: "E' un progetto espositivo che vuole descrivere, nel dettaglio e per la prima volta in Italia, la straordinaria vita di questa fotografa; una donna dalle scelte coraggiose, emancipata, che ha saputo nella fotografia inserirci la sua sensibilità verso l'essere umano". (Comunicato stampa ufficio stampa Studio Esseci)

___ Presentazione di altre rassegne di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik

Photology Air 2019/2020 | Il nuovo parco per l'arte contemporanea in Sicilia
22 giugno - 03 novembre 2019
09 aprile - 27 settembre 2020
Tenuta Busulmone - Busulmone, Noto (Siracusa)
Presentazione

Giovanni Romano: "Dalla terra alla Luna"
termina il 27 aprile 2019
Galleria 8,75 Artecontemporanea - Reggio Emilia
Presentazione

Ketty La Rocca | Appendice per una supplica
termina lo 06 ottobre 2019
Sala 1 GAM - Torino
Presentazione

Guido Guidi - Photographic Visions of Modernist Architecture
termina lo 04 maggio 2019
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
Presentazione

Kenro Izu: "Seduction"
termina il 31 luglio 2019
Spazio Damiani - Bologna
Presentazione

1969. Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale
termina il 24 maggio 2019
Museo Civico "P.A. Garda" - Ivrea
Presentazione

Obiettivi su Burri | Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993
termina il 12 settembre 2019
Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri (Ex Seccatoi del Tabacco) - Città di Castello (Perugia)
Presentazione

Ando Gilardi Reporter. Italia 1950-1962
termina il 16 giugno 2019
Wunderkammer GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
Presentazione

Franco Grignani (1908-1999) | Polisensorialità fra arte, grafica e fotografia
termina il 15 settembre 2019
m.a.x museo - Chiasso (Svizzera)
Presentazione

Ferdinando Scianna: Viaggio Racconto Memoria
termina il 28 luglio 2019
Galleria d'arte Moderna - Palermo
Presentazione




Gianfranco Gorgoni - Photology Photology Air 2019/2020
Il nuovo parco per l'arte contemporanea in Sicilia


22 giugno - 03 novembre 2019
09 aprile - 27 settembre 2020
Tenuta Busulmone - Busulmone, Noto (Siracusa)
www.photology.com

Cinque progetti naturalistico-fotografici che coinvolgeranno il curatore uruguaiano Martin Craucin e 15 artisti di fama internazionale: Gianfranco Gorgoni, Georg Reinking, Gian Paolo Barbieri, Angelo Candiano, Mario Giacomelli, Jack Pierson, Giada Barbieri, Massimo Bartolini, Mario Cresci, Juan Pedro Fabro, Emilio Fantin, Fiamma Montezemolo, Irina Raffo, Luca Vitone, Francesca Romana Gaglione. Photology, che già dal 2012 ha intrapreso un'intensa attività di diffusione delle arti fotografiche nel territorio siciliano di sud-est, è orgogliosa di presentare l'edizione 2019/2020 di Photology Air (Art In Ruins), il nuovo parco per l'arte contemporanea aperto nel 2018 nei trenta ettari della splendida Tenuta Busulmone, a Noto.

In particolare, traendo ispirazione dal tema delle "rovine" come sinonimo di modernizzazione (già trattato alla Biennale di Venezia 2014), le mostre vengono allestite negli spazi restaurati en plein air di un convento ottocentesco e lungo i tanti percorsi naturali che si trovano nella tenuta. La scelta curatoriale per il biennio 2019/2020 è ricaduta su un tema sempre più attuale, la "coscienza ambientale", e il titolo Preservaction ne è diventato l'esplicito manifesto. In particolare, le attività di Photology Air che verranno presentate nel 2019 con il titolo Prelude To Preservaction, per poi svilupparsi nel 2020 sotto il nome di Preservaction Now!, offrono ai visitatori la possibilità di confrontarsi con opere eterogenee che vogliono invitare a riflettere sulla rappresentazione artistica della natura come via di preservazione e tutela, perché la Natura, da sempre fonte di ispirazione per gli artisti di qualsiasi disciplina, è lei stessa un'opera d'arte.

Noto, fiore all'occhiello dell'arte e della cultura siciliana, è uno splendido esempio di architettura barocca di fine Settecento che domina la valle del fiume Asinaro con vista sul Mar Ionio a est e Mediterraneo a sud. Il suo centro storico è stato dichiarato nel 2002 Patrimonio dell'Umanità da parte dell'Unesco insieme con le altre città tardo barocche della Val di Noto. Dopo la ricostruzione in seguito al terremoto del 1693, Noto è divenuta una delle città d'arte più visitate del nostro paese, meta di un turismo sempre crescente, tanto da registrare un incremento medio annuo di visitatori intorno al 5% dal 2010, soprattutto internazionali. Tutta la Val di Noto è oggi meta esclusiva, non solo per il patrimonio artistico-culturale, ma anche per le eccellenze enogastronomiche, e le località turistiche della zona sono particolarmente apprezzate: le spiagge della riserva naturale di Vendicari, i laghetti di Cavagrande, la zona archeologica di Pantalica, la Villa Romana del Tellaro, Marzamemi e Noto antica.

- Prelude to preservaction
22 giugno - 03 novembre 2019

.. Land Art in America
by Gianfranco Gorgoni

Pensato per la sezione Exhibitions 2018, il progetto - introdotto da un'esclusiva scultura di Georg Reinking - propone una serie di celebri lavori del fotografo italiano Gianfranco Gorgoni esposti tra le rovine del convento ottocentesco: opere fotografiche di grande formato realizzate a partire dalla fine degli anni Sessanta, in collaborazione con i grandi maestri della Land Art americana come Christo, Walter De Maria, Michael Heizer, Nancy Holt, Richard Serra, Robert Smithson, fino ai più recenti lavori con Ugo Rondinone. L'allestimento prevede un dialogo tra gli spazi interni ed esterni del rudere, per cui Gorgoni presenta opere innovative, pensate e prodotte per essere stampate su alluminio e sottoposte a speciali trattamenti da esterno.

.. Belvedere Collectors
Project Room With a View


Da giugno 2019 Photology apre al pubblico Belvedere Collectors-Project Room with a View, l'unica zona espositiva coperta di Photology Air pensata per i collezionisti e gli amanti della fotoarte. Il nuovo spazio presenta non solo una selezione di opere originali con soggetti naturalistici di artisti di fama internazionale e un esclusivo art bookshop con libri rari, ma anche la possibilità di trovare una serie limitate di prodotti a chilometro zero provenienti dal territorio di Noto. Gli artisti scelti per questa prima edizione sono: Gian Paolo Barbieri, Angelo Candiano, Mario Giacomelli, Jack Pierson. La zona Belvedere, dal secondo piano della struttura espositiva, ha un'incredibile vista a sud verso la Riserva Naturale di Vendicari.

.. Naturalistic Trail. Planta Manent
22 giugno 2019 - 29 settembre 2020

Un'esperienza unica di walking to art con 15 istallazioni fotografiche site specific stampate su alluminio e dislocate lungo un suggestivo percorso di 2 km nella campagna mediterranea circostante la Tenuta Busulmone, che ritraggono la flora locale accompagnate da spiegazioni botaniche. Planta Manent, la catalogazione fotografica permanente realizzata da Francesca Romana Gaglione, nasce con l'obiettivo di preservare, attraverso un lavoro di ricerca gli endemismi puntiformi caratteristici dell'area circostante Tenuta Busulmone, una porzione di terra che si rivela particolarmente interessante da un punto di vista botanico per via della singolare posizione geografica e delle peculiari condizioni climatiche. Quanto più un endemismo è puntiforme, cioè relativo a un'area geografica circoscritta, tanto più sarà composto da specie ad alto rischio di estinzione. Pertanto, la prima parte del progetto, una vera e propria fase di ricerca svolta insieme al botanico Paolo Uccello, si concentrerà sull'individuazione degli arbusti, degli alberi e delle infiorescenze più vulnerabili con l'obiettivo di ricostruirne la storia. La seconda parte del progetto, invece, indagherà nella vita segreta degli elementi individuati, con l'obiettivo di trasformarli in oggetti fotografici che diventeranno parte integrante di una memoria consapevole del luogo.

.. Educational Project: Kids in action
settembre 2019 - settembre 2020

Il progetto, che verrà realizzato in collaborazione con il Comune di Noto e Legambiente ha il fine di sensibilizzare ed educare le giovani generazioni alla tutela e alla pulizia dell'ambiente circostante attraverso laboratori didattici ad hoc. Gruppi di ragazzi verranno accompagnati nel territorio del Comune di Noto con l'obbiettivo di ripulire l'ambiente naturale dai rifiuti abbandonati. Il cleaning project servirà infine per utilizzare i materiali raccolti come elementi per laboratori artistici, seguendo le orme di artisti affermati come Damien Hirst, Kcho, Micheal Fliri. Le creazioni saranno esposte nel corso della stagione in un percorso esclusivo e premiate da una giuria selezionata.

- Preservaction Now!
09 aprile - 27 settembre 2020

.. The Secret Life of Plants

La mostra The secret life of plants prende ispirazione dall'omonimo libro di Peter Tompkins e Christopher Bird, pubblicato nel 1974 e basato sulle loro ricerche nel mondo dei vegetali riguardo alla possibilità che le piante non siano soltanto organismi passivi simili ad automi, sottomessi alle forze ambientali, bensì che abbiano la capacità di comunicare, di percepire gli eventi, di memorizzarli e persino di provare emozioni. L'esposizione, curata da Martin Craciun e allestita da Photology negli spazi Air (senza copertura) del convento, sarà costituita da installazioni botaniche, opere fotografiche, sculture e video. La selezione delle opere e degli artisti è incentrata proprio sulla ricerca emotiva evidenziata nel celebre libro di Tompkins e Bird. Piante e fiori mediate dal lavoro degli artisti comunicano con il visitatore attraverso i 5 sensi in un percorso scenografico che richiama il diorama. Questi gli artisti italiani ed internazionali che esporranno: Fiamma Montezemolo, Giada Barbieri, Emilio Fantin, Luca Vitone, Massimo Bartolini, Mario Cresci, Irina Raffo, Juan Pedro Fabro.

.. Art Trail
Profondo Blu

by Gian Paolo Barbieri

Profondo Blu rende omaggio all'itinerario fotografico di Gian Paolo Barbieri, che a partire dagli anni Ottanta lo vede in luoghi esotici e lontani a collezionare ritratti inediti di un'umanità e di una natura intatta, frammenti di memoria destinati a perdersi per sempre, attimi sottratti a un processo di metamorfosi e devastazione inarrestabile. In ogni foto si può percepire la profonda meditazione dell'artista, che per la prima volta si trova da solo dietro la macchina fotografica e davanti ad un soggetto che non concepisce alcuna possibilità di alterazione di setting. Art Trail 2019 si contraddistingue per un inedito ed emozionante incontro tra natura & natura. Le eleganti opere fotografiche di Gian Paolo Barbieri, realizzate in 40 anni di viaggi in luoghi incontaminati, si fondono con lo spettacolo del paesaggio rurale della campagna netina. Photology presenta un progetto di installazioni naturalistiche con strutture realizzate da artigiani locali utilizzando materiali a chilometri zero. Il percorso prevede una serie di aree espositive su un sentiero in terra battuta di circa 2 km in mezzo a millenari carrubi, ulivi e campi di grani antichi. La mostra, composta da circa 30 opere di grande formato e stampate in tricromia su materiali da esterno sarà percorribile a piedi con un normale abbigliamento sportivo o con speciali visite guidate con biciclette assistite elettricamente.

.. In the air tonight

La stagione di mostre di Photology Air per il 2020 si arricchisce di eventi esclusivi di approfondimento dal titolo In the Air Tonight. Da maggio ad agosto con cadenza settimanale si alterneranno nella zona cinema e relax una serie di presentazioni e incontri a tema seguendo la linea curatoriale Preservaction. Prima e dopo le proiezioni degli Earth Films, il programma In the Air tonight prevede una serie di art talks con il pubblico degli artisti partecipanti alle mostre, simposi di enti e fondazioni coinvolti nel progetto, lectures con presentazioni fotografiche, visite guidate notturne al cosmo, performance musicali e piccole rassegne teatrali. Sono stati invitati a partecipare: Emilio Fantin, Stefano Tirelli e Massimiliano Nebuloni, Pier Raffaele Platania, Greta Scacchi e Nicky Rohl, Luca Vitone. Gli appuntamenti verranno confermati con date e orari sull'apposito sito web e attraverso la guida Photology Air.

.. Art Film Festival
Earth Film


Photology Air si prefigge per il 2020 l'obiettivo di diventare un luogo di incontro e cultura imprescindibile per le serate netine, anche attraverso la settima arte, il cinema. La rassegna Earth Films propone una ricca selezione di lungometraggi e documentari di fama internazionale, collegati dalla comune tematica green. La sala cinema, posizionata in una location d'eccezione come il convento ottocentesco restaurato, vedrà alternarsi a pellicole note e acclamate da pubblico e critica, altre tutte da scoprire. Le proiezioni, che si susseguiranno per tutta la stagione, saranno accessibili gratuitamente fino ad esaurimento posti. Il programma definitivo della rassegna cinematografica verrà reso noto nella sezione del sito web dedicata e tramite la guida Photology Air. (Comunicato De Angelis Press)




Opera di Alfredo Pini nella locandina della mostra Le jeu des parties Alfredo Pini
"Le jeu des parties" (Il gioco delle parti)


termina il 30 settembre 2019
Galleria Ad Hoc Corner di Tourrettes su Loup (Costa Azzurra)
www.lacerba.com

Negli spazi della galleria francese saranno esposti una ventina di lavori in cui sono rappresentati essenzialmente due cicli di opere: "le pagine ella memoria" e "sorvolando sui particolari". Nel primo ciclo di opere sono inserite, in un contesto urbano contemporaneo, oggetti che appartengono ad un nostro passato prossimo come vecchi filobus o lambrette che sembrano appartenere ad un'altra era, questo a sottolineare come i tempi odierni corrano sempre più veloci e cambino ad un ritmo frenetico tutto ciò che ci circonda. Al secondo ciclo appartengono opere di paesaggio metropolitano visto da una prospettiva aerea, formata da danti piccoli tasselli e tocchi di pennello che isolati dal contesto generale appaiono astratti, ma nell'insieme la mente di chi osserva li elabora come paesaggio. Da qui il titolo del ciclo che induce a riflettere che ogni cosa va osservata in un contesto per poterla capire, mentre se isolata può sembrare tutt'altra cosa. L'artista vuole esprimere nel titolo della mostra "Il gioco delle parti", il gioco a tre che si crea tra artista, tra l'opera e tra il pubblico. L'artista ha un'idea, l'opera e' l'idea materializzata ed il pubblico la interpreta. Ogni ruolo gioca la sua parte, ma ognuna si differenzia dall'altra. L'artista crea illusioni, l'opera rimanda illusioni che non sono mai identiche a quelle immaginate dall'artista e il pubblico riceve illusioni e le interpreta in maniera ancora differente. Questa è la bellezza dell'arte. (Comunicato stampa Bottega d'arte Lacerba)




Kima Gorgon TuncUs "Mythological" | Andrea Branciforti per Timelam
Piatti, orologio, tavoli indoor e outdoor, lampade in laminam.

"Saligia" | Timelam Special Edition by:
Andrea Buglisi, Demetrio Di Grado, Giovanni Robustelli, Teddy, Massimiliano Usai, Alice Valenti, Willow


09-14 aprile 2019
Isola Design District, Atelier Kondakji - Milano

Prima presenza alla Milan Design Week per Timelam, nuovo brand  del gruppo Iblea Mosaici, azienda siciliana specializzata, da venti anni, nella lavorazione di materiale marmoreo e ceramico di grandi formati attraverso l'utilizzo di macchinari a controllo numerico. Timelam nasce da un'idea di Biagio Corifeo, Ceo dell'azienda madre che ha sviluppato una lavorazione innovativa per il trattamento e la decorazione manuale e serigrafica con colori ceramici per laminam, materiale di ultima generazione, utilizzato per top da cucina, rivestimenti interni e pareti ventilate. La sfida dell'azienda è stata di realizzare oggetti di piccole dimensioni arricchiti da texture e decori che mantenessero le stesse caratteristiche dei grandi formati, ossia, l'antigraffio, la resistenza ai raggi ultravioletti, l'a-tossicità, la leggerezza e la praticità. Ogni oggetto è in sé unico e versatile, dialoga e si lascia contaminare da altri materiali diventando parte degli scenari dei vari ambienti della casa. È nello spazio dell'Atelier Kondakji, nel cuore dell'Isola Design District che, Timelam presenta "Mythological", collezione di piatti, orologio, lampade, tavoli indoor e outdoor in legno, laminam e ferro disegnati da Andrea Branciforti - designer, Ceo dello studio e laboratorio Improntabarre - che, come suggerisce lo stesso titolo, si rifà a  miti e leggende del mondo classico. 

Gorgon è la serie di piatti in laminam. Le Gorgoni erano tre sorelle, Steno, Euriale e Medusa. Il mito narra che Perseo, avendo ricevuto l'ordine di consegnare la testa di Medusa a Polidette, signore dell'isola di Serifo, volò, armato, contro le Gorgoni e mentre erano addormentate, tagliò la testa a Medusa che donò alla dea Atena, la quale la fissò al centro del proprio scudo per terrorizzare i nemici. TuncUs è un orologio in legno con innesto in pietra lavica, che idealmente si rifà all'attitudine tipica dei bambini di trasformare in "gioco" qualunque oggetto. Glare (bagliore) è la linea di lampade a sospensione in laminam che si rifà all'iconografia tantrica e ai quattro elementi naturali: Aer, Ignis, Terra, Aqua. Kyma, (onda) sono tavoli indoor e outdoor con struttura in ferro naturale cromato oro interamente sagomata a mano e top in laminam. 

Kiosk si rifà alle edicole votive, forme di arte popolare ed espressione di un'antica religiosità in cui custodire immagini sacre o icone. Vetrine di culto popolare che dalle vie cittadine si spostano nella nostra casa per diventare tabernacolo di nuovi oggetti di culto. Sempre nello spazio dell'Atelier Kondakji, l'installazione "Saligia" acronimo, usato anche da Boccaccio, dato dall'unione delle prime lettere dei sette peccati capitali (superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia). Timelam ha invitato sette artisti - Andrea Buglisi, Demetrio Di Grado, Giovanni Robustelli, Massimiliano Usai, Alice Valenti, Teddy, Willow - a interpretare, attraverso la loro visione contemporanea e personale il piano in laminam nero della serie Kiosk.

In questo modo le vetrine di culto popolare si spostano dalle vie cittadine nelle nostre case per diventare tabernacoli dei nostri nuovi oggetti di culto. Oggetti contemporanei o visioni di una società che ha trasformato in icone quelli che un tempo erano chiamati peccati? Aristotele sosteneva che "ogni buona qualità portata agli estremi può condurre al peccato" e ogni artista oltre ad aver interpretato un "peccato" ha scelto una frase per sintetizzarlo. Aggiornare, studiare, identificare, facilitare, valorizzare, accelerare, personalizzare, progettare: sono i verbi che meglio caratterizzano le azioni svolte quotidianamente da tutto il team di Timelam, azienda simbolo di un Made in Sicily di elevata qualità e professionalità, sempre al passo con i tempi e con le richieste del mercato.

Andrea Buglisi (Palermo, 1974) si diploma in Decorazione all'Accademia di Belle Arti nel 1998 con una tesi sulla Street Art. Attualmente, insegna discipline pittoriche al Liceo Artistico E. Catalano di Palermo. Artista attivo dal 1996, si occupa principalmente di Pittura, con particolare attenzione alle contaminazioni e ibridazioni con altri media espressivi. Descrive la sua ricerca come: «una specie di trappola visiva. Tendo ad attirare l'osservatore con immagini accattivanti sotto il profilo cromatico e compositivo che strizzano l'occhio al design e all'advertising. Ad uno strato più profondo di lettura si scorge però qualcosa di inquieto che, attraverso il binario privilegiato dell'ironia, veicola un messaggio critico nei confronti della società con le sue convenzioni e nevrosi collettive». Le opere di Andrea Buglisi sono state presentate in mostre personali e collettive in Italia e all'estero (Riso, Museo d'Arte Contemporanea della Sicilia, Mart museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Galleria Regionale Palazzo Bellomo di Siracusa, Stadtgalerie di Kiel, Museum Kunstpalast di Düsseldorf, Biennale di Venezia etc.)

Demetrio Di Grado (Palermo, 1976), dopo un trascorso nella cultura Hip Hop (dal 1994 al 2000), si dedica alla pittura. Nel 2012, fonda ManSourcing, associazione volta a promuovere l'arte in tutte le sue declinazioni possibili. É così che inizia un percorso ricco di collaborazioni con artisti della scena nazionale e internazionale, coinvolti in mostre, progetti di street art e festival. Nel 2016, rivoluziona la sua idea di fare arte: affascinato, da sempre, dalla tecnica dei collage, inizia a tagliare, incollare, assemblare immagini e suggestioni, fermando sulla carta i suoi sogni e i suoi pensieri in un viaggio intimo tra coscienza e istinto.

I suoi collage - realizzati con ritagli di riviste pubblicate tra gli anni '20 e gli anni '50 che cerca con piglio da archeologo - nascono dal suo desiderio di esprimersi attraverso immagini evocative di un periodo storico ormai lontano, denso di poesia e nostalgia. Le scene che rappresenta nei suoi lavori rievocano gli anni della guerra ma anche quelli della rinascita. (...) Una frase sugli occhi chiude il senso, lancia una provocazione, propone una riflessione. Occhi che parlano è, infatti, la sua firma. "Vintagepop": è così che Di Grado definisce il suo lavoro. Un collage anche questo: assemblaggio di epoche, in un periodo storico in cui il digitale è sempre più veloce e la frenesia divora, l'analogico diventa per lui un'esigenza per fermarsi, nei suoi "ritagli di tempo".

Giovanni Robustelli (Vittoria - Ragusa, 1980), dopo gli studi in Storia dell'Arte, Conservazione dei Beni Culturali e Storia dell'Arte Contemporanea all'Università degli Studi di Genova, si dedica completamente alla produzione artistica attraverso varie tecniche: grafite, olio, acquerello e... penna a sfera con cui realizza opere anche di grande formato senza alcun bozzetto preparatorio. Le sue opere oltre a far parte di prestigiose collezioni private e pubbliche, sono state esposte in diverse gallerie Italiane (anche in collettive allestite con opere di importanti artisti contemporanei e moderni). Dal 2009 con lo Spazio Papel di Milano ha avviato una stretta collaborazione, realizzando numerose mostre personali e pubblicazioni di opere grafiche, di libri e cataloghi. Dal 2015 collabora anche con Galleria Lo Magno a Modica e Soquadro a Ragusa.

Nel mese di giugno 2015 la città di Napoli gli ha dedicato una Mostra personale esponendo 40 suoi lavori nella prestigiosa cornice di Castel dell'Ovo.  La sua versatilità artistica e tecnica gli permette di portare avanti un profondo studio "linguistico" sul segno inteso come significante e quindi sul suo rapporto di valore tra rappresentazione e simbologia, tra astrazione e svuotamento di coscienza. Questo studio è particolarmente esplicativo durante le sue performance live sul palcoscenico, in relazione sinestetica con importanti musicisti tra cui: Francesco Cafiso, Giovanni Caccamo e i Radiodervish. Fra i suoi ultimi progetti il coinvolgimento artistico nello spettacolo multimediale "Corto Maltese - conversazione con Irene", ideato e scritto da Marco Steiner e che vede insieme a lui altri protagonisti come Francesco Cafiso, Marco D'Anna e Vincenzo Cascone.

Teddy, classe 1971, ma non è importante... In quell'anno però sono morti Louis Armstrong, Jim Morrison e Coco Chanel. Anno caldo, così dicono... La cosa che ritengo interessante accaduta nel 1971 è la passeggiata sulla luna dei tre astronauti americani, molto rilassante. Lavoro... si chiaro ma con calma... e collaboro con altri... se vengono a trovarmi. Vedo gente... quando esco mi capita... faccio qualcosa... non sempre però. Scrivere e presentarsi è noioso. Ricorda, comunque, che uno sbadiglio ci seppellirà tutti. Ciao.

Massimiliano Usai (Bologna 1976) nel 2005 si laurea in urbanistica contemporanea presso il Dams. Lavora nei primi anni 2000 come sarto con il marchio indipendente "Quémas". Dal 2005 è designer di gioielli,  borse e vari accessori  per alcune case di moda e marchi come Moschino, Ferré, Etro, Armani, Versace, Cavalli, Louboutin. Come musicista ha curato e cura gli arrangiamenti del cantautore Roberto Vitale. Da alcuni anni, si occupa di arti visive: dal 2017 con la consulenza della curatrice e storica dell'arte Eleonora Frattarolo. Nel 2017, partecipa al Festival delle arti Ar(t)cevia presso Jesi e a Dialogica, a cura di Francesco Piazza presso il Museo Bellomo di Ortigia, che ha acquisito un suo Trittico; nel 2018, partecipa a Paratissima e a un evento off di Art city a Bologna. Nel 2018, presenta due personali a Palermo e Catania "Flowers and Bodies" a cura di E. Frattarolo e F. Piazza. Da quest'anno, fa parte di "L'ArieteLab" spin-off della Galleria Ariete artecontemporanea di Bologna dove, recentemente, ha esposto un progetto a cura di E. Frattarolo.

Alice Valenti (Catania, 1975), pittrice, artigiana, ricercatrice della tradizione figurativa e iconografica popolare siciliana. Laureata a Pisa in Conservazione dei Beni Culturali, compie il suo apprendistato pittorico nella bottega di carretti siciliani del Maestro Domenico di Mauro ad Aci Sant'Antonio. Negli anni approfondisce i molteplici aspetti dell'arte popolare per approdare a una personale e ironica interpretazione del folklore e dei temi tradizionali siciliani. Ha al suo attivo numerose collaborazioni nel campo dell'arredamento, della moda e del design, tra cui la realizzazione dei Frigoriferi d'Arte Smeg - D&G. Per il terzo anno consecutivo è autrice dell'etichetta Averna Magnum Limited Edition di cui è testimonial in occasione dell'evento celebrativo svoltosi a Palermo nel 2018 per festeggiare 150 anni dell'amaro.

Willow (Milano, 1978), all'anagrafe Filippo Bruno, si è diplomato presso la Scuola del Fumetto e Illustrazione di Milano nel 2000. Ha collaborato con case editrici, agenzie pubblicitarie e aziende produttrici di gadgets e articoli da collezione e design. Affermatosi nel panorama artistico italiano con lo pseudonimo Willow, realizza opere in pieno stile neopop collaborando con gallerie d'arte e aziende di design in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Mito. Dei ed Eroi
termina il 14 luglio 2019
Gallerie d'Italia - Vicenza

La mostra celebra i vent'anni di apertura al pubblico delle Gallerie d'Italia - Palazzo Leoni Montanari e delle sue raccolte d'arte. A cura di Fernando Mazzocca, Federica Giacobello e Agata Keran, l'esposizione indaga la fortuna e l'esemplarità della mitologia classica, anche grazie all'eccezionale percorso iconografico delle decorazioni pittoriche e a stucco che caratterizzano l'architettura del palazzo. La mostra è organizzata in partnership con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, che concedono in prestito opere di grande rilievo, provenienti anche da Pompei e da alcuni siti della Magna Grecia. Un prestito eccezionale, inoltre, giunge dall'Hermitage di San Pietroburgo.

Partendo dalla rappresentazione di miti e personaggi eroici nell'antichità, il progetto espositivo mette in luce la fortuna della tematica mitologica nei secoli, a partire dalla Grecia, dalla Magna Grecia e da Roma fino al Classicismo dell'età barocca e alle diverse stagioni, tra Sette e Ottocento, del Neoclassicismo. La mostra è suddivisa in otto sezioni, ognuna con una tematica diversa, in un continuo confronto tra dei, eroi, miti rappresentati nell'apparato decorativo del palazzo e quelli raffigurati nelle opere esposte. Apollo, Atena, Marsia, Niobe, Alessandro Magno, Ercole e Achille saranno i protagonisti di un avvincente viaggio nel tempo e nello spazio architettonico, in un incessante rimando sul piano figurativo e iconologico tra i soggetti delle decorazioni e le opere in mostra, alla scoperta dei significati religiosi, morali e culturali che il mito ha assunto in tempi e contesti diversi.

I vasi dipinti della collezione di Intesa Sanpaolo dialogano con sculture e affreschi dell'arte greco-romana, analizzando gli aspetti produttivi e figurativi, l'influenza e la traduzione in immagine dei soggetti più celebri, le interpretazioni proposte per lo stesso mito da pittori e scultori; allo stesso modo le opere pittoriche di Pompeo Batoni, Ignazio e Filippo Collino, Francesco Hayez, Louis Gauffier, Laurent Pécheux, Camillo Pacetti, Luigi Basiletti, Francesco e Luigi Righetti, Giambattista Tiepolo e Cristoforo Unterperger sono testimonianza di come l'antico venisse considerato modello universale di bellezza e virtù morale in epoca neoclassica. Il catalogo della mostra, edito da Skira, contiene saggi di Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran. (Comunicato ufficio Stampa Maria Bonmassar)




Opera di Liviana Poropat Liviana Poropat: "La trama e l'ordito"
termina il 10 maggio 2019
Spazio espositivo del Mini Mu (comprensorio del parco di san Giovanni) - Trieste

Il titolo della mostra si riferisce a due aspetti complementari del lavoro di Liviana Poropat, da una lato la trama (da intendersi come intreccio di un tessuto), dall'altro, sotto traccia, i fili che ne costituiscono il primo aspetto strutturale o narrativo. La biunivocità del titolo, il suo rispecchiarsi e completarsi vicendevolmente, rimanda non solo ai rapporti dell'autrice con la fiber art, ma anche alla sua volontà di lavorare su piccoli racconti, su microstorie. Il che conduce anche a riferimenti con la scrittura declinata in maniera produttiva in un linguaggio visivo, come in una sorta di narrative art strutturata su piani scenici e su quinte teatrali.

Tuttavia, dovendo affrontare l'opera di Liviana Poropat, non possiamo soffermarci sul mero aspetto formale del segno e dell'esplosione coloristica come priorità del suo agire espressivo, ma dobbiamo prendere in considerazione anche i contenuti che vi vengono proposti, ovvero le sue considerazioni sull'agire umano e sulle sue ricadute nel mondo circostante e nei riguardi dei suoi simili. Si tratta di ricadute sulle quali l'autrice non esprime veri e propri giudizi, ma solo piccoli appunti, piccole annotazioni o sottolineature. Ecco, allora, che si comprende il senso dei suoi cicli "pittorici" e di una narrazione fatta per frammenti che si fanno storia e analisi del fenomeno, come nelle "Stagioni" o in "Cento e una storia - la finestra gotica": vere e proprie sequenze narrative all'interno di una medesima cornice di riferimento, un po' come avveniva nel Decameron. Un catalogo Juliet editrice farà da corollario alla mostra. (Comunicato stampa)




Venia Dimitrakopoulou - Insomnia Bed - inchiostro su carta 2011 ph. Panos Kokkinias 
Venia Dimitrakopoulou - Le Ombre dei Promahones Venia Dimitrakopoulou - Promahones - acciaio 3 elementi diametro m.6 cad. 2014 - Museo Archeologico Nazionale di Atene 2016 Venia Dimitrakopoulou
"Futuro Primordiale - Suono"


termina il 16 giugno 2019
Civico Museo Sartorio e Castello di San Giusto - Trieste
Locandina

A Trieste si compie la trilogia di esposizioni italiane della scultrice greca Venia Dimitrakopoulou con la mostra a cura di Afrodite Oikonomidou e Matteo Pacini. Con la terza importante personale italiana l'artista, dopo aver affrontato le tematiche della "materia" a Palermo e del "logos" a Torino, propone ora una nuova selezione di lavori dedicati al tema del "suono", che vanno, come da sua impronta stilistica, dalla piccola alla grande dimensione e spaziano dalla scultura tradizionale all'installazione, dal video all'azione, dalla scrittura alla grafica. La trilogia italiana Futuro Primordiale, intesa come un unico progetto in evoluzione, ha voluto presentare in ciascuna città e spazio espositivo opere diverse, con l'obiettivo di integrare il lavoro della scultrice nell'ambiente museale al fine di creare un dialogo visivo con gli oggetti esposti.

Le opere di Venia Dimitrakopoulou fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. Nata e formatasi ad Atene presso l'Accademia di Belle Arti, si diploma alla Scuola Superiore di Arte Drammatica del Conservatorio di Atene, per perfezionarsi poi presso l'Atelier Vivant de l'École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi. numerose le mostre personali e collettive in Grecia e all'estero, dove le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private. A Trieste l'artista procede quindi per evocazioni sonore e l'esposizione si snoda tra le pregevoli stanze della villa settecentesca, sede del Civico Museo Sartorio, in dialogo con gli arredi d'epoca ancora presenti.

E' così che troviamo ad accogliere il visitatore, al piano terra, l'emblematico video Zoodochos Pighi (Fonte di Vita, 2011), opera drammatica in senso etimologico del termine, che vede le mani dell'artista ergersi a simbolo della forza generatrice della dimensione scultorea, in un incessante processo metamorfico di creazione e distruzione della forma sottolineato dalla musica del noto compositore contemporaneo Pablo Ortiz. Al primo piano, nell'Appartamento del Duca, spicca l'opera Insomnia bed (2011), un grande drappo in carta adagiato sul letto che campeggia nella stanza, sul quale prendono la forma di un'annotazione caleidoscopica - con una tecnica affine alla scrittura automatica e al flusso di coscienza di joyciana memoria - parole in varie lingue, visioni, epifanie, ripensamenti, sogni, sensazioni, fino ai pensieri più intimi e personali; il tutto arricchito da suggestioni sonore restituite in racconto attraverso la voce della stessa Dimitrakopoulou.

Proseguendo nel percorso, la Sala Musica viene pervasa da un'installazione sonora site-specific composta in collaborazione con Pablo Ortiz, mentre nel Salotto Rosa ritroviamo un'installazione creata da opere cardine dell'intera trilogia. «Il suono ha un enorme potere evocativo - specifica Ortiz riguardo al suo lavoro con la scultrice - che deriva dalla sua natura astratta. Suggerisce narrazioni che ognuno di noi sviluppa e completa a suo piacimento nell'intimità della propria mente. Come la proverbiale madeleine proustiana un suono è in grado di riportare sensazioni della nostra vita, vissute in tempi ormai lontani, ed ha anche il potere di aprire una soglia ad una nuova comprensione del mondo. I suoni di questa installazione non sono pensati per essere ascoltati: semplicemente contribuiscono alla natura coinvolgente dell'esperienza. L'ascolto di questi suoni dovrebbe completare in modo quasi subliminale le sensazioni provocate dalle opere d'arte in mostra».

La mostra si completa poi sul colle di San Giusto, tra le mura del Castello triestino, spazio ideale per intrecciare una profonda riflessione sulla creazione monumentale Promahones, opera simbolo dell'artista. Gli imponenti dischi in acciaio, sfrangiati sulla sommità, attualmente esposti nel cortile principale del Museo Archeologico Nazionale di Atene, sono qui evocati attraverso la video installazione The Sound of Promahones, che restituisce i suoni provenienti dall'opera stessa rielaborati da Ortiz con la scultrice. La loro peculiarità è comunicata già dal nome della scultura, che significa "Bastioni" e rimanda all'idea di fortezza, di mura, ma anche a paratie mobili, grafemi o addirittura a «strumenti musicali a percussione, capaci di produrre arcane melodie», come rileva Franco Fanelli nel testo critico in catalogo: «Mura attraversabili, bastioni percorribili, fatti di metallo d'ombre e suoni, i Promahones possono dettare altri ritmi, ad esempio quelli della danza o della performance, senza per questo contrarsi in pura scenografia», ma intessendo un gioco sonoro, fatto di rimandi e di echi passati, per guardare al presente e costruire il futuro.

Anche Pablo Ortiz specifica in proposito: «Ho lavorato con Venia Dimitrakopoulou per molti anni su vari progetti e sull'installazione monumentale Promahones al Museo Benaki di Atene. Durante la nostra proficua collaborazione il punto di partenza e l'obiettivo principale per me è stato quello di riuscire a collegare il suono con la sostanza fisica. Nel caso di Promahones, in particolare, ciò significava suonare letteralmente con le bacchette sull'acciaio della scultura, registrare i risultati e, successivamente, elaborarli per creare una sintesi: un suono come un respiro emanato organicamente dalla scultura stessa».

Arricchiscono l'allestimento alcune teste di guerrieri che simbolicamente rimandano alla prima mostra palermitana, a conclusione di un percorso lineare e circolare allo stesso tempo, come afferma l'artista stessa: «La trilogia si conclude a Trieste, città rilevante sia per la sua posizione geografica che per la sua storia. Un crocevia che collega il Nord al Sud, esattamente come la Grecia. Del resto, la dualità è uno dei cardini principali del mio lavoro, come anche lo spazio intermedio. Iniziando da Palermo dove protagonista è stata la Materia, con tappa intermedia a Torino con il Logos, arrivo ora a Trieste con il Suono, cioè la "non materia". Un tentativo di mappatura della condizione umana e del ciclo della vita, così come io la percepisco.

Il momento storico in cui si svolge la mia traversata in Italia è un momento di grandi cambiamenti sia in Europa che nel mondo. In questo paesaggio piuttosto annebbiato, l'arte oggi può avere un ruolo importante e l'artista deve affrontare la sua responsabilità. La memoria e la storia sono il filo conduttore che arriva dal profondo del tempo e sento che, se riusciamo a tenerlo stretto tra le mani, ci potrà guidare al futuro con maggiore sicurezza. A Trieste quindi tento, con mezzi semplici e intangibili, in particolare attraverso i suoni, di attivare la memoria. Il ricordo individuale e personale al Museo Sartorio e il ricordo collettivo al Castello di San Giusto».

L'esposizione triestina corona la trilogia di mostre italiane organizzata dalla Fondazione Ellenica di Cultura - Italia in co-organizzazione, per questa tappa conclusiva, con il Comune di Trieste e in collaborazione con Artespressione di Milano, galleria di riferimento dell'artista in Italia, e la Comunità Greco Orientale di Trieste. L'evento ha i patrocini del Ministero della Cultura e dello Sport della Repubblica Ellenica, dell'Ambasciata di Grecia a Roma, dei Consolati di Grecia e di Cipro a Trieste, del Museo Nazionale di Arte Contemporanea di Atene (EMST), dell'Associazione Trieste-Grecia "G. Costantinides" e di Scuola Di Musica 55 - Casa Della Musica. Le tre esposizioni di Venia Dimitrakopoulou nel nostro Paese, a Palermo, Torino e Trieste, rientrano nel programma "Tempo Forte Italia - Grecia", sancita nel corso del Primo Vertice Intergovernativo tra Italia e Grecia, tenutosi il 14 settembre 2017 a Corfù, volta a favorire e sostenere il rafforzamento delle relazioni culturali tra i due Paesi, nel rispetto dell'equilibrio tra i vari ambiti culturali, dalla tradizione al contemporaneo, dal passato al futuro. La rassegna è accompagnata da un esaustivo catalogo bilingue, italiano e inglese, edito da Umberto Allemandi. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)

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Venia Dimitrakopoulou | Futuro Primordiale - Logos
21 febbraio (inaugurazione) - 31 marzo 2019
Galleria della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo - Torino
Presentazione

Venia Dimitrakopoulou | Futuro Primordiale - Materia
15 novembre (inaugurazione) - 03 febbraio 2019
Museo archeologico regionale "Antonino Salinas" - Palermo
Presentazione




Giangiacomo Spadari - Tempi moderni - acrilico su tela cm.101x100 1973 ph. Bruno Bani Sergio Sarri - MM (in memoria di una movie Star) - acrilico su tela cm.200x200 2018 ph. Stefania Sarri Giangiacomo Spadari - Il mostro di Dusseldorf - acrilico su tela cm.190x190 1976 ph. Bruno Bani Cinema Pop
termina il 29 maggio 2019
Galleria Robilant+Voena - Milano

L'importante esposizione è evento collaterale che accompagna per tutta la sua durata la mostra Milano Pop. Pop Art e dintorni nella Milano degli anni '60/'70 allo Spazio Espositivo di Palazzo Lombardia. Organizzata in collaborazione con l'Associazione Sergio Sarri e l'Associazione Giangiacomo Spadari, la mostra Cinema Pop, attraverso una trentina di lavori di Sergio Sarri (1938) e Giangiacomo Spadari (1938-1997), approfondisce un aspetto comune a questi due protagonisti della Pop Art milanese, «attenti entrambi alle modalità espressive del cinema come spunto pittorico», così come rileva la curatrice Elena Pontiggia. Infatti, come la pittura anche il cinema fonda le sue basi sull'immagine; tuttavia, mentre il film la sviluppa nello spazio e nel tempo, l'arte pittorica la cristallizza in un "fotogramma".

Questa la riflessione di partenza che accomuna Sarri e Spadari e li allontana da altri artisti che hanno guardato alla settima arte come riferimento di cultura popolare, fra cui si ricordano Mario Schifano e Mimmo Rotella, i quali hanno attinto al bacino di immagini dell'universo cinematografico per farne delle icone pop. Spiega infatti Pontiggia: «Anche artisti come Sergio Sarri e Gianni Spadari, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, hanno ricreato una sorta di cinema, non con la poesia ma con la pittura. Entrambi il cinema l'hanno anche praticato, in forme sperimentali. Più che una direzione di ricerca, però, la decima musa è stata per loro un linguaggio a cui si sono ispirati».

Troviamo così tra le opere esposte in mostra, Orson Wells del 1979 e due lavori ispirati a Charlie Chaplin, rispettivamente del '73 e del '77 dal ciclo Tempi moderni di Spadari, accanto a Studio per Belle de Jour, Studio per L'angelo sterminatore e Studio per Ensayo de un crimen dalla serie di Omaggi a Bunuel del 1985 di Sarri. Da qui l'approccio impegnato di Spadari, coerente con la produzione dell'artista, nei confronti del cinema visto «come linguaggio, raramente come spensierato passatempo», ricorda il figlio Alessandro, e interpretato sulla tela con colori stravolti e tonalità visionarie per richiamare i più amati film in bianco e nero: «Credo di aver stabilito - ha affermato lo stesso Spadari - un rapporto di dare e avere: un piegare la loro immagine al mio "stile", un adattare il mio stile alle loro immagini».

In Sarri invece prevale la volontà di «mettere in evidenza anche l'aspetto psicologico e di suggestione che questi due mezzi di espressione, interagendo tra loro, risvegliano nel nostro subconscio», come egli stesso dichiara. Da qui una pittura che attraverso lo sconvolgimento delle forme, il ritmo frantumato e quasi allucinato delle composizioni è volta ad evidenziare il mito, l'archetipo, le grandi scene e i volti del mondo cinematografico, per stimolare la fantasia dell'osservatore e colpire l'immaginario più che lo sguardo. Arricchisce l'evento una pubblicazione ispirata alla grafica delle riviste dell'epoca con contributi di Elena Pontiggia, Sergio Sarri, Alessandro Spadari e un testo di Giangiacomo Spadari, in dialogo con immagini di repertorio e delle opere esposte. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)

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Milano Pop | Pop Art e dintorni nella Milano degli anni '60/'70
termina il 29 maggio 2019
Spazio Espositivo di Palazzo Lombardia - Milano
Presentazione




Opera di Paolo Spoltore Paolo Spoltore
"Antologica"


termina lo 02 maggio 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Un felice ritorno quello dell'artista di Lanciano a Mantova voluto dalla curatrice Arianna Sartori, dove è già stato presentato in tre occasioni con tre esposizioni personali dalla Galleria Sartori: nel 2004 con "Naturalmente", nel 2009 con "Totem. Presenze utopiche 2008" e nel 2011 con "Cuori pietrificati e Bestiario". Sarà possibile ammirare in Galleria sculture e pannelli realizzati in pietra, legno, ferro e bronzo che ripercorreranno l'interessante percorso artistico del Maestro.

«Così i Totem, il Bestiario, i Cuori pietrificati, l'Omaggio ai terremotati de L'Aquila, i Volti di pietra, le Metafore offrono al pubblico sì l'idea di purezza, ma non più come sentimento integro bensì come uno stato d'animo spezzato in decise cesure di materia. Nella moltiplicazione delle immagini, l'Artista enfatizza, infatti, il tema tanto potente del dolore, della sottrazione di un'umanità indispensabile al vivere quotidiano. La sua ricerca plastica si appunta, altresì, da un punto di vista operativo, negli scarti industriali che, recuperati, vengono valorizzati nelle sue sculture composite e articolate "nei riferimenti mitici, zoomorfici o antropomorfici" a cui conferisce un "aspetto simbolico ed evocativo"». (Anna Maria Di Paolo)

Dopo aver frequentato l'Istituto Statale d'Arte della sua città, Paolo Spoltore (Lanciano, 1946) nel 1963 si trasferisce a Milano dove prende contatti con la vita artistica di Brera e maestri dell'Academia, in particolare con lo scultore Marino Marini che lo avvicina e lo spinge sempre più all'amore per la scultura. Nel 1964 si trasferisce prima a Pavia e poi a Varese dove continua la formazione artistica e culturale. Durante questo periodo lombardo, sollecitato dai fermenti innovativi dell'arte informale, decide di tornare a Lanciano. Nel 1965 nello studio, del quartiere storico inizia a realizzare opere sperimentali con materiali poveri di carattere neoplastico. E da qui inizia la sua lunga carriera artistica.

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Ferro-Legno-Chiodi e Chiavi Riciclare ad Arte
Diana Alessandrini intervista Paolo Spoltore
L'arte di oggi non può non guardare ai temi etici, non può ignorare l'emergenza ambientale
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.. Diana Alessandrini: La necessità non più rimandabile per il mondo di avviare un ciclo di riuso delle materie che produciamo e mentre si moltiplicano le mostre di artisti che utilizzano per le proprie opere i rifiuti, noi siamo andati a trovare un grande artista, il maestro Paolo Spoltore, abruzzese, il suo atelier è fuori Lanciano circondato dal verde vicino Chieti ai piedi del Gran Sasso.

Paolo Spoltore: Io recupero dalla civiltà contadina attrezzi agricoli pezzi meccanici, a testimonianza del passato, che poi nel futuro diventa come se fosse un libro scritto che attraverso la scultura questo assemblaggio di pezzi testimonia il percorso di una civiltà, di un periodo storico della tecnologia partendo dalla demolizione dove si trovano le auto da rottamare, alle fabbriche che fanno pezzi per l'industria.

.. Diana Alessandrini: Mi dice qualche nome di queste sculture che stiamo osservando in questo parco?

Paolo Spoltore: Quella che abbiamo di fronte è un toro, l'altra è un sole con all'interno una maschera, è un ostensorio.

.. Diana Alessandrini: Ma lei direbbe che queste sculture sono idoli contemporanei?

Paolo Spoltore: Sì, esatto sono idoli. Quando saremo all'interno dello studio le farò vedere una serie di totem, la versione di un dio, ognuno ha il suo, c'è quello religioso, quello pagano il mito mi attira, mi affascina perché c'è sempre del mistero dietro ogni cosa, io cerco di traslare il senso del mito nella realtà quotidiana per un fatto così, personale, viviamo in un contesto in un mondo, dove tutto è frenesia quindi mi porta al di là di queste realtà quotidiane pertanto vorrei volare più in alto.

.. Diana Alessandrini: Spoltore si esprime con un linguaggio ricercato capace di realizzare con catene, chiodi, viti, bulloni forme sinuose aggraziate, decorativee sempre di grande potenza espressiva.

Paolo Spoltore: A me piace andare oltre e comunque nel dettaglio, curare e non essere estremamente ermetico, essenziale, tutte queste forme che vediamo sono i totem di cui parlavamo sono in legno, ferro e pietra. La forma totemica più o meno si sviluppa prevalentemente in senso verticale, con tagli che ricorda l'arte africana, e, in qualche modo un certo stile picassiano, invece nella parte terminale della scultura, si caratterizza attraverso l'espressione, il racconto unico e irripetibile. ora stiamo osservando l'opera "Recupero del Gran Sasso" che porta in sè una pietra raccolta durante un'escursione sul Corno Grande del sempre sul Gran Sasso d'Abruzzo, la grande finestra sul mondo. Alla fine di questo incontro le farò vedere l'opera, "Guerriero da Capestrano" riprodotto in legno pregiato e in scala reale, questo rappresenta l'identificazione del popolo abruzzese, simbolo di una storia, cultura e tradizione artistica di un territorio. (Comunicato stampa)




Opera di Alan Gattamorta Cumuli di sabbia
07 aprile - 09 giugno 2019
www.alangattamorta.it

Sul sito antologico, il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta.








Immagine di una opera di Antonio Fontanesi nella locandina della mostra Da Pellizza da Volpedo a Burri Antonio Fontanesi
Da Pellizza da Volpedo a Burri


Palazzo dei Musei - Reggio Emilia
termina il 14 luglio 2019

A duecento anni dalla nascita, Reggio Emilia al Palazzo dei Musei, dedica una ampia retrospettiva ad Antonio Fontanesi, artista reggiano, indiscusso protagonista della pittura dell'Ottocento italiano, interprete straordinario delle novità del paesaggio romantico, uomo inquieto nella vita e innovativo sperimentatore nella pittura. La rassegna - curata da Virginia Bertone, Elisabetta Farioli, Claudio Spadoni - oltre a ricostruire attraverso le più importanti opere di Fontanesi il percorso dell'artista, intende offrire un nuovo contributo critico alla sua conoscenza mostrando l'influenza che la sua pittura ha avuto negli artisti che dopo di lui si sono riconosciuti nel suo particolare approccio alla natura e al paesaggio, sospeso tra l'esigenza di rappresentazione del vero e l'urgenza di esprimerne le più intime emozioni.

In mostra l'esposizione dei più importanti dipinti di Antonio Fontanesi provenienti da importanti musei e collezioni italiane sarà posta a confronto con la produzione degli artisti che la critica ha collegato con la sua produzione, individuandone possibili motivi di ispirazione in un arco cronologico che dagli anni Ottanta dell'Ottocento arriva fino agli anni Sessanta del Novecento. Saranno documentati i rapporti con la cultura simbolista e divisionista attraverso opere di Vittore Grubicy, Leonardo Bistolfi, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli ma anche la sua ripresa negli anni Venti ad opera di Carlo Carrà, Felice Casorati, Arturo Tosi. L'ultima sezione sarà dedicata alle interessanti interpretazioni critiche degli anni Cinquanta di Roberto Longhi e poi di Francesco Arcangeli. Quest'ultimo infatti, nell'individuare una continuità tra la concezione moderna dell'arte e la grande tradizione ottocentesca, inserisce Fontanesi nell'evoluzione di un naturalismo che nel dopoguerra arriva a Ennio Morlotti, Mattia Moreni, Pompilio Mandelli spingendosi fino alle ricerche materiche di Alberto Burri. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Immagine opera di Filippo de Pisis nella locandina di presentazione della mostra La poesia dell'attimo De Pisis
La poesia dell'attimo


termina lo 02 giugno 2019
Padiglione d'Arte Contemporanea - Ferrara

La Fondazione Ferrara Arte e le Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea organizzano una rassegna che intende restituire alla fruizione del pubblico le opere di Filippo de Pisis. Esposto un ricco corpus di opere del Museo d'Arte Moderna e Contemporanea "Filippo de Pisis", per ripercorrere le fasi salienti della parabola creativa dell'artista. A seguito delle ricerche condotte sull'Archivio Raimondi conservato presso l'Università di Bologna, la mostra presenterà una selezione di lettere, cartoline e testi autografi che dagli anni Venti ai Cinquanta De Pisis invia a un amico fraterno, lo scrittore e critico bolognese Giuseppe Raimondi. Una documentazione privata e affascinante, che offre un contesto inedito alla ricostruzione cronologica della carriera del pittore.

L'abilità di De Pisis nell'esprimere l'anima della natura, degli oggetti, delle persone, dei luoghi - in primis Ferrara come lontano incanto metafisico - trova fondamento nella letteratura, il mezzo prediletto durante la sua giovinezza per filtrare la realtà circostante. Una modalità espressiva connaturata al suo immaginario che non si esaurisce neppure quando si compie, tra l'apprendistato romano e il trasferimento a Parigi nella primavera del 1925, il passaggio definitivo alla pittura. Esemplare di questo nesso è la Natura morta con il martin pescatore (1925), dove è mirabilmente raffigurato il tema pascoliano del ricordo. Mentre nelle atmosfere misteriose e sospese delle Cipolle di Socrate e delle "nature morte marine", realizzate tra il 1927 e il 1932, il poeta-pittore riconsidera il personale rapporto con la metafisica di De Chirico, conosciuto a Ferrara nel 1915.

Negli anni della maturità, per De Pisis diventa preponderante trascrivere sulla tela le pure emozioni di fronte all'oggetto della rappresentazione. Vanno ricordate anche opere meditate nella tranquillità dello studio come il Gladiolo fulminato (1930) e dal toccante lirismo come La lepre (1933). Nel percorso cronologico si intersecano due sezioni tematiche. La prima ruota attorno alla bellezza efebica, tema incessantemente trasposto con matite o pennelli sui fogli di un ricchissimo "diario per immagini". Nell'altra è invece proposto un inedito dialogo tra alcune bellissime nature morte di De Pisis e quelle, rare, realizzate da Giovanni Boldini: un simbolico passaggio di testimone tra due generazioni e tra due visioni lontane del fare pittura. L'attività artistica di De Pisis si chiude con le opere scabre e pallide risalenti al ricovero nella clinica di Villa Fiorita (La rosa nella bottiglia, 1950; Le pere - Villa Fiorita, 1953), ambiente idealmente suggerito nello spazio chiuso e bianco dell'ultima saletta al piano superiore per sottolineare la dimensione appartata e malinconica dell'ultimo tratto di vita. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Giorgio de Chirico nella mostra Ritorno al Futuro Giorgio de Chirico. Ritorno al Futuro
Neometafisica e Arte Contemporanea


termina il 25 agosto 2019
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Un dialogo tra la pittura neometafisica di Giorgio de Chirico (Volos, Grecia, 1888 - Roma, 1978) e le generazioni di artisti che, in particolare dagli anni Sessanta in poi, si sono ispirati alla sua opera, riconoscendolo come il maestro che ha anticipato la loro nuova visione e che con la sua neometafisica si è posto in un confronto diretto con gli autori più giovani. La mostra a cura di Lorenzo Canova e Riccardo Passoni è organizzata e promossa da Fondazione Torino Musei, GAM Torino e Associazione MetaMorfosi, in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico e presenta un centinaio di opere provenienti da importanti musei, enti, fondazioni e collezioni private.

La metafisica di Giorgio de Chirico, nella sua visione originaria e futuribile, ha influenzato atteggiamenti e generi differenti, non solo nel campo delle arti visive, ma anche della letteratura, del cinema, delle nuove tecnologie digitali, arrivando fino a confini inattesi come videogiochi e videoclip, in un interesse globale che va dall'Europa agli Stati Uniti fino al Giappone. Oggi la posterità, libera dagli stereotipi di certe condanne, può "dire la sua", come intuì con il suo genio Marcel Duchamp in un testo su de Chirico del 1943. In questo contesto si inserisce la nuova attenzione per il periodo della neometafisica di de Chirico (1968-1978), che rappresenta allo stesso tempo un ritorno e una nuova partenza, una fase di nuova creatività e un riandare verso l'immagini del proprio passato, attraverso un nuovo punto di vista e nuove soluzioni formali e concettuali.

Così, già nel 1982, Maurizio Calvesi, rivolgendosi idealmente al maestro nel suo fondamentale volume La Metafisica schiarita, sottolineava l'importanza del de Chirico neometafisico per l'arte contemporanea: "perché riconoscemmo i tuoi colorati chiaroscuri, le tue sfere, i tuoi segnali e le tue frecce, i tuoi schienali e le tue ciminiere, i tuoi oggetti smaltati ed ora come staccatisi dai quadri, qualcosa delle tue schiarite e delle tue sospensioni, nel nuovo momento di un'arte che si disseminò come un concerto o una pioggia rinfrescante". Non a caso, la neometafisica di de Chirico sembra già dialogare con la pop art e con l'arte internazionale, in particolare americana, e in quegli anni proprio Andy Warhol dichiaratamente riconosceva in de Chirico uno dei suoi precursori, e gli rendeva omaggio con un celebre ciclo di opere in cui presentava una metafisica rivisitata e seriale.

Con una pittura di grande intensità e felicità cromatica, il de Chirico neometafisico sembra dunque rispondere agli omaggi degli artisti più giovani creando un dialogo a distanza di grande intensità e vitalità. In questo modo de Chirico si è posto come una delle fonti dirette dell'arte di molte generazioni di artisti italiani e internazionali, sospese tra le immagini dei segnali urbani, delle merci della civiltà di massa e le memorie di una bellezza classica e perduta, un accostamento anticipato dallo stesso de Chirico nel suo romanzo Ebdòmero. La mostra evidenzia questo rapporto intenso e profondo, mettendo in relazione le opere neometafisiche di de Chirico con le nuove tendenze dell'arte italiana e internazionale come la Pop art di Andy Warhol, Valerio Adami, Franco Angeli, Mario Ceroli, Lucio Del Pezzo, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Gino Marotta, Ugo Nespolo, Concetto Pozzati, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Emilio Tadini.

La mostra presenta anche un grande prosecutore della Metafisica come Fabrizio Clerici, la pittura di Renato Guttuso e di Ruggero Savinio, insieme a grandi artisti internazionali come Henry Moore, Philip Guston, Bernd e Hilla Becher. Il percorso propone anche maestri dell'arte povera come Giulio Paolini e Michelangelo Pistoletto, le visioni concettuali di Fabio Mauri, Claudio Parmiggiani, Luca Patella e Vettor Pisani, fino ad arrivare alle ombre geometriche di Giuseppe Uncini, alla fotografia di Gianfranco Gorgoni, alle sculture di Mimmo Paladino, ai dipinti di Alessandro Mendini e di Salvo, al mistero di Gino De Dominicis, ai tableaux vivants di Luigi Ontani, e a protagonisti delle ultime generazioni internazionali come Juan Muñoz, Vanessa Beecroft e Francesco Vezzoli.

Oltre al prestito delle opere neometafisiche della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, la mostra presenta un'animazione digitale di Maurice Owen e Russell Richards, insieme a opere di artisti contemporanei provenienti dalle collezioni della GAM di Torino e tra questi Claudio Abate, Gabriele Basilico, Luigi Ghirri, Franco Fontana, Fausto Melotti. Una piccola sezione della mostra, come un inserto prezioso, è riservata al tema della citazione e della copia, esercizio prediletto da de Chirico nella sua lunga ricerca sulla pittura dei grandi maestri e presenta un disegno originale di Michelangelo proveniente da Casa Buonarroti, insieme a disegni di de Chirico dedicati allo studio degli affreschi michelangioleschi della Volta della Cappella Sistina e a opere del famoso ciclo su Michelangelo di Tano Festa, pittore che tra i primi ha compreso la forza innovativa della pittura di de Chirico, in un collegamento con l'arte del passato che, nella curva del tempo, ha il potere di rifondare l'arte del futuro. La mostra è accompagnata da un catalogo edizioni Gangemi International con testi di Lorenzo Canova, Riccardo Passoni e Jacqueline Munck. (Comunicato stampa)




Renato Ranaldi. Forse Piove
termina il 17 maggio 2019
Cappella dell'Incoronata - Palermo
www.poloartecontemporanea.it

Con il titolo Forse piove, Renato Ranaldi ha contraddistinto una fase del suo recente lavoro pittorico-plastico che reca il procedimento riduzionistico della forma pittura, già in atto da anni nella sua opera. Infatti, a partire dal 2006, prima con l'ideazione dei Fuoriquadro e successivamente dei Fuoriasse e degli Scioperii, l'artista, attivo da oltre cinquant'anni sulla scena nazionale e internazionale dell'arte contemporanea, ha radicalizzato la sua concezione visiva e spaziale al punto da offrirne una valenza inedita estrema. A Palermo, per la mostra, a cura di Bruno Corà, presentata dal Polo regionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, Ranaldi ha infatti appositamente concepito alcune nuove opere che si rapportano all'unica navata di quell'antica sede, un tempo adibita al culto. La mostra, assieme alle opere pittoriche, annovera altresì una sua nuova creazione di scrittura che nell'accompagnare le opere ne costituisce una diversa ma dialettica formulazione.

Come per le lunghe e irrelate didascalie, in altri tempi e circostanze concepite e affiancate ai suoi disegni - ad esempio nel recente ciclo d'opera Tiritere, 2018 - così per questo episodio espositivo Ranaldi offre perfino un'opera di scrittura, parossistica e visionaria, con alcuni obiettivi poetico-artistici capaci di identificare anzitutto le proprie esigenze di deviazione normativa rispetto all'estetica conforme e, al contempo, di soddisfare un'autenticità nel rapporto che egli intende stabilire con il fruitore della sua arte. La pubblicazione, che ha lo stesso titolo dato alla mostra, Forse Piove, oltre a essere un volume concepito e stampato in occasione della mostra personale presso la Cappella dell'Incoronata di Palermo, è altresì una forma-libro affrancata dal ruolo ancillare del catalogo, una volta di più invenzione significativa in omaggio all'osservatore-lettore più esigente e desideroso ancora di straordinarietà. (Comunicato stampa)




Hao Wang - Alba in mare - cm.40x40 olio su tela 2019 Hao Wang - Nuvole scure - cm.140x120 olio su tela Hao Wang: "Stranger Shores"
18 aprile (inaugurazione ore 18.00) - 04 giugno 2019
Studio d'Arte Cannaviello - Milano
www.cannaviello.net

Dopo l'esordio con la personale di due anni fa, Hao Wang (ShanDong, 1989) presenta allo Studio d'arte Cannaviello un nuovo ciclo di lavori. Se nella produzione precedente l'artista si era concentrato sul tema delle favole, legato alla natura dei parchi che egli stesso ama esplorare, ora sposta la sua attenzione sulle condizioni sociali del nostro tempo. Hao Wang vive il proprio ruolo di pittore con un forte senso di responsabilità, sente di dover cercare di dare risposte al destino dell'uomo. Come lui stesso afferma: "Vorrei che i miei dipinti toccassero dentro, portando l'attenzione del pubblico sui problemi sociali e spingessero a riflettere sulle questioni sostanziali che stanno alla base della realtà".

Saranno esposte, dunque, più di 20 tele caratterizzate dagli stessi colori accesi con i quali aveva debuttato nella mostra precedente. I suoi lavori sono caratterizzati da "silhouettes" immerse in forme irregolari usate per far emergere un senso di contraddizione umana segnato da quelli che l'artista definisce "simboli suggestivi" ossia metafore adoperate per ricordare al pubblico le difficoltà portate dal lavoro, dalle guerre, dall'inquinamento, dai confini (da qui il titolo con il quale l'artista si interroga su cosa voglia dire essere straniero). Un linguaggio drammatico ma anche "rilassato", sognante e umoristico usato per raccontare le favole umane moderne. (Comunicato stampa)




Vittorio Corsini - Le parole scaldano - vetro, inox, travertino, bisazza, acqua cm.600x500x340 2004 - Opera permanente, Courtesy Comune di Quarrata Vittorio Corsini - Glue 3 - acrilico su alluminio e led cm.50x104 2018 - Courtesy dell'artista Vittorio Corsini - Sotto luce - alluminio verniciato, faro, motore cm.187x200x110 - Courtesy Arte in Fabbrica, Calenzano, 2019 Vittorio Corsini - Blu Room - vetro, acrilico, pigmento cm.25x30x20 2016 - Courtesy dell'artista Vittorio Corsini: Unstable / Environments

- Unstable, 05 aprile - 11 maggio 2019
Galleria Frediano Farsetti - Milano
www.galleriafredianofarsetti.it

- Environments, 13 aprile (inaug.) - 30 settembre 2019
Arte in Fabbrica - Calenzano (Firenze)

Si intitola Unstable, il primo dei due atti del progetto espositivo di Vittorio Corsini, ed Environments il secondo e danno il via a un'inedita collaborazione: quella tra la Galleria d'Arte Frediano Farsetti di Milano, luogo storicamente deputato all'arte dei maestri del XX secolo e Arte in Fabbrica, un nuovo spazio culturale che nasce all'interno di un contesto industriale di altrettanto lungo corso, Gori Tessuti di Calenzano. Nata nel 1999 dall'esperienza di Frediano e Franco Farsetti - galleristi dal 1955 e punto di riferimento del collezionismo italiano e internazionale per il Novecento storico - la Galleria Frediano Farsetti diversifica la sua programmazione aprendosi anche alla ricerca artistica e progettuale contemporanea. A questo nuovo corso collabora la seconda generazione della famiglia che già da molti anni segue l'attività della galleria.

Fabio e Paolo Gori da quarant'anni portano avanti l'azienda di famiglia, un'eccellenza del tessile capace di una giacenza media di dieci milioni di metri di tessuti che ha saputo ritagliarsi anche un posto nel mondo del cinema internazionale (suoi parte degli arredi e delle stoffe di kolossal come "Il Gladiatore", "Pirati dei Caraibi", "Aladdin", "Marco Polo" e "La la Land"). Abbracciando una logica aperta e dinamica dove l'arte è luogo di affinità e differenze, di possibilità e confronto, la Galleria Frediano Farsetti e Arte in Fabbrica costituiscono un ponte tra Milano e l'hinterland fiorentino coinvolgendo l'artista in una sfida: realizzare un progetto ad hoc per i due spazi espositivi che metta in relazione geografie e ambienti culturali diversi. Vittorio Corsini è il primo artista chiamato a prendere parte a questa collaborazione e con Unstable ed Environments inaugura il progetto che avrà cadenza quadrimestrale.

"Prevedere la stabilità di ambienti e sistemi è diventata la massima scommessa degli obiettivi strategici di aziende, economie, politiche sociali, gestioni ecologiche. L'abbreviazione dei cicli di vita, il cambio tecnologico, le imprevedibilità sociali sono la nostra sfida contestuale. La doppia personale di Vittorio Corsini (articolata tra Milano e Calenzano) cerca di porre il problema su una microscala (e nel sistema dell'arte). Il problema dell'abitare (come occupazione più o meno stabile) è stato il denominatore comune dell'intera attività di Corsini. Questa ultima mostra propone nuove fenomenologie, mette in campo ulteriori strategie, creando un cortocircuito tra oggetto della produzione e spazio dell'esposizione" - spiega Marco Scotini, curatore della mostra e autore del testo del catalogo che documenta il progetto.

Susciterà non poco stupore l'intervento di Vittorio Corsini sulla porta d'ingresso della Galleria Frediano Farsetti. Qui l'artista lavora "cancellando" l'entrata e apponendo un cartello che prelude in qualche modo a un cambiamento. Di parametri? Emozioni? Attitudine? Punti di vista? Nella galleria un ambiente in trasformazione, equilibri instabili, bianchezza che azzera tutti i segni, una scultura luminosa e ancora, fragili edifici in bilico su prismi di marmo che conquistano la verticalità dello spazio, raggiungendo il ballatoio posto al primo piano della galleria stessa.

Arte in Fabbrica stabilisce la sua sede nei 10.000 mq del capannone, l'apertura al pubblico è la stessa che scandisce i ritmi produttivi dell'azienda, l'intento è dichiarato: vita, arte e lavoro senza soluzione di continuità. Le opere che Corsini concepisce per Calenzano diventano metafora di un rapporto tra l'individuo e il mondo, tra lo spazio privato e quello condiviso, tra quello domestico e quello sociale. L'immagine della casa, icona costante nel lavoro dell'artista, trova qui diverse traduzioni spaziali: una dimensione progettuale nelle mappe tridimensionali in acciaio appese alle pareti e una installativa, nella casa sospesa al soffitto con un filo che ruota lentamente proiettando un fascio di luce sul pavimento. Dirimpetto, un grande quadro a olio: un bosco segnato da una strada che ci proietta fuori dalla stanza indicando una nuova prospettiva.

Vittorio Corsini (Cecina - Livorno, 1956) ha compiuto studi storico-artistici all'Università di Pisa, presso la Facoltà di Lettere Moderne. L'attività espositiva inizia alla fine degli anni '80, con una personale alla Galleria L'Attico di Roma. Tra le varie istituzioni in cui Corsini ha presentato le sue opere-evento: Palazzo delle Papesse di Siena, Villa Romana a Firenze, Museo Pecci di Prato. Tra i numerosi progetti di arte pubblica, ricordiamo i lavori: Chi mi parla?, commissionato dal Comune di Luicciana (Prato), 2007; Parma 33# a Torino, 2009; HARMONY mura dionigiane a Siracusa nel 2015; Lights mood, ingresso Polivalente a Peccioli 2017; Voci, Peccioli 2018. (Comunicato stampa)




Locandina di presentazione della mostra Tante Stelle, con opere di Luigi Ontani, Mimmo Paladino, Salvo, Stefano Di Stasio, Aldo Mondino, Gian Marco Montesano, Sandro Chia "Tante Stelle"
termina il 30 luglio 2019
Galleria Alessandra Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

Mostra collettiva, curata da Vittoria Coen, con opere di Sandro Chia, Stefano Di Stasio, Aldo Mondino, Gian Marco Montesano, Luigi Ontani, Mimmo Paladino, Salvo, di medie e grandi dimensioni, realizzate prevalentemente tra gli anni Ottanta e Novanta. Il clima storico di allora era quello di una ritrovata vitalità della pittura e di una riscoperta della figurazione, che vedeva, in qualche modo, superata, l'esperienza del Concettuale storico. Colori, forme, significati allegorici e simbolici, popolano le tele di questi grandi artisti molto diversi tra loro, ma accomunati da una esperienza profonda e dalla ricerca costante.

Nell'opera Bachi. Grande rabbino di Costantinopoli, Mondino esalta tutta la sua curiosità interculturale e il suo amore per l'esotismo, mentre Montesano ci riporta a scene d'altri tempi, in una Parigi che fu, nel suo "Caffè De Flore". Ontani ci mostra una Natività come una pala d'altare, misteriosa, allegorica, che troneggia nello spazio, accanto al monumentale trittico di Paladino lungo quasi sei metri del 1982 realizzato come una pittura tridimensionale e innesti oggettuali. Appare potente e forte il vortice di pennellate dell'opera di Chia del 1983, molto diversa dalla scena quasi metafisica di Di Stasio che dipinge L'ora del rito, inquietante preambolo a esperienze sconosciute, mentre il lavoro di Salvo, realizzato nel 1981, avvolge di intimità un ambiente comune come un bar.

Tante Stelle è proposta idealmente nel solco dell'attività della galleria che, nel 2007, con la mostra Tutte Stelle, un chiaro omaggio al ciclo di opere omonime realizzate da Mario Schifano, espose lavori di artisti italiani e internazionali. L'amore per la pittura è, dunque, alla base del progetto espositivo, quella pittura che riesplose negli anni ottanta con una nuova linfa, e che ha reso protagonisti di un'epoca la ricerca degli artisti qui oggi rappresentati. E' una pittura decisa nei colori e nei tratti, dal segno riconoscibile, addirittura, inconfondibile, quasi una rivoluzione culturale, perché di natura internazionale, e perché pone fine al predominio del minimalismo storico e del concettualismo esasperato. Transavanguardia, Anacronismo, sono alcuni dei "brand" che imprimono, nell'ambiente artistico, una svolta difficilmente ripetibile. Olio su tela, olio su tavola, olio su linoleum, acquarello su carta, tornano ad essere i media, i materiali dell'arte. Le grandi dimensioni delle opere esposte in questa mostra rendono ancora più avvincente il convincimento più profondo dei sette artisti nel percorrere questa strada, ancora di più oggi, nell'epoca del digitale, degli ologrammi e del virtuale. (Comunicato stampa)




Giancarlo Cazzaniga - Jazz man, 2002- olio su tela cm.100x100 Giancarlo Cazzaniga - Jazz man, 2003 - bronzo cm.34.5x28x24 Giancarlo Cazzaniga - Jazz man, 1995 Cazzaniga
"Jazz man"


termina il 18 aprile 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

In mostra, a cura di Arianna Sartori, opere del Maestro Giancarlo Cazzaniga (Monza, 1930 - Milano, 2013): dipinti ad olio su tela, tecniche miste su carta e sculture in bronzo. Con questa mostra, Arianna Sartori ricorda l'amico artista Cazzaniga, che ospitò esattamente quattordici anni fa (aprile 2005) con una importante mostra personale e che ebbe un notevole riscontro.

«Intanto, una persona rara e cara. Quando penso a Giancarlo Cazzaniga, prima dei suoi quadri, trovo lui. Seduto un po' sghembo su una sedia scura, nella Galleria del suo caro amico Mario Palmieri, confinante con lo studio di Paolo Sarpi. L'immagine è preziosa, abbinata ad una sensazione di affetto, di tenerezza. Perché Giancarlo era gentile e dolce nei modi, mai un calcolo, una presunzione. Trattava il vivere, se stesso, il proprio lavoro come una necessità e un privilegio, senza metterla giù dura. Preso piuttosto da una umiltà rarissima, qualcosa che mi ha sempre ricordato (al pari delle sue figure dipinte) Alberto Giacometti. Entrambi pronti a minimizzare la propria arte piuttosto che esaltarla; a considerarsi in viaggio verso una compiutezza magari irraggiungibile. Credo che questo atteggiamento sia molto prezioso. Permette una vicinanza autentica tra gesto e pensiero intesi come senso del fare comune, come qualcosa che riguarda e appartiene a ciascuno di noi.

Dunque, mentre osservavo con meraviglia e ammirazione le sue opere, avevo a che fare un uomo simile a me, preso dalle proprie imperfezioni, dagli inciampi dell'esistenza, tutte faccende moto, molto più alte e complesse delle azioni che pure portiamo avanti cercando il nostro meglio, facendo i conti con il nostro peggio. Non sono un esperto d'arte. Mi interessano le persone. In questo caso, che è stato poi un incontro indimenticabile, lo sguardo che analizzava una carta, una tela di Cazzaniga, non poteva prescindere da Giancarlo. Da una visione del mondo e della propria anima decifrabile e accogliente; riservata e nel contempo spalancata. Per questo, nel parlare di ciò che Cazzaniga ci ha consegnato e ci ha lasciato, beh, trovo una assonanza. Sia con il suo modo di stare al mondo, sia con il nostro. Luce e ombra. Notte e giorno. Questo ho sempre pensato.

La luce della natura, cosi fedelmente ritratta, sintetizzata, i colori strepitosi del confine che separa terra e mare, solido e liquido, un confine estremo e permanente. Fiori e sponde come ribalte dalle quali affacciarsi, tenendo i piedi a terra, però, trattenuti dalla bellezza struggente di una ginestra, dalle tinte sottolineate di una pianta, di un fiore. Scansioni del presente come conforti minimi eppure decisivi. Sole come partitura sottointesa. La bellezza regalata, mai data per scontata. Vita piena. Sulla soglia, appunto, di un mistero, di un universo sconosciuto. Poi c'era la notte, le sue notti e le nostre, ancora una volta. Jazzisti come simboli di una condizione umana molto precisa. Frenesia e abbandono. Controtempi e intensità. Giacometti, ancora una volta; Francis Bacon, ovviamente. Uomini consumati e stravolti dalla smania di vivere, dominati dai loro strumenti.

Il jazz come partitura di una quotidianità senza lieto fine. Lo spettro della morte come un'ombra tra le ombre, come uno velo che liofilizza e mostra la destinazione. Verso la quale correre, azzannando ogni istante, ogni minuto. Tempo. Ritmo. Una sessione interminabile, inevitabile, dentro la quale sbattersi, perdersi, campare. Jazzisti come artisti, come operai alla catena, come anime perseguitate da una consapevolezza formidabile. La percezione della fine a fare da sottofondo. Credo che Cazzaniga abbia amato i signori del jazz perché in qualche modo avevano molto in comune con i signori autentici dell'arte. Fame e patimento; slanci e generosità; debolezze formidabili e una forza segreta. Non solo. Nei suoi quadri in musica, c'è la nostra Milano, una città quasi scomparsa ma sino a ieri in perfetta simbiosi con il jazz.

Non a caso, jazzmen come amici, da Franco Cerri a Chet Baker, che sono a loro volta luce e ombra dentro una lunga notte musicale e milanesissima. Oh, sì, molta passione, una gran nostalgia. Quadri così consoni ad un album fotografico denso, che contiene i volti del Giamaica, il bianco e nero di una città che era in bianco e nero per davvero, nebbia e cappotti con la martingala; ghisa, trattorie, cinismo, integrazione. La prima, da primo dopoguerra, per una città colma di energia e di umanità. Di gran lunga più accogliente di quanto si è detto, talvolta si dice, ripetendo un luogo comune ma vuoto. Sono convinto che viaggiare dentro l'opera di Giancarlo Cazzaniga sia un atto doveroso, soprattutto per chi ha pochi anni, non ha visto, non può ricordare.

Un vero Maestro, senza un briciolo di retorica. Una guida perfetta per attraversare se stessi attraversando un tempo che ci riguarda, ci appartiene comunque. Dunque, grazie. A chi, osservando un quadro, un disegno, dedicherà una riflessione, una aspirazione ad osservare altro, a conoscere meglio. Con la certezza di trovare una carezza, l'onestà di una aspirazione alta, un amore che, per fortuna, questo sì, non muore affatto. Farsi compagnia è un privilegio raro, un piacere. E Giancarlo può diventare in pochi istanti, un compagno di strada memorabile, anche se, mannaggia, non c'è più. Grazie, Giancarlo, proprio così. Grazie sempre. Con orgoglio.» (Per farci compagnia, di Giorgio Terruzzi)

«(...) Conoscevo Cazzaniga come pittore "di disegno", la cui marca pittorica era tutta giocata sul segno grafico, su quello che Raffaele Carrieri, parlando dei suoi Jazzmen, aveva chiamato un "gomitolo di nebbia" (e da cui avevo capito, per la prima volta, cosa volesse dire per un pittore italiano guardare a Francis Bacon per farne poi racconto intimo e personale). Quello che si presentava davanti ai miei occhi, invece, era un pittore di puro colore, che con pochi segni larghi e sicuri dava tutta la solenne profondità di un cielo ampio e arioso. Sembrava bastassero poche velature, ma a lui pareva che non ci fosse abbastanza luce, e che per questo era necessario smorzare delle bande di cielo in modo da creare un'atmosfera.

Procedeva con apparente noncuranza, come se ogni aggiunta di colore fosse un azzardo calcolato, quasi come se volesse "sporcare" quello che aveva fatto. Del resto Cazzaniga stesso diceva di sé di essere uno a cui piaceva imbrattare la carta, che fin da ragazzo non provava piacere più grande di aver scovato un minuscolo ritaglio di carta su cui poter fare un piccolo schizzo o un disegno. Eppure in quello "sporcare", solo apparentemente casuale, i gesti logicamente inspiegabili trovavano un senso: in quel cielo apparivano delle nubi fonde e cupe, ma con una luce interna data dal giallo e dalle terre chiare mescolate al blu e al cinabro.

Il cielo dell'Italia centrale era proprio quello che Cazzaniga sapeva raccontare: un cielo compatto come una lavagna su cui figurare brevemente il modello. Nel cuore, però, egli conservava i cieli di lombarda, con quella cupezza tutta pittura e tutta colore tonale: quel cielo per cui Nicolas Rostkowsky, organizzando una delle sue ultime mostre a Parigi con una mia breve nota, lo aveva chiamato il "maitre des cieux". Ma quel cielo era anche, pensandoci a posteriore, un luogo della mente per cui non aveva più bisogno di misurarsi col modello reale: il cielo era dentro di lui, come uno spazio di libertà e di respiro, di aria e di spirito che nella vita quotidiana, sempre più difficile, forse non trovava più.» (Ricordo di Giancarlo Cazzaniga, di Luca Pietro Nicoletti)

Giancarlo Cazzaniga con tenacia e incoraggiamento del padre, si dedica agli studi di pittura. Studia all'Accademia Cimabue a Milano. L'amicizia col giornalista e critico d'arte Aurelio Sioli lo introduce alla famosa latteria delle sorelle Pirovini, in via Fiori Chiari e all'ambiente artistico che lì si ritrova. Inizia la frequentazione del clima di Brera, la partecipazione al dibattito culturale, la consuetudine con i protagonisti. Esordisce con una mostra personale a Brescia nel 1957. Nel 1958 è presente alla mostra "Giovani Artisti Italiani" alla Permanente di Milano. Presenza significativa e testimoniale nella vivezza culturale di Milano negli anni Cinquanta e Sessanta (tra arte, musica, letteratura), con Romagnoli, Ceretti, Vaglieri, Banchieri, Guerreschi, Bodini, Ferroni e altri giovani artisti, partecipa al movimento del Realismo Esistenziale, impegnato nella pittura che racconta la vita urbana; nel 1959 vince il Premio San Fedele.

Cazzaniga matura rapporti con Chigine, Morlotti, Crippa e Peverelli, Manzoni e Castellani, Ajmone e Tadini. Nel 1962 e nel 1966 è presente alla Biennale di Venezia, nel 1965 alla Quadriennale di Roma e, un anno dopo, alla Biennale Internazionale d'Alessandria d'Egitto. La sua attività corredata da intensa bibliografia e da una lunga serie di mostre personali in sedi pubbliche e galleria private, delinea in Cazzaniga il profilo di un protagonista dell'arte contemporanea italiana. Noto soprattutto per le sue opere incentrate sui "Jazz Men", ascoltati e conosciuti negli anni dello storico locale di Brera, "il Giamaica", negli anni dipinge anche una ricca serie di quadri che rappresentano la Riviera del Conero, ispirati al cielo e alla natura. La sua opera è stata seguita da critici di grande finezza intellettuale come Franco Russoli e Roberto Tassi; ma anche da una rara partecipazione di scrittori e letterati come Davide Lajolo, Alberico Sala, Alfonso Gatto, Francesco Biamonti, Leonardo Sciascia. (Comunicato stampa)

___ Altre mostre alla Galleria Sartori presentate in questa pagina della newsletter Kritik

Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova
Presentazione

Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019
ed. Archivio Sartori Editore
Presentazione




Giangiacomo Spadari - Metropolitana - acrilico su tela cm.100x100 1973 - ph. Bruno Bani Sergio Sarri - Il grande prestigiatore _ Le avventure di Nessuno - acrilico su tela cm.120x120 1967 - ph. Pier Enrico Ferri Milano Pop
Pop Art e dintorni nella Milano degli anni '60/'70


termina il 29 maggio 2019
Spazio Espositivo di Palazzo Lombardia - Milano

Il percorso espositivo, a cura di Elena Pontiggia, approfondisce un segmento di storia recente del nostro Paese, gli anni Sessanta e Settanta, attraverso una cinquantina di lavori - molti dei quali inediti - dei principali protagonisti milanesi della Pop Art, movimento artistico che più di ogni altro ha saputo esprimere le icone e le contraddizioni della società contemporanea e che, muovendo dagli Stati Uniti, ha animato anche l'Italia, specialmente dopo la celebre Biennale di Venezia del 1964. La collettiva muove da un panorama della Pop Art italiana con i grandi protagonisti della corrente, da Mario Schifano a Tano Festa, da Mimmo Rotella a Giosetta Fioroni e Concetto Pozzati, per poi concentrarsi sull'ambiente milanese con Valerio Adami, Enrico Baj, Paolo Baratella, Gianni Bertini, Fernando De Filippi, Lucio Del Pezzo, Umberto Mariani, Silvio Pasotti, Sergio Sarri, Giangiacomo Spadari, Tino Stefanoni, Emilio Tadini.

L'esposizione evidenzia così i diversi punti di contatto, ma anche e soprattutto le differenze profonde con la Pop Art americana - da qui il sottotitolo "Pop Art e dintorni" - indagando come gli artisti italiani, ed in particolare milanesi, abbiano interpretato originalmente la tendenza, sullo sfondo di un'Italia inquieta che da un lato conosce il boom economico e dall'altro si avvicina ai tempi bui degli "anni di piombo". Tra le opere esposte si segnalano l'ironico décollage di Rotella Cleopatra Liz (1963), che rimanda ai manifesti dei grandi kolossal cinematografici; la Palma di Schifano dei primi anni '70; Gli occhiali (1968) dalla serie degli argenti di Giosetta Fioroni; la paradossale Nascita di una rosa del 1972 di Pozzati. Venendo al panorama milanese, ecco gli antropomorfici collage di Baj, tra cui l'inedito Cathérine Desjardins, dite Madame de Villedieu del 1974; il visionario Questo nottambulo di Zorro (I due astronauti) del 1965 di Bertini; il metafisico Archeologia con De Chirico del 1972 di Tadini.

E, ancora, Stefanoni propone un inventario di oggetti quotidiani nella loro disarmante ovvietà, come Gli imbuti (1970) e I flaconi (1969), quest'ultimo esposto per la prima volta. Ecco infine i lavori ispirati a temi politici e sociali come Il giorno della presa del 1970 di Baratella; Cuba-Cuba del 1970 di De Filippi; Il grande prestigiatore (Le avventure di Nessuno) del 1967 di Sarri; Gli oggetti ci guardano e passano del 1970 di Umberto Mariani; Garibaldi e sua figlia Clelia del 1975 e l'inedita Metropolitana del 1973 di Spadari. La mostra si completa di un video-documentario con testimonianze e interviste esclusive agli artisti e alla curatrice raccolte da Stefano Sbarbaro, prodotto da TVN Media Group - Arte e Cultura. Accompagna l'esposizione un approfondito catalogo con un testo critico di Elena Pontiggia e altre interviste inedite agli artisti.

Importante evento collaterale che accompagna per tutta la sua durata "Milano Pop", la mostra tematica "Cinema Pop" che inaugura il 10 aprile presso la Galleria Robilant+Voena, in collaborazione con l'Associazione Sergio Sarri e l'Associazione Giangiacomo Spadari. L'esposizione, attraverso una trentina di lavori di Sergio Sarri e Giangiacomo Spadari, intende approfondire un aspetto comune a questi due protagonisti della Pop Art milanese, «attenti entrambi alle modalità espressive del cinema come spunto pittorico», così come rileva la curatrice Elena Pontiggia. Infatti, come la pittura anche il cinema fonda le sue basi sull'immagine; tuttavia, mentre il film la sviluppa nello spazio e nel tempo, l'arte pittorica la cristallizza in un "fotogramma". Questa la riflessione di partenza che accomuna Sarri e Spadari e li allontana da altri artisti che hanno guardato alla settima arte come riferimento di cultura popolare, fra cui si ricordano Schifano e Rotella, i quali hanno attinto al bacino di immagini dell'universo cinematografico per farne delle icone pop. Arricchisce l'evento un'originale pubblicazione, ispirata alla grafica delle riviste dell'epoca, con contributi di Elena Pontiggia, Sergio Sarri e un testo dedicato a Giangiacomo Spadari, in dialogo con immagini di repertorio e delle opere esposte. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Emilio Prini
termina il 25 maggio 2019
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

Una personale dedicata ad uno degli esponenti più enigmatici dell'Arte Povera: Emilio Prini (Stresa, 1943 - Roma, 2016). L'esposizione pone l'accento su un periodo storico ben preciso mostrando alcune opere signifcative prodotte tra il 1967 e il 1996. L'obiettivo della mostra è quello di proporre alcune delle tematiche chiave legate alla poetica di Prini. L'artista dichiara: «Non ho programmi, vado a tentoni, non vedo traccia di nascita dell'Arte (ne della tragedia) perche la C. S. non è il frutto del puro lavoro umano (perche non ho fatto io la sedia il tavolo il foglio la penna con la quale scrivo) non creo, se è possibile».

Le opere selezionate e distribuite in due sale fanno parte di alcuni dei cicli più importanti della sua produzione: Formula per tipi standard non standard realizzata per la prima volta nel 1967, Senza titolo realizzata tra il 1968 e il 1971, due opere tratte dal ciclo Governo (non standard) - Due linee che si uniscono in basso del 1986, un'opera relativa a X Edizioni (1986) e due lavori da Fogli da un taccuino di legno del 1997. Arricchiscono, inoltre, la mostra due Autoritratti realizzati nel 1976 ca. e una serie di opere su carta. Partendo da Formula per tipi standard non standard, nella quale Prini elabora per iscritto il modello base del suo procedimento attraverso una scrittura quasi illeggibile ma al contempo ricca di formule matematiche combinate, ci si imbatte nell'opera Senza titolo che si compone di quattro pannelli con un collage di cinque fogli A4. La dicitura di Prini è la seguente "standard.asta.alluminio proflato. 6,50. m. in ambiente. 1967-1971".

Lo 'Standard', un concetto visto da Prini come modello di riferimento per indagare lo spazio, fa la sua comparsa nel 1967 con Asta di comportamento (verde) che l'artista realizza e assembla presso la Galleria La Bertesca. Mai esposta ma solo fotografata, essendo Prini interessato più all'immagine che all'oggetto, l'opera si compone appunto di un'asta lunga sei metri, di alluminio proflato verde, che a seconda dello spazio in cui viene collocata si curva o distende. È lo spazio dato, quindi "Non Standard", a decidere la forma dell'opera. Proseguendo troviamo due opere realizzate in occasione della mostra "X Edizioni" del 1986 presso la Galleria Franco Toselli, dal titolo Governo (non standard) - Due linee che si uniscono in basso. Si tratta di pannelli in legno MDF con due tagli che si uniscono in basso e l'applicazione di un foglio di plastica trasparente dal taglio corrispondente.

Dalla stessa mostra provengono le omonime X Edizioni (tirate a 4 esemplari), ovvero cartoline "ricordo" tratte da piccoli disegni e appunti dell'artista. (...) L'impoverimento e la riduzione ai minimi termini dei segni tipico dell'Arte Povera, in Prini trovano un'estremizzazione attraverso un processo di sottrazione e di negazione della realtà che in alcuni casi si risolve in rapide apparizioni, in altri con l'assenza fsica dell'oggetto, fno alla sparizione dell'artista stesso dalla scena dell'arte. Il modo di operare e di essere di Prini ha spesso sorpreso il pubblico nelle sue diradate occasioni espositive, attraverso inattesi "elementi per una esposizione" senza rinunciare mai alla sua natura eversiva e alla sua lucida e spietata intelligenza.

Le sue opere appaiono come messaggi in codice da decifrare avvolti da un fascino enigmatico e da un profondo sarcasmo. «Prini è un bene prezioso che sfugge.» leggiamo in un articolo di Luca Lo Pinto a lui dedicato, «Un artista immenso che non si è mai adeguato ai codici del sistema dell'arte, facendo che essi si adeguassero a lui con una coerenza che non ha eguali». Verità che troviamo anche nelle bellissime parole di Lisa Ponti che lo racconta e descrive così: «Il punto è che lui ci deve essere e non essere allo stesso tempo. Un altro avrebbe detto "voglio essere in un punto visibile"; lui invece vuole essere in un punto quasi invisibile, però esserci». (Comunicato stampa)




Opera di Fernando Garbellotto dalla mostra Reti Frattali Fernando Garbellotto - opera dalla mostra Reti Frattali alla Associazione Culturale Renzo Cortina di Milano Fernando Garbellotto: "Reti Frattali"
07 maggio (inaugurazione ore 18.30) - 25 maggio 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Dopo le esperienze espositive milanesi degli anni '90 effettuate con il gruppo "Caos Italiano" di cui l'Artista è stato co-fondatore, Garbellotto si ripresenta a Milano con una personale alla Galleria Cortina, a cura di Claudio Cerritelli. La vita, ogni forma di vita, non è altro che un sistema di reti dentro altri sistemi di reti; ad ogni scala di ingrandimento, i nodi della rete si rivelano come altre reti più piccole, in un divenire continuo nel tempo e senza gerarchie. E' proprio questo il tema su cui si concentra l'artista veneziano ormai da qualche decennio: "la rete - egli sostiene - può ormai essere considerata l'icona più rappresentativa di questi nostri ultimi anni e la percezione del mondo vivente come rete di relazioni ha reso il ragionamento in termini di reti la caratteristica fondamentale del pensiero sistemico."

L'avvento del "pensiero a rete" sta condizionando il modo di intendere e di descrivere la lunga storia della conoscenza scientifica che, dopo le scoperte della teoria quantistica e della filosofia del "bootstrap", non può più essere vista come un grande edificio con solide fondamenta bensì come una rete incessante di relazioni di conoscenza che si autoproduce spontaneamente pur in assenza di fondamenta. Negli ultimi decenni l'idea di rete ha conquistato una posizione sempre più centrale anche nell'ecologia, definita ed intesa come lo studio delle relazioni che legano fra loro tutti gli abitanti della terra. Su questo argomento centrale per tutti noi e per le generazioni future dei viventi, citando Bernard Patten, l'artista sostiene che l'ecologia consiste di reti: comprendere gli ecosistemi alla fine equivarrà a comprendere delle reti. La mostra presenterà una serie di suggestive "reti frattali" realizzate dall'artista annodando le strisce precedentemente tagliate dalla "tela madre". Catalogo in galleria, Edizioni Cortina Arte, testo critico di Claudio Cerritelli, introduzione di Mafalda Cortina. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre mostre alla Galleria Cortina in questa pagina e Cataloghi pubblicati da Cortina Arte Edizioni

Gabriele Poli. "Studi e percorsi"
02 aprile (inaugurazione) - 04 maggio 2019
Presentazione

Dadamaino: Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
Catalogo a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione

Dario Zaffaroni: Geometrie Cromo-cinetiche
Catalogo a cura di Stefano Cortina, Susanne Capolongo, Dario Zaffaroni
Presentazione

50 e oltre | Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013
Catalogo a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
Presentazione




Dorothy sobre fondo gris - tecnica mista su tela di juta cm.229x188 2010 - Collezione privata - © Manolo Valdés - Foto Enrique Palacio Manolo Valdés
termina lo 06 ottobre 2019
Museo Casa Rusca - Locarno
www.museocasarusca.ch

La mostra, la prima in Svizzera, dell'artista spagnolo Manolo Valdés (Valencia, 1942) sarà curata da Rudy Chiappini e riunirà oltre 50 tra i lavori più significativi della lunga carriera del grande maestro, realizzati dalla metà degli anni Ottanta fino ai giorni nostri. Le suggestive sale e la corte di Casa Rusca saranno animate dai dipinti e dalle sculture di eleganti figure di dame, di teste maestose dai lineamenti femminili, da statue equestri di nobildonne e cavalieri. Lo spazio esterno al Museo ospiterà inoltre una selezione di sculture monumentali, precedentemente protagoniste di importanti installazioni a Parigi, Valencia, e non solo. Al pubblico si offrirà così una panoramica sulle diverse tecniche e le multiformi sperimentazioni di questo eclettico e poliedrico artista.

Il percorso artistico di Valdés è iniziato con la pittura e proseguito con la scultura, rendendo omaggio ai grandi maestri dell'arte come Ribera, Zurbarán, Velázquez, Rembrandt e Matisse. La personale sarà un tripudio di forme esuberanti e visionarie, nelle quali la storia dell'arte viene ripercorsa e rivista acquisendo una coinvolgente attualità. Le opere di Manolo Valdés fanno parte delle più prestigiose collezioni pubbliche e private; lo si può ammirare al Metropolitan Museum of Art di New York, al Musée National d'Art Moderne Centre George Pompidou di Parigi, al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía a Madrid, alla Fundaciòn del Museo Guggenheim a Bilbao, al Kunstmuseum a Berlino, solo per citarne alcune. (Comunicato stampa)




Locandina di presentazione della mostra Eremo Eretico con opera di Giuliano Giuman Giuliano Giuman: "Eremo Eretico"
termina il 31 maggio 2019
Galleria Annunciata - Milano
www.galleriannunciata.com | Locandina della mostra

In mostra una serie di opere appartenenti alle ultime ricerche condotte dall'artista, mirate ad approfondire le possibilità di relazione estetica fra la superficie, il pigmento, la luce e il vetro (cifra distintiva della sua produzione), coniugando tali elementi nella grammatica di un alfabeto visivo organico. Il dettato espositivo, tramite la selezione dei risultati più rappresentativi del lavoro recente dell'autore, ne presenta gli esiti ponendoli in dialogo fra loro e con gli spazi della storica galleria milanese, impostando un allestimento strutturato e suggestivo al contempo. Il richiamo all'eresia nella titolazione - scrive il curatore - "è da intendersi in termini prettamente etimologici, dunque come direzione di pensiero contraria a molte attitudini artistiche odierne che spesso fanno del facile sensazionalismo il loro aspetto maggioritario, rievocando l'eremitaggio come sinonimo di recupero di una dimensione poietica presieduta dalla riflessione sugli elementi fondamentali (perciò autentici) del linguaggio visivo."

E ancora: "Le opere visibili in mostra, si connotano di una sensibilità inedita nei confronti dei materiali impiegati i quali, compenetrandosi e influenzandosi, cercando nuove possibilità di relazione, si rinnovano nelle capacità linguistiche." La mostra, a cura di Davide Silvioli, costituisce pertanto, una costruttiva occasione di riflessione e confronto diretto con l'arte di ricerca nel mezzo del contesto contemporaneo, priva di interlocutori terzi. Con le opere di Giuliano Giuman, introduce l'osservatore nell'intimo e pluriennale universo creativo e operativo dell'artista, qualificandolo, in prima istanza, al pari di un territorio di pensiero e di lavoro, sottendendo inoltre un parallelismo concettuale con le esigenze esistenziali degli antichi anacoreti, nel tentativo di riallineare vita e arte, pratica e pensiero.

La formazione di Giuliano Giuman (Perugia, 1944) è musicale. Inizia a dipingere nel 1964. Suo maestro è stato Gerardo Dottori. Dal 1972 lavora per 10 anni sul tema dell'ombra. Oltre alla pittura, per la sua ricerca, utilizza altre espressioni, quali la fotografia, la musica, l'installazione e la performance. Comincia nel 1982 a concentrare il suo lavoro sul rapporto tra pittura e musica. Nel 1985 inizia a lavorare anche su vetro che diventerà il supporto principale di caratterizzazione tecnica della sua arte. Dal 1983 ha realizzato numerosi manifesti e tutte le scenografie di Umbria Jazz. Ha vinto molti concorsi nazionali per edifici dello stato Italiano. Da circa un anno, realizza tutte le sue opere unendo le due tecniche principali del suo fare artistico: olio su tela o su tavola, e pittura su vetro a gran fuoco, aggiungendo ora anche la luce. Dal 1998 al 2013 è stato docente di "Tecnica della vetrata" all'Accademia di Brera. Dal 2009 al 2012 è stato direttore dell'Accademia di belle arti "Pietro Vannucci" di Perugia dove, tra le altre cose, ha iniziato la scuola di design. Ha tenuto oltre 100 mostre personali e 200 collettive, in musei, gallerie, spazi pubblici e privati. (Comunicato stampa)




Frida - opera di Valentina Musiu nella mostra Voce del verbo FARE Voci del verbo FARE
Valentina Musiu: "Arte su legno"
Giorgio Gessi: "La magia del vetro"


termina lo 03 maggio 2019
Spazio Espositivo PwC (Palazzo Renzo Piano) - Milano

La riscoperta dell'arte "di bottega" in una mostra a cura di Fabrizia Buzio Negri. Legno e vetro hanno una vita infinita, una longevità straordinaria. Ma soprattutto un fascino inimitabile, quando l'artista li fa vivere e li esalta con le sue mani. Sono piccoli pezzi colorati, scarti di legno dagli spessori differenti: nelle abili mani di Valentina Musiu si incastrano in geometrie dalle forme spigolose, trasformandosi in immagini. Nascono oggetti con prospettive nuove, dai risultati surreali, ben riconoscibili nell'effetto finale: Frida Kalo, la Marilyn, David Bowie, Maria Lai, "Eva", il "Bacio" di Klimt sembrano uscire dal legno con la loro riconoscibilità affettuosamente ironica, nati tutti in "Valegnameria". Dall'amata Sardegna, a Olia Speciosa (Castiadas), in un antico locale che fu del nonno, pochi strumenti (scalpellino e traforo) per tanta maestria e pazienza. La fantasia non manca. Le sue creature vanno ora dappertutto. Negli Stati Uniti, ad esempio, sono finite con successo le lingue di legno dei Rolling Stones!

In una vita dedicata all'arte, Giorgio Gessi si è cimentato con materiali sempre più complessi, fino ad arrivare alla lavorazione su vetro con una tecnica estremamente complicata di sua invenzione. Su un "medium" fragile e poco modificabile come il vetro, l'artista riesce a rendere l'idea della tridimensionalità sovrapponendo alternativamente una lastra di vetro inciso con trapano a punta diamantata su altra lastra di vetro trasparente. Il tutto, per ben tre stratificazioni e con aggiunta di colore. Si vengono a creare immagini dalla leggerezza e visionarietà incredibili. Le tematiche sono sorprendenti. Dall'incanto del Liberty inizi '900 all'ispirazione legata alla cultura del Giappone, i passaggi creativi sono intensi, nella sapienza tecnica che prevede lunghi e meticolosi tempi lavorativi, per creare effetti speciali. (Comunicato stampa)




Firenze e la nascita dell'opera. Documenti ritrovati e ricostruzioni virtuali
termina il 15 maggio 2019
Casa Buonarroti - Firenze

Questa primavera la Casa Buonarroti rievoca i primordi dell'opera, genere teatrale musicale nato a Firenze oltre quattrocento anni fa, con un'innovativa esposizione di documenti inediti, ricostruzioni multimediali e estratti musicali: manoscritti originali e riproduzioni di libretti, partiture, descrizioni di spettacoli, incisioni di scenografie e corrispondenza di alcuni dei capostipiti dell'opera di primo Seicento saranno esposti in connessione con elementi multimediali. La mostra intende stimolare l'immaginazione del pubblico, riportandolo indietro nel tempo, al periodo in cui questo genere ebbe inizio. Secondo le parole di Francesca Fantappiè, curatrice della mostra, l'intenzione è "rendere visibile ciò che è transitorio ed effimero". La studiosa, storica del teatro e dell'opera delle origini, vuole "creare un metodo innovativo di esporre l'argomento, per permettere al pubblico non specializzato di accedere a una migliore comprensione".

Tra i gioielli della mostra vi è una redazione manoscritta, recentemente riscoperta, della prima versione della Dafne, prima opera scritta dal poeta Ottavio Rinuccini (1563-1621), librettista ante litteram, e un manoscritto di Michelangelo Buonarroti il Giovane (1568-1647), pronipote dell'omonimo maestro del Rinascimento, con uno schizzo per l'allestimento de Il Giudizio di Paride (1608). Quest'ultimo documento è stato restaurato per l'occasione, grazie al contributo del Rotary Club Firenze Valdisieve. La mostra conduce il visitatore alle origini dell'opera con una ricostruzione multimediale in 3D (fruibile con gli appositi occhiali), della messinscena dell'Euridice, originariamente rappresentata in occasione del matrimonio di Maria de' Medici (1600).

L'innovativo allestimento di Max Pinucci di MBVision garantisce un'esperienza interattiva attraverso la proiezione di immagini, video, audio musicali e ricostruzioni virtuali di spettacoli del passato. Francesca Fantappiè afferma che "l'allestimento di questa mostra è per certi aspetti pioneristico, un po' come lo furono gli inventori di quel nuovo genere teatrale musicale, cantato per intero in stile monodico, noto oggi come melodramma". Questa mostra nasce dalla collaborazione della Casa Buonarroti con gli studenti del Master in Museum Studies dell'Istituto Lorenzo de' Medici. Un team di sette studenti del programma, Marissa Acey, Marie-Claire Desjardin, Emily Hurley, Laura McCay, Maryam Neyazi, Phoebe O'Dell e Dailin Portelles, che hanno collaborato a tutte le fasi di realizzazione dell'evento.

Contemporaneamente alla mostra presso la Casa Buonarroti, altri importanti eventi dedicati al tema della nascita dell'Opera avranno luogo a Firenze: l'Istituto Lorenzo de' Medici e l'Università di Firenze, in collaborazione con la Fondazione Casa Buonarroti, organizzeranno l'11 e il 12 aprile prossimi un Convegno Internazionale dal titolo: Florence Circa 1600: Patrician Families and the Financing of Culture, con la partecipazione dei principali studiosi dell'argomento. Nel pomeriggio del 12 aprile, a chiusura del Convegno, l'ensemble Musica Ricercata, diretta da Michael Stüve, eseguirà il concerto della prima edizione della Dafne di Corsi-Peri-Rinuccini, composta nel 1597. (Comunicato stampa Fondazione Casa Buonarroti)




Immagine dalla locandina della mostra Impressioni, di Nella Piantà Nella Piantà: Impressioni
termina lo 09 maggio 2019
MUSAP Museo degli Artisti Polesani (Cittadella della Cultura) - Lendinara (Rovigo)

L'esposizione, ideata e curata dal Dott. Guido Signorini critico e storico dell'arte, direttore del MUSAP Museo degli Artisti Polesani di Lendinara, presenta una selezione di recenti incisioni realizzate dall'artista. Dalla frequentazione dei corsi di incisione e di decorazione presso l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e del laboratorio di Alberto Rocco, l'incisione ed in particolare la maniera nera sono diventati il mezzo di espressione che più rappresentano Nella Piantà (Borgosesia - Vercelli). Diverse pubblicazioni del settore, tra cui le riviste 'Grafica d'arte', 'InPressioni', 'Tracce Cahiers d'Art', si sono occupate della sua attività artistica.

Nel 2016 ha partecipato al progetto "Il fascino dell'arte: rappresentazione di mondi e contesti" con la donazione di un'opera alla Casa Albergo per Anziani di Lendinara. Molte sono le sue personali in Italia e all'estero. Le sue opere sono in permanenza presso: Archivio Storico Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, Museo Nazionale Incisori Italiani di Vigonza (Padova), Archivio dell'Incisione Bolognese di Grizzana Morandi (Bologna), Gabinetto delle Stampe Antiche e Moderne del comune di Bagnacavallo (Ravenna), Archivio della Raccolta delle Stampe del Centro Studi per la Grafica A. Sartori Mantova, Museo della Stampa - Soncino (Cremona), Consorzio della Bonifica Burana, Museo della Sanità e dell'Assistenza di Santa Maria della Vita - Bologna. (Comunicato stampa)




Patrizia Schoss - Testa con mani - tecnica mista cm.24x32 1978 Patrizia Schoss
28 marzo (inaugurazione) - 21 maggio 2019
Palazzo del Consiglio Regionale di Trieste

Mostra antologica della pittrice Patrizia Schoss, che sarà introdotta dall'architetto Marianna Accerboni. La rassegna, corredata da un elegante catalogo, propone una cinquantina di lavori: dipinti a tecnica mista, incisioni e opere tridimensionali, tra cui molti inediti realizzati dall'artista dagli anni '70 a oggi.



Presentazione




Fotografia opera di Giovanni Romano nella mostra Dalla terra alla Luna Dalla terra alla Luna - fotografia di Giovanni Romano Giovanni Romano
"Dalla terra alla Luna"


termina il 27 aprile 2019
Galleria 8,75 Artecontemporanea - Reggio Emilia
www.csart.it/875

Mostra personale di Giovanni Romano, a cura di Gino Di Frenna, inserita Circuito Off di "Fotografia Europea". In linea con il tema generale della manifestazione - "Legàmi. Intimità, relazioni, nuovi mondi" - il fotografo siciliano propone un progetto fotografico dedicato alla sua terra, alle coste incontaminate di Portopalo di Capo Passero e Marzamemi (Siracusa), poste nel punto più a Sud d'Italia, dove si incontrano e si scontrano il Mar Mediterraneo e il Mar Ionio. «Distese d'acqua e di terra - scrive Chiara Serri - lunghe passeggiate all'alba nella punta estrema sud-orientale della Sicilia: Giovanni Romano fotografa la propria quotidianità, il paesaggio che lo circonda, le meraviglie di una natura silenziosa che diviene luogo dell'anima, frequentato in compagnia della cagnolina Luna. Legame con la propria terra e con il proprio vissuto, ma anche relazione profonda con l'animale, protagonista della scena e narratore inconsapevole di una bellezza da preservare e tutelare».

Il percorso espositivo comprende una ventina di fotografie di medie e grandi dimensioni, caratterizzate dal punto di vista ribassato e dalla ripresa del soggetto - Luna - prevalentemente in controluce. Misura di un paesaggio che evoca nell'osservatore sentimenti di stupore e meraviglia, il cane rivolge il proprio sguardo all'interno e all'esterno, sino a sfiorare l'orizzonte. Giovanni Romano (Mene Grande - Venezuela, 1960) si è trasferito in Italia nel 1969. Fotografo non professionista, ha esposto a Siracusa, Noto e Pachino in mostre personali e collettive. Parallelamente alla ricerca fotografica, realizza opere pittoriche caratterizzate da paesaggi, figure immerse in terre bruciate dal sole, mari inquieti e cieli densi di colore. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Umberto Riva, 2013 - Foto Andrea Martiradonna Forme: Umberto Riva, architetto designer
termina lo 05 maggio 2019
Fondazione Sozzani - Milano
www.fondazionesozzani.org

Umberto Riva, classe 1928, è uno dei maestri italiani dell'architettura e del design, recentemente premiato con la Medaglia d'Oro alla Carriera della Triennale di Milano per sessant'anni di progetti che spaziano dall'architettura al disegno industriale, dalla grafica editoriale agli interni, dall'urbanistica alla pittura, dal restauro all'allestimento museale. La mostra, curata da Gabriele Neri, si concentra sull'attività di Umberto Riva nel campo del design, sviluppata come ricerca complementare a quella architettonica e pittorica in maniera quasi involontaria, a partire dagli anni Sessanta. I pezzi selezionati - lampade, arredi e progetti grafici di varia specie - sono parte di un processo continuo di sperimentazione materica e formale, mossa da un'inquietudine che sfocia in anomalie geometriche, cromatiche, spaziali.

Sostiene Riva: "Il mio non è il lavoro di un intellettuale, ma quello dell'artigiano che si approssima alla forma". Con rari prototipi fuori produzione, pezzi unici, quadri, disegni e schizzi inediti provenienti dall'archivio privato dell'architetto, l'esposizione si divide in tre sezioni dedicate ad altrettanti ambiti progettuali distinti ma intrecciati. La prima presenta Riva come "maestro della luce", con una selezione di "vetri illuminati" - così Riva chiama le sue lampade - che formano un'installazione. La seconda si concentra sull'arredo, punto di contatto tra architettura e design, attraverso pezzi storici e opere inedite, come la nuova poltrona presentata in mostra, edizione della Galleria Giustini/Stagetti di Roma. La terza sezione riflette la complessità della sua ricerca grafica: quadri, progetti editoriali, manifesti ed elaborati architettonici attestano la circolarità dell'opera di Riva, che spesso ripete: «ho sempre la sensazione di affrontare lo stesso progetto».

L'allestimento progettato da Umberto Riva con Emilio Scarano e il video inedito "Umberto Riva" di Francesca Molteni e Claudia Adragna prodotto da Muse Factory of Projects, completano l'esposizione negli spazi della Fondazione Sozzani. L'eccezionalità del design di Umberto Riva emerge negli anni attraverso mostre, pubblicazioni e perfino nel mondo del cinema. La lampada "E63", da lui disegnata nel 1963 ispirandosi a una scultura di Brancusi, compare infatti nella futuristica scenografia di Blade Runner 2049 - sequel della famosa pellicola di Ridley Scott - creando un inaspettato cortocircuito spazio-temporale. Guardando in filigrana l'opera di Umberto Riva, si intravede la dinamicità dell'espressionismo - preferita alla quiete del mondo classico e visibile negli angoli mai retti e nelle ricorrenti triangolazioni;; l'affinità cromatica con Léger, Nicolas de Stael e Poliakoff, ma anche Pierre Bonnard, e la lezione di Corbusier, Carlo Scarpa, Frank Lloyd Wright, tra i molti.

Scrive Gabriele Neri: "Nell'opera di Umberto Riva la forma ha un significato prioritario, che va al di là dell'uso;; per questo egli considera le sue creazioni nel campo del design non come semplici oggetti d'arredo, ma come figure in continuo dialogo tra loro. L'inseguimento della forma parte dal foglio di carta o dalla tela, per affrontare poi la tridimensionalità del mondo reale e le potenzialità di materiali antichi e moderni: dalla plastica al vetro di Murano, dal metallo al marmo, dal legno al cemento. La forma è un punto di arrivo, non di partenza;; è la tappa provvisoria di un'esplorazione sofferta e incessante". (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra Giappone - Terra di geisha e samurai Giappone. Terra di geisha e samurai
termina il 30 giugno 2019
Casa dei Carraresi - Treviso

Il percorso espositivo, a cura di Francesco Morena, propone uno spaccato delle arti tradizionali dell'arcipelago estremo-orientale attraverso una precisa selezione di opere databili tra il XIV e il XX secolo, tutte provenienti dal fondo privato di Valter Guarnieri, appassionato collezionista trevigiano che ha creato nel corso degli ultimi decenni una raccolta di grande qualità e molto vasta per materiali, tecniche di realizzazione e soggetti iconografici. Il percorso si sviluppa per isole tematiche, approfondendo da un lato i molteplici aspetti relativi ai costumi e alle attività tradizionali del popolo giapponese, dall'altro creando dei focus sulle peculiarità e sulla storia della collezione.

L'apertura dell'esposizione non poteva che essere dedicata al binomio Geisha e Samurai. La classe militare ha dominato il paese del Sol Levante per lunghissimo tempo, dal XII alla metà del XIX secolo, imponendo il proprio volere politico ed elaborando una cultura molto raffinata la cui eco si avverte ancora oggi in molti ambiti. La geisha, o più in generale la beltà femminile così come la intendiamo, ha rappresentato per il Giappone un topos culturale altrettanto radicato, dalle coltissime dame di corte del periodo Heian (794-1185) alle cortigiane vissute tra XVII e XIX secolo, così ben immortalate da Kitagawa Utamaro (1753-1806), il pittore che meglio di ogni altro ha restituito la vivacità dei quartieri dei piaceri di Edo (attuale Tokyo).

Dal mondo degli uomini a quello, affollatissimo, degli dei, sintesi di credenze autoctone e influenze provenienti dal continente asiatico. Il Buddhismo, in particolare, di origini indiane, giunse nell'arcipelago per tramite di Cina e Corea. Esso ha permeato profondamente il pensiero giapponese, soprattutto nella sua variante dello Zen, che in questa sezione è testimoniata da un gruppo di dipinti nel formato del rotolo verticale raffiguranti Daruma, il mitico fondatore di questa setta. Questo affascinante avvicinamento all'arte e alla cultura nipponica continua introducendo alla quotidianità del suo popolo: dalle attività di intrattenimento come il teatro Kabuki, dall'utilizzo del kimono alla predilezione degli artisti giapponesi per la micro-scultura. Di quest'ultima troviamo esempio nel nucleo di accessori legati al consumo del fumo di tabacco. Non meno affascinante è il percorso che vede le storie tradizionali e i temi legati alla letteratura, diventare raffinati soggetti di dipinti.

Il clou della grande mostra è riservato al rapporto tra i giapponesi e la natura, che nello Shintoismo, la dottrina filosofica e religiosa autoctona dell'arcipelago, è espressione della divinità. Questa relazione privilegiata con la Natura viene qui indagata attraverso una serie di dipinti su rotolo verticale, parte dei quali realizzati tra Otto e Novecento, agli albori del Giappone moderno. A metà dell'Ottocento, dopo oltre due secoli di consapevole isolamento, il paese decise di aprirsi al mondo. Così, nel volgere di pochi decenni, il Giappone avanzò con convinzione verso la modernità. Intanto europei e statunitensi cominciarono ad apprezzare le arti sopraffini di quel popolo e molti giunsero a scoprire il mitico arcipelago.

Il mutato scenario portò molti artisti ad adottare tecniche e stili stranieri, e molti artigiani a produrre opere esplicitamente destinate agli acquirenti forestieri. Tra le forme d'arte inedite per il Giappone di quei tempi, la fotografia d'autore occupa senz'altro un posto d'elezione. Gli stranieri che visitavano l'arcipelago molto spesso acquistavano fotografie per serbare e condividere un ricordo di quel paese misterioso e bellissimo. E' il caso dello sconosciuto che acquisì il nucleo esposto in mostra, il quale annotò in lingua spagnola, a margine delle fotografie, le descrizioni dei luoghi e delle attività raffigurate nei suoi scatti. L'ultima sala è riservata ad una delle forme d'arte più complesse e insieme più affascinanti del Giappone, la scrittura. Grandi paraventi ornati di potenti calligrafie concludono l'esaltante percorso espositivo. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Giovanni Antonio Pellegrini - Ritratto di dama in un giardino e la ancelle al pozzo - 1719 ca., olio su tela cm.184x310 A conclusione dell'importante intervento di restauro
In mostra la misteriosa Milady del Pellegrini


termina il 22 settembre 2019
Palazzo Fulcis - Belluno

L'affascinante tela di Gian Antonio Pellegrini popolarmente conosciuta come il Ritratto di Milady, musealmente classificato invece come Ritratto di signora in un giardino con ancelle al pozzo. E' un'opera straordinaria per qualità della pittura e per l'atmosfera tipicamente inglese che trasmette. La grande tela si è vista davvero raramente. Molto nota agli esperti, da tempo non è più visibile al pubblico. Per questa mostra bellunese, Fondazione Cariverona ha deciso di concederla, dopo che il capolavoro del Pellegrini è stato sottoposto a restauro. In Palazzo Fulcis, per la prima volta il pubblico potrà ammirare il dipinto in tutta la sua ritrovata magnificenza. Il restauro, condotto dal laboratorio fiorentino di Debora Minotti ha ridato alla celebre Milady l'incarnato roseo che le apparteneva e ha riportato l'intero dipinto alle tonalità delicate originali.

Nel corso dell'intervento, si è inoltre scoperta la presenza di una sagomatura semicircolare nella parte inferiore, al centro: circostanza che conferma come, ad un certo punto della sua storia, il dipinto sia stato utilizzato a mo' di sovrapporta in posizione rialzata. I mistero intorno alla nobile dama protagonista del dipinto resta fitto. Non c'è infatti ancora alcuna certezza su chi sia la Milady rappresentata da Antonio Pellegrini, nel suo eccezionale ritratto, riconducibile al secondo periodo inglese del Maestro, intorno al 1719. "Certamente una donna che cercò di farsi rappresentare come una dea agreste, in un grande dipinto di formato orizzontale dal taglio 'eroico' e monumentale benché realizzato con una pittura impalpabile e di grande leggerezza", afferma Denis Ton, curatore della mostra in Palazzo Fulcis.

Accompagnata dal fido cane e dalle ancelle che versano acqua da una brocca (probabile allusione alle sue virtù di fedeltà e castità), la donna è raffigurata adagiata in mezzo a un paesaggio boscoso che si intravede in lontananza. "Pur conservando l'indeterminatezza propria dei ritratti pellegriniani, si nota - sottolinea di curatore - una maggiore caratterizzazione nel volto della donna rappresentata. Mentre le comparse e così il paesaggio sono concepiti con una lievità quasi impalpabile tipica dell'arte del maestro, creando effetti quasi di sfocatura, il personaggio principale si impone con forza. La gentildonna qui rappresentata non è estranea a una certa aria matronale, subito addolcita dai tratti del volto idealizzati, nella stesura dei quali Pellegrini, come confermato dall'intervento di restauro, pare impiegare una tecnica assai differente, molto più accurata, ricercando effetti più simili al pastello che alla pittura ad olio, avvicinandosi a modelli della ritrattistica dell'affezionata cognata, la grande Rosalba Carriera". La concezione del dipinto suggerisce una finalità decorativa prima ancora che di documentazione ritrattistica, confermando come Pellegrini fosse considerato come un maestro capace di proiettare le sue figure, anche quando tratte dalla vita contemporanea, in una dimensione senza tempo. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Dario Tironi nella locandina della mostra alla Galleria Gare 82 di Brescia Dario Tironi: Solo show
termina il 20 aprile 2019
Galleria Gare 82 - Brescia
www.gare82.net

Siamo nei primi anni del Novecento quando l'oggetto d'uso quotidiano entra nell'opera d'arte e, attraverso un processo di decontestualizzazione, diventa esso stesso opera. A partire dal ready made di Duchamp si sono susseguiti movimenti e correnti per cui l'uso dell'oggetto, in tutta la sua fisicità quotidiana, ha avuto un'importanza poetica sostanziale come il Nouveau Réalisme, il New Dada, la Pop Art e Fluxus. È da diversi decenni che l'arte ci presenta questo tipo di immagini e non dovremmo, quindi, più stupirci di fronte ad artisti che per le loro opere attingono sapientemente alle lezioni del passato, riprendendo e reinterpretandone il linguaggio in forma contemporanea. Eppure, quando ci si trova davanti a una scultura di Dario Tironi si rimane colpiti. È quasi impossibile non soffermarsi a osservare nel dettaglio, incuriositi - anche - dall'indubbia abilità tecnica dell'artista, in grado di realizzare sculture assemblando oggetti come fossero pezzetti di argilla plasmabili sotto le mani dello scultore e rimandando alla mente la bellezza classica della statuaria greco-romana.

In linea con la poetica Nuovo Realista, la materia prima delle opere di Tironi è composta da oggetti di recupero, rifiuti, prodotti di scarto provenienti dalla società dei consumi di massa. A differenza della corrente francese, però, Tironi non si concentra sulla dissacrazione della serialità industriale, non si limita a un approccio polemico e d'opposizione ma progredisce verso una denuncia più profonda che colpisce le coscienze individuali degli spettatori. Le sculture di Tironi sono identità create dal consumismo, dalla sete del possesso ma con sguardi sorprendentemente realistici che tradiscono malinconia. Nel lavoro di Dario Tironi si concretizza il monito di Bauman: consumo, dunque sono. Regala spunti di riflessione trasversali, coinvolgendo il fruitore e stimolando il dibattito, in un'atmosfera che non si fa mai pesante ma pensante. (Federica Picco)




Jimmy Rivoltella: La memoria delle particelle elementari
termina lo 05 maggio 2019
Bardot Art Café - Torino

Ogni luogo ha la sua storia, ogni spazio, con le proprie architetture, richiama alla mente memorie personali, vite passate che un tempo vi dimoravano. La fotografia, nella sua potenza evocativa, è una testimonianza inderogabile di queste esistenze che un tempo furono il presente, nei propri drammi, nelle proprie complessità e nelle proprie illusioni. Un tempo che non ritorna, ma che è possibile rivivere attraverso i fotogrammi, per scrutare e ispezionare attimi di biografie che, se pur anonime, raccontano di un'urgenza del momento. Jimmy Rivoltella, attraverso la tecnica del foto collage, dedica la sua ricerca artistica alle micro-narrazioni del quotidiano. Ha un particolare interesse per gli oggetti residuali realizzando composizioni d'immagini frammentarie e stranianti. Ama perdersi nello spazio familiare (non solo il suo) nel quale raccoglie fotografie tracciando le traiettorie delle sue derive e con le quali (ri)compone le storie di chi lo attraversa.

Nelle sue opere è fondamentale la relazione con l'archivio. L'archivio personale e le raccolte affettive di collezioni private diventano strumento d'indagine ed espediente narrativo. Dal progetto traspare spesso l'intenzione ridiscutere l'immagine fotografica in quanto documento: i soggetti, il punto di vista, le inquadrature e il montaggio di una sequenza sono orientati a rendere le fotografie allusive, ambigue, aperte all'interpretazione e al riconoscimento soggettivo e parziale di ciascuno. Il progetto - a cura di Om Bosser e Laura Gillio - si inserisce come ultimo tassello del lungo percorso artistico di Jimmy denominato Divini Devoti. «Tutti i luoghi che abbiamo abitato, tutti i momenti che abbiamo vissuto ci assediano, chiedono di entrare - noi li guardiamo, li evochiamo uno ad uno - da dove? Dove è dovunque e in nessun luogo». (Giorgio Agamben) (Comunicato stampa)




Guglielmo Clivati - olio su tela cm.53x53 Guglielmo Clivati: "Segni vitali"
termina il 28 aprile 2019
Torre degli Upezzinghi - Calcinaia (Pisa)
www.mercurioviareggio.com

Presso la medievale Torre degli Upezzinghi la personale del pittore Guglielmo Clivati, inserita nell'ambito della diciottesima edizione della rassegna 'Vico Vitri Arte'. A Calcinaia, Clivati presenta una serie di recenti dipinti a olio su tela e su tavola. L'artista lombardo sviluppa con coerenza una ricerca, nell'ambito della pittura astratta, che trascende puntualmente il limite della forma traducendolo in dinamismo. Guglielmo Clivati (Bergamo, 1952) vanta un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in Italia e all'estero. Dal 1985 al 2016 ha insegnato Disegno e Storia dell'Arte presso i Licei del Collegio S. Alessandro di Bergamo. Nel 1994 ha fondato l'Associazione Seriatese Arti Visive, con sede a Seriate (Bergamo), di cui è attualmente Presidente. La mostra, corredata di brochure con testo di Giacomo Paris, è patrocinata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Calcinaia ed è organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. (Comunicato stampa)




Etiopia. La Bellezza rivelata
Sulle orme degli antichi esploratori


termina il 30 giugno 2019
Museo di Storia Naturale - Verona

Una mostra che conduce il visitatore sulle tracce degli esploratori che nei secoli scorsi hanno percorso i paesaggi di fantastica suggestione e descritto gli animali di grande bellezza, nella terra che fu della Regina di Saba, l'Etiopia. Quasi un viaggio immaginario percorso al fianco di alcuni degli studiosi ed esploratori che maggiormente hanno contribuito alla conoscenza di quella terra, accompagnati dagli animali che la popolano e dagli antichi oggetti delle sue genti. Cercando di far rivivere al visitatore il sentimento di meraviglia che spesso traspare dalle pagine che ci hanno lasciato. Partendo dalle descrizioni contenute in alcune loro opere librarie, le cui edizioni - spesso di gran pregio - sono conservate presso la Biblioteca della Società Geografica, la ricchezza ambientale e culturale dell'Etiopia sarà evocata dagli oggetti della collezione etnoantropologica del Museo di Storia Naturale di Verona e dalle suggestive fotografie e video di Carlo e Marcella Franchini. La ricchezza naturalistica e l'esclusività della fauna etiopica sarà poi raccontata dagli animali delle collezioni del Museo di Verona.

La molteplicità dei documenti, degli esemplari, degli oggetti e delle immagini in mostra consentono di apprezzare la ricchezza rappresentata dagli ambienti naturali e dalle culture del Paese e le sue antiche radici. L'Etiopia è un crogiolo di realtà, ciascuna unica ma tutte collegate. A partire dalla varietà ambientale caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi: si può passare - spesso rapidamente - dalle regioni di bassopiano o dalla depressione dell'Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2.000 metri dell'altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4.550 metri. Alle differenze di altitudine si associa un regime climatico monsonico, ad accentuata stagionalità. Questa combinazione crea nicchie ecologiche che spiegano l'estrema varietà ambientale, di fauna e di flora nell'arco di distanze anche limitate. Ambienti tanto diversi hanno favorito sistemi economici diversi tra loro e una straordinaria varietà culturale.

La differenziata distribuzione delle risorse ha inoltre da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l'interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell'Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie. L'Etiopia è stata la culla dell'umanità grazie all'abbondanza di risorse minerali, animali e vegetali. La regione ha dunque rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambio sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico.

Per tale ragione, questo Paese e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell'interesse e dell'immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa - trasfigurate per lo più nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni - lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l'epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresentano, di fatto, anche la base per la conoscenza scientifica dell'Etiopia documentata e raccontata in questa mostra. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Emilio Tadini - Color & Co. n. 5 - acrylic on canvas 1969 - Courtesy Fondazione Marconi, Milano Emilio Tadini 1967-1972
termina il 28 giugno 2019
Fondazione Marconi - Milano
www.fondazionemarconi.org

Terza mostra dedicata all'artista e intellettuale milanese Emilio Tadini. Dopo "Emilio Tadini 1960-1985. L'occhio della pittura" del 2007 e "Emilio Tadini 1985-1997. I profughi, i filosofi, la città, la notte" del 2012, questo nuovo progetto espositivo pone l'attenzione sugli esordi della produzione artistica di Tadini, dal 1967 al 1972, ovvero dal primo ciclo "Vita di Voltaire", che segna la nascita del suo linguaggio pittorico, fino ad Archeologia. Considerato uno tra i personaggi più originali del dibattito culturale del Secondo dopoguerra italiano, fin dagli anni Sessanta Emilio Tadini sviluppa la propria pittura per grandi cicli, popolati da un clima surreale in cui confluiscono elementi letterari, onirici, personaggi e oggetti quotidiani, spesso frammentari, dove le leggi di spazio e tempo e quelle della gravità sono totalmente annullate.

Le opere di Tadini nascono da un clima emotivo, da un flusso mentale "in qualche zona semibuia della coscienza" dove le immagini emergono in un procedimento freudiano di relazioni e associazioni e dove le situazioni "reali" che il pittore raffigura sono immerse nell'atmosfera allucinata del sogno, in un clima surrealista-metafisico. Questo processo automatico si sviluppa, più che sulla prima immagine del quadro, sulla serie: da un'immagine ne scaturiscono altre, modificandola e alterandola. Ogni volta l'artista produce un racconto, tanto che la sua pittura cresce a cicli, come una serie di romanzi a puntate. La lettura delle sue opere richiede strumenti di natura concettuale, le immagini apparentemente semplici e immediate, nascondono molteplici significati ("tutto accade davanti ai nostri occhi... il pensiero si ripara... dietro lo sguardo"), non mancano i riferimenti al Surrealismo e alla Metafisica di de Chirico, come anche alla psicanalisi di Lacan e Freud.

Tadini domina con singolare capacità due tipi di linguaggi, il visivo e il letterario, lavorare per cicli lega anche la sua pittura alla cultura letteraria e in particolare alla pratica della scrittura, di cui è maestro. Il suo lavoro è dunque luogo di convergenza di linguaggi differenti. Tra il 1967 e il 1972 l'attività pittorica dell'artista è particolarmente prolifica e va delinandosi la sua modalità operativa e stilistica. Punto di partenza è la pop art: le prime due grandi serie di opere per cui Tadini concepisce un linguaggio pop sono la Vita di Voltaire, del 1967, e L'uomo dell'organizzazione, dell'anno successivo. Seguono, nell'ordine, "Color & Co." (1969), "Circuito chiuso" (1970), "Viaggio in Italia" (1971), "Paesaggio di Malevic e Archeologia" (1972).

Non sono tuttavia le aggressive manifestazioni tipiche del pop americano a interessarlo, bensì le varianti più introspettive e personali, a volte intellettuali, politiche e critiche, del pop britannico. Un occhio particolare è rivolto all'arte di Kitaj, Blake, Hockney e Allen Jones ma anche a Francis Bacon e Patrick Caufield, alla Figuration narrative di Adami, Arroyo e Télémaque. Sarà questa una fase di passaggio che l'artista abbandonerà negli anni Ottanta, destinata comunque a lasciare un segno indelebile nei suoi lavori successivi. Accanto ai quadri, la mostra presenta una selezione di disegni e opere grafiche a testimonianza del fatto che Tadini ha sempre affiancato nei suoi "racconti per immagini" tela e carta, pittura e disegno. Obiettivo finale del progetto espositivo Emilio Tadini 1967-1972 è riportare "alla luce" il lavoro grafico e pittorico del maestro milanese per ricostruire la figura di un artista totale (pittore, disegnatore, intellettuale, scrittore e poeta) colto e profondo, anche alla luce del particolare rapporto con Giorgio Marconi, gallerista, collezionista e soprattutto amico di Tadini.

"L'incontro con Marconi è stato importante, mi ha dato una grande fiducia di potere fare questo lavoro di pittore professionalmente", racconta lo stesso Tadini. "E subito dopo, lavorando, viene fuori la prima grande serie che è quella della 'Vita di Voltaire', dove si vede l'influenza della Metafisica, si alleggerisce la materia pittorica, uso fondi chiari monocromi e comincia un po' la storia della mia pittura. A questo punto c'è ormai questa come attività professionale, tanto che io sospendo il lavoro letterario: prendo appunti, per me, come se volessi autorizzare davanti a me stesso una scelta." (A.C. Quintavalle, Emilio Tadini, Fabbri Editori, 1994) (Comunicato Lara Facco P&C)




Immagine opera Ketty La Rocca per presentazione rassegna alla VideotecaGAM di Torino Ketty La Rocca
Appendice per una supplica


termina lo 06 ottobre 2019
Sala 1 GAM - Torino
www.gamtorino.it

L'esposizione, a cura di Elena Volpato, presenta le recenti acquisizioni da parte della Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT del video Appendice per una supplica, 1972, di Ketty La Rocca, dei suoi libri d'artista con alcune opere grafiche e fotografiche realizzate tra il 1970 e il 1974. Appendice per una supplica è uno dei primi video d'artista realizzati in Italia, girato in collaborazione con Gerry Schum e presentato in occasione della 36° Biennale di Venezia nella sezione "Video-nastri", accanto all'esposizione di libri d'artista "Il libro come luogo di ricerca", curata da Renato Barilli e Daniela Palazzoli, nella quale fu presentato In principio erat di Ketty La Rocca, 1972.

In entrambe le opere la gestualità delle mani è centrale ma, differentemente da quanto andavano facendo in quegli anni, per vie diverse, artisti come Bruno Munari e Alighiero Boetti, Ketty La Rocca non rispetta i codici della comunicazione, non usa il linguaggio dei segni, né la tradizionale espressività della gestualità italiana. Libera il gesto delle mani da ogni preordinata significazione e cerca di conquistare all'immagine una nuova libertà, un'inedita forza espressiva, calandola in un vuoto pre-linguistico come nel caso del video, o accostandola a brevi testi volutamente privi di senso come nel libro In principio erat. Il titolo di quel libro evoca non a caso l'epifania del logos nel Vangelo di Giovanni, quell'istante aurorale del senso in cui il verbo appare come pienezza dell'essere, ancora incorrotto dai codici del linguaggio, non ancora diminuito dalle convenzioni e dalle false corrispondenze di lingue e lessici.

Nello stesso 1972, in opere come il trittico Senza titolo, presente in mostra, l'artista va sostituendo ai profili di immagini fotografiche una minuta calligrafia di frasi prive di ogni intelligibile significato tanto che la scrittura, orfana di contenuti, pare arrendersi alla sua stessa bellezza lineare e sciogliersi in disegno. Proprio con il disegno Ketty La Rocca va recuperando un nuovo possesso delle immagini, anche quelle della più nobile storia dell'arte, del tutto opposto al loro consumo mediatico. In anni in cui l'arte concettuale si nutriva di esangui giochi tautologici tra fotografia e testi, La Rocca rigenera la forza visiva di parola e immagine attraverso un'inconsueta carica esistenziale che esplode nella ripetizione ossessiva della parola Yousulla superficie fotografica: è il tu dell'osservatore che deve rispondere all'io dell'artista perché le due metà del simbolo si ricongiungano, perché immagini e parole tornino a significare. (Comunicato stampa)




© Guido Guidi, Along the Atlantikwall, 2015 Guido Guidi - Photographic Visions of Modernist Architecture
termina lo 04 maggio 2019
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Guido Guidi (Cesena, 1941) è noto come pioniere della fotografia paesaggistica e architettonica italiana. Influenzato dal Neo-realismo e dall'Arte Concettuale, fin dagli anni Settanta il suo lavoro si concentra principalmente sulle zone marginali, sui paesaggi e l'architettura della periferia, luoghi che non sono al centro della nostra attenzione. Nelle sue fotografie raccoglie tracce del passato e del presente, le sue opere raccontano la mutevolezza della nostra realtà nel tempo, come la trasformazione di città e paesaggi attraverso l'intervento umano. In questo contesto ha sviluppato un linguaggio visivo che riflette il nostro processo di cognizione visiva attraverso il mezzo della fotografia, mettendo in discussione la mutevolezza e la sensibilità della nostra stessa percezione.

Dal 1960 in poi, Guido Guidi produce numerose serie fotografiche in cui documenta l'architettura modernista brutalista. La galleria foto-forum riunisce in un'unica mostra la presentazione di tre serie fotografiche selezionate, ovvero fotografie tratte da "The Atlantic Wall" (2005), un ampio progetto di ricerca fotografica e storico-architettonica intorno a una delle ultime grandi linee di difesa del XX secolo, i bunker lungo la costa atlantica del nord Europa, costruita dalle forze di occupazione tedesche negli anni 1941-1944. La mostra presenta anche le fotografie dell'edificio industriale Usine Claude-et-Duval in Francia (2003), costruito dal maestro dell'architettura moderna Le Corbusier nel 1951, l'unico edificio industriale progettato da Le Corbusier. Infine, una selezione di fotografie tratte dal progetto "La Tomba Brion" (1997-2007), la tomba dell'industriale Giuseppe Brion, importante opera architettonica dell'architetto Carlo Scarpa, realizzata tra il 1970 e il 1978 nel cimitero di San Vito di Altivole (Treviso), che Guido Guidi ha fotografato per un periodo di 10 anni.

Le serie fotografiche presentate sono testimonianza di una visione rigorosa e chiara, ma allo stesso tempo spensierata e altamente poetica dell'architettura moderna. Sono immagini della memoria che si concentrano sul tema del tempo che passa, in cui la luce, il cambiamento di colore e il corso delle ombre segnano la progressione del giorno e delle stagioni. Allo stesso tempo, l'oggetto raffigurato acquisisce una monumentalità e immortalità uniche. Le opere possono essere lette come esempi della profonda comprensione di Guido Guidi per quanto riguarda l'interazione tra architettura e paesaggio, tra passato e presente, tra fragile transitorietà e monumentale eternità.

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Guido Guidi - Photographic Visions of Modernist Architecture
Ausstellung: 28.3.2019 - 04.5.2019
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano

Guido Guidi (* 1941 in Cesena) ist bekannt als Pionier der italienischen Landschafts- und Architekturfotografie. Beeinflusst vom Neorealismus und der Konzeptkunst beschäftigte er sich in seinem Werk seit den 70er Jahren vor allem mit marginalisierten Räumen, mit Orten, Landschaften und Architekturen aus der Peripherie, die nicht im Zentrum unserer Aufmerksamkeit stehen. In seinen Fotografien sammelt er Spuren der Vergangenheit und der Gegenwart, und seine Werke erzählen von der Veränderbarkeit unserer Realität im Laufe der Zeit, sowie von der Transformation von Städten und Landschaften durch die Eingriffe des Menschen. In diesem Zusammenhang entwickelte er eine Bildsprache, die unseren visuellen Erkenntnisprozess anhand des Mediums der Fotografie reflektiert, indem sie die Veränderbarkeit und Sensibilität unserer eigenen Wahrnehmung hinterfragt.

Ab den 80er Jahren entstanden zahlreiche fotografische Serien, in denen Guido Guidi brutalistische Architekturen der Moderne dokumentierte. Die Galerie foto-forum vereint in einer Ausstellung die Präsentation von drei ausgewählten Fotoserien, nämlich von Fotografien aus "The Atlantic Wall" (2005), einem umfangreichen fotografischen und architekturhistorischen Forschungsprojekt rund um eine der letzten großen Verteidigungslinien des 20. Jahrhunderts, den Bunkern an der Atlantikküste Nordeuropas, erbaut von den deutschen Besatzungsmächten in den Jahren 1941 bis 1944. Weiters zeigt die Ausstellung Fotografien des Fabrikgebäudes Usine Claude-et-Duval in Frankreich (2003), erbaut vom Meister der modernen Architektur Le Corbusier im Jahre 1951, dem einzigen je von Le Corbusier entworfenen Industriegebäudes. Und letztlich ist eine Auswahl von Fotografien aus dem Projekt "La tomba di Brion" (1996-2006) zu sehen sein, dem Grabmal des Industriellen Giuseppe Brion, einem architektonischen Hauptwerk des Architekten Carlo Scarpa, erbaut zwischen 1970-1978 im Friedhof San Vito in Altivole (Provinz Treviso), welches Guido Guidi in einem Zeitraum von 10 Jahren fotografierte.

Die präsentierten fotografischen Serien sind Zeugnisse eines rigorosen und klaren, gleichzeitig unsentimentalen und doch in höchstem Maße poetischen Blicks auf Bauwerke moderner Architektur. Es sind Bilder der Erinnerung, welche das Thema der vergehenden Zeit in den Fokus rücken, indem das Licht, die Veränderung der Farben, und der Lauf der Schatten in seriell angeordneten Fotoreihen das Fortschreiten des Tages und der Jahreszeiten kennzeichnen. Und gleichzeitig erlangt der abgebildete Gegenstand eine einzigartige Monumentalität und Unvergänglichkeit. Die Arbeiten können als Beispiele eines tiefen Verständnisses Guido Guidis für das Zusammenspiel zwischen Architektur und Landschaft, zwischen Vergangenheit und Gegenwart, und zwischen fragiler Vergänglichkeit und monumentalem Ewigkeitsanspruch gelesen werden. (Pressemitteilung)

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Mario Nigro. Vom "Totalen Raum" zu den "Strukturen"
24. März - 12. Mai 2019
Kunstmuseum Bochum





Opera di KP Brehmer dalla locandina della mostra KP Brehmer
termina il 14 giugno 2019
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Prima mostra personale in Svizzera di KP Brehmer (1938-1997) negli spazi della galleria. KP Brehmer si forma a Düsseldorf come artista grafico. Fa parte sin da subito del "Realismo Capitalista" tedesco, contribuendo in maniera decisiva alla creazione della Pop Art della Germania Ovest, ponendosi domande sulla nascente società di nuovi consumatori nati nel dopoguerra. Sebbene non affiliato a nessun partito, il suo lavoro si fonda su un dilemma politico ben preciso: in che modo si può mobilitare l'arte come veicolo per fare politica quando le catastrofi storiche degli anni a precedere hanno corrotto e modificato l'idea stessa di politica? Definire Brehmer come artista "politico" sarebbe perpetuare la divisione tra il "fine" che l'opera stessa dovrebbe avere e il medium che l'arte politica dovrebbe superare.

Questa sua forte intelligenza dialettica e consapevolezza, supera queste distinzioni categoriali intrinseche nell'arte stessa manifestandosi con evidenza nella sua scelta di utilizzare medium riproducibili e serializzati come stampe, libri, cartoline, francobolli, edizioni, display e film. L'opera di KP Brehmer è improntata su un rigoroso lavoro sulla nozione di codice. Ogni opera si genera attraverso un automatismo o una serie di regole che l'artista impone a se stesso. Le opere che ne derivano esistono quindi non grazie a un esercizio di maniera ma, al contrario, grazie a una sua limitazione. KP Brehmer trasformava elementi dal significato neutro in illustrazioni precisissime della situazione sociale del suo tempo, mostrando visivamente gli impatti che il capitalismo, le guerre, le produzioni di massa, i mass media, hanno avuto sulla nostra società.

Dai primi anni '60 fino alla sua morte, i suoi lavori hanno messo in discussione l'impatto delle immagini dei media e delle produzioni di massa sulla popolazione, in particolare sulla Repubblica Federale Tedesca. Il suo tentativo come artista è stato quello di incoraggiare il suo pubblico ad adottare un atteggiamento indipendente e di sviluppare un proprio pensiero nei confronti dei media controllati dal capitalismo. Per raggiungere questo obiettivo, fin dalle sue primissime produzioni artistiche, KP Brehemer utilizza materiali illustrativi presi dalle più comuni pubblicità, dalle propagande politiche del tempo e della recente storia, sotto forma di poster, riprese televisive pubblicitarie e riviste giornalistiche, e rielaborando questi materiali in forma grafica, dipinti, edizioni cartacee, libri e film.

I suoi codici gli hanno permesso di dare vita a nuove immagini fatte di significati intrinseci e riferimenti ben precisi. Si appropriò delle estetiche più comuni delle vetrine, dei francobolli e dei diagrammi statistici, ricodificandoli con cambiamenti di significato per rendere visibile al pubblico i modi in cui funzionano su di noi i teaser di vendita o le edizioni di stato e tutti i mezzi di informazione. Ovvero le manipolazioni che ogni giorno subiamo involontariamente attraverso i mass media. La mostra vuole dare luce al lavoro di un artista che è stato precursore dei nostri tempi, con sottile ironia e immensa lungimiranza, mostrando alcuni dei suoi più iconici lavori a partire dal 1967 al 1979.

KP Brehmer (Berlino, 1938 - Amburgo, 1997) nel 1959 si laureò come incisore e iniziò fin da subito a realizzare le prime incisioni e acqueforti. Tra il 1959 e il 1961 studiò grafica presso la Werkkunstschule a Krefeld. Successivamente iniziò a utilizzare pellicole fotografiche, radiogrammi e stampe a blocchi e continuò i suoi studi grafici presso l'Accademia Kunstakademie di Düsseldorf, dove lavorò fino al 1963.Dopo un anno di residenza a Parigi, dove lavorò presso l'atelier di Stanley Willian Hayter, tornò a Berlino e si dedicò a diversi progetti: creò inizialmente alcuni lavori grafici, e tra il 1966 e il 1967 produsse la serie di francobolli, l'anno successivo si concentrò sui colori, le scale e i paesaggi ideali, mentre alla fine degli anni Sessanta si concentrò sulla produzione di film. A partire dagli anni Settanta KP Brehmer lavorò su opere a colori di natura geografica, demografica e sociografica e sempre nello stesso anno iniziò ad insegnare presso l'Università delle Belle Arti di Amburgo, dove mantenne la cattedra fino al 1997. Nel 1973 ebbero inizio i suoi primi esperimenti sulle immagini termiche e, poco dopo, sui soundscape, a cui lavorò fino agli anni Ottanta. Tra il 1987 e il 1988 è stato docente ospite presso la China Academy of Art di Hangzhou. (Comunicato stampa)




Palazzo Sturm in una immagine dalla locandina di presentazione Palazzo Sturm e il suo famoso Belvedere
I saloni restaurati accolgono la mostra di Dürer


Bassano del Grappa (Vicenza)
www.studioesseci.net

Palazzo Sturm, dal cui belvedere si può godere di un'impareggiabile panorama sul fiume Brenta e sul Ponte Vecchio, fu donato al Comune di Bassano dal barone Giovanni Battista Sturm von Hirschfeld nel 1943. La preziosa dimora nell'antica contrà Cornorotto, voluta e commissionata da Vincenzo Ferrari, importante industriale e commerciante di sete, venne edificata verso la metà del XVIII secolo. L'edificio si presenta in tutta la sua elegante imponenza, con oltre settanta stanze distribuite su sette livelli progettati dall' architetto Daniello Bernardi. Le decorazioni pittoriche all'interno del palazzo, eseguite dal pittore veronese Giorgio Anselmi nel 1760 circa, denotano un gusto che richiama la maniera dei cosiddetti trionfi barocchi romano-bolognesi.

I soggetti scelti, prevalentemente mitologici e allegorici, alludono alle imprese commerciali ed economiche nella manifattura della famiglia Ferrari, come il monocromo della Filatrice con il fuso. Già di proprietà della famiglia Vanzo-Mercante, nel corso dell'Ottocento il palazzo ha subito alcuni ampliamenti e modifiche architettoniche, come la sopraelevazione del corpo di fabbrica, il raccordo del nuovo tetto con il coronamento della loggia-belvedere, originariamente aperta su tre lati. Palazzo Sturm è tra i principali luoghi culturali cittadini. Dopo un anno e mezzo di lavori di restauro, l'edificio è ora completamente restituito. Le sale del quarto e del quinto piano, dove sono stati riportati alla luce magnifici affreschi e stucchi, saranno destinate alle esposizioni temporanee a partire dal 20 aprile con la grande mostra dedicata a Dürer. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Saverio Rampin- Senza Titolo - dettaglio, 1976 Saverio Rampin: "Pensai il colore, guardai il sole"
termina lo 01 maggio 2019
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Prima mostra - a cura di Davide Ferri - che la Galleria Michela Rizzo dedica a Saverio Rampin con l'intento di illuminare il lavoro di uno dei più importanti artisti veneziani della seconda metà del Novecento. E di farlo guardandolo negli interstizi, nei momenti di svolta, e attraverso un inedito accostamento di opere appartenenti a periodi diversi del suo percorso. La mostra include una serie di opere (su tela e su carta) appartenenti agli anni Sessanta e Settanta, la stagione successiva a quella degli esordi, segnata da una poetica sospesa tra Informale e Spazialismo, un linguaggio che l'artista andò formulando attraverso il contatto quotidiano con artisti della sua generazione (Tancredi Parmeggiani ed Ennio Finzi in particolare - attratti, come lui, dalla pittura americana che approda a Venezia nella Biennale del 1948); l'influenza di maestri come Armando Pizzinato e Virgilio Guidi; la scoperta dello Spazialismo, in occasione dei suoi frequenti viaggi a Milano. Pensai il colore, guardai il sole tiene sullo sfondo questa stagione (l'unica che può permettere una facile collocazione storica del lavoro dell'artista) e guarda al Rampin della maturità, cioè a partire da un momento di passaggio avvenuto tra la fine degli anni Cinquanta

e l'inizio degli anni Sessanta, verso l'articolazione di un linguaggio completamente autonomo, segnato dall'approdo a una nozione di "colore - luce", del colore come evento luminoso (talvolta lacerante, come quando, in alcuni dipinti, una stretta fenditura satura di colori squarcia come un lampo il bianco della tela). E da una progressiva apertura della superficie a campiture più larghe e distese (che si realizza pienamente negli anni Settanta), una composizione come dinamismo di corpi cromatici, vibratili e instabili per via dei contorni sfrangiati e dei toni delicati e poeticamente esangui, che si contaminano e si rilanciano reciprocamente. Quella di Rampin è anche una grammatica astratta che sembra spesso derivare dall'incanto e dall'osservazione abbagliata della natura (non a caso alcuni dei lavori più emblematici di questa svolta si intitolano Momenti di natura), un'esperienza epifanica del reale senza che questo, necessariamente, si traduca nei suoi dipinti in figure. La presenza intermittente, all'interno di una partitura di forme geometriche e spaziali, di elementi riconducibili al reale - l'orizzonte, i riflessi e il movimento dell'acqua o di cose che galleggiano sulla superficie dell'acqua, il sole (costante punto di riferimento dello sguardo dell'artista) - è infatti un altro dei possibili fili conduttori della mostra. (Comunicato stampa)




Opera di Kenro Izu Kenro Izu: "Seduction"
termina il 31 luglio 2019
Spazio Damiani - Bologna
www.spaziodamiani.it

In mostra quindici scatti dalla serie Still Life, realizzati tra il 1991 e il 2017 dal fotografo giapponese Kenro Izu. Le opere selezionate per questa esposizione sono tratte dalle quattro sezioni in cui si articola la serie: Flora, Body, Blue e Orchard. Una menzione particolare meritano le due cianotipie tratte dalla sezione Blue, un omaggio dell'artista al Periodo Blu di Pablo Picasso. (...) L'estetica di Izu affonda le sue radici nella cultura tradizionale giapponese che, fra le molte peculiarità, assegna al fenomeno delle ombre un ruolo e un valore assai diversi rispetto alla cultura occidentale. Mentre qui è la luce ad incarnare il valore positivo e la sua assenza è una mancanza, in Giappone l'ombra è ciò che, al pari della luce, contribuisce a definire i corpi, gli oggetti e gli spazi.

L'interesse e la fascinazione che le ombre esercitano su Kenro Izu è alla base della serie Still Life. Nel processo creativo dell'artista, anche la tecnica di stampa riveste un ruolo cruciale. Tredici delle quindici opere fotografiche che saranno esposte sono stampe al palladio, la più raffinata tra le tecniche di stampa in bianco e nero. Questa tecnica permette infatti di realizzare immagini dai toni ricchi in cui l'ampiezza delle sfumature è massima, consentendo così all'artista di dispiegare il gioco di luci e ombre in tutta la sua forza. La mostra Seduction è accompagnata da un'omonima monografia pubblicata da Damiani. Il libro sarà proposto anche in un'edizione limitata che include una stampa a pigmenti realizzata in 15 copie firmate e numerate dall'artista e intitolata Seduction #1045, 2016.

Kenro Izu (Osaka - Giappone, 1949) durante la sua formazione alla Art at Nippon University di Tokyo visita New York; vi si trasferisce nel 1974. A partire dal 1979 inizia a fotografare i luoghi sacri delle grandi civiltà antiche: le piramidi d'Egitto, quelle dei Maya e il sito neolitico di Stonehenge, in Inghilterra. Questa serie, intitolata Sacred Places, lo impegnerà per tutta la sua carriera artistica. Scattata in formato 14x20, Sacred Places prende vita sotto forma di stampe al palladio. Dal 2013 al 2016 si dedica a Eternal Light, un progetto sulle persone ai margini della società indiana scattato in medio formato. Il progetto più recente, iniziato nel 2015 e intitolato Requiem, ruota intono alla vicenda della città di Pompei, distrutta dall'eruzione del Vesuvio quasi 2000 anni fa. Requiem costituisce il primo approccio di Kenro Izu alla fotografia digitale. Izu ha pubblicato 14 volumi e ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali il National Endowment for Arts, il New York Foundation for Arts e la Guggenheim Fellowship. (Comunicato stampa)




Aldo Mondino - Libra - tecnica mista su tela cm.18013022 senza data Aldo Mondino - Sportivo - tecnica mista e collage su masonite cm.150x100 1963 Mondino a colori. La pittura dagli esordi al linoleum
termina il 22 settembre 2019
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia
camec.museilaspezia.it

Retrospettiva che ripercorre l'intera produzione pittorica di Aldo Mondino, promossa dal Comune della Spezia e prodotta dal CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea, su progetto scientifico dell'Archivio Aldo Mondino. L'esposizione si propone quale ideale contrappunto della mostra "Aldo Mondino scultore" (Pietrasanta, 2010) indagando - proprio nella città che ha ospitato Il Premio del Golfo, uno dei più importanti premi di pittura del Novecento - questo medium, per così dire, 'naturale' e precipuo della Spezia. Aldo Mondino ha sempre pensato e vissuto da pittore. La sua 'miopia' nei confronti del dato reale è diventata, negli anni, uno strumento per conoscere il mondo a proprio modo, senza eternarsi in uno stile ripetitivo. Con lui, già all'inizio degli anni Sessanta, si sono superate le barriere tra pittura e concettuale, tanto che nessuno è mai riuscito a chiudere il suo lavoro in una precisa definizione.

Nel periodo della formazione, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, in piena crisi dell'Informale, il giovane Mondino aderisce ad un Surrealismo gestuale, frenetico e popolato di segni e immagini che richiamano le opere di Matta, Lam e Tancredi. Studia incisione a Parigi da Stanley William Hayter, nel cui atelier lavoravano anche Picasso, Chagall, Giacometti, Pollock e molti altri grandi artisti dell'epoca. Approfondisce in seguito il mosaico con Severini perché la tecnica per lui è una regola da conoscere e poi reinventare con soluzioni originali. L'idea della grafica che si fa pittura e viceversa lo conduce negli anni ad un percorso unico nel suo genere. Non vuole annullare la pittura, la vuole riscattare, anche se ne comprende la crisi post Informale.

Nel milieu artistico del tempo, cerca di comprendere le molteplici direzioni che si aprono ai cambiamenti sociali, economici e culturali di quegli anni veloci e affollati di uomini e idee. Al CAMeC sono presentati una quarantina di lavori su tela, carta e linoleum realizzati dal 1961 al 2000, tutti provenienti dall'Archivio Aldo Mondino e da un selezionato gruppo di prestatori. Dai dipinti degli esordi, passando per i "Quadri a quadretti" e le finte incisioni, si giunge ai linoleum, che hanno reso l'artista popolare anche presso il grande pubblico. La comparsa di questo supporto, negli anni Ottanta, deriva da una vera e propria ossessione per l'universo della grafica, legata all'idea del colore e del segno pittorico.

Oltre al gioco di parole insito nell'etimologia stessa del termine linoleum (olio di lino / olio su lino), Mondino era affascinato anche dalla grande varietà dei colori e delle texture appartenenti ad un materiale semplice e industriale, come lo era del resto anche l'Eraclit, il legno 'povero' dei cantieri, su cui dipinse i suoi altrettanto celebri "Tappeti". Il percorso espositivo comprende anche un'opera delle collezioni del CAMeC: Longships, 1980 circa, tecnica mista su tela, cm.25x35, collezione Cozzani. In occasione della mostra sarà disponibile presso il bookshop il primo volume del Catalogo Generale dedicato al lavoro di Aldo Mondino (Allemandi, 2017) con testi di autorevoli studiosi e critici dell'opera dell'autore e con la riproduzione fotografica di oltre 1600 opere archiviate.

Aldo Mondino (Torino, 1938-2005) nel 1959 si trasferisce a Parigi, dove frequenta l'atelier di William Heyter, l'Ecole du Louvre e il corso di mosaico dell'Accademia di Belle Arti con Severini e Licata. Nel 1960, rientrato in Italia, inizia la sua attività espositiva alla Galleria L'Immagine di Torino (1961) e alla Galleria Alfa di Venezia (1962). L'incontro con Gian Enzo Sperone, direttore della Galleria Il Punto, risulta fondamentale per la sua carriera artistica. Tra le principali mostre si ricordano le due partecipazioni alle Biennali di Venezia del 1976 e del 1993, le personali al Museum fur Moderne Kunst - Palais Lichtenstein di Vienna (1991), al Museo Ebraico di Bologna (1995). Le sue opere appartengono alle collezioni permanenti dei più importanti musei nazionali ed internazionali e a numerose collezioni private. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine di un opera di Andrea Panarelli nella locandina della mostra Ombra illuminata Andrea Panarelli: Ombra illuminata
termina il 27 aprile 2019
Museolaboratorio ex manifattura tabacchi - Città Sant'Angelo (Pescara)

Come Victor Stoichita ha bene indicato, Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia afferma che circa gli inizi della pittura si sa ben poco. Sin dall'antichità, v'è incertezza se sia l'Egitto la terra che ha visto i suoi primi segni, oppure la Grecia (in particolare in quest'ultima vi sarebbe la disputa tra Sicione e Corinto). Però, al di là dei suoi natali, si concorda all'unisono che la pittura nacque dall'uso di contornare l'ombra umana con una linea (omnes umbra hominis lineis circumducta). Da qui, da questa consonanza di acqua sotto i ponti ne è passata (si pensi, in primis, al mito platonico della caverna) e possiamo dire che il rapporto con l'ombra segna la storia della raffigurazione occidentale, e con Hegel possiamo affermare che il vedere, con tutte le condizioni di possibilità che comporta, è il profondamente altro non solo dell'assoluta oscurità ma anche e soprattutto dell'assoluta chiarezza. "La pura luce e la pura oscurità sono due vuoti, che sono lo stesso", scrive il filosofo tedesco.

Ed è quindi lecito sostenere che solo nella luce determinata, e quest'ultima non può che essere determinata dall'oscurità, ovvero intorbidata dall'oscurità, qualcosa si rende distinguibile dal altro da sé; analogamente questo qualcosa si distingue solo nell'oscurità determinata e l'oscurità viene definita dalla luce, quindi solo nell'oscurità rischiarata. I recenti lavori pittorici di Andrea Panarelli, "sottoposti alla luce" presso le sale del Museolaboratorio di Città Sant'Angelo, si presentano come felici occasioni riuscite per esperire proprio quanto il nostro "atto di vedere" (così come lo chiama Wim Wenders), di percepire ciò che ci è di fronte sia da sempre una questione anche e soprattutto esterna a noi e ai nostri occhi.

Questa mostra di Panarelli - a cura di Enzo De Leonibus e Domenico Spinosa - è un viaggio esemplare nel nostro quotidiano attraverso gli scenari della luce e dell'ombra, e come in un'epifania umana troppo umana proiettata su quinte terrestri si dipanano di colpo le luci e le ombre che ci appartengono, che abbiamo cucite addosso, di cui siamo fatti. Ci sembra, infatti, quasi di ritrovarci come d'incanto in una vecchia sala cinematografica dove appunto le ombre prodotte dalla luce del proiettore si confondono con i profili delle nostre figure. (...) E' un invito sincero che si rivolge a quella parte di noi vedenti disposta a non farci accontentare "di piccole gioie quotidiane" come anche appiattire sui "fallimenti che per nostra natura normalmente attiriamo".

Visitando le sale, ci giunge qualcosa simile a un sussurro soave che fedelmente ci accompagna verso preziosi attimi di dimenticanza di sé, di smemoratezza, di abbandono, e riprendiamo con gli occhi e con le mani anche quella ciotola, quel bicchiere, quell'angolo di un interno, quella sedia, quello spazio, quel tempo che avevamo per distrazione sottovalutato. Sin dalla cena che ci aspetta una volta usciti dal museo o dal cinema, lì sulle tavole imbandite ritroviamo le stesse cose (posate, piatti, bottiglie etc.), ma tutto insieme sarà come rinnovato dal nostro sguardo un po' più educato. Non sarà più solo ciò che ci sembra essere quello che avremo sotto i nostri sensi, ma sarà l'atmosfera a cui per fortuna faremo parte. (...). (Domenico Spinosa)




Opera di Antonio Carbone Opera di Francesco Calia Opera di Lucia Di Miceli dalla mostra Abbazie Abbazie - Magia di luoghi oltre il tempo
Villa Comunale - Frosinone, 30 marzo - 10 aprile 2019
MACS - Museo Arte Contemporanea S. M. Capua Vetere, 19 aprile - 11 maggio 2019
www.artefuoricentro.it

Gli artisti di Fuori Centro in occasione di questo evento hanno voluto mettere a confronto, attraverso le loro opere, l'atmosfera destabilizzante della vita moderna con l'armonia e la spiritualità che si respira nelle Abbazie, luoghi dell'anima, ricchi di valori estetici e simbolici. La mostra, ideata e organizzata dall'Associazione culturale Fuori Centro, verrà in seguito esposta presso il MACS - Museo Arte Contemporanea S. M. Capua Vetere.

Artisti: Minou Amirsoleimani, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Luce Delhove, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Salvatore Giunta, Giuliano Mammoli, Gianfranco Mascelli, Rita Mele, Patrizia Molinari, Isabella Nurigiani. Teresa Pollidori, Giuseppe Ponzio, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Alba Savoi, Grazia Sernia, Elena Sevi, Oriano Zampieri. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra
1969 - Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale 1969. Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale
termina il 24 maggio 2019
Museo Civico "P.A. Garda" - Ivrea

Secondo appuntamento espositivo ad Ivrea, nell'ambito di un progetto di valorizzazione delle collezioni di fotografia della Società Olivetti che trova una proficua stagione di collaborazione tra il Museo Civico Pier Alessandro Garda e l'Associazione Archivio Storico Olivetti, con il contributo scientifico e curatoriale di Camera - Centro Italiano per la Fotografia di Torino: a partire dai documenti storici che l'Archivio conserva e valorizza, nell'ambito di un protocollo d'intesa con Camera - Centro Italiano per la Fotografia, si apre al museo eporediese una mostra internazionale che presenta una selezione di fotografie dell'omonima mostra che la Società Olivetti organizzò nel novembre del 1969 a Parigi, che proseguì a Barcellona, Madrid, Edimburgo e Londra, per concludersi infine a Tokyo nell'ottobre 1971.

A cinquant'anni anni dalla prima esposizione, la mostra odierna ricostruisce e restituisce non soltanto i contenuti di quella storica mostra, curata dall'architetto Gae Aulenti per la Società Olivetti, ma anche la storia dei personaggi che gravitavano dentro e intorno alla Direzione delle Attività Culturali Olivetti e a quella cerchia: da Giorgio Soavi a Lord Snowdon, da Ettore Sottsass a Mario Bellini, da Renzo Zorzi a Italo Calvino. La mostra si sviluppa attraverso le immagini originali dell'Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea con l'obiettivo, oltre che di rievocare la stagione effervescente e dinamica di quegli anni, anche di proporre un pensiero che, con incredibile e ancora attualissima modernità, coniugava arte, industria, design, produzione e creazione di valore, a partire dal mondo del lavoro. L'esposizione costituisce, quindi, anche un'occasione unica per il pubblico di conoscere un grande modello di impresa responsabile, la cui "immagine" è portavoce della cultura creativa più avanzata del tempo e oggi riconosciuta come patrimonio dell'Unesco. (Comunicato stampa)




Cesare Reggiani - La foresta svelata - olio su tela cm.60x80 2016 Cesare Reggiani: "Nel Tempo"
termina il 20 aprile 2019
Il Vicolo Galleria Arte Contemporanea - Cesena
www.ilvicolo.com

Cesare Reggiani (Faenza 1949), artista eclettico - già fumettista, grafico, illustratore, autore di libri d'artista, editore - dagli anni Novanta ha scelto la pittura come cifra distintiva del suo "fare" artistico. Divide la sua attività, e la sua vita, fra Faenza e Parigi. Oltre venti opere allestite nelle sale della Galleria, selezionate dall'architetto Franco Bertoni, che scrive: «Veniamo subito ai dati caratterizzanti il suo lavoro pittorico. Da un lato una tecnica di rappresentazione che non indulge mai a forzature espressionistiche o iperrealistiche, quasi sottaciuta, chiara e piana e, tuttavia, dalle mille, sottili, trasparenze e variazioni coloristiche. Dall'altro, un repertorio iconografico immutabile e minimalisticamente ripetuto fatto di metafisici edifici dalla imperscrutabile funzione e di animali posizionati con teatrale cura in paesaggi tanto improbabili quanto comuni. (...)

Le orchestrazioni pittoriche di Reggiani parlano certamente di un mondo altro, di un'altra dimensione spaziale e temporale, ma sono credibili e, proprio per questo, non mancano di toccare le corde più intime e sensibili dell'interiorità. Lontani, ormai, sono i tempi del suo fumetto forse più significativo (Le dieci esperienze di Orino Vientellio, del 1982) e delle copertine per i libri di fantascienza (che gli valsero l'amicizia di Karel Thole e un non maturato diritto di successione per Urania) ma qualcosa è rimasto in lui di queste attrazioni, spesso terribilmente distopiche, tramutatesi nel tempo in più serene utopie. In fondo, Reggiani, raccogliendo memorabilia naturali e artificiali, non fa altro che comporre un mondo più perfetto di quello in cui ci troviamo: un mondo depurato dal rumore, dalle scorie della quotidianità e dall'inessenziale. Il primo a fare le spese di quest'opera di decantazione è proprio l'essere umano. (...)» A seguire, breve presentazione dell'ultimo di Graphie, n.86 (anno XXI - 2019), "Donna: domina - mulier - femmina". (Comunicato stampa)




Mario Nigro - Spazio totale - divergenze drammatiche simultanee - tempera verniciata su tela cm.100x73 1955 - copyright Archivio Mario Nigro, Milano - Courtesy A arte Invernizzi, Milano Mario Nigro. Dallo "Spazio totale" alle "Strutture"
termina il 12 maggio 2019
Kunstmuseum Bochum - Bochum (Repubblica Federale Tedesca)
Locandina

Il Kunstmuseum Bochum presenta la mostra antologica dell'artista italiano Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992) protagonista dell'arte italiana del XX secolo. La retrospettiva, a cura di Hans Günter Golinski, Paolo Bolpagni e Francesca Pola, è realizzata in collaborazione con l'Archivio Mario Nigro di Milano e ripercorre la ricerca dell'artista dal 1948 al 1992. Mario Nigro è uno dei grandi protagonisti dell'arte italiana ed europea dalla fine degli anni Quaranta: pur nella complessità di riferimenti e legami con il contesto internazionale, ha perseguito da subito una ricerca creativa fortemente individuale, che si è continuamente rinnovata senza mai esaurire la propria profondità poetica. Coniugando la propria vocazione pittorica con interessi musicali e scientifici, che connotano la sua visione sin dagli anni della formazione, Nigro ha dato vita a una particolare declinazione di astrattismo, fondata sulle dinamiche delle relazioni umane e sulla visione dell'arte come forma di conoscenza, traducendola in una grande ricchezza di soluzioni compositive, cromatiche e spaziali.

La mostra presenta trentaquattro opere di fondamentale importanza nel suo percorso creativo: in particolare, lavori di grande dimensione e di natura installativa e ambientale, esposti dall'artista in importanti rassegne internazionali, come ad esempio varie edizioni della Biennale di Venezia, che sono stati specificamente selezionati in relazione agli spazi del Kunstmuseum Bochum per definire una serie di momenti chiave nell'evolvere della sua multiforme creazione artistica. L'opera di Nigro coniuga rigore compositivo geometrico ed espressività cromatica: in questi aspetti, appare in perfetta sintonia con alcune matrici della cultura visiva internazionale che hanno fortemente caratterizzato la cultura tedesca, quali l'espressionismo o il concretismo della prima metà del novecento, come dimostra anche la fortuna espositiva e critica della sua opera in Germania. Il nitore espressivo delle sue opere interpreta queste componenti con una sensibilità tutta italiana, dando vita a un singolare connubio che la mostra intende evidenziare nella sua unicità.

L'esposizione prende le mosse dai primi cicli pittorici ispirati ai canoni del suprematismo e del neoplasticismo, come Ritmo verticale (1948), prosegue con le 'scacchiere visuali' del ciclo dei "Pannelli a scacchi" (1950), per giungere al moltiplicarsi dei reticoli e delle griglie che si articolano in piani di colore di diversa intensità cromatica dello "Spazio totale" - ciclo a cui l'artista lavora a partire dal 1952-1953 e sino alla seconda metà degli anni Sessanta. La scelta di esporre alcuni lavori di natura installativa e ambientale, quali Dal tempo totale: passeggiata ritmica progressiva con variazione cromatica (il corso della vita: le stagioni) (1967-1968) e Lettera di un raro amore (1972), testimonia l'evoluzione della ricerca dell'artista verso i successivi cicli del "Tempo totale" sino a giungere, nel corso degli anni Settanta, all'approfondimento delle tematiche dell'"Analisi della linea" e della "Metafisica del colore".

Dopo l'approfondimento e l'utilizzo di formule matematico-geometriche, tra il 1980 e il 1981, Nigro realizza il ciclo "Terremoto", che nasce anche dal coinvolgimento emotivo con gli avvenimenti coevi e dalla riflessione sullo scorrere inesorabile della storia e sulla possibilità sempre imminente della catastrofe. Dalla metà degli anni Ottanta la spinta verso l'azzeramento, inteso come espressione dell'assoluto, si acuisce e si traduce nella parcellizzazione della linea stessa. Nelle opere del ciclo "Orizzonti" la superficie viene attraversata da una singola sequenza di puntini che la attraversano in orizzontale senza raggiungerne il margine estremo. Nell'arco di un solo anno l'artista giunge a creare, dapprima, il ciclo delle "Orme" in cui il colore steso in pennellate riconoscibili e distinte va a formare delle macchie eterogenee, ed in seguito raggiunge il massimo della dilatazione e dell'ingrandimento della singola componente creando un unico amalgama di colore che occupa tutta l'altezza della tela.

Per approdare a lavori che appartengono agli ultimi due cicli realizzati dall'artista all'inizio degli anni Novanta, "Meditazioni" e "Strutture". Queste due serie segnano il ritorno alla riflessione sulla relazione tra spazio e forma e si avvicinano nuovamente a una costruzione più strutturata: nelle prime l'elemento geometrico è infatti suggerito più che costruito dai tratti del pennello e nelle altre il concetto di griglia torna evocato dall'accostarsi e dal sovrapporsi di segni suddivisi per gruppi, ancora una volta disposti secondo lo schema compositivo ortogonale. In occasione della mostra, verrà pubblicata una monografia trilingue - tedesco, italiano, inglese - con introduzione di Hans Günter Golinski e Gianni Nigro, saggi di Paolo Bolpagni, Carlo Invernizzi e Francesca Pola dedicati ad approfondire i diversi aspetti della sua poetica artistica, corredati da materiale iconografico a colori e relativi apparati bio-bibliografici. (Comunicato stampa)

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Mario Nigro. From "Total Space" to "Structures"
23 March (opening 5 p.m.) - 12 May 2019
Kunstmuseum Bochum
Poster of the art exhibition

The Kunstmuseum Bochum presents an anthological exhibition of works by the Italian artist Mario Nigro (Pistoia 1917 - 1992 Livorno), one of the great exponents of twentieth-century art in Italy. Retracing the artist's career from 1948 to 1992, the retrospective is curated by Hans Günter Golinski, Paolo Bolpagni and Francesca Pola, and is realized in collaboration with the Archivio Mario Nigro in Milan. Mario Nigro was one of the great protagonists of Italian and European art from the late 1940s onwards: notwithstanding intricate references to and links with the international context, he immediately embarked upon a highly personal form of artistic research, which he constantly revised and updated, never losing any of his poetic verve. Combining his vocation for painting with his musical and scientific interests, which were a feature of his vision from the time of his training onwards, Nigro created a particular form of abstractionism, based on the dynamics of human relations and on a vision of art as a form of knowledge.

He turned this into a vast wealth of compositional, chromatic, and spatial solutions. The exhibition presents thirty-four works that were of fundamental importance for his creative journey: in particular, these include large-format environmental and installation works that he exhibited at major international shows, including various editions of the Venice Biennale. These have been specially selected for the spaces of the Kunstmuseum Bochum in order to focus on a series of key moments in the development of his kaleidoscopic artistic career. Nigro's work combines geometrical compositional discipline with chromatic expressiveness, and it is here that we see how it fits perfectly with some of the main roots of international visual culture, which are such a feature of German culture.

These include the Expressionism and Concretism of the first half of the twentieth century, as demonstrated by the success of his work with critics and in exhibitions in Germany. The expressive clarity of his works interprets these aspects with a quintessentially Italian form of sensitivity, opening up to a singular combination, unlike any other, that will be clearly illustrated in the exhibition. The exhibition starts with the first series of paintings, which were inspired by the canons of Suprematism and Neo-Plasticism, as in the case of Ritmo verticale (Vertical Rhythm) (1948), and it continues with the "visual chessboards" of the "Pannelli a scacchi" ("Chequered Panels") series (1950). It ventures on through to the multiplication of lattices and grids arranged in planes of colours of varying intensities in the "Spazio totale" ("Total Space") series, on which the artist worked from 1952-53 until the second half of the 1960s.

A number of environmental and installation works, such as Dal tempo totale: passeggiata ritmica progressiva con variazione cromatica (il corso della vita: le stagioni) (From Total Time: Progressive Rhythmical Walk with Chromatic Variation (The Course of Life: The Seasons)) (1967-68) and Lettera di un raro amore (Letter of a Rare Love) (1972), illustrate the evolution of the artist's research towards the subsequent "Tempo totale" ("Total Time") series and on to the "Analisi della linea" ("Analysis of Line") and "Metafisica del colore" ("Metaphysics of Colour") in the 1970s. After studying and introducing mathematical and geometrical formulas, in 1980 and 1981 Nigro created the "Terremoto" ("Earthquake") series, which also arose from his emotional involvement in events of the time and from his reflections on the inexorable flow of history and on the constant possibility of imminent catastrophe.

From the mid-1980s, the drive towards elimination, viewed as an expression of the absolute, became more intense, leading to the fragmentation of the line itself. In the works in the "Orizzonti" ("Horizons") series, the surface is run through by a single sequence of dots, which cross it horizontally without reaching all the way to the edge. In just one year, the artist first created the "Orme" ("Footprints") series, in which the colour is spread in clearly distinct brushstrokes, creating uniform patches, and later achieved the greatest possible dilation and enlargement of the individual component. This led to a single amalgam of colour that reached the entire height of the canvas, The closing cycle of this analysis, which sounds out the very foundations of painting, is that of the "Dipinti satanici" ("Satanic Paintings"), ending with works from "Meditazioni" ("Meditations") and "Strutture" ("Structures"), the artist's last two series in the early 1990s.

These two series mark a return to meditations on the relationship between space and form, and they go back once again to a more structured form of construction: in the former the geometric element is actually more suggested than constructed by the brushstrokes, while in the others we again find the concept of the grid. This is evoked by a juxtaposition and overlapping of signs, which are divided into groups, once again arranged in an orthogonal composition. On the occasion of the exhibition, a trilingual monographic volume will be published - in German, Italian, and English - with an introduction by Hans Günter Golinski and Gianni Nigro, essays by Paolo Bolpagni, Carlo Invernizzi and Francesca Pola, who will examine various aspects of Nigro's artistic vision, accompanied by colour illustrations and bio-bibliographical notes. (Press release)

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Mario Nigro. Vom "Totalen Raum" zu den "Strukturen"
24. März - 12. Mai 2019
Kunstmuseum Bochum
Plakat der Kunstausstellung

Das Kunstmuseum Bochum präsentiert mit der anthologischen Ausstellung des italienischen Künstlers Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992) einen Hauptvertreter der italienischen Kunst des 20. Jahrhunderts. Die Retrospektive, kuratiert von Hans Günter Golinski, Paolo Bolpagni, und Francesca Pola, wurde in Zusammenarbeit mit dem Mailänder Archivio Mario Nigro realisiert und verfolgt den künstlerischen Weg des Künstlers von 1948 bis 1992.

Mario Nigro ist seit den späten 40er Jahren des letzten Jahrhunderts einer der Protagonisten der italienischen und europäischen Kunst: Bei allerVielschichtigkeit der Beziehungen zum internationalen Kontext, hat er von Anfang an eine individuelle künstlerische Linie verfolgt, die sich kontinuierlich erneuert hat, ohne sich in ihrem poetischen Tiefgang je zu erschöpfen. Indem er seine Berufung zur Malerei mit den musikalischen und wissenschaftlichen Interessen vereint, durch die sich sein Blick seit den künstlerischen Anfangsjahren auszeichnet, hat Nigro eine besondere Ausprägung der Abstraktion gefunden. Gegründet auf die Dynamismen der menschlichen Beziehungen und auf eine Vision der Kunst als Form der Erkenntnis, führt er sie zu einem großen Schatz an Möglichkeiten für Komposition, Farbe und Raum.

Die Ausstellung zeigt vierunddreißig Werke, die von fundamentaler Bedeutung für seine künstlerische Entwicklung sind: Insbesondere großformatige, installative und raumbezogene Arbeiten, die der Künstler auf wichtigen internationalen Kunstschauen präsentiert hat, wie zum Beispiel zu mehreren Ausgaben der Biennale di Venezia, und die nun speziell für die Räume des Kunstmuseums Bochum ausgewählt wurden, um eine Reihe von Schlüsselwerken innerhalb der Entwicklung seines vielförmigen künstlerischen Schaffens festzuhalten. Nigros Werk verbindet geometrische Strenge der Komposition mit Expressivität der Farbgebung: Darin erweist er sich in vollkommenem Einklang mit einigen Grundmustern der internationalen visuellen Kultur, die auch für die deutsche Kultur prägend waren, wie dem Expressionismus oder der Konkrete Kunst der ersten Hälfte des 20.

Jahrhunderts, und davon zeugt auch der Erfolg seiner Ausstellungen in Deutschland und das kunstkritische Echo zu seinem Werk. Die expressive Klarheit von Nigros Werken interpretiert diese Elemente mit einer durch und durch italienischen Sensibilität: Sie gehen in seinem Werk eine besondere Verbindung ein, die diese Ausstellung in ihrer Einzigartigkeit sichtbar machen will. Die Ausstellung beginnt mit den ersten malerischen Zyklen, die ihre Inspiration von Suprematismus und Neoplastizismus beziehen, wie Ritmo verticale (Vertikaler Rhythmus) (1948), sie geht weiter mit den 'visuellen Schachbrettern' aus dem Zyklus der "Pannelli a scacchi" ("Schachbrett-Tafeln") (1950) und kommt schließlich zu der Periode, in der sich mit "Spazio totale" ("Totaler Raum") Netzwerke und Gitter vervielfachen und in Farbflächen unterschiedlicher, chromatischer Intensität artikulieren - ein Zyklus, an dem der Künstler ab 1952-1953 und bis Mitte der 60er Jahre arbeitet.

Die Miteinbeziehung einiger Werke mit installativem und raumbezogenem Charakter innerhalb der Ausstellung, wie Dal tempo totale: passeggiata ritmica progressiva con variazione cromatica (il corso della vita: le stagioni) (Aus der totalen Zeit: Progressiver rhythmischer Spaziergang mit chromatischer Variation (Der Lauf des Lebens: die Jahreszeiten) (1967-1968) und Lettera di un raro amore (Brief einer seltenen Liebe) (1972), macht deutlich, wie der Weg des Künstlers sich hin zu den nächsten Zyklen von "Tempo totale" ("Totale Zeit") entwickelt, bis er im Lauf der 70er Jahre zur Vertiefung der Themen der "Analisi della linea" ("Analyse der Linie") und der "Metafisica del colore" ("Metaphysik der Farbe") kommt.

Nachdem er sich in den Arbeiten zwischen 1980 und 1981 vertieft mathematisch-geometrischen Formeln zugewandt hat, schafft Nigro den Zyklus "Terremoto" ("Erdbeben"), der auch aus Anteilnahme und Erschütterung durch die damaligen Ereignisse und dem Nachdenken über den unausweichlichen Strom der Geschichte und die immer drohende Möglichkeit der Katastrophe seinen Ursprung hat. Ab Mitte der 80er Jahre wird das Streben nach der Reduktion auf Null, als Ausdruck des Absoluten verstanden, dringlicher und führt zur Aufsplitterung der Linie. In den Werken des Zyklus "Orizzonti" ("Horizonte") verläuft über die Bildfläche eine einzelne Abfolge von Pünktchen, die sie horizontal durchqueren, ohne den äußeren Rand zu erreichen.

Innerhalb eines einzigen Jahres erschafft der Künstler zuerst den Zyklus der "Orme" ("Spuren"), bei denen die Farbe, aufgetragen in deutlichen, voneinander abgesetzten Pinselstrichen, heterogene Flecken bildet, und erreicht danach die größtmögliche Dehnung und Vergrößerung dieser einzelnen Komponente in einer einzigen Farbverschmelzung, die die Leinwand in ihrer ganzen Höhe einnimmt. Der dritte Zyklus dieser Untersuchung, die die Fundamente der Malerei auslotet, ist der der "Dipinti satanici" ("Satanische Bilder"). Die Ausstellung beschließen Arbeiten, die zu den letzten beiden, Anfang der 90er Jahre vom Künstler geschaffenen Zyklen, "Meditazioni" ("Meditationen") und "Strutture" ("Strukturen"), gehören.

Diese beiden Serien markieren die Rückkehr zur Reflexion über das Verhältnis von Raum und Form und nähern sich von neuem einer stärker strukturierten Konstruktion an: Bei den "Meditationen" wird das geometrische Element von den Pinselstrichen eher angedeutet, als konstruiert, während bei den "Strukturen" die Grundidee des Gitters durch Nebeneinanderstellen und Sich-Überlagern der in Gruppen gegliederten Zeichen wachgerufen wird, die wieder nach dem orthogonalen Kompositionsschema angeordnet sind. Anlässlich der Ausstellung erscheint eine dreisprachige Monographie - deutsch, italienisch, englisch - mit Vorwort von Hans Günter Golinski und Gianni Nigro, Essay von Paolo Bolpagni, Carlo Invernizzi und Francesca Pola, die verschiedene Aspekte seiner künstlerischen Poetik vertiefen, versehen mit farbigen Abbildungen und bio-bibliographischem Anhang. (Pressemitteilung)




Locandina della mostra Tribute to Mono-Ha Tribute to Mono-Ha
13 March - 26 July 2019
Cardi Gallery - London
www.cardigallery.com

Cardi Gallery London is proud to present an anthology exhibition dedicated to the pioneering Japanese movement Mono-ha, introducing the London public to seminal works by artists Koji Enokura, Noriyuki Haraguchi, Susumu Koshimizu, Lee Ufan, Katsuhiko Narita, Nobuo Sekine, Kishio Suga, Jiro Takamatsu, Noboru Takayama and Katsuro Yoshida. Eighteen works produced between 1968 and 1986, often of monumental size and shown for the first time in the United Kingdom, will inhabit the Georgian townhouse. The exhibition is curated by Davide Di Maggio and completed by a rich display of rarely seen archival photographs and videos, illustrating the history of the movement.

Mono­ha ("The School of Things") emerged in 1968 Tokyo as one of a number of networks engaged in radical counter-art practices of non-making that characterized the post-war Japanese artistic discourse, such as the Gutai group in the '50s, the Neo-Dada Organisers and Hi-Red Center in the early '60s. The young artists of Mono-ha never formalized into a group devoted to a fixed doctrine or manifesto: they were a polyphony of artistic voices maintaining their own distinctly personal ways of working, while sharing similar concerns. Although some of them were directly engaged in critical conversations, writing or even working together (Yoshida and Koshimizu were instrumental to the design and execution of the seminal piece of Mono-ha: Sekine's Phase - Mother Earth, a 2.6-metre-high and 2.2-metre-wide cylinder of dirt next to an identically shaped hole in the ground shown at 1968's Contemporary Sculpture Exhibition in Kobe), or often showed alongside one another at Tokyo galleries between the end of the '60s and the early '70s, these artists never organized Mono-ha exhibitions; their works were often displayed alongside those of non-Mono-ha artists in museum shows.

Until World War II Japanese Modernism had presented a local version of all major Western art movements; the introduction of new trends and styles permeating from the West having been injected with native sensibility since the Meji period (1868-1912). The aftermath of the conflict saw the development of a new web of international relations and alongside it, a larger influx of Western art especially from France and the United States. The reconstruction process was rapid: from a defeated country rising from the ashes of its nuclear trauma, Japan quickly transformed into an industrial, strongly urbanized nation. The individual's awareness of the self completely dismantled, this new expanding Japan required a reconstruction able to entirely redesign and reaffirm ideologies, philosophies and principles that the individual stands for, in a novel way aligned with the changing times.

The second half of the '60s, was a site of animated discussions in the political and cultural arenas: from the student movements' yearning for radical reform, to the desire of redefining the country's identity and position on the world's map. Mono-ha artists - many still studying at Tokyo's Tama Art University at the time - embarked in a quest for the essential. Turning to Taoist philosophy, they embraced the notion that perception should be freed of names and concepts, to allow things to be seen as they are when removed from their ordinary context. In an effort to revitalize art, they saw a projection of selfhood in Modernist self-referential art and in those prepared artist's materials art had relied upon, which they rejected.

By starting at the level of thing (Mono) and matter, these artists found stimulation in the power of reality inherent in the very existence of things. Having stripped away the concepts related to specific things and materials, they revealed a new world of meaning through their explorations of the essential, creating a new formal vocabulary where the artwork is involuntarily, metaphysically transformed into one single signifier through a process of abstraction coinciding with the physical presence of things. Rejecting the traditional artist's materials, they turned to simple, widely available natural and industrial ones which were embedded in their contemporaneity (cloth, rocks, wood, paper, rope, metal, cotton, glass, etc.). They presented them almost plainly, essentially unadulterated by their interventions.

In Mono-ha, ordinary things are presented in extraordinary ways, materials traditionally seen as incompatible juxtaposed, limits of geometry defied. Never self-referential nor self­contained, they exist - as the Tokyo-based Korean philosopher and key Mono-ha artist Lee Ufan defined them - as encounters: relationships amongst materials (kai), relationships between things and other things in space, relationships between things and the body and more broadly, between man and matter (natural and man-made). Mono-ha juxtapositions of things and matters not only challenge perception but also corporeality: they are places of immediate encounter within the context of an ever-evolving social realm tainted by ruthless development and industrialization at the expense of nature, at once sites of both poetic and political concern.

Although Mono-ha created an original new vocabulary, its recognition as truly one of the driving forces of Japanese post-war art production begun only in the early '90s, first as an influence on Japanese artists and later in the West, where it was seen as a critically-engaged movement thanks to the contemporary relevance of its language and themes, so deeply linked to both nature and industry, as well as for its similarities with Arte Povera. Represented in major international collections (Tate Modern, MOMA New York, etc.) Mono-ha has been the subject of significant retrospective exhibitions across Europe and the USA since the mid '90s, amongst which: Asiana (Palazzo Vendramin Calergi, 1995); Mono-ha: School of things (Kettle's Yard, 2001); Silence and Time (Dallas Museum of Art, 2011); Requiem For the Sun: The Art Of Mono-Ha (Blum and Poe Los Angeles 2012), Prima Materia (Punta della Dogana at the 2013 Venice Biennale); Mono-Ha (Fondazione Mudima, 2015).

__ The Artists

Koji Enokura (Tokyo, Japan 1942 - 1995) earned a BFA from Tokyo National University of Fine Arts and Museum in 1966 and continued to teach at Tokyo University of the Arts until his death. His work has been widely exhibited in Japan since the mid '60s; he gained international recognition at the beginning of the '70s, with participation in biennales (Paris, 1971; Sydney, 1976; Venice, Japanese Pavilion, 1978), his practice being presented by major institutions worldwide since the 1980s. His practice is represented in the collections of the National Museums, Northern Ireland and Japan Foundation, New York, and included in significant museums and private collections across Japan. Interested in exploring the 'material as a medium' in its roughest possible form, early in his career Enokura used oil or grease to soak paper or walls so as to reveal the materiality of the surface covered. He also sought to verify himself and prove his existence through his relationship with the surrounding world, exploring the tension between body and matter.

Noriyuki Haraguchi (Yokusaka, Japan, 1946; lives and works in Zushi) studied art at Nihon University where he first concentrated on oil painting. Since the early '60s, he has taken part in a large number of solo and group exhibitions in Japan, the U.S. and Europe, becoming widely known for his participation in Documenta 6 (1977) with Matter and Mind, a spent-oil reflecting pool. His work is represented in international collections, including Tate Modern. Since his student days, Haraguchi has been combining a minimalist sculptural vocabulary with the aesthetics of militarism and heavy industry, favouring industrial substances such as concrete, steel I beams and car parts, waste oil, polyurethane and rubber. His practice raises questions about the environment, modernisation and war.

Susumu Koshimizu (Uwajima City, Japan, 1944; lives and works in Kyoto) studied sculpture at Tama Art University in Tokyo, which he left in 1971 due to student protests. He was a faculty of the Department of Sculpture at Kyoto City University of Arts from 1994 to 2010. Since the '60s, he has had numerous solo exhibitions in Japan and internationally; his work has also been included in landmark exhibitions, such as "Prima Materia" (Punta della Dogana, 2013-15), Tokyo 1955-1970: A New Avant-Garde (MOMA, New York, 2012), Century City: Art and Culture in the Modern Metropolis (Tate Modern, 2001), Sa~o Paulo Biennale (1983), Venice Biennale (Japanese Pavilion, 1980). Koshimizu has worked mainly with natural materials like wood, iron, soil, stone and paper, presenting them in unexpected circumstances and combining them with contrasting industrial materials, in an exploration of the very essence of sculpture.

Lee Ufan (Kyongsangnamdo,1936, South Korea; lives and works between Kamakura, Japan and Paris, France) studied Art in Seoul, in 1956 moving to Tokyo where he graduated with a degree in philosophy from Nihon University (1961). A painter, sculptor and accomplished academic, he was a Professor at Tama Art University in Tokyo between 1973 and 2007. Lee's works have been largely exhibited in Japan since 1968; he gained international recognition at the beginning of the '70s, with participation in biennales (Paris, 1971; Sa~o Paulo, 1973; Sydney, 1976; Documenta 6, 1977), his practice being presented by major institutions worldwide since the 1980s. Lee's works are held in the collections of Centre Pompidou, MOMA New York, Seoul Museum of Arts and Tate Gallery, among others.

Credited as the main theorist of Mono-ha, Lee advocated a methodology of de-westernization and de-modernization, informed by Eastern philosophical teachings on being and nothingness as well as profound feelings towards nature, as an antidote to the Eurocentric thought of 1960s post-war Japanese society. Best known for his sculptural pieces, encounters between steel plates, rubber sheets, combined with stones, glass, cotton (etc.) accentuating juxtapositions between objects, as well as the relationship between manmade materials and the natural world, Lee reveals the physical materiality of the artwork allowing materials to establish their own relations independently of his artistic intervention.

Katsuhiko Narita (Pusan City, Japan, 1944 - Kumamoto, 1992) earned a painting degree from Tama Art University in Tokyo in 1969. While his work has been widely exhibited in Japan since the mid '60s, it is less known in the West. Sumi is undoubtedly his most iconic piece; first exhibited at the Biennale de Paris in 1969, it consists of large pieces of charcoal, aiming to eliminate the act of 'making' as much as possible. The burning of the wood left the creative process in the hands of nature and emphasized its material presence. However, Narita's overall practice deals more with spatial perception than the materiality of things.

Nobuo Sekine (Saitama, Japan, 1942) trained in oil painting at Tama Art University in Tokyo. His sculpture, Phase Mother Earth (1968), is regarded as the manifesto piece of the Mono-ha movement. His work has been widely exhibited in Japan since 1967, soon gaining international recognition through biennials such as Paris (1969) and Venice (1970, Japan Pavilion). More recently, he took part in landmark exhibitions at Guggenheim Bilbao (2017), Jewish Museum (2014), Punta della Dogana (2013-15), Shanghai Sculpture Space (2011). His work is included in major collections across Japan and internationally (Louisiana Museum, Riijksmuseum). Sekine explores sculpture through a vast vocabulary of materials. Examining the relationship between art and architecture through a fusion of Western mathematics (topological shapes) and ancient Eastern aesthetics and philosophy, he jolts to the foundations of three-dimensionality in art: topological shapes becoming 'phases' extendable over contraction and expansion.

Kishio Suga (Morioka, Japan, 1944; currently lives in Ito) graduated in 1968 with a BFA from Tama Art University, Tokyo, where he was taught by the pioneering painter Saito. Exhibiting internationally since the early '70s, Suga was subject of major solo shows, amongst which in 2016 Pirelli HangarBicocca, Milan and Dia: Chelsea, NY and his work was included in the 57th Venice Biennale VIVA ARTE VIVA in 2017. His work is represented in major collections, including Tate Modern, Dallas Museum of Art, Guggenheim, Margulies Collection, Dia Art Foundation. Suga works in sculpture, photography, painting, and performance. He uses and places stone, wood, metal and string in a deeply transformative way, bringing forth the material's own desire to change and adapt to a transitory 'situation', studying how things 'exist' through relationships and arrangements in relation to time, duration as well as site.

Jiro Takamatsu (Tokyo, Japan, 1936 - 1998) was a key figure in shaping Mono-ha, having taught several of its young members at Tama Art University in Tokyo between 1968 and 1972. Also a co-founder of the performance group Hi-Red Center (1963), his work has been widely exhibited both in Japan and internationally since the late '50s, and is held in major collections (Guggenheim Museum, Tate Modern, MOMA New York, Dallas Museum of Modern Art). He exhibited in landmark shows such as Venice Biennale (1968, Japan Pavilion), Paris Biennial (1969), Sao Paulo Biennial (1973) and Documenta 6 (1977). A major retrospective was recently dedicated to his practice at the Henry Moore Institute (2016). Trained as a painter, Takamatsu worked across a variety of media (photography, sculpture, painting, drawing, and performance) investigating the philosophical and material origins of art and the nature of perception. His vocabulary encompassed abstract concepts (shadows, perspective), everyday objects (bottles, cloth, string, stones, furniture) and materials of the sculptural tradition (marble, wood and concrete).

Noboru Takayama (Tokyo, Japan, 1944 - lives and works in Tokyo) graduated in 1970 from Tokyo University of the Arts, where he is a Professor. His work is represented in private and public collections across Japan, where he has been exhibiting widely since the '60s. Major international group exhibitions include Gwanju Biennale (2000, 1997); P.S.1 Contemporary Art Center (1990-91) and Paris Biennale (1973). Since 1968, Takayama's practice has been mostly revolving around the use of a specific material, railroad ties, which he sees as sacrificial "human pillars", requiems for bodies destroyed by the changing personal and professional culture brought about by Japan's modernization. His work constructs a space closely connecting object and memory, addressing the body and the tension between opposing forces. In the 1970s, he began coating his installations in tar to add an olfactory element, augmenting the works' presence beyond sight alone.

Katsuro Yoshida (Fukaya, Japan, 1943 - 1999) graduated in 1968 from Tokyo's Tama University of Art, Department of Painting, where he taught for a few years in the '90s. While his work has been widely exhibited in Japan since 1968, international recognition initially came not for his sculptures but rather for his silkscreen prints and photo-etchings, which were included in Prints Biennials (Krakow, 1972; Fredrikstadt, 1978; Bradford, 1979). From the mid '90s, with the growing international interest in the Mono-ha movement, of which he had been a central figure between 1968 through the '70s, his sculptural works have been included in major retrospectives outside of Japan (Fondazione Mudima, 2015; Kettle's Yard, 2001; Palazzo Vendramin Calergi, Venice, 1995; SF MOMA and Guggenheim Museum, 1994). Especially through his "Cut Off" series, Yoshida created sculptural works characterised by a strong materiality, using wood, iron sheets, stones, ropes and paper. From 1969, he began to make silkscreen prints (and later photo-etchings) using snapshots of landscapes and people. (Press release Lara Facco P&C)




Immagine nella presentazione della mostra La Magna Charta La Magna Charta | Guala Bicchieri e il suo lascito. L'Europa a Vercelli nel Duecento
termina lo 09 giugno 2019
Arca (ex chiesa di San Marco) - Vercelli

La Città di Vercelli, a 800 anni dalla fondazione dell'Abbazia di Sant'Andrea, espone per la prima volta in Italia il manoscritto della Magna Charta Libertatum, nella sua redazione del 1217, che proviene dal Capitolo della Cattedrale di Hereford nel Regno Unito. La mostra è un omaggio al Cardinale Guala Bicchieri che, con la posa della prima pietra alla data convenzionale del 19 febbraio 1219, diede avvio alla costruzione dell'abbazia, dando vita nel corso dei sette anni successivi a uno dei primi esempi di costruzione gotica in Italia. Ma la storia ci consegna l'importanza e il peso politico internazionale del Cardinale Guala Bicchieri, insieme alle sue grandi doti diplomatiche, soprattutto perché la sua figura è legata alla vicenda della Magna Charta Libertatum, documento scritto in latino che il re d'Inghilterra Giovanni Senzaterra fu costretto a concedere ai baroni del Regno, suoi diretti feudatari, presso Runnymede, il 15 giugno 1215.

Per la prima volta nella storia un documento di natura giuridica elenca i diritti fondamentali del popolo (o di una parte del popolo) e riconosce che nessuno, sovrano compreso, è al di sopra della legge e che chiunque ha diritto ad un processo equo. Per queste ragioni la Magna Charta viene ancora oggi ritenuta da molti studiosi il primo documento fondamentale per il riconoscimento universale dei diritti del popolo, nonostante fosse inscritta nel quadro di una giurisprudenza di tipo feudale, nonché il documento che ha decretato la nascita del moderno stato di diritto o per certi versi della forma moderna della democrazia. Guala Bicchieri, legato pontificio presso la corte inglese e tutore del giovane re inglese Enrico III fece da "supervisore" al documento ponendo il proprio sigillo sia nella versione revisionata del 1216, sia nella riconferma della carta qui esposta, redatta nel 1217. Le doti diplomatiche del Cardinale fecero sì che questa seconda versione della Carta avesse miglior sorte della precedente.

Ma l'importanza delle missioni affidategli dal Pontefice e il ruolo che giocò sullo scacchiere internazionale, non fecero dimenticare al prelato l'amore per la sua città e due anni dopo finanziò con le sue rendite la realizzazione dell'Abbazia di Sant'Andrea di Vercelli. L'allestimento scenografico nello spazio dell'Arca metterà in luce le caratteristiche e l'importanza della Magna Charta e del Cardinale Guala Bicchieri, permetterà di far conoscere la sua storia e il legame con la città di Vercelli, in un viaggio temporale attraverso il medioevo e i secoli successivi per scoprire non solo la storia del documento e dei personaggi ad esso collegati, ma soprattutto focalizzare l'attenzione sulla figura di Guala. L'Abbazia di Sant'Andrea e la Magna Charta, unite a Vercelli, illustrano, come un prezioso dittico, la visione politica e le grandi doti diplomatiche del Cardinale che giocò un ruolo fondamentale nello scenario internazionale della sua epoca, lasciando un'importante eredità.

Accanto a questo straordinario documento, che rappresenta uno dei momenti più importanti della nostra storia, la mostra accoglie opere di eccezionale valore storico-artistico, che raccontano la sensibilità e il gusto del vercellese Guala Bicchieri: il prezioso cofano e gli smalti di Limoges da Palazzo Madama - Museo Civico d'Arte Antica di Torino, insieme al raffinato coltello eucaristico proveniente dalle Civiche Raccolte di Arte Applicata - Castello Sforzesco di Milano. Completano il percorso espositivo, ideato da Daniele De Luca, due ritratti del XVII e del XIX secolo, del Cardinale Guala Bicchieri, concessi in prestito dall'ASL-Ospedale di Sant'Andrea di Vercelli e un nucleo di documenti inediti: codici, carte e pergamene della Biblioteca diocesana Agnesiana di Vercelli, oltre a una pergamena e a uno dei due codici detti "dei Biscioni" della Biblioteca Civica di Vercelli. Le mostre sono curate da: Cinzia Lacchia per il Museo Francesco Borgogna, Luca Brusotto per il Museo Leone, da Timoty Leonardi per il Museo del Tesoro del Duomo e da Elena Rizzato per l'Archivio Storico. Il catalogo, a cura di Saverio Lomartire, riunisce in un'unica pubblicazione tutte le opere presenti nelle diverse esposizioni. (Comunicato stampa)

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Italiae Medievalis Historiae
ed. Tabula Fati
Recensione di Ninni Radicini




Immagine di Alberto Burri dalla presentazione della mostra Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993 Obiettivi su Burri
Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993


termina il 12 settembre 2019
Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri - Città di Castello (Perugia)
www.fondazioneburri.org

A Città di Castello, ogni anno, a partire dal 2015, ricorrenza che ha segnato le celebrazioni del Centenario della nascita di Alberto Burri, stabilendo un apice della popolarità internazionale del Maestro tifernate, ha preso avvio l'iniziativa del "12 marzo", suo giorno natale, presso gli ambienti del Museo a lui dedicato. Anche quest'anno la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri ha ideato e realizzato a cura di Bruno Corà un evento che non solo ricorda Burri, ma che, per la prima volta, compie una ricognizione esauriente sui maggiori e più assidui professionisti della fotografia che lo hanno ritratto in differenti momenti e circostanze della sua vita.

I ritratti, a partire dagli anni Cinquanta, in cui Burri iniziava a consolidare il suo percorso artistico, scrutano e fissano in stampe di grande intensità e valore storico, espressioni, azioni, luoghi, frequentazioni, abitudini e momenti solitari del grande artista per il quale la pittura rappresentò una scelta di vita e un impegno radicale e senza compromessi con l'autenticità della propria vocazione poetica. In occasione di questa mostra verranno aperti al pubblico altri 2.300 metri quadrati di nuovi ambienti museali opportunamente messi a norma presso gli Ex Seccatoi, nei quali avranno luogo, oltre all'evento in programma, future iniziative rivolte ad approfondire lo studio e la conoscenza dell'opera di Burri e l'influenza da lui esercitata sull'arte contemporanea.

Tra i numerosi fotografi professionisti individuati, sono presenti in mostra opere fotografiche di Aurelio Amendola, Gabriele Basilico, Giorgio Colombo, Vittor Ugo Contino, Plinio De Martiis, Gianfranco Gorgoni, Giuseppe Loy, Ugo Mulas, Josephine Powell, Sanford H. Roth, Michael A. Vaccaro, André Villers, Sandro Visca, Arturo Zavattini e altri. Nell'occasione sarà edito un catalogo a cura della Fondazione che, oltre a raccogliere le immagini più significative dei fotografi prescelti, ospiterà i saggi e i contributi critici di Bruno Corà, Aldo Iori, Rita Olivieri e Chiara Sarteanesi, nonché agli apparati bibliografici e le schede biografiche dei fotografi, redatti da Greta Boninsegni. Sono previste visite guidate e un ciclo di conferenze sull'opera di alcuni tra i fotografi che hanno operato assiduamente con il Maestro. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Lygia Pape Lygia Pape - opera in mostra Lygia Pape
termina il 21 luglio 2019
Fondazione Carriero - Milano
www.fondazionecarriero.org

Prima mostra personale mai dedicata da un'istituzione italiana a una delle maggiori esponenti del Neoconcretismo in Brasile, a cura di Francesco Stocchi e organizzata in stretta collaborazione con l'Estate Projeto Lygia Pape. A quindici anni dalla scomparsa di Lygia Pape (Rio de Janeiro, 1927-2004), la Fondazione Carriero intende raccontare e approfondire il percorso dell'artista brasiliana sottolineandone in particolare l'eclettismo e la poliedricità. Nell'arco dei quarantacinque anni della sua carriera, Pape si è confrontata con una molteplicità di linguaggi - dal disegno alla scultura, dal video al balletto, sconfinando nell'installazione e nella fotografia - facendo propria la lezione del modernismo europeo per poi fonderlo con le istanze della cultura del suo Paese, fino ad arrivare a una personalissima sintesi tra le pratiche artistiche.

Seguendo l'architettura della Fondazione, la mostra rappresenta un vero e proprio viaggio nel mondo dell'artista, che si articola in diversi ambienti, ciascuno deputato all'approfondimento di un aspetto del suo lavoro attraverso la presentazione di nuclei di opere realizzate tra il 1952 e il 2000. La mostra propone un'occasione di conoscenza, analisi e confronto con un'artista la cui pratica contiene alcune delle ricerche chiave dell'arte del secondo dopoguerra. Il lavoro di Lygia Pape presenta una particolare declinazione del modernismo, dove la figura umana acquisisce centralità e il linguaggio si apre alla sensualità, in una sorta di sincretismo artistico che riesce ad attrarre e far convivere mondi diametralmente opposti. Il rapporto con la sua terra natale, il Brasile, si fonde con lo studio delle istanze del costruttivismo russo, assorbito e riformulato in un linguaggio multiforme e originale.

Mentre il modernismo europeo propone il superamento del passato tramite un sistema organizzato di teoria e metodo, di rigore e razionalità, la proposta modernista di Lygia Pape si nutre della sua cultura d'origine e riesce a muoversi e trasformarsi più liberamente traendo ispirazione dalla natura e dall'uomo. Il risultato di questo processo dà vita a un corpus di opere che, alchemicamente, miscela diversi mezzi espressivi, stimolando tutti i canali percettivi fino a reinventare il rapporto tra opera e spettatore in un'ottica fortemente contemporanea, per cui il percorso verso il futuro è veicolato dall'istinto e dall'assenza di un processo preordinato.

La mostra offre ai visitatori l'occasione di avvicinarsi alla produzione dell'artista e osservarla da molteplici punti di vista, a partire dall'analisi della sua ricerca, una sintesi tra invenzione e contaminazione, da cui emergono colore, gioia e sensualità. Il pieno e il vuoto, la presenza e l'assenza convivono ponendo in risalto la figura di Pape e la sua continua sperimentazione, supportata dalla capacità di fondere in maniera inedita materiali e tecniche mediante l'utilizzo di modalità espressive e linguaggi non convenzionali. Il complesso della sua produzione evidenzia infatti come ogni nuova ricerca nasca e si sviluppi come naturale evoluzione delle precedenti. Queste connessioni sono messe in risalto dall'allestimento delle opere in mostra, che si articolano negli ambienti della Fondazione e rimangono legate a una radice comune; il filo conduttore trova la sua origine nell'osservazione della natura e nella sua traduzione in segno.

Tra le opere esposte troviamo ad esempio Livro Noite e Dia e Livro da Criação, alcuni dei suoi principali lavori, libri intesi come oggetti con cui entrare in relazione che condensano esperienze mentali e sensoriali. I Tecelares, la serie di incisioni su legno in cui si fondono tradizione popolare brasiliana e ricerche costruttiviste di origine europea. E ancora, Tteia1, la celebre installazione che racchiude tutta l'indagine di Lygia Pape sui materiali, la tridimensionalità e la costante propensione all'innovazione e reinterpretazione del suo linguaggio. Ancora oggi il suo lavoro offre interessanti strumenti per interpretare le istanze del nostro presente con un approccio meno intriso di regole e più orientato alla spontaneità, che già l'artista aveva adottato come chiave di lettura per rappresentare il mondo che ci circonda. La mostra è accompagnata da un catalogo (italiano e inglese), edito da Koenig Books, curato da Francesco Stocchi, che raccoglierà testi critici, materiale di archivio e immagini delle opere allestite negli spazi della Fondazione Carriero. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Segni esemplari Segni esemplari
termina il 18 maggio 2019
Complesso Monumentale della Pilotta - Parma

Si è da poco concluso l'anno in cui ricorreva il bicentenario della pubblicazione del Manuale tipografico di Giambattista Bodoni, ed è da questo spunto che si parte per organizzare una mostra e una giornata di studio promosse dalla Fondazione Museo Bodoniano di Parma. Com'è noto il manuale venne pubblicato postumo dalla vedova di Bodoni con l'intento di portare a termine quello che era stato un progetto lungamente pensato, e infine avviato dal marito. Raccoglie una collezione di 665 alfabeti diversi e una serie di circa 1300 fregi, oltre a una prefazione nella quale Bodoni espone alcuni criteri di metodo legati al suo modo di operare. Esiste una precedente raccolta di caratteri, stampata da Bodoni nel 1788, priva di prefazione o altro tipo di testo esplicativo, già a suo tempo intitolata Manuale tipografico. Evidentemente, il tipografo parmense aveva mutuato il termine dal piccolo manuale tecnico di Fournier, il Manuel typographique del 1764, ma in realtà i due volumi esprimevano, seppur con lo stesso titolo, due oggetti con funzione diversa.

Quello di Fournier, in effetti, era un vero manuale nel senso di strumento divulgativo di descrizione degli elementi essenziali di una pratica complessa, dall'incisione dei punzoni all'impressione delle matrici e alla fusione dei caratteri mobili. Quello di Bodoni era invece un campionario di caratteri e ornamenti da lui realizzati. Il Manuale tipografico del 1818 è ancora diverso, si tratta in effetti di un ibrido che, nonostante il suo nome, non appartiene né all'ambito dei manuali, né all'ambito dei campionari di caratteri. Ci troviamo piuttosto di fronte a un orgoglioso e monumentale riepilogo della propria attività che Bodoni vuole fissare nel tempo, nero su bianco. Prendendo quindi spunto da questi presupposti, mettiamo in mostra accanto ai volumi di Bodoni, ai suoi punzoni e sue matrici, agli studi manoscritti e ai documenti d'archivio anche alcuni manuali e campionari di caratteri realizzati da altri autori (precedenti e successivi al 1818), con l'intento di mostrare e raccontare a un pubblico meno specialistico queste due distinte e poco note tipologie di libri.

Ciò che le accomuna è però l'oggetto della narrazione, cioè la scrittura alfabetica nella sua forma tipografica, scrittura che nel suo di diffondersi tanto peso ha avuto nella cultura occidentale degli ultimi cinque secoli. Parallelamente si espone una parte dedicata all'oggi. Un selezionato gruppo di grafici internazionali ha contributo realizzando un Manifesto tipografico. Obiettivo di questa sezione della mostra è operare una ricognizione visiva di concetti intorno alle potenzialità della scrittura espressi da parte di progettisti, ai quali si riconosce una spiccata e consapevole attitudine tipografica. Se il manifesto può anche essere definito come un documento programmatico che espone regole e principi ispiratori, ci troveremo, in questo caso, nella particolare situazione in cui l'oggetto trattato e la sua forma coincidono, così come l'autore e il progettista. Segni esemplari, dunque, testimonianze visive che ci permettono di rintracciare attraverso l'evoluzione della forma dei caratteri lo svolgersi stesso della nostra storia, e di sfruttare l'occasione per avviare nuovi discorsi critici intorno al tema della scrittura come strumento di conoscenza. (Silvana Amato) (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Immagine dalla mostra Ando Gilardi Reporter Italia 1950-1962 Ando Gilardi Reporter. Italia 1950-1962
termina il 16 giugno 2019
Wunderkammer GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.gamtorino.it

Mostra dedicata ad Ando Gilardi (Arquata Scrivia - Alessandria, 1921-2012), fotografo e fotoreporter nell'Italia del dopoguerra, attraverso una selezione di scatti eseguiti tra il 1950 e il 1962. Il progetto espositivo, realizzato in collaborazione con la Fototeca Gilardi, rappresenta una novità rispetto alle mostre fotografiche dei circuiti principali ed è anche l'occasione per valorizzare il recupero e la digitalizzazione dell'importante collezione di negativi del fondo Ando Gilardi Reporter, portato a termine nel 2017 da ABF - Atelier per i Beni Fotografici di Torino. Ando (Aldo) Gilardi, Ando da partigiano, è stato fotografo, giornalista, storico e critico della fotografia, noto per la sua riflessione sulla valenza e sul potere dello scatto quale documento, tesi sulla quale consacrò studi e ricerche, condivise attraverso numerose pubblicazioni e riviste da lui fondate o dirette.

L'interesse di Ando Gilardi per la fotografia nasce nell'immediato dopoguerra quando, rientrato a Genova dopo aver passato con i partigiani il periodo del conflitto, fu reclutato nel laboratorio di riproduzione fotografica dalla Commissione Interalleata per la Documentazione dei Crimini di Guerra a supporto del processo di Norimberga. Militante del Partito Comunista fu giornalista de L'Unità, Vie Nuove e anche del settimanale sindacale Lavoro. Proprio per Lavoro Gilardi iniziò a realizzare i servizi fotografici a supporto visivo per i suoi articoli di inviato in Italia, fra il 1950 e il 1962. La mostra - a cura di Daniela Giordi - è composta da una selezione di 55 immagini, in prevalenza istantanee prese nei luoghi di occupazione e nelle abitazioni, a documento delle condizioni di lavoro e di vita degli operai, dei braccianti agricoli e delle rispettive famiglie. In misura minore gli scatti riguardano situazioni di manifestazioni o dimostrazioni sindacali come scioperi, occupazioni di fabbriche o terre, oltre a momenti ludici e di svago, a testimonianza della ripresa del paese.

A corredo dell'esposizione sono presenti una serie di documenti e rotocalchi originali che accompagnano il visitatore in un viaggio alla scoperta della ricchezza dell'archivio del fotografo. L'allestimento si delinea in un itinerario articolato fra alcune inchieste legate a momenti di cronaca e a eventi che fecero notizia in quegli anni, intervallato da alcuni scatti iconici dell'autore. I temi ricorrenti sono il lavoro, l'emancipazione femminile, l'identità degli italiani, gli scioperi, le attività sindacali. L'esposizione rivela come il linguaggio fotografico di taglio post neorealista e giornalistico di Ando Gilardi fosse supportato da una cultura visiva d'oltralpe e d'oltre oceano, con un occhio di riguardo alle immagini della Grande Depressione americana. Ma con questa mostra si è voluto anche dare spazio al suo sguardo da autore, al suo approccio ontologico e umano verso il soggetto fotografato, alla sua visione politica dell'esistenza e al profondo rispetto per l'altro. Perché l'immagine non veniva rubata da Gilardi, ma con i suoi scatti il soggetto diventava testimone, interlocutore e attore dell'attimo impresso sulla fotografia. La mostra apre le attività di "Archiviare il Presente", contenitore culturale per un progetto condiviso fra enti, associazioni culturali, centri polivalenti, gallerie, che avrà luogo nella primavera 2019 e rientra nella Kermesse "Fo-To Fotografi a Torino". (Comunicato stampa)




Amanda Chiarucci - Onde Maestose - opera dedicata ad Alessandro Giovanardi 2018 Amanda Chiarucci: "Rubedo"
termina il 28 aprile 2019
Galleria Bonioni Arte - Reggio Emilia
www.bonioniarte.it

Una mostra all'insegna della natura, del viaggio e della scoperta. Costituite da carte ripiegate su se stesse e porzioni di vita vissuta, le opere di Amanda Chiarucci sono diari senza parole, sculture silenziose che, come organismi viventi, si evolvono e si trasformano. Il titolo della personale - "Rubedo" - allude al compimento ultimo del processo di trasformazione alchemica, in cui l'anima si eleva al di sopra della materia. Amanda Chiarucci compie la sua alchimia utilizzando il mezzo espressivo dell'arte come transfer per la sua trasformazione interiore, ricongiungendo spirito e materia, natura e umanità, microcosmo e macrocosmo. Attraverso l'arte sublima la Natura, sotto la spinta ardente dello Spirito (Rubedo). In mostra - a cura di Matteo Galbiati - una decina di opere realizzate dal 2016 al 2019 con la tecnica dell'Origami Modulare Tridimensionale, insieme scultoreo di moduli identici che vanno a costruire paesaggi e a tessere forme organiche.

Nello specifico, il linguaggio scelto dall'artista è quello del Golden Venture, che si contraddistingue per un tipo di modulo a forma di triangolo rettangolo, ideale per la costruzione geometrica di montagne e strutture sinuose protese verso l'alto. Un linguaggio, quello del Golden Venture, che consente all'artista di decodificare, attraverso processi di costruzione e stratificazione, ciò che non può essere percepito realmente, ovvero il tempo, il pensiero e il desiderio. Essi rimangono nella dimensione dell'invisibile, ma contengono una potente energia che Amanda Chiarucci registra, frammento dopo frammento, in una continua tensione verso l'alto che si esplica in talee, utopiche mappe del desiderio, altorilievi geografici modulati dall'impulso di esplorare il paesaggio (conosciuto e sconosciuto) e da un sentimento interiore di amore e rispetto verso la Natura e ogni forma di vita. «Nella carta - dichiara l'artista - ci sono linee invisibili che sono il risultato di studi geometrici e calcoli matematici. L'origami cela l'essenza della forma, l'atto della creazione in chiave spirituale, poiché la geometria si trova in tutte le creazioni della Natura, come se si celasse al suo interno un disegno divino».

Amanda Chiarucci (Cesena, 1974) consegue la Maturità Classica a Forlì e il Diploma in Pittura e Costume per lo Spettacolo all'Accademia di Belle Arti di Bologna. I suoi esordi artistici sono legati all'happening e alla performance. Realizza successivamente diversi cicli di opere - "Ninfa", "Camicie di forza", "Matrjoske", "Madonne" - dedicate all'indagine della figura femminile, tra passato e presente, quotidianità e sacralità. La sua prima personale, "Matrjoske", è allestita alla Galleria del Loggiato di Cesena. Nel 2005 risulta tra i vincitori del Premio Celeste, nella categoria Pittura Mediale, con l'opera "Finché il mio sangue non sia puro" e partecipa alla collettiva "Young Italian Painters" alla Sacy Gallery di Firenze. Il 2007 si apre con il ciclo di autoritratti e ritratti fotografici "Madonne", esposto allo Spazio Cotogni di Forlì con la curatela di Giovanni Gardini.

Nel 2014 espone al MEAM, Museo Europeo di Arte Moderna di Barcellona nell'ambito della collettiva "Martyrium Sanctae Eulaliae" e al MUSAS, Museo Storico Archeologico di Santarcangelo (Rn) in occasione della collettiva "La scrittura disegnata, quaderni di artisti e scrittori contemporanei tra disegno, parola e invenzione quotidiana", a cura di Claudio Ballestracci e Dacia Manto, nell'ambito della Biennale del Disegno di Rimini. Nel 2013 realizza il progetto "Talee" con una tecnica completamente differente da quelle utilizzate in precedenza (Golden Venture) per esplorare un tema fondamentale nella vita, ossia il tempo. Da qui la personale "Il sentimento dell'evoluzione", curata da Alessandro Giovanardi alla Galleria Luigi Michelacci di Meldola (Fc) nel 2015 e le collettive "Dialoghi Paralleli" alla Galleria Lara e Rino Costa di Valenza (Al) e "La scultura è una cosa seria" alla Galleria Bonioni Arte di Reggio Emilia, curata da Niccolò Bonechi. Nel 2018 partecipa al "Cantiere Disegno" della Biennale del Disegno di Rimini, nella sezione curata da Massimo Pulini presso il Museo della Città di Rimini. (Comunicato stampa)




Locandina di presentazione della mostra Divine Astrazioni Divine Astrazioni
termina il 10 maggio 2019
Bibo's Place - Roma
www.bibosplace.it

Collettiva composta da un insieme di opere selezionate sulla base dell'abituale dialettica generazionale di Bibo's Place, che affianca lavori di epoche diverse, di generazioni diverse, ricercando fra esse un filo conduttore. L'idea alla base di questa mostra viene dal senso stesso del verbo "astrarre" che letteralmente, e in senso etimologico, significa tirare fuori l'essenziale. Pertanto il comune denominatore fra le opere esposte consiste nell'assolutezza di una ricerca tesa all'essenza, che sfronda quindi ogni elemento superfluo. Chiaramente questa attitudine è multiforme: un filone è quello dell'Astrattismo vero e proprio (che è cosa diversa dall'astrazione), di matrice avanguardista memore delle ricerche di Mondrian o Kandinsky. In altri casi la sintesi, o l'analisi sono di altro genere e utilizzano altri strumenti visivi, di natura tonale, sempre tesi verso l'essenza della forma. Per paradosso, poi, alcuni altri lavori apparentemente figurativi, di matrice iperrealista, hanno una sospensione tale da rendere la realtà rappresentata così rarefatta da diventare astrazione di se stessa. Saranno presenti opere di: Angeli, Burri, Dorazio, Fontana, Montessori, Piccolo, Pintaldi, Pizzi Cannella, Sanfilippo, Ward, ed altri. (Comunicato stampa)




Gabriele Poli - Soglia - 2014 cm.100x100 Gabriele Poli - Angelo - 2013 cm.97x60 Gabriele Poli - Strada di campagna - 2017 cm.80x80 Gabriele Poli
"Studi e percorsi"
La sinossi pittorica di Gabriele Poli


termina lo 04 maggio 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra, a cura di Luca Pietro Nicoletti, segue la personale tenuta nel mese di marzo presso il Centro Culturale Sergio Valmaggi di Sesto San Giovanni, dove sono state esposte le opere relative ai d'Apres. In questa mostra - in collaborazione con la Galleria Orenda Art International di Parigi - saranno esposte circa 20 opere che testimonieranno il percorso pittorico svolto nell'arco di quattro decenni. Si comincia con un opera del 1973, dedicata alla nonna materna, nella quale si possono già individuare alcuni elementi fondamentali e ricorrenti nella successiva ricerca pittorica: un forte sentimento della realtà e nel contempo l'esigenza di evocarla, più che rappresentarla, attraverso la dinamicità della materia e della luce. Un'opera del 1985, Sfinge, mette in risalto l'azione di revisione strutturale della figura attraverso l'azione texturizzante e di corrosione del segno pittorico. Segue un'opera del 1986, Cascina Meriggia, dove appare l'utilizzo della "pasta alta", materia pittorica data in spessore e sulla quale vengono registrati in modo tattile il segno e la trama.

Nucleo del 1987 è un opera nella quale il lavoro di tessitura del segno viene spinto agli estremi. L'elemento di dinamicità futurista, di natura boccioniana, viene spinto nelle sue estreme conseguenze di vitalismo biologico. Gli anni '90 e i primi del 2000 segnano un momento di avvicinamento all'esperienza informale, attraverso configurazioni materiche, tracce di paesaggio metropolitano, impronte e figure, sempre però percepite e rivissute attraverso luminosità atmosferiche reali. Dagli anni 2000 una serie di opere testimoniano la ricerca orientata verso una possibile ridefinizione della figura, nata dal desiderio di riarticolare gli elementi del linguaggio pittorico sviluppati sino a quel momento. Tra le quali in particolare gli Angeli della Periferia, i d'Après, i Muri, i Ciclisti, le Veneri, opere che porteranno il percorso espositivo fino ad oggi. Catalogo in galleria, Edizioni Cortina Arte, testo critico di Luca Pietro Nicoletti, contributi di Stefano Cortina, Giovanni Cerri, Annalisa La Porta, Dimitri Plescan, Anna Finocchi, Melina Scalise. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra dedicata a Jean Auguste Dominique Ingres Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone
termina il 23 giugno 2019
Palazzo Reale - Milano

L'esposizione comprende oltre 150 opere, di cui più di 60 dipinti e disegni del grande maestro francese, riunite grazie a prestiti internazionali da alcune delle più grandi collezioni di tutto il mondo. La mostra è curata da Florence Viguier-Dutheil, Conservatore Capo del Patrimonio e Direttrice del Musée Ingres di Montauban. Il suo percorso è singolare e sorprendente. Considerato come un inclassificabile, percepito come l'erede di Raffaello e allo stesso tempo come il precursore di Picasso, tra il maestro della bella forma e quello della non-forma. Realista e manierista al contempo, egli affascina tanto per le sue esagerazioni espressive quanto per il suo gusto del vero. Il 12 giugno del 1805, dopo essersi fatto incoronare a Milano, Napoleone I dichiarava di voler «francesizzare l'Italia». L'espressione è certamente brutale, ma testimonia, in quel contesto storico, il desiderio di accelerare le trasformazioni della vita pubblica e culturale da parte del Generale divenuto Imperatore e poi Re d'Italia.

Coniugando eredità della Rivoluzione e dispotismo autoritario, in effetti la sua politica ha avuto un impatto immediato e duraturo anche al di qua delle Alpi. Proprio in ragione della sua ampiezza e della funzione attribuita alle arti, si è sviluppato uno straordinario incontro tra le diverse tendenze che compongono la modernità europea nella stagione del neoclassicismo, di cui Jacques Louis David (1748-1825), Antonio Canova (1757-1822) e Jean Auguste Dominique Ingres (1780-1867) sono stati i punti di riferimento. La definizione "neoclassicismo" emerge in epoca romantica ed assume un senso peggiorativo, per stigmatizzare uno stile algido e "marmoreo", un banale "ritorno all'antico". Ci vorrà più di un secolo perché il neoclassicismo ritrovi un senso positivo e una fisionomia originale, nel quadro di una rivalutazione che continua ancora oggi.

La mostra intende presentare al pubblico italiano l'artista che più di ogni altro si è ispirato a Raffaello e nello stesso tempo vuole restituire alla vita artistica degli anni a cavallo del 1800 la sua carica di novità e, per così dire, la sua "giovinezza conquistatrice". Con una particolare attenzione a Milano, che in quella riorganizzazione politica e artistica ebbe un ruolo fondamentale. In una stagione di grande prosperità, la città fu fortemente rimodellata nei suoi monumenti, nei suoi spazi verdi e nelle infrastrutture urbane, a partire dalla nuova Pinacoteca di Brera. Anche gli artisti italiani furono coinvolti nell'ondata di lavori e di cantieri che ne seguì.

Appiani nella pittura e Canova nella scultura si avvalsero ampiamente di questa "politica delle arti", ascrivibile all'arte del governare di Napoleone Bonaparte. Ma non fu da meno l'iniziativa privata di nuovi protagonisti, estranei al mecenatismo aristocratico: primo fra tutti Giovanni Battista Sommariva, definito da Francis Haskell "il mecenate indubbiamente più importante dopo l'imperatore e la sua famiglia". Ingres è parte integrante di queste storie incrociate, senza le quali l'Europa di oggi sarebbe incomprensibile. Con la mostra, il pittore delle odalische, nella sua modernità, svela anche la sua italianità, un'impronta che fa di lui una figura fondamentale della vita artistica prima, durante e dopo l'Impero.

Ingres (1780), originario di Montauban, nel Sud-Est della Francia, dimostra presto un talento straordinario per il disegno. Dal 1797 è a Parigi nella cerchia di David. Nel 1800 concorre per il prix de Rome e nel 1806, dopo aver completato il grande Napoleone in costume sacro, è finalmente a Roma, dove può approfondire gli studi e la passione per Raffaello. Inviato in Italia sotto l'Impero e poi coinvolto nei cantieri imperiali di Roma, Ingres decide di restare «italiano» fino al 1824, per tornare più avanti a dirigere Villa Medici. (...) Della vita artistica in questo periodo, oggi abbiamo una visione globale. Dato che si proclamava come continuazione degli antichi, la "paradossale modernità del neoclassicismo" (Marc Fumaroli) richiede insomma di essere apprezzata nelle sue tensioni, nelle sue contraddizioni, nella sua dualità solare e tenebrosa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Crali e il Futurismo - immagine dalla locandina della mostra Crali e il Futurismo. Avanguardia culturale
termina il 12 maggio 2019
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone
Locandina

La mostra espone, oltre ottanta opere di Tullio Crali (Igalo 1910 - Milano 2000), noto in Italia e nel mondo soprattutto per la sua bravura di aeropittore, ultimo, coerente e irriducibile futurista. Tra le opere esposte brilla l'unica opera di provenienza pubblica, Prima che s'apra il paracadute (1939), che giunge dal Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Udine, scelto dal Guggenheim Museum di New York, tempio dell'arte contemporanea, tra i 300 più importanti dipinti futuristi italiani, quale immagine di copertina al catalogo della più grande mostra internazionale sul Futurismo mai realizzata "Italian Futurism 1909-1944: Reconstructing the Universe".

Sarà esposto in mostra anche un dipinto inedito di Giacomo Balla, acquistato da Crali direttamente dall'autore, "il solo quadro che io abbia mai comperato, sia perché non sono un collezionista sia perché mai ho chiesto un dono agli amici pittori", come racconta Crali stesso in Una vita per il Futurismo. Tra scossoni e vuoti alla ricerca di quota. Per la parte documentale saranno esposti numerosi documenti, riviste, cataloghi di mostre futuriste del tempo, libri d'epoca e i famosi "manifesti" a stampa, di cui Marinetti, geniale e generoso capo del Futurismo, si servì ampiamente per far conoscere in forma dinamica e crescente le linee guida e la visione arte-vita del movimento. Fra le opere che più incisero sul linguaggio artistico italiano e non solo, si vuole citare Pittura scultura futuriste di Umberto Boccioni, Zang Tumb Tumb di Marinetti e L'arte dei rumori di Luigi Russolo, oltre ad alcune opere a stampa di quel vero mago della pubblicità che fu Fortunato Depero. (Comunicato stampa)




Gal Weinstein - Untitled - 2019 Gal Weinstein: "Echo"
termina lo 04 maggio 2019
Galleria Riccardo Crespi - Milano
www.riccardocrespi.com

Terza personale in Galleria di Gal Weinstein, uno degli artisti israeliani più significativi degli ultimi decenni: ha rappresentato il suo Paese nella scorsa edizione della Biennale di Venezia e in innumerevoli altre manifestazioni internazionali. L'opera di Weinstein si basa su soggetti iconici manipolati per rappresentare, non senza una sottile ironia, la contemporaneità. Dopo il successo del suo Padiglione Israele, l'artista torna in Italia con opere che sono state concettualmente originate proprio da quella esperienza, mostrando la diversa resistenza di alcuni materiali e manifestandone i processi di dissoluzione, decomposizione e invecchiamento. Processi immaginari o concreti che indicano il passare del tempo e le fluttuazioni tra i diversi stati della materia, come metafora del nostro inquieto presente nella sua realtà politica, materiale e simbolica. (Comunicato stampa)

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Riccardo Crespi gallery presents Echo, the third solo exhibition in the gallery by Gal Weinstein, one of the most popular Israeli artists in recent years: he represented his Country in the last edition of the Venice Biennale and in countless other International events. Weinstein's work is based on iconic subjects, then manipulated to represent contemporaneity, not without a subtle irony. After the success of his Israel Pavilion in the last edition of the Venice Biennale, the artist returns to Italy with works that have been conceptually originated from that experience, they show the diverse resistance of some materials, manifesting procedures of dissolution, decomposition and aging. Concrete processes that indicate the passage of time and the fluctuations between the different states of matter, that could be interpreted as a metaphor of our restless present in its political, material and symbolic reality. (Press release)




Opera di Franco Grignani Franco Grignani (1908-1999)
Polisensorialità fra arte, grafica e fotografia


termina il 15 settembre 2019
m.a.x museo - Chiasso (Svizzera)

Mostra antologica in cui si presenta la complessità del lavoro di Franco Grignani e della sua ricerca declinata attorno al tema della polisensorialità. Tre i settori esplorati: fotografia, grafica e arte. Attraverso una ricca scelta di opere e materiale di archivio, in parte inediti, si ripercorrono le tappe fondamentali della ricerca artistica di Grignani, dall'iniziale sperimentazione fotografica alla grafica pubblicitaria, dall'analisi matematico percettiva alla Optical Art. Chi non ha mai visto il marchio "Pura Lana Vergine"? Disegnato nel 1963, è l'opera di un progettista - precursore e innovatore - che con arguzia ne ha modellato le linee bianche e nere per costruire una forma unica, un'icona che associamo istintivamente a qualcosa di morbido.

L'esposizione è curata da Mario Piazza e Nicoletta Ossanna Cavadini, con il contributo in catalogo di Giovanni Anceschi, Roberta Valtorta, Bruno Monguzzi e le testimonianze di numerosi grafici svizzeri che hanno conosciuto o collaborato con Franco Grignani. La mostra è il frutto della ricerca effettuata sull'Archivio di Famiglia, su Fondi specifici del Mufuoco - Museo di Fotografia Contemporanea e Aiap Associazione italiana design della comunicazione visiva e del suo CDPG (Centro di Documentazione sul Progetto Grafico), e su importanti collezioni d'arte private italiane e svizzere. Con il partenariato del Museo della seta di Como sono stati realizzati due foulard su disegno di Franco Grignani: le due opere referenti sono esposte, rispettivamente, al m.a.x. museo di Chiasso e al Museo della seta di Como. La sezione fotografica della mostra sarà esposta nel febbraio del 2020 al Museo di Fotografia Contemporanea. (Comunicato stampa)




William Hogarth - Ritratto di Signora William Hogarth. Un ritratto in visita dal Museo di Belle Arti di Gand
termina il 28 aprile 2019
Museo Davia Bargellini - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

Conosciuto e ammirato per la sua pittura dal realismo narrativo, sottilmente descrittivo e tagliente, dai contenuti moralizzanti e satirici, William Hogarth (1697-1764) assurse al rango di pittore della Corte inglese solo negli ultimi anni della sua vita. Tradotti a stampa in copiose tirature, i suoi dipinti criticano eventi politici, descrivono e denunciano abitudini sociali e vizi della società inglese del tempo. Sino a circa la metà del XIX secolo, una sorta di Hogarthomania contrassegnò il grande successo riscosso dall'opera del pittore, per molti versi rivoluzionaria. Rinomato ritrattista, Hogarth si dedicò inizialmente a un pubblico prevalentemente aristocratico, ma dal 1740 circa iniziò ad estendere il suo interesse verso una clientela appartenente all'emergente ricca borghesia commerciale, per la quale forgiò un nuovo lessico della ritrattistica inglese dell'epoca.

Realizzato intorno al 1740, il Ritratto di Signora in abito bianco e orecchini di perle che il Museo Davia Bargellini espone in collaborazione con il Museo di Belle Arti di Gand, appartiene agli anni in cui Hogarth, dedicandosi al genere pittorico fra i più apprezzati dalla committenza inglese (la ritrattistica), sperimenta soluzioni innovative nell'intento di incontrare il favore dei suoi clienti, per lo più personaggi provenienti dalla classe borghese dei mercanti, dei professionisti, degli ecclesiastici. Un'etica nuova, fondata sui valori dell'onestà, della rettitudine, dell'operosità, deve rendersi esplicita attraverso la naturalezza delle espressioni, la schiettezza dell'adesione alla realtà, l'assenza di affettazioni retoriche, per raccontare l'ascesa e il successo di una borghesia ormai affermata sul fronte economico, ma ricca soprattutto di sentimenti e di moderna sensibilità umanitaria.

Così la posa e la resa fisionomica della donna protagonista di questo dipinto, raffigurata in un paesaggio architettonico caratterizzato da un'elegante balaustra classicheggiante, appaiono più intime e naturali rispetto ai ritratti d'apparato dell'aristocrazia del tempo. Se la spontaneità della posa sembra attingere con incuranza dagli istanti insignificanti della vita della giovane signora, al contempo il suo lussuoso vestito di seta bianca con riflessi argentei allude a un affluente benessere economico, condizione che Hogarth sembra voler registrare con attitudine documentaria, più che celebrativa.

Nell'esecuzione, la pennellata libera e rapida, che non manca di restituire solidità alla figura, ne coglie anche la grazia fugace, insieme alla freschezza del volto, con lo sguardo luminoso improvvisamente distolto dall'osservatore/interlocutore, e richiamato altrove, fuori campo. Piuttosto rari, i ritratti di William Hogarth sono oggi per lo più raccolti in musei britannici o americani; un solo ritratto è conservato al Museo del Louvre e uno all'Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. Pochi altri musei europei possiedono suoi ritratti e tra questi il Museo di Belle Arti di Gand, dove il Ritratto di Signora pervenne nel 1911, come dono degli Amici del Museo, la potente associazione filantropica che determinò la qualità e la varietà delle collezioni d'arte della città fiamminga.

L'esposizione dell'opera a Bologna si inserisce in un accordo di prestito che ha visto i Musei Civici d'Arte Antica concedere due bellissimi pezzi dalla collezione del Museo Davia Bargellini per la fortunata esposizione Les Dames du Baroque. Femmes peintres dans l'Italie du XVIe e XVIIe allestita nel museo belga dal 20 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019. Nell'eccezionale galleria di opere che il progetto espositivo ha riunito con il fine di mettere in luce il ruolo determinante che le artiste donne ebbero nella pratica pittorica italiana tra il 1550 e il 1680, affrontando con nuove e brillanti soluzioni espressive le restrizioni imposte dalla Controriforma, hanno infatti trovato un ruolo di primo piano un Ritratto di gentildonna di Prospero Fontana (1512-1597) e la Giuditta con la testa di Oloferne realizzata dalla figlia, Lavinia Fontana (1552-1614).

L'olio su tela del primo, datato tra il 1565 e il 1570, effigia una gentildonna, colta con un'espressione sognante e malinconica, che si staglia solenne in un interno cinquecentesco. Interessante è il raffinato virtuosismo prospettico, che rivela l'esperienza di Prospero Fontana nel mondo del teatro. L'effigiata dialoga con le "cose" della sua scena quotidiana, visualizzate con sofisticate annotazione luministiche (i gioielli, la seggiola, i vetri illuminati della finestra, il vaso di fiori), che Fontana va studiando fin dalla giovanile esperienza a Genova (Giulio Romano) e che ulteriormente mette a punto confrontandosi con le inclinazioni fiammingheggianti della tarda maniera fiorentina e con le curiosità scientifiche di Ulisse Aldrovandi. Il dipinto di Lavinia, con il popolarissimo soggetto biblico di Giuditta, appartiene alla fase della maturità dell'artista.

Nella composizione dell'opera l'ambientazione notturna viene affrontata con grande padronanza degli effetti luministici e con una sensibile attenzione alla resa analitica dei dettagli, di gusto fiammingo. Il volto dell'eroina, come quello della fantesca, paiono restituire tratti fisionomici peculiari, tanto da suggerire che possano identificarsi in due ritratti, come per altro accade in altri dipinti di analogo soggetto prodotti in area bolognese negli stessi anni (ad esempio da Agostino Carracci). Giuditta, vedova audace e pia, che osa sedurre il tiranno per ucciderlo e liberare così il proprio popolo, si presta infatti a fornire i sembianti per un travestimento in veste biblica, essendo modello di virtù femminile apprezzato nell'età di Controriforma, tanto da divenire tema fra i più ricorrenti nei quadri da stanza destinati agli interni dei palazzi nobiliari. (Comunicato stampa)




Opera di Niele Toroni Niele Toroni
termina il 29 aprile 2019
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

L'esposizione, realizzata in occasione dei venticinque anni di attività della galleria, presenta opere in dialogo con l'ambiente ed è improntata intorno al numero venticinque. Dal 1967 Niele Toroni lavora con una precisa metodologia la quale prevede, su supporti differenti, la successione di impronte di pennello n. 50 a 30 cm di distanza l'una dall'altra, ciascuna delle quali risulta luogo di epifania di un divenire e di una metamorfosi incessante del suo fare nel tempo.

"Niele Toroni ripete la sua impronta di pennello nel tempo e nello spazio. E mai è la stessa cosa, perché lo stesso è lo stesso è lo stesso è irriducibilmente dissociato dall'essere identico. Il pleonasmo diventa batteria; l'energia dell'iterazione, struttura aperta. Non gli alti e bassi dell'anima dell'artista sono gli inibitori dell'identità, ma i luoghi di esplicitazione del metodo. L'esercizio della pittura vera, sbarazzata dalla zavorra di tutti i giudizi di valore e di tutti gli ammiccamenti storici, è la costante: trova in ogni lavoro la propria essenza attraverso il rimando alla sua stessa essenza. Il mondo non viene ridotto a due dimensioni, come altrimenti in un quadro, ma pittura è una determinata situazione e diventa così struttura aperta, liberamente riconcepibile nel tutto." (Harald Szeemann, 1991).

Al piano superiore un'opera costituita da venticinque carte, ciascuna contenente una sola impronta di pennello, verrà installata nella sala espositiva a partire da multipli di 30 cm di distanza affinchè ci si possa lasciar guidare visivamente nella percezione dello spazio come campo attivo; completeranno il progetto espositivo due tele di grandi dimensioni, alcuni interventi a muro e lavori realizzati su differenti supporti, quali manifesti, carte giapponesi e cartoncino. Al piano inferiore l'opera Impronte di pennello n. 50 a intervalli di 30 cm del 1987 - composta da venticinque tele ciascuna di 100x100 cm - ridefinisce lo spazio espositivo con le sue pennellate ritmando lo sguardo del visitatore che può liberamente seguire la loro scansione, frutto di un gesto quasi tantrico, che non è mai ripetizione bensì materializzazione di una irripetibile e sempre mutevole individualità. In occasione della mostra verrà pubblicata una monografia bilingue contenente una intervista immaginaria di Niele Toroni e un testo di Giorgio Verzotti, corredata da materiale iconografico che ripercorre il lavoro realizzato dal pittore nel corso degli anni in collaborazione con A arte Invernizzi, sia presso la galleria che in spazi pubblici e privati. (Comunicato stampa)




Ferdinando Scianna: Viaggio Racconto Memoria
termina il 28 luglio 2019
Galleria d'arte Moderna - Palermo
www.gampalermo.it

Grande mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra, e organizzata da Civita. Con circa 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l'intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Ferdinando Scianna è considerato uno tra maestri della fotografia non solo italiana. Ha iniziato ad appassionarsi a questo linguaggio negli anni Sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d'origine, la Sicilia.

Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche - l'attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare - tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In oltre 50 anni di racconti non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose - esordio della sua carriera - all'esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi i reportage (fa parte dell'agenzia foto giornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi grandi amici, maestri del mondo dell'arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni.

Per approfondire i contenuti dell'esposizione, incoraggiando la riflessione sulla portata iconica della fotografia di Ferdinando Scianna, Civita Sicilia ha ideato un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, che prevede i classici tour guidati, ma anche visite-esplorazione e laboratori didattici su prenotazione. In una audioguida (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. In mostra è inoltre proposto un documentario dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna. La mostra è corredata da un grande catalogo pubblicato da Marsilio Editori.

La sera del 20 febbraio, presso il Real Teatro di Santa Cecilia, Ferdinando Scianna incontra il pubblico di Palermo: un vero e proprio abbraccio con la città, aperto a tutti, in cui il Maestro insieme al co-curatore Denis Curti presenterà l'esposizione e risponderà alle domande dei presenti. Al termine dell'incontro, ai partecipanti sarà riservata una visita all'esposizione nella vicina Galleria d'Arte Moderna (ingresso consentito fino alle 21.30 ai possessori dell'apposito coupon che verrà rilasciato al pubblico presente all'incontro). Ferdinando Scianna firmerà il catalogo e le sue pubblicazioni presso il bookshop del museo, fino alle ore 21.30. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna artistica Collezioni del Contemporaneo - Pittura Spazio Scultura - Opere di artisti italiani tra gli anni Sessanta e Ottanta Collezioni del Contemporaneo
Pittura Spazio Scultura
Opere di artisti italiani tra gli anni Sessanta e Ottanta


dal 15 febbraio 2019
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

Nuovo allestimento delle collezioni del contemporaneo. Si tratta della prima edizione di un programma di diversi ordinamenti che si succederanno su base biennale. Le diverse esposizioni permetteranno di far conoscere al pubblico la ricchezza delle collezioni del museo e di dare voce a molteplici letture e interpretazioni critiche. Questo primo ordinamento, a cura di Elena Volpato, si concentra su due decenni, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, in rapporto di continuità cronologica con quanto è esposto nelle collezioni del '900. Lo fa scegliendo di raccontare aspetti rilevanti delle ricerche artistiche di quegli anni, perlopiù scarsamente riconosciuti dalla più diffusa interpretazione storica. Lo fecero senza recidere i legami con la storia, ponendo mente alle origini stesse del gesto pittorico e scultoreo, aprendo le loro opere, come mai prima di allora, ad accogliere e nutrire al loro interno il respiro dello spazio e, con esso, quello del tempo.

Gli artisti rappresentati non fanno parte di un unico gruppo. Alcuni dei loro nomi sono legati alle vicende dell'Arte Povera. Il percorso di altri si è intrecciato con quello della Pittura analitica. Altri ancora, dopo una stagione concettuale, hanno trovato nuove ragioni per tornare a riflettere su linguaggi tradizionali e su antichi codici espressivi. Tuttavia, se le loro opere sembrano dialogare qui con naturalezza, non è per mera cronologia, ma perché nel lavoro di ciascuno di loro c'è molto più di quanto le parole della critica militante avesse motivo di raccontare. In tutti loro, come spesso accade, c'è più personalità e indipendenza di quanto le ragioni di un raggruppamento o le linee di tendenza del mondo dell'arte possano dire.

A distanza di decenni, ora che quelle storie d'insieme sono note e codificate, ora che semprepiù mostre internazionali vengono tributate ad alcune di esse, possiamo concederci di guardare agli aspetti più personali del loro lavoro. Ed è proprio in quella cifra individuale che sembra risuonare con più chiarezza un insoluto legame con la storia dell'arte, con i suoi antichi linguaggi, per ciascuno in modo diverso, ma con simile forza. Se si dovesse provare a spiegare in una frase cosa avvicina tra loro queste opere e i loro autori, là dove sembrano esprimere la loro voce più personale, si direbbe che hanno in comune un autentico desiderio dell'arte, un senso di appartenenza, la consapevolezza di tutto ciò che quella parola aveva significato sin lì e tutto ciò che ancora poteva rappresentare in virtù di quel passato.

Le opere in mostra provengono interamente dalle collezioni del museo. Il nucleo espositivo più rilevante è frutto delle numerose acquisizioni realizzate durante la direzione di Pier Giovanni Castagnoli, tra il 1998 e il 2008. Molte di queste opere sono state acquisite grazie al contributo della Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT, a cui si deve anche la recente acquisizione dei libri d'artista e delle due opere di Marco Bagnoli, Vedetta notturna, 1986 e Iris, 1987, avvenuta durante l'attuale direzione di Riccardo Passoni. Animale terribile di Mario Merz, del 1981, e Gli Attaccapanni (di Napoli) di Luciano Fabro, prime tra le opere acquisite dalla Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT dalla sua costituzione, fanno parte di un ristretto gruppo di lavori provenienti dalla Collezione Margherita Stein, acquistato per essere affidato alla comune cura della GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea e del Castello di Rivoli. (Comunicato stampa)




Opera di Dan Flavin Dan Flavin
termina il 28 giugno 2019
Galleria Cardi - Milano
www.cardigallery.com

Mostra personale del leggendario artista minimalista americano Dan Flavin (1933-1996). La mostra è organizzata in collaborazione con l'Estate di Dan Flavin ed è accompagnata da un catalogo illustrato che include un saggio dello stimato critico d'arte italiano Germano Celant. L'artista americano è riconosciuto a livello internazionale per le sue installazioni e opere scultoree realizzate esclusivamente con lampade fluorescenti disponibili in commercio. La mostra presenterà quattordici opere luminose dalla fine degli anni '60 agli anni '90 che mostrano l'evoluzione di oltre quattro decenni delle ricerche dell'artista sulle nozioni di colore, luce e spazio scultoreo. Nell'estate del 1961, mentre lavorava come guardia presso l'American Museum of Natural History di New York, Flavin iniziò a realizzare schizzi per sculture che incorporavano luci elettriche. Più tardi quell'anno, tradusse i suoi schizzi in assemblaggi, che chiamò "icone", che accostavano le luci a costruzioni di Masonite dipinte di un colore solo.

Nel 1963, rimosse completamente il supporto rettangolare e iniziò a lavorare con le sue lampade fluorescenti. Nel 1968, Flavin espanse le sue sculture ad ambienti grandi come una camera e riempì un'intera galleria di luce ultravioletta a Documenta 4, Kassel (1968). Flavin negava sempre con enfasi che le sue installazioni scultoree di luce avessero alcun tipo di dimensione trascendente, simbolica o sublime, affermando: "E' quello che è e non è nient'altro". Sosteneva che le sue opere fossero semplicemente luce fluorescente che rispondeva a uno specifico ambiente architettonico. Usando la luce come mezzo, Flavin è stato in grado di ridefinire il modo in cui percepiamo lo spazio pittorico e scultoreo.

Daniel Flavin (1933) ha studiato arte attraverso il Programma di estensione dell'Università del Maryland in Corea. Al suo ritorno a New York nel 1956, ha brevemente frequentato la Scuola di Belle Arti Hans Hofmann e ha studiato storia dell'arte presso la New School for Social Research. Nel 1959, ha frequentato corsi di disegno e pittura presso la Columbia University; quell'anno, iniziò a creare assemblaggi e collage oltre che dipinti che indicavano il suo primo interesse per l'espressionismo astratto. Nel 1961, ha presentato la sua prima mostra personale di collage e acquerelli alla Judson Gallery di New York. Dopo questa mostra l'artista inizia a produrre quello che diventerà un corpo di lavoro singolarmente coerente e prodigioso che ha utilizzato esclusivamente lampade fluorescenti disponibili in commercio per creare installazioni di luce e colore con composizioni sistematiche. Le principali retrospettive del lavoro di Flavin sono state organizzate dalla National Gallery of Canada di Ottawa (1969), St. Louis Art Museum (1973), Kunsthalle Basel (1975) e Museum of Contemporary Art di Los Angeles (1989). Ha anche eseguito molte commissioni per lavori pubblici. Sia il Deutsche Guggenheim di Berlino nel 1999 che la Dia Foundation for the Arts nel 2004 hanno montato importanti retrospettive postume del lavoro dell'artista. (Comunicato stampa)




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Fondazione Alberto Peruzzo
www.fondazionealbertoperuzzo.it

Video gallery online a cura di Valentina Tanni che trasforma il sito web della Fondazione in uno spazio espositivo temporaneo ospitando, a rotazione, lavori inediti commissionati per l'occasione ad artisti italiani e internazionali. I video, collocati in un'ampia area - la principale - dell'home page, accoglieranno il visitatore della pagina offrendo suggestioni in un luogo normalmente destinato alla veicolazione di semplici informazioni. Il sito web si trasforma così in una vera e propria architettura virtuale, incorniciando e accogliendo le sperimentazioni portate avanti dagli artisti nel settore dell'immagine in movimento. Con 'flicks' - letteralmente colpi, scatti, movimenti veloci - gli anglosassoni si riferiscono in maniera colloquiale al mondo del cinema e ai film. Nel progetto curato da Valentina Tanni per la Fondazione Alberto Peruzzo Flicks diventa una serie di opere d'arte in formato video da fruire online: sequenze brevi e intense, pensate per catturare l'attenzione di uno spettatore impegnato nella navigazione quotidiana attraverso un universo informativo magmatico e ipertrofico.

Il primo video, online dal 25 gennaio prossimo, è Everyday is my birthday commissionato all'artista giapponese Kensuke Koike. Il video - e in generale l'opera di Koike - sono coerenti con uno dei filoni di intervento della Fondazione stessa, essendo una riscoperta e una riformulazione, in chiave digitale e contemporanea, di qualcosa di tradizionale: la fotografia stampata. Attraverso l'arte moderna e contemporanea, la Fondazione infatti riscopre palazzi storici, come nel caso della mostra Guernica. Icona di Pace, reinterpreta come con alcune statue del Museo Pushkin di Mosca e la mostra di Fabrizio Plessi The Soul of Stone, e sta restaurando una chiesa dell'anno Mille che valorizzerà con l'arte contemporanea.

Kensuke Koike (Nagoya - Giappone, 1980), principalmente attraverso i mezzi del collage, del foto-collage, dell'installazione e della scultura, nella sua pratica artistica compie un'operazione di trasformazione degli oggetti e delle immagini capace di svelarne gli aspetti più inediti portando su di essi uno sguardo nuovo, facendo incontrare analogico e digitale. La sua ricerca si concentra sulle origini dell'immaginazione e sulle potenzialità della percezione umana. I suoi lavori sono stati esposti in gallerie e musei in tutto il mondo e può vantare diverse collaborazioni importanti. Tra le più recenti ricordiamo quella con la maison Gucci per la campagna di lancio della collezione autunno inverno 2018, e quella con l'artista e collezionista francese Thomas Sauvin, con cui Koike ha realizzato 3 libri d'artista. (Comunicato stampa)




Giorgio Vasari- Cristo Portacroce Vasari per Bindo Altoviti. Il Cristo portacroce
termina il 30 giugno 2019
Galleria Corsini - Roma
www.barberinicorsini.org

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano per la prima volta, nella sede di Galleria Corsini a Roma, un capolavoro recentemente riscoperto di Giorgio Vasari: il Cristo Portacroce, realizzato per il banchiere e collezionista Bindo Altoviti nel 1553. Il dipinto costituisce uno dei vertici della produzione dell'artista aretino e uno degli ultimi dipinti realizzati a Roma prima della sua partenza per Firenze. Il ritrovamento si deve a Carlo Falciani, esperto studioso di pittura vasariana, che lo ha riconosciuto nel quadro registrato da Vasari nel proprio libro delle Ricordanze, indicandone la data e il nome del prestigioso destinatario.

Il dipinto testimonia un momento assai importante dell'attività romana di Vasari, allora al servizio di papa Giulio III e della sua cerchia. Riportata nel suo contesto, l'opera si rivela un caso esemplare per capire le pratiche di lavoro di Giorgio Vasari e i caratteri peculiari della sua fortunatissima 'maniera'. In occasione della mostra è previsto un ciclo di conferenze sull'opera esposta e la figura dell'artista. Sarà inoltre pubblicato un catalogo (editore Officina Libraria) a cura di Barbara Agosti e Carlo Falciani. La mostra e il catalogo sono stati realizzati grazie alla collaborazione e al supporto della Benappi Fine Art. Il dipinto è stato restaurato presso lo studio "Daniele Rossi" di Firenze.

"Ricordo come a dì XX di maggio 1553 Messer Bindo Altoviti ebbe un quadro di braccia uno e mezzo drentovi una figura dal mezzo in su grande, un Cristo che portava la Croce che valeva scudi quindici d'oro". Con queste parole, il celebre pittore aretino Giorgio Vasari segnala nelle sue Ricordanze la realizzazione di un Cristo portacroce per l'importante banchiere fiorentino Bindo Altoviti. Il dipinto, passato nel Seicento nelle collezioni Savoia, era da tempo considerato perduto, finché non è stato identificato con questa tavola recentemente comparsa ad un'asta ad Hartford (Usa). Un recupero straordinario che, grazie alla generosità dei proprietari, è oggi possibile esporre per la prima volta al pubblico.

Bindo Altoviti (1491-1556) è il prototipo dell'uomo di corte rinascimentale, dedito alle arti non meno che agli affari. Stimato da Michelangelo, che gli regalò uno dei cartoni della volta della Sistina, venne ritratto da Raffaello, Benvenuto Cellini, Francesco Salviati e Jacopino del Conte. Il suo celebre palazzo romano presso ponte Sant'Angelo, nella roccaforte del commercio bancario dell'Urbe, era «riccamente ornato di anticaglie e altre belle cose», tra cui le decorazioni ad affresco eseguite da Giorgio Vasari. Fiero sostenitore della fazione antimedicea, venne condannato in contumacia da Cosimo I e morì a Roma nel 1556.

Tra gli artisti legati a Bindo Altoviti, un posto d'onore spetta certamente a Giorgio Vasari. Le fonti ricordano infatti numerose opere a lui commissionate, a partire dalla celebre pala dell'Immacolata Concezione della chiesa di Ognissanti a Firenze (1540-1541) fino a questo straordinario Cristo portacroce del 1553. In quell'anno Vasari era a Roma ospite proprio del «cordialissimo messer Bindo», nella cui residenza romana affrescò anche la loggia con il Trionfo di Cerere, unica decorazione sopravvissuta alla distruzione del palazzo nel 1888 e dal 1929 ricollocata nel Museo di Palazzo Venezia. Si tratta delle ultime opere realizzate dal pittore a Roma, prima di tornare a Firenze per entrare al servizio dell'acerrimo nemico di Bindo Altoviti, Cosimo I de' Medici. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova
inaugurazione il 26 gennaio 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

A cura di Arianna Sartori, presso la sua Galleria, viene istituito il nuovo spazio espositivo culturale, denominato "Parete Sartori", si tratta di uno spazio che verrà utilizzato prevalentemente per promuovere la conoscenza dell'arte grafica, con esposizione di opere d'arte antica, moderna e contemporanea. Il primo appuntamento è con la presentazione di una rarissima stampa di interesse "Mantovano-Virgiliano". Si tratta di un'incisione titolata "Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova", che rappresenta il progetto inventato da Paolo Pozzo, disegnato da Luigi Zanni, e inciso da Francesco Rosaspina. La stampa realizzata durante la dominazione francese può essere datata intorno al 1801 c.

Il foglio che misura nella parte incisa, mm.410x650, porta sulla carta, a sinistra la legenda degli undici luoghi rappresentati: 1 - Monumento eretto in memoria del luogo Natale di Virgilio. 2 - Vestibolo d'ingresso. 3 - Sepolcro di Didone. 4 - Capanne pastorali. 5 - Sepolcro di Ocno Bianore. 6 - Tempio di Apollo. 7 - Antro della Sibilla Cumana. 8 - Ruine di Troja. 9 - Aspetto di Mantova in lontananza. 10 - Passo di Caronte. 11 - Campi Elisi. Sulla carta, a destra i due tipi di misure utilizzate per la pianta. (Comunicato stampa)




Ottocento. L'arte dell'Italia tra Hayez e Segantini
termina il 16 giugno 2019
Musei San Domenico - Forlì

"Una mostra - evidenzia il coordinatore, Gianfranco Brunelli - che vuole mettere un punto fermo sull'Ottocento italiano, dopo le centinaia di retrospettive che hanno indagato questo o quell'autore, questo o quell'aspetto, declinazione o sfaccettatura di quell'importante secolo". Più puntualmente, la scelta curatoriale (Fernando Mazzocca e Francesco Leone) ha voluto focalizzarsi sui sessant'anni fatidici che intecorrono tra l'Unità d'Italia e lo scoppio della Grande Guerra. "Si passa - dicono i curatori - dall'ultima fase del Romanticismo e del Purismo al Realismo, dall'Eclettismo storicista al Simbolismo, dal Neorinascimento al Divisionismo presentando i capolavori, molti dei quali ancora da riscoprire, dei protagonisti di quei tormentati decenni". "Attraverso un immersivo viaggio nel tempo e nello spazio, ci vengono incontro capolavori di pittura e di scultura che segnano aspetti culturali e sociali nuovissimi, di impatto popolare e dal significato universale. La varietà dei linguaggi con cui sono stati rappresentati consentono di ripercorrere le sperimentazioni stilistiche che hanno caratterizzato il corso dell'arte italiana nella seconda metà dell'Ottocento e alle soglie del nuovo secolo, in una coinvolgente dialettica tra la tradizione e la modernità".

La mostra presenta, nella loro più importante produzione, pittori come Hayez, Induno, Molmenti, Pagliano, Faruffini, Cremona, Barabino, Bertini, Malatesta, Mussini, Maccari, Muzioli, Gamba, Gastaldi, Fontanesi, Grosso, Morelli, Costa, Fattori, Ussi, Signorini, Ciseri, Corcos, Michetti, Lojacono, Delleani, Mancini, Favretto, Michetti, Nono, Previati, Carcano, Longoni, Morbelli, Nomellini, Tito, Sartorio, Coleman, Cellini, Bargellini, De Carolis, De Nittis, Pellizza da Volpedo, Segantini, Boccioni, Balla; e scultori come Vela, Cecioni, Monteverde, Rosa, Tabacchi, Grandi, Gemito, Rutelli, Ximenes, Trentacoste, Canonica, Bistolfi. Ma sarà anche la straordinaria occasione di far conoscere tanti altri artisti sorprendenti, oggi ingiustamente dimenticati.

"I due fuochi, iniziale e finale, Hayez e Segantini, tracciano certamente un confine simbolico, ribadisce Brunelli. Ma quel confine dice ad un tempo tutto il recupero della classicità e tutto il rinnovamento di un secolo. All'inizio e alla fine del secolo, entrambi sono pittori del rinnovamento dell'arte italiana. Se Hayez viene consacrato da Mazzini pittore della nazione, Segantini avrà da D'Annunzio, nella sua Ode in morte del pittore, analogo, alto riconoscimento". (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Alberto Savinio - Tombeau d'un roi maure - 1929, olio su tela De Chirico e Savinio: Una mitologia moderna
termina il 30 giugno 2019
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

I due fratelli hanno ripensato il mito, l'antico, la tradizione classica attraverso la modernità dell'avanguardia e della citazione, traslandoli e reinterpretandoli per tentare di rispondere ai grandi enigmi dell'uomo contemporaneo, dando vita a quella che Breton definì una vera e propria mitologia moderna. La mostra - allestita alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo presso Parma - presenta oltre centotrenta opere tra celebri dipinti e sorprendenti lavori grafici, in un percorso espositivo che, dalla nascita dell'avventura metafisica, si focalizza su un moderno ripensamento della mitologia e giunge alla ricchissima produzione per il teatro, documentata anche da preziosi costumi per l'opera lirica.

«Sono l'uno la spiegazione dell'altro» scriveva Jean Cocteau dei due fratelli de Chirico. Vicinissimi nei primi passi delle rispettive carriere, de Chirico e Savinio lavorano a stretto contatto nei primi anni parigini. André Breton definiva il loro lavoro "indissociabile nello spirito": le visioni concepite da Giorgio in quegli anni, trovano un corrispettivo letterario nella poetica del fratello; nonostante il merito sia stato storicamente attribuito al genio di de Chirico, ad oggi è ormai riconosciuto il ruolo rivestito da Savinio nell'elaborazione dell'estetica metafisica. L'esposizione - curata da Alice Ensabella, Università di Grenoble, e da Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca - si propone di ricostruire criticamente le fonti comuni dei fratelli de Chirico al fine di metterne in evidenza affinità, contrasti e interpretazioni del fantastico universo che prende forma nelle loro traduzioni pittoriche, letterarie e teatrali.

Giorgio (1888-1978) e Andrea (1891-1952) de Chirico nascono in Grecia. Figli di un milieu alto borghese e cosmopolita, ricevettero un'educazione solida ed internazionale, influenzata dal romanticismo e dal nichilismo tedeschi, dall'avanguardia parigina, dalla cultura classica mediterranea, greca certamente, ma anche profondamente italiana. Questo particolarissimo imprinting filosofico, artistico e letterario, che forgia le menti dei fratelli de Chirico nei loro anni di formazione e primi anni di attività, darà come risultato uno dei momenti più originali e più alti della cultura figurativa italiana del Novecento.

Nonostante il comune percorso intellettuale, de Chirico e Savinio dimostrarono fin da giovani caratteri e approcci diversi alla pratica artistica. Savinio, figura poliedrica, nasce come musicista e compositore, diviene in seguito scrittore e approda alla pittura solo all'età di trentacinque anni. De Chirico, dalla personalità più decisa e granitica, individua la sua strada nella pittura. Se le opere di entrambi sono caratterizzate da temi di interesse comune come il viaggio, il mistero del distacco, la struggente commozione del ritorno, gli interrogativi sulla condizione umana, il richiamo al mito, all'antico, le interpretazioni che i due fratelli ne forniscono non sono le stesse, approdando spesso a risultati stilisticamente e iconograficamente distanti. Più freddo, mentale e concettuale, de Chirico, anche dopo la grande stagione metafisica non rinuncerà a rappresentazioni ancora impregnate di enigmi, che caratterizzeranno i suoi paesaggi che richiamano ai miti dell'antichità, cavalli fra le rovine della civiltà greca, gladiatori in procinto di vivere o morire, autoritratti e ridondanti nature morte.

Gioco e ironia sono invece i cardini intorno ai quali ruota l'estetica di Alberto Savinio. A differenza del fratello, infatti, Savinio dimostra un'innata capacità di immettere nei profondi silenzi metafisici la sapiente leggerezza dell'ironia, che si dispiega attraverso una visionarietà fantastica. Nelle sue opere oggetti inanimati ed esseri animati si uniscono in un'unica rappresentazione colorata e vivace, nella quale forme umane e animali si confondono e si decontestualizzano, inserite all'interno di prospettive impossibili e di un'atmosfera improbabile quanto ludica. I contributi in catalogo si concentrano sull'approccio dei fratelli alle loro fonti (Nicol Mocchi), oltre ai rispettivi percorsi nelle varie discipline artistiche in cui si sono confrontati: la pittura (Alice Ensabella), ovviamente, ma anche il libro d'artista e il teatro (Mauro Carrera). Essendo i motivi di ispirazione della costruzione della suddetta mitologia moderna al centro di questo progetto, due contributi in catalogo si focalizzano su aspetti più specifici dell'iconografia saviniana (Gerd Roos) e dechirichiana (Daniela Ferrari). (Comunicato Studio Esseci)




Dipingere gli affetti
La pittura sacra a Ferrara tra il Cinque e il Settecento


termina il 26 dicembre 2019
Castello Estense - Ferrara
www.castelloestense.it

Torna al Castello Estense di Ferrara "L'arte per l'arte", il progetto del Comune di Ferrara, promosso in collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico della città reso inaccessibile dopo il sisma del 2012. Dopo le opere di De Pisis, Boldini, Previati e Mentessi delle Gallerie d'Arte Moderna, protagoniste delle prime due esposizioni del progetto l'Arte per l'Arte, l'attenzione si sposta ora verso il periodo dal Cinque al Settecento. Le sale riccamente affrescate dell'ala sud e dei Camerini del Castello ospiteranno infatti la quadreria di proprietà dell'Asp, Centro Servizi alla Persona di Ferrara, Masi Torello e Voghiera, depositata presso i Musei di Arte Antica. Si tratta di un vero e proprio capitale artistico, pressoché sconosciuto eppure di grande rilevanza storica, che l'esposizione al Castello mira a restituire al grande pubblico. L'esperienza di visita assumerà i contorni di un viaggio nel tempo affascinante e sorprendente che spazierà dal tramonto del dominio Estense fino al secolo dei Lumi.

Le tappe di questo itinerario ci condurranno al cospetto dei due importanti protagonisti della rivoluzione naturalistica di inizio Seicento: Ippolito Scarsella detto Scarsellino e Carlo Bononi. La soave magnificenza del primo e la dolente bellezza del secondo, caratterizzano la Ferrara di quegli anni facendone uno dei più intriganti centri artistici dell'epoca. Contestualmente, faremo la conoscenza di personalità cronologicamente precedenti e parallele come, ad esempio, Giuseppe Mazzuoli detto il Bastarolo, il cui il manierismo castigato è fondamentale nella seconda metà del Cinquecento, Gaspare Venturini, pittore molto attivo per i duchi e per committenti religiosi, e l'enigmatico Giuseppe Caletti, curiosa figura di artista maledetto operante nella prima metà del Seicento. La seconda metà del XVII secolo è caratterizzata dal mitigato universo figurativo di Giuseppe Avanzi, pittore di mediazione che schiuderà il sipario al Settecento dove si imporranno le singolari personalità di Giacomo Parolini e Giuseppe Zola.

Ma perché Dipingere gli affetti? Per una doppia evocazione simbolica. La prima riguarda il linguaggio: le opere che verranno esposte in Castello si muovono nel solco degli orientamenti successivi al Concilio di Trento che delegavano all'arte il basilare compito di mediare tra il fedele e la religione, tra il visibile e l'invisibile, attraverso forme naturalistiche, emotive e familiari, nelle quali l'uomo del Sei e Settecento si potesse riconoscere. La seconda attiene alla vocazione umanitaria che animava i luoghi da cui esse erano originariamente collocate. Non delle chiese qualsiasi, ma gli altari, le cappelle e gli ambienti di istituti religiosi che ponevano al centro del loro operare l'aiuto verso gli altri, fossero essi orfani, indigenti, bisognosi o donne in difficoltà. Un insieme di esperienze animato da figure di primo piano della corte Estense - da Alfonso II a Barbara d'Austria, fino a Margherita Gonzaga - ma anche di una fetta consistente della nobiltà e della borghesia cittadina, impegnata nell'attività di carità e solidarietà.

Ed è così che protagonista di questa mostra sarà anche la città di Ferrara, nel tentativo di ricomporre il tessuto connettivo di un'«araldica della beneficenza» (per usare una felice definizione di Andrea Emiliani) che costituì la manifestazione più tangibile di quella pietas sei e settecentesca animata da empatica affettività e impegno sociale. Un attivismo che portò ad ornare alcuni dei luoghi sacri più rappresentativi, oggi quasi tutti scomparsi o mutati per fattezze o destinazioni d'uso, come i conservatori femminili di Santa Barbara e di Santa Margherita, o l'Opera Pia della Povertà Generale. Un vero e proprio viaggio nel tempo, insomma, alla ricerca delle radici moderne di Ferrara. (...) (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Marina Previtali - Ponte sul Naviglio Ticinese - Milano, olio su tela 2017 cm.210x141 Marina Previtali - Velasca, Via Larga - olio su tela cm.172x143 2017 Marina Previtali - Velasca da P.za Missori - olio su tela cm.163x125 2018 Marina Previtali - Dialoghi di Milano
15 novembre 2018 - 18 aprile 2019
Galleria Previtali - Milano
Calendario degli eventi 2018-19 nel sito della Galleria

Marina Previtali lavora da anni, con ossessione dolce, intorno al tema della visione urbana come dimensione paesistica introiettata ormai nella nostra coscienza di moderni: che è tuttavia, anche, interrogazione tutt'altro che ovvia sulla pittura e la sua necessità in un tempo in cui l'idea di città è stata campo radiante di pensiero e visione (dalla "città aggressiva" di Arnold Toynbee alla "lussuria geometrica" di De Chirico, giusto per citare) di cui s'è fatta infine interprete primaria la fotografia, capace di cogliere e riscrivere "eleganza, squallore, curiosità, monumenti, facce tristi, facce trionfanti, potenza, ironia, forza, decadimento, passato, presente, futuro di una città", come voleva Berenice Abbott. Previtali ha scelto un approccio diversamente centrato, che scruta il suo autobiograficissimo sentirsi abitante della città in quanto membro della civitas, la comunità consapevole di se stessa, e insieme come individualità continuamente straniata, in una complessa trama sentimentale sempre in bilico tra intendimento di Milano come luogo dell'anima e sospetto che i suoi luoghi altro non siano che sceneries, scenografie di solitudine irrevocabile.

L'artista si ritrova nel dipingerla, Milano, affidando alle materie aspre, alle pennellate materiate, ai soprassalti energetici del gesto, lo stream affettivo e di pensieri che la anima. Che sia un "a tu per tu" è detto dalla totale assenza della presenza umana. Certo, è una tradizione ormai di genere, l'evidenza snudata dei luoghi, almeno da Charles Sheeler in poi: ma qui non è in gioco la fascinazione dell'architettonico, la condizione ammirata dell'artificio del costruire, bensì l'anima dei luoghi, un vedere, un esserci che si vorrebbe partecipe ma che si ritrova come distanziato irrevocabilmente, come una presenza còlta e subito perduta. Solo la pittura può rendere questa condizione, il cui paradigma mimetico, pur mantenendosi saldo, si carica di brividi emotivi, d'una concentrazione meditativa profonda e continua: si chiede più come guardare che cosa. Questo è il fascino sottile dei dipinti di Previtali, la loro vera raison d'être. (Marina Previtali. Urban sceneries, di Flaminio Gualdoni)

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Uno degli aspetti più belli e singolari di questa città, Milano, per come la vede Marina Previtali nella sua vivace ricostruzione, insieme fedelissima e quanto mai libera, è nelle molteplici increspature che presenta, vale a dire nel gioco dinamico dei suoi contorni. Contorni che non sono lisci, lineari, ma sempre in rilievo materico, come in una sorta di vitale non finito, che esprime - io credo per necessità immediata e quasi senza intenzione - l'originale interpretazione dell'artista. E dunque il suo modo di sentire e raccontarci quel paesaggio, nel suo interno mutare, o nel suo spalmarsi nella mente, in modo quasi onirico, e non di meno esatto, nella molteplicità cangiante delle sue parvenze. Certo, possiamo osservare in queste opere, la strenua attività di incessanti lavori in corso, dove la fantasmagoria di colori si impone nel dettaglio, si fa sentire nelle superfici minime come in più ampie distese, fino alle indicazioni, ai segnali stradali, a quelle imponenti masse materiche dove non si ravvisa traccia di essere umano.

E questo è un preciso carattere del lavoro di Marina, che a mio avviso non vuole rendere disumano il paesaggio, ma vuole proporlo nella sobrietà antiretorica di un carattere locale, dove il soggetto è tanto più autentico e sano quanto meno subisce il banale desiderio di mettersi in mostra, lasciando invece il meglio di sé nel corpo di un ambiente che ne rivela l'operosità, il lavoro, la nobiltà dell'umana fatica. Una fatica che si intuisce bene, per esempio, nella verticalità protesa in uno sforzo costante, una tensione attivissima, della quale, in fondo, è difficile cogliere il senso. O, paradossalmente, è forse più agevole e naturale considerarlo inesistente, in un mare di forme dove talvolta qualcosa sembra volersi ergere immotivata e vistosa.

La bravura dell'artista è anche nella sua onesta volontà di modificare il paesaggio pur conservandone i tratti di evidente riconoscibilità in molti elementi anche notissimi, dove il nuovo, il vecchio e l'antico coesistono, come se il tempo avesse ormai tutto assorbito in sé, come se l'insieme delle vedute ci provenisse da un futuro che non conosciamo, che possiamo solo immaginare o inventare, ma che può conservare, pur con qualche traccia di interna decomposizione, ciò che la storia ha giustapposto e forse appiattito nel pensiero umano. O viceversa colorizzato con violenza attraverso i meccanismi aperti del sogno e della fantasia. E magari sotto un cielo irreale e irrealistico, un cielo giallo eppure senza sole, dove la torre svetta, bellissima e insensata, e dove le mille finestre appaiono come loculi o geometrici depositi, disordinatamente uguali e ancora senza presenza neppure infima di figure umane. Insomma, Marina Previtali ci offre un suo modo acuto e sensibile di vedere la nostra città, un modo che ci aiuta a capirla meglio e di cui dovremo tenere conto con riconoscenza e affetto. (Maurizio Cucchi)




Metlicovitz
L'arte del desiderio. Manifesti di un pioniere della pubblicità


.. 16 dicembre 2018 - 17 marzo 2019
Civico Museo Revoltella | Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl" - Trieste

.. 06 aprile - 18 agosto 2019
Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso

Centocinquanta anni fa nasceva a Trieste Leopoldo Metlicovitz, uno dei maestri assoluti del cartellonismo italiano. E' lui l'autore di decine di manifesti memorabili, dedicati a prodotti commerciali e industriali, ma anche a grandi eventi, a famose opere liriche (Madama Butterfly, Manon Lescaut, Turandot) e a film dell'epoca del muto (primo fra tutti "Cabiria", storico precursore del kolossal). Assieme ad artisti quali Hohenstein, Laskoff, Terzi e al più giovane concittadino Marcello Dudovich, Metlicovitz (che di quest'ultimo fu il "maestro") operò per decenni alle Officine Grafiche Ricordi di Milano, dopo un avvio come pittore paesaggista nella città natale e un apprendistato come litografo (professione ereditata dal padre) in uno stabilimento grafico di Udine.

Fu proprio grazie all'intuito di Giulio Ricordi, che Metlicovitz poté esplicare, dagli ultimi anni dell'Ottocento, tutte le proprie potenzialità espressive, non solo come grande esperto dell'arte cromolitografica, ma pure come disegnatore e inventore di quegli "avvisi figurati" (così chiamati allora) che, affissi a muri e palizzate, mutarono il volto delle città con il loro vivace cromatismo, segnando anche in Italia la nascita di quell'arte della pubblicità sintonizzata su quanto il "modernismo" internazionale andava proponendo nelle arti applicate sotto i vari nomi di Jugendstil, Modern Style, Art Nouveau, Liberty. A lui la città di Trieste dedica la prima grande retrospettiva monografica. Nella grande monografica rivive l'intero arco della produzione dell'artista. Le opere esposte, 73 manifesti (alcuni di dimensioni "giganti"), tre dipinti e una ricca selezione di cartoline, copertine di riviste, spartiti musicali ecc., saranno organizzate in otto sezioni espositive, sette delle quali ospitate presso il Civico Museo Revoltella e una - la sezione dedicata ai manifesti teatrali per opere e operette - nella Sala Attilio Selva al pianterreno di Palazzo Gopcevich, sede del Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl".

Le opere provengono per la gran parte dal Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso (68 manifesti), oltre che dalle collezioni civiche (Civico Museo Revoltella e Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl") e da raccolte private. A questo eccellente artista, caratterialmente schivo ed estraneo ad ogni mondanità, alle prove - affascinanti per verve ed eleganza stilistica - da lui devolute sia a realtà commerciali come i popolari Grandi Magazzini napoletani dei Fratelli Mele sia all'universo musicale e teatrale, spiritualmente a lui congeniale (conoscente di Verdi, fu amico soprattutto di Puccini), è dedicata questa mostra che si propone di rappresentare il "tutto Metlicovitz", straordinario cartellonista, certo, ma anche eccellente pittore ed efficace grafico e illustratore". La mostra è corredata da un catalogo Lineadacqua Edizioni. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Charles Dauphin - Ritratto equestre di Cristina di Francia in veste di Minerva - olio su tela, 1663 circa Giovanni Luigi Buffi (attribuito a) - Ritratto di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours a cavallo - olio su tela, 1670 circa Madame reali: cultura e potere da Parigi a Torino
Cristina di Francia e Giovanna Battista di Savoia Nemours (1619-1724)


termina lo 06 maggio 2019
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Il percorso espositivo documenta la vita e le azioni di due donne che impressero un forte sviluppo alla società e alla cultura artistica nello stato sabaudo tra il 1600 e il 1700: Cristina di Francia (Parigi 1606 - Torino 1663) e Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours (Parigi 1644 - Torino 1724). Due figure emblematiche della storia europea, che esercitarono il loro potere declinato al femminile per affermare e difendere il proprio ruolo e l'autonomia del loro Stato. Le azioni politiche e le committenze artistiche delle Madame Reali testimoniano la ferma volontà di fare di Torino una città di livello internazionale, in grado di dialogare alla pari con Madrid, Parigi e Vienna.

Con oltre 120 opere, tra dipinti, oggetti d'arte, arredi, tessuti, gioielli, oreficerie, ceramiche, disegni e incisioni, la mostra ripercorre cronologicamente la biografia delle due Madame Reali e racconta le parentele che le collegano alle maggiori case regnanti europee, le loro azioni politiche e culturali, le scelte artistiche per le loro residenze, le feste sontuose, la moda e la devozione religiosa. Le opere esposte provengono da prestiti di collezionisti privati e di importanti musei italiani e stranieri. L'allestimento, progettato dall'architetto Loredana Iacopino, sviluppa un itinerario attraverso la vita di corte in epoca barocca, negli stessi ambienti in cui vissero le due dame, documentate non solo nella loro immagine politica, ma anche in quella più intima e femminile. Cristina di Francia, le feste, i luoghi delle delizie, la difesa del potere.

Cristina, o più esattamente Chrestienne de France, figlia del re di Francia Enrico IV di Borbone e di Maria de' Medici, giunge da Parigi a Torino nel 1619 e sposa di Vittorio Amedeo I di Savoia. La introduce in mostra una splendida serie di ritratti che costituiscono il suo album di famiglia: i genitori, sovrani di Francia; il fratello Luigi XIII, salito al trono nel 1610 in seguito all'assassinio del padre, e la sorella Enrichetta Maria, regina d'Inghilterra sposa di Carlo I Stuart. Il matrimonio rinsalda l'alleanza tra il Piemonte e la Francia, rafforzando la posizione dei Savoia tra le Case reali d'Europa. Amante delle feste, Cristina conserva la tradizione spagnola dello zapato, celebrato nel giorno di San Nicola con lo scambio di ricchi regali, e inaugura a Torino la stagione dei balletti di corte su esempio di Parigi.

Autore di molti testi e coreografie è il conte Filippo d'Aglié, presente in mostra in un bel ritratto inedito, cortigiano raffinato, suo amante e suo fedele consigliere. Cristina fa ampliare e arredare due residenze extra-urbane: il grandioso castello del Valentino, sul Po, e la Vigna in collina (ora nota come Villa Abegg). Accanto ai putti giocosi di Isidoro Bianchi, ai motti, agli emblemi eloquenti, tema onnipresente è la natura: dipinti di fiori e di animali, parati in cuoio, fiori ricamati e nature morte. Rimasta vedova nel 1637, Cristina assume la reggenza per il figlio minorenne Carlo Emanuele e si scontra con i Principi suoi cognati, Maurizio e Tommaso di Savoia-Carignano, sostenitori degli Spagnoli. La guerra civile si protrae fino al 1642, quando l'accordo fra la duchessa e i cognati è concluso col matrimonio della figlia Ludovica con lo zio, il Cardinal Maurizio. Cristina riesce a mantenere l'indipendenza del Ducato e del proprio potere, che cede formalmente al figlio nel 1648. Di fatto, però, continua a governare fino alla morte nel 1663.

- Maria Giovanna Battista, donna di pace, di carità, di grandi committenze.

Nipote di Enrico IV di Francia, Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, dama di corte della regina di Francia, lascia nel 1665 la reggia di Luigi XIV, il Re Sole, per diventare duchessa di Savoia. Vedova dal 1675, Maria Giovanna Battista regge il ducato fino al 1684, quando il figlio Vittorio Amedeo II assume d'autorità il potere. Nel periodo in cui governa si trova a fronteggiare la povertà causata in Piemonte dalle grandi carestie degli anni 1677-1680 e, per aiutare i più bisognosi, istituisce un Monte di prestito e fonda anche l'ospedale di San Giovanni Battista nell'area di espansione orientale della città. Sviluppa nel contempo sogni ambiziosi con la speranza di vedere il figlio occupare il trono del Portogallo e promuove la nascita dell'Accademia di Belle Arti di Torino. Per la sua residenza, Palazzo Madama, Maria Giovanna Battista nel 1718 invita l'architetto messinese Filippo Juvarra a realizzare il grandioso scalone d'onore di Palazzo Madama, capolavoro assoluto del Barocco europeo.

- La vita a palazzo: regole, piaceri, devozione.

La quotidianità della vita di palazzo è ben presente in mostra con dipinti e oggetti: le conversazioni tra le dame, la tavola, il momento della toeletta con i piccoli oggetti preziosi. La vita a corte è retta da precisi cerimoniali e si svolge in ambienti che rispecchiano il gusto delle duchesse: mobili di gusto francese, come il tavolino in tartaruga e metallo pregiato del famoso ebanista Pierre Gole (Bergen, 1620 - Parigi, 1684), i piani di tavolo in stucco dipinto, i parati in "corame d'Olanda", gli orologi. Nel corso dei decenni, a Torino come in Europa, cresce sempre più l'attrazione per l'Oriente con gli arredi "alla China", le porcellane e i prodotti delle colonie: il thè, il caffè, il cioccolato. Nella vita delle Madame Reali la devozione religiosa ha una parte importante. Cristina promuove l'arrivo degli Ordini Carmelitani a Torino e Maria Giovanna Battista mantiene un proprio appartamento nel monastero delle Carmelitane. Le icone sacre e i libri di preghiera sono sempre fedeli compagni della brillante vita di corte.

- La moda e l'immagine del potere.

Cristina afferma la moda del vestire alla francese, una scelta "politica" che si sostituisce al vestire alla spagnola degli anni di Carlo Emanuele I e di Caterina d'Austria. Mutano le silhouettes, la scelta dei tessuti e dei gioielli, con i diamanti e le perle come protagonisti, guidate dalle istruzioni dei ministri a Parigi. Di là vengono i guanti profumati e gli abiti ricamati dei duchi, che si portano con pizzi d'argento e d'oro, di Venezia e di Fiandra, sposando appieno la dilagante passione per il merletto. Come reggenti, Cristina e Maria Giovanna Battista sono ritratte in lutto, sviluppando un'immagine che dà sostegno alla loro autorità e al loro potere. (Comunicato stampa)




Ritratto di Giacomo Leopardi Recanati dà il via al progetto "Infinito Leopardi"
www.infinitorecanati.it

Un flusso continuo di eventi ed appuntamenti imperdibili e l'esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels del manoscritto vissano de L'Infinito a 200 anni dalla sua composizione. Così Recanati si prepara a celebrare il bicentenario dalla stesura di uno dei più celebri componimenti della storia della poesia firmato da Giacomo Leopardi. "Infinito Leopardi" è un progetto promosso dal Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario de L'Infinito di Giacomo Leopardi, istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Mibac), con la partecipazione di Regione Marche, Comune di Recanati, Centro Nazionale Studi Leopardiani, Casa Leopardi, Centro Mondiale della Poesia e della Cultura e Università degli Studi di Macerata. La programmazione rientra nel Piano unitario della cultura messo in campo dalla Regione Marche per valorizzare al meglio il patrimonio culturale locale, che individua nel 2019 l'anno di Giacomo Leopardi sostenendo gli eventi ad esso collegati.

Si tratta di un progetto complesso sia per le diverse tematiche trattate sia per la durata temporale, un fatto straordinariamente unico intorno a cui realizzare un evento lungo un anno che tra mostre, spettacoli, conferenze, pubblicazioni, possa sollecitare la necessità di tornare a pensare all'infinito e alle infinite espressioni dell'uomo nella natura, tema portante e modernissimo del pensiero leopardiano. L'arco temporale dell'intero anno dedicato all'Infinito sarà scandito in due momenti principali, corrispondenti alla realizzazione di mostre di diversa natura prodotte da Sistema Museo, la società che gestisce i musei civici recanatesi. La prima parte delle celebrazioni, dal 21 dicembre 2018 fino al 19 maggio 2019, vedrà la realizzazione di due sezioni espositive.

La prima, a cura di Laura Melosi, direttrice della Cattedra Leopardiana presso l'Università degli Studi di Macerata, dal titolo "Infinità / Immensità. Il manoscritto", vedrà la riscoperta del patrimonio leopardiano dei manoscritti di proprietà del Comune di Visso, attraverso la rilettura attenta di essi e la loro esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels insieme all'autografo de L'Infinito, cuore simbolico del progetto. Strumenti multimediali ne accompagnano la visione, la comprensione e consentono l'approfondimento della storia che lo ha condotto fino a noi. Un'operazione che permetterà di mettere a punto un modello espositivo a rotazione nelle sale del museo civico del corpus leopardiano di documenti, manoscritti e cimeli del poeta, appartenenti alla collezione del Comune di Recanati. Un percorso intrapreso nel dicembre 2017 attraverso un viaggio nelle sale di Villa Colloredo Mels alla riscoperta del patrimonio leopardiano che torna definitivamente, dopo molti anni, a disposizione di tutta la cittadinanza, dei turisti e degli studiosi.

Con "Mario Giacomelli. Giacomo Leopardi, L'Infinito, A Silvia", a cura di Alessandro Giampaoli e Marco Andreani, si porta in mostra la sequenza fotografica al centro di uno dei capitoli più affascinanti e meno indagati della storia della fotografia italiana del dopoguerra e dei rapporti tra letteratura e fotografia. Saranno esposte A Silvia, il celebre foto-racconto ispirato all'omonima lirica di Leopardi, nella sua versione originale del '64, di cui fino ad oggi si erano perse le tracce e in quella del 1988, insieme con la serie de L'Infinito per dare modo al pubblico di fare un confronto e avere uno spaccato della straordinaria evoluzione stilistica di Giacomelli nel corso degli anni.

Le celebrazioni continuano dal 30 giugno al 3 novembre 2019 (inaugurazione prevista il 29 giugno, giorno in cui cade il compleanno del poeta recanatese), con due mostre che ruotano intorno all'espressione dell'infinito nell'arte, "Infiniti" a cura di Emanuela Angiuli e "Finito, Non Finito, Infinito" a cura di Marcello Smarrelli, per un percorso sensazionale dall'epoca romantica a oggi. Scandite attraverso l'allestimento delle mostre in programma, le celebrazioni saranno accompagnate da eventi collaterali curati da massimi esperti del panorama culturale italiano e internazionale con un'attenzione particolare per le nuove generazioni. (Comunicato Ufficio stampa Sistema Museo)




Giorgio Griffa: "Ordine e disordine"
inaugurazione 10 dicembre 2018
Condominio-museo viadellafucina16 - Torino
www.condominiomuseo.it

L'opera che Giorgio Griffa, artista torinese di fama internazionale, ha donato a viadellafucina16, un omaggio ad Alighiero Boetti, rappresenta il culmine del processo di trasformazione avvenuto finora in questo stabile dove - per iniziativa di KaninchenHaus, di un gruppo di condomini e da un'idea dell'artista Brice Coniglio - ha preso nel 2016 vita il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Una sequenza di 73 pezzi unici di ceramica invetriata (materiale con cui per la prima volta si confronta l'autore) appese alle volte dell'atrio, rappresenta il precario equilibrio tra caos e volontà e sembra commentare il tentativo di trasformazione in corso in questo spazio, dove l'arte diventa motore di un processo di rigenerazione collettiva. L'opera è progettata nell'ambito del programma internazionale "Nuovi Committenti" con il sostegno di Fondation de France e di Regione Piemonte.

L'inaugurazione vuole essere occasione per festeggiare i risultati di questi due anni di lavoro, durante i quali viadellafucina16 ha ospitato 12 artisti in residenza, 18 eventi pubblici, importanti festival cittadini e gli interventi di grandi maestri come Griffa e Pistoletto. Alla serata sarà presente François Hers l'artista che ha inventato Nuovi Committenti. Nell'ambito del programma OPEN LAB di Compagnia di San Paolo, KaninchenHaus avvia ora una nuova fase del progetto tesa a trasformare il Condominio-Museo in un format aperto, per permettere ad altri stabili di replicare l'esperimento. (Comunicato stampa)

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After the preview during Turin Art Week, Kaninchen-Haus and a.titolo are pleased to invite you Monday, December 10th at 6pm in Via La Salle 16 Turin, to the opening of the foyer of Viadellafucina16 Condominium-Museum and the work by Giorgio Griffa "Ordine e Disordine", produced thanks to the support of the Fondation de France and the contribution of the Regione Piemonte as part of the New Patrons programme. The internationally renowned Turin artist Giorgio Griffa donated to viadellafucina16 an homage to Alighiero Boetti. The artwork is the peak of a process of shared transformation, initiated by the artist Brice Coniglio together with the KaninchenHaus association and a group of co-owners, which, in 2016, breathed life into the unprecedented formula of the Condominium-Museum.

A sequence of 73 unique pieces of enamelled pottery (material which the author deals with for the first time) hanging from the majestic atrium, represents the precarious balance between chaos and will and it seems to comment on the ongoing transformation of the space, where art becomes the engine of a process of collective regeneration. The opening on December 10th wants to be the opportunity to celebrate the results of these two years of work, during which viadellafucina16 hosted 12 artists in residence, 18 public events, important city festivals and the works of great masters such as Giorgio Griffa and Michelangelo Pistoletto. François Hers, the artist creator of New Patrons programme, will be present. Furthermore, we are pleased to announce that, in the framework of OPEN LAB programme by Compagnia di San Paolo, KaninchenHaus will now launch a new phase of the project aiming to transform the condominium-museum in an open format in order to allow other building internationally to replicate the experiment. (Press release)




Aztechi, Maya, Inca e le culture dell'antica America
termina il 28 aprile 2019
MIC Museo Internazionale delle Ceramiche - Faenza

Uno dei più curiosi spunti di approfondimento della esposizione riguarda l'invenzione del gioco con la palla, che può essere considerato progenitore del nostro calcio e di tutti gli sport in cui si usa una palla che rimbalza. Infatti negli altri giochi dell'antichità e degli altri continenti che potrebbero rivendicare un legame analogo si usavano palle che non rimbalzavano. Lo illustra, nel catalogo edito da Silvana che accompagna la mostra, Antonio Aimi. "Il gioco della palla - scrive Aimi - era presente in molte culture dell'antica America, dalla Mesoamerica alle Ande Meridionali, dall'Area Intermedia all'Amazzonia, ma non nell'Area Peruviana. Quello praticato nella Mesoamerica può essere considerato il gioco a squadra più antico del mondo, che aveva una centralità sconosciuta altrove e che ha lasciato monumenti impressionanti (il campo da gioco di Chichen Itza è lungo 168 metri) e paraphernalia straordinari.

Il gioco della palla poteva essere praticato - continua il prof. Aimi - in spazi aperti o in costruzioni apposite, gli sferisteri, strutture allungate a forma di "I", che erano delimitati o da bassi muretti o da grandi costruzioni con pareti inclinate o verticali, in cui, a partire dall'Epiclassico, erano inseriti degli anelli. Il terreno degli sferisteri era diviso a metà dai marcadores che delimitavano il campo di ogni squadra. Il gioco era la reiterazione di eventi dei miti cosmogonici di cui erano stati protagonisti gli eroi culturali e gli stessi dei. Pur essendo nato come rituale religioso, nel corso del tempo il gioco della palla acquisì sempre più una componente profana, tant'è vero che le cronache riferiscono che alla vigilia della Conquista le partite erano accompagnate da un "tifo" appassionato.

Ma come si svolgevano quelle partite? I palloni usati erano più piccoli degli attuali. Il loro diametro non superava i 15 centimetri. La palla poteva essere colpita solo con le anche, le cosce o le ginocchia e ogni squadra doveva rinviare la palla nel campo degli avversari senza farla uscire dallo sferisterio, né farle toccare il terreno. Vinceva chi, commettendo meno errori, arrivava a totalizzare per prima un determinato punteggio. Ma quelle antiche partite anticipano anche altri sport di oggi, ad esempio la pallacanestro. Se, infatti, nel corso delle partite una squadra riusciva a far passare la palla attraverso gli anelli, che, a partire dal Postclassico erano stati collocati ai lati del campo, vinceva ipso facto la partita.

"Nel corso di circa 3000 anni di storia mesoamericana si sono sviluppate - sottolinea l'esperto - diverse varianti del gioco. Nella regione dell'Oaxaca si usava una palla di piccole dimensioni che veniva lanciata con guanti pesanti, nell'Area Maya si giocava anche con una palla di grandi dimensioni (circa un metro di diametro) fatta, probabilmente, di una pelle gonfiata. A Teotihuacan, la grande metropoli che dominò la Valle del Messico durante il Periodo Classico, pare che esistessero anche altri due modi di giocare. Il primo prevedeva di colpire la palla coi piedi, il secondo con una mazza e veniva praticato in un terreno aperto delineato da marcadores verticali, mobili e componibili, che, una volta assemblati, sembravano colonne sormontate da una sfera e da un cerchio". Come a dire, nulla di nuovo sotto il sole dello sport! (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Immagine Mosaico con raffigurazione di pesci Mosaico con raffigurazione di Nereide
Mosaico con raffigurazione di pesci


Tornano al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, da poco inaugurato nella sua nuova veste, due splendidi mosaici, accuratamente restaurati in occasione della XVIII edizione di Restituzioni, esposti fino al 16 settembre scorso alla Reggia di Venaria di Torino nella mostra La fragilità della bellezza. Si tratta del Mosaico con raffigurazione di Nereide, tra i più antichi pavimenti rinvenuti ad Aquileia e uno degli esempi più significativi della ricchissima collezione musiva del Man, e del Mosaico con raffigurazione di pesci, risalente al I sec. d. C.

Il tessellato con Nereide, rinvenuto casualmente tra il 1859 e il 1860 non lontano dalla Basilica di Aquileia, raffigura una scena mitologica a soggetto marino dai colori vivaci, racchiusa entro un raffinato bordo con treccia e nastro. La scena, centrata su una figura femminile dai capelli biondi seduta su un toro bianco dalla coda pisciforme, fu interpretata fin dalla scoperta come una raffigurazione del mito di Europa, amata da Zeus, nelle sembianze di un toro. Ed è con questo nome che il mosaico è ampiamente noto, anche se è probabile si tratti di una raffigurazione di Nereide, le mitiche ninfe che insieme ai Tritoni scortavano il dio del mare, Posidone, sedute su animali marini, quali il toro con coda di pesce del mosaico aquileiese.

Il mosaico decorava una sala di una ricca domus risalente alle fasi più antiche di Aquileia; dalla stessa abitazione proviene anche il notissimo mosaico con raffigurazione di "pavimento non spazzato", che nel nuovo allestimento del museo dialoga con la Nereide, in una nuova disposizione di grande effetto, in una delle sale dedicate alle abitazioni private di Aquileia. Sempre a una domus appartiene anche l'altro mosaico atteso al museo per i primi di ottobre, rinvenuto nel 1963, un secolo più tardi rispetto a quello con raffigurazione di Nereide, nel quartiere settentrionale di Aquileia, in un contesto noto con il nome di Casa di Licurgo e Ambrosia. Il piccolo riquadro musivo rappresenta una scena di mare realistica di chiara derivazione ellenistica, centrata sul tema della lotta tra pesci e crostacei, un motivo molto noto nel mondo romano, ampiamente presente nei raffinati pavimenti di Pompei. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Beppe Ciardi - Sera piovosa - courtesy galleria nuova arcadia padova 1897 Emma Ciardi - Meriggio refrontolo Venezia - collezione privata I Ciardi viaggiatori in Europa
Paesaggi e giardini


febbraio-giugno 2019
Palazzo Saracinelli - Conegliano (Treviso)

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra è il secondo appuntamento del ciclo volto ad approfondire il tema del paesaggio nella pittura veneta tra '800 e '900, inaugurato nel 2018 con la retrospettiva Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio. Curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato e Stefano Zampieri, l'esposizione, presenta circa 70 opere, provenienti da musei pubblici e collezioni private, di Guglielmo Ciardi (Venezia, 1842-1917) e dei figli Beppe (Venezia, 1875 - Quinto di Treviso, 1932) ed Emma (Venezia, 1879-1933). La rassegna sottolinea il particolare rapporto che lega Guglielmo, Beppe ed Emma alla natura, in un percorso tematico che attraversa circa ottant'anni della scena artistica italiana ed europea, facendo emergere peculiarità, convergenze e divergenze nella produzione di questi artisti.

Guglielmo, il fondatore della 'dinastia', è considerato unanimemente colui che porta la pratica dell'osservazione verista del paesaggio, soprattutto veneto, alla sua rappresentazione più matura e consapevole. Dopo la sua esperienza presso i macchiaioli e la scuola napoletana - e il rinnovamento linguistico che ne deriva - mette in evidenza le potenzialità di una pittura anti-accademica e anti-retorica, scoprendo le qualità poetiche dei luoghi periferici e marginali della laguna, in cui si mescolano e quasi si identificano l'umiltà e la fatica del lavoro con il sommesso lirismo delle paludi e delle barene. Suo figlio Beppe introdurrà, pur nella fedeltà alla poetica paterna, elementi nuovi e inediti fino a dar spazio a originali accenti simbolisti e di realismo sociale. Emma, infine, riscopre la grande tradizione guardesca in un inedito settecentesimo ironico e brioso. La sua produzione tocca forse i più singolari risultati nell'attenzione verso i giardini e i parchi, con un chiaro gusto moderno e insieme citazionista, che affonda le sue radici nella tradizione pittorica di un Settecento decadente.

La pittura di paesaggio dei Ciardi si afferma nelle Biennali veneziane da fine Ottocento fino agli anni Trenta, con un successo mai scalfito. Abbandonata la scena di genere e mai veramente praticata quella di figura, la ricchezza della loro scelta a favore del paesaggio si misura nelle radicali novità che essi (e soprattutto Guglielmo) sanno introdurre in questo genere pittorico: la luce declinata in tutte le possibili atmosfere, la presenza viva e palpitante della natura nelle piante, nei campi, nelle messi, nelle distese di eriche; la maestosità spesso scabra delle masse montuose, colte nella luce azzurra dell'alba o in quella struggente e aranciata dei tramonti, i filari, i covoni, i corsi d'acqua. Con Beppe si afferma anche una presenza pacata e quasi bucolica degli animali, dei pastori, delle mandrie; poi qualche mercato contadino, qualche figura di paesani in riposo.

Vi è un altro elemento importante: le numerose peregrinazioni artistiche in Europa e in Inghilterra. In questi viaggi la passione naturalistica e, in particolare, la pratica della veduta di paesaggio e il linguaggio si arricchiscono di acquisizioni cosmopolite così come di soggetti e iconografie rinnovati, dagli Impressionisti alla scuola di Glasgow. Emma, in particolare, porterà alla fine a una sorta di esplosione o di de-strutturazione figurativa la sua pittura, accogliendo suggestioni e stimoli dalle sperimentazioni degli artisti contemporanei. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Donatello a Palazzo Venezia
termina il 28 aprile 2019
Palazzo Venezia - Roma

Dal 12 luglio il prezioso busto in terracotta raffigurante San Lorenzo, realizzato da Donatello, finora comparso in mostre temporanee, viene posto a Palazzo Venezia per circa nove mesi a disposizione del grande pubblico. Donato de' Bardi, detto Donatello (1386-1466) fu il più celebrato scultore fiorentino del quindicesimo secolo e uno dei più grandi scultori di ogni tempo. Partito da un clima ancora largamente connesso al cosiddetto Gotico internazionale, l'artista s'impose ben presto insieme a Brunelleschi e a Masaccio per la carica innovativa, diventando uno degli alfieri del primo Rinascimento. Il busto in terracotta di San Lorenzo fu realizzato per il portale maggiore della Pieve di San Lorenzo a Borgo San Lorenzo nel Mugello, una chiesa posta una quarantina di chilometri a nord di Firenze. La datazione sembra cadere intorno al 1440, negli stessi anni in cui Donatello realizzava il David in bronzo - che ancor oggi ispira il famoso premio cinematografico - e dunque poco prima del cruciale soggiorno a Padova. Anche per via della sua collocazione disassata il San Lorenzo rimase per molti secoli nell'oblio.

Già transitato nelle collezioni dei principi di Liechtenstein, è stato riscoperto dalla critica soltanto nel 2003, con il suo ingresso nella collezione di Peter Silverman e Kathleen Onorato. Il busto viene attualmente considerato una delle più serie e importanti acquisizioni al catalogo di Donatello. L'iniziativa, promossa dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è inserita nell'ambito di Artcity Estate 2018. Gestito dal Polo Museale del Lazio, il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia ha sede entro un grandioso edificio del Rinascimento, Palazzo Venezia appunto, fondato negli anni Cinquanta del XV secolo. Fin dalla costituzione del museo, nel 1916, la raccolta si caratterizzò per il numero e la qualità dei pezzi quattrocenteschi. La presenza stabile nell'odierno percorso di visita di autori come Pisanello, Benozzo Gozzoli o Mino da Fiesole rappresenta il contesto ideale per il busto di Donatello. Per tale motivo visitare in questi mesi il Museo del Palazzo di Venezia significa comprendere un momento chiave dell'intera arte italiana. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Immagine di presentazione per la mostra dedicata alla Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste La Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
Dal 12 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nuova esposizione permanente che amplia la sezione dedicata alla Telefonia. Gli oggetti provenienti dalla collezione di Claudio Sequalino, vanno a arricchire lo spazio museale inaugurato nel 2007, anno di nascita di Postemobile. dove già sono esposti numerosi radiotelefoni della collezione di Marco Zanettovich. In mostra anche gli strumenti d'epoca e quelli utilizzati per la manutenzione telefonica. La fruizione delle nuove installazioni, oltre alla possibilità di interagirvi, sarà facilitata dal posizionamento di una serie di pannelli che ripercorreranno la storia della telefonia da Meucci sino all'anno 2000. A completare il potenziamento della sezione, l'apporto tecnico e pratico fornito dalla classe V C "Elettrotecnici" dell'Istituto Tecnico Alessandro Volta di Trieste che, grazie al lavoro dello studente Federico Bologna, ha fornito al Museo Postale alcune nuove fonie automatiche che introducono ai contenuti del museo. (Comunicato stampa)




Archimede Archimede a Siracusa
26 maggio 2018 - 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Xenia - Roma 2011 - legno, smalto, voci narranti vetro, metracrilato, pigmento cm.120x370x320 Esercizio 1 - plexiglass, led cm.200x200x20 2010 I have head - 2004 - alluminio verniciato, lampada ambiente - Courtesy Sergio Rossi - Ph. Paolo Emilio Sfriso "Voci"
Vittorio Corsini con Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno


Peccioli (Pisa), dal 21 aprile 2018




- Sedi espositive
.. Chiesa del Carmine, Piazza del Carmine, Peccioli
.. Chiesa delle Serre, Le Serre, Peccioli
.. Chiesa di San Giorgio, Via di Cedri, Peccioli
.. Campanile della Chiesa di San Verano, Piazza del Popolo 1, Peccioli
.. Oratorio della Santissima Annunziata, Via Santa Maria, Ghizzano (Pisa)
.. Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, Via Vittorio Veneto, Fabbrica (Pisa)

Progetto del Comune di Peccioli in collaborazione con la Fondazione Peccioliper. I racconti inediti di sei tra i più noti scrittori italiani contemporanei - Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno - e la pratica artistica di Vittorio Corsini danno voce e forma a sei nuove installazioni permanenti che, a partire dalla cittadina di Peccioli, si snodano tra i borghi circostanti creando percorsi inattesi. Incastonato in un paesaggio collinare dal sapore antico, Peccioli unisce il fascino della Toscana medioevale all'idea di un vero e proprio museo diffuso. Da circa un trentennio l'Amministrazione Comunale porta avanti un progetto che interseca l'arte contemporanea con il territorio e la sua identità. Grazie ad una serie di interventi ad hoc di artisti contemporanei (tra questi Nagasawa, Dubosarsky-Vinogradov, Garutti e lo stesso Corsini), si è costituito nel tempo una sorta di museo a cielo aperto che ha stabilito nuove relazioni con il paesaggio circostante arricchendolo di elementi che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.

Voci nasce dalla volontà di creare all'interno del territorio del Comune di Peccioli un percorso artistico-letterario che accompagni alla scoperta di luoghi nuovi e inesplorati. Le voci narranti sono quelle di alcuni tra i maggiori autori contemporanei. A ciascuno di loro è stato chiesto di costituire un tassello di questo percorso, scrivendo un racconto a partire dalle suggestioni nate dall'incontro con alcuni edifici religiosi del territorio, per lo più costruiti in prossimità di piccoli borghi, ognuno con una propria storia e identità. Trasposte in forma audio dagli stessi autori, queste storie tornano al luogo che le ha generate e trovano modalità di ascolto attraverso sei nuove opere concepite appositamente da Vittorio Corsini e installate all'interno del Campanile della Chiesa di San Verano, della Chiesa della Madonna del Carmine e della Chiesa delle Serre a Peccioli, nella Chiesa di San Giorgio a Cedri, nella Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica, nell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano.

La ricerca di Vittorio Corsini si estende attraverso tre decenni di intensa attività nel campo della scultura e dell'installazione; fin dagli inizi si concentra sul concetto e sui modi dell'abitare, sulle dinamiche che interessano la vita negli spazi domestici e negli spazi pubblici e sullo spazio fisico come metafora di incontro tra l'individuo e la collettività. Essenziale nelle forme, il lavoro di Corsini si fa tramite di un contenuto emozionale e genera le condizioni per una diversa esperienza del quotidiano. Nel corso degli anni numerosi interventi di arte pubblica nello spazio urbano hanno visto l'artista a lavoro in centri abitati con la realizzazione e la progettazione di cortili, fontane, giardini pensati come generatori di incontri e sorti come effetto di pratiche ordinarie o abitudini consumate dagli abitanti locali. "Abbiamo bisogno di attivare nuovi territori, afferma Corsini, l'artista è come un esploratore che rende visibili quei nuovi territori, che oggi sono fatti non tanto di materiali, tecniche, linguaggi, quanto piuttosto di modi, rapporti, energie (...)

La scultura pubblica per me è qualcosa che attiva uno spazio; è importante che l'opera funzioni, che si possa attraversare, che sappia dialogare che possa assumere una dimensione umana e sociale, di scambio e di relazione". Riprodotta su un tappeto di segatura colorata piuttosto che proiettata come fascio di luce sulle pareti di una stanza, la parola da sempre è uno degli elementi fondanti della ricerca di Vittorio Corsini. Nel 2007 collabora per la prima volta con uno scrittore per Chi mi parla, un lampione con seduta che racconta le storie degli abitanti del luogo. Nel 2011, avvalendosi nuovamente dell'ausilio di due scrittori realizza per il Macro di Roma Xenia, un luogo di sosta ritagliato sulla terrazza del museo, dove le vibrazioni di una staccionata trasformano i racconti in suono. Definiscono uno spazio, creano relazioni, predispongono all'ascolto e, come nell'installazione romana, danno materialmente voce alle narrazioni dei sei autori le opere che Corsini concepisce per Voci.

E non per vendetta è il titolo dello scritto di Laura Bosio. Narratrice dell'anima, in questo racconto come nei suoi libri sceglie una donna come protagonista della storia. Liuba è una ragazza ucraina che fugge dalle violenze della guerra. Approda a Peccioli e grazie all'aiuto del parroco della Chiesa del Carmine dà inizio a una nuova vita. Corsini coglie del racconto della Bosio la dimensione corale e predispone all'ingresso della chiesa due sedute a semicerchio che si fronteggiano. L'elemento posto al centro diffonde la voce narrante dell'autrice.

La scrittura di Mauro Covacich dialoga in modo intenso con l'arte come testimonia la pentalogia che realizza tra il 2003 e il 2011. "Il sagrato è protetto da due lecci. Sul tronco di entrambi un'antica ferita. Due alberi gemelli castigati dallo stesso fulmine, sopravvissuti allo stesso incendio, in cima a questa altura che sembra una nuvola sospesa sulla campagna, e invece è terra, invece è Toscana". Così Covacich inizia il suo racconto, accompagnandoci nella Chiesa delle Serre di Peccioli. Credo è un monologo interiore, una preghiera laica lucida, spietata, a tratti disperata che tuttavia non abbandona la speranza. Corsini restituisce visivamente il rigore della scrittura di Covacich collocando all'interno della chiesa delle panche di pietra. A "parlare" dall'alto di un ponteggio di ipotetici lavori in corso, un asse in legno che vibra.

Maurizio de Giovanni per questo progetto firma Il segno della Madonna. La storia, ambientata in una Chiesa di San Giorgio a Cedri, racconta un'improbabile conversazione tra due anziani personaggi, Giuseppe e Guido, in merito alla "scomparsa" di un prezioso dipinto: la Madonna dell'Umiltà di Beato Angelico. "Sono molto diversi fra loro, i due anziani. Uno se ne sta dritto, composto, i capelli grigi tirati all'indietro e gli occhiali di corno, le mani in grembo. L'altro è un po' curvo, la chioma candida disordinata sulla nuca e sulle spalle, una specie di mantello scuro addosso. Le mani gli tremano un po' (...)". L'installazione di Corsini è un invito a riflettere sul paradosso diacronico messo in scena dallo scrittore.

Si intitola L'ora della verità il racconto di Romano De Marco, uno dei più apprezzati scrittori italiani di genere noir e, più di recente, thriller. Il giallo si consuma durante la visita di un famoso quanto attempato scrittore, il professor D'Eramo, ad uno dei monumenti simbolo di Peccioli, il Campanile della Chiesa di San Verano. "E' la storia di una ragazza che si suicidò, gettandosi proprio da una di queste aperture." D'Eramo lo guardò, finalmente incuriosito. "Aveva vent'anni, ed era di qui, di Peccioli. Sin da bambina sognava di diventare una scrittrice di romanzi (...)". Corsini fa correre la voce di De Marco lungo il corrimano delle scale che danno accesso alla torre. Il suono ci conduce idealmente fino alla sommità del Campanile; lì De Marco svela il finale della sua storia.

Ferruccio Parazzoli è uno dei più significativi scrittori contemporanei, i suoi romanzi si caratterizzano per una costante attenzione ai problemi etici e per il capovolgimento del fantastico e del metafisico nell'umile quotidiano. Per predisporre le persone all'ascolto della narrazione di Parazzoli, Prima della notte, Corsini colloca sul fondo dell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano due sedie e una scultura di marmo statuario. Le sedie poste vicine, ricreano quell'atmosfera intima e privata che caratterizza la conversazione tra i due protagonisti del racconto: "(...) Questa che vede", riprese il professore, "è la Santa dei Santi, il mio oratorio privato. Qui regna la pace. Vuole sapere da cosa erano ricoperte queste pareti prima che prolificasse questa colonia di Santi? Libri, soltanto libri, ormai inutili libri. La metamorfosi ebbe origine molti anni fa quando..." Si tolse gli occhiali, appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona e cominciò a raccontare, come raccontasse un sogno (...)".

"Ogni autore ha delle ossessioni che si ripropongono: io torno spesso a scrivere di natura, del rapporto tra l'uomo e gli animali, delle trasformazioni del pianeta, ma anche del rapporto che abbiamo con la morte e la scomparsa. Un'ambientazione ricorrente, per me, è il bosco", dichiara la poetessa e scrittrice Laura Pugno in una intervista rilasciata in occasione del Premio Campiello 2017. L'incendio, il racconto che scrive per questo progetto, è la storia di Pietro un uomo che appicca incendi convinto di ritrovare, tra le fiamme del fuoco, il volto della figlia scomparsa. "Sapeva che era l'ultima volta, che appiccando quell'incendio - in qualche modo, lo sapeva - sarebbe morto, anche se neanche adesso, sul prato della chiesa, con l'umido sotto e il cielo sopra, le sue ustioni erano mortali. Chiuse gli occhi, sentì qualcosa (...)". L'altare della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica è cinto da un intreccio di rami e di foglie. Sedendoci su una delle panche il cespuglio si accende del rosso del fuoco e, dall'altare che vibra, si diffonde la voce dell'autrice. (Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Logo dell'Aqua Film Festival I Premi Finali dell'Aqua Film Festival 2019
4a edizione, 11-13 aprile 2019
Casa del Cinema di Roma
www.aquafilmfestival.org

Il primo festival di cinema internazionale con cortometraggi, incontri e workshop, eventi speciali dedicati al tema dell'acqua in tutte le sue forme, ideato e diretto da Eleonora Vallone, attrice, giornalista ed esperta di metodiche d'acqua. Oltre duecento i film arrivati in selezione, provenienti da tutto il mondo, di cui sono stati proiettati 20 film nella sezione Corti, 6 nella sezione Cortini e 5 nella sezione Cortini Aqua&Students, dedicata esclusivamente agli studenti. Grande successo ha ottenuto il workshop su come filmare con uno smartphone, tenuto dal prof. Francesco Crispino. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino)

- Premi

.. Premio Sorella Aqua - Miglior Corto

"A piscina de Caique", di Raphael Gustavo Da Silva (Brasile - Portogallo - 15')
Motivazione: Per aver narrato l'ambiente esterno e l'ambiente interiore mediante una piccola, grande storia di amicizia e di educazione familiare. Per la forza dei dialoghi semplici ed efficaci che contribuiscono, tra dramma e divertimento, al racconto di una giornata qualunque.

.. Premio Sorella Aqua - Miglior Cortino

"Una favola per la natura", di Stefano De Felici (Italia - 1'50")
Motivazione: Per averci mostrato mediante una bella fiaba che un altro mondo è possibile. Per la dolcezza delle immagini che raccontano con intuito e leggerezza l'ambiente da salvaguardare e in cui vivono spensierati tutti i suoi abitanti.

.. Menzione Speciale Aqua&Ambiente

"Di chi è la terra?", di Daniela Giordano (Italia - 15')
Motivazione: Per aver narrato con grande lucidità la cultura del consumismo e del profitto, travestita da interessi green e politicamente corretti. Per aver provato a tracciare una direzione con l'ausilio di immagini divertenti e irriverenti, sapientemente ancorate alla contemporaneità.

.. Aqua&Isola ex-aequo

"Weather Report", di Paul Murphy (Irlanda - 5')
Motivazione: Per aver raccontato attraverso una sapiente regia la storia vera di un guardiano del faro, sottolineando con un'ottima fotografia il contesto esterno e la vita quotidiana, con lo sguardo puntato sul mare d'Irlanda alla vigilia dello sbarco in Normandia.

"L'isola delle tartarughe", di Monica Francesca Blasi (Italia - 3')
Motivazione: Per aver mostrato i padroni del mare delle Isole Eolie tra bellezza e difficoltà, sottolineando attraverso un buon mix di cronaca e poesia la vita delle tartarughe marine sotto l'occhio attento dei vulcani.

.. Aqua&Animation

"La Tierra en mis manos" di Nicolàs Conte (Argentina - 4'30")
Motivazione: Per la semplicità con cui affronta il tema degli sprechi d'acqua e per l'utilizzo di una animazione che, mediante colori e movimenti ragionati, ci porta sulla strada di un consumo sostenibile delle risorse.

.. Aqua&Thriller

"Hiperion", di Rubén Jiménez Sanz (Spagna - 17 minuti)
Motivazione: Per aver realizzato un thriller irriverente che pur riservando momenti di suspense, regala anche qualche attimo di ilarità in mare aperto.

.. Aqua&Students

"No Cig Buttus" (3 minuti), di Istituto Superiore Galilei (Mirandola) (Italia 2017)
Motivazione: Per aver realizzato un film breve in cui l'animazione non è rappresentata da effetti speciali ma da un uso consapevole della scrittura per immagini.




Concerto di Uri Caine Trio
30 aprile alle 20.45
Teatro Comunale di Monfalcone
www.teatromonfalcone.it

Concerto di Uri Caine Trio (Uri Caine al pianoforte, Mark Helias al contrabbasso e Clarence Penn alla batteria) a festeggiare l'International Jazz Day, giornata proclamata dall'Unesco con l'intento di celebrare la forza del jazz come simbolo di dialogo fra i popoli. Con 26 album all'attivo, numerosi premi e prestigiose collaborazioni con protagonisti della musica internazionali, Uri Caine è fra coloro che hanno ampliato e ridefinito il linguaggio jazzistico degli ultimi trent'anni. Al suo fianco il bassista Mark Helias, fra i musicisti più apprezzati della scena newyorchese, e Clarence Penn, uno dei batteristi jazz più richiesti. Alle 20.00, al Bar del Teatro, Federico Pupo, direttore artistico della stagione musicale, dialogherà con Uri Caine. (Comunicato stampa)




Immagine dal film Ladies in Black Taormina Film Fest 2019
Film d'apertura "Ladies in Black" con Julia Ormond


Spetta alla commedia "Ladies in Black", il nuovo film del regista australiano Bruce Beresford ("A spasso con Daisy"), l'onore di inaugurare la 65esima edizione del Taormina Film Fest, che si svolgerà a Taormina dal 30 giugno al 6 luglio 2019. Beresford sarà presente alla rassegna insieme alla co-protagonista Julia Ormond e agli altri attori del film. Il Festival, prodotto e organizzato per il secondo anno consecutivo da Videobank, in collaborazione con la Fondazione Taormina Arte (sostenuta dall'assessorato regionale al Turismo e dal Comune di Taormina), con la direzione artistica di Silvia Bizio e Gianvito Casadonte, presenta quest'anno una prestigiosa Giuria presieduta da Oliver Stone e composta - tra gli altri - dallo scrittore André Aciman ("Chiamami col tuo nome"), dal compositore Carlo Siliotto ("Instructions Not Included", "Miracles from Heaven") e dall'attrice Laura Morante.

Sul grande schermo del suggestivo Teatro Greco e nelle sale del Palazzo dei Congressi si avvicenderanno anteprime da tutto il mondo, come il nuovo film di Martha Coolidge, "I'll Find You", con Stellan Skarsgård, Connie Nielsen e Stephen Dorff, che affiancano i giovani attori Adelaide Clemens e Leo Suter. Tra i numerosi ospiti nazionali e internazionali spicca la presenza della Premio Oscar Octavia Spencer ("The Help"), protagonista della serie originale "Are You Sleeping?", nuova avventura televisiva della Apple, che annuncia il suo ingresso ufficiale come "produttore di contenuto" in un festival internazionale proprio a Taormina: la Apple presenterà il suo documentario "The Elephant Queen" e il film "Hala", prodotto dall'attrice e regista Jada Pinkett Smith. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Presentazione del Taormina FilmFest 2019 Taormina FilmFest
30 giugno - 06 luglio 2019

Presentata a Los Angeles la 65esima edizione


Silvia Bizio e Gianvito Casadonte, co direttori del Taormina FilmFest, hanno presentato nella settimana degli Oscar a Los Angeles, nell'ambito del Los Angeles Italia Film Festival fondato e diretto da Pascal Vicedomini, la 65esima edizione del festival. Il festival presterà particolare attenzione a film diretti da donne, problematiche sociali globali, film di giovani registi, includendo fiction, documentari e cortometraggi, con una sezione di corti siciliani. I film vincitori del festival verranno presentati successivamente a Los Angeles presso l'Istituto Italiano di Cultura. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Locandina della Muestra de Cine Mexicano Muestra de Cine Mexicano
Prima edizione, 17-19 maggio 2019
Casa del Cinema - Roma

Fondato e diretto da Cecilia Romo Pelayo, il festival nasce dal desiderio e dalla volontà di creare uno spazio alternativo e internazionale per il cinema messicano. "In questa prima edizione - nelle parole della direttrice artistica - si presenterà un programma audace, con una scelta di film che raccontano storie insolite, sconvolgenti e commoventi, insomma, difficili da dimenticare!". Una scelta che unisce i lavori contemporanei dei registi messicani ai grandi classici. In programma, l'anteprima europea di "Silencio", scritto, diretto e prodotto da Lorena Villarreal, che sarà ospite del festival. Il film, prodotto anche da Denisse Chapa e interpretato da Rupert Graves, John Noble e Melina Matthews, racconta di Ana, donna single e psichiatra di successo che conduce una vita tranquilla occupandosi di suo figlio e del nonno, il dottor James White, uno scienziato riconosciuto a livello mondiale, che ora lotta contro la demenza.

Costui nel passato aveva scoperto - e nascosto per non farla cadere in mani sbagliate - una pietra dai poteri incredibili, nella Zona del Silencio, un luogo misterioso in cui succedono fatti inspiegabili, conosciuta come il "Triangolo delle Bermuda" del Messico. La vita di Ana viene sconvolta quando qualcuno viene a conoscenza dei poteri della pietra e lei si vede costretta a trovarla per salvare suo figlio. Già regista di "Las Lloronas", uno dei successi più sorprendenti della stagione 2004 in Messico, Lorena Villareal è stata produttrice associata del film "Acusada", di Gonzalo Tobal e produttrice esecutiva del film "Allá en el rancho", di prossima uscita. Presidente di una delle principali agenzie di marketing e pubblicità messicane, ha una lunga carriera di successo nel settore finanziario messicano. (Comunicato stampa)




Geografie dell'immagine
05 marzo - 13 giugno 2019, ore 18.30
Spazio Damiani - Bologna
www.spaziodamiani.it

Secondo ciclo del programma di incontri sulla fotografia contemporanea ideati da Spazio Damiani. Attraverso quattro appuntamenti, da marzo a giugno 2019, con cadenza mensile verranno affrontati diversi temi: il collezionismo e il mercato, l'estetica giapponese e le sue influenze, la fotografia come documentazione di performance, la fotografia e il ruolo dei media nella moda. (Estratto da comunicato di presentazione)

- Calendario

.. 05 marzo, Il collezionismo di fotografia: prassi, anomalie e ambiguità, con Walter Guadagnini
.. 18 aprile, Hiroshi Sugimoto e la nuova fotografia giapponese, con Filippo Maggia
.. 09 maggio, Agire per immagini. Fotografia e performance negli anni Settanta, con Pasquale Fameli
.. 13 giugno, La moda, l'immagine e i media, con Alessandra Vaccari




Re Ludwig II di Baviera Pagina dedicata al Re Ludwig II di Baviera
www.tuttobaviera.it/ludwig

Tre castelli costruiti tra il 1868 e il 1886 e altri in progetto ma mai realizzati, una splendida residenza di caccia a quasi 1.900 metri d'altezza, il profondo legame con la cugina Sissi, l'amicizia e il mecenatismo verso Wagner. Ecco alcuni dei "numeri" di Re Ludwig II, il più famoso sovrano bavarese, un mito del decadentismo ed in assoluto il più conosciuto, amato, controverso e studiato figlio della Baviera. La vita, il mistero della morte e tutte le informazioni utili per visitare i castelli di Ludwig. Questo e molto altro nella sezione speciale di TuttoBaviera dedicata al re delle favole. (Comunicato stampa)






Locandina della 12esima edizione del Festival del Cinema Spagnolo Festival del Cinema Spagnolo
12a edizione, 02-08 maggio 2019
Cinema Farnese - Roma
www.cinemaspagna.org

Festival dedicato al cinema spagnolo e latinoamericano di qualità. L'immagine ufficiale di questa edizione del Festival è opera di Esteban Villalta Marzi, artista italo-spagnolo di fama internazionale che tra gli anni Ottanta e Novanta diventa un membro attivo del movimento artistico "Movida Madrilena", confermandosi come uno dei maggiori esponenti della Pop Art europea. L'inaugurazione della kermesse, la sera del 2 maggio, vedrà la proiezione in anteprima italiana di Yuli, lungometraggio di Icíar Bollaín (Te doy mis ojos; También la lluvia; El olivo), alla presenza della regista. Il film, premio come Miglior Sceneggiatura al festival di San Sebastian per Paul Laverty, ruota intorno alla biografia del celebre ballerino cubano Carlos Acosta, dalle umili origini a La Habana fino allo straordinario successo al National Ballet di Londra. Sarà distribuito in Italia da Exit Media.

La manifestazione, che da sempre si è connotata come itinerante, farà quindi tappa in diverse città d'Italia, a partire dal Salone del Libro di Torino, dedicato quest'anno proprio alla lingua spagnola, per proseguire a Trento, Treviso, Verona, Campobasso, Padova, Genova, Reggio Calabria, Bari, Matera, Napoli e altre città. Tutte le proiezioni del Festival del Cinema Spagnolo sono in versione originale con sottotitoli in italiano. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco quest'anno è dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

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Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Immagine copertina Nidia Robba
Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste




Immagine dalla locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina libro Credo Professo Attendo - sulle orme del Cristianesimo Ortodosso Credo Professo Attendo: sulle orme del Cristianesimo Ortodosso
di p. Evangelos Yfantidis
www.ortodossia.it

In questo libro, che contiene gran parte dei discorsi pronunciati in Italia negli ultimi quindici anni, ci si propone di scoprire l'Ortodossia tenendo presenti i tre verbi che dominano il simbolo della Fede in Cristo: "credo", "professo" e "attendo". Credere a quanto deliberato e proclamato dai santi Concili e Sinodi della Chiesa, dal primo - il Sinodo Apostolico - fino all'ultimo - il Sinodo di Creta -; professare, attraverso la propria vita, l'identità cristiana, scegliendo lo stile di vita, l'etica e i valori che provengono dal Vangelo di Cristo e dal Magistero della Chiesa; e, infine, attendere il Regno di Dio, convinti fermamente che la nostra patria incorruttibile sia il cielo stesso. Vi si approfondiscono alcuni aspetti che riguardano il mistero della Fede in Cristo, la storia e la vita della Chiesa Ortodossa, l'apostolato del Patriarcato Ecumenico, figure di venerata memoria per la loro vita, questioni pastorali, la dottrina etica e sociale, l'unità dei Cristiani, la protezione del creato, il dialogo interreligioso e altri temi. Questo libro si rivolge non solo ai Cristiani Ortodossi residenti nel nostro Paese, bensì anche a chiunque voglia approfondire sulle questioni sopra indicate, per inserirsi nel mistero della verità in Cristo, dell'amore di Cristo e della Sua persona. (Comunicato stampa Chiesa greco-ortodossa di Padova)




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019 Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019
219 artisti recensiti, formato 30,5x21,5cm., pp. 232, con 587 illustrazioni a colori, prezzo € 70,00. ed. Archivio Sartori Editore

Presentato il 10 febbraio 2019, a Mantova, nella Chiesa Madonna della Vittoria
info@ariannasartori.191.it

Relatori: curatrice Arianna Sartori, storico e critico d'arte Renzo Margonari
Presentazione con il Patrocinio di: Comune di Mantova, Madonna della Vittoria, Fondazione Le Pescherie di Giulio Romano
Presentazione organizzata da: Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani

«Archivio Sartori Editore presenta con grande soddisfazione il "Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019" giunto alla sua sesta edizione; passano gli anni ma la mia anzi la nostra determinazione non cambia, da "sempre" vogliamo fare opera di divulgazione di quel vasto mondo artistico nazionale composto di Pittori, Scultori, Incisori, Ceramisti, che con altrettanta determinazione e passione si attivano sul territorio nazionale e non solo. Il Catalogo Sartori 2019 vuole documentare artisticamente quanto sta avvenendo in campo nazionale, si propone come utile strumento di lavoro per tutti gli attori del culto del bello. La nostra proposta è rivolta agli artisti che documentano il loro essere attivi e presenti o anche volutamente non dimenticati; ai galleristi, ai critici e agli storici dell'arte che possono trovare stimoli nuovi per la loro attività; ed anche ai collezionisti o ai neofiti che possono trovare conferme alle loro scelte o suggerimenti per nuove acquisizioni.

Gli artisti inseriti, tutti selezionati su invito, sono la dimostrazione di quanto l'Italia sia culturalmente molto vivace, artisti attuali e del passato che sono vitali per la nostra storia dell'arte contemporanea. Non abbiamo bisogno di guardare troppo lontano per trovare validi artisti. Spesso leggiamo e vediamo opere di nuove e sorprendenti figure che arrivano da lontano, che perdono lungo la strada il senso della ricerca, molto spesso senza fine perché incongruente, o gretta perché caratterizzata di volgarità gratuite, e che vedono l'autore concretizzare sì opere che sono però la negazione del bello; artisti spesso presentati da galleristi, critici intellettualmente ricchi di incomprensibili elucubrazioni che, giocando con le parole, confondono il fruitore portandolo a non capire e non apprezzare più quella che è sempre stata considerata arte.

Nel nuovo Catalogo Sartori 2019 sono inserite più di duecento schede ad ognuna delle quali corrisponde il nome di un Artista presentato in ordine alfabetico. Un volume d'arte ricco nei contenuti, in cui ogni singola scheda è illustrata da una o più opere riprodotte a colori, arricchita da testi biografici, curricoli, e a volte da qualche stralcio critico, i riferimenti, gli indirizzi postali o informatici e i telefoni per facilitare eventuali e auspicati contatti. Il Catalogo Sartori 2019 in una ricca ed elegante veste editoriale, è un volume cartaceo, da leggere, è sufficiente una comoda poltrona e un po' di tempo da dedicare alla passione dell'arte; sfogliato con calma, guardando le illustrazioni e leggendo i testi, il libro ci cattura, ci dà delle suggestioni, ci permette di entrare nella poetica dei singoli artisti, di fare comodi raffronti e soprattutto di imparare.

Tra un po' di tempo, il Catalogo Sartori 2019 sarà ancora lì disponibile ad essere sfogliato, con le sue certezze e le sue affermazioni, non sarà sparito nello spazio... e... non serve il computer, il tablet, il cellulare, non serve WiFi o il collegamento internet. E non venga fraintesa questa affermazione, tutti sappiamo come questi strumenti siano assolutamente indispensabili e insostituibili, per il lavoro in tutti gli ambiti ed il commercio, ma chi dimentica i famosi pop-up che compaiono automaticamente durante l'uso per attirare l'attenzione con contenuti pubblicitari? La nostra è una scelta chiara e definita, il libro, la carta stampata si propone come attento mezzo di sapere, di lettura, di comunicazione e di riflessione. E nessuno asserisca che i libri appartengano al passato; le fonti del sapere, di tutto il nostro sapere e non in senso lato, sono su cartaceo, ed anche i documenti della conoscenza sono su cartaceo.

Ricordo la mia ingenua commozione quando ho letto che nel 1977, la Nasa inviò nello spazio una capsula contenente il Voyager Golden Record, un disco per grammofono contenente suoni e immagini selezionate al fine di portare le diverse varietà di vita e cultura della Terra (ed è già archeologia informatica). Il Catalogo Sartori 2019 si rivolge, insomma ad un pubblico elitario, attento alle proposte, aggiornato, ma non superficiale, come si dice "capace di leggere tra le righe" i messaggi dei nostri mass-media, consapevole delle proprie scelte e maturo, libero dai vicoli delle mode e capace di un gusto personale.» (Arianna Sartori)

- Artisti recensiti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Alvaro (Alvaro Occhipinti), Amato Maria Agata, Andreani Franco, Andreani Giona, Angiuoni Enzo, Arlorio Aldo, Ascari Franca, Baglieri Gino, Balansino Giancarlo Jr, Balansino Giovanni, Baldassin Cesare, Baldo Gianni, Bartoli Germana, Bassi Massimo, Beconcini Marco, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Benghi Claudio, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bisio Pietro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Boschi Alberto, Boschi Anna, Bucher Gianni, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo, Caldana Claudio, Calia Tindaro, Callegari Daniela, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Carpanelli Maurizio, Caselli Edda, Castagna Pino, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Cattaneo Claudio, Cattani Silvio, Cavallari Alberto, Cazzaniga Giancarlo, Cazzaniga Donesmondi Odoarda, Cellanetti Sandro, Cermaria Claudio, Cerutti Emanuela, Cibi, Cipolla Salvatore, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cordani Sereno, Cortese Franco, Costanzo Nicola, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cusino Giuliana;

Dalla Fini Mario, Dealessi Albina, De Luca Elio, De Luigi Giuseppe, Deodati Ermes, De Rosa Ornella (DRO), Diani Valerio, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, D'Orazio Daniela, Dugo Franco, Dumeri Beatrice, Fabri Otello, Faccio Enrico, Fatigati Domenico (Mimmo), Ferraj Victor, Ferraris Giancarlo, Ferri Massimo, Finetti Ilaria, Fioravanti Ilario, Fornasari Domenico (Memo), Fratantonio Salvatore, Fusillo Concetto, Gaiga Aurelio, Galusi Anselmo, Gard Ferruccio, Gauli Piero, Gentile Domenico, Gheller Monica, Ghilarducci Paolo, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Girardello Silvano, Gonzales Alba, Gozzi Rinardo, Gravina Aurelio, Lanzione Mario, Liber (Venturini Vittorio), Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Losi Elisabetta, Luchini Riccardo;

Mafino Beniamino, Magnoli Domenico, Mainoldi Roberto, Mammoliti Stefano, Manini Elio, Marchesini Ernesto, Marconi Carlo, Margonari Renzo, Marigliano Patrizio, Marra Mino, Marziale Gina, Matshuyama Shuhei, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Michelazzo Margherita, Minto Maria Grazia, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Morselli Luciano, Nagatani Kyoji, Nasi Cristiano, Nastasio Alessandro, Negri Sandro, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano (Male), Notari Antonio, Ogata Yoshin, Onida Maria Antonietta, Orlando Carmela, Ossola Giancarlo, Paglia Anna, Palazzetti Beatrice, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pauletto Mario, Pauletto Tiziana, Pavan Adriano, Peretti Giorgio, Perna Vincenzo, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pinciroli Ezio, Pirondini Antea, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Pompa Domenico, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Pracchi Miriam, Previtali Carlo, Prinetti Silvana

Raimondi Luigi, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Rezzaghi Teresa, Rinaldi Angelo, Rossato Khiara, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Russo Salvatore, Salzano Antonio, Santoli Leonardo, Sava Salvatore, Schialvino Gianfranco, Scotto Aniello, Sebaste Salvatore, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simonetta Marcello, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Spallanzani Stefania, Staccioli Paolo, Stazio Ivo, Taddei Maria Gabriella, Talani Giampaolo, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Terreni Gino, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Tognarelli Gianfranco, Tonelli Antonio, Ulpiani Lorena, Vaccaro Vito, Venditti Alberto, Vergazzini Stefania, Verna Gianni, Vigliaturo Silvio, Viviani Gino, Volontè Lionella, Volpe Michele, Zabarella Luciana, Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zefferino (Bresciani Fabrizio), Zerlotti Natalina, Zingaretti Franco, Zoli Carlo, Zorzi Giordano. (Comunicato stampa)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio, pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu - Edizioni NPE Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'infinita storia delle piccole cose L'infinita storia delle piccole cose
di Giuseppe Bianco, ed. L'Erudita
* Novità editoriale

Undici personaggi vagano tra la realtà, il sogno e il fantastico alla ricerca di un mondo più gratificante e giusto. Qualcuno potrebbe definirli dei vinti, schiacciati delle responsabilità e dai doveri a cui sono stati costretti, soppressi. Ma non lo sono: non si rassegnano e a chi li vuole macchine, cloni, predestinati espongono il proprio desiderio di riscatto sociale ma soprattutto umano. Dobbiamo batterci contro nemici invisibili: l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità: è in questa perenne lotta che si cimentano per cercare di sconfiggere non solo i nemici concreti, ma anche l'alienazione da cui la società sembra essere affetta. Undici racconti che hanno in ogni trama uno stesso protagonista: l'uomo e i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, a volte crudamente calati nella quotidianità, a volte in una dimensione onirico-fantastica, ma sempre pregni di una intensa umanità. Giuseppe Bianco traccia con amara consapevolezza il quadro di un mondo che reifica l'uomo e lo ingabbia ma in cui non si può e non si deve perdere la speranza. (I suoi sogni sì, possono aspettare, ma lui no, di Rita Esposito)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)

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Mostre sull'Istria presentate nella newsletter Kritik

Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione di Ninni Radicini




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James, di Gottardo Pallastrelli Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina libro Errantia, di Gonzalo Alvarez Garcia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio - di Vito di Battista L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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