Trinacria simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
Newsletter Indipendente
di Ninni Radicini
Mostre d'arte, Iniziative culturali, Recensione Libri, Attualità
  freccia Per ricevere la newsletter Kritik, inviare una e-mail (senza testo) freccia  
Prima del nuovo numero di Kritik...
Mostre
  
Iniziative culturali
  
Libri
  
E-mail
Link Arte
   Numeri precedenti    Cataloghi da mostre

Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


Copertina Dialoghi - Libro di Nidia Robba pubblicato a Trieste nel marzo 2016 Dialoghi
di Nidia Robba, Trieste 2016


Prefazione
Copertina catalogo mostra Maria Callas alla Fondazione Giuseppe Lazzareschi Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito
Catalogo della mostra

Recensione
Copertina catalogo mostra Dadamaino - Gli anni 80 e 90, l'infinito silenzio del segno Dadamaino
Gli anni '80 e '90


Catalogo della mostra

Presentazione
Copertina catalogo mostra Diario Pittorico di Antonella Affronti Antonella Affronti
Diario Pittorico


Catalogo della mostra

Presentazione


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016-2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08



Roberto Intorre - Argento e Corallo Roberto Intorre e Elena Cipolato
Arte Orafa degli abissi


termina il 30 giugno 2016
Bottega d'arte Gibigiana - Venezia

L'intenzione è quella di proseguire nel percorso intrapreso già con precedenti esposizioni, dando spazio e luce ad artisti che usano tecniche e mestieri antichi per esprimersi e creare le proprie opere.


Presentazione mostra




Mostra di Sam Havadtoy Sam Havadtoy: Only remember the future
31 maggio (inaugurazione ore 18.30) - 08 luglio 2016
Fondazione Mudima - Milano

La mostra curata da Attila Nemes, ripercorre, attraverso 40 opere, tra dipinti e sculture, la produzione recente di uno degli artisti più interessanti e originali della scena newyorkese, tra gli anni Settanta e Ottanta. Sam Havadtoy (Londra, 1952), cresciuto nell'Ungheria post 1956, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1972, dove ha iniziato a lavorare come arredatore d'interni, ha vissuto da protagonista sul palcoscenico di quella straordinaria stagione creativa, sviluppatasi nella seconda metà del Novecento a New York. In questi anni ebbe modo di conoscere e diventare intimo amico di John Lennon, Yoko Ono e di altre personalità quali Andy Warhol, Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, John Cage e molti altri.

La cifra espressiva più caratteristica del lavoro di Sam Havadtoy risiede nell'utilizzo del merletto, materiale insolito per l'arte contemporanea, ma il cui impiego trova riscontro nella memoria dei popoli dell'est Europa dove proprio il merletto intrecciava associazioni complesse con classe, religione, storia e moda. I suoi lavori si manifestano attraverso un processo che ricorda la formula di Paul Klee di "rendere visibile l'invisibile" e inizia spesso con un testo personale scritto direttamente sulla tela, poi cancellato con strisce di merletto, colore e con una successiva sovrapittura che dona tridimensionalità alla tela stessa. Quello che ne consegue è una composizione stratificata che ricorda i palinsesti, ovvero quei manoscritti di papiro o pergamena, di epoca antica o medievale, dove il testo originario veniva lavato per fare spazio a un altro scritto.

L'esposizione testimonia il forte legame di Havadtoy con l'Italia, "il mio paese di adozione", com'ebbe modo di affermare. E' proprio in Italia, nel 2008, che il suo lavoro subisce una decisa trasformazione, che si traduce in una tavolozza di colori fino ad allora sconosciuta. Invitato da amici a trasferirsi in una casa affacciata sul mar Mediterraneo, Havadtoy seppe cogliere le suggestioni che gli provenivano dal paesaggio circostante. La tecnica divisionista che caratterizzava la sua opera si arricchisce di una luminosità più gioiosa e serena. Lo stesso artista ricorda come "Dipingere sul mare, attorniato dai miei nuovi amici mi ha fatto comprendere che il prezzo della mia nuova vita doveva essere la perdita o eventualmente la trasformazione di quella vecchia. Tutti i ricordi del passato, evocati da quei puntini che mi hanno aiutato ad arrivare a questo momento della mia esistenza, mi hanno dato una nuova direzione. Non significavano più perdita, piuttosto crescita e realizzazione".

Anche dal punto di vista tematico, l'Italia è molto presente nelle pitture e nelle sculture di Sam Havadtoy. In mostra, infatti, si trovano molti dei suoi d'après, tratti da opere di Boccioni, di Modigliani, oltre che di Giorgio Morandi, uno dei maestri che più l'hanno influenzato, per il puro piacere della pittura e la ricorrente qualità dei suoi colori e soggetti. Ma anche il genio italico non manca di stupire Havadtoy. Non è un caso che sia una vera Fiat 500 d'epoca, decorata con la sua caratteristica tecnica a merletto, ad accogliere il visitatore. Così come la scultura di Pinocchio concentra la sua attenzione su un personaggio di fantasia della letteratura italiana che ha saputo farsi conoscere ben oltre i confini della nazione.

Il luogo che accoglie la mostra racchiude inoltre un significato altamente simbolico per Havadtoy. E' qui nel 2008 che tenne la sua prima personale italiana, nello stesso spazio in cui si sono alternati alcuni dei precursori modernisti quali Alan Kaprow, Marcel Duchamp e John Cage, e dove ebbe modo di conoscere lo storico dell'arte Arturo Schwarz che è diventato ben presto suo amico, mentore ed esegeta. A Milano, ci sarà l'occasione per ammirare la serie inedita Doors. Sono porte dipinte, 14 come le stazioni della Via crucis, che simboleggiano i momenti di passaggio e di sofferenza che ogni uomo esperimenta lungo tutto il corso della sua vita. Accompagna la mostra un catalogo Fondazione Mudima edizioni. (Comunicato stampa)




Opera di Valentinaki Valentinaki: "Untitled"
01 giugno (inaugurazione ore 18.30-21.00) - 14 giugno 2016
Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 - Milano

Senza titolo è l'incipit di un progetto che ha visto gli albori nel 2014, durante il quale la pittrice lettone Valentinaki ci ha emotivamente indotto alla riflessione sull'ecosostenibilità del nostro mare. Con il progetto che portava il titolo di Black Sand ha prodotto opere d'arte dove il colore nero (black) del petrolio perduto nei nostri mari ha portato alla morte di una parte della fauna ittica e all'inquinamento delle acque. E' proprio l'artista che ci ricorda come, quando viveva a Riga, in Lettonia, osservava il Mar Baltico solcato da enormi navi petroliere; senza immaginare quale dannoso "oro nero" stavano trasportando e quanto sarebbe stato nocivo se scaricato in mare a causa di un incidente. Black (nera) è anche la Natura che muore, in contrapposizione alla sabbia (sand appunto, ndr.) che ha una colorazione chiara, come la spiaggia quando è intatta, pura, senza l'abominio dell'inquinamento umano.

Gli opposti (black and sand) entrano volutamente in armonia? Solo una conchiglia, inserita nelle opere deliberatamente dall'artista Valentinaki, ci lascia un barlume di speranza, una goccia di possibilità volta ad un futuro di cambiamento proattivo se voluto da ogni singolo individuo. Ma il progetto continua in Galleria Statuto 13, a cura di Massimiliano Bisazza, dove oltre ad alcune opere della precedente mostra, saranno esposte nuove opere con cromatismi - più o meno materici - molto più chiari. Se in passato le opere astratte di Valentinaki, di chiara matrice espressionistica, viravano più verso il nero, il buio, quasi a voler rimarcare il danno ecologico creato dal petrolio; oggi tendono maggiormente a tonalità chiare e con una maggiore presenza di conchiglie... sinonimo di speranza; una finestra luminosa verso la luce emozionale.

L'idea che si percepisce è un intento positivistico dove l'artista vuole concentrare l'attenzione più sulla visione favorevole, dunque costruttiva e non ostinarsi su un dramma umano. La natura sarà dunque più presente nella nuova produzione artistica di Valentinaki e la luce protenderà ad avere la supremazia rispetto al buio. I piani ermeneutici hanno sempre e comunque due gamme interpretative: una materica e l'altra squisitamente estetico-filosofica; lasciando sempre il passo ad un concettualismo sintetico, originale, ibridante ma mai troppo purista o rigoroso; dunque non bisognoso di un titolo: untitled appunto. (Comunicato stampa)





Maria Rebecca Ballestra - Post Human Garden - Genova A better landscape
Dialogo tra arte, ambiente e antropologia
Alan Sonfist e Maria Rebecca Ballestra


31 maggio 2016, ore 18.30
Galleria Unimedia Modern - Genova
www.unimediamodern.com

Alla fine degli anni Settanta, quando la pittura figurativa incominciava a riemergere dal limbo in cui il concettuale e i concettualismi l'avevano relegata, la Galleria Unimedia che si era mossa in questo ambito dal giorno della sua apertura nel 1970, aveva presentato tre mostre emblematiche, Un cardine storico: il Concettuale (a cura di Caterina Gualco, con testo di Enrico Pedrini, inaugurazione il 28/10/1978), La creazione volgeva alla fine (a cura di Caterina Gualco con testo di Giorgio Cortenova e AA.VV, inaugurazione l'11/5/1978), Graffi d'amore sulla pelle del pianeta (a cura di Caterina Gulco, con un testo di Ettore Sottssas jr., inaugurazione 1073/1978).

Tre grandi mostre per tre grandi temi di quegli anni: Conceptual Art, Arte Antropologica e Land Art. L'Arte Antropologica era stata così denominata in Germania, prima nel libro di Gunter Metcken Archeologia degli Umani e poi nella mostra Spurensicherung presentata a Kassel nell'ambito di "Documenta 6". Il suo tema fondante era un ritorno alle origini, alla terra, alla natura e gli artisti provenivano da diversi parti del mondo. Alla Galleria Unimedia avevamo presentato opere di: Bertholin, Claudio Costa, Nancy Graves, Nikolaus Lang, Antonio Paradiso, Anne e Patrick Poirier, Charles Simonds, Alan Sonfist, Dorothee von Windheim; la mostra, veramente interessante, era stata accompagnata da un incontro all'Università di Genova con Giorgio Cortenova, Corrado Maltese, Angelo Trimarco, Antonio d'Avossa.

Alan Sonfist, (New York, 1946) è il massimo esponente vivente del movimento Land Art. Il suo primo grande lavoro su commissione è stato Time Landscape (Greenwich Village, 1965-1975), con la realizzazione di una foresta pre-coloniale in una metropoli contemporanea. Ha ricevuto importanti riconoscimenti. Le sue opere sono presenti nelle collezioni di importanti Musei. Ancora continua a farsi promotore di un'"arte ambientale ecologica", nel tentativo di sensibilizzare l'opinione pubblica sul cambiamento climatico globale.

Il lavoro di Maria Rebecca Ballestra si focalizza sull'interpretazione e la rielaborazione di tematiche sociali, politiche ed ambientali. La sua ultima produzione artistica è orientata verso la percezione del futuro in relazione ai cambi climatici, ai molteplici interventi dell'uomo nell'ambiente naturale ed al senso di insicurezza che caratterizza questo nuovo millennio. Il suo ultimo progetto biennale Journey into Fragility si è ispirato alla Carta per la Terra e per l'Uomo, dal poeta e saggista Massimo Morasso. per sviluppare dodici diversi progetti in dodici diversi luoghi del mondo, con l'intento di sviluppare un dialogo costruttivo sull'ambiente e sul senso del nostro vivere sulla terra.

Alan Sonfist e Maria Rebecca Ballestra si sono incontrati in occasione della mostra Contemporary Wine a Certaldo nel 2015. Da un comune impegno artistico sulle tematiche ambientali e una predilezione per i progetti site specific, di cui Alan è stato tra i pionieri con le sue opere degli anni 60 e 70, nasce l'incontro umano e professionale tra i due artisti, di cui l'incontro/conferenza alla galleria Unimediamodern è uno dei primi risultati. (Comunicato stampa)




Elio-Brombo - Et resurrexit - olio su tela Elio Brombo
termina il 16 giugno 2016
Kokonton Gallery - Venezia
www.eliobrombo.com

La luce che scivola via come un riflesso dorato, l'aria che smuove dolcemente le forme facendole quasi galleggiare, lo spazio divenuto etereo, evanescente, sottilissime velature di colore, apparizioni che si sciolgono nell'atmosfera irreale, sono questi i fondamenti dell'originale, sensibilissima, pittura di Elio Brombo. L'immagine allude sempre a qualcosa che è "al di là", oltre l'apparenza sensoriale. Elio Brombo (Chioggia - Venezia, 1926-2014), pittore e incisore, allievo del padre Angelo Brombo, (1893-1962) paesaggista della scuola veneziana, vive e lavora a Venezia e in Francia dove, nel suo atelier d'estate di Prats de Mollo la Preste, città termale e climatica dei Pirenei Orientali, ha esposto tutti gli anni fino al 2008. Dopo il suo esordio alla Bevilacqua la Masa organizza e partecipa a numerose rassegne, mostre personali e di gruppo in Italia e all'estero.

Elabora nella maturità una originale cifra espressiva che viene affidata prevalentemente alle qualità evocative del colore. Le sue forme, anche se ben definite, prendono corpo in uno spazio surreale illuminato da una luce suggestiva che le smaterializza rendendole praticamente inafferrabili! Nelle sue composizioni la communicativa immediata va oltre il messaggio. E' l'opera stessa che si muove verso di noi, ci viene incontro e ci coinvolge: eccoci allora sul terreno del mistero, nell'irrealtà della fantasia o nel clima spirituale della metafisica. Le sue opere sono tutta una continuità di linee e luci emanate dalla materia colorica sapientemente usata. Numerosi i poeti e scrittori che gli hanno chiesto di illustrare le loro opere. Ha raccolto saggi lusinghieri su auterevoli quotidiani e riviste specializzate, principalmente in Italia e in Francia dove si è svolta una parte della sua attività.

Le sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private sia in Italia sia all'estero. Dal 1979 fa parte del Centro Internazionale della Grafica e, qualche anno più tardi, fonda con Nicola Sene e altri artisti Atelier Aperto, laboratorio dove si esercita la ricerca e la sperimentazione, senza tuttavia abbandonare le tecniche tradizionali. Nel 1990 realizza, con il Centro Internazionale della Grafica, il libro d'artista Suite sinfonica con testo originale di Cristina Petrella; e, nel '98 crea il libro Venezia, presentato da Riccardo Licata, con testo poetico di Luciano Menetto. Nel 1999, su invito della Società Dante Alighieri, partecipa con una sua incisione all'illustrazione di un Canto della Divina Commedia. Nel 2004 realizza un'incisione per illustrare un sonetto del Canzoniere del Petrarca per l'Ente Nazionale Francesco Petrarca e l'Accademia Galileiana di Scienze, Lettere e Arti. (Comunicato stampa)




Angelo Cortese - tricolore - ferro, acrilico e resina su tavola, cm.63x80 2009 Angelo Cortese - tricolore - polistirolo, ferro, chiodi, acrilico. resina su tavola cm.53x45 2009 Angelo Cortese: La Repubblica delle Arti 7
01 giugno (inaugurazione ore 19) - 07 giugno 2016
Galleria PioMonti arte contemporanea - Roma
www.piomonti.com

La Galleria partecipa al 70esimo della festa della Repubblica ospitando nel suo spazio i lavori di Angelo Cortese ispirati al tema della Bandiera Italiana che è bellezza visiva ed energia etica. Opere formate da griglie metalliche, chiodi, spunzoni, corde, lacere stoffe. Con i tre colori della speranza, del candore, dell'eroismo, intendono essere la rappresentazione del cammino impervio che la Bandiera Italiana e con essa la nazione italiana hanno attraversato per raggiungere la forma compiuta e definitiva. Si legge dentro le loro "tessiture" pittoriche un mondo interiore, un senso di nostalgia, di qualcosa di desiderato e mai compiutamente raggiunto.

Tasselli nei quali l'amore per la patria, la libertà ricercata, il senso di decadimento per la dignità collettiva offesa dal tradimento, il rigore morale, la coscienza del diritto e il sentimento del dovere, esprimono una tensione estrema verso una vita più alta e verso una vittoria dello spirito sulla materia. Esprimono cioè l'aspirazione a una coscienza collettiva e di popolo che sancisca un'identità dispersa nel tempo. Scrive Guglielmo Gigliotti, critico e storico dell'arte: "...Queste polimateriche alchimie sono le bandiere che Angelo Cortese ha realizzato per festeggiare tutte le bandiere issate in nome del territorio libero delle arti, cavalcando l'occasione di un importante anniversario storico per ricordare alla nazione celebrata che l'arte non va dimenticata, che la più gloriosa è pur sempre la Repubblica del bello". (Comunicato stampa)




Opera di Giuliano Dal Molin Giuliano Dal Molin: Into the Emptiness
31 maggio (inaugurazione ore 18-20.30) - 08 luglio 2016
Galleria Davide Gallo - Milano
www.davidegallo.net

Giuliano Dal Molin (Vicenza, 1956), dopo un decennio di sperimentazione, sia a livello formale (dalla figurazione all'astrazione), che in termini di indagine sul materiale, approda, nella seconda metà degli anni '80, ad una sintesi geometrica della forma-colore, che lo avvicina alla migliore tradizione italiana dell'Arte Minimale e Spaziale. La sua ricerca però, a differenza di quelle già note, che raccontano lo spazio attraverso una palese deformazione della tela, e a differenza dell'astrazione monocromatica, trova la sua autonomia in due elementi, ancora non troppo esplorati dai linguaggi contemporanei: la prospettiva e il vuoto.

Per Giuliano Dal Molin, infatti, la prospettiva entra a far parte dell'opera in maniera decisa, poiché è proprio nel rapporto tra osservatore e spazio necessario alla visione, che l'opera definisce la sua identità. Le superfici di Dal Molin flettono, impercettibilmente, sfondano le une nelle altre, oppure sembrano coesistere pacificamente, ma la loro, in realtà, è solo una momentanea tregua, nello scontro di forze tra forma e colore. E' nella distanza, nella prospettiva, che l'opera di Dal Molin si definisce, e trasforma la semplice mutevolezza in raffinata ambiguità. Ma la prospettiva non è il punto di arrivo della sua ricerca, bensì uno strumento per affrontare una dimensione ancora più profonda: il vuoto.

Ecco che le opere di Dal Molin diventano espressioni del vuoto, le superfici flesse, gli spazi colorati, non hanno valore per loro stessi, ma rimandano al vuoto, a quella non-forma che o contengono o suggeriscono. Il vuoto per Dal Molin è frutto di analisi matematica, strutturato secondo coordinate geometriche, nulla di metafisico, un'entità a sé che dà consistenza all'opera rendendola autonoma dallo spazio fisico, e che la ricolloca nello spazio mentale dell'osservatore. Il vuoto, le sue diverse qualità energetiche, è la diversa intensità del colore a saperla suggerire. Ecco perché il pigmento, nel lavoro di Giuliano Dal Molin è un grande protagonista, ed ecco perché è lui stesso, con sapere alchemico, a distillare il pigmento, dal quarzo, dai minerali, dal cristallo e dalle sabbie e questo processo altro non è se non una sublime comunione spirituale dell'artista con la sua opera. (Comunicato stampa)

---

Tuesday, May 31 the Galleria Davide Gallo is pleased to present "Into the Emptiness", the first solo show in Milan, of the artist Giuliano Dal Molin. Born in Vicenza in 1956, after a decade of experimentation, both at a formal level (from figuration to abstraction), and in terms of investigation of materials, Dal Molin lands, in the second half of the 80s, to a geometrical synthesis between shape and color, that brings him closer to the best Italian tradition of "Arte Minimale" and "Spazialismo". However his research, despite those already known that narrate the space through an evident deformation of the canvas, and despite the monochromatic abstraction, identifies its autonomy in two elements, not yet explored by contemporary languages: perspective and emptiness.

For Giuliano Dal Molin, in fact, prospective becomes part of the art process in a decisive way, because the work defines its identity through the relation between the observer and the space necessary to the vision. The surfaces of Dal Molin flex, imperceptibly, break one into each other, or seem to coexist peacefully, but also in this case it is just a momentary truce, in the clash of forces between forms and colors. It is in the distance, through the prospective, that the work of Dal Molin defines itself, and transforms its simple variabilità, in a refined ambiguity. Prospective is not the arrival point of Giuliano Dal Molin research, but rather a method, an instrument, to face an even more important and profound dimension of art: the emptiness. So, the work of Dal Molin become expressions of emptiness.

The flexed surfaces, the colored areas, do not have value for themselves, but refer to the void that either contain or suggest. The emptiness, for Giuliano Dal Molin, is the result of a mathematical analysis, and not something of metaphisical. It is known through geometric coordinates, an entity by itself which makes powerful the art work, and independent from the physical space, relocating it in the mental space of the observer. The different energetic qualities of emptiness, are suggested by the different intensity of the colored surfaces. That's why the pigment has a big importance, and that's why, as a contemporary alchemist, he distills by himself the pigment from quartz, minerals, crystals and sands, and this process put the artist in a sublime spiritual communion with the his work. (Press release)




Opera di Giuliano Mammoli Giuliano Mammoli: Spiegare tutto ogni volta
termina l'11 giugno 2016
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

L'evento, a cura di Gaetano Salerno, è il secondo appuntamento di "Osservazione 2016" ciclo di cinque mostre in cui gli artisti dall'Associazione culturale Fuori Centro, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione. Un gioco di tasselli modulari (serigrafie su metallo, terrecotte, ready-made) come distinti elementi alfabetici di un componimento letterario frammentato la cui ricomposizione e definizione ultima, ottenuta attraverso un percorso sommativo - contemporaneamente ludico e catartico - conduce a epiloghi illuminanti, per quanto combinatori e casuali.

Con l'elegante rigore formale e la ricercata levità che ne caratterizzano l'intera produzione artistica, Giuliano Mammoli ci conduce entro i labirinti della comunicazione, riscrivendo lo spazio espositivo di frasi interrotte, immagini spezzate, segni grafici e grafemi incompiuti da decrittare e riutilizzare per ricostruire il flusso di verità assiomatiche massmediali, prodotte meccanicamente da una società frenetica e disattenta, delle quali è stato smarrito il senso. Un monito, evidentemente, a riconsiderare e porre rimedio alla superficialità di analisi, al pressapochismo, alla disattenzione che inficiano la capacità di osservare e leggere il mondo.

Un paradosso comunicativo in cui la rinuncia a un senso immediato induce, oltre la confusione del cortocircuito narrativo, alla formazione di nuovi sistemi di scrittura logografici, all'esplorazione di nuovi pensieri, alla catalogazione di nuove prospettive visuali. I forti contrasti che sorreggono i linguaggi espressivi dell'artista mettono in scena un complesso apparato di ossimori in cui gli estremi - leggerezza/gravità, gioia/tragedia, inganno/disinganno - coesistono e s'intrecciano, per spingerci a introspettive riflessioni e valutazioni oltre l'articolata struttura enunciativa alla quale ogni opera concorre. (Comunicato stampa)




Opera di Rossella Baccolini Rossella Baccolini: Ninfee
termina lo 05 giugno 2016
Massenzio Arte - Roma

Dialogo informale con Monèt: Ninfee, nasce da un bisogno di instaurare un collegamento dialettico con l'opera dell'ultimo periodo produttivo dell'autore francese. Il soggetto ripreso nei lavori di Rossella Baccolini, viene riproposto in chiave personale attraverso l'uso di materiali eterogenei assemblati su tela; carte riciclate, malte colorate, veline, pigmenti. La sperimentazione nei lavori di Rossella apporta un valore di contemporaneità e di appartenenza che attraverso il segno: dato imprescindibile della pratica, vede un collegamento con un recente passato e un improbabile presente. In sintesi, una visione in chiave pittorica delle atmosfere e delle cromie musive bizantine che appartengono alla formazione culturale dell'artista vengono proposte assieme ad altri lavori appena precedenti dove la ricerca di un linguaggio soggettivo cerca la sua realizzazione. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra Tomislav Brajnovic e Igor Eskinja Tomislav Brajnovic e Igor Eškinja
Suddenly everything disappears (tutto ad un tratto sparisce)


termina l'11 giugno 2016
Institute for Contemporary Art - Zagabria
www.triestecontemporanea.it

La mostra, nata come progetto site-specific di Trieste Contemporanea per lo Studio Tommaseo di Trieste e inaugurata alla fine dell'anno scorso, si sposta ora, a cura di Giuliana Carbi Jesurun, all'Istituto per l'Arte Contemporanea di Zagabria in una nuova configurazione. E' la prima personale di questi artisti croati in questa sede. (Comunicato stampa)




Franco Fanelli - L'opera incisa Franco Fanelli: L'opera incisa
termina lo 03 luglio 2016
Palazzo Poli - Roma

Attraverso una cinquantina di incisioni datate dalla metà degli anni Ottanta a oggi, la mostra ripercorre l'opera di uno dei maggiori incisori italiani contemporanei. Il percorso in cinque sezioni non è cronologico ma tematico e accosta opere di diversi periodi. Le "Geografie" costituiscono una sorta di atlante di luoghi immaginari, spesso ispirati dalla letteratura noir anglosassone, ma anche da riferimenti simbolisti e dalla poesia elisabettiana e barocca. "Sibyllae" è il titolo di una serie di sei incisioni di grande formato che documenta, alla fine degli anni Ottanta, la prima maturità dell'autore. Le pesanti matrici diventano scudi ed emblemi che recano i nomi delle Sibille michelangiolesche e che emergono da un magma materico ottenuto da stratificazioni di tecniche, da "pentimenti" e riprese che tramutano le lastre in palinsesti.

Ritratti di pugili, lottatori e rapper afroamericani, talora rivisitati nell'iconografia dell'«uomo d'arme» cinquecentesco, sono invece i protagonisti delle lastre incise tra gli anni Novanta e Duemila esposti nella sezione «Nigredo». Anche in questo caso affiorano nei titoli riferimenti letterari, dal demone marino Davy Jones evocato da Melville nel Moby Dick a Tom Corbin, eroe di un racconto di Conrad. Antecedenti a questi ritratti sono, negli anni Ottanta, le piccole incisioni raffiguranti metamorfiche creature marine, ibridazione tra iconografia classica e i mutanti di H.P. Lovecraft.

L'«Archeozoologia» immaginata da Fanelli nei primi anni Duemila è un'altra forma di ibridazione, laddove la ricorrente immagine della scimmia cinocefala diventa elemento simbolico ma anche decorativo in vasi ispirati al pastiche archeologico piranesiano. L'archeologia visionaria, ancora sulle orme di Piranesi, è infine il tema dell'ultima sezione: il "Voyage Pittoresque" dell'autore inizia dalla natura pietrificata eppure metamorfica ispirata sia dal Gordon Pym di Edgar Allan Poe sia dalla poesia di John Donne e alla sua "Anatomia del mondo" (senza dimenticare i tormentati paesaggi dei seicentesco Hercules Seghers), prosegue con due scorci dell'arco romano di Orange abitato da protomi di scimmie e da avvoltoi e approda, nelle opere più recenti, nelle due acqueforti intitolate "Il sogno dell'archeologo".

Sono cave immaginarie, veri e propri luoghi mentali, «encefali di pietra» da cui affiorano i frammenti di un'antichità d'invenzione e le testimonianze di misteriose civiltà. Filo conduttore di tutta l'opera incisoria di Fanelli è il ricorso alle tecniche tradizionali dell'incisione, dall'acquaforte alla puntasecca, dal bulino all'acquatinta, dalla vernice molle alla maniera nera, quasi sempre compresenti su matrici di forte impatti scultoreo, contrassegnate da un insistito lavoro di "scavo" e da continue rielaborazioni. Completano la mostra una selezione di matrici e il libro d'artista Polvere, sassi, oli con poesie di Alberto Toni e sei incisioni originali di Fanelli. In catalogo, realizzato a cura della Fondazione Sardi per l'Arte di Torino, testi di Maria Antonella Fusco, Dirigente dell'Istituto centrale per la grafica, Fabio Fiorani, curatore della mostra, e di Renzo Mangili, storico dell'arte, e un'ampia antologia critica.

Franco Fanelli (Rivoli - Torino, 1959) dal 1987 è docente di Tecniche dell'Incisione presso l'Accademia Albertina di Belle Arti. Ha esordito come incisore nel 1985, con la collettiva «Giovani Artisti a Torino», Palazzo degli Antichi Chiostri, Torino. La sua prima mostra personale, «Uncharted», è del 1987 presso la galleria Documenta di Torino. Ha esposto in mostre monografiche anche alla Galleria Franco Masoero di Torino (1989), alla Galleria il Bisonte di Firenze (1995) e alla Galleria dell'Incisione di Brescia (2004). Tra le mostre recenti, le personali del 2012 presso le gallerie Colophon di Belluno e Simone Aleandri Arte Moderna di Roma e del 2013 alla Galleria Carte d'Arte di Catania. (Comunicato Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Annamaria Buonamici - olio su vetroresina "ARTinCLUB 4" - Arte Contemporanea alla Residenza d'Epoca
Dipinti di Annamaria Buonamici


termina il 30 settembre 2016
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com

Mostra di pittura, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. In esposizione una serie di recenti dipinti dell'artista Annamaria Buonamici. L'iniziativa ARTinCLUB, giunta alla quarta edizione, nasce con l'intento di offrire al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Annamaria Buonamici (Lucca, 1954) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in Italia e all'estero. I suoi dipinti sono realizzati con una tecnica personalissima, mediante la quale l'artista dipinge sul retro lastre trasparenti di vetroresina con colori ad olio. Il suo universo creativo è focalizzato sull'osservazione del paesaggio naturale: attraverso continui giochi di sovrapposizione ed effetti di contrasto, la pittrice rappresenta la natura con suggestive combinazioni cromatiche, nel tentativo di coglierne l'essenza più profonda. La mostra è corredata di catalogo con introduzione di Gianni Costa. (Comunicato stampa)




Opera di Liana Citerni Liana Citerni: Lampi di luce
termina lo 03 giugno 2016
Spazio Libero 8 - Milano
www.zamenhofart.it

Mostra personale di pittura dell'artista Liana Citerni, a cura di Bruno De Santi e Virgilio Patarini. In esposizione una ventina di opere, selezione della produzione di matrice informale dell'artista milanese, allieva tra gli altri di Mario Tapia e Fabio Cuman. Liana Citerni inizia giovanissima a dipingere e a proporre i suoi lavori, incoraggiata dal suo insegnante di disegno a Grosseto. Conclude poi la sua carriera scolastica laureandosi in giurisprudenza alla statale di Milano. Docente presso l'istituto Bassi di Lodi, vi incontra l'artista toscano Vittorio Corsini, che la incoraggia a iniziare il suo attuale percorso di ricerca artistica: innanzitutto con il maestro sudamericano Mario Tapia nella cui bottega d'arte apprende l'uso del colore e delle sue armonie. Quindi, alla morte di Tapia, è il maestro Fabio Cuman ad indirizzarla verso l'astratto.

In seguito, conosciuto Bruno de Santi, approfondisce con lui l'arte di fare fondi materici, elemento cruciale della propria ricerca espressiva. Oltre ai succitati Corsini, Tapia, Cuman e De Santi, vanno citati anche i pittori Giuseppe Beccarini e Mario Fasani che le sono stati di prezioso aiuto con le loro critiche e i loro incoraggiamenti. Tra le mostre a cui ha preso parte ricordiamo, negli ultimi anni: dal 2007 al 2011 una serie di mostre collettive all'Accademia di Belle Arti di Melegnano. Nel 2012 la mostra "La donna e la pittura" al Castello Visconteo-Mediceo di Melegnano. Poi altre mostre a Peschiera Borromeo, Linate, San Giuliano Milanese. Recentemente, nel giugno 2015, la personale "Schegge" al Caffè Letterario di Lodi. (Comunicato stampa)




Opera di Fabio Di Bella Eugenio Vanfiori - pungiball Fabio Di Bella | Eugenio Vanfiori: Il gioco
termina il 15 settembre 2016
Impresa Sociale Ad Formandum - Trieste

La mostra organizzata con il concorso dell'Associazione Juliet sarà presentata da Camilla Pasqua. Entrambi i due autori sono componenti del collettivo artistico "Spazio Libero Officina Artistica" insieme a M.Saija, O.Sturniolo e S.Marino. Il tema conduttore che unisce questi due autori è quello del gioco, come emerge anche dal titolo della mostra. Le carte da gioco nel primo caso e il soggetto delle giostre nel secondo. Di Bella utilizza l'iconografia del mazzo di carte e la sua struttura bidimensionale, per trasformarla nelle sue opere sia in impianto scenografico, sia in personaggi che interagiscono in quello spazio dove tutto può esistere e prendere forma.

L'attenzione di Vanfiori si sofferma sulle giostre e le attrazioni del Luna Park, perciò il suo processo è inverso, visto che dalla grande dimensione si passa a una scala ridotta. Egli utilizza la rappresentazione di questi "macchinari ludici rotativi e luminescenti" per dialogare con il fruitore, ma attrezzato dalle suggestioni della gioia per il divertimento e la paura per ciò che si presenta saltuariamente nei periodi di festa, per quel mondo ignoto e misterioso che si dichiara presuntuoso con i suoni e i colori di questi immensi "giocattoli". (Comunicato stampa)




La Forma della Città La Forma della Città
09 giugno (inaugurazione ore 18.30-20.30) - 13 agosto 2016
Galleria Eduardo Secci Contemporary - Firenze
www.eduardosecci.com

La Forma della Città propone una serie di posizionamenti nel rapporto tra l'artista contemporaneo e lo spazio urbano indagato come luogo in cui si sviluppano tensioni sociali, trasformazioni culturali e il senso stesso della storia. I sette artisti coinvolti, Elena El Asmar, Andrea Galvani, Michele Guido, Margherita Moscardini, Marco Neri, Luca Pancrazzi, Giuseppe Stampone, sono stati chiamati a confrontarsi con il valore ambivalente della città nella tradizione di matrice europea: la forma creata per fondazione o stratificazione nei secoli e il suo diluirsi nell'espansione incontrollata del Novecento, con la dissipazione di quella continuità tra spazio e abitanti che per secoli ha garantito il legame tra comunità e produzione culturale.

E' quindi un progetto incentrato sulla facoltà critica dell'artista e sul modo in cui il suo sguardo può comprendere la storia. I sette artisti forniscono altrettanti punti di osservazione per reinterpretare l'architettura, lo spazio urbano, le diverse declinazioni della sfera pubblica, tra memoria e vertigine immaginativa, tra senso del politico e forme del poetico. In mostra la varietà dei linguaggi e degli esiti formali (in lavori quasi sempre realizzati espressamente per questo progetto) si ricompone in un percorso giocato su due fattori comuni: la scelta di opere quasi sempre bicrome, e una varietà di livelli ottici che obbliga l'osservatore a muoversi tra la superficie e la visione panoramica dell'opera.

L'installazione a parete di Marco Neri mette in scena un interno urbano con una tessitura bidimensionale che rivela la natura geometrica della città. La sua uniformità (alienante nell'edificazione intensiva), rappresentata come mappa e come ritratto di periferia, vibra grazie alla variazione fornita dalle scelte individuali. Nel lavoro di Michele Guido la geometria è quella della matrice rinascimentale, a partire dalla definizione delle forme pure (il cerchio, il quadrato) fino alla pianificazione del colonialismo. Nelle serigrafie, nei disegni e nella grande scultura, Guido utilizza gli strumenti della ricerca storiografica per mettere in evidenza il rapporto tra l'idea della città e la sua immagine reale. Anche il lavoro di Elena El Asmar, qui formalizzato in tre grandi arazzi, si svolge come un continuo "esercizio del lontano", coniugando la dimensione mentale dei luoghi con la loro realtà tangibile.

A partire dalla figurazione della memoria, e nel suo incontro con i materiali, le città fenicie dell'artista si ramificano lungo i confini del paesaggio toscano, dell'architettura postmoderna, dello spazio immaginato. La città si dissolve nell'opera di Andrea Galvani lasciando emergere un paesaggio notturno e onirico: le sue fotografie mostrano spazi limitrofi della città come autentiche apparizioni, conducendo lo spettatore in un'osservazione del quotidiano vibrante e inedita. Le città su specchio e su rete di Luca Pancrazzi rivelano uno sguardo sul margine, tra prospettive ripidissime e visioni macroscopiche. L'artista elabora sottrazioni cromatiche e sintesi formali che puntano a un' estetica divergente dello spazio urbano, dove le visioni delle periferie e i passaggi radenti sono il sintomo di un movimento continuo.

Giuseppe Stampone compie una critica delle icone della società occidentale: le sue opere su carta creano piccole deflagrazioni di senso che mettono in discussione le relazioni tra il potere e la complessità sociale. In una grande installazione la negazione dell'ovvietà del visibile indica il legame tra dominio e forma della città. Lo sguardo di Margherita Moscardini si pone da dietro le quinte di una resistenza civica che individua proprio nello scarto, nell'errore, nello spazio liminale, la possibilità di nuove narrazioni, individuali e collettive. Gli artisti hanno indicato le proprie bibliografie legate alla forma della città: una scelta dei libri che hanno informato i loro sguardi sarà disponibile in galleria, per la consultazione e la vendita, grazie a una collaborazione con la Libreria Brac di Firenze. (Comunicato stampa)




Christian Megert - Mobile - legno, specchio 1965 Christian Megert: Attraverso la scultura
termina il 29 luglio 2016
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

"Attraverso la scultura" rappresenta l'inizio di un progetto che intende rendere omaggio all'artista in qualità di scultore, proponendo un percorso attraverso una selezione di sculture dagli anni Sessanta sino ai nostri giorni. La scultura di Megert si basa su forme astratte-concrete che egli realizza utilizzando materiali differenti, come vetro, granito e marmo, e che consentono grazie alla loro superficie lucida, e a sua volta riflettente, di catturare la luce dell'ambiente e rispecchiare lo spazio circostante. Megert afferma di voler creare uno spazio senza limiti, senza inizio e senza fine, immobile e, allo stesso tempo, in movimento". La mostra attraverso una ricca selezione di opere, dalle tecniche e forme differenti, mette in luce la poetica dell'artista, che oscilla tra spazi reali e spazi irreali di vetro e granito. La scultura di Megert è riflessione dello spazio, rinnovamento nella comprensione del mondo attraverso lo studio delle diverse prospettive geometriche. Questo si rende evidente, in particolare nella scultura in granito rosso di forma cubica, del 1985, posizionata su base di plexiglass, la quale in un gioco di volumi, propone un dialogo tra pieni e vuoti, tra leggerezza e pesantezza e diventa luogo di contemplazione.

Christian Megert (Berna, 1936) ha partecipato attivamente alle ricerche artistiche del Gruppo Zero, fin dagli anni sessanta. Vive e lavora tra Düsseldorf e Berna. Nel 1961 Megert scrive il suo Manifesto Ein Neuer Raum (Un nuovo spazio), sintesi della sua ricerca artistica. Protagonista di numerose esposizioni personali, l'artista ha preso parte alle esposizioni del Gruppo Zero e a quelle dell'Arte cinetica in Europa. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni private e pubbliche, tra cui il Musée des Beaux Arts di Montreal, il Progressive Museum di Basilea, il Museum of Modern Art di New York, il Gropius-Bau di Berlino. (Comunicato stampa)




Opera di Gregor Purgaj Gregor Purgaj
termina il 15 giugno 2016
Mini Mu (Parco di San Giovanni) - Trieste

Cultura colta e cultura popolare, graffiti e illustrazione, fumetto e pittura si intrecciano nel lavoro di Gregor Purgaj. Per questa anteprima italiana l'autore propone una serie di lavori su tela e su carta incentrati sul complesso tema della visione e del desiderio. Il motivo del desiderio, che fa nascere nel concreto l'opera e la soggettività di questo desiderio (ovvero il punto di vista dove ci si colloca), è sempre stato termine costante nelle opere degli artisti: l'entusiasmo del desiderio ci regala l'opera e l'opera ci predispone all'emozione. L'emozione (e il relativo desiderio) esalta, allora, la visione di quello che ci sta davanti, deformando e alterandola percezione della realtà, il dettaglio o il contorno: i piani si confondono, il colore deborda, il cuore pulsante amplifica a dismisura il suo battito forte di energia.

Il tema del volto, metafora di ogni singolarità o segno di ogni esistenza, diventa lo specchio in cui - parafrasando Lautrémont - si riflette ogni immagine, ogni momento, passato e futuro. Il battito delle ciglia - portato coscientemente al suo diapason - fa volare la fantasia verso mete improcrastinabili. Aspetto caratteristico in questi lavori è l'immediatezza del messaggio, la quasi totale mancanza di mediazione intellettuale: una assenza questa che si pone a beneficio dell'immediata percezione dell'opera. La comunicazione è diretta. Se dovessimo pensare a un colore, questo colore non potrebbe essere altro che una contrapposizione tra gialli, rossi, verdi e azzurri, colori che nella loro complementarietà sprizzano scintille ed esaltano l'animo umano. La soggettività, in questo modo, s'innalza nel pigmento oltre che nel dimensionamento dei temi raffigurati.

Si tratta di una soggettività visionaria e deformata che non si confronta con la resa naturalistica o con le regole prestabilite, e che rende, quindi, possibile il continuo passaggio dal micro al macro, dal primo all'ultimo piano, con scarti e con fughe repentine. La spazialità viene annientata a favore della superficie ovvero di una narrazione tutta posta in primo piano. Pur trattandosi, in definitiva, di pittura figurativa e che cioè rappresenta quello di cui parla, siamo, infine, in presenza di una figurazione che coinvolge meccaniche di approccio con il reale fortemente estroverse e debitrici di una semplificazione che rende il messaggio immediato, e facilmente condivisibile in maniera allargata. La soggettività dello sguardo, il suo desiderio permette che affiori l'emozione, tanto da farla diventare emozionalità sprigionata da ogni singola figura. Il motivo del micro - nel suo rapportarsi con il macro - è à rebours, il che vale come immagine rappresentata e come processo interiore che muove l'artista. (Comunicato stampa)




Luciana Manelli - Lavanda toscana Luciana Manelli - L'arte del ricamo Luciana Manelli
termina il 16 giugno 2016
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

A Mantova, per la prima volta, i dipinti dell'artista Luciana Manelli, che all'inaugurazione sarà intervistata da Arianna Sartori, curatrice della mostra. Saranno esposti oltre 20 dipinti di medie e grandi dimensioni: "Lavanda toscana", "Madre a primavera", "Girasoli che si guardano", "La madre, il pane", "L'arte del ricamo", "Mimosa in mostra", "Bacche rosse alla Rocca".

«Il mio lavoro è l'insegnamento, il mio mestiere è la pittura. Queste due situazioni se unite e messe a confronto danno vita a quello che è una meravigliosa ricerca dalla quale può nascere ciò che noi chiamiamo "espressione artistica". Ho al mio attivo 43 anni di docenza all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano: ne vado fiera. Ho avuto modo di tastare l'intuizione pittorica di centinaia di allievi avendo cura di insegnare e far amare il concetto di pittura figurativa di cui credo di essere una fiera paladina; ho sempre esortato gli allievi a seguire con entusiasmo la pittura del reale, del credibile e sostengo che questa è la strada maestra per arrivare ad esprimersi al meglio. A questo io ho sempre creduto e questa è stata la mia forza, cercando di non dimenticare mai che in ognuno di noi c'è creatività, ricerca e fantasia. Una volta un giornalista di Napoli nel ringraziarmi di un mio quadro mi scrisse: "la vita è sogno", (lo diceva Pedro Calderon Della Barca) continua a farci sognare con le tue opere. Non dimenticatelo mai, io cerco di ricordarlo ogni giorno nelle mie creazioni.» (Il mio testamento artistico, di Luciana Manelli)

«Non è vero che la pittura figurativa sia oggi meno sofisticata del grande filone dell'arte astratta, perché a forza di abbreviare, di imitare il linguaggio primitivo, di procedere per segni riduttivi dell'immagine, siamo arrivati al punto di non distinguere più un volto da un puro diagramma astratto. (...) Luciana Manelli è realista perché parte veramente da una osservazione amata del reale. Si sente che essa ha vissuto e vive la vita contadina, delle sue parti, del Pavese.» (Raffaele De Grada)

«(...) Luciana Manelli appartiene a quella schiera di fedeli cantori di quel mondo al quale una società massacrata dalla macchina va volgendo, in questi ultimi tempi, la sua fiducia e le sue speranze. Ma quello della pittrice non è un canto georgico o arcadico, come una nostalgia di beni perduti. E' invece una rappresentazione cosciente e ferma del mondo rurale, anche quando si rifugia nell'allegoria. (...)» (Domenico Purificato)

Luciana Manelli (Pinarolo, 1946) frequenta il Liceo Artistico a Brera e segue il corso di pittura del Prof. Silvio Consadori e i corsi di figura e anatomia dei Prof. Ugo Vittore Bartolini. Sempre a Milano passa poi agli studi superiori e si iscrive all'Accademia di Belle Arti ove si perfeziona in tecniche pittoriche nel corso del Prof. Domenico Purificato e si diploma in scenografia nel 1969. Dal 1971 è docente di pittura all'Accademia di Brera di Milano.




Opera di Antonio Pilato Antonio Pilato - opera in mostra alla Galleria Sartori di Mantova Antonio Pilato
La forza della speranza nel dramma esistenziale


termina lo 09 giugno 2016
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La Galleria presenta, per la prima volta al pubblico mantovano, l'artista Antonio Pilato in una mostra curata da Arianna Sartori. Antonio Pilato (Grotte - Agrigento) ha frequentato liberi corsi di composizione di Brera a Milano e Zurigo. E' docente di filosofia a Milano. Tra le mostre recenti: 2010, Circolo della Stampa - Palazzo Serbelloni (Milano); 2011, Polo Umanistico (Erice - Trapani); 2011, Galleria Roma (Siracusa); 2011, Complesso Monumentale "Guglielmo II" (Monreale - Palermo); 2011 Casa di Dante (Firenze); Dic/Feb. 2011/2012 54° Biennale di Venezia. Si è aggiudicato vari Premi, e è stato recensito con articoli su quotidiani vari, di lui hanno scritto i critici: L.G. Volini, G. Ballo, S. Russo, S. Sequenzia, F. Papi.

Sulla mia pittura
di Antonio Pilato

- Simbologia. Gli squali simboleggiano i pericolosi ostacoli naturali, animali e umani, che mettono a rischio anche la vita, non solo per mare ma anche per terra, di chi fugge dai luoghi dell'oppressione e della miseria.

- Linguaggio. La mia pittura è la voce del sentimento, fatta di linee, colori, forme calligrafiche liberamente ed emotivamente concepite, fissate nei contorni, lasciati aperti all'intuizione ritmica della dinamica spaziale che va oltre il limite del quadro, dall'abilità e spontaneità della mano che domina il segno. A prima vista le immagini sembrano ripetersi, in verità variano negli spazi e nei colori luminosi, e rappresentano idee simboliche, che pur ispirate alla realtà, acquistano un carattere di assoluta libertà introspettiva. Anche lo spazio si determina attraverso il segno.

- Tematica. Alla radice del linguaggio c'è il bisogno di rivelare, di gridare forte il sentimento di giustizia. Nelle opere infatti c'è sempre la massa che incombe e che soffre. Il nero del campo è segno di smarrimento, sfiducia, mancanza di orientamento. Questa pittura ci dà il dramma dell'esistere dei più deboli, che per la prepotenza dei più forti (simboleggiati con degli squali) sono costretti a soccombere.

- La presenza femminile. La donna nella mia pittura rappresenta l'umanità in generale femminile, che richiama la forma perfetta dell'arte, anzi l'armonica struttura di bellezza per eccellenza, che ha ispirato nella storia tutti gli artisti. Essa è anche grazia piena in quanto sintesi di tutte le virtù etiche: temperanza, prudenza, saggezza. Esempio di forza, pazienza, tenacia e coraggio ineguagliabile, fino al sacrificio. Ne è esempio la creatura che porta in grembo, e che libera alla vita compiendo l'amore generazionale.

«Antonio Pilato si avventura molto felicemente in una pittura che vuole essere una rappresentazione (vor-stollen, mettere davanti) di eventi del mondo secondo una vocazione narrativa che solo un percepire morale può instaurare nella sua energia espressiva. Abituati ai numerosi collassi manierista, all'aggressività di superficie, o a segni inevitabilmente ridotti nell'angolo della decorazione, questa pittura evoca e, in un certo senso impone, un referente etico comune, conferendo all'esperienza estetica un approdo ulteriore. (...) Il tema di Pilato è l'insieme delle tracce, tracce devastanti del prendere un mare infido per una speranza, devota nel cuore, fragilissima nel mondo (...)» (Fulvio Papi, filosofo)

«Pilato è un artista che sente il dramma dell'esistenza umana e quindi l'angoscia dell'esistere quando non sia riscatta dall'impegno morale. Questa originaria intransigenza, che nasce da una effettiva partecipazione alla vita, lo fa tendere ad una tensione espressiva, ma gli fa anche eludere ogni atteggiamento retorico oltre che formale. Da qui un senso primordiale colto alle radici, non contemplato da fuori, ma vissuto dentro.» (A. Lucia Coruzzi)




Opera di Filippo Capperucci Opera di Mimì Buffelli Opera di Giuseppe Patanè Opera di Adriano Castelli Opera di Eugenia Serafini Opera di Franca Maria Catri Scenari








Filippo Capperucci, Mimì Buffelli, Giuseppe Patanè, Adriano Castelli, Eugenia Serafini, Franca Maria Catri


termina il 21 ottobre 2016
Plus Florence - Firenze

"Scenari" si campiona ad essere, in una città come Firenze, lo specchio di un'arte di frontiera, assolutamente in movimento, ipermoderna, ipertesa, ipercolta, mente e cuore, ma anche progetto e destino della comunicazione estetica. E' con questo progetto, ideato e diretto dal Prof. Carlo Franza, che si vuole indicare e sorreggere l'arte nuova e, dunque, protagonisti e bandiere, bandendo ogni culto del transitorio per porgere a tutti il culto dell'eterno. Con "Scenari" si troveranno ad essere coinvolti, ogni volta, sei artisti con sei mostre personali. I sei di questo capitolo sono Filippo Capperucci, Mimì Buffelli, Giuseppe Patanè, Adriano Castelli, Eugenia Serafini, Franca Maria Catri.

Capperucci: Corsari della Libertà
Plus Florence - Piano Beige

"Filippo Capperucci è un protagonista originale della pittura italiana contemporanea, molto conosciuto non solo per le immagini strutturate con effetti di potente semplificazione, ma anche per il singolare bestiario, per i suoi insetti e animali mostruosi irti di aculei e gobbe. Capperucci cerca di capire e leggere il mondo prima di rappresentarlo, lentamente immaginando che non sia finita l'euforia, il gioco a colori di questo mondo animale da paradiso terrestre che sorprende per una realtà e certi abissi nascosti. D'altronde i sogni sono nelle mani degli angeli, mentre il bestiario umano che egli traduce a colori stordisce e disincanta. (...) Filippo Capperucci ha esplorato il nostro mondo carpendone anche quella parte fantastica che incanta non poco. La sua è stata un'invasione mentale niente affatto affidata all'avanguardia, ma capace di alimentare la curiosità del turista visivo. (...)". (Carlo Franza)

Filippo Capperucci (Parigi, 1955) ha frequentato l'istituto d'arte di Firenze e si è diplomato all'Accademia di Belle Arti, sezione scenografia, nel 1978. La sua pittura si è sempre mossa nell'ambito del figurativo, sperimentando modi diversi sia nel rappresentarlo che nell'uso del colore sulla tela. Molti suoi lavori sono a tecnica mista, con inserti di materiali vari che richiamano la tecnica del mosaico, collage e fotografia, creando l'effetto desiderato. Ha al suo attivo varie mostre personali. Dal 2005 ha iniziato la realizzazione di un mosaico murale nel giardino del proprio studio, prontamente battezzato " il giardino dei gatti felici". Il suo pensiero prevalente si rifà a una frase di F. Hundertwasser. "Un mondo pieno di colori e' sempre sinonimo di paradiso".

Mimì Buffelli: Armonie dell'Universo
Plus Florence - Piano Fucsia

"Tutta la nutrita serie di opere in mostra lascia leggere "la Puglia di Mimì Buffelli", la Puglia del sole e del fico, fortezza dell'antichità e porta della Grecia. Solo una attenta pittrice poteva inscenare sia il vigore storico che la favola meridionale divenuti per sua mano modulazione grafica e ritmo poetico, sorprendente sintesi che maggiormente racconta una singolarità espressiva sempre più magica e rarefatta. (...)Il suo neorealismo un po' necessariamente neoromantico impreziosisce le immagini raccolte, calate poi in una luce che arde di grazia metafisica (...)". (Carlo Franza)

Mimì Buffelli Russi (Salve - Lecce) ha tenuto mostre personali, collettive, marguttiane, itineranti, interessando le sedi e gli ambienti più disparati, sempre con una dichiarata volontà: quella di legare la sua passione alla fede pittorica. Le città che hanno ospitato le sue mostre le troviamo dislocate in tutta Italia, soprattutto in Puglia, comprese tra i paralleli di Altamura e Santa Maria di Leuca. I suoi dipinti sono stati utilizzati anche per illustrare libri, e sono state oggetto di studio da parte di studenti di licei artistici che hanno prodotto tesi su di lei.

Giuseppe Patanè: Mediterranea
Plus Florence - Piano Arancio

"(...) Narrazioni storiche, episodiche, geografiche, trafiggono il mare della visione esistenziale, così da far mostrare a Giuseppe Patanè, pur se rivolto in taluni momenti ad ambiti diversi come la moda, l'allegoria e la derivazione barocca del suo procedere sul reale, il repertorio delle sue immagini proiettate su situazioni sospese, la struttura dei volumi e delle connessioni pittorico - esistenziali, ed anche il suo fervore creativo(...)". (Carlo Franza)

Giuseppe Patanè (Catania), fashion designer dal carisma eclettico e passionale, con all'attivo corsi di tessile e creazione di costumi teatrali conseguiti all'Accademia delle Belle Arti, muove i primi passi creativi proprio nel cuore della Sicilia, sua terra natale; prima, in qualità di vetrinista, display manager e visual merchandiser, poi come direttore artistico, designer e stylist in diversi show room europei fino ad approdare al pianeta Moda, da sempre sua meta ideale. Da Parigi a Milano, inizia a collaborare fianco a fianco ad illustri griffe internazionali nella creazione di linee pret-à-porter donna per poi lanciare, nella stagione autunno-inverno 1996/97, una personalissima collezione che porta finalmente il suo nome.

Adriano Castelli: Luci Padane
Plus Florence - Piano Rosso

"(...) L'amore per il paesaggio italiano è quanto Castelli offre al destino di questo genere con cui colloquia con naturale ossessione da sempre. Eppure, si badi bene che nel paesaggio e nella grande pittura di questo artista italiano c'è tutta una lezione pittorica di forte rilevanza che trae umore da artisti che hanno iniziato la pittura moderna tra Ottocento e Novecento, che concede ad esso non una semplice rappresentazione dal vero, quanto una serie di vibrazioni sottili, capaci di svelare un sentimento lirico e meditativo, un immaginario fantastico che solleva il racconto nel colore, legandolo ad una condizione emotiva ed esistenziale. (...) Con Adriano Castelli va in frantumi l'immaginario classico e si scoprono le tracce di piccoli mondi che rielaborano la scena artistica e la qualità di certi riti. L'occhio cattura la nostalgia del postmoderno, con quell'invisibile e delicata polvere di colori che interagisce con il grido e l'eco dello spettacolo totale (...)". (Carlo Franza)

Adriano Castelli (Asola, 1955), dopo un lungo periodo dedicato alla grafica in bianco e nero dal 1977 inizia ad usare il colore con una valenza simbolica d'arte romantico nordica che si traduce nella serie delle porte, del 1982, dove i passaggi tonali dall'ombra alla luce alludono metaforicamente al ciclo e ai transiti dell'esistenza. Negli anni Ottanta Castelli accelera gli impegni espositivi anche in Germania. Gli scenari che ora i suoi pastelli costruiscono con calcolata misura trasportano in una dimensione aurorale le vedute monumentali piranesiane.

I paesaggi di Castelli sembrano anche recuperare il chiarore delle luci lombarde, iscrivendosi nella tradizione del paesaggio padano con suggestioni metafisiche e astrazioni liriche del tutto autonome. Il risultato di questo percorso è visibile nel ciclo "Le luci della sera" del 1990 a Palazzo Ducale di Mantova e successivamente, nel 1994, a Sirmione con la mostra "Harmonices Mundi" con opere ispirate allo scienziato Keplero. (...) Nel 2016 la collettiva "Quattro storie": storie simmetriche tra i due mari, quattro artisti, due italiani e due americani (Adriano Castelli, Stefano Spagnoli, Paulette Long e Michael Rizza) a cura di Mary Serventi Steiner al Museo Italo-Americano Fort Mason Center di S.Francisco in California.

Eugenia Serafini: Tra aurore e nubi del mondo
Plus Florence - Piano Azzurro

"E' da qualche tempo che questa straordinaria artista italiana mira a raccontare con le sue opere la salvaguardia del mondo e dell'ambiente (...). Ora attraverso un fibrillare di colori e segni, di macchie e lacerti del vedere, Eugenia Serafini in modo proprio sconvolgente ci consegna, costellazioni, vie lattee, stelle, pianeti e satelliti, arie e nuvole, e mille altre riflessioni oggettivate sull'universo. (...)" (Carlo Franza)

Eugenia Serafini, docente universitaria, artista e scrittrice/performer, giornalista, è stata allieva di Natalino Sapegno. Figura complessa e interessante, è stata docente di Storia dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Carrara e dell'Accademia dell'Illustrazione e della Comunicazione Visiva di Roma, e dal 1999 Docente di Disegno dell'Università della Calabria. Poeta performer e installazionista, lavora da anni alla contaminazione intermediale e all'arte totale, utilizzando e fondendo gli apporti di diversi rami creativi: da quello visivo-digitale a quello teatrale, poetico e musicale che utilizza nella creazione delle sue installazioni performative.

Direttrice editoriale dell'Artecom-onlus, ne ha ideato e dirige la Collana di Libri d'Artista e la Sezione per l'Ex-libris ed è responsabile delle rubriche di Arte e Letteratura Contemporanea della rivista FOLIVM. Numerose le sue pubblicazioni di saggi e monografie di artisti moderni e contemporanei. La sua ultima pubblicazione è il volume di poesia visuale e performativa con CD delle sue performances, Canti di cAnta stOrie (Roma, 2008), presentato dal professor Mario Verdone. Ha fondato nel 1998 il Museo di Arte Contemporanea "Micu Klein" di Blaj, in Romania. Ha vinto il Premio Leone d'Argento per la Creatività della Biennale di Venezia 2013.

Franca Maria Catri: La parola dipinta
Plus Florence - Piano Verde

"Avanguardia, nuova avanguardia quella di Franca Maria Catri, poetessa di lunga data con raccolte memorabili che io stesso in parte ho recensito, in particolare Psichiatria di stato (1977). Procede su un piano di consapevole impegno culturale, poesia e vita, poesia e storia, poesie che sono il racconto duro e severo di una vita senza retorica, con un verso spaziato, disteso, disarmonico a volte. Libri austeri e raccolti, in cui si legge amarezza, pietà, disgusto, una fede percossa, ma non avvilita nei destini del mondo. Poesia ideologica che è una profezia con cui la Catri pone una grossa e confortante ipoteca sulla realtà. (...) Toccanti i versi della Catri, perché fitti di accoranti memorie, di rimpianti, di strazianti figure e fatti della vita, di segni d'inquietudine e di incertezze. E la sua è una poesia alta, altissima, anche se vive una posizione di isolamento, di indipendenza esemplare". (Carlo Franza)




Opera di Michel Verjux Michel Verjux
termina il 15 luglio 2016
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Mostra personale dell'artista francese Michel Verjux che presenterà una serie di interventi pensati appositamente per gli spazi della galleria. Come scrive Michel Verjux nel testo in catalogo "Queste illuminazioni, proiezioni di luce, orientate, incorniciate e messe a fuoco, svelano chiaramente ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi. Esse producono, distribuiscono e diffondono questo agente fisico chiamato "luce" su qualcosa d'altro da se stesso (materia, forma, spazio, etc.). E generano e provocano, non solamente la luce riflessa, ma l'ombra (differenti generi di ombre), la rifrazione, la diffrazione e la dispersione, e alcuni altri fenomeni o epifenomeni.

A seconda di come sono orientate, inquadrate e focalizzate, queste proiezioni di luce creano, a contatto con lo spazio e i suoi elementi costitutivi (piani, volumi, etc.) delle rotture di continuità, dei frammenti, dei tocchi e delle forme libere le une in rapporto alle altre...". In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con la riproduzione delle opere in mostra, un saggio introduttivo di Tommaso Trini, un testo di Michel Verjux, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Buffoni, villani e giocatori alla corte dei Medici
termina l'11 settembre 2016
Palazzo Pitti - Firenze

La mostra presenta alcuni dei più bizzarri e inaspettati soggetti figurativi ricorrenti nelle collezioni medicee che, tra Cinquecento e Settecento, trovarono significative, e talvolta curiose, rappresentazioni artistiche. Si tratta di scene cosiddette 'di genere', un universo figurativo che nella acclarata gerarchia della pittura barocca, permetteva di illustrare, spesso anche con intenti morali o didascalici, diversi aspetti comici della vita sociale e di corte, quei temi ritenuti, cioè, altrimenti bassi e privi di decoro, indegni di una pittura alta, di soggetto sacro, mitologico o storico. Nella società apparentemente immobile dell'antico regime, cui danno volto nelle sale di Pitti i ritratti dei granduchi e dei gentiluomini della corte, la pittura 'di genere' diviene lo strumento critico che permette di attingere, attraverso l'arte, alla più variegata realtà del mondo.

Un campionario variopinto, quanto inaspettato, di personaggi della corte medicea, incarna l'ambivalente mondo della buffoneria e del gioco. Sono spesso personaggi realmente vissuti, cui erano demandati l'intrattenimento e lo svago dei signori, antidoto alla noia sempre in agguato tra le maglie del rigido cerimoniale spagnolesco. Così dimostrano il grottesco più sgradevole del Nano Morgante del Bronzino e, all'opposto, la leziosità cortigiana dei Servitori di Cosimo III de' Medici. La comicità di questi soggetti, non esente nel profondo anche da risvolti drammatici o almeno malinconici, si declina nei buffoni di professione, qui rappresentati nei tre tipi: della parola - abilissimi nelle acrobazie verbali e nelle improvvisazioni di spirito -; del fisico; e, infine, della devianza mentale come il Meo Matto di Giusto Suttermans. Partecipano inoltre alle buffonerie alcuni rustici, come la contadina Domenica dalle Cascine, raffigurata dal Suttermans - ritrattista ufficiale dei granduchi - nel quadro omonimo, che risulta saltuariamente stipendiata dalla corte per prestazioni da "buffone".

Appartengono invece al mondo della buffoneria di mestiere Alberto Tortelli e Giuliano Baldassarini raffigurati da Niccolò Cassana in veste venatoria, sospesi dunque tra il piano figurativo dell'ambientazione arcadica, non altrimenti qualificati di segni allusivi al ruolo svolto a corte, e quello della verità biografica che ce li restituisce al mestiere di addetti al divertimento del gran principe Ferdinando. Della serie dei servitori fa parte anche il magnifico quadruplice ritratto di Servi della corte medicea con cui Anton Domenico Gabbiani offre una sorta di regesto di forme e temi, qui antologizzati nel bizzarro campionario di personaggi tutti realmente documentati come 'prestatori d'opera', servile o buffonesca, a palazzo.

Tra gli svaghi un posto non meno trascurabile di quello occupato dai suscitatori del riso avevano i giochi, nelle molteplici fattispecie di quelli di parola, da tavolo - in particolare le carte -, e quelli propriamente fisici. Non mancano testimonianze pittoriche, oltre che letterarie, di svariati personaggi di corte intenti all'esercizio di un gioco ginnico, come l'enigmatico Ritratto di giocatore con palla. Intriganti, nella loro dimensione di personaggi 'irregolari', e per questo 'attirati' all'occasione della presente esposizione, i protagonisti della movimentata Scena di gioco e chiromante in atto di leggere la mano di Nicolas Regnier o l'umanità errante e cenciosa dei Due cantastorie vagabondi.

L'incisione col Ritratto di Bernardino Ricci detto il Tedeschino, a cui Stefano della Bella ha affidato il racconto di una delle personalità più interessanti della buffoneria di professione al servizio dei Medici nel primo Seicento, completa - in termini di confronto e completamento - le tematiche rappresentate dai dipinti. A corredo della mostra è stato predisposto un itinerario nel Giardino di Boboli dove tutti questi personaggi, pur pietrificati, e si nascondono nei boschetti e nelle radure come sfuggiti dall'universo pittorico che li ha creati, ad attendere i visitatori con calembour figurativi e comicissime espressioni. In occasione della presente esposizione sono stati effettuati i restauri di 14 dipinti, 2 sculture e diverse cornici recuperate dai depositi. (Comunicato stampa Civita.it)




Opera di Eugenio Vanfiori Eugenio Vanfiori
termina il 15 settembre 2016
Trattoria ai Fiori - Trieste

Mostra di Eugenio Vanfiori (Messina, 1981) composta da quattordici opere appartenenti al tema delle giostre e del luna park. Eugenio Vanfiori si laurea all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria nel 2006 ed è da diversi anni del gruppo "Spazio Libero Officina Artistica". Le giostre, da anni, sono i soggetti principali delle sue tele: turbini colorati e a tratti psichedelici suggeriscono allo spettatore i ricordi dell'infanzia e le sottili inquietudini della nostra epoca. Vanfiori realizza anche installazioni con materiali riciclati e performance circensi nel tipico abito da "imbonitore".

L'esposizione progettata per "i Fiori" è costituita da piccoli e grandi frammenti di un Luna Park immaginario: opere dipinte ad acrilico su tela, dove si rimescolano in modo festoso e gioioso, gli elementi di un sedimentato immaginario adolescenziale. Sul fondo si staglia un orizzonte formato da catene montuosa "civilizzate" da illuminazioni di urbe lontane, la costa calabrese, scenografia di un luogo reale. Le giostre, in questo paesaggio notturno diventano le protagoniste. La loro presenza rotante e luminescente dichiara, al fruitore la propria essenza fatta di forza ed energia emanata da strutture complesse e ciclopiche come macchine belliche. (...)

E poiché la società del consumo e dell'apparire ha messo in vendita i nostri sogni, rappresentandoli e pubblicizzandoli come oggetti di trasgressione, così il nostro autore si riappropria di una fetta di sogno, spettacolarizzandola, con tratti leggeri e con l'aggiunta di particolari accezioni luministiche o di colori edulcorati, come in una sfida in cui si debbano sostenere le differenze tra ciò che si ama e ciò che ci disturba. Nella stesura cromatica e nella sagomatura "disturbata" di questi corpi/totem/macchine emerge una grande carica emotiva e riflessiva, che si traduce in una serie di riferimenti formali che riassumono un complesso percorso creativo, fino a suggerire un incastro molteplice di letture, organicamente contrapposte, come in una duplice concezione dello spazio e del tempo, dello spirito e della materia, della luce e delle tenebre. La serata, presentata da Camilla Pasqua, è stata realizzata con il sostegno dell'Associazione Juliet. (Comunicato stampa)




Mostra di Helmut Zimmermann Helmut Zimmermann
termina il 30 giugno 2016
Studio Gariboldi - Milano
www.studiogariboldi.com

Retrospettiva dedicata ai lavori pittorici degli anni Sessanta di Helmut Zimmermann (1924-2015). Dopo la Seconda guerra mondiale comincia a studiare pittura e scultura a Monaco e Norimberga e a fare lunghi viaggi in tutta l'Europa. In questi anni si appassiona alle teorie di Carl Gustav Jung, in particolare alla psicologia del profondo e al processo di individuazione: concetti che saranno alla base della sua pittura per molti anni. Per Zimmermann la pittura è un mezzo per acquisire coscienza di se stessi, un processo che documenta lo sviluppo della personalità individuale e dello spirito. Quest'ultimo, che non è visibile, diventa percettibile agli occhi di chi guarda attraverso l'immagine pittorica. Il quadro diviene un'auto-proiezione, leggibile come una radiografia, dove la corporeità non è più un limite.

Opere d'arte quasi Mandala (traduzione dal sanscrito cerchio) che rappresentano uno schema dell'esistenza, dove Zimmermann è al centro. Il solco tracciato intorno fa da recinto della personalità più intima evitando la dispersione e proteggendo tutto ciò che ne è contenuto. Ecco che sulla tela appare il disegno di un possibile ordine mentale, con i lati bui e le ombre, insieme a fenditure e spiragli di luce zenitale, parti integranti dell'anima e indispensabili per l'elevazione spirituale. La continua trasformazione interiore si ripercuote sulle proiezioni pittoriche, che l'artista usa per scoprirsi e di conseguenza cambiare ulteriormente. In questo modo la sua ricerca diventa un cammino della psiche verso la totalità e verso la purificazione dello spirito. Volgendo lo sguardo in se stesso cerca di trovare e di costruire un centro di luminoso silenzio. (Estratto da comunicato stampa)

"Mi sto preparando nel quadro una zona dove è possibile la vita. Devotamente sto cercando nel mio campo l'ordine, la salute, la salvezza." (Dal catalogo della mostra alla Galleria del Naviglio, 1965)




Walter Valentini - Altair - tecnica mista su tavola cm.40x120 2007 Enrico Della Torre - Atlantico - olio su tela cm.15,5x21,5 2010 
Nunzio - pigmento e pastello su cartone cm.71,5x51,5 2007 Chromatic Harmony
Pittura Tra equilibrio e misura


termina il 31 luglio 2016
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Con undici protagonisti dell'arte del nostro tempo, l'esposizione si propone di offrire al pubblico una carrellata di "visioni contemporanee" dove le opere in mostra, attraverso "assonanze cromatiche" si legano l'una all'altra tramite un profondo ritmo armonico. Armonie cromatiche che si ritrovano nella densa qualità pittorica de Il gesto del pugno di Marco Gastini - in cui l'impasto pittorico aumenta di complessità ritrovando un acceso cromatismo e rinnovata matericità - accostato a Tre linee con arabesco n°877 di Giorgio Griffa, dove il libero narrare di segni sulla tela avviene secondo raffinate scelte tonali, tipiche di un artista attento alla calda materialità della pittura più che all'idea o al concetto.

La sapiente tessitura, la rigorosa divisione dello spazio e l'armonia cromatica presenti in Atlantico - piccolissimo olio su tela di Enrico della Torre - dialogano con un grande lavoro di Mario Schifano, artista tra i più poliedrici ed innovativi del panorama artistico internazionale della seconda metà del XX secolo. Così come un Paesaggio di Carlo Mattioli, realizzato con una vena pittorica sospesa tra formale ed informale e forti ispessimenti materici, colloquia in perfetta sintonia con un Paesaggio con cavallo e contadino di Antonio Ligabue, testimonianza di un mondo semplice e rurale, dipinto con pathos espressionista e con quella sua tipica capacità di intercettare le forze segrete della natura e di farne narrazione. Il percorso espositivo comprende anche opere di Herbert Hamak, Omar Galliani, Nunzio, Piero Ruggeri e Walter Valentini. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Felipe Gimenez Felipe Gimenez: Non tutti i mondi sono uguali
termina il 30 giugno 2016
Galleria Doppia V - Lugano

Felipe Gimenez torna alla Galleria Doppia V di Lugano a presentare un nuovo e interessante capitolo della propria arte. Tema di questa nuova stagione è il mondo, inteso come allegorica forma sferica su cui tutto sembra scivolare o, al contrario, aggrapparsi con forza. O ancora ruotare con aerea leggerezza, come i suoi personaggi tipici hanno sempre fatto, da soli o in gruppo, osservando la realtà a mezz'aria. Non tutti i mondi sono uguali, però: nelle tele presenti in mostra l'ambivalenza è palese, alternando suggestioni oniriche dal decorativismo marcato a sintetici ritratti in cui la gravità riduce lo spazio a visioni concrete e solitarie. (Comunicato stampa)




Thorsten Kirchhoff - Sostanza Antroposofica - olio su tela cm.85x150x13 2015 Thorsten Kirchhoff: Underground Party
termina il 30 giugno 2016
Alberto Peola Artecontemporanea - Torino
www.albertopeola.com

La mostra si sviluppa dal video ispirato al film Underground (1995) del regista Emir Kusturica. Nel film di Kusturica i protagonisti si riparano dai bombardamenti della guerra in un rifugio antiaereo nel quale rimarranno nascosti per molti anni, ben oltre la fine del conflitto, nel tentativo di vivere la gioia che non è più possibile provare nel mondo di sopra. Allo stesso modo, nel video di Thorsten Kirchhoff (Copenaghen, 1960) si allude alla possibilità di trovare una realtà alternativa a quella desolata e sterile del presente, in cui il bisogno umano di cercare risposte, seppur vane e illusorie, è ancora vivo. Nasce così, per accumulo di energia e pulsione vitale, una discoteca sotterranea che apre le sue porte agli abitanti di un mondo sempre più svuotato e privo di significato.

Al ritmo di musiche techno, ideate dall'artista con un ensemble italo-danese, un Dj stellare dirige la danza senza fine del popolo underground, con incursione finale nel video dello stesso Kirchoff in veste di un reale minatore. Come altre opere di Thorsten Kirchhoff, il video è proiettato all'interno di un'installazione-cornice che lo rende fisico, organico, parte integrante ed essenziale di un ambiente con il quale il flusso filmico intrattiene un rapporto osmotico. In questo modo, secondo un procedere transmediale, i fotogrammi fuoriescono dal video e s'incarnano in forme oggettuali, acquisendo consistenza materica. Le immagini dipinte diventano plexiglass, velluto, ceramica, parrucche e ombrellini da cocktail dando vita a un'atmosfera sospesa tra il giocosamente grottesco e l'inquietante. (Comunicato stampa)




Guido Morelli - olio su tela cm.60x80 Guido Morelli: "Nel Silenzio"
termina il 18 giugno 2016
L'Artificio Arti Applicate - Lucca
lartificio.tumblr.com

Nello spazio diretto da Roberto Puccini saranno esposti recenti dipinti ad olio su tela e ad acrilico su carta dell'artista ligure. Guido Morelli (La Spezia, 1967) realizza opere dall'impronta materica, nelle quali sono raffigurati sintetici paesaggi naturali. E' una pittura 'mentale', in cui è accentuata la dimensione della memoria: l'artista si concentra su un linguaggio psicologico del dipinto, allontanandosi dagli aspetti descrittivi e mirando a una pura fusione di cromatismi e luminosità. Ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in tutta Italia e all'estero. Tra i più significativi riconoscimenti alla sua pittura si segnala l'acquisizione di opere di grandi dimensioni da parte della Scuola Normale Superiore di Pisa nel 1998 e del MIM Museum in Motion di Castello di San Pietro in Cerro (Piacenza) nel 2008. La mostra, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, è corredata di catalogo con introduzione di Umberto Buscioni. (Comunicato stampa)




Leonard Freed. Io amo l'Italia
termina il 20 settembre 2016
Centro Saint-Bénin - Aosta

Un importante corpus di cento opere, omaggio alla fotografia internazionale d'autore, a cura di Enrica Viganò e realizzata in collaborazione con il Leonard Freed Archive e Admira. Immagini scattate dal fotografo americano, della celebre agenzia Magnum Photos, in diverse città fra cui Firenze, Milano, Napoli, Roma, Venezia e in piccole località italiane, a partire dalla metà del Novecento agli inizi del nuovo secolo. Gli scatti, tutti in bianco e nero, raccontano il rapporto fra Leonard Freed e l'Italia - terra che ha amato profondamente e che lo ha ospitato per oltre quarantacinque soggiorni - tappa importante della sua autorevole carriera. Emerge dai suoi lavori, colmi di sentimento, una colossale forza che si scorge nei volti e nelle inquadrature, ritratti in maniera realistica e liberi da stereotipi, ma dotati di grande sensibilità ed umanità.

"La storia d'amore" con l'Italia, così come lui stesso la definiva, ha inizio tra il 1952 e il 1958, quando, mosso dall'interesse per l'arte, compie i primi viaggi in Europa e scopre la passione per la fotografia. Da sempre attratto dallo studio della natura umana, dei comportamenti, dei caratteri, s'innamora da subito degli italiani che ne incarnano le differenti tipologie e che ha modo di osservare anche nella Little Italy di New York, dove si trasferisce nel 1954. Passano quindi in secondo piano i paesaggi, l'arte, l'architettura, la politica, che rappresentano lo sfondo della sua personalissima analisi della società. La ricerca di Leonard Freed, sensibile all'antropologia culturale e all'indagine etnografica, scaturisce dalla necessità di ritrovare il senso delle proprie origini attraverso lo studio di comunità tradizionali.

Ne deriva il suo esser affascinato dalla vita della gente comune, dal calore e dalla spontaneità che si osserva negli scatti che immortalano lavoratori siciliani, persone che passeggiano, uomini e donne che compiono i gesti tipici della loro quotidianità... La sua analisi trasversale della società offre uno spaccato di 50 anni di storia, dove se da un lato sono evidenti i cambiamenti e le differenze socio-economiche legati al trascorrere degli anni, dall'altro si percepisce una continuità gestuale che esula dal passare del tempo. Gli atteggiamenti, le espressioni, i gesti appaiono come cristallizzati in un passato che diviene presente.

Il suggestivo percorso espositivo offre quindi una minuziosa descrizione della popolazione italiana, dove a scene di uomini che spingono carretti di legno - per il trasporto di frutta nella Little Italy di New York degli anni '50 o nel frettoloso spostamento di un enorme pesce nell'assolata Sicilia degli anni '70 - si alternano scene di semplice rilassatezza. Lo si scorge negli scatti con persone sedute davanti alla propria abitazione o nell'immagine di un uomo intento ad offrire prodotti tipici (Sicilia, 1974), secondo i costumi dell'ospitalità mediterranea. Spiccano opere dal gusto vivace e ironico in cui i preti giocano a tirarsi palle di neve in Piazza San Pietro (Roma, 1958), o dove tre cani attendono di entrare in una Farmacia (Venezia, 2004). Il carattere poetico e riflessivo, ma al contempo di estrema forza, è trasmesso da Napoli, 1956: il ritratto di una ragazza dallo sguardo espressivo fisso in camera si staglia sullo sfondo di un gruppo di donne che guardano all'orizzonte.

Del rapporto con la fotografia e con i suoi soggetti Leonard Freed aveva un'idea molto chiara e affermava infatti: "Sono come uno studente curioso, che vuole imparare. Per poter fotografare devi prima avere un'opinione, devi prendere una decisione. Poi quando stai fotografando, sei immerso nell'esperienza, diventi parte di ciò che stai fotografando. Devi immedesimarti nella psicologia di chi stai per fotografare, pensare ciò che lui pensa, essere sempre molto amichevole e neutrale". E ancora: "Voglio una fotografia che si possa estrapolare dal contesto e appendere in parete per essere letta come un poema". La mostra è corredata da un volume italiano-inglese, riccamente illustrato, edito da Admira Edizioni. (Comunicato IBC Irma Bianchi Communication)




Carte d'autore
Gianfranco Anastasio, Rosario Arizza, Michele Ciacciofera, Jonathan Guaitamacchi, Valentina Mir, Enzo Rovella, Marc Zanghi


termina lo 04 giugno 2016
Galleria Carta Bianca Fine Arts - Catania
www.galleriacartabianca.it

Collettiva di opere su carta. Una mostra con dipinti realizzati dagli artisti che la galleria segue da tempo. Preziose come sempre le nuove carte inviate per la mostra da Jonathan Guaitamacchi. Sempre luminose e iridescenti le opere di Enzo Rovella, realizzate nella famosa cartiera Aetna, su carta fatta a mano dal compianto maestro Franco Conti nel borgo di Piano d'Api. Cartiera oggi gestita dal figlio del maestro, da cui si servono, e forse ancora molti collezionisti lo ignorano, moltissimi autori di grandissima fama. Alle carte di Arizza ultimamente la nuova direttrice della Biennale di Venezia Christin Macel ha dedicato una stanza del Museo Riso; calda ed esotica la serie No man lands di Ciacciofera; potente il trittico di astrazione geometrica presentato da Anastasio; nuovamente illuminate le mappature di Zanghi e, in fine, i piccoli lavori parigini di Valentina Mir.

Il fascino della carta, tra l'altro, come tutto ciò che si assesta nel comparto dei prodotti artigianali di qualità (eccellenza, si direbbe oggi) sta prendendosi la rivincita su tutti quelli che da tempo ne decretano la morte a causa dell'avvento dell'informatica e della rete. Così se le vendite degli e-book scendono e quelle dell'obsoleto libro inaspettatamente salgono, con la stessa tendenza in arte, dopo la sbornia del Concettuale che prescindeva dalla valenza estetica dell'opera e dalla capacità manuale dell'artista, anche le opere su carta riprendono il loro posto nella storia e si impongono nell'offerta del contemporaneo in tutto il mondo. D'altronde come essere indifferenti al richiamo della carta, alla sua storia dalle antichissime origini? come non pensare all'oriente? alla carta giapponese, alla scrittura su carta dello shodo, la via della scrittura, dove la carta assumeva un ruolo determinante per ottenere effetti calligrafici specifici, adattandosi in modo differenziato alla stesura dell'inchiostro con i pennelli.

La carta, un prodotto su cui tutta l'umanità da almeno quindici secoli ha trascritto la sua storia, i libri, le lettere, i manifesti, tutto nella magia di fogli apparentemente fragili, ma tanto forti da durare per sempre. L'odore della carta, il piacere tattile che ne coglie le differenze, di pesantezza, di ruvidità, di colore, e di innumerevoli filigrane, lavorata con diverse tecniche, così versatile e oggi, si spera, sempre più prodotta con materiali ecologici. Un fascino a cui nessun vero artista ha saputo resistere, specialmente in fase di progetto e che ci ha donato nei secoli meravigliosi capolavori ancora intatti. (Comunicato stampa)




Sandro Trotti - Riso - 1962-1963 - particolare Sandro Trotti - Ritratto Yoko - 1971 - particolare Sandro Trotti - Cellophane - Assi Cartesiani - 1960 - particolare Sandro Trotti - Omaggio a Fermo

"La misura dei sensi"

termina lo 05 giugno 2016
Palazzo dei Priori - Fermo

"Tutto ciò che viene donato ci appartiene, tutto ciò che teniamo lo perderemo". Mutuando questo vecchio quanto saggio adagio popolare, il Maestro Sandro Trotti ha voluto far dono alla Città di Fermo di oltre cento opere, tra dipinti e disegni, che egli stesso ha realizzato nel corso della sua brillante e prestigiosa carriera, in particolare fra gli anni '50 e '70, e che andranno a costituire un fondo museale di grande valore artistico e culturale. Il patrimonio di dipinti è stato suddiviso in quattro mostre tematiche, tutte curate dal prof. Nunzio Giustozzi, che verranno esposte al primo piano ed al piano terra di Palazzo dei Priori, recentemente restituito alla fruibilità cittadina e destinato ad eventi di elevato livello culturale come questo. Il ciclo di opere, il cui catalogo uscirà a luglio, proseguirà con altri tre momenti: "Roma, Venezia, l'Oriente" (11 giugno - 17 luglio); "Melodie dell'eros" (21 luglio - 4 settembre); "La poesia della natura" (10 settembre - 23 ottobre).

"Devo molto a Fermo dove è avvenuta la mia formazione - ha detto il maestro Trotti - nella mia Monte Urano dove tutti si occupavano di piedi io volevo invece pensare alla mente e così sono andato via. Ho conosciuto e sono stato allievo di personalità di fama del mondo artistico. In questa prima mostra sono esposte le opere del periodo romano, gli anni '50 e '60, caratterizzate da una certa coerenza stilistica, fra cui due crates". "A costruire i volumi - prosegue il curatore - la pennellata è aspra, grumosa oppure morbida, stesa con istintiva destrezza in una sintesi già sapiente ma sempre passibile di meditati ripensamenti. L'itinerario si compie con la visita, all'interno di Piazza Sagrini, della Marcia dell'umanità, un'opera "politica" di dieci metri per tre, che dal 1981, quando fu esposta per l'ultima volta, è restituita finalmente alla pubblica fruizione, con il suo messaggio di speranza".

Pittore, Sandro Trotti (Monte Urano, 1934) si trasferisce prima a Porto San Giorgio, poi a Roma, dove frequenta il liceo artistico. Dopo il diploma si avvicina all'ambiente artistico e culturale della capitale, frequentando Domenico Purificato, Pericle Fazzini, Sante Monachesi e Corrado Cagli. Nella capitale conosce anche Luigi Montanarini, futuro direttore dell'Accademia di Belle Arti di Roma, con il quale stringe una lunga e intensa amicizia. Dopo le prime esperienze fotografiche, da cui trae spunto per i suoi oli astratti su vetro e cellophane, negli anni Sessanta continua la sua ricerca con gli oli monocromi, per poi indirizzarsi verso lo stile figurativo e lo studio del colore, che diventa la vera struttura compositiva del quadro. Negli anni Settanta insegna al corso di Pittura all'Accademia di Belle Arti a Roma. Inizia il periodo dei grandi viaggi e delle esposizioni all'estero.

Tra le mostre recenti, "Il ritratto. Le radici artistiche e culturali dell'Europa" (2004), "La scuola di Roma" (2005), "La celebrazione della vita. Sandro Trotti" (2006), "Donne" (2006), "Il bello, l'arte, la scrittura. L'Europa, la Russia, la Cina, il Giappone" (2007), "L'incarnazione del colore e la scrittura della luce" (2007) presso il Museo della Villa San Carlo Borromeo; l'esposizione "Tesori dell'Italia" presso la Chongqing Planning Exhibition Gallery, a Chongqing, in Cina (2007); "Sandro Trotti: pittura infinita poesia" (2010) personale a Civitanova Marche; "Omaggio a Fermo" (2016) ciclo di quattro mostre personali al Palazzo dei Priori di Fermo. Spirali gli ha dedicato il libro d'arte "La materia del sublime" (1992), la monografia La celebrazione della vita, e il volume Raffaello Sanzio, Sandro Trotti a cura di Bachisio Bandinu. (Comunicato stampa)




Memoria del visibile - mostra di Simonetta Ferrante Simonetta Ferrante: Memoria del visibile
Segno, colore, ritmo e calligrafie


termina il 25 settembre 2016
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

Si tratta della prima antologica su Simonetta Ferrante (Milano, 1930), che affronta tutto il suo articolato percorso mettendo in luce il doppio background fra grafica e arte. Se, infatti, la sua attività parte con la formazione in graphic design - inizia presso Max Huber (creatore del logotipo de La Rinascente), frequenta poi su consiglio di Pier Giacomo Castiglioni la Central School of Arts and Crafts di Londra, lavora in seguito con Bob Noorda, con Bruno Munari alla Bompiani, collabora con la grafica svizzera Giovanna Graf e con Carlo Pollastrini per vari clienti -, Simonetta Ferrante si volge poi verso l'incisione, la pittura, il collage, i libri d'artista, l'arte calligrafica con gli studi di calligrafie e inchiostri, e le installazioni.

Tali ambiti disciplinari sono complementari e da intendersi quali fasi di un'unica poetica artistica diretta allo studio del segno, del colore, del ritmo e della scrittura: fra grafica, design, arte e calligrafia. La mostra ha il patrocinio di Aiap, Associazione italiana design della comunicazione visiva, e del Gruppo Calligrafia Ticino, ed è accompagnata da un catalogo che viene a colmare un vuoto bibliografico. Per l'occasione Simonetta Ferrante ha realizzato una speciale cartella grafica - Frammento della martora - che si potrà acquistare al m.a.x. museo. La mostra si inserisce nel filone della "grafica contemporanea", è dedicata quest'anno a Simonetta Ferrante. (Comunicato stampa Amanda Prada - Responsabile coordinamento, comunicazione, Ufficio stampa Svizzera e Insubria - m.a.x. museo)




Peter Petrou - A goup of didactic flowers La stanza delle meraviglie
Cielo, mare e terra tra illusione e realtà


termina il 24 giugno 2016
Galleria Gracis - Milano

La mostra è concepita come una sorta di wunderkammer, in mostra si trovano: fossili e minerali provenienti da Simon Cohen, modelli ottocenteschi realizzati a scopo didattico, le meduse del danese Steffen Dam, il cranio di leone marino provenienti da Peter Petrou e animali fantastici in vetro, gesso e materiali organici creati dall'artista Roberto Bricchi. L'obiettivo è stupire il pubblico, farlo immergere in un cabinet des curiosités interpretato in chiave moderna, dove i reperti coesistono con manufatti realizzati ad hoc in uno stesso spazio fisico e mentale. (Comunicato stampa Veronica Iurich - ch2 eventi culturali)




Ida Rosa Scotti - Partenza Ida Rosa Scotti - Scudo Ida Rosa Scotti: Leggero come la pietra
07 giugno (inaugurazione ore 18.30) - 17 giugno 2016
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

L'amore per la materia e l'esigenza di soluzioni più plastiche spingono Ida Rosa Scotti (Milano) negli anni 2000 ad affrontare il linguaggio scultoreo. Argille refrattarie e ossidi sono i principali mezzi utilizzati durante i primi anni della sua ricerca in scultura. Nel 2008 inizia a lavorare la pietra. Le pietre tenere del Salento sono divenute in questi ultimi anni il mezzo principale utilizzato nella sua ricerca favorendo il ricorso ad una maggiore sintesi nelle forme. Fondamentale per la sua maturazione è stata l'osservazione delle opere di grandi maestri del '900 tra cui: Marino Marini, Francesco Somaini, Henri Moore e ancora Kengiro Azuma, Alberto Ghinzani, Giuseppe Spagnulo, Nanni Valentini, Mauro Staccioli.

"C'è un'eleganza discreta e si­lenziosa nelle sculture di Ida Rosa Scotti: un'aura classica che si sposa a un piglio avanguardista; la rigidità di una linea geometrica che incontra la leggerezza dell'aria. Ben ancorate a terra eppure lievi con un soffio di vento, in costante dialogo con lo spazio che le circonda, mai mo­nolitiche, sempre dinamiche pur nella loro silenziosa e imperturbabile immobilità... In un'apparente astrazione, le opere della Scotti prendono spunto dal quotidiano, narrano le difficoltà che il nostro pensiero incontra giorno dopo giorno nell'esprimersi liberamente, nel volare più in alto. Raccontano una realtà intima, personale, che riguarda l'artista, prima di tutto, ma che parla a chiunque voglia ascoltare... La magia delle strutture della Scotti dipende anzi in gran parte proprio da questo incontro tra rigore delle forme e l'improvviso e inaspettato guizzo di libertà che sempre ne tradisce la geometrica regolarità." (Simona Bartolena). Dal 2010 è socio-artista della Permanente di Milano. La mostra è curata da Stefano Cortina. (Comunicato stampa)




Ale Guzzetti - Affective Robots - Daniele da Volterra Michelangelo - 2014 Ale Guzzetti: Sculture che osservano
Arte interattiva: dall'elettronica alla robotica


termina il 24 luglio 2016
Galleria Valmore - Vicenza
www.aleguzzetti.it

In mostra una esaustiva selezione di opere che rappresentano il trentennale percorso di Ale Guzzetti, artista che tra i primi ha indagato il rapporto tra arte, natura e tecnologia attraverso la robotica. Le sue opere, accolte in musei e collezioni di tutto il mondo, parlano di un'arte relazionale che mette al centro lo spettatore e il suo rapporto con la tecnologia per riflettere sulla natura umana. Annoverabile tra i pionieri italiani dell'arte elettronica interattiva, Guzzetti lavora dal 1983 alle forme e ai circuiti elettronici delle sue Sculture sonore, agglomerati di oggetti in plastica di uso comune (bottiglie, boe, tubi,...) che alloggiano circuiti elettronici o dispositivi luminosi in grado di emettere suoni, rumori, voci e luci, in risposta alle sollecitazioni esterne. La presenza, il contatto o la manipolazione diretta da parte dello spettatore permettono di modificare volume, timbri, altezze, cicli di ripetizione e pause tra un suono e l'altro e di condizionare gli effetti luminosi agendo attivamente sulla struttura audiovisiva dell'opera.

Negli anni '90 Guzzetti estende la ricerca attraverso gli acquarelli elettronici - immagini sintetiche tratte da motivi musicali processati da un elaboratore - e i vetri parlanti - sculture in vetro soffiato capaci di rielaborare dati provenienti dall'ambiente e reagire agli stessi. All'inizio del nuovo millennio, con il progetto Techno-Gardens aumenta la sinergia tra ambiente circostante e opera d'arte. Inizia così, in contrapposizione all'idea di scultura monumentale localizzata in un luogo, l'installazione di micro-sculture robotiche alimentate a pannelli solari, diffuse sul pianeta in luoghi naturali e di particolare pregio, capaci di rapportarsi simbioticamente con il territorio. Le più recenti ricerche di Guzzetti sono orientate alla robotica: particolarmente significativi i suoi Affective Robots, busti scultorei in alluminio, plastica e circuiti elettronici, dotati di grandi occhi tecnologici che permettono alle opere di scrutare l'ambiente, interagire con l'osservatore e dialogare fra loro.

Scrive la curatrice Monica Bonollo: (...) Le opere di Ale Guzzetti non solo chiedono il coinvolgimento dello spettatore inducendolo a stabilire dei collegamenti, a conoscerne il funzionamento, ad attualizzarne le possibili configurazioni audio e visive; i loro esiti imprevedibili si sviluppano all'interno di una propria autonomia dando vita ad "organismi tecnologici" in grado di animarsi, dialogare con lo spettatore ed esplorare il mondo attorno a loro. Le opere di Guzzetti danno vita ad un mondo ibrido che stabilisce una relazione inedita tra le diverse forme di "esseri viventi".

Ale Guzzetti (Tradate - Varese, 1953), dopo aver studiato all'Accademia delle Belle Arti di Brera (Milano), conduce studi e ricerche di musica elettronica assistita dall'elaboratore presso il Politecnico di Milano e il Centro di Sonologia Computazionale dell'Università di Padova. Ha svolto il dottorato di ricerca inizialmente presso la School of Computing Communications and Electronics dell'Università di Plymouth (Uk), successivamente presso il Centro Ricerche sul Contemporaneo di Brera (Milano) ed infine presso il CE.R.CO., Centro Ricerca Antropologia ed Epistemiologia della Complessità dell'Università di Bergamo. Tra le sedi di mostre personali in Italia la Fondazione Mudima di Milano e la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. Le sue sculture vengono acquisite da numerose collezioni private, fondazioni e musei in tutto il mondo, fra cui il Museo di Arte Moderna di Gallarate; la Galleria Nazionale di Praga, il Corning Museum of Glass New York, il Museen im Antonierhaus - Memmingen; il Museum fur Sepulkralkultur di Kassel. (Comunicato stampa)




Pensare Pittura
termina il 10 settembre 2016
Liconi Arte - Torino
www.liconiarte.com

Che cosa è la pittura al giorno d'oggi? I pigmenti di colore che vanno a tracciare un segno, che sia su una roccia, una tavola, una tela o un muro, sono il linguaggio più antico che l'uomo abbia mai usato. Il dipingere è stato un vettore di emozioni dal momento in cui i nostri progenitori hanno sentito l'esigenza di narrare il loro quotidiano, pregare e dare un senso alla loro creatività. Questo linguaggio si è evoluto sino ad arrivare ai giorni nostri, nell'era del computer e della realtà virtuale; il linguaggio pittorico nell'ultimo secolo ha vissuto fortune alterne tanto che c'è chi collega l'evoluzione della tecnologia a una perdita di interesse verso la pittura, nonostante ciò i cultori rimangono affascinati da quella categoria di artisti, i pittori, che si tramandano tecniche per trasporre su una tela o una carta pregiata un'immagine o un'emozione.

Liconi Arte oggi si presenta alla città di Torino con l'intento di esporre opere pittoriche di artisti scelti che confermino che questo tradizionale mezzo espressivo continua e continuerà ad accompagnare la storia dell'uomo. Gli artisti rappresentati in questa mostra, Gianrico Agresta, Alessandra Carloni, Fabio Carmignani, Daniele Mini, Stefano Ronchi, Vitaliano, Giulio Zanet, sono quindi testimoni delle moderne correnti d'espressione artistica, sono tutti accomunati dalla capacità di armonizzare linee e colori. Possiedono una pregevole creatività immaginativa dello spazio, riescono a distribuire il medium pittorico giustapponendo i colori in modo che il fruitore possa contestualmente leggere armonia di segno e tonalità. La pittura quindi in questo momento storico accresce la sua preziosità proprio perchè tramanda una sapienza antica. (Comunicato stampa)




Opera di Traversi Guerra Traversi Guerra: "Sinfonie solenni"
termina il 31 maggio 2016
Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 - Milano

Una voce di introspezione ispira amabilmente la pittrice Traversi Guerra durante tutto il suo percorso creativo quasi da intendersi predestinato; sino a sfociare in splendide sinfonie solenni e pittoriche dove la campitura dei colori ed i cromatismi accesi e vivificanti si apprestano a manifestare tanta bellezza del creato: la natura. Essa può essere manifesta o latente, proprio come lo sono la causa e l'effetto nella regolazione dell'Universo intero; nella poetica dell'artista è pur sempre la natura che crea equilibri e armonie ai limiti dell'umano e spesso - se non sempre - sono frutto e ispirazione di esperte mani divine. I dipinti dell'artista Traversi Guerra sono talvolta una sorta di ringraziamento sotto forma di "preghiera" aulica che è intrisa di liturgia volta all'infinito tanto quanto è sottesa da un intenso lirismo poetico.

I dialoghi tra forme e colori sono metaforicamente dodecafonici, sono suoni cromatici privi di tono musicale ma intrisi di intense dialettiche che proprio tra colori riescono ad esprimere l' interiorità autentica dell'artista: sensibile e delicata. Ogni forma di attività psichica o spirituale penetra nell'animo dell'uomo, tutto converge in un modello secondo cui corpo e mente formano un binomio inscindibile; tale binomio è indubbiamente raccontato nelle opere d'arte dell'artista Traversi Guerra. Nell'animo sotterraneo e ctonio resta dunque solo una fusione tattile, sessuale, unita al mistero della vita che non ha vista perché non c'è luce, non ha suono perché non c'è niente che produca rumore... ma solo un' intensa magia o un' intensa liturgia del divenire.

Stilisticamente i lavori dell'artista Traversi Guerra si sono avvicinati - sempre relazionandoci e tenendo ben presente i vari periodi in cui sono stati creati pittoricamente - a: linee con forti rimandi dinamici, a volte (in passato) quasi futuriste; altre invece (più in sintonia con l'ultima produzione) decisamente più prossime a un informale/figurativo, sino ai quei "movimenti spaziali" che vagheggiano un sordo sapore espressionistico. Unendo le varie fasi tecnico-stilistiche e i profondi e raffinati contenuti, riusciamo a scorgere una nitida immagine di un'artista completa che ha consacrato gran parte della sua vita all'Arte e alla ricerca spirituale e filantropica, riuscendo a trasmetterci forti emozioni arbitrarie, dunque soggettive e vere. Mostra a cura di Massimiliano Bisazza. (Comunicato stampa)




Nove - manifattura Agostinelli Dal Prà anni Trenta secolo XX diametro cm.50 - collezione privata Maiolica Nove - manifattura Antonibon fine secolo XIX cm.110x50x35 marchio: stella cometa in blu - Collezione Angelo Comacchio Scrigni di fiori e profumi
Le ceramiche di Nove: capolavori tra natura e finzione


termina il 16 ottobre 2016
Castello di Miramare - Trieste
www.castello-miramare.it

Viaggio nella grazia raffinata della tradizione delle ceramiche di Nove a decoro floreale tra Settecento e Novecento, testimonianze splendide che dimostrano come la ceramica abbia saputo nei secoli registrare - con ricchezza e virtuosismo - alcuni tra gli elementi fondamentali dell'arte figurativa, quali l'attenzione verso la natura e la botanica. L'interesse verso le piante e i fiori non poteva trovare una cornice più adeguata del Castello triestino, dove il meraviglioso parco voluto da Massimiliano d'Asburgo (assieme ai libri della sua Biblioteca) rappresenta l'incontro per eccellenza di arte e natura. Proprio negli anni attorno al 1859, quando Massimiliano stava allestendo il parco del Castello e venivano collocati alberi di notevole interesse botanico ed essenze esotiche provenienti dal Messico, dall'America settentrionale, dall'Africa e dall'Estremo Oriente, il decoro floreale delle ceramiche di Nove (presso Bassano del Grappa) raggiunge un grande successo e rivela una particolare attenzione per l'identità botanica di fiori ed essenze.

Quest'ultimo aspetto è stato ripreso e approfondito in occasione della mostra e ha fornito un ulteriore sviluppo della ricerca botanica che, oltre all'identificazione delle essenze e delle specie floreali raffigurate sulle ceramiche - ha analizzato le opere - attraverso un notevole sforzo interdisciplinare - da un punto di vista nuovo e insolito. Sul piano scientifico sono state individuate quarantatré categorie, tecnicamente "taxa", tra cui il Cotogno nel Vaso a mostarda e 17 diverse specie nelle decorazioni del Vaso Antonibon collocato nella Sala del Trono.

In mostra - curata da Katia Brugnolo - sono presenti 32 opere, tutte provenienti da collezioni private ed esposte per la prima volta in tale circostanza; 17 pezzi sono infatti del tutto inediti. La selezione delle ceramiche consentirà, grazie alla diversità dei modelli, di ammirare la varietà produttiva delle manifatture novesi tra Settecento e Ottocento. Porta-orologi, putti, vasi, cestine con fiori, specchiere, piatti, terraglie, orci, vasche, un rarissimo percolatore settecentesco (utilizzato per colare le essenze come il rosolio), tutti caratterizzati da sorprendente naturalezza nella rappresentazione floreale, delicatissima trasparenza delle sfumature dei petali e una vividezza cromatica.

Particolare rilievo scientifico assume la presenza del magnifico Vaso in maiolica di manifattura Antonibon, con la segnalazione - mai rilevata prima - della duplice firma del celebre pittore Giovanni Ortolani, e l'identificazione della Chiesa Arcipretale di Nove con il suo campanile e il ponte in primo piano, in una delle piccole riserve monocrome, dipinte sulla bocca traforata del Vaso. La raffinatissima opera rappresentò la manifattura di Pasquale Antonibon all'Esposizione di Parigi del 1889, come testimonia l'illustrazione della prestigiosa rivista La ceramica italiana all'Esposizione. Nella stessa, proprio sopra la riproduzione grafica del Vaso appena menzionato, è riprodotto lo spettacolare Vaso con Venere, presente in mostra con riproduzione recente da stampo antico. L'originale fu realizzato dalla celebre ditta Antonibon per l'Esposizione di Parigi. Un bel decoro floreale impreziosisce l'elegante manufatto, con la presenza di fiori variopinti.

La collocazione degli oggetti nei vari ambienti del Castello rispetta la loro originaria funzione e lo stile che li caratterizza. Le elegantissime ceramiche novesi s'inseriscono così perfettamente all'interno del sontuoso arredo del Castello. Le sale accolgono gli oggetti in ordine cronologico, ma anche attraverso suggestioni tematiche: l'appartamento di Carlotta, ad esempio, ospita oggetti prettamente femminili, tra cui un porta orologio, un centro tavola con pizzi e merletti e un nido con uccelli e bambù collocati nella sala da pranzo, o un bureau trumeau, elegantissimo mobile, all'interno della camera da letto.

Al fine di offrire un'esperienza unica al visitatore, la Sala dei gabbiani al primo piano ospita le cosiddette stazioni olfattive, che richiamano il senso dell'olfatto, legando così immagini, storia e percezione emotiva. Un oggetto sinuoso racchiude le sei famiglie olfattive, contraddistinte ognuna da quattro essenze, percepibili dal visitatore dai sei cassetti, colorati con tinte che richiamano il carattere dei profumi ospitati. Chiude trionfalmente il percorso espositivo la magnifica Sala del Trono dove sono riuniti con un'esplosione di colori e fantasia di forme prestigiosi capolavori - tra i quali i Vasi Antonibon esposti a Parigi nel 1889 e due meravigliose Specchiere che rappresentano le più celebri manifatture ottocentesche di Nove, Antonibon e Viero, in stile neorococò, modellate con volute e raffinati ramage con fiori dipinti.

La mostra rappresenta un'occasione unica, infine, per approfondire la ricerca all'interno del vasto panorama artistico dell'arte veneta, e individuare un fil-rouge che segni il percorso culturale da cui emergerà, tra '700 e '800, il decoro floreale nella ceramica di Nove come fenomeno artistico che segue e sviluppa una tradizione ben più antica in area veneta. La riproduzione realistica di elementi botanici nelle ceramiche di Nove ha, infatti, un suo inizio nella cultura artistica veneta con la pittura del veronese Girolamo Dai Libri (Verona, 1474-1555), miniaturista e poi pittore che, adottando un linguaggio rinascimentale attento alle novità della pittura di Andrea Mantegna e di Giovanni Bellini, considerati all'epoca i grandi e innovativi maestri dell'arte veneta, riprodusse piante e fiori di tante specie.

Un viaggio affascinante nella storia del castello e dell'arte veneta, e nelle tradizioni dei costumi sette-, otto- e novecenteschi attraverso una selezione di ceramiche significative - e di incredibile bellezza -, ma anche un percorso emozionante che coniuga l'aspetto visivo con quello olfattivo per offrire un'esperienza unica. La mostra sarà accompagnata da un catalogo, Marsilio Editori, con i testi di Katia Brugnolo, Marco Squizzato, Rossella Fabiani e Maurizio Anselmi, illustrato con 150 foto a colori. (Comunicato Giovanna Ambrosano - Ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli
Opere su carta, ceramica plexiglass, vetro


termina il 30 giugno 2016
Biblioteca Comunale Lazzarini - Prato
www.bibliotecalazzerini.prato.it

Nella Galleria espositiva saranno allestite circa cinquanta opere: oltre a quelle su carta anche una trentina di opere su ceramica, vetro e plexiglass a testimonianza dell'intensa attività artistica di Gubinelli, che l'ha visto protagonista di numerose quanto prestigiose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata) scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca. Collabora con artisti e architetti come Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Alberto Burri, Emilio Isgrò. Nel 2011 è stato ospitato alla 54 Biennale di Venezia Padiglione Italia invitato da Vittorio Sgarbi e scelto da Tonino Guerra. Una ricchissima bibliografia accompagna i suoi lavori: di lui hanno scritto noti critici in cataloghi e riviste specializzate.

Dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, Gubinelli matura un vivo interesse per la "carta", sentita come il mezzo più congeniale di espressione artistica. In una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce, e lo piega manualmente lungo le incisioni. In un secondo momento sostituisce al cartoncino bianco la carta trasparente, sempre incisa e piegata. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il rigore costruttivo del segno geometrico viene abbandonato per un'espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e di leggere incisioni, un moto della coscienza di tipo lirico-musicale.

E' proprio questa dimensione lirica del suo fare artistico, che fa vivere le sue opere sulla stessa lunghezza d'onda dell'espressione poetica, che lo porta ad avere spesso per compagni di strada i poeti. La natura di intimo colloquio tra le sue carte incise e acquerellate con le pagine di importanti poeti del nostro tempo, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Alberto Bevilacqua, Mara Luisa Spaziani, Franco Loi, gli fa sentire pian piano la necessità di confrontarsi anche con l'esperienza del libro d'artista, che per sua natura prevede un dialogo, un reciproco scambio tra parola e immagine, tra segno scritto e segno inciso. Nella mostra allestita alla Lazzerini saranno esposte anche una serie di opere che testimoniano, appunto, l'incontro fra Gubinelli con i versi di Andrea Zanzotto, uno dei massimi poeti del Novecento. (Comunicato stampa)




Carlo Maestri - Ecco dove si sono fermate le naiadi - multiesposizione cm.25x50 2015 Marco Arduini - 500 con Silos rossi - acrilico e tempera su cartone cm.50x50 2016 Maria Pellini - Oltre un tempo - idroolio su tela, tecnica mista, cemento, cm.90x90 2015 Donatella Violi - Omaggio a Piero D.F. - acrilico e olio su tela cm.80x80 2015 Degustazioni d'arte
Arduini | Canuti | Cestari | Costi | Criscuoli | Ferrari | Iotti | Lunghini | Maestri | Mestica | Pellini | Violi


termina il 12 giugno 2016
Cantina Albinea Canali - Reggio Emilia

Una cinquantina di dipinti, fotografie e sculture tra dialoghi inattesi, assonanze e rimandi. Dai racconti di viaggio di Marco Arduini, ambientati nei mitici anni '60, ai dipinti di Daniele Cestari che, lasciati da parte i grandi scenari urbani, si concentra ora sulle persone, fino alla recente produzione di Nicla Ferrari, dedicata a temi della mitologia e della natura. E poi i paesaggi onirici di Donatella Violi, le navi volanti dipinte a china su carta da Daniele Lunghini, le epifanie figurali di Massimo Canuti e le pennellate nitide di Epifanio Mestica che descrive il regno animale. Si prosegue, quindi, con le stratificazioni materiche di Marino Iotti, le forme allusive di Maria Pellini, le tensioni cromatiche di Loretta Costi, le "pittosculture" di Lorenzo Criscuoli, che celano pensieri ed inquietudini, e le fotografie di Carlo Maestri che, seguendo le Naiadi, si addentra nei paesaggi liquidi del Grande Fiume. Mostra a cura di Luigi Borettini

Marco Arduini (Reggio Emilia, 1959), pittore, lavora su tavola, tela e carta antica. Ha esposto alla 54. Biennale di Venezia - Padiglione Emilia Romagna. Massimo Canuti (Guastalla - Reggio Emilia, 1959), pittore ed incisore, tra le recenti mostre, "Il rischio della forma" (Correggio, 2012) e "Gotico Padano" (Boretto, 2013). Daniele Cestari (Ferrara, 1983), pittore, si laurea in Architettura nel 2009, studiando fotografia e pittura come autodidatta. Dal 2003 tiene mostre in Italia e all'estero. Loretta Costi (Casalgrande - Reggio Emilia, 1949), fotografa professionista, porta avanti anche una ricerca pittorica. Ha partecipato a diverse edizioni di "Fotografia Europea".

Lorenzo Criscuoli (Reggio Emilia, 1966), forma espressiva d'elezione, la "pittoscultura", assemblaggio di tecniche e materiali. Numerose le mostre personali e collettive. Nicla Ferrari (Cavriago - Reggio Emilia, 1960), pittrice, dal 2000 si dedica esclusivamente all'attività artistica. Ha esposto al Centre du Livre et du Tourisme di Bécherel (Francia, 2013). Marino Iotti, pittore (Reggio Emilia, 1954) dal 1978 tiene numerose mostre. Tra le personali, "Risonanze del Visibile" (Chiostri di San Domenico, Reggio Emilia, 2011). Daniele Lunghini (Roma, 1967), illustratore e video maker. Numerosi i riconoscimenti per i suoi cortometraggi in 3D.

Carlo Maestri (Guastalla - Reggio Emilia), Fotografo professionista dal 1979, si dedica ora alla sua ricerca personale. Ha preso parte a numerose edizioni di "Fotografia Europea". Epifanio Mestica, pseudonimo di Enrico Manicardi (Reggio Emilia, 1939). Architetto Urbanista, Pubblico Amministratore e Dirigente in Società di Capitali, ha dipinto quando possibile parallelamente all'attività professionale. Maria Pellini, pittrice (Reggio Emilia, 1963) dal 1999 conduce una ricerca personale con mostre a livello nazionale. Donatella Violi, pittrice (Ovada - Alessandria) dal 1983 prende parte a mostre in Italia e all'estero. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Locandina mostra Luigi Grossi Luigi Grossi: Dentro le Voci
termina il 31 maggio 2016
Associazione Circolo Artistico Politecnico - Napoli
info@studio49videoarte.it

Mostra dell'artista Luigi Grossi, a cura di Ilaria Sabatino e Serafina Gruosso, in ricordo dei 130 anni dalla scomparsa della poetessa statunitense Emily Dickinson. (...) Quando si pensa ad uno dei luoghi, fulcro della cultura napoletana fin dalla fine dell'Ottocento, non si può non pensare all' Associazione Circolo Artistico Politecnico di Napoli. Un' istituzione, un luogo di incontro, raffinatezza, arte, un ritrovo nel quale letterati, studiosi, uomini e donne di cultura sceglievano e scelgono tuttora di ritrovarsi dando vita ad un nuovo e sofisticato filone culturale che ha sicuramente influenzato, nel corso dei secoli, la viva e profonda cultura napoletana. Onorati di essere ospitati in questa sede prestigiosa lo Studio49, nella figura del Maestro Luigi Grossi da sempre attento agli umori della sua città, ha stretto così questo sodalizio artistico con una delle Istituzioni napoletane più presenti e attente sul territorio. (...) (Serafina Gruosso)

(...) Non più chiusa in una stanza/gabbia, ma libera di sentire sul volto il calore del sole e l'odore del mare di Napoli. Si, perché Grossi, in un viaggio virtuale, immaginario, ma nello stesso tempo reale, conduce la poetessa, nel cuore pulsante della sua amata e pur criticata città! In quei vicoli dove tutto è vita, rumore, poesia, musica... e dove le persone incuriosite ti fermano per conoscere chi è Emily Dickinson, questa figura femminile, così lontana da tali frastuoni e pur così vicina, vestita di bianco, simbolo del suo candore. La voce inizia a girare e la poetessa è una di loro, amata e rispettata! (...)

L'artista decide di dedicare alla sua Emily, ormai diventata non solo una musa ispiratrice ma anche un'amica con la quale iniziare un dialogo epistolare e profondo, alcune poesie. Pensieri fugaci, immagini rubate alla notte, che hanno dato inizio a questa piccola raccolta in ricordo della sua scomparsa. Luigi Grossi, ancora una volta, porta lo spettatore nel suo labirinto artistico, ma questa volta lo fa in una veste nuova, e lo rende parte integrante dell'evento, della festa... Grazie Emily Dickinson di non aver vissuto invano e di averci trasmesso il tuo amore per la vita. (Ilaria Sabatino)




Foto Fasolo Ferdinando Mignon 20: Twenty Years of Photography
termina il 12 giugno 2016
Centro Culturale Candiani - Mestre (Venezia)
www.centroculturalecandiani.it

Mignon è il primo collettivo di Street Photography in Italia. In occasione del ventennale (1995-2015) il gruppo, in collaborazione con il Centro Culturale Candiani, attinge dai propri archivi per raccontare la propria visione del quotidiano. La retrospettiva mette in mostra le più belle immagini realizzate non solo secondo i canoni della fotografia di strada ma anche presentando le sperimentazioni fotografiche innovative tentate da diversi membri del gruppo in questo arco di tempo.

L'associazione Mignon, protagonista di numerose mostre anche internazionali, è formata da una coesa squadra di cultori dello sguardo del nostro tempo. Le loro produzioni editoriali hanno visto le lodi di storici della fotografia di chiara fama quali gli statunitensi Naomi e Walter Rosenblum. Quest'ultimo, in particolare, ha dato una svolta radicale all'impegno culturale del gruppo aiutandolo a sviluppare la fotografia come linguaggio comunicativo personale, favorendone la trasmissione di valori positivi nella società odierna. Il gruppo partendo dalla Street Photography ha maturato diversi interessi ed esperienze in molti campi dell'indagine visiva fotografica attraverso raffinate pubblicazioni, insegnamento mirato alle nuove generazioni e promozione della fotografia come espressione di libertà interiore.

La manifestazione sarà l'occasione per approfondire il tema della fotografia di strada attraverso un incontro/dibattito dal titolo "Street Photography and New Media. Dibattito aperto per una rilettura del tema", presso il Centro Culturale Candiani, il 14 maggio e un Workshop tenuto da Ferdinando Fasolo e Giampaolo Romagnosi del gruppo Mignon, il 21 e 22 maggio. (Comunicato stampa)




Foto Nico Chiapperini CrossRoads
Fotografie di Fatima Abbadi, Leonio Berto, Nico Chiapperini, Antonio Chiorazzo (alias Romeo), Mary Cimetta, Enzo De Martino, Carmelo Eramo, Stefano Mirabella, Davide Scapin, Umberto Verdoliva


termina il 12 giugno 2016
Centro Culturale Candiani - Mestre (Venezia)
www.mignon.it

In occasione della rassegna "20 Mignon", in collaborazione con il Centro Culturale Candiani, il gruppo Mignon propone una mostra parallela invitando dieci giovani fotografi italiani che si muovono nell'ambito contemporaneo della Street Photography. La fotografia sta perdendo il suo valore di linguaggio condiviso e, nell'immaginario collettivo, sta diventando una specie di "accessorio visivo" utile solo per riempire scatole virtuali che, anziché veicolare contenuti e valori, ne mortificano le ragioni di esistenza: raccolte sature di immagini ma vuote di significato e spesso prive di credibilità, perché senza alcuna progettualità finale. In questi "luoghi virtuali" cosa sia stata la fotografia e cosa abbia rappresentato per la società non è nemmeno materia di discussione; senza che nemmeno ce ne accorgiamo sta velocemente diventando un'altra cosa, non è più se stessa, e chi la fa, o ne parla, non sa neppure cosa vorrebbe che diventasse.

Mancano strutture culturali capaci di individuare e valorizzare i nuovi talenti presenti nel panorama fotografico; anche il mondo della critica ci sembra interessato più ad autoalimentarsi, che ad animare costruttivamente il dibattito sulla fotografia. E questo non fa che costringere i giovani fotografi a spostare, in mancanza d'altro, i loro lavori sul web con il risultato concreto, salvo rarissimi casi, di cadere in una trappola mediatica incapace di valorizzarli. (...) Oggi tutti, aspiranti fotografi e non, "scaricano" nei social network tutto quello che, subito dopo lo scatto, ritengono interessante, o peggio ancora tutto quello che hanno prodotto senza applicare alcun filtro di selezione. Questo metodo, che non prevede una "re-visione", finisce per far assomigliare questi luoghi virtuali a vere e proprie "discariche" di immagini.

E' per proporre un'alternativa a tutto questo che da vent'anni promuoviamo un approccio alla fotografia, reale e concreto, basato sulla cultura e storia del mezzo. Per questo da sempre cerchiamo di dare visibilità al lavoro di fotografi di qualità, ma che non trovano adeguato spazio di espressione. CrossRoads è un progetto fotografico costruito a partire dal lavoro di un ristretto numero di autori che si muovono nell'ambito della Street Photography con proposte di qualità e, ci sembra, con vera passione. Fatima Abbadi propone una Street Photography che si avvicina molto al documento. Leonio Berto è il cantore di una Venezia inascoltata, ma viva e vera, restituita con l'uso sapiente del colore. Nico Chiapperini colpisce soprattutto per le immagini al limite dell'astrattismo e per l'uso attento e affascinante dei cromatismi.

Antonio Chiorazzo indaga al meglio la complessa realtà di una metropoli come Londra. Mary Cimetta interpreta il genere con il fascino ricercato delle situazioni impossibili e con grande ironia. Enzo De Martino racconta invece Roma, con garbo ed estrema pulizia visiva, riuscendo a comporre immagini che restituiscono scene di strada perfettamente inserite e riconoscibili nel panorama urbano della città. Carmelo Eramo si affida ad un linguaggio classico, che riporta alla tradizione neorealista, raccontando la gente della sua terra. Stefano Mirabella ha uno sguardo attento soprattutto alle associazioni tra figure reali e immagini di cui sono piene le nostre città. Davide Scapin fa emergere dai propri scatti un senso di meraviglia verso l'uomo. Umberto Verdoliva mette in campo una personalità fotografica complessa e multiforme utilizzando l'ironia tipica della tradizione della fotografia di strada con particolare predilezione per le situazioni di luce estrema.

"CrossRoads" vuole rappresentare una proposta concreta, e un'occasione, per dare visibilità alle potenzialità che la Street Photography porta con sé ancora oggi. L'invito è di non abbandonarsi a facili e veloci sistemi di consumo delle immagini, ma cercare piuttosto di coalizzarsi, riunire le forze, insomma "incrociare le strade", proprio come in questo progetto Mignon dove ad emergere non è il lavoro dei singoli fotografi ma la Street Photography stessa. E' quindi dall'intreccio delle singole qualità personali che emerge un valore ben più grande della semplice somma delle stesse. (Comunicato stampa)




Gianmaria Giannetti - Bozzetto Grande Jatte (Seurat+G) - smalto e colle su carta fotografica cm.44x30 2016 Andrea Fiorino - Il perdono - acrilico e stoffa su tela cm.81x56 2016 Andrea Fiorino: The Family
Gianmaria Giannetti: Il mondo mondeggia alle cose che non esistono


termina il 18 giugno 2016
Galleria Opere Scelte - Torino
www.operescelte.com

La ricerca di Andrea Fiorino (Augusta - Siracusa, 1990) si sviluppa sul tema delle relazioni e dei luoghi misteriosi: i personaggi rappresentano in qualche modo l'artista stesso che è contemporaneamente figlio, compagno, fratello e amico. I paesaggi sono eden primordiali. La realtà subisce una trasposizione ideale dove tutte le forme riconosciute e classificate scompaiono a favore della libertà selvaggia che possa ricongiungerci con la natura. Fiorino dipinge e immagina questi luoghi affascinanti ed enigmatici, pervasi da una natura cromaticamente invadente, dove i personaggi cercano lo sguardo dello spettatore. I loro occhi però non parlano e caricano ulteriormente l'immagine di mistero. La mostra affronta una questione sociale molto intensa che è quella della famiglia. Le trasformazioni anomale sono il fulcro del lavoro di Fiorino e, in questo caso, riflettono sui diversi modi di aggregarsi, di vivere i rapporti e di rielaborare l'appartenenza biologica. Indelebili legami vengono rievocati da figure apotropaiche, che nella loro anomalia racchiudono paure e desideri. In mostra opere inedite di sculture, dipinti e ornamenti.

"L'unica cosa che posso dire su questa mostra è che penso ancora all'immortale cromoluminarismo di Seurat che morì a soli 32 anni di encefalite acuta e penso al suo divisionismo o impressionismo scientifico una domenica pomeriggio all'isola della Grande-Jatte, isolotto della Senna; anche se io piuttosto che divisionare ho cercato di moltiplicare le sue fantasmatiche visioni nei miei invisibili mondeggiamenti", così parla della mostra l'artista Gianmaria Giannetti (Milano, 1974). L'opera di Giannetti è pervasa da uno spirito ironico, non convenzionale, che indaga la società contemporanea odierna con uno spirito irriverente e scanzonato. Con l'utilizzo di diverse tecniche l'artista manifesta una sua necessità espressiva, affine sotto diversi aspetti alla street art, in maniera curiosa e dinamica, con l'intento di destabilizzare i convenzionali schemi.

Il suo lavoro conduce lo spettatore oltre la realtà: le figure che animano le tele, nelle loro forme bizzarre, portano ad abbandonare preconcetti interpretativi e a spaziare con l'immaginazione senza confini. Nell'esposizione l'artista propone tributi ironici a noti pittori, in particolare George Seurat, sovrapponendo e sostituendo i suoi personaggi a quelli originali, quasi come se volesse invadere l'opera altrui, alla ricerca di nuove possibili storie. Nel Bozzetto Grande Jatte (Seurat + G) Gianmaria instaura un dialogo profondo con l'opera di Seurat, che dopo essere stata studiata nel dettaglio viene rielaborata attraverso una lente contemporanea. (Comunicato stampa)




Opera di István Péter Balogh Opera di István Szendi Szucs "Pordenone in Europa - l'Europa a Pordenone"
István Péter Balogh | István Szendi Szucs (Ungheria)


termina lo 02 giugno 2016
Associazione culturale La roggia - Pordenone

Balogh István Péter (Budapest, 1950) si laurea all'Università delle Belle Arti nel 1979. Da allora è nell'Associazione Nazionale degli Artisti Creativi Ungheresi e dal 1995 nell'Associazione degli Artisti Figurativi e degli Artisti Industriali Ungheresi. Oltre alle sue esposizioni individuali, è presenza costante delle mostre delle colonie di artisti nazionali ed internazionali e delle mostre collettive. Le sue opere sono presenti in collezioni private e presso istituzioni pubbliche.

Su di me: "...Semplicemente mi "lascio" dipingere. Ho una concezione sui colori ed è questo il mio punto di partenza. Ma se questa concezione poi nel dipinto si trasformerà in guardia o in ladro a questo punto sono ancora di grado di dirlo. Ad un certo punto qualcosa mi chiama dall'interno del quadro ed io cerco di acchiapparlo per le orecchie. Se ci riesco, tra di noi inizia un dialogo e poi, all'improvviso un'anima di impossessa dei colori. Quando riesco a fermarla, intrappolarla lì dentro, quella è una sensazione impareggiabile." "Nei dipinti di Balogh István Péter è sempre presente una sorta di mistero o uno spazio per le diverse interpretazioni. Attraverso le sue opere possiamo sognare intorno a noi un mondo un' pò grottesco ma molto-molto amabile, uno molto, tanto quotidiano, quiete e felice che nella realità non esiste." Jolsvai András scrittore d'arte "Balogh István Péter - nella mia lettura - modella, liberamente ispirandosi a Dio il miracolo dell'uomo e della creazione. Gli argomenti sono eternamente attuali: La quotidianità dell'uomo vissuta con festosa celebrazione." (Dr. Turai G. Kamil - filosofo dell'arte)

István Szendi Szucs (Szombathely - Ungheria, 1955) segue il corso di studi a Szombathely, a Vàrpalota e a Budapest. Dal 1975 lavora come ceramista, dal 1980 come restauratore di opere d'arte. A partire dal 1973 è nel Vasi Muhely (Officina di Vas) occupandosi principalmente di grafica. Alla metà degli anni Ottanta si trasferisce a Budapest, dove oltre alla grafica scelse come attività principale la fotografia. Dal 1987 vive come artista di libera professione di nuovo a Szombathely. Ritorna alla ceramica nel 2001, si interessa di lavorazione del vetro dal 2004, anno in cui inizia a produrre anche dipinti su tavola. "Se Szendi Szucs István dovesse, avesse dovuto fare un'unica cosa, certamente ne sarebbe giá morto. E non si tratta di un'esagerazione: (finora) sperimentò più di 30 diverse attività artistiche e ne trovò a stento alcune da cui non sarebbe riuscito a trarre gioia." (Absolute, 2007. p.p.) (Comunicato stampa)




Alessandro Scarabello - The Womb - oil on canvas cm.179,5x140 2015 - courtesy The Gallery Apart, Rome Alessandro Scarabello: The Garden of Phersu
termina il 31 luglio 2016
The Gallery Apart - Roma
www.thegalleryapart.it

Ciclo di lavori che Alessandro Scarabello (Roma, 1979) ha realizzato dopo l'MFA alla Royal Academy of Fine Arts-KASK di Ghent (B) e il suo trasferimento a Bruxelles. Un intenso periodo di elaborazione e ricerca che si concretizza in una serie di tele di grandi e medie dimensioni e di disegni su carta che testimoniano tanto l'evoluzione di un percorso quanto la linea di continuità con il lavoro precedente dell'artista che The Gallery Apart segue sin dai suoi esordi. Scarabello sceglie un riferimento a metà strada tra storia e mito quale titolo della mostra, richiamando la figura enigmatica di Phersu, un personaggio ritratto in affreschi dipinti su alcune tombe etrusche di Tarquinia caratterizzato da elementi fisiognomici e prossemici che ne rendono appieno la caratteristica di maschera, come peraltro confermato dal nome recato dalle iscrizioni che significa appunto maschera e che è poi all'origine del latino persona.

Nelle opere proposte in mostra, che l'artista considera l'affermazione di un lessico composto da elementi tecnici e teorici assorbiti e raccolti negli ultimi due anni, l'attenzione al corpo e alla corporeità è mediata attraverso il ricorso ad un oggetto-simulacro, lo spaventapasseri, che del corpo umano ripropone posture e forme, ma senza i limiti imposti dalla realtà e dalla verosimiglianza, bensì lasciando libero spazio alla deformazione e alla surrealtà, alla maschera appunto. Nell'immaginario dell'artista, sia Phersu (che è un traghettatore verso l'Oltretomba) sia lo spaventapasseri rappresentano figure in bilico tra la risata nevrotica e l'orrore, come molte figure della commedia dell'arte e della tradizione culturale italiana.

Il lavoro di Scarabello è da sempre collegato alla teatralità, alla maschera, alla messa in scena, ma oggi la sua ricerca si concentra nell'ambito più specifico dell'identità. Come in una fotografia al negativo, l'artista cura tale ambito sotto il profilo della spersonalizzazione, nel tentativo di chiarire come l'individuo, a contatto con la cultura massificata, lo "spettacolo" e la continua proliferazione di immagini, alteri se stesso per meglio adattarsi alla realtà in modo da perseguire con efficacia strategie, a volte anche istintive e inconsapevoli, tese ad allontanare la paura atavica della morte. Strategie che spesso assumono connotazioni grottesche, evidenziando quanto la reazione dell'individuo alla contemporaneità possa risultare goffa, come lo sono i suoi comportamenti.

Nelle opere di Scarabello i movimenti dei soggetti si estremizzano per un deficit di comunicazione verbale e si riducono fino all'immobilità per un eccesso di compensazione. L'immagine simulacro di volta in volta creata da Scarabello si colloca quasi sempre in ambienti caratterizzati da fitta vegetazione. E' una costante che l'artista pone in diretta correlazione con il modo in cui gli occidentali percepiscono l'idea della fuga, della distrazione, del divertimento. L'immagine stereotipata dei paesaggi e della natura, e quindi il desiderio di "esotico", di vacanze in terre tropicali, deriva direttamente dalla (triste) eredità lasciata dai colonizzatori occidentali e dalla loro percezione unidirezionale del "nuovo mondo". (...) Nei dipinti in mostra l'elemento figurativo viene restituito attraverso una lettura astratta del dettaglio e, l'idea di "vuoto" si concretizza attraverso il modo di dipingere anziché la manipolazione del supporto. (Comunicato stampa)




Carlo Orsi - Berlino, omaggio a Beuys - Sali d'argento su carta baritata cm.50x40 1982 - Courtesy Archivio Carlo Orsi - Ca' di Fra' - Milano Carlo Orsi - Las Vegas - Sali d'argento su carta baritata cm.40x50 2005 - Courtesy Archivio Carlo Orsi - Ca' di Fra' - Milano Carlo Orsi: PresenzassenzA
termina lo 03 giugno 2016
Ca' di Fra' - Milano
gcomposti@gmail.com

Carlo Orsi (Milano, 1941) assistente di Ugo Mulas, già nei primi anni '60, realizzò reportage dall'Italia e dall'Estero per riviste come Panorama, Settimo Giorno, Il Mondo e Oggi. Il mondo della Moda e della Pubblicità aveva, però, già gettato le sue reti ammaliatrici... Sono anni nei quali Orsi, firmerà alcune delle immagini più intriganti e memorabili per testate italiane ed estere quali Vogue, Linea Italiana, Moda Donna e, ancora, per La Perla, Omsa, Swatch, American System, Marlboro e Ducati e nel campo del design: Alias, Nemo e Cassina, Catellani & Smith, Fontana Arte. Nonostante questo, sarebbe riduttivo, oltre che profondamente errato, relegare il suo lavoro alla sola fotografia di Moda.

L'amore per il reportage e per il mutare del territorio geografico e mentale dell'Uomo, non venne mai meno negli anni ed, anzi, affiancò sempre il tributo dato alla Dea Moda che esaurirà il suo ascendente nei primi anni '90. Da quel nuovo decennio riemerge sempre più insistentemente e, poi, "unico amore", l'interesse per il reportage. La poesia visiva e la profondità d'indagine sociale di questa parte del suo lavoro si riassumono molto bene nei cinque reportage ed in libri di "territorio umano" come: Milano, pubblicato nel 1965 con Giulia Pirelli con testi di Dino Buzzati; successo ribadito e rinnovato cinquant'anni dopo (2015) con un secondo libro, questa volta, con testi di Aldo Nove. Con questa seconda mostra a Ca' di Fra', intendiamo accostarci ai vari aspetti del suo essere fotografo. Un'antologia dei temi che lo hanno affascinato negli anni... la Moda, La Pubblicità, certo, ma anche il No-Profit ed il Reportage. (Estratto da presentazione di Manuela Composti)

Uomini e donne ai minimi termini, invisibili eppure decisivi. Tracce, gesti evocati, segni fissati dentro paesaggi solo all'apparenza spopolati. Questo abbiamo di fronte, osservando le fotografie da Carlo Orsi durante un viaggio dell'anima, dentro le fisicità dei suoi viaggi. Dunque, una sorta di straniamento. Perché ogni fotogramma offre uno scenario muto dominante, ma anche, nel contempo, una quantità di protagonisti umani, apparentemente ridotti a comparse. Il che determina una lettura in doppia fase. L'inquadratura colma di una naturale, particolare eccellenza, caratterizzata comunque da un intervento materiale non necessariamente decifrabile, non proprio esposto, ma decisivo. Distintivo.

Ciò che attribuisce ragione e poi senso allo scatto. Ipotesi certe di presenze, solo per qualche verso svanite. "Presenzassenza", dunque, giocando con le parole così come Carlo gioca con la sua Laica. Non solo. In queste fotografie c'è qualcosa che rappresenta al meglio il lavoro di Carlo Orsi, così connesso alla relazione tra luogo e uomo, tra uomo e luogo. Qui Carlo rinuncia al cinismo che fornisce l'accento da vecchio ragazzo al suo umorismo; rinuncia all'ammirazione per il talento ispirato, che pure l'ha spinto ad accompagnare molti artisti nel loro fare magnifico e silente; rinuncia all'immagine più cruda del reportage, per dare visione di un afflato romantico e spesso struggente. (...) (Giorgio Terruzzi)




Premiazione concorso pittorico Premiazioni del concorso pittorico "Colori e luci"
10^ Trofeo Electric Amèbe


24 aprile 2016
Villa Prinz - Trieste
www.amebe.com



I vincitori:
Trofeo: Salvatore Marchese
1° astratto: Gianfranco Donati | 2° astratto: Susanna De Vito | 3° astratto: non è stato assegnato
1° figurativo: Claudio Martincic | 2° figurativo: Carla Dovier | 3° figurativo: Franca Nordio

Opera segnalata: Marisa Ferluga
Menzione speciale della giuria a: Aldo De Vidali




Premiazioni del concorso pittorico-fotografico "Fashion & colors in Carnival"
24 aprile 2016
Villa Prinz - Trieste

Il concorso, che ha visto la collaborazione della Bottega d'arte Amèbe e di MC59 per la fotografia, si è svolto al 6 febbraio, nel periodo del carnevale, presso il centro commerciale Montedoro (Muggia-Trieste). La giuria ha premiato le foto migliori ma anche i quadri che compaiono nelle foto vincitrici.

I vincitori:

Trofeo per la foto: Manuel Sulli
Trofeo per il quadro: Franca Nordio

1° foto: Piero Zaccaria | 1° quadro: Aldo De Vidal 2° foto: Mauro Bernazza | 2° quadro: Dom 3° foto: Sergio Marsi | 3° quadro: Alberto Schettino




Sogni d'oro
termina il 22 luglio 2016
AlbumArte - Roma
www.albumarte.org

In questo momento storico, in cui la scienza invade e analizza tutti i campi, incluso quello delle arti visive, la curatrice francese Ariane C-Y ha manifestato la necessità di focalizzare l'attenzione su un fenomeno psicologico ammantato ancora dal mistero: la mente che sogna, il suo peregrinare inspiegato in dimensioni irreali e affascinanti, raro spazio di completa libertà. D'altro canto l'infinito immaginario della mente addormentata è una tematica che permea la storia dell'arte, della letteratura e della poesia da tempo immemore, fornendo risorse di espressione inesauribili. Cinque gli artisti internazionali, i francesi Guillaume Castel, Raphaël Thierry e Samuel Yal, lo spagnolo Ivan Cantos e l'inglese William Wright, selezionati per creare un percorso che si snoda nelle sale espositive dell'associazione, trasformando lo spazio in un territorio in cui esplorare la dimensione onirica.

Tele, disegni, ma soprattutto sculture e installazioni, per lo più create appositamente per la mostra, invitano lo spettatore a misurarsi con il proprio inconscio rappresentato dalle opere ideate per lasciare completamente libera l'immaginazione e l'introspezione. Lo studio e il confronto con le strutture della natura è fonte di suggestione per Guillaume Castel e Raphaël Thierry: il primo elabora una scultura monumentale in acciaio e oro che rappresenta il mondo del sogno, ispirandosi a motivi iconici naturali; il secondo usa materiali naturali, come il legno e l'oro, per esprimere la sua ricerca di luce e libertà, concependo installazioni e grandi disegni visionari.

Ancora la luce è al centro della poetica di Samuel Yal, artista in residenza quest'anno a Madrid, che utilizza una porcellana bianca luminosissima per le sue sculture, come nel lavoro Dissolution. Le sue sculture sospese suggeriscono vulnerabilità e potenziale instabilità, ponendo l'accento sul tema del sogno a occhi aperti e dell'attaccamento del corpo umano allo spazio. Ivan Cantos contribuisce alla collettiva con un ritratto in terracotta, mentre William Wright ricerca la serenità del sonno nella sua tela caratterizzata da uno stile naïve di nostalgico abbandono.

AlbumArte è un'associazione culturale indipendente e no-profit che dal 2010 propone un articolato programma di eventi per il sostegno e la diffusione dell'arte contemporanea e dal 2014 realizza i progetti nel suo spazio espositivo di Roma, una vecchia stalla restaurata di Villa Poniatowsky. (Comunicato stampa Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Behind the glass
Donato Amstutz & René Odermatt


termina lo 03 luglio 2016
Museo Civico di Villa dei Cedri - Bellinzona (Svizzera)
www.cacticino.net

La mostra apre in concomitanza con Dimensione Disegnon. Posizioni Contemporanee, mostra che avrà luogo - per le cure di Carole Haensler Huguet - presso il Museo Civico di Villa dei Cedri di Bellinzona. Donato Amstutz (1969), di cui si ricorda tra l'altro la personale al MACT/CACT del 2011 con la pubblicazione monografica Apathia, è una sorta di pittore del ricamo, abilmente in bilico tra tradizione e contemporaneità, tra velocizzazione e annullamento del rapporto - tutto tecnologico - spazio/tempo e riappropriazione del decorrere temporale, che risulta essere un elemento fondamentale per la ridefinizione del suo lavoro e dell'approccio alla costruzione dell'immagine.

Il ricamo manuale e la sua estenuante lentezza esecutiva fanno riflettere e rimettono in discussione un'epoca, la nostra, fortemente connotata e marcata dalle tecnologie veloci e dagli apparati informativo-comunicazionisti, dai concetti di efficienza e ottimizzazione, di cui la produzione artistica del secondo 1900 si è fortemente intrisa fino ad arrivare al binomio arte/tecnologia, arte/scienza. Ecco che Donato Amstutz è come se recuperasse i reperti archeologici di una fotocopiatrice 'moderna' - ormai quasi interamente sostituita dallo scanner per la trasmissione telematica dei dati -, per conservarli nel suo archivio di 'prodotto' ormai inguardati, estetizzato e di consumo; consolatori quali sono gran parte delle immagini oggi. Amstutz si nutre di queste foto, di queste figure; le seleziona e le riproduce ricamandole a mano su tessuto.

Ed è proprio questa componente di lenta riscrittura dell'immagine, quasi uno stupidogramma artigianale di notevole durata esecutiva e gesto ripetitivo, che ridà all'arroganza del guardare il senso del vedere. Ricamare le riproduzioni di immagini informative quotidiane destinate fondamentalmente al macero, dopo essere state più volte riprodotte e fors'anche alterate dalla macchina, intende assumere quella capacità di sublimazione e restituzione alla rappresentazione il suo centro di gravità e la sua importanza iconologica e iconografica, spostando l'esperienza concettuale nuovamente nel verso di quella visuale. E' ironico quanto intelligente il suo modo di analizzare e disaminare il processo di costruzione e decostruzione del linguaggio visivo in rapporto a un'epoca connotata fondamentalmente dall'inibizione corale e modaiola, laddove tutti vorrebbero essere diversi ma finalmente uguali.

Parallelamente, René Odermatt (1972) fa della materia e dei materiali uno degli elementi costitutivi del suo lavoro: il legno, con qualche diversione. La sua abilità artigianale - non fine a se stessa - vanifica i troppi stereotipi à la mode e/o à la carte, che vediamo sempre più sovente all'interno del mercato dell'arte. La contemporaneità sta subendo i duri colpi dell'evoluzionismo e la post-contemporaneità avanza, trascinando con sé una maggiore consapevolezza della Storia passata. Odermatt opera proprio su e con la Storia, pensando in maniera linguistica all'iconologia.

Come Amstutz, anch'egli fa sua la bravura artigianale, da cui il pubblico si aspetta l'autenticità del gesto, come recupero di una qualità ormai scomparsa: forse è questo il nuovo senso da dare al concetto di contemporaneità, ossia il ritorno dell'umano entro le congetture di un universo possibilista, ma tutto prevalentemente virtuale e virtualmente sociale. Questi influssi sono egregiamente descritti da Odermatt, che - grazie all'impostazione della scultura lignea classica - mette ironicamente in discussione i loghi dell'immagine stereotipata. Anzi, è proprio la sua bravura tecnica a colpire nel segno, permettendogli di riprodurre con altri materiali luoghi comuni dal sapore 'pop', smascherandone spesso banalità e autoreferenzialismo. (Mario Casanova, 2016)




Daniele Aliffi: Fuori Orario
termina il 19 giugno 2016
Fototeca Siracusana - Siracusa
www.fototecasiracusana.com

Daniele Aliffi, fotografo siracusano, ha convissuto con la macchina fotografica gran parte della sua vita, reporter per varie testate giornalistiche locali già dagli anni 80 ha immortalato eventi e fatti di cronaca della città per più di vent'anni. Le foto in mostra non sono però quelle del professionista reporter, bensì quelle del fotografo appassionato del suo mestiere. Sono gli scatti che istintivamente un fotografo realizza quando l'attimo è stato già colto dal cervello prima ancora dell'apparecchio fotografico e a volte ancor prima che accada, in una sorta di visione premonitrice. Reporter per passione, si sceglie questo mestiere normalmente per caso. Un mestiere in cui ci si trova dentro quasi sempre a partire dall'entusiasmo consapevole di saper usare una macchina fotografica, per farne un lavoro, per tirarci fuori quei pochi soldi che poi finiranno in costosi obiettivi e corpi macchina tecnologicamente avanzati.

Gli anni '80, il periodo in cui sono state realizzate le foto in mostra, erano ancora gli anni dell'analogico e il fotografo di giornale doveva, allora obbligatoriamente, barcamenarsi tra gli sviluppi delle pellicole e le bacinelle della personale Camera Oscura. Non c'era allora tecnologie "smart" da utilizzare per inviare in redazione, in tempo reale, le immagini da pubblicare e non c'era soprattutto il computer per aggiustare, schiarire, scurire raddrizzare e rendere insomma accettabile una foto partita male. Negli anni '80 tutto questo era ancora pura fantascienza. O si era bravi o nisba. O si coglieva l'attimo (con cognizione di causa e riflessi prontissimi) o quell'attimo si era perso per sempre.

Soprattutto si era persa la possibilità di vendere la foto o le foto che per qualche motivo (fatalità) non erano "riuscite", vanificando spesso intere giornate di lavoro. Erano i rischi del mestiere, ma era soprattutto la sfida da affrontare giorno dopo giorno. Non solo per i fotoreporter. Tutti i fotografi si misuravano in questa sfida, da quelli che si dedicavano ai matrimoni a quelli che eseguivano ritratti in studio. Il controllo doveva essere totale e la concentrazione massima, guai se non si agganciava bene il rullino al caricatore e guai se non si avevano con sé rullini a sufficienza. Una lotta contro il tempo e l'imponderabile dove però qualcosa accadeva di tanto in tanto fuori dalla routine (...).

Sono queste le fotografie di Aliffi che Fototeca Siracusana propone in questa minima mostra di poesie visive, in cui il reporter narra la sua città con il linguaggio della fotografia e Aliffi lo fa con la chiara serenità che lo contraddistingue, senza artifici e fastosità, raccontando semplicemente la storia di una città come tante in cui persone come tante vivono la loro vita che proprio perchè come tante altre nessuno racconta, tranne il fotografo che ne sa cogliere il valore e l'importanza per mostrare al mondo (o a sé stesso) la meravigliosa esperienza della normalità. (Le fotografie fuori orario di Daniele Aliffi, di Gino Carpi)




Alberto Zilocchi - opera dalla mostra Rilievi e linee Opera di Alberto Zilocchi Alberto Zilocchi: Rilievi e linee
termina lo 02 luglio 2016
Galleria Spazio Testoni - Bologna
www.spaziotestoni.it

Prima mostra personale di Alberto Zilocchi dopo la sua scomparsa nel 1991.La riscoperta della sua opera artistica è stata possibile grazie al lavoro di ricerca di Maurizio de Palma, collezionista e appassionato dell'arte italiana degli anni '60 e '70, che attraverso le opere accompagnate dai materiali storici presentati in questa esposizione, ci racconta questa sua eccezionale esperienza: "Dopo anni di partecipazione come fruitore, e talvolta come collezionista, agli eventi d'arte contemporanea più rilevanti, ho acquisito contatti e ho avuto la possibilità di confrontarmi con diversi artisti e galleristi, iniziando così una mia personale ricerca sull'espressività artistica italiana tra gli anni '60 e '70.

Circa due anni fa questa mia ricerca mi ha portato a conoscere il lavoro di Alberto Zilocchi e poi a ricostruire i vari passaggi della sua vita, che attraverso vari riferimenti, alla fine mi hanno messo in contatto con la sua famiglia. L'idea di realizzare un progetto di riscoperta e valorizzazione del lavoro di Alberto Zilocchi è venuto poi da sé, dopo lunghe conversazioni con la famiglia, che mi ha consentito di approfondire la conoscenza diretta delle sue opere. E' stato entusiasmante riscoprire i suoi scritti, ritrovare alcune sue immagini fotografiche degli anni milanesi '50, '60 e '70, ricordare con la famiglia quel clima che Alberto, ha vissuto appieno, con l'irrequietezza dei suoi anni giovanili (...)"

Dopo un'iniziale attività in ambito informale, Alberto Zilocchi crea i suoi inconfondibili Rilievi su tavole supportate da complessi telai rigidi, sempre in legno, che tengono perfettamente piane le superfici ad acrilico opaco rigorosamente bianche, come sintesi di tutti i colori, dove si stagliano con effetto quasi scultoreo i chiaro-scuri formati da rilievi che si sollevano sulla tavola per poi sfumare sino ad annullarsi nella tavola stessa. Questa rigorosa scelta dell'uso del bianco, mai rinnegata, è una delle chiavi di lettura del suo lavoro.

Negli anni '70 e particolarmente poi negli anni '80 Zilocchi realizza anche le Linee eseguite su carta o su tela bianca poi applicata su tavola, tracciate con Graphos Rotring nero in base a formule matematiche complesse da lui individuate, dove la componente 'casuale' ha un peso determinante. Ad esempio, l'utilizzo dei dadi che gettava sul tavolo ed il cui risultato veniva inserito nelle sue formule, determinava la lunghezza delle linee, la loro inclinazione ed il loro spessore. Nel corso della sua vita, Alberto Zilocchi, oltre che in Italia, ha esposto in particolare in Paesi del Nord Europa: in Germania, Finlandia, Svezia, Polonia, Inghilterra, ecc., con più di 100 esposizioni nella sua biografia, ed ha inoltre aderito al Movimento Neocostruttivista Nord Europeo partecipando attivamente alle loro riunioni.

Alberto Zilocchi (Bergamo, 1931-1991), ha frequentato l'Avanguardia artistica di Milano a partire dalla metà degli anni '50. Ha conosciuto Lucio Fontana - con il quale ha anche esposto nel 1960 alla Galleria della Torre di Bergamo - Enrico Castellani, Agostino Bonalumi e soprattutto Piero Manzoni. Con Piero Manzoni ha firmato il Manifesto del Bar Jamaica nel 1957 insieme con altri frequentatori di quel famoso punto d'incontro artistico-culturale milanese, tra i quali Guido Biasi, Angelo Verga, Ettore Sordini, ed ha partecipato alla seconda mostra alla Galleria Azimut di Milano, dal 22 dicembre 1959 al 3 gennaio 1960, insieme con lo stesso Manzoni e con Anceschi, Boriani, Castellani, Colombo, Dadamaino, De Vecchi, Mari e Massironi.

Avvicinatosi verso la fine degli anni '60 anche alle Avanguardie del Gruppo Zero di Dusseldorf, Alberto Zilocchi in quegli anni inizia a realizzare i Rilievi. Grazie anche alle sue frequenti esposizioni in tutta Europa, l'evoluzione artistica di Alberto Zilocchi lo porta dalla metà degli anni '70 ad abbracciare il Movimento Nord Europeo dell'Arte Concettuale Costruttivista Concreta, divenendo membro attivo del Centro Internazionale di Studi d'Arte Costruttiva ed inizia a realizzare anche le Linee. L'attività artistica di Alberto Zilocchi con estensione in vari campi, come quello della scenografia per il Teatro Donizetti di Bergamo nei primi anni '60, lo ha visto protagonista in oltre 100 mostre personali e collettive in Italia e in gran parte nel Nord Europa tra il 1957 e il 1990. (Comunicato stampa)




James Hoff - Skywiper No. 94 - Cromaluxe transfer in Aluminium cm.50,8x40,6 - Courtesy by the artist and Supportico Lopez, Berlin 2016 James Hoff: Black Box
termina il 12 giugno 2016
BACO - Project Space - Bergamo
www.bacoartecontemporanea.it

Prima personale italiana dedicata all'artista statunitense James Hoff (Fort Wayne, 1975). La mostra, curata da Valentina Gervasoni, Stefano Raimondi e Mauro Zanchi, presenta i virus paintings della serie Skywiper, ossia dipinti realizzati infettando volontariamente immagini digitali attraverso l'innesto di un virus informatico il cui codice, comportandosi come un agente in grado di modificare il processo di composizione dell'opera, ne stravolge completamente l'aspetto, corrompendo e modificando le forme originarie. Il risultato visivo del contagio, successivamente stampato su di un foglio di alluminio, si presenta come una pittura astratta dal forte impatto espressivo, capace di estendere la definizione di arte concettuale verso i nuovi territori dell'interconnettività. (Comunicato stampa)

---

First solo exhibition in Italy devoted to the American artist James Hoff (b. Fort Wayne, 1975). The exhibition, curated by Valentina Gervasoni, Stefano Raimondi and Mauro Zanchi, presents the "virus paintings" from the Skywiper series paintings created by intentionally infecting digital images with a computer virus whose code acts as an agent that can alter the composition process, completely changing the appearance of the work, and corrupting and modifying its original forms. The visual result of the contagion, which is then transferred to a sheet of aluminium, comes across as an abstract painting with a powerful expressive impact that extends the definition of conceptual art to the new realms of interconnectivity. (Press release)




Gioielli vertiginosi
Ada Minola e le avanguardie artistiche a Torino nel secondo dopoguerra


termina il 12 settembre 2016
Palazzo Madama - Torino

La mostra, curata da Paola Stroppiana, si articola in cinque sezioni e presenta per la prima volta al pubblico 120 gioielli che delineano i principali caratteri della produzione orafa di Ada Minola (1912-1993), poliedrica scultrice, orafa, imprenditrice, gallerista, attiva a Torino nella seconda metà del '900, focalizzandosi sulle diverse aree di influenza stilistica: dall'Art Nouveau al gioiello d'artista, dai confronti con le sculture di Giò Pomodoro e Lucio Fontana al periodo neo-barocco, dai dialoghi con le opere di Umberto Mastroianni alle influenze dell'universo estetico del geniale architetto Carlo Mollino.

Ad arricchire l'esposizione anche un costante rimando a opere d'arte, disegni, libri, fotografie di repertorio che consentono una puntuale contestualizzazione storica e critica degli oggetti in mostra. Vivace protagonista della borghesia torinese, che nel secondo dopoguerra si apre alle novità culturali di respiro internazionale, Ada Minola vive un periodo felice d'incontri che segneranno profondamente la sua ricerca artistica. Amica di Mollino, al quale commissiona gli arredi dell'abitazione di famiglia nel 1944, frequenta gli artisti Lucio Fontana, Giò Pomodoro, Umberto Mastroianni e, alla fine degli anni '50, conosce l'affermato critico d'arte francese Michel Tapié, con il quale instaura una fruttuosa collaborazione e una solida amicizia. Tapié chiamerà Ada a dirigere l'International Center of Aesthetic Research da lui fondato a Torino nel 1960.

Figlia e nipote di orafi lombardi, dall'inizio degli anni Cinquanta Ada Minola realizza i primi manufatti in oro, argento e pietre preziose con la tecnica della fusione a cera persa. Piccoli capolavori caratterizzati da volumetrie fiammeggianti e da un ardito trattamento della materia. I suoi gioielli riscuotono da subito una buona fortuna critica tra i suoi contemporanei tanto che alcuni suoi esemplari - su invito di Arnaldo e Giò Pomodoro - vengono esposti alla Triennale del 1957. Nei due decenni successivi partecipa a numerose mostre collettive dedicate al gioiello d'autore in diverse gallerie in Italia e all'estero, e alcuni suoi gioielli entrano in prestigiose collezioni private italiane e internazionali come quella della gallerista americana Martha Jackson e del poeta francese Emmanuel Looten, che li definirà in una poesia a lei dedicata "gioielli vertiginosi".

Donna dal grande carisma, amatissima da artisti, poeti e intellettuali di cui fu musa e amica, Ada Minola trasferisce nei suoi gioielli il grande fervore creativo da cui era circondata, riuscendo a tradurre con originale creatività istanze e scelte formali. In particolare, in mostra sono proposti interessanti confronti con due bracciali disegnati dall'artista Afro, un fantasioso piatto con l'Arlecchino di Lucio Fontana e alcuni disegni - matita e china su carta - di Giò Pomodoro, del quale è presente anche la scultura in bronzo dorato intitolata Folla del 1962 già in collezione Minola. Le sculture in bronzo dorato di Umberto Mastroianni, amico di famiglia, costituiscono il riferimento stilistico per orecchini e pendagli riferibili alla sua produzione degli anni Settanta. Infine, eccezionale presenza in mostra, il tavolo disegnato espressamente per Ada da Carlo Mollino nel 1964. Realizzato dallo scultore Gianni Fenoglio, il tavolo sembra richiamare nelle pronunciate scanalature dell'intaglio ligneo alcuni tra i gioielli più elaborati in mostra. Accompagna la mostra un catalogo edito da Silvana Editoriale. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra Landscape: Hide and Seek alla Barbara Frigerio Contemporary Art di Milano Landscape - Opera di Giuseppe Cavaliere 
Patricia Glee Smith - Blue Buoy - olio su tela cm.150x80 Landscape: Hide and Seek
(Un)Hidden Beauties


termina lo 02 luglio 2016
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it

Quante volte ci è capitato di attraversare la via di casa ed accorgerci, per caso, di dettagli passati inosservati nella quotidianità? Alzare lo sguardo e notare particolari di un edificio davanti al quale passiamo tutti i giorni, stupendoci della loro esistenza ed impressionandoci per la loro silenziosa ed inosservata bellezza? O viaggiare in treno ed in macchina, su un tragitto familiare, e notare, grazie ad una particolare atmosfera, la peculiarità e la magia del paesaggio che ci circonda? (...) Come scriveva Goethe "la bellezza è negli occhi di chi guarda": attraverso lo sguardo attento, ma allo stesso tempo sognante, di artisti contemporanei che utilizzano tecniche diverse e hanno ispirazioni molto lontane tra loro, riscopriamo da "diverse angolazioni" il fascino nascosto di luoghi che normalmente osserveremmo con occhi distratti.

Intraprendiamo così un viaggio lasciandoci coinvolgere dagli artisti in una sorta di nascondino tra concreto e immaginario, tra familiare e sconosciuto: dai bucolici paesaggi toscani dell' americana Patricia Smith, ospite per la prima volta della galleria, passando poi per i paesaggi di montagna di Maurizio Bottoni e le fotografie, a tema naturalistico, di Giuseppe Cavaliere. Proseguendo poi per le strade misteriose e oniriche di Esther Nienhuis ci imbattiamo nel paesaggio urbano, vero protagonista della mostra: tra le opere esposte ricordiamo le città spettrali di Daniele Cestari, familiari ma stranianti, allo stesso tempo qui ma in nessun luogo, e le spettacolari vedute di New York di Valerio D'Ospina e di Eric Serafini. A questi si aggiungono i dipinti di Francesca Galliani e Dave Earle che danno vita a scorci di città con colori sgargianti. Massimiliano Muner propone una realtà scomposta mediante l'utilizzo di pellicole istantanee, ed Alberto Fanelli ci guida in una visione 3D di città italiane ed internazionali. (Alice Montani)




Miroslav Tichý
termina il 28 agosto 2016
Rolla.info - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

L'undicesima mostra organizzata dalla Fondazione Rolla sarà dedicata all'artista Miroslav Tichý, esponendo 40 fotografie e 5 lavori su carta appartenenti alla collezione di Philip e Rosella Rolla. Miroslav Tichý (Kyjov - Repubblica Ceca, 1926-2011), tra il 1960 e il 1985, con macchine fotografiche auto costruite utilizzando oggetti trovati come cartone, lattine e altri materiali, ha scattato migliaia di fotografie per lo più di donne nella sua città natale, Kyjov. Le fotografie sono rimaste in gran parte sconosciute fino al 2004 quando il curatore Harald Szeemann lo introduce nel mondo dell'arte presentandolo alla Biennale di Siviglia. Gli scorci fugaci, sfuocati, macchiati e stampati male - a causa delle limitazioni del suo equipaggiamento primitivo e una serie di errori di elaborazione intenzionali - raggiungono imperfezioni poetiche. In catalogo un testo di Francesco Zanot, curatore di Camera - Centro Italiano per la Fotografia, Torino. (Comunicato stampa)




Dimensione Disegno - Posizioni contemporanee Dimensione Disegno. Posizioni contemporanee
termina lo 07 agosto 2016
Museo Civico Villa dei Cedri - Bellinzona (Svizzera)
www.villacedri.ch

La mostra esplora la pratica del disegno contemporaneo, la sua materia, i suoi supporti e i suoi formati, la sua impermanenza e, a volte, la sua monumentalità. Un percorso insolito che riunisce una decina di giovani artisti provenienti da tutta la Svizzera: Manon Bellet, Sophie Bouvier Ausländer, Raffaella Chiara, Robert Estermann, Franziska Furter, Lang/Baumann, Zilla Leutenegger, Luca Mengoni, Valentina Pini, Didier Rittener, Denis Savary, Julia Steiner e Marie Velardi. "Il disegno si trova veramente fra le arti maggiori dei nostri tempi poiché offre questa possibilità semplice e immediata di essere spontaneo, ma soprattutto di essere concettuale allo stesso tempo. La contingenza tra caratteri intimi e movimenti di pensiero elaborati gli consente oggi di affermarsi. Atteggiamento, scrittura del tempo e dello spazio, il disegno tenta di cogliere senza bloccarla la definizione di questo momento contemporaneo che ci sfugge." (Karine Tissot nel catalogo della mostra)




Il segno inciso di Giorgio Morandi. Matrici e stampe a confronto
termina il 26 giugno 2016
Museo Morandi - Bologna
www.mambo-bologna.org

Ricostruire l'iter incisorio di Giorgio Morandi, attraverso un accurato e selezionato accostamento di matrici e delle corrispondenti stampe. L'incisione è un capitolo fondamentale dell'intera vicenda artistica di Giorgio Morandi che, sebbene sia più noto al grande pubblico per i dipinti, ne è stato un interprete straordinario, fra i più significativi di tutto il panorama europeo. E' proprio questa tecnica a offrirgli spunti fondamentali per lo sviluppo della sua pittura, come la possibilità di studiare e definire geometricamente lo spazio, traducendo la fluida pennellata in un tratteggio dove le diverse intensità del chiaroscuro, l'aggiunta o la sottrazione delle linee, la loro ragionata disposizione concorrono a realizzare una ritmica di segni che racchiude l'intero universo emotivo dell'autore.

In collaborazione con l'Istituto Nazionale della Grafica di Roma, la mostra presenta una selezione di quattordici matrici a cui vengono accostate le corrispondenti stampe in gran parte provenienti dalla collezione del Museo Morandi, a testimonianza dell'impegno con cui il maestro bolognese ha affrontato tale tecnica, che intendeva come ricerca artistica autonoma. Il percorso espositivo mostra principalmente lastre selezionate e donate dallo stesso Morandi quando era ancora in vita, alle quali se ne aggiungono alcune che Carlo Zucchini, garante della donazione Morandi al Comune di Bologna, ha voluto donare nel 2010 alla Calcografia, tra cui Natura morta in un tondo del 1942, eseguita per le edizioni della Galleria Il Milione di Milano, data per distrutta nel catalogo generale delle stampe.

Sono inoltre esposti in bacheca il registro autografo delle tirature di Giorgio Morandi, l'acquaforte Ritratto di Morandi realizzata da Carlo Alberto Petrucci (Direttore della Calcografia romana dal 1933 al 1953) e alcune lettere che i due, legati da una profonda stima e amicizia, si scambiarono in un arco di tempo che va dal 1932 al 1959. Nella sala espositiva è visibile per il pubblico anche il torchio calcografico originale di Giorgio Morandi.Il corpus incisorio morandiano è costituito da 144 matrici, quasi tutte conservate presso l'Istituto Nazionale per la Grafica di Roma.

In mostra sono visibili anche quattro capolavori dell'artista, datati tra il 1913 e il 1915, appartenenti alla importante collezione d'arte milanese di Gianni Mattioli e provenienti dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. Nelle sale del museo, in occasione della mostra di Edward Hopper (Palazzo Fava - Palazzo delle Esposizioni, Bologna, fino al 24 luglio) è visibile un focus di paesaggi morandiani che dialogano a distanza con i lavori dell'artista americano, mettendo in evidenza analogie e differenze e soffermandosi in particolare sullo studio della luce. L'esposizione si svolge nell'ambito di Concives 1116-2016 Nono centenario del Comune di Bologna, programma di appuntamenti che accompagna per tutto il 2016 le celebrazioni dei 900 anni dalla fondazione del Comune di Bologna. (Comunicato Ufficio stampa MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna)




Velocità e Colore
Alfonso Borghi interpreta Automobili Lamborghini


termina il 30 giugno 2016
Museo storico della Casa - Sant'Agata Bolognese

Automobili Lamborghini inaugura le celebrazioni del 50° Anniversario della Miura con una mostra d'arte. Ad interpretare la Miura e il marchio del Toro è stato chiamato un artista del territorio, Alfonso Borghi, di Campegine (Reggio Emilia), che nelle sue 10 opere esposte in mostra ne interpreta l'anima, l'essenza e i colori. Caratterizzata da un linguaggio informale e astratto, la pittura di Borghi è il risultato della rielaborazione inconscia delle forme dinamiche, degli stilemi del design e dell'innovazione nei colori che hanno da sempre contraddistinto le supersportive Lamborghini. Dieci tele di grandi dimensioni (8 da cm.200x150 e 2 da cm.180x180) a olio e tecnica mista svelano lentamente tra forti giochi di colore ad effetto tridimensionale alcuni particolari di Lamborghini di ieri e di oggi, dall'icononica Miura alla Reventón, dalla Sesto Elemento all'Aventador.

L'esposizione si inserisce naturalmente e nel rispetto della prestigiosa collezione del Museo Lamborghini di Sant'Agata Bolognese, inaugurato nel 2001. Un luogo unico frutto della volontà di Automobili Lamborghini di mettere in luce il suo importante patrimonio storico, che coniuga la migliore tradizione artigianale italiana con una costante innovazione tecnologica. Le più belle automobili progettate e costruite a Sant'Agata Bolognese - dal 1963 sino ad oggi - sono presentate agli occhi dei visitatori in una sequenza mozzafiato: percorrendo i due piani del Museo si possono ammirare sia vetture storiche come la 350 GT, la Miura, la Countach, l'LM 002 e la Diablo, sia concept e vetture in serie limitata come la Reventón, la Sesto Elemento e l'Urus, il concept del futuro SUV Lamborghini. L'esposizione, che ha visto la collaborazione di Automobili Lamborghini, Artioli 1899 (storico editore modenese e società di eventi culturali) e il Prof. Paolo Fontanesi, è accompagnata da un volume edito da Artioli 1899.

Alfonso Borghi (Campegine di Reggio Emilia, 1944), autodidatta, espone per la prima volta all'età di 18 anni. In oltre 50 anni ininterrotti di attività è passato attraverso l'espressionismo, il figurativismo morandiano, il surrealismo fino all'astrattismo di impronta futurista. Borghi è arrivato oggi a una sintesi, in cui un uso abilissimo della materia si associa a un senso del colore di estrema sensibilità. A partire dagli anni '70 le sue opere viaggiano nelle principali città europee e statunitensi (Barcellona, Berlino, Madrid, Vienna, Parigi, New York, Los Angeles). A partire dagli anni '80 un susseguirsi di mostre e di eventi importanti in Italia e all'estero costellano l'attività artistica del maestro. Non solo pittura però. Si dedica anche all'arte plastica, dando un senso tridimensionale a quelle opere che già vivono su tela. Lavora il vetro, la ceramica, ma si dedica anche alla scultura. Oggi le sue opere trovano spazio in collezioni pubbliche e private e in musei italiani ed europei.

La Miura, che quest'anno compie 50 anni, rappresenta un caso unico di automobile. Progettata nel 1965 dal team ingegneristico Lamborghini, sotto la guida di Gian Paolo Dallara e Paolo Stanzani e vestita da Marcello Gandini per la Carrozzeria Bertone, divenne immediatamente l'oggetto del desiderio per chi poteva permettersela. Dal design sinuoso, sensuale, è alta solamente 105 centimetri dal suolo, con una altezza minima da terra di 135 millimetri. Presentata al Salone di Ginevra del 1966, riscuote un immediato successo mondiale, polverizzando qualsiasi criterio di riferimento nel settore delle auto sportive. Motore centrale posteriore disposto in senso trasversale a 12 cilindri a V di sessanta gradi, quattro litri di cilindrata, unico blocco comprendente cambio e differenziale, sviluppa una potenza di 350 CV a 7000 giri e una velocità massima record per quei tempi di 280 km/h.

Un progetto raffinato e modernissimo, nettamente in anticipo sui tempi, certamente ispirato ai grandi prototipi da corsa che in quell'epoca si sfidavano nelle gare sulle lunghe distanze, e che solo dopo parecchi anni avrebbero generalizzato la tecnica del motore posteriore per le più raffinate sportive stradali. Con la Miura, che prendeva il nome di Edoardo Miura, grande amico del fondatore Ferruccio Lamborghini e famoso allevatore di tori, si inaugura la tradizione Lamborghini di dare alle proprie vetture nomi derivanti dal mondo della tauromachia. La Miuramania contagiò regnanti, cantanti, attori... Nel mondo ne vennero consegnati 763 esemplari in tre differenti versioni dal 1966 al 1972 e in ben 60 diversi colori.

La mostra fa parte di una serie di eventi e iniziative legate ai festeggiamenti dei 50 anni della Miura. (...) L'8 giugno il gruppo di Miura partirà da Bologna, passerà per la sede di Lamborghini a Sant'Agata Bolognese e per la Dallara Automobili a Varano de' Melegari (Parma) per un saluto a Gian Paolo Dallara, a cui si deve la progettazione della Miura nel 1965. Il viaggio, di oltre 500 km in 4 giorni, attraverserà Emilia, Liguria e Toscana e si concluderà a Firenze.

Fondata nel 1963, Automobili Lamborghini ha sede a Sant'Agata Bolognese. La Lamborghini Huracán LP 610-4, che ha festeggiato il proprio debutto mondiale al Salone di Ginevra 2014, la Huracán Spyder e la versione LP 580-2 a trazione posteriore del 2015 sono le eredi dell'iconica Gallardo e, grazie alla loro tecnologia innovativa e alle prestazioni eccezionali, ridefiniscono l'esperienza di guida delle supersportive di lusso. L'Aventador LP 700-4 e l'Aventador LP 750-4 Superveloce, nelle versioni Coupé e Roadster, rappresentano il nuovo punto di riferimento nel panorama delle supersportive di lusso con motore V12. Con 135 concessionari in tutto il mondo, in mezzo secolo di vita Automobili Lamborghini ha creato una serie ininterrotta di auto da sogno, che annovera 350 GT, Miura, Espada, Countach, Diablo, Murciélago, e serie limitate come Reventón, Sesto Elemento e Aventador J; Veneno Coupé, Egoista e Veneno Roadster sono state create per celebrare i 50 anni dell'azienda nel 2013, mentre la Centenario commemora i 100 anni dalla nascita del fondatore Ferruccio Lamborghini nel 2016. (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Alberto Burri. Il trauma della pittura
termina lo 03 luglio 2016
Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen (Collezione d'arte del Nordreno-Vestfalia, NRW) - Düsseldorf

Con i suoi inconfondibili quadri realizzati in semplici materiali quali ferro, juta o plastica, Alberto Burri (1915-1995) è stato uno degli artisti più influenti del Secondo dopoguerra. Tuttavia la sua opera è ancora alquanto sconosciuta in Germania. In cooperazione con la Solomon R. Guggenheim Foundationdi New York, la Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen (Collezione d'arte del Nordreno-Vestfalia, NRW) di Dusseldorf ospiterà la grande retrospettiva di Alberto Burri con circa 70 opere provenienti dalla mostra di New York. Insieme a Lucio Fontana, Burri è l'artista italiano più importante del Novecento e ritenuto iniziatore dell'Arte Povera.

"Il sua forte interesse per tutto ciòche è fatto di materia, ricopre un grande ruolo anche nell'arte più recente", sostiene la direttrice della Kunstsammlung NRW, Marion Ackermann. La retrospettiva di Burri si terrà nei locali espositivi al livello interrato del museo K21 e sarà integrata dalle opere di artisti di quell' ambito internazionale nel quale operava l'artista umbro, quali Jannis Kounellis, Robert Rauschenberg o Cy Twombly. Tali opere, di proprietà della Kunstsammlung NRW, documentano la forte autorevolezza dell'arte di Burri.

La sua biografia esprime il trauma italiano alla fine del fascismo e rispecchia il turbolento nonché drammatico decorso del ventesimo secolo. Subito dopo la fine della guerra, l'artista autodidatta fece confluire la sua esperienza di ufficiale medico e quella della prigionia americana in un'arte potente, ma testimone di spaventosi ricordi. L'opera di Burri riveste una particolare importanza per la Kunstsammlung NRW e per il Museo Guggenheim: i rispettivi direttori ne riconobbero presto il valore promuovendo l'artista. Infatti già nel 1966 Werner Schmalenbach acquisisce per la Kunstsammlung NRW Grande Sacco BS (1956), una delle opere più significative dell'artista italiano.

Burri si distanzia presto dalla gestualità pittorica dell'espressionismo astratto di stampo americano e dall'arte informale europea tramite l'impiego di materiali insoliti, "poveri" e industriali, come non era mai stato fatto prima. Con la sua estensione in rilievo del dipinto bidimensionale nello spazio, Burri crea alla fine degli anni '40 quei "paesaggi del materiale" che condizioneranno profondamente gli artisti di diversi movimenti artistici e in particolare gli esponenti del Neo Dadaismo, dell' Arte Processuale e dell' Arte povera. Alberto Burri è conosciuto soprattutto per la serie dei "Sacchi", quadri realizzati con frammenti di sacchi di juta rattoppati e cuciti insieme, di frequente uniti a brandelli di vecchi abiti. In questa categoria rientra anche l'opera di proprietà della Kunstsammlung NRW.

La mostra, curata da Emily Braun, presenta tutti gli altri cicli di opere dell'artista che prendono nome dai più disparati materiali, colori e tecniche di lavoro: i Catrami, le Muffe, i Gobbi, i Bianchi, i Legni, i Ferri, le Combustioni Plastiche, i Cretti e i tardi lavori in Cellotex su pannelli di truciolato. Nel corso della sua vita artistica Burri si occupa ripetutamente di questioni essenziali per la pittura, come la monocromia. L'artista esamina infatti le qualità fisiche ed ottiche di un colore con un nuovo tipo di impiego monocromatico del materiale, un'innovazione che riceve visibilità tematica per la prima volta in questa mostra. Nella stessa è messo in risalto anche il dialogo di Burri con il Minimalismo americano, evidente soprattutto nei tardi cicli dei Cretti e dei Cellotex.

In occasione della sua prima mostra individuale tenutasi a Roma nel 1947, egli espone paesaggi e nature morte per poi prendere definitivamente le distanze dall'espressione figurativa. Colori ad olio e tele sono rimossi a favore di materiali e procedimenti inusuali. Inizialmente Burri effettua degli esperimenti impiegando polvere di pietra pomice, vernici industriali o tubi di metallo, distruggendo la superficie del quadro con sovrapposizione di materiali e convessità al di sotto della tela. Come Lucio Fontana, l'artista crea delle ferite sulla pittura rivelando e decostruendo il supporto dell'immagine.

Con l'opera-memoriale il Grande Cretto (1985-1989/2015), Burri estende queste ricerche dal dipinto su tavola al paesaggio. Questo monumentale progetto di Land Art realizzato sulle rovine delle mura di Gibellina, distrutta dal terremoto del 1968, determinerà più tardi l'incontro tra Alberto Burri e Joseph Beuys. Grazie al film realizzato dall'olandese Petra Noorkamp per la retrospettiva, questo insolito monumento sarà presente alla mostra. Grazie a James Johnson Sweeney che durante la sua direzione del museo Guggenheim redasse nel 1955 la prima biografia su Burri, l'artista realizzò numerose mostre in America dove visse periodicamente dal 1963. Burri partecipò più volte alla Biennale di Venezia e di San Paolo e alla Documenta di Kassel (1959,1964,1982). (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Alla scoperta del Giappone "Alla scoperta del Giappone"
Felice Beato e la scuola fotografica di Yokohama 1860-1910


termina il 30 giugno 2016
Fondazione Luciana Matalon - Milano
www.fondazionematalon.org

La mostra presenta una documentazione fotografica, delle prime immagini scattate in Giappone, tra cui spicca il lavoro di uno dei maggiori fotografi dell'Ottocento: l'italiano Felice Beato. Questo materiale, proveniente dalle collezioni del Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze, contribuisce ad esemplificare l'interesse e il fascino esercitato dal mondo orientale alla fine dell'Ottocento nella cultura europea. L'esposizione raccoglie 110 fotografie originali d'epoca (vintage-prints) colorate a mano con prodotti all'anilina, che ne caratterizzano inconfondibilmente la provenienza dall'atelier di Beato, oltre a tre preziosi album-souvenir con copertine originali, in lacca, madreperla e avorio, che testimoniano la moda orientalista largamente diffusa nell'Europa del XIX secolo.

L'iniziativa, curata da Emanuela Sesti, responsabile scientifica di Fratelli Alinari, è organizzata e prodotta da Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia e Fondazione Luciana Matalon, fa parte del programma ufficiale delle celebrazioni del 150° anniversario della firma del Trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone. Felice Beato (1832-1909), di origini veneziane naturalizzato inglese, nei suoi primi anni di attività lavora insieme al fratello Antonio e al fotografo inglese James Robertson a Costantinopoli durante gli anni della guerra di Crimea, della quale riportano alcune straordinarie immagini di documentazione.

Nel 1857, sempre accompagnato dal fratello e da Robertson, inizia il suo viaggio verso Oriente, raggiungendo l'India e nel 1860 la Cina. Nel 1863 arriva da solo in Giappone, dove rimane per oltre 15 anni e fonda la sua attività fotografica insieme al pittore Charles Wirgman, specializzato nella caratteristica coloritura delle stampe fotografiche di Beato. La mancanza di colore nelle fotografie ottocentesche era avvertita come un limite e la policromia di queste stampe, unite alla loro raffinatezza e esoticità, hanno contribuito al grande successo commerciale con cui furono accolte, tanto che Beato e Wirgman crearono una vera e propria scuola a Yokohama, alla quale collaborarono molti artisti locali.

Tale scuola proseguì la produzione delle fotografie 'alla maniera di Beato', anche molti anni dopo la partenza del fotografo italiano, creando uno stile e una moda che perdurò fino ai primi del Novecento. Per la colorazione di una buona fotografia occorreva quasi mezza giornata. I tempi erano così lunghi che vennero assunti sempre più artisti in un solo atelier, istituendo così una catena di montaggio che aveva una gerarchia produttiva ben precisa e che seguiva anche le inclinazioni e il grado di abilità di ciascun colorista. La Yokohama Shashin, ovvero la fotografia in stile Yokohama, acquisì notevole importanza grazie al turismo.

I viaggiatori compravano, come souvenir, gli album con una cinquantina di immagini circa, affascinati dal Giappone e dalle sue più antiche tradizioni di vita sociale e di costume, ma anche dalle atmosfere e dagli irripetibili paesaggi ricchi di fascino e spiritualità, cercando fotografie che confermassero l'immagine esotica che avevano del Giappone, in antitesi alla cultura del mondo occidentale. Attraverso le fotografie del XIX secolo realizzate in Giappone, si possono leggere i costumi, i paesaggi, la vita quotidiana giapponese: le geishe, i samurai, i lottatori, i monaci buddisti, i piccoli artigiani, i paesani, ma anche i paesaggi, i fiori e le scene di strada. Ogni immagine è una finestra aperta sul mondo orientale, su un lontano e sconosciuto Giappone che grazie alla fotografia si offriva alla curiosità del pubblico europeo del secolo scorso. (Estratto da comunicato stampa)




Opera dalla mostra di Peter Schuyff Peter Schuyff: The S.M.S. Gneisenau Drawings Suite and New Works
termina lo 05 giugno 2016
Studio d'Arte Raffaelli - Trento
www.studioraffaelli.com

Cosa succede quando Peter Schuyff (Baarn - Olanda, 1958) s'imbatte in una storia navale della Prima Guerra Mondiale? Cosa succede se questa storia fu originariamente disegnata da Fritz Ferschl, pittore ospite della corazzata tedesca S.M.S. Gneisenau nel 1909? Succede che, a distanza di oltre cento anni, i marinai e i luoghi che di questa nave hanno fatto la storia riprendono vita. Schuyff si lascia guidare dal fascino del passato, dagli incontri fortuiti e dalle contaminazioni pittoriche. Non a caso una parte importante della sua produzione è dedicata agli Overpainted Paintings, "dipinti sopra dipinti", in cui mondi sopiti si risvegliano per aggiunta di elementi e di geometrie brillanti, generando immagini ironiche e provocatorie e spesso attuando una vera e propria ricollocazione spazio-temporale.

Nello stesso modo Schuyff è intervenuto sui fogli del libro di schizzi di Fritz Ferschl, realizzando una serie di nuovi lavori a cui le vicende dell'incrociatore fanno da sfondo; la riedizione del libro di schizzi, dove sono pubblicate le opere di Schuyff, si potrà sfogliare in veste nuova, in un prezioso volume in 250 esemplari numerati e firmati dall'artista. Per l'occasione, in collaborazione con la galleria Luca Tommasi Arte Contemporanea di Milano, saranno esposte anche alcune opere su tela inedite le cui geometrie costituiscono il sorprendente risultato della più recente fase artistica di Schuyff. (Comunicato stampa)




Opera di Kai-Uwe Schulte-Bunert Kai-Uwe Schulte-Bunert: Via Emilia Souvenir Shop
termina lo 01 giugno 2016
Galleria 8,75 Artecontemporanea - Reggio Emilia
www.csart.it/875

Per l'occasione, la Galleria si trasforma in un inedito "Souvenir Shop", dove le memorie personali del fotografo, raccolte negli anni lungo la direttrice storica della via Emilia, si associano allo sguardo del visitatore, cha ha la possibilità di fare proprio il ricordo perfetto, l'immagine che meglio sintetizza il suo viaggio. In esposizione, a cura di Chiara Serri, un'ampia selezione di fotografie scattate negli ultimi dieci anni. Dalla serie "Passaggi" (2005-2006), che documenta il rapido cambiamento nei primi cantieri di Santiago Calatrava, a "Fondo vivo" (2009) e "Normale" (2012), che colgono istanti unici di banale quotidianità, fino all'anteprima del progetto "In between" (2014-2015), dedicato alle Officine Meccaniche Reggiane. La mostra si completa, inoltre, con "11x11" (2011) e "Baustelle" (2012), progetti dedicati allo scorrere del tempo, e con l'anteprima della serie "Colonia" (2014), incentrata sull'uso del colore da parte dell'architetto Edoardo Gellner nel Villaggio Eni di Borca di Cadore (Bellluno).

«Opere - scrive Chiara Serri - tra loro molto diverse, ma che presentano alcune costanti riferibili agli interessi dell'autore e alle scelte linguistiche maturate nel tempo. In primo luogo l'odore del cemento, il fermento del cantiere, la possibilità di rendere eterni attimi che non torneranno più, quindi l'idea stessa del muro, che si carica di ulteriori significati se associata alla storia di un fotografo nato in Germania Est. E poi la teatralità della scena, l'equilibrio compositivo, la visione ampia che dal particolare muove all'universale, alla società, al rapporto tra l'uomo (grande assente) e il paesaggio che porta le sue tracce».

Kai-Uwe Schulte-Bunert (Germania Est, 1969) studia storia dell'arte e pubblicità. Dal 1999 si dedica esclusivamente alla fotografia. Nel 2002 avvia una personale ricerca sulle relazioni tra uomo, architettura e paesaggio, prendendo parte a mostre personali, collettive e festival fotografici italiani ed internazionali. Pubblica diversi libri e cataloghi. (Comunicato stampa CSART)




Warped Passage - Stampa digitale su carta cotone Hahnemuehle montata su alluminio, cornice floccata cm. 100x123x8 2015 Aqua Aura: Dreamscape
termina il 10 luglio 2016
CSArt e ClubArt - Reggio Emilia
www.csart.it

Dalle finestre che si aprono sulla via Emilia, luogo di storie e memorie, un viaggio immaginario in una terra di confine, dove scenari primordiali diventano immagine di un possibile futuro. In mostra - a cura di Chiara Serri e Paolo Barilli - una selezione di fotografie delle serie Scintillation (2015-16) e Frozen Frames (2011-14). Paesaggi silenziosi, ipnotici, irreali ed allo stesso tempo estremamente verosimili. Composizioni nate dall'elaborazione digitale di ritagli fotografici autografi, attraverso una lenta costruzione dell'immagine.

Come spiegano Chiara Serri e Paolo Barilli, «Le opere della serie Scintillation, benché strettamente legate a Frozen Frames, presentano un carattere di sostanziale novità, ossia la riduzione delle componenti drammatiche, per lasciare campo ad atmosfere sospese, in cui la visione diviene stupore». Nella nuova produzione è stata, inoltre, riposta grande attenzione alla scelta della carte e degli inchiostri, nonché alle cornici floccate che, come spiega l'autore, presentano un'epidermide vellutata, anch'essa parte dell'opera. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Spilla con girasole - Trifari, 1941, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Spilla a Corona - Adolph Katz per Coro, 1946 ca, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Spilla con airone in volo - Alfred Philippe per Trifari, 1950-1955, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Gioielli Fantasia. Sogni americani
termina lo 02 ottobre 2016
Palazzo Mazzetti - Asti
www.palazzomazzetti.it

Oltre 500 esemplari di Gioielli Fantasia provenienti dalla Collezione personale di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo: Collane, spille, orecchini e bracciali tracciano l'evoluzione della Costume Jewelry e raccontano una storia articolata e affascinante, dalle riproduzioni di gioielli classici alle creazioni pop degli anni '50 e '60, concepite ed elaborate dai più importanti designer, come Trifari, Marcel Boucher, Coro, De Rosa, Eisenberg, Miriam Haskell, Eugène Joseff, Kenneth J. Lane, Pennino, fino a Wendy Gell e Iradj Moini. La storica dimora astigiana, scrigno di raffinate raccolte di intagli, tessuti antichi e ceramiche, si offre come luogo ideale per un'esposizione dedicata ad un settore particolare delle arti decorative come quello del "gioiello fantasia".

Il percorso espositivo accompagna il visitatore alla riscoperta della produzione di costume jewelry, fenomeno socio-culturale nato negli Stati Uniti all'indomani della grande crisi del 1929-1939: con la drastica riduzione del mercato dei prodotti di lusso, la sperimentazione con materiali non preziosi diventa l'unica via di sopravvivenza per i gioiellieri, ma anche stimolo per la fantasia e per la messa a punto di nuove tecniche. Nascono ornamenti bellissimi e poco costosi che gli studi cinematografici di Hollywood non esitano ad adottare, facendoli diventare protagonisti della stagione d'oro del cinema americano. Nonostante l'utilizzo di pietre e leghe di costo contenuto, l'accuratezza delle finiture e il formato sorprendente sono il segno evidente delle straordinarie capacità creative dei designer dell'epoca e di una maggiore libertà di sperimentazione di nuovi materiali. (Estratto da comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Stefania Ruggiero - Senza titolo - spray, acrilico, pastello a olio e marker su tela cm.70x50 2016 Stefania Ruggiero - Giropizza - spray, acrilico, pastello a olio e marker su tela cm.70x100 2016 Stefania Ruggiero - Sottopasso - spray, acrilico, pastello a olio e marker su tela cm.50x70cm 2016 Stefania Ruggiero: Generica
termina lo 08 giugno 2016
Circoloquadro - Milano
www.circoloquadro.com

Prima mostra personale di Stefania Ruggiero, a cura di Elisa Fusi, che ha ideato e realizzato un progetto site specific dal forte impatto visivo, che prosegue la linea progettuale sperimentale dello spazio non profit milanese. Ruggiero deforma la profondità di Circoloquadro, occupato dai suoi nuovi lavori: tele e carte di grandi dimensioni trattate con tecnica mista, in cui i colori a olio si affiancano all'uso dello spray, del pastello a olio e del marker, mentre alle grandi campiture cromatiche piatte si alterna una linea di matrice più grafica, segno tipico dell'artista.

Elemento portante della mostra è un grande tappeto in lana e seta, realizzato ad hoc, che contribuisce allo sfondamento spaziale della sala espositiva, rendendo evidente l'interesse dell'artista per il design. L'intero corpus dei lavori prende le mosse dall'interesse di Ruggiero per le situazioni quotidiane più semplici, dove uomini e donne, protagonisti dei suoi lavori, si muovono in modo meccanico e anonimo. In ogni inquadratura, infatti, la mancanza di espressioni dei volti e le pose innaturali lascia trapelare un'assenza di emozioni, una omogeneità disarmante che rende ogni situazione uguale alle altre per svelare la difficoltà del quotidiano e mostrare l'uniformità del vivere.

Stefania Ruggiero (Legnano - Milano, 1987), laureata in Design del Prodotto presso il Politecnico di Milano, frequenta nel 2010 due corsi di disegno al Saint Martins College of Art and Design di Londra. Attualmente lavora come disegnatrice tessile, designer di tappeti e accessori. E' stata finalista al Premio Griffin nel 2014 e ha partecipato a diverse mostre collettive. (Comunicato stampa)




Da Lotto a Caravaggio
La collezione e le ricerche di Roberto Longhi


termina il 24 luglio 2016
Complesso Monumentale del Broletto - Novara

Roberto Longhi (1890 - 1970) ha contribuito in modo determinante alla conoscenza che oggi abbiamo dell'arte italiana, avendo dedicato la sua vita di studi e la sua passione intellettuale alla riscoperta del filone naturalistico che attraversa l'arte dei secoli passati, mettendo in evidenza tra gli altri la figura di Caravaggio, pressoché dimenticato nella storiografia Ottocentesca. La mostra è idealmente guidata da Roberto Longhi, dal suo sguardo di conoscitore e dalla sua passione di collezionista. Con Roberto Longhi la mostra attraversa due secoli di pittura e si sofferma sui periodi e sulle scuole dell'arte italiana più studiate e spesso riscoperte proprio dal grande critico.

Il percorso espositivo, organizzato in maniera cronologica e tematica, inizia con le opere del Cinquecento che sono riconducibili all'"Officina ferrarese" e prosegue con quelle di Lorenzo Lotto a cui sono accostati alcuni protagonisti del manierismo e della scuola veneta, per arrivare all'area prediletta - sia per gli studi di Longhi che per le opere della sua collezione presentate - quella del Caravaggio, dei suoi predecessori e dei suoi seguaci, per terminare infine con un gruppo di ritratti e mezze figure del Seicento tra le quali si nota una bellissima serie di Jusepe de Ribera. La scelta dei dipinti caravaggeschi mette in particolare evidenza l'importanza dei suoi precursori lombardi e veneti, tra i quali spicca la figura di Lorenzo Lotto.

Come precocemente scrisse Longhi: "Lotto è un luminista immenso, che va oltre Vermeer von Delft (...). Specie la prima maniera luministica di Caravaggio (...) può dirsi preparata, - certo oltrepassata - dal luminismo del Lotto. E' un luminismo che si serve di una caratteristica luce radente e pure essenzialmente fissatrice di movimenti non scompositrice di essi, tale insomma da preludere al luminismo statico di Caravaggio". (Longhi, Caravaggio, tesi di laurea, 1911, p. 30)

Per ricostruire il percorso critico di Roberto Longhi nella riscoperta della "pittura della realtà" sono state selezionate opere particolarmente significative che riflettono l'originalità del pensiero dello studioso. Oltre a Lotto, Caravaggio e Ribera saranno in mostra, tra le altre, opere di Dosso Dossi, Amico Aspertini, El Greco, Lambert Sustris, Romanino, Saraceni, Borgianni, Fetti, Battistello Caracciolo, Valentin de Boulogne, Stom, Van Honthorst, Lanfranco, Mattia Preti, il Morazzone e il Cerano, con la Deposizione di Cristo del Museo Civico di Novara. Oltre ad alcuni prestigiosi prestiti esterni, il nucleo portante è rappresentato da quasi 50 dipinti appartenuti al grande storico dell'arte. Dipinti che con la loro storia attribuzionistica e con i tempi del loro ingresso nella raccolta rappresentano una vicenda capitale di riferimento per la critica attuale.

"Da Lotto a Caravaggio. La collezione e le ricerche di Roberto Longhi" è curata da Mina Gregori e da Maria Cristina Bandera, Presidente e Direttore Scientifico della Fondazione di Studi di Storia dell'Arte Roberto Longhi ed è organizzata dalla società Civita Mostre. Il catalogo della mostra, edito da Marsilio, oltre alle schede critiche delle opere esposte, comprenderà alcuni saggi sulla personalità di Roberto Longhi e sugli artisti rappresentati in mostra, scritti dalle curatrici, da Cristina Acidini e Daniele Benati. La rassegna conterà infine su una audioguida messa a disposizione di tutti i visitatori e un suggestivo allestimento che valorizzerà la ricchezza delle opere esposte nel contesto dell'antico Broletto di Novara. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Immagine dalla locandina della mostra di Francois Morellet e Grazia Varisco Francois Morellet | Grazia Varisco
termina il 21 agosto 2016
Ghisla Art Collection - Locarno

La mostra che viene presentata alla Fondazione Ghisla Art Collection di Locarno intende proporre un dialogo tra questi due protagonisti dell'arte europea, che hanno esposto insieme in più occasioni dagli anni Sessanta. Il percorso vuole mettere in luce sia i parallelismi sia le diversità delle loro personalità poetiche, che in modi differenti hanno sempre cercato nel loro lavoro di mettersi in relazione con lo spettatore in un modo anticonvenzionale, per coinvolgerlo in un'esperienza artistica ogni volta inattesa e sorprendente. ra gli aspetti che più avvicinano questi due artisti c'è infatti proprio la volontà di contraddire continuamente le condizioni consuete delle convenzioni rappresentative e di relazione con l'opera artistica, sempre con ironia e leggerezza.

Agendo secondo modalità che si fondano sulla decostruzione della geometria, sull'attivazione dell'immagine attraverso la presenza luminosa, sulla movimentazione percettiva e talvolta interattiva della materialità dell'opera, e creando così una relazione insieme immediata e complessa tra opera e spettatore. Una prima sala propone una selezione di lavori storici di entrambi gli autori, degli anni Sessanta e Settanta, realizzati secondo coordinate di riduzione formale e materiale che intendono cancellare qualsiasi residuo di emotività negativa e di solipsismo espressivo, per dare vita invece a opere che sono veri e propri campi di esperienza, nelle quali a una estrema essenzialità corrisponde una profonda comunicatività.

A seguire, due sale monografiche, una dedicata a Morellet e l'altra a Varisco, presentano lavori di cronologia più recente e sono concepite insieme agli artisti stessi appositamente per l'occasione, in relazione agli spazi di Fondazione Ghisla Art Collection, per mostrare le reciproche specificità delle loro vitalità poetiche, e la persistente attualità delle loro ricerche. Alle opere in mostra, e al loro rapporto con questi spazi, sono dedicate le due interviste inedite, realizzate in questa circostanza. La mostra è presentata al terzo piano dell'edificio di Fondazione Ghisla Art Collection, a suggello e culmine del percorso espositivo della collezione permanente che viene presentata negli altri spazi: si pone infatti in una sorta di colloquio ideale con le altre opere della Collezione, che è stata in parte riallestita per l'occasione. (Comunicato stampa)

---

The exhibition presented at the Ghisla Art Collection Foundation in Locarno intends to propose a dialogue between these two protagonists of European art who have exhibited together on various occasions since the 1960s. The itinerary of the exhibition wishes to evidence both the parallelisms and the differences of their poetic personalities which in different ways have in their work always tried to relate to the spectator in an anti-conventional way in order to involve him or her in an artistic experience which is every time unexpected and surprising. In fact, from among the aspects shared most by these artists is the wish to continually contradict the usual conditions of the representative conventions and the relation with the artistic work, always with irony and lightheartedness.

Acting according to modalities based on the deconstruction of geometry, on the activation of the image by means of the luminous presence, on the perceptive and sometimes interactive handling of the materiality of the work, in this way creating a relation that is both immediate and complex between the work and the spectator. The first room proposes a selection of historical works by the two artists that date to the 1960s and 1970s, created in accordance with coordinates of formal and material reduction that intend to cancel whatever residue of negative emotivity and expressive solipsism in order to instead give rise to works that are real fields of experience in which to an extreme essentiality there corresponds a profound form of communication. This room is followed by two monographic ones housing the works of each artist.

They present more recent works and were conceived together by the artists especially for this exhibition in relation to the spaces of the Ghisla Art Collection Foundation. The prime intention of these two rooms is to show the reciprocal specificity of their poetic vitality and the persistent actuality of their research. In addition to the works on exhibit and their relationship with the spaces of the Ghisla Art Collection Foundation, there are two interviews with the artists drawn up for this occasion. The exhibition is housed on the third floor of the Foundation's building as the formal ratification and culmination of the itinerary of the permanent collection which is presented in the other rooms. In fact, this exhibition is a sort of ideal 'conversation' with the other works of the Collection which has in part being reordered for the occasion. (Press release)




Ferrara nel mondo
E' già un successo il de Chirico ferrarese alla Staatsgalerie di Stoccarda


A pochi giorni dall'inaugurazione, il 18 marzo, l'esposizione allestita alla Staatsgalerie di Stoccarda si è già conquistata recensioni molto positive da diversi dei principali media ed è assolutamente notevole anche la risposta del pubblico. Cosa per nulla scontata, visto che de Chirico, pur noto e amato in Germania, vi è naturalmente meno di casa di quanto non lo sia in Italia. La mostra ferrarese resterà la vedette internazionale della Staatsgalerie sino al 3 luglio.

(...) A dimostrazione dell'attenzione che la Staatsgalerie riversa su questa mostra, un grande convegno internazionale incentrato proprio sull'artista (21 e 22 aprile) su un argomento di grande interesse artistico ma anche per il mercato dell'arte. Ovvero il tema delle repliche. Si tratta, si chiederanno gli esperti - di espressioni di esigenze artistiche o di risposte alle richieste del mercato, moto dell'anima dell'artista o precisa strategia economica?" Il caso da cui parte la due giorni di riflessione è proprio quello delle Muse di de Chirico, un tema i cui esordi sono ben documentati nella mostra proveniente dai Diamanti. Un tema sul quale de Chirico è tornato tutta la vita, sia in pittura che in scultura. Spinto esclusivamente dall'esigenza di cercare forme diverse alle sue "creature" o - questo è l'interrogativo degli esperti - strategia di mercato?".

Ad aprire i lavori, con una riflessione sul tema delle Muse dechirichiane, sarà il professor Paolo Baldacci, curatore dell'esposizione ferrarese. L'indomani il calendario delle Giornate di Studio è occupato dal meglio della critica d'arte tedesca e di altri Paesi. Per dibattere il tema delle repliche, delle proposte seriali, delle copie non solo in de Chirico ma in numerosissimi altri grandi artisti. A partire da Courbet, per passare alle celeberrime, ripetute Isole dei morti di Boecklin, alle diverse riprese dei temi polinesiani in Gauguin o alle riprese di spunti in Munch, indagando quindi le "versioni" ma anche le assonanze di tema e di opere tra Matisse e Picasso, poi le repliche in Max Beckmann, Max Ernst, o i ready made di Duchamp o i monocromi di Yves Klein.

Come a dire una indagine su una costante nell'arte di ogni tempo, incentrata però esclusivamente sull'Ottocento e Novecento. In tutto questo de Chirico viene indicato a paradigma, in un dibattito nel quale, assodato il valore assoluto dell'artista, gli esperti si interrogano su di lui, e sui molti suoi altrettanto illustri "Colleghi", circa il loro porsi al di sopra delle regole o, per de Chirico, nel suo essere "falsario di se stesso". Interrogativi molto stimolanti, affidati ad esperti di primo livello, ad indagare la complessa grandezza di de Chirico anche nel porsi a rifermento di modi controversi di intendere la produzione artistica. (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Magdalo Mussio - Senza titolo (Calcolo sulla caduta della luna) - tecnica mista su carta cm.70x100 1965 La continuità dello sguardo artistico di Magdalo Mussio
termina lo 04 giugno 2016
Galleria Clivio e Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

Galleria Clivio e Osart Gallery insieme per una nuova mostra interamente dedicata al lavoro di Magdalo Mussio, curata dalla nota critica d'arte Daniela Palazzoli. Contestualmente, le due gallerie pubblicheranno il libro che dà il titolo alla mostra, a cura di Daniela Palazzoli. Attraverso più di 50 opere che vanno dall'inizio degli anni '60 fino ai primi anni del 2000 e che coprono gran parte della sua produzione, la mostra vuole presentare al pubblico l'artista italiano ripercorrendone il cammino creativo da troppo dimenticato dalle scene dell'arte contemporanea.

Magdalo Mussio è stato un intellettuale a tutto tondo che ha lavorato in diversi campi artistici dando sempre un'impronta decisa e personale alle proprie attività. Per esempio, grazie ai suoi studi e alla sua vicinanza con McLaren, è stato autore, regista e scenografo di corti e lungometraggi e film d'animazione, oltre a ricoprire il ruolo di caporedattore e manager editoriale presso la casa editrice Lerici, per una delle più importanti testate di arte in Italia: Marcatrè. Queste attività non lo hanno distolto dal suo cammino artistico che ha avuto inizio addirittura negli anni '50 accanto a uno dei più grandi poeti italiani, Giuseppe Ungaretti. Da qui prosegue e si consolida la grande ricerca artistica verbo-visiva che lo accompagnerà per la sua intera vita.

Lo stesso Mussio dichiara che a spingerlo verso questo nuovo stile di stampo grafico-pittorico e letterario-diaristico è un impulso istintivo e incontrollabile che lui stesso sintetizza così: "Sul margine della carta cominciai a scrivere parole fitte e illeggibili, raschiavo e spennellavo per poi di nuovo ricoprire nascondendole. Sopra scrivevo segreto, ma anche per me era ignoto quello che sotto vi era scritto, tanto che slittavo in una ambiguità pittorica." - da Chiarevalli Monodico (1963-1986). Sebbene la sua ricerca sia basata anche sulla parola, le opere di Magdalo Mussio stupiscono soprattutto per la ricercatezza della struttura pittorica e contemporaneamente per l'utilizzo fantasioso, armonico e innovativo dei materiali. L'artista ha infatti sposato l'idea di Umberto Eco: la cosiddetta "opera aperta", estendendola poi fino al concettuale; ed è chiaro, guardando le sue opere, come esse generino sempre una storia diversa dall'altra. Questo ci fa capire come le tavole creative di Mussio non si limitano ad essere guardate ma trovano sempre la forza di evolversi e di sposare le immagini col pensiero. (Comunicato stampa)




Through the looking glass Through the looking glass
Opere di Martina della Valle, Annabel Elgar e Baerbel Reinhard


termina lo 04 giugno 2016
Metronom - Modena
www.metronom.it

Attraverso uno specchio mentale e ideale il lavoro delle tre artiste conduce a una osservazione della realtà attraverso una sovrapposizione di immagini, una specularità che si traduce in una molteplicità, in cui il visibile e il simbolico si mescolano e si confondono. La natura, intesa come ambiente nel quale viviamo, diventa il teatro in cui va in scena questo passaggio, questo attraversamento di luoghi fisici e mentali. Lontani dalla dimensione del sogno ma vicini all'immaginazione e alla fantasia, i lavori di della Valle, Elgar e Reinhard raccolgono la sfida di usare elementi naturali, luoghi e oggetti e trasformarli con una chiara qualità simbolica ma allo stesso tempo limpida e accessibile. (Comunicato stampa)




Gae Aulenti Omaggio a Gae Aulenti
termina il 28 agosto 2016
Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli - Torino
www.pinacoteca-agnelli.it

La Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli presenta la mostra che racconta la vita straordinaria di una delle personalità di maggior rilievo della cultura architettonica italiana del XX secolo attraverso un percorso che tocca le sue opere più significative, strettamente collegate ai luoghi, ai tempi e alle persone che ha incontrato. Da architetto Gae Aulenti ha sviluppato il suo percorso professionale attraverso il design, l'architettura, gli allestimenti e la scenografia, costruendo la sua carriera in un costante dialogo tra le arti.

La mostra - a cura di Nina Artioli, nipote di Gae Aulenti - segna le tappe del suo ricco percorso culturale e professionale partendo dal luogo che più di ogni altro può raccontare la sua personalità: la casa studio di Milano, progettata nel 1974. Un grande spazio a doppia altezza pieno di libri, di oggetti, di ricordi di viaggi, di prototipi, di quadri dedicati, di modelli, ognuno testimone a modo suo delle numerose collaborazioni con artisti, registi, amici e intellettuali. Oggi questo luogo così ricco di memorie è la sede dell'Archivio Gae Aulenti, che si pone come obiettivo la conservazione e la promozione del patrimonio culturale che Gae Aulenti ci ha lasciato. (Comunicato Ufficio stampa Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli)

"Non sono una collezionista ma ho raccolto negli anni le cose che mi incuriosivano." (Gae Aulenti)




Opera di Cesare Ghiselli dalla mostra NATURAL-MENTE alla Galleria Lacerba di Ferrara Cesare Ghiselli
NATURAL-MENTE


termina il 31 maggio 2016
Mostra on-line nel sito della Galleria Lacerba (Ferrara)
www.lacerba.com

Osservando nel loro insieme tutte le opere artistiche di Cesare Ghiselli, a partire da quelle realizzate sul finire degli anni '60 fino a quelle create di recente, si nota prima di ogni altra cosa, una coerenza formale e di intenti comunicativi alquanto rari, se si considera che parliamo di un periodo temporale che supera il mezzo secolo. Queste opere non presentano elementi di ripetitività che di solito caratterizzano artisti che assumono un' identità artistica immediatamente riconoscibile con un'immagine (si pensi ad esempio ai volti di Ernesto Treccani), operazione quanto mai caldeggiata da galleristi per mere speculazioni mercantili; al contrario, Ghiselli, percorre la sua strada, applicando quelle variazioni stilistiche e formali che derivano dalla naturale evoluzione e maturazione delle idee.

Ogni artista avverte dentro di sè il bisogno di comunicare, la necessità di dare sfogo ad un istinto impellente che lo induce a liberare la propria anima da ciò che la opprime. Solo il gesto attuativo di un'opera d'arte e la sua realizzazione possono lenire, raramente soddisfare, questa necessità. In Ghiselli tale azione si traduce nel godimento di un'opera che racchiuda in sè il soggettivo senso di lirismo, equilibrio formale e cromatico. E' una ricerca che, come sa benissimo l'artista, non giungerà mai a compimento. Per ciò che concerne l'aspetto concettuale, emerge un pensiero che induce a riflessioni filosofiche. I frammenti lignei che l'artista isola dal loro contesto per applicarli su tavole o tele, sembrano metaforicamente posti sopra un vetrino di un laboratorio scientifico per essere analizzati al microscopio, in un'operazione di analisi sul particolare per individuare le leggi universali secondo teorie aristoteliche.

Questi materiali, talvolta disposti in schemi ordinati, nel loro insieme inducono altresì a pensare a una specie di codice, di nuovo alfabeto o ricordano gli ideogrammi orientali, formulando ipotesi di un linguaggio della natura nel quale bisogna individuare l'archè. Tutto ciò avrebbe senso se non fosse che talvolta questo linguaggio della natura è interrotto dalla presenza di manufatti creati dall'uomo, come ad esempio un bottone o un oggetto ferroso lavorato. Come se non bastasse ecco che una spruzzata di vernice di tipo industriale ci viene a ricordare la presenza ingombrante ed immanente dell'uomo nelle vicende di questo mondo.

Ecco allora che in alcune opere rimangono solo le tracce, le orme di una presenza contornate da vernice a spruzzo che mette in maggior risalto un'assenza. Non ci sono più bastoncini o legnetti, ma solo l'impronta del loro passaggio. Queste mie riflessioni sono solo alcune possibili chiavi di lettura, infatti tutta l'opera di Ghiselli si presta ad interpretazioni individuali differenti e soggettive, esaltando al massimo il carattere polisemico dell'opera d'arte. Il titolo stesso della mostra, "NATURAL-MENTE", gioca sul doppio senso della parola letta separatamente o continuativamente, per rappresentare la pluralità di interpretazioni dell'opera di Ghiselli. Alla mostra sono presentati 8 lavori scelti e significativi degli anni compresi tra il 1969 ed il 1980. (Alfredo Pini)




Opera di Gianfranco Bonomi dalla mostra Geometrie Costruttive Gianfranco Bonomi: Geometrie Costruttive
termina il 23 settembre 2016
Palazzo Borghese - Firenze

"... I moduli colorati curvilinei e ascensionali costituiscono una limpida testimonianza di come la lezione di Balla sia stata e continui ad essere illuminante ed ispirata per l'artista. La stagione creativa di Bonomi pulsa per le dinamiche forme e gli accesi cromatismi, ove l'alfabeto pittorico è scandito da espressioni simboliche e aforismi multicolori, immagini geometriche libere che si rincorrono e si intrecciano con la fresca purezza della poesia, un corollario di immagini in sequenza di natura astratto-geometrica fulgide come una rivelazione. E sorprende non poco la capacità sua di aprire sempre nuove finestre sullo spazio e l'infinito irrorando di poetica germinazione la tessitura avvolgente e festosa delle forme e dei colori.

La polarità strutturale del suo modo di procedere in termini di esuberanza cromatica e lirica sospensione emotiva, asseconda una tensione mentale e psicologica che defluisce in suggestiva e visionaria scenografia (le opere) pulsante di vitalità ed energia. Questo concreto astrattismo geometrico dopo aver assorbito la spazialità analitica, il dinamismo plastico e le forme di luce-colore, ritaglia la dinamica scomposizione della luce, trova congeniali soluzioni come la fantasia cromatica e il ritmo ludico del movimento. Spazi aperti e chiusi dove i colori, gli azzurri guizzanti, i blu profondi, i rossi fiamma, i gialli amplificati, i verdi smaglianti e i teneri viola recitano una ricircolante." (Carlo Franza - curatore della mostra)

Gianfranco Bonomi (Lumezzane S. Sebastiano, 1939) ha frequentato l'Istituto Tecnico Industriale Statale di Brescia. Nel 1960 all'età di 21 anni con il padre e i fratelli porta avanti una piccola attività industriale ereditata dal nonno Tobia. Nel 1964 con la famiglia trasferisce l'azienda a Concesio-Brescia, in un capannone costruito modernamente. E ' in questo periodo che va alla ricerca di prodotti nuovi che potevano rivestire grande interesse per le aziende dei fratelli; così ha fatto esperienza con diversi materiali di uso industriale, come l' acciaio al carbonio e inossidabili, leghe di rame, alluminio, e varie plastiche tecniche. Nel 1988, ha frequentato la galleria "Sincron" di Brescia.

successivamente inizia una importante collaborazione con la galleria "arte struktura" diretta da Anna Canali a Milano. Nel 1989 Anna Canali edita, grazie alla collaborazione di Gianfranco Bonomi, lo storico volume da titolo "arte costruita: incidenza italiana", sulle tendenze astratto-geometriche; presenta quattro opere per ciascuno dei cinquantun operatori estetici, fornendo una visione complessiva della situazione artistica di questa tendenza, anche se limitata al solo campo nazionale; quindi solo operatori della tendenza, solo opere quadrate e tutte di dimensione 50x50cm. Da allora Bonomi ha partecipato a tutte le vernici dei vari artisti che si sono succeduti nella galleria arte struktura.

Questa sua esperienza quindicinale è continuata anche quando la galleria milanese è stata chiusa e trasferita a Desenzano. Nel 1977 viene editato da arte struktura e con il supporto vivo di Bonomi un secondo volume storico dal titolo "costruttivismo, concretismo, cinevisualismo + Nuova Visualità Internazionale". Un successo editoriale con 4.000 copie, distribuite in tutto il mondo. In esso sono raccolte opere da 100x100 di 121 artisti sia nazionali che internazionali, della tendenza meglio specificata nel titolo, con l'aggiunta del progetto relativo usato per l'esecuzione dell'opera stessa. Nella parte iniziale del libro vi sono opere di 25 pionieri dell'arte costruttiva e, nella parte intermedia un tributo a due grandi artisti: Bruno Munari e Michel Seuphor.

La collezione delle 121 opere è tuttora nelle mani di Gianfranco Bonomi, anche se l'artista-collezionista vorrebbe la collezione inserita in un apparato museale italiano. Nel 2001 ha editato, assieme alla galleria arte struktura, con la collaborazione di Salvador Presta e il saggio critico di Dorfles, il volume Salvador Presta, artista con il quale intrattiene una fruttuosa amicizia e frequentazione. Nel 2002 ancora in collaborazione con la galleria arte struktura, edita il volume Arte Madì Italia, che è servito a far conoscere il gruppo Madì italiano, con una grande mostra a Madrid.

Nel 2002 con Anna Canali e l'artista Fabrizio Parachini edita Intorno al quadrato, testo sulla ricerca del quadrato, inteso come simbolo e come utilizzo da parte dei vari artisti del '900, di arte costruttiva e costruita, specie quella succedutasi ai quadrati assoluti di Malevic. Nel 2007 su suggerimento di Salvador Presta e con la messa a disposizione di molte opere, ha editato, il volume Salvador Presta presentato al Museum of Geometric & Madì Art di Dallas, corredato da uno scritto di Gillo Dorfles. Nel 2015 esce una prima monografia con buona parte della produzione artistica di Gianfranco Bonomi e nello stesso anno in novembre, in occasione della sua prima personale a Milano presso Artestudio 26. (Comunicato stampa)




Severini. L'emozione e la regola
termina lo 03 luglio 2016
Fondazione Magnani Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.studioesseci.net

Mostra monografica dedicata al pittore Gino Severini (Cortona, 1883 - Parigi, 1966) nel cinquantenario della morte, in 100 opere, 25 inedite in Italia, dal Divisionismo al Futurismo, dal Cubismo al Classicismo. La mostra, a cura di Daniela Fonti e Stefano Roffi, intende celebrare l'intera attività di Gino Severini - allievo di Giacomo Balla, al quale la Fondazione ha recentemente dedicato una mostra di grande successo - non concentrandosi esclusivamente sul suo periodo di adesione al Futurismo e al Cubismo, cui sarebbero seguite, secondo alcune interpretazioni della critica, fasi interessanti ma non capitali per il linguaggio artistico del secolo XX.

E' infatti maturata la consapevolezza che il suo percorso artistico rappresenta fino alla fine, proprio nella sua articolazione e nella sua inquieta ricerca di "perfezione nella contemporaneità", una perfetta parabola di protagonista del Novecento, attratto prima dalle rotture linguistiche dell'avanguardia e successivamente concentrato sulla ricerca di un equilibrio armonico, di ispirazione classica ma non vuotamente classicista, che caratterizzerà ogni successiva stagione, da quella, più rigorosa della misura aurea negli anni Venti e Trenta a quella pittoricamente più libera ed estroversa degli anni Quaranta, alle riprese neocubiste e neofuturiste dei Cinquanta e Sessanta.

L'esposizione prende spunto dalla presenza di due importanti opere di Severini nella collezione permanente della Fondazione Magnani Rocca: la Danseuse articulée del 1915, capolavoro futurista, e la matissiana Natura morta con strumenti musicali, della prima metà degli anni quaranta, volute dal fondatore Luigi Magnani per il proprio tempio dell'Arte. Accanto a queste, vengono esposte circa cento opere, fra dipinti e lavori su carta di dimensioni importanti, fra cui alcuni studi preparatori che integrano significativamente la sequenza delle opere su tela o tavola. Sono ben venticinque le opere inedite, frutto di recenti scoperte, o mai esposte in Italia.

La pittura di Severini, pur nelle sue diverse stagioni espressive, contraddistinte nella maturità da varie riprese di tematiche affrontate nella giovinezza, è caratterizzata da una sostanziale fedeltà ad alcuni soggetti, che emergono nei suoi esordi e che - variamente declinati nelle epoche dello sperimentalismo linguistico dell'avanguardia o nelle riprese del naturalismo - definiscono la personalità della sua creazione artistica. Un'esposizione tematica, dunque, articolata non in successione cronologica ma nella rivisitazione del tema centrale delle varie Sale che, affrontato in chiave prima divisionista, poi futurista e cubista, non cessa di essere operativo anche nei decenni della maturità. Alcuni temi - che sono, significativamente, quelli caratteristici del Novecento pittorico italiano, sia sperimentalista che "classico" - sono stati così individuati:

- Il Ritratto / La Maschera

Il ritratto emerge subito agli inizi del secolo nella fase divisionista e resta un soggetto importante anche nel periodo futurista (ritratti della moglie, delle cantanti del Varietà, della famiglia) e, limitatamente, in quello cubista. Il suo "trionfo" avviene però nella splendida produzione dei secondi anni Trenta, con la rimeditazione della grande produzione del ritratto romano. In quest'ambito si iscrive anche la prolungata attenzione al tema delle Maschere italiane che dal 1915-16 arriva fino agli ultimi giorni, tema al centro di tutta la produzione per Léonce Rosenberg e della decorazione ad affresco del Salottino di Montegufoni (1921-22), che anticipa di dieci anni la riscoperta della "pittura murale".

- La Danza

E' il tema che più lo contraddistingue nella koiné futurista, e per il quale elabora decine di composizioni che dal primo carattere più descrittivo-cinetico (le ballerine dei café-chantant) approdano a una formulazione quasi astratta di natura cosmica, nelle serie splendida delle Espansioni della luce. Alla figura danzante, tuttavia impegnata nel balletto classico, ritornerà poi alla fine dei Quaranta, in opere neocubiste e neopuntiniste con le quali è sempre presente nelle Biennali veneziane del dopoguerra.

- Il Paesaggio e la Natura morta

Entrambi i temi sono presenti sia nella fase divisionista che in quelle futurista e cubista ma è soprattutto la natura morta che domina decenni di pittura fino agli anni Cinquanta e Sessanta, come un soggetto d'elezione attraverso il quale analizzare il suo stesso sguardo rispetto alla restituzione delle forme del mondo. La grande decorazione murale, di soggetto laico e religioso Viene presentato un approfondimento dedicato alla grande decorazione murale che, in diversi periodi della vita e in risposta a diverse esigenze di carattere privato o di pubblica committenza, occupò l'attività del pittore in modo esclusivo.

Della decorazione del Castello toscano di Montegufoni, che tuttora ospita l'incantevole Salottino delle Maschere musicanti (1921-1922), vengono proposti alcuni studi, come per la decorazione della Maison Rosenberg a Parigi (1928), oltre a studi e maquettes per le grandi commissioni degli anni Trenta/Quaranta. Severini è poi fra i pochissimi artisti europei che abbia - in diversi decenni d'intenso lavoro - consapevolmente affrontato e risolto il tema della decorazione religiosa contemporanea, sfuggendo alle secche dell'ottocentismo più trito e innestando nella figurazione sacra le conquiste più meditate della pittura del Novecento.

- Il Libro d'artista

Fleurs et masques del 1930 rappresenta il più alto contributo dato da Severini nel campo dell'arte del libro che proprio in quegli anni raggiungeva livelli ineguagliabili. Le tavole, splendidamente concepite e incise, ne fanno il più ammirato fra i libri d'artista del Novecento ed esemplificano il moto e l'arrivo della ricerca di Severini: è una suite musicale e teatrale, nella quale le geometrie delle nature morte sono accostate alle maschere della Commedia dell'arte, ai miti classici, alle rovine e alle maschere antiche, con l'altissimo risultato formale di una sorta di Déco metafisico. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Riviera
termina il 24 giugno 2016
Istituto Svizzero - Milano
www.istitutosvizzero.it

Per quattro mesi, lo spazio espositivo dell'Istituto Svizzero a Milano è abitato da una libreria temporanea: Riviera. Qui il tempo e lo spazio delle mostre e quello della lettura proveranno a incrociarsi, contaminarsi e disturbarsi a vicenda per divenire un luogo attraversato da traiettorie e storie possibili, declinate di volta in volta da una selezione di libri e da mostre di grafica, moda, design, arti visive. Riviera è un progetto ideato in collaborazione con Caterina Riva e Dallas, in cui il libro si fa protagonista: come oggetto, contenuto, forma, pretesto, ossessione, collezione o curiosità, specchio, ostacolo, miraggio. La libreria, curata in collaborazione con a+m bookstore ospiterà titoli che saranno incrementati, proponendosi come fulcro di una stagione trasversale costellata da diversi appuntamenti: presentazioni, interventi, performance, svendite, mostre.

L'allestimento di Matilde Cassani presenta una gradinata cordonata offrendo l'infrastruttura e lo scenario che si riempie e si svuota come una marea, per accogliere le pubblicazioni, le opere, così come i visitatori, e si trasforma ad ogni appuntamento, in equilibrio tra la funzione di platea e quella di palcoscenico. I due video ad alta definizione dell'artista Maria Taniguchi, Figure Study e I see, it feels (2015), in visione nello spazio per la prima settimana, suggeriscono un grado zero in cui degli strumenti (oggetti, colori, forme) sono inseriti nello spazio di Riviera. Momenti di approfondimento che riguardano l'editoria faranno da traino alla presentazione di nuovi libri a cadenza mensile. Un sito dedicato rivierabookshop.com è la piattaforma di comunicazione dell'intero programma e dove verranno annunciate in maniera puntuale tutte le nuove proposte e appuntamenti offerti da Riviera. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Da Poussin agli Impressionisti Da Poussin agli Impressionisti
Tre secoli di pittura francese


11 marzo - 04 luglio 2016
Palazzo Madama - Torino

Selezione di oltre 70 opere dalle collezioni del prestigioso Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo per una mostra che illustra la storia della pittura francese dal 1600 alla fine dell'Ottocento, dall'avvento delle accademie fino alla nuova libertà della pittura en plein air proposta dagli impressionisti. E ad accompagnare le opere, l'audioguida emozionale di Artune, con musiche di grandi artisti italiani. La mostra che getta uno sguardo sulla storia dell'arte francese come da tempo non succedeva in Italia. Capolavori straordinari che rispecchiano l'evolversi del gusto artistico in Russia e la passione per l'arte francese, e nel contempo testimoniano l'amore per l'Italia di molti dei pittori in mostra.

La mostra intreccia tutti i grandi temi della pittura moderna - dai soggetti sacri a quelli mitologici, dalla natura morta al ritratto, dal paesaggio alla scena di genere - e delinea la storia della fortuna dell'arte francese in Russia: le ragioni storiche e culturali del successo di alcuni generi accademici, rispetto all'impegno sociale delle correnti realiste; il gusto raffinato di Caterina II che nel 1772 si aggiudicò gran parte dei dipinti raccolti a Parigi dal celebre amateur francese Pierre Crozat negli anni a cavallo tra il Sei e il Settecento; gli acquisti alla moda dei ricchi aristocratici russi nell'Ottocento, le riorganizzazioni dei musei nel Novecento in seguito alla Rivoluzione d'Ottobre.

Il percorso in mostra, articolato in 12 sezioni per un totale di circa 50 artisti dei quali vengono esposti alcuni dei più noti ed emblematici lavori, si apre con le influenze caravaggesche di Simon Vouet, prosegue attraverso il destino dei grandi maestri del classicismo, da Philippe de Champaigne ai sommi Poussin e Lorrain; attraversa la nuova libertà della pittura di Watteau, Boucher e Fragonard, per approdare al ritorno all'antico di Greuze e alla poesia venata di Romanticismo di Vernet e Hubert Robert; il neoclassicismo di Ingres si intreccia al nuovo sentimento del paesaggio che si affaccia con Corot e all'affermazione dell'Impressionismo con Renoir, Sisley, Monet, Pissarro, fino all'apertura verso le avanguardie moderne con Cézanne e Matisse.

Dopo "Porcellane Imperiali. Dalle collezioni dell'Ermitage" e "Il Collezionista di Meraviglie. L'Ermitage di Basilewsky", questa nuova mostra, che Palazzo Madama presenta nella cornice unica di Sala del Senato, costituisce la terza tappa della collaborazione da tempo avviata da Città di Torino e Fondazione Torino Musei con il Museo Statale Ermitage e con Ermitage Italia per attività di studio e ricerca e per progetti culturali. Tutti questi eventi sono stati realizzati con il sostegno di Intesa Sanpaolo, che conferma anche in questa occasione il proprio impegno a favore della cultura e la vicinanza al territorio.

Le 75 opere in mostra, giunte a Torino dal museo russo, la cui collezione di pittura francese conta oltre duemila dipinti, la più vasta raccolta al di fuori della Francia, sono state selezionate dai curatori Clelia Arnaldi di Balme, Natalia Demina, Enrica Pagella con l'organizzazione generale della Fondazione Torino Musei e la collaborazione di Villaggio Globale International. Il catalogo della mostra è edito da Skira Editore e raccoglie scritti di Clelia Arnaldi di Balme, Natalia Demina, Aleksandr Babin, Ekaterina Derjabine, Albert Kostenevic e Natalia Serebryannaya. (Comunicato Ufficio Stampa Fondazione Torino Musei)




Domenico Rotella - Il re del rock (Elvis) - Decollage su tela, cm.196x140 2003 © Fondazione Mimmo Rotella Domenico Rotella - Cleopatra Liz - Décollage su tela cm.132x135 1963 © Fondazione Mimmo Rotella Rotella e il Cinema
termina il 14 agosto 2016
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno

Con l'esposizione, a cura di Rudy Chiappini e Antonella Soldaini, la Città di Locarno celebra l'opera di una delle personalità più rappresentative e influenti dell'arte italiana del secolo scorso. Nel suo percorso di vita artistica Domenico Rotella (Catanzaro, 1918 - Milano, 2006) si è sempre dimostrato un grande sperimentatore. La sua capacità di aprire uno spazio nuovo e di rivoluzionare i linguaggi artistici del dopoguerra lo ha fatto apprezzare nel mondo. Oltre a più di cento esposizioni personali in Italia e all'estero, l'artista ha partecipato anche a rassegne internazionali fra cui "Hall of Mirrors" al Museum of Contemporary Art di Los Angeles (1996) dove sono state affiancate le Marylin di Rotella e di Warhol, sino a culminare nella partecipazione in veste di maestro storico alla 49esima Biennale di Venezia (2001).

Inventore inesauribile, autore di poemi e di composizioni musicali, suonatore di strumenti a percussione, cantante, attore e viaggiatore instancabile. Rotella anticonformista lo era davvero tanto da essere l'ispiratore dell'esilarante personaggio di Un americano a Roma, di Nando Mericoni interpretato da Alberto Sordi. Nel 1952, tornato dagli Stati Uniti, Rotella attraversa una profonda crisi creativa e interrompe quasi del tutto la produzione pittorica. E' però in questa Roma degli anni Cinquanta in cui si respira un clima culturale effervescente concentrato sul dibattito tra astrattismo e arte figurativa, che l'artista ha improvvisamente quella che definisce "illuminazione Zen": la scoperta del manifesto pubblicitario come espressione artistica della città.

Sono le lacerazioni causate dalle intemperie e dai passanti a suggerirgli di strappare i manifesti affissi sui muri per poi collezionarli nel suo atelier. Nascono i primi décollages e i retro d'affiches costituiti da vari strati di manifesti incollati su una superficie di cartone o di tela, siano essi il recto o il verso, rielaborati nello studio tramite un raschietto con cui traccia dei ritagli sui lembi di carta. Un'invenzione in sé inevitabile, tanto che negli stessi anni altri artisti la sviluppano. Infatti Rotella condivide lo stesso interesse con Jacques Mahé de la Villeglé, Raymond Hains, François Dufrêne, Gérard Deschamps i quali, su invito del critico Pierre Restany nel 1960, confluiscono nel Nouveau Réalisme che riunisce, fra gli altri, Yves Klein, Arman, Jean Tinguely, Daniel Spoerri, César, Christo e Niki de Saint Phalle.

In occasione della 32esima Biennale di Venezia del 1964, a Rotella viene assegnata una sala dove trovano posto i grandi décollages realizzati negli anni precedenti tra cui Marilyn (1963), l'opera che ottiene più successo e Il grande circo (1963), presente in mostra. E' la consacrazione ufficiale. Il tema centrale su cui si focalizza la mostra riguarda lo stretto rapporto che ha caratterizzato l'intera attività di Rotella con il mondo del cinema: attraverso un percorso cronologico e tipologico, sono analizzate le molteplici tecniche utilizzate dall'artista per rappresentare il suo legame con il cinema italiano e internazionale. A partire dai primi décollages dell'inizio degli anni Sessanta - dove il soggetto cinematografico diventa man mano protagonista - il percorso prosegue focalizzandosi sulle tecniche fotomeccaniche del riporto fotografico e dell'artypos, sviluppate tra il 1963 e il 1980: se nei primi Rotella isola singoli fotogrammi riportandoli su una tela trattata con un'emulsione fotografica, negli artypos i manifesti diventano materia prima di una sovrapposizione di immagini e scritte.

Conclusa l'esperienza con la Mec-Art, negli anni Ottanta l'artista sceglie di ritornare al manifesto cartaceo, che diventa canovaccio per le sovrapitture realizzate apponendo un segno pittorico sulle affiches, dando così vita alle icone della cultura cinematografica, da Brigitte Bardot a James Dean. La centralità del manifesto porta Rotella a concentrare la sua produzione degli anni Novanta e dei primi anni duemila di nuovo sui décollages dove i miti del cinema "storico" come Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor, Sofia Loren, John Wayne e Elvis Presley si confrontano con i nuovi divi e registi di quello contemporaneo, come Keanu Reeves, George Clooney, Quentin Tarantino, Lana e Andy Wachowski, creando un dialogo sempre attuale con la cosiddetta "settima arte".

A sottolineare la centralità del cinema nella produzione dell'artista, sono presenti nella mostra dei monitor che proiettano - a fianco di alcuni dei lavori - degli spezzoni di quei film che hanno ispirato Rotella e la cui locandina è stata da lui utilizzata per la realizzazione delle opere. Una modalità espositiva che permette di percepire in maniera simultanea e per libera associazione, la fonte di ispirazione da cui l'artista ha tratto spunto creativo. La mostra, in collaborazione con la 69esima edizione del Festival del film di Locarno, è organizzata con il Mimmo Rotella Institute e la Fondazione Mimmo Rotella. (Comunicato Ufficio stampa Sabina Bardelle von Boletzky)




Botto e Bruno - Society, you're a crazy breed Immagine dalla mostra di Botto e Bruno Society, you're a crazy breed - mostra di Botto e Bruno alla Fondazione Merz Botto&Bruno: Society, you're a crazy breed
termina il 19 giugno 2016
Fondazione Merz - Torino
www.fondazionemerz.org

Progetto inedito degli artisti Botto&Bruno concepito come un'unica grande installazione che si relaziona al luogo che la ospita e in particolare si sofferma sul valore simbolico che esso rappresenta, nella sua trasformazione da edificio industriale dismesso a centro di cultura. La mostra, a cura di Beatrice Merz e Maria Centonze, a partire dal suo titolo, tratto dal brano Society di Eddie Vedder e colonna sonora del film Into the Wild, è una sorta di grido per riflettere sul futuro della nostra società e sulla follia contemporanea che tende ad azzerare la memoria per costruire su macerie un presente senza storia.

Citando Marc Augé "La storia futura non produrrà più rovine. Non ne ha il tempo" (Rovine e macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, 2004). Entrando nella spazio espositivo si è avvolti da un paesaggio fotografico che ricopre quasi per intero le pareti perimetrali e la pavimentazione, un fitto intreccio di immagini stampate con inchiostri ecosostenibili cheriproducono generici scenari di margini urbani uguali e diversi, in tante parti del mondo. Sono le periferie di Botto&Bruno, lo spazio di accumulo di una sorta di degrado delle culture e dello spirito umano, il prezzo pagato nel passaggio dalle civiltà arcaiche e contadine a quelle del cosiddetto "benessere" della nostra contemporaneità.

Nello scenario degradato gli artisti individuano alcune pause, luoghi di riflessione; si tratta di tre strutture, un silos, un muro e un cinema concepiti dagli artisti come "ristori dell'anima". Il silos, simile per forma e dimensioni a quelli che occuparono lo spazio esterno della Fondazione, ex centrale termica delle Officine Lancia, è un luogo in cui la distruzione dell'uomo si è fermata. Le immagini che lo ricoprono internamente riproducono una natura che si rimpossessa delle rovine, un luogo dell'immaginazione onirico, che riporta all'antico rapporto con la terra e con la natura. Segue un secondo elemento particolarmente simbolico: una porzione di muro aggettante da cui escono frammenti di carta, parole e frasi che si disperdono sulle pareti; sono i messaggi, i sogni, le istanze che trapelano sui muri di ogni dove.

Proseguendo nel percorso ci si avvicina ad una terza struttura: una piccola sala cinematografica denominata Cinema Lancia, ricostruita sul disegno della facciata dell'ex edificio industriale e ora sede del museo, diventa un altro luogo dove l'immaginazione ha la possibilità di relazionarsi con il pubblico. Botto&Bruno, nati e vissuti sempre nei quartieri di una società operaia costantemente alla ricerca di una nuova identità, raccontano il mondo con lucido e duro realismo mettendo in relazione visione e realtà, inquietudine e sogni, incanto e macerie. Con questa mostra offrono molteplici letture: quello che resta di un mondo finito distrutto dalla mancanza di un progetto, un mondo sognato, uno sguardo sul futuro; una ipotesi di cosa avverrà se ognuno di noi non riprenderà a far dialogare la ragione con il sentimento e a ritrovare un intenso e rispettoso rapporto con i luoghi. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra Genesi di Sebastiao Salgado Sebastiao Salgado: Genesi
termina il 26 giugno 2016
Palazzo Ducale - Genova
www.civita.it

Genesi è l'ultimo grande lavoro di Sebastião Salgado, il più importante fotografo documentario del nostro tempo. Uno sguardo appassionato, teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia. Un viaggio alle origini del mondo per preservare il suo futuro. La mostra è nata da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del Pianeta, durato 8 anni. Curata da Lélia Wanick Salgado e prodotta da Civita su progetto di Contrasto e Amazonas Images. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




"Al primo sguardo"
Opere inedite della Collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo


termina lo 05 giugno 2016
Palazzo Roverella e Palazzo Roncale - Rovigo
www.studioesseci.net

Le Collezioni d'arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, ricche di più di mille pezzi, vengono per la prima volta svelate al pubblico a Rovigo. Per ospitare le circa duecento opere che rappresentano il fior fiore della imponente raccolta di pittura e scultura sono state scelte due diverse sedi, tra loro vicinissime: Palazzo Roverella e Palazzo Roncale. La prima è la sede della Pinacoteca dei Concordi e di tutte le grandi esposizione d'arte rodigine; il secondo, Palazzo Roncale, sorge dirimpetto al Roverella ed è un imponente palazzo nobiliare rinascimentale, patrimonio della Fondazione, che ha provveduto al suo completo restauro. Questa mostra offre quindi anche l'occasione per ammirare gli interni restaurati di questa nobile dimora.

La scelta della Fondazione è stata di privilegiare, per questa doppia mostra rodigina affidata alla curatela di Giandomenico Romanelli e di Alessia Vedova, l'ampio corpus di opere riguardanti i due più recenti secoli, l'Ottocento e il Novecento. Pur prevedendo alcune eccezioni, là dove questo risulti indispensabile per dare completezza ad alcuni nuclei della grande collezione della Fondazione. Per motivi storici e di appartenenza non c'è dubbio che l'interesse maggiore si concentrerà sulla presentazione di un nucleo ancora inedito della Collezione della Fondazione Cassa di Risparmio. Si tratta dei dipinti riuniti nella collezione di Pietro Centanini, che recentemente l'ha voluta donare alla Fondazione affinché possa mantenersi integra e soprattutto possa essere goduta dalla collettività.

La sua è una raccolta d'arte che unisce ai molti acquisti, ben guidati, che il collezionista aveva fatto sul mercato, il patrimonio d'arte della sua antica famiglia. Com'è testimoniato dall'esposizione, Pietro Centanini indirizzava le sue scelte soprattutto sugli artisti veneti ma anche, in omaggio alla moglie di origine partenopea, alla scola napoletana. Pur senza chiusure aprioristiche. In collezione si trovano infatti opere di gradissimo interesse di Palizzi, De Nittis, Lega, Ghiglia, Boldini, Fattori, Soffici, Rosai, de Pisis, de Chirico, Guttuso De Chirico, insieme a Zandomeneghi, Milesi, Luigi Nono, Licata, Brass, Barbisan ma anche Utrillo e Chagall. La Famiglia invece collezionava i vedutisti e i pittori di interni, compresi alcuni magnifici Guardi.

Se la Collezione Centanini sarà una novità per tutti, il nucleo maggiore della Fondazione Cariparo non mancherà di stupire per ricchezza e varietà di contenuto. In esso sono testimoniati ben 5 secoli di storia dell'arte veneta e italiana. Si passa più puntualmente a Oreste Da Molin, Giuseppe Manzoni e al Cavaglieri, gloria rodigina. Il Futurismo è ben rappresentato da Tullio Crali, mentre il secondo dopoguerra è presente con una sequenza notevolissima di opere, a ricordare l'importanza del gruppo N e dell'optical, con Biasi, Landi, Chiggio Massironi e infine tre opere di Castellani. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Piero Gilardi - 1 maggio - Torino 1983 Piero Gilardi: May days in Turin
termina lo 02 giugno 2016
VideotecaGAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.gamtorino.it

Piero Gilardi (Torino, 1942), dopo le prime ricerche vicine alla Post-Pop Art, partecipa alla nascita del Movimento Arte Povera. Si dedica negli anni '70 al fenomeno della creatività collettiva operando in vari ambiti sociali. Negli anni '80 sperimenta i nuovi linguaggi tecnologici e inizia a realizzare una serie di opere in "realtà virtuale". Dal 2002 lavora al progetto Parco d'Arte Vivente di Torino, dove attualmente sono in esposizione alcune sue opere storiche nel contesto della mostra Earthrise.

L'esposizione in VideotecaGAM è dedicata all'impegno dell'artista nel teatro politico di strada e presenta al pubblico una delle recenti acquisizioni della Fondazione CRT per l'Arte Moderna e Contemporanea in deposito al museo: il video May days in Turin 1981-2013 di Piero Gilardi, un montaggio delle registrazioni di diverse performance teatrali realizzate in occasione di alcuni cortei sindacali per la Festa del Lavoro del 1° maggio a partire dall'inizio degli anni Ottanta. Accanto al video saranno presentati materiali grafici di critica e propaganda politica realizzati dall'artista negli anni Settanta e alcuni vestiti-sculture usati nelle performance di strada.

L'attenzione che la VideotecaGAM ha recentemente dedicato alla produzione italiana di opere video degli anni Sessanta e Settanta trova un suo prolungamento in questa mostra, la cui poetica affonda le proprie radici in quegli anni che videro Gilardi tradurre in impegno politico diretto e militante il proprio agire artistico, ripudiando ogni coinvolgimento con le dinamiche commerciali del mondo dell'arte. May days in Turin 1981-2013 va ad arricchire il patrimonio di filmati della VideotecaGAM che documentano le ricerche artistiche contemporanee.

Nel percorso di Gilardi il linguaggio video non ha rilevanza in sé, se non come strumento di registrazione del vero cuore pulsante dell'opera, espresso nell'azione condivisa e la creatività allargata, ma il suo lavoro rappresenta un caso esemplare di uscita da alcune dinamiche tradizionali, tipiche dei linguaggi maturati all'interno degli studi d'artista e delle gallerie d'arte. La sua rinuncia agli spazi protetti di elaborazione artistica ebbe in Italia pochi paralleli, ma in campo internazionale scelte affini si nutrirono spesso di un utilizzo comunitario del video. (Comunicato stampa)




Andrew Moore - Cash Meier Barn Andrew Moore: Dirt Meridian
termina il 22 luglio 2016
Spazio Damiani - Bologna
www.damianieditore.com

Selezione di circa venti fotografie che l'autore americano Andrew Moore ha scattato in oltre dieci anni in America lungo il centesimo meridiano. Gli scatti raccontano la regione delle grandi pianure che si estende lungo il centesimo meridiano, linea che divide l'America in due, marcando il confine tra il fertile e verde Est e l'arido Ovest. Gran parte di questo meridiano attraversa la cosiddetta "Flyover Country", quell'area degli Stati Uniti caratterizzata da paesaggi scarsamente popolati, da prolungate siccità e da una lunga serie di sogni infranti. Altre parti del meridiano, invece, intersecano luoghi in cui la presenza e l'attività umana è stata al centro di controversie ancora vive; è questo ad esempio il caso dell'area montuosa del Bakken, in Nord Dakota, pesantemente sfruttata dall'industria estrattivo mineraria.

Le fotografie di Andrew Moore descrivono quindi la vita e l'atmosfera di un'America sfuggente e remota combinando orizzonti sconfinati e cittadine rurali con ritratti intimi di una comunità legata ad un paesaggio aspro e non sempre ospitale, che corre lungo la zona ad ovest del centesimo meridiano nel Nord e Sud Dakota, Nebraska, Colorado, Texas e Nuovo Messico. Molte fotografie sono state scattate con una camera digitale appositamente modificata comandata dal computer di Andrew Moore e montata su un piccolo aereo dal quale il fotografo ha realizzato immagini che offrono allo spettatore una prospettiva unica di questo paesaggio.

I paesaggi di Moore raccontano temi di primaria importanza che riguardano la tutela dell'ambiente. In un momento in cui il cambiamento climatico, la siccità e l'esplorazione di energia sono sempre in prima linea delle preoccupazioni nazionali, gli scatti della serie Dirt Meridian descrivono una terra soggetta a condizioni atmosferiche estreme, dove l'acqua e le risorse sono sempre stati scarsi e quindi nel corso degli anni l'insediamento delle comunità ha sempre faticato ad avvenire. Damiani ha pubblicato un libro intitolato Dirt Meridian che raccoglie oltre settanta fotografie, una prefazione del noto autore americano Kent Haruf, un saggio del curatore Toby Jurovics e un testo di Inara Verzemnieks. Sarà pubblicata anche una speciale edizione limitata a 25 copie che includerà una fotografia firmata e numerata da Andrew Moore.

Andrew Moore è un fotografo e regista americano noto al grande pubblico soprattutto per le fotografie di grande formato realizzate a Detroit, a Cuba, in Russia, nelle grandi pianure americane e nei teatri di Times Square di New York. La fotografia di Moore se da un lato impiega il linguaggio formale della fotografia di architettura e paesaggio, dall'altro affronta i temi del cambiamento sociale in un'ottica documentaristica. I suoi lavori fotografici sono stati pubblicati in monografie, antologie e importanti testate tra cui The New York Times Magazine, Time, The New Yorker, National Geographic, Harper's Magazine, The New York Review of Books, Fortune, Wired e Art in America. Moore tiene un Master in Fine Art di Fotografia, Video e Media alla School of Visual Arts di New York. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra I Vivarini Lo splendore della pittura tra Gotico e Rinascimento I Vivarini
Lo splendore della pittura tra Gotico e Rinascimento


termina lo 05 giugno 2016
Palazzo Sarcinelli - Conegliano (Treviso)

In questa esposizione, la prima mai dedicata ai Vivarini, sarà presentato un prezioso nucleo di opere fortemente rappresentative del loro percorso artistico e della loro diffusione al di qua e al di là dell'Adriatico. Capolavori che testimoniano altresì i contatti e gli influssi di Antonio, Bartolomeo e Alvise con alcuni dei più importanti protagonisti della pittura del primo Rinascimento italiano, come Mantegna, Squarcione, Filippo Lippi, Andrea del Castagno, Paolo Uccello oltre ai pittori veneziani.

Si potranno ammirare, per la prima volta riuniti, dipinti eccezionalmente trasferiti dalle loro sedi naturali - come il polittico di Antonio dalla basilica Eufrasiana di Parenzo, prima opera firmata e datata dal capostipite della bottega - e tavole realizzate per committenti pugliesi, come la pala da Capodimonte e quella geniale dalla basilica di San Nicola di Bari, opere entrambe di Bartolomeo, tra o primissimi e più originali esempi di pala con Sacra Conversazione a spazio unificato. Prestiti, in generale, che si possono considerare eccezionali per la delicatezza e la qualità delle opere e per il significato che rivestono nell'excursus pittorico dei Vivarini e nel cruciale passaggio dal Gotico al Rinascimento.

Sovrastata da una lunetta con "Cristo in pietà tra San Girolamo e San Francesco" la monumentale opera che giunge da Bari, è una tempera su tavola del 1476, in legno di tiglio, che raggiunge complessivamente quasi 2 metri e mezzo di altezza. La scena è ambientata in uno spazio unico: un atrio recintato da alte mura merlate, ove la Madonna e i Santi figurano in un formato pittorico e in una scala di proporzioni unitari. Su un'elegante edicola Invece è dipinta un'iscrizione del 1737 che attribuisce la commissione di questa Sacra Conversazione al canonico veneziano Ludovico Caucho. Un esempio di pala d'altare "moderna" - cui Bartolomeo giunge guardando Mantegna - ove i personaggi non sono più isolati nei diversi scomparti ma collocati in un unico spazio, legati dal sottile rapporto di una comune malinconia.

Anche l'opera del Museo Nazionale di Capodimonte in origine era a Bari, presso il Convento degli Osservanti: soppresso nel 1813, la pala è stata trasferita a Napoli per entrare nelle raccolte borboniche prima del 1821. La Madonna in atto di preghiera guarda il figlio che dorme nel suo grembo. Il cielo s'intravede oltre la barriera vegetale in fiore, horto conlusus aperto verso l'osservatore che simboleggia la verginità di Maria. Di Antonio ci saranno molte delle celebri tavolette con le storie di Santa Monica e Santa Apollonia, realizzate dall'artista con la collaborazione del cognato, l'ancora misterioso Giovanni d'Alemagna e che rappresentano l'esatta linea di transizione tra le narrazioni gotiche e sensibilità già rinascimentali, con gustose citazioni dall'antichità classica.

Di Alvise si potrà ammirare il percorso tormentato dagli schemi del padre e dello zio fino a una pittura che risente delle vicine esperienze di Giovanni Bellini e Cima da Conegliano ma, soprattutto, del fondamentale passaggio per Venezia di Antonello da Messina. Così nella tavoletta francescana dall'Accademia Carrara di Bergamo ammiriamo uno dei vertici della poetica del più giovane dei Vivarini e nel Sant Antonio da Padova dei Musei Civici di Venezia uno dei rari esempi di ritrattistica vivariniana. Infine la Sacra Conversazione dal museo di Amiens, ultima problematicissima opera di Alvise datata 1500, capolavoro insolito mai veduto in Italia.

Un'opera sorprendente e anomala nel panorama della pittura veneziana di quegli anni ma fondamentale per tentare di capire l' inquieto sperimentalismo dell'ultimo periodo di Alvise. Oscura la sua genesi e il suo percorso storico, gli studi più recenti hanno provato che la tavola nel 1642 era entrata a far parte - per il tramite di Michelangelo Vanni, figlio del più noto pittore toscano - della prestigiosa raccolta dei principi piemontesi Dal Pozzo della Cisterna, una delle più belle collezioni europee. Tanto che nel primo inventario della raccolta essa viene descritta e attribuita al "Venetiano" Alvise Vivarini, pittore di "Morano" presentato addirittura come "maestro di Tisciano": un dato astorico che aumentava il prestigio dell'opera, ponendola affianco ai capolavori di Dürer, Veronese e Tiziano posseduti dal marchese Amedeo dal Pozzo. Alvise è ancora un enigma per gli storici dell'arte e la sua precoce scomparsa, senza eredi, interrompe un percorso di altissimo livello che poteva forse avere esiti dirompenti.

Una mostra dunque imperdibile che - negli ambienti contenuti ma affascinanti dello storico Palazzo Sarcinelli - avvia una prima importante e inedita riflessione su questi protagonisti del Quattrocento lagunare ancora tutti da studiare; una mostra-dossier che riunisce selezionate tavole, esemplari pale d'altare e polittici delicatissimi per trasporto e conservazione, squarciando con coraggio il velo sui Vivarini e suggerendo interrogativi e confronti. Un tassello mancante, nella lunga storia di mostre dedicate sin dagli anni '30 alla pittura veneta, ma anche un'esperienza inaspettata di grande arte, un emozionante percorso nella stagione più ricca e movimentata del processo di evoluzione dei linguaggi artistici nell'età dell'Umanesimo.

Saranno complessivamente sette decenni d'attività generosa di committenze e copiosa di risultati: polittici per chiese e confraternite e tavole per private devozioni, storie di santi e di miracoli, ricordi di antico e scene di toccante pietà ma anche di conclamata modernità; opere nelle quali i colori, dal rosa al turchino dai violetti cangianti al verde squillante, risaltano in tutta la loro forza accompagnandosi e poi liberandosi dai preziosi fondi oro per misurarsi con la natura e le atmosfere inpaesaggi delicati e magnifici. Sull'onda delle committenze degli ordini religiosi (francescani, domenicani, agostiniani) di parrocchie e scuole, le opere dei Vivarini giocano un ruolo di primo piano su un palcoscenico che è veneziano e veneto non meno che adriatico: Istria, Dalmazia, Marche e, soprattutto, le Puglie vedono giungere le tavole dei Vivarini, illustrando una chiesa, dando splendore dell'oro e dei colori laccati a un altare, illuminando una cappella.

La mostra segue i percorsi individuali e comuni dei tre protagonisti, ne indaga i caratteri e le peculiarità. Consente anche di capire che cosa essi abbiano lasciato in eredità alla cultura pittorica veneta del Cinquecento. Riprendendo una proposta che ha trovato nelle due mostre precedenti di questo ciclo un ampio consenso e un sincero apprezzamento dei visitatori, la mostra suggerisce di completare gli itinerari dentro le sale espositive con una fitta rete di affascinanti "scoperte" di capolavori sparsi sul territorio della Marca. Ecco allora un percorso seducente e gioioso tra le pale, gli affreschi, gli angeli e i santi lungo solchi d'arte che riconducono i Vivarini ai loro seguaci, ai loro piccoli e grandi contemporanei, da Lotto a Giorgione, da Andrea da Murano e Girolamo Strazzaroli, da Jacopo da Valenza a Cima da Conegliano: la più ricca e più raffinata delle possibili 'mostre' tra i capolavori che ancora oggi 'presidiano' i luoghi magici dove è fiorita una civiltà. (Comunicato stampa Giovanna Ambrosano - Civita Tre Venezie)




Piero della Francesca. Indagine su un mito
termina il 26 giugno 2016
Musei San Domenico - Forlì

Riunire un nucleo adeguato di opere di Piero, artista tanto sommo quanto "raro", è già operazione complessa. Riuscire poi a proporre un confronto di questo livello con i più grandi maestri del Rinascimento, da Domenico Veneziano, Beato Angelico, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Filippo Lippi, Fra Carnevale a Francesco Laurana tra gli altri, è operazione non semplice. Così come è complesso il riuscire a documentare, riunendo sempre i veri capolavori, l'influsso di Piero sulla generazioni di artisti a lui successiva: Marco Zoppo, Francesco del Cossa, Luca Signorelli, Melozzo da Forlì, Antoniazzo Romano e Bartolomeo della Gatta ma anche Giovanni Bellini.

Ma questa mostra, che già così sarebbe un evento storico, si spinge oltre, indagando il mito di Piero quando esso rinasce, dopo i secoli dell'oblio, nel moderno, nei Macchiaioli, Borrani, Lega, Signorini, ad esempio. Ma soprattutto per il fascino che la sua pittura ha su molti artisti europei: da Johann Anton Ramboux o Charles Loyeux, fino alla fondamentale riscoperta inglese del primo Novecento, legata in particolare a Roger Fry, Duncan Grant e al Gruppo di Bloomsbury. Poi gli echi pierfrancescani che risuonano in Degas e Seurat, nei percorsi del postimpressionismo, e tra gli ultimi bagliori puristi di Puvis de Chavannes.

La fortuna novecentesca dell'artista è affidata agli italiani Guidi, Carrà, Donghi, De Chirico, Casorati, Morandi, Funi, Campigli, Ferrazzi, confrontati con fondamentali artisti stranieri come Balthus e Edward Hopper che hanno consegnato l'eredità di Piero alla piena e universale modernità. Lo stesso Paolucci cita nel catalogo ufficiale della mostra: "A un certo momento, nella storiografia critica del Novecento, Piero della Francesca è sembrato la dimostrazione perfetta, antica e perciò profetica, di una idea che ha dominato a lungo il nostro tempo; di come cioè la pittura, prima di essere discorso, sia armonia di colori e di superfici".

E' l'affascinante rispecchiamento tra critica e arte, tra ricerca storiografica e produzione artistica nell'arco di più di cinque secoli a costituire il filo conduttore della mostra. Dalla fortuna in vita - Luca Pacioli lo aveva definito "il monarca della pittura" - all'oblio, alla riscoperta. L'eterna immobilità dei solidi umani di Piero, di questi volti appena sfiorati da un'ombra di passione continua ad eternare le sue figure, innalzandole al di sopra del caos, della mediocrità, in una pace sovrannaturale che ce le mostra ancora oggi come rivelazioni. Catalogo Silvana Editoriale. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




"Mai stata così Reale!"
La Villa Reale di Monza diventa ancora più reale!


Dal 5 febbraio 2016 la visita degli Appartamenti Privati al Secondo Piano Nobile sarà arricchita con la cosiddetta "realtà aumentata". Senza alcun pagamento aggiuntivo rispetto al biglietto d'ingresso, tutti i visitatori potranno provare l'esperienza ARtGlass, grazie a occhiali speciali che, con una tecnologia dedicata, permettono di "fondere" la visione reale e virtuale di un ambiente o di un'opera d'arte. Grazie a una tecnologia dedicata, questi occhiali futuribili consentono al visitatore di muoversi liberamente negli ambienti della Villa Reale e di vivere un'esperienza immersiva arricchita di informazioni aggiuntive relative agli spazi, agli arredi e alle vicende storiche che li hanno caratterizzati, non rilevabili attraverso l'osservazione diretta.

Sarà possibile passeggiare nella camera da letto dell'imperatrice di Germania, Augusta Vittoria, così come era stata arredata in occasione delle sue visite alla fine del XIX secolo, o scoprire che cosa nascondono le boiseries della sala da bagno o ancora assistere al saluto di Umberto I e la Regina Margherita mentre salgono in carrozza. Grazie ad un peculiare mix d'immagini e racconti, indossando gli smartglass come un normale paio di occhiali, al Secondo Piano Nobile della Villa Reale sarà possibile visualizzare dei contenuti in 3D, rivelando particolari sconosciuti e proponendo un viaggio nel passato unico nel suo genere, anche perché mai realizzato in precedenza in una grande residenza reale.

Il visitatore potrà compiere un viaggio nel tempo e nello spazio diventando a sua volta attore-protagonista della storia della Villa Reale; in questo viaggio nel tempo sarà accompagnato da una voce in italiano e inglese, che fornirà ulteriori informazioni di carattere storico e artistico. ARtGlass usa una nuova tecnologia al servizio dell'arte e della storia: un mix di soluzioni informatiche integrate con calcoli di logistica e localizzazione del visitatore negli spazi, nel rispetto della più rigorosa ricostruzione storica e scientifica. (Comunicato stampa Ufficio Stampa Civita)




"Il Magnifico Guerriero"
Bassano a Bassano


termina il 31 gennaio 2017
Civici Musei - Bassano del Grappa
www.museibassano.it

Di ritratti di Jacopo Bassano se ne conoscono pochi. Ne posseggono uno i Musei di Los Angeles, di Budapest e solo pochissimi altri. Bassano conservava solo un prezioso piccolo ritratto su rame del doge Sebastiano Venier, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571). Una lacuna di un grande ritratto è colmata ora dall'arrivo di questa tela (cm.109x82) che i Civici Musei hanno ottenuto in comodato gratuito, omaggio del possessore al Museo che è il fulcro degli studi intorno a Jacopo e alla sua famiglia. Il Magnifico Guerriero, o più esattamente Il ritratto di uomo in armi rappresenta un affascinate nobiluomo dalla fulva, curatissima barba. Non un giovane ma un uomo maturo, certo aduso al comando ma soprattutto ad una vita raffinata lontano dai campi di battaglia. Indossa una preziosa corazza alla moda dell'epoca, che lo costringe, ma che non riesce ad ingabbiare la sua grazia e la sua flessibilità. Le lunghe dita, curate e perfette, non sembrano le più adatte a menar fendenti, così come il suo spadino di ferro e oro sembra più da parata che da battaglia.

Secondo Vittoria Romani dell'Università di Padova, che ha avuto il merito di ricondurre a Jacopo Bassano questo autentico capolavoro già attributo a Veronese e a Pordenone, il ritratto è databile agli anni immediatamente seguenti il 1550, ovvero al momento più altamente manierista del maestro. Che si tratti di un'opera altissima di Jacopo lo afferma anche Giuliana Ericani, già direttore dei Civici Musei di Bassano, che ha stimolato la concessione del Ritratto per la Sala dei Bassano. Il Magnifico Guerriero era finito all'estero. Lo si ritrova nel '700 a Melbury House nel Dorset. Va sul mercato da Christie's nel 1968 con l'attribuzione a Paolo Veronese, non condivisa da Giuseppe Fiocco che lo riconduce invece al Pordenone. E' un'opera sicuramente interessante, tant'è che di essa si occupa anche Federico Zeri.

Vittoria Romani, nello studio redatto intorno a questo capolavoro, rileva che "La condotta pittorica dell'uomo d'armi appare. in sintonia con il clima lagunare, e anzi qui Bassano, che nei ritratti giovanili condivide il registro obiettivo di Lotto e di Moretto mostrando una peculiare riservatezza di sguardo verso i ritrattati, raccoglie la sfida tutta lagunare, risalente al magistero di Giorgione, degli effetti di luce incidente e dei riflessi sulle superfici specchianti delle armature. Colate di materia accesa nei punti di massima luce si alternano a una scrittura in punta di pennello, volta a risaltare gli ornamenti con l'oro spento e a cogliere i bagliori dei profili e della cotta di maglia che luccicano nell'ombra. Il grigio del metallo vira in azzurro nell'ombra, si mescola a riflessi bruni e si accende sul fianco sinistro del rosso della camicia. Su questo brano di pittura balenante di luce si innesta con un peculiare contrasto il volto leggermente reclinato sulla spalla, che introduce una nota sentimentale inattesa, gli occhi rivolti altrove, sgranati e liquidi".

Questo rientro è festeggiato con una serie di iniziative di prestigio: l'uscita di tre volumi degli Atti del Convegno sui Bassano del 2011, la pubblicazione del catalogo completo delle opere dei Bassano patrimonio dei Civici Musei della Città, l'esposizione, a Palazzo Sturm, di una selezionata parte del poderoso corpus di incisioni tratte da Jacopo. (Comunicato stampa Studio Esseci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

News culturali dalla Grecia di artisti ellenici Grecia moderna e Mondo ellenico
Convegni, iniziative culturali, festival musicali e cinematografici



Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Sicilia Queer Filmfest
International New Visions Filmfest


6a edizione, 29 maggio - 05 giugno 2016
Cinema De Seta (Cantieri Culturali alla Zisa) - Palermo
www.siciliaqueerfilmfest.it

In concorso, nella sezione Nuove Visioni, il film Alki Alki di Axel Ranisch, berlinese, classe 1983, regista, scrittore, produttore, ed eclettico artista di punta della nuova generazione in Germania, dove è considerato l'erede naturale di Rosa von Praunheim, di cui è stato allievo. Nella sezione non competitiva "Panorama Queer", è presente, tra gli altri, la produzione austriaca  Helmut Berger, Actor, un implacabile seppur intimo ritratto di Helmut Berger, leggendario attore e prima "musa" di Luchino Visconti. Il film documentario è di Andreas Horvath e la proiezione è realizzata grazie al sostegno del Forum Austriaco, Roma.

Quest'anno il protagonista della sezione Presenze sarà il regista svizzero Lionel Baier, erede spirituale del cinema di Truffaut, molto popolare all'estero, che il Sicilia Queer valorizzerà attraverso una retrospettiva quasi integrale e un lungo approfondimento in catalogo. Presente quest'anno ancora del regista Vincent Dieutre, che presenterà una videoinstallazione, Low-Fi Chronicles, realizzata insieme a Christophe Berhault e dedicata alla vita notturna di Berlino. Nella giuria, chiamata a scegliere le migliori opere tra 17 cortometraggi e 7 lungometraggi provenienti da tutto il mondo, ci sarà quest'anno, assieme all' attrice e regista francese Valérie Donzelli, allo scrittore palermitano Giorgio Vasta, al direttore portoghese del festival Queer Lisboa João Ferreira e al videoartista libanese Roy Dib, la giovane attrice, astro nascente del cinema tedesco, Victoria Schulz. (Estratto da comunicato Goethe-Institut Palermo)




Andreas Kloner - "La casa in Via Sistina"
Incontro fittizio tra Angelika Kauffmann (1741-1807) e Friedrich Noack (1858-1930)


Conferenza (in lingua tedesca)
31 maggio 2016, ore 18.30
Casa di Goethe - Roma
www.casadigoethe.it

Attraverso gli ultimi decenni del Settecento il palazzo in Via Sistina 72 ha rappresentato un importante punto d'incontro per la scena artistica romana. Per oltre 25 anni la "casa in Via Sistina" ospitò la pittrice Angelika Kauffmann, che era solita organizzare pranzi domenicali frequentati regolarmente anche dal cicerone Johann Friedrich Reiffenstein e da Johann Wolfgang von Goethe. L'appartamento di Reiffenstein era situato dall'altra parte della strada, nel pianterreno di Palazzo Zuccari, dove è conservato oggi il corpus storico-artistico della Bibliotheca Hertziana. In archivio anche lo "Schedarium Noack", un ricchissimo catalogo di notizie redatto con il sistema stenografico Gabelsberger.

Il giornalista Noack ha collezionato per molti anni informazioni legate ai soggiorni romani di ca. 11.000 personalità, per lo più provenienti da paesi di lingua tedesca. La scheda più lunga compilata da Noack, con ben 52 sul totale di 20.000 pagine, è dedicata proprio a Angelika Kaufmann, personaggio austriaco noto ai più perché raffigurata sulla banconota da 100 Scellini del conio austriaco dal 1970-1986. La conferenza, in lingua tedesca, è resa possibile grazie alla Borsa di studio Casa di Goethe della Fondazione Karin und Uwe Hollweg (Brema), in cooperazione con il Forum Austriaco di Cultura Roma.

Andreas Kloner (Mistelbach - Niederösterreich, 1967), laurea in storia di teatro e studi ebraici, autore di radio, esperto per stenografia e topografia di Vienna. Nel 2015 esce "Spektakuläre Unglücksfälle" dedicato ai disegni di copertina pubblicate dal "Illustriertes Wiener Extrablatt" (1872-1928). Attualmente Kloner è borsista della Casa di Goethe. (Comunicato stampa Forum Austriaco di Cultura - Roma)




Alimentazione e religione
31 maggio 2016, ore 15.00-18.30
Centro studi del Fenomeno religioso (Fondazione Campostrini) - Verona
www.centrostudicampostrini.it

Recentemente è stato coniato il termine "ortoressia", per definire una forma di ossessione patologica verso la scelta dei cibi da mangiare, secondo criteri di maggiore beneficio per l'organismo o di minor impatto ambientale. Alcuni studi recenti (Alan Levinovitz, The Gluten Lie, o Marino Niola, Homo dieteticus), hanno messo in luce come entrino in gioco, in simili fenomeni sociali della contemporaneità, motivi specificamente religiosi. L'ortoressico ricerca ossessivamente il benessere del corpo, il wellness: la "salute" come forma secolarizzata della "salvezza". Per fare ciò, si dedica ad una pratica di "esorcismo alimentare" in cui espelle da sé ciò che potrebbe contaminarlo, secondo una modalità che rievoca norme rituali tipiche di religioni arcaiche (ma anche dell'ebraismo nella sua forma veterotestamentaria), oppure a pratiche sacrificali di rinuncia penitenziale per un "bene" maggiore.

Seguendo questa chiave di lettura, il seminario si propone di approfondire il legame tra cibo e religione a livello antropologico con il contributo di Anna Momigliano, e nella tradizione cristiana con l'intervento di Selene Zorzi. In secondo luogo di evidenziare i motivi filosofico-religiosi che strutturano il nesso tra pratiche alimentari e sistemi di credenze, a partire dal pioneristico saggio di Ludwig Feuerbach Il mistero del sacrificio, o l'uomo è ciò che mangia, che finalmente l'editrice Morcelliana ci restituisce in traduzione italiana. Tale saggio sarà presentato e commentato da Francesco Tomasoni e Damiano Bondi. (Comunicato stampa)




Cantieri Olivetti - Comunità Fabbrica 14 aprile 1955 "Cantieri Olivetti" per la storia del Novecento
VI Giornata Nazionale Archivi di Architettura


10 giugno 2016, ore 17.00
Aula Magna del Polo formativo Officina H - Ivrea (Torino)
www.arcoliv.org

L'occasione fornita dal tema proposto dall'Associazione degli Archivi di Architettura contemporanea per la VI Giornata Nazionale Archivi di Architettura, permette di tornare a riflettere su una stagione e su un momento della storia della fabbrica Olivetti, che al pari di un grande laboratorio, mette a valore un sistema di conoscenze industriali, sociali e culturali in progressivo sviluppo. Grazie alla guida di un grande imprenditore e intellettuale come Adriano Olivetti, la fabbrica organizza scientificamente una metodologia di analisi, progetto e azione sul campo, che trasforma un insieme di saperi in una vera e propria "cultura di fabbrica" operante in modo incisivo sul territorio, sulla cultura e sulla politica nazionali.

Un sistema che vede la presenza attiva di intellettuali e tecnici coinvolti nel processo di produzione e che impone per la prima volta in Italia agli architetti, siano essi progettisti o urbanisti, una presa di posizione e la coscienza (o meno) di un ruolo. L'intento della giornata è quello di aprire un primo canale di analisi e studio con altre Istituzioni museali, Archivi e Centri di ricerca che interpretano e raccontano la storia del Novecento attraverso le loro collezioni e loro attività culturali e con quei critici e storici che continuamente si interrogano su quella stagione.

In questo incontro a più voci, l'Associazione Archivio Storico Olivetti invita ad Ivrea il MART Museo di Arte Contemporanea di Trento e Rovereto (dott.ssa Paola Pettenella), il CSAC Centro Studi Archivio della Comunicazione dell'Università degli Studi di Parma (dott.ssa Francesca Zanella), Alberto Ferlenga (Università IUAV di Venezia) e Marco Biraghi (Politecnico di Milano) curatori di "Comunità Italia. Architettura, Città, Paesaggio. 1945-2000" (Triennale di Milano, 2015-2016) per far emergere i legami che intercorrono tra temi e terreni di lavoro che ibridano la cultura industriale Olivetti e la cultura architettonica, esplorando le potenzialità che tali intrecci rappresentano per la valorizzazione del patrimonio degli Archivi. L'iniziativa dell'Associazione Archivio Storico Olivetti, partner tecnico-scientifico della candidatura di Ivrea, città industriale del XX secolo a sito Unesco, è curata dalla dott.ssa Patrizia Bonifazio (Politecnico di Milano). (Comunicato stampa)




Detour - Festival del Cinema di Viaggio
5a edizione, Padova, Cinema PortoAstra, 05-09 ottobre 2016
www.detourfilmfestival.com

Il Festival si struttura intorno a due sezioni principali: Concorso internazionale, Omaggio all'autore e una serie di eventi speciali. Possono essere ammessi al Concorso internazionale esclusivamente lungometraggi di finzione e documentari. Nei film deve essere presente il tema del viaggio nelle sue possibili declinazioni: la fuga, l'esilio, la migrazione, l'esplorazione. Sono ammessi film di generi diversi, dal dramma al road movie, dalla commedia al cinema di fantascienza che mettano in scena viaggi di ritorno, di scoperta, di formazione, o che affrontino temi come lo spaesamento, l'attraversamento, il confine.

I film devono essere di durata superiore ai 60 minuti per i lungometraggi di finzione e di durata superiore ai 50 minuti per i documentari. I film devono essere stati completati dopo il 31 dicembre 2014. Le opere non in lingua italiana devono avere i sottotitoli in italiano o in inglese. Per essere ammessi alla selezione per il Concorso Internazionale è necessario compilare la scheda di iscrizione presente sul sito. Una copia del film in DVD deve essere spedita entro e non oltre il 9 luglio 2016. (Estratto da comunicato stampa)




Damiani Happy Hour Damiani Happy Hour
25 febbraio - 14 luglio 2016
Spazio Damiani - Bologna
www.damianieditore.com

Ciclo di 6 incontri con la storia della fotografia organizzato da Spazio Damiani, dedicato alla fotografia di viaggio.

Programma a cura di Luca Capuano

- 25 febbraio | C'era una volta la Fotografia: 7 gennaio 1839
Con Pier Francesco Frillici

I pionieri della fotografia in Francia: Joseph-Nicéphore Niépce, Louis-Jacques Mandé Daguerre, Hippolyte Bayard. William Henry Fox Talbot e l'invenzione del calotipo in Inghilterra. I grandi ritrattisti del XIX secolo. L'alba del reportage: dalle campagne belliche alle spedizioni geografiche, da Roger Fenton a Timothy O'Sullivan. La nascita delle istantanee e l'inizio del nuovo secolo.

- 17 marzo | Obiettivi di viaggio. Esplorazioni fotografiche nel corso di due secoli
Con Pier Francesco Frillici

La fotografia, come il viaggio, è conoscenza e testimonianza. L'esotico e il diverso, l'altrove misterioso ma anche il banale quotidiano, il reale e l'immaginario diventano grazie alla fotografia materiali simbolici per l'archiviazione e la trasformazione del mondo. Viaggeremo nelle opere di Maxime Du Camp, Francis Frith, Felice Beato, Walker Evans, Robert Frank, Lee Friedlander, Henri Cartier-Bresson, Sebastião Salgado, Steve McCurry, Franco Vaccari, Luigi Ghirri e altri.

- 21 aprile | La fotografia e la moda. Dal Pittorialismo allo Snapshot Style
Con Federica Muzzarelli

Quando nasce la fotografia di moda, con quali obiettivi e grazie a quali vicende storiche, tecniche, culturali. I grandi autori della fotografia di moda dal pittorialismo di De Meyer allo Snapshot Style di Terry Richardson passando per altri grandi protagonisti attraverso stili, epoche e modelli femminili del Novecento: Edward Steichen, Richard Avedon, Helmut Newton.

- 12 maggio | Immaginando l'America. Luoghi, personaggi, eventi, tra arte e fotografia nel Primo Novecento
Con Pier Francesco Frillici

Nei primi decenni del XX secolo New York diventa la capitale culturale nonché economico-finanziaria dell'arte contemporanea nel segno della fotografia. Dalla galleria 291 e la rivista Camera Work alla nascita del Moma, dall'Armory Show, fiera delle avanguardie storiche, al New Deal e ai progetti di rinnovamento sociale e morale degli anni trenta-quaranta, attraverseremo le strade della "Grande Mela" insieme a Marcel Duchamp, Alfred Stieglitz, Paul Strand, Georgia O'Keeffe, Walker Evans, Berenice Abbott e tanti altri.

- 23 giugno | La scoperta dell'archivio. Origine di un nuovo linguaggio dagli anni '70 ad oggi
Con Luca Panaro

Migliaia di artisti in tutto il mondo prelevano fotografie e video e le riutilizzano per dare vita a nuove opere d'arte. Ma quando ha avuto origine questo fenomeno? Quali artisti nel secolo scorso hanno introdotto il prelievo di un oggetto oppure di un'immagine come atteggiamento artistico? In che modo questo può essere l'elemento che accomuna cento anni di storia dell'arte, dalle avanguardie d'inizio Novecento fino all'epoca attuale? Saranno messi in evidenza alcuni autori dagli anni Settanta ad oggi, scelti per l'anticipo sui tempi con cui hanno affermato il loro interesse per l'archivio, come luogo a cui attingere ma anche come atteggiamento per la produzione di un corpo d'immagini omogeneo (Bernd e Hilla Becher, Maurizio Cattelan, Candida Höfer, Thomas Ruff, Joachin Schmid, Franco Vaccari).

- 14 luglio | Finzione come realtà. La fotografia come "messa in scena" dagli anni '70 ad oggi
Con Luca Panaro

La fotografia ha sempre mentito e sempre lo farà. Ancora oggi però ci stupiamo quando accade, nonostante l'affermarsi delle tecnologie di matrice informatica lascerebbe pensare il contrario. Ma in che modo l'immagine mente? Ci sono tante occasioni per fingere utilizzando la fotografia. Sarà approfondita la conoscenza di quegli autori che dagli anni Settanta ad oggi hanno rivolto una particolare attenzione alla ricostruzione di ambienti architettonici, piuttosto che soggetti scultorei o paesaggi sintetici, ma anche ritratti ambientati. Situazioni che possiamo già considerare finzione prima ancora di essere trasformate in fotografia, ma che necessitano di quest'ultimo passaggio per divenire opera (Olivo Barbieri, James Casebere, Thomas Demand, Cindy Sherman, Hiroshi Sugimoto). (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione del Seminario internazionale di progettazione di ACMA ACMA Centro di Architettura: Seminario internazionale di progettazione
Lisbona, 2016
www.acmaweb.com

ACMA rinnova l'appuntamento al Seminario Internazionale di Progettazione "Rifare Paesaggi" che si terrà a Lisbona nel mese di luglio 2016. Il seminario intende individuare una strategia di riqualificazione di alcune aree critiche della città, selezionate di anno in anno, attraverso una molteplicità di incontri, dibattiti e proposte progettuali. Lisbona presenta una delle più vaste aree metropolitane europee e rappresenta il paradigma della città contemporanea con le sue contraddizioni: da un lato l'espansione edilizia ed infrastrutturale e le relative conseguenze ambientali, economiche e sociali, dall'altro la necessità di ritrovare e conservare l'identità dei luoghi negli attuali e inarrestabili processi di trasformazione urbana e paesaggistica.

Attraverso l'esperienza e l'intensa attività di giovani e docenti internazionali provenienti da diversi ambiti culturali, l'obiettivo dell'iniziativa è quello di far emergere le problematiche che attraversano la città, riconoscere le aree sensibili alle modificazioni urbane, sottolineare le necessità e le modalità di possibili interventi. Il seminario di progettazione contempla una serie di apporti teorici giornalieri (lezioni dei docenti), una fase di esperienza del luogo, attività di laboratorio, ciclo di conferenze, dibattito e presentazione delle proposte.

Il seminario si configura come un corso intensivo di perfezionamento ed aggiornamento rivolto a diplomati, studenti e laureati nelle discipline di carattere tecnico-scientifico legate alla gestione del territorio (architettura, architettura del paesaggio, ingegneria, scienze ambientali, scienze naturali, scienze agrarie e forestali, beni culturali, antropologia, sociologia, urbanistica, scienze e politica del territorio) e nelle discipline di arti visive. Sono richieste basi tecniche medie sulla ripresa fotografica. Le iscrizioni verranno raccolte fino al raggiungimento del numero massimo di partecipanti previsto. Il corso prevede 100 ore di didattica e la possibilità che vengano riconosciuti crediti universitari. (Comunicato stampa)




Concorso Lirico Internazionale Jole De Maria Concorso Lirico Internazionale Jole De Maria
IV edizione, 23-25 giugno 2016
Teatro Comunale Ramarini - Monterotondo (Roma)
www.concorsoliricojoledemaria.eu

* Termine di partecipazione: 20 giugno 2016

Al via il bando 2016 della quarta edizione del Concorso Lirico dedicato a cantanti lirici di tutti i registri vocali - soprano, mezzosoprano/contralto, controtenore, tenore, baritono, basso - e di tutte le nazionalità. La Giuria è formata da 5 prestigiosi personalità del mondo musicale - il Presidente di giuria, Giuseppe Sabbatini, tenore e Direttore d'orchestra; il compositore e manager Tonino Carai; Florin Estefan, baritono e Direttore artistico del Teatro dell'Opera di Cluj-Napoca (Romania); il senior manager Marco Impallomeni e il giornalista e critico musicale Stefano Valanzuolo.

Il Concorso, a cura dell'Associazione Culturale Arcipelago, con la direzione artistica del mezzosoprano Irene Bottaro e l'organizzazione di Eleonora Vicario, si articolerà in tre fasi: il 23 giugno le prove eliminatorie, il 24 giugno la prova Semifinale, mentre il concerto Finale di Gala si terrà il 26 giugno. Chi attesti di aver vinto il Primo Premio di un Concorso Lirico internazionale, accederà direttamente alla prova semifinale. Il concorso metterà a disposizione il pianista per l'accompagnamento dei partecipanti e due professionisti che si occuperanno delle acconciature e del trucco: le concorrenti potranno infatti usufruire gratuitamente di eleganti acconciature: richiami al passato, code, chignon, trecce complicate, sperimentazioni eccentriche. (Estratto da comunicato ufficio stampa Carlo Dutto)




Aqua Film Festival Aqua Film Festival
06-09 ottobre 2016
Casa del Cinema di Roma
www.aquafilmfestival.org

Prima edizione della rassegna di opere cinematografiche, dedicate al prezioso puro e limpido elemento e fonte di vita, ma anche ampio contenitore di simposi, workshop, seminari, talk, incontri, tavole rotonde, mostre, sfilate, rappresentazioni e corsi specialistici, anche per ragazzi, sul tema dell'Acqua, interpretato nelle sue nelle sue diverse forme e funzioni. Il progetto nasce da un'idea di Eleonora Vallone, attrice, giornalista ed esperta di metodiche in acqua. "L'Aqua Film Festival - nelle parole della direzione artistica - intende valorizzare l'elemento Acqua sul territorio, come fonte di vita, di energia, di salute, di memoria, da amare, rispettare, valorizzare e temere, attraverso l'immagine in movimento catturata dall'Uomo, sotto forma di messaggio sociale di libertà, di sport di arte, consapevolizzando chi ne ha in abbondanza e aiutando i Paesi che non ne hanno".

Il festival sarà suddiviso in aree tematiche quali sport, cultura e scienza, moda, arti e performance e promuove un concorso cinematografico con 3 temi che riguardano: l'Acqua Dolce, l'Acqua Mare e l'Acqua Terme, diviso in due sezioni: cortometraggi della durata massima di 25 minuti e "Cortini" della durata massima di 3 minuti, anche realizzati da cellulare. A partire dall'1 marzo 2016 sarà possibile inviare i propri lavori per partecipare al festival nelle due sezioni, "Corti" e "Cortini". (Comunicato Ufficio Stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




Francesco Anile: la straordinaria storia del tenore che ha conquistato la Scala.
"Cantare è un mestiere che bisogna fare per imparare a farlo"

Intervista di Antonella Neri (Associazione culturale "Cantare l'Opera")




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050
www.fiab-onlus.it

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori

Presentazione libro Donne mobili - L'emigrazione femminile italiana in Germania 1890-2015 Donne mobili
L'emigrazione femminile italiana in Germania 1890-2015

di Lisa Mazzi

Presentazione libro (in lingua tedesca)
03 giugno 2016, ore 19.00 (ingresso non soci: 3€)
Società Dante Alighieri - Comitato di Berlino e.V.
www.danteberlin.com

Da emigrazione a mobilità: per le italiane che hanno guardato e guardano alla Germania come ai Paese in cui investire le proprie energie lavorative è cambiata anche la terminologia. E sono proprio le "donne mobili" dalla fine dell'Ottocento ad oggi al centro del ricchissimo studio di Lisa Mazzi, già docente all'Universität des Saarlandes a Saarbrücken, oggi attiva scrittrice e presidente della Rete Donne Berlino e.V. Frutto di un'indagine lunga ed accurata in archivi di Italia e Germania, speso prima di allora inesplorati, il libro mette in luce la grande intraprendenza delle donne italiane fin dagli inizi del loro spostamento verso la Germania, spesso non al seguito degli uomini. Dopo il successo dell'edizione italiana, l'autrice presenta alla Società Dante Alighieri - Comitato di Berlino e.V. la versione tedesca, uscita per i tipi di Shaker Media Verlag. (Comunicato stampa)

---

Donne mobili
Die Frauenmigration von Italien nach Deutschland 1890-2015

Buchpräsentation mit der Autorin Lisa Mazzi (auf Deutsch)
3. Juni 2016, 19.00 Uhr (Eintritt: 3€)
Società Dante Alighieri - Comitato di Berlino e.V.

Von Emigration zu Mobilität: für die Italienerinnen, die Deutschland als Einwanderungsland betrachteten un immer noch betrachten, hat sich die Terminologie verändert. Diese "donne mobili" (mobile Frauen) stehen im Mittelpunkt der detaillierten und tiefgreifenden Studie von Lisa Mazzi. Dozentin an der Uni des Saarlandes in Saarbrücken, ist sie zudem Präsidentin der Rete Donne Berlino e.V. Aus einer langen und eingehenden Forschung, in (beinahe unberührten) Archiven Deutschland und Italiens, hervorgegangen, stellt das Buch die große (männerunabhängige) Unternehmungslust eingewanderter italienischer Frauen seit dem Ende des 19. Jahrhunderts dar. Nach dem Erfolg der italienischen Auflage, präsentiert die Autorin die deutsche Version des Buches (Shaker Media Verlag) jetzt in der Società Dante Alighieri - Comitato di Berlino e.V.




Registrare il suono per il cinema e la tv Vol. I
La bibbia del suono in presa diretta

di Ric Viers, cura e prefazione di Edgar Iacolenna, Dino Audino Editore, pp.128 €.15,00 (online €.12,75)
www.audinoeditore.it

L'importanza del rapporto tra immagini e suoni attraverso l'utilizzo di mezzi tecnici in funzione della narrazione audio-visiva è basilare per fare un film, girare un cortometraggio o un documentario. Catturare voci o bisbigli o elementi che non hanno forme e che si rivelano attraverso un suono significa saper sperimentare la propria sensibilità anche per quelli che sono i suoni, i rumori, le musiche.

«Il tecnico del suono affronta molti più ostacoli rispetto, ad esempio, a un operatore di ripresa, ma poiché questi ostacoli sono in realtà onde sonore invisibili, nessuno li nota. Ovviamente, fino a quando non si ascolta di nuovo la scena. Il vostro lavoro verrà notato solo se c'è un problema. Un buon audio - scrive Viers - non è in grado di migliorare la storia o l'argomento trattato, ma di certo un cattivo audio allontanerà il pubblico dalla storia o renderà difficile la messa a fuoco dell'argomento in questione. Il pubblico deve essere entusiasmato e stupito dalla fotografia, dalle performance, ma se qualcuno nota l'opera sonora in un film, vuol dire che il reparto suono ha eseguito il proprio lavoro in modo non corretto. Il suono deve essere trasparente, il pubblico deve sentirsi parte integrante della scena, come se fosse lì in piedi nella stanza con gli attori durante la scena, e non come se il dialogo gli pervenisse attraverso dei microfoni».

Il manuale colma un vuoto esistente nell'editoria relativamente alla formazione professionale di coloro che si affacciano alla presa diretta cinematografica. Viers non ha paura di raccontare i suoi "segreti", cercando sempre di orientare i suoi lettori ad un approccio creativo al mestiere di ingegnere del suono. Nel libro l'autore sviscera il tema della registrazione sonora on location per cinema e tv, analizzando il tutto in varie sfaccettature. Si tratta di uno strumento prezioso perché raramente un testo dedicato alla presa diretta risulta esaustivo e analizza in modo chiaro le difficoltà che si possono incontrare sul campo.

Il manuale è articolato in due volumi. Considerando il percorso del suono dalla sua origine alla sua archiviazione sotto forma di file audio, il primo volume (si concentra sulla prima metà di tale percorso e cioè sul modo in cui il suono, dopo aver preso vita, giunge al carrello del fonico. Il secondo riguarda invece la seconda fase del percorso del suono: il segnale, giunto ora al carrello del fonico, viene ricevuto da un mixer o un registratore ed elaborato. Esso inizia con la rassegna delle varie tipologie di mixer (a spalla o da carrello) e di registratori (multitraccia e non) e analizza anche la registrazione del suono direttamente in camera - tipica del lavoro ENG - e le relative problematiche. I capitoli conclusivi sono determinanti per comprendere veramente cosa significhi stare su un set e lavorare nel reparto suono e ricapitolano gli argomenti chiave per ottenere dei buoni risultati. In ultima analisi vengono prese in esame varie tipologie lavorative e il rapporto con il datore di lavoro.

Avverte infine Viers: «Negli anni ho imparato che c'è sempre più di un modo per affrontare un problema. Se chiedete a dieci diversi fonici come registrare la stessa scena, senza dubbio otterrete dieci risposte diverse, tutte plausibili. Quindi non vi stressate a pensare se è giusto un determinato procedimento, ma concentratevi sul risultato. è un dialogo pulito, coerente e intelligibile? In caso contrario, rivalutate il vostro procedimento. C'è una cultura cinematografica che non può essere appresa da un libro o in un corso. Non posso spiegarvi il ritmo o il linguaggio non verbale di un set cinematografico. C'è un'atmosfera, un flusso di lavoro. C'è un rapporto stretto tra i membri di una troupe. Il cinema è un connubio tra arte e scienza. Si può imparare la scienza in questo libro, ma è necessario mettere le dita sulle manopole e le mani su un'asta con il resto della troupe prima di capire veramente l'arte del cinema. La pratica è l'unico modo per migliorare il mestiere».




Keep Calm, e impara a capire l'arte
di Alessandra Radaelli, Newton Compton Editori

Il libro nasce come manuale veloce, ironico e di facile lettura per comprendere l'arte contemporanea. Parte dall'idea che negli anni l'arte sia andata sempre più allontanandosi dai "non addetti ai lavori" e la sua lettura sia diventata sempre più complessa. Non tanto (o non solo) per quel che concerne il concettuale, ma soprattutto nell'imporsi come opere d'arte di oggetti che lo spettatore medio fatica ad accettare come tali. Con l'aggravante di un mercato schizofrenico ma sfrenato, fatto da collezionisti pronti a sborsare cifre stellari per oggetti che - a tutti gli effetti - spesso non sono stati nemmeno realizzati personalmente dall'artista. Ognuna delle novanta opere raccontate è velocemente descritta (per la maggior parte sono molto note) e poi analizzata cercando di trovare da un lato i legami tematici con l'arte del passato e dall'altro i collegamenti immediati con il quotidiano; con riferimenti precisi, aneddoti, spiegazioni tecniche, ma sempre in un linguaggio semplice e colloquiale condito da un tono leggero.

Il volume è diviso in 14 capitoli che vanno dai riferimenti più espliciti all'arte del passato all'aspirazione all'immortalità. Ad eccezione di Calder - che non poteva mancare nel capitolo dedicato alla forma - e a un dripping di Pollock del 1947, le opere partono dagli anni Sessanta e arrivano al 2015. Alcuni dei pezzi citati erano all'ultima Biennale di Venezia. Alessandra Redaelli (Milano) è giornalista, critico d'arte e curatore di eventi di arte contemporanea, collabora da diversi anni con il mensile Arte e con Antiquariato. Cura mostre in gallerie private e in spazi pubblici in Italia e all'estero. Si è occupata di manifestazioni fieristiche dedicate all'arte. (Comunicato stampa)




Copertina di Esaedro - raccolta di racconti di Ezio Solvesi - 2015 Esaedro
di Ezio Solvesi, ed. Talos Edizioni, pagg.88, 13euro, 2015

Sei racconti. Sei storie di ambientazione e genere differente, dalla commedia all'orrore, dalla Storia al surreale, con un denominatore comune: il finale a sorpresa che, dopo la lettura dei primi racconti, può essere preceduto, da parte del lettore, da una automatica sospensione d'animo, seppure variabile nell'intensità, nonostante l'apparante normalità iniziale delle avventure descritte.

Prefazione




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

---

- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna

- Recensioni a libri su Armenia e Caucaso




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Racconti effimeri - di Mario Alimede Racconti effimeri
di Mario Alimede, ed. L'Omino rosso, pagg. 104, 2014
www.marioalimede.it

Questi racconti brevi si accendono come una fiamma e nello spazio della loro durata effimera appunto, affascinano e coinvolgono, poi quasi repentinamente si spengono in un finale mai scontato; il lettore, per ritrovare quell'emozione, deve necessariamente passare al racconto successivo e poi a quello dopo e a quello dopo ancora. Proprio nella brevità sta la loro forza e intensità; la trama in un attimo vira cambiando direzione e la narrazione si conclude in un altro modo rispetto a quello che il lettore si aspetta, lasciandolo divertito e sorpreso. C'è il sapore delle favole antiche unito al linguaggio pulito e misurato dei racconti di Gianni Rodari.

I racconti vivono dentro il tempo della narrazione e non è importante sapere quando si svolgano le vicende, perché la realtà è sospesa nella lettura ed è proprio bello godersela così. Anche il dove dell'ambientazione potrebbe essere collocato ovunque: una città, un paese, una casa o una soffitta; i luoghi assumono la caratteristica di uno sfondo adatto a contenere i fatti che assumono maggiore rilevanza rispetto al contesto in cui avvengono.

Qui si muovono i personaggi che tratteggiati con tocco leggero, hanno la consistenza del simbolo di ciò che via via rappresentano: l'avidità, l'insoddisfazione, la noia ma anche la tranquillità, il divertimento e la sorpresa. Ma non c'è nessuna morale da insegnare, solo qualche suggerimento dettato dall'esperienza. Il ritmo calmo e sicuro fa scorrere piacevolmente la lettura e la narrazione fluisce semplice e spontanea dalla penna dello scrittore. Tutto ciò rende la raccolta adatta ad un pubblico vario e di ogni età che ritroverà un po' della magia delle storie del passato raccontate di sera attorno al fuoco. (L'Editore De L'Omino Rosso)




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro Andare a piedi. Filosofia del camminare Andare a piedi. Filosofia del camminare
di Frédéric Gros, ed. Garzanti, pag.280, Euro 14,90
www.garzantilibri.it

- "Si può camminare per ritrovare sé stessi?"
Sì, nel senso in cui, camminando, lei abbandona le maschere sociali, i ruoli imposti, perché non risultano più utili... camminando tutto diventa possibile e si riscopre il senso dell'orizzonte, che è ciò che manca oggi: tutto è piatto. (Dall'intervista a 'Le Monde' del 24 giugno 2011)

Camminare è sicuramente una delle azioni più comuni delle nostre vite. Frédéric Gros, con un libro originale e delicato, ci fa riscoprire la bellezza e la profondità di questo semplice gesto e il senso di libertà, di crescita interiore e di scoperta che esso può riuscire a suscitare in ciascuno di noi. Attraverso la riflessione e il racconto magistrale delle vite di grandi camminatori del passato da Nietzsche a Rousseau, da Proust a Gandhi che in questo modo hanno costruito e perfezionato i propri pensieri. Andare a piedi propone un percorso ricco di curiosità, capace di far pensare e appassionare. Nella visione limpida ed entusiasta di Gros, camminare in città, in un viaggio, in pellegrinaggio o durante un'escursione, diventa un'esperienza universale per tornare a impossessarci del nostro tempo e per guardare dentro noi stessi.

Perché camminare non è uno sport, ma l'opportunità di tornare a godere dell'intensità del cielo e della forza del paesaggio. Frédéric Gros è docente di Filosofia all'Università di Parigi-XII e dell'Istituto di Studi Politici di Parigi. Si è occupato di storia della psichiatria, di filosofia del diritto e del pensiero occidentale sulla guerra. Studioso ed esperto dell'opera di Michel Foucault, ha curato l'edizione degli ultimi corsi da lui tenuti al Collège de France. Naturalmente, camminare è una delle sue passioni. Uscito in Francia nel 2009 è un corso di pubblicazione in sei paesi.




Copertina libro Il lungo inverno di Spitak Il lungo inverno di Spitak
di Mario Massimo Simonelli, ed. Elmi's Word Edizioni
www.comunitaarmena.it

Nel dicembre 1988, un violentissimo terremoto colpì la Repubblica Armena. Una intera regione fu rasa al suolo. Leggere questo testo porta a riflettere sull'entità incalcolabile delle catastrofi così lontane da noi spazialmente ed emotivamente, a considerare i popoli altri non come una massa indistinta, ma come un insieme di volti e di voci. Gli eventi di quei lunghi mesi hanno cambiato per sempre il corso della vita di molti protagonisti, mentre il mondo intorno a loro era in profonda trasformazione. Questa è la storia di una rinascita.




Una tomba principesca da Timmari
di Maria Giuseppina Canosa
* Volume presentato presso Mediateca provinciale "Antonello Ribecco" - Matera (02 ottobre '12)

Incontro pubblico organizzato e promosso dalla Fondazione Zètema di Matera. Il libro illustra lo scavo e il successivo studio sulla sepoltura numero 33 scoperta nel 1984 a Timmari, località a pochi chilometri da Matera. Una tomba principesca che può essere rintracciata come la sepoltura del re dell'Epiro Alessandro I detto "il Molosso".

Presentazione




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse è nato a Córdoba (Argentina) nel 1934. Diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




Copertina libro La natura morta de La Dolce Vita La natura morta de La Dolce Vita
Un misterioso Morandi nella rete dello sguardo di Fellini


di Mauro Aprile Zanetti, ed. Bloc-notes Edition IIC-New York, 2008, pagg.112, illustrato con dipinti originali da Piero Roccasalvo

Mezzo secolo dopo la realizzazione di uno dei più famosi film di tutti i tempi, La Dolce Vita di Federico Fellini, il giovane film-maker e scrittore, Mauro Aprile Zanetti rivela con autentico empirismo eretico, attraverso un saggio-narrativo interdisciplinare, "l'esile e monumentale presenza" di una natura morta di Giorgio Morandi. Questo elemento, finora praticamente "ignorato" sia dal grande pubblico, sia dalla critica cinematografica ufficiale, appare in una delle più complesse e belle sequenze del film, paradossalmente anche la meno ricordata: il salotto intellettuale di Steiner.

Il libro è letteralmente scritto con parole dipinte, animate dalle "illustrazioni" originali del pittore e graphic designer, Piero Roccasalvo, il quale si è ispirato alla visione umoristica di Zanetti sul film di Fellini, come per uno story-board di un film ancora da girare. Renato Miracco, direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di New York e Co-curator insieme a Maria Cristina Bandera (Fondazione Roberto Longhi) del Metropolitan Museum of Art per la più grande retrospettiva mai allestita in USA su Morandi (Giorgio Morandi, 1890-1964, 16 sett. - 14 dic. 2008) sottolinea nella sua introduzione al libro, che: "All'autore va il merito di aver approfondito un elemento estetico di cui non si trova alcuna traccia nella pur sterminata letteratura dedicata al cinema di Fellini". Il 27 febbraio 2009 la pubblicazione è stata presentata in anteprima italiana presso l'Auditorium della RAI di Palermo.




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria: sbsae-cal@beniculturali.it)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




Newsletter Kritik di Ninni Radicini
freccia Per ricevere la newsletter Kritik, inviare una e-mail (senza testo) freccia


Home page

La newsletter Kritik non ha periodicità stabilita. Le immagini allegate ai testi di presentazione delle mostre, dei libri e delle iniziative culturali, sono inviate dalle rispettive redazioni e uffici stampa con l'autorizzazione alla pubblicazione.