Trinacria simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


Copertina Dialoghi - Libro di Nidia Robba pubblicato a Trieste nel marzo 2016 Dialoghi
di Nidia Robba, Trieste 2016


Prefazione
Copertina catalogo mostra Maria Callas alla Fondazione Giuseppe Lazzareschi Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito
Catalogo della mostra

Recensione
Copertina catalogo mostra Dadamaino - Gli anni 80 e 90, l'infinito silenzio del segno Dadamaino
Gli anni '80 e '90


Catalogo della mostra

Presentazione
Copertina catalogo mostra Diario Pittorico di Antonella Affronti Antonella Affronti
Diario Pittorico


Catalogo della mostra

Presentazione


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016-2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08


Newsletter Kritik - 11 luglio 2016 - inviata ai lettori registrati


Opera dalla mostra Gento-Ban Illusioni di Luce dal Giappone Gento-Ban. Illusioni di Luce dal Giappone
28 luglio - 28 agosto 2016
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino

L'esposizione in Sala Mazzonis, al primo piano del MAO Museo d'Arte Orientale, farà immergere il visitatore nell'atmosfera magica, piena di luce e di colori del Giappone di fine Ottocento. Fulcro dell'allestimento sarà la proiezione delle immagini di circa 90 gento-ban, diapositive di vetro colorate a mano. Completano l'esposizione una lanterna magica francese Radiant tipo Mazo, di fine XIX secolo, stampe litografiche a colori e stampe all'albumina colorate a mano, provenienti dagli Stati Uniti, datate tra il 1856 e il 1898. A concludere i ritratti ufficiali dell'Imperatore Meiji e dell'Imperatrice Shoken, 1873, due stampe all'albumina del fotografo Uchida Kuichi.

Il nome attribuito in epoca Meiji (1868-1912) a queste nuove meraviglie della modernizzazione è composto da tre caratteri giapponesi che significano: gen "fantasma, illusione"; to "luce, lampada"; ban "placchetta, lastra". Il termine gento indicava il proiettore attraverso cui erano mostrate le diapositive, ovvero la lanterna magica. Al pari delle famose fotografie all'albumina della scuola di Yokohama, le gento-ban sono frutto del contesto socio-culturale di un Giappone che da poco si era aperto all'Occidente dopo secoli di isolamento e ne forniscono un vivido spaccato, benché filtrato dalle lenti di una visione edulcorata ed esotizzante: geisha, samurai, paesaggi idilliaci e vedute del Monte Fuji.

La proiezione delle diapositive di vetro nei salotti dell'alta borghesia occidentale riproduceva in questo modo il mondo esotico e lontano del Sol Levante come in uno spettacolo pre-cinematografico, luminoso e vivace. Ogni aspetto seriamente documentaristico, come la povertà e la vita dura di buona parte della popolazione nell'epoca di transizione tra feudalesimo e modernità, veniva volutamente escluso. Nell'arco di una cinquantina d'anni, migliaia di fotografi, dapprima occidentali e in un secondo momento anche giapponesi, hanno realizzato un numero impressionante di immagini che venivano subito immesse sul mercato. Tali immagini sulle diapositive erano ottenute a partire da negativi fotografici o stereografici e poi, come le stesse fotografie all'albumina, erano finemente colorate a mano da maestranze locali.

Fotografie, stereografie e diapositive, ma anche le stampe silografiche ukiyo-e che si vendevano a buon mercato nel Giappone di allora, erano i souvenir più comuni che i primi turisti occidentali portavano a casa con sé dopo lunghi viaggi per il mondo: tutti questi materiali hanno contribuito in maniera indelebile alla formazione di una certa immagine idealizzata di quel lontano paese in Europa e in Nord America. Le gento-ban, col loro significato letterario di "Illusioni di Luce", rappresentano al meglio quell'idea di un Giappone da sogno che noi tutti, consciamente o inconsciamente, tuttora ricerchiamo. Per molto tempo queste opere sono state in qualche modo marginalizzate dalla critica giapponese e relegate nella categoria della fotografia "turistica" (Pictorial Japanalia).

Dagli anni Settanta del Novecento, un'intera generazione di critici giapponesi ha ricontestualizzato i valori di tali immagini, evidenziandone l'estetica della nostalgia e del "mondo che fu" che caratterizzava la cultura giapponese della seconda metà dell'Ottocento. Le diapositive proiettate e gli oggetti esposti fanno parte della Collezione PerArt. L'esposizione fa parte del programma di eventi promossi in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, avvenute con la firma del primo trattato di amicizia il 25 agosto 1866 durante la missione di circumnavigazione del globo della pirocorvetta Magenta. (Comunicato stampa)




Luigi Boille: Il segno infinito
termina lo 02 ottobre 2016
Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea - Pordenone
www.artemodernapordenone.it

E' stato uno dei protagonisti europei dell'Informale. Pordenone lo ricorda a pochi mesi dalla scomparsa. Romano d'adozione, Luigi Boille, protagonista tra i maggiori dell'Informale europeo, era pordenonese di nascita ed è la sua città d'origine a volergli dedicare la prima grande retrospettiva a pochi mesi dalla sua scomparsa, a cura di Silvia Pegoraro. Boille è "l'artista che piegò l'Informale a una scrittura calligrafica e che mai si discostò dalla pittura purissima", annotò Arianna Di Genova in un articolo pubblicato all'indomani della sua scomparsa. Di lui sottolinea "la pittura seminale alla Michaux, i filamenti di colore che intersecano la superficie e procedono oltre, spinti da forze centrifughe misteriose. E ancora, il guizzo gestuale che riporta tracce, orme, percorsi iniziatici, traiettorie solo in apparenza caotiche ma ben 'sistemate' dentro un processo creativo che opera per via di addizioni materiche e non di sottrazioni, riempiendo ogni vuoto".

Come ha scritto Giulio Carlo Argan, il segno di Boille "svolgendosi e modulandosi come pura frase pittorica, realizza e comunica uno stato dell'essere, di immunità o distacco o contemplazione". E fu proprio Argan ad andare a scovarlo nel suo studio parigino, per ricondurlo in Italia, attraverso una serie di rassegne sempre più fitte. Allontanatosi da Pordenone, Boille si diploma all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove si laurea anche in Architettura. Salvo uscirne a scoprire l'Europa. Dopo un soggiorno in Olanda, nel 1951 sceglie Parigi dove resterà per 16 anni. Informale per scelta e per istinto, vicino alle esperienze francesi di quegli anni, Boille si avvicina al gruppo della Jeune Ecole de Paris, con cui espone in numerose collettive in Francia e in Italia.

E' di questi anni la sua partecipazione a importanti mostre come l'International Festival Osaka-Tokyo con il gruppo Gutai, a cura di Michel Tapié, La Jeune Ecole de Paris II, a cura di Pierre Restany, e Nuove tendenze dell'arte italiana, a cura di Lionello Venturi, partita dalla Rome-New York Art Foundation di Roma nel 1958 e poi approdata in altre sedi prestigiose. E' Michel Tapié che lo accompagna nelle sue ricerche sull'Art autre, apprezza di Boille il dinamismo e l'irrazionalismo permeati da un rigore formale. Nel 1964 Luigi Boille è invitato da Lawrence Alloway a rappresentare l'Italia, insieme a Capogrossi, Castellani e Fontana, al Guggenheim International Award di New York. Il 1964 è anche l'anno della visita di Giulio Carlo Argan nel suo studio parigino, che portò al rientro dell'artista a Roma e al formarsi di un sodalizio che condusse Boille alla Quadriennale e nel, 1966, alla Biennale di Venezia.

Le innumerevoli mostre personali e collettive a cui ha partecipato in tutta Europa e nel mondo tracciano un profilo di Boille che è quello di uno dei maestri storici della pittura astratto-informale europea, la cui ricerca è sempre originale e stimolante, ma anche fedele a una cifra stilistica ben precisa ed inconfondibile. Questa grande mostra retrospettiva di Pordenone si propone come un percorso significativo attraverso l'arte di Luigi Boille: 65 anni di ricerca - dal 1950 al 2015, anno della scomparsa dell'artista - testimoniati da oltre 140 opere (olii e tecniche miste su tela, tempere, grafiche). Tra di esse, molti i lavori inediti o esposti solo in mostre internazionali in anni lontani, e da allora non più visibili, come la grande tela Empreinte structure, realizzata per l'ormai mitico International Festival Osaka/Tokyo del 1958, a cura di Michel Tapié e Jiro Yoshihara. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Paraventi giapponesi Nuova esposizione di paraventi giapponesi
dal 26 luglio 2016
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

La coppia di paraventi L'insurrezione dell'era Hogen e L'insurrezione dell'era Heiji torna visibile dopo una lunga assenza, dovuta anche alla sua esposizione nella mostra "Samurai" tenutasi al Wereldmuseum di Rotterdam (ottobre 2012 - marzo 2013). I dipinti raffigurano due importanti momenti iniziali dello scontro tra i Taira e i Minamoto, i potenti clan che si contesero il potere nella fase finale del periodo Heian (794-1185). Le scene di battaglia sono raffigurate con dovizia di particolari nel tipico stile giapponese della scuola di pittura Tosa e sono databili al primo quarto del XVII secolo.

Di tutt'altro genere è una coppia di paraventi firmata Okamoto Toyohiko (1773-1845), la cui delicata mano coglie due momenti del racconto allegorico cinese intitolato Memorie della Sorgente dei Fiori di Pesco, inserendoli in un paesaggio rarefatto ed etereo. Toyohiko era un valido artista di formazione Nanga - detta anche Bunjinga, "pittura dei letterati" - una scuola che si avvale della cospicua tradizione cinese quale fonte di ispirazione narrativa e stilistica. (Comunicato stampa Raffaella Bassi - Comunicazione e Ufficio Stampa - MAO Museo d'Arte Orientale)




Norberto Proietti - I lupi Pietro Ghizzardi - Gatto Gino Covili - Cavallo morente Naïf. Solitudini di colore
termina il 20 settembre 2016
Casa degli Artisti «Giacomo Vittone» - Canale di Tenno (Trento)

Mostra-omaggio alle storie degli artisti trentini che hanno intrecciato il mondo del naïf., un genere «in bilico», sospeso tra la cultura e il tempo. In mostra anche preziose opere della collezione del Museo nazionale delle Arti Naïves «Cesare Zavattini» di Luzzara, per un inedito viaggio dentro tante storie già lontane nel tempo. A cura di Roberta Bonazza e Franco Pivetti - la mostra è la restituzione dell'intreccio di alcune storie di pittori trentini che, grazie all'incontro con il Premio nazionale delle Arti Naïves di Luzzara, hanno potuto condividere il loro lavoro, trovare stimolo per continuare la loro esperienza artistica e godere di quella visibilità spesso negata ai pittori senza patria accademica. Per sottolineare un rapporto istituzionale e di amicizia tra Casa degli Artisti e la storia del Premio Naïves, saranno esposte per prime nel percorso alcune opere provenienti dalla collezione del Museo di Luzzara.

Le storie degli artisti trentini presenti mostra sono raccolte in catalogo con interviste inedite. Sono molti gli artisti trentini appartenenti al mondo variegato naïf che hanno conosciuto Zavattini attraverso la sua straordinaria avventura e scommessa del Museo Nazionale delle Arti Naïves di Luzzara, da lui fondato e a lui intitolato. Amedeo Marchetti, artista giudicariese, ricorda nell'intervista pubblicata sul catalogo della mostra le cene a mezzanotte dell'ultimo dell'anno con Zavattini e altri trentini come Sartori e Berlanda, mentre fuori la nebbia incombeva. Insieme a quelle di Amedeo Marchetti, in mostra opere di Silvana Groff, Anna Martani, Marco Berlanda, Andrea Fusaro e Orsolina Bugna, tutti passati da Luzzara. Con loro opere di Pietro Ghizzardi - una bellissima gatta vestita su fondale di stelle - Gino Covili - con il suo poetico Cavallo morente - e Carmelina Alberino, prima opera vincitrice del premio, nel 1967, oltre a Norberto Proietti, Enrico Fereoli e Ferruccio Bolognesi.

Scriveva Cesare Zavattini: «A definire in modo esauriente la pittura naïve secondo me c'è riuscito chi è stato meno restrittivo. Io non sono mai caduto nel tranello di idoleggiare l'arte naïve chiudendola, ma ho sempre cercato di far capire che lì c'era chi valeva uno, chi due, chi tre, chi cento, e a mano a mano che i valori crescono, entrano nell'arte in generale, per cui ad un certo punto un quadro di un pittore naïf di valore è alla stessa altezza di un quadro di valore di altre definizioni.»

Ma il tema resta aperto. Per questo il percorso inizia con l'opera di Carlo Sartori «La scampagnata», vincitrice del premio di Luzzara nel 1973, ma il cui autore a distanza di dieci anni con una lettera al presidente del premio datata ottobre 1983 declina l'invito all'esposizione, riconoscendola come un passaggio importante nella sua esperienza artistica, che però lui vede collocata al di fuori delle etichette di settore. Forse anche per colpa, come ben scrive Simone Terzi, di quella «pletora di manifestazioni e di falsificazioni che tra gli anni Settanta e Ottanta ha compromesso il linguaggio naïf». E che certo non ha aiutato la visione illuminata di democratizzazione dell'arte che Zavattini nutriva nel profondo. Le parole di Carlo Sartori mantengono aperto un tema, comune a tutte le espressioni irregolari, che lui indica nella sua lettera come la possibilità di considerarsi «un artista a tutti gli effetti», pronto al confronto infinito di linguaggi che il mondo dell'arte dovrebbe saper esprimere. Naturalmente nelle sue eccellenze.

La scelta di iniziare il viaggio verso Luzzara partendo da lui è un modo per significare l'importanza di quel primo incontro emiliano, che s'immagina importante per uscire dal piccolo paese, per incontrare un altrove, per farsi cucire dal sarto una camicia nuova e partecipare alla ritualità spontanea e conviviale delle notturne inaugurazioni luzzaresi. Una ritualità certamente lontana dal quotidiano di Carlo Sartori, fatto di silenzi, di natura e di lavoro pittorico. Partire da lui, che vive i primi anni del Premio Naïf e poi trova la sua strada, è altresì un modo per seguire le tracce alla ricerca di altri artisti trentini che hanno percorso il viaggio verso il piccolo paese della pianura divenuto, grazie alla volontà di Cesare Zavattini, un approdo, una casa, un luogo di incontro e di visibilità per pittori senza patria accademica. Tutte le storie degli artisti presenti mostra, raccolte in catalogo con interviste inedite, hanno in comune la formazione autodidattica e l'approdo ad una compiuta personalità pittorica, sempre diversa.

«Solitudini di colore», appunto, per sottolineare da una parte una solitudine culturale che in questo momento storico è ancora più marcata. A distanza di quasi cinquant'anni dalla fondazione del museo di Luzzara, che ha funzionato da luogo di incontro, i naïfs così definiti sono facilmente risolti nell'idea di un'ingenua rappresentazione del passato, di una figurazione che si spiega da sé, tralasciando così la possibilità di un dialogo senza pregiudizi, con l'intensità delle sedimentazioni affettive, con la forza del colore, gli orizzonti poetici ed estetici, pur nella chiarezza delle immagini. Dall'altra «Solitudini di colore» rimanda a mondi solitari, lontananze contemplative, visioni molto personali, che nel caso degli artisti trentini intervistati sono spesso felici nella loro espressione cromatica e compositiva, quasi che la pittura - semmai venga a soccorrere qualche percorso biografico fuori dal comune - vada a pescare nella parte più luminosa della tavolozza dell'anima. (Comunicato stampa)




Marco Manzella - Pontile VIII - tempera su tavola cm.60x60 - mostra SIX - Pietrasanta "Six"
termina il 15 agosto 2016
Sala delle Grasce - Pietrasanta (Lucca)
www.mercurioviareggio.com

In esposizione recenti dipinti di Daniela Caciagli, Riccardo Corti, Marco Manzella, Guido Morelli, Armando Orfeo, Valente Taddei. I sei artisti, seppur differenti tra loro per cifra stilistica e formazione estetica, sono uniti da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della pittura figurativa contemporanea, oltre che da un rigore compositivo e da un'accuratezza formale che rendono armonioso l'accostamento dei rispettivi lavori in un progetto espositivo comune. Nei suoi dipinti a olio e acrilico, Daniela Caciagli (Bibbona, 1962) dà vita a immaginifiche associazioni di frammenti di vita quotidiana, sfumando i riferimenti spazio-temporali. L'artista esprime un forte messaggio sociale: descrive un mondo virtuale in cui le persone - raffigurate quasi come ombre, prive di tratti somatici nei volti - non comunicano tra di loro e rimangono chiuse nella loro solitudine.

Riccardo Corti (Firenze, 1952) dipinge a olio esili pini marittimi, in composizioni equilibrate nelle quali l'eleganza dinamica delle forme si unisce alla morbidezza delle sfumature. Ne nasce una pittura poetica e dalla spiccata valenza simbolica, meticolosa ma incline alla sintesi, nel contesto di un'indagine estetica mai fine a se stessa. Nelle tempere di Marco Manzella (Livorno, 1962) - contraddistinte dallo studio accurato della prospettiva e dall'uso nitido della tavolozza - l'uomo e la natura rappresentano il pretesto formale per la costruzione di un mondo artificiale, a un tempo pittorico e sensoriale: le figure sono colte in gesti a mezz'aria e in movenze plastiche dai significati metaforici, sottilmente inafferrabili.

Nei raffinati oli di Guido Morelli (La Spezia, 1967) sono dipinti rarefatti paesaggi naturali, librati in un vuoto materico che sembra aspirare all'assoluto. E' una pittura 'mentale', in cui è accentuato il valore della memoria: la tendenza all'estrema semplificazione segnica e formale si collega con la ricerca di una dimensione meditativa e interiore. Nelle sue tecniche miste, Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) riproduce surreali paesaggi urbani nei quali si stagliano architetture audaci. L'artista realizza un onirico affresco sulla condizione dell'essere umano, con i suoi miti e i suoi problemi, con le sue fragilità e le sue - sempre più artificiose - sicurezze: lo fa servendosi di un'ironia volta a stimolare una riflessione non banale sull'esistenza.

Valente Taddei (Viareggio, 1964) realizza dipinti a olio e china dal taglio narrativo, nei quali un minuscolo individuo si ritrova in situazioni paradossali, sospeso in tempi e spazi indefiniti. La linea tracciata dall'artista asseconda le peripezie del suo 'omino', temerario ma insicuro, solitaria presenza in un universo di equilibri precari, icona della fragilità umana in bilico tra sogno e inconscio. La mostra, organizzata dal Comune di Pietrasanta in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, è corredata di catalogo con introduzione di Gianni Costa. (Comunicato stampa)




Particolare locandina della mostra Lucio Dalla, immagini e suoni Lucio Dalla, immagini e suoni
termina lo 02 ottobre 2016
Vittoriano - Roma

La prima mostra monografica italiana dedicata al genio artistico di Lucio Dalla, a cura di Ernesto Assante, vuole offrire un vero e proprio percorso narrativo monografico dedicato all'artista bolognese, a quasi cinque anni dalla sua scomparsa. A caratterizzare l'esposizione, non solo i sensazionali scatti dei grandi fotografi Giovanni Canitano, Guido Harari, Fabio Lovino, Carlo Massarini, Fausto Ristori e Luciano Viti, ma anche una studiata colonna sonora con alcuni dei più grandi successi dell'artista e la proiezione di Senza Lucio, il film documentario di Mario Sesti. Le foto esposte nella mostra raccontano aspetti privati, personali, meno spettacolari, ma non meno eloquenti dell'universo Dalla. (Comunicato stampa)




Aut - Out / Even In: Contaminazioni al MAACK
termina il 21 agosto 2016
MAACK Museo all'Aperto d'Arte Contemporanea Kalenarte | Galleria Franco Libertucci - (Campobasso)
www.kalenarte.it

L'Associazione Culturale Kalenarte MAACK a Casacalenda, da oltre vent'anni porta avanti la valorizzazione del patrimonio artistico contemporaneo presente sul territorio, formato dalle ventuno opere site specific del MAACK, il museo all'aperto, e dalla Galleria Civica intitolata all'artista casacalendese Franco Libertucci, sita nei luoghi del sottotetto del palazzo comunale. L'obiettivo principale che l'Associazione ha sempre voluto conseguire è la coesione territoriale e sociale. A tal proposito, per l'estate 2016, l'Associazione Culturale Kalenarte_MAACK propone una serie di eventi culturali volti a rafforzare il legame tra la cittadinanza e lo spazio urbano, utilizzando i luoghi del MAACK e della Galleria Franco Libertucci come scenario stabile e come laboratorio di creatività.

La Scacchiera e gli spazi interni verranno utilizzati rispettivamente come open-stage e open-lab: alcuni eventi sono in programma, ma ci sarà la possibilità da parte della cittadinanza l'utilizzo spontaneo, ma ordinato dello spazio per performance e attività di vario tipo. Il programma ha dunque la virtù della scalability. Gli altri luoghi esterni del MAACK verranno utilizzati per eventi caratterizzati dal legame forte con il luogo stesso. (Comunicato stampa)




Lisa Borgiani - Installazione (di) molle - Palazzo Giureconsulti 1 Lisa Borgiani - Installazione (di) molle - Palazzo Giureconsulti 2 Lisa Borgiani. Il cerchio e l'ascesa
07 settembre (inaugurazione ore 18.30) - 18 settembre 2016
Palazzo Giureconsulti - Milano
www.lisaborgiani.com

L'artista si confronta ora e interagisce con l'imponente spazio del loggiato di Palazzo Giureconsulti realizzando tre installazioni che consistono in grandi molle sospese dai colori accesi. La molla è considerata il suo tratto distintivo, una sorta di spirale che rappresenta il simulacro dell'eterno movimento tra due mondi: spirituale e materiale, icona dell'energia perpetua, di un processo di trasformazione alchemica che conduce all'ascesa. Il volume curvilineo delle installazioni, soggette ad una costante oscillazione in base allo spostamento dell'aria, producono un suono ripetitivo, un mantra ipnotico che si propaga in loop nello spazio, facendo vivere al visitatore un'esperienza fisica e sensoriale. Il colore rosso e il giallo delle opere e il materiale plastico con cui sono realizzate contribuiscono a conferire alle molle una dimensione ludica, che invita all'interazione.

Nelle sale interne del magnifico palazzo seicentesco troviamo esposte una decine di opere fotografiche, scatti in cui l'artista esplora i luoghi come possibili scenari in cui inserire le sue installazioni ma non solo: studia gli equilibri architettonici, analizza la realtà attraverso la bidimensionalità, la reinterpreta, per giungere poi alla terza dimensione con l'inserimento in scala delle sue molle. Questi studi preparatori fanno parte del processo creativo dell'artista, sono progetti autonomi, vere e proprie opere d'arte - a prescindere dalla realizzazione o meno dell'installazione - in cui si rintracciano l'interesse dell'artista per l'architettura e la sua ricerca segnica.

Lisa Borgiani indaga la forma astrattamente grafica della spirale che rappresenta un moto in cui alto e basso, pesantezza e leggerezza s'incontrano in una sorta di riunificazione di forze contrastanti e opposte, per giungere a quell'integrazione che da' vita all' "opera finale". Media partner dell'evento è Where Milan, magazine in lingua inglese che guida visitatori internazionali e non alla scoperta dei luoghi più affascinanti di Milano. Mostra a cura di Flaminio Gualdoni. Le installazioni nel loggiato all'esterno del palazzo, saranno sempre visibili durante il giorno e anche negli orari notturni perché saranno illuminate.

Lisa Borgiani, classe '79, è un'artista multiforme che si esprime attraverso la fotografia, la pittura e l'installazione. Ha realizzato installazioni in numerosi spazi, in Italia e all'estero, tra cui: Treccia di Giulietta, Molle su Scala Della Ragione a Verona; Molla in Adige e Molle su Ponte di Veja, gli interventi a Nan Tang Lao Jie a Ningbo in Cina, a Villa Godi Piovene in provincia di Vicenza e nel Palazzo Ducale di Sessa Aurunca (Ce). (Comunicato ufficio stampa Ch2 eventi culturali)

«Elevare un oggetto umile come la molla può dare molte soddisfazioni e creare sorprese inaspettate. Un giorno, mentre dipingevo il ponte di Brooklyn sospeso da molle giganti, ho pensato: "E se lo realizzassi dal vivo?". Da qui è nata l'idea delle installazioni molli, molle in plastica leggera in grado di deformarsi per rivedere (e riconsiderare?) uno spazio. Immagino si tratti di un processo di interscambio di dimensioni, non riesco a vedere installazione senza fotografia, dove l'idea nasce. E' proprio da questa immagine bidimensionale spesso rielaborata in studio 3D (dove vere molle vengono appese e srotolate sulla fotografia) da cui nascono idee di inserimenti nello spazio reale. Forse si tratta di una sfida per vedere cosa sia possibile realizzare partendo da un'immagine quasi astratta (impossibile?).

Un po' come i sogni. Quindi una molla può diventare treccia, matita, vaso, protesi ma può anche trasformarsi in ali, in piscina o ruotare in modo armonico quando sospesa da un ponte, solamente grazie all'azione naturale del vento. E interagire con le architetture per trasformarsi in altro, assumendo significati diversi e lasciando spazio all'immaginazione allo stesso tempo. Penso alla molla e studio le sue caratteristiche: l'elasticità, la sospensione, la forma circolare e sensuale, la sua involontaria capacità di trattenere energia per poi improvvisamente sprigionarla. E cerco di tradurre il significato simbolico che vuole trasmettere: la circolarità del pensiero e della storia, l'elevazione spirituale...» (Lisa Borgiani - Milano, 10 luglio 2016)




José Davila - Life without buildings - The Berla Art Collection, Switzerland 2005 Angolazioni 2. Artisti della Collezione Berla
Adriana Beretta, Andrea Crociani, José Davila, Luca Frei, Alex Hanimann, Jakob Kolding, Ugo Rondinone


termina lo 02 ottobre 2016
MACT/CACT Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona (Svizzera)
www.cacticino.net

Secondo appuntamento che il MACT/CACT dedica alle collezioni private; anche in questo caso presente a sud delle Alpi. L'esposizione intende omaggiare il collezionista attraverso le opere di alcuni artisti ch'egli ha raccolto negli anni; Adriana Beretta, Andrea Crociani, José Davila, Luca Frei, Alex Hanimann, Jakob Kolbing, Ugo Rondinone. Più volte ci siamo calati nelle dinamiche del collezionismo privato come genesi della museologia moderna, riportando alla luce non tanto le talvolta deludenti strategie di mercato all'interno di quella che dovrebbe essere una passione per l'arte, quanto piuttosto l'autenticità di un'opera d'arte e del suo collezionista. Non è casuale che la mostra di fine anno del MACT/CACT vada a lambire anche un particolare modo di concepire lo spazio d'arte e sociale; cioè la Wunderkammer.

Ancora troppo spesso lo specimen del collezionista post-contemporaneo è quello dell'imprenditore che investe, e per il quale un artista vale, poiché è sostenuto dal mercato momentaneo, e le collezioni d'arte, che spesso ritroviamo poi nei musei, nascono da questo criterio di base, laddove lo scambio tra denaro e merce d'arte ha completamente assunto connotazioni puramente commerciali; ciò che in effetti non dovrebbe interessare il museo, come luogo di cultura. Questo fenomeno è da ricondurre alla globalizzazione politico-finanziaria o riconducibile all'effetto del ben più modaiolo 'sistema paese' e di un consumismo ormai vuoto?

Nel panorama ticinese, la collezione Berla - dopo alcuni anni di dedizione al raccogliere opere di artisti contemporanei - rappresenta quella seconda fase e dimensione del collezionismo, che si rapporta in maniera osmotica e sana alla scena artistica e in qualche modo anche istituzionale che lo circonda, avendo già senza dubbio superato un approccio ottocentesco di quel 'fare collezione' poc'anzi citato. Figlio di movimenti avanguardisti novecenteschi quali l'astrazione costruttiva in generale o l'approccio concettuale al linguaggio, non senza tralasciare quel tocco Dada che intride di aspetti ludici il fare a artistico, il collezionista predilige opere a carattere installativo di autori che si rifanno al concetto o adoperano paradigmi vieppiù minimalisti, spaziando essi dalla pittura alla fotografia, dal disegno al video.

A sud delle Alpi, laddove il rapporto privato pubblico assume contorni e dinamismi di tipo concorrenziale, nel caso della Collezione Berla, essa rimane un luogo ragionato della mente e del gusto, ancora fortunatamente 'da camera', dove il proprietario mantiene il più possibile rapporti personali con l'artista e con l'ambiente dell'arte, cosa divenuta ormai rara. La semplice autenticità di questa piccola collezione che si ingrandisce lentamente, seguendo criteri non meramente commerciali, riporta l'accento e l'attenzione sul vero significato del raccogliere testimonianze storiche o più semplicemente dell'essere testimone diretto dell'arte che si va a collezionare, e di cui un collezionista ama circondarsi. Per l'occasione il giovane storico dell'arte Mattia Desogus ha redatto un testo critico per il Cahier d'Art che uscirà durante la mostra, in omaggio al collezionista. (Mario Casanova, 2016)

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Perspectives 2. Artists in the Berla Collection
Opening on Saturday 23 July 2016 at 5.30 p.m.
23 July - 2 October 2016
MACT/CACT Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona (Switzerland)

The second event to be devoted by the MACT/CACT to private collections: once again, this is a collection whose home is on the southern slopes of the Alps. The aim of the exhibition is to pay tribute to the collector by showing some of the works by Italian artists that he has collected over the years: Adriana Beretta, Andrea Crociani, José Davila, Luca Frei, Alex Hanimann, Jakob Kolbing and Ugo Rondinone. We have explored the dynamics of private collecting as one of the roots of modern museology on several occasions before today, unearthing not so much the sometimes disappointing market strategies to be found in the framework of what is supposed to be a real passion for art, as the authenticity of a work of art and of its collector. It is no coincidence that the end-of-year exhibition being hosted by the MACT/CACT also touches tangentially on a particular way of conceiving of the space of art and social space: the Wunderkammer.

All too often, the image we have of the post-contemporary collector is still that of the entrepreneur who makes an investment, for whom an artist has a value because he is in demand on the market of the day. It then follows that so many of the art collections we come across in museums were compiled on the basis of this underlying criterion, in which the exchange between money and artistic goods has acquired purely commercial connotations: something that should actually be of no interest to a museum as a place of culture. Should this phenomenon be traced back to political and financial globalisation, or to the effect of the significantly more trendy "country system" and of today's hollow consumerism?

As things stand here in Canton Ticino, after several years devoted to collecting works by contemporary artists, the Berla collection constitutes the second phase and dimension of collecting that relates osmotically and healthily to the art scene and in some respects also to the scene of the institutions that surrounds it, since it has already unquestionably put the nineteenth-century approach to "building a collection" just described above behind it in the past. The offspring of such twentieth-century avant-garde movements as constructivist abstraction in general or the conceptual approach to language, without neglecting that touch of Dada that steeps artistic making in playful aspects, the collector has a preference for installation works by artists who identify with the concept of minimalism or make use of primarily minimalist paradigms, ranging from painting to photography and from drawing to video.

Regarding the situation that pertains on the southern side of the Alps, where the relationship between private and public has a tendency to become competitive in its profile and its dynamics, the case of the Berla collection comes across as a reasoned locus of the mind and of taste, one that is still graced by a chamber attitude, in which the owner does his utmost to nurture a personal relationship with the artist and with the art scene, something that has become rare indeed.

The simple authenticity of this little collection that is growing gradually, following criteria that are not merely commercial, brings the focus and attention back onto the true significance of collecting historical testimonies or more simply of being a direct testimonial of the art that we set out to collect, the kind that the collector loves to have around himself. To mark the occasion, the young art historian Mattia Desogus has written a critical essay for the Cahier d'Art due to be published during the exhibition, as a tribute to the collector. (Mario Casanova, 2016 - Translation Pete Kercher)




Flashback
Fotografia di sperimentazione italiana 1960-2016


termina il 28 agosto 2016
Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea - Milano
www.sabrinaraffaghello.com

Un percorso nella fotografia italiana degli ultimi 50 anni raccontata attraverso le opere di autori che hanno sperimentato la fotografia contribuendo all'evoluzione di un linguaggio divenuto oggi parte essenziale del nostro sistema di comunicazione.

- Anni '60: Enrico Cattaneo, Elio Ciol, Mario Cresci, Mario De Biasi, Mario Giacomelli, Franco Grignani, Nino Migliori, Fulvio Roiter, Luigi Veronesi

Non si può prescindere, iniziando il nostro percorso, dagli autori che negli anni precedenti hanno lavorato con coerenza e lungimiranza così da stabilire un ponte fra passato e futuro che abbiamo voluto sintetizzare nell'immagine simbolo del "Tuffatore" Nino Migliori proteso nel suo slancio. Ecco perché qui appaiono per un verso fotografi che hanno conferito al reportage i segni di un nuovo ritmo narrativo, per l'altro autori che si sono dedicati al paesaggio con una visione moderna figlia del rapporto con la fotografia americana e con le suggestioni dell'arte informale. Uno spazio ulteriore lo occupano poi quanti hanno operato in modo specifico sul linguaggio sia ribadendo il legame con la pittura e la grafica sia dando vita a colti percorsi originali tutti giocati sul metalinguaggio che avrebbero aperto una nuova strada indicando le linee di una ricerca di grandi potenzialità espressive e concettuali.

- Anni '70: Olivo Barbieri, Franco Fontana, Mario Lasalandra, Ugo Mulas, Maurizio Osti, Sarenco, Aldo Tagliafero, Marirosa Toscani Ballo, Oliviero Toscani, Michele Zaza

Se il passaggio dagli anni Sessanta ai Settanta è stato caratterizzato da un acceso dibattito sulla fotografia "concerned" tutto vissuto, però, all'interno del mondo del fotoreportage, sono gli autori d'avanguardia (questo era il termine allora prevalentemente usato) a incarnare davvero l'impegno. Pur lavorando su un orizzonte espressivo rivolto a un élite intellettuale, hanno avuto la capacità di rivolgersi a un pubblico più ampio, quello formatosi grazie alla vivacità culturale del periodo, al nuovo ruolo giocato dai giovani e alla stagione dell'università di massa che avvicina l'Italia ai livelli formativi di altri paesi: alla fine degli anni Settanta gli iscritti sono un milione (il doppio rispetto al decennio precedente) di cui quasi la metà donne.

La rivisitazione della fotografia classica sia nella sua chiave di linearità che riconosce il valore espressivo del lavoro professionale su commissione, sia in quella della sua valenza poetica immessa in atmosfere poetiche, si accompagna ad altri e altrettanto audaci percorsi. Sono quelli della scoperta delle potenzialità del supporto Polaroid su cui molti operano con estro creativo e dell'utilizzo dell'immagine in ambiti come quello della poesia visiva, dell'installazione, del rapporto sempre più stretto di creazioni artistiche di cui la fotografia non è più soltanto testimonianza ma elemento fondamentale che si fonde con le opere fino a diventarne elemento costitutivo.

- Anni '80: Cosimo Di Leo Ricatto, Luigi Erba, Giorgio Lotti, Occhiomagico

Ora le atmosfere cambiano, nuove immagini attraversano un'epoca caratterizzata dallo sviluppo del consumismo e dell'importanza dell'apparire. In campo fotografico predomina il colore, che caratterizza ogni tipo di comunicazione – bisognerebbe ricordare al proposito l'importanza della cartellonistica che nuove tecniche di stampa rendono più imponente e l'avvento della televisione a colori – da quella pubblicitaria a quella della moda che può contare su autori fortemente inventivi come è stato sempre in evitabile in un settore in costante ricerca di innovazione.

Sono caratteristiche che animano il migliore fotoreportage e che si ritrovano nelle ricerche sulla luce che animano una intera generazione di autori non giovanissimi e forse per questo pronti a una riflessione di grande spessore. L'oggetto è il paesaggio, uno dei grandi temi su cui si sono misurati i fotografi del passato finendo per fornirne un'immagine stereotipata e, talvolta, retorica. La necessità di rileggerlo in una chiave contemporanea ha portato a esiti di grande interesse che si sono distinti nettamente sia dalla Nuova Oggettività di matrice tedesca sia dal Dialectical Lanscape americano (dai quali peraltro sono stante talvolta espunte suggestioni), per far emergere uno stile personale marcatamente mediterraneo.

- Anni '90: Marina Ballo Charmet, Ginetto Bravi, Franco Donaggio, Vittore Fossati, Maurizio Galimberti, Barbara La Ragione, Davie Mosconi, Vettor Pisani, Pietro Privitera

Se all'inizio del nostro percorso avevamo affermato la necessità di legare come imprescindibili gli anni Sessanta al decennio precedente dove già si trovavano i prodromi di quanto si sarebbe poi sviluppato, un discorso non dissimile va fatto ora che ci avviciniamo alla contemporaneità. In questa fase, infatti, il segno più evidente è costituito dalla scelta di finalizzare la fotografia a progetti decisamente vicini alle ricerche concettuali: non ci si accontenta più dell'aspetto più tradizionale di questo linguaggio (che pure continua a svilupparsi e con esiti più che positivi in altri campi lontani dalla ricerca) ma se ne fa emergere con più forza la valenza artistica. Lo si fa utilizzando le immagini in progetti inediti che sviluppano le potenzialità delle carte pronte a diventare sculture o a inserirsi come elementi importanti di installazioni, e delle pellicole (il recupero di vecchie stampe da accostare alle nuove, il mosaico Polaroid come rapporto fra immediatezza e progettualità) alla ricerca di un nuovo ruolo di fronte all'avanzata, sempre più travolgente.

- Anni 2000: Alessandra Baldoni, Luciano Bobba, Andra Boyer, Luca Campigotto,Gianluca Chiodi, Gianni Colosimo, Roberto Cotroneo, Matteo Ferrari, Gianluca Giordano, Pina Inferrera, Pierpaolo Koss, Giancarlo Marcali, Oriella Montin, Paolo Novelli, Ivan Piano, Stefania Ricci, Rossella Roli, Edoardo Romagnoli, Luciano Romano, Giovanni Sesia, Zanotto Christian, Zanotto Grace, Zonta Fabio.

La contemporaneità è, per sua natura, difficile da definire perché in continuo divenire. Ciò è tanto più vero quando ci troviamo di fronte a un'epoca caratterizzata da un generalizzato soggettivismo che porta gli autori a seguire percorsi individuali così da rendere ardua l'individuazione di precise tendenze. Senza contare poi che sono sempre più numerosi coloro che misconoscono la peraltro nobilissima parola "fotografo" per autoproclamarsi "artisti" con il paradossale risultato di inflazionare quest'ultimo termine e ottenere il risultato opposto a quello perseguito. Che la fotografia di ricerca o d'avanguardia abbia una valenza artistica è, peraltro, innegabile anche se spetta alla critica certificarlo e inserirla nel più generale contesto culturale.

Noi abbiamo qui provato a individuare alcune tendenze per avvicinare autori che operano più o meno consapevolmente in direzioni comuni: quanti rivisitano le Avanguardie Storiche, quanti prediligono la dimensione installativa, quanti operano sul senso geometrico dello spazio, quanti concepiscono la fotografia come materia su cui intervenire con diversi tipi di contaminazione, quanti ne recuperano il tradizionale aspetto formale per inserirla in progetti che aprono un rapporto dialettico con la realtà, quanti riflettono concettualmente sul metalinguaggio della visione. Questa è una proposta su cui si può e si deve dibattere: ognuno ha la possibilità, osservando le opere di questa sezione, di immaginare un proprio percorso per ribadire che la fotografia di ricerca è tale proprio perché sa suggerire intrecci, rimandi, analogie, per presentarsi complessivamente nella sua affascinante valenza di "opera aperta". (Comunicato stampa)

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A path in the Italian Photography of the last 50 years, told through the works of 54 authors having experienced in experimental photography. They have marked an important contribution to the evolution of photography language that now become part of our essential communication system.

- 1960's
Enrico Cattaneo, Elio Ciol, Mario Cresci, Mario De Biasi, Mario Giacomelli, Franco Grignani, Nino Migliori, Fulvio Roiter, Luigi Veronesi

Beginning our journey one cannot overlook photographers of earlier times worked with consistent foresight to establish a bridge between past and future which is symbolically synthesized in Nino Migliori's "Diver" who is leaning into his leap. Following this logic in this exhibition appear photographers who on one hand granted reportage of signs of a new narrative rhythm and on the other hand other authors have dedicated themselves to the landscape with a modern vision born of a relationship of American photography and informal art suggestions. Others occupy a place in the specific use of visual language reaffirming the bond with graphics and painting on one side and the progress of emerging cultural paths played on metalanguage that would open a new road indicating lines to great potential in expressive and conceptual research.

- 1970's
Olivo Barbieri, Franco Fontana, Mario Lasalandra, Ugo Mulas, Maurizio Osti, Sarenco, Aldo Tagliafero, Marirosa Toscani Ballo, Oliviero Toscani, Michele Zaza

In the transition from sixties to seventies photography was marked by a lively debate on involved photography (the principle term then used was "concerned") discussed inside of the world of photojournalism, however avant-garde photographers embodied real involvement in photographic research. While working on an expressive horizon they turned to an intellectual elite who had appeal with a wider audience formed thanks to the vibrant culture of the period, the new role played by young people and public university season that brought Italy to the educational levels as other countries: at the end of the seventies there are over one million students (double the previous decade) of which nearly half are women.

Classic photography is reinterpreted, both in the recognition of the expressive value of the professional commissioned work as in the poetic content entered into poetic atmosphere, and it is accompanied by other equally bold paths. The discovery of the potential of Polaroid film on which many used with creativity and the use of the image in fields such as visual poetry and installation art, the increasingly close relationship of artistic creations which photography is no longer only testimony but a fundamental element merging with artworks, becoming a constituent element.

- 1980's
Cosimo Di Leo Ricatto, Luigi Erba, Giorgio Lotti, Occhiomagico

The mood changes; new images through an era characterised by the development of consumerism and of the importance of personal appearance. In photography colour that characterises each type of communication predominates - not to forget new printing techniques which made colour more imposing and the advent of colour television - from advertising to fashion we counted on highly inventive authors which had always been avoided in an industry in constant pursuit of innovation. These characteristics drove the best photojournalism and those who found themselves in the research of the light which animate an entire generation of now experienced authors ready for deep reflection.

The subject is the landscape, one of the major subject challenges by photographers of the past, eventually furnishing a stereotypical and sometimes rhetoric interpretation. The need to re-read the landscape in a contemporary way led to results of great interest that stood out sharply from both the New Objectivity of German origin and the Dialectical American Landscape (from which, however, are sometimes given expunged suggestions), to bring out a personal style markedly Mediterranean.

- 1990's
Marina Ballo Charmet, Ginetto Bravi, Franco Donaggio, Vittore Fossati, Maurizio Galimberti, Barbara La Ragione, Davie Mosconi, Vettor Pisani, Pietro Privitera

At the beginning of our journey if we stated the need to tie the 1960's as essential to the previous decade where there were already the first warning signs of what would later develop, a similar theory must be developed now that we approach the contemporary. In this phase, in fact, the most obvious sign is the choice of the photograph to aim decidedly closer to conceptual research projects: it was not enough an use an aspect of traditional visual language which continued to grow with positive results in other fields far from visual research but the photographer must bring out more forcefully the artistic semiotic value. This is done in new projects using images that develop the potential of photographic paper as ready to become sculptures or fit as important elements of installations and films (the recovery of old prints to the new approach, the mosaic Polaroid as the relationship between immediacy and planning) looking for a new role before the advancing more and more overwhelming than that which has been rightly called the digital revolution

- 2000's
Alessandra Baldoni, Luciano Bobba, Andra Boyer, Luca Campigotto,Gianluca Chiodi, Gianni Colosimo, Roberto Cotroneo, Matteo Ferrari, Gianluca Giordano, Pina Inferrera, Pierpaolo Koss, Giancarlo Marcali, Oriella Montin, Paolo Novelli, Ivan Piano, Stefania Ricci, Rossella Roli, Edoardo Romagnoli, Luciano Romano, Giovanni Sesia, Zanotto Christian, Zanotto Grace, Zonta Fabio

Contemporary is difficult to define by its nature because of constant evolution. This is especially true when facing an era characterised by a generalised subjectivism leading photographers to follow individual paths making difficult the identification of specific trends. Not to mention more and more people fail to recognise the noble word "photographer" as a proclamation of "artist" with the paradoxical result of inflating the latter term and get the opposite result to the one pursued. That research photography or avant-garde photography have artistic value is, however undeniable, though it is up to certification by photo critics and they have to insert it in the general cultural context.

Here we attempt to identify trends to understand photographers who operate more or less consciously in common directions: how to approach avant-garde art, many prefer working with the dimension of the art installation and others work on the geometric sense of the space within the photograph; others conceive photography as material on which to intervene with different types of contamination, others recover the traditional formal look in projects that open up a dialectical relationship with reality, and many others reflect conceptually on the meta-language of vision. This is a proposal which we can and must discuss: everyone has the opportunity, observing the work of this section, to imagine their own path to reiterate that the research of photography is such precisely because it is extremely suggestive of plots, references, analogies, to present itself in its charming value of "open work." (Press release)




Sergio Bastiani - Quadrati blu forati - olio su sette elementi di compensato intelato a dimensioni variabili 2009 Sergio Bastiani
"Ieri, oggi, domani"


termina lo 06 agosto 2016
Sala Comunale d'arte - Trieste

In mostra - presentata sul piano critico dall'arch. Marianna Accerboni - una trentina di opere che riassumono la poliedrica sperimentazione svolta da Sergio Bastiani dagli anni Ottanta a oggi.

Presentazione mostra




Opera di Patrick Tosani Patrick Tosani: La forma delle cose
termina il 12 settembre 2016
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
www.mufoco.org

Il Museo di Fotografia Contemporanea riapre al pubblico con una mostra inserita nel circuito della XXI Triennale 2016. La mostra, a cura di Roberta Valtorta, presenta per la prima volta in Italia un'importante selezione di opere di Patrick Tosani, uno dei più noti fotografi europei contemporanei nell'ambito della ricerca artistica. La forma delle cose indica la particolare operazione di messa in scena e di creazione di nuovi significati che l'artista applica agli oggetti quotidiani, presentati secondo punti di vista inusuali e in forti ingrandimenti che mettono l'osservatore di fronte a forme e spazi sorprendenti e inaspettati. Saranno presentate alcune delle serie più note e importanti: Cuillères (cucchiai), 1988, Géographies (geografie - dedicata ai tamburi), 1988, Niveaux (livelli), 1990, Masques (maschere), Paysage (paesaggio), 2006, Frontale/Oblique/Latérale (Frontale/Obliquo/Laterale), 2007, Planètes (pianeti), 2015.

Attraverso la luce, l'indagine fotografica della forma degli oggetti rivelati nei loro più minuti particolari, la dimensione scultorea, talvolta monumentale, delle immagini, la potente analisi dei volumi e dello spazio, l'artista lavora alla "fabbricazione di nuovi oggetti", a una oggettivazione del mondo, secondo le sue parole: la fotografia, utilizzata come strumento non solo di descrizione esatta della nostra quotidianità, ma anche di potenziamento della visione e di sfida alla percezione, diventa un oggetto essa stessa, un mondo autonomo rispetto alla realtà. "L'oggetto non è quello che sta davanti a noi - afferma Tosani - ma quello che colpisce i nostri sensi".

Patrick Tosani (Boissy-l'Aillerie, 1954), architetto di formazione, dopo esperienze di insegnamento all'Ecole supérieure d'art et design di Grenoble, all'Ecole nationale supérieure des Beaux-Arts di Lione, all'Ecole spéciale d'architecture di Parigi, dal 2004 insegna all'Ecole nationale supérieure des Beaux-Arts di Parigi. A partire dalla metà degli anni Settanta sviluppa un lavoro fotografico al centro del quale pone la questione dello spazio e della dimensione delle cose, e al tempo stesso attraverso la rappresentazione degli oggetti, dei corpi, degli abiti, interroga il processo fotografico, le sue potenzialità, il rapporto con la realtà. Molte le monografie dedicate all'artista. La più recente e importante è stata pubblicata nel 2011 dalle edizioni Flammarion, Paris. (Comunicato stampa)




Opera di Piero Fogliati Piero Fogliati: Teoria del Pluriverso
termina il 30 luglio 2016
Museo d'Arte Contemporanea - Lissone
www.museolissone.it

Immaginiamo che l'universo non sia soltanto uno ma che esista un "pluriverso" (perché il contrario di uno non è zero, né due, ma molti). Piero Fogliati è stato in grado di immaginare questo pluriverso straordinario, inebriante, elettrizzante. A suggellare il genio e l'unicità di Fogliati (Canelli, Asti 1930 - Torino, 2016), il museo di Lissone dedica una mostra che raccoglie alcune delle sue opere storiche, tra le più rappresentative. Questa esposizione, che avrebbe dovuto sancire un meritorio riconoscimento alla carriera dell'artista, non potrà onorarsi della sua presenza, perché ghermito alla vita dopo una malattia di lungo corso. Fogliati è uno di quegli artisti che Jean Cocteau non avrebbe esitato a definire "nati postumi".

Malgrado negli ultimi anni le sue opere fossero riuscite a ridestare attenzione e curiosità, ancor oggi resta un artista da riscoprire e studiare nella sua completezza. Il museo lissonese, che stava progettando questa mostra, l'aveva voluto ricordare a pochi giorni dalla scomparsa esponendo una delle sue opere più atipiche: Forme di buio. Ora un'accurata selezione di opere, altrettanto emblematiche e suggestive: dalla Luce solida al Prisma meccanico, dal Rivelatore cromocinetico al Fleximofono fino al Reale virtuale. Al contrario dei prestigiatori, che non rivelano mai i loro trucchi, Fogliati ci ha sempre messo a diretto contatto con gli "strumenti del mestiere", senza tuttavia inficiare il senso di meraviglia che le opere ci trasmettono.

Per lui l'arte non era finzione ma incanto e stupore. Quello stesso stupore che ha saputo imbrigliare nelle sue "scatole magiche" alimentate dall'elettricità, o forse più probabilmente dai sogni (perché, come diceva Sartre, l'acte d'imagination estun acte magique). Grazie a una formidabile dimestichezza con la meccanica, l'artista riusciva a dar vita a una tecnologia decisamente sofisticata. Ancor più che opere d'arte, quelle che noi vediamo sono le invenzioni di un "visionario" che si è interrogato sui fenomeni luminosi e acustici. (...) Come molte sue opere utopistiche, "fissate" sulla carta ma mai realizzate a livello urbanistico, anche questa mostra è diventata una chimera che il figlio Paolo ha voluto condividere e portare a compimento. (Comunicato Osart Gallery)




Estate d'Arte 2016
Dalle Isole al Continente, dai mari ai monti alle grandi città

www.studiosseci.net

In Sardegna, il MAN di Nuoro offre un appuntamento imperdibile sia per chi ama la fotografia che la storia del costume: "Women (are beautiful)" di Garry Winogrand. In Sicilia, l'invito è a lasciarsi coinvolgere dalla potenza del Grande Cretto di Gibellina, appena completato secondo il disegno di Alberto Burri. Siamo allo scorcio del Centenario della nascita del grande artista umbro, celebrato con molte iniziative in tutto il mondo e soprattutto nella sua Città di Castello, dove si può ammirare ciò che egli stesso voleva fosse mostrato della sua opera. In Umbria, una mostra a Palazzo Lippi Alessandri "I Tesori della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e il caravaggismo nelle collezioni di Perugia". Nella vicina Toscana, Pienza celebra i vent'anni di riconoscimento del suo centro storico a Patrimonio Universale dell'Umanità. E lo fa con un ampio calendario di iniziative e proposte. A Viareggio, l'appuntamento di qualità è al Centro Matteucci con la mostra "Il tempo di Signorini e de Nittis.

L'Ottocento aperto al mondo". Opere davvero importati e straordinarie. A Ferrara, e siamo in Emilia Romagna, per il ciclo "l'arte per l'Arte", il Castello Estense ospita una carrellata di artisti ferraresi di rilievo internazionale, "Da Previati a Mentessi, Da Boldini a De Pisis". Oltre il Po, in Lombardia, alcuni appuntamenti diversissimi tra loro ma egualmente stimolanti. A Monza continuano le visite a quella meraviglia restaurata che è la Cappella di Teodolinda, con la Corona Ferrea e il celebre Ciclo degli Zavattari. Nel Museo del Duomo monzese, stanno per prendere avvio le celebrazioni italiane per Carlo IV, Re di Boemia e Imperatore. Si ammireranno le sue 4 corone, i ritratti delle 4 mogli, testimonianze di un regno che segnò la storia d'Europa.

Più a Nord, in Valtellina, ed esattamente a Sondrio in Galleria Credito Valtellinese e al Musa in Palazzo Sassi dè Lavizzi, grande retrospettiva di Massimo Dolcini, il creatore della "Grafica per una cittadinanza consapevole". Tra Lombardia e Piemonte, le proposte dei Principi Borromeo su Lago Maggiore: innanzitutto le spettacolari fioriture di stagione all'Isola Madre e all'Isola Bella. Alla Rocca di Angera, sotto gli occhi dei visitatori riemergono le tappezzerie affrescate medievali sino ad oggi nascoste da spesse mani di calce. Oltre confine, nel vicino Canton Ticino, la pinacoteca Zust di Rancate propone due piccole, affascinati mostre. L'una dedicata a bastoni da passeggio, la seconda al gusto collezionistico di Giovanni Zust, passione, la sua, che spaziava dall'arte, alle antichità, agli argenti.

Sempre in Svizzera ma nella parte francofona, a Verbier splendida località di montagna si tiene l'unico festival di musica classica in alta quota. Le più grandi bacchette e gli interpreti più famosi del mondo si danno appuntamento lì ogni anno. Importanti e molto diversificate le proposte del Triveneto. Partendo dal Trentino, dove a Trento, nel Castello del Buonconsiglio, ha preso avvio la mostra su Cesare Battisti "Tempi della Storia, Tempi dell'arte. Cesare Battisti tra Vienna e Roma", nel centenario della sua fucilazione. A Verona, e siamo al Veneto, due proposte da non perdere: la riapertura del magnifico Museo degli Affreschi e il nuovo allestimento nell'area archeologica del Teatro Romano, di uno spettacolare Museo Archeologico.

E' di grande fascino in Palazzo Barbaran da Porto, e siamo a Vicenza, la mostra "Nella mente di Scamozzi. Un intellettuale architetto al tramonto del Rinascimento". In provincia di Vicenza, al Museo Civico di Bassano del Grappa, si può ancora ammirare "Il Magnifico Guerriero", ritratto che, pro tempore, è giunto ad arricchire la sontuosa sezione museale dedicata ai Bassano. Ai Musei Nazionali Archeologici di Este ed Adria, nonché al Museo di Storia Orientale d Venezia, continua la preziosa esposizione di "Meraviglie dello Stato di Chu", tesori della civiltà insediatasi 8 mila anni fa sulle rive del Fiume Azzurro. "Luigi Boille. Il segno infinito" è il titolo della prima retrospettiva dedicata all'artista pordenonese - romano recentemente scomparso. Un nucleo ampio di sue opere si può ammirare alla Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea Armando Pizzinato, naturalmente a Pordenone.

A Roma dove l'Accademia di San Luca espone "Bendini ultimo (2000 - 2013)", attento omaggio ad un socio Accademico e a un grande artista anch'egli recentemente mancato. A Milano, alle Gallerie del Credito Valtellinese, "Eadweard Muybridge (1830 - 1904). tra scienza e arte". Pioniere della fotografia in movimento: la mostra è occasione anche per sperimentare le sue tecniche di ripresa. Ancora a Milano, al Museo di Storia Naturale, continua il grande successo della mostra "Vulcani. Origine, evoluzione, storie e segreti delle montagne di fuoco" Infine Venezia dove le Gallerie dell'Accademia sono protagoniste doppiamente: per le nuove Sale che rendono ancora più ricco il suo percorso d'arte e per essere protagoniste assolute della grande mostra "Venetian Renaissance paintings from the Gallerie dell'Accademia" a Tokyo e Osaka, in un tour culturale che ha conquistato il Giappone. (Comunicato Studio Esseci)




Wavefront
Irma Blank | Igor Eškinja | Emanuela Marassi | Ian McKeever | Adrian Paci | Alfredo Pirri | Nedko Solakov | Bill Viola


termina il 18 agosto 2016
Palazzo Costanzi - Trieste
www.triestecontemporanea.it

Mostra d'arte contemporanea internazionale che esporrà una straordinaria raccolta di lavori, tra cui alcune storiche pietre miliari dell'arte contemporanea. Tra di esse il videotape A Portrait in Light and Heat, 1979, di Bill Viola che idealmente apre il percorso della mostra. Filmati quasi quarant'anni fa dal grande artista statunitense e diventati una delle icone della videoarte mondiale, i miraggi nel deserto del Sahara e la neve abbacinante nelle praterie nordamericane, che mettono alla prova la parte fisica e quella psicologica della nostra percezione della realtà, fino al limite dell'allucinazione, sono proposti come chiave di ingresso per lo sguardo contemporaneo dentro alle emozioni della visione di un'opera d'arte che la mostra vuole offrire.

La mostra seleziona, tra opere del panorama contemporaneo già di alta qualità tecnica e di intensa complessità semantica, una serie di lavori in tutti i quali è possibile riconoscere una forte attenzione degli autori verso gli agenti, siano essi fisici o concettuali, che possono essere messi in campo in un'opera per attivare nello spettatore un processo di passaggio da una condizione visiva ad una emotiva.

Le opere di Trieste sono in questo senso alcuni esempi che fanno parte del medesimo fronte d'onda, come sottolinea la curatrice Giuliana Carbi Jesurun: "l'intento espositivo è quello di poter forse identificare come uno degli obiettivi oggi più formidabili per l'arte contemporanea proprio il dare rappresentazione aggiornata al ricondurre l'instabile ad equilibrio, il minimo a partecipata risonanza, il paradosso ad armonica accoglienza, come era, a ben guardare, sempre sottinteso nel compito di "propagazione" di complessità vibrante/ordinata che era chiesto nei secoli passati a qualsiasi forma della nostra cultura in grado di far concordare la nostra mente e il nostro cuore... per le quali in campo visivo allora si parlava di bellezza, classicità, quid estetico..."

A questo intento provano a rispondere l'otticità pulsante di una scrittura non legata al sapere ma all'essere degli Ur-Schrift (2000-2006) di Irma Blank (Germania 1934); il non-confine di luce e forma debordanti dei Kindertotenlieder, (2015) dedicati a Gustav Mahler da Alfredo Pirri (Italia 1957), dove la superficie si riprende il suo ruolo puro di elemento spaziale; l'atto del vedere che si trasforma in esperienza mentale per Bill Viola (USA 1951); la purezza d'astrazione, indistinta tra fotografia e pittura, con la quale nella serie Eagduru (2013) Ian McKeever (Uk 1946) sviluppa l'approccio "proto-fenomenologico" che aveva la parola finestra nell'inglese antico; la trasformazione della realtà - di una nave in viaggio e delle deformazioni produttive dell'economia globale - nel luogo di "lavorazione" dell'immaginazione, come è nel video The Column (2013) di Adrian Paci (1969 Albania); le morbide sorprendenti modalità di un vero e proprio passaggio "autoriale" del tempo sui giornali non scritti nelle Camere con vista (2015-16) di Igor Eškinja (Croazia 1975); l'ambiguità tra la vanitas e il memento mori nel gioco di rimandi della storia uguale di parole e di materiali nell'opera Casanova (1999) di Emanuela Marassi (Italia, 1937); la paradossale ciclicità ininfluente dell'opera-performance A Life (Black&White) (1998) con la quale Nedko Solakov, (Bulgaria 1957) nel 2001 stupiva il pubblico della Plateau of Humankind di Harald Szeemann ridipingendo continuamente di bianco e di nero la stessa sala per tutta la durata della 49a Biennale di Venezia.

Partendo dall'opera-emblema di Nedko Solakov esposta a Wavefront, una occasione per approfondire direttamente con l'artista le sue idee sull'arte e la sua importante carriera artistica sarà offerta da Trieste Contemporanea martedì 26 luglio (ore 19, Studio Tommaseo). Solakov è infatti atteso a Trieste per una conversazione speciale con la curatrice Iara Boubnova, eminente critica e curatrice bulgara. (Comunicato stampa Trieste Contemporanea)




Isabella Nazzarri - Opera al bianco - olio su tela cm.100x120 2016 Albedo: Opere di Isabella Nazzarri
termina il 31 luglio 2016
Galleria Orizzonti Arte Contemporanea - Ostuni (Brindisi)
www.orizzontiarte.it

Un antico testo veneziano, un manoscritto della seconda metà del settecento, gelosamente custodito e sapientemente restaurato, oggi conservato presso la Biblioteca Diocesana di Ostuni, è l'elemento che ha ispirato "Albedo". In mostra diverse opere realizzate sia su tela che su carta tra cui una tela dal titolo Albedo che rappresenta una reinterpretazione da parte dell'artista della marca tipografica dell'antico testo, disegnata da Lanchi ed incisa nei primi del '700 da Suor Isabella Piccini, una delle rare e assai poco conosciute donne incisore dell'epoca.

La personale dell'artista livornese Isabella Nazzarri, curata in collaborazione con la Galleria Opere Scelte di Torino, simboleggia la seconda delle quattro fasi dell'alchimia rappresentate dai quattro colori della pittura greca; la mostra è un omaggio al bianco quale trasformazione e dissoluzione, nonché purezza e spiritualità. Le opere di Isabella Nazzarri evocano qualcosa di indefinito, elementi fitomorfi che danno vita a un'idea di sviluppo e germinazione. Dalle tele esposte, le forme emergono da un bianco nebuloso come se stessero nascendo da esso, mentre nelle carte le stesse forme astratte sono impostate rigorosamente su fondi neutri, ricordando le antiche tavole naturalistiche o mediche.

Con una narrazione organica l'artista crea delle "figure astratte" che nascono da stati mentali e suggestioni emotive e conducono lo spettatore in una dimensione parallela, un universo di profili incredibili che ricordano delle surreali visioni microscopiche, cellule di organi in trasformazione, un mondo che si sta creando e autogenerando attraverso la mano della Nazzarri. Il percorso espositivo si snoda in un delicato susseguirsi di eteree fluttuazioni e colori evanescenti fino ad arrivare all'opera Albedo in cui le due donne, le due Isabelle, scavalcano tempo e spazio e si incontrano in quello che è e rimane l'unico loro gesto identificativo al di là dei secoli: il proprio segno.

Quello della Nazzarri, caratterizzato da colori intensi, forti ma al tempo stesso evanescenti, si mescola al bianco candore delle tele e delle carte che, rievocando la città di Ostuni, diventano un inno al bianco, quale rappresentazione di metamorfosi, candore e misticismo. E quello di Suor Isabella, donna forte di spirito e dal piglio intraprendente, che obbligata dai costumi dell'epoca ad entrare in convento, con intelligenza e maestria, si dedica alla sua più grande passione: l'incisione. Il suo segno forte, insolito e deciso conferiva ai suo lavori unicità e pregio, rendendoli altamente riconoscibili. La lastra così fortemente incisa permetteva ai tipografi del periodo di stampare più volte le copie dei manoscritti, motivo per cui Suor Isabella divenne il più grande e richiesto incisore dell'epoca.

La mostra dunque racconta il percorso di un'artista di oggi, giovane e raffinata, nella sua pittura come nel suo essere che incontra, in una staffetta oltre il limite dello spazio e del tempo, un'altra donna, un'artista dei tempi andati, che ha lasciato un'eredità preziosa e dissacrante; un'eredità che la Nazzarri è felice di raccogliere, interpretandola in chiave contemporanea e proiettandola nel nostro presente dopo un volo pindarico in un glorioso passato. (Comunicato stampa Galleria Opere Scelte)




Immagine dalla mostra Spiriti Ardenti "Spiriti Ardenti": fra arte & fotografia
termina il 25 settembre 2016
Galleria Comunale d'Arte del Palazzo del Ridotto di Cesena
www.ilvicolo.com

Omaggio al 170° Anniversario del Teatro "Alessandro Bonci" e al suo costruttore, l'architetto Vincenzo Ghinelli. Dal 1846 il Teatro Bonci è stato fulcro di numerosi significativi eventi che hanno lasciato spazio, fra le altre, a due compagnie cesenati di fama nazionale e internazionale: il Teatro Valdoca e la Socìetas "Raffaello Sanzio". Dei vari spettacoli ospitati sul palcoscenico del Bonci sono state selezionate alcune fotografie. Agli artisti invitati - Paola Babini (Ravenna, 1962), Moreno Bondi (Carrara, 1959), Paola Campidelli (Longiano, 1948), Daniele Masini (Forlì, 1951), Carlo Ravaioli (Coccolia - Ravenna, 1954), Eros Renzetti (Roma 1965) - è stato chiesto di reinterpretarle, con il loro stile e la loro sensibilità artistica.

Così, in un autentico "cortocircuito", si offrono oggi allo sguardo - congiuntamente ai dipinti - quale "omaggio nell'omaggio" in un dialogo sincronico e diacronico tra arte figurativa e arte scenica, memoria di una comune radice "visiva" del teatro e dell'arte, senza dimenticare quella speciale "dimensione numerologica" che l'anniversario offre. Il catalogo (Il Vicolo editore) documenta tutte le opere degli artisti invitati e le fotografie prescelte i testi istituzionali e critici, un contributo a firma dell'architetto Elisabetta Vasumi Roveri che riassume le vicende storiche del "glorioso" Teatro Alessandro Bonci, una riflessione del poeta-drammaturgo Fabrizio Parrini e la testimonianza dei laboratori teatrali. (Comunicato stampa Il Vicolo)




Locandina della mostra Conceptual Photography Conceptual Photography
Fotografia Concettuale italiana e internazionale anni '60 / '70


07 agosto (inaugurazione ore 18.30) - 04 settembre 2016
TOMAV Torre di Moresco Centro Arti Visive - Moresco (Fm)
www.osartgallery.com

Artisti: Vito Acconci, Vincenzo Agnetti, Carlo Massimo Asnaghi, Giuseppe Chiari, Giuseppe Desiato, Joe Jones, Kenneth Josephson, Ketty La Rocca, Elio Mariani, Duane Michals, Dennis Oppenheim, Claudio Parmiggiani, Aldo Tagliaferro, Franco Vaccari, Minor White, Michele Zaza.

Mostra antologica, curata da Osart Gallery, interamente dedicata alla fotografia concettuale internazionale. Sulla scia del successo ottenuto con la prima edizione, svoltasi lo scorso febbraio presso la sede milanese della galleria, ora Conceptual photography si arricchisce di altri numerosi e importantissimi protagonisti che hanno contribuito in maniera decisiva a creare e a diffondere nel mondo nuovi modi di creare arte a 360 gradi attraverso il medium fotografico. A differenza del fotografo che raffigura le situazioni che scopre nel corso dei suoi viaggi attraverso la realtà, questi protagonisti dell'arte fotografica concettuale trasfigurano ogni aspetto di quanto esiste nel mondo in immagini riprese sì fotograficamente ma che vengono ideate, interpretate e trasformate attraverso la loro mente, le loro emozioni, e le loro idee umane e sociali.

Il percorso espositivo si snoda attraverso i quattro piani di questa storica Torre eptagonale, costruita nel XII secolo. Possiamo così soffermarci a scoprire i modi in cui ognuno di questi straordinari reinventori della fotografia ha adottato ed adattato le molteplici tecniche di questo eccezionale linguaggio espressivo – in modo da esaltare sia il potenziale di invenzione della loro struttura tecnico-meccanica che le scoperte visivo-narrative delle singole opere. Gli strumenti linguistici e tecnici usati da ognuno sono infatti molto vari: vi sono tra gli altri immagini pure, sequenze, dittici, creazioni ibride che introducono il video, e fotografie che arricchiscono il ritmo dei racconti e dei concetti con l'introduzione di appunti, parole, sequenze numeriche, simboli e segni grafici come contemporaneamente i più avanzati facevano in pittura.

Nonostante la diversità di metodologie che ritroveremo poi nel percorso espositivo, ciascuno di noi può rintracciare un fil rouge che prescinde dall'allestimento fisico delle opere. Qui di seguito, proponiamo infatti una disposizione che evidenzia le principali tecniche con cui gli artisti, qui in mostra, si sono confrontati.Una delle soluzioni elaborate prevede l'utilizzo di sequenze. Fra le sequenze, che trasformano l'uso degli scatti meccanici in veri e propri racconti, troviamo Michals con Things are queer (1971); Parmiggiani con le sue celebri Mucche zoogeografiche (1973); nonchè il Naufragio euforico (1974) di Zaza e I, II, III (1984) di Chiari.

Nei sette pannelli che compongono il Progetto panteistico (1973) di Agnetti poi ci troviamo a fare i conti con il possibile effetto che lo scorrere del tempo - in cui egli ci coinvolge attraverso il processo naturale sapientemente riprodotto dalla crescita di una foglia – può avere per ognuno di noi. Agnetti, come Acconci, Jones, La Rocca ed Oppenheim, accosta anche alla pratica fotografica l'inserimento di appunti, sequenze numeriche, simboli e segni grafici vari, collegati coi significati concettuali che ognuno degli artisti persegue. In Control Box (1971) ad esempio Acconci inserisce, datandole un giorno dopo l'altro, le pagine di un suo diario in cui mostra il rapporto ossessivo e contorto che lega lui ad un gatto.

La fotografia per Ketty La Rocca acquisisce veridicità se è accompagnata dalla parola e dal segno. Nell'opera La Galleria (1974), appartenente alle Riduzioni, l'immagine fotografica, tratta da un momento saliente della vita dell'artista, viene come "cancellata". E' l'inchiostro che ci guida nella lettura. Sulla carta, la calligrafia minuta di Ketty ci permette di ri-leggere ciò che vediamo senza cadere nello stereotipo mass mediatico. I bianchi e neri di White hanno la capacità di mostrarsi, come lui stesso afferma, per "ciò che sono di diverso" (for what else they are). La potenza della sua ricerca fotografica si esprime soprattutto attraverso la cura del particolare che in opere come Statue (1973) diventa il tutto.

Ken Josephson crea a sua volta racconti in cui realtà e finzione sono presentati sia come forme visive che come opzioni alternative di parole e immagini in cui si lascia al desiderio di ognuno di distinguere una eventuale momentanea verità. Per Tagliaferro e Mariani, il procedimento "meccanico" di riproduzione dell'immagine si concretizza tramite la tecnica del riporto fotografico: i bozzetti di Mariani (1976) trasferiscono su tavola alcune scritte che richiamano le testate giornalistiche degli anni '70, mentre il dittico Identificazione mnemonica (1972) di Tagliaferro confronta, su tela emulsionata, il ricordo più o meno vivido di un luogo con la sua esposizione fotografica. In un altro caso, Asnaghi si ispira alla consequenzialità fra la fotografia e l'emergere dei videotapes. In Mito Istantaneo (1974) Franco Vaccari innesca il processo tipico delle sue Esposizioni in tempo reale (n°7). In questo caso è lo scatto con una polaroid a dare inizio al processo.

Vaccari, infatti, avendo a disposizione due ambienti, in uno fotografava i visitatori, nell'altro faceva proiettare sulle pareti la foto appena fatta che in questo modo risultava ingigantita. Chi era stato fotografato, quando scopriva la propria immagine proiettata, veniva illuminato e rifotografato insieme a questa. Desiato, infine, ha un altro obiettivo con il suo Rayogramme (1978) di ispirazione dadaista: documentare le sue "esibizioni". La fotografia contiene pezzi di tulle e nastri utilizzati durante la performance quasi a testimoniare la sua reale avvenuta. Alla fine di questo percorso in cui ognuno di questi grandi maestri ha espresso la propria personalità creativa, anche noi scopriamo di saper coltivare in noi stessi i concetti da cui essi sono partiti, e cioè che la fotografia non è solo immagine ma diventa un linguaggio comune che tutti ci unisce per creare, rivelare, condividere, raccontare e reinventare le idee e la vita nel mondo di tutti i giorni. (Comunicato stampa Osart Gallery)




Magdalena Correa
termina il 10 settembre 2016
Museolaboratorio Ex Manifattura Tabacchi - Città Sant'Angelo (Pescara)
www.museolaboratorio.org

Magdalena Correa (Cile, 1968) è un'artista visiva che predilige la fotografia e la video installazione, si è formata tra Santiago del Cile e Barcellona (Spagna). Nella sua personale in Italia presenterà le foto del progetto La Riconada e cinque videoinstallazioni: Patagonia (2006), Fanfarria (2009), (Paralleles I) (2010), Paralleles II (2010), de La Ceguera (2013). La Rinconada è un piccolo villaggio che si trova a 5.600 metri dal livello del mare, nel distretto di Ananea provincia di San Antonio de Putina del Dipartimento di Puno, in Perù. In questo lavoro l'artista propone di esplorare quelle aree che sono in isolamento, aree di insicurezza e di abbandono, in cui si sviluppa una forma di vita umana precaria che deve anche fare i conti con i forti vincoli imposti da una natura di grande potenza. Nelle opere video, l'artista, riflette e rimonta le esperienze dei suoi viaggi, delle sue esplorazioni.

"Mi commuove guardare e soffermarmi su quegli spazi geografici e umani isolati e sconosciuti che coesistono naturalmente col nostro quotidiano, ma non sono oggetto della nostra attenzione giacchè viviamo ben sicuri nelle nostre comodità e non abbiamo bisogno di preoccuparci della loro esistenza. La maggior parte delle volte non è facile raggiungerli, oppure semplicemente non appaiono sulle carte geografiche. Le mie esperienze con la gente del posto, il lavoro dei campi in questi territori li catturo attraverso la fotografia e il video, mi danno una materia prima che poi re-interpreto e rielaboro dal mio punto di vista personale, l'intento è quello di ottenere la consapevolezza. Il mio intento è quello di sensibilizzare lo spettatore e di farlo riflettere sulla vita della gente in quei territori.

In breve: dimostrare la loro esistenza. Prima di iniziare un viaggio, studio le varie località dove mi interessa fare un "lavoro sul campo". La condivisione con il paesaggio umano e geografico dura circa un mese e le condizioni di base di cibo, alloggio e trasferimenti sono facilitati dagli stessi abitanti del luogo. Convivere con il luogo e i suoi abitanti, nelle stesse condizioni loro, mi fa diventare uno di loro, non un turista o uno spettatore". Il suo lavoro è apparso in recenti pubblicazioni come Babelia, (EL PAIS), ABC culturale, culturale mondiale, El Mercurio (Cile), etc. Il suo lavoro forma una parte della collezione di istituzioni come: Centro di Arte e Natura di Huesca; Museo di Belle Arti di Santander; (IVAM) Istituto Valenciano d'Arte Moderna; Museo d'Arte Contemporanea di Santiago del Cile, o collezioni private. (Comunicato stampa)




Opera di Paolo Gubinelli dalla mostra a Modena Tra se/ogno e poesia. I libri di Paolo Gubinelli
termina il 30 luglio 2016
Biblioteca civica d'arte Luigi Poletti - Modena

Paolo Gubinelli è un artista lirico che si rapporta alla poesia nella costante ricerca del verso poetico come fonte e finalità di creazione artistica; a lui tanti poeti, spesso contemporanei, e fra i maggiori, hanno dedicato versi in dialogo con la sua opera. (Matelica - Macerata, 1945), diplomato presso l'Istituto d'Arte di Macerata, ha proseguito gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca; conosce e stabilisce un'intesa di idee con artisti e architetti tra i quali Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Scanavino, Edgardo Mannucci, Mario Nigro, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini.

Partecipa a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. Di lui hanno scritto importanti critici tra cui Giulio Carlo Argan, Carlo Belloli, Bruno Corà, Enrico Crispolti, Lara Vinca Masini, Antonio Paolucci e Cesare Vivaldi. Le sue opere hanno accompagnanto i testi poetici inediti di molti poeti contemporanei: Adonis, Luciano Erba, Tonino Guerra, Mario Luzi, Alda Merini, Roberto Roversi, Maria Luisa Spaziani, Andrea Zanzotto. Dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, ha maturato nel corso del tempo un vivo interesse per la carta, sentita come mezzo più congeniale di espressione artistica.

In una prima fase ha operato su cartoncino bianco, particolarmente morbido al tatto e ricettivo alla luce, poi inciso a formare strutture geometriche; successivamente ha sostituito al cartoncino bianco la carta trasparente, incisa e piegata, i cui fogli possono essere disposti in progressione ritmico dinamica, o in rotoli che si svolgono come papiri su cui le lievissime incisioni, ai limiti della percezione, diventano i segni di una poesia non verbale. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il segno geometrico viene abbandonato per un'espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, il libero imprevedibile moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirico-musicale. Oggi questo linguaggio si arricchisce sulla carta di toni e di gesti acquerellati acquistando una più intima densità di significati. (Comunicato stampa)

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Paolo Gubinelli
09-30 luglio 2016
Musei Civici L. Barni - Vigevano

«Parlare delle mie "carte" è pretendere un distacco emotivo-intellettuale e un trasferimento da un linguaggio a me più proprio (quello dell'opera) ad un altro più estraneo, quello verbale, con l'inquietudine e il disagio, sempre di travisare i contenuti e le motivazioni del mio lavoro. (...)» (Paolo Gubinelli, Firenze, gennaio 1975 - Autopresentazione, Ed. Galleria Indiano Grafica - Firenze, 1977)

Presentazione mostra




Tino Stefanoni - Senza-titolo B74 - acrilici su tela cm.40x30 1991 Tino Stefanoni - Senza titolo Z482 - acrilici su tela cm.32x46 2016 Tino Stefanoni - Senza titolo Z491 - acrilici su tela cm.36x36 2016 Tino Stefanoni - Senza titolo ZA10 - acrilici su tela cm.32x46 2016 Tino Stefanoni: Senza titolo a Roma
termina il 15 settembre 2016
Galleria PIOMONTI arte contemporanea - Roma
www.piomonti.com

Si presentano sette opere recenti dove l'artista, come da sempre, ha guardato al mondo delle cose e degli oggetti del quotidiano, (anche una casa è una cosa e un albero diventa una cosa... dice l'artista, il mondo delle cose è di nostra totale pertinenza, ed è l'unico segno tangibile della nostra esistenza, traccia del nostro pensiero e della nostra storia, dove si possono creare arte e bellezza che non sono l'arte e la bellezza della natura). Nella ricerca di Stefanoni c'è l'interesse a voler presentare le cose più che a volerle rappresentare, aggiungendo ironia e incantesimo, un'operazione asettica come in un sogno lucido, che può far convivere elementarità e mistero, due elementi che per loro natura non sono affatto prossimi ma vicini per contrappunto, diciamo un coinvolgente enigma dell'ovvio.

Il suo lavoro all'apparenza "classico", nasconde quel momento lirico-concettuale del fare "razionale" e, per assurdo, "sentimentalmente razionale", al punto da voler sottolineare che la sua opera è null'altro che un oggetto per la mente, sperando che questo enigma dell'ovvio si tramuti in poesia. Nicola Monti dedicherà una poesia all'opera di Tino Stefanoni. Il 15 luglio alla galleria Idill'io di Pio Monti a Recanati, Stefanoni presenterà un suo omaggio a Giacomo Leopardi a cura di Nikla Cingolani. (Comunicato stampa)




Opera di Claudio Tozzi Claudio Tozzi
Nuova pittura figurativa e nascita della Pop Art 1967-1971


termina il 18 settembre 2016
Villa Croce - Genova

Villa Croce, in collaborazione con Cecilia Brunson Projects e Almeida e Dale Art Gallery, presenta la prima personale in Italia dell'artista brasiliano. La pittura di Claudio Tozzi (Sao Paulo - Brasile, 1944), uno dei più importanti esponenti dell'avanguardia brasiliana negli anni Sessanta, racconta le complesse vicende politiche del Brasile tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70. L'artista per poter produrre opere d'arte in grado di superare la censura e le sue conseguenze durante gli anni più duri della dittatura, che durò fino al 1985, scelse la Pop Art trasformando le sue fotografie in quadri contemporanei ispirati ai fumetti come artisti a lui contemporanei quali Roy Lichteinstein e Sigmar Polke.

Mentre i nomi di punta della Pop Art britannica e americana celebravano la cultura pop del consumo, i lavori di Tozzi si pongono critici nei confronti della cultura di quegli anni, attraverso una visione politica molto personale. L'obiettivo di Claudio Tozzi era quello diffondere l'arte come forma di mobilitazione politica. Attraverso il linguaggio della pop art riuscì, infatti, a comunicare il dilagante senso di rivolta del tempo contro il regime brasiliano tra cui si ricorda "La marcia dei centomila", manifestazione studentesca svoltasi a Rio de Janeiro nel 1968. Specchio del sentimento di fervore e malcontento di quegli anni è Multidão (1968); l'opera raffigura una folla in marcia durante una protesta, dove ogni figura sembra fondersi nella forza del movimento stesso.

Nella semplicità di questa immagine, resa con vernice industriale su poliestere, Tozzi è riuscito a creare una metafora forte, in grado di rappresentare il potere dell'individuo nella moltitudine. Questo concetto lo ritroviamo anche nel ritratto della leggenda del calcio Pelé (Pelé, 1969-1970) che, rappresentato con i colori primari della bandiera brasiliana, il giallo e il blu, assume un connotato di potere capace di muovere e rinvigorire le masse. Il fascino della Pop Art è ulteriormente esplorato da Tozzi con l'immagine straordinaria e iconica di Che Guevara (la doppia versione di Guevara, 1967). Questa immagine, come nessun'altra, è stata riprodotta, copiata e assorbita fino a raggiungere uno status di culto vero e proprio.

I ritratti degli astronauti (Austronauta, 1969) risentono della claustrofobia e della tensione politica sprigionate durante la guerra fredda quando le super potenze erano in corsa per lo spazio. Nel primo lavoro è rappresentato un astronauta americano con la bandiera stelle e strisce sullo sfondo mentre nel secondo un cosmonauta russo, dentro il suo razzo, guarda pensieroso fuori nello spazio. Le linee audaci e la forza dei colori caldi, spesso resi con vernici industriali, sono in linea con le immagini della cultura popolare e sono accenno della carriera iniziale di Tozzi come grafico. (Comunicato stampa)




Eadweard Muybridge
termina lo 01 ottobre 2016
Galleria Gruppo Credito Valtellinese - Milano

Mostra italiana su Eadweard Muybridge (1830-1904), il fotografo che "inventò" il movimento, influenzando con le sue immagini Degas e gli artisti del suo tempo, anticipando la nascita del cinema. Con la curatela di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio. Muybridge, inglese emigrato negli States, ebbe il primo approccio professionale con la fotografia documentando la potente bellezza del Parco Nazionale di Yosemite. Poi la curiosità di un uomo d'affari lo spinse a verificare l'ipotesi se, nel galoppo, tutte e quattro le zampe del cavallo risultassero contemporaneamente alzate rispetto al suolo, come le aveva dipinte, per esempio, l'artista francese Théodore Géricault nel dipinto Il Derby a Epson (1821).

Utilizzando 24 fotocamere collegate ad altrettanti fili lungo il percorso, Muybridge ottenne una sequenza di immagini che documentavano con assoluta precisione il movimento dei cavalli, confermando che per alcuni istanti effettivamente nel galoppo l'intero loro corpo risulta sollevato dal suolo, ma indicando anche che l'estensione delle zampe risultava del tutto diversa da quella immaginata agli artisti. Paul Valéry riconobbe come "le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo". Queste immagini divennero celebri: molti artisti, e tra loro Degas, capirono l'importanza della fotografia come fonte di documentazione oltre la capacità visiva.

Divenne comune trasporre dalle foto non solo il movimento invisibile all'occhio umano ma anche altri aspetti della realtà, giungendo ad dipingere direttamente sull'immagine fotografica. Dopo i cavalli, gli uccelli in volo e il movimento degli animali dello Zoo di Philadelphia, il soggetto diventò l'uomo. Con la collaborazione dell'Università di Pennsylvania, Muybridge mise a punto lo Zoopraxiscopio, uno strumento simile allo Zoetropio, che consentiva di proiettare le immagini, rendendole così contemporaneamente visibili. Come al cinema. Oltre a presentare un focus sulla storica produzione di Muybridge. Verrà anche ricomposto, in chiave contemporanea, il set che egli usava per gli scatti in piano sequenza. Del percorso di visita fa' parte anche un "film stenopeico", docu-films originali realizzati da Paolo Gioli. Il catalogo propone un saggio a carattere storico del prof. Italo Zannier, un testo di analisi della mostra a cura di Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra e una piccola sezione cinematografica firmata Paolo Gioli. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Emilio Isgrò Emilio Isgrò
termina il 25 settembre 2016
Palazzo Reale, Gallerie d'Italia, Casa del Manzoni - Milano

Grande antologica contemporaneamente allestita in più sedi, a cura di Marco Bazzini. A Palazzo Reale, una selezione di lavori storici ricca di oltre 200 opere tra libri cancellati, quadri e installazioni; alle Gallerie d'Italia, l'anteprima del celebre ritratto di Alessandro Manzoni dipinto da Hayez e cancellato in bianco; a Casa del Manzoni, I promessi sposi cancellati per venticinque lettori e dieci appestati.

La mostra nelle sale del piano nobile di Palazzo Reale presenta il corpus di opere storiche, modulato attraverso blocchi tematici e intervallato da grandi installazioni, che rappresentano uno degli aspetti più significativi, ma ancora poco conosciuti, della sua complessa produzione. Una scelta che lega visivamente i diversi lavori e svela al pubblico i passaggi e le evoluzioni che la cancellatura ha avuto nel tempo. L'esposizione si apre con una riflessione sull'identità e l'autorialità, temi che l'artista ha toccato fin dalla fine degli anni Sessanta con le opere Il Cristo cancellatore (1968) e Dichiaro di non essere Emilio Isgrò (1971), per arrivare quarant'anni dopo al Dichiaro di essere Emilio Isgrò, l'imponente opera che ha dato il titolo alla sua antologica al Centro Luigi Pecci di Prato (2008).

Successivamente, è affrontata quella che l'artista ha definito "arte generale del segno", ovvero l'evoluzione nel tempo della cancellatura e della poesia visiva. Dalle prime cancellature degli anni Sessanta all'Enciclopedia Treccani (1970), da I promessi sposi non erano due (1967) alla Costituzione cancellata (2010), alla Cancellazione del debito pubblico (2011), al Trittico del Sole (2013) e a Modello Italia (2013). E, inoltre, le prime poesie visive, tra cui le famose Wolkswagen (1964) e Jacqueline (1965), insieme a un inedito Antony and Cleopatra (1966), alle "storie rosse" (alcune di queste mai esposte finora) e all'installazione-ambiente Giap, riproposta al pubblico dopo la prima esposizione nel 1975 alla Galleria Blu di Milano.

Il percorso prosegue con il racconto del passaggio che dalle "lettere estratte" (lettere o note musicali estrapolate dal loro contesto) ha portato alla nascita delle "macchie" e alla cancellatura come gesto incline alla pittura, ma ancora non pittorico. Il segno, nei primi anni Ottanta, da nero si muta in bianco, e al testo scritto spesso si sostituisce un'immagine. Le installazioni L'ora italiana (1985) e La veglia di Bach (1985), ricostruite in mostra, rappresentano la straordinaria summa di questa ricerca. Una ricerca che ha portato alla realizzazione del ciclo Guglielmo Tell, presentato nella sala personale alla 45° Biennale di Venezia (1993) e ora riallestito a Palazzo Reale. Come focus indispensabile alla comprensione dell'opera dell'artista, sarà riproposta al centro del percorso espositivo di Palazzo Reale l'installazione-partitura per quindici pianoforti Chopin. Trova inoltre spazio un'altra variante concettuale della cancellatura, i "particolari ingranditi", dei quali Isgrò dice: "Una parola cancellata sarà sempre una macchia, ma resta pur sempre una parola. (...)

L'esposizione di Palazzo Reale termina con una sala dedicata alla "trilogia dei censurati", un ciclo di lavori che Isgrò ha dedicato nel 2014 a personaggi la cui sorte fu condizionata da opinioni e poteri consolidati. Protagonisti di questo ciclo sono Giovanni Pico della Mirandola e le sue Conclusiones cancellate; i notevoli ritratti di Galileo Galilei, Girolamo Savonarola e Curzio Malaparte; e infine Giovanni Testori. La mostra prosegue alle Gallerie d'Italia L'occhio di Alessandro Manzoni, una inattesa, emozionante cancellazione del famoso ritratto di Hayez. Isgrò riconosce nel grande scrittore il simbolo di una unità nazionale oggi più che mai necessaria nell'Italia che cambia con l'Europa e con il mondo. Non è un caso, infatti, che la mostra si concluda a Casa del Manzoni, dove l'artista ritorna a distanza di cinquant'anni sul capolavoro manzoniano cancellandone venticinque volumi (+ 10), lo stesso numero di lettori che l'autoironico, scaramantico figlio di Giulia Beccaria prevedeva per se stesso.

Emilio Isgrò (Barcellona di Sicilia, 1937), arriva a Milano nel 1956. Con le prime cancellature realizzate nel 1964 Emilio Isgrò ha fondato un nuovo linguaggio di grande originalità e trasparenza. Da oltre cinquant'anni l'artista interviene sul testo in tutte le lingue e in tutte le forme (libri, manifesti, telex, giornali) coprendo con un segno la quasi totalità delle parole per far emergere frasi e piccoli frammenti: espressioni monche vòlte a ricostruire quelle identità umane che rischiano di essere definitivamente travolte da guerre e da conflitti non soltanto mediatici. Ma parallelamente alla trasformazione dei testi in un'indecifrabile, affascinante griglia pittorica, Isgrò ha utilizzato la parola anche per scrivere poesie, romanzi, drammi, tragedie teatrali, articoli su giornali e riviste.

Questa sua estrema libertà nell'uso del linguaggio lo rende una figura pressoché unica nel panorama dell'arte contemporanea nazionale e internazionale facendone uno degli indiscussi protagonisti. Attraverso un percorso ricco e lineare, Isgrò è stato tra il 1964 e il 1975 il massimo autore e teorico della poesia visiva, prendendone le distanze quando ha considerato esaurita la forza propulsiva del movimento; ha anticipato l'arte concettuale, di cui però non ha mai condiviso le regole restrittive; ha rinnovato la sua ricerca sperimentale, ritornando alla parola e all'impegno etico; e si è confrontato, infine, con i temi più pressanti della globalizzazione, rimettendo al centro del dibattito la cultura mediterranea. (Comunicato ufficio stampa Electa)




Garry Winogrand: Women (are beautiful)
termina lo 09 ottobre 2016
Museo d'Arte della Provincia di Nuoro
www.museoman.it

A un anno dal successo della mostra di Vivian Maier, la mostra, a cura di Lola Garrido, realizzata in collaborazione con diChroma Photography, presenta, per la prima volta in Italia, la collezione completa delle fotografie che, nel 1975, andarono a comporre il celebre volume Women are Beautiful, divenuto oggi un oggetto di culto. Immagini istantanee, qui proposte attraverso una serie di stampe originali, che celebrano la figura femminile con uno sguardo autentico, in cui si mescolano ammirazione e ironia, venerazione e sarcasmo. Negli ultimi anni il lavoro di Winogrand (1928-1984) è stato in più occasioni accostato a quello di Vivian Maier. Anche lui, come l'ormai celebre tata fotografa, operò nelle strade di New York a partire dai primi anni Sessanta, portando avanti un lavoro capillare e ossessivo di reportage.

Winogrand è stato uno dei più importanti cronisti della società americana, oltre che uno dei più celebri fotografi internazionali degli anni Sessanta e Settanta. Il suo sguardo sulle abitudini dei cittadini statunitensi, apparentemente distratto, quasi casuale, spesso ironico, fu influenzato soprattutto dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans, che reinterpretò in una forma nuova e radicale. Winogrand individuò negli anonimi abitanti delle città americane il soggetto ideale per dare corpo alla propria visione del mondo, raccontando storie laterali, prive di copione o colpi di scena, in luoghi pubblici. La sua tecnica si contraddistingue per l'utilizzo di obiettivi grandangolari. I tanti provini giunti sino a noi dimostrano come Winogrand ricercasse volontariamente la presenza di uno spazio esterno al soggetto, spesso forzando l'inclinazione della macchina fotografica.

Com'è stato scritto in più occasioni, sarebbe sbagliato liquidare questi sfondi come elementi secondari, come un "rumore" visivo irrilevante. Secondo l'originale visione di Winogrand, i dettagli esterni, inclusi nella cornice della fotografia, contribuivano invece ad accrescere la forza e il significato del soggetto ritratto. Un lavoro per molti aspetti controverso, parallelo a quello dei poeti della Beat Generation, a cui non furono risparmiate pesanti critiche. Ciò che appare evidente è che non si tratta di una riflessione superficiale sui nuovi concetti di bellezza, ma piuttosto di una descrizione delle conseguenze sociali della controcultura americana, oltre che di una dichiarazione di sostegno ai diritti e alla libertà delle donne in un momento in cui il conservatorismo puritano sembrava volere rimettere in discussione alcune delle più importanti conquiste del dopoguerra. Il noto fotografo Joel Meyerowitz, ha parlato di "un urto e un abbraccio allo stesso tempo: lui è una contraddizione e le immagini sono contradditorie".

Garry Winogrand (1928-1984) nasce in una famiglia operaia del Bronx. Studia pittura al City College di New York e fotografia presso la Columbia University. Nel 1949 frequenta un corso di fotogiornalismo presso la New School for Social Research di New York e dal 1952 fino al 1969 lavora come fotoreporter freelance. La sua prima esposizione di rilievo si tiene al Moma nel 1963. Nel 1966 espone le sue foto nella mostra Toward a social landscape alla George Eastman House di Rochester, insieme a Lee Friedlander, amico e compagno di peregrinazioni. Con lui e con Diane Arbus partecipa alla mostra New Documents (Moma, 1967). Ha vinto tre volte il Gugghenheim Fellowship Awards (1964, 1969, 1979) e un a volta il National Endowment of the Arts Award (1979). Le fotografie documentaristiche di Garry Winogrand sono apparse in riviste come "Sports Illustrated", "Fortune" e "Life". Ha lasciato un enorme archivio di immagini, molte delle quali mai sviluppate. Alcune di queste sono state raccolte, esposte e pubblicate dal Moma nel volume Winogrand. Figments from the Real World (1988). Opere di Winogrand sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, come il Moma di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi.

Lola Garrido è una storica dell'arte specializzata in fotografia. E' stata responsabile della collezione della Fondazione Banesto. Come critica d'arte ha collaborato con i più importanti giornali spagnoli. La sua personale collezione di fotografia è stata oggetto di numerose mostre. (Comunicato ufficio Stampa Studio Esseci)

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Vivian Maier: Street Photographer
10 luglio - 18 ottobre 2015
MAN Museo d'Arte Provincia di Nuoro
Presentazione mostra




Opera di Mario Vespasiani Mario Vespasiani
L'arte alchemica e la leggenda della pittura dal 1400 ad oggi


termina lo 04 settembre 2016
Pinacoteca Civica - Fortunato Duranti - Montefortino (FM)
www.mariovespasiani.com

La più recente ricerca dell'artista Mario Vespasiani (1978) in dialogo con le opere della Collezione Duranti della Pinacoteca Civica, secondo un preciso percorso stilistico ed iconografico, che collega e dona un'inedita chiave di lettura, non solo ai lavori esposti ma anche a un luogo che come pochi intreccia spiritualità e leggenda. Mario Vespasiani non nuovo alle contaminazioni con la grande arte (da ricordarsi le sue mostre con Mario Schifano nel 2008, con Osvaldo Licini nel 2010, con Lorenzo Lotto nel 2012 e nel 2015 con Mario Giacomelli) sceglie questa volta non un autore bensì un'intera pinacoteca, per cercare di trasmettere le metamorfosi che nell'arte avvengono nella materia e dunque nel gesto, quanto nel suo significato simbolico.

Innanzi tutto è importante precisare che Arte alchemica è da intendersi non come una pratica esoterica bensì in un processo di conoscenza, di individuazione del proprio sé, suddiviso in tre fasi: psichica (il significato dell'opera), sensoriale (la funzione emotiva) e intuitiva (la gestualità pittorica). Varcando i limiti imposti dalla visione tradizionale del museo, le opere in mostra si aprono all'esperienza che svela non soltanto il risultato finale dell'immagine, ma anche gli archetipi da sempre esistiti, che si ritrovano nelle tracce lasciate dalla natura sul paesaggio e dall'uomo sulle pareti delle caverne e delle chiese, nella mitologia e nel sacro. Le opere si caricano dunque di una valenza simbolica, che trasforma la materia al punto da farla sparire e ricomparire sotto altre sembianze, sotto altri temi, come fosse la scoperta di un altro particolare aspetto della natura umana.

Seguendo il criterio di Duranti, di una collezione che porta con sé il fascino e il mistero di una "wunderkammer", Vespasiani sceglie di presentare le sue opere più recenti e mai esposte, le quali abbandonano la figurazione per sporgersi nel territorio dell'informale, dove il segno estremo ed essenziale, si pone nel momento in cui la visione diventa micro e macrocosmica, aperta ad un movimento che appare come un processo conoscitivo in atto. L'autore mette al centro dell'evento la vitalità del gesto, l'atto di coraggio di chi con decisione si immerge nel magma incandescente dei sensi che, nella fusione col tutto, riportano in superficie non forme immediatamente riconoscibili, bensì il principio in cui la materia recupera il suo aspetto originario. I nuovi dipinti di Vespasiani non citano dunque le opere presenti nella pinacoteca nei temi o nelle tecniche, ma mostrano l'avanzamento della pittura da cogliere nel segno iniziale, ciò che le dà origine e che sfuma non nell'imitazione quanto nell'aderenza ai principi creativi del mondo.

Il senso di Arte alchemica, non è perciò da confondere con un certo pensiero comune che è solito identificarla in una scienza immaginaria, in una sorta di pratica magica che trasforma gli oggetti in oro, ma si rivolge alle virtù innate dell'uomo, le quali si manifestano in quel fare esperienza di sé, oggettiva e soggettiva che sia, nell'interiorità come al di fuori, nello spirito e nella materia. Una mostra che si presenta in aderenza col tessuto vitale del territorio, rispecchiando gli scenari naturali che si perdono nelle vette e nei corsi d'acqua, di cui le opere sembrano fissarne il fluire, come la vita effimera dei fiori e le impronte lasciate dagli animali selvatici, avviando il racconto di quelle storie mitiche che nel vicino Santuario della Madonna dell'Ambro affrescato persino con le immagini delle Sibille, si abbracciano con la fede.

Anche il criterio dell'allestimento rispecchia l'indole visionaria di Duranti, e quella sua qualità eccentrica di pittore nel comporre le figure in rapporto alle opere altrui, che in quel suo volontario isolamento era solito circondarsi da veri e propri "assemblages" di dipinti con i quali si poneva in continuo colloquio, occupando tutto lo spazio disponibile. Vespasiani adotta il gusto da allestitore di Duranti, che in controtendenza rispetto all'organizzazione razionalizzata della galleria nobiliare del suo tempo, trovava in quella più arcaica del "cabinet des curiosités" la sua volontà enciclopedica di riunire il sapere in un "fare alchemico", dove le difformità degli insiemi, ieri come oggi vanno a caricare il luogo di valenze criptiche, personali e comunque legate ad una profonda spiritualità.

Il collegamento con le opere della collezione permanente si scorge dunque nella continua connessione tra le varie epoche, sottolineando come la natura e l'uomo nel corso dei secoli siano sempre gli stessi, ma sono trasformati nelle loro apparenze. Perciò la ricerca di Vespasiani si svela come un'apparizione, come un volo o un ritmo che coglie, non la ripetizione di uno stile o di un linguaggio già assimilato, ma una sottile vibrazione da tramandare, che narra coi suoi colori la leggenda della pittura. (Comunicato stampa)




Elisabetta Bacci - Piers - allestimento al Museo Galata di Genova 2014 Mirko Rajnar - Jutro - olio su tela cm.110x160 ph Dusan Antolin 2006 Trait d'union
Bacci > Rainar


termina il 31 luglio 2016
Museo d'Arte Moderna Ugo Carà - Muggia (Trieste)

Motivi, situazioni, temi, all'apparenza diversi, si dispiegano in un unico progetto espositivo. E' questo il caso del contrappunto che viene a crearsi con le opere di Elisabetta Bacci e Mirko Rajnar messe a confronto e in dialogo. E, sebbene la declinazione delle singole opere conduca a una apparente diversità, l'impeto generatore, per ambedue questi artisti è il medesimo: l'impeto che li unisce è il ragionare sulla luce, attorno alla luce, con la luce. Un modo questo, per dire che il colore, è il vero e proprio assillo del loro pensiero e il loro profondo trait d'union. Il colore in tutte le sue declinazioni cromatiche e nella disposizione alternata nel caso della Bacci e nell'intera possibilità del suo azzeramento nel caso di Rajar.

Per Elisabetta Bacci, la stesura del colore si manifesta nella costruzione dello spazio disegnato, diviene architettura come definizione del dettaglio all'interno della macrostruttura e come definizione di luoghi simbolici. (...) Stiamo riferendoci a un qualcosa che trova nella definizione pulita e regolata e ripetuta della forma la sua ragion d'essere. L'arte pura, l'arte come analisi o come indagine (idea as idea), l'opera come entità reale o concreta o come oggetto separato, il quadro come un semplice insieme di segni linguistici o come substrato filosofico o come fenomenologia psicologica, viene qui superato.

La ripetizione è sviluppo cromatico, la ripetizione è un insieme di codici semplificati e facilmente riconoscibili: un alfabeto primario potremmo dire, quasi un ritorno alle origini del verbo, un ritorno a quella parola che fu creazione e che nel linguaggio visivo trova il suo contraltare nelle forme della geometria primaria, toccando quasi le corde di una sorta di Urgefühl o di sentimento originario. In questo modo la riflessione costruttiva che viene sviluppata in queste opere parte dal trilite, dal dolmen, come paradigma del costruire (i due pilastri e l'architrave a far da chiusura), ovvero dal numero tre: pochi elementi in raccordo tra di loro, tre entità distinte eppure dialoganti: il basso e l'alto e il soggetto che si inserisce in dialogo tra i due. Il tutto diviene non solo una metafora sintetica del nostro essere al mondo, un segno della coscienza vigile e attiva, ma anche un preciso riferimento alla forza simbolica del numero tre che, ricordiamolo è un'unità e una complessità divina.

Tracciare la linea, riempirne il campo che questa delimita, ripercorre un processo essenziale. Gli aspetti illustrativi vengono a mancare: l'evocazione di questi stanno in una sottotraccia davvero molto labile (il "pier" è un semplice trapezio che induce a pensare a una prospettiva raccorciata, la "tebah" è un semplice rettangolo d'oro). Il mondo con tutti i suoi dettagli è stato gettato alle spalle in un processo di purificazione che riconduce la cosa alla sua essenza, alla sua tipologia graficizzata, quasi fosse un marchio da dover riconoscere o identificare, un marchio liberato dalla scorza fisica al fine di cogliere l'essenza profonda della realtà. Non siamo di fronte a un oggetto trasfigurato in immagine, ma, al contrario, davanti a un'immagine che riesce a convertirsi in oggetto, nel senso che è la nostra proiezione intellettiva a creare un percorso di adeguamento e di identificazione.

La volontà di arrivare alla forma sintetica, idealmente pura e di per sé parlante, spoglia di dettagli esornativi, liscia e levigata solo dalle striature del colore, nemmeno materia solida e corporea, piuttosto campitura evanescente, è il risultato di un ragionare immersi nel magma della contemporaneità, dentro una cornice simbolica, sulle matrici storiche dell'astrazione ideologica, in primis Kandinsky, in secundis il costruttivismo, infine la pittura di Mark Rothko. Lo spirito di Kandinsky aleggia là dove si afferma risolutamente la necessità di liberare il colore da risvolti descrittivi o naturalistici, facendo leva invece sulla segreta essenza che aiuta a cogliere l'anima del reale. Del costruttivismo abbiamo la rappresentazione rigorosa e severa che si manifesta nel costruire per entità geometriche, lontane da qualsiasi furor o istanza espressionista, mentre di Rothko troviamo un ragionare sulla vaporizzazione del colore, sull'atmosfera, sull'evanescenza.

Non credo che in questo percorso di analisi della storia, alla ricerca dei propri punti di riferimento, dei propri valori, delle proprie radici, l'autrice pretenda di andare oltre questa filiazione diretta per accedere a delle ipotesi di inconscio lacaniano. La ricerca di termini minimi del discorso stanno tutti dentro la storia dell'arte e all'interno di un percorso di tipo spirituale che trova i suoi punti di riferimento nelle teorie antiscientifiche di Goethe e di Steiner, fino al colore simbolico del mandala buddista. Accostamenti di colore non certificabili sulla base di principi fisici, ma solo sulla base dell'empatia, sul contrasto cromatico di caldo e freddo, non di certo su ragionamenti di purovisibilità o di reazione percettivo-retinica, in una sorta di ricerca dei segni e dei gesti mitici di formazione del mondo, quasi a toccare una sorta di inizio primordiale della struttura architettonica che si traduce in composizione pittorica.

Il ciclo "Jutro" di Mirko Rajnar (che qui viene presentato in maniera complessa e articolata per la prima volta) risulta invece un po' anomalo rispetto all'intera sua produzione, perché l'autore usa la formula della citazione figurativa (la casa, l'albero, la linea dell'orizzonte) per ricondurre il tutto a un senso di perdita, di azzeramento, di vuoto (esteriore oserei direi). In questo senso la percezione dell'oggetto raffigurato si perde o diviene di secondaria importanza, un po' come nella serie prima delle cattedrali o poi delle ninfee di Monet. Se lì la guida non era data dal soggetto, bensì dal riverbero della luce, anche qui possiamo star certi che l'input non sia il soggetto, bensì il biancore della luccicanza vaporosa e innevata a cui tutto ritorna, strato dopo strato, come in un avvicinamento all'empireo dantesco.

Ora, il problema non è più retinico. Possiamo affermarlo con sicurezza: non siamo più all'interno di un sogno positivistico e la sfida non è più quella di conquistare la verità soggettiva dell'immagine raffigurata. Qui, in un certo senso, siamo di nuovo di fronte a un'onda filosofica e concettuale. E a un impeto (forse) di ricercata spiritualità. Ma l'autore è anche figlio della pittura di Olitski, di una pittura pulviscolare, palpabile, ovattata, sottrattiva e di evocazione. Nel ciclo "Jutro" (opere datate dal 2001 al 2016) la fisicità del paesaggio viene messa in discussione dalla tensione verso un biancore assoluto e dalla sfrangiatura dei contorni, determinata dalla sovrapposizione del pigmento e dalla sua "pastellatura".

Una radicalizzazione della struttura formale che ci porta in dono il sentimento della meraviglia, facendoci toccare con mano il significato delle cose che sappiamo vere, e che purtroppo sono state ripetute troppe volte per poterle trovare ancora interessanti. Infatti, il dilemma è: come interrogarci ancora di fronte a un paesaggio? Come sognare di fronte a un prato e a una casa? La risposta è: cancellando il senso descrittivo del paesaggio per farlo diventare segno di luce, relazionato o contrapposto o messo in parallelo con altri segni di luce.

E questo doppio modo di affrontare le modalità del dipingere (e che possiamo percepire di primo acchito) appartiene allo stesso sentimento che alberga nella poetica di Gerhard Richter: da una parte l'accenno figurativo della candela o del ritratto, dall'altra, con parallelismo perfetto, la macchia di colore che si fa istanza autonoma e imperiosa. Mondi opposti si incontrano, quindi, non sull'asse del racconto, quanto sul filo del concetto e sulla rarefazione dell'immagine, come nella più bella tradizione delle neoavanguardie. Il che è un po' come dire: questo cosmo sta sì di fronte ai nostri occhi, eppure noi stiamo per davvero da un'altra parte. (Roberto Vidali - curatore della mostra)

Elisabetta Bacci (Trieste), dopo aver vissuto a Venezia, Londra, New York, nel 1995 si trasferisce a Genova dove si diploma in pittura all'Accademia Ligustica di Belle Arti. Nel febbraio del 2008 consegue il diploma del biennio magistrale in arti visive e discipline dello spettacolo. Dal novembre 2004 al marzo 2005 frequenta il corso di scrittura creativa "Romanzo e Racconto" presso la Scuola Holden di Alessandro Baricco a Torino. Dall'ottobre 2003 al maggio 2004 collabora, in occasione di "Genova 2004 Città Europea della Cultura" con l'Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova e il Museo dell'Accademia, come responsabile della segreteria organizzativa e assistente ai curatori di due mostre: "Periplo del Mediterraneo" sezione emergenti, presso la Loggia di Banchi a cura di Marisa Vescovo e "Periplo del Mediterraneo" sezione artisti storici, presso il Museo dell'Accademia a cura di Maurizio Calvesi. In questa occasione, inoltre, collabora con Emilia Marasco, direttore didattico dell'Accademia di Belle Arti, all'organizzazione del "V Convegno delle Accademie del Mediterraneo". A Trieste collabora con il Gruppo 78, la Scuola del Vedere, Juliet e altre realtà culturali del territorio. Ricordiamo infine le sue più recenti personali "Uno + Uno" a cura di Alessandra Vicari, A.S.P. ITIS, Trieste (2013), "Piers" a cura di Emilia Marasco, Galata Museo del Mare, Genova (2014), "Piers e Tebah" a cura di Antonio Cattaruzza, Ai Fiori, Trieste (2015).

Mirko Rajnar (Murska Sobota, 1961) si è diplomato all'Accademia di Belle Arti di Lubiana nel 1988. Dal 1988 al 1994, ha affiancato la sua attività di pittore con quella di fashion designer per la firma Mura. Poi, dal 1995, nell'Associazione degli artisti sloveni, ha lavorato come artista free lance nel campo della pittura e nell'insegnamento delle arti visive. Per più di vent'anni ha portato avanti i suoi workshop e ha tenuto un corso di disegno all'istituto professionale di Murska Sobota. Si segnalano le mostre personali più recenti: Kranj, Galerija v mestni hiši (2010), Lendava, Galerija - Muzej Lendava (2011), Šibenik, Galerija Sveti Krševan (2014), Murska Sobota, Galerija Murska Sobota (1993, 1999, 2006, 2015).

Ha inoltre partecipato a innumerevoli mostre tematiche. Tra le tante si segnalano: "Artexchange", Varaždin, Gradski Muzej (2013), "Artexchange", Rovinj, Multimedijski, centar, (2015). Ricordiamo infine alcuni dei premi e riconoscimenti ricevuti: la targa per la partecipazione alla Biennale del piccolo formato di Ljutomer (2000), il riconoscimento da parte del comune di Murska Sobota per il significativo contributo che l'autore ha dato alla cultura contemporanea (2007), il premio ottenuto con la partecipazione al Salone di Maggio, Gallery of Fine arts, Slovenj Gradec (2010). (Comunicato stampa)




I voli dell'Ariosto: L'Orlando furioso e le arti
termina il 30 ottobre 2016
Villa d'Este - Tivoli
www.civita.it

In occasione del cinquecentesimo anniversario della prima edizione dell'Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1516), una mostra organizzata dal Polo Museale del Lazio, celebra l'impatto esercitato dal poema fino ad oggi sulle arti figurative. Villa d'Este, con il suo celebre giardino e i suoi ambienti affrescati, costituisce uno scenario ideale per una mostra di questo tipo: il cardinale Ippolito II d'Este, che fece costruire e decorare tra gli anni Sessanta e Settanta del Cinquecento questa villa di delizie, nipote del cardinale Ippolito I a cui era stato dedicato il Furioso, non solo è citato più volte nel poema, ma aveva avuto modo di frequentare l'Ariosto negli anni della giovinezza trascorsi presso la corte ferrarese. Già i contemporanei hanno giudicato Ludovico Ariosto un "poeta che colorisce", capace di "dipingere" le armi e gli amori con la penna e con l'inchiostro: pochi decenni dopo la sua morte lo si poteva già celebrare paragonandolo a Tiziano.

E' anche a causa della natura intrinsecamente figurativa dei versi ariosteschi che l'Orlando furioso ha goduto, nei secoli, di una vasta fortuna visiva: una vicenda che non si è ancora esaurita e che la mostra, curata da Marina Cogotti, Vincenzo Farinella e Monica Preti intende ricostruire, analizzando in dettaglio una serie di episodi significativi, partendo dagli inizi del Cinquecento e giungendo fino al Novecento. Le opere convocate a Villa d'Este, attingendo alle più varie tipologie e tecniche artistiche (dipinti, sculture, arazzi, ceramiche, disegni, incisioni, medaglie, libri illustrati...), intendono costruire un'esposizione rigorosa, nel suo costante rapporto con i temi del poema ariostesco, ma al tempo stesso capace di suggestionare emotivamente il visitatore.

Il percorso si aprirà, al piano nobile della villa, negli appartamenti del cardinale. Si potranno seguire, in un itinerario cronologico, alcune vicende della fortuna visiva del poema: dopo una premessa dedicata al volto e al mito del poeta (dove i ritratti cinquecenteschi dell'Ariosto dialogheranno con le rievocazioni ottocentesche di alcuni episodi, reali o fantastici, della sua vita), una sezione sarà dedicata alla storia figurativa del Furioso nel Cinquecento.

Per tutto il periodo della mostra, Villa d'Este propone una serie di manifestazioni ed eventi musicali, volti a far conoscere il grande impatto che il poema ariostesco suscitò sulla cultura musicale dell'epoca e dei periodi successivi. Sin dalla prima edizione del 1516, le stanze del Furioso hanno fornito i testi per oltre settecento madrigali composti da musicisti del calibro di Orlando di Lasso, Andrea Gabrieli, William Byrd e Pierluigi da Palestrina. Già dai primi decenni del 1600 i castelli incantati, le gesta eroiche, gli amori e i colpi di scena hanno irresistibilmente attratto l'attenzione dei librettisti del nascente teatro d'opera. Dopo essere stato tradotto nelle principali lingue europee, il capolavoro dell'Ariosto offre lo spunto per una impressionante quantità di imitazioni, sequel e parodie.

Tra gli inizi del 1600 e la fine del 1700 sono circa quaranta le opere, senza contare quelle perdute, che hanno come protagonisti Orlando, Angelica, Medoro, Bradamante, Ruggiero, Alcina, Ginevra, Ariodante, Atlante o Rodomonte. Il testo, nelle mani di librettisti e compositori, anche a causa della grande varietà e articolazione dell'opera, viene smembrato in decine di microcosmi: un unico canto può offrire lo spunto per la composizione di un'opera completa. I concerti in programma, organizzati dalla Direzione di Villa d'Este in collaborazione con l'Associazione Schola Palatina, e affidati alla "Vertuosa Compagnia de' Musici di Roma", presentano una scelta di composizioni nate dall'influenza del poema ariostesco nella cultura musicale europea; la quantità e le modalità di "rilettura" del Furioso danno l'idea del fermento e del dinamismo che caratterizzava gli ambienti letterari e musicali nell'Europa dal XVI al XVIII secolo.

Il primo concerto, dal titolo Il Segno d'Orlando, inaugura la programmazione il 2 luglio alle ore 21,00 con un programma dedicato al teatro musicale barocco. L'orchestra, diretta da Maurizio Lopa, e i due solisti, Cristiana Arcari e Giorgio Carducci, propongono l'esecuzione di Ouvertures, Suites ed Arie tra le più preziose ed affascinanti, tratte da opere di Hændel, Lully, Porpora e Steffani: capolavori in alcuni casi molto noti, altri poco conosciuti e di altissimo valore, selezionati tra quelli che meglio possono rappresentare i legami artistici e poetici stabiliti nella cultura europea dal capolavoro ariostesco. A seguire si apre il Ciclo di tre concerti-evento dal titolo Cantar d'Orlando.

Ciascuno dei tre appuntamenti sarà dedicato ad un tema particolare: L'Amore e gli Amanti (15 luglio), La Guerra e i Paladini (27 agosto), Il Senno e la Follia (17 settembre). I brani musicali, scelti tra danze, Cantate e Sonate del primo Barocco sono eseguiti dell'ensemble in formazione da camera: Valerio Losito e Giorgio Tosi (violino barocco), Luca Marconato (tiorba e chitarra barocca), Maurizio Lopa (viola da gamba), Emanuela Pietrocini (clavicembalo), Andrea Piccioni (percussioni), e Giorgio Carducci, controtenore; alla musica si alternano letture di Canti selezionati dall'opera ariostesca in tema con la serata.

Inoltre, per l'intera durata della mostra, a partire da luglio, i giardini di Villa d'Este offriranno ai visitatori una "meraviglia", nel senso rinascimentale del termine: le voci di Alberto Lupo, Giorgio Albertazzi e Arnoldo Foà torneranno a raccontare l'Orlando furioso in un luogo dedicato all'ascolto, alla riflessione, al riposo come al tempo dei fasti estensi: la Fontana della Civetta, già luogo delle meraviglie per la presenza degli automi idraulici. L'audioistallazione, che consentirà in alcune fasce orarie di immergersi in un'atmosfera ariostesca, è stata realizzata dagli studenti del Biennio Specialistico in Multimedia Design dell'ISIA (Istituto superiore per le industrie artistiche - disegno industriale - alta formazione artistica e musicale) di Pescara, coadiuvati dai docenti dei corsi di Sound Design ed Acustica, coordinati dal prof. Maurizio Lopa, attraverso il recupero, il restauro e la rielaborazione sonoro-musicale di estratti dalle registrazioni trasmesse dalla RAI negli anni '60. Un esempio di come la tecnologia moderna possa prestarsi al recupero dei contesti culturali, in una piena integrazione con un Sito che, realizzato qualche decennio dopo l'uscita dell'Orlando furioso, da 500 anni è testimone dei voli dell'immaginazione. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Mimmo Jodice
Attesa. 1960-2016


termina il 24 ottobre 2016
Museo MADRE - Napoli
www.madrenapoli.it

La più ampia mostra retrospettiva mai dedicata a Mimmo Jodice (Napoli, 1934), uno degli indiscussi maestri della fotografia contemporanea. In un percorso retrospettivo, a cura di Andrea Viliani, appositamente concepito dall'artista per gli spazi del museo MADRE, la mostra presenta più di cento opere, suddivise in diverse sezioni, fra loro connesse. In queste opere, che hanno contribuito a definire gli sviluppi della ricerca fotografica a livello internazionale, Mimmo Jodice esplora il mondo intorno a noi soffermandoci sulle soglie di un tempo indefinito, in cui si intrecciano il passato, il presente e il futuro. Jodice delinea in questo modo una dimensione posta al di là dello scorrere del tempo e delle coordinate spaziali, sospesa nella dimensione - contemporaneamente fisica e metafisica, empirica e contemplativa - dell'attesa.

Un'attesa che è anche matrice di una pratica rigorosamente analogica della fotografia: l'attesa come ricerca paziente dell'illuminazione, spesso mattutina, in grado di rilevare l'essenza del soggetto rappresentato, o l'attesa come l'altrettanto paziente bilanciamento dei bianchi e dei neri in camera oscura. E se, dal 1980, da queste opere scompare la figura umana - fino a quel momento presenza ricorrente - ciò a cui Jodice perviene è l'ineffabile eternità e il nitore assoluto di immagini in bianco e nero restituite dallo sguardo rivelatore di una macchina da presa che si fa "macchina del tempo" (o, meglio, del superamento del tempo), nell'affascinata perlustrazione del mondo, da quello più prossimo del ventre di Napoli alle sponde del Mediterraneo, con le loro vestigia di antiche civiltà ormai scomparse, fino agli incerti confini delle megalopoli globalizzate. (...)

Nella sala Re_PUBBLICA MADRE al piano terra - in prossimità della strada su cui il museo si affaccia - è messa in scena, nel formato di una grande proiezione cinematografica (Teatralità quotidiana a Napoli, 2016), una selezione di immagini dalle serie dedicate, negli anni Sessanta e Settanta, alla città di Napoli: dalla registrazione di forme di aggregazione sociale come i cortei del partito comunista o le feste popolari (oggetto, quest'ultime, anche del volume Chi è devoto?, 1974, con prefazione di Carlo Levi e schede di Roberto De Simone). Sono gli anni di un'estesa e approfondita interpretazione fotografica della realtà (a cui la rivista "Progresso fotografico" dedica nel 1978 un numero monografico, che segue il volume Mezzogiorno. Questione aperta del 1975).

In queste immagini Jodice, senza mai ridurle a semplice documentazione, restituisce il senso stesso della propria epoca e della propria città, colti nelle loro irriducibili contraddizioni, con un'attenzione estetica che si traduce in impegno etico e antropologia democratica degli oggetti comuni, delle abitudini quotidiane, dei comportamenti collettivi, dei residui della Storia, delle ideologie e delle fedi. Un'analisi lucida che si erge a inno barocco, epistemologia lirica, chiaroscuro sociale e culturale: "teatralità quotidiana a Napoli". La mostra prosegue al terzo piano: qui, l'inizio e la fine del percorso espositivo sono dedicati alle coeve ricerche sperimentali: incunaboli di una fotografia che si declina come investigazione concettuale delle potenzialità del linguaggio fotografico: in Vera fotografia (1979), l'immagine della mano dell'artista, intenta a scrivere a penna le parole del titolo, le riporta sulla carta fotografica come una vera scritta a penna. (...)

Fino a giungere all'autoanalisi sia del proprio strumento (Macchina fotografica, 1965) che degli innumerevoli accadimenti trasformativi in fase di stampa (Chimigramma, 1966). Ne emerge tutta la libertà ideativa e compositiva di una pratica fotografica che aveva avuto inizio, del resto, da autodidatta, alla fine degli anni Cinquanta, non con l'uso della macchina da presa o della pellicola ma con l'uso di un ingranditore, e quindi con i concetti extra-fotografici di tempo (di esposizione) e (grado di) luminosità.

Una libertà che è anche quella con cui l'identità dell'artista viene riplasmata: esaltando il valore modernista della processualità rispetto al prodotto, ed investigando al contempo, e con straordinario anticipo, le logiche del post-moderno citazionista e appropriazionista, nel 1978, nel progetto Identificazione presso lo Studio Trisorio di Napoli, Jodice ri-fotografa non solo le immagini ma anche le estetiche di altri fotografi quali Richard Avedon, Bill Brandt, Walker Evans, André Kertész, Ralph Gibson, Christian Vogt, esplorando le possibilità di "dilatazione o restringimento, sviluppo o riduzione" fotografiche. Nelle tre ali del terzo piano si succedono poi - in una stringente contiguità e continuità fra i tre differenti tempi del passato (prima sezione), del futuro (seconda sezione) e del presente (terza sezione) - opere da tutte le principali serie di Jodice, a partire dagli anni Ottanta, evocando un tempo circolare, ciclicamente ritornante su se stesso e sui suoi motivi ispiratori.

Nella prima sezione si procede dalle radici culturali del Mediterraneo (ricerca avviata nel 1985) alle epifanie del quotidiano (Eden, serie del 1995 presentata in mostra in una nuova versione inedita). (...) Mentre nella seconda sezione, collocata al centro della mostra, prende corpo la matrice visionaria e meditativa di tutta la ricerca di Jodice, quella creazione di un reale al di là della realtà che, rintracciando un corrispondente emotivo e intellettuale nel Surrealismo novecentesco (richiamato in mostra dall'opera di René Magritte L'amour, 1949), si dischiude compiutamente nel nuovo ciclo Attesa, posto da Jodice quale approdo ideale della mostra ma anche, allo stesso tempo, quale suo fulcro generatore e suo eterno ritorno: nello spazio-tempo dell'attesa di un futuro che mai si compie, Jodice non riconosce più lo spazio o il tempo reali, ma li ricrea, mentre il mondo e la Storia, trasfigurati nel bianco e nero di un sublime mattino da camera oscura, sembrano essere ormai solo il ricordo di quello che erano, sono o saranno.

Per la prima volta in una sua mostra Jodice lascia infine affiorare anche le fonti di ispirazione della sua ricerca, rappresentate da opere selezionate con l'artista stesso: due capolavori dell'archeologia mediterranea (la scultura in marmo bianco del Compagno di Ulisse e il busto in bronzo di Artemide, provenienti da quell'ipotetico museo del mare nostrum che Jodice evoca nelle sue opere di soggetto archeologico) sembrano presagire, tramite il catalogo di frammenti antiquari delle acqueforti su rame di Giovanni Battista Piranesi, la loro futura sintesi fotografica. La ferocia astratta di Eden oscilla fra la Natura morta con testa di caprone (1645-1650) di Jusepe de Ribera e la quiete delle nature morte di Giorgio Morandi, mentre i paesaggi di Jodice sembrano trovare accogliente assonanza nelle metafisiche piazze d'Italia di Giorgio De Chirico (La grande torre, 1932-38) o nei silenziosi, compendiari, minimali scenari cittadini di Mario Sironi (Paesaggio urbano, 1920).

Dopo la formazione all'Accademia di Belle Arti di Napoli (dove, grazie al suo Direttore, il pittore Emilio Notte, Jodice inaugurerà nel 1970 i primi corsi sperimentali e, dal 1975 al 1994, sarà docente del primo corso di fotografia in un'Accademia italiana), l'artista tiene la sua prima mostra personale nel 1967, presso la libreria La Mandragola. Nel 1971 conosce Cesare De Seta, con il quale condividerà uno studio a Napoli fino al 1988, mentre attraverso la collaborazione anche con i galleristi Lucio Amelio e Lia Rumma inizia quel rapporto con l'ambiente artistico napoletano che sarà poi l'oggetto del volume Mimmo Jodice. Avanguardie a Napoli dalla contestazione al riflusso, 1996.

Jodice è autore di numerosi altri volumi monografici, molti presenti in mostra, tra i quali Vedute di Napoli, 1980, con cui si chiude il "periodo sociale" e si avvia una ricerca sulla spazialità caratterizzata dallo scavo di memorie collettive e archetipe e da vuoti metafisici. A Jodice hanno dedicato mostre personali alcuni dei più importanti musei del mondo, e sue opere sono presenti nelle collezioni di vari musei. All'artista sono stati conferiti infine diversi riconoscimenti quali nel 2003 il Premio Antonio Feltrinelli dell'Accademia dei Lincei, nel 2006 la Laurea Honoris Causa dall'Università degli Studi Federico II di Napoli, nel 2011 l'onorificenza di Chevalier de l'Ordre des Art et des Lettres e, nel 2013 e 2016, la Laurea Honoris Causa dell'Università di Architettura di Mendrisio e dell'Accademia di Belle Arti di Macerata. (Comunicato ufficio stampa Electa)




Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli - opera in mostra a Vigevano Paolo Gubinelli
09-30 luglio 2016
Musei Civici L. Barni - Vigevano

«Parlare delle mie "carte" è pretendere un distacco emotivo-intellettuale e un trasferimento da un linguaggio a me più proprio (quello dell'opera) ad un altro più estraneo, quello verbale, con l'inquietudine e il disagio, sempre di travisare i contenuti e le motivazioni del mio lavoro. Questo, per onestà; il resto, se può agevolare una lettura dell'opera. Il "concetto" di struttura-spazio-luce si muove nell'ambito di una ricerca razionale analitica in cui tendo a ridurre sempre più i mezzi e i modi operativi in una rigorosa ed esigente meditazione. Il mezzo: la carta; anzi un cartoncino scelto per la sua morbidezza e docilità al tatto, e per il suo "candore" (luce) incontaminato da ogni intervento esterno di colore, capace di rimandarmi a emozioni di purezza, di contemplazione quieta e chiarificante.

Su questa superficie traccio, con una lama, un'incisione secondo linee geometriche, progettuali (proiezioni, ribaltamenti di piani...); quindi intervengo con la piegatura manuale delicata, attenta, che crea un rilievo sottile, capace di coinvolgere lo spazio, strutturarlo e renderlo percettibile. La superficie vibra di una struttura-luce che non ottengo con effetti di chiaroscuro dipinto, ma con l'incidenza della luce (radente) sul mezzo stesso, la carta incisa e piegata, in cui mi oppongo rigorosamente alla tentazione di un arricchimento dell'opera.

Inoltre, le superfici mutano, variano secondo i punti di vista e l'incidenza della luce; ne deriva una spazialità dialettica che coinvolge lo spettatore in una serie di rapporti dinamici, permettendogli una riappropriazione creativa dello spazio circostante. Le mie "carte" pretendono una lettura non superficiale, ma attenta e prolungata; il loro discorso non è immediatamente percepibile e hanno bisogno di un lettore disponibile per mediare contenuti, motivazioni e stimoli di ricerca.» (Paolo Gubinelli, Firenze, gennaio 1975 - Autopresentazione, Ed. Galleria Indiano Grafica - Firenze, 1977)

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«Nella mia attività artistica la "carta" è stata fino ad oggi il mio unico mezzo espressivo: dopo la prima fase di intervento su cartoncino bianco, morbido al tatto, inciso con lama e piegato manualmente secondo strutture geometriche (con effetto visivo di "spazio-luce"). Sono passato alla carta trasparente (lucido da architetti) sempre incisa e piegata: o in fogli disposti nell'ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli - papiro con lievissime incisioni al limite delle percezioni che si svolgono nell'ambiente. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, ho abbandonato il segno geometrico con il suo rigore costruttivo per un segno più libero fatto con pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, capace, mi sembra, di tradurre i moti imprevedibili del discorso interiore. Ultimamente questo linguaggio si arricchisce sulla carta di gestualità e tonalità acquarellate acquistando, mi pare, un significato più intimo e intenso.» (Paolo Gubinelli - Firenze, giugno 2000)

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Quella che segue vuol essere una breve storia di incontri come la raccolta di Paolo Gubinelli propizia. Tempo fa, in un crepuscolo romano festivo e chiassoso come quello del borgo leopardiano, mi capitò di osservare tra Piazza di Spagna e Largo Mignanelli, passante tra molti eppure solitaria, Maria Luisa Spaziani. Colsi in quel modo, nell'andamento assorto ma di abituale quotidianità uno tra gli infiniti atti della sua vita, senz'altro riscontro consapevole esterno che il mio sguardo. Vinsi, infatti, in quel frangente, lo stesso mio desiderio di tentare un incontro, interrompendo quel suo cammino, anche per pochi istanti. Resta così in me semplice ma vivida l'immagine della poetessa in un giorno qualunque della sua vita. (...)

Con Luzi e Orengo gli incontri, seppur diversi, sono avvenuti in circostanze di letture compiute in pubblico, seduti a un tavolo, in confronti serenamente ragionati, in presenza del suono dei loro versi, della loro voce, ma anche di opere d'arte che, in circostanze alterne, ognuno di noi aveva a cuore di evocare. Luzi, che accolse un mio invito a Prato, nel Centro di Arte Contemporanea, si spese generosamente in una visita nelle sale del Museo e in un dibattito successivo nella biblioteca, Orengo, che avevo conosciuto precocemente a Torino, su segnalazione di Giulio Paolini, di cui era amico, lo riebbi davanti quando al Castello di Brunnenburg, ospiti di Mary de Rachewilz, figlia di Pound, si trattò di introdurre le sue poesie congiunte alle incisioni di Claudio Parmiggiani, per una mirabile nuova opera recante il poundiano titolo di A lume spento.

E poi ancora, dopo quella, altre preziose volte. L'impatto con Cesare Vivaldi, oltre che di persona, avvenne spesso sulle pagine non solo di critica d'arte, ma anche della sua produzione poetica. Dotato di un misurato e pacifico eloquio, il suo sorriso discreto e bonario lasciava presumere grandi margini di possibilità per tutto, non certo incline al fatalismo, ma sapientemente tollerante. Un testimone dell'arte che, assieme a pochissimi altri, mi è parso sempre attendibile. Ora, queste poche parole dedicate soprattutto a chi ho fisicamente sfiorato nei miei percorsi, non esauriscono certo una memoria ancora attiva e possibile per altri incontri a venire, quali quelli qui già incipienti con i poeti autori degli altri poemi raccolti con tenacia da Gubinelli.

Questi miei, perciò, sono semplici ricordi, velocemente tratteggiati per non rubare tempo e spazio al lettore, dunque pretesti. Come gli stessi disegni di Gubinelli, mercuriali policromi tracciati, per favorire l'intreccio tra muse diversamente dotate. (...) Lievi come versi i suoi cieli, o le simmetriche lande lacustri ove immaginare turbolenze turneriane o dilatate luminosità rotkiane. Sono questi gli atti di ciascuno e di tutti gli autori oggi tra loro ravvicinati, che lasciano presumere la segreta intesa: C'è un orizzonte comune / tra la pittura e la poesia / linea infinita ma conclusa / circolare dove / ut pictura poiesis / e viceversa / luogo di incanti. (Incontri di Bruno Corà 2003 - Roma - BZF - Ed. Vallecchi - Comune di Firenze 2004) BR>



Arlecchino con specchio (Arlequin au miroir)
termina l'11 settembre 2016
Gallerie d'Italia - Palazzo Zevallos Stigliano - Napoli

Con l'esposizione di Arlecchino con specchio viene lanciato il programma "Careers in Art" per avvicinare i giovani ai mestieri dell'arte. Arlecchino con specchio (Arlequin au miroir), capolavoro di Picasso sarà esposto nella sede partenopea delle Gallerie d'Italia. Questo dipinto, che fa parte della serie dei grandi "Arlecchini seduti" realizzati nel corso del 1923, è diventato una delle opere più amate e popolari di Picasso. Il viaggio in Italia del 1917 imprime un cambiamento nell'arte del pittore andaluso che, nell'ambito del cosiddetto movimento del ritorno all'ordine, ritrova un interesse per la figura, per l'antico e per la tradizione classica.

Tuttavia, a differenza degli altri quadri del 1923, nei quali Arlecchino ha le sembianze del pittore spagnolo Jacinto Salvadó ed è vestito col costume a scacchi tipico della popolare maschera, in questo caso, dopo aver pensato in un primo tempo a un autoritratto, l'artista segue un percorso iconografico molto originale. Infatti, se il cappello a due punte rimanda ad Arlecchino, il costume è quello con la calzamaglia tipico di un acrobata e il volto malinconico ricoperto dal cerone è quello di Pierrot. Questa contaminazione rende l'opera ancora più straordinaria, perché rimanda alla prima produzione di Picasso, al cosiddetto "periodo blu e rosa" dove compaiono, insieme agli artisti del circo - acrobati, pagliacci e saltimbanchi - proprio le due maschere di Arlecchino e Pierrot, che simboleggiano la condizione emarginata dell'artista.

La cristallina bellezza e la misura di questa immagine, che sprigiona malinconia e tenerezza, derivano dal confronto di Picasso con le antiche pitture romane, ammirate nella sua visita del 1917 a Pompei, e con Ingres. La limpida sintesi plastica dei volumi ricorda il celebre ritratto di Ingres Madame Moitessier seduta della National Gallery di Londra, con il quale l'Arlecchino presentato oggi condivide il motivo della mano accostata al volto. A Napoli Picasso si interessò tanto alle antiche pitture di Pompei quanto alla tradizione iconografica della figura di Pulcinella e tra il 1922 e il 1924 condivise questi temi con altri artisti come Gino Severini e André Derain, divenuti anch'essi straordinari interpreti, nei loro Arlecchini, Pierrot e Pulcinella, del fascino che continuava a esercitare la Commedia dell'Arte, vista come una grande metafora della vita stessa.

L'iniziativa segna il secondo appuntamento con L'Ospite illustre, la rassegna - avviata con il Ritratto d'uomo di Antonello da Messina, conservato a Palazzo Madama di Torino - che si prefigge di presentare al pubblico delle Gallerie d'Italia, in brevi e ricorrenti eventi espositivi, un'opera di grande rilievo proveniente da collezioni prestigiose o da musei o chiese, in un rapporto di scambio e collaborazione con importanti istituzioni culturali nazionali o estere. La presenza a Napoli di questi capolavori è tanto più significativa in quanto sia le opere sia gli autori - Antonello e Picasso - rivelano un legame privilegiato con la città e con la sua storia culturale e artistica.

A rendere ancora più evidente tale rapporto, nel percorso espositivo di Arlecchino con specchio è una testimonianza relativa al balletto Pulcinella, di cui il grande maestro andaluso disegnò costumi e scenografia, memore delle sue passeggiate napoletane e di quella maschera da lui varie volte osservata mentre improvvisamente "si offriva in spettacolo per le strade". Nel 1920, infatti, Picasso porta in teatro il suo interesse per la commedia dell'arte occupandosi delle scene e dei costumi per il balletto Pulcinella di Igor Stravinskij. A Picasso tornarono utili le gite a Napoli, i ricordi delle belle stampe di Pulcinella e delle collezioni relative al teatro napoletano.

Il bozzetto per il costume di Pulcinella dell'omonimo balletto è quasi una sintesi dei due stili privilegiati in questi anni dal pittore. Nella stagione 1986-1987 il Teatro di San Carlo presenta il Pulcinella con scene originali e costumi realizzati su studi di Picasso; in scena una stella della danza, Vladimir Vassiliev, nel ruolo della maschera napoletana. Grazie alla collaborazione con il Teatro di San Carlo, la presenza de L'Ospite illustre sarà affiancata dall'esposizione di sei abiti di quello spettacolo, ricostruiti sui bozzetti di Picasso con l'aiuto del figlio di Léonide Massine, autore della coreografia originale. (...)

Contemporaneamente alla mostra di Napoli, dal 21 giugno al 18 settembre 2016, il Museo Thyssen-Bornemisza ospita Caravaggio y los pintores del Norte, esposizione incentrata su Michelangelo Merisi da Caravaggio e sull'influenza che il genio italiano ebbe sui pittori nordici che, affascinati dal suo lavoro, ne diffusero lo stile. Saranno in mostra un gruppo di opere che abbracciano l'intera carriera dell'artista, dal periodo romano fino alle cupe e commoventi composizioni dei suoi ultimi anni. (Comunicato ufficio stampa Novella Mirri e Maria Bonmassar)




Rassegna David Bowie Is "David Bowie Is"
termina il 13 novembre 2016
MAMbo - Bologna

Prima retrospettiva dedicata alla carriera di David Bowie, uno degli artisti più audaci, influenti e innovativi nel panorama musicale contemporaneo. Il percorso si sviluppa attraverso contenuti "multimediali" che conducono il visitatore nel processo creativo del Duca Bianco e descrive come il suo lavoro abbia canalizzato i più ampi movimenti nell'ambito dell'arte, del design, del teatro e della cultura contemporanea. Il ritratto che emerge è quello di un artista capace di osservare e reinterpretare la società contemporanea con uno sguardo innovatore lasciando tracce indelebili nella cultura visiva e pop.

I curatori della mostra Victoria Broackes e Geoffrey Marsh hanno selezionato più di 300 oggetti dell'archivio personale del musicista tra cui: l'outfit di Ziggy Stardust (1972) disegnato da Freddie Burretti, fotografie di Brian Duffy; le artistiche cover degli album realizzate da Guy Peellaert e Edward Bell; estratti di video e performance live come The Man Who Fell to Earth, video musicali come Boys Keep Swinging e arredi creati per il Diamond Dogs tour (1974). Oltre a oggetti personali quali: i testi originali delle sue canzoni scritti a mano e alcuni dei suoi strumenti. Risultato finale di questo indimenticabile viaggio è la scoperta dell'evoluzione delle sue idee creative.

La mostra, che nella sola Londra è stata vista da oltre 300.000 visitatori, è tematicamente suddivisa in tre principali sezioni: la prima introduce il pubblico ai primi anni di vita e della carriera di David Bowie nella Londra del 1960, risalendo man mano fino al punto di svolta del singolo Space Oddity nel 1966. La seconda parte accompagna il visitatore nel processo creativo di David Bowie e rivela le differenti fonti d'ispirazione che hanno dato forma alla sua musica e allo stile delle sue performance. La terza, delle stesse dimensioni delle precedenti, immerge il pubblico nello spettacolare mondo dei grandi concerti live di Bowie. In quest'ultima sezione, le presentazioni audio e video di grandi dimensioni sono accoppiate all'esposizione di diversi costumi di scena e materiali originali dell'artista. (Comunicato stampa)




Lorenzo de Carris e i pittori eccentrici nelle Marche del primo Cinquecento
termina lo 02 ottobre 2016
Museo Piersanti - Matelica
www.civita.it

Attraverso la selezione di pitture e sculture che vanno dal 1490 alla metà del Cinquecento, la mostra - a cura di Alessandro Delpriori e Matteo Mazzalupi - racconta l'arte nelle Marche del Rinascimento maturo e si snoda lungo un percorso cronologico e stilistico che accosta le opere di Lorenzo de Carris a quelle dei suoi contemporanei coma Luca Signorelli, Cola dell'Amatrice e Vincenzo Pagani. Lorenzo di Giovanni, che dal 1502 viene chiamato anche il Giuda, era di origine slava e nacque a Matelica tra il 1465 e il 1466, la sua prima opera è una pala d'altare commissionata per la famiglia Turelli e destinata alla Cattedrale di Matelica. Questa è stata smembrata e dispersa ma due frammenti sono conservati ancora al Museo Piersanti. Il lavoro di ricostruzione del percorso critico ha permesso di puntualizzare la cronologia interna del pittore, anche e soprattutto in relazione alle presenze nel territorio di altri artisti con cui Giuda ha collaborato o da cui ha trovato ispirazione.

All'inizio del Cinquecento Matelica diventa infatti una città cruciale per l'intero svolgimento dell'arte nelle Marche, la presenza in San Francesco della pala di Marco Palmezzano datata 1501 e l'arrivo della grandiosa Deposizione di Luca Signorelli nel 1505 per Sant'Agostino, segna un clamoroso cambio di passo nel gusto delle immagini per tutto il territorio. La chiesa di San Francesco appena riaperta sarà una sezione esterna della mostra in cui sarà possibile vedere il maestoso dipinto di Palmezzano completo in ogni sua parte e perfettamente conservato, e un dipinto di Eusebio da San Giorgio datato 1512 che rappresenta in maniera perfetta la penetrazione del raffaellismo umbro anche nelle Marche.

In mostra sarà presente in maniera del tutto eccezionale un tondo di Luca Signorelli commissionato al pittore dal figlio di Luca di Paolo, Giovannantonio, che fu usato dagli agostiniani come tramite per arrivare al famoso pittore cortonese. Lorenzo di Giovanni si spostò poi a Macerata dove visse fino alla morte avvenuta ben oltre la metà del secolo, dopo il 1555. La sua tavola per il Duomo di quella città che sarà presente in mostra è opera sintomatica della cultura locale nei primi decenni del secolo, in cui la pittura lucida di Palmezzano si sposa in maniera perfetta con la cultura antiquaria di stampo romano di Cola dell'Amatrice e con il gusto cromatico di Lorenzo Lotto, che nel frattempo era arrivato nelle Marche. La mostra racconta l'intero percorso del pittore avendo raccolto tutte le opere mobili disponibili tra cui spicca il prestigiosissimo prestito dalla Pinacoteca di Brera di Milano che ha acconsentito alla movimentazione di una pala d'altare che era in origine a Serra San Quirico.

Il catalogo della mostra, edito da Quattroemme, è curato da Alessandro Delpriori e da Matteo Mazzalupi e conterrà un approfondito studio scientifico sul pittore e sul panorama artistico locale della prima metà del Cinquecento con numerose nuove attribuzioni, puntualizzazioni critiche e novità storiche. L'importanza della manifestazione è tale che la Fondazione Federico Zeri dell'Università di Bologna ha deciso di organizzare una Summer School a Matelica, dal 2 al 9 luglio sul tema: Marche 1500. Tra protoclassicismo ed eccentrici al tempo di Perugino e Raffaello ed è curata da Anna Maria Ambrosini Massari e Andrea De Marchi. Saranno presenti docenti e studiosi da tutta Europa. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Arte Forte: "La Babele di linguaggi e di simboli legati ai conflitti"
Installazioni d'arte contemporanea in otto forti austroungarici del Trentino


termina il 28 agosto, 2016
Circuito dei Forti del Trentino
www.studiolacitta.it

Studio la Città presenta l'artista Antonio Ievolella a Lavarone, mostra nel progetto Arte Forte, dove 16 gallerie espongono le opere di 30 artisti, grazie a un'idea di Giordano Raffaelli e alla partecipazione di ASPART - Associazione dei galleristi trentini e ANGAMC - Associazione Nazionale Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea. L'esteso percorso espositivo s'inserisce nell'ambito della rassegna "Sentinelle di Pietra. Di forte in forte sul Sentiero della Pace", curata dal Circuito dei forti del Trentino.

Antonio Ievolella e Studio la Città hanno selezionato sei sculture per gli spazi di Forte Belvedere delineando un percorso espositivo strettamente legato al contesto. L'opera artistica di Ievolella respira nella poetica della memoria, del rito, dell'archetipo e apre spesso ad un linguaggio universale quasi senza tempo. A Forte Belvedere teatro di storia, sofferenza, luogo di commistione di genti e nazioni diverse, Ievolella parla una lingua molto chiara. Due grandi scudi in cemento appoggiati al muro delle stanze interne rimandano alla battaglia, alla lotta: sono "gli scudi", dall'aspetto arcaico e per questo estremamente evocativi, che dichiarano come, nel corso dei secoli, la guerra possa mutare l'abito, ma non il volto, affinare le tecniche, ma mantenere l'archetipo.

In quel contesto la sopravvivenza è ciò cui l'uomo principalmente ambisce. E' così che questo "creatore di forme evocative" - come lo definisce Virginia Baradel - percorre l'anniversario della prima grande guerra. Partendo da lontano, da quelle forme antiche e quasi totemiche, il percorso espositivo si conclude con un'opera site specific intitolata La pagina non scritta. Si tratta di un lavoro costituito da 56 formelle di ferro e piombo che compongono appunto una grande pagina di vita, quella che i giovani soldati vittime di quel conflitto non hanno potuto scrivere proprio perché prematuramente caduti. Ogni formella è incorniciata in metallo scuro, presenta tracce di tessuto, rosso: un piccolo esercito semplice con pochi segni ma molti simboli.

L'impiego di materie primarie come il ferro e il legno sottolineano ancor più la forza, l'energia intrinseca alle singole opere siano esse di grandi o piccole dimensioni. Enrico Crispolti riconosce nelle sculture di Ievolella: la monumentalità quale principio dei materiali organizzati dalla manualità organico-vitale dell'uomo, la fisicità comunicata attraverso la tangibile cromia dei supporti, la valenza progettuale della società umana quale principio fondante del fare dell'arte. La guerra è privazione, lontananza, solitudine, paura. In questa atmosfera che ancora si percepisce in questo luogo Antonio Ievolella affida alle sue opere anche stralci di una quotidianità perenne come la scultura Il mistero del pane. Epifanie di cose semplici che acquistano valore diventano preziose proprio quando se ne avverte la mancanza. Lo scultore qui scandisce con la forza delle sue opere i passi della storia e la loro memoria. (Comunicato Ufficio Stampa Studio la Città)

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- Il Bastione: Una fortezza veneziana sul Garda
Museo di Riva del Garda - 2007
- Alessandro Bernasconi | Heimo Prünster
La costruzione del Vallo Alpino italiano in Alto Adige

Galleria foto-forum - Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano - 2016
Presentazioni mostre

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David Simpson: Opere degli anni '80
termina il 12 settembre 2016
Studio la Città - Verona
Presentazione mostra




Teelgramma per Pia Punter Pia Punter Poster dedicato alla cestista triestina Pia Punter e telegrammi originali
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Da una serie di telegrammi originali rinvenuti, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa dedica un poster a una cestista triestina che attorno alla fine degli anni Quaranta del Novecento fu pure capitana della nazionale italiana di "palla al cesto", quella Pia Punter che con la squadra del dopolavoro del Pubblico Impiego Ilva di Trieste vinse il campionato italiano 1939-1940. "Infinite congratulazioni al misterioso ma grande tesoro della Pallacanestro Italiana nonché capitana delle campioni d'Italia con orgoglio stringoti la mano abbraccioti" scrive in un telegramma tale Itala Soave riferendosi alla vittoria della Puntar e delle sue compagne sulle milanesi.

Erano tempi, quelli, in cui il basket veniva giocato sulla terra battuta, signore e signorine calzavano divise con le gonne ben sotto il ginocchio, i punteggi erano ben lontani da quelli odierni. Infatti l'Ilva Trieste di Pia Punter conquistò lo scudetto in una finale giocata contro l'Ambrosiana Inter di Milano, regolando le meneghine con un sofferto ma sufficiente 23 a 22. Da un dirigente nazionale del Dopolavoro un altro telegramma esprime "a Voi e camerate vivissimi rallegramenti per vittoria campionato nazionale palla canestro sicura promessa per altre future affermazioni nostra squadra". Era il ventennio fascista, e le compagne di squadra, erano, per l'appunto, "camerate".

Campionato dopo campionato gli scenari cambiano. "Juventus e Genova disposte ingaggiarti - riceverai offerte squadre - segue lettera", si legge in un altro telegramma che fa intendere come l'atleta fosse richiesta da tante altre squadre e fosse pronta a lasciare Trieste. Non per niente fu capitana della squadra nazionale che nel 1938 vinse il campionato europeo. Ne aveva fatta di strada da quel ricreatorio sangiacomino Riccardo Pitteri in cui iniziò a praticare da ragazzina il basket, la pallavolo e il tennis. Scomparsa nel 1984, appartiene meritatamente al novero di quelle azzurre triestine che hanno portato alto il nome della propria città nel Paese e all'estero. Il poster a Lei dedicato, con i telegrammi originali, sarà presentato alla presenza di alcuni familiari dell'atleta azzurra. Il poster arricchirà in modo permanente la collezione telegrafica della struttura museale. (Comunicato stampa)




Isabelle Cornarò - Paysage avec Poussin VI - materiali vari, dimensioni variabili 2014 - Courtesy AGIVERONA Collection, Galerie Balice Hertling, Paris Georges Adeagbo - Costellazione 14 - installazione, 5 oggetti inclusa foto - Dimensioni Variabili - Fotografia cm.140x100 2010 - Courtesy AGIVERONA Collection, Frittelli Arte Contemporanea, Firenze Nari Ward - Wishing arena - cestini di plastica, legno, lumini, lattine 2013 - Courtesy AGIVERONA Collection, Galleria Continua "Che il vero possa confutare il falso"
termina il 15 ottobre 2016
Santa Maria della Scala, Palazzo Pubblico e Accademia dei Fisiocritici - Siena

Alcuni tra i più bei palazzi storici di Siena aprono al pubblico per accogliere una mostra sulla collezione di opere d'arte contemporanea di AGIVERONA Collection, a cura di Luigi Fassi e Alberto Salvadori. "Il dialogo fra presente e passato, fra linguaggi contemporanei e linguaggi artistici classici costituisce il filo rosso che accompagna l'attività del Santa Maria della Scala per tutto il 2016, dichiara Daniele Pitteri, Direttore del complesso museale e prosegue, "Che il vero possa confutare il falso, non è una semplice tappa di questo percorso, ma costituisce il primo mattone di una progettualità che sempre di più dovrà servire a far convergere a Siena esperienze di ampio respiro nazionali e internazionali capaci di dialogare in maniera dinamica e aperta al futuro con le energie artistiche e creative della città".

La mostra fa parte delle iniziative comprese in ITINERA, progetto ideato e diretto dall'Associazione Fuoricampo con l'Associazione Culturing in collaborazione con il Comune di Siena. Il progetto ha come obiettivo il supporto alle giovani generazioni attraverso lo scambio e la mobilità di artisti e operatori culturali tra la Toscana e il Belgio, ma anche la formazione di nuovi amateur e sostenitori dei linguaggi contemporanei. In quest'ottica l'esposizione della raccolta, una delle più illuminate presenti in Italia, rappresenta un modello di sostegno alla produzione artistica, richiamando l'attenzione alle pratiche del collezionismo contemporaneo, alle nuove forme di mecenatismo nell'ambito artistico e alle nuove formule di collaborazione che si instaurano oggi tra artista e collezionista.

AGIVERONA Collection nasce negli anni Sessanta. Fino agli anni Ottanta concentra il suo interesse sui grandi maestri contemporanei, dopodiché sposta la sua attenzione sui giovani artisti, per promuovere progetti dedicati all'arte contemporanea, sostenere l'attività dei giovani artisti internazionali e finanziare, sul lungo temine, l'apertura di uno spazio di fruizione e formazione culturale legato all'arte contemporanea.

La collezione si compone di diverse opere le cui date di creazione coincidono per lo più con la loro data di acquisizione, per ricordarne alcune: negli anni Ottanta l'acquisizione di Arienti, nel 1991 di Cattelan, nel 1999 di Jim Lambie, nel 2000 di Adel Abdessamed, di Chen Zhen e del primo video di Anri Sala, nel 2001 di Subodh Gupta e nel 2003 di Tino Sehgal (per entrambi gli artisti fu la prima acquisizione da parte di una collezione straniera) ed ancora nel 2004 Simon Starling, nel 2008 Susan Phillips e più recentemente, nel 2012, la giovane Vanessa Safavi e il giovane artista Ibrahim Mahama esposto con un'installazione site-specific alla 56° Biennale di Venezia.

"Ignoranza, Consapevolezza, Ricerca sono le tre fasi che caratterizzano il mio percorso e la mia crescita da collezionista" afferma Giorgio Fasol e prosegue "Passione e conoscenza sono alla base di tutto. Mi piace rischiare, scommettere sui giovani artisti, lasciarmi coinvolgere dal colpo di fulmine oltre ogni ragionevole dubbio... Il più delle volte la fortuna mi assiste, gli artisti su cui punto spesso raggiungono successi importanti anche a livello internazionale...Viaggio molto, i chilometri percorsi sono oramai incalcolabili, ma l'adrenalina mi permette di non essere mai stanco, di restare attento, vigile e curioso, sempre."

"Progetti per l'Arte" di AGIVERONA Collection è una piattaforma di crowdfunding che mira al finanziamento di progetti artistici. Diversamente dal solito, invece di premiare i donatori in base al contributo personale del singolo, la piattaforma premia chi si attiva maggiormente per il successo del progetto coinvolgendo altre persone nella raccolta. In questo modo le persone sono incentivate a diventare ambasciatori del progetto divulgandolo presso altri potenziali sostenitori.

Giorgio Fasol (Verona, 1938) è una delle figure più significative e preziose della cultura artistica attuale. Dalla sua grande passione per l'arte contemporanea nasce un'importante raccolta privata: AGIVERONA Collection. Nel 1988 concede il primo prestito: cinque opere, esposte in occasione di Arte Fiera Bologna per una mostra curata da Silvia Evangelista e dedicata alla ricerca sul collezionismo italiano. Da allora le opere appartenenti alla sua collezione non hanno più smesso di viaggiare, richieste e prestate a Musei e Fondazioni di tutto il mondo vengono esposte in mostre e rassegne dedicate al linguaggio artistico contemporaneo.(Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)

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«La mostra è un dialogo a due tra la collezione AGIVERONA e la città di Siena. AGIVERONA è una collezione di arte italiana e internazionale, costruita in diversi decenni di attività. Il suo tratto identitario è quello di aver intercettato opere di artisti in una fase aurorale della loro carriera: la maggior parte delle opere della collezione sono state acquisite nel medesimo anno di produzione delle stesse. La presentazione di AGIVERONA Collection nella città di Siena ha determinato l'avvio di un dialogo tra la storia della città e le narrazioni delle opere selezionate. La mostra propone una chiave d'interpretazione di una selezione di opere mediante la loro collocazione all'interno di diversi contesti cittadini caratterizzati storicamente da una ricerca del vero intesa come espressione di razionalità politica, umanitaria e scientifica.

E' questo il caso del Palazzo Pubblico, luogo della ragione e del governo, dell'ex-ospedale di Santa Maria della Scala, sito da sempre definibile come laboratorio della scienza deputato alla salvezza dell'uomo, e dell'Accademia dei Fisiocritici, espressione della più alta definizione di quello spirito di matrice moderna che ha prodotto formidabili intellettuali e scienziati, attori determinanti nella crescita della conoscenza attraverso il connubio tra scienza e passione. I tre luoghi, sede di alcuni degli eventi e delle memorie più importati delle città di Siena, testimoniano tutti una volontà di affermazione del vero come principio di un'epistemologia razionale, esito di uno sguardo sul mondo capace di discernere con sicurezza tra vero e falso, realtà e finzione, prova e illusione.

E' in particolare l'Accademia dei Fisiocritici ad essere luogo decisivo di questa volontà euristica moderna, anticipatrice di una nuova temperie culturale di portata internazionale. Fondata nel Seicento, in parallelo a quella del Cimento a Firenze, l'Accademia senese è sorta in dialogo con le prime coeve esperienze di ricerca scientista sperimentale, in reazione alla ormai esausta tradizione della trattatistica aristotelica. I Fisiocritici, mossi dal desiderio di immergersi nell'investigazione scientifica del mondo naturale colto in tutta la sua complessità, inaugurano a Siena un mutamento epocale: l'abbandono della tradizione aristotelica a favore di un metodo nuovo, quello della scienza sperimentale, avviato ad affermarsi mediante una vera e propria visione del mondo. Tale nuova stagione troverà pieno sviluppo nella cultura del Positivismo ottocentesco, destinata a diffondersi in tutta Europa.

La scienza positivista non è tuttavia una rottura con la tradizione antica ed è anzi proprio negli exempla della classicità romana che viene individuata una identità a cui idealmente riconnettersi. Così è Lucrezio, poeta e filosofo epicureo, all'epoca delle tensioni repubblicane di Roma del primo secolo avanti Cristo, a divenire nume tutelare dell'Accademia dei Fisiocritici senesi e a dare forma al suo motto: veris quod possit vincere falsa. Tale affermazione, che il vero possa vincere il falso, è il verso 481 del quarto libro del De Rerum Natura, poema didascalico di natura scientifico-filosofica e compendio descrittivo di tutto il reale, dalla materia infinitesimale degli atomi al mondo umano, sino all'investigazione dei fenomeni cosmici e celesti. Al contempo discorso sul metodo e guida epistemologica della natura, Lucrezio pone al centro del trattato la laicità della ratio, il discorso razionale come modalità conoscitiva sulla natura del mondo e dell'uomo, anticipando intuizioni rivoluzionarie giunte sino alla scienza contemporanea.

Che il vero possa vincere il falso è la chiave di interpretazione prescelta per la proposta di lettura delle opere esposte. Il filo rosso della mostra è un dialogo ideale tra storia senese e produzioni artistiche contemporanee, dove queste ultime si distinguono per una complessa molteplicità di media - dall'installazione sonora al disegno, dalla video arte alla performance. La mostra è una rigorosa interrogazione del reale da parte delle opere degli artisti, dove l'investigazione di problemi gnoseologici, l'analisi di memorie pubbliche e private, ma anche la riflessione su temi sociali e politici, trovano espressione mediante un approccio di analisi razionale nelle quali emozioni e passioni divengono parte di un più ampio tentativo dell'arte di comprendere il mondo. Il visitatore è così invitato a percorrere le sale delle tre istituzioni senesi alla scoperta delle riflessioni degli oltre 40 artisti coinvolti.

Il Palazzo Pubblico, Santa Maria della Scala, e l'Accademia dei Fisiocritici divengono così teatro delle investigazioni zoologiche di Mark Dion, Berlinde de Bruyckere e Vanessa Safavi, del rapporto uomo-natura analizzato da Cyprien Gaillard, Michail Sailstorfer, Steve Roden e Judith Hopf, delle tensioni tra storia della scienza e storia delle relazioni sociali evidenziate da Rashid Johnson, Abdel Abdessemed, Anri Sala e Georges Adeagabo, e dell'estetica umanistica di Adrian Paci, Neri Ward, Franco Vaccari e Tino Sehgal. Come ancora nel De Rerum Natura scriveva Lucrezio, dobbiamo vedere con la ragione sagace di che sia fatta l'anima e la natura dell'animo, ed è questo il messaggio finale che la mostra senese affida alla sensibilità interpretativa dei suoi visitatori.» (Che il vero possa confutare il falso - Veris quod possit vincere falsa, di Luigi Fassi e Alberto Salvadori)




Mostra di Opere degli anni '80 di David Simpson Opera di David Simpson David Simpson: Opere degli anni '80
termina il 12 settembre 2016
Studio la Città - Verona
www.studiolacitta.it

Tra le proposte espositive del Summer Show, pensato da Studio la Città per offrire ai visitatori un nuovo allestimento "estivo" dei propri spazi, una sala sarà dedicata ai lavori dell'americano David Simpson di cui presentiamo, per la prima volta in Italia a cura di Marco Meneguzzo, le particolarissime opere degli anni '80: lavori il cui il bilanciamento del colore veniva operato dall'artista con l'ausilio di forme geometriche dai contorni netti. Anche in queste tele l'illuminazione e il colore hanno un'importanza fondamentale per l'artista, ma in forma diversa rispetto a quelle cangianti: la loro struttura sagomata, talvolta composta da quadrati affiancati o sovrapposti, implica inevitabilmente un dialogo serrato tra volumi e cromie, territorio di ricerca di questo artista fin dai suoi esordi a Berkeley, negli anni '50, tra il gruppo astrattista americano.

Infatti, come per i suoi lavori più noti dalla fine degli anni '90 ad oggi, anche in questo caso, i dipinti di Simpson non sono referenziali, né allegorici e le trasformazioni di luce e colore che generano non sono solo ottiche, ma veramente esperienziali. Forse qui più che in altre opere si percepisce il legame serrato con la storia dell'arte americana del primo dopoguerra e la diretta discendenza di questi lavori dai quadri dei pittori astrattisti di metà '900 come Ad Reinhardt, Mark Rothko e Robert Ryman. Allo stesso tempo, lo studio su luce, colore e forma può essere ritrovato in quel contesto minimalista che generò le composizioni lineari e fluorescenti di Dan Flavin o le installazioni luminose e immersive di James Turrell e, più in generale, del movimento californiano Light and Space. Durante l'inaugurazione Marco Meneguzzo presenterà la monografia inglese dell'artista americano: David Simpson, Works 1965-2015, edita da Radius Book, con testi di Louis Grachos, Jonathon Keats, Kenneth Baker e David Simpson. Il libro costituisce un compendio esplicativo delle opere dell'artista realizzate tra il 1965 e il 2015.

David Simpson (Pasadena, 1928) nel 1956 Simpson si laurea alla California School of Fine Arts (ora San Francisco Art Institute) con un BFA e nel 1958 consegue l'MFA al San Francisco State College. Dal 1958 Simpson partecipa a più di 70 mostre personali in gallerie e musei di tutto il mondo. I suoi dipinti sono stati inclusi in centinaia di mostre collettive in tutti gli Stati Uniti e in Europa. Durante i primi anni '60 Simpson è stato incluso in due importantissime mostre: Americans 1963, presso il Museum of Modern Art di New York a cura di Dorothy Canning Miller e Post-Painterly Abstraction, curata da Clement Greenberg nel 1964; che è poi stata riproposta al Los Angeles County Museum of Art, al Walker Art Center e alla Art Gallery di Toronto. Allora Simpson dipingeva quadri astratti derivati dal paesaggio poi, negli anni '70, si dedicò ad un'astrazione riduttiva anche se sempre riferita al paesaggio. Ma fu solo con la scoperta, nel 1987, di un nuovo mezzo acrilico che riuscì finalmente e con successo ad abbracciare il radicalismo del monocromo. Studio la Città lo rappresenta dagli anni '90 e collabora tuttora per promuoverne il lavoro in Italia e in Europa. (Comunicato stampa)

«The human spirit, light, the human soul, energy; all are part of this same thing, and art is one of its signs. All art that celebrates life, no matter how trembling and uncertain, gives off sparks of this light and energy. Rothko's paintings give it, as do the frozen moments of Vermeer, Monet, Delacroix and the hundreds of anonymous medieval artists who illuminated book pages, created glass windows and lit their sculpture by placing it within the darkened niche. It may be old fashioned to say that art should be redemptive, but I belive it should be when it can.» (David Simpson)




Architectural Landscapes Architectural Landscapes
Silvio Canini | Luciano Romano | Sandra Senn


termina il 10 settembre 2016
VisionQuesT contemporary photography - Genova
www.visionquest.it

L'idea di questo progetto a tre mani nasce dal desiderio di esplorare ed immaginare di dar vita a quel momento in cui la fotografia architettonica trascende la rappresentazione, sia essa reale, composta, interpretata o totalmente inventata; un paesaggio diverso, indipendente e plasmato dall'interpretazione e dall'esperienza, quasi a voler fissare l'attimo in cui l'intervento dell'artista diventa esso stesso paesaggio. Nelle fotografie di Silvio Canini da "cosa cerchi, il mare?" dune improvvise ed invadenti sembrano infrangersi su architetture urbane altrettanto presenti: un mare non mostrato ma suggerito come se, e solo apparentemente, a vederlo fosse unicamente il fotografo, mentre l'uomo e l'architettura osservano indiferrenti.

Eppure di questo mare Silvio Canini ci rende pienamente coscienti a tal punto che ci sembra di vederlo, sentirlo e di percepirne l'odore. Luciano Romano ricerca invece luoghi reali da mettere in scena e trasfigurare. E' l'immaginazione a trasformare il luogo fisico in un'immagine mentale, e simmetricamente a trasformare la visione che l'artista ha in mente in qualcosa che sia visibile agli altri. Spazi spesso disabitati oppure popolati da figure indistinte, ombre sfuggenti, come le persone che avverti con la coda dell'occhio per la strada. Lo spazio della natura ma anche quello modificato e costruito dall'uomo, diventano il teatro dell'esistenza.

Sandra Senn attraverso le sue immagini dalla serie "Home" simili a modellini composti tra finzione e realtà, crea scenari, architetture impossibili e paesaggi in cui il trattamento iperrealista ci riporta agli studi dell'arte pittorica; con le sue immagini insieme seducenti e irritanti, l'artista esplora lo spazio tra realtà e utopia e con una strana disposizione degli elementi architettonici, mette in discussione il nostro concetto di realtà. Nel suo lavoro, i paesaggi e gli edifici pur avendo sempre qualcosa di familiare ci propongono spazi abitativi visionari e metafore suggestive. (Comunicato stampa)




Opera di Francesco Clemente Francesco Clemente. Fiori d'inverno a New York
termina lo 02 ottobre 2016
Santa Maria della Scala - Siena

Con questa mostra - a cura di Max Seidel, con la collaborazione di Carlotta Castellani - Francesco Clemente rende omaggio a Siena, città che già nel 2012 ha dimostrato un vivo interesse per la sua arte con la prestigiosa nomina per l'esecuzione del drappellone del Palio. In seguito a tale collaborazione l'artista ha realizzato dieci opere inedite, suddivise in due cicli distinti, da esporre nella città su invito di Max Seidel. Si tratta di dieci tele di grande formato realizzate dal pittore napoletano a New York a partire dal 2009 ed esposte per la prima volta a Siena. La serie dei Fiori d'inverno a New York è costituita da cinque opere che hanno impegnato l'artista per più di cinque anni (2009-2016).

Questo ciclo nasce in collaborazione con la moglie dell'artista, Alba Primiceri, nota attrice e coreografa, la quale ha scelto alcuni fiori presenti a New York nei mesi invernali che hanno costituito la base per una rielaborazione pittorica da parte di Francesco Clemente, contraddistinta dall'accurata selezione dei pigmenti di origine vegetale utilizzati per ciascun lavoro. Sono presenti in mostra anche le opere della serie - intitolata "l'Albero della vita" - che rappresenta la summa del linguaggio adottato dall'artista fin dai suoi esordi, con riferimenti ad alcuni motivi presenti nella sua produzione e collegati al tema del ciclo della vita. L'iconografia di Clemente attinge liberamente dalle fonti più svariate come la mitologia classica, il buddhismo, la storia e la letteratura orientali e l'immaginario contemporaneo. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Civita)




Opera di Piero Fogliati dalla mostra Eterotopia Piero Fogliati: Eterotopia
termina lo 06 agosto 2016
Galleria Dep Art - Milano
www.depart.it

La mostra monografica dedica all'artista, da poco scomparso, una retrospettiva con opere dagli Anni '70 all'ultimo periodo. Un percorso che si articola tra i suoi soggetti più famosi, tra i quali Euritmia evoluente, Latomia, Liquimofono, Reale virtuale, Prisma meccanico, Fleximofono, Forme di buio e Macchina che respira. Ancor più che opere d'arte, quelle di Piero Fogliati ci appaiono come le invenzioni di un visionario che si è nutrito di sogni. Sogni troppo grandi per un uomo solo. Dagli anni Sessanta Fogliati ha infatti iniziato a concepire una Città fantastica in cui l'ebbrezza meccanica generava "esperienze sensoriali" nelle persone. Molte delle sue intuizioni sono purtroppo rimaste sulla carta: Fissazioni - come amava chiamarle lui - che si esprimono in poche linee e qualche parola.

Assumendo lo spettatore a guisa di ricettore, Fogliati ne mette alla prova le dinamiche visive e le facoltà cognitive; molte sue opere si basano sul "principio percettivo autonomo", ossia sui movimenti saccadici dell'occhio, che sono involontari. Con queste opere Fogliati si avventura in uno spazio animato da enigmi sensoriali, i cosiddetti fantasmi che possiamo intercettare grazie a una persistenza retinica. Una delle invenzioni più famose di Fogliati è la luce sintetica, altrimenti detta "luce fantastica" che resta bianca a contatto con un corpo statico, scomponendosi viceversa nei colori dell'arcobaleno quando illumina un corpo in movimento. Affrancando il colore dal supporto pittorico, Fogliati si è sempre avvalso di dispositivi elettromeccanici che avverano una "pittura dell'aria". Uno spazio potenziale, depositario di meraviglie e delizie, dove linee e volumi fluttuano per poi dissolversi. Completa la mostra un catalogo bilingue italiano ed inglese con testo critico di Alberto Zanchetta. (Comunicato stampa)




Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia Dalla mostra ReSONAnT Ritmi e Suon ReSÒNAnT Ritmi e Suoni: l'Arte ritrovata
termina il 17 settembre 2016
Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" - Vibo Valentia

L'esposizione propone reperti provenienti da scavi archeologici o conservati presso altre istituzioni e ricostruzioni desunte da fonti letterarie o iconografiche, ritmi, suoni, declamazioni di testi classici, rappresentazioni scenografiche. La mostra è dedicata alla cultura musicale; arte molto importante e assai praticata nel mondo classico, della quale si trovano solo pochi frammenti, spesso anche di difficile interpretazione e con tentativi di riproduzione sonora. (Estratto da comunicato stampa)




Maier Nataly - pittura collage 2016 Nataly Maier: "Confinitudine e pittura collage"
termina il 29 luglio 2016
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

Nataly Maier (Monaco di Baviera, 1957), pittrice, milanese di adozione dal 1981. In questa sua personale a Livorno sono esposti i dipinti degli ultimi 3 anni dove il colore è il protagonista indiscusso ed assoluto "... è il perno del mio lavoro.." come dichiara l'artista stessa nell'intervista fatta con il critico, e curatore della mostra, Federico Sardella e pubblicata in catalogo. E l'autrice prosegue "... nel far convivere colori diversi sulla stessa superficie, adoperando più colori si deve affrontare la questione della convivenza, del dialogo, della sovrapposizione.

Il colore viene costruito tenendo conto di quello che c'è sotto, perché la stesura, anche la più sommersa, in qualche modo traspare, e diventa parte integrante della superficie del quadro". Questa è la poetica e i parametri con cui si confronta nel proprio lavoro e in ogni suo quadro Nataly Maier. In mostra sarà anche presente il Libro d'Artista "Pensare Pittura", edito nel 2012 dalle Edizioni Peccolo nella Collana Memorie d'Artista n.27. L'esposizione è accompagnata da un catalogo bilingue italiano/inglese contenente le immagini delle opere esposte e l'intervista/conversazione dell'artista con Federico Sardella. (Comunicato stampa)




Mette Stausland - Moving Parts 617-Z - matita su carta cm.68x54 2016 Robert Wood - Pavilion for a Constellation - H mm.360 x W mm.730 x L 1020 2015 Mette Stausland | Robert Wood: Drawing - Construction
22 June - 03 September 2016
Maurer Zilioli Contemporary Arts - München
www.maurer-zilioli.com

In the case of Mette Stausland (b. 1956 in Kristiansand, Norway) drawing proves to be a diversely structured creative process. The artist, who graduated at the Royal Academy of Fine Arts in Stockholm and today lives in Basel and Denmark, dedicates herself to observing emotional events on the one hand and, on the other, explores external relationships - for instance, of space and signs or gestures - between universal knowledge and individual sensitivities. Her materials are simple - paper, pen, chalk, scissors - the results complex. In this way the feelings of spontaneity and unpredictability in her works - qualities to which the drawing is naturally bound - fuses with the skilled and deliberately executed fluency and movement, contrasting to the solidness of the at once abstract and organic body and form. They bear witness to the tension within the artistic action, to creative consideration and received intimacy. Drawings appear in their originality as clear-sighted views through a window into the artistic process, so that the observer becomes complicit in the Other. (Eckhard Schneider)

Drifting poetry, teasing uncertainty and propitious stability become manifest, qualities with which Mette Stausland as a dancer - an activity she had to give up after an accident - is all too familiar with. Openness and opacity alternate and communicate with one another. Nevertheless, as a whole it is rather less about uncovering and revealing solely personal motifs than primarily about the visualisation of intellectual pulses per se. With this, Stausland refers in the broadest sense to one of the most essential factors of identification in modern and present day art: grid or lattice works, deciphered by Rosalind Krauss as a key motif of non-representational expression in the second half of the twentieth century. With Stausland this form turns with an autonomous pre-eminence into a metaphor for the artistic state of being, as if the author had steeped her message within the rhythmic 'musical scores' of her work, inventing her own representative language.

Robert Wood (born 1957 in Toronto / Ca): "Although the three-dimensional works in the exhibition adopt some of the formal conventions of architectural model making it is perhaps more useful to think of them in relation to drawing - that is drawing as thought made visible. If they are to be seen as models, then these are models that test rather than plan, speculate rather than solve and favour process over product. If they are to be seen in relation to architecture, then it is a personal architecture that makes it's way towards a tangible equivalent to the different stages of creative thought and memory and their complex and often contrary interplay. It is a journey that often involves a myriad of references, such as, improvised games, lexicons of temporary structures, follies, pavilions and building sites.

Structures and assemblies form a field of memory, analysis and representation at points balanced between the wreckage of things remembered and the foundations of things yet to be constructed. Similar to the architecture of 'follies' in the 17 th and 18 th centuries and 'pavilions' of the 20th and 21st centuries, they are more concerned with the potential of buildings and ruins to embody meaning, rather than their functional purpose. By their nature these are fragile, provisional constructions that hint rather than state. They test processes at the interface of sculpture and architecture, design and improvisation, metaphor and measure. Despite the façade of precision, they have more in common with the 'sketch' where ambiguity is productive and meaning variable." (Press release)




Esperanto - cartolina Trieste 1922 Ghez - ufficiale postale e professore di Esperanto Esperanto - lingua friulana Esperanto - Udine L'Esperanto nella Filatelia
termina il 27 agosto 2016
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

A 110 anni dalla fondazione dell'Associazione Esperantista Triestina, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa presenta una ricognizione storico filatelica della lingua e dell'esperienza Esperanto. Accanto alla rassegna, è stata realizzata una speciale cartolina commemorativa e sarà garantito l'annullo filatelico dedicato. La mostra consta di 15 pannelli ricchi di documenti originali: francobolli, cartoline, annulli postali, chiudilettera, disegni, fotografie e altri documenti della ricca collezione della signora Elda Doerfler, segretaria dell'associazione Esperantista. La Doerfler è presidente dell'associazione internazionale dei collezionisti filatelici esperantisti.

"Questa rassegna - spiega Edvige Ackermann, presidente del sodalizio esperantista triestino - oltre a presentare materiali importanti per i collezionisti, offrirà al visitatore diversi documenti di valore assoluto, utili a rappresentare una coerente e esaustiva panoramica del nostro movimento dalla fondazione ai tempi odierni. Tra le chicche esposte, un francobollo del Brasile stampato in modo singolare tanto da risultare unico. Sono documenti molto interessanti anche per la loro grafica bella e elegante, segno dei tempi in cui sono stati concepiti". C'è una speciale liason tra Poste Italiane e il movimento esperantista locale. Agli albori del 1900 il triestino Arturo Ghez, laureatosi in giurisprudenza all'Università di Graz e dipendente della Direzione delle Poste di Trieste, viaggia per lavoro in tutta Europa. Ghez scopre la nuova lingua del fondatore Lazzaro Ludovico Zamenhof e si appassiona tanto da apprenderla in un batter d'occhio e poi impegnarsi per promuoverla nella propria città.

Nel 1906 è tra i fondatori del Circolo Esperantista triestino "Rondo Esperanta Trieste". Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, quando Trieste entra a far parte del Regno d'Italia, il suo coinvolgimento nella promozione dell'Esperanto non muta: Ghez fa parte del comitato che a Trieste organizza nel 1922 il 7° Congresso degli esperantisti italiani. A testimonianza dell'interesse di questa regione per questa cultura, Udine ospiterà nel 1929 il 14° congresso esperantista. In tempi recenti il Circolo Esperantista triestino ha continuato con intensità la propria attività di promozione nelle regioni di Alpe Adria, curando anche la pubblicazione del Bollettino mensile: "La Eta Gazeto". (Comunicato Ufficio Comunicazione Territoriale Friuli Venezia Giulia, Trentino A.A., Veneto)




Bendini ultimo (2000-2013)
termina lo 01 ottobre 2016
Accademia di San Luca - Roma

Vasco Bendini, uno fra i maggiori nostri artisti della seconda metà del secolo Ventesimo, è ricordato da una mostra, a cura di Fabrizio D'Amico, che ne ripercorre, a un anno dalla scomparsa, il lavoro ultimo, attraverso circa 40 opere di grande dimensione. Un lavoro che da un canto testimonia della fedeltà di Bendini al tema del segno e a quello della luce, tramite i quali egli ha fondato la sua pittura già all'inizio degli anni Cinquanta - quando tutta la critica più attenta al nuovo, da Arcangeli a Calvesi, da Emiliani a Barilli, da Tassi ad Argan, ne percepiva la "candida, solitaria primogenitura" in una vicenda che andava muovendosi oltre l'Informale padano, verso l'astratto.

D'altro canto, pur fedele sempre alle proprie fondamentali vocazioni, Bendini ha reso nell'ultimo suo tempo più coinvolta la sua ricerca, scoprendo una luce che s'è fatta sempre più attimale, concitata, drammatica. Del suo ultimo lavoro, mai esposto prima con questa larghezza, la mostra dà conto, dopo che un positivo riscontro di pubblico e di critica esso ha registrato a New York, presso la R H Contemporary Art gallery, in una sua recentissima uscita. Il primo laboratorio di Vasco Bendini (Bologna, 1922 - Roma, 2015) si svolge fra intense letture filosofiche e l'alunnato all'Accademia di Belle Arti, ove è allievo di Virgilio Guidi e di Giorgio Morandi.

Dopo l'esordio alla Bergamini di Milano nel '49, espone in varie mostre personali e collettive, a partire da quella alla Torre di Firenze del '53, con introduzione di Francesco Arcangeli. E' quindi presente - tra l'altro - alla Biennale del 1956, alla Quadriennale romana del 1959, alla Biennale di San Paolo del Brasile del 1961 e alla Biennale di Tokyo del 1962. Ovunque espone una pittura d'ambito informale, ma venata da una propensione a un più determinato astrattismo. Una nuova ricerca ha inizio appena varcata la metà del settimo decennio, antesignana di certe inflessioni formali che saranno dell'arte povera. Il nuovo modo approda nel 1966 ad una personale all'Attico di Roma, presentata da Giulio Carlo Argan, e ad un'altra personale, nel '67, allo Studio Bentivoglio di Bologna, presentata da Arcangeli.

Partecipa tra l'altro, con sale personali, alle Biennali di Venezia del 1964 e del 1972. Nel 1973 si stabilisce a Roma, dove rimarrà a lungo, e dove tornerà a risiedere nel 2012, dopo un intervallo di vita lavorativa trascorso a Parma. A partire dagli anni Settanta ha numerosissime, importanti mostre personali e antologiche, oltre che in molte gallerie italiane e straniere, in enti pubblici e sedi museali. (Comunicato stampa ufficio stampa Studio Esseci)




Salvo - anni '80 - olio su tela cm.51x73 Paolo Pibi - weight - acrilico su cartone vegetale cm.70x50 2015 Paesaggi
termina il 13 settembre 2016
Studio d'arte Cannaviello - Milano
www.cannaviello.net

Dipinti e Fotografie di: I. Balia, N. Caredda, R. Cutforth, V. D'Amaro, M. Dapino, F. De Grandi, F. Fontana, A. Fulvi, M. Galimberti, J. Garcerà, J. Gerz, M. Giacomelli, M. Giagnacovo, P. Horn, P. Hutchinson, M. Kajioka, S. Keenleyside, B. Koberling, L. Lupi, T. Martini, I. Mc Keever, E. Minguzzi, G. Montesano, P. Pibi, F. Pietrella, P. Pizzi Cannella, S. Polke, L. Presicce, P. Pusole, Salvo, Serse, G. Sgherri, E. Tripodi, R. Welch, M. Zalopany, B. Zimmer.

«Un paesaggio è uno stato d'animo.» (Henri Frédéric Amiel)




Locandina rassegna R.S.V.P. - Répondez, s'il vous plaît (Si prega di rispondere)

Progetto espositivo work-in-progress, strutturato in due fasi, che chiama il pubblico a partecipare attivamente alla sua realizzazione insieme all'artista. Nel mese di giugno il videomaker Paolo Comuzzi, curatore del progetto, videointervisterà i cittadini di Monfalcone sulla loro percezione e sulle loro aspettative rispetto al Museo della cantieristica, di prossima apertura, e alla Galleria comunale d'arte contemporanea e rispetto al ruolo che l'arte contemporanea e l'archeologia industriale possono avere nei confronti del pubblico. Dal 9 luglio al 7 agosto gli esiti di questa operazione artistica condotta "sul campo", una videoinstallazione e alcune sequenze fotografiche, saranno oggetto di una mostra in Galleria (inaugurazione venerdì 8 luglio). (Comunicato Galleria Comunale di Monfalcone)




Arcane Geometrie - mostra di Delio Gennai e Massimo Gasperini Arcane Geometrie
Delio Gennai | Massimo Gasperini


termina il 25 settembre 2016
Studio Gennai Arte Contemporanea - Pisa
www.studiogennai.it

Delio Gennai da tempo crea figure e oggetti che, prendendo spunto dalla lunga, celebrata storia della sua città, si risolvono in ricercati rapporti tra positivo e negativo, tra luci e ombre, nel candore dei bianchi che uniformano e danno organicità alle sue creazioni. Le tarsie, gli stendardi, i libri d'artista. Il minuzioso lavoro con il bisturi su cartone di lieve, talora lievissimo, spessore, l'utilizzo di sottili garze a chiudere e muovere i geometrici spazi creati costituiscono il filo conduttore di un linguaggio coerente, organico, emozionante. Gli si affiancano i Quaderni neri di Massimo Gasperini.

Avvolgenti repertori di frasi, pensieri e disegni. Pagine dense e armoniose attraversate da struggenti immagini. Disegni costruiti in sottilissima punta di lapis, di rado connotati da leggeri, soffusi tocchi di colore: immagini di architetture scarnificate dallo loro consistenza materica divengono minuziosi reticoli di purissima sostanza geometrica; e dalla geometria sgorgano immagini fantasiose, che si diffondono nell'imperscrutabile universo dell'immaginario. Recondite armonie, tra i due. Un incontro fortuito e fortunato, voluto dal caso, da quel misterioso refolo che perenne aleggia nell'aria. Dunque, arcane geometrie. (Ilario Luperini)




Opera di Giovanni Favero dalla mostra Dolomiti Giovanni Favero: "Dolomiti"
termina il 10 settembre 2016
Spazio espositivo Mini Mu (Parco di San Giovanni) - Trieste

Mostra di opere fotografiche di Giovanni Favero, presentata dal prof Giancarlo Torresani, direttore artistico TPD "Trieste Photo Days". Favero è un autore che proviene da quell'area culturale che ha le sue radici più profonde nel culto del reportage e nell'osservazione del particolare naturalistico, e che in ambito fotografico possiamo far risalire fino alla forza espressiva di un padre putativo della statura di Ansel Adams. Ecco, in questo ambito in cui la rappresentazione guarda all'assoluto più che al particolare, s'inseriscono i lavori proposti in questa mostra. Si tratta di foto impeccabili, stampate in b/n, in medio e grande formato. Il tema è quello delle Alpi ovvero di un ristretto orizzonte geografico, dove uomini, animali e testimonianze culturali sono del tutto assenti: il silenzio domina in queste inquadrature.

I lavori qui esposti privilegiano un uso controllato e meditato di soggetti e materiali sensibili all'effetto monocromatico, volendo così prendere le distanze, a un tempo, dalla contemporaneità tecnologica (oramai pervasa dalle relative manipolazioni informatiche) oltre che dalla ridondanza cromatica di tante immagini pubblicitarie. E' questa un'operazione che permette all'autore di guardare alla realtà ritratta, con un certo disincanto, ma anche con una memoria storica che non si lascia scavalcare dal sentimento della pittura: le opere dei grandi vedutisti veneti, al pari di quelle della pittura divisionista, esistono in quanto eventuale punto di riferimento, e non quali modelli proponibili.

Le atmosfere, caratterizzate da cieli spesso corruschi, evidenziano il tormento di una terra aspra, forte, difficile da dominare, e dalla quale l'uomo viene facilmente messo ai margini. Con queste immagini l'autore vuole trasmetterci semplicemente le sensazioni di allargamento dello spirito che lui ha provato durante alcune campagne fotografiche condotte "ad alta quota". Si tratta allora di immagini "facili" nella loro comprensibilità, eppure difficili nella purificazione formale che le sottintende. Là dove la forma conchiusa trova la sua ragione d'essere nell'iterazione del tema, la narrazione nel perdere il suo soggetto primo (l'uomo e la scansione temporale delle sue azioni), riconduce il tutto al bisogno di una scoperta continua: non più verità, bensì condizione soggettiva; e queste immagini ne divengono il segno incontrovertibile. (Comunicato stampa Roberto Vidali)




7 giorni - video 7 giorni
termina il 31 luglio 2016
MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna

Opera video del duo artistico tedesco M+M. L'esposizione, curata da Laura Carlini Fanfogna e Gino Gianuizzi, apre l'edizione 2016 di Biografilm Festival. L'installazione è costituita da sette episodi, uno per ogni giorno della settimana, che si ispirano a scene di celebri film girati tra gli anni '60 e gli anni '80: Shining, 1980, di Stanley Kubrick per Lunedì; Il marito della parrucchiera, 1990, di Patrice Leconte per Martedì; Un uomo, una donna, 1966, di Claude Lelouch per Mercoledì; Francesco, 1988, di Liliana Cavani per Giovedì; Tenebre, 1982, di Dario Argento per Venerdì; La febbre del sabato sera, 1977, di John Badham per Sabato; Il disprezzo, 1963, di Jean-Luc Godard per Domenica.

Il progetto si è sviluppato tra il 2009 e il 2015 ed è stato concepito fin dall'inizio per avere una gestazione prolungata, con un unico protagonista, l'attore austriaco Christoph Luser, che vediamo nella sua evoluzione dai 28 ai 34 anni, il quale nell'ambito dei sette giorni consecutivi si confronta con alcune situazioni ambigue e dai toni emotivi contrastanti nella loro apparente quotidianità. La doppia narrazione simultanea di ogni giornata/scena, alternata alla successiva con unaproiezione su quattro canali, crea un effetto enigmatico e inatteso in virtù della presentazione antinomica e coinvolge lo spettatore con un effetto includente e immersivo. (Comunicato stampa)




Fabio Civitelli - Tex Winter Sunrise - Sierra Nevada (2013) Fabio Civitelli - Tex Walpi Pueblo - cm.40x60 Fabio Civitelli: Senza Frontiere
termina il 29 luglio 2016
Ca' di Fra' - Milano
gcomposti@gmail.com

Fabio Civitelli, disegnatore tra i più conosciuti nel mondo texiano, collabora con la Sergio Bonelli Editore da più di trent'anni. Artista tra i più apprezzati dagli amanti della Nona Arte, firma la seconda mostra a Ca' di Fra' (2012). Quest'occasione, però, è sensibilmente differente poiché sarà una personale unicamente di opere su tela. Un vero e proprio battesimo per un "Civitelli artista"; un ingresso a pieno titolo in un territorio nuovo... La questione se il Fumetto sia o meno Arte risulta ormai stucchevole, se non semplicemente superata dai fatti. Unico strumento necessario per dirimere la questione: uso degli occhi. Perfetto equilibrio di ogni elemento; Ogni singolo puntino o linea, ombra o tratto ha una sua assoluta necessità e ragion d'essere... una ineluttabile necessità di esistere. Opere ricche di riferimenti storico - artistici, mai improvvisate.

Le tele di Fabio Civitelli raccontano una storia intera in un unico istante, sospesa tra "tempo dei sogni e dei giochi" e "tempo della riflessione". La passione di Fabio Civitelli per la Storia della Fotografia e del Cinema è palpabile; Il lavoro raffinato e colto; a più livelli di decodificazione. I cieli di Michael Kenna, l'intensità di Paul Strand, i paesaggi sconfinati di Ansel Adams, ma anche i tagli cinematografici di George Romero, le inquadrature de La Mummia di Karl Freund (film con Boris Karloff del 1932), Nosferatu, film muto del 1922 diretto da Friedrich Wilhelm Murnau, sono il palcoscenico delle sue opere. Il Fumetto è Arte. Il lavoro di Fabio Civitelli lo testimonia in ogni "punto", rivelando una trasversalità di linguaggi (fotografia, pittura, fumetto) e suggestioni affascinanti. La mostra si compone di una ventina di opere su tela. (Comunicato stampa Manuela Composti)




Annamaria Buonamici - olio su vetroresina "ARTinCLUB 4" - Arte Contemporanea alla Residenza d'Epoca
Dipinti di Annamaria Buonamici


termina il 30 settembre 2016
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com

Mostra di pittura, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. In esposizione una serie di recenti dipinti dell'artista Annamaria Buonamici. L'iniziativa ARTinCLUB, giunta alla quarta edizione, nasce con l'intento di offrire al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Annamaria Buonamici (Lucca, 1954) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in Italia e all'estero. I suoi dipinti sono realizzati con una tecnica personalissima, mediante la quale l'artista dipinge sul retro lastre trasparenti di vetroresina con colori ad olio. Il suo universo creativo è focalizzato sull'osservazione del paesaggio naturale: attraverso continui giochi di sovrapposizione ed effetti di contrasto, la pittrice rappresenta la natura con suggestive combinazioni cromatiche, nel tentativo di coglierne l'essenza più profonda. La mostra è corredata di catalogo con introduzione di Gianni Costa. (Comunicato stampa)




Opera di Fabio Di Bella Eugenio Vanfiori - pungiball Fabio Di Bella | Eugenio Vanfiori: Il gioco
termina il 15 settembre 2016
Impresa Sociale Ad Formandum - Trieste

La mostra organizzata con il concorso dell'Associazione Juliet sarà presentata da Camilla Pasqua. Entrambi i due autori sono componenti del collettivo artistico "Spazio Libero Officina Artistica" insieme a M.Saija, O.Sturniolo e S.Marino. Il tema conduttore che unisce questi due autori è quello del gioco, come emerge anche dal titolo della mostra. Le carte da gioco nel primo caso e il soggetto delle giostre nel secondo. Di Bella utilizza l'iconografia del mazzo di carte e la sua struttura bidimensionale, per trasformarla nelle sue opere sia in impianto scenografico, sia in personaggi che interagiscono in quello spazio dove tutto può esistere e prendere forma.

L'attenzione di Vanfiori si sofferma sulle giostre e le attrazioni del Luna Park, perciò il suo processo è inverso, visto che dalla grande dimensione si passa a una scala ridotta. Egli utilizza la rappresentazione di questi "macchinari ludici rotativi e luminescenti" per dialogare con il fruitore, ma attrezzato dalle suggestioni della gioia per il divertimento e la paura per ciò che si presenta saltuariamente nei periodi di festa, per quel mondo ignoto e misterioso che si dichiara presuntuoso con i suoni e i colori di questi immensi "giocattoli". (Comunicato stampa)




La Forma della Città La Forma della Città
termina il 13 agosto 2016
Galleria Eduardo Secci Contemporary - Firenze
www.eduardosecci.com

La Forma della Città propone una serie di posizionamenti nel rapporto tra l'artista contemporaneo e lo spazio urbano indagato come luogo in cui si sviluppano tensioni sociali, trasformazioni culturali e il senso stesso della storia. I sette artisti coinvolti, Elena El Asmar, Andrea Galvani, Michele Guido, Margherita Moscardini, Marco Neri, Luca Pancrazzi, Giuseppe Stampone, sono stati chiamati a confrontarsi con il valore ambivalente della città nella tradizione di matrice europea: la forma creata per fondazione o stratificazione nei secoli e il suo diluirsi nell'espansione incontrollata del Novecento, con la dissipazione di quella continuità tra spazio e abitanti che per secoli ha garantito il legame tra comunità e produzione culturale.

E' quindi un progetto incentrato sulla facoltà critica dell'artista e sul modo in cui il suo sguardo può comprendere la storia. I sette artisti forniscono altrettanti punti di osservazione per reinterpretare l'architettura, lo spazio urbano, le diverse declinazioni della sfera pubblica, tra memoria e vertigine immaginativa, tra senso del politico e forme del poetico. In mostra la varietà dei linguaggi e degli esiti formali (in lavori quasi sempre realizzati espressamente per questo progetto) si ricompone in un percorso giocato su due fattori comuni: la scelta di opere quasi sempre bicrome, e una varietà di livelli ottici che obbliga l'osservatore a muoversi tra la superficie e la visione panoramica dell'opera.

L'installazione a parete di Marco Neri mette in scena un interno urbano con una tessitura bidimensionale che rivela la natura geometrica della città. La sua uniformità (alienante nell'edificazione intensiva), rappresentata come mappa e come ritratto di periferia, vibra grazie alla variazione fornita dalle scelte individuali. Nel lavoro di Michele Guido la geometria è quella della matrice rinascimentale, a partire dalla definizione delle forme pure (il cerchio, il quadrato) fino alla pianificazione del colonialismo. Nelle serigrafie, nei disegni e nella grande scultura, Guido utilizza gli strumenti della ricerca storiografica per mettere in evidenza il rapporto tra l'idea della città e la sua immagine reale. Anche il lavoro di Elena El Asmar, qui formalizzato in tre grandi arazzi, si svolge come un continuo "esercizio del lontano", coniugando la dimensione mentale dei luoghi con la loro realtà tangibile.

A partire dalla figurazione della memoria, e nel suo incontro con i materiali, le città fenicie dell'artista si ramificano lungo i confini del paesaggio toscano, dell'architettura postmoderna, dello spazio immaginato. La città si dissolve nell'opera di Andrea Galvani lasciando emergere un paesaggio notturno e onirico: le sue fotografie mostrano spazi limitrofi della città come autentiche apparizioni, conducendo lo spettatore in un'osservazione del quotidiano vibrante e inedita. Le città su specchio e su rete di Luca Pancrazzi rivelano uno sguardo sul margine, tra prospettive ripidissime e visioni macroscopiche. L'artista elabora sottrazioni cromatiche e sintesi formali che puntano a un' estetica divergente dello spazio urbano, dove le visioni delle periferie e i passaggi radenti sono il sintomo di un movimento continuo.

Giuseppe Stampone compie una critica delle icone della società occidentale: le sue opere su carta creano piccole deflagrazioni di senso che mettono in discussione le relazioni tra il potere e la complessità sociale. In una grande installazione la negazione dell'ovvietà del visibile indica il legame tra dominio e forma della città. Lo sguardo di Margherita Moscardini si pone da dietro le quinte di una resistenza civica che individua proprio nello scarto, nell'errore, nello spazio liminale, la possibilità di nuove narrazioni, individuali e collettive. Gli artisti hanno indicato le proprie bibliografie legate alla forma della città: una scelta dei libri che hanno informato i loro sguardi sarà disponibile in galleria, per la consultazione e la vendita, grazie a una collaborazione con la Libreria Brac di Firenze. (Comunicato stampa)




Christian Megert - Mobile - legno, specchio 1965 Christian Megert: Attraverso la scultura
termina il 29 luglio 2016
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

"Attraverso la scultura" rappresenta l'inizio di un progetto che intende rendere omaggio all'artista in qualità di scultore, proponendo un percorso attraverso una selezione di sculture dagli anni Sessanta sino ai nostri giorni. La scultura di Megert si basa su forme astratte-concrete che egli realizza utilizzando materiali differenti, come vetro, granito e marmo, e che consentono grazie alla loro superficie lucida, e a sua volta riflettente, di catturare la luce dell'ambiente e rispecchiare lo spazio circostante. Megert afferma di voler creare uno spazio senza limiti, senza inizio e senza fine, immobile e, allo stesso tempo, in movimento". La mostra attraverso una ricca selezione di opere, dalle tecniche e forme differenti, mette in luce la poetica dell'artista, che oscilla tra spazi reali e spazi irreali di vetro e granito. La scultura di Megert è riflessione dello spazio, rinnovamento nella comprensione del mondo attraverso lo studio delle diverse prospettive geometriche. Questo si rende evidente, in particolare nella scultura in granito rosso di forma cubica, del 1985, posizionata su base di plexiglass, la quale in un gioco di volumi, propone un dialogo tra pieni e vuoti, tra leggerezza e pesantezza e diventa luogo di contemplazione.

Christian Megert (Berna, 1936) ha partecipato attivamente alle ricerche artistiche del Gruppo Zero, fin dagli anni sessanta. Vive e lavora tra Düsseldorf e Berna. Nel 1961 Megert scrive il suo Manifesto Ein Neuer Raum (Un nuovo spazio), sintesi della sua ricerca artistica. Protagonista di numerose esposizioni personali, l'artista ha preso parte alle esposizioni del Gruppo Zero e a quelle dell'Arte cinetica in Europa. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni private e pubbliche, tra cui il Musée des Beaux Arts di Montreal, il Progressive Museum di Basilea, il Museum of Modern Art di New York, il Gropius-Bau di Berlino. (Comunicato stampa)




Opera di Filippo Capperucci Opera di Mimì Buffelli Opera di Giuseppe Patanè Opera di Adriano Castelli Opera di Eugenia Serafini Opera di Franca Maria Catri Scenari








Filippo Capperucci, Mimì Buffelli, Giuseppe Patanè, Adriano Castelli, Eugenia Serafini, Franca Maria Catri


termina il 21 ottobre 2016
Plus Florence - Firenze

"Scenari" si campiona ad essere, in una città come Firenze, lo specchio di un'arte di frontiera, assolutamente in movimento, ipermoderna, ipertesa, ipercolta, mente e cuore, ma anche progetto e destino della comunicazione estetica. E' con questo progetto, ideato e diretto dal Prof. Carlo Franza, che si vuole indicare e sorreggere l'arte nuova e, dunque, protagonisti e bandiere, bandendo ogni culto del transitorio per porgere a tutti il culto dell'eterno. Con "Scenari" si troveranno ad essere coinvolti, ogni volta, sei artisti con sei mostre personali. I sei di questo capitolo sono Filippo Capperucci, Mimì Buffelli, Giuseppe Patanè, Adriano Castelli, Eugenia Serafini, Franca Maria Catri.

Capperucci: Corsari della Libertà
Plus Florence - Piano Beige

"Filippo Capperucci è un protagonista originale della pittura italiana contemporanea, molto conosciuto non solo per le immagini strutturate con effetti di potente semplificazione, ma anche per il singolare bestiario, per i suoi insetti e animali mostruosi irti di aculei e gobbe. Capperucci cerca di capire e leggere il mondo prima di rappresentarlo, lentamente immaginando che non sia finita l'euforia, il gioco a colori di questo mondo animale da paradiso terrestre che sorprende per una realtà e certi abissi nascosti. D'altronde i sogni sono nelle mani degli angeli, mentre il bestiario umano che egli traduce a colori stordisce e disincanta. (...) Filippo Capperucci ha esplorato il nostro mondo carpendone anche quella parte fantastica che incanta non poco. La sua è stata un'invasione mentale niente affatto affidata all'avanguardia, ma capace di alimentare la curiosità del turista visivo. (...)". (Carlo Franza)

Filippo Capperucci (Parigi, 1955) ha frequentato l'istituto d'arte di Firenze e si è diplomato all'Accademia di Belle Arti, sezione scenografia, nel 1978. La sua pittura si è sempre mossa nell'ambito del figurativo, sperimentando modi diversi sia nel rappresentarlo che nell'uso del colore sulla tela. Molti suoi lavori sono a tecnica mista, con inserti di materiali vari che richiamano la tecnica del mosaico, collage e fotografia, creando l'effetto desiderato. Ha al suo attivo varie mostre personali. Dal 2005 ha iniziato la realizzazione di un mosaico murale nel giardino del proprio studio, prontamente battezzato " il giardino dei gatti felici". Il suo pensiero prevalente si rifà a una frase di F. Hundertwasser. "Un mondo pieno di colori e' sempre sinonimo di paradiso".

Mimì Buffelli: Armonie dell'Universo
Plus Florence - Piano Fucsia

"Tutta la nutrita serie di opere in mostra lascia leggere "la Puglia di Mimì Buffelli", la Puglia del sole e del fico, fortezza dell'antichità e porta della Grecia. Solo una attenta pittrice poteva inscenare sia il vigore storico che la favola meridionale divenuti per sua mano modulazione grafica e ritmo poetico, sorprendente sintesi che maggiormente racconta una singolarità espressiva sempre più magica e rarefatta. (...)Il suo neorealismo un po' necessariamente neoromantico impreziosisce le immagini raccolte, calate poi in una luce che arde di grazia metafisica (...)". (Carlo Franza)

Mimì Buffelli Russi (Salve - Lecce) ha tenuto mostre personali, collettive, marguttiane, itineranti, interessando le sedi e gli ambienti più disparati, sempre con una dichiarata volontà: quella di legare la sua passione alla fede pittorica. Le città che hanno ospitato le sue mostre le troviamo dislocate in tutta Italia, soprattutto in Puglia, comprese tra i paralleli di Altamura e Santa Maria di Leuca. I suoi dipinti sono stati utilizzati anche per illustrare libri, e sono state oggetto di studio da parte di studenti di licei artistici che hanno prodotto tesi su di lei.

Giuseppe Patanè: Mediterranea
Plus Florence - Piano Arancio

"(...) Narrazioni storiche, episodiche, geografiche, trafiggono il mare della visione esistenziale, così da far mostrare a Giuseppe Patanè, pur se rivolto in taluni momenti ad ambiti diversi come la moda, l'allegoria e la derivazione barocca del suo procedere sul reale, il repertorio delle sue immagini proiettate su situazioni sospese, la struttura dei volumi e delle connessioni pittorico - esistenziali, ed anche il suo fervore creativo(...)". (Carlo Franza)

Giuseppe Patanè (Catania), fashion designer dal carisma eclettico e passionale, con all'attivo corsi di tessile e creazione di costumi teatrali conseguiti all'Accademia delle Belle Arti, muove i primi passi creativi proprio nel cuore della Sicilia, sua terra natale; prima, in qualità di vetrinista, display manager e visual merchandiser, poi come direttore artistico, designer e stylist in diversi show room europei fino ad approdare al pianeta Moda, da sempre sua meta ideale. Da Parigi a Milano, inizia a collaborare fianco a fianco ad illustri griffe internazionali nella creazione di linee pret-à-porter donna per poi lanciare, nella stagione autunno-inverno 1996/97, una personalissima collezione che porta finalmente il suo nome.

Adriano Castelli: Luci Padane
Plus Florence - Piano Rosso

"(...) L'amore per il paesaggio italiano è quanto Castelli offre al destino di questo genere con cui colloquia con naturale ossessione da sempre. Eppure, si badi bene che nel paesaggio e nella grande pittura di questo artista italiano c'è tutta una lezione pittorica di forte rilevanza che trae umore da artisti che hanno iniziato la pittura moderna tra Ottocento e Novecento, che concede ad esso non una semplice rappresentazione dal vero, quanto una serie di vibrazioni sottili, capaci di svelare un sentimento lirico e meditativo, un immaginario fantastico che solleva il racconto nel colore, legandolo ad una condizione emotiva ed esistenziale. (...) Con Adriano Castelli va in frantumi l'immaginario classico e si scoprono le tracce di piccoli mondi che rielaborano la scena artistica e la qualità di certi riti. L'occhio cattura la nostalgia del postmoderno, con quell'invisibile e delicata polvere di colori che interagisce con il grido e l'eco dello spettacolo totale (...)". (Carlo Franza)

Adriano Castelli (Asola, 1955), dopo un lungo periodo dedicato alla grafica in bianco e nero dal 1977 inizia ad usare il colore con una valenza simbolica d'arte romantico nordica che si traduce nella serie delle porte, del 1982, dove i passaggi tonali dall'ombra alla luce alludono metaforicamente al ciclo e ai transiti dell'esistenza. Negli anni Ottanta Castelli accelera gli impegni espositivi anche in Germania. Gli scenari che ora i suoi pastelli costruiscono con calcolata misura trasportano in una dimensione aurorale le vedute monumentali piranesiane.

I paesaggi di Castelli sembrano anche recuperare il chiarore delle luci lombarde, iscrivendosi nella tradizione del paesaggio padano con suggestioni metafisiche e astrazioni liriche del tutto autonome. Il risultato di questo percorso è visibile nel ciclo "Le luci della sera" del 1990 a Palazzo Ducale di Mantova e successivamente, nel 1994, a Sirmione con la mostra "Harmonices Mundi" con opere ispirate allo scienziato Keplero. (...) Nel 2016 la collettiva "Quattro storie": storie simmetriche tra i due mari, quattro artisti, due italiani e due americani (Adriano Castelli, Stefano Spagnoli, Paulette Long e Michael Rizza) a cura di Mary Serventi Steiner al Museo Italo-Americano Fort Mason Center di S.Francisco in California.

Eugenia Serafini: Tra aurore e nubi del mondo
Plus Florence - Piano Azzurro

"E' da qualche tempo che questa straordinaria artista italiana mira a raccontare con le sue opere la salvaguardia del mondo e dell'ambiente (...). Ora attraverso un fibrillare di colori e segni, di macchie e lacerti del vedere, Eugenia Serafini in modo proprio sconvolgente ci consegna, costellazioni, vie lattee, stelle, pianeti e satelliti, arie e nuvole, e mille altre riflessioni oggettivate sull'universo. (...)" (Carlo Franza)

Eugenia Serafini, docente universitaria, artista e scrittrice/performer, giornalista, è stata allieva di Natalino Sapegno. Figura complessa e interessante, è stata docente di Storia dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Carrara e dell'Accademia dell'Illustrazione e della Comunicazione Visiva di Roma, e dal 1999 Docente di Disegno dell'Università della Calabria. Poeta performer e installazionista, lavora da anni alla contaminazione intermediale e all'arte totale, utilizzando e fondendo gli apporti di diversi rami creativi: da quello visivo-digitale a quello teatrale, poetico e musicale che utilizza nella creazione delle sue installazioni performative.

Direttrice editoriale dell'Artecom-onlus, ne ha ideato e dirige la Collana di Libri d'Artista e la Sezione per l'Ex-libris ed è responsabile delle rubriche di Arte e Letteratura Contemporanea della rivista FOLIVM. Numerose le sue pubblicazioni di saggi e monografie di artisti moderni e contemporanei. La sua ultima pubblicazione è il volume di poesia visuale e performativa con CD delle sue performances, Canti di cAnta stOrie (Roma, 2008), presentato dal professor Mario Verdone. Ha fondato nel 1998 il Museo di Arte Contemporanea "Micu Klein" di Blaj, in Romania. Ha vinto il Premio Leone d'Argento per la Creatività della Biennale di Venezia 2013.

Franca Maria Catri: La parola dipinta
Plus Florence - Piano Verde

"Avanguardia, nuova avanguardia quella di Franca Maria Catri, poetessa di lunga data con raccolte memorabili che io stesso in parte ho recensito, in particolare Psichiatria di stato (1977). Procede su un piano di consapevole impegno culturale, poesia e vita, poesia e storia, poesie che sono il racconto duro e severo di una vita senza retorica, con un verso spaziato, disteso, disarmonico a volte. Libri austeri e raccolti, in cui si legge amarezza, pietà, disgusto, una fede percossa, ma non avvilita nei destini del mondo. Poesia ideologica che è una profezia con cui la Catri pone una grossa e confortante ipoteca sulla realtà. (...) Toccanti i versi della Catri, perché fitti di accoranti memorie, di rimpianti, di strazianti figure e fatti della vita, di segni d'inquietudine e di incertezze. E la sua è una poesia alta, altissima, anche se vive una posizione di isolamento, di indipendenza esemplare". (Carlo Franza)




Buffoni, villani e giocatori alla corte dei Medici
termina l'11 settembre 2016
Palazzo Pitti - Firenze

La mostra presenta alcuni dei più bizzarri e inaspettati soggetti figurativi ricorrenti nelle collezioni medicee che, tra Cinquecento e Settecento, trovarono significative, e talvolta curiose, rappresentazioni artistiche. Si tratta di scene cosiddette 'di genere', un universo figurativo che nella acclarata gerarchia della pittura barocca, permetteva di illustrare, spesso anche con intenti morali o didascalici, diversi aspetti comici della vita sociale e di corte, quei temi ritenuti, cioè, altrimenti bassi e privi di decoro, indegni di una pittura alta, di soggetto sacro, mitologico o storico. Nella società apparentemente immobile dell'antico regime, cui danno volto nelle sale di Pitti i ritratti dei granduchi e dei gentiluomini della corte, la pittura 'di genere' diviene lo strumento critico che permette di attingere, attraverso l'arte, alla più variegata realtà del mondo.

Un campionario variopinto, quanto inaspettato, di personaggi della corte medicea, incarna l'ambivalente mondo della buffoneria e del gioco. Sono spesso personaggi realmente vissuti, cui erano demandati l'intrattenimento e lo svago dei signori, antidoto alla noia sempre in agguato tra le maglie del rigido cerimoniale spagnolesco. Così dimostrano il grottesco più sgradevole del Nano Morgante del Bronzino e, all'opposto, la leziosità cortigiana dei Servitori di Cosimo III de' Medici. La comicità di questi soggetti, non esente nel profondo anche da risvolti drammatici o almeno malinconici, si declina nei buffoni di professione, qui rappresentati nei tre tipi: della parola - abilissimi nelle acrobazie verbali e nelle improvvisazioni di spirito -; del fisico; e, infine, della devianza mentale come il Meo Matto di Giusto Suttermans. Partecipano inoltre alle buffonerie alcuni rustici, come la contadina Domenica dalle Cascine, raffigurata dal Suttermans - ritrattista ufficiale dei granduchi - nel quadro omonimo, che risulta saltuariamente stipendiata dalla corte per prestazioni da "buffone".

Appartengono invece al mondo della buffoneria di mestiere Alberto Tortelli e Giuliano Baldassarini raffigurati da Niccolò Cassana in veste venatoria, sospesi dunque tra il piano figurativo dell'ambientazione arcadica, non altrimenti qualificati di segni allusivi al ruolo svolto a corte, e quello della verità biografica che ce li restituisce al mestiere di addetti al divertimento del gran principe Ferdinando. Della serie dei servitori fa parte anche il magnifico quadruplice ritratto di Servi della corte medicea con cui Anton Domenico Gabbiani offre una sorta di regesto di forme e temi, qui antologizzati nel bizzarro campionario di personaggi tutti realmente documentati come 'prestatori d'opera', servile o buffonesca, a palazzo.

Tra gli svaghi un posto non meno trascurabile di quello occupato dai suscitatori del riso avevano i giochi, nelle molteplici fattispecie di quelli di parola, da tavolo - in particolare le carte -, e quelli propriamente fisici. Non mancano testimonianze pittoriche, oltre che letterarie, di svariati personaggi di corte intenti all'esercizio di un gioco ginnico, come l'enigmatico Ritratto di giocatore con palla. Intriganti, nella loro dimensione di personaggi 'irregolari', e per questo 'attirati' all'occasione della presente esposizione, i protagonisti della movimentata Scena di gioco e chiromante in atto di leggere la mano di Nicolas Regnier o l'umanità errante e cenciosa dei Due cantastorie vagabondi.

L'incisione col Ritratto di Bernardino Ricci detto il Tedeschino, a cui Stefano della Bella ha affidato il racconto di una delle personalità più interessanti della buffoneria di professione al servizio dei Medici nel primo Seicento, completa - in termini di confronto e completamento - le tematiche rappresentate dai dipinti. A corredo della mostra è stato predisposto un itinerario nel Giardino di Boboli dove tutti questi personaggi, pur pietrificati, e si nascondono nei boschetti e nelle radure come sfuggiti dall'universo pittorico che li ha creati, ad attendere i visitatori con calembour figurativi e comicissime espressioni. In occasione della presente esposizione sono stati effettuati i restauri di 14 dipinti, 2 sculture e diverse cornici recuperate dai depositi. (Comunicato stampa Civita.it)




Opera di Eugenio Vanfiori Eugenio Vanfiori
termina il 15 settembre 2016
Trattoria ai Fiori - Trieste

Mostra di Eugenio Vanfiori (Messina, 1981) composta da quattordici opere appartenenti al tema delle giostre e del luna park. Eugenio Vanfiori si laurea all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria nel 2006 ed è da diversi anni del gruppo "Spazio Libero Officina Artistica". Le giostre, da anni, sono i soggetti principali delle sue tele: turbini colorati e a tratti psichedelici suggeriscono allo spettatore i ricordi dell'infanzia e le sottili inquietudini della nostra epoca. Vanfiori realizza anche installazioni con materiali riciclati e performance circensi nel tipico abito da "imbonitore".

L'esposizione progettata per "i Fiori" è costituita da piccoli e grandi frammenti di un Luna Park immaginario: opere dipinte ad acrilico su tela, dove si rimescolano in modo festoso e gioioso, gli elementi di un sedimentato immaginario adolescenziale. Sul fondo si staglia un orizzonte formato da catene montuosa "civilizzate" da illuminazioni di urbe lontane, la costa calabrese, scenografia di un luogo reale. Le giostre, in questo paesaggio notturno diventano le protagoniste. La loro presenza rotante e luminescente dichiara, al fruitore la propria essenza fatta di forza ed energia emanata da strutture complesse e ciclopiche come macchine belliche. (...)

E poiché la società del consumo e dell'apparire ha messo in vendita i nostri sogni, rappresentandoli e pubblicizzandoli come oggetti di trasgressione, così il nostro autore si riappropria di una fetta di sogno, spettacolarizzandola, con tratti leggeri e con l'aggiunta di particolari accezioni luministiche o di colori edulcorati, come in una sfida in cui si debbano sostenere le differenze tra ciò che si ama e ciò che ci disturba. Nella stesura cromatica e nella sagomatura "disturbata" di questi corpi/totem/macchine emerge una grande carica emotiva e riflessiva, che si traduce in una serie di riferimenti formali che riassumono un complesso percorso creativo, fino a suggerire un incastro molteplice di letture, organicamente contrapposte, come in una duplice concezione dello spazio e del tempo, dello spirito e della materia, della luce e delle tenebre. La serata, presentata da Camilla Pasqua, è stata realizzata con il sostegno dell'Associazione Juliet. (Comunicato stampa)




Walter Valentini - Altair - tecnica mista su tavola cm.40x120 2007 Enrico Della Torre - Atlantico - olio su tela cm.15,5x21,5 2010 
Nunzio - pigmento e pastello su cartone cm.71,5x51,5 2007 Chromatic Harmony
Pittura Tra equilibrio e misura


termina il 31 luglio 2016
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Con undici protagonisti dell'arte del nostro tempo, l'esposizione si propone di offrire al pubblico una carrellata di "visioni contemporanee" dove le opere in mostra, attraverso "assonanze cromatiche" si legano l'una all'altra tramite un profondo ritmo armonico. Armonie cromatiche che si ritrovano nella densa qualità pittorica de Il gesto del pugno di Marco Gastini - in cui l'impasto pittorico aumenta di complessità ritrovando un acceso cromatismo e rinnovata matericità - accostato a Tre linee con arabesco n°877 di Giorgio Griffa, dove il libero narrare di segni sulla tela avviene secondo raffinate scelte tonali, tipiche di un artista attento alla calda materialità della pittura più che all'idea o al concetto.

La sapiente tessitura, la rigorosa divisione dello spazio e l'armonia cromatica presenti in Atlantico - piccolissimo olio su tela di Enrico della Torre - dialogano con un grande lavoro di Mario Schifano, artista tra i più poliedrici ed innovativi del panorama artistico internazionale della seconda metà del XX secolo. Così come un Paesaggio di Carlo Mattioli, realizzato con una vena pittorica sospesa tra formale ed informale e forti ispessimenti materici, colloquia in perfetta sintonia con un Paesaggio con cavallo e contadino di Antonio Ligabue, testimonianza di un mondo semplice e rurale, dipinto con pathos espressionista e con quella sua tipica capacità di intercettare le forze segrete della natura e di farne narrazione. Il percorso espositivo comprende anche opere di Herbert Hamak, Omar Galliani, Nunzio, Piero Ruggeri e Walter Valentini. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Leonard Freed. Io amo l'Italia
termina il 20 settembre 2016
Centro Saint-Bénin - Aosta

Un importante corpus di cento opere, omaggio alla fotografia internazionale d'autore, a cura di Enrica Viganò e realizzata in collaborazione con il Leonard Freed Archive e Admira. Immagini scattate dal fotografo americano, della celebre agenzia Magnum Photos, in diverse città fra cui Firenze, Milano, Napoli, Roma, Venezia e in piccole località italiane, a partire dalla metà del Novecento agli inizi del nuovo secolo. Gli scatti, tutti in bianco e nero, raccontano il rapporto fra Leonard Freed e l'Italia - terra che ha amato profondamente e che lo ha ospitato per oltre quarantacinque soggiorni - tappa importante della sua autorevole carriera. Emerge dai suoi lavori, colmi di sentimento, una colossale forza che si scorge nei volti e nelle inquadrature, ritratti in maniera realistica e liberi da stereotipi, ma dotati di grande sensibilità ed umanità.

"La storia d'amore" con l'Italia, così come lui stesso la definiva, ha inizio tra il 1952 e il 1958, quando, mosso dall'interesse per l'arte, compie i primi viaggi in Europa e scopre la passione per la fotografia. Da sempre attratto dallo studio della natura umana, dei comportamenti, dei caratteri, s'innamora da subito degli italiani che ne incarnano le differenti tipologie e che ha modo di osservare anche nella Little Italy di New York, dove si trasferisce nel 1954. Passano quindi in secondo piano i paesaggi, l'arte, l'architettura, la politica, che rappresentano lo sfondo della sua personalissima analisi della società. La ricerca di Leonard Freed, sensibile all'antropologia culturale e all'indagine etnografica, scaturisce dalla necessità di ritrovare il senso delle proprie origini attraverso lo studio di comunità tradizionali.

Ne deriva il suo esser affascinato dalla vita della gente comune, dal calore e dalla spontaneità che si osserva negli scatti che immortalano lavoratori siciliani, persone che passeggiano, uomini e donne che compiono i gesti tipici della loro quotidianità... La sua analisi trasversale della società offre uno spaccato di 50 anni di storia, dove se da un lato sono evidenti i cambiamenti e le differenze socio-economiche legati al trascorrere degli anni, dall'altro si percepisce una continuità gestuale che esula dal passare del tempo. Gli atteggiamenti, le espressioni, i gesti appaiono come cristallizzati in un passato che diviene presente.

Il suggestivo percorso espositivo offre quindi una minuziosa descrizione della popolazione italiana, dove a scene di uomini che spingono carretti di legno - per il trasporto di frutta nella Little Italy di New York degli anni '50 o nel frettoloso spostamento di un enorme pesce nell'assolata Sicilia degli anni '70 - si alternano scene di semplice rilassatezza. Lo si scorge negli scatti con persone sedute davanti alla propria abitazione o nell'immagine di un uomo intento ad offrire prodotti tipici (Sicilia, 1974), secondo i costumi dell'ospitalità mediterranea. Spiccano opere dal gusto vivace e ironico in cui i preti giocano a tirarsi palle di neve in Piazza San Pietro (Roma, 1958), o dove tre cani attendono di entrare in una Farmacia (Venezia, 2004). Il carattere poetico e riflessivo, ma al contempo di estrema forza, è trasmesso da Napoli, 1956: il ritratto di una ragazza dallo sguardo espressivo fisso in camera si staglia sullo sfondo di un gruppo di donne che guardano all'orizzonte.

Del rapporto con la fotografia e con i suoi soggetti Leonard Freed aveva un'idea molto chiara e affermava infatti: "Sono come uno studente curioso, che vuole imparare. Per poter fotografare devi prima avere un'opinione, devi prendere una decisione. Poi quando stai fotografando, sei immerso nell'esperienza, diventi parte di ciò che stai fotografando. Devi immedesimarti nella psicologia di chi stai per fotografare, pensare ciò che lui pensa, essere sempre molto amichevole e neutrale". E ancora: "Voglio una fotografia che si possa estrapolare dal contesto e appendere in parete per essere letta come un poema". La mostra è corredata da un volume italiano-inglese, riccamente illustrato, edito da Admira Edizioni. (Comunicato IBC Irma Bianchi Communication)




Memoria del visibile - mostra di Simonetta Ferrante Simonetta Ferrante: Memoria del visibile
Segno, colore, ritmo e calligrafie


termina il 25 settembre 2016
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

Si tratta della prima antologica su Simonetta Ferrante (Milano, 1930), che affronta tutto il suo articolato percorso mettendo in luce il doppio background fra grafica e arte. Se, infatti, la sua attività parte con la formazione in graphic design - inizia presso Max Huber (creatore del logotipo de La Rinascente), frequenta poi su consiglio di Pier Giacomo Castiglioni la Central School of Arts and Crafts di Londra, lavora in seguito con Bob Noorda, con Bruno Munari alla Bompiani, collabora con la grafica svizzera Giovanna Graf e con Carlo Pollastrini per vari clienti -, Simonetta Ferrante si volge poi verso l'incisione, la pittura, il collage, i libri d'artista, l'arte calligrafica con gli studi di calligrafie e inchiostri, e le installazioni.

Tali ambiti disciplinari sono complementari e da intendersi quali fasi di un'unica poetica artistica diretta allo studio del segno, del colore, del ritmo e della scrittura: fra grafica, design, arte e calligrafia. La mostra ha il patrocinio di Aiap, Associazione italiana design della comunicazione visiva, e del Gruppo Calligrafia Ticino, ed è accompagnata da un catalogo che viene a colmare un vuoto bibliografico. Per l'occasione Simonetta Ferrante ha realizzato una speciale cartella grafica - Frammento della martora - che si potrà acquistare al m.a.x. museo. La mostra si inserisce nel filone della "grafica contemporanea", è dedicata quest'anno a Simonetta Ferrante. (Comunicato stampa Amanda Prada - Responsabile coordinamento, comunicazione, Ufficio stampa Svizzera e Insubria - m.a.x. museo)




Pensare Pittura
termina il 10 settembre 2016
Liconi Arte - Torino
www.liconiarte.com

Che cosa è la pittura al giorno d'oggi? I pigmenti di colore che vanno a tracciare un segno, che sia su una roccia, una tavola, una tela o un muro, sono il linguaggio più antico che l'uomo abbia mai usato. Il dipingere è stato un vettore di emozioni dal momento in cui i nostri progenitori hanno sentito l'esigenza di narrare il loro quotidiano, pregare e dare un senso alla loro creatività. Questo linguaggio si è evoluto sino ad arrivare ai giorni nostri, nell'era del computer e della realtà virtuale; il linguaggio pittorico nell'ultimo secolo ha vissuto fortune alterne tanto che c'è chi collega l'evoluzione della tecnologia a una perdita di interesse verso la pittura, nonostante ciò i cultori rimangono affascinati da quella categoria di artisti, i pittori, che si tramandano tecniche per trasporre su una tela o una carta pregiata un'immagine o un'emozione.

Liconi Arte oggi si presenta alla città di Torino con l'intento di esporre opere pittoriche di artisti scelti che confermino che questo tradizionale mezzo espressivo continua e continuerà ad accompagnare la storia dell'uomo. Gli artisti rappresentati in questa mostra, Gianrico Agresta, Alessandra Carloni, Fabio Carmignani, Daniele Mini, Stefano Ronchi, Vitaliano, Giulio Zanet, sono quindi testimoni delle moderne correnti d'espressione artistica, sono tutti accomunati dalla capacità di armonizzare linee e colori. Possiedono una pregevole creatività immaginativa dello spazio, riescono a distribuire il medium pittorico giustapponendo i colori in modo che il fruitore possa contestualmente leggere armonia di segno e tonalità. La pittura quindi in questo momento storico accresce la sua preziosità proprio perchè tramanda una sapienza antica. (Comunicato stampa)




Nove - manifattura Agostinelli Dal Prà anni Trenta secolo XX diametro cm.50 - collezione privata Maiolica Nove - manifattura Antonibon fine secolo XIX cm.110x50x35 marchio: stella cometa in blu - Collezione Angelo Comacchio Scrigni di fiori e profumi
Le ceramiche di Nove: capolavori tra natura e finzione


termina il 16 ottobre 2016
Castello di Miramare - Trieste
www.castello-miramare.it

Viaggio nella grazia raffinata della tradizione delle ceramiche di Nove a decoro floreale tra Settecento e Novecento, testimonianze splendide che dimostrano come la ceramica abbia saputo nei secoli registrare - con ricchezza e virtuosismo - alcuni tra gli elementi fondamentali dell'arte figurativa, quali l'attenzione verso la natura e la botanica. L'interesse verso le piante e i fiori non poteva trovare una cornice più adeguata del Castello triestino, dove il meraviglioso parco voluto da Massimiliano d'Asburgo (assieme ai libri della sua Biblioteca) rappresenta l'incontro per eccellenza di arte e natura. Proprio negli anni attorno al 1859, quando Massimiliano stava allestendo il parco del Castello e venivano collocati alberi di notevole interesse botanico ed essenze esotiche provenienti dal Messico, dall'America settentrionale, dall'Africa e dall'Estremo Oriente, il decoro floreale delle ceramiche di Nove (presso Bassano del Grappa) raggiunge un grande successo e rivela una particolare attenzione per l'identità botanica di fiori ed essenze.

Quest'ultimo aspetto è stato ripreso e approfondito in occasione della mostra e ha fornito un ulteriore sviluppo della ricerca botanica che, oltre all'identificazione delle essenze e delle specie floreali raffigurate sulle ceramiche - ha analizzato le opere - attraverso un notevole sforzo interdisciplinare - da un punto di vista nuovo e insolito. Sul piano scientifico sono state individuate quarantatré categorie, tecnicamente "taxa", tra cui il Cotogno nel Vaso a mostarda e 17 diverse specie nelle decorazioni del Vaso Antonibon collocato nella Sala del Trono.

In mostra - curata da Katia Brugnolo - sono presenti 32 opere, tutte provenienti da collezioni private ed esposte per la prima volta in tale circostanza; 17 pezzi sono infatti del tutto inediti. La selezione delle ceramiche consentirà, grazie alla diversità dei modelli, di ammirare la varietà produttiva delle manifatture novesi tra Settecento e Ottocento. Porta-orologi, putti, vasi, cestine con fiori, specchiere, piatti, terraglie, orci, vasche, un rarissimo percolatore settecentesco (utilizzato per colare le essenze come il rosolio), tutti caratterizzati da sorprendente naturalezza nella rappresentazione floreale, delicatissima trasparenza delle sfumature dei petali e una vividezza cromatica.

Particolare rilievo scientifico assume la presenza del magnifico Vaso in maiolica di manifattura Antonibon, con la segnalazione - mai rilevata prima - della duplice firma del celebre pittore Giovanni Ortolani, e l'identificazione della Chiesa Arcipretale di Nove con il suo campanile e il ponte in primo piano, in una delle piccole riserve monocrome, dipinte sulla bocca traforata del Vaso. La raffinatissima opera rappresentò la manifattura di Pasquale Antonibon all'Esposizione di Parigi del 1889, come testimonia l'illustrazione della prestigiosa rivista La ceramica italiana all'Esposizione. Nella stessa, proprio sopra la riproduzione grafica del Vaso appena menzionato, è riprodotto lo spettacolare Vaso con Venere, presente in mostra con riproduzione recente da stampo antico. L'originale fu realizzato dalla celebre ditta Antonibon per l'Esposizione di Parigi. Un bel decoro floreale impreziosisce l'elegante manufatto, con la presenza di fiori variopinti.

La collocazione degli oggetti nei vari ambienti del Castello rispetta la loro originaria funzione e lo stile che li caratterizza. Le elegantissime ceramiche novesi s'inseriscono così perfettamente all'interno del sontuoso arredo del Castello. Le sale accolgono gli oggetti in ordine cronologico, ma anche attraverso suggestioni tematiche: l'appartamento di Carlotta, ad esempio, ospita oggetti prettamente femminili, tra cui un porta orologio, un centro tavola con pizzi e merletti e un nido con uccelli e bambù collocati nella sala da pranzo, o un bureau trumeau, elegantissimo mobile, all'interno della camera da letto.

Al fine di offrire un'esperienza unica al visitatore, la Sala dei gabbiani al primo piano ospita le cosiddette stazioni olfattive, che richiamano il senso dell'olfatto, legando così immagini, storia e percezione emotiva. Un oggetto sinuoso racchiude le sei famiglie olfattive, contraddistinte ognuna da quattro essenze, percepibili dal visitatore dai sei cassetti, colorati con tinte che richiamano il carattere dei profumi ospitati. Chiude trionfalmente il percorso espositivo la magnifica Sala del Trono dove sono riuniti con un'esplosione di colori e fantasia di forme prestigiosi capolavori - tra i quali i Vasi Antonibon esposti a Parigi nel 1889 e due meravigliose Specchiere che rappresentano le più celebri manifatture ottocentesche di Nove, Antonibon e Viero, in stile neorococò, modellate con volute e raffinati ramage con fiori dipinti.

La mostra rappresenta un'occasione unica, infine, per approfondire la ricerca all'interno del vasto panorama artistico dell'arte veneta, e individuare un fil-rouge che segni il percorso culturale da cui emergerà, tra '700 e '800, il decoro floreale nella ceramica di Nove come fenomeno artistico che segue e sviluppa una tradizione ben più antica in area veneta. La riproduzione realistica di elementi botanici nelle ceramiche di Nove ha, infatti, un suo inizio nella cultura artistica veneta con la pittura del veronese Girolamo Dai Libri (Verona, 1474-1555), miniaturista e poi pittore che, adottando un linguaggio rinascimentale attento alle novità della pittura di Andrea Mantegna e di Giovanni Bellini, considerati all'epoca i grandi e innovativi maestri dell'arte veneta, riprodusse piante e fiori di tante specie.

Un viaggio affascinante nella storia del castello e dell'arte veneta, e nelle tradizioni dei costumi sette-, otto- e novecenteschi attraverso una selezione di ceramiche significative - e di incredibile bellezza -, ma anche un percorso emozionante che coniuga l'aspetto visivo con quello olfattivo per offrire un'esperienza unica. La mostra sarà accompagnata da un catalogo, Marsilio Editori, con i testi di Katia Brugnolo, Marco Squizzato, Rossella Fabiani e Maurizio Anselmi, illustrato con 150 foto a colori. (Comunicato Giovanna Ambrosano - Ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Alessandro Scarabello - The Womb - oil on canvas cm.179,5x140 2015 - courtesy The Gallery Apart, Rome Alessandro Scarabello: The Garden of Phersu
termina il 31 luglio 2016
The Gallery Apart - Roma
www.thegalleryapart.it

Ciclo di lavori che Alessandro Scarabello (Roma, 1979) ha realizzato dopo l'MFA alla Royal Academy of Fine Arts-KASK di Ghent (B) e il suo trasferimento a Bruxelles. Un intenso periodo di elaborazione e ricerca che si concretizza in una serie di tele di grandi e medie dimensioni e di disegni su carta che testimoniano tanto l'evoluzione di un percorso quanto la linea di continuità con il lavoro precedente dell'artista che The Gallery Apart segue sin dai suoi esordi. Scarabello sceglie un riferimento a metà strada tra storia e mito quale titolo della mostra, richiamando la figura enigmatica di Phersu, un personaggio ritratto in affreschi dipinti su alcune tombe etrusche di Tarquinia caratterizzato da elementi fisiognomici e prossemici che ne rendono appieno la caratteristica di maschera, come peraltro confermato dal nome recato dalle iscrizioni che significa appunto maschera e che è poi all'origine del latino persona.

Nelle opere proposte in mostra, che l'artista considera l'affermazione di un lessico composto da elementi tecnici e teorici assorbiti e raccolti negli ultimi due anni, l'attenzione al corpo e alla corporeità è mediata attraverso il ricorso ad un oggetto-simulacro, lo spaventapasseri, che del corpo umano ripropone posture e forme, ma senza i limiti imposti dalla realtà e dalla verosimiglianza, bensì lasciando libero spazio alla deformazione e alla surrealtà, alla maschera appunto. Nell'immaginario dell'artista, sia Phersu (che è un traghettatore verso l'Oltretomba) sia lo spaventapasseri rappresentano figure in bilico tra la risata nevrotica e l'orrore, come molte figure della commedia dell'arte e della tradizione culturale italiana.

Il lavoro di Scarabello è da sempre collegato alla teatralità, alla maschera, alla messa in scena, ma oggi la sua ricerca si concentra nell'ambito più specifico dell'identità. Come in una fotografia al negativo, l'artista cura tale ambito sotto il profilo della spersonalizzazione, nel tentativo di chiarire come l'individuo, a contatto con la cultura massificata, lo "spettacolo" e la continua proliferazione di immagini, alteri se stesso per meglio adattarsi alla realtà in modo da perseguire con efficacia strategie, a volte anche istintive e inconsapevoli, tese ad allontanare la paura atavica della morte. Strategie che spesso assumono connotazioni grottesche, evidenziando quanto la reazione dell'individuo alla contemporaneità possa risultare goffa, come lo sono i suoi comportamenti.

Nelle opere di Scarabello i movimenti dei soggetti si estremizzano per un deficit di comunicazione verbale e si riducono fino all'immobilità per un eccesso di compensazione. L'immagine simulacro di volta in volta creata da Scarabello si colloca quasi sempre in ambienti caratterizzati da fitta vegetazione. E' una costante che l'artista pone in diretta correlazione con il modo in cui gli occidentali percepiscono l'idea della fuga, della distrazione, del divertimento. L'immagine stereotipata dei paesaggi e della natura, e quindi il desiderio di "esotico", di vacanze in terre tropicali, deriva direttamente dalla (triste) eredità lasciata dai colonizzatori occidentali e dalla loro percezione unidirezionale del "nuovo mondo". (...) Nei dipinti in mostra l'elemento figurativo viene restituito attraverso una lettura astratta del dettaglio e, l'idea di "vuoto" si concretizza attraverso il modo di dipingere anziché la manipolazione del supporto. (Comunicato stampa)




Premiazione concorso pittorico Premiazioni del concorso pittorico "Colori e luci"
10^ Trofeo Electric Amèbe


24 aprile 2016
Villa Prinz - Trieste
www.amebe.com



I vincitori:
Trofeo: Salvatore Marchese
1° astratto: Gianfranco Donati | 2° astratto: Susanna De Vito | 3° astratto: non è stato assegnato
1° figurativo: Claudio Martincic | 2° figurativo: Carla Dovier | 3° figurativo: Franca Nordio

Opera segnalata: Marisa Ferluga
Menzione speciale della giuria a: Aldo De Vidali




Premiazioni del concorso pittorico-fotografico "Fashion & colors in Carnival"
24 aprile 2016
Villa Prinz - Trieste

Il concorso, che ha visto la collaborazione della Bottega d'arte Amèbe e di MC59 per la fotografia, si è svolto al 6 febbraio, nel periodo del carnevale, presso il centro commerciale Montedoro (Muggia-Trieste). La giuria ha premiato le foto migliori ma anche i quadri che compaiono nelle foto vincitrici.

I vincitori:

Trofeo per la foto: Manuel Sulli
Trofeo per il quadro: Franca Nordio

1° foto: Piero Zaccaria | 1° quadro: Aldo De Vidal 2° foto: Mauro Bernazza | 2° quadro: Dom 3° foto: Sergio Marsi | 3° quadro: Alberto Schettino




Gioielli vertiginosi
Ada Minola e le avanguardie artistiche a Torino nel secondo dopoguerra


termina il 12 settembre 2016
Palazzo Madama - Torino

La mostra, curata da Paola Stroppiana, si articola in cinque sezioni e presenta per la prima volta al pubblico 120 gioielli che delineano i principali caratteri della produzione orafa di Ada Minola (1912-1993), poliedrica scultrice, orafa, imprenditrice, gallerista, attiva a Torino nella seconda metà del '900, focalizzandosi sulle diverse aree di influenza stilistica: dall'Art Nouveau al gioiello d'artista, dai confronti con le sculture di Giò Pomodoro e Lucio Fontana al periodo neo-barocco, dai dialoghi con le opere di Umberto Mastroianni alle influenze dell'universo estetico del geniale architetto Carlo Mollino.

Ad arricchire l'esposizione anche un costante rimando a opere d'arte, disegni, libri, fotografie di repertorio che consentono una puntuale contestualizzazione storica e critica degli oggetti in mostra. Vivace protagonista della borghesia torinese, che nel secondo dopoguerra si apre alle novità culturali di respiro internazionale, Ada Minola vive un periodo felice d'incontri che segneranno profondamente la sua ricerca artistica. Amica di Mollino, al quale commissiona gli arredi dell'abitazione di famiglia nel 1944, frequenta gli artisti Lucio Fontana, Giò Pomodoro, Umberto Mastroianni e, alla fine degli anni '50, conosce l'affermato critico d'arte francese Michel Tapié, con il quale instaura una fruttuosa collaborazione e una solida amicizia. Tapié chiamerà Ada a dirigere l'International Center of Aesthetic Research da lui fondato a Torino nel 1960.

Figlia e nipote di orafi lombardi, dall'inizio degli anni Cinquanta Ada Minola realizza i primi manufatti in oro, argento e pietre preziose con la tecnica della fusione a cera persa. Piccoli capolavori caratterizzati da volumetrie fiammeggianti e da un ardito trattamento della materia. I suoi gioielli riscuotono da subito una buona fortuna critica tra i suoi contemporanei tanto che alcuni suoi esemplari - su invito di Arnaldo e Giò Pomodoro - vengono esposti alla Triennale del 1957. Nei due decenni successivi partecipa a numerose mostre collettive dedicate al gioiello d'autore in diverse gallerie in Italia e all'estero, e alcuni suoi gioielli entrano in prestigiose collezioni private italiane e internazionali come quella della gallerista americana Martha Jackson e del poeta francese Emmanuel Looten, che li definirà in una poesia a lei dedicata "gioielli vertiginosi".

Donna dal grande carisma, amatissima da artisti, poeti e intellettuali di cui fu musa e amica, Ada Minola trasferisce nei suoi gioielli il grande fervore creativo da cui era circondata, riuscendo a tradurre con originale creatività istanze e scelte formali. In particolare, in mostra sono proposti interessanti confronti con due bracciali disegnati dall'artista Afro, un fantasioso piatto con l'Arlecchino di Lucio Fontana e alcuni disegni - matita e china su carta - di Giò Pomodoro, del quale è presente anche la scultura in bronzo dorato intitolata Folla del 1962 già in collezione Minola. Le sculture in bronzo dorato di Umberto Mastroianni, amico di famiglia, costituiscono il riferimento stilistico per orecchini e pendagli riferibili alla sua produzione degli anni Settanta. Infine, eccezionale presenza in mostra, il tavolo disegnato espressamente per Ada da Carlo Mollino nel 1964. Realizzato dallo scultore Gianni Fenoglio, il tavolo sembra richiamare nelle pronunciate scanalature dell'intaglio ligneo alcuni tra i gioielli più elaborati in mostra. Accompagna la mostra un catalogo edito da Silvana Editoriale. (Comunicato stampa)




Miroslav Tichý
termina il 28 agosto 2016
Rolla.info - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

L'undicesima mostra organizzata dalla Fondazione Rolla sarà dedicata all'artista Miroslav Tichý, esponendo 40 fotografie e 5 lavori su carta appartenenti alla collezione di Philip e Rosella Rolla. Miroslav Tichý (Kyjov - Repubblica Ceca, 1926-2011), tra il 1960 e il 1985, con macchine fotografiche auto costruite utilizzando oggetti trovati come cartone, lattine e altri materiali, ha scattato migliaia di fotografie per lo più di donne nella sua città natale, Kyjov. Le fotografie sono rimaste in gran parte sconosciute fino al 2004 quando il curatore Harald Szeemann lo introduce nel mondo dell'arte presentandolo alla Biennale di Siviglia. Gli scorci fugaci, sfuocati, macchiati e stampati male - a causa delle limitazioni del suo equipaggiamento primitivo e una serie di errori di elaborazione intenzionali - raggiungono imperfezioni poetiche. In catalogo un testo di Francesco Zanot, curatore di Camera - Centro Italiano per la Fotografia, Torino. (Comunicato stampa)




Dimensione Disegno - Posizioni contemporanee Dimensione Disegno. Posizioni contemporanee
termina lo 07 agosto 2016
Museo Civico Villa dei Cedri - Bellinzona (Svizzera)
www.villacedri.ch

La mostra esplora la pratica del disegno contemporaneo, la sua materia, i suoi supporti e i suoi formati, la sua impermanenza e, a volte, la sua monumentalità. Un percorso insolito che riunisce una decina di giovani artisti provenienti da tutta la Svizzera: Manon Bellet, Sophie Bouvier Ausländer, Raffaella Chiara, Robert Estermann, Franziska Furter, Lang/Baumann, Zilla Leutenegger, Luca Mengoni, Valentina Pini, Didier Rittener, Denis Savary, Julia Steiner e Marie Velardi. "Il disegno si trova veramente fra le arti maggiori dei nostri tempi poiché offre questa possibilità semplice e immediata di essere spontaneo, ma soprattutto di essere concettuale allo stesso tempo. La contingenza tra caratteri intimi e movimenti di pensiero elaborati gli consente oggi di affermarsi. Atteggiamento, scrittura del tempo e dello spazio, il disegno tenta di cogliere senza bloccarla la definizione di questo momento contemporaneo che ci sfugge." (Karine Tissot nel catalogo della mostra)




Spilla con girasole - Trifari, 1941, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Spilla a Corona - Adolph Katz per Coro, 1946 ca, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Spilla con airone in volo - Alfred Philippe per Trifari, 1950-1955, courtesy Patrizia Sandretto Re Rebaudengo Gioielli Fantasia. Sogni americani
termina lo 02 ottobre 2016
Palazzo Mazzetti - Asti
www.palazzomazzetti.it

Oltre 500 esemplari di Gioielli Fantasia provenienti dalla Collezione personale di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo: Collane, spille, orecchini e bracciali tracciano l'evoluzione della Costume Jewelry e raccontano una storia articolata e affascinante, dalle riproduzioni di gioielli classici alle creazioni pop degli anni '50 e '60, concepite ed elaborate dai più importanti designer, come Trifari, Marcel Boucher, Coro, De Rosa, Eisenberg, Miriam Haskell, Eugène Joseff, Kenneth J. Lane, Pennino, fino a Wendy Gell e Iradj Moini. La storica dimora astigiana, scrigno di raffinate raccolte di intagli, tessuti antichi e ceramiche, si offre come luogo ideale per un'esposizione dedicata ad un settore particolare delle arti decorative come quello del "gioiello fantasia".

Il percorso espositivo accompagna il visitatore alla riscoperta della produzione di costume jewelry, fenomeno socio-culturale nato negli Stati Uniti all'indomani della grande crisi del 1929-1939: con la drastica riduzione del mercato dei prodotti di lusso, la sperimentazione con materiali non preziosi diventa l'unica via di sopravvivenza per i gioiellieri, ma anche stimolo per la fantasia e per la messa a punto di nuove tecniche. Nascono ornamenti bellissimi e poco costosi che gli studi cinematografici di Hollywood non esitano ad adottare, facendoli diventare protagonisti della stagione d'oro del cinema americano. Nonostante l'utilizzo di pietre e leghe di costo contenuto, l'accuratezza delle finiture e il formato sorprendente sono il segno evidente delle straordinarie capacità creative dei designer dell'epoca e di una maggiore libertà di sperimentazione di nuovi materiali. (Estratto da comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine dalla locandina della mostra di Francois Morellet e Grazia Varisco Francois Morellet | Grazia Varisco
termina il 21 agosto 2016
Ghisla Art Collection - Locarno

La mostra che viene presentata alla Fondazione Ghisla Art Collection di Locarno intende proporre un dialogo tra questi due protagonisti dell'arte europea, che hanno esposto insieme in più occasioni dagli anni Sessanta. Il percorso vuole mettere in luce sia i parallelismi sia le diversità delle loro personalità poetiche, che in modi differenti hanno sempre cercato nel loro lavoro di mettersi in relazione con lo spettatore in un modo anticonvenzionale, per coinvolgerlo in un'esperienza artistica ogni volta inattesa e sorprendente. ra gli aspetti che più avvicinano questi due artisti c'è infatti proprio la volontà di contraddire continuamente le condizioni consuete delle convenzioni rappresentative e di relazione con l'opera artistica, sempre con ironia e leggerezza.

Agendo secondo modalità che si fondano sulla decostruzione della geometria, sull'attivazione dell'immagine attraverso la presenza luminosa, sulla movimentazione percettiva e talvolta interattiva della materialità dell'opera, e creando così una relazione insieme immediata e complessa tra opera e spettatore. Una prima sala propone una selezione di lavori storici di entrambi gli autori, degli anni Sessanta e Settanta, realizzati secondo coordinate di riduzione formale e materiale che intendono cancellare qualsiasi residuo di emotività negativa e di solipsismo espressivo, per dare vita invece a opere che sono veri e propri campi di esperienza, nelle quali a una estrema essenzialità corrisponde una profonda comunicatività.

A seguire, due sale monografiche, una dedicata a Morellet e l'altra a Varisco, presentano lavori di cronologia più recente e sono concepite insieme agli artisti stessi appositamente per l'occasione, in relazione agli spazi di Fondazione Ghisla Art Collection, per mostrare le reciproche specificità delle loro vitalità poetiche, e la persistente attualità delle loro ricerche. Alle opere in mostra, e al loro rapporto con questi spazi, sono dedicate le due interviste inedite, realizzate in questa circostanza. La mostra è presentata al terzo piano dell'edificio di Fondazione Ghisla Art Collection, a suggello e culmine del percorso espositivo della collezione permanente che viene presentata negli altri spazi: si pone infatti in una sorta di colloquio ideale con le altre opere della Collezione, che è stata in parte riallestita per l'occasione. (Comunicato stampa)

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The exhibition presented at the Ghisla Art Collection Foundation in Locarno intends to propose a dialogue between these two protagonists of European art who have exhibited together on various occasions since the 1960s. The itinerary of the exhibition wishes to evidence both the parallelisms and the differences of their poetic personalities which in different ways have in their work always tried to relate to the spectator in an anti-conventional way in order to involve him or her in an artistic experience which is every time unexpected and surprising. In fact, from among the aspects shared most by these artists is the wish to continually contradict the usual conditions of the representative conventions and the relation with the artistic work, always with irony and lightheartedness.

Acting according to modalities based on the deconstruction of geometry, on the activation of the image by means of the luminous presence, on the perceptive and sometimes interactive handling of the materiality of the work, in this way creating a relation that is both immediate and complex between the work and the spectator. The first room proposes a selection of historical works by the two artists that date to the 1960s and 1970s, created in accordance with coordinates of formal and material reduction that intend to cancel whatever residue of negative emotivity and expressive solipsism in order to instead give rise to works that are real fields of experience in which to an extreme essentiality there corresponds a profound form of communication. This room is followed by two monographic ones housing the works of each artist.

They present more recent works and were conceived together by the artists especially for this exhibition in relation to the spaces of the Ghisla Art Collection Foundation. The prime intention of these two rooms is to show the reciprocal specificity of their poetic vitality and the persistent actuality of their research. In addition to the works on exhibit and their relationship with the spaces of the Ghisla Art Collection Foundation, there are two interviews with the artists drawn up for this occasion. The exhibition is housed on the third floor of the Foundation's building as the formal ratification and culmination of the itinerary of the permanent collection which is presented in the other rooms. In fact, this exhibition is a sort of ideal 'conversation' with the other works of the Collection which has in part being reordered for the occasion. (Press release)




Ferrara nel mondo
E' già un successo il de Chirico ferrarese alla Staatsgalerie di Stoccarda


A pochi giorni dall'inaugurazione, il 18 marzo, l'esposizione allestita alla Staatsgalerie di Stoccarda si è già conquistata recensioni molto positive da diversi dei principali media ed è assolutamente notevole anche la risposta del pubblico. Cosa per nulla scontata, visto che de Chirico, pur noto e amato in Germania, vi è naturalmente meno di casa di quanto non lo sia in Italia. La mostra ferrarese resterà la vedette internazionale della Staatsgalerie sino al 3 luglio.

(...) A dimostrazione dell'attenzione che la Staatsgalerie riversa su questa mostra, un grande convegno internazionale incentrato proprio sull'artista (21 e 22 aprile) su un argomento di grande interesse artistico ma anche per il mercato dell'arte. Ovvero il tema delle repliche. Si tratta, si chiederanno gli esperti - di espressioni di esigenze artistiche o di risposte alle richieste del mercato, moto dell'anima dell'artista o precisa strategia economica?" Il caso da cui parte la due giorni di riflessione è proprio quello delle Muse di de Chirico, un tema i cui esordi sono ben documentati nella mostra proveniente dai Diamanti. Un tema sul quale de Chirico è tornato tutta la vita, sia in pittura che in scultura. Spinto esclusivamente dall'esigenza di cercare forme diverse alle sue "creature" o - questo è l'interrogativo degli esperti - strategia di mercato?".

Ad aprire i lavori, con una riflessione sul tema delle Muse dechirichiane, sarà il professor Paolo Baldacci, curatore dell'esposizione ferrarese. L'indomani il calendario delle Giornate di Studio è occupato dal meglio della critica d'arte tedesca e di altri Paesi. Per dibattere il tema delle repliche, delle proposte seriali, delle copie non solo in de Chirico ma in numerosissimi altri grandi artisti. A partire da Courbet, per passare alle celeberrime, ripetute Isole dei morti di Boecklin, alle diverse riprese dei temi polinesiani in Gauguin o alle riprese di spunti in Munch, indagando quindi le "versioni" ma anche le assonanze di tema e di opere tra Matisse e Picasso, poi le repliche in Max Beckmann, Max Ernst, o i ready made di Duchamp o i monocromi di Yves Klein.

Come a dire una indagine su una costante nell'arte di ogni tempo, incentrata però esclusivamente sull'Ottocento e Novecento. In tutto questo de Chirico viene indicato a paradigma, in un dibattito nel quale, assodato il valore assoluto dell'artista, gli esperti si interrogano su di lui, e sui molti suoi altrettanto illustri "Colleghi", circa il loro porsi al di sopra delle regole o, per de Chirico, nel suo essere "falsario di se stesso". Interrogativi molto stimolanti, affidati ad esperti di primo livello, ad indagare la complessa grandezza di de Chirico anche nel porsi a rifermento di modi controversi di intendere la produzione artistica. (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Gae Aulenti Omaggio a Gae Aulenti
termina il 28 agosto 2016
Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli - Torino
www.pinacoteca-agnelli.it

La Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli presenta la mostra che racconta la vita straordinaria di una delle personalità di maggior rilievo della cultura architettonica italiana del XX secolo attraverso un percorso che tocca le sue opere più significative, strettamente collegate ai luoghi, ai tempi e alle persone che ha incontrato. Da architetto Gae Aulenti ha sviluppato il suo percorso professionale attraverso il design, l'architettura, gli allestimenti e la scenografia, costruendo la sua carriera in un costante dialogo tra le arti.

La mostra - a cura di Nina Artioli, nipote di Gae Aulenti - segna le tappe del suo ricco percorso culturale e professionale partendo dal luogo che più di ogni altro può raccontare la sua personalità: la casa studio di Milano, progettata nel 1974. Un grande spazio a doppia altezza pieno di libri, di oggetti, di ricordi di viaggi, di prototipi, di quadri dedicati, di modelli, ognuno testimone a modo suo delle numerose collaborazioni con artisti, registi, amici e intellettuali. Oggi questo luogo così ricco di memorie è la sede dell'Archivio Gae Aulenti, che si pone come obiettivo la conservazione e la promozione del patrimonio culturale che Gae Aulenti ci ha lasciato. (Comunicato Ufficio stampa Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli)

"Non sono una collezionista ma ho raccolto negli anni le cose che mi incuriosivano." (Gae Aulenti)




Opera di Gianfranco Bonomi dalla mostra Geometrie Costruttive Gianfranco Bonomi: Geometrie Costruttive
termina il 23 settembre 2016
Palazzo Borghese - Firenze

"... I moduli colorati curvilinei e ascensionali costituiscono una limpida testimonianza di come la lezione di Balla sia stata e continui ad essere illuminante ed ispirata per l'artista. La stagione creativa di Bonomi pulsa per le dinamiche forme e gli accesi cromatismi, ove l'alfabeto pittorico è scandito da espressioni simboliche e aforismi multicolori, immagini geometriche libere che si rincorrono e si intrecciano con la fresca purezza della poesia, un corollario di immagini in sequenza di natura astratto-geometrica fulgide come una rivelazione. E sorprende non poco la capacità sua di aprire sempre nuove finestre sullo spazio e l'infinito irrorando di poetica germinazione la tessitura avvolgente e festosa delle forme e dei colori.

La polarità strutturale del suo modo di procedere in termini di esuberanza cromatica e lirica sospensione emotiva, asseconda una tensione mentale e psicologica che defluisce in suggestiva e visionaria scenografia (le opere) pulsante di vitalità ed energia. Questo concreto astrattismo geometrico dopo aver assorbito la spazialità analitica, il dinamismo plastico e le forme di luce-colore, ritaglia la dinamica scomposizione della luce, trova congeniali soluzioni come la fantasia cromatica e il ritmo ludico del movimento. Spazi aperti e chiusi dove i colori, gli azzurri guizzanti, i blu profondi, i rossi fiamma, i gialli amplificati, i verdi smaglianti e i teneri viola recitano una ricircolante." (Carlo Franza - curatore della mostra)

Gianfranco Bonomi (Lumezzane S. Sebastiano, 1939) ha frequentato l'Istituto Tecnico Industriale Statale di Brescia. Nel 1960 all'età di 21 anni con il padre e i fratelli porta avanti una piccola attività industriale ereditata dal nonno Tobia. Nel 1964 con la famiglia trasferisce l'azienda a Concesio-Brescia, in un capannone costruito modernamente. E ' in questo periodo che va alla ricerca di prodotti nuovi che potevano rivestire grande interesse per le aziende dei fratelli; così ha fatto esperienza con diversi materiali di uso industriale, come l' acciaio al carbonio e inossidabili, leghe di rame, alluminio, e varie plastiche tecniche. Nel 1988, ha frequentato la galleria "Sincron" di Brescia.

successivamente inizia una importante collaborazione con la galleria "arte struktura" diretta da Anna Canali a Milano. Nel 1989 Anna Canali edita, grazie alla collaborazione di Gianfranco Bonomi, lo storico volume da titolo "arte costruita: incidenza italiana", sulle tendenze astratto-geometriche; presenta quattro opere per ciascuno dei cinquantun operatori estetici, fornendo una visione complessiva della situazione artistica di questa tendenza, anche se limitata al solo campo nazionale; quindi solo operatori della tendenza, solo opere quadrate e tutte di dimensione 50x50cm. Da allora Bonomi ha partecipato a tutte le vernici dei vari artisti che si sono succeduti nella galleria arte struktura.

Questa sua esperienza quindicinale è continuata anche quando la galleria milanese è stata chiusa e trasferita a Desenzano. Nel 1977 viene editato da arte struktura e con il supporto vivo di Bonomi un secondo volume storico dal titolo "costruttivismo, concretismo, cinevisualismo + Nuova Visualità Internazionale". Un successo editoriale con 4.000 copie, distribuite in tutto il mondo. In esso sono raccolte opere da 100x100 di 121 artisti sia nazionali che internazionali, della tendenza meglio specificata nel titolo, con l'aggiunta del progetto relativo usato per l'esecuzione dell'opera stessa. Nella parte iniziale del libro vi sono opere di 25 pionieri dell'arte costruttiva e, nella parte intermedia un tributo a due grandi artisti: Bruno Munari e Michel Seuphor.

La collezione delle 121 opere è tuttora nelle mani di Gianfranco Bonomi, anche se l'artista-collezionista vorrebbe la collezione inserita in un apparato museale italiano. Nel 2001 ha editato, assieme alla galleria arte struktura, con la collaborazione di Salvador Presta e il saggio critico di Dorfles, il volume Salvador Presta, artista con il quale intrattiene una fruttuosa amicizia e frequentazione. Nel 2002 ancora in collaborazione con la galleria arte struktura, edita il volume Arte Madì Italia, che è servito a far conoscere il gruppo Madì italiano, con una grande mostra a Madrid.

Nel 2002 con Anna Canali e l'artista Fabrizio Parachini edita Intorno al quadrato, testo sulla ricerca del quadrato, inteso come simbolo e come utilizzo da parte dei vari artisti del '900, di arte costruttiva e costruita, specie quella succedutasi ai quadrati assoluti di Malevic. Nel 2007 su suggerimento di Salvador Presta e con la messa a disposizione di molte opere, ha editato, il volume Salvador Presta presentato al Museum of Geometric & Madì Art di Dallas, corredato da uno scritto di Gillo Dorfles. Nel 2015 esce una prima monografia con buona parte della produzione artistica di Gianfranco Bonomi e nello stesso anno in novembre, in occasione della sua prima personale a Milano presso Artestudio 26. (Comunicato stampa)




Domenico Rotella - Il re del rock (Elvis) - Decollage su tela, cm.196x140 2003 © Fondazione Mimmo Rotella Domenico Rotella - Cleopatra Liz - Décollage su tela cm.132x135 1963 © Fondazione Mimmo Rotella Rotella e il Cinema
termina il 14 agosto 2016
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno

Con l'esposizione, a cura di Rudy Chiappini e Antonella Soldaini, la Città di Locarno celebra l'opera di una delle personalità più rappresentative e influenti dell'arte italiana del secolo scorso. Nel suo percorso di vita artistica Domenico Rotella (Catanzaro, 1918 - Milano, 2006) si è sempre dimostrato un grande sperimentatore. La sua capacità di aprire uno spazio nuovo e di rivoluzionare i linguaggi artistici del dopoguerra lo ha fatto apprezzare nel mondo. Oltre a più di cento esposizioni personali in Italia e all'estero, l'artista ha partecipato anche a rassegne internazionali fra cui "Hall of Mirrors" al Museum of Contemporary Art di Los Angeles (1996) dove sono state affiancate le Marylin di Rotella e di Warhol, sino a culminare nella partecipazione in veste di maestro storico alla 49esima Biennale di Venezia (2001).

Inventore inesauribile, autore di poemi e di composizioni musicali, suonatore di strumenti a percussione, cantante, attore e viaggiatore instancabile. Rotella anticonformista lo era davvero tanto da essere l'ispiratore dell'esilarante personaggio di Un americano a Roma, di Nando Mericoni interpretato da Alberto Sordi. Nel 1952, tornato dagli Stati Uniti, Rotella attraversa una profonda crisi creativa e interrompe quasi del tutto la produzione pittorica. E' però in questa Roma degli anni Cinquanta in cui si respira un clima culturale effervescente concentrato sul dibattito tra astrattismo e arte figurativa, che l'artista ha improvvisamente quella che definisce "illuminazione Zen": la scoperta del manifesto pubblicitario come espressione artistica della città.

Sono le lacerazioni causate dalle intemperie e dai passanti a suggerirgli di strappare i manifesti affissi sui muri per poi collezionarli nel suo atelier. Nascono i primi décollages e i retro d'affiches costituiti da vari strati di manifesti incollati su una superficie di cartone o di tela, siano essi il recto o il verso, rielaborati nello studio tramite un raschietto con cui traccia dei ritagli sui lembi di carta. Un'invenzione in sé inevitabile, tanto che negli stessi anni altri artisti la sviluppano. Infatti Rotella condivide lo stesso interesse con Jacques Mahé de la Villeglé, Raymond Hains, François Dufrêne, Gérard Deschamps i quali, su invito del critico Pierre Restany nel 1960, confluiscono nel Nouveau Réalisme che riunisce, fra gli altri, Yves Klein, Arman, Jean Tinguely, Daniel Spoerri, César, Christo e Niki de Saint Phalle.

In occasione della 32esima Biennale di Venezia del 1964, a Rotella viene assegnata una sala dove trovano posto i grandi décollages realizzati negli anni precedenti tra cui Marilyn (1963), l'opera che ottiene più successo e Il grande circo (1963), presente in mostra. E' la consacrazione ufficiale. Il tema centrale su cui si focalizza la mostra riguarda lo stretto rapporto che ha caratterizzato l'intera attività di Rotella con il mondo del cinema: attraverso un percorso cronologico e tipologico, sono analizzate le molteplici tecniche utilizzate dall'artista per rappresentare il suo legame con il cinema italiano e internazionale. A partire dai primi décollages dell'inizio degli anni Sessanta - dove il soggetto cinematografico diventa man mano protagonista - il percorso prosegue focalizzandosi sulle tecniche fotomeccaniche del riporto fotografico e dell'artypos, sviluppate tra il 1963 e il 1980: se nei primi Rotella isola singoli fotogrammi riportandoli su una tela trattata con un'emulsione fotografica, negli artypos i manifesti diventano materia prima di una sovrapposizione di immagini e scritte.

Conclusa l'esperienza con la Mec-Art, negli anni Ottanta l'artista sceglie di ritornare al manifesto cartaceo, che diventa canovaccio per le sovrapitture realizzate apponendo un segno pittorico sulle affiches, dando così vita alle icone della cultura cinematografica, da Brigitte Bardot a James Dean. La centralità del manifesto porta Rotella a concentrare la sua produzione degli anni Novanta e dei primi anni duemila di nuovo sui décollages dove i miti del cinema "storico" come Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor, Sofia Loren, John Wayne e Elvis Presley si confrontano con i nuovi divi e registi di quello contemporaneo, come Keanu Reeves, George Clooney, Quentin Tarantino, Lana e Andy Wachowski, creando un dialogo sempre attuale con la cosiddetta "settima arte".

A sottolineare la centralità del cinema nella produzione dell'artista, sono presenti nella mostra dei monitor che proiettano - a fianco di alcuni dei lavori - degli spezzoni di quei film che hanno ispirato Rotella e la cui locandina è stata da lui utilizzata per la realizzazione delle opere. Una modalità espositiva che permette di percepire in maniera simultanea e per libera associazione, la fonte di ispirazione da cui l'artista ha tratto spunto creativo. La mostra, in collaborazione con la 69esima edizione del Festival del film di Locarno, è organizzata con il Mimmo Rotella Institute e la Fondazione Mimmo Rotella. (Comunicato Ufficio stampa Sabina Bardelle von Boletzky)




"Il Magnifico Guerriero"
Bassano a Bassano


termina il 31 gennaio 2017
Civici Musei - Bassano del Grappa
www.museibassano.it

Di ritratti di Jacopo Bassano se ne conoscono pochi. Ne posseggono uno i Musei di Los Angeles, di Budapest e solo pochissimi altri. Bassano conservava solo un prezioso piccolo ritratto su rame del doge Sebastiano Venier, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571). Una lacuna di un grande ritratto è colmata ora dall'arrivo di questa tela (cm.109x82) che i Civici Musei hanno ottenuto in comodato gratuito, omaggio del possessore al Museo che è il fulcro degli studi intorno a Jacopo e alla sua famiglia. Il Magnifico Guerriero, o più esattamente Il ritratto di uomo in armi rappresenta un affascinate nobiluomo dalla fulva, curatissima barba. Non un giovane ma un uomo maturo, certo aduso al comando ma soprattutto ad una vita raffinata lontano dai campi di battaglia. Indossa una preziosa corazza alla moda dell'epoca, che lo costringe, ma che non riesce ad ingabbiare la sua grazia e la sua flessibilità. Le lunghe dita, curate e perfette, non sembrano le più adatte a menar fendenti, così come il suo spadino di ferro e oro sembra più da parata che da battaglia.

Secondo Vittoria Romani dell'Università di Padova, che ha avuto il merito di ricondurre a Jacopo Bassano questo autentico capolavoro già attributo a Veronese e a Pordenone, il ritratto è databile agli anni immediatamente seguenti il 1550, ovvero al momento più altamente manierista del maestro. Che si tratti di un'opera altissima di Jacopo lo afferma anche Giuliana Ericani, già direttore dei Civici Musei di Bassano, che ha stimolato la concessione del Ritratto per la Sala dei Bassano. Il Magnifico Guerriero era finito all'estero. Lo si ritrova nel '700 a Melbury House nel Dorset. Va sul mercato da Christie's nel 1968 con l'attribuzione a Paolo Veronese, non condivisa da Giuseppe Fiocco che lo riconduce invece al Pordenone. E' un'opera sicuramente interessante, tant'è che di essa si occupa anche Federico Zeri.

Vittoria Romani, nello studio redatto intorno a questo capolavoro, rileva che "La condotta pittorica dell'uomo d'armi appare. in sintonia con il clima lagunare, e anzi qui Bassano, che nei ritratti giovanili condivide il registro obiettivo di Lotto e di Moretto mostrando una peculiare riservatezza di sguardo verso i ritrattati, raccoglie la sfida tutta lagunare, risalente al magistero di Giorgione, degli effetti di luce incidente e dei riflessi sulle superfici specchianti delle armature. Colate di materia accesa nei punti di massima luce si alternano a una scrittura in punta di pennello, volta a risaltare gli ornamenti con l'oro spento e a cogliere i bagliori dei profili e della cotta di maglia che luccicano nell'ombra. Il grigio del metallo vira in azzurro nell'ombra, si mescola a riflessi bruni e si accende sul fianco sinistro del rosso della camicia. Su questo brano di pittura balenante di luce si innesta con un peculiare contrasto il volto leggermente reclinato sulla spalla, che introduce una nota sentimentale inattesa, gli occhi rivolti altrove, sgranati e liquidi".

Questo rientro è festeggiato con una serie di iniziative di prestigio: l'uscita di tre volumi degli Atti del Convegno sui Bassano del 2011, la pubblicazione del catalogo completo delle opere dei Bassano patrimonio dei Civici Musei della Città, l'esposizione, a Palazzo Sturm, di una selezionata parte del poderoso corpus di incisioni tratte da Jacopo. (Comunicato stampa Studio Esseci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

News culturali dalla Grecia di artisti ellenici Grecia moderna e Mondo ellenico
Convegni, iniziative culturali, festival musicali e cinematografici



Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




MuCa: Un Museo in Cantiere
Alla scoperta del nuovo museo della cantieristica


29 luglio 2016, ore 18.30
Galleria comunale d'arte contemporanea - Monfalcone

Come sarà il nuovo Museo della cantieristica? Se ne parlerà nell'ambito della mostra R.S.V.P. (Répondez, s'il vous plaît) curata da Paolo Comuzzi. Dopo aver raccolto le interviste dei monfalconesi sulle loro aspettative nei confronti del Museo della cantieristica, confluite nelle opere di videoarte in mostra in Galleria, il Comune di Monfalcone propone una conversazione a più voci sul progetto del Museo in allestimento nell'ex albergo operai di Panzano, raccontandone la storia e le caratteristiche anche in relazione alle opinioni espresse dai cittadini al microfono di Comuzzi. Durante l'incontro verrà presentato al pubblico il doppio DVD che raccoglie i video della mostra. (Comunicato stampa)

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R.S.V.P. - Répondez, s'il vous plaît (Si prega di rispondere)
Presentazione rassegna




Festival Organistico di San Martino delle Scale
XXIX edizione
Basilica Abbaziale - San Martino delle Scale (Palermo)
Tutti i concerti avranno inizio alle ore 21.00
www.corocumiubilo.it

Programma

- 23 luglio
Orchestra dell'Accademia Filarmonica del Mediterraneo
Direttore: M. De Luca; Organista: E. Cardi
Musiche di: Zambito, Poulenc, Schubert

- 30 luglio
Organista: D. Dori
Musiche di: D. Buxtehude, J.S. Bach, M. Reger, A. Guilmant

- 31 luglio
Coro Cum Iubilo
Direttore: G. Scalici; Organista: G.B. Vaglica
Musiche di A. Guilmant, J. S. Bach, J. Brahms, J. Rheinberger, S. Rachmaninov, S. Sævarsson, J. Busto, G. Scalici, L. Molfino, E. Ešenvalds, V. Mandina, O. Gjeilo e dal repertorio gregoriano.
Ingresso libero fino ad esaurimento posti

- 06 agosto
Soprano: V. Vitti; Organista: G.B. Vaglica
Musiche di: G.F. Haendel, A. Scarlatti, G.B. Pergolesi, A. Vivaldi, T. Traetta

- 13 agosto
Flautista: C. Giallanza; Organista: G. Nicoletti
Musiche di: G.F. Haendel, J.S. Bach, B. Marcello, L.J.A. Lefébure-Wély (Comunicato stampa)




Stella Brass - tournée in Sardegna
Bernhard Bär (trombe), Bernhard Plagg (trombe), Martin Pfeffer (corno), Thomas Witwer (trombone), Christian Lapitz (tuba)
Direzione: Josef A. Amann

03 agosto 2016, ore 20.00, Sedini (Sassari), Chiesa di Sant'Andrea
05 agosto 2016, Nulvi (Sassari), ore 20.30, Chiesa di Santa Tecla; ore 21.15, Chiostro di Santa Tecla
07 agosto 2016, Viddalda (Sassari), ore 19.30, Chiesa di San Giovanni (Santa Messa); ore 20.15, Piazza San Giovanni; ore 21.15, Chiosco "Magna e Bì"

Il quintetto d'ottoni austriaco Stella Brass in Sardegna con una serie di concerti nelle piazze della provincia di Sassari. Con il concerto Imperiales il quintetto austriaco propone al pubblico sardo un programma che unisce la musica barocca all'estro compositivo contemporaneo austriaco. In scaletta troviamo quindi la prima esecuzione della suite imperatrice Sissi, scritta appositamente per gli Stella Brass dal compositore austriaco Johannes Bär. Sempre fra i brani contemporanei anche una composizione di Gerold Amann e Do You Know Emperor Joe?, scritto da Werner Pirchner, l'amico e collega del quintetto venuto a mancare 15 anni fa.

Stella Brass inserisce la tournée sarda all'interno di un fitto programma concertistico che vede l'ensemble sui palcoscenici di Europa, Russia, Stati Uniti e Cina. La Süddeutsche Zeitung ne sottolinea il "virtuosismo professionale unito allo charme e alla fresca naturalezza dei giovani musicisti". Il loro repertorio abbraccia tutte le epoche della letteratura per ottoni, dal Rinascimento al Barocco, fino alla musica contemporanea. In particolare Stella Brass si dedica alla ricca creatività dei compositori austriaci ancora in vita, eseguendo molte composizioni in prima assoluta. Aperti anche alla musica jazz e folk, gli arrangiamenti di Stella Brass conferiscono un tocco di individualità e originalità ai loro concerti. Con programmi innovativi e insoliti, Stella Brass ha aperto nuovi orizzonti nel modo di fare musica.

L'ensemble Stella Brass fondato nel 1990 all'interno del Conservatorio del Vorarlberg. Nella regione del Lago di Costanza, sotto la guida del professore Josef Amann, loro fondatore, si è riunito un nucleo di musicisti di formazione prettamente classica e di alta professionalità, che volge il proprio sguardo al di là della musica classica, accogliendo musica pop, jazz e folk tradizionale. Il loro obiettivo è quello di curare la musica per ottoni nelle sue più svariate interpretazioni e di promuovere progetti culturali internazionali per condurre e approfondire un dialogo interculturale con altre etnie. (Comunicato Forum Austriaco di Cultura Roma)




Immagine dal cortometraggio It's raining di Aleksandr Petrov Animavì
Festival Internazionale del Cinema d'animazione poetico


1a edizione, 14-17 luglio 2016, Pergola (Pesaro - Urbino)
www.animavi.org

La giuria composta da Ascanio Celestini (in rappresentanza di cinema e teatro), dal poeta Umberto Piersanti (per la letteratura) e da Aleksandr Petrov ha assegnato, tra le opere provenienti da ogni parte del mondo il Premio Bronzo Dorato per il miglior film d'animazione poetica al corto russo It's raining, di Anna Shepilova (vimeo.com/50286054), presente alla serata.

Premi Speciali Concorso Internazionale sono stati assegnati a: Nightingales in December, di Theodore Ushev (Canada); Feral, di Daniel Sousa (Usa); Ursus, di Reinis Petersons (Lituania)
Premio del Pubblico a: The song for rain, di Yawen Zheng (Cina)
Primo Premio Concorso Scuole a: Sarajevo, di Giacomo Passanisi (Italia)
Menzione Speciale Scuola di Casa Godio a: Le matrici dell'Io, di Francesco Ruggeri (Italia)

"I miei film" - ha spiegato Petrov, commentando i propri cortometraggi proiettati durante la serata - "sono sull'amore, sulla compassione. E sul rapporto tra l'uomo e la natura, come "Il vecchio e il mare". Storie dove si può trovare la gratitudine per la vita, nonostante la sua durezza". "La stessa gratitudine, ha continuato Petrov, presente nelle storie di guerra, di resistenza, di lavoro nelle miniere o nei campi raccontato da alcuni anziani nelle serate di Animavì, festival che ha voluto dare spazio anche alle memorie e alle storie di vita vissuta. Mi hanno colpito in questo festival i racconti delle persone e del loro passato. In queste serate si è creata un'atmosfera molto bella, piena di calore e dedicare una manifestazione alla Poesia è un'idea magnifica, che mi auguro possa crescere ancora".

Una partecipazione intensa e calorosa, per un festival che è riuscito a dare spazio, oltre ai film d'animazione, alla poesia di Umberto Piersanti, al fascino della madrina, l'attrice e regista Valentina Carnelutti, all'incontro con il regista Emir Kusturica, alle storie di guerra partigiana di Ascanio Celestini e alle memorie di vita vissuta degli anziani raccolte da Filippo Biagianti. "Animavì" si è dimostrato fin da questa prima edizione un festival di livello internazionale, di grande valore artistico e sociale. E il seme gettato in questi giorni promette di crescere in futuro, e di arricchire il panorama dei festival di animazione con una manifestazione sempre più originale, appassionata e ricca di energie creative.

"Animavì sottolinea a festival concluso il direttore artistico Simone Massi - è venuto come lo avevo pensato, tutto è filato liscio, merito di un gruppo straordinario capitanato da Mattia Priori, Leone Fadelli e Silvia Carbone. Fondamentale è stata la conduzione di Luca Raffaelli che con la sua grande umanità e intelligenza è stato capace di adattarsi alle diverse situazioni che gli si presentavano sul palco e il risultato è che siamo riusciti a portare in un paesino come Pergola, nomi prestigiosi e pubblico da tutta Italia, rendendo tutti felici. Da oggi lavoriamo per la seconda edizione, che sarà anche migliore". (Comunicato ufficio Stampa Carlo Dutto)




Premio Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura Cinematografica Sergio Amidei Premio Amidei - Premiazione del film Non essere cattivo Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura Cinematografica "Sergio Amidei"
35esima edizione, 14-20 luglio 2016
Palazzo del Cinema - Hiša Filma (Parco Coronini Cronberg) - Gorizia
www.amidei.com

Il Premio Amidei 2016 va a Non essere cattivo con le seguenti motivazioni: "Molto spesso la storia del cinema si presenta agli occhi di noi spettatori come un fiume che scorre carsicamente lungo greti tortuosi. La storia, anzi le molteplici storie di cui è fatta la storia si nascondono per poi emergere quando pensiamo non sia più possibile. A volte è un semplice caso, a volte è la presenza di un film dall'assoluta compiutezza tematica e formale a imporre la definitiva consacrazione di chi è sempre stato fieramente ai margini dell'industria. Per la profondità di analisi politico-sociale, per l'originale connubio di rigore estetico e passione cinefiliaca e per la capacità di presentarsi al pubblico come fedele rispecchiamento della personalità del proprio autore, il Premio Amidei 2016 va a Non essere cattivo, regia di Claudio Caligari e sceneggiatura di Claudio Caligari, Francesca Serafini e Giordano Meacci".

Un Premio - dichiara Francesco Bruni - che arriva dopo "una discussione accesa ma Non essere cattivo ha messo d'accordo tutti quanti è perché ha un fortissimo fondamento nella scrittura. Conoscendo la cifra stilistica di Amidei, il film si inserisce in quella linea". Così nelle parole di Francesca Serafini: "ringrazio per questo Premio che ci riconosce il lavoro fatto. La sceneggiatura è fiuida perché entrambi - Meacci ed io - siamo linguisti e per questo lavoro abbiamo affrontato esami di dialettologia, un elemento che ci ha permesso di realizzare un lavoro aderente alla lingua reale in cui Claudio è stato naturalmente sempre presente".

Giordano Meacci "ringrazio anch'io per questo Premio così importante. Ci tengo a ricordare che il film nasce grazie ad un'anima grande come quella di Valerio Mastandrea. Finire questo progetto per Caligari significava finire la cosa più importante delle sua vita, basti pensare al commento finale: "...è più potente di Amore tossico". Nel progetto - prosegue Meacci - si ritrovano numerose citazioni del cinema che Caligari amava. Si possono cogliere o non cogliere ma sono state volutamente inserite perché sosteneva che nel film devi vederci la vita ma devi vederci anche l'arte". Giuseppe Longo, direttore organizzativo Premio Amidei: "Con questo appuntamento si chiude la 35° edizione del Premio, un'edizione particolarmente ricca di eventi, autori, serate sempre sold out, un risultato corale in cui un grazie enorme va all'associazione Amidei, al team, ai tirocinanti e un grazie particolare a Francesco Bruni, membro della giuria ma prima ancora grande amico e sostenitore del Premio". (Comunicato stampa AtemporaryStudio)




Artisti austriaci al RARA Festival 2016
29-31 luglio 2016
Villa Comunale - Palazzolo Acreide (Siracusa)
www.rarafestival.com

Il RARA Improvised Music Festival è un laboratorio creativo concentrato sulla musica sperimentale e le arti improvvisative ospitato annualmente a Palazzolo Acreide (Siracusa). Di anno in anno il festival richiama a Siracusa artisti di diverse nazionalità che di serata in serata traducono in musica le proprie esperienze e incontri. L'edizione 2016 vede, come ogni anno anche nomi austriaci. Oltre al concerto dei Treoo, giovane gruppo jazz austriaco, in programma il 31 luglio alle ore 23.20, parteciperanno alle serate del festival anche Irene Kepl, Mark Holub e Anna Adensamer in formazioni sempre diverse.

Treoo - Max Tschida (pianoforte), Tobias Faulhammer (basso elettrico), Andreas Seper (batteria), giovane formazione austriaca, porta a Siracusa la propria "musica per contemporanei curiosi" in un programma fatto di improvvisazioni attorno ai brani del loro ultimo album Zwischen Blättern. I musicisti, tutti diplomati al conservatorio, contano un gran numero di concerti in Europa e in Asia, in formazioni sempre diverse.

Irene Kepl, violino (Austria) & Mark Holub, batteria (Usa) duettano dal 2012, anno in cui lo statunitense si trasferisce da Londra a Vienna. Una collaborazione durata tre anni quindi, quella che fermano nel loro album di esordio Taschendrache, un dialogo musicale in cui violino e batteria spesso e volentieri si scambiano i ruoli: un disco in cui poter apprezzare tanto le proprietà percussive del violino, quanto le potenzialità melodiche della batteria. Al contempo musicisti e compositori, hanno entrambi una buona carriera alle spalle, con riconoscimenti internazionali e partecipazioni a festival di musica contemporanea e jazz.

La ballerina performativa austriaca Anna Adensamer partecipa al RARA festival con una instant composition, ovvero uno spettacolo creato sul momento. Un'espressione artistica che tiene conto tanto dell'atmosfera del luogo, quanto della sinergia fra musicisti, ballerini e pubblico, capace di rendere l'attimo in tutta la sua magica intensità. (Comunicato Forum Austriaco di Cultura Roma)




Teatro Comunale di Monfalcone
Stagione 2016-2017 / Anticipazioni

www.teatromonfalcone.it

Ai concerti in programma al Teatro Comunale, infatti, si affiancano due rassegne: "Concerti per organo", che propone tre appuntamenti, a ingresso libero, con la musica per organo presso il Duomo di Monfalcone e "Galleria Musicale", una serie di concerti presso la Galleria Comunale d'Arte Contemporanea a corredo delle mostre qui allestite, in collaborazione con i Conservatori "Tartini" di Trieste e "Tomadini" di Udine. Ad inaugurare il cartellone dei concerti, diretto da Filippo Juvarra, sono due vere e proprie star del panorama musicale internazionale: giovedì 27 ottobre salgono, infatti, sul palcoscenico del Comunale il violoncellista Mario Brunello e il pianista Andrea Lucchesini, due solisti d'eccezione, grandi amici nella vita.

Il ciclo "'900&oltre" dedicato alla musica contemporanea e al Novecento storico prevede, fra gli altri appuntamenti, il concerto che vede protagonisti il Quartetto Voce, giovane quartetto d'archi nominato "Rising Stars" dall'European Chamber Hall Organisation (Echo), e il fisarmonicista Pierre Cussac, con pagine di Dvorák, Sofia Gubaidulina (il magnifico De Profundis per fisarmonica), Schulhoff, Turina, Sivak e Piazzolla. Di grande suggestione il concerto-spettacolo di musica antica Il Milione ovvero il libro delle meraviglie, che vede in scena l'ensemble di musica medievale laReverdie e David Riondino quale voce narrante. Sono tre gli appuntamenti sinfonici che impreziosiscono il nuovo cartellone.

L'Orchestra di Padova e del Veneto, diretta per l'occasione dalla giovane Elim Chan - la prima donna ad aver vinto il prestigioso Concorso "Donatella Flick" - e affiancata dal mezzosoprano Laura Polverelli, propone tre grandi capolavori della musica romantica: l'Ouverture dall'opera Oberon di Weber, la raccolta vocale Les nuits d'été di Berlioz e la Sinfonia n. 3 di Schumann. Si rinnova la collaborazione con la Mitteleuropa Orchestra, diretta da Michele Carulli, e con il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, insieme ai quali il Teatro Comunale di Monfalcone mette in scena Sogno di una notte di mezza estate, le musiche di scena che Mendelssohn-Bartholdy scrisse per la commedia fantastica di Shakespeare.

Un interessantissimo dittico Bach-Stravinskij (che prevede, fra le altre pagine, la straordinaria Sinfonia dei salmi del compositore russo) è proposto dal Coro del Friuli Venezia Giulia e dall'Orchestra San Marco di Pordenone affiancati dal Collegium Apollineum, per la direzione di Marco Feruglio. Diversificata e attraente, la nuova stagione di prosa si muove fra i grandi classici della storia della drammaturgia e il teatro contemporaneo, i diversi generi e le contaminazioni fra linguaggi. L'apertura del cartellone (3 e 4 novembre) è affidata all'irriverente creatività degli Oblivion, i cinque cantanti-attori che in The Human Jukebox giocano con la storia della canzone italiana. Pronti ad affrontare ogni sfida a colpi di mash-up, parodie e duetti impossibili, gli Oblivion coinvolgono il pubblico in un infinito flusso di note ogni sera diverso: un'esperienza irripetibile, che mescola modernità e tradizione, ironia e virtuosismo.

Particolarmente gradito dal pubblico sarà il ritorno a Monfalcone di Simone Cristicchi, autore e interprete de Il secondo figlio di Dio, spettacolo ispirato alla vicenda incredibile, ma realmente accaduta, di David Lazzaretti, detto il "Cristo dell'Amiata". Fra canzoni inedite e recitazione, Cristicchi mette in scena la grande avventura di un mistico, l'utopia di un visionario di fine Ottocento, il cui sogno rivoluzionario, culminato nella realizzazione della "Società delle Famiglie Cristiane", prevedeva una società più giusta, fondata sull'istruzione, la solidarietà e l'uguaglianza. Agli spettacoli del cartellone di prosa si intersecano, come di consueto, quelli di "contrAZIONI - nuovi percorsi scenici", la rassegna dedicata alla drammaturgia contemporanea e alle esperienze più significative della scena emergente. Fra i protagonisti della nuova edizione figurano Giuseppe Battiston, in scena insieme al cantautore Piero Sidoti nell'intenso Non c'è acqua più fresca, dedicato alla poesia che Pier Paolo Pasolini compose per la sua terra "di primule e temporali". (Comunicato stampa)




Aqua Film Festival Aqua Film Festival
I edizione, 06-09 ottobre 2016
Casa del Cinema - Roma
www.aquafilmfestival.org

Rassegna di opere cinematografiche, dedicate al prezioso puro e limpido elemento e fonte di vita, ma anche ampio contenitore di simposi, workshop, seminari, talk, incontri, tavole rotonde, mostre, sfilate, rappresentazioni e corsi specialistici, anche per ragazzi, sul tema dell'Acqua, interpretato nelle sue nelle sue diverse forme e funzioni. Il progetto nasce da un'idea di Eleonora Vallone, attrice, giornalista ed esperta di metodiche in acqua. Il festival sarà suddiviso in aree tematiche quali sport, cultura e scienza, moda, arti e performance e promuove un concorso cinematografico con 3 temi che riguardano: l'Acqua DOLCE, l'Acqua MARE e l'Acqua TERME, diviso in due sezioni: 'Corti' della durata massima di 25 minuti e 'Cortini' della durata massima di 3 minuti, anche realizzati da cellulare.

Un fitto programa di proiezioni e incontri animerà il festival. Tra i numerosi lavori finora pervenuti ai selezionatori, guidati da Giorgia Priolo, si passa dalla videoarte sperimentale di Subemergency, dell'italiana Debora Vrizzi, diplomata al Centro Sperimentale, al cinema documentario di The Diver, del messicano Esteban Arrangoiz, giovane talento già riconosciuto dai Festival più prestigiosi (Berlino, Cannes) che ha fatto dell'acqua e della problematica ecologica il centro focale delle proprie opere. Spazio anche all'animazione in stop motion con Grace under water, dell'australiano Anthony Lawrence.

I corti saranno giudicati e premiati dalla Giuria composta dal suo presidente, il regista Giancarlo Scarchilli; lo scrittore Pietro Belfiore; la cantante Cecile; il Marketing Director di Comingsoon.it, Marco D'Ottavio; l'attore Ludovico Fremont; l'attrice Paola Gassman; il direttore della fotografia Blasco Giurato; l'attrice e regista Simona Izzo; lo scrittore e drammaturgo Giuseppe Manfridi; il montatore Luca Montanari; l'attrice Elisabetta Pellini; il critico musicale e conduttore Dario Salvatori; il regista Massimo Spano; l'attore e regista Ricky Tognazzi e l'attore e doppiatore Luca Ward. Il festival si fregia anche di un Comitato Scientifico presieduto dal prof. Giovanni Spagnoletti. L'Aqua Film Festival è realizzato dall'Associazione di volontariato Universi Aqua, che riunisce esperti e tecnici delle varie anime che rappresentano l'acqua come Spettacolo e nei suoi differenti quotidiani aspetti. (Comunicato Ufficio Stampa Reggi&Spizzichino Communication)




IX Filmfestival del Garda
Premiati i film di Ferdinando Cito Filomarino e Alessio Lauria

www.filmfestivaldelgarda.it

Due film italiani hanno vinto il IX Film Festival del Garda. A conclusione di quattro intense giornate di proiezioni e incontri, la giuria e il pubblico hanno espresso il loro verdetto premiando due dei cinque film in concorso: il primo lungometraggio di Ferdinando Cito Filomarino e quello di Alessio Lauria. "Per la manifestazione - dice Veronica Maffizzoli, direttrice artistica - si chiude un'edizione di successo, con un'ottima partecipazione di pubblico (2700 persone, ndr), nonostante le incerte condizioni meteo e la concomitanza con i Campionati europei di calcio, a tutte le iniziative: i lungometraggi in gara, l'arena serale, le proiezioni supine, il Focus Slovenia, il Garda Ciak e la passeggiata cinematografica a Salò".

La giuria della critica, composta da Angelo Signorelli (Bergamo Film Meeting), Caterina Rossi (Laba/Radio Onda d'urto) e Ilaria Feole (FilmTv), ha scelto di premiare Antonia di Ferdinando Cito Filomarino con la seguente motivazione: Per la capacità di riscoprire e soprattutto raccontare una figura cruciale nel panorama letterario italiano del Novecento, restituendone la complessità, la dimensione intima e la grande energia creativa. Del film vanno apprezzati la messa in scena misurata e accurata dei dettagli e l'interpretazione appassionata e intensa dell'attrice protagonista Linda Caridi.

Una menzione speciale è stata assegnata a A long story della regista olandese Jorien van Nes con la motivazione: Per la solidità di un racconto che unisce la vita di personaggi ben tratteggiati con un affresco sociale convincente di due realtà europee distanti ma in dialogo. Il premio del pubblico, espresso con il voto degli spettatori presenti alle proiezioni, è invece andato a Monitor di Alessio Lauria. Dopo la cerimonia di premiazione di domenica sera, il festival si è concluso con capolavoro restaurato Il cielo può attendere (1943) di Ernst Lubitsch con Charles Coburn, Marjorie Main, Gene Tierney e Dom Ameche.

Antonia ripercorre la breve vita della poetessa milanese Antonia Pozzi. Una donna suicida nel 1938 a soli 26 anni e pubblicata e scoperta solo la sua morte: Eugenio Montale la definì una dei più grandi poeti del '900. A Long Story è toccante viaggio a ritroso verso la Romania per fare i conti con il passato. E' la storia di un uomo, Ward, che, in seguito alla morte della moglie, decide di rimettere in ordine la propria vita ristrutturando la vecchia casa... Monitor, con Michele Alhaique, Valeria Bilello e Claudio Gioè, è collocato in una grande azienda, in un presente parallelo al nostro, introducendi la figura del monitor che ascolta senza essere visto i problemi dei dipendenti. Ma anche Paolo, il migliore dei monitor, un giorno va in crisi e l'azienda non è più perfetta come appare. (Comunicato stampa)




Locandina Bosque Muerto Premio Giulio Questi - Prima edizione
Vince il cortometraggio venezuelano "Bosque Muerto"

www.premioquesti.it

E' Bosque Muerto, cortometraggio venezuelano della regista Lorena Colmenares il vincitore della prima edizione del Premio Giulio Questi, evento internazionale di cortometraggi realizzati in digitale per registi under 27, che si è tenuto a Roma, presso la Casa del Cinema. Il corto è stato premiato con questa motivazione: "Per la sua grande capacità di raccontare, con un'ironia nera e fulminante, una storia di enorme suspence visiva ed emotiva. Straordinario lavoro di messa in scena, di montaggio e di fotografia. Un corto che, ne siamo sicuri, sarebbe piaciuto moltissimo a Giulio". Bosque Muerto racconta di un uomo che, per il timore che il suo crimine venga scoperto, cerca di nascondere le prove in una strana foresta che custodisce un segreto spaventoso. Il Premio Giulio Questi, dedicato al regista, sceneggiatore e scrittore scomparso nel 2014, autore, tra gli altri di Se sei vivo spara (vero e proprio cult-movie del western all'italiana) e di La morte ha fatto l'uovo, nasce da un'idea della moglie Diana Donatelli, con l'intento di promuovere e sostenere opere di giovani autori. (Comunicato Ufficio Stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Detour - Festival del Cinema di Viaggio
5a edizione, Padova, Cinema PortoAstra, 05-09 ottobre 2016
www.detourfilmfestival.com

Il Festival si struttura intorno a due sezioni principali: Concorso internazionale, Omaggio all'autore e una serie di eventi speciali. Possono essere ammessi al Concorso internazionale esclusivamente lungometraggi di finzione e documentari. Nei film deve essere presente il tema del viaggio nelle sue possibili declinazioni: la fuga, l'esilio, la migrazione, l'esplorazione. Sono ammessi film di generi diversi, dal dramma al road movie, dalla commedia al cinema di fantascienza che mettano in scena viaggi di ritorno, di scoperta, di formazione, o che affrontino temi come lo spaesamento, l'attraversamento, il confine.

I film devono essere di durata superiore ai 60 minuti per i lungometraggi di finzione e di durata superiore ai 50 minuti per i documentari. I film devono essere stati completati dopo il 31 dicembre 2014. Le opere non in lingua italiana devono avere i sottotitoli in italiano o in inglese. Per essere ammessi alla selezione per il Concorso Internazionale è necessario compilare la scheda di iscrizione presente sul sito. Una copia del film in DVD deve essere spedita entro e non oltre il 9 luglio 2016. (Estratto da comunicato stampa)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050
www.fiab-onlus.it

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori

Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Presentazione libro
- 29 luglio 2016, ore 20.45
Gelateria Deep Ice Cream - Gradisca d'Isonzo
- 03 agosto, ore 20.45
Hotel Europa - Lignano Sabbiadoro

Continua il tour di presentazioni dell'ultimo libro della scrittrice isontina Annapaola Prestia. Il volume racconta dell'ultimo viaggio di una madre, morente, con una figlia con cui condivide un rapporto difficile e alla quale svelerà una fitta serie di segreti di famiglia. Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna

- Recensioni a libri su Armenia e Caucaso




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Racconti effimeri - di Mario Alimede Racconti effimeri
di Mario Alimede, ed. L'Omino rosso, pagg. 104, 2014
www.marioalimede.it

Questi racconti brevi si accendono come una fiamma e nello spazio della loro durata effimera appunto, affascinano e coinvolgono, poi quasi repentinamente si spengono in un finale mai scontato; il lettore, per ritrovare quell'emozione, deve necessariamente passare al racconto successivo e poi a quello dopo e a quello dopo ancora. Proprio nella brevità sta la loro forza e intensità; la trama in un attimo vira cambiando direzione e la narrazione si conclude in un altro modo rispetto a quello che il lettore si aspetta, lasciandolo divertito e sorpreso. C'è il sapore delle favole antiche unito al linguaggio pulito e misurato dei racconti di Gianni Rodari.

I racconti vivono dentro il tempo della narrazione e non è importante sapere quando si svolgano le vicende, perché la realtà è sospesa nella lettura ed è proprio bello godersela così. Anche il dove dell'ambientazione potrebbe essere collocato ovunque: una città, un paese, una casa o una soffitta; i luoghi assumono la caratteristica di uno sfondo adatto a contenere i fatti che assumono maggiore rilevanza rispetto al contesto in cui avvengono.

Qui si muovono i personaggi che tratteggiati con tocco leggero, hanno la consistenza del simbolo di ciò che via via rappresentano: l'avidità, l'insoddisfazione, la noia ma anche la tranquillità, il divertimento e la sorpresa. Ma non c'è nessuna morale da insegnare, solo qualche suggerimento dettato dall'esperienza. Il ritmo calmo e sicuro fa scorrere piacevolmente la lettura e la narrazione fluisce semplice e spontanea dalla penna dello scrittore. Tutto ciò rende la raccolta adatta ad un pubblico vario e di ogni età che ritroverà un po' della magia delle storie del passato raccontate di sera attorno al fuoco. (L'Editore De L'Omino Rosso)




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse è nato a Córdoba (Argentina) nel 1934. Diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria: sbsae-cal@beniculturali.it)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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