Trinacria simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


Copertina Dialoghi - Libro di Nidia Robba pubblicato a Trieste nel marzo 2016 Dialoghi
di Nidia Robba, Trieste 2016


Prefazione
Copertina catalogo mostra Maria Callas alla Fondazione Giuseppe Lazzareschi Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito
Catalogo della mostra

Recensione
Copertina catalogo mostra Dadamaino - Gli anni 80 e 90, l'infinito silenzio del segno Dadamaino
Gli anni '80 e '90


Catalogo della mostra

Presentazione
Copertina catalogo mostra Diario Pittorico di Antonella Affronti Antonella Affronti
Diario Pittorico


Catalogo della mostra

Presentazione


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08


Massimo Kaufmann - opera dalla mostra La Fantasima Opera di Massimo Kaufmann Massimo Kaufmann - Fantasima - olio su carta Braille cm.33x27 Massimo Kaufmann: La Fantasima
10 dicembre (inaugurazione ore 18) - 15 gennaio 2017
Idill'io Arte contemporanea - Recanati (Macerata)

L'artista si è ispirato ad un episodio narrato da Leopardi nei Pensieri, realmente avvenuto a Firenze nel 1831. Protagonista è il suo amico Antonio Ranieri, il quale, una sera passando per Via Buia, trova "presso alla piazza del Duomo, sotto una finestra terrena che ora è de' Riccardi, fermata molta gente, che diceva tutta spaventata: ih, la fantasima!" Ranieri, volendo vederci chiaro, dopo essersi arrampicato, scopre che in realtà la spaventosa apparizione non è altro che uno svolazzante grembiule nero. Leopardi si serve dell'aneddoto per mettere in ridicolo chi, nel XIX secolo, nella città considerata più colta e civile d'Italia, sia ancora vittima della superstizione. Ma d'altra parte, ricollegandosi a un dibattito in voga sulle riviste culturali d'epoca, ammonisce gli stranieri di quelle nazioni marchent à la tete de la civilisation, che nessun'altra nazione come l'Italia crede di meno ai fantasmi.

In mostra - a cura di Nikla Cingolani - le pagine in cui è riportato il racconto leopardiano, ma sono fogli scritti in alfabeto Braille, il codice tattile che consente a chi è privo della vista di leggere un testo. Le opere esposte sono quindi le superfici di carta traforata che si trasformano in tavole dipinte. L'artista si chiede da cosa nasca la superstizione, da dove abbiano origine i pregiudizi e da quali codici siamo guidati. Kaufmann recupera la dimensione rituale dell'arte nella sua complessa simbologia e nei suoi significati multipli, stratificati, attraverso il personalissimo gesto del dipingere per creare immagini poetiche con la pienezza della sua energia. In linea con la mostra The Golden age. Nato per vedere, chiamato a guardare (...) presentata nella galleria romana di Pio Monti nel 2013, La Fantasima trasforma lo spazio in luogo dell'avventura personale e collettiva come esperienza sensibile dell'in-visibile, ripercorrendo la riflessione leopardiana. (Comunicato stampa)




Opere di Silvana Gatti, Enrico Fuser e Stefano Manzotti Silvana Gatti | Enrico Fuser | Stefano Manzotti
10 dicembre (inaugurazione ore 18.00) - 29 dicembre 2016
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Tre personali - Deborah Petroni - che evidenziano come trait d'union una sottile matrice simbolista che si dispiega attraverso linguaggi artistici profondamente differenti. In un crescendo di stupore, chi guarda avrà modo di entrare in contatto con l'universo dei tre autori. Silvana Gatti, abile interprete dei sentimenti umani, indaga la realtà come un insieme di simboli che, pur appartenendo al conosciuto, la trascendono. Evocando una dimensione sacrale attraverso l'apposizione di elementi simbolici, l'artista conduce chi osserva in una dimensione altra, lontana dalla sua quotidianità, che permette di entrare in contatto emotivo con l'opera: aderendo a una poetica visiva simbolista l'artista mette in luce le relazioni tra visibile e invisibile, e ne pone sulla tela la sintesi.

Il fascino delle antiche Wunderkammern riverbera nelle opere di Enrico Fuser, in arte El Fooser, raffinato e originale disegnatore che ritrova il gusto della curiosità innata dell'uomo, capace di spingersi ai limiti del conosciuto per penetrare i segreti della Natura. Affacciate dalla parete, le figure di Enrico Fuser invitano a non fermarsi all'apparenza. Le sue carte nautiche, supporto privilegiato, conducono l'osservatore verso mondi inesplorati, dove la fascinazione dell'ignoto si mantiene intatta. In Stefano Manzotti gli oggetti diventano attori del tempo presente, abbandonando la loro consueta funzione per recitare un ruolo normalmente riservato all'individuo. I soggetti delle sue nature morte trovano il coraggio di prendere vita e di sostituirsi all'uomo rivelandone le intime caratteristiche attraverso la loro forma simbolica. Una pittura che, anche nel caso del paesaggio, appare introspettiva, invitando alla contemplazione del momento presente e ad andare oltre il velo della quotidianità. (Presentazione critica a cura di: Dott.ssa Francesca Bogliolo)




Opera di Vincenzo Parea dalla mostra Universi di colore Vincenzo Parea: Universi di colore
09 dicembre 2016 (inaugurazione ore 18.00) - 25 maggio 2017
Palazzo Borghese - Firenze

L'esposizione curata da Carlo Franza, che firma anche il testo in catalogo, riunisce oltre cinquanta opere sul tema astratto-geometrico, dell'artista Vincenzo Parea, apparso agli occhi della critica europea come singolare, vivace e innovativa figura dell'arte contemporanea.

"Vincenzo Parea continua ad approfondire i valori della pittura, grazie a una sua sensibile e innovativa crescita artistica che ne movimenta il lavoro pittorico. Lo fa con una intelligenza pittorica fuor dal comune, certificando quella pittura pensata che è segno estremo di quell' approfondimento scaturente dal proseguo selettivo della "pittura analitica". Forme, strutture, geometrie coerenti, che partite da costrutti astratti e neoconcretisti oggi si assolutizzano in strutture dell'interiorità, in luoghi spaziali, in spazi della mente, secondo criteri che insistono su una coerenza e una sistematicità stilistica visibili in quelle zonature di colore sottoposte a vertigini di luce.

Ed è proprio la luce a variegare toni, tonalità, iridescenze, intonacature azzurre, blu, verdi, rosse, rosate, gialle, nere, bianche, marroni, viola, a insistere su quelle movimentazioni monocromatiche che diventano ritmo piano e crescente. Quelle geometrie euclidee ci raccontano un'aria di paradiso, dove la pioggia di luce ha sedimentato ogni forma, portandosi tra rigore e dinamismo plastico. Le sue opere, le sue strutture lasciano pensare a Kazimir Malevic o alla serie "Rythme" di Robert Delaunay i cui dischi colorati scomponevano la luce in colore; senza tralasciare Thomas Downin, Alexander Liberman, Poul Guernes, Gerald Laing, Alain Jacquet, Sigmar Polke.

E queste indicazioni valgono solo per definire più precisamente il contesto della ricerca di Vincenzo Parea, un contesto fortemente internazionale, tralasciando volontariamente le sperimentazioni di taluni italiani. Ora la stagione creativa, forsanche intellettualistica, dell'artista italiano, offre una cifra stilistica così alta e così colta da procedere in termini di pacata cromaticità e lirica sospensione dell'esperienza sensibile. Questa pittura appare proprio filtrata, interiorizzata, matura nelle sue varianti interne, ovvero in quelle zonature di colore che fanno leggere l'esperienza percettiva, agendo come per mutazione e selezione.

Ecco perché le opere di Parea ci appaiono eterne nel loro svolgimento, nel loro disporsi in alfabeto pittorico con le varianti di forme, colori e toni, ma anche nella loro ricerca e varietà di apparire finestre dello e sullo spazio, e d'essere scenografia di vitalità e di energia, spirituale, irrorando l'infinito di poetica germinazione, di rinascita fermentante in colori monocromi. L'arte di Parea si pone come unica e fertile testimonianza del contemporaneo, la cui visione diventa alfa e omèga del mondo, inizio e fine del tutto, luce assoluta, un nuovo paradiso". (Carlo Franza)

Vincenzo Parea (Vigevano, 1940) compiuti i primi studi artistici presso la Scuola per Pittori e Decoratori del Civico Istituto Roncalli di Vigevano, ha approfondito la sua formazione artistico-culturale in un costante rapporto dialettico e di studio con i maggiori artisti operanti nell'epoca contemporanea. Infatti l'interesse dell'artista, rivolto in un primo momento al valore emozionalmente puro del colore, viene ad approdare, in seguito all'arricchimento dell'indagine estetica, alle ricerche riguardanti i valori analitici del colore stesso. La sua prima opera inoggettiva è datata 1969. Ha tenuto prestigiose mostre personali in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Riccardo Varini - dalla serie Bianchi - stampa fine art 2005 Riccardo Varini - dalla serie Notturni - stampa fine art 2009 Riccardo Varini - dalla serie Still Life - stampa fine art 2015 Riccardo Varini: Fotografie 1979-2016
10 dicembre (inaugurazione ore 17.00) - 08 gennaio 2017
Chiostri di San Domenico - Reggio Emilia
www.riccardovarini.it

Chiarore diffuso, lunghi silenzi, profondissima quiete. In mostra - a cura di Arturo Carlo Quintavalle - oltre 170 fotografie stampate su carta cotone. Immagini che documentano il percorso di Riccardo Varini dal 1979 ad oggi, attraverso le serie fotografiche - "Bianchi", "Chiari", "Stanze", "Notturni", "Persone in pausa", "Paesaggio urbano" - che corrono parallele all'interno della sua ampia produzione.

Il percorso espositivo si arricchisce, inoltre, con una selezione di immagini inedite, anteprima di due nuovi cicli, "Wabisabi" e "Still life", in fase di realizzazione. Raggiunta una certa maturità artistica, dopo l'archiviazione al CSAC di Parma, la monografia Skira e le tante mostre in Italia e in Europa, l'autore ha sentito l'esigenza di selezionare le immagini che meglio rappresentano la sua poetica (lontana dall'essere meramente descrittiva, come potrebbe sembrare da alcune fotografie "eclatanti", volutamente escluse) e di presentarle, attraverso un progetto organico, alla città che ha accompagnato il suo percorso, dall'amore per la natura condiviso con il padre Luigi agli esordi fotografici legati alla scuola di Stanislao Farri, dall'interesse per i pittori chiaristi (Guidi, Morandi e il reggiano Gandini) all'incontro nel 1984 con Luigi Ghirri, che ha contribuito alla sua formazione e che ancora oggi considera il suo maestro, nonostante si sia progressivamente distaccato da una lingua comune per portare avanti una ricerca personale.

Se i "Bianchi" portano l'osservatore, attraverso distese di neve, dal visibile reale all'invisibile astratto, i "Chiari" ("Silenzi" e "Marine") rendono il tempo lungo della fotografia, dove ogni intento descrittivo lascia campo all'introspezione, mentre le "Stanze", attraverso tagli di luce e prospettive di interni, parlano di attese e abbandoni, così come i "Notturni" di matrice hopperiana, che rivendicano il valore della solitudine, e le "Persone in pausa", in attesa della prima battuta, tra teatro e memoria. Infine la geometria, presente nel "Paesaggio urbano" con contrappunti taglienti di luce.

Tra le anticipazioni, alcune fotografie della serie "Wabisabi" che, guardando all'imperfezione come valore, registra piccole lacerazioni e fratture, ed alcuni "Still life", tra colori, riflessi e trasparenze. «Riccardo Varini ha uno sguardo lento - scrive il curatore - uno sguardo obliquo, che scopre i dettagli, che mette insieme spazi, personaggi, luci ma anche ombre. Le sue foto sono in apparenza immagini immediate del vero, ma in realtà sono fotografie a lungo studiate, composte, costruite attraverso lunghe attese, anche quando sono scattate rapidamente cogliendo magari una tempesta di neve in riva al mare.»

Fondamentali nel percorso di Riccardo Varini (Reggio Emilia, 1957) sono Luigi Ghirri (1984) e il "chiarismo" della scuola di Guidi e Morandi. Nel 2006 fonda a Reggio Emilia una galleria dedicata esclusivamente alla fotografia, luogo d'incontro e formazione, dove tiene corsi di composizione e comunicazione. Nel 2007 le sue opere sono archiviate da Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino presso il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell'Università di Parma, fra i grandi nomi della fotografia italiana. Nel 2009 le sue opere sono archiviate dalla Fototeca della Biblioteca Panizzi. Espone successivamente in diverse città italiane. Nel 2014 esce la sua monografia, curata da Arturo Carlo Quintavalle per Skira. Dalla collaborazione con diverse gallerie, nascono mostre internazionali a Berlino, Monaco, Montecarlo, Parigi e Tokio. Nel 2016 si dedica maggiormente ai suoi seminari, tenendo mostre alla Reggia di Colorno (Parma) e ai Chiostri di San Domenico a Reggio Emilia. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine dalla mostra Da vicino Da vicino. "In ascolto dell'inudibile risuono dell'opera"
14 dicembre (inaugurazione ore 18.30) - 06 febbraio 2017
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Artisti: Rodolfo Aricò, Francesco Candeloro, Nicola Carrino, Alan Charlton, Carlo Ciussi, Dadamaino, Riccardo De Marchi, Lesley Foxcroft, John Mccracken, François Morellet, Mario Nigro, Pino Pinelli, Bruno Querci, Ulrich Rückriem, Nelio Sonego, Niele Toroni, Günter Umberg, Grazia Varisco.

Mostra, a cura di Francesca Pola, che presenta esclusivamente opere di piccolo formato a creare una costellazione di linguaggi e visioni contemporanei. L'esposizione propone una particolare modalità esperienziale dell'opera d'arte rispetto a quella riservata alle installazioni monumentali o alle opere di grande dimensione, vale a dire una immedesimazione che nasce dalla relazione diretta, quasi tattile, con la fisicità di questi lavori che, per via delle loro dimensioni, possono appunto essere osservati e compresi tramite una percezione ravvicinata.

Se l'idea di una mostra di opere di piccolo formato può annoverare illustri precedenti storici, che vanno dalla Boîte-en-valise di Marcel Duchamp, ai Microsalon parigini di Iris Clert, alle proposte itineranti di sculture da viaggio e arte moltiplicata di Bruno Munari e Daniel Spoerri, essa non pone tuttavia l'accento sugli aspetti "portatili" dell'opera di queste dimensioni, che la rendono spesso la materializzazione di un'idea che appunto si può spostare con facilità. Ad essere privilegiata nel caso di questa mostra è invece l'intimità della relazione che si viene a creare tra osservatore e singolo lavoro, nella necessità di soffermarsi con attenzione su ogni opera per comprenderne i meccanismi creativi, dando luogo a una sorta di immedesimazione per empatia tra osservatore e oggetto.

Una componente non secondaria in questo processo di partecipazione è poi naturalmente quella del tempo di fruizione, che si dilata in misura inversamente proporzionale alla dimensione dell'opera stessa. Le relazioni tra le opere in mostra rispondono a meccanismi di tipo spaziale e associativo, privilegiando quelle personalità creative caratterizzate da una riduzione significante che da sempre costituiscono l'asse portante dei programmi espositivi della galleria. Una proposta di avvicinamento non scontata, nella quale la sequenzialità non è sinonimo di serialità, così come iterazione non significa ripetizione.

In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con un saggio introduttivo di Francesca Pola, la riproduzione delle opere in mostra e poesie di Carlo Invernizzi che partecipano della stessa empatia umana: a una sua frase, è anche ispirato il sottotitolo della mostra, che sottolinea appunto "l'inudibile risuono dell'opera", percepibile solo in questo "avvicinamento di attenzione". (Comunicato stampa)




Fragilis Mortalitas
1915: Renato Serra & il Diario di trincea


termina il 29 gennaio 2017
Casa Museo Renato Serra - Cesena

Dopo la prima edizione dell'iniziativa, dedicata lo scorso anno all'Esame di Coscienza di un letterato questa seconda edizione sposta l'attenzione su un'altra opera emblematica del nostro formidabile letterato cesenate Renato Serra (morto a 31 anni a Podgora nel corso di un combattimento il 20 luglio del 1915): Diario di Trincea. Una cronaca intima e personalissima di un'esperienza bellica sconvolgente, le cui annotazioni vibrano di poesia scintillante e calda umanità, qualità disperatamente protese alla ricerca di un senso, persino là dove i cieli e la terra rimbombavano dei tuoni della distruzione e della follia della guerra.

Le opere di Francesca Ceccarelli (Cesena, 1975) e Maurizio Battaglia (Cesena, 1971), due giovani artisti cesenati armati di una sensibilità contemporanea e di un'audace poesia, si relazioneranno con gli spazi della Casa Museo Renato Serra, animandone il giardino e le stanze interne, le pareti e i mobili con la loro provocatoria intensità. Francesca Ceccarelli, attraverso narrazioni raccolte intimamente in piccole teche di antica memoria, in cui i frammenti naturalistici compongono puzzle di intricata magia che si aprono a infinite interpretazioni come magiche cristallizzazioni o brani di un testo ideale da ricomporre. Di materiali altrettanto "affilati" si nutre la creatività di Maurizio Battaglia che sul prato della dimora di Serra disporrà 101 lapidi di marmo. Si tratta di vere e proprie "lastre cimiteriali" che con rigida compostezza ci ricordano, come solenni canne d'organo, l'effimera bellezza di ogni esistenza umana e l'eterna speranza in un aldilà che si rinnova in ciascuno di noi.

Quest'anno la mostra incarna, nella sua particolare declinazione, una temperie spirituale di smarrimento e scontro epocale che, seppure in altre forme, è ben presente ai nostri occhi di contemporanei. Diario di Trincea si riconferma, dunque, come una memorabile dichiarazione d'amore alla vita e un tentativo estremo di conservare valori fondamentali ed emozioni imprescindibili anche in condizioni estreme, sotto al fuoco nemico, in quelle trincee dove si attendeva la morte sperando nell'impossibile. Ecco allora che un luogo simbolo qual è Casa Museo Renato Serra si accenderà, anche quest'anno, delle appassionate incursioni dell'arte contemporanea, rievocando l'immagine e la personalità di un letterato dal respiro europeo, esempio di rara intelligenza qual è Renato Serra.

Tutte le opere in mostra - a cura di Marisa Zattini - verranno documentate nel catalogo edito per i tipi de Il Vicolo Editore, Collana "Le Ricordanze", corredate da testi inediti. Arricchisce ulteriormente l'edizione il repertorio di immagini fotografiche dedicate a Casa Serra a firma di Alberto Dradi Maraldi. Quale evento collaterale, il 5 dicembre, Roberto Greggi presenterà il catalogo bilingue (italiano, francese) dell'evento espositivo Fragilis Mortalitas - 1915: Renato Serra e la Grande Guerra / Federico Guerri e Luca Piovaccari svoltosi nel 2015 in Lussemburgo. (Comunicato stampa)




Opera di Fosco Bertani dalla mostra Le stagioni del paesaggio all'Anfiteatro della Cultura del Teatro Riccardi di Roma Fosco Bertani: Le stagioni del paesaggio
07 dicembre (inaugurazione ore 18.00) - 19 maggio 2017
Anfiteatro della Cultura del Teatro Riccardi - Roma

"Artista lombardo già conosciuto dal pubblico per le sue forti indagini sul colore, sulle tecniche e sulle riflessioni di fondo cui poggiano tutti i suoi dipinti; riflessioni di ordine filosofico dettate sia dalle letture dei grandi della letteratura antica ma anche contemporanea. Ecco allora che qualsiasi visione, oggetti, piante, figure, paesaggio, appunti religiosi, diventa per l'artista lombardo esercizio di comunicazione, quasi di evangelizzazione, di canto novello del mondo intero. Nei paesaggi dove l'accensione dei colori e dei toni è tutto di impianto mistico, Fosco Bertani lascia leggere un rimando tutto francescano, dove pezzature di cielo e terre, colline, luoghi di preghiera e riflessione, terre d'Italia, si accertano come la parte migliore della sua produzione. E' una pittura ossificata, essenziale, che non vive di decorazioni, coglie il cuore di ogni cosa, sicchè quest'ultimo capitolo artistico di Fosco Bertani è una piccola storia del paesaggio italiano e lombardo". (Carlo Franza)

Fosco Bertani (Asola - Mantova, 1951), ammira la pittura di Chagall e di El Greco, e compiuti gli studi classici a Monza, frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia a Milano fino alla scelta per la pittura nel '73, quando si iscrive alla Accademia di Brera, e poi a quella di Firenze, dove si diploma nel ‘78, con una tesi finale sul Beato Angelico. Nel '79 a Parigi studia la pittura degli ultimi anni di Cezanne. Nel frattempo ha conosciuto l'arte di William Congdon e ne rimane profondamente colpito. A Milano incontra e segue l'attività teatrale e critica di Giovanni Testori. Dopo il matrimonio si trasferisce nella campagna mantovana, per studiarne meglio il paesaggio. Nell'89 esegue un grande dipinto murale commissionato dall'architetto Sandro Benedetti a Roma nella chiesa di Sant'Alberto Magno. Nel '96 torna in Brianza e da allora insegna discipline pittoriche stabilmente al liceo artistico statale "Fausto Melotti" di Cantù. Alterna la pittura di paesaggio al ritratto. (Comunicato stampa)




Opera di Magda Starec Tavcar Magda Starec Tavcar: "Librintrecci Knjižni prepleti"
termina lo 08 gennaio 2016
Mini mu - Trieste

Magda Tavcar è artista visiva, grafica e illustratrice, esperta e ricercatrice nel campo della tessitura, che crea dei materiali tessili usando anche vari prodotti di risulta, assemblati secondo la sua esigenza espressiva del momento. È presente nel suo approccio, un'attenzione all'aspetto ecologico del creare che si evidenzia nella scelta del riciclo, sia come simbolico prolungamento della vita, sia come trasformazione della natura. Nel suo curriculum troviamo anche progetti installativi di fiber art in grande formato. Queste soluzioni policrome e polimateriche reinterpretano aspetti sociali ma anche naturalistici nei quali l'artista dilata la sua esperienza esistenziale. In questa occasione l'autrice presenterà dei lavori interamente inediti, frutto di una ricerca pluriennale, incentrata sulla rilettura articolata del "libro d'artista" in esemplare unico.

Magda Starec Tavcar (Trieste) ha frequentato l'Istituto d'Arte "E. e U. Nordio". Ha lavorato per anni come grafica pubblicitaria per passare poi all'insegnamento di educazione artistica nelle scuole medie slovene di Trieste. Ha collaborato con il Teatro stabile sloveno e con i gruppi teatrali dei circoli culturali sloveni creando marionette e scenografie per numerosi spettacoli. (Comunicato stampa)




Giacomo Balla - Studio libero per il ritratto Giacomo Balla e amici ProtoBalla: La Torino del giovane Balla
termina il 27 febbraio 2017
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

L'intento dell'esposizione è raccontare il legame del pittore con Torino, dove Giacomo Balla visse fino al 1895. A partire dalla documentazione del poverissimo Borgo del Rubatto, dove nacque nel 1871, si seguono le amicizie e la complessa formazione dell'artista. Un dialogo con la pittura piemontese che giunge fino al 1907, anno in cui Balla realizza lo straordinario Ritratto di Clelia Ghedini Marani, conservato alla GAM, e anno in cui si tolse la vita Giuseppe Pellizza da Volpedo, le cui ricerche sul fronte divisionista e simbolista furono un punto di riferimento cruciale per la ricerca giovanile di Balla. Realizzata con il generoso contributo della Fondazione Ferrero, la mostra è pensata come approfondimento di uno dei capitoli ancora poco indagati della vita di Giacomo Balla: un ideale complemento alla mostra FuturBalla alla Fondazione Ferrero di Alba.

Curata dal Conservatore capo della GAM Virginia Bertone e da Filippo Bosco, allievo della Normale di Pisa, la mostra offre un ritratto della scena artistica torinese fin de siècle in relazione alla formazione e alle amicizie di Giacomo Balla, che sotto il profilo professionale si affermerà poi a Roma all'inizio del Novecento. In mostra sono esposte per la prima volta le rare fotografie di Mario Gabinio che documentano la realtà povera dei sobborghi torinesi, e in particolare del quartiere Rubatto, accanto al grande dipinto di Giacomo Grosso, il Ritratto di Olimpia Oytana Barucchi e allo studio di Balla per il Ritratto di Clelia Ghedini Marani, oltre a opere di Federico Boccardo, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Pilade Bertieri, Felice Carena e Antonio Maria Mucchi. In mostra anche diverse riproduzioni di documenti di Giacomo Balla conservati all'Accademia Albertina.

Il percorso espositivo prende avvio dalla sua frequentazione dei corsi all'Accademia Albertina (1886-1891), scelta che appare decisiva per un artista che sarà sempre consapevole dei suoi mezzi tecnici e non secondario in tal senso è l'autorevole insegnamento di Giacomo Grosso, che si afferma in quegli anni come figura centrale della scena accademica torinese. La difficile situazione famigliare ed economica impone al giovane Balla esperienze lavorative nel mondo della tecnica, che saranno importanti tanto quanto l'educazione artistica: dapprima presso il litografo Pietro Cassina e poi presso l'importante studio di Paolo (Pietro) Bertieri; qui Balla approfondisce la pratica della fotografia cui lo aveva già avviato la passione autodidatta del padre.

L'amicizia con il figlio di Bertieri, Pilade, lo introduce nell'ambiente dei giovani artisti torinesi, che si individuano proprio come la generazione degli "allievi di Grosso". Ricerche pittoriche isolate e singolari di coetanei di Balla, come gli interni intimisti di Federico Boccardo e soprattutto le analitiche vedute urbane di Francesco Garrone, sono esempi utili ad arricchire il panorama torinese. Questo era caratterizzato dalla pittura di paesaggio e da quella accademica: un particolare rilievo per Balla assume la conoscenza di Giuseppe Pellizza da Volpedo, importante riferimento per il divisionismo che poi adotterà a Roma.

Il trasferimento a Roma nel 1895 non gli consente che una prima timida apparizione pubblica, con un acquerello non identificato, all'Esposizione della Promotrice di Belle Arti nel 1891. Non partecipa dunque alle grandi rassegne nazionali di fine secolo, nelle quali si profila la nuova generazione dei "giovani" torinesi, anch'essi allievi di Giacomo Grosso. E' con questi artisti che può essere confrontata la prima produzione romana di Balla, che nel 1902 mandava da Roma un'opera alla Prima Quadriennale. Oltre a Pilade Bertieri, si tratta di Felice Carena, Antonio Maria Mucchi, Luigi Onetti, Mario Reviglione, Domenico Buratti. Il fondamentale incontro con l'arte internazionale a Parigi nel 1900, la vivace ricerca di una modernità della pittura, la forte istanza sociale nelle opere di questi artisti, l'impatto positivo della torinese Esposizione d'Arte Decorativa Moderna del 1902 sono tutti elementi presenti nel Giacomo Balla pre-futurista. (Comunicato stampa)




Emozioni d'acqua
Leila Bergamini | Antonella Bertoni | Andrea Grespi


termina il 15 dicembre 2016
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Mostra di acquerelli che vedrà esposte le opere degli artisti Leila Bergamini (Mirandola di Modena), Antonella Bertoni (San Giorgio di Mantova) e Andrea Grespi (Mantova). Ad ogni artista è riservata una parete della galleria per poter mostrare al pubblico le proprie opere realizzate con questa fresca ed affascinante tecnica, poco usata e di difficile esecuzione: l'acquerello.

Leila Bergamini dopo il diploma conseguito presso l'Istituto d'Arte “A.Venturi” di Modena e le abilitazioni all'insegnamento per le scuole medie e superiori, ha insegnato Arte nella scuola secondaria di primo grado “F. Montanari” di Mirandola e, dopo varie esperienze di pittura ad olio e acrilico, da alcuni anni si dedica con assiduità alla tecnica dell'acquerello che approfondisce partecipando a convegni e workshop tenuti da artisti di fama internazionale. Realizza temi legati alla sua terra, la natura, i fiori, scorci urbani, è attratta sia dagli aspetti naturali effimeri e mutevoli sia dagli aspetti della tradizione artistica che rimangono, sul piano emozionale, solidi e immutati.

La sua pittura è una ricerca figurativa autentica e sincera che con onestà e rigore ci fa scoprire la bellezza, l'armonia del quotidiano, delle cose più semplici. La pennellata si adegua a queste emozioni: è fluida e veloce per rapire un momento fuggevole, diventa minuziosa e discreta quando si compiace nel rendere vibrazioni cromatiche delicate, infine si fa complessa e sfumata quando cerca di oggettivare la realtà nella resa palpabile di una superficie. Sfruttando le molteplici possibilità della tecnica dell'acquerello, i colori appaiono luminosi e trasparenti oppure diventano pieni e materici nella resa concreta di una forma.

Antonella Bertoni si diploma all'Istituto Statale d'Arte della città virgiliana nella Sezione Disegnatori di Architettura e Arredamento, dove acquisisce notevole sicurezza nell'esecuzione del disegno e della prospettiva. Cimentandosi in varie tecniche pittoriche partendo dal gessetto, la tempera e l'olio, approda all'acquerello, dove trova la sensibilità pittorica a lei più congeniale. Artista poliedrica e intraprendente, nel 2016 inizia contemporaneamente a sperimentare una nuova tecnica: l'acrilico, realizzando tele per l'arredo d'interni. In breve tempo viene selezionata da commissioni di critici d'arte che la portano a partecipare alla Triennale d'Arti Visive a Roma nel 2017. E' stata iscritta all'ADAF Associazione d'Arte Figurativa di Mantova e successivamente ha intrapreso un percorso personale che le ha permesso di partecipare a selezioni e mostre di pittura personali e collettive in diverse città italiane.

Andrea Grespi, da sempre appassionato di disegno, si avvicina al mondo della pittura nel 1995, entrando nel gruppo di acquerellisti del maestro Mario Artoni, di cui ancora oggi fa parte. La sua pittura figurativa intende cogliere momenti di vita quotidiana e si ispira prevalentemente ai paesaggi caratteristici della città di Mantova e del suo territorio, ma rappresentano anche appunti di viaggio sia in Italia che all'estero. I soggetti favoriti sono i suggestivi scorci cittadini, i paesaggi di campagna, nonché i laghi di Mantova con le tipiche imbarcazioni ed caratteristici fiori di loto, preferibilmente dipinti ad acquerello dal vero, in plen air. Nel 2014, dopo avere appreso le basi alla scuola di Grazie, entra a far parte dei madonnari di Grazie, partecipando con soddisfazione alle ultime tre edizioni. Dal 2015 si dedica inoltre con passione all'insegnamento della tecnica dell'acquerello. (Comunicato stampa)




Gianni Politi: Painting and sculpture
06 dicembre 2016 (inaugurazione ore 18.00-20.00) - 27 gennaio 2017
Galleria Lorcan O'Neill - Roma
www.lorcanoneill.com

Gianni Politi (Roma, 1986) espone per la prima volta lavori inediti in una sua personale alla Galleria Lorcan O'Neill. La mostra vuole rendere visibile il processo creativo che lega i diversi gruppi di lavori esposti, svelando la tensione dell'artista tra la ricerca di compiutezza dell'opera e l'invenzione di nuove forme di espressione. Negli spazi della galleria verranno esposti quadri astratti che l'artista ha realizzato riutilizzando frammenti di opere precedenti; alcuni piccoli ritratti su tela che l'artista dipinge ‘a memoria' ispirandosi ad un dipinto del pittore settecentesco Gaetano Gandolfi; e, infine, calchi di telai in bronzo realizzati con patine colorate, inserti in marmo e legno dipinto.

Nella sua profonda indagine del medium pittorico, Gianni Politi dimostra anche il suo consapevole debito con l'Espressionismo Astratto e i grandi maestri dell'arte italiana del ventesimo secolo, liberamente interpretati e trasfigurati. L'artista ha immaginato un preciso itinerario per lo spettatore attraverso i diversi lavori ed ha commissionato all'arch. Giuseppe Pasquali una particolare panca museale per permettere al visitatore di sedersi e sostare al centro della galleria. Politi ha partecipato a numerose mostre, tra le quali più recentemente le personali a Roma presso la Fondazione Nomas (2015) e la Galleria Nazionale (2014). (Comunicato stampa)

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Gianni Politi (b. Rome 1986) makes paintings - both abstract and figurative - which explore ways to confront and use the artistic wealth he inherited as a young Italian artist. This exhibition includes large abstract paintings, great colour fields made by over-layering parts cut from other canvases to make a new whole; a series of paintings based on a portrait by Gaetano Gandolfi (Bologna 1734-1802); and a group of bronze wall works, casts from old wooden stretchers of discarded paintings, with keys of fancy marbles and woods. In keeping with the museum-like installation of the show, a long bench for the centre of the gallery has been commissioned by the artist from architect Giuseppe Pasquali. Gianni Politi has participated in numerous exhibitions, including his recent one-person show at the Galleria Nazionale in Rome, and a major presentation at the Nomas Foundation in Rome, 2015. (Press release)




Diamante Faraldo - Inscape - marmo bianco di Thassos e camera d'aria 2xcm.72x54x7 2016 Diamante Faraldo: Win back
15 dicembre (inaugurazione ore 18) - 16 febbraio 2017
MAAB Gallery - Milano
www.artemaab.com

L'analisi della storia e una riflessione profonda sull'evoluzione e sul concetto di Occidente, unite a un'indagine sul ruolo dell'artista, costituiscono il fil rouge della ricerca artistica condotta da Diamante Faraldo (Aversa, 1962). Il ciclo dei lavori è ispitato alla figura di Orfeo, uno dei topos della cultura occidentale e rappresentazione dell'artista per antonomasia. Così come colui che, noncurante del divieto impostogli dagli Dei, mentre si trova sulla soglia degli inferi, si volta indietro verso l'amata Euridice, allo stesso modo l'artista volge il suo sguardo verso il passato, verso la nostra storia, ripercorrendola lentamente, in ogni sua sfumatura. Così, con le sue opere, Faraldo contrasta il bombardamento di immagini cui è sottoposta la società contemporanea.

Per questo le sue sculture sono rese con materiale austeri, lavorati in modo da causare una perdita di percezione dei confini e i disegni sono miniaturizzati, obbligandoci a una visione ravvicinata e attenta. Le sculture esposte, create appositamente per la mostra, sono realizzate prevalentemente in marmo con inserti di camera d'aria e, talvolta, bronzo, ebano e petrolio. Materiali aulici e antichi, simbolo di potere e classicità, messi a confronto, in un dialogo serrato, con le materie dell'oggi, assai più duttili e austere, frutto dell'era industriale. Completano il percorso espositivo alcuni disegni realizzati con la grafite e dotati, sul fronte, di una lente d'ingrandimento che ne stravolge la visione. L'esposizione è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano e inglese), con testi di Arianna Baldoni, Jacqueline Ceresoli, Angel Moya Garcia, Rosella Ghezzi e Gianluca Ranzi. (Comunicato stampa)





Alberto Martini - La Marchesa Casati in veste di Euterpe - olio su cartone cm.47x39 1931 Alberto Martini - Tra visione e sogno
12 dicembre (inaugurazione ore 21) - 24 febbraio 2017
Galleria Blu - Milano
www.uessearte.it

La mostra - a cura di Elena Pontiggia - comprende venti opere e vuole rendere omaggio al grande artista simbolista (Oderzo, 1876 - Milano, 1954) nella ricorrenza del centoquarantesimo anno della nascita (poco distante dal suo esatto giorno di nascita, che era il 24 novembre). Sono esposti alcuni dei lavori più significativi di Alberto Martini, tra questi spiccano i fogli dei Prigionieri (1896), del Macbeth (1910), le tavole per La secchia rapita (1902-1903), oltre a dipinti importanti degli anni tra le due guerre come la surreale La marchesa Casati in veste di Euterpe del 1931. Immagine-guida della mostra è il suggestivo Autoritratto del 1914, in forma di biglietto da visita, in cui si affiancano un'ala di corvo e gli artigli di un satiro, una sirena e un teschio, uno sguardo senza volto e una bocca, un'opera tipica delle tenebrose atmosfere di Alberto Martini. Tema centrale della mostra è il particolare sguardo dell'artista che, confrontandosi con gli antichi maestri tedeschi, col simbolismo europeo e anticipando le atmosfere del surrealismo, si muove tra visionarietà e sogno, cogliendo nella realtà gli aspetti di enigma e di mistero. (Comunicato stampa UesseArte)




Opera di Enzo Sciavolino Enzo Sciavolino: L'incontenibile leggerezza
termina lo 08 gennaio 2017
Museo degli Angeli - Sant'Angelo di Brolo (Messina)
www.museodegliangeli.it

La mostra, curata da Vinny Scorsone, presenta 35 incisioni. Quasi un diario della produzione di incisioni dell'artista iniziata nel 1964 e portata a termine nel 2012. Una personalissima raccolta di poemi e testi letterari di vari autori accompagna la mostra (volume di 224 pagine ed. Centro Toscano Edizioni). Testi di Vincenzo Consolo, di Vinny Scorsone e una breve biografia dell'autore sono presenti nel materiale predisposto per la mostra. La mostra è una iniziativa in collaborazione con l'associazione culturale Studio 71 di Palermo.

Scrive la curatrice nel suo testo per la mostra: "... Il tratto incisorio di Enzo Sciavolino percorre e pervade cinquant'anni di attività, cinquant'anni di storia personale e pubblica. La fa parallelamente alla scultura, ne segna e sottolinea i temi e le forme divenendo ora greve ora lieve. Il bulino e l'acido hanno eroso il metallo mentre la cera lo ha preservato. Il foglio si è divenuto un bassorilievo granuloso e il disegno scultura. Quello che Sciavolino compie con questa mostra è un viaggio all'interno del proprio percorso artistico segnando differenze e affinità tra ciò che è stato e ciò che è divenuto. Gli stessi temi, negli anni, hanno subìto una trasformazione. Se, difatti, in principio l'elevazione verso le sfere celesti era affrontata in maniera utopica e veniva frenata da una realtà soffocante e cupa, negli ultimi decenni, invece, essa è riuscita a distaccarsi dalle grettezze della vita quotidiana per tendere a qualcosa di più eterno e atemporale." (Comunicato stampa)




Opera di Sara Vinco Aschieri Sara Vinco Aschieri: "Quello che le donne non dicono... dipingono"
termina lo 09 dicembre 2016
Galleria Incorniciarte - Verona
www.incorniciarte.it

Sara Vinco esprime un'arte pura, arcaica, legata alla figura umana. Nel suo carattere monodimensionale, sa dare uno spessore che ricorda i murales messicani e l'arte africana (e l'Africa sicuramente l'ha segnata nel profondo, dopo averla vissuta e abitata a lungo), dove coabitano più piani narrativi, dove accesi colori primari aprono porte emotive: l'esterno e l'interno di un luogo sono scatole che si incastrano e si affacciano. E lì,uccellini, piante, animali, fanno da cornice a situazioni familiari e quotidiane. Se vogliamo cogliere una simbologia ricorrente, è la coppia, non solo come affettività e laccio amoroso, ma come doppio, lo specchio, l'io e l'altro. Non sono un caso le bambole o l'omaggio alle Nete, le celebri gemelle della musica folk italiana. Ma il dipingere per Sara Vinco è soprattutto il paese delle meraviglie di Alice, il suo personale viaggio oltre lo specchio: un momento onirico di rifugio e di scoperta dove ritrovare sempre amore, passione ed equilibrio. (Isabella Dilavello)




Ugo La Pietra - Strutturazioni tissurali - 1966 Ugo La Pietra: Le strutturazioni tissurali 1964-67
10 dicembre 2016 (inaugurazione ore 18.00) - 15 gennaio 2017
Galleria Peccolo - Livorno

Ugo La Pietra, dopo le esperienze segniche con il Gruppo del Cenobio (1962-63 con A. Ferrari, A. Verga, A. Vermi, E. Sordini) e quelle della Lepre Lunare (1964 con V. Orsenigo), a metà degli anni Sessanta esplora il tema degli "elementi di disturbo all'interno della base programmata" con una serie di opere sia pittoriche (tele e disegni) sia realizzate su metacrilato trasparente sagomato a caldo e inciso a freddo. Queste ricerche visive sono chiaramente riferibili alla sua teoria espressa nel saggio Traducibilità dei nessi intercorrenti all'interno di una struttura urbana in visualizzazioni spaziali (ed. Ares, 1966) in cui l'artista descrive con molti esempi come è possibile leggere la struttura urbana usando la tecnica delle visualizzazioni alla macro-scala "attraverso elementi formali ridotti e piccoli elementi: punti".

Queste ricerche, caratterizzate da un forte componente significante rispetto alla rottura del "sistema programmato" porteranno La Pietra nella seconda metà degli anni Settanta a elaborare la teoria del "Sistema disequilibrante", teoria che utilizzerà proprio elementi di disturbo per evidenziare (decodificare) le rigidità sociali e ambientali della struttura urbana. Una teoria che rappresenta ancora oggi uno dei contributi più originali all'arte concettuale e all'architettura radicale della seconda metà degli anni Sessanta.

Ugo La Pietra (Bussi sul Tirino - Pescara, 1938) a Milano nel 1964 si laurea in Architettura al Politecnico. Architetto di formazione, artista, cineasta (e attore), editor, musicista, fumettista, docente, dal 1960 si definisce ricercatore nel sistema della comunicazione e delle arti visive, muovendosi contemporaneamente nei territori dell'arte e del progetto. Instancabile sperimentatore, ha attraversato diverse correnti (dalla Pittura segnica all'arte concettuale, dalla Narrative Art al cinema d'artista) e utilizzato molteplici medium, conducendo ricerche che si sono concretizzate nella teoria del "Sistema disequilibrante" - espressione autonoma nel Radical Design - e in importanti tematiche sociologiche come "La casa telematica" (MoMA di New York, 1972 - Fiera di Milano, 1983), "Rapporto tra Spazio reale e Spazio virtuale" (Triennale di Milano 1979, 1992), "La casa neoeclettica" (Abitare il tempo, 1990), "Cultura Balneare" (Centro Culturale Cattolica, 1985/95). Molte sono state le mostre in Italia e all'estero, ha curato diverse esposizioni alla Triennale di Milano, Biennale di Venezia, Museo d'Arte Contemporanea di Lione, Museo FRAC di Orléans, Museo delle Ceramiche di Faenza, Fondazione Ragghianti di Lucca. (Comunicato stampa)




Codex. La forma del messaggio
15 dicembre (inaugurazione ore 18.00) - 30 dicembre 2016
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

Da sempre, il bisogno di comunicare, ha indotto l'uomo a tradurre in forme visive il proprio pensiero e questa necessità ha imposto fin dagli esordi la ricerca dei supporti su cui esercitare tutte le forme d'espressione; il materiale interviene sul gesto, lo strumento, la grafia. Da qui nasce nella ricerca artistica quell'ampia sezione definita genericamente "Libro d'artista" dove il supporto, la forma e la creatività diventano un tutt'uno. La mostra si propone come un'esperienza di senso e una riflessione sulla vitalità della forma/libro in un momento in cui un diluvio di immagini e di parole testimonia proprio la difficoltà del comunicare. Indecifrabile, ossimorico, ibrido oggetto, il libro d'artista non è il libro illustrato. Il libro d'artista disturba le abitudini visive, le gerarchie della comunicazione. E' quindi un territorio di conflitto, un corto circuito. Amato dalle avanguardie del Novecento, piace anche oggi, quando la forma stessa del libro è in crisi. L'evento si propone di dar conto delle varie tipologie in cui si può riconoscere il libro d'artista, esplorandone il senso. (Comunicato stampa)

Artisti: Minou Amirsoleimani, Maria Cristina Antonini, Michele Attianese, Vittorio Avella, Antonio Baglivo, Franca Bernardi, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Pasquale Coppola, Gianni De Tora, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Eduardo Ferrigno, Salvatore Giunta, Antonio Izzo, gruppo Laloba, Silvana Leonardi, F. Lucrezi - C. Isernia, Giuliano Mammoli, Cosetta Mastragostino, Rita Mele, Patrizia Molinari, Luigi Pagano, Antonio Picardi, Teresa Pollidori, Giuseppe Ponzio, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Gianni Rossi, Alba Savoi, Grazia Sernia, Filippo Soddu, Ernesto Terlizzi, Pasquale Truppo, Ilia Tufano, Oriano Zampieri.




Alessandro Monti - Ho raccolto visioni - legno e tecnica mista su tela su legno cm.50.5x50.5x9 2016 Locandina della mostra Motivi del visibile Enzo Tardia - Contemplazione degli equilibri I - acrilico e olio su tela cm.60x60 2016 Motivi del visibile
Scritture, Volumi, Astrazioni


termina il 23 dicembre 2016
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

La collettiva propone l'incontro di quattro artisti - Turi Sottile (Acireale, 1934), Lino Tardia (Trapani, 1938), Alessandro Monti (Torri in Sabina,1953), Enzo Tardia (Trapani, 1960) - che dialogano tra loro attraverso linguaggi pittorici tra loro eterogenei, ma per certi versi complementari. Astrazioni, geometrie, volumi e segni declinano il percorso espositivo di una singolare collettiva che, attraverso trentasei opere di grande, medio e piccolo formato, sposa le diverse cifre stilistiche, mentre racconta la storia di ognuno degli autori in mostra.

Scrive Aldo Gerbino nel testo in catalogo: "(...) tale percorso, firmato da quattro artisti di diversa generazione, si dichiara ora con l'espressionismo astratto di Turi Sottile, fatto di linee asintotiche, e la scansione mitologica di Lino Tardia offerta in tagli baconiani, ora con la tattilità informale, riversata nelle armonie di 'legame', di Alessandro Monti solidale alle rivisitazioni concrete e neoplasticiste di Enzo Tardia. Un cammino sommerso, in virtù della propria struttura, - e quindi della propria rappresentazione, - dalla inconfutabilità del reale. (...)"

E dal testo di Piero Longo:"(...) Lungimiranti e sospese tra passato e futuro queste opere commentano, infatti, la dinamicità e la “varietas" tecnologica del presente che attraversano e che sanno fermare, come in una istantanea, nella retina dell'osservatore. Ad esso si rivolgono quasi sintetizzando tutte le esperienze visive del secondo Novecento e annunziando quella sintesi culturale dalla quale nasce il sincretismo visivo che li caratterizza. (...)" (Comunicato stampa)




Opera di Conrad Marca-Relli dalla mostra The prodigy of collage Conrad Marca-Relli: The prodigy of collage
November 16th - December 16th, 2016
Repetto Gallery - London
www.repettogallery.com

An homage to Conrad Marca-Relli (1913-2000), in collaboration with Archivio Marca-Relli. About ten artworks, realised between 1955 and 1979, will be exposed during the show. For the occasion, David Anfam, art historian and co-curator of the abstract expressionism show at the Royal Academy, will give a speech during the opening reception. In 1948, Conrad Marca-Relli arrived in Rome, where he met Alberto Burri and Afro Basaldella. Between the lyric chromatism of Afro and the rough and beautiful paint of Burri, Marca-Relli went beyond painting, in a puzzle of matter. In the early 1950's he came back to New York and built an intense relationship with William de Kooning and Jackson Pollock, working together at the big ideals of a new American art, together with Philip Guston, Mark Rothko, Robert Motherwell and many others.

In 1951, together with Leo Castelli, they organised the "Ninth Street Show", the first collective show of the so-called American abstract expressionist movement. Two years later, in 1953, he exhibited his first collages at the Stable Gallery, during the second collective show of this new school of New York. Soon after he won the Logan Medal of the Art Institute in Chicago, and thanks to his retrospective at the Whitney Museum in NY in 1967, his name was one of the most important of this new American movement. (Press release)




Beatrice Gallori: Core
termina lo 05 febbraio 2017
Lu.C.C.A. Lucca Center of Contemporary Art - Lucca

Per dare il titolo alla sua mostra personale Beatrice Gallori ricorre al linguaggio scientifico: core come nucleo, termine con cui nell'informatica si intende una parte del microprocessore, insieme al package che lo contiene. L'esposizione si compone di opere-installazioni create site specific che ruotano attorno alle ricerche dell'artista toscana sulla "cellula" che sono poi il tramite per studiare l'uomo in quanto essere vivente.

"Al Lu.C.C.A. - spiega Luca Beatrice, uno dei curatori della mostra - Gallori espone tutte opere site specific che riflettono una volta di più sulla condizione residuale della pittura, unica possibilità che tale mezzo può giocarsi in una difficile condizione contemporanea. Certo la riflessione sul monocromo parte da lontano, con sfumature e variazioni sia internazionali che italiane: è uno stile ben radicato nella tradizione tardo novecentesca e attualmente tornato di attualità per la critica e per il pubblico. Gallori però fa di più, inserendo la propria riflessione nello spazio con cui dialoga e in qualche modo combatte negandone i tratti distintivi, modificando angoli e proporzioni con la sua tipica forma a blob".

"Viviamo il momento più interessante e imprevedibile nelle arti visive degli ultimi venticinque anni - aggiunge il co-curatore Maurizio Vanni - nel quale la realtà, privata di qualunque elemento interpretativo in grado di garantirne la coerenza, lascia il posto a coloro che non vogliono alluderla o narrarla, ma ricrearla ex novo attraverso una pluralità di codici plausibili. Beatrice Gallori riparte dalla molecola, dalla genesi della materia, non come operazione atavica e regressiva, bensì per ritrovare nel 'concepimento del Tutto' quelle relazioni capaci di ricostruire un nuovo mondo visivo. Core non è la risposta, ma l'unica via possibile".

Lo speciale allestimento della mostra coinvolge il visitatore, stimolando diversi sensi attraverso il colore delle opere, le modalità con cui sono state realizzate e il movimento che creano con la loro struttura all'interno delle sale. "Mi sono divertita - sottolinea Beatrice Gallori - a cercare il vuoto, il pieno, ciò che non si vede, ciò che c'è, quello che ancora non c'è, che potrebbe accadere oppure no. E' uno studio sulla cellula nuda e cruda, su quello che porta con sé e sulle informazioni che veicola dei nostri corpi, e che a volte li condanna. Una sorta di linea sottile tra la vita e la morte, ma anche una possibilità di comprensione dell'oltre. Ritengo che dobbiamo vedere l'infinitamente piccolo per capire l'infinitamente grande".

Beatrice Gallori (Montevarchi, 1978) nel 2001 concretizza la sua passione per la moda ed il design frequentando l'Istituto Polimoda di Firenze dove si specializza in Fashion Design e Maglieria. Dal 2008 espone in collettive in spazi pubblici e privati. Nel 2010 crea dei bozzetti di maglieria hand-made con interventi pittorici per il marchio "Bettaknit" che ne produce una vera e propria collezione. Le sue opere sono presenti in vari collezioni private e pubbliche italiane ed internazionali. (Comunicato stampa)




Opera di Ernesto Fanzaga Ernesto Fanzaga: Anime parallele
07 dicembre (inaugurazione ore 18.30-21.00) - 20 dicembre 2016
Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 - Milano

Se la mostra dell'anno passato intendeva farci riflettere sul concetto di "temporalità" e del conseguente passaggio spazio-temporale esistente tra gli ambienti urbani e le singole vite, ricche di storie individuali e che troppo spesso non dialogano tra loro; quella di quest'anno entra nel dettaglio: all'interno delle vedute cittadine, ci porta per mano a visionarne le frammentazioni celate nelle singole vite, nei luoghi. La mostra è ricca sia di opere su tavola che rifrangono gli esterni di vita della società nella quale viviamo, che di quadri su tela che invece rappresentano appunto con l'ausilio delle superfici a cui sono adese, le vite vissute nel dettaglio lenticolare e sono percepite dall'artista in modo del tutto personale e soggettivo.

La metafora è velata sia nei lavori "out" - gli esterni appunto - che negli "in" - gli interni, sottesa e voluta non senza un pizzico di atteggiamento ludico come è riscontrabile secondo un'opportuna lettura dell'opera osservandone con particolare attenzione le luci: "interne ed esterne", proprio come se si volesse introiettare o esteriorizzare una sensazione, un pensiero, un vissuto di anime parellele. Non dimentichiamo che l'arte di Fanzaga vuole raccontare della condizione umana, delle sue emozioni, questo è vero, ma anela sempre a una sua risoluzione positiva; nonostante la profonda, attenta e intelligente analisi proprio di quest'ultima.

I lavori ad olio di Ernesto Fanzaga sono sempre "consapevoli" di quella bidimensionalità di cui è intrisa la tela - di fatto bidimensionale anch'essa - da farne un segno di riconoscimento e distintivo nello stile tipico dell'artista. Ma in questa fase, invece, l'elemento della luce è ben più evidente e riesce ad andare oltre il bidimensionale aprendo un varco verso una terza dimensione degli ambienti ivi rappresentati. Non mancheranno dei divertissements surreali coi quali concludere questo percorso espositivo e nei quali Ernesto Fanzaga decide di giocare concettualmente con gli osservatori e con l'ausilio della sua arte. Mostra a cura di Massimiliano Bisazza. (Comunicato stampa)




Giorgio Morandi - Paesaggio - matita su carta cm.21.4x15 1962 Carte e cartoni
termina il 14 gennaio 2017
Galleria de' Bonis - Reggio Emilia
www.galleriadebonis.com

Collettiva di opere su carta e cartoncino dei maggiori artisti del Novecento italiano (con più di una puntata oltralpe): Afro, Pietro Annigoni, Antonio Bueno, Giuseppe Capogrossi, Nicola De Maria, Gianni Dova, Sam Francis, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Hans Hartung, Alberto Manfredi, Giorgio Morandi, Gino Severini, Mario Sironi. La proposta spazia da disegni e schizzi preparatori fino a opere finite vere e proprie, da studi a matita a collage fino agli acquerelli, per indagare tutta la potenzialità del sorprendente supporto cartaceo. Le opere scelte mettono a confronto la forza del segno propria dei disegni, che contengono tutta l'energia non ancora addomesticata dell'idea nascente dell'artista, con la delicatezza dell'acquerello o della china.

In galleria, anche molte opere insolite: il bozzetto in cartoncino dell'unica scultura mai realizzata da Guttuso: "L'edicola", un'illustrazione satirica di Sironi per "Il Popolo d'Italia", tre disegni di Morandi (una natura morta e due paesaggi), un collage di Capogrossi, una forte opera segnica di Hartung, un lavoro del 1970 di Sam Francis certificato direttamente dalla Sam Francis Foundation di Pasadena e diverse altre sorprese. La mostra è un vero e proprio excursus attraverso il Novecento italiano, indagato a partire dagli autori che ne hanno scritto la storia. La scelta della carta permette selezionare opere particolari dei grandi della pittura in un percorso nuovo e stimolante. Le opere su carta sono, inoltre, un ottimo modo per accostarsi al collezionismo, scegliendo pezzi di grandi autori a prezzi più accessibili rispetto alle opere su tela. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Maria Rebecca Ballestra | Alan Sonfist: A better landscape
Mauro Panichella: Fulgur projects


termina il 10 gennaio 2017
UnimediaModern Contemporary Art - Genova
www.unimediamodern.com

Alla fine degli anni Settanta, quando la pittura figurativa incominciava a riemergere dal limbo in cui il concettuale e i concettualismi l'avevano relegata, la Galleria Unimedia, che si era mossa in questo ambito dal giorno della sua apertura nel 1970, aveva presentato tre mostre emblematiche, "Un cardine storico: il Concettuale", "La creazione volgeva alla fine", "Graffi d'amore sulla pelle del pianeta". Tre grandi mostre per tre grandi temi di quegli anni: Conceptual Art, Arte Antropologica e Land Art.

Con la definizione di Land Art, e con quella di Earth Works, vengono indicate quelle operazioni artistiche che, a partire dal 1967/68, in particolare negli Stati Uniti d'America, nel crocevia di New York e nei luoghi sconfinati dell'Ovest americano, sono realizzate da un gruppo di artisti, che si autodefiniscono fanatici della natura, delusi dall'ultima fase del Modernismo e desiderosi di valutare il potere dell'arte al di fuori dell'ambiente asettico degli spazi espositivi e delle aree urbane caratterizzate dalla presenza delle istituzioni, intervenendo direttamente nei territori naturali, negli spazi incontaminati come i deserti, i laghi salati, le praterie, ecc., ponendo l'accento sul concetto che l'uomo sfrutta e aggredisce la natura per strapparle ciò che è necessario alla sua sopravvivenza, ma è tuttavia consapevole della sua trascendente imperturbabilità, del suo terrificante e incontrollabile potere. La rassegna alla UnimediaModern Contemporary Art è a cura di Caterina Gualco e Antonio d'Avossa.

Alan Sonfist, è uno dei massimi esponenti viventi del movimento Land Art. Il suo primo grande lavoro su commissione è stato Time Landscape (Greenwich Village,1965-1975), con la realizzazione di una foresta pre-coloniale all'interno di una metropoli contemporanea. Ancora oggi Alan Sonfist continua a farsi promotore di un'"arte ambientale ecologica", nel tentativo di sensibilizzare l'opinione pubblica sul cambiamento climatico globale. Maria Rebecca Ballestra vive e lavora in condizioni nomadiche. Il suo lavoro si focalizza sull'interpretazione e la rielaborazione di tematiche sociali, politiche ed ambientali. La sua ultima produzione artistica è orientata verso la percezione del futuro in relazione ai cambi climatici, ai molteplici interventi dell'uomo nell'ambiente naturale ed al senso di insicurezza che caratterizza questo nuovo millennio.

Alan Sonfist e Maria Rebecca Ballestra, si sono incontrati in occasione della mostra "Contemporary Wine" a Certaldo nel 2015. Da un comune impegno artistico sulle tematiche ambientali e dalla predilezione per i progetti site specific, nasce l'incontro umano e professionale tra i due artisti (e tra due diverse generazioni), protagonisti di questa mostra e del libro che l'accompagna. Nella Project Room della galleria si inaugura la mostra "Fulgur Projects" di Mauro Panichella. Il giovane artista lavora su una scommessa, la sintesi tra la tecnologia contemporanea, l'amore per la natura e l'interesse per i miti che l'accompagnano. La mostra presenterà foto, progetti, disegni e modelli della grande installazione "Fulgur", che sarà esposta dal 17/12/2016 allo Spazio46 di Palazzo Ducale a Genova, diretto da Virginia Monteverde. (Comunicato stampa)




Bruno Cattani: Carousel
termina l'11 febbraio 2017
VisionQuesT contemporary photography - Genova
www.visionquest.it

Il viaggio fotografico di Cattani attraversa i luoghi che formano la nostra memoria, luoghi che da sempre conserviamo dentro di noi, strade, case, stanze, città, a volte oggetti di uso comune, vissuti secondo ogni individuale percorso di vita. Un cammino attraverso il quale registriamo emozioni che arricchiscono e nutrono la nostra anima, attribuendo a questi luoghi la storia di ognuno di noi. Questi luoghi, infatti, possiedono un'anima.

Il viaggio per immagini di Cattani, contiene elementi narrativi ed evocativi, andando oltre alla mera documentazione, riportando in vita le emozioni e la magia che appartengono alle nostre esperienze personali e collettive. Attraverso una precisa scelta estetica, Cattani - che ha girato in lungo e in largo per il mondo ricercando giostre e fotografandole spesso senza figure presenti - sovraespone l'ambiente circostante e accentua i colori delle sue giostre, ponendole in questo modo fuori dal loro contesto e sottolineandone l'atmosfera sognante, come se fossero navicelle spaziali appena atterrate in un mondo magico dove il tempo e lo spazio non esistono.

Bruno Cattani negli anni riceve numerosi incarichi nell'ambito della ricerca fotografica per musei quali il Musée Rodin, il Musée du Louvre, l'École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi; l'Istituto Nazionale per la Grafica, il Pergamonmuseum di Berlino e la Soprintendenza Archeologica di Pompei. Nel 2000 è presente nell'esposizione D'après l'Antique al Musée du Louvre e, nello stesso anno, la sua mostra L'arte dei luoghi è inserita nel del programma del Mois de la Photo di Parigi. Il 2014 è l'anno della ristampa del volume Memorie, edito da Danilo Montanari Editore, nuovo capitolo della sua ricerca che prosegue con molti nuovi scatti.

Le sue fotografie sono conservate presso gli Archives Photographiques du Musée du Louvre, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, The New York Public Library for the Performing Arts, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Bibliotéque Nationale de France di Parigi, il Musée Réattu d'Arles, il Musée de la photographie di Charleroi, il Musée Nicephore Niépce Ville de Chalon sur Saône, la Maison Europeenne de la Photographie di Parigi, la Polaroid Collection e il Museo di Thessaloniki (Grecia). (Comunicato stampa)




Opera di Romano Salami Opera di Stefano Grasselli Opera di Rodolfo Pisi Gianfranco Asveri: Natura
Mostra collettiva di pittura | fotografia


termina il 14 gennaio 2017
Cantina Albinea Canali - Reggio Emilia

Tre esposizioni: nella Sala Cavalieri, una personale del pittore piacentino Gianfranco Asveri, promossa e realizzata in collaborazione con Radium Artis Galleria d'Arte; nella Sala Ottocento, una collettiva con opere pittoriche degli artisti reggiani Luigi Camellini, Sara Giuberti, Stefano Grasselli, Giovanna Magnani, Rodolfo Pisi, Fabio Rota, Romano Salami; nel Salone delle Capriate, le ricerche fotografiche di Giovanni Badodi, Naide Bigliardi, Giuseppe Maria Codazzi, Marcello Grassi, Corrado Moscardini, Fabio Vezzani.

L'esposizione di Gianfranco Asveri raccoglie una quindicina di dipinti a tecnica mista su tela di recente produzione. «(...) La materia che stende sulla tela dai colori vivi non è casuale ma è ponderata - scrive Luigi Borettini -, i segni che incide sono tutti calcolati e come note musicali vanno a comporre una melodia avvolgente. Gianfranco Asveri è un artista che permette quotidianamente al suo Io di esprimersi sulla tela, riuscendo a trasmettere, con le sue opere, poesia pura per la natura e per la vita».

Il tema della "Natura" è declinato in pittura nella Sala Ottocento. Dai paesaggi primitivi di Luigi Camellini agli acquerelli trasparenti e luminosi di Sara Giuberti, dalla natura matrigna di Stefano Grasselli, che nasconde insidie, alla natura madre di Giovanna Magnani, morbida e avvolgente, dalle tentazioni informali di Rodolfo Pisi alle contaminazioni tra fotografia e pittura di Fabio Rota, sino ai paesaggi lirici di Romano Salami che rivelano sottili vibrazioni. Il Salone delle Capriate accoglie la sezione dedicata alla fotografia con opere di grande formato alternate a composizioni modulari.

Dai paesaggi collinari di Giovanni Badodi, maestro della luce, alle ombre di Naide Bigliardi, dal reportage di Giuseppe Maria Codazzi, dedicato al Madagascar e ai tanti volti della natura umana, all'eterna germinazione della memoria nei bianchi e neri di Marcello Grassi, dalle immagini d'acqua e di luce di Corrado Moscardini alle immagini fortemente contrastate di Fabio Vezzani che offrono una lettura gotica del paesaggio emiliano. Una sessantina di dipinti e fotografie tra dialoghi inattesi, assonanze e rimandi. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Illustrazione e storie fantastiche
termina lo 08 dicembre 2016
Salotto dell'Arte - Cagliari
www.salottodellarte.it

Il concetto di questa collettiva prende spunto dalla frase più frequente che viene detta dai visitatori tipo di una galleria d'arte: non sono uno studioso d'arte ma solo un appassionato, per potersi poi muovere tra le opere e osservarle... e da questo concetto l'osservatore si perde tra le opere, le fa sue con gli occhi e inizia a riconoscerle con i sensi. Dunque la mostra illustra, fa viaggiare e indaga dal subconscio umano. Riprendendo l'idea delle immagini primigenie formulata da Jung, abbiamo pensato di fare così un formale invito alla conoscenza per l'appassionato d'arte, e un invito di espressione agli artisti che da sempre indagano il subconscio, l'onirico e la realtà. La scelta della copertina parla di linee che nascono dal sogno, di china e di matite che concretizzano visioni umane comuni a tutti. Curatrice della mostra: Antonella Palla. Direzione Artistica: Silvana Belvisi (Comunicato stampa)

Artisti: Francesco Ardu; Antonello Atzori; Silvano Caria; Federico Cerulla; Revolution (Michele Cipollina); Anna Cozzolino, Francesco Farina; Stefano Gentile; Maria Rita Mainas; Anna Montalto; Sara e Stefania Pedoni; Carlo Pisano; Stefania Polese; Feffo Porru; Ferruccio S. (Ferruccio Senapa); Lorenzo Stea; Angelo Zedda.




Solid Words
Vincenzo Agnetti, Alighiero Boetti, Pierpaolo Calzolari, Emilio Isgrò, Maurizio Nannucci


termina il 23 dicembre 2016
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

Osart Gallery, in occasione del futuro trasferimento della sede espositiva, saluta lo spazio di via Lamarmora 24 con un' ultima mostra, a cura di Daniela Palazzoli, dal titolo Solid Words. Solid Words - a cura di Daniela Palazzoli - prende spunto dal rinnovato interesse che la scrittura suscita negli anni Sessanta. Accanto alle ibridazioni tra immagini, trame di parole e segni grafici proposte dagli esponenti della poesia visiva, si assiste ad un progressivo accostamento della parola all'oggetto. Per comprendere l'origine di tale assimilazione concettuale, abbiamo scelto di analizzare il percorso di cinque artisti italiani che, attraverso l'utilizzo di medium differenti, hanno dato vita ad opere che uniscono la scrittura alla materia.

Nel percorso espositivo, impreziosito da opere storiche realizzate tra il 1970 e il 1985, si alternano oggetti e forme bi e tridimensionali che sviluppandosi nello spazio quasi come fossero sculture sprigionano energie e processi creativi coinvolgenti. L'impatto visivo che le parole imprimono sul supporto si fonde con gli elementi compositivi e i materiali di cui le opere si compongono. Il confronto serrato con la materia, si intreccia così, con il dialogo continuo che ciascun artista instaura con il proprio vissuto. Un vissuto che crea istantaneamente un intenso legame anche con chi osserva e interagisce con tali lavori. (Comunicato stampa)




francobollo Panathlon Club Trieste cartolina Panathlon Panathlon Club Trieste
termina il 12 dicembre 2016
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Il Panathlon Club Trieste ha festeggiato il suo sessantesimo anno dalla fondazione lo scorso 15 novembre. E ora propone una mostra per celebrare la ricorrenza. La rassegna, curata dal socio Franco Stener e dalla direzione museale, ripercorre attraverso una serie di documenti postali le diverse vicende nazionali e locali che hanno portato all'affermazione del club. Un sodalizio che dopo il disastro provocato dalla Seconda Guerra Mondiale ha cercato, attraverso lo Sport, di favorire il riallacciarsi di rapporti e dialogo tra persone e enti. Il Panathlon Club Trieste nasce, trentaquattresimo in ordine di costituzione, il 15 novembre 1956. "I primi vent'anni del Panathlon si caratterizzano per la capacità di individuare le tematiche fondamentali e di grande significato nell'ambito della cultura sportiva - afferma Franco Stener. Vennero organizzati convegni e concorso artistici coinvolgendo con particolare attenzione il mondo scolastico."

Compito del club pure quello di valorizzare i sodalizi e gli atleti meritevoli. Con il terzo millennio i panathleti triestini istituirono il premio "El mulo de oro" rivolto agli atleti che durante l'anno avevano conseguito risultati di risonanza nazionale o internazionale. Successivamente il club muggesano ha collaborato per la realizzazione del premio "Sport e Scuola", riservato alle scuole medie muggesane e alle superiori triestine. "Anno dopo anno - continua Stener - il Panathlon ha contribuito a valorizzare gli atleti e i club locali, impegnati quotidianamente a tramandare gli ideali della pratica sportiva, com'è negli intendimenti e nello spirito del Club". Per la speciale ricorrenza è stata realizzata una speciale cartolina. (Comunicato stampa)




Mostra dI Paesaggi di Manfredo D'Urbino I Paesaggi di Manfredo D'Urbino
termina il 19 dicembre 2016
Spazio Hajech - Milano

"Paesaggi, architetture, luoghi d'Italia, d'Europa e del mondo, scorci meravigliosi, profili e forme ricavate da un disegno netto con un senso di quasi fisica presenza. La meraviglia di toni che lievitano di intensità rendono ogni paesaggio dipinto da Manfredo D'Urbino, rurale o cittadino, storico e architettonico, un sovrapporsi di piani scenografici che raccontano in modo vibrante passato e presente. E' nel clima di Milano che si compie tutta l'arte colorata del nostro artista, ed è con la pittura su carta che Manfredo D'Urbino non smarrisce mai la sua identità d'architetto, pur accettando il necessario passaggio della sua immagine attraverso la sintassi formale che domina la cultura milanese sia tra le due guerre che subito dopo gli anni Cinquanta. L'artista mostra pienamente una sua forte tempra di pittore e le campiture larghe delle distese di colore, gli incastri robusti tra colore e segno, non hanno mai nei suoi lavori un effetto decorativo. C'è da dire che è forte l'umanità con cui ha a cuore la materia viva del suo dipingere, del suo acquerellare, la natura sembra lievitare la sua crescita dentro la libertà dei mezzi espressivi..." (Carlo Franza)

Manfredo D'Urbino (Firenze, 1892 - Milano, 1975), architetto e pittore, nel 1908 frequenta l'Istituto di Belle Arti di Modena, e nel 1914 consegue la licenza di Professore di Disegno Architettonico alla Regia Accademia di Belle Arti di Milano. Nel 1922 inizia la sua attività di pittore e architetto libero professionista in Milano. Nel 1924 è Socio Onorario della Regia Accademia di Belle Arti. Nel periodo 1943-1945 si rifugia in Svizzera a seguito delle leggi razziali. Nel 1944 consegue in Svizzera, a un Concorso per l'acquerello, il Primo Premio. A guerra finita nel 1945 inizia una intensa attività di architetto libero professionista, impegnato nella ricostruzione postbellica, nel campo dell'edilizia civile e religiosa, proseguita poi per tutta la vita accanto all'attività di pittore acquerellista. Partecipa anche attivamente alla vita culturale che anima la città di Milano.

Nel 1949 è in Collettiva alla Galleria Ranzini che poi diverrà l'Ars Italica in Piazza del Duomo all'Arengario, nel 1950 in Collettiva alla Famiglia Artistica di Milano, nel 1958 personale sia alla Galleria Ranzini che alla Famiglia Meneghina in Milano. Nel 1964 è in Collettiva alla Permanente e all'Adei di Milano. Nel 1965 è in Collettiva a Le Grazie, centro internazionale d'Arte di Milano. Nel 1969 tiene una personale a "Il nostro Club" a Milano. Nel 1972 ha una personale alla storica Galleria Barbablù a Milano e una collettiva all'Arengario di Milano. (Comunicato stampa)




Tensioni strutturali - rassegna d'arte alla Galleria Eduardo Secci di Firenze Tensioni strutturali #2
termina il 19 febbraio 2017
Galleria Eduardo Secci - Firenze
www.eduardosecci.com

La trilogia Tensioni strutturali si articola come un progetto organico - a cura di Angel Moya Garcia - suddiviso in tre mostre, indipendenti ma interconnesse tra loro, che sono presentate gradualmente negli spazi della galleria. Se la prima mostra, realizzata a Febbraio 2016, si focalizzava sul ruolo centrale dell'individuo nella costruzione dello spazio percepito, attraverso installazioni ambientali di Carlo Bernardini, Monika Grzymala, Roberto Pugliese ed Esther Stocker, la seconda analizza in quest'occasione le diverse possibilità della materia come elemento di rappresentazione e, infine, la terza mostra studierà, il prossimo anno, i processi entropici dell'ambiente quotidiano.

Questa seconda parte della trilogia viene sviluppata dai cinque artisti invitati come un'analisi delle possibilità e dei limiti della materia nelle sue diverse strutturazioni, declinazioni e accezioni. In mostra vengono presentati una serie di lavori che si interrogano, in modalità nettamente contrastanti, sulle sfumature e sulle gradazioni che si nascondono negli interstizidelle ataviche dicotomie tra fisicità e astrazione, tangibilità e indefinitezza, stabilità e precarietà. Un'indagine fenomenica in cui il reale appare e si mostra attraverso tracce, rimandi e segni e in cui l'individuo può arrivare a riconoscerlo e a comprenderlo solo ed esclusivamente attraverso la propria esperienza.

In questo modo la mostra è concepita come una successione di impulsi, di indizi e di accenni in cui le opere rallentano, rivelandosi, e in cui la materia prova a emergere nella sua completa diversità, frammentazione e aleatorietà, annullando qualunque tentativo di classificazione o categorizzazione tassonomica e respingendo qualsiasi oggettivizzazione del reale. In particolare, nella prima sala, Aeneas Wilder mette in discussione la durevolezza e la sicurezza statica della materia attraverso Untitled #191, un lavoro strutturato solo tramite l'equilibrio e la forza di gravità e in cui non c'è traccia di nessun sistema di fissaggio tra i numerosi elementi dell'installazione.

Nella seconda sala, Lontanodentro di Davide Dormino si materializza in una cascata costruita con fili di ferro che coprono l'intera stanza e convergono dal perimetro del soffitto al centro del pavimento e in cui il visitatore può decidere se osservarlo da una prospettiva periferica o attraversarlo per raggiungere il suo nucleo. Nella terza sala, All Is Shining the Same di Marzia Corinne Rossi si compone di un intrico di elementi autoportanti in carta vetrata industriale pigmentata, materiale che connota la produzione dell'artista, che si allineano nello spazio espositivo mutando le sue caratteristiche fisiche e percettive.

Di fronte, Diamante Faraldo presenta A Nord del Futuro, una grande mappa rovesciata che impone la necessità di fermarsi a scrutarla attentamente per distinguere sfumature, dettagli e particolari nascosti dietro un materiale che prova a celarsi nella sua ambiguità. Infine, nell'ultima sala, Andrea Nacciarriti con il lavoro Crystallize #002 [matter] indaga sulla capacità di trasformazione e sulla fragilità della materia, dilatando la sospensione e analizzando la categoria di transizione, attraverso un atto di frammentazione che la trascina aldilà delle nostre possibilità di raggiungerla. (Comunicato Ufficio Stampa Ottavia Sartini)




Opera di Marco Ulivieri L'Uomo, la Terra, i Pianti
termina il 24 dicembre 2016
Casa Museo Spazio Tadini - Milano

Le opere di Marco Ulivieri, che utilizza la forza di gravità e la sabbia; Giuseppe Lo Schiavo che usa la forza del vento; Stefano Marangon, noto come "Il pittore del Sole"; Luciano Maciotta che estrae energia dalla materia organica; Gioni David Parra, la terra; Pio Tarantini, la metafisica dell'Universo; Mario De Leo con le sue lettere cosmiche; Stefano Russo, con i suoi strumenti percettivi.

E' di ottobre 2016 la notizia che la Nasa, nel rifare la mappatura del cielo ha recepito la nuova costellazione, Ofiuco, nel firmamento quella che costituirebbe il nuovo segno zodiacale dal 30 novembre al 18 dicembre. Questa circostanza ha rimesso in moto una vecchia diatriba tra scienziati e astrologi sui segni Zodiacali ed è straordinario scoprire, ancora oggi, nel Terzo Millennio, quanto ci stia a cuore il rapporto con le stelle, ma soprattutto, riscoprire oggi, quanto sia indispensabile trovare un nuovo equilibrio tra i bisogni dell'Uomo e i bisogni della Terra per preservare la nostra vita in questo pianeta.

La mostra parte dal lavoro dell'arte che utilizza forze e materiali naturali per costruire fino ad astrarsi e invitare il visitatore ad un viaggio metafisico. Durante la mostra non mancheranno degli incontri sul tema con astronomi, astrologi e geologi. Diversi gli artisti che hanno realizzato delle magliette a tema astrologico. Ofiuco sarà interpretato dall'opera di Gabriele Poli dedicata a Laocoonte in quanto questa figura mitologica, così come Ofiuco, raffigura un Uomo che lotta con un serpente per difendere i suoi figli. Si potrebbe dire, "segno dei tempi" in quanto mai, come in questa fase storica, l'Umanità lotta per salvare le sorti del Pianeta e quindi il futuro dei suoi figli.

Il rapporto tra l'Uomo e la Terra ha subito cambiamenti importanti negli ultimi decenni. Oggi abbiamo una maggiore consapevolezza degli equilibri da tenere tra i nostri bisogni e l'ambiente in cui viviamo. Nei centri urbani ci muoviamo sempre più in bicicletta, stiamo limitando l'uso del petrolio, abbiamo abbandonato i sacchetti di plastica, abbiamo imparato e riciclare, mangiamo cibi biologici, usiamo lampadine a led, cerchiamo di dedicare del tempo all'attività fisica. Una rivoluzione accompagnata da scoperte scientifiche sempre più rivoluzionarie anche sul rapporto tra noi e la Terra, tanto quanto tra noi e i Pianeti. (Comunicato stampa)




Park Eun-Sun - Connection - Discontinuance - Space - marmi colorati cm.64(h)x56x9 2014 Fausto Melotti - Lo sguardo - gesso, tela, vetro, ottone, cm.50x35 1974 Afro - Volo d'estate - tecnica mista su carta riportata su tela cm.44.7x59.1 1961 Connection - Discontinuance
Sistemi autopoietici nella ricerca artistica contemporanea
Afro | Fausto Melotti | Piero Dorazio | Park Eun-Sun


termina il 26 febbraio 2017
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

L'esposizione, che trae il titolo da una scultura in marmo realizzata nel 2014 dall'artista coreano Park Eun-Sun, pone in dialogo le opere di autori diversi per provenienza, esperienza e linguaggio, collocati all'interno di un sistema autopoietico (dalla parola greca auto, ovvero se stesso, e poiesis, ovvero creazione), nel quale ogni cambiamento è subordinato al mantenimento della sua stessa identità. La mostra, dunque, può diventare tassello di un ipotetico sistema sociale dell'arte in cui, come scrive Laura Gemini in riferimento alla performance teatrale contemporanea ("L'incertezza creativa", FrancoAngeli, Milano, 2003), «i singoli prodotti artistici si devono posizionare in un reticolo di riproduzione, dove ognuno di essi si realizza in collegamento con gli altri».

Il percorso espositivo comprende un excursus attraverso il lavoro di Afro (Udine, 1912 - Zurigo, 1976), artista presente dagli anni '50 in collezioni pubbliche in Italia, Europa e America. Da un carboncino su carta di matrice cubista ("Senza titolo", 1947) sino al "Volo d'estate" del 1961, la cui accentuata componente gestuale lo avvicina all'Informale. Fausto Melotti (Rovereto, 1901 - Milano, 1986), denominato maestro dell'anti-scultura per il gioco ponderato di strutture filiformi sospese nello spazio, è presente in mostra con "Lo sguardo", un gesso dipinto del 1974 in cui emergono l'impostazione scenica e la suggestione musicale, ma anche con due lavori a tecnica mista che sottolineano l'importanza delle opere su carta nell'economia della sua produzione.

Di Piero Dorazio (Roma, 1927 - Perugia, 2005), uno dei padri dell'astrattismo italiano, è esposto "Solstice" del 1963-64, opera ad olio su tela caratterizzata da stratificazioni cromatiche tendenti al monocromo, translucide e vibranti. Un tessuto, o meglio una membrana, per citare Giuseppe Ungaretti ("Un intenso splendore", Im Erker Galerie, San Gallo, 1966), fatta di una «pittura uniforme quasi monocroma e pure intrecciata di fili diversi di colore, di raggi di colore». Park Eun-Sun (Corea, 1965) presenta due sculture recenti in marmi colorati ("Connection - Discontinuance - Space", 2014 e "Link", 2014). Nelle sue opere, che devono la bicromia all'architettura romanica toscana, si susseguono forme diramate e giochi di volumi, mentre la luce scivola sulla superficie curva delle sfere, percorse da una frattura che l'autore suggerisce di leggere «come un atto rigenerativo, che consente di far emergere la parte più nascosta della materia». La mostra è completata da opere selezionate di Enrico Della Torre, Lucio Fontana, Marco Gastini, Giorgio Griffa, Elio Marchegiani, Carlo Mattioli, Angelo Savelli, Giuseppe Spagnulo. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Giosetta Fioroni: Attraverso l'evento
termina il 10 gennaio 2017
Galleria Mucciaccia - Roma

Mostra antologica di Giosetta Fioroni a cura di Fabrizio D'Amico e Piero Mascitti, direttore artistico dell'Archivio Goffredo Parise e Giosetta Fioroni. Il titolo della mostra, Attraverso l'evento, è tratto da un verso di Andrea Zanzotto, da Il galateo in bosco (1978), che bene esemplifica la poetica dello scrittore veneto, legata all'uso dell'ossimoro, alla formazione di nuove parole e da arditi accostamenti linguistici. Con oltre 40 opere dal 1964 ai giorni nostri, l'esposizione si apre con i lavori degli anni Sessanta, quattro carte intitolate Immagini del silenzio, bozzetti per la Biennale di Venezia del 1964 e undici tele tutte dipinte con lo smalto alluminio.

Sono opere che possiedono l'istantaneità di uno scatto fotografico e dimostrano il forte interesse nutrito dall'artista verso il cinema, tanto che spesso su una stessa tela si vede la traccia di una sequenza di immagini - come in Fascino - oppure lo stesso soggetto è presente simultaneamente, ma in due diversi momenti, come in Liberty viennese. Gli anni Settanta sono rappresentati dalle linee essenziali di alcune carte i paesaggi d'argento; da una serie di teche nelle quali compaiono piccoli oggetti, elementi naturali e frammenti di memoria, dalla serie Spiriti Silvani. Nei quadri degli anni Ottanta l'argento cede il passo al colore dei teatrini, delle ceramiche e delle tele, come La casa di Nietzche, Congiungimento o Autoritratto nel tempo (1996-1998) che ci porta fino alle opere più recenti di Giosetta Fioroni.

La mostra è realizzata in collaborazione con l'Archivio Goffredo Parise e Giosetta Fioroni e accompagnata da un catalogo bilingue, italiano e inglese, illustrato, Cambi Editore, con nuovi testi di Fabrizio D'Amico, Piero Mascitti e Francesca Pola; una selezione di scritti critici di Gloria Bianchino, Alberto Boatto, Maurizio Calvesi, Piergiovanni Castagnoli, Germano Celant, Daniela Lancioni, Tommaso Trini e degli scrittori Alfonso Berardinelli, Guido Ceronetti, Cesare Garboli, Raffaele La Capria, Emanuele Trevi e Goffredo Parise. Biografia a cura di Elettra Bottazzi. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Aymone Poletti - Cantieri di sale Aymone Poletti - acrilico 2016 Aymone Poletti: Segni di sale
termina il 20 gennaio 2017
Studio Meyer e Piattini - Lamone (Svizzera)
www.aymonepoletti.ch

Esposizione dedicata ai lavori più recenti (sia monotipie e cianotipie sia fotografie elaborate al sale e inchiostri giapponesi) di Aymone Poletti. Per l'occasione, la mostra non si trova in una galleria d'arte "comune", bensì in uno studio di architettura che si presta da qualche anno anche a luogo espositivo "intimo", atto a favorire il dialogo tra le diverse discipline legate ad un mondo creativo che (oggigiorno più di prima) non deve essere a chiusura stagna. Dalla profonda relazione fra l'arte, l'architettura e lo spazio, infatti, nasce spesso un rapporto che conduce ad una ricerca artistica in cui si fondono astrazione e sintesi delle forme.

Il lavoro di Aymone Poletti pone come punto focale il processo artistico, pensato sia come sviluppo mentale sia come processo fisico. L'artista si pone all'origine di questo percorso, come causa prima e fattore  scatenante, e lo indirizza al suo compimento finale. Oltre alle opere saranno a disposizione alcune edizioni d'artista a  tiratura limitata. Si ricorda inoltre che un'opera di Aymone Poletti è attualmente in esposizione anche allo Spazio Officina  di Chiasso (Svizzera), adiacente al m.a.x. museo, in occasione della grande mostra collettiva Donazioni I, (aperta  fino all'8 dicembre) una mostra che attraversa tutto il Novecento e approda ai giorni nostri con una scelta di  opere di un centinaio di artisti: grafiche, dipinti, opere materiche, collage e libri d'artista, dall'arte concreta  all'informale, dalla pittura analitica all'espressione concettuale, dal Minimalismo alla Transavanguardia, dalla fotografia appropriazionista alla ricerca "beta-amiloide".

«I più recenti lavori di Aymone Poletti ­ le fotografie, le monotipie, le cianotipie e le sue creazioni artistiche più in generale - paiono fermare il tempo, fissare la memoria. Le sue opere divengono come uno specchio istantaneo della memoria. Siano esse paesaggi che, nelle  mani dell'artista, si trasformano in una sindone silenziosa di un territorio mentale, o siano esse fotografie, sovente ritratti d'epoca, che attraverso alchemiche elaborazioni (processi di bollitura e cristallizzazione con sali e inchiostri giapponesi) vengono intaccate da cristalline incrostazioni, come licheni lentamente cresciuti su una superficie rocciosa.

Sotto questa spinta creativa, l'atto della memoria in Aymone Poletti trascende la registrazione di un dato imposto alla coscienza dalla realtà esteriore. Questi lavori ci consegnano un'immobile e raffinata traccia di ciò che è stato: un invito a scoprire un'impronta del tempo di qualcosa che non è più, se non dentro di noi e nella nostra capacità di reinventarlo.» (Sull'opera di Aymone Poletti. Del perché fermare il tempo - estratto dal testo di presentazione di Rolando Zuccolo)

Aymone Poletti (1978) ha studiato a Mendrisio dove si è diplomata all'Accademia di Architettura e successivamente all'Università della Svizzera italiana a Lugano con un master in Comunicazione  interculturale e alla ZHAW di Winterthur in Arts Management. Nel primo semestre del 2015 è stata  "artista in residenza" presso la Cité des Arts a Parigi dove ha seguito, tra l'altro, i corsi all'Académie  de la Grande Chaumière. Le sue opere si trovano in collezioni  pubbliche e private, in Svizzera e all'estero. (Comunicato stampa)




Gioxe De Micheli - Il cavaliere, la morte, il diavolo - olio su tela cm.150x150 2007 Gioxe De Micheli - L'ottimista - olio su tela cm.100x130 2009 Gioxe De Micheli - Danza dei venditori di cappelli - olio su tela cm.140x150 2014 Gioxe De Micheli
termina lo 07 dicembre 2016
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
gioxedemicheli.it

Per la prima volta sarà possibile ammirare una mostra personale del maestro Gioxe De Micheli nella città di Mantova. Una mostra molto suggestiva dell'artista milanese, alle pareti infatti saranno appese alcune sue grandi tele, dipinti significativi della sua carriera («Sono nato a Milano il 27 gennaio del 1947, all'anagrafe risulto Giuseppe, ma mio padre, che era genovese, sin dalla nascita mi "ribattezzò" Gioxe, Giuseppino nel suo dialetto. Giovanissimo sono andato "a bottega" da due tra i più rappresentativi esponenti del "Realismo esistenziale", Giovanni Cappelli e Giuseppe Martinelli. In seguito, a Brera, sotto la guida di Gianfilippo Usellini, ho frequentato i corsi di Decorazione e Affresco.»).

«(...) L'interesse che in particolare suscita Gioxe De Micheli è per me di ordine stilistico. In che senso? Nel senso in cui lo stile di un vero artista si pone sempre come ricerca non formalistica, bensì di forme specificamente espressive di contenuto, meglio, di un pensiero dominante. Altro che fuga nel buio dei tempi. Non si tratta di fuga ma di consapevole cammino verso quel confronto agostiniano col quod aeternum non est nihil est al quale le risposte sono solo due: o il mistico annullamento o il problematico operare. Quest'ultima è la risposta poetica di Gioxe De Micheli.» (Una risposta poetica, di Antonello Trombadori, 1983)

«(...) ovvio che ogni artista di qualità modifica nel procedere del tempo la propria maniera espressiva; ma nel caso di Gioxe non si tratta soltanto di maturazione e di nuove riflessioni linguistiche; egli è sempre in attento confronto con la realtà storica in cui viviamo; e poichè gli interessano i grandi temi generali, di volta in volta reagisce con passione, e con l'intenzione di offrire sintesi interpretative, agli eventi e alle situazioni. Questo è particolarmente suggestivo nella sua attività, sotto l'aspetto sia iconografico sia stilistico: da artista sensitivo egli traduce nell'opera le sue emozioni; ma queste emozioni subito si collegano a grandi eventi pubblici e si esprimono in immagini dall'intensa simbologia generale; con palesi riflessioni sui significati etici del tema proposto. (...)» (Il confronto con la realtà storica, di Rossana Bossaglia, 2003)

«(...) Proprio la totalmente interiorizzata, persistente, e annosa, vocazione di De Micheli alla pittura, ha propiziato gli slanci della sua immagine verso le distese lande del racconto. Non si può pensare che l'amorosa, totale simpatia umana che caratterizza la sua vita e la sua pittura, tocchi solo le corde del dramma. Nelle immagini di Gioxe De Micheli c'è anche la favola della natura... La luce sul mare, le nuvole nel vento. (...) Un'appena percettibile musica, come venisse di lontano, vibra nell'accorato silenzio dell'immagine. (...)» (Il silenzio dell'immagine, di Gianfranco Bruno, 2006)

«Ciò che rende suggestivo, affascinante, comunicativo l'immaginario di De Micheli è la qualità di un suo speciale sguardo incantato e incantante, di una sua figurazione tesa ad architettare con minuzioso affetto i gesti di personaggi affabulanti, le atmosfere di situazioni emblematiche nel gentile groviglio di una narrazione intensa e trasognata, metaforica, dove le sostanze dei colori sono fatte di grazia e di passione meditativa, dove l'impianto poetico deriva e contemporaneamente rimanda a interrogazioni sulla vita e sulla coscienza (...).» (L'incanto del narrare, di Giorgio Seveso, 2010)

«(...) Gioxe De Micheli affronta il tema eterno, delicatissimo, del viaggio come diaspora. Narra storie di vite in transito, di migrazioni e approdi disperati, dove la tragedia si cela sotto la sabbia o nelle scatole dei giochi seminate sulla banchina, come allegorie di ricordi felici. (...)» (Un'atmosfera metafisica, di Chiara Gatti, 2015)




Lino Tardia - La scatola dei miti Mariarosaria Stigliano - Cattedrale spagnola - olio pigmenti e smalti su tela Collettiva di fine anno - Mostra mercato d'arte contemporanea
termina il 14 gennaio 2017
Galleria Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Come ogni anno, tutta la superficie espositiva sarà allestita al fine di poter dare la più ampia visibilità a dipinti, opere grafiche e sculture di ciascuno degli oltre quaranta artisti presenti in catalogo. Oltre 200 le opere in mostra di molti tra i più significativi artisti attivi dalla seconda metà del '900 ai nostri giorni. (Comunicato stampa)

Opere di: Ugo Attardi, Mauro Bellucci, Enrico Benaglia, Franz Borghese, Ennio Calabria, Angelo Camerino, Michele Cascella, Tommaso Cascella, Giuseppe Cesetti, Angelo Colagrossi, Roberta Correnti, Marta Czok, Mario Ferrante, Salvatore Fiume, Franco Fortunato, Felicita Frai, Franco Gentilini, Gianpistone, Emilio Greco, Renato Guttuso, Ivan Jakhnagiev, Andrea Marcoccia, Franco Marzilli, Piero Mascetti, Maurizio Massi, Sebastian Matta, Francesco Messina, Mauro Molle, Norberto, Sigfrido Oliva, Ernesto Piccolo, Giorgio Prati, Salvatore Provino, Domenico Purificato, Aldo Riso, Carlo Roselli, Sebastiano Sanguigni, Aligi Sassu, Cynthia Segato, Mariarosaria Stigliano, Orfeo Tamburi, Lino Tardia, Renzo Vespignani.




Opera di Giuseppe Galli detto Pope Pope - To be continued
Spazio Espositivo Chiesa San Gregorio - Sacile (Pordenone)
termina lo 06 gennaio 2017

Pope, pseudonimo di Giuseppe Galli (Portogruaro) è l'artista che all'Accademia di Belle Arti di Venezia è stato allievo di Giuseppe Santomaso. E' considerato uno degli esponenti della pittura analitica o pittura pittura che dir si voglia, che dopo aver prodotto nel 1963-64 opere materico-informali, con un viaggio a Parigi nel 1965 subì l'influenza di Vasarely e Malevic, creando opere geometriche dove plexiglass, legno e pittura si alternano. Riflettendo sul linguaggio della pittura fu portato alla ricerca del puro effetto cromatico, creando nel periodo i Percorsi Variabili, come si evince nell'opera Cancellando pittura Ritrovo Pittura, del 1983, qui in mostra, velando le sue opere, spesso con il colore oro. come in Rich Gold su percorso variabile, del 1983.

Proseguendo, alla fine anni '80 crea con una nuova vitalità, pezzi dove seleziona alcune sue cifre stilistiche, arrivando negli anni '90 alla pittura tramite la forza del segno. Le Bande acromatiche sono opere dove le linee tendono a seguire la perpendicolarità e la verticalità, come nell'acrilico su tavola del 1992, dove l'acromaticità riporta ancora una volta alla forza del dipingere. Nell'ultimo periodo l'artista si volge all'interpretazione della luce impiegando il colore come propagazione luminosa, per fare della vera pittura. Pope è un contemporaneo che intende fare arte basandosi sugli elementi primi della pittura e con velature di colori e composizione delle luci, crea un ritmo armonico. E' una pittura raffinata, meditata e studiata, che è e vuole essere vera pittura. (Anna Camia)




Ettore Sordini: Orme dell'anima
termina il 27 gennaio 2017
Ca' di Fra' - Milano
gcomposti@gmail.com

Ettore Sordini (Milano, 1934-2012) frequenta l'Accademia di Brera e gravita intorno allo studio di Antonio Malerba, scultore capo della Fabbrica del Duomo. Come sempre accade, sono gli incontri, i maestri, gli amici, quelli che formano; Roberto Crippa, Cesare Peverelli, Lucio Fontana, solo alcuni... Dopo l'esperienza futurista, era maturata una generazione di artisti le cui idee originali risentivano fortemente dell'insegnamento e del fascino di Lucio Fontana, tornato nel 1947 dall'Argentina e, proprio grazie a lui, Sordini partecipa, nel 1954, alla X Esposizione Internazionale Triennale di Milano.

In questo periodo Sordini sviluppa una pittura parasurreale vicina a quella di Piero Manzoni. Già nel 1959, però, inizia un graduale allontanamento dall'orbita manzoniana per sviluppare e maturare la sua ricerca sul segno, approfondendo sempre più il rapporto tra segno - gesto - natura. Nel 1962, gli ex nucleari Sordini e Verga e gli ex-naturalisti Agostino Ferrari e Arturo Vermi, insieme ad Ugo La Pietra ed al poeta Alberto Lùcia come teorico, danno vita al Gruppo del Cenobio, tentativo estremo di opporsi sia alle tendenze nichilistiche e ipercritiche nei confronti della pittura sia all'invasione della cultura artistica americana che con il successo della Pop Art stava segnando la fine del microclima milanese e non solo.

Gli artisti del Cenobio rappresentano uno dei volti della reazione milanese all'Informale. Nel Cenobio si accentua l'esigenza di togliere, di trasformare la pennellata in segno grafico, anticipando gli esperimenti immediatamente seguenti di poesia visiva. Elemento comune è l'interesse per il segno ridotto all'essenziale, al suo punto zero. Questa personale sarà l'occasione per approfondire il suo lavoro al di là delle definizioni, attraverso le sue stesse opere. Una ventina di lavori che coprono un arco temporale di quarant'anni (anni '60 - 2000) attraverso i materiali da lui usati: carte, tele e carte intelate. (Manuela Composti)

«Ho fatto una pittura al limite del niente, al limite del percepibile...» (Ettore Sordini)




L'età di Maria Luigia, Duchessa di Parma
Un percorso alla scoperta di Neoclassicismo e Impero


termina l'11 dicembre 2016
Fondazione Magnani Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)

Fra arredi sontuosi e sculture di Canova e Bartolini rivive l'epoca di colei che fu Imperatrice dei francesi. Ad annunciare l'arrivo a Parma di Maria Luigia, moglie di Napoleone I, erano già arrivate da Parigi nel 1815 alcune casse contenenti mobili di eccelsa fattura. Con la Duchessa - l'anno seguente, proprio duecento anni fa - giunsero da Vienna gli incredibili mobili da toilette di Jean-Baptiste-Claude Odiot, con superbi bronzi di Pierre-Philippe Thomire, oltre a importanti sculture e a gioielli di foggia insuperabile. Fu lei stessa, in seguito, a curare personalmente l'ammodernamento degli ambienti di Corte contribuendo a caratterizzare indelebilmente il volto neoclassico della città. I mobili da lei scelti, nel più tipico stile Impero, sono in legno naturale con bronzi dorati, oppure impiallacciati in mogano; quelli in noce sono spesso patinati "a foggia d'acajou"; le commodes e i tavoli coperti di pregiati marmi, fra cui il Carrara.

Un nuovo stile, dunque, che prende il nome dal periodo in cui Napoleone, tra il 1804 e il 1815 è imperatore dei francesi, contraddistinto dalla solennità e maestosità degli arredi, progettati al fine di esaltare la potenza del nuovo regime, dominerà nei salotti buoni della città. Non è dato sapere se i proprietari della Villa di Mamiano di allora, i marchesi Paulucci, di antica nobiltà forlivese, avessero accolto tali novità in fatto di gusto per il loro Palazzo Nuovo in costruzione dal 1811; risultato dall'ampliamento del complesso secentesco con torre centrale già esistente, divenne, tuttavia, una prestigiosa dimora. Il marchese Francesco Paulucci aveva, quindi, trasformato il parco creandovi viali alberati ed un notevole giardino all'italiana con immancabili siepi di bosso modificando infine anche il caseggiato rustico adiacente per ricavarne un'ampia serra a vetrate atta al ricovero delle piante di agrumi durante la stagione più fredda.

Per rivivere e rievocare i fasti luigini è necessario, indubbiamente, attendere la trasformazione dei saloni del Palazzo ad opera di Luigi Magnani. Fu Mario Praz, noto insegnante di letteratura inglese all'Università La Sapienza di Roma, a trasmettere a Magnani l'amore per lo stile Impero segnalandogli per circa un trentennio pezzi rari e di incomparabile valore, in un dialogo elettivo con pitture e sculture neoclassiche. Ecco arrivare allora a Mamiano dalla villa di San Donato a Firenze della famiglia Demidoff, una coppa in scaglie di malachite sostenuta da un tronco di palma e tre chimere in bronzo dorato prodotta a Parigi verso il 1807 a firma di Thomire, il più importante cesellatore dell'Impero, noto a Maria Luigia per aver eseguito il mobile da toilette offertole dai parigini e per avere decorato la celebre culla del figlio, re di Roma. La coppa che, oggi, accoglie i visitatori all'entrata della Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani Rocca, rievoca un importante fatto storico.

Fu eseguita per lo zar di Russia Alessandro I e da questi donata a Napoleone in quel breve momento di riappacificazione fra Russia e Francia a seguito del trattato di Tilsitt del 1807. Sempre di Thomire sono i due maestosi flambeaux in bronzo dorato alti tre metri provenienti da un palazzo nobiliare di Vienna che ora impreziosiscono la sala dove è conservato il capolavoro di Goya La famiglia dell'infante don Luis. Seguendo il filo rosso della storia il visitatore avvertirà le atmosfere di un'epoca in cui Napoleone seppe riconoscere all'arte la funzione primaria di veicolo di diffusione della propria fortuna chiamando presso la sua corte artisti capaci di combinare le esigenze di fasto e maestosità con la ricerca di grazia e levità.

I mobili presenti nella collezione Magnani Rocca si ispirano agli antichi fasti egizi, greci e romani: ne sono esempi tipici la méridienne che trionfava a quei tempi tra i sofà, le sedute che presentano la caratteristica unione della gamba anteriore con il supporto del bracciolo, a volte risolto a intaglio scultoreo in forma di leone alato, sfinge o erma, le poltrone-trono riccamente ornate da intagli e rifinite a foglia oro e lo sgabello con le gambe a forma di X tornato in auge anche in ragione del fatto che l'etichetta di corte riservava l'uso delle poltrone alla sola coppia imperiale.

Non possono non essere menzionate le commodes che montano caratteristici piedi a plinto fasciato, detti anche a zampa da elefante e i secrètaires con piede a zampa ferina, piano in marmo e cassetti nascosti dietro ante decorate con bronzi dorati. Fra i meubles d'appui interessante il mobile in radica di olmo con piano in marmo nero d'Italia fabbricato da Jacob Desmalter, uno dei più noti ebanisti dell'Impero. Non mancano le consoles con forme strette e allungate; la più importante fu acquistata da Napoleone all'esposizione nazionale di Parigi del 1806 all'Hôtel des Invalides e racchiude nel piano in marmo bianco una cassa armonica. Fra i complementi d'arredo si segnalano gli immancabili guéridons, dalla tipica foggia a tripode, con tre gambe innestate su una predella sostenuta da piedi ferini, e l'athénienne a uso giardiniera.

Anche l'arpa che, da semplice strumento musicale, si arricchisce di valenze di alta ebanisteria tanto da poter essere considerata a tutti gli effetti un elemento d'arredo, come già all'epoca di Maria Luigia, perciò considerato immancabile presso le classi più agiate. Così il fortepiano del 1810 a coda in radica di noce fabbricato a Vienna ci riporta ai viaggi della Duchessa nel paese natio e a quel pianoforte di egual foggia quotidianamente suonato dai figli di lei e del conte Adam von Neipperg, suo secondo marito. Se vittorie alate, animali e sfingi in bronzo popolano ogni singolo oggetto, sono l'armonia e la lievità a caratterizzare le sculture di Antonio Canova e Lorenzo Bartolini, entrambi artisti legati alla storia dell'Impero. E' grazie a queste che rivivono, idealmente, gli amori e gli affetti più cari alla nostra Duchessa; laddove Canova celebra il matrimonio fra Napoleone e Maria Luigia nel 1810 con la superba opera a lei dedicata in veste di Concordia, Bartolini commemora, nel 1829, la morte del suo più grande amore, il conte Neipperg, con il sepolcro marmoreo oggi nella Basilica di Santa Maria della Steccata di Parma.

Due carriere artistiche, quelle dei due scultori, e due filosofie differenti, con un unico comune denominatore: entrambi ritrarranno Napoleone e i potenti dell'epoca, entrambi saranno amati più in Francia che in patria. Risulta suggestivo, allora, ipotizzare che la rivalità fra i due sia stata volutamente reiterata da Luigi Magnani acquistando la seducente scultura di Bartolini Ninfa del deserto, in qualità di Virtù assalita dal Vizio, abile prova di sintesi fra l'idealismo classico canoviano e l'attenzione al dato di realtà e l'algida Tersicore di Canova, musa della Danza e del canto corico, qui nell'insolita veste di Musa della Poesia lirica. Compiuta verso la fine del 1811, la statua era iniziata nel 1808 come ritratto di Alexandrine Bleschamps, seconda moglie di Lucien Bonaparte, fratello minore di Napoleone. Poiché non vi è alcuna relazione fra la sua fisionomia e quella della testa della statua compiuta nel 1811, si deve supporre che i committenti abbiano fatto cambiare a Canova la testa raffigurante la nobildonna con quella attuale, idealizzata e non riconducibile a un modello specifico.

Ultima opera d'arte acquistata dal fondatore poco prima di morire, ci riporta al Salon di Parigi del 1813 in cui la neo-imperatrice Maria Luigia dovette dunque vederla esposta, accanto, però, al ritratto di Josephine, prima consorte e grande amore di Napoleone. Curioso, poi, collocarla, oggi, in dialogo diretto col ritratto eseguito da George Dawe di Maria Pavlovna Romanova, sorella non soltanto dello zar Alessandro I ma anche di Anna, candidata al trono di Francia insieme a Maria Luigia. Solo il diniego della zarina Maria Fëdorovna e l'attività politica del ministro Metternich faranno sì che la scelta cada sulla seconda, convincendo l'imperatore Francesco I a concedere sua figlia al nemico. E fu così che Maria Luigia, educata all'obbedienza, accettò «pazientemente e ragionevolmente la propria sorte». (Comunicato Studio Esseci)




Colomba da Rieti e Giuseppe Viscardi. Arte e devozione popolare
termina lo 05 febbraio 2017
Museo del Capitolo della Cattedrale - Perugia

Mostra che ha incoraggiato l'approfondimento sul tema del culto locale rivolto a Colomba da Rieti (Rieti, 1467 - Perugia, 1501), una delle più significative figure di sante donne attive in piena età umanistico - rinascimentale. Un'opportunità anche per riscoprire quattro lavori dedicati alla Beata Colomba provenienti da diverse collezioni: due opere inedite del pittore Giuseppe Viscardi (Rieti, 1720-1795) dalla Collezione Marignoli di Montecorona di Spoleto, un'opera di Giovanni Antonio Scaramuccia (Perugia, 1570-1633) proveniente dalla Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia e un'opera di un pittore centro-italiano del XVII secolo dall'Oratorio di San Giovannino in Perugia, sede dell'Associazione Culturale "Beata Colomba da Rieti".

Il catalogo dell'esposizione è il frutto di una ricerca approfondita compiuta nell'arco del 2016. Pubblicato da Editoriale Umbra per la Fondazione Marignoli di Montecorona e curato da Michele Drascek, raccoglie contributi di Gualtiero Cardinal Bassetti, Chiara Basta, Amilcare Conti, Michele Drascek, Duccio K. Marignoli, Alessandro Novelli e Laura Teza. (Comunicato stampa Patrizia Cavalletti Comunicazione)




Vivian Maier
Un itinerario dagli Stati Uniti a Champsaur


termina l'11 dicembre 2016
Palazzo Ducale - Lucca
www.photoluxfestival.it

L'Associazione Photolux porta, in anteprima italiana, una mostra che presenta una piccola ma preziosa serie di vintage degli anni americani e una selezione delle molte immagini che Vivian Maier scattò nel corso dei suoi soggiorni a Champsaur in Francia. La mostra si compone di 63 fotografie, di cui 48 relative al periodo francese e di manifesti cinematografici. E' a cura di Enrico Stefanelli ed è realizzata in collaborazione con l'Association Vivian Maier et le Champsaur e fa parte del «Fondo francese Vivian Maier messo a disposizione dall'Association Vivian Maier et le Champsaur».

Partendo dai materiali scoperti da John Maloof, la mostra, che è curata da Enrico Stefanelli, apre a una nuova lettura dell'opera di Vivian Maier e permette di indagare la parte meno conosciuta della sua biografia, legata alla terra natale materna. Vivian Maier fotografava tutto ciò che le si presentava davanti, nelle grandi metropoli americane così come a Champsaur, una piccola valle delle Alte Alpi francesi. Il suo sguardo si soffermava sugli altri, sulle persone e le strade soprattutto, più raramente sui paesaggi.

Vivian Maier (1926-2009) nasce a New York da padre americano e madre francese. Nel 1932-1933 si trasferisce con la madre a Champsaur in Francia. Nel 1938 rientra negli Stati Uniti e torna in Francia soltanto nel 1950-1951 per mettere all'asta una proprietà di famiglia che le era stata lasciata in eredità. Nel corso di questo soggiorno scatta le sue prime fotografie "francesi": percorrendo la regione in bicicletta cattura l'anima delle persone che la abitano, con la stessa ossessione per la documentazione e l'accumulo che caratterizza la sua successiva produzione americana e rappresenta una delle chiavi principali della sua poetica.

Tornata a New York, con i soldi ricavati dalla vendita compra una Rolleifleix con la quale viaggiò negli Stati Uniti prima di stabilirsi a Chicago. Qui viene assunta come bambinaia dalla famiglia Ginsburg e dà libero sfogo alla sua passione per la fotografia, sviluppando i negativi e film nel bagno privato che ha a disposizione. Tra il 1959 e il 1960 compie un lungo viaggio intorno al mondo e come ultima tappa sceglie Champsaur dove continua la documentazione della regione e dei suoi abitanti spostandosi in bicicletta e scattando moltissime fotografie. Negli anni successivi continua a lavorare come bambinaia e a scattare moltissimo, anche a colori, andando a costituire l'enorme archivio scoperto da John Maloof nel 2007. (Comunicato stampa Studio Esseci)

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Vivian Maier: Street Photographer
10 luglio - 18 ottobre 2015
MAN Museo d'Arte Provincia di Nuoro
Presentazione mostra




Remo Scazzosi - Catalogo Remo Scazzosi
termina lo 06 gennaio 2017
Villa Brentano - Busto Garolfo

Mostra personale del pittore bustese Remo Scazzosi con più di 70 opere realizzate dal 1949 ad oggi. Remo Scazzosi, che ha da pochi giorni spento le 87 candeline, continua a produrre. «Mi piace definirlo un artigiano pittore che non si stanca mai di dipingere», commenta il presidente del circolo cooperativo San Giuseppe Ferdinando Gadda. «In oltre 60 anni di attività - il periodo che abbiamo raccolto in questa mostra - ha saputo seguire cogliere e fare proprie le novità artistiche. Inizialmente figurativo, poi impressionista quindi astrattista, sa rendere la sua arte sempre attuale ed aggiornata con quanto avviene nella società. E' per noi un onore dedicare a lui e alla sua opera questa mostra che vuole celebrare un artista locale di grande spessore; un uomo di cultura che ancora può darci molto. Un sentito ringraziamento va alla Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate che ha voluto esserci vicina in questa occasione di condivisione di cultura che speriamo possa diventare occasione di crescita per tutti»

Remo Scazzosi (Busto Garolfo, 1929) lascia troppo presto la scuola per un posto al lavoro, nonostante, già da subito, dimostri una facilità nel disegno non comune. All'età di 16 anni perde il padre Luigi, ciabattino di professione e amante del bello, della musica e dell'arte. Il lavoro in una fabbrica meccanica di Legnano non spegne la sua passione per l'arte. Verso i 20 anni si iscrive alla "Ecole A.B.C. de dessin", una scuola per corrispondenza di Parigi ed inizia così, nel tempo libero, a studiare teoria del disegno e ad applicarsi nella pittura. Compra libri d'arte, impara a suonare il violino e il clarinetto. Coltiva cioè, come meglio può, i suoi interessi culturali.

In quel periodo la sua pittura è vicina al realismo di fine Ottocento: si appassiona ai pittori lombardi quali Leonardo Bazzaro e Gerolamo Favretto. Pittori inclini a rappresentare scene di vita rurale di quotidiana normalità. Nel 1957 cambia lavoro: viene assunto da una ditta pubblicitaria di Milano in qualità di cartellonista pubblicitario e nel 1969 continua la stessa attività lavorativa in una azienda legnanese. In quegli anni partecipa a mostre collettive, a premi di pittura e frequenta l'Associazione Artisti Legnanesi. A Legnano, conosce Agostino Facconi, presidente dell'associazione e titolare di una tipografia. Inizia un'amicizia costruttiva e stimolante per l'opera di Remo. Verso la fine degli anni '60, la pittura di Scazzosi inizia a cambiare.

Remo si appassiona all'opera dei maggiori esponenti dell'Informale italiano: Alberto Burri, Lucio Fontana, ma soprattutto Afro Basaldella. Da qui la sua pittura si trasforma radicalmente: l'immagine tradizionale si deforma, quasi si dissolve per lasciare spazio al colore che diventa l'elemento più importante. Le tematiche sociali di quegli anni entrano nella sua opera: dall'ecologia, un tema fondamentale spesso ripreso, all'uomo e alla sua capacità di rinascere e trasformarsi, o di distruggere e distruggersi. Nei primi anni '80, conosce monsignor Marco Ceriani, altra figura importante per il percorso artistico di Scazzosi. Affascinato dai suoi dipinti sarà di stimolo e forte incoraggiamento per proseguire sulla strada dell'astrattismo. Nel 1985 decora la chiesa di Casate (frazione del comune di Bernate Ticino). (Comunicati Ufficio stampa Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate)




Fontana - Concetto spaziale - gouache e matita e strappi su carta cm.32x47 1966 Segni di carta. Arte del '900
termina il 23 dicembre 2016
Galleria Gracis - Milano
www.gracis.com

Per via della sua fragilità intrinseca ed essendo un materiale più economico e storicamente ritenuto meno pregiato della tela o della tavola, più resistenti e adatte come supporti per i dipinti a olio realizzati con pigmenti naturali più ricercati, la carta è stata in passato riservata agli schizzi, ai progetti, a lavori dal carattere più intimistico rivestendo pertanto un ruolo ancillare rispetto alle tecniche considerate più nobili. Nel Novecento, con il moltiplicarsi dei linguaggi artistici e l'affermarsi di linee di ricerca sperimentali sui potenziali espressivi dei supporti, la carta conosce un nuovo interesse.

Questa mostra, spaziando dai lavori del primo Novecento agli anni Novanta offre un ventaglio molto ampio delle risposte date dagli artisti moderni sul ruolo della carta: con Orbite celesti di Balla, con il collage concettuale di Paolini, in cui figure quadrangolari slittano leggermente l'una sull'altra dando adito ad una apparente imprecisione che non è molto distante da quella in A triangle within two rectangles, dove il foglio di carta si presta a rendere ancora più plausibile e, quindi, ingannevole il disegno a matita illusoriamente perfetto geometricamente. Del resto una delle tendenze dell'arte moderna è costituita dal prevalere dell'idea sulla perizia tecnica.

Davanti ai lavori di Capogrossi, Tancredi, Dadamaino, Kandinskij, Kounellis, Warhol - per citare solo alcuni degli artisti presenti in mostra - si nota che il supporto cartaceo non implica un'indeterminatezza dell'opera in rapporto subordinato rispetto a una successiva traduzione in pittura o altro materiale, ma costituisce, insieme al segno, un'opera in sé compiuta. Ciò spiega anche in parte la ragione per cui il mercato sta progressivamente riconoscendo il valore intrinseco dei lavori moderni su carta. La mostra sarà accompagnata da un catalogo a cura di Elena Di Raddo, professoressa associata di storia dell'arte contemporanea all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Brescia e curatrice, collabora inoltre come pubblicista alle pagine culturali di quotidiani e riviste d'arte contemporanea. (Comunicato ufficio stampa ch2 eventi culturali)




Skateboarders vs Minimalism, 2015 - H.D. Video 1.79:1, colore, suono Shaun Gladwell: Skateboarders VS Minimalism
termina lo 04 febbraio 2017
Studio la Città - Verona
www.studiolacitta.it

«Qual è la differenza tra un scultura di minimal art e una rampa per skateboard? O sono la stessa cosa?» Sono queste le domande che Shaun Gladwell suggerisce allo spettatore che si pone di fronte al suo nuovo lavoro dal titolo Skateboarders vs Minimalism. Il video, realizzato grazie alla collaborazione di tre dei più importanti skaters a livello mondiale - Hillary Thompson, Jesus Esteban Correa e Rodney Mullen -, è girato in uno spazio espositivo dove gli skaters eseguono le proprie evoluzioni con abili movimenti saltando copie di sculture di Donald Judd, Dan Flavin e Carl Andre, e altri artisti che hanno diffuso la minimal Art negli anni '60 e '70.

Lo stesso Gladwell afferma: «minimalism offers such great forms for skateboarders to ride on. It is a formal issue. The forms are simple and clean - perfect for skateboarding» («l'arte minimale offre grandi forme da "cavalcare". Si tratta di una questione formale. Le forme sono semplici e pulite - perfette per lo skateboard»). Il video è accompagnato da Islands di Philip Glass.

Shaun Gladwell (1972, Sydney), cresciuto nella periferia a ovest di Sydney, non è un artista video convenzionale e le sue opere non sono i tipici video instabili e veloci degli skateboarder video-maker. Infatti, il suo lavoro si sviluppa attraverso la lettura di forme di espressione urbana - come skateboarding, hiphop, graffiti, BMX bike riding, break-dancing e sport estremi - e si fonda principalmente sullo studio del corpo umano all'interno dello spazio e sulla plasticità del movimento stesso. Tutti questi elementi sono spesso ambientati in contesti particolari e sono accompagnati, come in questa ultima opera, da composizioni musicali che sono parte integrante dell'opera stessa.

Nel 2009 Shaun Gladwell ha rappresentato l'Australia alla 53rd Biennale di Venezia con la mostra Maddestmaximvs: Planet & Stars Sequence. Il suo lavoro è stato ampiamente esposto in occasione di biennali internazionali fra cui Biennale del Cairo (2010), di Sydney (2008), di Taipei (2008), 52. Biennale di Venezia (2007), di São Paulo (2006), di Busan (2006) e alla Triennale di Yokohama (2005). Il lavoro di Gladwell fa parte di importanti collezioni pubbliche e private in UK, Australia, USA, Olanda e Giappone. (Comunicato stampa)




Opera di Cesare Reggiani dalla mostra Il tempo, la misura alla Galleria Immaginaria Cesare Reggiani: Il tempo, la misura
termina lo 09 dicembre 2016
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

Cesare Reggiani è un autore dalla personalità eclettica, esordisce alla fine degli anni settanta nel campo del fumetto d'autore. L'interesse per la forza evocativa e comunicativa dell'immagine singola porta però l'autore ad affermarsi sempre più nel campo dell'illustrazione editoriale e di comunicazione producendo le immagini per innumerevoli copertine di libri, per libri illustrati e per riviste d'immagine, poster e calendari. La pittura tout-court, da sempre considerata come intima e personale ricerca primigenia diviene dai primi anni Novanta, in coincidenza con la residenza per parte dell'anno a Parigi, la principale e più consistente forma d'espressione dell'autore. E' da allora che Reggiani tiene mostre personali in Italia, Francia, Olanda, Stati Uniti, Germania e Regno Unito. (Comunicato stampa)




Panos Tsagaris - Untitled mixed Media On Canvas cm.180x130 Kalfayan Galleries Panos Tsagaris - Untitled arrow of ra - cm.180x130 Kalfayan Galleries Panos Tsagaris: Let The Sun Protest
termina il 28 gennaio 2017
MLF | Marie-Laure Fleisch - Roma
www.galleriamlf.com

Per la prima volta a Roma l'artista greco Panos Tsagaris (Atene, 1979). In mostra una serie di tele di grandi dimensioni e lavori su carta di recente produzione. Affascinato e influenzato dalla spiritualità, dalle tradizioni mistiche, dall'Occulto e dall'Alchimia, Panos Tsagaris lavora su temi di attualità e si ispira alla società contemporanea. Riveste però la sua ricerca di una dimensione sacra, dimostrando che valori e principi di diverse religioni sono connessi tra loro, che mira ad avvicinare lo spettatore a uno stato di Catarsi attraverso l'Arte. Le sue opere sono il risultato di una serie di passaggi che sottintendono un processo di continua trasformazione da uno stato più basso ad uno più alto, verso un'ideale purificazione.

Tsagaris ha realizzato la sua ultima serie di lavori, Untitled, a partire da installazioni che assembla nel suo studio usando degli specchi di forme e dimensioni diverse. Lo specchio è un oggetto fortemente simbolico, dalle molteplici valenze: nella tradizione mitologica simboleggia la transizione da uno stato divino a uno materiale. Il riflesso sgretola l'autenticità e l'unicità del proprio essere e lo fa precipitare in una corporeità ingannevole (come accadde a Narciso). Dall'altro lato, in senso positivo, nella filosofia neoplatonica e nel misticismo Cristiano la stessa anima umana, spinta per sua natura alla contemplazione del Divino, diviene lo specchio in cui se ne riflette la Bellezza innata.

Tsagaris fotografa le sue composizioni con l'I-Phone, specchio vanitoso dei tempi moderni e del nostro ego, le stampa in bianco e nero, e le rifotografa ancora tante volte aggiungendo sempre nuovi specchi fino a che questi perdono le loro proprietà riflettenti. A questo punto le foto sono serigrafate a mano su tela e attraverso la sovrapposizione delle stampe serigrafiche nascono nuove forme e figure. Nella fase finale le tele sono dipinte con acrilico e alcune aree selezionate sono evidenziate con la foglia d'oro. Assistiamo a una duplice trasformazione: concettualmente, eliminando le qualità riflettenti degli specchi, la coscienza umana abbandona lo stato materiale e terreno per innalzarsi a un livello superiore verso il raggiungimento dell'essenza divina. Concretamente, l'installazione tridimensionale iniziale muta divenedo fotografia, quindi serigrafia e infine pittura.

Alcuni di questi lavori sono affiancati a scritti sullo spiritualismo, come il dittico Transmutation, che accosta all'immagine un testo sull'ascesa e l'evoluzione dell'anima tramite il processo della tomb of transformation, tomba dalla quale l'anima discende per trovare la salvezza fluendo da una forma ad un'altra verso una nuova e sempre più alta condizione. La foglia d'oro, dalla forte connotazione simbolica, diventa protagonista nei tre lavori della serie Golden Newspaper, iniziata qualche anno fa dall'artista come risposta alla crisi finanziaria in Grecia. Panos raccoglieva giornali internazionali, per lo più il New York Times poiché in quel periodo viveva negli Stati Uniti, di cui riproduceva in grande formato la prima pagina lasciando solo il nome della testata e un'immagine rappresentativa, relativa alla crisi nel suo paese, e coprendo tutte le colonne di testo con la foglia d'oro.

Negli ultimi due anni la serie si è espansa focalizzandosi su problematiche socio-politiche a più ampio spettro. Nei lavori esposti in galleria l'artista si è concentrato su immagini relative al fenomeno dei rifugiati, presente in tutta Europa, che sta in particolar modo toccando i paesi dell'area Mediterranea. Panos Tsagaris opera un procedimento di sottrazione il cui risultato è di grande impatto visivo e trasforma l'opera in una sorta di icona religiosa. L'oro, segno di purezza, rappresenta uno stato di benessere, ma non materiale, piuttosto quello derivante dalla finalità ultima dell'opera: il risveglio della coscienza, individuale e collettiva, accompagnato da una crescita spirituale interiore che ci permette di comprendere con maggior consapevolezza la realtà circostante. (Comunicato stampa)

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MLF | Marie-Laure Fleisch presents for the first time in Rome a solo show by the Greek artist Panos Tsagaris entitled Let The Sun Protest. On show, a series of large canvases and recent works on paper. The exhibition will be accompanied by a critical text by Eugenio Viola. Fascinated and influenced by spirituality, mystical tradition, the Occult, and Alchemy, Panos Tsagaris explores current themes and takes his inspiration from contemporary society. He veils his research in sacred dimension, demonstrating the interconnection between the values and principles of different religions in his attempt to bring the spectator closer to a Cathartic state through Art.

His works are the results of a series of passages suggesting a process of continual transformation from a lower to a higher state, towards the ideal purification. Tsagaris has created his latest series of works, Untitled, starting from installations which he assembled in his studio using mirrors of different sizes and shapes. A powerfully symbolic object with multiple significances, in mythology the mirror traditionally symbolises the transition from a divine to a material state. The reflection disassembles the authenticity and uniqueness of the being, transposing it into a deceptive corporeity (as in the case of Narcissus).

On the other hand and in a positive sense, in Neo-Platonic thought and Christian mysticism, the same human soul, pushed by its natural urge to contemplate the Divine, becomes the mirror in which innate Beauty is reflected. Tsagaris photographs the precursors of his compositions using an I-Phone, a vain mirror of modernity and of our ego; he prints in black and white, photographing the same images over and over, always adding new mirrors until they lose their capacity to reflect. At this point, the photographs are silk-screen printed by hand on canvas and by superimposing the images, new forms and figures are created. In the final phase, the canvases are painted with acrylic paints, and some selected areas are highlighted with gold leaf. (Press release)




Italo Mazzei- Geometrie universali - tecnica mista, smalto, filo di rame e olio su tela cm.200x100 2013 Italo Mazzei: Cosmogonie
termina il 10 dicembre 2016
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Pittore, creatore di forme, indagatore dell'universo e dell'anima Italo Mazzei, dopo un approccio canonico alle arti figurative e alla materia, sia dalla sua infanzia in Brasile, approda alla maturità artistica attraverso la sintesi geometrica e cromatica riconducendo la realtà a valori estetici primari e indefettibili. L'uso del rame nelle sue opere serve a rafforzare come visione e materia la definizione e separazione dei piani. Colore, superficie, metallo come delimitazione e margine, superficie, colore. Da sempre appassionato e studioso di astronomia frequentatore assiduo del planetario di Milano, oltre che in continuo confronto con lo sviluppo della contemporaneità dell'arte, giunge a quest'ultimo ciclo della sua ricerca affrontando di pieno petto la tematica cosmica e stellare dell'universo.

Rappresentare e raffigurare, quasi come un pittore "en plein air" le costellazioni, in una sorta di mappatura stellare non ad uso dei cosmonauti ma dell'uomo che le stelle da sempre sogna. Fantasia, immagine, realtà. Eccoli gli astri, le comete, le supernove, a popolare come alberi e colline l'infinito paesaggio sopra di noi. Italo Mazzei ci accompagna in un viaggio tra l'onirico e il reale alla ricerca dell'intima essenza dell'essere. Qui, ora, e oltre il buio là dove nasce la luce. (dal testo in catalogo di Stefano Cortina - curatore della mostra). Catalogo in galleria con testi di Stefano Cortina, Susanne Capolongo, Francesca Bellola, Max Marra. Cortina Arte Edizioni. (Comunicato stampa)




Cristo Luce del Mondo
Natività e Adorazione dei pastori del XVII e XVIII secolo


termina il 22 dicembre 2016
Museo San Fedele. Itinerari di arte e fede - Milano
www.sanfedeleartefede.it

Fulcro dell'esposizione, curata da Alessandro Rossi (storico dell'arte) e Andrea Dall'Asta (Direttore del Museo), è l'Adorazione dei pastori di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, piccolo capolavoro barocco presentato per la prima volta al pubblico milanese. A dialogare con il dipinto del Baciccio sono due Natività di collezione privata: una realizzata attorno al 1630 dal veneziano Pietro Della Vecchia, l'altra datata 1713 opera del cilentano Paolo De Matteis. Due pittori che, come Gaulli (autore della celebre affresco Trionfo del Nome di Gesù nella Chiesa Madre dei gesuiti a Roma), ebbero significativi rapporti di collaborazione con l'ordine religioso fondato da Sant'Ignazio di Loyola. Oltre all'evidente comunanza iconografica a collegare le tre opere è la dialettica "luce/incarnazione" che ciascun dipinto a suo modo sembra esprimere e rappresentare. È forse proprio questa dialettica che silenziosamente invita il visitatore della mostra a trasformare la "lettura" delle opere in "meditazione" sulle opere, facendo dello sguardo critico e consapevole su di esse il punto di partenza per immergersi in un'intima riflessione sulla questione principe del Natale: Cristo luce del mondo. (Comunicato stampa)




Andrea Chisesi - Fuoco d'artificio solo.gif Andrea Chisesi - Pollaiolo Andrea Chisesi: "4 Levels"
06 dicembre (inaugurazione ore 18.00) - 20 dicembre 2016
Palazzo Velli Expo - Roma
www.palazzovelliexpo.it

4 Levels è titolo aperto a molteplici significati. Un livello dopo l'altro, una sezione accanto all'altra, la mostra che esemplifica mirabilmente la stratificazione estetica e concettuale dell'artista, non è rigidamente concepita in 4 sezioni a se stanti. Ogni parte è di rimando all'altra: fuochi d'artificio, fusioni, décollage, sovrapposizioni pittoriche, ogni parte è strettamente in connessione con il tutto. La retrospettiva espone tra le antiche stanze del trecentesco Palazzo Velli, parte della sua produzione più significativa. Il corpus di 47 opere propone una visione integrale del suo operato.

L'uso vivace del dripping con i "fuochi d'artificio", rappresentano la vita e il senso effimero del tempo che passa, le "Fusioni", la sua forma estetica più innovativa, sono dedicate agli eroi del passato e raffigurate nell'arte antica; gli strappi (i "Décollage") sono di chiara ascendenza pop, la sezione del Sacro (in collaborazione con Lilin) campeggia insieme al florilegio pittorico della sezione "Matrem" che omaggia Pollaiolo, Bougureau, Bernini ecc. Il percorso espositivo di Chisesi rigoroso, razionale e contemporaneamente fortemente emozionale, si chiude nella sezione "My money": il tributo alla vecchia lira anticipa la collezione completa che sarà presentata a Taormina il prossimo anno. Articolato e profondo, il lavoro di Chisesi indaga tutte le varianti espressive possibili, non predilige una forma a un'altra: l'ecletticità costituisce la sua cifra personale.

Andrea Chisesi (Roma, 1972) a Milano nel 1998 apre lo studio "Andrea Chisesi photografer" dove presto inizia a sperimentare una tecnica che lui stesso definirà "Fusione", l'unione di pittura e fotografia.  Dopo dieci anni, inaugura il primo atelier di pittura; solo nel 2013 si trasferisce ad Ortigia (Siracusa). (Comunicato stampa)




Corrado Costa - Flipper - 1972 FuoriPagina - La collezione Roffi
termina lo 05 gennaio 2017
Galleria Il Gabbiano arte contemporanea - La Spezia

Il convegno recentemente svoltosi al CAMeC per i cinquant'anni dalla riunione spezzina del Gruppo 63 ha favorito l'ottima occasione di una mostra sulla ricerca verbovisiva di autori coinvolti in quell'esperienza come Vincenzo Accame, Nanni Balestrini, Lucia Marcucci, Lamberto Pignotti, Antonio Porta e Luigi Tola. La Liguria, del resto, ha avuto un ruolo non secondario in questo tipo di esperienze, sia per l'attività di Ugo Carrega e della sua rivista «Tool» sia per l'attività del già citato Tola e di riviste d'avanguardia come «Marcatré» e «Trerosso», che lo hanno visto coinvolto in prima linea. A queste menzioni se ne deve poi aggiungere una terza, ricordando la brillante Ketty La Rocca, di origine spezzina pur se di carriera purtroppo breve e quasi esclusivamente fiorentina tra le fila del Gruppo 70, con Pignotti e Marcucci, oltre che con Eugenio Miccini, Luciano Ori e Giuseppe Chiari.

La presentazione di "Fuoripagina", collezione di poesia concreta e visuale composta con metodo e pazienza dal bolognese Gian Paolo Roffi, a sua volta autore di poesia visuale, nel capoluogo ligure, trova quindi più di una valida ragione, tanto più se ospite della galleria Il Gabbiano, da sempre attenta e sensibile ai fatti della ricerca verbovisiva italiana e internazionale. Particolarità della collezione bolognese è di essere costituita solo da opere di piccolo formato che rispondono alla necessità di esondare dalle convenzioni della pagina a stampa per testare ogni possibile reinvenzione creativa del linguaggio e della scrittura. Dall'ultima esposizione, nel 2015 presso il Mac, di Monsummano Terme, la raccolta di Roffi si è arricchita con nuove importanti acquisizioni, italiane e internazionali.

Spiccano tra queste le opere di Geoffrey Hendricks, storico animatore del network Fluxus, Richard Kostelanetz, noto teorico del "teatro dei mezzi misti", Timm Ulrichs e Jochen Gerz, tra i più influenti artisti concettuali tedeschi, e poi John Furnival, Roberto Sanesi, Shohachiro Takahashi ed Emilio Villa. A queste si aggiunge anche una piccola stampa storica di Fortunato Depero e Giovanni Gerbino per la ditta Campari, a ricordo delle radici futuriste di quel rapporto tra scrittura, grafica e mass-media che la poesia visuale del secondo Novecento, in molti suoi risvolti, sonda, rielabora e rigenera. (Pasquale Fameli - curatore della mostra)

Opere di: Vincenzo Accame, Fernando Aguiar, Paolo Albani, Fernando Andolcetti, Davide Argnani, Alain Arias-Misson, Nanni Balestrini, Vittore Baroni, Gianfranco Baruchello, Alessandro Benfenati, Mirella Bentivoglio, Carla Bertola, Tomaso Binga, Julien Blaine, Irma Blank, Jean-François Bory, Anna Boschi, Antonino Bove, José A. Caceres, Ugo Carrega, Luciano Caruso, Guglielmo Achille Cavellini, Sergio Cena, Giuseppe Chiari, Henry Chopin, Sebastiano Ciliberto, Cosimo Cimino, Mario Commone, Vitaldo Conte, Carlo Marcello Conti, Corrado Costa, Mauro Dal Fior, Augusto De Campos, Haroldo De Campos, Paul De Vree, Chiara Diamantini, Marcello Diotallevi, Pablo Echaurren, Alberto Faietti, Mariapia Fanna Roncoroni, Fernanda Fedi, Bartolomé Ferrando, Gio Ferri, Luc Fierens, Giovanni Fontana, Claudio Francia, Nicola Frangione, John Furnival, György Galántai, Giovanni Gerbino & Fortunato Depero, Gino Gini, Jochen Gerz, Eugen Gomringer, Klaus Groh, Elisabetta Gut, Bernard Heidsieck, Geoffrey Hendricks, Emilio Isgrò, Théodore Koenig, Jirí Kolár, Richard Kostelanetz, Maurice Lemaître, Arrigo Lora Totino, Ruggero Maggi, Roberto Malquori, Mauro Manfredi, Lucia Marcucci, Stelio Maria Martini, Nanni Menetti, Eugenio Miccini, Giorgio Moio, Marianna Montaruli & Beniamino Vizzini, Emilio Morandi, Massimo Mori, Giulia Niccolai, Ladislav Novák, Nahl Nucha, Maurizio Osti, Clemente Padin, Paolo Pasetto, Giancarlo Pavanello, Michele Perfetti, Lamberto Pignotti, Gian Paolo Roffi, Giovanna Sandri, Roberto Sanesi, Sarenco, Alba Savoi, Greta Schoedl, Adriano Spatola, Shohachiro Takahashi, Luigi Tola, Andrew Topel, Timm Ulrichs, Jirí Valoch, Ben Vautier, Emilio Villa, Alberto Vitacchio, Rodolfo Vitone, William Xerra.




Terra! - I segreti della porcellana
Materie prime, capolavori barocchi e forme contemporanee


termina il 23 gennaio 2017
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

L'esposizione - a cura di Cristina Maritano, conservatore di Palazzo Madama, con Lorenzo Mariano Gallo e Annalaura Pistarino del Museo di Scienze Naturali di Torino - costituisce la quarta tappa del ciclo espositivo Terra!, che collega sotto un comune denominatore Palazzo Madama insieme ai musei legati alla storia della ceramica di Castellamonte, Savona, Mondovì, Albissola Marina e Albisola Superiore. Attraverso un approccio pluridisciplinare, Palazzo Madama racconta gli aspetti storici e tecnologici della produzione della porcellana, tecnica ceramica ben rappresentata nelle raccolte del museo, dove è custodita una delle collezioni più importanti al mondo per consistenza e qualità dei pezzi. La mostra illustra con opere e materie prime il passaggio dalla porcellana tenera - esemplificata dalla porcellana medicea, da quella di Saint-Cloud e di Sèvres - alla porcellana dura, rappresentata da due importanti vasi di Palazzo Reale.

Opere realizzate a Meissen per il Palazzo Giapponese di Augusto il Forte, furono inviati al Re di Sardegna Vittorio Amedeo II nel 1725. Essi documentano sia il primo periodo della direzione di J.F. Böttger, sia l'uso della porcellana come dono diplomatico. Arricchiscono il percorso della mostra a Palazzo Madama anche alcuni trattati scientifici per raccontare le tappe della conoscenza delle porcellane orientali in Europa: dall'opera di Giulio Cesare Scaligero al Museo Metallico di Ulisse Aldrovandi al Museo Cospiano. La mostra prosegue con uno sguardo sulla storia della manifattura di Sèvres in Francia, che dopo la scoperta di giacimenti di caolino sul suolo francese nel 1768, vicino a Limoges, avvierà un complesso e costoso processo di conversione industriale, abbandonando progressivamente la produzione di porcellana tenera a vantaggio di quella dura.

Infine, grazie alla collaborazione con il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, viene esposta una campionatura di terre e minerali utilizzati anticamente nelle manifatture europee per la produzione della porcellana dura e di quella tenera, evidenziando le differenze nei procedimenti. I campioni furono spediti nel 1833 dal direttore della fabbrica di Sèvres, Alexandre Brongniart, ad Angelo Sismonda, professore di mineralogia dell'Università di Torino, e sono recentemente venuti alla luce nei depositi del Museo di Scienze Naturali. Una testimonianza di come nell'Ottocento positivista continuasse tra gli scienziati lo scambio di informazioni sulle materie prime utilizzate nella fabbricazione della porcellana.

Ad arricchire il percorso anche le opere di The Bounty Killart, gruppo di giovani artisti torinesi emergenti su scala internazionale, che si ispirano alle porcellane settecentesche, reinterpretandole in chiave ironica e contemporanea. Da sempre The Bounty Killart considera l'arte del passato (antico, rinascimentale, recente) fonte principale della propria produzione. Reinterpretando le immagini restituiscono loro la parola, rendendole portatrici di nuovi significati e, soprattutto, trasformandole nell'oggetto principale di un'attività ludica da cui ha origine gran parte del processo conoscitivo. Le sculture in ceramica presentate a Palazzo Madama si inseriscono in questa linea di pensiero, mostrando all'opera non solo l'estro d'immaginazione, ma anche la perizia della tecnica. (Comunicato Tanja Gentilini - Ufficio Stampa Palazzo Madama)




Marko Batista - Sonic Geometry of Space Marko Batista
Sonic Geometry of Space

Solo exhibition


Production: Aksioma - Institute for Contemporary Art, Ljubljana, 2016 Artistic Director: Janez Janša Producer: Marcela Okretic Executive Producer: Sonja Grdina Public Relations: Urša Purkart Technician: Valter Udovicic Documentation: Jure Goršic

Aksioma | Project Space - Ljubljana
16 November - 09 December 2016
www.aksioma.org

In his works, Ljubljana-based intermedia artist Marko Batista analytically thematises DIY electro-acoustic processes at the intersection of electronic sound, technology and contemporary art. His second solo exhibition in this space will be on display in Aksioma Project Space. The exhibition is conceived as a prototype of a hyper-acoustic capsule. The ambient set-up designed by Marko stems from long-standing sound experiments, for his work is based on the exploration of dynamic self-generating systems and the phenomenology of sound resonances in space. He draws the phenomenality of sound from temporally determined processes within intermedia performing practices, and he attempts to design new modes of the distribution of acoustic resonances in space.

The history of electro-acoustic art reveals the complex phenomenality of sound and the relations concerning the time and architecture in which it is located. Sound undulation can be perceived as a series of physical phenomena or as the non-material gestuality of the surrounding objectivity. The question that continues to arise is thus: is electro-acoustic art, in its essence, able to elude its meta-position of listening? Over the past few years, Marko's site-specific installations have been presented in various galleries, and they offer their viewers a space of apperception and, at the same time, sensory perception.

Spatial sound, which is characteristic of Marko's work, is created by means of aesthetically designed modular interfaces and prototypical acoustic resonators, which were designed especially for the exhibition. The material for the exhibition derives from the inventions of the previous millennium; the show problematises the processes of the production of electro-acoustic artefacts and processuality. By means of sound objects created in the studio, the viewer is led to the questions of sound reality and phenomenality of the phenomenology of sound within contemporary art practices.

Marko Batista is a Ljubljana based tech-mixed-media artist, sound researcher, video experimentalist and AV performer, born in Tito's Yugoslavia. Batista focuses on themes such as displaced sound-scapes, video transformation processes, networking data, collaboration, linking concepts, hybrid spaces and other fields of contemporary media art. Graduated from Academy of Fine Arts in Ljubljana and finished Master of Arts degree from Central Saint Martins in London. Marko Batista is a founding member of experimental multimedia group Klon:Art:Resistance. E participated at numerous festivals and exhibition spaces. (Press release)




La velocità delle immagini
termina il 21 gennaio 2017 (chiuso 23 dicembre 2016 - 08 gennaio 2017)
Istituto Svizzero di Roma
www.istitutosvizzero.it

Una riflessione sul rapporto tra velocità, modernità e arte. Nell'esposizione - a cura di Samuel Gross - si incontrano autori di epoche diverse come il futurista Giacomo Balla e gli artisti Sylvain Croci-Torti, Chloé Delarue, Nicolás Fernández, Louisa Gagliardi, Miriam Laura Leonardi, Emanuele Marcuccio, Rammellzee, Manon Wertenbroek e Urban Zellweger. Se con il recente sviluppo degli strumenti informatici on-line le immagini sembrano aver raggiunto la loro massima velocità di circolazione su scala mondiale, questa mostra si propone, tramite un effetto collage, di suggerire che questa percezione di flusso e accelerazione offre già da tempo, e quasi paradossalmente, degli interstizi che gli artisti si sentono legittimati a occupare.

Fin dai primi anni del secolo scorso il Futurismo ha esaltato la velocità come uno dei valori essenziali della modernità, suggerendo anche che l'osservazione fisica dei suoi effetti potrebbe fornire lo spunto per un capovolgimento estetico. Ecco allora che incurvando le linee, spezzettando le rette, frantumando i colori, Giacomo Balla creerà un'iconografia della velocità, proiettando la pittura in uno spazio cinetico astratto. Ma il mondo della velocità meccanica e della riproducibilità delle immagini è anche quello dell'aumento esponenziale delle dimensioni in agglomerati divenuti megalopoli. I più svantaggiati, allontanati dai centri urbani, si ritroveranno a dipendere dai mass media e dai trasporti pubblici, da quegli oggetti privi di origine che i writer degli anni Ottanta attaccheranno per appropriarsi delle città e per sognare un'identità che possa andare al di là della loro condizione.

Ecco dunque Rammellzee immaginare un destino astrale, retrofuturista e rivendicatore, carico di promesse deluse dalla modernità. Per uno strano effetto di condensazione cronologica, non lontana dall'estatica speranza moderna di Balla, e dalla capricciosa disillusione di Rammellzee, le questioni di identità, diventano uno degli spazi privilegiati di tanti artisti. Essi non sono più interessati a inserirsi in una tradizione, in un movimento, in un campo ma semplicemente a immaginare i tanti filtri da posare sul mondo. E allora, se nulla ferma le immagini, gli artisti non smettono di cercare di fissarne ancor più i contorni, i colori e i riflessi lasciati dal loro passaggio. In contemporanea all'inaugurazione de La velocità delle immagini, vengono proposte al pubblico due installazioni degli artisti svizzeri Valentin Carron e Sylvie Fleury, che abiteranno per un anno gli spazi del patio e del giardino di Villa Maraini, sede romana dell'Istituto Svizzero.

Giacomo Balla (1871-1958) è stato un pittore, scultore, scenografo, esponente di spicco del movimento futurista. Fondamentalmente autodidatta, nel corso della sua vita artistica si rivolge anche all'astrattismo e al realismo naturalistico. Le sue opere sono esposte nei principali musei italiani e internazionali.

Sylvain Croci-Torti (1985) ha studiato presso l'ECAL - École cantonale d'art et de design de Lausanne, dove ha conseguito la laurea nel 2013. Ha partecipato a numerose mostre collettive, in Svizzera e a livello internazionale. Chloé Delarue (1986) vive e lavora a Ginevra. Ha studiato alla HEAD - Haute école d'art et de design di Ginevra, dove ha conseguito un Master nel 2014. Ha esposto in molte realtà svizzere e nel 2016 ha vinto il Prix Kiefer Hablitzel e il Prix Hirzel de la Société des Arts, Ginevra.

Il percorso formativo di Nicolás Fernández (1968) inizia presso l'École supérieure d'art visuel di Ginevra. Dal 1991 ha partecipato a mostre collettive in Svizzera e all'estero; nel 2016 ha partecipato alla Berlin Biennale.

Louisa Gagliardi (1989) nel 2012 ha conseguito la laurea presso l'ECAL - École cantonale d'art et de design de Lausanne. Ha esposto in diversi spazi in Svizzera e a livello internazionale. Nel 2014 è vincitrice dello Swiss Design Awards.

Miriam Laura Leonardi (1985) ha studiato presso la ZHdK Zürcher Hochschule der Künste, dove nel 2015 ha conseguito il Master of Fine Arts. Nel suo lavoro esplora le questioni che circondano le dinamiche sociali attraverso varie forme di media, in particolare testo, audio e performance.

Emanuele Marcuccio (1987) utilizza lastre di metallo perforate e componenti industriali come dipinti e sculture. Laureato all'ECAL - École cantonale d'art et de design de Lausanne, ha esibito recentemente le sue opere al Museo Experimental El Eco, a Città del Messico, alla Fondation d'Enterprise Ricard di Parigi e al Centre D'Art Contemporain a Ginevra.

Rammellzee (~1960 - 2010) è stato un artista visivo, rapper e street artist newyorkese. Come teorico ha coniato il termine Gothic Futurism, rivolgendo la sua attenzione alle tematiche del linguaggio: una attività che ha profondamente influenzato il suo lavoro di writer. Ha partecipato attivamente alla fase germinale del rap americano, collaborando con Beastie Boys, Cypress Hill e molti altri.

Manon Wertenbroek (1991) si è laureata all'ECAL - École cantonale d'art et de design de Lausanne nel 2014. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste e giornali a livello internazionale, e ha partecipato a diverse mostre.

Urban Zellweger (1991) nel 2014 ha conseguito la laurea alla ZHDK - Zürcher Hochschule der Künste e nel 2015 alla HEAD - Haute école d'art et de design di Ginevra. Ha partecipato a diverse mostre collettive in Svizzera e a livello internazionale.

Valentin Carron (1977) nei suoi lavori spesso riproduce elementi della Svizzera, rivisitandoli in modo critico. Recentemente ha allargato la sua produzione rivolgendosi a tematiche come il potere, la politica e la classificazione. Ha esposto, tra gli altri, alla 55 Biennale di Venezia (2013) dove ha rappresentato la Svizzera, e alla Kunsthalle di Berna (2014).

Sylvie Fleury (1961) si dedica alla scultura e alla modellazione di materiali vari e a video, neon, installazioni e murales. Nei suoi lavori riflette sulla posizione dell'artista nella società dei consumi, giocando con i riferimenti della storia dell'arte come Mondrian, Duchamp, Andre e altri. Da ricordare l'antologica allestita al MAMCO di Ginevra (2008-09), al CAC di Malaga (2011) e la mostra a Villa Stuck a Monaco (2016). Suoi lavori si trovano al Museum of Modern Art di New York, al Centre for Art and Media di Karlsruhe, e al Museum der Moderne a Salisburgo. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Santerini)




Feral - lampada by Alessandro Zomparelli Canestra - fruttiera by Paolo Deganello Playpanca - scultura by Denis Santachiara Digital Cyrcus - Design d'autore in digital fabrication
termina il 31 dicembre 2016
Vicolo Folletto Art Factories - Reggio Emilia
www.vicolofolletto.it - www.cyrcus.it

Vicolo Folletto Art Factories si apre al design contemporaneo presentando Cyrcus, un movimento/azienda, fondato dal designer Denis Santachiara e sviluppato con lo studio Coppa+Landini, che traccia una nuova utopia nelle arti e nel design industriale, perché la cultura e il fare digitale diventino una vera rivoluzione nel dibattito estetico, creativo e sociale. Grazie alla sua piattaforma online, Cyrcus produce e vende design autoriale, che si esprime nella forma e nei processi attraverso la digital fabrication professionale, una modalità produttiva che consente la massima possibilità di personalizzazione da parte del cliente.

Tutti gli oggetti esposti sono quindi stati realizzati grazie a macchine professionali come stampanti 3D, laser cut, frese CNC, da grandi autori tra cui Alessandro Mendini, Sebastian Bergne, Michele De Lucchi, Paolo Deganello, Alberto Meda, Giulio Iacchetti, Alberto Nason, e molti altri. In mostra, anche la panchina in marmo di Carrara "Playpanca" di Denis Santachiara, vincitrice del premio Icon Award 2017 ed il vassoio "Rez", appositamente creato da Denis Santachiara per Marta in Cucina. A fianco di autori così internazionalmente riconosciuti, Cyrcus promuove anche giovani designer, inserendo i loro progetti nella sua collezione.

Cyrcus espone, inoltre, negli spazi di Vicolo Folletto Art Factories, opere uniche o numerate perché prodotte in piccola serie dai designer, progettate per questa complessa modalità produttiva al fine di indagare nuove estetiche e nuove empatie creative. «Grazie alla digital fabrication», dice il designer Denis Santachiara, «il rapporto con il cliente torna ad essere più vivo e proattivo: è possibile richiedere personalizzazioni per forma, colore, dimensione, materiale di un progetto pensato appositamente dal designer per essere flessibile ed adattabile alle esigenze di chi lo acquista, come se il cliente diventasse anche committente, realizzando così l'utopia della mass customization». Nella galleria sarà attivata, per questo motivo, anche una postazione internet collegata alla piattaforma Cyrcus per permettere agevolmente ai visitatori di scegliere, personalizzare e prenotare gli oggetti esposti. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine dalla locandina della mostra Passwor(l)d di Laura Zeni Laura Zeni. Passwor(l)d
termina il 12 febbraio 2017
Galleria d'Arte Moderna - Genova

Il titolo della mostra, Passwor(l)d - a cura di Fortunato D'Amico e Maria Flora Giubilei - gioca sull'ambiguità dei significati attribuibili a questo termine togliendo la lettera "L". Commenta Fortunato D'Amico: "Quella attuale è un'epoca di passaggio tra vecchio e nuovo mondo, è un tempo storico di transizione e di disagi in cui non si vedono con chiarezza le prospettive future. La Galleria di Arte Moderna di Genova Nervi è un luogo dove le opere dei Maestri dell'Ottocento e del Novecento rivelano momenti di vita, sia positivi sia negativi, rappresentativi della grande transizione epocale che nei due secoli precedenti ha trasformato la società da contadina a industriale".

Prendendo spunto dall'antico nome di Genova (in latino Janua, "porta"), importante città di transiti e collegamenti tra il Mediterraneo e l'Europa, l'artista estende il concetto di "passaggio" alle diverse sale del percorso espositivo, interagendo con ognuna di esse. Laura Zeni entra in dialogo con le opere delle collezioni museali, evidenzia analogie e differenze tra contemporaneità e recente passato grazie a un corposo nucleo di installazioni, opere pittoriche, collage e disegni fra cui spiccano numerosi inediti pensati ad hoc per lo spazio espositivo.

Di particolare rilevanza sono le grandi installazioni site specific con cui Laura Zeni interviene sui tre piani del Museo; ne sono esempio la grande ruota in ferro di due metri collocata al piano terreno, nella sala col bovindo proiettato nel parco, verso l'orizzonte marino, un rimando al viaggio e all'apertura verso l'esterno, simbolicamente contrapposta a un'installazione di fili di cotone blu su cui è adagiata la sagoma frammentata di un uomo, realizzata in plexiglass specchiato, a evocare una condizione di isolamento e di naufragio proprio sotto il mare dipinto che lambisce le coste italiane del grande olio su tela dell'olandese Petrus Theodor Tetar Van Elven, Veduta fantastica dei principali monumenti d'Italia, prefigurazione, nel 1858, dell'unità italiana.

Un riferimento alla relazione tra mondo interiore ed esteriore si scorge nella sala 4 del museo, dedicata alla pittura di paesaggio e di genere in cui, come nella poetica dell'artista, uomo e natura convivono apparentemente in una dimensione armonica. Qui una moltitudine di pezzi di carta, ritagli di volti e vedute, ricoprono i pilastri che scandiscono lo spazio e si ricompongono sotto le antiche volte in assembramenti cartacei simili a nuvole. Un'interpretazione ludica del paesaggio è offerta dalla rivisitazione da parte dell'artista di "cielo e terra" - ovvero del gioco della "campana" o del "pampano" -, un percorso composto da caselle numerate tracciate sul pavimento con Prima di salire al piano nobile della villa, nelle sale del Novecento, in stretta relazione con la sezione dei ritratti e gli autoritratti delle raccolte della GAM, dialogano le "teste" realizzate dall'artista con una linea ininterrotta, elementi ricorrenti della sua espressività da sempre incentrata sull'individuo e sull'interiorità, e intese come contenitori di pensieri, storie e stati d'animo.

Colpiscono in proposito l'imponente profilo umano dipinto su tela con i toni del nero e i numerosi disegni su carta dai colori vivaci e dalle opere della serie Ritratti interiori. Decisamente significativa è l'installazione concepita al piano nobile della Galleria, nel pieno del Novecento, per la bellissima terracotta del 1932 di Arturo Martini, La convalescente, ritratto a grandezza naturale della figlia Maria (la famosa Nena) col libro fra le mani, stremata dopo la malattia, ai piedi della quale Laura Zeni dispone diversi volumi aperti sui quali disegna delicate figure di donna, mentre, nella stanza successiva dedicata agli interpreti di quell'avanguardia, da Depero a Fillia, la tela dal titolo Geometrie femminili, fitta composizione di sagome intrecciate, evoca l'idea di movimento e si relaziona alle opere futuriste esposte.

Un omaggio ai numerosi lavori in blu oltremare del pittore ligure Rubaldo Merello, oscillanti tra simbolismo e divisionismo è dato dal fascio di fili blu che cade dall'alto, una sorta di pioggia che è possibile attraversare, ammirando al contempo le opere della collezione museale. E torna ancora il blu nello splendido dipinto dell'inglese William Scott, Blue still life, acquistato dalla Galleria genovese alla Biennale veneziana del 1958, esposto al piano ammezzato del museo: la sua presenza internazionale nel percorso delle raccolte permanenti è sottolineata da Laura Zeni con una installazione che propone al pubblico l'attività di designer dell'artista milanese. (Comunicato Ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Sofia Rondelli: Poesia dei Ritorni
10 novembre 2016 (inaugurazione ore 18.00) - 07 gennaio 2017
Studio d'Arte Cannaviello - Milano

La mostra propone trenta piccole opere su carta, che conducono lo spettatore in un'intimità rarefatta, in cui l'artista manifesta un lungo colloquio con la propria profondità onirica attraverso i suoi personalissimi rimandi letterari. Rondelli è attratta dall'animo umano, dalle sue impercettibili variazioni e sfumature, e, attraverso la forza dell'immaginazione, i ricordi, la dimensione diurna e notturna del sogno traduce le sue visioni in segni sottili e "ricami" che si perdono nella trama invecchiata della carta. Un'atmosfera dai colori tenui trasporta lo spettatore in mondi silenziosi, abitati da forme umane, melanconiche, velate da una sottile aura di mistero.

Spesso le figure si disperdono nello spazio con fragile delicatezza fino ad amalgamarsi con la superficie sulla quale si trovano. L'artista predilige carte, fotografie antiche e materiali sartoriali che diventano parte integrante delle sue opere. La mostra sarà illustrata da un catalogo. Sofia Rondelli (Pietrasanta, 1991) si è diplomata all'Accademia di Belle Arti di Carrara con una tesi su "La crisi dello spirituale" e si è specializzata in pittura all'Albertina di Torino. Nel 2014 ha esordito con la sua prima mostra istituzionale "L'elogio del dormiente" tenutasi a Lucca. Ha partecipato a numerose mostre collettive in Italia e ha già esposto in una bi-personale allo Studio d'Arte Cannaviello. (Comunicato stampa)




Opera di Giancarla Frare Giancarla Frare - opera dalla mostra Ut sculptura Giancarla Frare. Ut sculptura
termina il 19 febbraio 2017
Castello di Ladislao - Arpino (Frosinone)
www.fondazionemastroianni.it

Nella sede della Fondazione Umberto Mastroianni, che accoglie la più ricca e rappresentativa eredità di uno dei più eclettici e geniali scultori del '900 e la memoria di un'intera famiglia di artisti, i Mastroianni, la mostra - curata da Loredana Rea - propone un suggestivo percorso nella ricerca artistica di una delle artiste italiane più interessanti. Le trenta opere presenti in mostra sono una stringente selezione dei lavori creati negli ultimi dieci anni, a sottolineare il profondo legame con la scultura e il senso plastico della forma, intrinseco alle ragioni pittoriche di un linguaggio intenso e sempre coerente a se stesso. Sono fogli, anche di grandi dimensioni, realizzati con inchiostri e pigmenti naturali, che definiscono immagini dal forte sapore tettonico e litico e trasmettono prepotentemente l'equilibrio tra posizioni di pensiero e necessità del fare.

Le opere scelte a sintetizzare la vocazione plastica di Frare compongono una sorta di "geografia di frontiera", sono infatti quasi paesaggi lunari e mineralizzati, pur al di là di ogni suggestione e allusività figurale, in cui lo sguardo può insinuarsi alla ricerca delle ragioni della quotidianità. Attori silenziosi e immobili di queste terre, realmente percorse e vissute o solamente immaginate, sono pietre, ora selvaggiamente geologiche ora monconi e frantumi di un passato che segna le infinite distese dalla luce incerta, improvvisamente ferite da segni che lasciano presagire possibili dinamismi.

Sono i luoghi del "non più e non ancora", frequentati da rari viaggiatori, che mai si lasciano vedere, tanto cari all'artista e ai poeti mitteleuropei - come Trakl e Celan - che spesso l'hanno accompagnata, nutrendo la pittura, l'incisione, la fotografia e le esperienze nella poesia e nella letteratura. Il catalogo, edito dalla Fondazione Mastroianni, si avvale dei contributi critici di Carlo Fabrizio Carli, Franco Fanelli, Daniela Fonti, per restituire la complessità di un percorso di ricerca che Giancarla Frare ha sviluppato in un trentennio di attività, accogliendo stimoli e suggestioni di natura differente.

Di origine veneta, Giancarla Frare si è formata alle Accademie di Napoli, Urbino e Venezia. Presente dal '79 al 1987 con continuità nelle mostre della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, è Borsa di Studio (1981) del Museo d'Arte Moderna di Ca' Pesaro. Ha realizzato un'ininterrotta attività espositiva che la vede presente in mostre individuali e di gruppo in Italia, Europa, America, Medio ed Estremo Oriente. Le opere di Giancarla Frare sono presenti nelle collezioni permanenti di Musei e Fondazioni in Europa e America. (Comunicato stampa)




Federico Seneca (1891-1976): Segno e Forma nella Pubblicità
termina il 22 gennaio 2017
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

La mostra celebra, a quarant'anni dalla sua scomparsa, Federico Seneca (1891-1976), uno dei protagonisti della grafica pubblicitaria del Novecento, attraverso manifesti, locandine, insegne, logotipi, cartoline, calendari, scatole in latta e cartone e splendidi bozzetti scultorei in gesso mai esposti. Tra i suoi lavori più conosciuti, la pubblicità dei "Baci" Perugina e l'esecuzione del concetto grafico dei "cartigli", i bigliettini che ancor oggi accompagnano i famosi cioccolatini.

In mostra oltre 300 pezzi fra manifesti, pieghevoli, locandine, cartoline, illustrazioni di copertina, bozzetti preparatori su carta quadrettata, album da disegno, elaborati grafici, insegne, cartelli, libri, riviste, lettere, biglietti d'auguri, scatole in legno e in latta, confezioni varie, matrici, prove di stampa, foto d'epoca, un cavalletto, il passaporto di Federico Seneca che documenta i viaggi che intraprende anche all'estero fin da giovane, e i suoi attrezzi, come le forbici che aveva progettato e realizzato da sé. Per la prima volta vengono esposti degli splendidi bozzetti scultorei in gesso di 20-40 cm che Federico Seneca creava (e poi distruggeva) per dare forma alle figure che animavano le sue pubblicità: una tridimensionalità che in seguito sintetizzava nei manifesti.

E' esposta anche una lettera datata 4.11.1929 che Federico Seneca invia a Giovanni Buitoni: l'occasione per gettare uno sguardo sul mansionario del direttore di un ufficio pubblicità dell'epoca (uno fra i primi, fra l'altro, in tutta Italia) che chiedeva maggiori risorse per svolgere il lavoro affidatogli alla Perugina. La mostra presenta inoltre un francobollo per pubblicizzare i "Baci" Perugina del 1925 circa; negli anni '20, infatti, le Poste italiane stipulavano accordi con le ditte per l'emissione di francobolli che reclamizzavano i loro prodotti. In mostra opere provenienti dal Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, dalla Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli - Castello Sforzesco di Milano, dal Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro Collecchio, dalla Collezione Salvatore Galati di Crema e da numerose collezioni private, con particolare riferimento alla collezione degli eredi di Seneca, per la prima volta visibile a un ampio pubblico.

L'esposizione - curata da Marta Mazza, direttore del Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, e Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo e di Spazio Officina di Chiasso - s'inserisce nel filone promosso dal m.a.x. museo della "grafica d'impresa" dei maestri del XX secolo, e racconta per la prima volta l'intero percorso creativo di Federico Seneca, dal liberty all'art déco a una visione futurista, per giungere, dal dopoguerra in poi, alla modernità con la sintesi grafica minimalista delle forme accompagnata da suggestioni tipografiche, un gioco di chiaroscuro e colori vivaci. L'esposizione e il suo catalogo (Silvana Editoriale, 2016, bilingue italiano/inglese), che colmano un vuoto bibliografico, sono frutto di un'intensa collaborazione con gli archivi d'impresa di note case produttrici.

Le donne in costume da bagno, gli innamorati che si tengono per mano reggendo una scatola di cioccolatini, i cuochi panciuti, i cigni che sbirciano nelle lavatrici, il gatto selvatico con la coda che prende fuoco, la suora che si china in un gesto protettivo, le portatrici di cacao sono solo alcuni dei personaggi e degli animali che animano le pubblicità di Federico Seneca e che traducono un mondo dinamico, colorato e in fermento. Al m.a.x. museo viene presentato un patrimonio visivo di grande piacevolezza con réclames che hanno caratterizzato l'immaginario visivo di un'epoca, come pure manifesti, locandine, grafiche pubblicitarie, insegne, logotipi, schizzi, bozzetti su carta quadrettata, cartoline, calendari, scatole in latta e cartone e splendidi bozzetti scultorei in gesso mai esposti, che fungevano da base per lo studio figurativo dei manifesti di Seneca.

La mostra, pensata come "progetto integrato", prevede tre tappe successive a quella svizzera: la prima, dal 12 marzo al 4 giugno 2017, alla Galleria Nazionale dell'Umbria a Perugia; la seconda, dal 14 luglio al 24 settembre 2017, alla Galleria Carifano - Palazzo Corbelli di Fano (Fondazione Gruppo Credito Valtellinese); la terza, dal 3 febbraio al 3 giugno 2018, al Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso. Un omaggio in quattro luoghi identitari del percorso di vita, di ricerca e di conservazione dell'intera opera di Federico Seneca. Come per tutte le mostre del m.a.x. museo, la redazione di Ultrafragola (3D Produzioni) ha realizzato un video sull'esposizione dedicata a Federico Seneca, visibile in una sala del museo e online sul sito di Ultrafragola, con interviste alle curatrici e al figlio, Bernardino Seneca. Il video sarà trasmesso anche su Sky Arte durante il periodo espositivo.

Federico Seneca (Fano, 1891 - Casnate (Como), 1976) studia al Regio Istituto di Belle Arti delle Marche, a Urbino, una delle più significative scuole di illustrazione in Italia. Nel 1912 inizia la professione di docente di disegno e di grafico pubblicitario disegnando i manifesti per la stazione balneare di Fano, di chiara ascendenza liberty. Allo scoppio della Prima guerra mondiale viene arruolato nel corpo degli alpini, dove si distingue per i suoi atti di Durante il periodo della Prima guerra mondiale viene arruolato e incontra e conosce Gabriele D'Annunzio, oltre a Francesco Baracca, Francesco De Pinedo, Gerardo Dottori e Luigi Fontana (fondatore di Fontana Arte), con cui stabilisce una profonda amicizia.

Terminata la guerra, Federico Seneca inizia l'importante e duratura collaborazione con la neocostituita impresa Perugina, di cui diventa responsabile dell'ufficio pubblicità per dodici anni, cui si unisce nel 1925 l'incarico di direttore dell'ufficio pubblicità per la Buitoni. Entrambe le industrie appartengono alla famiglia Buitoni di Perugia. Seneca diviene noto con il logotipo disegnato in occasione della creazione dei "Baci" Perugina e con l'esecuzione del concetto grafico dei "cartigli", i tipici bigliettini che accompagnano il celebre cioccolatino. Il 1928 segna il conferimento a Federico Seneca del primo premio alla "Mostra internazionale del manifesto" a Monaco di Baviera, che lo renderà famoso nel resto d'Europa.

Il rapporto di Seneca con la Perugina si interrompe nel 1933, quando si sposta da Perugia a Milano - crocevia di relazioni nel settore del graphic design -, dove apre un proprio studio di pubblicità. In questi anni Seneca allarga le sue collaborazioni lavorando per le più importanti e innovative aziende del secondo dopoguerra. Nel 1936 partecipa con i maggiori artisti-cartellonisti dell'epoca (Metlicovitz, Cambellotti, Cappiello, Dudovich, Nivola, Sepo, Sironi e molti altri) alla "I Mostra nazionale del cartellone e della grafica pubblicitaria" che si tiene al Palazzo delle Esposizioni a Roma. (Comunicato Amanda Prada - Ufficio stampa Svizzera e Insubria m.a.x. museo)




Opera di Mito Gegic Mito Gegic: "Trofeo / Trofeja"
termina il 16 dicembre 2016
Centro Direzionale di Trieste della Banca di Credito Cooperativo di Staranzano e Villesse

Il lavoro dell'autore parte da una interpretazione dell'immagine digitale, il che vale a dire: prima c'è l'immaterialità e da questa si passa alla fisicità della pittura. Dalla pellicola alla tela, dal fantasma di un pixel alla solidità del pigmento. Il mondo a cui attinge è quello del documento storico, delle tradizioni rurali, documenti di caccia o sportivi. La pittura diviene così una modalità per mettere una distanza tra il sé e il mondo e allo stesso tempo una strategia per creare una catena evolutiva di nuove immagini. Mostra a cura di Denis Volk.

Mito Gegic (Lubiana, 1982) nel 2006 ha partecipato al CEEPUS, programma di scambio dell'Accademia di BB.AA. di Zagrabia. Si è laureato nel 2008 nel corso di pittura presso l'Accademia di BB.AA. di Lubiana. Nel 2014 ha partecipato al Premio Arte Laguna ed è stato premiato con il riconoscimento di una mostra personale. Nel 2016 ha tenuto le seguenti personali: City Gallery di Nova Gorica; Institute Jozef Stefan di Ljubljana. A dicembre sarà in mostra al Layerjeva Hiša di Kranj. (Comunicato stampa Roberto Vidali)




Il monastero di Erdene Zuu Un tesoro nella steppa. Il monastero di Erdene Zuu in Mongolia
termina l'11 dicembre 2016
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

In occasione della firma del Patto di Collaborazione tra la Città di Torino e la Città di Kharkhorin, il MAO rende omaggio alla Mongolia con un'esposizione fotografica dedicata al monastero di Erdene Zuu, situato nella Regione di Uvurkhangai nella Mongolia centrale, una delle aree più ricche di storia e cultura di tutto il Paese. La mostra, realizzata grazie alle immagini messe a disposizione dall'archivio della Regione di Uvurkhangai, racconta, attraverso ventisei fotografie, la grandezza di Erdene Zuu, importante monastero buddhista costruito nel 1586 da Abdai Khan, principe dei Khalkha, l'odierna Repubblica di Mongolia. Delimitata da una cinta muraria di 400 metri per lato, scandita da 108 stupa, l'area sacra di Erdene Zuu era caratterizzata da numerosi edifici religiosi, costruiti nell'arco di tre secoli con differenti stili architettonici.

Dal 1941 il monastero fu trasformato in museo e dal 1991 venne restituito ai monaci buddhisti pur conservando la sua funzione museale. Accanto alle fotografie dedicate a Erdene Zuu, la mostra ospita alcune riproduzioni fotografiche di opere in bronzo realizzate da Zanabazar (1635 - 1723), guida spirituale e grande scultore, che ha giocato un ruolo considerevole nella storia religiosa, sociale, politica e culturale della Mongolia. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Remediation di Donatella Lombardo Donatella Lombardo: Remediation
Digital memory under deconstruction


termina il 14 gennaio 2017
Galleria Spazio Testoni - Bologna

Il titolo della mostra prende in prestito il termine remediation dalla teoria omonima avanzata dagli studiosi Jay David Bolter e Richard Grusin, i quali affermano che il contenuto dei media digitali sono tutti gli altri media, a partire dalle forme più antiche di comunicazione analogica. Una sintesi terminologica alla quale si rifanno le opere che Donatella Lombardo ha appositamente realizzato per questa sua prima personale a Bologna, attraverso le quali interpreta e ci mostra con la sua originale ricerca artistica le strutture e le criticità dell'informazione attuale, indagando le tecnologie di comunicazione di massa, e nello specifico, la comunicazione via Internet e la conseguente evoluzione del linguaggio attuale parlato e scritto.

E' da questo flusso mediatico, a volte recondito e a volte abbandonato su vari supporti informatici, che Donatella Lombardo trae i frammenti dei testi che ci mostra imbrigliati su di una tela, come tracce di quell'oralità e di quella scrittura che per molto tempo hanno occupato spazi fisici diversi per esprimere il pensiero ed il vissuto popolare ed elitario, e che oggi sono costituiti da una mescolanza di forme eterogenee di comunicazione, dove parola, suono e immagine si fondono, coesistendo all'unisono come un'unica entità pronta a plasmare la nostra identità rimediata.

Le sue decostruzioni-ricostruzioni mediali sono spesso metaforicamente rappresentate come antichi "rammendi" eseguiti con ago e filo, a voler ricostruire e mantenere memoria del legame indissolubile del nostro presente al nostro passato e del fatto che ciò che siamo oggi è frutto delle informazioni che ci sono state lasciate da chi ci ha preceduto e ciò che sarà l'umanità domani dipende da quello che oggi comunichiamo di noi. Infine, nel corpus di opere Partiture Mute, realizzato per questa mostra e dedicato alle donne musiche dimenticate, il ricamo ad ago e filo si associa ai fuselli del tombolo, antico strumento di ricamo a cui erano dedite le donne, in particolare quelle della bellissima Isola Siciliana, terra di origine di Donatella Lombardo. Il percorso della mostra si apre nella prima sala della galleria con l'installazione dal titolo Colonne mediatiche: due grandi pannelli formati ciascuno da due lastre in plexiglas trasparenti, che racchiudono al loro interno centinaia di frammenti di tela sovrastampati con altrettanti frammenti di ipertesti.

I due pannelli sospesi dal soffitto tramite cavi di acciaio, evocano il profilo di due colonne greche, con l'intento di ricordare l'importanza del "medium" ovvero del mezzo che veicola l'informazione, non solo in qualità di contenitore, ma anche di supporto che chiede di essere attraversato e osservato consapevolmente. Sulle altre pareti, opere che indagano i linguaggi dei principali social network: Facebook, - Tele-grafiche strazioni visive - e Twitter - Frammentarie evoluzioni grafiche/The Twitter middle ages - che Donatella Lombardo ha creato da ritagli di chat private, dati personali, oltre che post pubblici e news fornite dagli stessi social, che evidenziano il raggio di azione di questi colossi dell'informazione. In particolare, nei frammenti di testo tratti da Twitter appare più volte la parola "iscriviti", le cui tracce si imbrigliano sulla tela come insegne luminose. In generale, i messaggi appaiono estremamente sintetici, ma è la natura stessa del medium che lo richiede.

Anche il modo in cui l'occhio corre sull'immagine/testo, nell'opera ha radici percettive: si muove per balzi e in diagonale, in maniera talvolta un po' nevrotica, alla ricerca dei punti dove vi è un maggior accumulo di informazioni. Questo simula il nostro modo abituale di recepire l'informazione online, ormai lontano dalle modalità di lettura dei libri di testo. In Discontinuità narrative, blog #1 e blog#2, ciascuna opera è costituita da due tele di lino di diversa dimensione sovrastampate digitalmente, sulle quali sono riportate per sommi capi alcuni appunti, riflessioni, indicazioni e commenti, dove si incrociano gli stili narrativi e le coloriture linguistiche diverse dei vari redattori dei testi pubblicati sui blog.

Al centro della parete ad archi della stessa sala, l'opera Spiritual land/Terra spirituale, composta da due rulli a pressione estratti da una vecchia stampante rotta che tendono un lembo di tessuto stampato digitalmente e cucito da un lato ad una pagina di carta oleata avvolta su uno dei due rulli, così evocando un antico volume, per rappresentare la non soluzione di continuità tra la comunicazione analogica e i nuovi media digitali. L'insieme è affiancato da un quadro in plexiglas e led che irradia un'aura mistica al tutto. Nella seconda sala della galleria, un'installazione di tele di lino sovrastampate digitalmente, con ricami ad ago e filo e con cornici in legno circondate da fibra ottica, costituisce l'opera Remediation inside the Canvas 4, che decompone e assembla pezzi di comunicazione digitale abitualmente recepiti dai fruitori del web.

L'opera è quindi costituita assemblando diverse aree tessili sulle quali sono state impresse, tramite un attento lavoro di editing, le strutture di 4 siti web il cui comune denominatore riguarda il tempo. Infine l'utilizzo della fibra ottica che attraversa le parti limitrofe all'opera, delinea i limiti e i confini di due mondi, quello reale e quello virtuale, la cui struttura portante è il fattore luce. Inter/Azioni Mediatiche si propone come una riflessione sull'informazione veicolata dalla stampa cartacea e quella dell'edizione digitale, il cui spazio virtuale è evocato dalla scrittura stampata su carta retroilluminata. Uno spazio che si contrappone al mondo tiepidamente intimistico ricamato dai fili e aghi che individuano e congelano nel tempo le parole e i simboli del nostro linguaggio contemporaneo stampato sul tessuto di lino.

Occupa l'intera terza sala della galleria l'installazione Rimediazioni analogiche, dove un lungo rotolo di stoffa, sovrastampato con la frammentazione del codice sorgente del sito ufficiale dedicato a Marshall Mcluhan (Edmonton, 1911 - Toronto, 1980), sostenitore della tesi secondo cui il medium è il messaggio, fuoriesce da una vecchia macchina da scrivere Olivetti Valentine, che rappresenta la simulazione del carattere analogico della macchina da scrivere nella sua versione digitale "rimediata" sul web. I quadratini rosa sulla tela sono la rappresentazione dei "glitch error", che solitamente compaiono sull'interfaccia grafico del computer quando un sistema non ne riconosce un altro. Questa opera si ispira alla teoria avanzata dagli studiosi Jay David Bolter e Richard Grusin secondo cui "...il contenuto dei media digitali sono tutti gli altri media, a partire da quelli analogici...", e quindi il rotolo di stoffa indica il confluire delle tecnologie di stampa dai formati testuali alle nuove forme di ipertesto, dove si evidenzia un tipo di scrittura non lineare.

Infine, il corpus di opere Partiture Mute, è presentato nell'ultima sala della galleria e si distacca solo apparentemente dal resto del percorso. Da questo progetto hanno preso forma le prime venti opere, il cui contenuto visivo è tratto da stralci di partiture musicali appartenenti a diverse compositrici donne, non solo italiane, il cui operato non è ancora a tutt'oggi pienamente riconosciuto. Molte di loro sono state dimenticate o studiate solo in tempi recenti. I loro testi e le loro opere musicali infatti non sono popolari. Uno dei casi che si cita per semplificazione fra tutte, è quello di Augusta Holmés (1847-1903), annoverata secondo gli studi di Gérard Gefen fra una serie di compositori molto famosi come Beethoven, Wagner, Chopin, ma dimenticata per molto tempo.

La musicista si firmava sotto lo pseudonimo Hermann Zenta, una prassi comune fra le donne compositrici. E' per queste ragioni e per l'interesse verso gli studi di genere, che Donatella Lombardo ha deciso di lavorare sui contributi artistici di alcune compositrici donne che fanno parte a pieno titolo della storia della musica, affinché il loro lascito possa emergere come un omaggio al genio femminile. E' doveroso aggiungere che le musiciste nei secoli scorsi sono state moltissime e hanno popolato il panorama artistico fin dall'antichità. Pertanto, al momento per la realizzazione di queste prime venti opere, l'artista ha dovuto scegliere a malincuore soltanto alcune di loro, nate e vissute in epoche diverse.

A seguire il loro nomi: Hildegard von Bingen 1098-1179, Maddalena Casulana (c.1544-c.1590), Francesca Caccini (1587-1640), Lucrezia Orsina Vizzana (1590-1662). Barbara Strozzi (1619-1677), Isabella Leonarda (1620-1704), Elisabeth-Claude Jacquet De La Guerre (1666-1729), Anna Bon di Venezia (1740 circa - dopo il 1767), Hensel Fanny (1805-1847) Maria Giacchino Cusenza (Palermo, 1898-1979), Giuseppina Pasculli (primi '900), Anita Di Chiara (le musiche, I. Buttitta le parole), Maria Floritta dei Conti Randazzo Bazzi (primi '900).

I documenti delle partiture in copia digitale e/o originali sono stati reperiti nella Biblioteca Musicale Petrucci e presso la biblioteca del Conservatorio Statale di Musica Vincenzo Bellini di Palermo, grazie alla collaborazione del Maestro Dario lo Cicero, mentre altro materiale di studio è stato gentilmente indicato e offerto dalla Professoressa Annarosa Vannoni del Conservatorio Musicale Giovanni Battista Martini di Bologna e dalla Presidente Patricia Adkins Chiti della Fondazione Adkins Chiti. Le 20 Partiture Mute in esposizione mostrano ciascuna uno stralcio di partitura rielaborato e stampato su lino. Le composizioni sono poi agganciate ad un supporto curvato in plexiglas, mentre la partitura e' avvolta ad un cuscino semi-rigido e puntellata di spilli, che assieme ai fili e ai fuselli, creano una microstruttura architettonica dal cui intreccio emerge una mappa sonoro-cromatica dello spirito di queste artiste e richiamano il tombolo al cui ricamo erano spesso ufficialmente esclusivamente dedite molte delle donne musiche di un tempo.

Donatella Lombardo (Erice, 1980) si forma prima all'Accademia di Belle Arti di Bologna, ottenendo il titolo accademico con una tesi dal titolo Geografie dell'immagine i percorsi del filo. Frequenta la Facoltà di Lettere e Beni Culturali di Bologna, conseguendo la laurea magistrale in Storia e Conservazione delle Opere d'Arte con una tesi dal titolo La percezione visiva del colore nei dipinti e gli effetti dei nuovi media nel restauro virtuale, premiata da Soroptimist (Ravenna) come miglior tesi nell'anno 2012. Partecipa a varie mostre, fra le più recenti collaborazioni si cita quella con il Museo Riso di Palermo, il Caos, Centro Arti Opificio Siri di Terni e il MAMbo, Museo d'Arte Moderna di Bologna per il quale svolge attività di co-curatela presentando il progetto Autoritratti I. Nuove Gen(d)erazioni (2013) e sperimentando la prima collaborazione con Uliana Zanetti, ideatrice dell'intero progetto Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell'arte italiana contemporanea (2013).

Il percorso di ricerca ha come fondamento lo studio della percezione in relazione all'influenza delle nuove tecnologie comunicative e l'analisi della loro evoluzione (dalle origini della scrittura alle comunicazioni digitali). Waltter J. Ong, David Bolter, Richard Grusin e Marshal McLuhan sono alcuni degli autori che hanno maggiormente influenzato questo percorso. Ed è proprio l'ultimo studioso appena citato ad ispirare l'opera Il medium è il "messaggio", vincitrice della prima edizione del Premio Prima Pagina Art Prize, che ha avuto luogo presso Arte Fiera 2014 e a cura di Valerio Dehò. (Comunicato stampa)




Immagine della locandina della mostra di Umberto Mariani alla Fondazione Mudima Umberto Mariani
Sinfonie di pieghe: la superficie introflessa


termina il 10 dicembre 2016
Fondazione Mudima - Milano
www.mudima.net

La mostra alla Fondazione Mudima - a cura di Gérard-Georges Lemaire - presenta una selezione di circa cinquanta opere di Umberto Mariani (Milano 1936) che, coprendo un arco temporale che va dal 1966 al 2016, ripercorrono la ricerca di uno tra gli artisti più significativi della sua generazione. La formazione di Mariani nei lontani anni '50 all'Accademia di Brera a Milano è avvenuta all'interno del clima neoclassico e di forte valenza tradizionale proprio della scuola di Achille Funi, fondatore e protagonista insieme a Sironi e Carrà del gruppo artistico del Novecento. Alla metà degli anni '60 Mariani trova la propria autonomia di linguaggio realizzando una serie di opere che lui chiama "oggetti allarmanti", quadri che rappresentano strani umanoidi formati dall'assemblaggio di poltrone, cuscini, stivali, guanti, dipinti con la "sapienza del mestiere" assimilata in quella "bottega del Quattrocento" concepita e organizzata come una fucina classicheggiante dal suo maestro Funi.

Già in queste prime prove compaiono con insistenza particolari di quelle pieghe che in seguito diventeranno protagoniste assolute del suo lavoro, dal giorno in cui Mariani deciderà di indirizzare la sua attenzione in modo esclusivo verso il "panneggio", ovvero il drappo, il tessuto, l'addobbo.La piega, da dettaglio circoscritto, viene dall'artista ripetuta all'infinito acquisendo ben altro significato: diviene sudario, sipario, drappeggio, cioè un tema che è stato centrale nell'arte occidentale dagli antichi greci fino a tutto il XVIII secolo. All'inizio e fino agli anni '80 Mariani è pittore, e nelle sue opere la piega è dipinta. E' però con i primi anni '90 che l'artista scopre un materiale nuovo, il piombo, e con questo si affaccia al mondo della scultura. Con il piombo, che considera "un tessuto muto e pesante", l'artista crea misteriose "sinfonie plissettate".

Si tratta di una lamina molto sottile e malleabile che consente all'artista di plasmare e modellare le forme più varie, spesso colorate con tinte monocrome. Nascono così opere sia in bassorilievo sia in altorilievo. Invece delle "superfici estroflesse" di artisti quali Castellani e Bonalumi, Umberto Mariani crea piuttosto delle "superfici introflesse", poiché la piega, per sua costituzione, è sì un elemento che invade lo spazio, ma in profondità. Per questa ragione per Mariani il riferimento costitutivo non va allo Spazialismo e a Lucio Fontana, ma a una ricerca che affonda le sue radici in forme archetipe e in funzioni arcaiche che evocano sublimi bellezze.

Il 16 novembre in occasione dell'ottantesimo compleanno del maestro, sarà presentato il volume Racconto di 400 pagine, Edizioni Mudima, a cura di Gérard Georges Lemaire, con testi inediti dello stesso curatore e di Julien Blaine, Béatrice Courraud, Véronique Emmenegger, Giorgio Fontana, Patrick Froehlich, Jean-Claude Hauc e Esther Ségal. Ciascuno di questi testi è ispirato ad un'opera in oro di Mariani. Il volume contiene inoltre una ricca antologia critica e numerose fotografie che documentano la vita e l'opera di Umberto Mariani. (Comunicato stampa)




Soirée Ingeborg Bachmann
termina lo 09 dicembre 2016
Forum Austriaco di Cultura - Roma
www.austriacult.roma.it

Parole, immagini e suoni per ricordare il 90esimo anniversario dalla nascita di Ingeborg Bachmann, una delle maggiori autrici di lingua tedesca del XX secolo. Una mostra con gli scatti di Garibaldi Schwarze, curata dalle editrici della Bachmann, Christine Koschel e Inge von Weidenbaum, e un exkursus del musicologo e autore Cesare Mazzonis, che presenta Ingeborg Bachmann attraverso suoi testi e libretti, musicati dal compositore tedesco Hans Werner Henze. Legge Marisa Tanzini. Una serata in cui ripercorrere l'ultimo ventennio della scrittrice austriaca, che trova in Italia un habitat a lei congeniale, e nel Maestro Henze un animo affine con cui portare avanti uno scambio intellettuale in equilibrio fra opera, vita e amore.

Quando nel 1953 l'autrice austriaca Ingeborg Bachmann si trasferisce in Italia, la sua decisione viene interpretata come il romantico desiderio di andare in Italia di una poetessa trasognata e apolitica, che aveva fatto parlare di sé fin dalla partecipazione con la propria lirica a un incontro del noto "Gruppo 47". Il suo saggio, Quel che ho visto e udito a Roma, uscito nel 1955 per la rivista tedesca "Akzente", documenta il contrario, mostrando il punto di vista di una scrittrice con coscienza storica, che riflette costantemente tanto i segni utopici di una storia pacifica mai compiuta. La vita romana di Ingeborg Bachmann, una quotidianità fatta di sorrisi e stupore, viene svelata dalle immagini di grande formato di Garibaldi Schwarze: ritratti in cui la scrittrice austriaca sorride, legge, fuma, fa la spesa, compra il giornale e passeggia per Roma.

Ma la Bachmann non è l'unica a scegliere l'Italia: il compositore tedesco Hans Werner Henze si trasferisce a Ischia lo stesso anno. I due si conoscono un anno prima, proprio a un incontro del "Gruppo 47": "Tra le molte personalità illustri che si erano riunite quel giorno, vi erano quasi esclusivamente uomini (...). Ma era presente anche un essere incantevole, con grandi occhi magnifici, ciglia tremanti e mani splendide, la cui aura emanava sensibilità, la qualità in persona, una creatura di pura grazia e fascino, come se fosse nata da un usignolo" (H.W. Henze, Canti di viaggio. Una vita, il Saggiatore 2005). Da questo primo incontro nasce un'amicizia intensa e un'alleanza di affetti, un'intesa civile e politica.

Un ventennio di vicinanza e convivenza, che ha portato alle collaborazioni professionali per: Der Idiot (balletto-pantomima 1953), Die Zikaden (radiodramma, 1955), Nachtstücke und Arien (1957), Der Prinz von Homburg (opera, 1960), Der junge Lord (opera, 1965), Lieder von einer Insel (1967). Un sodalizio artistico, intellettuale e umano che è bello ricordare con le parole di Hans Werner Henze: "Un po' di fortuna di quella che non gocciola dalle grondaie intellettuali e non va a finire in fauci intellettuali, un po' di gioia delicata e di amore, forse, su una terra molto fredda sconosciuta e incontaminata, piccoli miracoli di bellezza e di purezza, non può essere che un bene per chi voglia lavorare" (luglio 1953). La corrispondenza fra Ingeborg Bachmann e Hans Werner Henze è pubblicata a cura di Hans Höller nel 2004 in lingua tedesca (Ingeborg Bachmann - Hans Werner Henze. Briefe einer Freundschaft, Piper Verlag) e nel 2008 in italiano per la traduzione di Francesco Maione (Ingeborg Bachmann - Hans Werner Henze. Lettere da un'amicizia, EDT).

Ingeborg Bachmann (1926-1973), narratrice e poetessa fra le più apprezzate del secondo novecento, è nata a Klagenfurt nel 1926, e già nel 1953 ha raggiunto una larga notorietà con la raccolta di poesie Die gestundete Zeit (Il tempo dilazionato in Poesie, Parma 1987). Ha vinto i premi più importanti per la letteratura tedesca, fra cui il Büchner. Ha vissuto a Monaco, Berlino, Zurigo, e per lunghi periodi a Roma. In italiano sono tradotte molte sue opera, fra cui: Malina (Milano 1973), Il trentesimo anno (Milano 1963), Il caso Franza (Milano 1988), Libro del deserto (Napoli 1999).

Hans Werner Henze (1926-2012), fra i compositori tedeschi contemporanei più prolifici e di successo, si trasferisce in Italia nel 1959 sviluppando un proprio linguaggio musicale caratterizzato da una sensibilità italiana per la vita. Il catalogo delle sue opere comprende tutti i generi musicali. Fonda il "Cantiere Internazionale d'Arte di Montepulciano" e la "Münchener Biennale-Internationales Festival für Neues Musiktheater". Fra le numerose onorificenze si ricordano: il "Praemium Imperiale" dell'imperatore del Giappone, la Gran Croce al merito con placca della Repubblica Federale Tedesca e la nomina a "Chevalier de la Légion d'honneur".

Garibaldi Schwarze nasce a Vienna e cresce a Roma. Esordisce nel mondo del cinema a metà degli anni Cinquanta lavorando a stretto contatto con registi italiani e stranieri come fotografo per la pubblicità. Da allora ha collabora come operatore e cameraman su numerosi set di film documentari all'estero e produce diversi foto-reportage per la stampa. Attualmente s'interessa di reportage di carattere politico-sociale.

Cesare Mazzonis è direttore artistico dell'Orchestra Sinfonica Nazionale Rai dal 2008. Nella sua lunga carriera ricopre prestigiosi incarichi nell'ambito della cultura musicale italiana. Fra le Direzioni Artistiche si ricordano: Coro e Orchestra della Rai di Roma (1977-1980), Accademia Filarmonica Romana, Teatro alla Scala di Milano (1980-1992), Maggio Musicale Fiorentino (1992-2002), Premio «Paganini» di Genova, Paganiniana (dal 2003), Orchestra «Mozart» di Claudio Abbado (nel 2006). E' Consulente Artistico al Teatro Bolshoi di Mosca, al Megaron di Atene e al Teatro San Carlo di Napoli. Parallelamente si dedica alla stesura di romanzi, editi da Einaudi e Feltrinelli, e di libretti teatrali. Firma il libretto dell'opera Cuore di Cane (da Bulgakov) per Raskatov, che viene eseguita ad Amsterdam, Londra e alla Scala.

Marisa Tanzini si diploma giovanissima al Conservatorio V. Bellini di Palermo con il massimo dei voti e un encomio speciale. Premiata all'Accademia Musicale Napoletana, vince il Premio Pianistico Nazionale a Firenze e prosegue con corsi di perfezionamento al conservatorio di Mosca. Da allora collabora con le più prestigiose istituzioni musicali, partecipa a festival internazionali, tiene recital e svolge un intensa attività concertistica, esibendosi con orchestre internazionali come la Filarmonica di Dresda, la W.D.R. di Colonia, i Virtuosi della Filarmonica di Berlino, la Gürzenich Orchester, l'Orchestra da Camera di Mosca, i Cameristi del Teatro alla Scala, i Virtuosi di Santa Cecilia. Fra le numerose incisioni si ricorda «Vista Vera» (2010), un doppio cd dei concerti di Mozart con l'Orchestra da Camera «Artemisia» diretta da Alpaslan Ertungealp. (Comunicato Forum Austriaco di Cultura Roma)




Opera di Sandro Chia - cm.112x140 2000 Sandro Chia - Senza titolo - 110X110cm 2003 Sandro Chia - Melanconia del Pittore - cm.128x140 1999-2000 Sandro Chia: Il Viandante
termina il 29 gennaio 2017
CIAC Centro Italiano Arte Contemporanea - Foligno
www.centroitalianoartecontemporanea.com

Personale dedicata all'artista toscano, tra i più noti protagonisti della Transavanguardia italiana. Curata da Italo Tomassoni, la mostra raccoglie circa 50 opere, in gran numero recenti ed inedite, molte realizzate appositamente per gli spazi del CIAC, - sono stati infatti sinora ospitati artisti informali, programmati concettuali, citazionisti "poveri", neo espressionisti - ed offrendo l'opportunità di incontrare l'esponente più ricco di invenzione figurativa della Transavanguardia.

Accanto a undici grandi tele realizzate tra il 1998 e il 2003, prestate dalla Galleria Mazzoli di Modena, con le caratteristiche grandi figure umane di Chia che emergono da sfondi coloratissimi di forme geometriche o di pennellate ricche e dense, troviamo un gruppo di dieci strepitose tele recenti, con al centro uomini e donne di grande felicità espressiva, su sfondi dove dominano gli azzurri, i verdi e i blu, e paesaggi delicati e poetici. Sono inoltre esposte una ventina di opere su carta eseguite con tecnica mista realizzate tra il 2012 e il 2014, magistrali schizzi di figure umane, dove Chia studia il movimento, inserendole in sfondi colorati di grande suggestione. Completano il percorso altri lavori recenti del Maestro, tutti di straordinaria qualità.

"L'immagine di un viandante - afferma Chia - è il mio tema preferito, una figura che incede tra cielo e terra, contornato dal paesaggio, possibilmente accompagnato da animali domestici. Il viandante è per me il tema più fecondo, più ricco di conseguenze pittoriche ed ideali". E ancora: "In fondo dipingere significa questo, significa pedinare a distanza un soggetto, braccare un'immagine, seguirne le tracce, scoprire le tracce, cancellare le tracce. Significa dimenticare se stessi nel paesaggio del quadro appena abbozzato, diventare lo specchio dell'immagine e quasi per caso, inavvertitamente, entrare nel quadro. Pochi passi dentro il quadro e il quadro diventa il teatro dell'auto seduzione, pochi passi dentro il quadro e il quadro si trasforma in autoritratto. Ancora un passo o due e si esce dal quadro lasciandovi l'immagine, l'ombra, il corpo astrale".

"Per una visione che concepisca la pittura contemporanea come un complesso di eventi che spezza la continuità della storia - afferma Tomassoni - Sandro Chia rappresenta una entità eretica, la occasione offerta alla pittura per un richiamo organico alla idea del rappresentare, che contraddice la frammentarietà e la schizofrenia sperimentale del post moderno. E organico Chia era stato fin dai suoi esordi, quando già all'inizio degli anni'70 intuì la necessità di ricollegare il proprio linguaggio figurativo alle fonti di quel Novecento che 50 anni prima aveva ricostruito un tessuto figurativo disperso dal Futurismo e dalle Avanguardie".

"Sandro Chia opera su un ventaglio di stili, sempre sostenuto da una perizia tecnica e da un'idea dell'arte che cerca dentro di sé i motivi della propria esistenza - scrive Achille Bonito Oliva, padre della Transavanguardia e profondo conoscitore dell'artista - tali motivi consistono nel piacere di una pittura finalmente sottratta alla tirannia della novità e anzi affidata alla capacità di utilizzare diverse "maniere" per arrivare all'immagine. I punti di riferimento sono innumerevoli, senza esclusione alcuna, da Chagall a Picasso, da Cèzanne a De Chirico, da Carrà futurista a Carrà metafisico e novecentista".

Sandro Chia (Firenze, 1946) dopo l'Istituto d'Arte e l'Accademia di Belle Arti viaggia in Europa e in Oriente. Nel 1970 è a Roma, dove nel 1971 ha luogo la sua prima personale presso la Galleria La Salita. Da questo momento in poi inizia una delle carriere più brillanti dell'arte italiana contemporanea con mostre, retrospettive e opere in collezione permanente in musei e gallerie di tutto il mondo. Nel 1982 è a New York, dove si fermerà per circa vent'anni. Nel 2010 è la grande retrospettiva alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma curata da Achille Bonito Oliva. Recentemente, tra il 2011 e il 2012 è stato presente alla mostra Transavanguardia al Palazzo Reale di Milano a cura di Achille Bonito Oliva, in varie personali a Bologna, Milano, Modena e in numerose collettive in tutta Italia. (Comunicato Chiara Cereda - Ufficio Stampa Lucia Crespi)




Opera di Paolo Manganelli Paolo Manganelli - opera dalla mostra Arcipelaghi Paolo Manganelli: Arcipelaghi
termina lo 07 dicembre 2016
Galleria 8,75 Artecontemporanea - Reggio Emilia
www.csart.it/875

Mostra personale dell'artista parmense Paolo Manganelli, accompagnata da un testo critico di Sandro Parmiggiani. Il titolo della mostra, Arcipelaghi, fa riferimento alla ricerca del'artista, che egli stesso definisce come un organigramma pittorico che si apre ad infinite connessioni. Forme dinamiche che non possono essere ibernate, ma colte solo per frammenti, quando lo sguardo sa vedere ciò che fugacemente si mostra e presto più non potrà essere afferrato. In esposizione, una decina di opere a tecnica mista su tela o su cartone intelaiato, oltre ad alcuni polittici, tutti realizzati dal 2014 al 2016. Dipinti in cui si alternano campiture uniformi e sfumature, ma anche effetti materici, ottenuti a partire dai fondi trattati a stucco o da carte incollate e successivamente rimosse.

«Paolo Manganelli - scrive Sandro Parmiggiani - ha disseminato, nelle opere in mostra, indizi su quelli che sono le esperienze artistiche cui ha volto lo sguardo, per nutrirsi di suggestioni affini al suo immaginario e alla sua sensibilità, rivisitando alcune stagioni della pittura italiana e internazionale del Novecento. Da un lato, ecco le forze dinamiche che si oppongono e, più spesso, dentro vortici e tangenze, arrivano a trovare un'armonica sintesi di forme e di colori, proprie dell'opera di Giacomo Balla - quasi realizzando i propositi contenuti nel Manifesto della Ricostruzione Futurista dell'Universo (1915) di Balla e Depero.

Dall'altro, ecco riemergere la memoria di alcune delle esperienze dei "padri fondatori" dell'arte del secolo scorso (tra gli altri, Kandinskij, Mondrian, Léger, Larionov, Goncarova): stagioni felici che sarebbero state rielaborate, in nuove versioni creative, verso la metà del Novecento, da alcuni artisti del Gruppo degli Otto (quali Afro Basaldella, Renato Birolli, Giulio Turcato), e da Mauro Reggiani e Luigi Veronesi, protagonisti assoluti dell'astrazione italiana. Altre piste di lettura, come il titolo di Pitecantropo e l'insistito fulgore del colore rosso, ci indicano che Manganelli è affascinato dalle fantasie sull'ominide primitivo, vissuto in un'età antichissima, tra il Pliocene e il Pleistocene (dunque, tra 5,332 milioni e 11.700 anni fa), il quale già aveva assunto una postura eretta e conosceva e dominava il fuoco». Paolo Manganelli (Parma, 1964), dopo il diploma d'Arte, sezione di Grafica, all'Istituto Paolo Toschi di Parma ed alcuni anni come grafico, dal 1997 inizia ad esporre le proprie opere prendendo parte a mostre collettive e personali. (Comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




Chiara Tagliazucchi - Ed ancora io vidi sotto il sole non dipendere dai veloci la corsa - olio su tela cm.130x170 2016 Chiara Tagliazucchi - Pathless wood. Ti cerco nell'incanto dei boschi intatti - olio su tela cm.110x16 2016 Chiara Tagliazucchi - V'è un mondo senza turbamenti accanto al mare profondo - olio su tela cm.130x170 2016 Chiara Tagliazucchi: "Ad acque tranquille"
termina il 05 dicembre 2016
Galleria VV8artecontemporanea - Reggio Emilia
www.vv8artecontemporanea.it

Chiara Tagliazucchi (Modena, 1972), dopo una laurea in Economia Aziendale all'Università di Modena e Reggio Emilia, si diploma all'Accademia di Belle Arti di Bologna (2003). In mostra, opere ad olio su tela e su tavola, di piccolo e grande formato. La pittura di Chiara Tagliazucchi ha una dimensione narrativa. I soggetti delle opere (tratti dal cinema contemporaneo, da stampe antiche o anche da fotografie di spedizioni geografiche ottocentesche) vengono associati tra loro in modo da evocare frammenti di storie. I titoli sono citazioni rubate a libri letti, versi da salmi, frasi raccolte, custodite e meditate mentre la vita scorre. Sui paesaggi regna il silenzio, siano essi mari artici tempestosi, boschi attraversati di corsa o acque tranquille.

Una luce intensa, che contrasta con i colori lividi e quasi viscerali degli elementi naturali, suggerisce la presenza di un disegno più grande. Ogni opera sembra richiamare una domanda di senso dell'esistenza. Nell'osservatore resta un senso di sospensione, di attesa, la sensazione che ci sia qualcosa di irrisolto, uno sguardo verso il mistero. Il cinema, attraverso la sceneggiatura e la fotografia influenza le visioni dell'artista, mentre la letteratura imprime sulla pittura un carattere delicato. Le opere in mostra, pur attingendo ispirazione dal cinema contemporaneo, non assumono un carattere Pop e ci restituiscono un mondo intimo, spirituale. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Nathaniel Mary Quinn: St. Marks
termina il 12 gennaio 2017
Luce Gallery - Torino
www.lucegallery.com

Mostra personale St. Marks dell'artista americano Nathaniel Mary Quinn (Chicago, 1977). In mostra una serie di nuovi ritratti, dipinti figurativi su carta, che, ad un primo sguardo, appaiono collage data la frattura delle diverse parti della composizione, meticolosamente rappresentata con un iperrealismo atto a creare questa illusione. Non si comprende bene se i ritratti vengano costruiti o scomposti. Nathaniel Mary Quinn di fatto trae ispirazione da diverse immagini e non nasconde di assemblarle in un'unica composizione, quasi a voler significare che in ognuno di noi esistono diverse sfaccettature della nostra personalità che, insieme, ne formano il carattere.

Alla fine compare un solo ritratto di ricerca pseudo-cubista, che evidenzia la potenza dell'espressione artistica. Il lavoro di Quinn è autobiografico e se nelle mostre personali che ha tenuto alla Rhona Hoffman Gallery di Chicago e a Pace Gallery di Londra, i riferimenti erano al suo passato vissuto nei ghetti di Chicago, oggi si riferisce alla realtà del quotidiano, con ritratti di persone che egli incontra a Brooklyn, dove vive e lavora. Le sue opere sono presenti nelle collezioni del Whitney Museum of Art di New York e dall' Art Institute di Chicago. (Comunicato stampa)




Locandina in versione ridotta della rassegna 50anni d'Arte in Lombardia 50anni d'Arte in Lombardia. Primo percorso
termina l'11 dicembre 2016
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)
info@ariannasartori.191.it

La mostra - a cura di Arianna Sartori - da un'idea e progetto di Adalberto Sartori, presenta 103 opere, tra dipinti e sculture, realizzate da: Addamiano Natale, Alborghetti Davide, Andreani Celso Maggio, Baratella Paolo, Bellini Maria Grazia, Belò Flavia, Benigna Marino, Bianco Remo, Bodini Floriano, Borioli Adalberto, Campanella Antonia, Capraro Sabina, Cargnoni Giacinto, Carnevali Vittorio, Cassani Nino, Cattaneo Claudio, Cazzaniga Giancarlo, Cerri Giancarlo, Cerri Giovanni, Cordani Sereno, Cortellazzi Rossano Simone, Cottini Luciano, Cotugno Teodoro, Crippa Roberto, Cropelli Fausta, De Micheli Gioxe, Desiderati Luigi, Emanuele Vittorio, Felline Cosimo, Ferri Massimo, Frangi Giovanni, Galbusera Renato, Gallizioli Giuseppe, Garuti Giordano, Ghidini Pier Luigi, Ghisleni Anna, Girondi Franco, Gozzi Rinardo, Gravina Aurelio, Guala Imer, Gualtieri Ulisse, Lipreri Mario, Lo Presti Giovanni, Luca (Luca Vernizzi), Luchini Riccardo, Macaluso Elisa, Manelli Luciana, Marchesotti Massimo, Marrani Ruggero, Masserini Patrizia, Matsuyama Shuhei, Melli Ivonne, Miano Antonio, Micozzi Maria, Mori Giorgio, Morselli Luciano, Mottinelli Giulio, Musi Roberta, Mutti Ezio, Mutti Ilario, Nastasio Alessandro, Negri Sandro, Ossola Giancarlo, Pancheri Aldo, Paolantonio Cesare, Papetti Alessandro, Pedroli Gigi, Pellicari Anna Maria, Peretto Enrico, Pescatori Carlo, Petros (Petros Papavassiliou), Piemonti Lorenzo, Pieroni Mariano, Pieroni Vittorio, Pirondini Antea, Pozzi Giancarlo, Previtali Carlo, Rampinelli Roberto, Recalcati Antonio, Reggiani Liberio, Rezzaghi Teresa, Rossato Kiara, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Roversi Marzia, Sala Giovanni, Salvestrini Edoardo, Santoro Giusi, Scimeca Filippo, Somensari Anna, Soragna Paolo, Spagna Giordano, Stradiotto Raphael, Terreni Elio, Terruso Saverio, Timoncini Luigi, Togo, Tonelli Antonio, Tronconi Pierangelo, Venditti Alberto, Vitale Francesco, Viviani Gino, Zelda (Elda Zanferli).

Il catalogo, a cura di Arianna Sartori, riproduce tutte le 103 opere e biografie degli artisti (224 pagine con testo critico di Maria Gabriella Savoia - Archivio Sartori Editore, Mantova. € 25,00). Durante la mostra è possibile visitare il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori". Nel Museo, ancora in divenire, è presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti nel cortile interno del palazzo. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti.

«Un'avventura impossibile, pensare di organizzare una "rassegna" che raccolga Cinquant'anni d'arte in Lombardia; impossibile perché gli artisti che hanno operato in mezzo secolo in questa importante regione sono migliaia. Ogni provincia ha i suoi artisti più o meno conosciuti, più o meno affermati, ma artisti seri che hanno lavorato per affermare il loro amore, la loro ricerca, la loro capacità, i loro sentimenti per l'arte. Noi pensiamo che di "impossibile" non ci sia nulla, pensiamo solo che sia indispensabile avere soprattutto il coraggio di cominciare, e poi la determinazione di proseguire sul solco che si traccia con questa rassegna, fino ad arrivare ad un risultato esaustivo, non dico completo perché la completezza è una cosa utopistica, cioè infinita.

Perciò, Casa Museo Sartori, inizia questa grande avventura, con questo "Primo percorso", un evento che raccoglie più di cento artisti, tra pittori, scultori, ceramisti e acquarellisti lombardi. Le opere esposte datano a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, ai nostri giorni, gli artisti presentati ognuno con un'opera, sono artisti in buona parte già consacrati alla Storia dell'Arte, altri famosi o conosciuti a livello provinciale, altri giovani e promettenti che si cimentano nel confronto artistico attuale in questo periodo molto difficile in cui stiamo vivendo. Il risultato di questo "Primo percorso", ci sembra ben riuscito, vasto nell'offerta, con molte opere importanti e molte inedite, con opere di sicuro valore artistico che coprono le diverse tendenze che in mezzo secolo si sono affacciate nel panorama nazionale.» (Maria Gabriella Savoia)

Visualizza versione ingrandita della locandina della rassegna

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"Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica
Presentazione mostra




Richard Johansson | Erika Nordqvist
Woods where I grew up


termina il 28 gennaio 2017
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano
www.colomboarte.com

Doppia mostra personale degli artisti svedesi Richard Johansson ed Erika Nordqvist, a cura di Michela D'Acquisto. Richard Johansson, per la prima volta in Italia, ripercorre idealmente il viaggio verso il Nord America che, durante l'Ottocento, migliaia di svedesi - provenienti, come l'artista, dalla regione rurale dello Småland - hanno intrapreso per sfuggire alla depressione economica di quegli anni. Nella volontà di preservare la memoria e i sacrifici degli antenati, Johansson attinge dalle vicende e dalla tradizione folkloristica del suo paese, impiegandole come chiavi di interpretazione della società contemporanea: l'appartenenza alla classe operaia svedese e la promessa del sogno americano, ma anche la disuguaglianza sociale e la lotta politica, sono i temi che egli affronta nei suoi lavori, caratterizzati da un'estetica naïf e da una giocosa impertinenza.

E' all'immediatezza delle sue opere che Richard Johansson affida il compito di narrare la storia fortemente contrastante e frammentaria della Svezia - che così spesso si confonde, intrecciandosi, con la sua - utilizzando il «linguaggio non parole» della natura selvaggia auspicato dal connazionale Tomas Tranströmer, premio Nobel per la letteratura nel 2011. In occasione della sua seconda mostra negli spazi di Antonio Colombo Arte Contemporanea, Erika Nordqvist continua ad appropriarsi della realtà a lei circostante attraverso il disegno. Il processo creativo che distingue i suoi lavori è sempre visibile, in ogni sua fase, sul foglio bianco: lo stato iniziale di incertezza, contraddistinto da cancellature evidenti, lascia ben presto il posto a segni sempre più sicuri, come se l'artista fosse in grado di acquistare coscienza del mondo solamente disegnandolo.

E il mondo rarefatto che la Nordqvist fa apparire dal nulla non è che un palcoscenico nel fitto della foresta - una di quelle foreste dove i nostri artisti sono cresciuti. «Nella foresta c'è una radura inaspettata che può essere trovata solo da chi si sia perduto» e i personaggi di Erika Nordqvist, perpetuamente in bilico fra l'esistere e lo svanire, sembrano certamente conoscere questo luogo. In galleria saranno presenti dipinti, lavori su carta di grande formato, e sculture in bronzo e in legno.

Richard Johansson (Småland - Svezia, 1966) ha studiato arte alla Konstskolan Forum di Malmö dopo un trascorso da carpentiere. Fra le principali mostre personali, si ricordano: 2016, "Elvis Is Dead, But Kenny Rogers...", Little Finger Gallery, Malmö; 015, "51st State", Galleri Magnus Karlsson, Stoccolma. Tra le collettive: 2015, "Polyfoni 3", Galleri Thomas Wallner, Simris. Erika Nordqvist (Svezia) ha studiato arte in Inghilterra, prima all'Arts Institute di Bournemouth e poi alla Slade School Of Art di Londra. (Comunicato stampa)




Federico Luger - Colors - olio su tela cm.50x70 2015 Federico Luger: Recent Works
termina lo 10 dicembre 2016
Galleria Opere Scelte - Torino
www.operescelte.com

Prima personale in Italia di Federico Luger. Fino all'età di 21 anni Luger ha vissuto a Caracas, Venezuela. Ha studiato pittura alla Scuola d"Arte "Armando Reverón" e con Adriana Cifuentes. Ha studiato anche social communication, graphic design, fotografia e commercio internazionale. Per anni ha vissuto in varie città europee per poi stabilirsi a Milano dove ha aperto la "Federico Luger Gallery". Negli anni la ricerca artistica di Federico Luger si è concentrata sempre più sul sistema dell'arte e la sua fruizione: in quale contesto l'opera diviene oggetto d'arte? Per Luger anche il progetto della galleria è stato un atto artistico, un processo attraverso il quale trovare risposta a numerosi interrogativi sul fenomeno dell'arte.

Interessato in particolare a determinati aspetti della vita contemporanea - sharing economy, flussi di informazione, decentramento della produzione, la coesistenza di culture diverse, il diluire dell'ego - nella sua pittura si manifesta una riflessione sulla fine del monocromo attraverso i suoi elementi formali più essenziali: il colore e la materia. Nei lavori esposti, prodotti nell'ultimo anno, emerge la sua interpretazione dell'intervento artistico quale elemento catalizzatore di cambiamento. Ironico e dissacrante, Federico Luger include però anche un aspetto poetico nelle sue immagini che realizza con medium e tecniche differenti funzionali alla contestualizzazione dell'opera. (Comunicato stampa)




Opera di Gioberto Noro Gioberto Noro: Aperture
termina il 23 dicembre 2016
Galleria Alberto Peola - Torino
www.albertopeola.com

La coppia di artisti Gioberto Noro, mossa da una pulsione cognitiva nella realizzazione dell'opera artistica, fa mostra della volontà di conoscere il reale passando attraverso il superamento intellettivo del mezzo fotografico che da semplice macchina diventa strumento d'indagine del mondo e, quindi, del Sé. In loro l'"Io diviso" si ricongiunge in un perfetto connubio - en to pan - in cui la polarità femminile e maschile (coniunctio oppositorum) è superata da un rapporto di complementarietà percepibile nelle loro immagini in cui i princìpi cosmici si congiungono per dar vita a un'equilibrata unione fra i generi.

La salda compostezza e l'androginia delle immagini è la chiara espressione del Rebis di Sergio Gioberto e Marilena Noro che affiora nel trattamento dell'immagine e nell'"individuazione" (in-dividuus, non diviso) degli elementi rappresentati facenti parte di un universo fotografico imprescindibile da quello reale. Il microcosmo fotografato risulta avere un effetto ricorsivo nei confronti del macrocosmo potendosi quindi definire una mise en abyme in cui la dimensione individuale è reiterata in quella universale. La ricerca poietica di Gioberto Noro, basata sull'esplorazione della struttura della materia e, nel caso specifico la struttura della luce, scruta lo spazio come un agrimensore dando origine alla serie delle Mappe.

Figure "umbratili" in cui la dimensione percettiva dello spazio è definita dal passaggio della luce che definisce e compone le forme del visibile studiate e analizzate nel dettaglio per ottenere il controllo dell'ombra. Le mappe per secoli sono state un elemento di studio e di conoscenza del territorio circostante di cui l'uomo ben presto si servì per definire il proprio dominio sulla natura o su altre civiltà. L'ambivalenza della cartografia come strumento di potere, oltre che identitario e di conoscenza, è in questo specifico caso artistico superata: essa diventa espressione energetica dell'erraticità del pensiero degli artisti che immersi nella natura alla ricerca del reale ne percepiscono i flussi ombrosi.

La traduzione del percepito in visivo in scala uno a uno è la summa metaforica della loro azione conoscitiva intuitiva del mondo esterno in cui le immagini diventano il dispositivo ultimo per la comprensione della compenetrazione della luce nell'ombra come serie infinita di proiezioni di profili che essa definisce. La metafora dell'"ombra illuminante" si rinnova fra le fronde del lucus di Aperture in cui gli artisti, operando nella licht, mantengono fede alle qualità percettive del loro mezzo espressivo attraverso il quale custodiscono i fugaci fenomeni luminosi (phainómena) che permeano la realtà fenomenica. Gioberto Noro agendo nell'opposizione congiunta di luminosità e oscurità della radura diventano essi stessi dei gelichteten capaci, secondo l'invito di Eraclito, di disvelare e preservare la Lichtung (Heidegger, 1927) attraverso una costruzione dell'ombra.

Le immagini della serie White rooms sono l'emblema di tutto questo processo conoscitivo e compositivo poiché è solo grazie alla padronanza del vuoto e al sapiente uso formale della luce che è possibile rendere visibile l'invisibile - Eraclito sosteneva che ciò che è nascosto e invisibile ha molta più rilevanza di quanto è apparente e visibile - e ottenere tale resa spaziale tridimensionale in contrasto con l'elemento fisico bidimensionale della fotografia. Come nel taglio di Fontana, anche qui siamo di fronte a un "concetto spaziale" in cui il superamento della superficie permette di varcare la soglia dell'immagine per entrare in uno "spazio altro" dove lo spettatore diventa parte integrante dell'opera dal momento che si instaura una relazione simmetrica e d'interazione con l'immagine.

All'esperienza estetica del vuoto, contemporaneamente, si deve aggiungere la consapevolezza che la serie White rooms è un'evidente costruzione artificiale che richiede al pubblico la "sospensione dell'incredulità" (Coleridge, 1817) affinché possa addentrarsi in quella visione particolare in cui è possibile apprezzare l'architettura della luce. La riproduzione del mondo, portatrice di un'ambiguità visiva, assume una pienezza e concretezza di cui solamente attraverso una visione percettiva della luce è possibile fruire della forma. La maquette, come una scatola scenica, riproduce lo spazio "aperto" (Rilke, 1922) del reale rivelandosi attraverso l'obiettivo della macchina fotografica posto dinanzi a catturare l'elemento luminoso restituendolo come una porzione del mondo che, per un processo gestaltico, la mente è portata a completare cogliendo nel particolare l'universale.

Gioberto Noro operano così un "ritaglio" paradossale del mondo che si afferma solo ed esclusivamente nel momento stesso in cui è rappresentato come una porzione del campo visivo. Ciò avviene anche per le Aperture e le Mappe poiché, quest'ultime inoltre facenti già parte del paradosso di Borges, sono ascrivibili al "foglio dell'enunciazione" (Peirce, 1904) e come tali rappresentazioni formali e circoscritte del reale che può essere compreso solo se racchiuse nella cornice cognitiva. La fotografia è vissuta da Gioberto Noro come una catarsi aristotelica poiché pur ritagliando un frammento di realtà con determinati limiti ha la capacità deflagrativa di rivelare una realtà molto più ampia, come una visione in fieri capace di trascendere spiritualmente il campo compreso dall'obiettivo.

Facendo un excursus fra le opere appare chiaro come il significato intrinseco sia da rintracciarsi fra gli elementi di pieno e vuoto, ombra e luce, caos e ordine, due fasi della stessa logica della materia (Calvino, 1980). Attraverso questo dualismo è possibile risalire al rapporto dialettico e ancestrale fra silva e domus da cui perviene una stratificazione semantica dell'immagine. Ogni opera, infatti, contiene una pluralità di "forme simboliche" (Cassirer, 1923) e molteplici possibili rinvii a partire da uno stesso soggetto che secondo una diversa visione del mondo (Weltanschauung) è passibile di un arbitrario significato espressivo poiché legato alla sensibilità empatica di ciascuno di noi.

Ogni forma di conoscenza e` un'inferenza, nessun oggetto, nemmeno il nostro corpo o il nostro stesso Io, viene da noi raggiunto in modo non mediato e diretto: la realtà viene sempre mediata da uno strato di segni, inferenze, rappresentazioni. Il che vale anche per quanto riguarda la percezione: ogni cosa è frutto di interpretazioni precedenti ma attraverso l'embrayage è possibile disporsi percettivamente ai tempi e agli spazi della visione narrativa delle immagini di Gioberto Noro perché disseminate di luce sensibile che si contamina di metaforico appena accede al linguaggio testuale. (Comunicato stampa)




La regola e l'emozione 1962-1973 - mostra di Lia Drei e Francesco Guerrieri Lia Drei / Francesco Guerrieri
La regola e l'emozione 1962-1973


termina il 15 gennaio 2017
MACRO - Museo d'Arte Contemporanea Roma
www.museomacro.org

L'esposizione - a cura di Federica Pirani e Gabriele Simongini - rende omaggio a Lia Drei (Roma 1922-2005) e a Francesco Guerrieri (Borgia 1931-Soverato 2015), compagni nella vita e nell'arte, che lungo gli anni sessanta furono protagonisti delle ricerche gestaltiche, programmate e strutturaliste, particolarmente a Roma. Drei e Guerrieri, insieme a Di Luciano e Pizzo, fondarono infatti il Gruppo 63 (1962-63) e poi, in coppia, il Binomio Sperimentale p. (1963-68). In quegli stessi anni entrambi parteciparono ai fondamentali Convegni internazionali di Verucchio e alle varie mostre-dibattito itineranti del movimento strutturalista.

Verranno esposte 27 opere, alcune delle quali inedite, che documenteranno i modi peculiari della loro ricerca negli anni sessanta per approdare agli inizi dei settanta. Le opere provengono dall'Archivio Drei/Guerrieri, dalla collezione del MACRO e da un'importante collezione privata romana. Il percorso espositivo sarà arricchito da taccuini inediti dei due artisti e da una nutrita serie di documenti dell'epoca, fra cui cataloghi, inviti e locandine. Inoltre verrà proiettato il film di Pierfrancesco Bargellini intitolato Un modo di farsi l'Arte insieme all'artista (1970).

Sia Lia Drei che Francesco Guerrieri, pur nelle reciproche differenze, si sono distinti nell'ambito delle ricerche gestaltiche internazionali per la capacità di rendere visibile un'intuizione lirica distillata nella purezza geometrica e rigorosa della forma. Hanno saputo elaborare una tecnica poetica per penetrare in profondità e dare immagine alle correnti dinamiche e all'armonia strutturale dei fenomeni vitali. Del resto l'importanza fondamentale dell'intuizione nel loro processo creativo era stata da loro stessi sottolineata nella Dichiarazione di poetica di Verucchio del settembre 1963: "La ricerca deve avere un suo campo d'indagine, altrimenti non avrebbe ragione d'essere. Nel nostro caso non può che essere Estetica.

Quindi per quanti metodi rigorosamente logici e scientifici si vogliano adottare, essa non sarà mai rigidamente logica, ma sempre e necessariamente Metalogica. Ciò non fa scadere il valore della ricerca secondo una valutazione scientifica: molte verità delle scienze e della stessa matematica sono puramente intuitive, perché in molti casi l'intuizione è il solo mezzo di conoscenza dato all'uomo". Il catalogo della mostra (Manfredi Edizioni), oltre alle riproduzioni delle opere esposte, agli apparati biobibliografici (a cura di Chiara Ceccucci e Cinzia Folcarelli) e ai documenti, conterrà un saggio di Gabriele Simongini, una testimonianza di Luigi Paolo Finizio e un'intervista del 2013 a Francesco Guerrieri sullo Sperimentale p. (Comunicato stampa Cinzia Folcarelli)




Donald Christos (Woluwe-St-Lambert, Bruxelles - Belgio) - Paesaggio - tecnica mista 2016 Paolo Caccia Dominioni. Un artista sul fronte di guerra
I giovani artisti d'Europa cent'anni dopo


Biblioteca Statale S. Crise di Trieste, 04 novembre - 30 novembre 2016
Biblioteca Statale Isontina di Gorizia, 05 dicembre 2016 - 05 gennaio 2017

Mostra di opere di giovani artisti belgi e francesi, che rappresenta la tappa conclusiva del ciclo espositivo ideato e curato dall'arch. Marianna Accerboni e dedicato al grande architetto-artista-scrittore internazionale (Nerviano, Milano, 1896 - Roma, 1992), attivo negli ultimi trent'anni di vita nella regione Friuli - Venezia Giulia.

Presentazione mostra




Alfredo Pini - 2026 - Ci vuole occhio - olio su tela cm.40x40 Alfredo Pini: "Quasi per caso"
termina il 12 dicembre 2016
Foyer Aula Magna R.L. Montalcini - Mirandola (Modena)
www.alfredopini.com

Circa 30 dipinti eseguiti tra il 2014 e il 2016, in cui l'artista, da sempre impegnato nell'arte della pittura, è artefice di opere figurative dal tratto lieve e suadente con tocchi rapidi che si assestano su un perfetto processo di costruzione analitica cogliendo il momento estemporaneo di vita quotidiana nel cuore delle città. L'artista attingendo da echi futuristi cattura la visione d'insieme e immette quell'energia che vibra di luce e di azioni umane, secondo la formulazione di un codice pittorico suggestivo espresso attraverso mezzi di locomozione che si muovono rapidamente.

E' un'interpretazione visionaria di un mondo in continua trasformazione di una società che viaggia velocemente, una dolorosa analisi di uno scenario esasperante con la presenza beffarda avvolta dalle sagome di tanti palazzi vuoti che assumono l'effetto di palchi deserti a teatro. Un lavoro puntuale che mette a frutto l'esperienza dell'artista maturata in anni di studio e di impegno, partendo da opere di matrice impressionista fino ad arrivare alla rappresentazione di un metodo compositivo e critico sul potenziale dell'arte figurativa. Attraverso le sue opere dà vita a un mondo di visioni suggestive che prendono spunto dalla nostra realtà, l'atmosfera è apparentemente silenziosa, la luce nitida si posa sulle forme, è un momento lirico che sottolinea la contemplazione gioiosa della città martoriata e maltrattata dai suoni e dai rumori.

L'iconografia descritta da Alfredo Pini descrive una visione riconducibile al vero interpretata come metafora della vita dove al posto della velocità c'è la voglia per la contemplazione e la meditazione. Anche quando rappresenta i musicisti, che l'artista nota, fotografa e isola in un vuoto carico di mistero, c'è il riferimento all'abbandono e alla riflessione. Alfredo Pini riesce a dipingere soprattutto emozioni, immediate, autentiche, stravolgendo i lineamenti formali ritratti. In realtà la sicurezza del gesto e la colta preparazione tecnica fanno da sfondo a un'espressione mirabile che unisce equilibrio e ritmo compositivo. (Antonio Castellana)




Locandina della mostra Donazioni - I Percorsi della creatività dal Novecento al nuovo Millennio Donazioni
I Percorsi della creatività dal Novecento al nuovo Millennio


termina lo 08 dicembre 2016
Spazio Officina - Chiasso (Svizzera)
www.maxmuseo.ch

Mostra che traccia dei Percorsi dall'inizio del Novecento fino a oggi attraverso una selezione di grafiche, dipinti, opere materiche, collage e libri d'artista donati da artisti e filantropi a partire dal 2010 e confluiti nella collezione d'arte del museo, grazie anche alla sinergia con l'associazione amici del m.a.x. museo. Si delinea così un panorama ricco di stimoli sulla contemporaneità e la sua continua ricerca creativa attraverso le opere di un centinaio di artisti, dalla pittura surreale alla metafisica, dall'arte concreta all'informale, dalla pittura analitica all'espressione concettuale, dal minimalismo alla transavanguardia, dalla video arte alla "cultura beta-amiloide". (Comunicato stampa Amanda Prada - Responsabile comunicazione, pubbliche relazioni, coordinamento Svizzera e Insubria)

Opere di: Gillo Dorfles, Dario Fo, Sandro Martini, Matteo Martini, Bruno Querci, Carlo Ciussi, Mario Nigro, Valentino Vago, Walter Valentini, Nunzio Quarto, Gianfilippo Usellini, Attilio Alfieri, Alberto Croce, Salvatore Scarpitta, Angelo Savelli, Mark Tobey, Carlo Berté, Giuliano Barbanti, Floriano Bodini, Piero Dorazio, Salvatore Cuschera, Umberto Faini, Anna C. Filippi, Eliseo Mattiacci, Carlo Invernizzi, William Xerra, Gino Macconi, Simonetta Ferrante, Nilla Six, Aymone Poletti, Riccardo Di Mauro, Italo Valenti, Sergio Morello, Heinz Waibl, Hans Richter, Serge Brignoni, Orio Galli, Rodolfo Aricò, Elena Mezzadra, Tonino Milite, Giuseppe Calonaci, Miro Cusumano, Fausta Squatriti, Silvano Bozzolini, Beppe Bonetti, Domenico Cantatore, Bruno Cassinari, Ossip Zadkin, Giuseppe Guerreschi, Piero Leddi, Gianni Dova, Renzo Vespignani, Franco Rognoni, Giovanna Fra, Lucio Saffaro, Nadia Ancona, Angela Occhipinti, Armodio, Fabrizio Clerici, Pietro Coletta, Nicola Carrino, Luigi Mainolfi, Hidetoshi Nagasawa, Antonio Paradiso, Giuseppe Spagnulo, Mauro Staccioli, Antonio Trotta, Robert Helman, Christine Gendre-Bergère, Giuseppe Giannini, Teresa Leiser Giupponi, Giovanni Korompay, Giuseppe Martinelli, Marcello Morandini, Alberto Moretti, Daniele Morini, Pino Pascali, Carla Prina, Luigi Regianini, Gina Roma, Renzo Schirolli, Giulio Turcato, Giovanni Conservo, Mathias Gentinetta, Rosina Kuhn, Adriano Moneghetti, Massimo Petringa, Giampaolo Russo, Carmelo Violi, Sieglinde Wittwer, Gianfranco Ferroni, Ferruccio Bortoluzzi, Giuseppe Zigaina.




La famiglia Papafava dei Carraresi dona una eccezionale raccolta di disegni di architettura al Palladio Museum
www.studioesseci.net

Una eccezionale raccolta di disegni e stampe di architettura è stata donata dalla famiglia Papafava dei Carraresi al Centro Internazionale di Studi di Architettura di Vicenza perché siano conservati al Palladio Museum. Si tratta di 50 disegni di grande formato ed un volume di stampe opera di celebri architetti del Settecento, da Giacomo Quarenghi a John Michael Gandy, raccolti da Alessandro Papafava trasferitosi a Roma per studiare architettura presso l'Accademia di San Luca tra il 1803 e il 1807, su consiglio di Antonio Canova.

La famiglia detta dei Papafava è l'unico ramo superstite dell'antica linea dei da Carrara, che divennero Signori di Padova dal 1318 al 1405. Inizialmente era un soprannome riferito a un Giacomo (che fu chiamato come podestà a Vicenza nel 1269) e poi adottato come cognome dopo la fine della Signoria. Le vicende della famiglia Papafava sono costantemente documentate e intrecciate agli eventi della storia di Padova fino ad oggi. Nel recente passato, merita di essere ricordato lo storico Novello Papafava (1899-1973), qui sopra nominato, noto anche per essere stato presidente della Rai nei primi anni Sessanta.

La collezione donata al CISA Andrea Palladio fu formata da Alessandro Papafava, giovane ed entusiasta studioso d'arte, che oltre all' Accademia frequentava gli atéliers degli artisti, il laboratorio del Canova e quello della pittrice Angelika Kauffmann, e anche quelli degli architetti Giuseppe Camporesi, Vincenzo Balestra, Mario Asprucci, acquistando da loro le stampe e i bellissimi disegni acquerellati, insieme a quelli dell'inglese John Michael Gandy, l'autore delle immaginifiche vedute dei progetti di Sir John Soane e di Giacomo Quarenghi (di cui nel 2017 ricorre il bicentenario della morte).

Tornato a Padova, Alessandro Papafava utilizzò quanto imparato a Roma quando progettò e arredò l'appartamento in stile neoclassico, in tutti i dettagli, nel palazzo Papafava di Padova e anche nel rinnovare nello stesso stile l'austera villa di famiglia di Frassanelle nei Colli Euganei. In questo modo, mettendosi in contatto con l'ambiente artistico veneto, fra cui certamente Giuseppe Jappelli, condividendo i suoi studi, i "suoi disegni " e la sua esperienza, Alessandro contribuì concretamente all'affermazione e alla diffusione dello stile Neoclassico nel Veneto. Continuò negli anni successivi a coltivare gli stessi interessi, ricoprendo numerosi incarichi civici ed essendo nominato Membro dell'Accademia di Belle Arti di Venezia e Deputato della Congregazione Provinciale di Padova.

La raccolta, conservata integra dalla famiglia Papafava per oltre due secoli, è costituita da materiali di altissima qualità grafico-pittorica, e riveste un valore storico enorme: essa ci restituisce infatti un rara istantanea del mondo di interessi di un giovane studente di architettura fra Sette e Ottocento, che si immerge nella cultura architettonica negli anni in cui i modelli del Neoclassicismo romano arrivano nel Veneto, rivoluzionandone il gusto.

Desiderio della famiglia Papafava è che la raccolta costituita dal loro antenato sia mantenuta integra, e i suoi materiali studiati, catalogati e resi disponibili ai ricercatori. Il luogo della loro conservazione e valorizzazione è stato individuato nel Palladio Museum creato dal CISA Andrea Palladio, l'istituto internazionale con storiche radici nella cultura veneta, espressamente dedicato allo studio dell'architettura. La donazione è stata fatta in memoria del conte Novello Papafava dei Carraresi e di sua moglie Bianca Emo Capodilista per volontà dei loro figli Benedetta, Alberto, Fina, Marsilio, Alessandro, Donata, nonché degli eredi dei non più viventi Lieta e Francesco.

Alla collezione e al mondo di Alessandro Papafava sarà dedicata una grande mostra già in calendario al Palladio Museum per l'autunno 2017. La cura della mostra è stata affidata al celebre studioso irlandese Alistair Rowan, già presidente del Society of Architectural Historians of Great Britain, profondo conoscitore della raccolta, e a Susanna Pasquali, docente alla Sapienza di Roma e componente il consiglio scientifico del CISA Andrea Palladio, curatrice, fra l'altro, del volume dedicato al Settecento nella Storia dell'architettura nel Veneto (Marsilio 2012). (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Mario Schifano Mario Schifano: ottantanovanta
termina il 31 gennaio 2017

Nunzio
termina il 31 dicembre 2016

Galleria Alessandro Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

La Galleria Alessandro Bagnai inaugura i nuovi locali di Foiano della Chiana con la mostra Mario Schifano. ottantanovanta, un'occasione per portare all'attenzione del pubblico una selezione di opere degli anni '80 e '90, tutte di grande formato, con l'obiettivo di far luce sulla produzione degli ultimi decenni dell'artista, un periodo molto significativo ma ancora poco conosciuto. La mostra sarà accompagnata da un catalogo con testi di Giorgio Verzotti. La Galleria si arricchisce inoltre di un'ulteriore spazio espositivo. Un'unica stanza, la cui destinazione sarà quella di ospitare un lavoro site-specific o la riproposizione di un'opera storica. Per questa prima apertura verrà presentata un'installazione di Nunzio. In collaborazione con la Galleria Antonella Villanova, saranno esposti una serie di gioielli inediti di Monica Cecchi, realizzati fra il 2015 e il 2016, omaggio al lavoro di Mario Schifano. (Comunicato stampa)

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Galleria Alessandro Bagnai inaugurates its new space in Foiano della Chiana with the exhibition Mario Schifano: ottantanovanta, an opportunity to bring to the public's attention a selection of works from the 1980s and '90s, with the aim of shedding light on a highly significant but still little-known period of Mario Schifano's artistic career. The exhibition will be accompanied by a catalogue with texts edited by Giorgio Verzotti. The Gallery is also being enhanced by the addition of another exhibition space, a single room intended to host a site-specific work or a re-staging of an historic work. For this first opening an installation of Nunzio will be presented. In collaboration with Galleria Antonella Villanova, a group of unpublished jewelry pieces by Monica Cecchi will be exhibited, realized from 2015 to 2016, a tribute to the work of Mario Schifano. (Press release)




Frontiera dell'esistenza, dell'altrove nell'arte
termina il 31 dicembre 2016
Centro di Promozione Culturale Le Muse - Andria

Mostra, a cura di Enrica e Giovanni Carluccio-Attimonelli, sulla contemporaneità e sui cambiamenti nel campo della comunicazione, dei linguaggi e dell'espressione creativa, e allo stesso tempo una riflessione filosofica alla ricerca di un altrove, fulcro dell'anima e dell'esistenza dell'uomo. L'accelerazione linguistica di questi ultimi anni sembra abbia consumato la maggior parte delle parole e delle espressioni creative "dove tutto sembra accadere e scomparire come su una superficie mediatica, come scrive Stefano Crespi nel saggio del catalogo che accompagna la mostra (ed.Bandecchi & Vivaldi - Pontedera). Tuttavia permangono testimonianze artistiche significative (piene di significato) che riscoprono il limes dell'esistenza, riaffermando il valore del linguaggio del corpo e del gesto in contrapposizione a quello virtuale.

In mostra le opere di 12 artisti italiani, i pittori Agostino Arrivabene, Silvio Consadori, Francesco De Rocchi, Gianfranco Ferroni, Giovanni Gasparro, Bernardino Luino, Cesare Monti, Fulvio Rinaldi, Ruggero Savinio, Giovanni Testori, lo scultore Ugo Riva e l'architetto Mario Botta, che testimoniano la necessità di reperire nella realtà punti di riferimento che affermino l'esistenza, l'unicità, la sostanzialità dell'essere attraverso gesti, figure, volti, mani e sguardi. La figura diventa, a causa della graduale scomparsa nel Novecento della centralità dell'uomo nella realtà, una condizione perduta Diverse le poetiche e le semantiche trattate: dalla tematica sul sacro umanizzato di Consadori alle annunciazioni di De Rocchi, Gasparro, Monti, Rinaldi, Riva, Savinio, dal "troppo pieno" di figura e ombra delle opere di Savinio ai pieni e vuoti dell'architettura di Botta, dal "silenzio della luce" e dalla solitudine delle espressioni di Testori agli autoritratti di Ferroni, dalle esplorazioni del mito di Arrivabene alla transitorietà dell'esistenza dei lavori di Rinaldi, passando per le "presenze senza presenza" di Luino.

L'idea che ha ispirato, guidato e sorretto l'attività e l'affascinante viaggio nella figurazione contemporanea del Centro di Promozione Culturale Le Muse, sin dalla sua fondazione ad Andria nel 1974, affonda le sue radici nella convinzione e nell'esigenza di porre l'accento su un tipo di arte che coniughi poesia e verità, bellezza ed esperienza, cultura edimmaginazione. Una scelta rigorosa diventata nel tempo cifra stilistica connotativa del Centro, che lo ha orientato verso varie correnti(astrattismo, metafisica, surrealismo, fantastico, simbolismo) e artisti che con le loro opere hanno impresso una traccia profonda della loropresenza nel mondo dell'arte (Agostino Arrivabene, Armodio, Fabrizio Clerici, Antonio Corpora, Gustavo Foppiani, Osvaldo Licini, Bernardino Luino, Emanuele Luzzati, Fausto Pirandello, Pio Semeghini, Riccardo Tommasi-Ferroni, etc.). (Estratto da comunicato Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Davide Bramante - San Pietroburgo - cm.150x230 Davide Bramante: Everywhere is me
termina lo 06 dicembre 2016
Galleria Carta Bianca Fine Arts - Catania
www.galleriacartabianca.it

Davide Bramante (Siracusa, 1970), dopo il diploma, si trasferisce presso l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. La città è ricca, sprizzante d'arte ad ogni angolo di strada, i suoi artisti sono tra i più amati d'Italia. Vi sono i poveristi come la famiglia Merz, Zorio, Paolini, Anselmo, Pistoletto, Boetti, Penone e poi Gastini, Mainolfi, Salvo, e De Maria...tutti questi abitano o si incontrano tra piazza Vittorio Veneto e via Po, proprio dove vive Davide che spesso entra in contatto con questi artisti come assistente di studio e ogni tanto, per gli allestimenti, lavora presso la galleria Giorgio Persano. Proprio sopra la galleria prende in affitto una soffitta che per molti anni sarà casa e studio allo stesso tempo.

Laureatosi nel 1995 con il massimo dei voti, Davide inizia sempre più a viaggiare tra l'Italia e gli Stati Uniti, dove nel 1998 e nel 1999 vince due borse di studio alla prestigiosa Franklin Fournace Foundation (ancora ad oggi dal 1969, anno di fondazione, è l'unico artista italiano tra i centinaia selezionati ed invitati) e una mostra collettiva al MOMA di NY. Nel 2000 dopo un breve soggiorno a Londra decide di rientrare in Italia per trasferirsi a vivere definitivamente a Siracusa nella sua casa di campagna. Oggi Davide Bramante è riconosciuto a livello internazionale per aver esposto e lavorato, oltre che in Europa e negli Stati uniti anche in Cina e in Corea del Sud e per le sue photos di grosso formato che ritraggono le città metropolitane del mondo, realizzate con la sua originalissima tecnica fotografica di esposizioni multiple comprendenti da 4 a 9 scatti fatti in fase di riprese non digitali.

La sovrapposizione, come scrive di lui Marco Meneguzzo (Davide Bramante. Last New York, catalogo della mostra nella Galleria Poggiali e Forconi di Firenze), è la sua cifra stilistica. Ma una volta tanto, trovandoci di fronte ad un artista che ha piena coscienza del suo lavoro, lasciamo i critici e riportiamo i suoi pensieri tratti da un'intervista di Arianna Baldoni: "L'architettura è il punto di partenza per ogni mia opera. Architettura reale, mentale, artistica si fondono e creano nel mio lavoro nuove geometrie e prospettive che poi potrebbero pure esser figlie di quella branchia dell'arte che si chiama scenografia che ho tanto amato e studiato... Le mie photos sono lo specchio della società contemporanea, la rappresentazione per immagini del modo di pensare, l'agire, il sognare e il desiderare, tutto messo assieme.

Oggi la società civile e contemporanea mischia tutto in un unico divenire, la multimedialità così come la multisensorialità nasce dall'uomo e non dalle macchine, ecco noi siamo esseri multisensoriali non perché scindiamo ma perché riusciamo a sovrapporre senza molte difficoltà... Le mie immagini sono principalmente il frutto di ciò che amo e conosco di più, quindi il viaggio, la storia dell'arte, l'architettura e la fotografia si coniugano creando un unicum, aggiungerei la scelta delle tecniche e dei materiali per la realizzazione e la presentazione del prodotto finale... La differenza tra un fotografo e un artista è che Il fotografo appunto, registra la realtà, l'artista ne crea una nuova, una artistica, una di certo molto particolare ma anche con un'anima più interessante ed avvincente!". (Comunicato stampa)




Opera di Alessandra Baldoni Alessandra Baldoni: A debita distanza
termina il 23 dicembre 2016
Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea - Milano
www.sabrinaraffaghello.com

Il riferimento è in primis a un modo di porsi dell'artista e quindi di chi guarda, è una sorta di auspicio. Sono lavori, realizzati nell'ultimo anno, dedicati alla prosa di Franz Kafka, ad alcuni racconti, lunghi, brevi e a un romanzo. La prima facile, quanto errata lettura, potrebbe essere quella di trovare nelle immagini un'illustrazione dei testi dello scrittore praghese: Un digiunatore, La metamorfosi, La tana, Alberi, Davanti alla Legge, Il cavaliere del secchio, Il messaggio dell'imperatore, Nella colonia penale, Il processo. L'immagine, invece, nasce per un bisogno intimo, prepotente dell'artista di riuscire a rendere quanto ha metabolizzato, ha fatto proprio di una serie di scritti di uno dei più complessi scrittori del XX secolo. Baldoni non segue pedissequamente una traccia scritta. Non le interessa. «Cerco sempre di appendermi alle parole come un'acrobata e portarmi via delle visioni, dei sentimenti. Chiuso, infetto, solitudine, abbandono, musica, tempo fermo, tempo rotto, mela, rovina. Queste sono alcune delle parole sopra a cui ho poggiato le immagini».

Attraverso il racconto, Kafka riesce a darci degli spaccati esistenziali, impensabili da restituire semplicemente con delle immagini. Bisogna tenersi, appunto, a debita distanza, farli propri e quindi sviluppare, come ha fatto Baldoni, delle immagini che evochino, che diano vita ad atmosfere, a spaccati. Il racconto dal quale è partita è Un digiunatore (1). Un uomo digiuna per mestiere, per emozionare un pubblico, alla ricerca di sensazioni forti. E' un circense, un cosiddetto fenomeno da baraccone, vive in una gabbia. Un impresario si arricchisce alle sue spalle. Ma la gente, si sa, si stanca presto e piano piano il pubblico passa davanti al suo abitacolo senza accorgersi di lui.

La reazione dell'uomo è quella di spegnersi giorno dopo giorno, come una candela per poi scomparire. Ci si chiede: cosa lo ha spinto a diventare un digiunatore? Il fatto che nessun cibo gli piacesse. La risposta è surreale, incredibile. Vi è un'ironia di fondo che troviamo in molti frangenti kafkiani. Quando il digiunatore muore, la gabbia resta vuota e al suo posto arriva una pantera, che, invece, mangia di grande appetito. In più di un punto dello scritto torna la parola malinconia. E' la malinconia del quotidiano, dell'inesorabile ossessione dell'esistenza che segna la vita di alcuni di noi. Il racconto è particolarmente attuale, in fondo parla di audience, di successo e di abbandono. Mi torna in mente un personaggio tragico di Charlie Chaplin, il clown Calvero di Luci della ribalta, prima acclamato e poi dimenticato dal pubblico capriccioso.

L'impresario è presente solo nelle prime due foto. Nell'ultima rimangono dei residui di porte, finestre e un orologio. Sono messinscena garbate, pochi gli elementi, ma essenziali, immediatamente riconoscibili. Quando viene pubblicato La metamorfosi, il suo racconto più noto, nel 1915, dall'editore Kurt Wolff a Leipzig, lo scrittore preferisce che non venga illustrato in copertina il grande insetto come del resto all'interno del volume. Così Salvatore Quasimodo. Nei suoi set i racconti sono messi in scena in una chiave del tutto personale, simbolica. «Sono solita dire che scrivo piccole sceneggiature per uno scatto, la scrittura è il diario di carta da cui si animano le visioni. Sono sostanzialmente una narratrice, amo le storie, le cerco, le rubo, le mescolo le scompongo. La scrittura è l'ossatura che sostiene le immagini» (2).

I personaggi sono vestiti in maniera particolare con abiti d'epoca, ma la sua non è una ricostruzione filologica. Qualcosa deve essere lasciato all'immaginazione di chi guarda, non tutto va svelato. Lo spettatore ha un ruolo attivo. Alcuni lavori sono costituiti da una serie di immagini, altri da una sola. Così per il racconto lungo La tana. Un animale, un uomo, non è dato saperlo, vive in una tana che si è costruito. Ma percepisce rumori molesti, che non riesce a distinguere. Si avverte la presenza di una bestia, che scappa.

E' una metafora anche qui dell'umana condizione, di certi esseri che vivono lontani, protetti dal mondo all'interno della loro tana, timorosi di avvertire altre presenze. Un braccio fuoriesce da una sorta di costruzione bianca. E' un lavoro che presenta pochi trucchi. E' tutto molto semplice, senza esasperazioni di sorta. Tra i lavori più intensi, quello dedicato al brevissimo racconto Alberi del 1903-1904, quasi in forma di poesia, che accenna all'apparenza, come i tronchi nella neve stanno gli esseri umani. Parrebbe che un solo alito di vento possa spazzarli via. Invece non è possibile, perché essi sono saldamente attaccati al terreno. Ma è certo? Perché anche questa è, forse, soltanto apparenza.

Un giovane è all'angolo di una stanza segnata dal corso del tempo. Non alza gli occhi allo spettatore, ai suoi piedi sono due fustelli di legna, leggeri e facilmente rimovibili. Davanti alla legge del 1914, è un racconto parabola, che verrà poi inserito ne Il processo, qualche anno più tardi. E' il tentativo da parte di un uomo di campagna di arrivare alla legge. Per farlo deve varcare un portone, davanti al quale è un guardiano che lo spaventa spiegandogli che, varcata la soglia, è ancora più difficile arrivarvi. L'uomo decide di attendere, ma il tempo passa. Un attimo prima di morire il guardiano gli rivela che: «Qui non poteva entrare nessun altro, poiché questa porta era destinata a te, e a te soltanto. E adesso me ne vado e la chiudo». E' la storia di ciascuno di noi. Non siamo che dei "soli", parafrasando il titolo di una bella canzone di Giorgio Gaber.

Il cavaliere del secchio è costituito da una serie di quattro fotografie. La prima e l'ultima sono dei paesaggi desolati, malinconici. Un uomo povero chiede un secchio di carbone al carbonaio per riscaldarsi. Quando la moglie del commerciante si accorge che l'uomo non ha soldi per pagare, gli nega il carbone. L'uomo se ne va a cavallo del suo secchio vuoto, probabilmente verso la morte. Sono immagini malinconiche sui toni freddi del grigio, del blu, del celeste. Anche qui il protagonista è l'uomo nella sua condizione di animale solo. Per certi versi vicino a quest'ultimo è la serie di immagini su Il messaggio dell'imperatore, un racconto del 1917. L'imperatore sta morendo, una folla assiste alla sua morte, ma ugualmente affida a un messaggero un messaggio da consegnare a un "miserabile suddito". Messaggio che non arriverà mai a destinazione, perché il messaggero si perde nei meandri del maestoso palazzo imperiale.

Mi pare di potere riscontrare dei riferimenti con il tramonto dell'impero asburgico. Francesco Giuseppe è morto nel 1916, confinato nel semplice letto di ferro della sua stanza del palazzo in stile pompier, costruito per celebrare un fasto ormai agli sgoccioli. Nelle immagini di Baldoni è come un blow up, un avvicinamento al dettaglio: un paesaggio con un albero e una figura lontana, quindi il volto dell'imperatore, un giovane, per poi focalizzarsi su un guanto di ferro, circondato da fiori e da un rotolo di carta, che presumibilmente contiene un messaggio.

Una serie di immagini sono dedicate anche al romanzo Il Processo, uscito incompiuto nel 1925, dopo la morte dello scrittore, che desiderava venisse bruciato. Vi sono qui due atteggiamenti, uno di passiva accettazione del non funzionamento, privo di qualsiasi logica, l'altro di razionalità e lucidità da parte di Josef K., accusato, arrestato e processato per motivi misteriosi. Immagini straordinarie di quest'opera sono quelle realizzate da Orson Welles(3) nel suo film dedicato all'opera di Kafka. Sono immagini di angoscia, di chiusura, proprio come quelle di Baldoni.

Baldoni riesce a sottolineare la surrealtà, l'assurdità della situazione. Il protagonista delle immagini è coperto da una maschera di carta, che gli impedisce di guardarsi attorno per essere finalmente collocato in una grande stanza con le mani e i piedi legati, sempre privo di uno sguardo. E' impossibile fare chiarezza, riuscire a districarsi. Tutto è troppo volutamente complesso. Dare un senso alla nostra esistenza è spesso fallimentare, ingoiati quotidianamente in un meccanismo dal quale è difficile, forse, impossibile uscire.

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(1) Uno dei pochissimi che Kafka non chiede di distruggere dopo la sua morte all'amico Max Brod.
(2) A.Baldoni in M.Cresci, Mitdenken Un pensiero per Alessandra Baldoni, 2009 Bergamo.
(3) Il processo, 1962, regia di Orson Welles.





Opera di Sebastiao Salgado Sebastião Salgado: Genesi
termina il 29 gennaio 2017
Chiesa di San Giacomo in San Domenico - Forlì

Genesi è l'ultimo grande lavoro di Sebastião Salgado, il più importante fotografo documentarista del nostro tempo. Un progetto iniziato nel 2003 e durato 10 anni, un inno d'amore per la terra e un monito per gli uomini, nato da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del Pianeta. Un viaggio alle origini del mondo per preservarne il futuro, che lo stesso Salgado descrive in questo modo: "Personalmente vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell'uomo in natura. L'ho chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero ritornare alle origini del pianeta: all'aria, all'acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all'addomesticamento e sono ancora 'selvagge'; alle remote tribù dagli stili di vita 'primitivi' e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazione umane. Questo viaggio costituisce un tentativo di antropologia planetaria. Inoltre, ha anche lo scopo di agire da monito affinché si cerchi di preservare e se possibile ampliare questo mondo incontaminato, per far sì che sviluppo non sia sinonimo di distruzione Finora avevo fotografato un solo animale, l'uomo, poi ho preso la decisione di intraprendere questo progetto e di andare a vedere il Pianeta spinto da un'enorme curiosità di vedere il mondo, conoscerlo".

Il percorso espositivo è costituito da 245 eccezionali fotografie in bianco e nero realizzate con lo scopo di immortalare un mondo in cui natura ed esseri viventi vivono ancora in equilibrio con l'ambiente passando attraverso le foreste tropicali dell'Amazzonia, del Congo, dell'Indonesia e della Nuova Guinea, i ghiacciai dell'Antartide, la taiga dell'Alaska, i deserti dell'America e dell'Africa fino ad arrivare alle montagne dell'America, del Cile e della Siberia, ma anche una particolare attenzione per gli animali ripresi nel loro habitat naturale. Salgado ha infatti vissuto nelle Galapagos tra tartarughe giganti, iguane e leoni marini, ha viaggiato tra le zebre e gli animali selvatici tra il Kenya e la Tanzania.

Un'attenzione particolare è riservata alle popolazioni indigene ancora vergini: gli Yanomami e i Cayapó dell'Amazzonia brasiliana; i Pigmei delle foreste equatoriali del Congo settentrionale; i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica; le tribù Himba del deserto namibico e quelle più remote delle foreste della Nuova Guinea. Salgado ha trascorso diversi mesi con ognuno di questi gruppi per poter raccogliere una serie di fotografie che li mostrassero in totale armonia con gli elementi del proprio habitat. "Genesi non è solo una ricerca estetica - dichiara Salgado - ma anche etica e spirituale in un certo senso, un modo per dire soprattutto alle nuove generazioni che il Pianeta è ancora vivo e va preservato. Abbiamo fatto una ricerca e abbiamo fatto una scoperta molto interessante: circa il 46% del mondo è ancora come il giorno della Genesi, insieme possiamo continuare a fare in modo che questa bellezza non scompaia".

Nelle parole della curatrice, Lélia Wanick Salgado, "Genesi è la ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall'essenza della nostra natura. E' un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all'abbraccio del mondo contemporaneo. La prova che il nostro pianeta include tuttora vaste regioni remote, dove la natura regna nel silenzio della sua magnificenza immacolata; autentiche meraviglie nei Poli, nelle foreste pluviali tropicali, nella vastità delle savane e dei deserti roventi, tra montagne coperte dai ghiacciai e nelle isole solitarie. Regioni troppo fredde o aride per tutto tranne che per le forme di vita più resistenti, aree che ospitano specie animali e antiche tribù la cui sopravvivenza si fonda proprio sull'isolamento. Fotografie, quelle di Genesi, che aspirano a rivelare tale incanto; un tributo visivo a un pianeta fragile che tutti abbiamo il dovere di proteggere".

Viaggio unico alla scoperta del nostro ambiente, Genesi rappresenta il tentativo, perfettamente riuscito, di realizzare un atlante antropologico del pianeta, ma è anche un grido di allarme e un monito affinché si cerchi di preservare queste zone ancora incontaminate, per far sì che, nel tempo che viviamo, sviluppo non sia sinonimo di distruzione, e si cambi il nostro stile di vita, assumendo nuovi comportamenti, più rispettosi della natura e di quanto ci circonda per conquistare una nuova armonia. Al progetto Genesi è dedicata una monumentale pubblicazione edita da Taschen, di 520 pagine con oltre 1.000 illustrazioni, che sarà disponibile nel bookshop della mostra insieme ad una guida breve edita da Contrasto. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Opera di Jakob August Lorent nella mostra Kalotypien 1853-1861 Calotipie Jakob August Lorent
Kalotypien 1853-1861 Calotipie


termina lo 05 dicembre 2016
Foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Jakob August Lorent (Charleston, Usa, 1813 - Merano, 1884) è stato un pioniere della fotografia di viaggio e di architettura. Nel 1837 ottenne il titolo di dottore in scienze naturali. In seguito intraprese i suoi viaggi. Per le sue fotografie e pubblicazioni ottenne numerosi premi e onorificenze. Dopo il 1865 si dedicò alla fotografia dell'architettura storica tedesca. Fu tra i primi a visitare molti paesi dell'area mediterranea con la sua macchina fotografica. Lorent intraprese questi viaggi in un'epoca in cui il fatto stesso di spostarsi e alloggiare in quei paesi era di per sé un'avventura. Tanto più significativo, perciò, era il fatto di ritornare da queste faticose esplorazioni portando a casa anche interessanti scatti fotografici. Dal 1853 soggiorna a Venezia e da lì viaggia con la sua macchina fotografica nel Nord Italia. Fino al 1865 quando visita la Sicilia.

Tutti questi viaggi avevano lo scopo di esplorare i vari paesi e raccogliere scatti soprattutto di edifici storici, opere d'arte e città. Lorent combinò così abilmente fotografia di viaggio e di architettura. Lorent era un'autodidatta. Iniziò a fotografare a soli quattordici anni, dopo che a Parigi era stato reso noto il primo procedimento fotografico (dagherrotipia). Iniziò subito a lavorare con l'allora recentissimo procedimento negativo/positivo messo a punto da Talbot, la calotipia, seguendone i miglioramenti apportati da LeGray: si esponeva e lavorava cioè un negativo su carta cerata, dal quale si potevano produrre più copie positive. Un aspetto, questo, che all'epoca era ancora una grande novità, tanto più che la dagherrotipia conosceva solo pezzi unici relativamente piccoli e dall'immagine rovesciata.





Immagine dalla locandina della mostra Colors - Omaggio al Colore Colors - Omaggio al Colore
termina il 14 gennaio 2017
Galleria Eedieuropa Qui arte contemporanea - Roma
www.galleriaedieuropa.it

"Il colore è un potere che influenza direttamente l'anima" scriveva Vassilj Kandinsky ne La vita variopinta del 1907. La Galleria Edieuropa, per festeggiare i suoi cinquant'anni di attività, ha scelto di inondare di colore le sale di Palazzetto Cenci con una mostra in programma tra gli eventi della Rome Art Week [RAW]. Circa trenta artisti, tra quelli che in questi anni hanno collaborato con la galleria, che hanno esplorato e 'giocato' con il colore e con i suoi infiniti effetti cromatici. Un percorso attraverso i più importanti artisti del Novecento, che hanno dato vita ai movimenti storici dell'arte contemporanea, passando attraverso le ultime generazioni a cavallo tra Ventesimo e Ventunesimo secolo, sino ad arrivare alla street art dei nostri giorni.

L'avvento dei colori sintetici apre infinite propettive all'Arte del secondo Novecento, le opere di Sanfilippo e Rotella della fine degli Anni '40, dimostrano la verietà di cromie già a disposizione. L'esposizione continua negli anni Cinquanta, con artisti come Perilli e Prampolini, per giungere agli anni Sessanta, anni di forte fermento per la galleria Edieuropa nella sua storica sede di Piazza del Popolo, con Afro, che Cesare Brandi definì "colore puro", con Pascali e le sue Balene blu, i cangianti di Turcato e gli acrilici di Marcia Hafif. Gli anni '70 sono ampiamente presenti in mostra con le opere degli Artisti di Piazza del Popolo, oltre a Consagra, Sadun, Verna, e Carla Accardi, nelle cui tele, i segni rossi tracciati sul fondo verde, sembrano pulsare ritmicamente Geometrici e coloratissimi gli acrilici su juta di Giuli degli anni '80; astratti i vinilici su cartoncino di Scialoja nella sua produzione degli anni '90; ricca di esplosioni di luce la ceramica riflessata di Cerone. Chiudono idealmente e cronologicamente il percorso i coloratissimi collages dello street artist Bros. (Comunicato stampa)




Luisa Lambri - Maureen Gallace
termina lo 08 gennaio 2017
Fondazione Rolla - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

Le opere appartengono alla collezione privata di Rosella e Philip Rolla che presentano in questa occasione quattro fotografie di Luisa Lambri, quattro dipinti e un disegno di Maureen Gallace. Luisa Lambri, fotografa, e Maureen Gallace, pittrice, entrambe figure di spicco a livello internazionale nei rispettivi settori, entrambe con un nuovo e caratteristico approccio all'arte visiva, sono presentate insieme per la prima volta. Philip Rolla: "Quando Luisa ha visto le opere di Maureen Gallace a casa nostra ci ha rivelato che è una delle sue artiste preferite. Ho immediatamente pensato che uno spazio con le fotografie di Luisa Lambri e i dipinti di Maureen Gallace, e nient'altro, sarebbe stato un paradiso". (Comunicato stampa)




Teun Hocks: "Untitled"
termina il 25 febbraio 2017
Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Artista di rilievo internazionale, pioniere della Staged Photography, creatore di una foto-pittura di umorismo surreale capace di ricollegarsi ad alcune eredità importanti della storia dell'arte quali la lezione di Magritte, il gusto tipicamente nordico per il paesaggio, la precisione di tratto della pittura fiamminga, abbinando il tutto ad una visione ottimistica ed ironica anche delle situazioni più drammatiche. Sono proprio questi i tratti salienti dell'originale campionario fotografico, realizzato nel corso della sua lunga carriera, dall'olandese Teun Hocks, tra gli artisti rappresentati in esclusiva dalla galleria e protagonista di questo imperdibile evento.

La mostra sarà l'occasione per ammirare per la prima volta il lavoro del fotografo olandese da una prospettiva più completa, osservando le sue ultime creazioni in dialogo con tutto il resto della sua produzione, sull'eco della grande mostra antologica da poco conclusasi al Coda Museum in Olanda. Il lavoro di Hocks nasce dall'elaborazione dei bozzetti preparatori, ovvero piccoli schizzi in acquarello o a matita che anticipano ciò che sarà l'opera finita. A questo punto l'artista allestisce un vero e proprio set a cui egli stesso prende parte, calandosi nei panni del personaggio da interpretare. Ne deriva, così, una serie di autoscatti in polaroid dai quali, se soddisfatto del risultato, produrrà otto fotografie in bianco e nero e, una volta osservati i negativi, sceglierà la fotografia finale da stampare.

L'ultima fase del suo particolare metodo di lavoro consiste nel dipingere a mano con colori a tempera o a olio la superficie della stampa fotografica. L'opera di Hocks tratta temi importanti celati da un fine velo di umorismo che ne rende semplice la lettura. Le fotografie, infatti, creano una sorta di dialogo che porta lo spettatore a farsi beffa di queste figure a tratti goffe e buffe, nient'altro se non una manifestazione di noi stessi, una sorta di maschera che usiamo per camuffare il nostro essere inadatti e che riflettiamo sugli altri. (Comunicato stampa)

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Internationally acclaimed artist, pioneer of the Staged Photography, creator of a surrealistic photo-painting with a humor able to reconnect with the important heritage of the art history such as Magritte's lesson, the typical Nordic taste for landscape, the accuracy of the tract in the Flemish painting, combining all with on optimistic and ironic vision even of the most dramatic situations. These are the main features of the original production, achieved during his long career, by the Dutch photographer Teun Hocks, among the artists represented by in the gallery and main character of this great event.

It's with great pleasure that Paci contemporary is pleased to announce the Solo Show "Teun Hocks. Untitled" mainly focused on the new and most recent works by Teun Hocks, from October 21st to February 25th, 2017. The exhibition will be an opportunity to admire for the first time the work of the Dutch photographer from an overall perspective, observing his latest creations in dialogue with the rest of his production, following the echo of the great retrospective that has just ended at the Coda Museum in the Netherlands. Hocks' production is originated by preliminary sketches or small drawings in watercolor or pencil that anticipate the finished work. At this point the artist constructs a real set in which he himself takes part, becoming the character to be interpreted. The next step is a series of self-portraits in polaroid from which, if satisfied with the result, he will produce eight black-and-white photographs and, after observing the negatives, he will choose the final image to print.

The last phase of this process is to hand-paint with tempera or oil the surface of the photographic print. Hocks' photographs deal with important themes concealed by a thin veil of humor that makes easy to understand the ironical perspective. As a matter of fact, the photographs create a kind of dialogue that leads the viewer to mock these figures at times clumsy and funny, who are nothing but a manifestation of ourselves, a kind of mask that we use to disguise our being unfit and that we reflect on the others. (Press release)




Francesco Radino - Termovalorizzatore di Brescia - nel volume in mostra 2016 Francesco Radino - Centrale termoelettrica di Monfalcone - stampa su carta cotone cm.67x100 2016 Le cattedrali dell'energia
Architettura, industria e paesaggio nelle immagini di Francesco Radino e degli Archivi Storici Aem


termina il 27 gennaio 2017
Casa dell'Energia e dell'Ambiente - Milano

La mostra fotografica, ideata e promossa dalla Fondazione Aem - Gruppo A2A, offre al pubblico un'ampia panoramica sui luoghi e sulle architetture che - tra passato e presente, da Nord a Sud Italia - rappresentano le strutture dell'impresa legate all'energia dal 1910 ad oggi. L'esposizione, curata da Francesco Radino e Fabrizio Trisoglio, si articola in due sezioni che creano uno stretto dialogo fra loro. La prima, un'inedita campagna fotografica a colori, realizzata da Francesco Radino nel 2016, ripercorre gli edifici simbolo dell'impresa, le nuove architetture del Gruppo A2A e i suoi territori, dalle centrali valtellinesi al Friuli, dai termovalorizzatori lombardi agli invasi della Calabria. La seconda, dal taglio storico, propone un'accurata selezione di scatti fotografici in bianco e nero, appartenenti al prestigioso patrimonio fotografico conservato negli Archivi Storici Aem.

Le immagini della prima metà del Novecento ritraggono i luoghi storici di Aem: imponenti centrali, officine, ricevitrici e monumenti elettrici dislocati nella città di Milano, a Cassano d'Adda e in Valtellina, realizzate da Vincenzo Aragozzini, Guglielmo Chiolini, Antonio Paoletti, Gianni Moreschi e altri. Il corpus di immagini mette in evidenza due sguardi, due epoche, due diverse narrazioni che intrecciano trasversalmente paesaggio, architettura ed estetica attraverso i quattro principali elementi: acqua, terra, aria e fuoco, fondamentali anche per la produzione di energia. La mostra è corredata da un prezioso volume di oltre 150 immagini di grande valore storico e artistico che approfondiscono significativamente il tema.

Francesco Radino (Bagno a Ripoli -Firenze, 1947) dopo studi di Sociologia, negli anni Settanta si dedica completamente alla fotografia in vari ambiti da quello industriale al design, dall'architettura al paesaggio. Da sempre intreccia lavoro professionale e ricerca artistica ed è oggi considerato uno degli autori più influenti nel panorama della fotografia contemporanea in Italia. A partire dagli anni Ottanta partecipa a numerosi progetti di carattere pubblico di ricerca sul territorio. Stimato in Italia e all'estero, Radino dal 1984 ha collaborato con l'Aem a numerose campagne fotografiche, che hanno costituito uno dei fondi più ricchi e pregiati dell'Archivio fotografico contemporaneo di Fondazione Aem. Ha pubblicato inoltre numerosi libri e realizzato diverse opere audiovisive. Ha esposto in gallerie e musei italiani, europei, giapponesi e statunitensi e le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private internazionali.

Dichiarata di interesse storico-culturale dalla Soprintendenza archivistica per la Lombardia, la raccolta Aem, che consta di oltre 180.000 documenti fotografici, illustra dai primi anni del Novecento fino ai giorni nostri non solo la storia e lo sviluppo di una azienda elettrica municipalizzata, divenuta oggi una grande impresa multiservizi, ma anche i cambiamenti storico-economici e politici della nostra città, le trasformazioni sociali di una comunità e le evoluzioni del territorio lombardo, a partire da quello montano valtellinese. Suddiviso in vari fondi, l'archivio si è progressivamente composto per addizioni grazie all'opera dei tanti fotografi che hanno collaborato con l'Azienda Elettrica Municipale. In particolare, dal fascismo ai primi anni Cinquanta, autori del calibro di Antonio Paoletti, Vincenzo Aragozzini e Guglielmo Chiolini hanno costituito con i loro servizi fotografici un diario serrato di immagini che racconta la progressiva modernizzazione elettrica di Milano e la costruzione dei grandi impianti in Valtellina. (Comunicato stampa Irma Bianchi Comunicazione)




epea03 - European Photo Exhibition Award
termina l'11 dicembre 2016
Villa Argentina - Viareggio
www.epeaphoto.org

E' stata definita non a torto "la palestra europea della fotografia" perché epea03, cioè la terza edizione della European Photo Exhibition Award è l'esposizione fotografica itinerante frutto del lavoro di 12 giovani fotografi che, nei mesi scorsi, hanno percorso l'Europa, per interpretare con i loro scatti i cambiamenti più profondi, secondo il tema "Confini sfuggenti". Ne è emersa una collettiva che raccoglie centinaia di immagini e installazioni capaci di focalizzare l'evoluzione dei territori europei, sia come un'unica entità che come stati singoli. I 12 fotografi selezionati da Enrico Stefanelli, ideatore e anima del Photolux Festival, sono: Arianna Arcara (Italia), Pierfrancesco Celada (Italia), Marthe Aune Eriksen (Norvegia), Jakob Ganslmeier (Germania), Margarida Gouveia (Portogallo), Marie Hald (Danimarca), Dominic Hawgood (Regno Unito), Robin Hinsch (Germania), Ildikó Péter (Ungheria), Eivind H. Natvig (Norvegia), Marie Sommer (Francia) e Christina Werner (Austria), che provengono da 9 Paesi europei.

Uno dei modi migliori per percepire la Storia Europea è esaminare i suoi costanti e complessi cambiamenti e le trasformazioni, come sintomi di un processo dinamico di sviluppo che ha la tendenza non solo a rimodellare la realtà, ma anche le proprie idee e l'immagine. Non sorprende, quindi, che le recenti analisi della situazione europea contemporanea si siano concentrate sugli effetti delle maggiori trasformazioni che stanno avvenendo nella società: la transizione verso un'economia postindustriale, il forte aumento del flusso e delle reti di comunicazione e delle merci; l'aumento della mobilità delle persone, in particolare la ripresa del fenomeno dell'immigrazione (e la conseguente intensificazione del dibattito sulle condizioni di integrazione, ma anche di controllo e legalità); e gli effetti della globalizzazione economica, tecnologica e culturale.

Questi sono solo alcuni esempi che rafforzano l'idea che ci troviamo di fronte a significativi (e in alcuni casi radicali) cambiamenti delle condizioni di vita e delle strutture sociali e culturali in Europa, una percezione che è stata recentemente accentuata dalla grave crisi economica e politica che ha avuto conseguenze devastanti per la società, che istigano nuovi fronti di frammentazione nello spazio europeo e l'emergere di nuovi tipi di fenomeni e di conflitto. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Henri Cartier Bresson Henri Cartier Bresson: Fotografo
termina il 26 febbraio 2017
Villa Reale di Monza

Centoquaranta scatti di Henri Cartier Bresson, dedicati al grande maestro, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava. Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera. "Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per 'dare un senso' al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione". Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale.

Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale". I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme. Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

"Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore". Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curator per la Villa Reale - è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947.

Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier-Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire. A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico italiano ha scritto: "Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco."

La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2000 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. Obiettivo della rassegna è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato Ufficio Stampa Civita)




Opera di Bruno Contenotte Bruno Contenotte: La Metafisica quantica
termina il 22 dicembre 2016
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Fin dalle prime ricerche degli anni '50, Bruno Contenotte impone un cambiamento delle nostre idee sulla realtà oggettiva. Fondamentale è l'abbandono di un'analisi del mondo in termini di parti relativamente autonome che esistono separatamente seppure interagenti. L'enfasi principale è posta sull'integrità indivisibile, tra mondo interno e mondo esterno. Come si può risolvere il paradosso circolare implicito nel fatto che il mondo macroscopico determini la realtà microscopica dalla quale a sua volta è formato? Contenotte dà risposta al quesito creando in pittura la Metafisica quantica su cui baserà tutta la sua ricerca realizzando dipinti, luci psichedeliche, proiezioni a spazio metamorfico, il Translumen, la Transluminazione architettonica, le piastrelle del Tao, il Luminoscopio, il Metamultiplex e la Transmecart.

In mostra, a cura di Sergio Casoli e Allegra Ravizza, una quindicina di opere che raccontano l'essenza di questo sentimento di ricerca dell'artista che consiste nel fermare i fluidi in movimento come studio sulla realtà tangibile del vuoto immateriale e dell'energia cosmica. Fu molto seguito nella sua carriera dal noto critico Pierre Restany che scrisse svariati testi sul suo percorso artistico e dall'illuminato gallerista Guido Le Noci che gli permise di presentare le sue mostre più sperimentali presso la Galleria Apollinaire di Milano.

Bruno Contenotte (Mantova, 1922 - Milano, 1992) artista poliedrico ed eclettico, si è dedicato a studi di filosofia orientale e astronomia. Dal 1950 ha iniziato la sua attività artistica sperimentando numerosi materiali per le sue cosmovisioni, affiancando a queste esperienze, composizioni di luci e musiche siderali. La metafisica quantica è sempre stata, però, il nucleo strutturale della sua opera e punto di riferimento del suo lavoro. Dal 1964 ha esposto in moltissime gallerie in Italia e all'estero. Contenotte fu un importante collaboratore scenografico, che ha progettato e creato la "Sfera Cosmica" per il famoso film del 1968 di Stanley Kubrick 2001 Odissea nello Spazio. (Comunicato stampa)

"La Metafisica quantica è un poema, un programma e un atto di fede nella spiritualità della materia" (P. Restany, 1974)




Locandina mostra Kounellis al Musma kounellis / 14 disegni / 1991
termina il 15 gennaio 2017
MUSMA Museo della Scultura Contemporanea - Matera
www.musma.it

Mostra di disegni del celebre artista greco che anticipa la prima di una serie di esposizioni temporanee dedicate alle grandi collezioni private d'arte contemporanea italiana. Quattordici studi per l'installazione Senza titolo, realizzata nel 1991 dal grande pittore e scultore greco, tra i protagonisti assoluti dell'Arte Povera. Si tratta di quattordici disegni a matita su carta bianca che mostrano un'intensa e virtuosa riflessione sulla forma dell'installazione, costruita con pannelli di ferro arrugginiti, acido, grate di metallo e tovaglia ricamata, ed esposta per la prima volta nel 1991 alla Galleria dell'Oca di Roma nella mostra "Metafore. Giulio Paolini e Jannis Kounellis".

La mostra, a cura di Tommaso Strinati, è corredata di una brochure con testo critico di Strinati e Barbara Cinelli. La grande installazione di Kounellis, nata dai 14 disegni esposti, sarà infatti uno dei pezzi più importanti della mostra dedicata alla collezione di Luisa Laureati Briganti, instancabile e storica fondatrice nel 1965 della Galleria dell'Oca di Roma, compagna di vita e d'idee di Giuliano Briganti. "Molte delle cose scritte e dette da Kounellis - scrive Giuliano Briganti nel catalogo della Mostra Metafore, 1991 - (...) nascono da un impulso di natura fortemente poetica, un impulso che trova accenti antichi, quasi oracolari...".

E' questa una delle chiavi di lettura che, secondo Tommaso Strinati, consente di accostarsi a un segno grafico come quello dei 14 disegni esposti, simile alla scrittura ma denso di materia viva, preludio ai segni sulle superfici in ferro arrugginite dell'installazione vera e propria. L'opera che Giulio Paolini espose assieme a Jannis Kounellis nella mostra Metafore alla Galleria dell'Oca - Contemplator Enim, 1991 - è oggi conservata alla GAM di Torino, tuttavia - sostiene Tommaso Strinati - il dialogo tra di esse non si è mai interrotto, anche in una sorta di simbolica assenza dell'una rispetto all'altra. Scrive ancora Giuliano Briganti: " (...) l'immagine del mondo (...) ha perso la forza della necessità che l'aveva fatta nascere.".

Jannis Kounellis (Pireo - Grecia, 1936), all'età di 19 anni, si trasferisce a Roma dove studia all'Accademia di Belle Arti con maestri del calibro di Mino Maccari, Franco Gentilini, Ferruccio Ferrazzi e, soprattutto, Toti Scialoja che nel 1960 gli permette di realizzare la prima personale alla Galleria La tartaruga. E' negli anni 60 che Kounellis diventa uno dei maggiori esponenti dell'Arte povera, definizione data nel 1967 da Germano Celant ad un gruppo di giovani artisti di diversa formazione e poetica, accomunati dalla messa in discussione della realtà e dal tentativo di riflettere e far riflettere su di essa attraverso opere realizzate con i più svariati materiali e ambientate in luoghi non abitualmente frequentati dall'arte, come fabbriche, cantieri industriali, boschi. Da sempre innamorato dell'Italia e della sua arte, in particolare delle pitture di Masaccio, Tiziano e Caravaggio, Kounellis sintetizza, nelle sue installazioni, tradizione e contemporaneo. La potenza espressiva dei lavori del celebre maestro agisce sullo spazio in cui essi nascono, i materiali di cui sono fatti non sono mera materia, ma nelle mani dell'artista diventano portatori di una storia che coinvolge sentimentalmente e attivamente lo spettatore. (Comunicato stampa)

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L'atto creativo: Jannis Kounellis al Centro Sperimentale di Cinematografia (2011)

Jannis Kounellis (presentazione mostra 2009)

Jannis Kounellis: Arte contemporanea tra Grecia e Italia (articolo 2009)

Jannis Kounellis: La storia e il presente (presentazione mostra 2007)

Alighiero Boetti e Jannis Kounellis (presentazione mostra 2007)

Grecia e Sicilia: Jannis Kounellis e il Festino di Santa Rosalia (2007)




Victor Burgin: "Dear Urania"
termina il 14 gennaio 2017
Galleria Lia Rumma - Napoli
www.liarumma.it

Artista e accademico, autore di saggi fondamentali sulla fotografia e sulla teoria dell'arte, Burgin è un indiscusso protagonista dell'arte concettuale. Se negli anni Settanta il suo lavoro indagava il rapporto tra immagine e testo (Galleria Lia Rumma, Napoli 1972), successivamente l'artista prende ad analizzare il territorio complesso tra immagine fissa e in movimento. La sua opera indaga la natura dell'immagine, ma ne decodifica i termini dominanti della rappresentazione. I suoi lavori più recenti sono prodotti con software per la creazione di giochi virtuali: un mezzo che gli consente di condurre l'immagine verso il suo stato che è essenzialmente virtuale. Le sue mostre, come ha sovente dichiarato, sono una risposta al luogo e alle città in cui viene invitato e alle suggestioni, alle associazioni mentali che da esse scaturiscono.

Per Dear Urania, più specificamente, il movente va cercato in Relazione del primo viaggio alla Luna fatto da una donna nell'anno di grazia 2057, un breve pamphlet scritto nel 1857 dal matematico e astronomo Ernesto Capocci di Belmonte (1798-1864), direttore della Specola di San Gaudioso, l'attuale Osservatorio Astronomico di Capodimonte. Nel pamphlet che, va detto, precede di circa dieci anni le ben più famose e immaginifiche pagine di Jules Verne, la protagonista, Urania, con una lunga lettera dalla Luna scrive alla sua amica Ernestina sulla Terra i "particolari più bizzarri di questo meraviglioso viaggio". Dear Urania è la "reazione" a quella lettera.

Con una suggestiva e intricata moltiplicazione spazio-temporale, che scivola tra passato e futuro prossimo, da Napoli all'America, dalla Luna alla Terra e ritorno, Burgin non trascrive, solo, il contenuto della lettera di Ernestina, ma immagina le circostanze in cui la donna ha scritto. Due video proiezioni - la prima delle quali mostra la luna nelle sue diverse fasi, la seconda che presenta sotto forma di didascalie le parole di Ernestina che si alternano al movimento della camera in un loft quasi vuoto - sono accompagnate dalle Pagine dallo Sketchbook di Ernestina Capocci e da due serie fotografiche, (Basilica I e Basilica II) che suggeriscono un'analogia tra il territorio lunare e quello di Pompei.

Victor Burgin (Sheffield, England, 1941) è uno dei più eminenti artisti accademici del nostro tempo. Studia pittura al Royal College of Art di Londra (1962-65) e Filosofia a Yale (M.F.A., 1967). Attualmente è Professore Emerito di "History of Consciousness" presso l'Università della California, Santa Cruz ed Emerito "Millard Chair of Fine Art" al Goldsmiths College, University of London. E' autore di numerosi volumi che hanno notevolmente segnato il dibattito critico non solo americano. Ne ricordiamo alcuni: Thinking Photography (1982), Between (1986), The End of Art Theory: Criticism and Postmodernity (1986), In/Different Spaces: Place and Memory in Visual Culture, Shadowed (1996); The Remembered Film (Reaktion, 2004); Situational Aesthetics (Leuven University Press, 2009); Parallel Texts: interviews and interventions about art (Reaktion, 2011) (Comunicato stampa)

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Galleria Lia Rumma is pleased to announce Dear Urania, a solo exhibition by Victor Burgin, which will open on Sunday October 16th, 2016 in the Neapolitan gallery space. Artist and academic, author of fundamental essays on photography and art theory, Burgin is an undisputed master of conceptual art. In the seventies, his work investigated the relationship between image and text (Galleria Lia Rumma, Naples, 1972) and from there he went on to examine the complex area between still and moving images. His work explores the nature of the image, but also picks out the dominant aspects of its representation. His most recent projects are made using software for creating virtual games, a medium that allows him to take the image to a state in which it is essentially virtual. As he has often pointed out, his exhibitions are a response to the places and cities to which he is invited and to the inspiration and mental associations that come from them.

For Dear Urania in particular, the inspiration comes from a short pamphlet called Report on the First Voyage to the Moon Made by a Woman in the Year of Our Lord 2057, written in 1857 by the mathematician and astronomer Ernesto Capocci Belmonte (1798-1864), director of the Specola di San Gaudioso, now known as the Astronomical Observatory of Capodimonte. In the pamphlet - which, it is worth pointing out, predates the highly imaginative and far more famous pages by Jules Verne - the protagonist, Urania, writes a long letter from the Moon to her friend Ernestina on Earth, with "the most bizarre details of this wonderful voyage". Dear Urania is a "reaction" to this letter.

In an intricately allusive multiplication of space-time, gliding between the past and near future, between Naples and America, and from the Moon to the Earth and back, Burgin does not simply transcribe the content of Ernestina's letter, but rather imagines the circumstances in which it was written. There are two videos, one showing the various phases of the Moon, and the other Ernestina's words. These appear in the form of intertitles, alternating with the movement of the camera in an almost empty loft. The videos are accompanied by Pagine dallo Sketchbook di Ernestina Capocci and two series of photographs, (Basilica I and Basilica II), which suggest an analogy between the lunar landscape and that of Pompeii.

Victor Burgin (Sheffield, England, 1941) is one of the most eminent academic artists of our time. He studied painting at the Royal College of Art in London (1962-65) and Philosophy at Yale (MFA, 1967). He is currently Emeritus Professor of History of Consciousness at the University of California, Santa Cruz, and Emeritus Millard Chair of Fine Art at Goldsmiths College, University of London. He is the author of several books that have left their mark on critical debate, and not only in America. These include: Thinking Photography (1982), Between (1986), The End of Art Theory: Criticism and Postmodernity (1986), In/Different Spaces: Place and Memory in Visual Culture, Shadowed (1996); The Remembered Film (Reaktion, 2004); Situational Aesthetics (Leuven University Press, 2009; Parallel Texts: interviews and interventions about art (Reaktion, 2011). (Press release)




Opera di Alan Gattamorta Alan Gattamorta: Autunnali
termina l'11 dicembre 2016
Mostra on line

Rassegna di 20 acrilici su carta.








David Leventi: Opera
termina il 13 gennaio 2017
Spazio Damiani - Bologna
www.spaziodamiani.com

Prima personale italiana del fotografo americano David Leventi. Saranno esposte in mostra undici fotografie di medio e grande formato che ritraggono dieci celebri teatri d'opera: La Fenice di Venezia, la Royal Opera House, Covent Garden di Londra, il Palais Garnier di Parigi, il Mariinsky Theater di San Pietroburgo, il Kungliga Operan di Stoccolma, il Teatro alla Scala di Milano, il Teatro di San Carlo di Napoli, il Teatro Municipale di Piacenza, il The Metropolitan Opera di New York e, imprescindibile omaggio alla città di Bologna, il Teatro Comunale. La realizzazione della serie da cui le undici opere in mostra sono tratte ha impegnato David Leventi per cinque anni: l'intero progetto propone un viaggio attraverso quaranta splendide opera houses disseminate in quattro continenti.

Ciascun teatro è stato scelto per una particolare caratteristica che lo rende unico: il Metropolitan per le dimensioni senza pari, il San Carlo per il primato di longevità, il Palais Garnier che, con il suo soffitto affrescato dal visionario Marc Chagall, ha fornito l'ambientazione per il celebre Il Fantasma dell'Opera, La Scala in cui sono risuonate le note di Verdi, Rossini e Bellini o, ancora, il Mariinsky con Tchaikovsky, Mussorgsky e Rimsky Korsakov. L'indagine di David Leventi, oltre a mettere in risalto la magnificenza delle decorazioni e la solennità delle architetture, si addentra nella funzione storica assolta da questi luoghi. Il tema dei grandi spazi edificati dall'uomo con una specifica funzione sociale è un aspetto chiave nell'opera di questo fotografo.

I teatri d'opera hanno avuto un ruolo di primo piano nell'affermazione delle identità nazionali: erano allo stesso tempo un luogo di aggregazione della comunità, di consacrazione del potere, ma anche di contestazione. E' tuttavia possibile leggere queste opere fotografiche anche sotto un'altra (emotiva) angolazione, quella degli artisti che ne calcano i palchi. Tutte le immagini sono realizzate secondo il punto di vista del palcoscenico: da questa prospettiva lo sguardo percorre la platea, i palchi laterali, i loggioni, invertendo il classico rapporto tra il pubblico e la quarta parete.

Attraverso questo espediente negli scatti di Leventi è possibile cogliere la tensione, il fremito e l'aspettativa che pervadono gli artisti poco prima di andare in scena, quando tutto è proprio sul punto di accadere. La serie completa dei quaranta teatri è presentata nel volume Opera, pubblicato da Damiani nel 2015, con una preziosa introduzione scritta da Placido Domingo. Il volume e una fotografia firmata e numerata da David Leventi compongono la speciale edizione da collezione realizzata in tiratura limitata di 15 copie più 3 prove d'artista. Entrambe le edizioni sono disponibili presso Spazio Damiani.

David Leventi (New York, 1978) ha conseguito una laurea in fotografia (Bachelor of Fine Art) alla University in Saint Louis, nel Missouri. Nel 2007 è stato identificato da Photo District News come uno dei 30 migliori fotografi emergenti. I suoi lavori sono pubblicati su prestigiose riviste. (Comunicato stampa)




Giancarlo Cazzaniga - Luce nella luce dalla luce - olio su tela cm.114x146 2006 Giancarlo Cazzaniga - Jazz man - olio su tela cm.146x114 2002 Giancarlo Cazzaniga
Antologica, dagli anni '60 al nuovo millennio


termina l'11 dicembre 2016
Galleria d'Arte Contemporanea "Virgilio Guidi" - Cascina Roma - San Donato Milanese (Milano)
www.artecortina.it

A tre anni dalla scomparsa viene ricordato con un'accurata mostra antologica il grande pittore Giancarlo Cazzaniga. Da Monza si trasferisce a Milano nel dopoguerra dove, negli anni '50, entra in contatto con il brulicante mondo artistico degli anni post bellici. Stringe amicizia condividendone lo studio con Gianfranco Ferroni e frequentando assiduamente tutti quei pittori che successivamente saranno nominati dal critico Marco Valsecchi come il gruppo del "Realismo Esistenziale". La frequentazione di locali e bar come il Giamaica, il Santa Tecla, la Titta consentono all'autore di conoscere e diventare amico con artisti di altre discipline quali musicisti come Franco Cerri, Chet Baker e Giorgio Gaber o scrittori come Leonardo Sciascia, a fotografi come Ferdinando Scianna e Ugo Mulas ad artisti appartenenti ad altre correnti pittoriche come Lucio Fontana, Roberto Crippa, Ennio Morlotti, Piero Manzoni e lo scultore Luciano Minguzzi. Anni di difficoltà ma anche di grossi fermenti culturali che avrebbe formato il corpo delle arti così come le conosciamo oggi.

La mostra presenta un excursus dell'opera di Cazzaniga dal periodo del Realismo Esistenziale degli anni '50, le "Periferie" e gli "Interni di studio", sino al periodo più luminoso della sua pittura naturalistica, legato ai suoi frequenti soggiorni al Conero, con le colorate e vivide vegetazioni, le Ginestre, i Glicini, i Girasoli, l'Erica, e i Cieli. Con la costante ed ineludibile presenza delle sue opere dedicate al Jazz con i Jazz Men intensi e cupi emergenti dalla penombra dei locali "underground" dove si esibivano sino all'intatta potenza espressiva degli ultimi anni e dell'ultima produzione pittorica. A cura di Stefano Cortina e Mario Palmieri, saranno esposti anche una cospicua serie di lavori su carta, supporto caro al Cazzaniga che da vero grafomane amava disegnare su qualsiasi superficie cartacea gli capitava tra le mani.

Per l'occasione sarà pubblicato un catalogo con un'inedita intervista realizzata a maggio del 2013 proprio a San Donato, pochi mesi prima della morte ed ora data alle stampe in questa che è la prima mostra postuma. Ci saranno due ricordi di Stefano Cortina e Mario Palmieri, curatori della mostra, di Franco Cerri e di Sandro Luporini, testi critici di Chiara Gatti e Luca Pietro Nicoletti, interviste di Susanne Capolongo e biografia di Veronica Riva. (Comunicato stampa Associazione Culturale Renzo Cortina)




Legni preziosi
Sculture, busti, reliquiari e tabernacoli dal Medioevo al Settecento


termina il 22 gennaio 2017
Pinacoteca Züst - Rancate (Mendrisio - Canton Ticino, Svizzera)

E' Mario Botta a firmare l'allestimento della raffinatissima esposizione dedicata alla scultura lignea. Il grande architetto ha studiato, a titolo completamente gratuito, ogni dettaglio affinché il visitatore sia immerso in un'atmosfera suggestiva e solenne, in cui la sacralità delle immagini esposte risulta pienamente valorizzata. La mostra presenta una carrellata di sculture in legno dal XII al XVIII secolo - Madonne, Crocifissi, Compianti, busti, polittici scolpiti e persino un Presepe - provenienti da musei, chiese e monasteri del territorio ticinese, dove questi autentici capolavori sono stati oggetto di devozione e ammirazione per secoli. Da sempre il legno rappresenta uno dei mezzi più disponibili ed economici, anche perché di facile trasporto, attraverso i quali l'uomo cerca un contatto con la sfera del sacro. Questa caratteristica ha fatto, per troppo tempo, scambiare questa produzione per semplice artigianato o "arte popolare".

In realtà gli studi degli ultimi decenni hanno posto in risalto da un lato la diffusione delle sculture lignee, e dall'altro il livello spesso altissimo della loro elaborazione formale. Per quanto riguarda il territorio ticinese, si tratta infatti di testimonianze di una tradizione artistica che raggiunse spesso vertici europei, realizzate degli stessi artisti attivi a Milano e nelle altre città dell'attuale Lombardia, ma anche nelle regioni oggi conosciute come Piemonte, Liguria, Romagna. Le opere giungono in mostra dopo essere state oggetto di una revisione e talvolta di restauri eseguiti grazie all'importante collaborazione dell'Ufficio dei beni culturali del Cantone Ticino. La rassegna è organizzata dalla Pinacoteca Züst e curata da Edoardo Villata, che è stato affiancato da un gruppo di lavoro formato da studiosi svizzeri e italiani. Le rilevanti novità critiche stimolate dagli studi condotti sono confluite nel catalogo interamente illustrato che accompagna l'esposizione. (Comunicato Studio Esseci)




Conrad Marca-Relli - F-S-15-59 - collage and mixed media on canvas cm.66.3x86.5 1959 Conrad Marca-Relli - J-M-10 - collage and mixed media on canvas cm.94.5x127 1985 Conrad Marca-Relli - Untitled - collage and mixed media on canvas cm.65x59 1969 Conrad Marca-Relli - Untitled - oil on canvas cm.98.5x140.5 1950 Conrad Marca-Relli
Tra Figura e Astrazione


termina il 10 dicembre 2016
Galleria Open Art - Prato
www.openart.it

A più di dieci anni dalla mostra "Conrad Marca-Relli - Tensioni Composte", la galleria Open Art, in collaborazione con l'Archivio Marca-Relli e la Galleria d'arte Niccoli di Parma, presenta una retrospettiva - a cura di Mauro Stefanini - dedicata al grande artista americano, fondatore nel 1949 dell'8th Street Club con Rothko, Kline e De Kooning e, insieme agli stessi, nel medesimo anno, organizzatore dell'importante mostra "Ninth Street Show", ritenuta la prima esposizione dell'Espressionismo astratto. Dagli anni Quaranta fino alla metà degli anni Ottanta, attraverso più di quaranta lavori, l'opera di Marca-Relli sarà indagata all'interno di questo percorso, a partire dagli esordi legati a un approccio figurativo fino ai collage, tecnica che ha rivisitato con esiti riconosciuti come profondamente originali e spesso su scala monumentale, alle ricerche legate all'astrazione come esito di una sintesi pittorica.

Molto prestigiose le provenienze delle opere in mostra, la storia di molte delle quali infatti, si è incrociata con le principali gallerie che hanno contribuito direttamente alla crescita ed alla promozione dei Maestri del movimento artistico più importante del Novecento: le newyorkesi Kootz e Marlborough Gallery, la Makler Gallery di Philadelphia. Marca-Relli ha avuto un ruolo centrale in un sistema di rapporti e contrapposizioni che hanno attraversato l'arte del secondo Novecento tra Europa e America: questa mostra presenterà una selezione di opere che permetterà di restituire un'ampia prospettiva storica, il suo rapporto con il classicismo e la centralità del ruolo della figura nel suo lavoro.

Considerato uno dei principali esponenti dell'Espressionismo Astratto, i suoi collages sono esposti nei musei Solomon R. Guggenheim e Withney, ma anche al MoMA e al Metropolitan, dove una sua tela monumentale campeggia di fianco ad un lavoro del suo intimo amico Jackson Pollock, nella sala principale dedicata all'Action Painting. In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo bilingue, edito da Carlo Cambi editore, con testi critici di Marco Scotti. L'archivio Marca-Relli, attivo dal 1997 a Parma (per volontà dell'artista), per conservare, promuovere e diffondere la conoscenza dell'opera del Maestro Conrad Marca-Relli. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




L'anima del segno. Hartung - Cavalli - Strazza
termina il 29 gennaio 2017
Museo Civico Villa dei Cedri - Bellinzona
www.villacedri.ch

L'esposizione presenta tre percorsi originali che rendono omaggio al segno primordiale e che fanno di Villa dei Cedri il luogo di un dialogo artistico tra la cultura francese e italiana. La mostra propone infatti l'incontro virtuale tra il ticinese Massimo Cavalli (1930), l'italiano Guido Strazza (1922) e il precursore franco-tedesco Hans Hartung (1904-1989) sulla questione del segno nell'arte del dopoguerra. I tre artisti associano un interesse comune per il gesto con un'esplorazione dei fondamenti della pittura: superficie, luce, colore, tratto e segno grafico. L'esposizione affronta altresì la nozione di "incisore pittore", mettendo in luce l'importanza della pratica e delle sperimentazioni tecniche nel campo dell'incisione per generare anche un approccio innovativo alla pittura. La mostra invita quindi il pubblico ad avvicinarsi ai processi creativi, ad un'esplorazione parallela dei materiali e degli strumenti espressivi dei tre artisti e - per estensione - ad un viaggio nel loro linguaggio segnico, seguendo un percorso cronologico che ne evidenzia tematiche e motivi ricorrenti. (Comunicato stampa)




"NIHON - Storie dal Giappone"
Fotografie di Giacomo Frullani


termina il 30 dicembre 2016
Impresa Sociale Ad Formandum - Trieste

Giacomo Frullani, nomen omen, è un autore che proviene per linea diretta dal mondo fotografico. Ma se il padre è stato uno dei grandi ritrattisti in bianco e nero della regione Friuli Venezia Giulia, il figlio ha le sue radici più profonde nel culto del reportage e nell'osservazione del particolare aneddoto sociologico. Ecco, in questo ambito in cui la rappresentazione guarda al dettaglio, al soggetto contestualizzato, al racconto minimo, s'inseriscono i lavori proposti in questa mostra. Si tratta di foto impeccabili, stampate in b/n, in medio e grande formato. Il tema è quello, ancora inedito, di un suo viaggio in Giappone, dove ha toccato le città di Tokyo, Osaka, Kyoto.

Tutto in bianco nero e con impressione su pellicola, quindi senza alcuna concessione al digitale, agli scatti multipli, al ritocco e alla postproduzione. I lavori qui esposti privilegiano un uso controllato e meditato di soggetti e materiali sensibili all'effetto monocromatico, volendo così prendere le distanze, a un tempo, dalla contemporaneità tecnologica (oramai pervasa dalle relative manipolazioni informatiche) oltre che dalla ridondanza cromatica di tante immagini pubblicitarie. (Comunicato stampa)




Silvia Camporesi: Le Città del Pensiero
termina lo 07 gennaio 2017
Galleria Bibo's Place - Todi
www.bibosplace.it

Presentate le opere della giovane artista forlivese che, con il ciclo di opere Le Città del Pensiero, indaga fotograficamente un atlante immaginario di borghi creati secondo le geometrie e le suggestioni metafisiche di Giorgio de Chirico e poi abbandonati, ricostruendo un paesaggio al tempo stesso ideale e reale di cui ritrae l'architettura e le atmosfere della vita quotidiana. Accanto a queste, altre opere fotografiche ritraggono un piccolo borgo realmente esistente del ferrarese che diede i natali al ministro Edmondo Rossoni nel 1884 che lo volle far ampliare con architetture che seguivano i precisi canoni dello stile degli anni '30. Silvia Camporesi ha accolto l'invito dello stesso de Chirico ad andare oltre la materialità delle cose e di percepirne l'essenza ideale, abbandonandosi all'epifania che giunge solamente a chi osserva "per la prima volta" i luoghi che lo circondano.

Sarà ancora possibile visitare la mostra S.U.P.E.R. (SALVIFICHE UNICITA' PER EMPATIE RAPACI), con opere di Arman, Basilé, Canevari, César, D'Elia, Dorazio, Fontana, Gallo, Hartung, Indiana, LeWitt, Mansurov, Mastrovito, Morandi, Novello, Ontani, Piccolo, Pistoletto, Pizzi Cannella, Sanfilippo, Sorokina, Vautier. E' una collettiva chiaramente ascrivibile alla linea curatoriale di Bibo's Place che da sempre si basa sul confronto generazionale, affiancando maestri storici ad artisti più giovani. S.U.P.E.R. è l'acronimo di Salvifiche Unicità Per Empatie Rapaci, tutti attributi, qualità, che immaginiamo caratterizzino quelle opere che ambiscono a restare impresse nella memoria. Fra i molti lavori storici sono presenti: una tela di Fontana del 1963, una carta di Sol LeWitt della fine degli Anni Ottanta ed una fotografia lenticolare di Ontani. Al gruppo dei maestri storici si affianca un nucleo di opere di artisti più giovani fra cui Basilè, Camporesi, Canevari, D'Elia, Mastrovito, Novello, Piccolo e Sorokina, scelte sulla base del concept. (Comunicato stampa)




Laurina Paperina: Doomsday - Il giorno del Giudizio
termina il 10 dicembre 2016
Studio d'Arte Raffaelli - Trento
www.studioraffaelli.com

Il mondo di Laurina Paperina è un continuo rincorrersi di personaggi dei cartoon, del fumetto, dello starsystem del cinema e dell'arte, del videogioco e delle serie TV. L'obiettivo dell'artista è chiaro e dissacrante: assorbire e filtrare tutti questi stimoli attraverso la sua personalissima visione e restituirli a un pubblico più ampio possibile sotto forma d'arte (di qualsiasi forma d'arte: dipinti, disegni, sculture, video e installazioni). Ispirandosi - a modo suo - alle opere di chi, prima di lei, si è cimentato nella rappresentazione del complesso sistema dell'Apocalisse (dai pittori Fiamminghi a Neil Marshall), Paperina reinventa l'Inferno e il Paradiso, collocandovi schiere di Batman e Robin, Micky Mouse, Lupo Alberto, famiglia Simpson, Freddy Kruger, Uomo Tigre, Spiderman, e una folta processione di supereroi e antieroi in attesa di essere traghettati da una parte o dall'altra della galleria, che si trasformerà in un vero e proprio aldilà paperoso tra grandi tele, lavori su carta, video, e l'ultima versione dell'installazione "The Pape Prophecies".

Qui ciascun visitatore potrà ottenere una profezia unica e originale disegnata appositamente dall'artista. L'inaugurazione sarà accompagnata dal coro "Cantori da Verméi" e per la mostra sarà pubblicato un catalogo con testo di Ivan Quaroni. Laurina Paperina (Rovereto - Trento, 1980) si autodefinisce "una papera con una testa umana". Dipinge, disegna, crea installazioni, animazioni video e qualche volta fotografa. Ha esposto i suoi lavori in gallerie d'arte, spazi pubblici e musei in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Le architetture di Vincenzo Scamozzi
www.palladiomuseum.org

Da oggi dallo smartphone potete accedere gratuitamente al primo itinerario completo fra 25 capolavori dell'architetto Vincenzo Scamozzi nel Veneto e in Lombardia: palazzi pubblici e privati, chiese, cappelle, ville, teatri. E' sufficiente connettersi a www.palladiomuseum.org/scamozzi. Per ogni edificio sono disponibili agili descrizioni, in italiano e inglese, splendide fotografie d'autore, e tutto ciò che serve per raggiungerli: mappe interattive e informazioni sulla loro accessibilità. Alcuni edifici sono strutturati per la visita di interni ed esterni.

In altri l'intervento scamozziano si limita agli esterni, di alcuni ancora - soprattutto fra le residenze private - gli interni non sono accessibili se non su richiesta. Tutte queste diverse opzioni sono espresse con chiarezza sul sito, e comunque l'itinerario rende possibile godere uno degli elementi chiave della poetica di Scamozzi, vale a dire l'inserimento dell'edificio nel contesto e nel paesaggio. L'iniziativa vuole essere un omaggio al grande studioso Franco Barbieri (1922-2016), anima del Consiglio scientifico del Centro palladiano per oltre quarant'anni e fondatore del campo di studi sull'architettura di Vincenzo Scamozzi.

Pur mantenendo un taglio divulgativo, questa guida digitale raccoglie gli esiti degli oltre sessant'anni di ricerca che il professor Barbieri ha dedicato a Scamozzi (la sua storica monografia sull'architetto vicentino risale al 1952) e va ad integrare le novità emerse nella mostra tuttora in corso Nella mente di Vincenzo Scamozzi. Un intellettuale architetto al tramonto del Rinascimento, l'ultimo progetto espositivo curato da Franco Barbieri per il Palladio Museum, insieme a Guido Beltramini (CISA Andrea Palladio), Katherine Isard (Università di Cambridge, UK) e Werner Oechslin (Politecnico di Zurigo). I suggestivi ritratti in bianco e nero delle architetture sono frutto di una campagna fotografica di Václav Sedy, mentre i testi sono stati messi a punto da Guido Beltramini. Elisabetta Michelato e Simone Baldissini (Cisa Andrea Palladio) hanno curato il database online.

Lista delle architetture consultabili:

Vicenza e provincia: portale del giardino Valmarana, palazzo Trissino al Duomo, palazzo Trissino al Corso, palazzo Valmarana Salvi, Teatro Olimpico, chiesa di Santa Maria della Misericordia, villa Ferramosca a Barbano, oratorio di San Carlo Borromeo a Lisiera, villa Verlato a Villaverla, villa Pisani (la Rocca) a Lonigo, villa Priuli del Ferro a San Germano dei Berici, villa Dolfin Campolongo a san Germano dei Berici, villa Godi a Sarmego di Grumolo delle Abbadesse; Venezia e provincia: Procuratie Nuove, atrio della Zecca, Statuario della Repubblica, chiesa dei Tolentini, cappella ducale, palazzo Contarini agli Scrigni, villa Ferretti a Dolo; Padova e provincia: chiesa di San Gaetano, villa Molin alla Mandria, complesso di villa Duodo a Monselice, villa Priuli a Due Carrare; Mantova: Teatro Ducale a Sabbioneta. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Fabio Di Bella Fabio Di Bella
termina il 30 gennaio 2017
Trattoria ai Fiori - Trieste
www.aifiori.com

Venti piccole opere su carta dedicate alla città di Trieste. Si tratta di una serie di paesaggi del sogno e della realtà, dove il segno graffiato che si sovrappone all'immagine finge la patina del tempo, ricordando allo stesso tempo una modalità espressiva caratterizzata dall'immediatezza percettiva e dalla velocità esecutiva, tanto che a proposito di queste opere è lecito parlare di valori difficili da definire, come la "visione" e il "desiderio" che si sovrappongono e si compendiano l'uno con l'altro. Il motivo del desiderio, che fa nascere la visione (l'opera) e la soggettività di questa (il punto di vista), sono sempre state istanze costanti nelle opere degli artisti di tutto il primo Novecento.

L'entusiasmo del desiderio ci regala l'emozione, ed è proprio la forte carica emozionale la caratteristica più tipica di questi suoi ultimi lavori, tanto da poter pensare che possano ritenersi anche godibili a livello visivo, per impatto cromatico o come testimonianza di un viaggio o di un appunto schizzato a memoria. L'emozione esalta, allora, la percezione dell'oggetto raffigurato (fondali architettonici, quinte sceniche), deformandolo e alterandolo: i piani si confondono, il colore deborda, pulsa e amplifica a dismisura il suo battito forte di energia, virando anche su tinte acide e talvolta incongrue. Fabio Di Bella (Messina, 1974) si laurea all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria ed è da diversi anni del gruppo "Spazio Libero Officina Artistica". La serata, presentata da Camilla Pasqua, è stata realizzata con il sostegno dell'Associazione Juliet. Il rinfresco del vernissage viene offerto da Villa Parens di Giovanni Puiatti. (Comunicato stampa)




Opera di Paolo Ghilarducci Paolo Ghilarducci: Il codice della bellezza
termina il 24 marzo 2017
Otel Ristotheatre - Firenze
www.otelvariete.com

"C'è uno schema classico alla base del percorso pittorico di Paolo Ghilarducci, alla base del suo racconto per immagini, giacchè esse esprimono una modernità dell'ispirazione e si accompagnano a una sorta di riecheggiamento favolistico, gravate da un senso incantato di lezione novecentesca, di ricerca decorativa e neoromantica, che vivacemente circola e avvolge tutte le figure, quel mondo rappresentato con mirabile miracolo, quel mondo quotidiano che Ghilarducci ci racconta come vissuto e desiderato compreso quel contatto fra uomo e natura.

Ghilarducci superbamente fa rivivere miti del presente e del passato, miracolose zoomate, immagine che una volta figurali poi via via si sono come alleggerite in una fasciolata geometrizzazione, in una magica danza di parti in libertà, fatta di accensioni, di toni a volte accesissimi e a volte acquerellati, e di classica nostalgia per un eden, un paradiso perduto e insieme ritrovato. Per tutto ciò, per l'impianto scenografico, per i toni di colore, e per la luce che in ogni tela si scioglie, tutto svela quell'esuberante personalità del Ghilarducci artista e poeta. (...)". (Carlo Franza - curatore della mostra)




Parole, libri e lettere: Henry James e l'Italia, Henry James e Roma
termina lo 08 gennaio 2017
Museo Andersen - Roma

La mostra rappresenta un tributo significativo e un omaggio alla memoria di Henry James che amò profondamente Roma, scenario frequentemente evocato nei suoi scritti più famosi. Saranno esposti una selezione di rari volumi di opere jamesiane, per la maggior parte prime edizioni pubblicate fra fine Ottocento e inizio Novecento insieme a lettere inedite, provenienti da collezione privata italiana, scritte in un lungo arco temporale. Nella mostra saranno esposte anche fotografie e testi facenti parte della biblioteca del Museo. Con la correlata giornata di studio, oltre ad approfondire la personalità umana e letteraria di Henry James e la sua fondamentale rilevanza nella letteratura fra Otto e Novecento, s'intende documentarne gli stretti e poco noti rapporti con l'Italia, Roma e la Casa Museo Andersen. (Comunicato stampa Museo Hendrik Christian Andersen)




Maria Cristina Finucci: HELP, l'Età della plastica
termina lo 08 gennaio 2017
Isola di Mozia (Trapani)

La monumentale installazione HELP, l'Età della plastica, ideata dall'artista Maria Cristina Finucci, è ospitata dall'isola di Mozia, situata sulla costa occidentale siciliana nello stagnone di Marsala (Trapani): l'opera, costituita dall'assemblaggio manuale di oltre 5.000.000 di tappi usati di plastica colorata racchiusi in gabbioni metallici, delinea in uno spazio di forma quadrangolare la parola HELP, che si snoda sul terreno con grandi lettere tridimensionali (alte fino a 4 metri ciascuna per una estensione totale di circa 1.500 metri quadrati). Situata nell'area archeologica, crea un immediato cortocircuito visivo e concettuale tra le millenarie rovine fenice e i resti più diffusi e inquinanti della società contemporanea.

E' promossa e realizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro - Italia e Mediterraneo in collaborazione con la Fondazione Whitaker, nell'ambito del progetto "Wasteland - The Garbage Patch State" diretto da Paola Pardini, che si è sviluppato a partire dal 2013 con il coinvolgimento di organismi internazionali, aziende, fondazioni, associazioni, università. In particolare l'Università Roma Tre e l'Università degli Studi di Palermo si sono impegnate attivamente nella promozione dell'evento di Mozia, creando una catena umana di sensibilizzazione per la raccolta dei materiali plastici su vasta scala.

Maria Cristina Finucci è architetto e artista. Ha ideato il progetto Wasteland - The Garbage Patch State. Paola Pardini è direttore del progetto Wasteland - The Garbage Patch State. Utilizza il linguaggio espressivo e radicale dell'arte per sensibilizzare i rappresentanti della società civile sul tema delle Garbage Patch, le enormi isole di plastica che galleggiano negli oceani di tutto il globo. L'agenzia ambientale governativa americana NOAA ha calcolato che queste isole, formate da spazzatura e composte al 90% da materiali plastici, possano arrivare ad occupare una superficie totale pari a circa 16 milioni di chilometri quadrati.

Per questo l'11 aprile del 2013 a Parigi, nella sede dell'Unesco, l'artista ha simbolicamente ufficializzato il Garbage Patch State come una vera e propria Nazione, dotata di una bandiera, una costituzione, delle leggi e delle ambasciate. Questo è infatti l'obiettivo finale del progetto e la novità dell'intervento creativo dell'artista: dare un'immagine a un fenomeno sfuggente - la plastica corrosa dal mare e disgregata nell'acqua a cui si aggiunge il pulviscolo della microplastica - attraverso la creazione di un'immagine concreta del Garbage Patch nelle installazioni come nella pubblica opinione (utilizzando materia, spazio, tempo per tracciare indizi dell'esistenza dello "stato" che non visualizziamo).

Le installazioni dedicate a questa attualissima emergenza sono state realizzate in varie città del mondo: a Parigi nel padiglione centrale dell'Unesco (2013) e alla Conferenza Mondiale sul Clima (2015); a Venezia in occasione della Biennale Arte (2013 e 2014); a Madrid (2014); a Roma presso il Maxxi (2014); a New York all'interno della sede dell'Onu (2014); a Milano (Esposizione Universale 2015). L'installazione HELP, l'Età della plastica è affiancata da una pubblicazione, curata da Giuseppe Barbieri e Silvia Burini ed edita da Terraferma, che contiene i testi critici dei curatori e le immagini dell'opera allestita all'isola di Mozia.

La Fondazione Terzo Pilastro - Italia e Mediterraneo è un'istituzione privata no-profit che promuove e sostiene progetti ed iniziative nel campo della salute, della ricerca scientifica, dell'assistenza alle categorie più deboli della popolazione, dell'istruzione e della formazione, dell'arte e della cultura, fino alla promozione di mostre, conferenze ed eventi internazionali. La Fondazione Giuseppe Whitaker, sotto il patrocinio dell'Accademia Nazionale dei Lincei, è stata istituita nel 1975, con lo scopo di incrementare le attività culturali in Sicilia, con particolare riferimento allo studio della civiltà fenicio-punica, e al mantenimento del suo patrimonio storico artistico custodito nell'isola di Mozia e nella Villa Malfitano, una vera e propria casa-museo. Mozia, che si estende per 40 ettari nello stagnone di Marsala, ospita anche un museo archeologico recentemente ampliato con fondi comunitari. (Comunicato Uffici stampa Alessandra Santerini)




Opera dalla mostra La guerra è finita. Nasce la Repubblica La guerra è finita. Nasce la Repubblica.
Milano 1945-1946. Fotografie di Federico Patellani


termina il 15 gennaio 2017
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
www.mufoco.org

Il Museo di Fotografia Contemporanea celebra i 70 anni della Repubblica Italiana e del voto alle donne con una mostra dedicata a Federico Patellani: 70 immagini che raccontano la distruzione e la rinascita di Milano dopo la Seconda Guerra Mondiale e la vittoria della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946. La mostra, a cura di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, intende offrire una occasione di conoscenza e di riflessione su un periodo cruciale della storia dell'Italia del Novecento: i momenti immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il referendum Monarchia-Repubblica e l'elezione dei rappresentanti all'Assemblea Costituente, che ebbero luogo il 2 giugno 1946, una data fondamentale della quale quest'anno ricorre il settantesimo anniversario.

Immagini celeberrime e meno note, stampate in grande formato, accompagnano il visitatore all'interno di un percorso nella storia. Un primo corpus di fotografie mostra la vita nella città di Milano nell'immediato dopoguerra: case distrutte e macerie, in uno scenario di povertà e di disagio sociale che rimanda a un'Italia molto lontana, ferita e disorientata all'indomani del ventennio fascista. Il secondo corpus di immagini si riferisce specificatamente al referendum Monarchia-Repubblica e all'elezione dell'Assemblea Costituente. Un momento di enorme rilievo storico, nel quale, per la prima volta in Italia, le donne sono ammesse al voto.

Federico Patellani documenta questi passaggi con il consueto sguardo attento e amorevole, celebrando la vittoria della Repubblica con un'immagine divenuta icona: la cosiddetta "donna della Repubblica". All'interno del percorso espositivo saranno mostrati anche i provini realizzati dall'autore, che testimoniano il processo di costruzione della celeberrima fotografia. Il Museo conserva l'intero archivio di Federico Patellani, costituito da 690 mila pezzi tra stampe originali, provini e negativi, oltre alla fedele ricostruzione del suo studio. Gli eredi hanno depositato il Fondo fotografico presso Regione Lombardia, che l'ha affidato alle cure, alla gestione e alla valorizzazione del Museo di Fotografia Contemporanea.

Federico Patellani (Monza, 1911 - Milano, 1977) è uno dei maestri del fotogiornalismo italiano riconosciuto a livello europeo. Colto e sensibile narratore, testimone puntuale della società italiana, ha raccontato il paese nel dopoguerra, la ripresa economica, le industrie, la moda, il costume, la vita culturale. Ha affiancato all'attività fotogiornalistica la frequentazione del mezzo cinematografico e televisivo. Negli ultimi anni della sua attività si è dedicato a viaggi in tutto il mondo. Patellani realizza un reportage rigoroso, privo di retorica, attento a restituire all'osservatore gli elementi essenziali della narrazione, secondo lo stile di quello che egli stesso nel 1943 definì "giornalista nuova formula": chiarezza, comunicatività, rapidità, gusto nell'inquadratura, esclusione di luoghi comuni, così che le immagini "appaiano viventi, attuali, palpitanti, come lo sono di solito i fotogrammi di un film". (Comunicato stampa)




Museo di scultura ceramica a Castel d'Ario, Mantova "Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica


Castel d'Ario (Mantova)

Inaugurato il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori", primo Museo dedicato all'arte ceramica della provincia di Mantova ed il secondo in Lombardia dopo il MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico, Cerro di Laveno Mombello (Varese). Dopo più di un anno di lavoro, di contatti, di rapporti, di incontri con gli amici scultori-ceramisti, finalmente Casa Museo Sartori è in grado di aprire al pubblico il "Museo della Ceramica". Nel Museo, ancora in divenire, viene presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. Altre opere sono attese e non appena ultimate dai vari maestri ceramisti invitati, verranno poste negli spazi per loro previsti. (Comunicato stampa)

Artisti che al momento figurano con le loro sculture nel Museo:

Accarini Riccardo (Savona), Angiuoni Enzo (Atripalda - AV), Barbagallo Orazio (Milano), Bartoletti Patrizia (Casalfiumanese - BO), Bertorelli Luciana (Savona), Bianco Lino (Sassuolo - MO), Blandino Giovanni (Milano), Bonechi Marco (Figline Valdarno - FI), Calzavacca Claudio (Gallarate - VA), Cannata Matteo (Cavenago Brianza - MI), Castagna Pino (Costermano - VR), Castaldi Domenico (Portogruaro - VE), Cattani Silvio (Rovereto - TN), Chiarcos Giorgio (Trento), Cicala Licia (Milano), Cipolla Salvatore (Mirabella Imbaccari 1933 - Sesto Fiorentino 2006), Confortini Elisa (Genova), Corsucci Umberto (Montefiore Conca - RN), Cropelli Fausta (Pontoglio - BS), D'Agostini Maurizio (Costozza di Longare - VI), De Mori Ferruccio (Tezze sul Brenta - VI), Desiderati Luigi (Mantova), De Zan Guido (Milano)

Difilippo Domenico (San Felice sul Panaro - MO), Di Giosaffatte Vincenzo (Penne /PE 1935 - Castelli /TE 2006), Ellen G. (Napoli), Ekman Yvonne (Roma), Ferraj Victor (Savona), Fioravanti Ilario (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012), Flores Ilaria (Milano), Fonsati Rodolfo (Ferrara), Forgione Pompeo (Milano), Frisinghelli Maurizio (Rovereto - TN), Gaeta Goffredo (Faenza - RA), Gaiezza Roberto (Cairo Montenotte - SV), Garesio Clara (Napoli), Gerosa Mirella (Milano), Gerull Martin (Milano), Gheller Monica (Seregno - MB), Gheno Floriano (Nove - VI), Gorreri Isa Palvarini (Suzzara - MN), Jori Andrea (Mantova), Laghi Luciano (Fognano - RA), Lanfredini Italo (Commessaggio - MN), Lazzari Isaia (Scandolara Ravara - CR), Leverone Adriano (Ferrada - Moconesi - GE), Lucchi Bruno (Levico - TN), Lucietti Antonio (Bassano del Grappa - VI)

Lucietti Giuseppe (Bassano del Grappa - VI), Ludovici Vincenzo (Ferentino - FR), Lunetta Silvana (Brescia), Madoi Giovanna (Milano), Mair Zischg Ingrid (Modena), Marchetti Massimiliano (Savona), Marchetti Sandro (Savona), Marrani Ruggero (Barasso - VA), Mazzotta Alfredo (Milano), Morini Gianfranco (Faenza - RA), Musi Roberta (Milano), Pancheri Aldo (Milano), Pedroli Gigi (Milano), Pesci Brenno (Castellamonte - TO), Pianezzola Pompeo (Nove 1925 - 2012), Pietrobono Fiorello (Alatri - FR), Pirozzi Giuseppe (Napoli), Plaka Ylli (Savona), Pompei Paolo (Belforte all'Isauro - PU), Pompili Graziano (Montecchio Emilia - RE), Previtali Carlo (Grumello Al Monte - BG), Provasi Germana (Mantova)

Quadrini Achille (Frosinone), Rea Fernando (Frosinone), Rebagliati Laura (Cesena - FC), Reggiori Albino (Laveno VA 1933 - 2006), Renzini Gianfranco (Gargnano - BS), Repulino Giulio (Roma), Restelli Lucilla (Rho - MI), Rigon Roberto (Pozzo Leone - VI), Roma Flavio (Albisola Superiore - SV), Ronchi Cesare (Castel Bolognese - RA), Rontini Aldo (Faenza - RA), Rossato Kiara (Mantova), Sabbadini Selvino (Roncoferraro 1912 - Mantova 1986), Sartori Cesare (Nove - VI), Sassi Ivo (Faenza - RA), Sciacca Giuseppe (Nicolosi di Catania), Sciannella Giancarlo (Roma), Sebaste Salvatore (Bernalda - MT), Soravia Sandro (Albisola Superiore - SV), Staccioli Paola (Scandicci - FI), Staccioli Paolo (Scandicci - FI), Torcianti Franco (Osimo - AN), Valenti Massimiliano (Casalmaggiore - CR), Van Wees Mara (Roma), Vasconi Franco (Spigno Monferrato 1920 - Milano 2014), Vitale Francesco (Casalmaggiore - CR), Volontè Lionella (Milano), Zago Paola (Campagna Lupia - VE), Zanetti Maria (Modena), Zitti Vittorio (Acqui Terme - AL), Zoli Carlo (Faenza - RA).




L'Umbria sullo schermo
termina il 15 gennaio 2017
Palazzo Baldeschi al Corso - Perugia

Racconta una consuetudine, quella tra Umbria e cinema, che inizia da lontano, esattamente dal 1898, quando l'invenzione dei Lumière non aveva che pochissimi anni di vita. E' proprio all'origine del cinematografo che la British Mutoscope & Biograph Company documentava in quel di Orvieto la Corpus Christi Procession. Una consuetudine che è continuata senza interruzione alcuna, superando persino i momenti bui delle due grandi guerre. Sino a rendere i monumenti, gli scorci dei centri storici, i panorami dell'Umbria popolari nel mondo. Chi mai sospetterebbe che quest'angolo d'Italia abbia qualcosa a che fare con Rodolfo Valentino o che i suoi paesaggi siano stati scelti per realizzare nientemeno che un film western? E' scontato e risaputo che siano stati fatti dei film su San Francesco: ma chi li conosce tutti?

Per molti versi l'Umbria è un set quasi naturale, in virtù dei suoi paesaggi spesso incontaminati e della particolare struttura architettonica dei borghi e città che la compongono, rimasta intatta nei secoli. Ideale sfondo per decine di pellicole e di produzioni televisive, molti delle quali di ambientazione storica. Si parte dalle origini storiche del cinema con una suggestiva galleria di antichi strumenti e macchinari cinematografici d'epoca provenienti da collezioni private, collocati lungo tutto il percorso, per arrivare alle tecnologie più moderne grazie alle quali i visitatori potranno vivere anche coinvolgenti esperienze immersive che li proietteranno in scenografie virtuali.

Il nucleo centrale della mostra è rappresentato dalla proiezione di clip tratte da alcune tra le pellicole più rappresentative girate nella regione nel corso degli anni, spaziando dai primissimi anni del '900 fino alle fiction più recenti, che oltre ad aver calamitato l'attenzione di milioni di spettatori hanno dato una grande visibilità alle località in cui sono stati girati (Gubbio, Spoleto, Città della Pieve, la stessa Perugia). Il materiale raccolto è stato fornito da numerose case di produzione.

Fa poi una certa impressione scoprire - percorrendo la mostra - che in Umbria hanno lavorato registi come Dario Argento, Pupi Avati, Mario Monicelli, Liliana Cavani, Franco Zeffirelli, Giuseppe Tornatore, Roberto Benigni o vi hanno recitato attori del calibro di Alberto Sordi e Carlo Verdone, di Mickey Rourke e Peter Ustinov. Nomi e volti di molti grandi attori si potranno vedere e leggere negli accattivanti e colorati manifesti d'epoca e nelle locandine pubblicitarie che tappezzano le pareti delle sale. Naturalmente c'è anche una sezione dedicata agli attori umbri più noti che si sono affermati a livello nazionale ed internazionale.

Le scenografie e gli oggetti originali utilizzati per le riprese L'Umbria come set cinematografico non verrà però raccontata solo attraverso le immagini. Una parte degli spazi verrà infatti allestita con pezzi di scenografie, con oggetti e costumi utilizzati nei vari film prodotti e realizzati in Umbria: il costume di Pinocchio concesso da Cinecittà Studios e indossato da Roberto Benigni nel film dedicato al famoso burattino di legno girato presso gli studi di Papigno, vicino Terni; il bancone della cioccolateria utilizzato nella fiction Luisa Spagnoli andata in onda su Rai 1 nel febbraio 2016; e la bici, proprio quella originale, immancabile compagna di Don Matteo. Completa il percorso la ricca galleria di disegni originali delle scenografie di Fratello Sole, Sorella Luna di Franco Zeffirelli, realizzati da Gianni Quaranta, vincitore nel 1986 del premio Oscar alla migliore scenografia per il film Camera con vista.

Per i visitatori più appassionati (e che magari ambiscono a diventare attori) è stato creato un set dove ci si potrà cimentare in provini con tanto di ciak e macchina da presa. Al piano terra del palazzo è stata inoltre allestita una sala cinema con schermo e poltroncine d'epoca dove si potranno visionare - sulla base di un fitto programma giornaliero - proiezioni audiovisive, documentari, film autoprodotti da autori umbri, ecc. Legato alla mostra, di cui racconta i tratti salienti e le curiosità su film e personaggi che hanno caratterizzato la storia del cinema umbro, è anche il libro-catalogo scritto da uno dei curatori, Fabio Melelli - apprezzato storico del cinema -  edito dalla casa editrice Aguaplano. (Comunicato Studio Esseci)




Alberto Burri: lo Spazio di Materia - tra Europa e U.S.A.
termina lo 06 gennaio 2017
Ex Seccatoi del Tabacco - Città di Castello (Perugia)

Dopo il rilevante successo della mostra Alberto Burri: The Trauma of Painting dell'ottobre 2015 al Solomon R. Guggenheim di New York e della successiva tappa presso il Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen di Düsseldorf, le Celebrazioni del Centenario della nascita del grande artista italiano si concluderanno con un nuovo straordinario appuntamento espositivo a Città di Castello, suo luogo natale. Come dichiarato da Richard Armstrong, Direttore del Guggenheim Museum in occasione dell'apertura della retrospettiva Alberto Burri: The Trauma of Painting «la mostra afferma la posizione di Burri come uno dei più innovativi artisti del periodo del secondo dopoguerra mondiale.

Burri (...) ha creato un nuovo tipo di oggetto, simultaneamente pittorico e scultoreo, che ha influenzato successivamente artisti associati col New Dada, il Noveau Réalisme e il Postminimalism.» e, si può aggiungere, con l'Arte Povera italiana. A queste considerazioni se ne aggiungono altre, non meno determinanti per l'invenzione linguistica scaturita dalla sua opera. Burri è infatti l'artista che nell'impiego diretto e pressoché esclusivo della materia ne ha ottenuto una spazialità inedita all'insegna di un "controllo dell'imprevisto" e di un magistrale equilibrio che ne ha qualificato le forme.

A partire da tali considerazioni, nel nuovo importante appuntamento espositivo dell'autunno - inverno 2016-2017, accanto ad un nucleo scelto di opere di Burri - circa 20 - dai catrami alle muffe, dai sacchi ai gobbi, dai legni alle combustioni, dai ferri alle plastiche, dai cretti ai cellotex fino al "nero e oro", sarà possibile ammirare opere di Maestri protagonisti del XX e XXI secolo: Fautrier, Dubuffet, Pollock, Motherwell, Hartung, De Kooning, Wols, Calder, Marca-Relli, Scarpitta, Matta, Nicholson, Tàpies, Colla, Rauschenberg, Twombly, Johns, Fontana, Manzoni, Castellani, Uncini, Lo Savio, Klein, Rotella, Christo, Tinguely, Arman, César, Morris, Sonnier, Beuys, Kounellis, Calzolari, Pistoletto, Pascali, Nevelson, Piene, LeWitt, Scialoja, Mannucci, Leoncillo, Andre, Afro, Chamberlain, Capogrossi, Kiefer, Mirò, Soulages, Serra, Hesse.

Accanto alle opere di questi artisti, un repertorio fotografico e documentario dello storico frangente tra il 1947 e il 1989, comprendente dati sulle correnti artistiche, manifesti, depliant, cataloghi, pubblicazioni, video, film, schede biografiche, produzioni teoriche ed altri significativi materiali illustrativi, si snoderà lungo un percorso separato dalle opere stesse, facilitando la fruizione di questo particolare momento storico culturale dell'arte dal dopoguerra al termine emblematico della fine della Guerra fredda e della caduta del muro di Berlino. (Comunicato stampa Studio Esseci)




René Burri. Utopia
Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo


termina lo 08 gennaio 2017
Casa dei Tre Oci - Venezia

Due progetti espositivi autonomi presentano, da un lato, 100 immagini di René Burri dedicate all'architettura e ai suoi protagonisti, dall'altro, 50 scatti inediti di Ferdinando Scianna in occasione dei 500 anni dalla fondazione del Ghetto ebraico a Venezia. Entrambi nella prestigiosa agenzia fotografica Magnum, Burri (che ne diverrà presidente nel 1982) e Scianna appartengono, pur nella loro diversità, a quella categoria di autori che attraverso il mezzo fotografico esprime personali visioni, sia che si traducano nella passione di Burri di documentare grandi cambiamenti politici e sociali, sia che rispondano al tentativo, nel caso di Scianna, di carpire, all'interno del flusso caotico dell'esistenza, "istanti di senso e di forma".

Utopia, di René Burri (Zurigo, 1933-2014) - a cura di Michael Koetzle - riunisce, per la prima volta, oltre 100 immagini del grande artista svizzero dedicate all'architettura, con scatti di famosi edifici e ritratti di architetti. La fotografia di Burri nasce dal bisogno di raccontare i grandi processi di trasformazione e i cambiamenti storici, politici e culturali del Novecento con una forte attenzione verso alcuni personaggi che ne hanno fatto parte. Utopia - che si tiene in contemporanea con la Biennale di Architettura 2016 - s'inserisce in questa prospettiva, in quanto Burri concepisce l'architettura come una vera e propria operazione politica e sociale che veicola e impone una visione sul mondo, e che lo spinge a viaggiare tra Europa, Medio Oriente, Asia e America latina sulle tracce dei grandi architetti del XX secolo, da Le Corbusier a Oscar Niemeyer, da Mario Botta a Renzo Piano, da Tadao Ando a Richard Meier. Accanto ai loro ritratti e alle loro costruzioni, in Utopia si ritrovano anche le immagini di eventi storici particolarmente densi di contrasti e di speranze, come la caduta del muro di Berlino o le proteste di piazza Tienanmen a Pechino nella primavera del 1989.

L'ultimo piano della Casa dei Tre Oci è dedicato all'opera di uno dei più importanti fotografi italiani, Ferdinando Scianna (Bagheria, 1943). In occasione dei 500 anni della nascita del Ghetto ebraico di Venezia, la Fondazione di Venezia ha deciso di avviare una ricognizione fotografica con l'obiettivo di raccontare la dimensione contemporanea del Ghetto. Il progetto espositivo - curata da Denis Curti - è realizzato da Civita Tre Venezie. Scianna ha realizzato un reportage fotografico in pieno stile Street Photography, raccogliendo immagini inerenti la vita quotidiana del Ghetto, senza tralasciare ritratti, architetture, interni di case e luoghi di preghiera. Chiese, ristoranti, campi, gondole sono i soggetti che animano il panorama visivo del progetto. Da segnalare, in questa narrazione, la compresenza di una dimensione simbolica, storica, rituale, intrinsecamente connessa a luoghi e gesti, e una semplicità nella descrizione di un tempo presente e ordinario. La mostra sarà accompagnata da un catalogo bilingue (italiano e inglese) Marsilio Editori, che presenta, tra gli altri, i testi di Donatella Calabi, Denis Curti, Paolo Gnignati e Ferdinando Scianna. (Comunicato stampa)

«Gli enormi cambiamenti sociali che si stanno verificando nella nostra era tecnologica nel campo della musica, della pittura, della letteratura e dell'architettura stanno dando un nuovo volto all'umanità. Seguire questi sviluppi e comunicare i miei relativi pensieri e immagini, è ciò che considero il mio mestiere.» (René Burri)

«La fotografia era, è un ponte fra noi e la realtà. Per fissare l'istante. Oggi è un muro (di immagini) che paradossalmente non ci fa più vedere il mondo. Sommersi da milioni di foto, abbiamo perso la memoria.» (Ferdinando Scianna)




Trittico mostra Sergio Morello 100 Beste Plakate

Nell'ambito dell'ultima edizione del concorso internazionale "100 Beste Plakate 2014-2015 Deutschland Österreich Schweiz", promosso con l'intento di selezionare la migliore produzione grafica in Germania, Austria e Svizzera, è stato selezionato il manifesto dedicato alla mostra "Sergio Morello (1937). Trasformazioni e tensioni tra pittura e performance" a cura di Dalmazio Ambrosioni e Nicoletta Ossanna Cavadini - mostra tenutasi presso il Centro Culturale Chiasso a Spazio Officina (Chiasso, Svizzera) da ottobre a novembre 2015. Il manifesto è stato elaborato dal Laboratorio cultura visiva della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI). Il trittico premiato è il risultato di una collaborazione avviata a partire dal 2014 fra la SUPSI - in particolare il Laboratorio cultura visiva del Dipartimento ambiente costruzioni e design - e il m.a.x. museo / Spazio Officina, Centro Culturale Chiasso.

Il manifesto della mostra su Sergio Morello condensa creatività e qualità interpretativa: il trittico riassume gli aspetti concettuali e gestuali di Morello riprendendo in particolare frammenti di due opere esposte in mostra e pubblicate in catalogo (Tenere, acrilico e corda su tavola, 2015, e Horizon 2, acrilico e corda su tavola, 2012) con la firma dell'artista, per collegare le trasformazioni, le tensioni e le elaborazioni operate dall'artista stesso nel corso degli anni. La mostra antologica su Sergio Morello presentava, infatti, più di cinquant'anni di attività creativa caratterizzata da una continua ricerca sul senso dell'arte e della materia.

La giuria - composta da Günter Eder (A-Vienna), Igor Gurovich (RU-Mosca), Gunter Rambow (D-Güstrow), Patrick Thomas (ES-Barcellona / D-Berlino) e Megi Zumstein (CH-Lucerna) - ha esaminato ben 2.000 manifesti per arrivare alla rosa finale di 100, in collaborazione con AGD Allianz Deutscher Designer e.V. (D-Braunschweig), AGI Alliance Graphique Internationale (CH-Zurigo), BDG Berufsverband der Deutschen Kommunikationsdesigner e.V. (D-Berlino), Design Austria (A-Vienna), SGD Swiss Graphic Designers (CH-Berna), sgv Schweizer Grafiker Verband (CH-Zurigo) e Universität der Künste Berlin.

I manifesti premiati sono stati esposti in mostra a Berlino e toccheranno altre città: Norimberga (in corso, fino allo 04 settembre 2016), La Chaux-de-Fonds (07-20 settembre 2016), Lucerna (25 settembre - 02 ottobre 2016), Dornbirn (07 ottobre - 04 novembre 2016) e Vienna (28 settembre 2016 - 05 febbraio 2017). (Comunicato stampa Amanda Prada - Responsabile comunicazione, pubbliche relazioni, coordinamento m.a.x. museo Svizzera e Insubria)




Teelgramma per Pia Punter Pia Punter Poster dedicato alla cestista triestina Pia Punter e telegrammi originali
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Da una serie di telegrammi originali rinvenuti, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa dedica un poster a una cestista triestina che attorno alla fine degli anni Quaranta del Novecento fu pure capitana della nazionale italiana di "palla al cesto", quella Pia Punter che con la squadra del dopolavoro del Pubblico Impiego Ilva di Trieste vinse il campionato italiano 1939-1940. "Infinite congratulazioni al misterioso ma grande tesoro della Pallacanestro Italiana nonché capitana delle campioni d'Italia con orgoglio stringoti la mano abbraccioti" scrive in un telegramma tale Itala Soave riferendosi alla vittoria della Puntar e delle sue compagne sulle milanesi.

Erano tempi, quelli, in cui il basket veniva giocato sulla terra battuta, signore e signorine calzavano divise con le gonne ben sotto il ginocchio, i punteggi erano ben lontani da quelli odierni. Infatti l'Ilva Trieste di Pia Punter conquistò lo scudetto in una finale giocata contro l'Ambrosiana Inter di Milano, regolando le meneghine con un sofferto ma sufficiente 23 a 22. Da un dirigente nazionale del Dopolavoro un altro telegramma esprime "a Voi e camerate vivissimi rallegramenti per vittoria campionato nazionale palla canestro sicura promessa per altre future affermazioni nostra squadra". Era il ventennio fascista, e le compagne di squadra, erano, per l'appunto, "camerate".

Campionato dopo campionato gli scenari cambiano. "Juventus e Genova disposte ingaggiarti - riceverai offerte squadre - segue lettera", si legge in un altro telegramma che fa intendere come l'atleta fosse richiesta da tante altre squadre e fosse pronta a lasciare Trieste. Non per niente fu capitana della squadra nazionale che nel 1938 vinse il campionato europeo. Ne aveva fatta di strada da quel ricreatorio sangiacomino Riccardo Pitteri in cui iniziò a praticare da ragazzina il basket, la pallavolo e il tennis. Scomparsa nel 1984, appartiene meritatamente al novero di quelle azzurre triestine che hanno portato alto il nome della propria città nel Paese e all'estero. Il poster a Lei dedicato, con i telegrammi originali, sarà presentato alla presenza di alcuni familiari dell'atleta azzurra. Il poster arricchirà in modo permanente la collezione telegrafica della struttura museale. (Comunicato stampa)




"Il Magnifico Guerriero"
Bassano a Bassano


termina il 31 gennaio 2017
Civici Musei - Bassano del Grappa
www.museibassano.it

Di ritratti di Jacopo Bassano se ne conoscono pochi. Ne posseggono uno i Musei di Los Angeles, di Budapest e solo pochissimi altri. Bassano conservava solo un prezioso piccolo ritratto su rame del doge Sebastiano Venier, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571). Una lacuna di un grande ritratto è colmata ora dall'arrivo di questa tela (cm.109x82) che i Civici Musei hanno ottenuto in comodato gratuito, omaggio del possessore al Museo che è il fulcro degli studi intorno a Jacopo e alla sua famiglia. Il Magnifico Guerriero, o più esattamente Il ritratto di uomo in armi rappresenta un affascinate nobiluomo dalla fulva, curatissima barba. Non un giovane ma un uomo maturo, certo aduso al comando ma soprattutto ad una vita raffinata lontano dai campi di battaglia. Indossa una preziosa corazza alla moda dell'epoca, che lo costringe, ma che non riesce ad ingabbiare la sua grazia e la sua flessibilità. Le lunghe dita, curate e perfette, non sembrano le più adatte a menar fendenti, così come il suo spadino di ferro e oro sembra più da parata che da battaglia.

Secondo Vittoria Romani dell'Università di Padova, che ha avuto il merito di ricondurre a Jacopo Bassano questo autentico capolavoro già attributo a Veronese e a Pordenone, il ritratto è databile agli anni immediatamente seguenti il 1550, ovvero al momento più altamente manierista del maestro. Che si tratti di un'opera altissima di Jacopo lo afferma anche Giuliana Ericani, già direttore dei Civici Musei di Bassano, che ha stimolato la concessione del Ritratto per la Sala dei Bassano. Il Magnifico Guerriero era finito all'estero. Lo si ritrova nel '700 a Melbury House nel Dorset. Va sul mercato da Christie's nel 1968 con l'attribuzione a Paolo Veronese, non condivisa da Giuseppe Fiocco che lo riconduce invece al Pordenone. E' un'opera sicuramente interessante, tant'è che di essa si occupa anche Federico Zeri.

Vittoria Romani, nello studio redatto intorno a questo capolavoro, rileva che "La condotta pittorica dell'uomo d'armi appare. in sintonia con il clima lagunare, e anzi qui Bassano, che nei ritratti giovanili condivide il registro obiettivo di Lotto e di Moretto mostrando una peculiare riservatezza di sguardo verso i ritrattati, raccoglie la sfida tutta lagunare, risalente al magistero di Giorgione, degli effetti di luce incidente e dei riflessi sulle superfici specchianti delle armature. Colate di materia accesa nei punti di massima luce si alternano a una scrittura in punta di pennello, volta a risaltare gli ornamenti con l'oro spento e a cogliere i bagliori dei profili e della cotta di maglia che luccicano nell'ombra. Il grigio del metallo vira in azzurro nell'ombra, si mescola a riflessi bruni e si accende sul fianco sinistro del rosso della camicia. Su questo brano di pittura balenante di luce si innesta con un peculiare contrasto il volto leggermente reclinato sulla spalla, che introduce una nota sentimentale inattesa, gli occhi rivolti altrove, sgranati e liquidi".

Questo rientro è festeggiato con una serie di iniziative di prestigio: l'uscita di tre volumi degli Atti del Convegno sui Bassano del 2011, la pubblicazione del catalogo completo delle opere dei Bassano patrimonio dei Civici Musei della Città, l'esposizione, a Palazzo Sturm, di una selezionata parte del poderoso corpus di incisioni tratte da Jacopo. (Comunicato stampa Studio Esseci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

News culturali dalla Grecia di artisti ellenici Grecia moderna e Mondo ellenico
Convegni, iniziative culturali, festival musicali e cinematografici



Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Iniziative alla Biblioteca Statale Stelio Crise di Trieste

.. 06 dicembre, ore 17.00
Arte e Astronomia nell'età di Galileo
Incontro con il prof. Paolo Molaro. L'appuntamento è a cura del prof. Andrea Sgarro, per il Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste.

.. 07 dicembre, ore 17.00
"La nostra privata conchiglia all'orecchio". Giorgio Bergamini (1920-2007) Scrittore, giornalista, saggista
Inaugurazione della mostra documentaria dedicata a Giorgio Bergamini, scrittore, giornalista e saggista, fine critico teatrale, lucido testimone delle vicende intellettuali triestine, e non solo, del secondo Novecento. Organizzata dall'Archivio e Centro di Documentazione della Cultura Regionale di Trieste, in collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici e il Sistema Museale di Ateneo dell'Università degli Studi di Trieste e con la Biblioteca Statale Stelio Crise. Esposizione visitabile fino al 23 gennaio 2017. (Comunicato stampa)




Concerto di Vassilis Papakonstantinou a Trieste Vassilis Papakonstantinou

"La voce dei poeti"
Concerto di poesie musicate


06 dicembre 2016, ore 20.30
Sala Tripcovich - Trieste

Vassilis Papakonstantinou per la prima volta in Italia in occasione dei festeggiamenti di San Nicolò. Leggenda della musica ellenica, Vassilis Papakonstantinou inizia il suo percorso musicale all'inizio degli anni '70. Trascinato dalla forte onda politica di quegli anni si presenta a Parigi a casa di Mikis Theodorakis, lo conquista con la sua passione e partecipa a tutti i concerti internazionali che Theodorakis organizza nel mondo. Col passare degli anni la presenza di Vassilis diventa sempre più importante per la musica ellenica. La forza e la sensibilità della sua voce rendono unica l'interpretazione delle sue canzoni. Negli ultimi 40 anni con la sua voce ha guidato i greci lungo le vie musicali tracciate da compositori come Mikis Theodorakis, Manos Loizos, Nikolas Asimos, Giannis Zouganelis, Thanos Mikroutsikos, Thomas Bakalakos, Christoforos Krokidis, Stamatis Messimeris, Lavrentis Macheritsas, Antonis Vardis, Lakis Papadopoulos, Christos Nikolopoulos e tanti altri...

I suoi salti sul palcoscenico lo hanno portato in alto, fino a toccare l'anima di tutte le generazioni che sono cresciute con le sue canzoni. Ed è rimasto lì come un faro acceso, a ricordarci che la gioventù non finisce mai quando si lotta fino alla fine per i propri sogni e le proprie idee. Romantico e sensibile mantiene tutt'oggi viva la fiamma della speranza per un futuro migliore, continuando a suonare la sua chitarra, piegando le gambe per un salto ancora per incontrarci. L'artista verrà accompagnato dai musicisti Andreas Apostolou (pianoforte), Giorgos Theodoropoulos (pianoforte) e Mary Brozi (violino e voce). Iniziativa organizzata dalla Comunità Greco Orientale di Trieste con il patrocinio del Comune di Trieste e in collaborazione con il Consolato Onorario di Grecia a Trieste, con l'Università di Trieste - Lingua Neogreca e con la Fondazione Ellenica di Cultura Italia. (Comunicato stampa Fondazione Ellenica di Cultura Italia)




Otello | I due volti della paura | Uno, Nessuno, Centomila
Pacta Salone - Milano
www.pacta.org

Otello
di William Shakespeare

Regia di Mario Gonzalez
Con Carlo Decio
Produzione Teatro Indaco

21-22 gennaio 2017

La vicenda ruota attorno alla gelosia di Otello, fiero condottiero militare della Repubblica di Venezia, per l'amata Desdemona, che, a causa delle insinuazioni di Iago, viene sospettata di avere una relazione con il luogotenente Cassio. Un solo attore, nulla in scena, luci accese in sala come in una piazza. Un modo originale, divertente e ironico per narrare Otello: teatro di narrazione, Commedia dell'arte e mimo per far vivere i principali personaggi dell'opera e i vari luoghi dove si svolgono le vicende della famosa tragedia di William Shakespeare.

Mario Gonzalez (Guatemala) è attore storico del Theatre du Soleil diretto da Ariane Mnouchkine, indimenticabile interprete di Pantalone ne l'"Age d'Or", e maestro di maschera al Conservatorio Nazionale Superiore di Arte Drammatica di Parigi, una delle scuole più prestigiose della Francia.

Lo spettacolo fa parte della nuovissima sezione della stagione PACTA. dei Teatri, TeatroInFamiglia, che vuole stimolare i componenti di un nucleo famigliare a passare un pomeriggio insieme condividendo uno spettacolo, sia esso di valore culturale, d'attualità o d'intrattenimento. L'esperienza di spettatori, facendo dell'incontro con il teatro un'occasione di apprendimento e insieme un'esperienza emozionale che forma il gusto, fa scoprire autori e storie, lascia tracce nella memoria. (Comunicato ufficio stampa iagostudio)

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I due volti della paura

Dai racconti di Edgar Allan Poe e Lovecraft
Di e con Alessandro Pazzi
Regia: Alessandro Pazzi
Installazioni di disegni: Lorenzo Vergani
Coproduzione PACTA. dei Teatri - OssigenO Teatro

19-20 novembre, 26-27 novembre, 17-18 dicembre 2016

Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft sono due mostri sacri del panorama della letteratura dell'orrore e del soprannaturale. Due modi di concepire la paura: Poe si concentra di più sull'uomo, sulla malattia sia mentale sia fisica, sulla morte e la paura nasce da un senso di colpa, dai demoni che ogni essere umano si porta dentro. Per Lovecraft la paura ha ben poco a che fare con l'essere umano: il terrore vero, deriva da ciò che non conosciamo. Attraverso la voce di un attore che leggerà due racconti e i disegni di un illustratore che faranno da scenografia, si entra nel mondo pauroso e ignoto di questi due classici. (Comunicato ufficio stampa iagostudio)




Pubblicato il bando di gara per il X Filmfestival del Garda
San Felice del Benaco (Brescia), 20 maggio - 04 giugno 2017
www.filmfestivaldelgarda.it

Il bando di gara del concorso del FFG17 è rivolto a lungometraggi opere prime e seconde di autori italiani e stranieri, le domande potranno essere presentate fino al 3 marzo. Oltre a quello della critica cinematografica, ogni anno presente in forza, un premio sarà assegnato anche dal pubblico attraverso schede di voto consegnate a ogni singola proiezione. La manifestazione, ideata e organizzata dall'Associazione culturale Cineforum Feliciano, presenta ogni anno dal 2007, quando si svolgeva a dicembre, opere che rappresentano le tendenze cinematografiche dei giovani autori del panorama internazionale e organizza eventi artistici, mostre e concerti ispirati all'arte cinematografica. Tra le novità dell'edizione la sezione dedicata agli istituti scolastici della prima infanzi, primari e secondari con laboratori e proiezioni accompagnate da professionisti.

"La prossima edizione - dice Veronica Maffizzoli, direttrice artistica del FFG - sarà un importante traguardo: dieci anni di Filmfestival del Garda sono una grandiosa soddisfazione per un evento che negli anni è riuscito a maturare e crescere. Il FFG17 si svolgerà ancora nel periodo estivo, avendo riscontrato con soddisfazione un interesse anche turistico oltre che culturale, e soprattutto con grande soddisfazione confermiamo la storica formula delle sezioni che, tornate lo scorso anno dopo un variante nel format, si divideranno tra Concorso lungometraggi, Retrospettive, Omaggi ed eventi speciali". (Comunicato stampa)




Cosa ci succede davanti a un opera d'arte - Le risposte del nostro cervello - Serie di conferenze alla GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino Cosa ci succede davanti a un opera d'arte?
Le risposte del nostro cervello


21 novembre 2016 - 23 gennaio 2017
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.fondazionedefornaris.org

Come la nostra mente percepisce i colori? Che cosa succede al nostro cervello quando guardiamo un'opera d'arte? Sono domande che - senza scomodare la Sindrome di Stendhal, il senso di sperdimento che può sopraggiungere di fronte al "troppo" bello - forse ci siamo posti più di una volta davanti a un capolavoro. Le risposte, affidate alle voci di tre prestigiosi studiosi nel settore delle neuroscienze, sono ora al centro della nuova serie di "Lunedì dell'arte". Si parlerà del rapporto tra la neuroestetica, la psicanalisi e l'arte, della percezione del colore, dei "neuroni specchio" e dell'empatia.

Si cercherà di capire in che cosa consista per il sistema cervello-corpo l'esperienza degli oggetti frutto della creatività. Sono temi che rappresentano l'avanguardia della scena artistica attuale, presi in considerazione in tempi recenti dai maggiori musei internazionali: dal MoMA, che ha inserito la neuroscienza nei suoi programmi, alla Tate Modern, dove si è tenuto nel 2014 un convegno sulla sinestesia, l'attivazione simultanea, anche nei confronti dell'opera d'arte, di sfere sensoriali diverse. Gli incontri introducono alla grande mostra "Colori", prevista alla GAM e al Castello di Rivoli nel marzo 2017, con capolavori da Kandinsky ai giorni nostri.

Programma

- 21 novembre, ore 18.30 Vittorio Gallese, Il senso del colore, tra corpo e cervello

Vittorio Gallese è professore ordinario di Fisiologia umana presso il Dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Parma. Tra i suoi contributi principali vi è la scoperta, insieme ai colleghi del gruppo di Parma, dei neuroni specchio. La sua attività di ricerca è testimoniata da oltre settanta pubblicazioni scientifiche su riviste e volumi internazionali, con particolare riferimento alla neuroestetica.

«Negli ultimi due decenni le neuroscienze hanno manifestato un crescente interesse nei confronti dell'arte e dell'estetica. Questo approccio si è da subito mostrato molto diversificato: alcuni neuroscienziati hanno utilizzato l'arte per comprendere meglio il funzionamento del cervello, utilizzando dipinti o spezzoni di film come meri stimoli per meglio comprendere le basi neurobiologiche di facoltà cognitive non arte-specifiche. Altri hanno studiato i concetti di 'bello', 'sublime' e 'piacere estetico' e, più in generale, i meccanismi neurali responsabili dell'analisi percettiva visiva di varie caratteristiche formali delle opere d'arte.

La nostra ricerca, invece, è guidata da presupposti differenti: studiare il sistema cervello-corpo per comprendere in cosa consista l'esperienza estetica degli oggetti che oggi denominiamo 'artistici'. Più che di neuroestetica dovremmo parlare di estetica sperimentale, dove la nozione di 'estetica' è declinata secondo la sua originale etimologia: aisthesis, cioè percezione multimodale del mondo attraverso il corpo. I risultati delle nostre ricerche suggeriscono che il processo di creazione di immagini caratteristico della nostra specie, pur articolandosi in un progressivo movimento di astrazione ed esternalizzazione dal corpo, mantiene intatti i suoi legami corporei, non solo perché il corpo è lo strumento della produzione dei manufatti artistici, ma anche perché ne è lo strumento principale di ricezione.

Queste recenti acquisizioni consentono di affrontare i temi dell'arte e dell'estetica da una prospettiva nuova, quella, appunto, di un'estetica sperimentale che indaghi insieme le risposte del cervello e del corpo, mettendo in luce le componenti 'invisibili' indotte dal visibile. Nella mia relazione mi concentrerò sul tema del colore, mostrando come pur avendo compreso molti dei meccanismi nervosi che ci garantiscono una percezione a colori del mondo, siano ancora relativamente poco esplorati gli aspetti che legano la visione del colore alla risonanza emozionale e alla percezione del dinamismo insito nelle immagini artistiche.» (Il senso del colore, tra corpo e cervello, di Vittorio Gallese)

- 05 dicembre, ore 18.30
Bracha Ettinger, Fore-image. Notes on butterflies' color-light and the spirit in painting

Bracha Ettinger artista, filosofa e docente, teorica della psicanalisi "femminista", è autrice di studi sulla relazione tra arti visive, etica, bellezza e sublime.

- 23 gennaio, ore 18.30
Richard E. Cytowic, Thinking in Metaphor: Color & the Creative Spark of Synesthesia

Richard E. Cytowic è docente di Neurologia alla George Washington University. Candidato al Pulitzer, è noto per le scoperte sulla sinestesia, ricondotta nell'ambito più generale della scienza. Con il saggio "Wednesday is Indigo Blue" ha vinto la Montaigne Medal. Ha parlato in istituzioni culturali di tutto il mondo. (Comunicato stampa)




No Go?
La stigmatizzazione della periferia

www.goethe.de/italia/nogo

"Focolai sociali", "ghetti", "aree no go": a determinate zone urbane viene impresso il marchio di quartiere difficile. Ma come nasce lo stigma e come lo affronta chi ci abita? Quali sono le iniziative cittadine che contrastano la stigmatizzazione nel quotidiano? Esame di casi di alcuni quartieri sensibili in Italia, Germania, Francia e Belgio e pubblicazione nel Magazine del Goethe-Institut di un dossier dedicato a cause e meccanismi del fenomeno, bandendo le generalizzazioni e focalizzandoci su fatti concreti ed esperienze positive raccontate direttamente degli abitanti. (Comunicato Goethe-Institut)




Ciclo di incontri Armenia. Una civiltà di frontiera "Armenia. Una civiltà di frontiera"

Ciclo di incontri
05 novembre - 14 dicembre 2016, ore 17.30-19.00
Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena - Venezia
Posti limitati - si prega di prenotare all'indirizzo: segreteria@centrostudiarmeni.it




Programma

.. 05 novembre 2016
Presentazione del volume di Henry Barby, Nella Terra del Terrore - Il Martirio dell'Armenia, a cura di Carlo Coppola, LB Edizioni, Bari 2016.

.. 09 novembre 2016
Daniele Artoni (Università di Verona), Shushi e il Nagorno-Karabakh delle esploratrici: Carla Serena e Mme B. Chantre. Introduce Aldo Ferrari.

.. 14 novembre 2016
Sukrita Paul Kumar, Crossing Borders, Migrations and Exile: Literary Representations.

.. 16 novembre 2016
Presentazione dell'opera di Alexandre Siranossian, Les Métamorphoses de Tigrane. L'épopée Arménienne dans le théâtre classique et l'art lyrique, Ed. Sources d'Arménie, 2014 Lyon, France.

23 novembre 2016
Irina Marchesini (Università di Bologna), Arcipelago post-sovietico. Intersezioni letterarie tra Russia e Armenia. Introduce Aldo Ferrari.

30 novembre 2016
Presentazione del volume di Luca G. Manenti (Università di Trieste), Da Costantinopoli a Trieste, vita di Gregorio Ananian, medico e benefattore armeno, Biblion edizioni, Milano 2015. Introduce Aldo Ferrari.

07 dicembre 2016
Marco Ruffilli (Università di Ginevra), L'opera ritrattistica di Hakob e Aghathon Hovnathanian tra Caucaso, Russia e Persia. Introduce Aldo Ferrari.

14 dicembre 2016
Presentazione - proiezione del film/documentario "Singing in Exile" - Choeurs en Exil (Belgio, 62' - sottotitoli in italiano). (Comunicato della Comunità Armena di Roma)




Locandina presentazione rassegna Hollywood è lontana al Goethe-Institut Palermo Hollywood è lontana
Film, storie e protagonisti sotto il cielo europeo


11 ottobre 2016 - 21 marzo 2017 (martedì, ore 18.30 - ingresso libero)
Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

Riparte il consueto appuntamento con il cinema tedesco e con il cineclub la deutsche vita. Questa volta la rassegna del Goethe-Institut Palermo presenterà 26 titoli per comporre l'affresco di un'epoca di incertezza ma anche di grandi opportunità, in cui i temi chiave dell'immigrazione e della società multietnica sono i protagonisti del cinema europeo. Si dice che la Hollywood classica sia stata inventata dagli europei, ma il cinema del vecchio continente e quello del nuovo sembrano ora più distanti che mai. Raccontare la realtà nelle sue tante sfaccettature e senza ipocrisie resta la forza del cinema al centro della rassegna. Per le scuole interessate (gruppi di minimo 30, massimo 100 partecipanti), sono previste proiezioni di mattina, in giorni e orari da concordare. I film sono tutti in versione originale con sottotitoli italiani. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)

Programma

11.10. Wir sind jung. Wir sind stark (We Are Young. We Are Strong)
18.10. 300 Worte Deutsch (300 parole in tedesco)
25.10. Mitfahrer (Il passeggero)
08.11. Lampedusa im Winter (Lampedusa d'inverno)
15.11. Atlantic.
22.11. Land in Sicht (Terra in vista)
29.11. Frankfurt Coincidences
06.12. Der Albaner The Albanian
13.12. Highway to Hellas
17.01. Lampedusa Mirrors, alla presenza della regista Micaela Casalboni
24.01. Weil ich schöner bin (Perché sono più bella)
31.01. Geboren in Absurdistan (Nati in Assurdistan)
07.02. Just Get Married (Spòsati); Die Sprachschule (La scuola di lingue); Schwarzfahrer; Welcome to Bavaria (Benvenuti in Baviera)
14.02. Das Wetter in geschlossenen Räumen (Il meteo nei luoghi chiusi)
21.02. Adopted (Adottati)
28.02. Ummah - Unter Freunden (Ummah - Tra amici)
07.03. Die Farbe des Ozeans (Il colore dell'oceano)
14.03. Café Waldluft
21.03. Er ist wieder (da Lui è tornato!)




Michelangelo Pistoletto e Renato Ferraro
Comunicato speciale, 1968


termina il 22 gennaio 2017
VideotecaGAM - Torino
www.gamtorino.it

La VideotecaGAM, nell'ambito del proprio ciclo di esposizioni e incontri dedicato al video d'artista tra anni Sessanta e Settanta, ospitare l'incontro con gli autori Michelangelo Pistoletto e Renato Ferraro. In occasione dell'incontro sarà proiettato Comunicato speciale, realizzato tra il febbraio e il marzo del 1968 (16 mm, colore, suono, 8'). L'opera è parte di una raccolta di dieci film, non tutti oggi reperibili, girati da altrettanti cineasti indipendenti presso lo studio di Pistoletto. "I dieci film fatti in collaborazione - scrive l'artista nel marzo del 1968 - nascono in un luogo che sta a metà tra me e ognuno di loro. Ognuno ha girato ciò che voleva senza imposizioni né rinunce reciproche e, nella circostanza, la comunicazione creativa è stata piena. Il vero senso di ogni film è la creazione nel vuoto (tra le due persone)". Comunicato speciale è l'unica pellicola di quel gruppo di film rimasta nella collezione della GAM a seguito della sua proiezione nel 1970 in occasione della mostra Conceptual Art, Arte Povera, Land Art a cura di Germano Celant.

La proiezione del film, riversato in digitale, continuerà negli spazi della VideotecaGAM fino a gennaio accanto a una selezione di materiali d'archivio provenienti da Cittadellarte-Fondazione Pistoletto, relativi all'opera filmica e alla produzione artistica di quel periodo. Foto, manifesti e pubblicazioni daranno conto delle attività che animarono il gruppo di artisti e cineasti che frequentarono lo studio di Pistoletto tra il 1967 e il 1968 e delle proiezioni internazionali che seguirono alla realizzazione di Comunicato Speciale e degli altri nove film realizzati da Antonio De Bernardi, Renato Dogliani, Pia Epremiam, Mario Ferrero, Plinio Martelli, Paolo Menzio, Marisa Merz, Ugo Nespolo, Gabriele Oriani.

Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933) nel 1962 realizza i Quadri specchianti, con i quali raggiunge in breve un riconoscimento internazionale. Tra il 1965 e il 1966 produce gli Oggetti in meno, considerati basilari per la nascita dell'Arte Povera. Negli anni Novanta fonda a Biella Cittadellarte-Fondazione Pistoletto, ponendo l'arte in relazione attiva con i diversi ambiti del tessuto sociale, al fine di ispirare e produrre una trasformazione responsabile della società. Nel 2003 è insignito del Leone d'Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia. In quello stesso anno da avvio alla fase più recente del suo lavoro: il Terzo Paradiso. Nel 2013 il Museo del Louvre di Parigi ospita la sua mostra personale Michelangelo Pistoletto, année un - le paradis sur terre. Nell'ottobre dello stesso anno realizza l'opera Rebirth nel parco del Palazzo delle Nazioni di Ginevra. Sue opere sono presenti nelle collezioni dei maggiori musei d'arte moderna e contemporanea.

Renato Ferraro (Torino, 1946) è stato tra gli animatori della stagione del cinema sperimentale tra il 1966 e il 1969. Nel 1971 si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia diretto da Roberto Rossellini e ha firmato il documentario Marzo '43 Luglio '48, dedicato alla Resistenza e realizzato interamente con materiali di repertorio. In seguito ha girato altri documentari, tra cui quelli per la Biennale di Venezia e per il Gabinetto fotografico nazionale, e filmati istituzionali per grandi enti. Ha iniziato a lavorare per la Rai negli anni Ottanta e ha partecipato come regista a numerosi programmi tra cui Passioni (Rai2, 1997-1998), Emozioni (Rai2, 2010-2015) e Sfide (Rai3, 1998-oggi, premio Flaiano 2001), di cui è uno dei collaboratori di punta. (Comunicato stampa)




Dalibor Matanic 73esima Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia
Dalibor Matanic vincitore del Premio Darko Bratina 2016


A ottenere il "Premio Darko Bratina. Omaggio a una visione" ed. 2016, assegnato dal 1999 dall'associazione Kinoatelje alla memoria del suo fondatore, il sociologo e critico cinematografico che considerava l'audiovisivo lo "strumento migliore per scoprire la società, la sua storia e cultura", è stato il regista croato Dalibor Matanic. La Mostra del cinema di Venezia è quest'anno una grande vetrina internazionale per chi si occupa di festival cinematografici a Gorizia e in Friuli Venezia Giulia, grazie a un'iniziativa dell'assessorato alla Cultura e al Turismo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, coordinata da Promoturismo FVG. Così sono stati presentati a un pubblico specializzato i migliori eventi cinematografici regionali. L'annuncio di Dalibor Matanic vincitore del Premio Darko Bratina 2016 si è tenuto domenica nello stand di Promoturismo FVG all'Hotel Excelsior dove, nelle giornate da sabato 3 settembre a lunedì 5 settembre erano previste le presentazioni degli eventi regionali dedicati alla settima arte.

Per quanto concerne il "Premio Darko Bratina. Omaggio a una visione 2016", è un festival monografico interculturale e transfrontaliero, diffuso su un territorio a cavallo del confine italo-sloveno con tappe a Gorizia, Nova Gorica, Trieste, Lubiana, San Pietro al Natisone, Isola e Udine. Una manifestazione che insegue autori dall'occhio attento alla società, per comprenderla e comunicarla: negli anni passati sono stati premiati Maja Weiss, Srdjan Vuletic, Jan Cvitkovic, Aljoša Žerjal, Demetrio Volcic, Edi Šelhaus, Želimir Žilnik, Adela Peeva, Petra Seliškar, Harutyun Khachatryan, Laila Pakalnina e Villi Hermann.

La scelta quest'anno è caduta su Matanic, classe 1975, un regista che si interessa a questioni sociali, ai giovani, ai temi dell'identità, del rapporto con i territori, delle diversità e dei confini. Tra le sue opere che lo hanno fatto conoscere internazionalmente c'è Sole alto, distribuito in Italia dalla Tucker Film. Questo lavoro dell'anno scorso, dal titolo originale Zvizdan - High Sun, ha ricevuto il premio della giuria nella sezione «Un certain regard» al Festival di Cannes, è stato film di apertura al Trieste Film Festival 2016 ed è stato selezionato in molte altre rassegne. Racconta la tragedia delle guerre nella ex Jugoslavia attraverso tre storie d'amore in tre momenti diversi, 1991, 2001 e 2011, interpretati sempre da Tihana Lazovic e Goran Markovic. Matanic ha già all'attivo otto lungometraggi, oltre a vari cortometraggi e alla recente serie tv Novine - The Paper e al film collettivo Transmania. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)

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Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione di Ninni Radicini




Festival "Castello di Gorizia. Premio Francesco Macedonio"

Organizzato dal Collettivo Terzo Teatro, in quella che è la sua 26.ma edizione, dal titolo "Strade maestre e nuovi percorsi", non troviamo "soltanto" il teatro di prosa ma anche danza, musica e altro. L'appuntamento più atteso è quello del 4 febbraio al teatro Verdi di Gorizia dove andrà di scena Quei due con Tullio Solenghi e Massimo Dapporto. Tra gli altri appuntamenti in programma, il 12 novembre, al Verdi di Gorizia, avremo un omaggio al premio Oscar Ennio Morricone da parte del grande trombettista Mauro Maur che sarà accompagnato al piano da Francoise de Clossey. E Gorizia, al solito, ospiterà gran parte degli appuntamenti (in tutto oltre 20) che toccheranno anche Trieste, Gradisca, Cormons, Romans, Savogna e la Slovenia. Sempre al Kulturni dom, si proseguirà il 22 ottobre con il musical Una strana famiglia (ispirato alla Famiglia Addams). La prosa continuerà il 28 ottobre con la commedia veneta Veci se nasse no se deventa, il 19 novembre con la poesia de La lucidità della bilancia, il 2 dicembre con la satira di Molto piacere (da Carnage di Roman Polansky), il 16 dicembre con l'intenso Morso di luna nuova di Erri De Luca, il 14 gennaio con un classico come Il gabbiano di Cechov in omaggio a Cesco Macedonio, che sarà ricordato anche il 4 novembre alla Fondazione Carigo nella conferenza-spettacolo dedicata alla sua storica messinscena di Gorizia 1916 di Vittorio Franceschi che, per l'occasione, parteciperà all'evento. (Estratto da comunicato stampa)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050


Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina libro Parole e Cartoons - Il linguaggio delle fiabe e il cinema d'animazione - di Maddalena Menza Parole e Cartoons - Il linguaggio delle fiabe e il cinema d'animazione
di Maddalena Menza, ed. Arbor Sapientiae

Il volume Parole e Cartoons - Il linguaggio delle fiabe e il cinema d'animazione è un viaggio nel mondo poco conosciuto del cartoon italiano. Un cinema che ha dato ottimi frutti tra cui i capolavori di Bruno Bozzetto, primo fra tutti Allegro non troppo, che negli Usa è un cult-movie, e i lavori di Enzo D'Alò, da La Freccia azzurra, tratto da Rodari a Momo, al grande successo de La gabbianella e il gatto. Il libro contiene una intervista all'illustratore proprio de La Freccia azzurra, Paolo Cardoni, ma grande spazio è dato anche al dimenticato pioniere dell'animazione, Stelio Passacantando, scomparso nel 2010, e creatore di personaggi ribelli quali Alice e Gian Burrasca, che ha lavorato con i grandi dell'animazione come George Dunning (collaborando al film sui Beatles Yellow submarine). Completano il volume le schede dei film e numerose interviste.

"Lo spunto del libro - sottolinea l'autrice, Maddalena Menza - arriva dal ricordo delle fiabe raccontate da mia madre napoletana, unita al mio personale vissuto di madre e maestra. Questo mi ha spinta a indagare la forza inalterata che conserva ancora oggi la fiaba (...) La sua magia non sta tanto nel trasportarci in mondi lontani quanto di mostrarci la verità sulla vita, come diceva Schiller, più di quanto lo facciano le 'verità' apprese da grandi".

Maddalena Menza, giornalista, scrittrice e docente, è laureata in Storia dello Spettacolo e dottore di ricerca in Pedagogia. Ha preso parte alla scuola drammaturgia di Eduardo De Filippo e ha lavorato con Federico Fellini nel film La voce della luna e con diverse produzioni teatrali. Redattrice di Pepe verde, Teatro Cult e Campo dè Fiori, per i suoi libri ha ricevuto riconoscimenti tra cui il Premio "Ricomincio da Roma" del 2013 e il Trofeo "Penna d'autore" di Torino. (Comunicato ufficio stampa Carlo Dutto)




Il gioco dell'arte
di Agata Boetti, Edizioni Electa

"Non mi ricordo di aver mai visto mio padre uscire per andare al lavoro. Non si rasava, non metteva la cravatta. Non parlava mai di colleghi e di stipendio. A volte dormiva tutto il giorno, altre volte spariva per giorni, settimane, addirittura mesi ". Alighiero Boetti, raccontato da sua figlia Agata nel libro Il gioco dell'arte, un libro spiazzante e delicato, pieno di immagini quasi completamente inedite. Scrive Deleuze in 'Conversazioni': "Il giusto modo di leggere oggi, è quello di porsi di fronte a un libro così come si ascolta un disco, come si guarda un film, come si sente una canzone: ogni atteggiamento di fronte a un libro che richieda per esso un rispetto speciale, un'attenzione di altra sorta, è qualcosa che giunge da un'altra epoca e che condanna definitivamente il libro".

Agata Boetti (Torino, 1972), direttrice dell'Archivio Boetti, a diciotto anni, lascia Roma per studiare psicologia a Parigi. Nel 1995, dopo la scomparsa di suo padre, Agata si dedica all'Archivio Alighiero Boetti insieme a tutta la famiglia, senza però abbandonare le sue altre attività a Parigi. Dal 2014, si dedica esclusivamente alla direzione dell'Archivio. (Comunicato stampa ufficio stampa Maria Bonmassar)




L'arte del cinema
Scritti teorici e riflessioni didattiche


di Lev Kulešov, Dino Audino Editore, pp.96, €.13,00, prezzo online €11,05
www.audinoeditore.it

Gli anni Venti del Novecento rappresentarono un momento di grande sviluppo per la cinematografia russa. Il governo bolscevico avendo compreso appieno come fosse utile promuovere il cinema - strumento adatto per la diffusione dell'ideologia comunista - favorì lo sviluppo di un'ampia sperimentazione. Si creò uno stimolante clima culturale nel campo dello spettacolo, nel teatro e nel cinema, che permise la nascita di nuove ingegnose esperienze di spettacolarità. Lev Kulešov fu uno dei protagonisti di questa stagione.

Autore di numerosi saggi teorici sul cinema mai editi in Italia, L'arte del cinema è il suo primo testo tradotto in italiano. Riconosciuto come pioniere e fondatore di tutto il percorso del cinema sovietico, Kulešov diresse, all'inizio degli anni Venti, la Scuola Statale di Cinematografia realizzando alcuni esperimenti fondamentali sul montaggio cinematografico, basati sulla correlazione visiva. La sua idea di montaggio è centrata sulla funzionalità narrativa: l'esperimento a dimostrazione della sua teoria, detta poi "effetto Kulešov" avvenne nel 1918, quando dopo aver ricavato da un vecchio film l'inquadratura del volto di uno dei grandi attori del cinema zarista, lo combinò con inquadrature di diverso tipo, come una minestra, una bara e una donna.

Gli spettatori interrogati, affermarono di volta in volta che gli occhi del personaggio evidenziavano fame, tristezza, eccitazione, lodando il talento dell'attore, mentre invece era sempre la stessa espressione. Questo esperimento servì a dimostrare che è l'accostamento delle inquadrature a produrre il senso delle immagini: un piano isolato non ha nessun senso, ma lo prende da ciò che segue o da ciò che lo precede. In questo senso il regista può dunque mirare al raggiungimento di determinati effetti influenzando la riflessione dello spettatore mediante il montaggio.

Scrive John Yorke, autore di un saggio dal titolo In the woods: «Kulešov aveva scoperto una verità alla base di tutta la grammatica cinematografica: il nuovo, straordinario mezzo che era il cinema approfittava del bisogno umano di imporre un ordine sul mondo. Osservando le immagini più disparate, lo spettatore le ricompone secondo un ordine logico... il pubblico assiste ad alcuni eventi chiave ed è invitato a creare un collegamento. Il binomio tesi/antitesi si sviluppa in crescendo. Aristotele ha trattato questo tema nella Poetica: "Il colpo di scena consiste nel rovesciamento al contrario dei fatti secondo necessità e verosimiglianza".

A tale proposito, cita la storia di Linceo: l'eroe viene condotto a morte, lo accompagna Danao incaricato dell'esecuzione, ma "i fatti si sviluppano in modo tale che Danao muore e l'altro si salva". E' la peripéteia ancora una volta, un ribaltamento della sorte: il mondo si rivela improvvisamente come l'opposto di ciò che sembrava. I Greci la associavano spesso all'anagnórisis o "agnizione" mediante la quale il personaggio passava dall'ignoranza alla conoscenza. Aristotele pensava, e sono d'accordo con lui, che questa fosse una delle unità fondamentali nella costruzione drammatica: nel confronto con il suo opposto ogni cosa si trasforma in qualcos'altro».

In un articolo del 1922, Kulešov si esprimeva in questi termini: «L'essenza del cinema sta nella composizione, nella successione dei pezzi girati. Per organizzare l'impressione, conta non tanto ciò che è stato girato in un dato pezzo, ma come un pezzo succede all'altro nel film, come sono costruiti. Il principio organico del cinema non va cercato entro i limiti del pezzo girato, ma nella successione di tali pezzi».

Ma L'arte del cinema non tratta solo di montaggio. L'esperienza creativa di Kulešov si riversò anche in un'attività didattica (suoi allievi furono tra gli altri Pudovkin e Ejzenstein). I suoi scritti affrontarono le potenzialità espressive e linguistiche del cinema che furono applicate nelle sue stesse produzioni cinematografiche. L'arte del cinema, che fu il suo primo libro pubblicato, affronta tutte le tematiche del fare cinema: un vademecum, un compendio manualistico pieno di osservazioni, consigli e indicazioni, ma ricco di intuizioni sulla specificità estetica del mezzo cinematografico. (Comunicato stampa Dino Audino Editore)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Copertina libro Gioseffo Zarlino e la scienza della musica nel '500 dal numero sonoro al corpo sonoro Gioseffo Zarlino e la scienza della musica nel '500 dal numero sonoro al corpo sonoro
di Guido Mambella

Cesarino Ruini e Monica Boni presenteranno il libro pubblicato a maggio 2016 dall'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia. Un dialogo, alla presenza dell'autore, con il professor Cesarino Ruini, ordinario di storia della musica medievale e rinascimentale all'Università di Bologna, e con la professoressa Monica Boni, direttrice della Biblioteca Armando Gentilucci dell'Istituto Peri di Reggio Emilia. Un libro, i cui contenuti appassioneranno sia i cultori di storia della scienza, di musica nonché di arte. Questo volume, come ha scritto Giulio Cattin, si presenta con caratteri di unicità e grande forza innovativa: "Non conosco nella storiografia italiana della teoria musicale uno scritto che gli possa stare accanto per l'originale solidità d'impostazione, l'ampiezza d'informazione, l'acutezza interpretativa e la ricchezza del materiale, anche di prima mano, proposto al lettore".

Per la copertina di questo libro è stato scelto un particolare dell'opera dell'artista cremonese Enrico Della Torre Costruzione (2011). Il quadro farà parte della mostra personale "Figuratività dell'Invisibile" che la Galleria d'Arte 2000 & Novecento dedica a questo autore e che sarà in corso durante la presentazione del libro. L'opera di Gioseffo Zarlino, maestro di cappella di San Marco e massimo teorico musicale del Cinquecento, e sempre stata considerata un monolite, un perenne monumento del pensiero, la cui compattezza e coerenza sembrano andare oltre i secoli. Ancora per tutto il Settecento il maestro veneziano e una fonte imprescindibile.

L'immensa impresa di una costituzione ab aeterno dell'arte musicale, su basi matematiche e insieme naturali, lo colloca in una sfera senza tempo in cui i martelli di Pitagora risuonano nell'armonia di Rameau. Altra e la prospettiva di questo studio che intende riportare Zarlino nella storia: nel suo originale ampio recupero della tradizione musicale greco-latina, nei rapporti spesso con littuali con i teorici a lui piu vicini, i contemporanei e gli allievi, nel procedere stesso del suo pensiero che, tra le prime e le ultime formulazioni, vede un tale rivolgimento di presupposti, dal numero sonoro al corpo sonoro appunto, da rendercelo vivo, problematico e di una irrisolta complessita.

Guido Mambella studia flauto dolce e viola da gamba e, in seguito, clavicembalo. Si laurea in filosofia alla Sapienza di Roma, con una tesi sulla scienza musicale di Descartes. Prosegue gli studi a Parigi, presso il centro Ale andre o re, curando infine l'edizione del Compendio di musica cartesiano. uesto volume e il risultato delle sue ricerche sulla teoria musicale del Rinascimento. La personale di Enrico Della Torre "Figuratività dell'Invisibile" e la presentazione del libro di Guido Mambella fanno parte della terza edizione della rassegna "In Contemporanea" che vede l'apertura congiunta della stagione espositiva autunnale in sette gallerie d'arte di Reggio Emilia. (Comunicato Ufficio Stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Armenia. Una cristianità di frontiera
di Aldo Ferrari, ed. Il Cerchio - Iniziative editoriali

Il libro è stato presentato da Antonia Arslan il 17 ottobre 2016 alla Casa Armena di Milano.

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Libro Breve Storia del Caucaso di Aldo Ferrari Breve Storia del Caucaso
di Aldo Ferrari, ed. Carocci

Mosaico di etnie, lingue culture, distribuite in modo difforme nel territorio, il Caucaso deve la sua complessità paradigmatica alla collocazione geografica, frontiera e cerniera tra il Vicino Oriente, le steppe euroasiatiche, e l'area del Mediterraneo orientale.


Recensione di Ninni Radicini

Libro Il Caucaso - Popoli e conflitti di una frontiera europea di Aldo Ferrari Il Caucaso - Popoli e conflitti di una frontiera europea
di Aldo Ferrari, ed. Edizioni Lavoro

Dall'inizio degli anni '90 - dalla implosione dell'Unione Sovietica - lo scacchiere geopolitico internazionale è stato interessato dalla crescita di rilevanza strategica del Caucaso. Lo era già stato fino agli inizi del XX sec. ma per circa 70 anni, quasi tutto il Novecento, questa regione al centro tra Europa, Russia e Vicino Oriente, era rimasta silente. Tutto è cambiato nel '91, attirando l'attenzione di altri attori - Usa, Turchia, Iran e Unione europea - interessati a guadagnare posizioni di potere (politico, economico, energetico) nell'area.

Recensione




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse è nato a Córdoba (Argentina) nel 1934. Diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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