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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli di Ninni Radicini

| [] | Agrigento Capitale italiana della cultura 2025 | [] |

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 
Particolare dalla copertina del romanzo I Vicerè, scritto da Federico De Roberto e pubblicato nel 1894
Recensione "I Vicerè" | Review "The Viceroys"
 
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini
Locandine mostre e convegni
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Aroldo Tieri in una rappresentazione televisiva del testo teatrale Il caso Pinedus scritto da Paolo Levi
Aroldo Tieri
Un attore d'altri tempi

An Actor from another Era
Gilles Villeneuve con la Ferrari numero 12 nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2024-2022 | 2020-21 | 2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2024-2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2008 | 2007



Giulio D'Anna e gli Aeropittori Italiani
L'Aeropittura Futurista in mostra


Mitreo Arte Contemporanea - Roma
01 giugno - 05 luglio 2024
www.mitreoiside.com

La mostra, a cura di Anna Maria Ruta e Maurizio Scudiero, nasce dall'incontro di Monica Melani, fondatrice e direttrice artistica del Mitreo e Salvatore Carbone, direttore artistico dell'associazione culturale M.I.C.RO che da anni lavora per la diffusione del "verbo" futurista in Italia e all'estero, in sinergia con storici dell'arte e collezionisti con il comune intento di contribuire alla necessaria azione socio-culturale dell'arte nelle periferie urbane, e per consolidare la vocazione del Mitreo Arte Contemporanea come presidio e polo culturale di sviluppo relazionale, coesione sociale ed emancipazione culturale di Corviale, in apertura dialogica con la sua città.

Il progetto si inserisce all'interno di un calendario di esposizioni dedicate al Futurismo che va dall'antologica su Baldessari futurista, inaugurata ad aprile a Rovereto, alla mostra su Giulio D'Anna al museo del Grabado in Spagna, a quella su Depero prevista per il mese di luglio a Viareggio, per concludersi con la grande mostra sul Futurismo, organizzata dal Ministero della Cultura, che si terrà alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma in ottobre.

Nel Mitreo saranno esposte 70 opere di aeropittori e aeropittrici italiani: Giulio D'Anna, Giacomo Balla, Tato (Guglielmo Sansoni), Crali (Tullio Crali), Gerardo Dottori, Enrico Prampolini, Roberto Marcello Baldessari, Benedetta Cappa, Leandra Angelucci Cominazzini, Marisa Mori, Alfredo Gauro Ambrosi, Renato Di Bosso, Angelo Canevari, Nello Voltolina, Fillia (Luigi Colombo), Mino Delle Site, Adele Gloria, Albino Siviero Verossì, Ballelica (Elica Balla) Umberto Di Lazzaro, Osvaldo Bruschetti, Arturo Ciacelli, Sibò (Pierluigi Bossi), Enzo Benedetto, Cesare Andreoni, Pippo Oriani, Nicolay Diulgheroff, Mario Duse, Renzo Mazzorin, Barbara' (Olga Biglieri), Ivanhoe Gambini, Bot (Osvaldo Barbieri), Luigi Martinati, Sepo (Severo Pozzati), Lucio Venna, Magda Falchetto e Fortunato Depero.

Grande attenzione, all'interno dell'esposizione, è stata data alla presenza delle artiste dell'aeropittura futurista che si sono distinte all'interno della corrente artistica, confermando lo spirito che anima la fondatrice del MitreoIside, nel rimettere al centro di ogni emozione, azione, progetto e relazione, l'unione armonica fra i generi - un patto d'amore reso ancor più necessario dalla conflittualità esasperata dei nostri tempi - ribadendo il ruolo e l'importanza di liberare, valorizzare e rimettere in circolo l'energia e la forza femminile di Corviale e non solo, che per sua natura, fluida e dinamica, sa e sente come accogliere, includere, mediare, creare e trasformare. In catalogo testi di storici dell'arte di riferimento degli artisti presenti.

Ma che cos'è l'Aeropittura? Ce lo svela Maurizio Scudiero nel testo critico: «Una prima, immediata, risposta potrebbe indicare delle opere d'arte, di pittura, genericamente ispirate al volo, o all'aeronautica, dunque una corrente artistica d'ispirazione aviatoria. In realtà, se da una parte è vero che l'Aeropittura trae la sua prima ispirazione dal volo, essa non va però confusa con tutto ciò che, indistintamente, al volo s'ispira. In questo caso sarebbe solo una pittura di genere. Invece, per essere tale, un'opera di Aeropittura deve rientrare in alcuni precisi parametri operativi che sono stati codificati in un manifesto teorico e programmatico da parte di un nucleo di artisti firmatari, verso la fine degli anni Venti.

Tutto ciò perché l'Aeropittura fu in pratica una filiazione del Futurismo, o, per la precisione, una sua metamorfosi. E le opere che ne risultarono contemplavano le mutevoli prospettive visive offerte dal volo, del tutto nuove e rivoluzionarie rispetto a quelle terrestri proprio per questa continua modificazione dei punti di vista che costringevano il pittore a ulteriori sintesi e trasfigurazioni. L'Aeropittura, in altri termini, fu il risultato di un'acquisita nuova sensibilità visiva. La terra è osservata dall'alto e, cosa ancora più interessante, è osservata dinamicamente, dunque in una continua successione di visioni mutevoli. Tutto ciò il pittore deve poi riversare sulla tela, ma aggiungendovi inoltre anche il senso di una nuova coscienza spirituale quale risultante psico-fisica dell'affrancamento dalla pesantezza della condizione terrestre».

E come specifica Anna Maria Ruta: «L'aeropittura attrae subito, pur se episodicamente, perché consente la sintesi, la trasfigurazione e un'accattivante moltiplicazione di forme e colori nel tentativo di rendere sulla tela planate, virate, decolli e di comunicare l'idea della relatività di spazio e tempo. È però solo nei primi anni Trenta che si moltiplicano opere e mostre e che l'aeropittura diventa la nuova prospettiva dei pittori futuristi, che vi indirizzano le proprie ansie interpretative e sperimentali con una varietà notevole di soluzioni: in alcuni predominando l'astrazione del corpo meccanico autonomo, in altri un lirismo fantastico, che guarda al paesaggio e ai monumenti sottostanti più che all' aereo, nella maggior parte dei casi ritratto dall'ottica meccanica con tutte le rotondità volumetriche e i grigiori metallici propri». (Comunicato stampa)




Dipinto a olio su tela denominato Sequenza orizzontale realizzato da Giancarlo Cerri nel 1995 Giancarlo Cerri in una foto realizzata da Alfredo Felletti Giancarlo Cerri
"Formato medio"


28 maggio (inaugurazione) - 21 giugno 2024
Centro Culturale di Milano

Giancarlo Cerri, artista milanese classe 1934, in occasione del suo 90esimo compleanno torna ad esporre. Curata da Luigi Codemo, direttore della raccolta museale GASC-Galleria d'Arte Sacra dei Contemporanei di Milano, la mostra presenta 26 opere realizzate dal 1954 al 2005, anno in cui Cerri smetterà di dipingere per una grave forma di maculopatia, e vuole essere un omaggio al "formato medio", ovvero a quelle opere le cui misure oscillano fra 40x50 e 80x100. Ma perché proporre una mostra antologica che tenga conto del formato delle tele? La risposta sta nella formazione stessa di Giancarlo Cerri, artista e grafico pubblicitario sin dagli anni Cinquanta, che ha attraversato appieno gli anni 60/70 dell'arte milanese conoscendo e confrontandosi con alcuni dei principali protagonisti.

Convinto da sempre che la pittura e la personalità di un pittore si esprimano "in parete", Cerri ritiene che "i formati delle tele non rimangono neutri rispetto al soggetto, ma sono scelti con coscienza per influenzare il modo in cui l'osservatore percepisce ciò che viene rappresentato". Proprio la consapevolezza che la dimensione media della tela incida in maniera profonda sulla espressività del soggetto e si offra a una visione più diretta, l'artista ha pensato a un excursus delle opere che meglio delineino il proprio percorso pittorico.

L'esposizione sottolinea come, sin dagli esordi, la ricerca artistica di Giancarlo Cerri si sia contraddistinta per rigore, essenzialità e lucidità espressiva. Inizialmente influenzato dai grandi maestri come Carrà e Morandi, ma anche dagli espressionisti tedeschi, Cerri sviluppa un suo segno pittorico, con il colore come elemento dominante. Negli anni Settanta (è del 1972 la sua seconda mostra personale nella storica Galleria Barbaroux di Milano) la figurazione si evolve, il colore diventa il protagonista e l'autonomia dell'opera si afferma. Ne sono esempi dipinti come "Antico Po" (1969) e "La mareggiata" (1971), dove Cerri valorizza il potere espressivo del colore.

Negli anni '80, la pittura di Cerri si libera dalla fedeltà al soggetto per concentrarsi sulla concretezza della materia pittorica. Le sue opere, come la serie delle "Colline" e delle "Cave", rappresentano il paesaggio lombardo in una forma organica e immersiva, dove il colore e la materia si fondono. Il passaggio all'astrazione è evidente nelle "Grandi Foreste", dove Cerri esplora la potenza del colore e della forma.

Scrive Luigi Codemo nel suo testo in catalogo: "Il quadro diventa sempre più un campo di forze. Cerri si allontana dalla vista degli oggetti, dalle rocce, dai pendi, e dagli alberi stessi. Perché è nella distanza che appare la foresta, è nell'altezza che l'artista avverte come sismografo la potenza tellurica del colore. La visione dall'alto coincide con la visione dall'interno."

L'astrazione non è semplice rimozione, ma una ricerca dell'essenziale, come dimostrato negli "Omaggi al paesaggio" e nelle "Sequenze" degli anni Novanta, dove il colore, la luce e la linea diventano centrali, e dove il nero onnipresente e onnipotente, sempre elaborato e mai uguale a se stesso, diventa elemento-simbolo di mistero e rigore, incarnando le leggi del quadro stesso. La mostra si conclude con una riflessione in quattro tempi sulla Croce, dove Cerri ne esplora la simbologia in un contesto di meditazione laica, filosofica e spirituale attraverso tre opere.

Le prime tre opere, dal medesimo titolo "Nel segno della croce" e tutte del 2004, raccontano di una meditazione antropologica e non teologica sulla sofferenza umana attraverso due gesti, uno orizzontale e l'altro verticale, che rendono visibile e tangibile il calvario della croce. La quarta e ultima tela, "Aldilà" del 2005 e fino ad oggi mai esposta, presenta invece una visione frammentata e ravvicinata della croce, non più direttamente riconoscibile, e la sofferenza diventa emotiva e fisica attraverso la stessa pittura, ma non senza un senso di pace nella tragedia.
Nato a Milano negli anni Trenta, città in cui da sempre vive e lavora, Giancarlo Cerri ha iniziato a dipingere giovanissimo nella metà degli anni Cinquanta. Dal 1956 al 1976 la sua attività si svolge fra pittura e grafica pubblicitaria. Dal 1977 si dedica esclusivamente alla pittura, con alcune incursioni nel campo della critica d'arte. Dal 1988 al 1995 è direttore artistico del Centro Culturale De Gasperi di Milano. Per una grave forma di maculopatia ha smesso di dipingere nel 2005, per poi riprendere in mano i pennelli nel 2018.

Nel mese di febbraio 2012 ha pubblicato "La pittura dipinta - le mie quattro stagioni", un volumetto dove egli spiega le sue quattro stagioni di pittore: 1955-1975, figurazione tipicamente italiana con riferimenti alla pittura novecentista in cui prevale la tematica del paesaggio; 1976-1991, periodo informale materico naturalistico, eseguito su tele di vaste dimensioni aventi per tema dominante le "Grandi foreste"; 1992-2005, percorso nell'astrattismo essenziale, opere dipinte con il solo uso di due-tre colori, ovvero le "Sequenze" e "Grandi Sequenze". Tra il 2001 e il 2005, dipinge un ciclo di quadri di arte sacra aventi quale principale soggetto la Croce, intesa come simbolo della umana tragica sofferenza. Le sue ultime mostre, "I quadri dell'orbo" (2019) e "Quando l'orbo ci vedeva bene" (2021), si sono svolta al Centro Culturale di Milano. (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press, Milano)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Giancarlo Cerri, Sequenza orizzontale, 1995, olio su tela 2. Giancarlo Cerri in una foto scattata da Alfredo Felletti

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Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze

di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020
Presentazione libro




Dipinto a olio su tela di cm 50x70 denominato Tigre con cerbiatti realizzato nel 1960 relativo al terzo periodo del pittore Antonio Ligabue Antonio Ligabue e Renato Guttuso
"Dalla realtà al realismo"


22 giugno (inaugurazione ore 17.30) - 30 settembre 2024
Museo Stanze della Memoria di Barga (Lucca)

Mostra dedicata ad Antonio Ligabue e Renato Guttuso, massimi interpreti della pittura italiana del Novecento. Il percorso espositivo comprenderà una ventina di opere di due artisti che, pur distanti artisticamente e culturalmente, hanno parlato di realtà, scrivendo pagine importanti della storia dell'arte moderna. Un confronto a distanza tra due artisti intensi e appassionati, che hanno elaborato nel tempo un linguaggio estremamente personale, nel quale si stemperano storie e memorie, messe a disposizione dei visitatori. Entrambi gli artisti hanno, infatti, raccontato la realtà come pochi hanno saputo fare, entrando in essa profondamente, sebbene da porte diverse, ciascuno ricco del proprio bagaglio culturale, della propria sensibilità personale e del proprio vissuto.

Antonio Ligabue (Zurigo, 1899 - Gualtieri, Reggio Emilia, 1965) ha raccontato la sua realtà personale, quella dei paesaggi svizzeri, e poi emiliani, nei quali era profondamente immerso. L'artista ha dipinto la campagna e il lavoro agricolo, ma anche il lato più selvaggio e istintivo della natura, attraverso gli animali e il loro microcosmo. Con i suoi dipinti, Ligabue restituisce un mondo che va scomparendo e anzi, già in parte, non c'è più. Negli animali, trova qualcosa della sua stessa natura che ritorna anche nei celebri autoritratti, che altro non sono se non un modo per guardarsi dentro.

In mostra a Barga saranno presenti una delle sue iconiche tigri, una cavalla con il puledrino e un soggetto più che mai classico nella sua produzione: il rientro dai campi. Renato Guttuso (Bagheria, Palermo, 1911 - Roma, 1987), il maestro del Realismo Sociale, ha descritto la realtà partendo, invece, dalla società e dall'attualità. L'artista ha narrato storia e politica italiane: ha dipinto un'Italia in divenire, nei suoi aspetti istituzionali, ma anche in quelli quotidiani, ritraendo personaggi pubblici, sportivi, lavoratori e persone comuni.

Al Museo Stanze della Memoria saranno presentati quelli che sono i suoi dipinti più amati e ricercati dai collezionisti: le nature morte. Saranno inoltre esposti due paesaggi ad olio, capaci di condurre il visitatore in un viaggio lungo tutta la Penisola, dalle Alpi alla Sicilia, dal Monte Rosa a Palermo. Completano il progetto alcune rare opere su carta: gli appunti di un viaggio in Egitto che Guttuso compie nel 1959 con Giovanni Pirelli (che userà in quella occasione lo pseudonimo di Franco Fellini) e alcuni bozzetti per costumi teatrali, che testimoniano la felice attività del Maestro di Bagheria per il teatro.

Renato Guttuso (Bagheria, Palermo, 1911 - Roma, 1987) fu uno degli esponenti del Realismo Sociale italiano e tra i membri del gruppo artistico “Corrente”, che rifiutava lo stile accademico. Guttuso viaggiò in Europa, attraversando diversi ambienti culturali, e stabilendo una bella amicizia, fatta di scambio reciproco, con Pablo Picasso. Molto interessante è la sua ampia produzione per il teatro, come scenografo e costumista, per produzioni di altissimo livello. Guttuso fu sempre molto impegnato politicamente: militò nelle file della resistenza e, nel 1976, fu eletto al Senato della Repubblica per il PC. Questa sua sensibilità sociale e politica si rifletté in molte sue opere e diede vita ad alcuni fra i suoi maggiori capolavori. La sua vita, intensa ed esuberante, si specchiò in molte delle sue opere dal sapore vivace e licenzioso.

Antonio Ligabue (Zurigo, Svizzera, 1899 - Gualtieri, Reggio Emilia, 1965) nacque in Svizzera in un contesto familiare molto difficile e, ben presto, fu dato in affidamento ad una nuova famiglia, anch'essa in condizioni economiche di disagio. Ligabue fu afflitto da diverse malattie croniche legate alla povertà e alla malnutrizione che segnarono tutta la sua esistenza. Questa sua partenza difficile e svantaggiata si rifletté anche nel suo carattere, che diventò instabile e irascibile e lo portò a cambiare spesso scuole e lavori in ambito agricolo, in un contesto costantemente precario. La sua mancanza di una vera e propria formazione culturale ed artistica fu sempre sopperita, però, da un grande slancio espressivo e da una vivace curiosità verso il mondo, che indagò attraverso la sua personale e coloratissima lente.

In seguito ad una violenta lite, durante la quale avrebbe aggredito la madre adottiva, Ligabue fu espulso dalla Svizzera e spedito in Italia, a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, luogo di origine del padre. Fu qui che incontrò il pittore Marino Mazzacurati, che notò subito il suo talento e lo aiutò a svilupparlo. Ligabue continuò sempre a lavorare come bracciante o manovale, a vivere a contatto con la natura e con gli animali, sia da cortile, sia selvatici. Questi furono la sua grande ispirazione per tutta la vita. Alla incredibile figura di Ligabue furono dedicati diversi documentari e film, ultimo dei quali il grande successo di Giorgio Diritti, Volevo nascondermi, del 2020, con Elio Germano. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagine:
Antonio Ligabue, Tigre con cerbiatti, 1960, III periodo, olio su tela cm 50x70




Fotografia realizzata da Monique Jacot Monique Jacot
"La figura e i suoi doppi"


25 maggio (inaugurazione) - 14 settembre 2024
Palazzetto Bru Zane - Venezia
www.fondation-bru.org

Monique Jacot (1934) è una delle più importanti fotografe svizzere. Dopo aver studiato all'École des arts et métiers di Vevey, ha intrapreso una carriera nel giornalismo come fotoreporter. Ha realizzato numerosi reportage per riviste svizzere e internazionali come "Camera", "Die Woche", "Du", "Elle", "Geo", "Schweizer Illustrierte", "Stern" e "Vogue". Nel corso della sua carriera, Monique Jacot ha esplorato diversi generi fotografici. Appassionata di viaggi, è nota per le sue fotografie scattate in giro per il mondo e per la sua meticolosa documentazione di alcuni aspetti della vita svizzera, in particolare quelli relativi alla condizione femminile.

In aggiunta ai suoi reportage, Monique Jacot ha realizzato una quantità di opere che attestano la sua ricerca artistica. A titolo di riconoscimento del suo importante contributo alle arti visive, nel 2020 le è stato attribuito il Grand Prix Suisse du design. Le fotografie presentate in questa mostra rivelano il modo in cui Monique gioca con la figura e i suoi doppi; attraverso il montaggio e diversi effetti speculari, conferisce al suo lavoro un'estetica poetica, quasi onirica. Nel suo lavoro di fotoreporter, Monique Jacot accosta diverse figure, che possono rivelare un commento sociale al centro delle sue immagini.

Fin dall'inizio della sua carriera, Monique Jacot si è interessata in modo particolare alle donne. Ha realizzato una trilogia in cui ha fotografato ragazze nella Repubblica Ceca, in Francia e in Inghilterra. In seguito si è dedicata a indagare le condizioni di vita e di lavoro delle donne in Svizzera, creando tre serie che sono state pubblicate: Femmes de la terre (1989), Printemps de Femmes (1994) e Cadences. L'usine au féminin (1999). Questa mostra, organizzata da Photo Elysée, presenta stampe moderne tratte dalle fotografie originali conservate nelle collezioni del museo, salvo diversa indicazione. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio ESSECI - Sergio Campagnolo)

___ Presentazione di mostre di fotografia nella newsletter Kritik

Federico Garolla | "Gente d'Italia. Fotografie 1948-1968"
24 aprile - 27 ottobre 2024
Museo Nazionale di Villa Pisani - Stra (Venezia)
Presentazione

Backstage | Mimmo Cattarinich e la magia del fotografo di scena
09 febbraio - 16 giugno 2024
Museo Villa Bassi Rathgeb - Abano Terme (Padova)
Presentazione

Robert Capa e Gerda Taro: la fotografia, l'amore, la guerra
14 febbraio - 02 giugno 2024
CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia - Torino
Presentazione

I vincitori della 14. edizione di URBAN Photo Awards 2023
Presentazione

Francesca Galliani - Empty New York
Barbara Frigerio Contemporary Art
Presentazione




Locandina del convegno Il Valore della Cultura Modelli di governance, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale tra pubblico e privato Arte e Impresa - V Edizione

Il Valore della Cultura. Modelli di governance, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale tra pubblico e privato

03 giugno 2024, ore 10.00
Aula Venturi - Sapienza Università di Roma, Facoltà di Lettera e Filosofia Dipartimento di Storia Antropologia Religione Arte e Spettacolo

Al via la quinta edizione di Arte e Impresa, il format pensato per favorire il confronto tra pubblico e privato in ambito di patrimonio culturale, che quest'anno è ospitato dall'Università Sapienza di Roma. L'obiettivo dell'incontro è quello di approfondire i temi legati alla gestione innovativa del patrimonio culturale e al potenziale generativo della cultura.

Il convegno si articolerà in tre diverse sezioni che rappresentano altrettanti punti fondamentali in ambito di gestione del patrimonio culturale. Il primo panel sarà dedicato a Gli strumenti di governance nel dialogo pubblico/privato: risorse e opportunità e ha lo scopo di offrire una panoramica sui modelli di gestione condivisa, sugli strumenti di cooperazione e le azioni sinergiche messe in campo per la valorizzazione del sapere e del territorio tra istituzioni e imprese.

Il secondo panel dal titolo Il capitale culturale: il valore generativo della cultura intende sottolineare l'importanza della pianificazione e della progettazione in ambito culturale mostrando come una visione strategica, rafforzata da politiche di gestione mirate, possa amplificare il valore intrinseco del patrimonio culturale. Verranno presentate quattro case history differenti unite però da alcuni elementi fondamentali: la progettualità, le partnership, le professionalità, il ritorno sul territorio. Il convegno si chiuderà con un approfondimento su Il Digitale: uno strumento abilitante per la cultura dove si proverà a fare il punto sulle tecnologie digitali sempre di più riconosciute oggi come uno strumento in grado di migliorarne la gestione e la fruizione innestando innovazione sull'intera filiera. (Estratto da comunicato ufficio stampa Giuseppe Arnesano)




Mario Raciti mentre lavora Il Premio Bice Bugatti-Segantini a Mario Raciti
Riconoscimento alla carriera del 90enne pittore milanese

premiobicebugattisegantini.com

Il 65esimo Premio Bice Bugatti - Segantini sarà assegnato a Mario Raciti. Il riconoscimento alla carriera del 2024 andrà all'artista milanese. Nato nel 1934, Raciti è uno dei decani della pittura in Italia. Il suo è un percorso artistico che risale agli anni '50, un arco temporale lungo quanto quello della rassegna artistica di Nova Milanese. Considerato uno dei maestri del Simbolismo Astratto, Raciti ha esposto alla Biennale di Venezia, in diverse Quadriennali di Roma, al PAC di Milano, al MART di Rovereto, alla Permanente di Milano ed in altre importanti sedi istituzionali in Italia e all'estero, arrivando a contare circa centoventi personali. Sue opere sono inoltre conservate nelle prestigiose collezioni permanenti di importanti musei (Museo del Novecento e Gallerie d'Italia di Milano, MAMBO di Bologna e molti altri).

Una mostra dal titolo «Mario Raciti. La pittura ridefinisce la "realtà etica dell'uomo"», a cura del prof Massimo Bignardi, illustrerà il percorso dell'artista, con uno sguardo rivolto soprattutto alla più recente produzione. Nelle sale della rinnovata Villa Vertua Masolo (Nova Milanese) sarà presentata una selezione di opere tra il 1955 e il 2024 (08-29 giugno 2024). Dalle figurazioni emblematiche degli anni Sessanta, alle "Presenze-assenze" dei Settanta, alle "Mitologie" del decennio Ottanta, ai "Mistero", dei Novanta, fino a lavori realizzati anche negli ultimi mesi. Una delle opere verrà acquisita nella Civica Raccolta Artistica, andando così ad aggiungersi alla collezione del Premio.

Una novità di questa edizione è senz'altro il cambio di scenario. La mostra del premio alla carriera sarà per la prima volta ospitata in Villa Vertua Masolo, appena riaperta dopo un lungo cantiere, divenuta nuova sede della Civica raccolta artistica. Sarà così possibile mettere in rapporto le opere di Raciti con le opere della collezione del Premio, acquisite, anno dopo anno, dal 1959 al 2023. Una conferenza del prof Bignardi illustrerà la lunga attività di Mario Raciti. La lezione sarà messa a disposizione anche online, sul canale Youtube LAP, per essere uno strumento per una visione più consapevole della mostra. Il Premio Bice Bugatti - Segantini, rassegna d'arte tra le più longeve di Lombardia e d'Italia, è come sempre organizzato dalla Libera Accademia di Pittura "Vittorio Viviani" con patrocinio e contributo del Comune di Nova Milanese e ha il supporto della Fondazione Rossi. La rassegna ha anche il patrocinio dell'Accademia di Belle Arti di Brera, della Regione Lombardia e della Provincia di Monza e Brianza.

- La pittura ridefinisce la "Realtà etica dell'uomo" (stralcio dal testo del prof Massimo Bignardi dal catalogo della mostra)

"Quale sia la realtà senza tempo sulla quale la pittura ci induce ad affacciarci, non sempre lo sguardo riesce a cogliere. La pulsione del presente, il nostro esser immersi nel tempo liquido in cui viviamo, fanno sì che solo alcuni dipinti riescono a fermarsi sullo spessore della memoria, farsi, sosteneva Rothko, riconoscibile linguaggio «naturale quanto il canto e la parola». Quando ciò accade, lo è stato per me dopo l'incontro diretto con la pittura di Mario Raciti nel suo atelier a Milano, essa si fa orizzonte di inattese epifanie. Uno spazio, quest'ultimo, non molto grande ma che l'avanzare delle tele dalle pareti, una sull'altra verso il centro, lo rimpiccioliscono maggiormente, disegnando strette traiettorie di transito che conducono al cavalletto.

È uno spazio carico di una identità decantata nel tempo, che ci restituisce un'aura, ossia una riapparizione del ‘classico', quindi di una condizione straordinaria e singolare, ove ciascuna opera si fa testimone dei propri anni, dei momenti vissuti dall'artista. […] Un quadro, scriveva Proust a proposito dei dipinti di Gustave Moreau, «è una specie di apparizione d'un cantuccio d'un mondo misterioso, di cui conosciamo alcuni altri frammenti, che sono i quadri dello stesso artista». Una definizione che calza perfettamente alla pittura di Raciti, che non ha mai mancato di farsi espressione della sua identità esistenziale, offrendoci motivi di riflessione che toccano le profonde corde dell'anima: lo è stato significativamente a partire dai lavori degli anni Sessanta, fino alle tele raccolte con il titolo Presenze-assenze degli anni Settanta, alle grandi superfici che accolgono i segni del Mistero, per giungere a quelle realizzate nei primi mesi di quest'anno concentrate sul tema Frammenti di danza.

Frammenti, direi più che altro tracce di corpi impalpabili, lasciati liberi di fluire nell'intensità del bianco che dilaga sulla superfice, originando minimi scarti sostenuti da parvenze di ombre. Sono toni appena più scuri che non stanno a sostenere il volume, quanto a caricare di movimento e, dunque, di vita l'accecante ‘bianco'. Movimento da leggere quale metafora di un transito, di un accadere, cioè del desiderio di rendere presente l'avvenire e non l'astrazione del futuro, quello che Mario chiama «una speranza». […]".

- Estratti di antologia critica

Ogni quadro di Raciti è un po' come una carta geografica della memoria sensibile, come una topografia di "cari luoghi" esistenti e inesistenti ad un tempo, vissuti, vagheggiati, sognati […] (Mario De Micheli, 1970)

Il pittore rifiuta ogni esibizionismo di carattere pubblicitario, discostandosi così dagli esempi del costume moderno, dai metodi ben noti e sperimentati per la scalata al successo. Raciti ha preferito dipingere (e nel suo caso il verbo riacquista il suo pieno significato e il suo valore antico) […] (Giuseppe Marchiori, 1971)

Una nota caratteristica del dipingere di Mario Raciti, raccolta e ripresa da critico a critico, è l'accento di favola delle sue solitarie immagini, che più dell'apparire concreto, cercherebbero una zona lirica in cui realizzarsi […] (Marco Valsecchi, 1978)

La soglia su cui aleggiano le attuali immagini di Raciti è quella inesauribile del bianco, luce rarefatta e instabile che accoglie materie di labile evidenza […] Claudio Cerritelli, 2011)

Come è possibile non rendersi conto che Raciti ci ha consegnato brani straordinari di pittura, che nelle sue opere ci sono pulsazioni e fermentazioni, segni e accordi tonali che incantano, velature che sempre ci rimandano a qualcosa di sotterraneo, invitandoci a dischiudere le porte di un altrove, che magari se ne sta dentro di noi? […] (Sandro Parmiggiani, 2023)




Locandina della mostra Palermo Mon Amour Palermo Mon Amour
07 maggio - 29 giugno 2024
Istituto Italiano di Cultura di Madrid
www.fondazionemerz.org

La storia di una città attraverso l'obiettivo della macchina fotografica di autori d'eccezione: Enzo Sellerio, Letizia Battaglia, Franco Zecchin, Fabio Sgroi e Lia Pasqualino. Per l'occasione il progetto espositivo si arricchisce di alcune fotografie di Begoña Zubero, realizzate durante una sua lunga permanenza a Palermo. Il titolo della mostra trae ispirazione dal romanzo Hiroshima Mon Amour di Marguerite Duras. In collaborazione con Instituto Cervantes, sotto gli auspici di Ambasciata d'Italia Madrid e Embajada de España en Italia, l'esposizione è pensata come una passeggiata visiva, dal ritmo incalzante e costellato di incontri, che percorre Palermo attraverso circa sessanta fotografie di medio e grande formato.

L'esposizione, a cura di Valentina Greco, restituisce attraverso lo sguardo dei cinque fotografi italiani, uno scorcio della storia di Palermo dagli anni '50 al 1992. Alla visione gentile, giocosa, colta e antiretorica che caratterizza gli anni '50 e '60, attraversata da una tensione alla rinascita civile ed economica, alle rivoluzioni del movimento punk e alle manifestazioni studentesche si affiancano le produzioni teatrali, l'arte, la vita politica.

In occasione dell'appuntamento madrileno, il percorso di mostra si arricchisce del punto di vista e delle immagini della fotografa Begoña Zubero Apodaca (Bilbao, 1962). La ricerca di Zubero, che spazia dall'esplorazione dello spazio urbano all'astrazione della fotografia soggettiva, in Palermo Mon Amour trae spunto dai lunghi periodi di permanenza in Italia dell'autrice per concentrarsi sull'architettura palermitana, interpretata come memoria viva del suo passato e delle influenze culturali che l'hanno plasmato. Lo spazio urbano diviene testimonianza del carattere multiculturale della città e dei cambiamenti socio-politici che l'hanno attraversata, completando senza soluzione di continuità il ritratto tratteggiato da Sellerio, Battaglia, Zecchin, Sgroi e Pasqualino. (Estratto da comunicato stampa)




Annelies Štrba - Bernhard Schobinger
20 aprile - 30 maggio 2024 (prorogata fino al 29 giugno 2024)
Galleria Alessandro Bagnai e Galleria Antonella Villanova - Firenze
www.galleriabagnai.it

Mostre personali degli artisti Annelies Štrba (Zug, 1947) fotografa tra le più poetiche e visionarie nel panorama dell'arte figurativa e Bernhard Schobinger (Zurigo, 1946), autore tra i più eminenti nell'ambito del gioiello contemporaneo. La mostra dedicata ad Annelies Štrba da Galleria Alessandro Bagnai si concentra su un nucleo di lavori realizzati tra il 2012 e il 2024 costituito da fotografie di medie e grandi dimensioni stampate a pigmenti su tela e una serie di piccole stampe fotografiche, sempre realizzate su tela, con interventi pittorici. La mostra dedicata a Bernhard Schobinger da Galleria Antonella Villanova ripercorre la carriera dell'artista presentando una selezione di lavori storici, datati a partire dalla metà degli anni '70, e di lavori di più recente produzione.

Tra i due artisti intercorre un legame storico di esperienze condivise ed interconnesse, sia sul piano sentimentale che sul piano intellettuale. Si incontrano nel 1968 e l'anno successivo si sposano, da quel momento percorrono una strada comune e, allo stesso tempo, artisticamente individuale che li vede mettere in atto, nei rispettivi campi di ricerca, un personale processo creativo basato sull'ibridazione di forme, immagini, materiali e tecniche. Un rapporto fondato su un'osmosi culturale che produce due tipi di narrazioni differenti che, in alcuni casi, trovano conciliazione, come nella serie dei celebri scatti fotografici della Štrba ritraenti le figlie Sonja e Linda con indosso i gioielli del padre, Schobinger. Progetto che, con estrema libertà e poeticità, sfoca i confini tra la sfera privata e professionale dei due autori, mettendo magistralmente in gioco le peculiarità espressive di ognuno.

Entrambi, tra gli anni '70 e gli anni '80, si orientano verso la sub-cultura Punk di cui condividono la critica al conservatorismo dei valori borghesi, l'aspirazione allo sconfinamento dell'indagine e la libertà di espressione e sperimentazione, atteggiamenti che porta i due artisti ad operare in controtendenza, a varcare orizzonti inesplorati e a dar vita a visioni (bi e tri dimensionali) inattese.

Il lavoro di Annelies Štrba ci conduce in un universo immaginifico. Partendo dalla realtà familiare e domestica - raccontata attraverso scatti che ritraggono la consuetudine di azioni quotidiane svolte dai figli Sonja, Linda e Samuel - l'artista traghetta l'osservatore nella dimensione evanescente del sogno. Grazie ad espedienti tecnici di natura analogica, i suoi lavori fotografici restituiscono visioni "appannate", fuori fuoco, sovra o sotto esposte e dai colori iper saturi, psichedelici, come frammenti di narrazioni di carattere onirico, sospese in un tempo e in uno spazio indefiniti e indefinibili. Giocate sull'interferenza tra verità e allucinazione, reminiscenza ed amnesia, soggettività e obiettività, le immagini della Štrba raccontano l'esistente in tutta la sua estensione, spingendosi cioè anche oltre la realtà fenomenica per infiltrarsi nelle trame della dimensione trascendentale e della spiritualità.

I temi principali - quali ad esempio l'intimità familiare, l'infanzia, il corpo femminile, il paesaggio - si fondono a tematiche legate alla cultura visiva e letteraria sviluppatasi a cavallo tra il XIX e il XX secolo, da cui l'artista attinge soggetti iconografici, come la celebre Ofelia di John Everett Millais, o riferimenti linguistici, quale il decorativismo lirico della pittura preraffaellita o l'esoterismo della corrente simbolista. Difficilmente il termine "istantanea" risulta più appropriato nel definire un lavoro di matrice fotografica: le figure ritratte da Annelies Štrba sembrano infatti materializzarsi nell'istante esatto in cui lo scatto fotografico viene eseguito.

Lo scatto le coglie nel momento in cui si manifestano emergendo dalla bruma di fondali naturalistici o dalla penombra degli ambienti domestici, come esseri fantomatici. Questa sorta di magica epifania è favorita anche dal metodo fotografico, di tipo empirico, adottato dall'artista: il blind spot. Non mirando al soggetto attraverso l'obiettivo della macchina, Štrba opera una volontaria scissione tra il proprio sguardo (soggettivo) e l'occhio del mezzo tecnico (oggettivo) affidando a quest'ultimo il libero arbitrio di sostanziare autonomamente il destino dell'inquadratura, la bontà dell'impressione dell'immagine sulla pellicola, nonché la risoluzione della rappresentazione finale.

Stampati su tela, talvolta resi ancor più saturi da interventi pittorici stratificati o montati in slow motion, i lavori fotografici di Annelies Štrba restituiscono un immaginario visivo che, negli anni, si fa sempre più astratto ed evocativo. Rifuggendo il realismo proprio della riproduzione video e fotografica, l'artista elabora un approccio all'immagine di tipo impressionista per cui l'atto di osservare (un paesaggio, un corpo, una forma) coincide con quello di fissare nell'opera fugaci frammenti di vita, reale o immaginata, attraverso l'impressione immediata e decisa di colore e di luce.

L'inatteso nel lavoro di Bernhard Schobinger coincide con il carattere non convenzionale del suo approccio all'arte orafa mirato ad infrangere le regole precostituite del gioiello - inteso in senso stretto come ornamento -, e a sovvertire i canoni prestabiliti dei concetti di bello, armonioso, prezioso. L'attitudine neo-dadaista, con cui forse più semplicisticamente si porterebbe etichettare la sua prassi artistica, sembra in realtà sospinta da una forma di fascinazione innata per l'accidentalità di certi ritrovamenti che per l'artista assumono la sacralità di un incontro fortuito ma forse in qualche modo predestinato (con un oggetto, uno scarto, un materiale, un indizio).

Come un archeologo alla ricerca di reperti del quotidiano, Schobinger scava nell'universo di oggetti più o meno anonimi o a prima vista indecifrabili: parti di utensili, frammenti di statuine, ferraglie, che l'era moderna massivamente ha prodotto e che con la stessa meccanicità disperde. Da art manufacturer, con un gesto quasi redenzionale, Schobinger interviene a riscattare l'entità di questi oggetti/relitti e li rianima di una nuova funzione: li rende ergonomici e li dota di un valore (intrinseco, estetico ed emozionale) del tutto nuovo. Ne fa "gioie" - nel senso più atavico del termine (dal latino volgare, iocus, relativo al gioco) - o meglio, reliquie "gioiose".

L'aspetto ludico / ironico dei lavori di Schobinger non è rintracciabile soltanto in alcune delle soluzioni iconografiche o compositive che studia per i suoi gioielli, ma anche nell'ingannevole utilizzo che fa dei materiali: pietre e metalli preziosi (tra cui oro, diamanti, perle, quarzi), abbinati talvolta a materie umili o industriali come la plastica o l'alluminio, sono spesso intenzionalmente dissimulati o nascosti, oppure impiegati in modo che non risultino immediatamente riconoscibili. Se il concetto di "antigrazioso" concorre a scardinare la gerarchia tra pregevole e modesto, attraente e respingente, quello della "gute form" interviene a riscattare la transitorietà di un oggetto rimettendolo in circolo con nuova dignità formale, funzionale e concettuale. La combinazione di questi due aspetti antitetici guida Schobinger nella costruzione ingegnosa di gioielli-amuleto che sospingono chi li osserva o li indossa a decodificarne non soltanto il valore simbolico ma anche in qualche modo quello sociale, e a ripensare ex novo il rapporto tra forma e funzione, e tra produzione e consumo. (Comunicato stampa)




Locandina del concorso fotografico La Città Doppia La Città Doppia
Termine di partecipazione: 23 giugno 2024
www.exhibitaround.com/open-calls/la-citta-doppia

Exhibit Around APS lancia la nuova open call gratuita e aperta a fotografi di tutti i livelli. Il nuovo progetto fotografico ed editoriale sulle città doppie nel mondo nasce con l'obiettivo di esplorare e comprendere le complesse realtà delle comunità divise dai confini grazie alle interpretazioni e testimonianze di fotografi da tutto il mondo. Il progetto prevede incontri e ospiti speciali nell'ambito del Festival Internazionale di Fotografia Trieste Photo Days 2024. (Estratto da comunicato di presentazione)




Dipinto olio su tavola di cm 37x30 denominato La grotta del profeta realizzato da Jacopo Ginanneschi nel 2022 Pittori d'Italia
Giovani, giovanissimi... anzi maturi


28 maggio (inaugurazione) - 19 luglio 2024
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano
www.colomboarte.com

La pittura in Italia è tornata d'attualità. Lo testimoniano le numerose mostre ad essa dedicate nelle gallerie d'arte e le recenti rassegne istituzionali che, però, puntano più sulla quantità che sulla qualità. Si mappano le nuove generazioni, si cercano legami con le tradizioni immediatamente precedenti, si tenta, un po' a fatica per la verità, di individuare temi e iconografie ricorrenti, ma la pittura è un'arte difficile. "Il problema della pittura (l'arte più difficile che ci sia)", scriveva Giorgio De Chirico, "non si risolve a chiacchiere e facilonerie". Il magistero della pittura richiede sacrificio e duro lavoro, perciò un buon criterio di selezione dei pittori odierni non dovrebbe basarsi unicamente su presupposti anagrafici, ma qualitativi.

Già, ma come si definisce la qualità in pittura? E soprattutto chi può definirla? "Viviamo in un paese in cui ciascuno crede di sapere qualcosa di pittura, e quindi di poter dire la sua". Così, la pensava Federico Zeri, secondo cui "è frequentissimo che, qui da noi, si parli di opere d'arte senza un'adeguata preparazione, senza cioè avere educato l'occhio alla lettura del fatto figurativo".

Se a questo si aggiunge la favorevole congiuntura che ha riportato la pittura alla ribalta delle cronache e che, inevitabilmente, ha prodotto nuove schiere di accoliti - non solo tra gli artisti più giovani, ma perfino tra i galleristi (improvvisamente fulminati sulla via di Damasco) e i curatori à la page (che giurano di essere, fin dalla prima ora, strenui difensori di questa pratica secolare) - riuscire a compiere una selezione, a separare, come si dice, il grano dal loglio, diventa un'impresa davvero difficile. Ma se a farlo è una galleria come quella di Antonio Colombo, che dal 1998, anno della sua fondazione, ha ospitato le mostre dei migliori pittori italiani, e un curatore, come il sottoscritto, che non ha mai fatto mistero della sua ossessiva predilezione per quadri e pittori, potrebbe venirne fuori qualcosa di buono.

Sotto il magniloquente titolo di Pittori d'Italia e l'ironico sottotitolo Giovani, giovanissimi... anzi maturi - tributo all'arguzia di Ennio Flaiano e al celebre paradosso (Certo, certissimo... anzi probabile) con cui lo scrittore e giornalista abruzzese evidenziava il labile confine tra il vero e il falso - abbiamo riunito dodici giovani e meno giovani pittori italiani in un compendio minimo. Una mostra, a cura di Ivan Quaroni, che non vuole essere la versione tridimensionale di un atlante, di un almanacco o di un regesto ambizioso della nuova pittura del Belpaese, ma semmai un laicissimo Libro d'Ore, con dodici artisti che più diversi non si può, a incarnare la devozione verso il più antico dei linguaggi visivi.

Sono artisti che provengono da varie regioni d'Italia, alcuni dei quali hanno vissuto o vivono ancora all'estero, a dimostrazione che se un genoma italico della pittura esiste, non può che essere spurio, contaminato, ibrido. Nessun genius loci e tantomeno nessuna definizione di una presunta "pittura sovranista" (come qualcuno ha tentato di fare) può descrivere le complesse circostanze che hanno contribuito alla loro formazione. Per fortuna, nessun pittore la cui arte sia intimamente italiana ha mai dovuto esibire un certificato di cittadinanza. Si ricorderà che Giorgio De Chirico dipingeva le sue "Piazze d'Italia" dalle sponde della Senna, senza per questo essere meno italiano, lui che in Italia non ci era nemmeno nato.

108 (Guido Bisagni, Alessandria, 1978), Nicola Caredda (Cagliari, 1981), El Gato Chimney (Milano, 1981), Jacopo Ginanneschi (Grosseto, 1987), Agnese Guido (Lecce, 1982), Dario Maglionico (Napoli, 1986), Fulvia Mendini (Milano, 1966), Riccardo Nannini (Grosseto, 1980), Silvia Negrini (Sondrio, 1982), Silvia Paci (Prato, 1990), Paolo Pibi (Oristano, 1987) e Melania Toma (Vicenza, 1996) sono artisti che rappresentano una variegata congerie di stili, tendenze che attraversano tutto lo spettro espressivo della pittura, come in uno zodiaco in cui a ognuna delle dodici case corrisponda un modo o un umore distintivo nella gamma di forme che spaziano tra la figurazione e l'astrazione. (Comunicato stampa)

Immagine:
Jacopo Ginanneschi, La grotta del profeta, 2022, olio su tavola cm37x30




Collage di Marko Tadic denominato Funga Robo The Fair realizzato nel 2024 Marko Tadic
"Heliopolis"


17 maggio (inaugurazione) - 20 ottobre 2024
PAV Parco Arte Vivente - Torino
www.parcoartevivente.it

Il lavoro di Marko Tadic rilegge la storia del modernismo socialista jugoslavo attraverso il confronto con pratiche di grandi autori che operarono alla fine degli anni '50 in Croazia, tra questi il designer, scultore e architetto d'avanguardia Vyaceslav Richter (1917-2002) e il filmaker Vladimir Kristl (1923-2004) della Scuola di animazione di Zagabria, riconosciuta come uno dei capisaldi in ambito europeo. Attraverso una metodologia che tenta di "fare Storia partendo dai rifiuti della Storia" - come avrebbe detto Walter Benjamin, citando Goncourt - Tadic individua nei residui inerti della memoria un potenziale attivo utile a rileggere e a generare nuove possibilità di narrazione. Attraverso il riutilizzo e la rielaborazione di oggetti d'epoca come cartoline, mappe geografiche, diapositive, taccuini e archivi fotografici personali, Tadic riporta alla luce un archivio sommerso sul quale interviene sovrascrivendo.

La mostra, a cura di Marco Scotini, concepita appositamente per il PAV comprende un nucleo di opere dell'artista dedicate all'interazione con il pensiero di Vjenceslav Richter, tra i membri fondatori di EXAT 51 gruppo d'avanguardia di artisti, architetti, designer e teorici attivi a Zagabria tra il 1950 e il 1956 che intendeva promuovere e raggiungere una sintesi e una intersezione tra tutte le forme d'arte. Richter, del quale sono presenti in mostra una serie di opere originali, dedicò quasi due decenni della sua vita al perfezionamento di progetti tecno-utopici in ambito urbanistico che tentavano di rispondere, attraverso la pianificazione, ai bisogni specifici di una società socialista. Nella città utopica di Richter ciò di cui si ha bisogno è a portata di mano e la pianificazione risponde all'esigenza di ridurre i tempi della mobilità per garantire più tempo libero.

In mostra Tadic immagina e progetta la sua città utopica contaminando i progetti di Richter con un immaginario fantascientifico e impiantando su questi sistemi complessi una riflessione ecologica. Attraverso disegni, collage e animazioni ne ipotizza un ampliamento che include nuovi quesiti riguardanti il rapporto tra uomo, ambiente e tecnologia e l'utilizzo di risorse rinnovabili. Heliopolis si compone di quattro isole tematiche Leaving the Frame, Flow Diversions, The Open Future e From the Shell (of the Old) nelle quali il rapporto tra ecologia, architettura utopica e fantascienza viene indagato attraverso una prospettiva multi scalare. Variando la scala attraverso la quale viene rappresentato un sistema è possibile arricchire la sua comprensione e formulare nuove letture.

Attraverso la miniaturizzazione Tadic trasforma i detriti e gli scarti in giocattoli in senso benjaminiano. «Prodotti collettivi» che rimandano ad un confronto con il mondo dell'adulto che tornano a liberare, senza per questo essere privati del proprio valore documentale. In Heliopolis l'opera di Marko Tadic rilegge Vyaceslav Richter per proporre un modello che miri a stabilire un ritmo armonioso nel metabolismo della società, alla continua ricerca di un delicato equilibrio tra costruzione e cancellazione, tra futuri possibili e trasmissione della memoria. Nell'ambito della mostra Heliopolis le AEF/PAV (Attività Educative e Formative) propongono il 3 e 4 luglio il Workshop_81 condotto da Tadic rivolto a studenti d'Accademia, d'Università e giovani artisti con un focus su uno dei medium dell'artista: l'animazione in stop-motion.

Marko Tadic (Croazia, 1979) ha studiato pittura all'Accademia di Belle Arti di Firenze. La sua pratica artistica spazia dal disegno all'installazione e all'animazione. Vincitore di numerosi premi internazionali, riceve nel 2015 il premio Vladimir Nazor (Croazia) per la migliore mostra e nel 2008 il Radoslav Putar Award (Croazia) come miglior giovane artista contemporaneo. Ha partecipato a numerose residenze a Helsinki, New York, Los Angeles, Francoforte e Vienna. Ha collaborato con l'Art Academy di Zagabria come tutor di un workshop sul libro d'artista, il field recording e il radio drama. Lavora come docente all'Accademia di Belle Arti di Zagabria e alla Nuova Accademia di Belle Arti NABA di Milano. I suoi film sono stati proiettati in diversi festival internazionali di film d'animazione e di cinema sperimentale. Nel 2017 con Tina Gverovic ha rappresentato la Croazia alla 57ma Esposizione Internazionale d'Arte La Biennale di Venezia. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Marko Tadic, Funga Robo/The Fair, 2024, collage 150x110cm

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Mostre sui Balcani
Storia | Popoli | Arte | Cinema

Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione

Immagini di una cultura in viaggio. Incontri con il cinema croato
Roma, 11-14 novembre 2010
Rassegna cinematografica




Dipinto a olio su tela di cm 90x70 denominato...solo le favole nate con il volo dei fenicotteri rosa, al tramonto, avevano un epilogo felice... realizzato da Mario Ferrante Mario Ferrante
"...le stanze dei fenicotteri rosa e altre storie..."


07 giugno (inaugurazione ore 17.00-20.00) - 29 giugno 2024
Galleria Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Il Brasile, la notte, la musica... Nelle circa 300 opere in mostra Ferrante (1957) abbatte il confine tra sogno e realtà. Nelle opere selezionate per la mostra, curata da Francesco Ciaffi e Alice Crisponi, la maggior parte delle quali provenienti dalla produzione degli ultimi anni, tornano alcune tematiche care all'artista e se ne affacciano di nuove. In una narrazione tra sogno e realtà, Mario Ferrante trasporta lo spettatore in una nuova dimensione dove il gesto della spatola e la lucente densità dei colori a olio compongono atmosfere fluide e intime. Il paesaggio umano delle città è ancora una volta il filo conduttore per un artista cittadino del mondo. Cresciuto in Brasile, Ferrante mescola e allo stesso tempo distingue due identità per ricucire una sensibilità universale di valori e sentimenti. (Comunicato di presentazione)

Immagine:
Mario Ferrante, ...solo le favole nate con il volo dei fenicotteri rosa, al tramonto, avevano un epilogo felice..., olio su tela cm 90x70




Opera di Tomás Maldonado denominata Quadro soggiacente 12 realizzata nel 2001 Sistemi Semplici
inaugurazione 29 maggio 2024 ore 19.00-21.00
Galleria Lia Rumma - Milano
www.liarumma.it

Il punto di partenza della mostra collettiva, pensata da Lia Rumma e Gigiotto Del Vecchio, è la riflessione sul lavoro del filosofo, artista e designer argentino Tomás Maldonado e sulla concezione razionale della forma, del colore e delle loro possibili derivazioni psicologiche e percettive. Maldonado ha orientato l'educazione all'arte e al design verso il pensiero sistemico, al fine di raggiungere un equilibrio tra scienza e progetto, tra teoria e pratica, incorporando metodi di pianificazione e i principi della psichiatria, della percezione e della semiotica. Sistemi Semplici si può certamente definire una mostra di artisti, che va dal dopoguerra agli anni duemila, accomunati dalla volontà di svincolare l'arte da una dimensione psicologica o realistica, con un'attenzione particolare al segno e alla forma che diventano elemento unico di espressione.

Una mostra che da Maldonado si estende ad un nucleo di artisti generazionalmente vicini o conseguenziali - Piero Dorazio, Enzo Mari, Bruno Munari, Enrico Castellani, Donald Judd - fino a nomi più recenti, protagonisti dell'evoluzione contemporanea di tale processo modulare. L'astrazione "televisiva" di Heimo Zobernig, il rimando al pixel dei primi videogames (Tetris?) di Angela Bulloch fino ai moduli ed alle possibilità della rete, che nella fine degli anni novanta rappresentavano per Daniel Pflumm lo scambio di relazioni e la possibilità politica di alterare l'informazione, fino al punto di renderla forma pura, spogliata di ogni suo orpello comunicativo. (Comunicato stampa)

Immagine:
Tomás Maldonado, Quadro soggiacente 12, 2001




Dipinto ad acquarello su carta di cm 31x23 denominato Incerta avventura realizzato da Cristina Mollica nel 2020 Cristina Mollica
"Fragili Contrasti


18 maggio (inaugurazione) - 09 giugno 2024
Spazio Espositivo Cascina Roma - San Donato Milanese
www.cristinamollica.com - www.scuoladiacquarello.com

La nuova mostra dell'artista Cristina Mollica si concentra sulle potenzialità espressive dell'acquarello, tecnica pittorica affascinante e contemporanea nel catturare la bellezza del nostro mondo, esteriore e interiore. Più di trenta lavori - fra i quali anche Fearless selezionato in occasione dell'esposizione internazionale "Fabriano in Acquarello 2024" - riflettono la personale riflessione dell'autrice sulla complessità della vita, caratterizzata dall'interazione tra elementi contrastanti che ci appartengono definendo le nostre esistenze. Tra paesaggi urbani e paesaggi naturali, con qualche breve digressione nella figura umana, si evidenzia l'armonia cromatica utilizzata per creare atmosfere suggestive dall'espressione libera e meditativa, senza la necessità di descrivere in dettaglio ciò che viene rappresentato, grazie alla natura fluida e sfuggente dell'acquarello.

Cristina Mollica, laureata in Illustrazione e graphic design presso lo IED di Milano, nata a San Donato dove per dieci anni ha insegnato disegno e pittura alla Civica Scuola d'Arte, oggi risiede a Lodi dove tiene corsi d'arte ad acquarello in presenza e online, con un metodo didattico da lei stessa sviluppato. L'artista riesce a catturare e tradurre su carta, con estrema immediatezza, emozioni e sentimenti, spesso contrastanti.

Opere coinvolgenti e dalla grande energia, soprattutto nelle composizioni più complesse, un invito a fermarsi e a riflettere sul significato della propria esistenza in un mondo in continua evoluzione. Peculiarità che si riscontrano sia nei paesaggi naturali, che svelano la connessione che l'artista cerca con la natura, entità esterna grandiosa ma anche esperienza profondamente personale, sia negli scorci urbani dei quali viene catturata l'energia poetica in una combinazione tra luci e ombre, tonalità fredde e calde.

Scrive Giovanni Cerri nel suo testo critico: "La città notturna, così come gli alberi e le montagne o i paesaggi dialogano tra di loro, con rimandi di colori, di suggestioni, di evocazioni, come citazioni di un unico alfabeto che vede articolare la sua espressione sulla carta. La luce è protagonista, e l'artista sa sfruttare al meglio la trasparenza del bianco sottostante, facendo intravedere qua e là sprazzi di bagliori, o in altri casi una luminosità diffusa, che abbraccia l'intera composizione."

Il titolo stesso della mostra, "Fragili contrasti", che porta con sé molto del vissuto personale dell'artista, non vuole richiamare solamente l'apparente "fragilità" di un mezzo espressivo capace, quando utilizzato con sapienza tecnica, di restituire intense risposte emotive. È infatti nella capacità di dominare le collisioni nella stesura veloce e improvvisa del colore, nell'equilibrio fra le diverse tonalità, nella maestria a gestire il chiaroscuro e nella scelta stessa delle inquadrature, che Cristina Mollica riconosce e accetta i contrasti come parti fondamentali del tessuto della vita. (Comunicato Ufficio stampa De Angelis Press, Milano)

Immagine:
Cristina Mollica, Incerta avventura, 2020, acquarello su carta cm 31x23




Dipinto a olio su tela di cm 114x146 denominato Motivo dalmata realizzato da Zoran Music nel 1966 Dipinto a olio su faesite di cm 67x755 denominato Castello realizzato da Antonio Ligabue Dipinto a olio su tela di cm 93x73 denominato Figure di donna realizzato da Bruno Cassinari nel 1967 "Una forza che crea uno sguardo, uno sguardo che crea una forza"
La visione dell'Artista nella pittura italiana del Novecento


16 maggio (inaugurazione) - 15 giugno 2024
Galleria de' Bonis - Reggio Emilia
www.galleriadebonis.com

La mostra raccoglie una ventina di opere di grandi nomi del Novecento figurativo italiano: Renato Birolli, Antonio Bueno, Carlo Carrà, Bruno Cassinari, Giovanni Frangi, Renato Guttuso, Antonio Ligabue, Alberto Manfredi, Zoran Music, Fausto Pirandello, Aligi Sassu, Mario Schifano, Tino Stefanoni e Orfeo Tamburi. «Seguendo il filo conduttore che corre fra opere eterogenee - spiegano i galleristi Stanislao de' Bonis e Margherita Fontanesi - l'esposizione ci racconta qualcosa di profondo sugli artisti, sull'Arte e persino su noi stessi. Negli occhi dipinti dei ritratti possiamo trovare anche lo sguardo dell'artista? E negli autoritratti, quanto c'è dell'anima del pittore? E nei Paesaggi? Vediamo la realtà attraverso i nostri occhi o attraverso quelli dell'autore? Questa mostra cerca di rintracciare il mondo interiore di alcuni celebri pittori attraverso il loro sguardo».

Nel vedere di un artista non sono coinvolti solo i suoi occhi, ma anche la sua sensibilità, il suo contesto socio-culturale, l'epoca storica in cui vive e il suo percorso personale. Tutti elementi che concorrono a creare quello che si definisce "lo sguardo interiore": il motore che dà vita alle opere d'arte. Cosa ci vuole dire l'artista attraverso ciò che vede? Come cerca di entrare in connessione con noi? Come inizia il nostro dialogo con lui? Dalle pareti della galleria lo spettatore sarà osservato da ritratti e autoritratti, ma si troverà di fronte anche a paesaggi e a nature morte che lo inviteranno a guardare il mondo con gli occhi dell'artista.

Spesso gli artisti dipingono occhi vuoti, appena accennati o addirittura chiusi. Lungi dall'essere un elemento di incomunicabilità, questi sguardi assenti ci dicono tantissimo di chi li ha dipinti. Talvolta sondano profondità dell'anima che uno sguardo diretto e limpido non avrebbe saputo raggiungere. Quando poi i nostri occhi incrociano uno sguardo dipinto scatta sempre qualcosa: si apre un canale di comunicazione e di introspezione e finiamo per capire qualcosa di noi, come se ci guardassimo allo specchio.

La mostra, però, non si limita a una rassegna di ritratti, fa un passo oltre, con un espediente quasi cinematografico: accanto ai volti dipinti si trovano anche paesaggi che ci invitano a fare un passaggio dall'interiore all'esteriore: il pubblico è posto di fronte a ciò che guarda l'artista e i due sguardi finiscono per sovrapporsi. L'esposizion invita il pubblico a mettersi nei panni dell'artista, ad assumere il suo sguardo, a cambiare prospettiva e quindi a vivere l'arte con uno sguardo altro. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Zoran Music, Motivo dalmata, 1966, olio su tela di cm 114x146
2. Antonio Ligabue, Castello, III periodo, olio su faesite di cm 67x755
3. Bruno Cassinari, Figure di donna, 1967, olio su tela cm 93x73




Locandina della mostra Hi TECH "Hi, TECH!"
Will Cruickshank, Maurizio Mochetti, Nam June Paik, Cornelia Parker, Gianni Piacentino, Franck Scurti, Alain Urrutia, Peter Vogel, Wolf Vostell


30 maggio (inaugurazione ore 18) - 12 luglio 2024
MAAB Gallery - Milano
www.maabgallery.com

Il rapporto tra arte e tecnologia viene analizzato in questa mostra, a cura di Gianluca Ranzi, attraverso una selezione di opere di artisti contemporanei, da Fluxus e le Neo-avanguardie degli anni Settanta del secolo scorso fino alle ultime generazioni di artisti d'oggi. In un orizzonte sociale e politico in cui la tecnologia sempre più si scopre tecnocrazia, gli artisti reagiscono attraverso le loro opere commentando con spirito critico, con ironia e talvolta con sarcasmo, opponendosi al mito dell'efficienza della prestazione, della velocizzazione del tempo, della produttività esasperata. L'arte, come nelle opere presenti in mostra, produce invece una realtà linguistica come forma di resistenza della complessità contro la banalità, auspicando l'utopia della durata del tempo contro il consumo dell'istante.

Wolf Vostell (Leverkusen, 1932 - Berlino, 1998) e Nam June Paik (Seoul, 1932 - Miami, 2006) hanno sviluppato la loro ricerca a partire dall'inizio degli anni Sessanta, nell'ambito del gruppo Fluxus e dell'Happening, testimoniando in presa diretta l'inizio dell'era tecnologica con le sue ricadute sui mass-media e sull'assoggettamento di un pubblico sempre più anestetizzato e piegato alla volontà del mercato e degli opinion-maker. Se Wolf Vostell oppone a tutto ciò la potente riflessione della sua coscienza critica e demistificatoria, mettendo in relazione i vincoli degenerati tra industria bellica, mercato e asservimento delle coscienze, Nam June Paik cerca invece di reagire all'estraniazione dell'uomo contemporaneo attraverso il miraggio di un'inedita alleanza tra arte e tecnologia, tra uomo e macchina, recuperando il senso di una vita non più condizionata ma supportata dalla tecnica, anche grazie all'ironia, al gioco e all'irriverenza.

In altro ambito formativo e geografico e a partire dalla fine degli anni Sessanta, si è invece mossa la proposta di Gianni Piacentino (Coazze, 1945) che attraverso la rimodulazione di un nuovo alfabeto di neo-oggettistica tecnologica trasforma la realtà in immaginazione, passando così dal consumo al fantastico, dalla funzionalità alla contaminazione formale, dall'utilità pratica ad un'ipotesi di bellezza senza luogo e senza tempo. Anche per Maurizio Mochetti (Roma, 1940) l'opera d'arte è il risultato tangibile, seppur spesso smaterializzato nella luce del laser, del principio secondo cui l'uso della tecnologia fa da strumento per la manifestazione dell'idea, così come il progetto diviene aerea proiezione del pensiero.

Sulla scia della potente opera di critica sociale di alcune di queste esperienze, trova posto oggi il lavoro del francese Franck Scurti (Lione, 1965) che a partire da oggetti d'uso comune con una forte implicazione socio-economica li riconduce ad una metamorfosi formale che ne reinterpreta i codici e gli elementi. La produzione di senso che operazioni come questa producono nell'osservatore viene anche condivisa dalla pittura di Alain Urrutia (Bilbao, 1981), meraviglioso ibrido tra il mentale e il visivo, il cui viaggio spazia nel mondo delle immagini, della loro consumazione mediatica, della resa paradossale tra familiarità della lettura e alterità della manifestazione del perturbante.

Le polaroid di Cornelia Parker (Cheshire, 1956) esposte in mostra, frutto di uno sguardo tra il lucido e l'allucinato che recupera persino la solitudine angosciosa di Munch, mettono in scena il disagio del quotidiano in relazione a temi quali la violenza, il tempo e il suo congelamento nell'attimo, l'ecologia e i diritti umani. Anche l'altro artista britannico presente, Will Cruickshank (Londra, 1974), riflette dalla sua angolatura particolare sul rapporto tra tempo, tecnologia e intervento umano, creando macchine celibi, telai, strumenti, che citando il mondo dell'operatività, del lavoro e della produzione, in realtà recuperano, anche attraverso l'intervento del caso e dell'errore, una pratica non disumanizzante dove la creatività e il pensiero tengono saldamente le redini del gioco.

La manualità di un processo creativo che cita la tecnologia superandone però le secche attraverso la corsa nell'immaginazione, è anche la caratteristica delle opere dell'artista tedesco Peter Vogel (Freiburg im Breisgau 1937-2017), che giocano e scherzano con il movimento e con il sonoro, facendo dell'osservatore parte attiva del loro processo ludico e partecipativo. (Comunicato stampa)




Locandina del film animato La Rosa di Bagdad La Rosa di Bagdad
Alla riscoperta del primo film animato italiano


04 maggio - 28 luglio 2024
Palazzo del Fulgor-Fellini Museum - Rimini

Un episodio importantissimo della Storia del Cinema italiano, viene finalmente riportato alla luce e documentato, valorizzato nell'ambito della Biennale del Disegno di Rimini. "La Rosa di Bagdad" costituisce il primo leggendario lungometraggio a disegni animati italiano (primato condiviso con la pellicola I Fratelli Dinamite di Nino Pagot). Venne realizzato fra gli anni 1940 e 1949, a colori. Altro primato assoluto, si tratta del primo film italiano girato interamente a colori con la tecnica del technicolor, procedimento realizzato presso studi cinematografici londinesi, gli unici a disporre di tale processo pionieristico. Venne prodotto e diretto da Anton Gino Domeneghini, creativo pubblicitario milanese, folgorato dai films animati Disney, soprattutto da Biancaneve e i sette nani (1937), a cui si ispirò dichiaratamente per la realizzazione della "La Rosa di Bagdad", nonché dai racconti "Le mille e una notte", pur mantenendo un carattere di forte originalità estetica.

Fra i collaboratori chiamati da Domeneghini, artisti e disegnatori di primissimo piano del panorama nazionale del tempo. Tra loro Angelo Bioletto, famoso autore delle figurine Perugina dell'epoca, qui nella veste di ideatore dei personaggi. E gli illustratori scenografi Gildo Gusmaroli e Libico Maraja, capaci di affrescare magnifici fondali, ricchissimi di minuziosi dettagli di grande realismo lirico, in grado di competere con le migliori produzioni Disney.

Nella compagine anche Riccardo Pick Mangiagalli, musicista e compositore di fama internazionale, allievo anche di Richard Strauss a Vienna, poi direttore del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Per la colonna sonora originale del film, Mangiagalli attinse anche dalla tradizione operistica italiana. Indimenticabile la sequenza in cui la principessa Zeila con voce suadente intona, al calar del sole che illumina tutta Bagdad, un canto capace di ammaliare il suo amato popolo... La grande professionalità e le altissime capacità degli artefici del film, hanno fatto della "La Rosa di Bagdad" un assoluto capolavoro dell'animazione.

Migliaia e miglia di disegni (fra sketch, layout e disegni di produzione) e di rodovetri (fogli trasparenti dipinti sul retro e applicati sui fondali per consentire di fotografare, fotogramma per fotogramma, i movimenti dei personaggi), diverse centinaia di minuziosi fondali anche dal grande formato, costituiscono lo straordinario Patrimonio cartaceo che consente ancora oggi, età del digitale, di cogliere appieno lo straordinario lavoro svolto per la realizzazione del Film (76 minuti di durata per 120 mila sequenze a passo 1 -fino ad 24 disegni per un secondo di animazione-).

Lo stesso Disney spese parole molto lusinghiere sul film, lodando in particolare, come sperimentali di grande efficacia e qualità, due sequenze: una "aerea" - l'inseguimento in volo del giovane protagonista Amin da parte del perfido Burk - e una sottomarina - Amin che fugge gettandosi nel fiume, nuotando sott'acqua per sfuggire ancora una volta al malvagio Burk. La costruzione del film, lunga ed avventurosa, venne più volte interrotta dagli eventi bellici. "La Rosa di Bagdad" venne finalmente presentata, con successo di critica e pubblico, alla Biennale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 1949, aggiudicandosi il primo premio internazionale di cinema per ragazzi. Nella medesima edizione venne proiettato anche I Fratelli Dinamite di Nino Pagot.

Nonostante la buona accoglienza del film e i numerosi riconoscimenti anche internazionali, Domeneghini non diede alcun seguito all'esperienza e ritornò a lavorare nel mondo pubblicitario. Dopo il lungometraggio "la Rosa di Bagdad", l'animazione italiana si dedicò per circa un ventennio a produzioni animate a servizio della pubblicità, prima su Grande Schermo e poi dal 1957 per la celeberrima trasmissione RAI TV Carosello… E ci vorranno ben altri 16 anni prima di vedere un nuovo lungometraggio animato italiano per il Cinema, realizzato dal genio Bruno Bozzetto con il capolavoro West and Soda del 1965.

In mostra, a cura di Andrea Losavio, una trentina di opere originali (tutte di prestatori privati), di straordinaria qualità, esposte al pubblico per la prima volta, fra le quali alcuni preziosissimi ed elaborati fondali dipinti a mano firmati da Libico Maraja e Gildo Gusmaroli, Sandro Nardini, rodovetri di produzione e disegni originali realizzati da Angelo Bioletto. La mostra si completa con la proiezione integrale del film, su parete dedicata di grande dimensione, così da restituire tutta l'atmosfera della sala buia del Grande Schermo. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio ESSECI, Sergio Campagnolo)




Tre opere artistiche nella mostra ARTinCLUB 12 ARTinCLUB 12
26 maggio (inaugurazione) - 21 settembre 2024
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com/artinclub12

Rassegna di pittura organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. L'iniziativa ARTinCLUB, giunta quest'anno alla dodicesima edizione, offre al pubblico una stimolante proposta culturale che coniuga l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini, gestita dai fratelli Cesare e Nicola Salvini, accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Nella mostra sono presentati recenti dipinti di Annamaria Buonamici (Lucca, 1954), Riccardo Corti (Firenze, 1952), Beppe Francesconi (Marina di Massa, 1961), Guido Morelli (La Spezia, 1967), Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) e Valente Taddei (Viareggio, 1964): i sei artisti, seppur differenti tra loro per formazione estetica, stili e tecniche pittoriche, sono accomunati da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della figurazione contemporanea, oltre che da un rigore compositivo e da un'accuratezza formale che rendono armonioso l'accostamento dei rispettivi lavori in un progetto espositivo comune. La rassegna, curata da Gianni Costa, è patrocinata dal Comune di Camaiore. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra L'Arte delle Regione Friuli Venezia Giulia a Bruxelles L'Arte delle Regione Friuli Venezia Giulia a Bruxelles

- L'arte triestina al femminile nel '900 d'avanguardia italiano ed europeo
Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, 14 maggio (inaugurazione) - 31 luglio 2024

- La Regione Friuli Venezia Giulia a Bruxelles attraverso i suoi artisti
Ufficio di collegamento della Regione Friuli Venezia Giulia a Bruxelles, 05 settembre - 21 febbraio 2025

L'arte della Regione Friuli Venezia Giulia sarà protagonista a Bruxelles dal 14 maggio al 21 febbraio 2025 attraverso 6 mostre.

Presentazione




Collage realizzato da Valentina Mir Collage di con protagonista un cosmonauta Collage di Valentina Mir nella mostra Kosmoopera Valentina Mir
"Kosmoopera"


03 maggio (inaugurazione) - 06 giugno 2024
Galleria Carta Bianca - Catania

L'artista parigina Valentina Mir esporrà ventuno suoi collage, realizzati nel 2019, che, come sempre, trattano con serietà didascalica e ironia un argomento legato alla Storia o alla storia di celebrità del mondo dello spettacolo. In questo caso, il soggetto indagato attraverso una rigorosa ricerca di giornali dell'epoca, è l'epopea spaziale dell'Unione Sovietica, che vede protagonisti Jurij Gagarin (primo uomo a volare nel cosmo) e Valentina Tereškova (prima donna nello spazio), i quali, da eroi cosmonauti, divennero, agli inizi degli anni Sessanta, anche delle stelle internazionali per i tantissimi servizi giornalistici a loro dedicati data la grande impressione che le loro gesta, le prime missioni nello spazio, ebbero nell'opinione pubblica che le percepì come l'inizio di una nuova età, detta, appunto "era spaziale".

Questa notorietà, anche della cagnolina Laika, il primo essere vivente ad orbitare intorno alla terra, dilagò perché le televisioni, proprio in quegli anni, raggiunsero la loro grande diffusione entrando in ogni casa, specialmente nel mondo occidentale. Oltre a questi lavori, centrali nella mostra, saranno esposte anche altre opere che riguardano le donne di quel periodo, alcune riferite a Brigitte Bardot e altre a Elvis Presley che, nel 1960, ritornava in scena dopo l'interruzione del servizio militare.

Scrive Giuseppe Frazzetto in un testo presentato in mostra "Le tavole di Valentina Mir riprendono e allo stesso tempo ribaltano la grande tradizione modernista del collage e/o prelievo/montaggio, in quanto vanno verso una (impossibile) unità di un frammentato per eccellenza, ovvero il dato memoriale. Ogni tavola tenta quindi di afferrare il Reale, riscrivendolo nei termini di un Simbolico che già in partenza non può che essere elaborazione, ideologia, svisamento".

Duccio Tromadori: "La pietra del passato, il sogno del futuro: fedele al suo stile e al suo modo d'espressione, Valentina Mir racconta e rivive gli episodi salienti, drammatici ed entusiasmanti, della storia moderna con la vivida rappresentatività del più tenero choc emotivo. Ne risulta un prezioso smalto vitale che anima la memoria collettiva e sulla galassia mitologica del secolo XX (la rivoluzione, la conquista dello spazio, la fiducia illimitata nella scienza, il "fantasma" del comunismo e della libertà capitalista) dispone lo sguardo pregiato di una distante, quanto appassionata ed amabile benevolenza".

Ornella Fazzina: "In un vero e proprio lavoro di montaggio, la Mir opera una trasformazione della realtà, poiché le immagini contengono l'aspetto documentario e racchiudono una notevole quantità di informazioni, ma nel contempo si muovono su un complesso registro simbolico comunicativo che va decodificato. Il mondo frammentato dei suoi collages mette in evidenza le conquiste spaziali dell'epoca non trascurando la figura femminile, come superamento di certi stereotipi e presentazione di una donna nuova e forte". (Comunicato stampa)




Fotografia scattata dalla Saul D. Modiano che ritrae un gruppo di uomini su una panchina e alcune donne che conversano Botteghe, caffè e negozi nella Trieste delle cartoline S.D. Modiano
03 maggio (inaugurazione) - 03 giugno 2024
Palazzo delle Poste - Trieste

Continua così la serie di esposizioni legate alle lastre fotografiche che nei primi del Novecento venivano utilizzate dalla "Saul D. Modiano" per la produzione delle famose cartoline illustrate. Dopo aver visitato, attraverso il potere evocativo delle immagini, i luoghi più iconici nella città di un tempo, il visitatore si troverà immerso nel mondo dell'infanzia di oltre un secolo fa invitato dal percorso museale a scoprire, o a riscoprire, le attività commerciali che animavano le vie della città di quegli anni. Gli scatti fotografici scelti svelano tutta la raffinatezza degli allestimenti delle vetrine dei primi del '900 triestino.

Negozi alla moda mettevano in mostra le confezioni sartoriali che guardavano alle tendenze del gusto viennese o inglese. Gli sgargianti accessori esposti richiamavano l'attenzione di chi percorreva le vie del centro cittadino con la propria l'eleganza e varietà. Alcune delle immagini raffigurano luoghi e prodotti ormai dimenticati ma, ricordiamo, ci sono anche realtà commerciali che hanno saputo rinnovarsi pur mantenendo la propria identità e storia ultracentenaria. È allora con piacere che si potrà scrutare, per esempio, la vetrina della Drogheria Toso che dal 1906 è rimasta pressoché immutata con i suoi scaffali con cassetti di legno color avorio alti fino al soffitto.

Allo stesso modo rimangono in parte conservati, anche se rimodulati, gli interni della Farmacia Picciola che ci fanno tornare alla spezieria divenuta famosa per il "Roob Anticholerico" che il direttore Antonio Giovanni Picciola aveva brevettato durante le epidemie coleriche della prima metà dell'800. Il passaggio del tempo è tuttavia evidente per quelle attività di cui rimane conservata la sola insegna. È questo il caso del Caffè Fabris che rimanda al mondo dei celebri caffè dell'epoca che erano allora come oggi delle vere e proprie istituzioni cittadine.

Il visitatore della mostra verrà accompagnato in un percorso che andrà a valorizzare il "com'era, com'è" per cogliere al meglio l'essenza e la memoria delle botteghe, caffè e negozi della nostra città. Soffermandosi sui particolari delle merci esposte sarà interessante scoprire le prime forme di strategia di vendita e pubblicità utilizzate all'epoca. Per chi vorrà conoscere la storia dei vari esercizi commerciali sarà possibile accedere, tramite QR code, a contenuti multimediali che offriranno oltre ad una breve ricostruzione storica anche l'analisi delle immagini. Tramite appuntamento, o consultando il calendario delle visite, si potrà accedere alla mostra partecipando ad una visita guidata gratuita della durata di un'ora durante la quale sarà possibile approfondire ulteriormente la storia delle fotografie scelte per l'esposizione. (Comunicato stampa)

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Mostre su Trieste




Opera senza titolo in carboncino compresso su carta Fabriano Rusticus di 200g e cm 70x100 realizzata da Pino Guidolotti nel 2021 Pino Guidolotti
"Luce e ombre"
Disegni 2004-2024


16 maggio (inaugurazione) - 28 giugno 2024
ASSAB ONE per le arti contemporanee - Milano

A quasi 10 anni dalla sua ultima personale negli spazi di Assab One, Pino Guidolotti torna con una mostra dedicata alla sua produzione meno conosciuta della fotografia, ma da sempre presente nella sua pratica artistica: il disegno. Una serie di nuovi lavori a carboncino su carta abita lo Studio 3. I disegni di grande formato scorrono senza sosta sulle pareti della sala. Pino Guidolotti veste i panni di un regista silenzioso e attento, mentre le immagini mostrate appaiono quelle di un qualche film muto, in bianco e nero.

Senza mai tralasciare la sua visione fotografica, le scene parlano di vita quotidiana, di persone che passeggiano in uno spazio-tempo indefinito, di tavole vuote, ma imbandite, di bar e case dove dimorano ombre sconosciute. I disegni sono l'espressione della ricerca artistica di Pino Guidolotti più intima e per lo più inedita. Quelli in mostra ad Assab One sono istantanee della sua vita in Salento, il risultato della sua inconfondibile prospettiva nell'osservare e vedere il mondo, la natura e gli esseri che lo circondano. (Comunicato stampa)

Immagine:
Pino Guidolotti, Senza titolo, carboncino compresso su carta Fabriano Rusticus cm 70x100, 200g, 2021




Locandina della mostra di Jana Schröder dedicata a Diego Armando Maradona Jana Schröder
"D. A. M."


02 maggio (inaugurazione) - 22 giugno 2024
alfonsoartiaco - Napoli
www.alfonsoartiaco.com

La mostra nasce dall'interesse dell'artista per l'eredità che Diego Armando Maradona ha lasciato alla città di Napoli. Durante un suo precedente soggiorno Jana Schröder è rimasta stupita da come gadget, magliette, bandiere e riproduzioni in scala di Maradona, con i colori della squadra partenopea, invadessero ogni strada. I colori azzurro e bianco creano un paesaggio ricorrente dai toni allegri e divertenti, quasi familiari. Perciò, sebbene l'artista non abbia particolari interessi calcistici, ha deciso di intraprendere una produzione i cui colori richiamassero il legame con il Napoli di Maradona.

"El Pibe de Oro" rappresenta per i napoletani la rivalsa di un territorio che fino agli anni '80 era sempre rimasto ai margini. L'identificazione popolare in quel giovane ragazzo argentino, cresciuto nella periferia più disagiata di Buenos Aires, che ha portato la squadra e la città a vittorie indelebili ha fatto sì che il ricordo non si affievolisse nel tempo e che la sua figura diventasse mito.

Così i dipinti di grandi dimensioni astratti bianco e azzurro nelle sale della galleria simboleggiano Maradona che sfida i colori di altre squadre. Compagini ideali che si contrappongono nelle sale della galleria con tele di colori differenti che variano dai toni del verde acerbo, all'arancio fino al rosa vivo. La disposizione delle opere non segue l'andamento tipico, anzi, i lavori stanno nello spazio come calciatori in campo. Alle undici tele, si aggiungono undici lavori su carta nella stanza principale che riproducono una formazione ideale fatta di portiere, difensori, centrocampisti e attaccanti, schierati come in uno schema calcistico.

Ogni opera segue delle declinazioni di tonalità di uno stesso colore unito al bianco. A variare è la consistenza del gesto e la sua impressione sulla tela. L'artista gioca anch'essa con linee e forme, apparentemente casuali, che sottendono invece uno schema costituito da linee di diverso spessore, ora sinuose ora geometriche che si rincorrono sulla tela. All'inseguimento dei tempi di rapida essiccazione dell'acrilico, i movimenti multidirezionali delle pennellate veloci, diventano simbolo del gesto pittorico più puro. Come una rete fitta che però non intrappola lo spettatore, ma gli fa da sponda accompagnandone lo sguardo.

La pratica artistica di Jana Schröder (Brilon - Germania, 1983) si basa sull'azione della pittura stessa. L'educazione formalista nella classe di Albert Oehlen alla Kunstakademie di Düsseldorf la influenzò profondamente nella produzione di dipinti caratterizzati da pennellate sinuose che guidano lo spettatore alla scoperta di una composizione complessa attraverso molti strati di colore. Il processo diventa parte dell'opera. (Comunicato stampa)




Acquaforte realizzata da Marisa Carolina Occari Marisa Carolina Occari
"Un segno lieve"


20 aprile - 06 giugno 2024
MUSAP Museo degli Artisti Polesani - Lendinara (Rovigo)

I lavori all'acquaforte di Marisa Carolina Occari hanno il pregio di donarci quel piacere estetico che difficilmente possiamo trovare in altri artisti legati al nostro territorio. E questo non tanto per uno scontato inserimento in vetta ad una ideale graduatoria di merito, quanto per mettere in evidenza lo stile impeccabile delle sue opere, rappresentativo di un ambiente che si estende fra le rive del fiume Po, affiancato da alberi, strade arginali, ruderi abitativi sopravvissuti al tempo.

Se volessimo inoltrarci in uno degli aspetti più caratteristici del lavoro della Occari, questo sarebbe senza dubbio rappresentato dal silenzio. Lo si si nota già nei primi lavori che ritraggono la nonna o le sorelle occupate a cucire, visioni che accompagnano verso un vero e proprio tracciato metafisico che si colora di quell'aura religiosa che dal Cristo si riversa sulla famiglia. Un silenzio che si fonde nel segno lieve del paesaggio, nella natura morta, nei fiori di campo accostati con gusto nella trasparenza del vaso di vetro o adagiati su una coperta d'aria e di cielo.

Se ci soffermassimo a scrutare con attenzione il suo lavoro, oltre alla perfezione del tratto, potremmo apprezzare la varietà delle specie vegetali, i fiori di campo che si confondono con i colori vivaci delle margherite e delle viole. Il suo è stato un perenne lavoro di ricerca necessario a costruire quegli stimoli che l'hanno condotta a trovare l'esatto punto di osservazione che ha influito sull'eccellente prospettiva dei suoi lavori, ricchi e armonici nella loro lirica composizione. Il luogo ameno nella vasta campagna o l'immagine dello scorrere turbinoso delle acque del fiume hanno contribuito a creare quel passaggio ideale che da pensiero filosofico si trasforma in segno e da segno in immagine.

I ciliegi, gli olmi, gli alberi tanto amati, guardiani e protettori di esistenze contadine. Guerrieri nel loro estendersi simmetricamente tra i filari, imponenti nel sovrastare il rudere disegnato dal tempo. Si può cogliere in queste opere il gioco architettonico delle pietre che si fondono con l'ambiente, dove neppure l'angoscia che a volte provoca il fiume Po riesce a scalfire la dinamica di una natura ancora selvaggia, che amoreggia con i campi, una natura che richiede la resa dell'uomo e che si identifica con la leggerezza del segno tracciato sulla lastra incisa.

Natura arrendevole, natura domata attraverso una grafica che sfocia ora nel paesaggio, ora nel fiume, spesso in un semplice fiore o nelle sue composizioni con pere, zucche nespole, raccolte ordinatamente in cestini di vimini intrecciati dall'uomo. Ancora una testimonianza contadina che si aggiunge alle molte altre rintracciabili tra le sue attenzioni, mute melodie che solo la natura può interpretare. E' vivo in me il ricordo dell'artista conosciuta forse troppo tardi, ma subito entrata fra coloro che hanno alimentato il mio percorso critico e morale. Guardiamole con attenzione queste opere perché diventino dialogo, condivisione, testimonianza di un Polesine che a volte assume lo splendore di un diamante. Guardiamole e auguriamoci che come è avvenuto per noi, possano contribuire ad emozionare le generazioni future attraverso un segno lieve sì, ma incancellabile nel suo manifestarsi. (Guido Signorini)




Visioni... con testo a fronte
Opere di Gabry Benci e Laura Stor


08 maggio (inaugurazione) - 07 giugno 2024
Biblioteca statale Stelio Crise di Trieste

Due donne, due artiste differenti che si muovono su un terreno comune: l'arte intesa come fusione di linguaggi dove il colore, il segno, l'emozione e la parola si incontrano. Gabry Benci e Laura Stor, entrambe triestine, trovano nella tradizione letteraria della loro città, crocevia di culture e di espressioni diverse, un ulteriore stimolo per il loro personale percorso artistico. Nasce così una mostra in cui la letteratura e gli scrittori diventano i personaggi del racconto per immagini delle due artiste, naturale cornice dell'esposizione si è rivelata la Biblioteca statale Stelio Crise di Trieste. La mostra si inserisce all'interno delle attività organizzate dall'Istituto per il Maggio dei Libri 2024, campagna nazionale di promozione della lettura a cura del "Centro per il libro e la lettura" con l'obiettivo di sottolineare il valore sociale dei libri quale elemento chiave della crescita personale, culturale e civile di ognuno di noi.

Gabry Benci, dopo un inizio con la grafica e l'incisione, si dedica alla pittura fondendo le precedenti esperienze ed elaborando un nuovo personalissimo linguaggio. Segno, colore e materia rappresentano il suo codice espressivo. Il suo continuo sperimentare l'ha portata all'uso del collage come ulteriore mezzo di manifestazione artistica. Laura Stor si dedica alla grafica artistica e alle tecniche d'incisione sperimentando di volta in volta acqueforti, acquetinte, puntesecche e xilografie. La sua sensibilità artistica spazia attraverso soggetti e formati diversi, dalle grandi dimensioni agli ex-libris e sempre con maggior frequenza realizza libri d'artista. (Comunicato stampa)




Opera di Ilya Kabakov "Between Heaven and Earth"
A Tribute to Ilya Kabakov


14 aprile - 14 luglio 2024
Fondazione Querini Stampalia - Venezia

La Fondazione Querini Stampalia e la Ilya and Emilia Kabakov Art Foundation dedicano un omaggio a Ilya Kabakov, a un anno dalla scomparsa, in occasione della 60° Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale. La mostra a cura di Chiara Bertola, vuole ricordare il maestro dell’arte concettuale, geniale sperimentatore della poesia e delle potenzialità espressive dei materiali nello spazio espositivo, celebrato come il più importante artista nato in URSS e naturalizzato statunitense del XX secolo.

Per la prima volta alcune installazioni storiche dei Kabakov dialogheranno con gli ambienti antichi e le collezioni d’arte del Museo della Fondazione, diventando interventi site specific pensati per l’ambiente che li accoglie, come è la natura del programma di arte contemporanea ‘Conservare il futuro’ della Querini Stampalia, che implica il confronto con un passato da tutelare e un futuro da progettare e coinvolge l’istituzione, il pubblico, gli artisti. Questi ultimi fanno da traghettatori, svelano fratture, inventano connessioni. Mostrano qualcosa che rischiava di andare perduto o di non essere più visto.

Ciascuna delle installazioni è una messa in scena attentamente coreografata di oggetti, opere, testi, luci, suoni che porteranno lo spettatore dentro l’opera d’arte secondo il concetto di ‘installazione totale’, così importante per Ilya Kabakov fin dagli anni Ottanta del secolo scorso. (Comunicato stampa)




Dipinto realizzato da Italo Cremona Italo Cremona
"Tutto il resto è profonda notte"


24 aprile - 15 settembre 2024
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

18 ottobre 2024 - 26 gennaio 2025
Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

Il notturno è uno dei temi della pittura di Italo Cremona, una condizione espressiva, esistenziale e filosofica che produce sogni, incubi, apparizioni, immagini fantastiche. "Tutto il resto è profonda notte" è la frase con cui Cremona aveva concluso uno dei testi di "Acetilene", rubrica che negli anni cinquanta firmava per "Paragone", la rivista di Roberto Longhi.

Pittore-scrittore, intellettuale poliedrico ed eccentrico, nei dipinti e negli scritti Italo Cremona ha indagato la Zona ombra (titolo di un suo libro edito da Einaudi nella serie bianca dei "Coralli"): un territorio capiente, dove il buio entra in contatto con la luce attraverso lampi vividi o barlumi; attraverso il chiarore di una lampada ad acetilene (il lume usato un tempo da minatori e speleologi) o la scia di una stella cadente, come nel romanzo distopico La coda della cometa. Tutto il resto è profonda notte è dunque un titolo-insegna, la chiave scelta per tracciare un percorso espositivo dedicato all'intero arco della pittura di Italo Cremona, dalle prime prove giovanili di metà anni Venti fino alle opere della prima metà degli anni Settanta, dalle nature morte prossime alle atmosfere del Realismo magico alla visionarietà del "surrealista indipendente", come amava definirsi.

La mostra raccoglie un centinaio di dipinti e una selezione di disegni e di incisioni e documenta la più alta qualità pittorica dell'artista, rileggendo nel presente l'originalità del suo immaginario. A partire dal nucleo di opere appartenenti alla collezione della GAM (dall'Autoritratto nello studio del 1927 a Metamorfosi del 1936, a Inverno del 1940), l'antologica conta su una serie di prestiti da musei, tra cui il Mart, partner del progetto (Composizione con lanterna, 1926 e La Libra, 1929), i Musei Civici Luigi Barni di Vigevano (con Dialogo tra una conchiglia e un guantone da scherma del 1930 e un coeso nucleo di dipinti visionari degli anni Quaranta-Cinquanta), l'Accademia Albertina di Belle Arti e i Musei Reali - Galleria Sabauda di Torino.

Grazie a una ricerca capillare, la mostra presenta numerose opere provenienti da collezioni private e prestiti da istituzioni come il Museo Casa Mollino (Ritratto di Carlo Mollino del 1928), l'Archivio Salvo (Autoritratto giovanile del 1926) la Collezione Bottari Lattes (Vittoria sul cavallo di gesso, 1940), la Collezione Rai - Radiotelevisione Italiana di Torino (Piccolo Golem, 1940). Basata sullo studio e la rilettura dei materiali documentari, conservati nel Fondo Italo Cremona all'Archivio di Stato di Torino e in archivi privati, Italo Cremona. Tutto il resto è profonda notte è accompagnata dal catalogo edito da Allemandi, con saggi delle curatrici e un ricco corredo iconografico.

Il percorso espositivo segue la progressione cronologica delle stagioni creative di Cremona, enucleando in alcune sale le sue costanti espressive: particolari attenzioni di natura iconografica e di natura poetica sulle quali l'artista si è trovato a tornare più volte. Una sala centrale del percorso, eletta a cabinet des folies, è dedicata alla prolungata frequentazione del fantastico, del grottesco e del surreale, con una selezione di dipinti dove la pennellata sembra farsi sempre più esatta e nitida quanto più si avventura nell'espressione del bizzarro.

Nella sala delle facciate, la visione si sposta sulle architetture torinesi, un motivo pittorico peculiare, sviluppato dall'artista lungo i decenni: apparentemente deserte d'ogni presenza umana, dipinte in realtà come quinte di un segreto teatro cittadino, le facciate silenziose dei palazzi e delle case alludono sempre a uno spazio ulteriore. La natura più idiosincratica dell'ampia produzione di nudi è accostata ponendo in evidenza le prove in cui il tradizionale esercizio accademico scivola verso una visionaria produzione di epifanie, apparizioni di alterità, piccole allucinazioni che non distinguono più la realtà del corpo della modella dalla segmentazione pittorica dei suoi dettagli.

Intervallando le immagini oniriche o perturbanti, le armi improprie dei disegni e delle incisioni, con il senso più epidermicamente pittorico del suo operare - con la forza plastica dei suoi anni Venti e Trenta, l'intensità lirica dei suoi anni Quaranta, l'esattezza disegnativa impressa sull'emozione cromatica dei suoi anni Cinquanta - la mostra mette in evidenza gli aspetti più attuali e contemporanei dell'opera di Cremona e della sua figura di intellettuale irregolare, impegnato in numerosi ambiti creativi e affine, nel suo modo insolito di interpretare il Novecento, ad altre figure eccentriche di Torino quali Carlo Mollino e Carol Rama. La mostra si fonda sulla convinzione che il suo insegnamento pittorico e intellettuale ha lavorato negli anni, nelle generazioni, molto più di quanto non si sia riconosciuto sinora.

Artista e letterato, Italo Cremona (Cozzo, Pavia, 1905 - Torino, 1979) è stato un intellettuale singolare, interprete di un'ampia concezione dell'arte espressa attraverso la pittura, la storia dell'arte, la scrittura critica e narrativa, l'attività di scenografo per il cinema e il teatro, l'insegnamento delle discipline artistiche. Si era trasferito a Torino, divenuta sua città di elezione. Qui, si laurea in Giurisprudenza nel 1927, anno in cui esordisce alla Mostra degli Amici dell'Arte alla Promotrice. Libero da appartenenze strette, collabora con Mino Maccari e la sua rivista "Il Selvaggio", è amico di Carlo Mollino, frequenta Felice Casorati e nei primi anni Trenta conosce Alberto Savinio. Espone a Torino, poi alla Quadriennale di Roma (1931 e 1935); nel 1932 è alla Biennale di Venezia (dove sarà presente con continuità dagli anni Trenta agli anni Cinquanta). La sua prima personale apre nel 1933 alla Galleria il Cenacolo di Genova.

Nel 1937 inizia a lavorare per il cinema con le scenografie di Pietro Micca di Aldo Vergano, realizzate a Cinecittà a Roma. Da qui in poi, Cremona assumerà gli incarichi di scenografo, arredatore, costumista, sceneggiatore, assistente alla regia, collaborando a una ventina di pellicole, tra cui Sotto la Croce del Sud, appartenente al filone del cinema coloniale, Carmela, La contessa di Castiglione, Calafuria e Dagli Appennini alle Ande. Per il teatro, realizza la scenografia di L'orchidea di Sem Benelli, rappresentato a Roma e Nozze di sangue di Garçia Lorca al Teatro Gobetti di Torino. Nel 1939 sposa Danila Dellacasa, con la quale nel 1944 si trasferisce a Venezia dove si iscrive al I Biennio di Architettura allo IUAV.

L'attività pittorica si intreccia all'insegnamento e alla pubblicazione di articoli, libri d'arte e romanzi. Nel 1946 ottiene la cattedra di Decorazione all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino dove insegna fino al 1955, anno in cui fonda l'Istituto statale d'Arte di Torino, che dirigerà fino al 1975. Collabora con la rivista "Il Primato" (1940-1942), è autore della rubrica "Acetilene" sulle pagine di "Paragone" (1951-1957) e creatore della rivista "Circolare Sinistra" (1955). Pubblica le monografie dedicate a Cino Bozzetti (1940) e a Felice Casorati (1942) e, attento alla rilettura di movimenti e fenomeni della storia dell'arte, nel 1964 Il tempo dell'Art Nouveau. Nel 1968 esce il suo primo romanzo, La coda della cometa; nel 1976 Armi improprie (con scritti datati dal 1955 al 1973); nel 1977 la raccolta di racconti Zona ombra. (Comunicato stampa)




Dipinto denominato Le tre finestre o La pianura dalla torre realizzato da Jessie Boswell nel 1924 "Un tappo che chiude... e apre"
24 aprile - 15 settembre 2024
Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino

Una ristretta selezione di dipinti, fotografie e video delle collezioni GAM, a cura di Fabio Cafagna, chiude idealmente la mostra Italo Cremona. Tutto il resto è profonda notte, isolandone un tema e interpretandolo con la massima libertà. Gli artisti esposti: Gabriele Basilico, Jessie Boswell, Italo Cremona, Dadamaino (Eduarda Maino), Giovanni Battista De Gubernatis, Francesco Garrone, Luigi Ghirri, Sabrina Mezzaqui, Fernando Scianna, Mario Sironi, Giuseppe Uncini

«Nei miei quadri c'è sempre qualcosa che tappa. Un tappo che chiude». Con questa epigrafica sentenza Italo Cremona rispondeva nell'aprile 1973 alle domande di un intervistatore che si stava interrogando sulla frontalità delle sue inquadrature. Quello che definiva come tappo era in realtà una piatta superficie pittorica che, pur possedendo un carattere claustrofobico, si apriva verso l'esterno con specchi, finestre e squarci. Il pieno dello studio d'artista o di un interno domestico si compenetrava così con le immagini che provenivano dall'esterno, allo stesso modo in cui la facciata di un palazzo o la veduta di una piazza lasciavano presagire ciò che accadeva al di là di quelle scabre mura.

È a partire da questa semplice considerazione che si sono selezionate opere appartenenti alle collezioni GAM in grado di far risuonare il momento dell'incontro tra ciò che sta fuori e ciò che sta dentro. Lo sguardo, intrappolato nella specularità dell'allestimento e in un gioco di corrispondenze visive, si muove tra stanze in penombra e muri disadorni, finestre che si aprono su sconfinati orizzonti e desolanti visioni di periferie urbane, ordinati studi d'artista e assolate pareti di mattoni rossi, ambienti in cui la presenza umana è soltanto supposta, mai dichiarata esplicitamente.

Ogni veduta cittadina nasconde, dietro le fredde facciate dei suoi edifici, una moltitudine di storie private. Ogni interno, per quanto confinato possa sembrare, presuppone un varco verso l'esterno. Ogni tappo è anche un gioco di rimandi visivi, come intuiva l'intervistatore di Cremona nel 1973: «Un tappo... un interno, l'angolo di una stanza invaso da suppellettili di ogni tipo, e di sguincio c'è uno specchio. Dentro uno specchio nuota quel che può arrivarvi da una finestra aperta: il solito cornicione... la finestra di fronte chiusa, un davanzale».

Immagine:
Jessie Boswell, Le tre finestre o La pianura dalla torre, 1924




Ingar Krauss
"Pastorale"


03 maggio (inaugurazione) - 20 luglio 2024
Quartz Studio - Torino
www.quartzstudio.net

Seconda personale a Torino del fotografo tedesco Ingar Krauss (Berlino Est, 1965). Nelle arti visive il tema pastorale rappresenta la vita dei pastori in un paesaggio rurale idilliaco quale ideale di semplicità e tranquillità proprie della campagna, immagini romantiche di vicinanza o ritorno alla natura. Il motivo del "luogo ambito" in cui condurre un'esistenza semplice a contatto con la natura, che nel pensiero e nel sentimento religioso corrisponde al concetto di Giardino dell'Eden, ricompare nelle fotografie di Ingar Krauss sotto forma di paesaggio interiore onirico, personale e autoreferenziale, in cui la campagna funge da metafora.

Dopo un apprendistato, il servizio militare e, per diversi anni, il lavoro di caregiver in ambito psichiatrico, dalla metà degli anni Novanta Ingar Krauss si dedica alla fotografia e da allora ha realizzato diversi progetti, sia in Germania sia all'estero. Ha partecipato a numerose collettive internazionali, ad esempio alla Hayward Gallery di Londra, al Musée de l'Elysée di Losanna, al MACRO - Museo d'Arte Contemporanea di Roma, a Palazzo Vecchio a Firenze e all'International Center of Photography di New York.

Le sue opere sono state esposte in personali al Goethe Institute di Parigi, al Velan Center di Torino, alla Kunsthalle Erfurt e alla Fondazione Guardini di Berlino, come pure in varie gallerie di Milano, Parigi, New York, Atlanta, Stoccarda e Berlino. Le sue pubblicazioni sono state edite da Hatje Cantz, Thames & Hudson, PowerHouse Books, Mondadori Electa, Kerber e Hartmann Books. Le sue opere fanno parte di collezioni artistiche sia istituzionali sia private. Krauss è rappresentato da Galerie Camera Obscura, Parigi; Galerie Springer, Berlino e da Jaeger Art, Berlino. (Comunicato stampa)




Dipinto con colori acrilici su tela di juta canapa e catrame denominato Rosso realizzato da Antonio Melchiorre nel 2024 Antonio Melchiorre
"Astrazioni Liriche"


20 aprile (inaugurazione) - 23 giugno 2024
Studio d'Arte Melchiorre - Pusiano (Como)

In un'epoca dominata da un'estetica talvolta distante dall'esperienza sensoriale diretta, Melchiorre propone una pittura dalla profonda visceralità. Evitando ogni fascinazione per una pittura analitica, l'artista si immerge nell'esplorazione della fisiologia pittorica, abbracciando le materie con un'intensità che va oltre il mero gesto creativo. Le opere dal linguaggio informale materico ricco e denso di Antonio Melchiorre non sono semplici rappresentazioni di oggetti o concetti; sono essi stessi entità, realtà tangibili e vive. Ciò che affascina Melchiorre è quello che, nelle parole di Pablo Picasso era "il sole nel ventre", ovvero l'intuizione primordiale della vita e della forma. Ecco perché nei suoi dipinti il segno sfugge a sé stesso per irradiare di significato la materia, la vera essenza da cui tutto prende forma.

L'opera di Antonio Melchiorre (1961, Abruzzo) si distingue per la sua profonda capacità di trasmettere emozioni viscerali, per una pittura che vuole oltrepassare gli schemi e le regole del linguaggio pittorico tradizionale. La materia turgida e ricca dei suoi dipinti è espressione di un'arte plastica istintuale e soggettiva dove il colore non è il solo elemento che maggiormente la definisce. Paritetico è infatti l'impiego del catrame, il supporto di tele di juta e canapa, nonché la frattura fisica dello spazio dell'opera con cuciture verticali e orizzontali di lembi di tela, a evidenziare la forte connessione introspettiva della sua arte.

Scrive Flaminio Gualdoni nel suo testo in catalogo: "Quella di Melchiorre è una pittura di frequenze, di tensioni e mutazioni, da cui nasce l'immagine non come organismo formato, ma come pura possibilità di formazione."

Tutte le venti opere esposte a Pusiano - a cura di Flaminio Gualdoni - la maggior parte delle quali realizzate ad hoc per la mostra, mostrano un'anima e un corpo. Non sono solo espressioni di un pensiero e di un sentire, ma la dichiarazione d'intenti di una mente che non smette mai di indagare; ricerca che è alla base della sua stessa espressione pittorica, dove spazio, forma, materia e colore riescono a rimanere in perfetto equilibrio. La sua condizione di individuo è da ricercarsi nel suo essere artista. La sua stessa condizione intellettuale è nel gesto che modula la sua arte, che distrugge, ricrea e trasforma la materia, per un'azione pittorica viva e palpabile, drammatica e violenta. In una concezione lirica dell'arte stessa tanto libera e autonoma, dissolutoria rispetto alla nozione ordinaria, l'artista chiede a chi osserva le sue opere una partecipazione altrettanto libera, così da poter cogliere il legame che Melchiorre cerca con la realtà. (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press, Milano)

Immagine:
Antonio Melchiorre, Rosso, 2024, colori acrilici su tela di juta canapa e catrame




Opera in legno dipinto di cm 99x498 realizzata da Diego Esposito nel 1996 denominata Colore verso Suono Diego Esposito
"Il luogo invisibile"


inaugurazione 11 maggio 2024
Villa Ca' Amata - Castelfranco Veneto (Treviso)
www.caamata.com | www.allegraravizza.com

La prima mostra personale del maestro Diego Esposito, a cura di Marco Meneguzzo. Ormai da decenni Diego Esposito lavora su pochi concetti essenziali che mettono in relazione l'azione e anche solo la presenza dell'essere umano col mondo e con l'universo. Essere nel mondo significa sentirsi parte delle relazioni incorporee che, come una rete invisibile, ci avvolgono in ogni luogo in cui ci troviamo. L'artista, come un veggente, percepisce questo flusso e si dà il compito di svelare l'infinita trama in cui siamo coinvolti il più delle volte senza che ne prendiamo coscienza. Per questo i concetti di "luogo" e di "relazione" sono fondamentali nella sua ricerca che, in maniera eccentrica rispetto alle connessioni consuete e stereotipate, mira a evidenziarne alcune, essendo l'essere umano finito rispetto all'infinito delle trame possibili.

Questa azione svela così un mondo diverso, la cui interfaccia di solito non è visibile (perché magari è fisicamente lontana migliaia di chilometri), ma sappiamo che esiste, perché l'artista-viaggiatore ce lo garantisce: partendo da un "luogo" che per lui significa qualcosa, costruisce una relazione "fisica", oltre che ideale, con un altro luogo altrettanto significativo.

Così, anche in questa mostra negli spazi "illuministi" di Ca' Amata si stabiliscono relazioni e triangolazioni nello spazio e nel tempo, attraverso l'esposizione di 17 importanti opere dell'artista, che ogni volta vengono rinnovate dal fatto di trovarsi in luoghi diversi, ma concettualmente sempre molto significativi, del mondo. L'interesse artistico di Esposito verso il mutamento e le dimensioni che da questo scaturiscono è cresciuto negli anni in parallelo all'ampliamento della coscienza individuale e trova tutta la sua armonia nella relazione con la dimora settecentesca con cui le opere creano un dialogo di senso imprescindibile.

Diego Esposito (Teramo 1940), cresciuto nello storico quartiere di San Bernardo, studia e si forma a Napoli dove frequenta assiduamente le sale degli affreschi pompeiani: "Là ho capito che tra l'arte antica e l'arte moderna esiste una contemporaneità". Dal 1968 al 1972 risiede negli Stati Uniti dove tiene la prima personale presso la Art Alliance a Philadelphia (1969). Nel 1972 torna in Italia, a Milano, e la sua arte mostra uno spiccato interesse per il colore, investito di valenze simboliche e alchemiche.

Negli anni successivi viaggia nel Mediterraneo e in Medio Oriente approdando nel 1977 a Stromboli dove concepisce l'idea di "La casa impossibile", esposta presso la Galleria Paola Betti di Milano. La medesima galleria ospiterà nel 1980 un'altra personale dell'artista dal titolo "Il volo dell'uccello notturno": qui si stempera la vena concettuale che caratterizzava le ultime opere di Esposito e riemergono il colore, il disegno, il graffito, la fotografia e le tele piegate. La cultura mediterranea e i viaggi in Grecia e in Turchia ispirano anche le opere successive degli anni Ottanta in cui è presente la fonte luminosa artificiale di colore giallo cadmio.

Nel 1981 partecipa a "Linee della ricerca artistica in Italia 1960/1980" a Roma ed espone alla Galleria Pero di Milano. Seguono le Stanze dell'aria, del fuoco, dell'acqua e della terra (1989-1990) a Villa Imbarcati a Pistoia e nel 1985 inizia a realizzare i Corpi neri-Oggetti invisibili, nati dall'accostamento tra il mosaico e il metallo. Nel 1986 inabissa la ceramica policroma Oggetto invisibile inclinato verso nord-ovest nello stretto del Bosforo, dopo averlo esposto per tre ore alla Leander's Tower di Instanbul (Turchia), raggiungendo la totale invisibilità dell'opera d'arte; per contro nel 1987 riaffiora alla Punta della Dogana di Venezia l'ovoidale in mosaico Oro.

Nel 2000 è invitato a esporre alla University Art Gallery UCSD di San Diego (USA) e nel 2001 presenta la sua opera al Ludwigsburg Kunstverein di Ludwigsburg (Germania) e realizza un'opera permanente per il Centro Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato. Nel 2004 è invitato come artist-in-residence a Kanazawa (Giappone) dal 21st Century Museum of Contemporary Art e Kanazawa Art University, dove realizza la scultura permanente Celato/Svelato. L'anno successivo è invitato dalla Galleria Ihn di Seoul (South Corea) per una mostra personale.

Da segnalare il ciclo di lavori Latitudine/Longitudine, al quale Esposito lavora dal 2001 al 2018 e che prevede la collocazione permanente di opere in musei d'arte contemporanea nei diversi continenti. Attualmente ne sono state realizzate nove: presso il Centro per l'arte contemporanea 'Luigi Pecci' a Prato (2001), nel Oriental Land Park a Shangha in Cina (2007), nel parco del Museo Caraffa a Córdoba in Argentina (2010), nel Centro Cultural Ccori Wasi di Lima in Peru (2011), presso il Tempio di Muryokoin, Koyasan in Giappone (2015), presso l'Università di Marsiglia in Francia (2015), nel giardino della Fondazione Cini nell'Isola di San Giorgio a Venezia (2016), presso l'Università degli Studi di Teramo (2017) presso il National Park Zuratkul, Satka negli Urali Russi (2018). (Estratto da comunicato stampa)

Immagine:
Diego Esposito, Colore verso Suono, 1996, legno dipinto cm 99x498




Dipinto realizzato da Narjes Ghorbani nella mostra Expansion of the moment Narjes Ghorbani
"Expansion of the moment"


04 maggio (inaugurazione) - 01 giugno 2024
Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.com

Il potere del colore e del segno sono le peculiarità distintive del lavoro della pittrice iraniana. Tonalità intense avvolgono ed evidenziano un tracciato sinuoso indice dello scorrere dell'esistenza. La ricerca dell'artista Narjes Ghorbani introspettiva, viscerale ed energetica. Colore sofferto, colore amato: un messaggio dipinto carico di speranza e di coraggio. Pittura come vita, portavoce di ragionamenti e sentimenti.

Davanti allopera di Narjes Ghorbani ho capito che la sola forza che abbiamo per sconfiggere l'oscurità, l'immaginazione. Perchè credere ancora nell'amore, in mezzo alla ferocia, un atto creativo. (Valeria Brignani)

La mostra offre uno sguardo profondo sulla complessità delle dinamiche umane. Ogni dipinto un viaggio emotivo sull'esistenza e sulla relatività del tempo. (Amin Zarif)




Opera a tela e crilico di cm 120x140 denominata Quadro (manifestazione) realizzata da Giuliano Mauri nel 1970 Spazio Giuliano Mauri
11 maggio (inaugurazione) - 31 dicembre 2024
Scuderie di Palazzo Barni - Lodi
www.giulianomauri.com

Annunciato lo scorso primo marzo alla stampa, lo Spazio Giuliano Mauri apre al pubblico con una mostra che ripercorre ogni fase della vita artistica dell'artista - dagli anni '60 fino alla sua scomparsa nel 2009. Questo luogo permanente dedicato al "Poeta della Natura" occupa le scuderie del seicentesco Palazzo Barni nel centro di Lodi, in corso Vittorio Emanuele, a cinque minuti dalla stazione ferroviaria.

La prima esposizione per presentare l'artista a 360 gradi, dalle prime opere in vetro e neon, ai quadri di stampo militante che raccontano la cronaca del tempo, con l'Azione alla Palazzina Liberty (1976) di Milano con Dario Fo e le "Tele" che porta alla Biennale di Venezia nel 1976. Una sezione lignea, con le maquette preparatorie alle opere di Art In Nature, scritti, disegni, fotografie e video introducono il visitatore a installazioni monumentali come L'Albero dei cento nidi (1992, Lodi), Osservatori Estimativi (2001, Gorlitz-Zgorzelec, Germania-Polonia), La Casa della Memoria (1997, St. Louis, Missouri, USA) la Voliera per Umani (Monza, 2006), fino alle Cattedrali Vegetali di Arte Sella (2001) e del Parco dello Orobie (2009).

Dal 2025 lo Spazio sarà organizzato in due sezioni, una permanente con le opere principali dell'artista e una in movimento, dove, attraverso una programmazione studiata, verranno presentate mostre tematiche e di approfondimento dedicate alla vita e all'arte di Mauri, restituendo il suo pensiero e la sua filosofia, più che mai attuali. Un grande traguardo per l'Associazione Giuliano Mauri, a 15 anni dalla scomparsa dell'artista, nata per volontà degli eredi nel 2016 e divenuta APS Giuliano Mauri ETS nel 2021 con l'obiettivo di rendere pubblico e fruibile l'archivio, che fino a questo momento è rimasto privato e aperto solo su appuntamento. Il fondo è composto da oltre 1000 opere che raccontano, nella loro unicità, l'intero percorso artistico di Mauri: quadri, disegni, progetti, neon, vetri, tele di canapa grezza, fotografie, video, maquette e prototipi di opere realizzate nell'ambiente. Segue poi l'archivio cartaceo, composto da riviste, pubblicazioni, lettere, testi, tesi di laurea.

Visitatori, studenti, critici e studiosi avranno la possibilità di conoscere le opere e il pensiero di Giuliano Mauri, in modo diverso rispetto a quanto fatto sin d'ora: approfondendo la sua arte e la sua poetica naturale, attraverso la visione diretta delle sue opere, partecipando a workshop, visite guidate, videoproiezioni ecc. Lo Spazio Giuliano Mauri è pensato quindi come luogo di racconto, di studio, di didattica, di restauro e di memoria, legati alla relazione uomo-natura attraverso la sua arte. La sua superfice di 130 metri quadrati è abbastanza grande da permettere di presentare in maniera esaustiva la sua opera e il suo pensiero, e nello stesso tempo sostenibile dall'Associazione. (Estratto da comunicato stampa Alessandra Pozzi)

Immagine:
Giuliano Mauri, Quadro (manifestazione), 1970, tela e crilico, cm 120x140




Effetto notte: Nuovo realismo americano
14 aprile - 14 luglio 2024
Gallerie Nazionali di Arte Antica - Palazzo Barberini - Roma

Più di 150 le opere esposte, tutte provenienti dalla collezione di Aïshti Foundation, una delle più importanti istituzioni di arte contemporanea sulla scena internazionale. La mostra, a cura di Massimiliano Gioni e Flaminia Gennari Santori, prende il titolo da un'opera dell'artista newyorkese Lorna Simpson. Day For Night - in italiano, "Effetto notte" - è un trucco cinematografico che consente di filmare scene notturne durante il giorno. Il titolo è stato reso celebre da un film di Francois Truffaut del 1973: in francese l'effetto notte si chiama "Nuit Américaine", la notte americana - un'immagine che ben si addice alle visioni chiaroscurate di questi artisti che negli ultimi decenni hanno catturato la realtà dell'America in tutta la sua complessità.

Palazzo Barberini ospiterà una selezione di opere di artisti attivi negli Stati Uniti - tra cui Cecily Brown, George Condo, Nicole Eisenman, Urs Fischer, Wade Guyton, Julie Mehretu, Richard Prince, Charles Ray, David Salle, Dana Schutz, Cindy Sherman, Lorna Simpson, Henry Taylor, Christopher Wool e molti altri - il cui lavoro si confronta con la questione cruciale del realismo e della rappresentazione della verità. La progressiva erosione del concetto di verità che ha contraddistinto la cultura americana negli ultimi anni paradossalmente è coincisa con un ritorno alla figurazione da parte di numerosi artisti contemporanei. Mentre concetti quali alternative facts e post-truths si sono fatti largo nell'opinione pubblica americana, molti artisti hanno intrapreso una riflessione complessa sul concetto di realismo, in particolare nel campo della pittura contemporanea.

La mostra espone opere di artisti emergenti accanto al lavoro di importanti predecessori che hanno anticipato le recenti riflessioni sul concetto di verismo e rappresentazione. Questa riflessione sul realismo trova un'originale e straordinaria collocazione nelle Gallerie Nazionali di Arte Antica che raccolgono la più ampia collezione al mondo di pittura caravaggesca, ovvero di opere di artisti che, per la prima volta e su scala europea, ambiscono a una rappresentazione naturalistica della realtà.

Il percorso inizia nella dodici sale dello Spazio Mostre al piano terra e prosegue negli spazi più emblematici del museo, come alcune sale monumentali del piano nobile - Atrio Bernini, Sala Ovale, Sala Marmi e Atrio Borromini - per concludersi infine nel cosiddetto Appartamento del Settecento, un interno rococò unico a Roma, al secondo piano di Palazzo Barberini, che in occasione della mostra verrà aperto per la prima volta al pubblico in maniera continuativa. Tra interni barocchi e spazi monumentali, la mostra rappresenta un'occasione unica per conoscere ed esplorare gli sviluppi più recenti dell'arte negli Stati Uniti - visti attraverso una delle collezioni più importanti degli ultimi decenni - in dialogo con l'arte e l'architettura di Palazzo Barberini, in una ricca esplorazione delle relazioni che dal Seicento a oggi ancora si intersecano tra rappresentazione della realtà, potere e spettacolo. (Estratto da comunicato stampa)




Federico Garolla
"Gente d'Italia. Fotografie 1948-1968"


24 aprile - 27 ottobre 2024
Museo Nazionale di Villa Pisani - Stra (Venezia)

L'obiettivo di Federico Garolla era spaziare, con prontezza e lucidità, dal luccichio delle prime sfilate di moda, al nascente star system, alla gente comune. Un lavoro che ci rende l'immagine di un popolo bisognoso di ritrovare la consapevolezza di appartenere ad una nazione e di partecipare alla ricostruzione attraverso una storia nuova di ottimismo e modernità. Con il suo inconfondibile stile Garolla osserva questa trasformazione cogliendo la modernità, ma al contempo anche le sue profonde contraddizioni.

La mostra, a cura di Uliano Lucas e Tatiana Agliani, riunisce assieme oltre 100 fotografie che offrono uno spaccato completo della sua produzione, dai suoi reportage dedicati al mondo del cinema, il suo innovativo lavoro dedicato al mondo della sartoria romana con ritratti di Valentino, Capucci, le Sorelle Fontana e Schuberth. La sua passione sono però gli artisti come Guttuso e De Chirico ripresi nei loro atelier, i musicisti da Stravinsky a Rubinstein, agli scrittori come Elsa Morante e Ungaretti - cui si prestò di fare da autista pur di godere della sua vicinanza - questi sono solo alcuni dei suoi reportage dedicati all'evolversi della situazione italiana a cavallo fra la spinta a diventare tra i paesi più industrializzati e il profondo legame con la tradizione.

Una sezione che s'integra alla mostra (circa 100 fotografie) e che coglie lo spirito dell'Italia del secondo dopoguerra, gli anni in cui, con affanno, si cercava di sanare le divisioni e le ferite di una guerra persa e dalla trascorsa tragedia si traeva forza e creatività per avviare quello che più tardi sarà riconosciuto come il "Miracolo italiano". L'obiettivo di questo gigante della fotografia italiana dello scorso secolo immortala paesaggi, gente comune, personaggi famosi, mode e tradizioni, sempre con un tocco lieve e mai indiscreto. Sono gli anni Cinquanta con il periodo d'oro delle riviste illustrate e la diffusione della televisione è ancora un fenomeno lontano. Garolla diventerà principale testimone dell'affermazione delle grandi sartorie dell'alta moda romana di cui diventerà uno dei protagonisti, rendendo un servizio di posa un reportage inserito all'interno della quotidianità.

"Garolla appartiene alla generazione del fotogiornalismo solo perché, nell'epoca in cui si espresse il suo talento, i musei, soprattutto in Italia, non prendevano in considerazione la fotografia come un'espressione artistica. Questa mostra vuole contribuire - sottolinea il curatore Uliano Lucas - a collocare nella giusta posizione questo importante nostro fotografo."

Federico Garolla (Napoli, 1925 - 2012) nel 1936 si trasferisce in Eritrea con la famiglia, dove si avvicina al mondo del giornalismo e della fotografia, scrivendo sul Corriere di Asmara. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale rientra in Italia, a Napoli, dove collabora con il Mattino, il Domani d'Italia, la Settimana Incom Carta. Nel 1950 si trasferisce a Milano dove si dedica completamente al fotogiornalismo: realizza numerosi reportage per prestigiose testate come L'Europeo, Tempo Illustrato, L'Illustrazione Italiana, Oggi. Sui scatti sono pubblicati anche su riviste straniere quali Paris Match, National Geographic, Colliers, Stern.

Nel 1951 è inviato speciale di Epoca, e in seguito per Le Ore. Dal 1953 documenta la nascita dell'alta moda italiana, immortalando i giovani stilisti nei loro atelier e le modelle per strada per riviste come Eva, Annabella, Donna, Bellezza, Arianna, Grazia e Amica. Nel 1956 si trasferisce a Roma dove fonda Foto Italia dell'Agenzia Italia di cui è il primo direttore. Nello stesso tempo testimonia la vita culturale italiana immortalano pittori, scrittori, musicisti, attori di cinema e teatro. Ma fotografa anche la gente comune e la vita negli anni del Dopoguerra. Negli anni Sessanta apre l'agenzia di pubblicità Studio GPO e realizza campagne per aziende come Cirio, Locatelli e Spigadoro. Illustra rubriche di gastronomia e libri di cucina pubblicati da Longanesi e De Agostini.

Nel 1968 inizia la sua attività in Rai in qualità di regista e giornalista per alcune rubriche del TG e per una serie di documentari. Al contempo realizza reportage fotografici dedicati a musei, luoghi d'interesse architettonico e paesaggistico, pubblicati poi da Mondadori, Rizzoli, Domus, De Agostini. Nel 1982 con Mario Monti costituisce una casa editrice che dà alle stampe guide di musei attingendo al suo ampio archivio fotografico. Alla fine degli anni '90 si dedica alla catalogazione e al recupero del suo archivio. Negli anni 2000 chiude la casa editrice e si occupa, con la figlia Isabella, alla sola valorizzazione del proprio archivio. (Estratto da comunicato stampa Studio ESSECI)




Henri Chopin. Visiva Utopia
09 aprile - 31 luglio 2024
Casa Morra. Archivi d'Arte Contemporanea - Napoli

Artista di notevole sperimentazione progettuale nel campo d'azione della neoavanguardia internazionale, Henri Chopin (Parigi, 1922 - Londra, 2008) introduce il suo percorso nella grande parentesi creativa della "poesia concreta". Nel panorama delle ricerche verbo-visuali del secondo dopoguerra, Chopin si inserisce a pieno titolo come figura di rilievo rispetto alla specifica corrente della "poesia sonora", sebbene il suo percorso non possa racchiudersi in una singola esperienza. Audio-poèmes, registrazioni vocali su magnetofono di deformazione e distorsione della voce, dactylo-poèmes, esercizi tipografici e di esplorazione dello scheletro formale della parola, ma anche esperienze di performance art, scrittura editoriale e pamphlettistica, regia cinematografica, scrittura teorica e teatrale.

Il percorso espositivo - a cura di Giovanni Fontana, Giuseppe Morra e Patrizio Peterlini - non è esclusivo all'osservazione della figura di Chopin, ma si organizza come un simposio tra figure convergenti, ma non omologate, rispetto alle neoavanguardie. Paul de Vree e Bernard Heidsieck, vicini a Chopin e altrettanto associati all'esperienza della poésie sonore, sono presenti in mostra; assieme ad essi, compaiono i nomi più rappresentativi della stagione della poesia visiva in Italia: Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti, Arrigo Lora Totino, Ugo Carrega, Stelio Maria Martini, Luigi Tola, Rodolfo Vitone, Michele Perfetti, Luciano Caruso e Giovanni Fontana.

Inserita in un reticolo di interscambio sinestetico fra artisti dalle esperienze collettive di Gruppo 63, Gruppo 70, Gruppo Tool, oltre che derivati dalla cornice editoriale delle riviste Documento Sud e Linea Sud, la dimensione di Chopin conserva il suo senso distintivo. La sua ricerca, improntata alla scomposizione fonetica della lingua, emerge e si pone in un dialogo di confronto poietico, e poetico, rispetto agli altri artisti. Una sezione di documenti, curata da Domenico Mennillo, presenta, a corollario della mostra, alcuni materiali contenuti nell'Archivio Henri Chopin allocato presso gli spazi di Casa Morra: inviti, affiche, fotografie, lettere e scritti preparatori per testi e performance, nastri magnetici, dischi e audio cassette.

La collaborazione tra Fondazione Morra ed Henri Chopin è consolidata fin dagli anni Ottanta e trova una sua manifestazione in produzioni di carattere eterogeneo, sostenendo l'artista nelle sue ricerche rispetto alle partiture verbo-visive. Inoltre, tramite la pubblicazione delle sue opere in traduzione italiana, tra cui "L'ultimo romanzo del mondo" ([1961], Edizioni Morra, Napoli, 1984), "La Conferenza di Yalta" ([1984] Edizioni Morra, Napoli, 1987) o "Il gambero cosmografico" e "Il granchiolino innamorato" ([1965 e 1967], Edizioni Morra, Napoli, 1994) editi dalla stessa Fondazione, il sodalizio tra Giuseppe Morra ed Henri Chopin acquista ulteriore compattezza. Da aprile a luglio, negli spazi degli Archivi Mario Franco, sarà presentato un programma speciale di dodici proiezioni cinematografiche, che vanno ad interagire con il periodo storico analizzato. (Estratto da comunicato stampa)




Opera pittorica nella mostra Pittura Percezione Pittura - Percezione
Calderara, Casentini, Iacchetti, Lombardi


09 maggio (inaugurazione) - 22 giugno 2024
Glenda Cinquegrana Art Consulting - Milano
www.glendacinquegrana.com

Collettiva a cura di Andrea Daffra che mette in dialogo quattro artisti dell'astrazione italiana ovvero Antonio Calderara, Marco Casentini, Paolo Iacchetti, Luca Lombardi. Secondo le parole del curatore, l'esposizione si configura come un'opportunità per esplorare il complesso rapporto tra linguaggio pittorico, composizione aniconica e comprensione visiva; in altre parole, secondo Daffra, tra i due poli rappresentati dalla pittura e la percezione si concentrano tutte le componenti essenziali della disciplina.

In una lettura storica, l'esposizione parte dagli approcci più tradizionali del linguaggio per arrivare fino alle sperimentazioni più recenti ed innovative, confermando il ruolo della pittura quale medium privilegiato per sondare il processo di composizione delle forme sulla superficie della "tela". Come scrive Daffra gli indirizzi lessicali dei singoli artisti presentati, adoperati come elementi metaforici per esplorare il mondo circostante, consentono di investigare gli effetti ‘classici' della percezione, mentre la complessità ottica della trama apre varchi verso una comprensione più profonda dei livelli narrativi custoditi nelle opere.

Alla base della mostra si trova il lavoro di una generazione storica rappresentata da Antonio Calderara (Abbiategrasso 1903 - Vacciago 1978). "Vorrei che il colore perdesse la sua natura di materia per purificarsi in realtà di luce",[1] scriveva l'artista. Se a causa dell'unicità propria del suo lavoro è difficile ricondurlo all'interno di una corrente, la sua ricerca sull'astrazione risente delle influenze che provengono da un lato dagli Spazialisti di Fontana, dall'altro dagli artisti tedeschi e svizzeri dell'area analitica. A partire dalla figurazione di base ottico-percettiva, la sua indagine dal 1959 approda all'astrazione, che consiste nell'uso di una luce vista nel tempo e nello spazio.

Le geometrie di Marco Casentini trovano la loro origine dallo studio sul De Stijl. Come nell'ultimo Mondrian newyorchese, le astrazioni di Casentini sono influenzate dal ritmo delle metropoli. Come dichiara lui stesso, "le mie opere traggono origine dagli spazi urbani, dalle geometrie, dalle forme e dalle loro architetture. Quando vivi in una grande città ti relazioni con le sue geometrie".[2]

L'opera di Paolo Iacchetti, invece, vede un passaggio progressivo dal riduzionismo cromatico di carattere spaziale ad una poetica che si focalizza ormai sul segno. Come scrive di lui Matteo Galbiati, "Gesto, pigmento, colore, supporto, linea sono ingredienti per una risonante poetica mossa dal continuo loro rimpasto, accumulazione, sottrazione, alterazione."[3].

Di una generazione più giovane è Luca Lombardi, la cui ricerca sul segno pittorico è influenzata dall'atto di scorrere le dita sullo schermo: Swipe trasforma questo gesto apparentemente banale che in un segno pittorico sinuoso, dematerializzato e sensuale. Come dichiara l'autore "All'interno dell'universo tecnologico che abitiamo, abile nel sintetizzare tutto ciò con cui entra in contatto, la (f)orma gestuale delle nostre azioni si è ridotta ad uno swipe." I titoli delle sue opere richiamano invece ad una narrazione che vuole ancorare l'opera al contingente. (Comunicato stampa)

[1] Dall'Autobiografia di Antonio Calderara, scaricabile dal sito www.fondazionecalderara.it/it_IT/home/antonio_calderara/vita
[2] Paparoni D., Marco Casentini e l'astrazione ridefinita, in Marco Casentini. Rollercoaster, Progettoarte Elm, Milano, 2013, p. 16
[3] Galbiati M., Paolo Iacchetti. Pittura, energia di elementi primari, Espoarte, Albissola Marina (SV), aprile 1, 2020, pp. 78-79




Locandina della mostra Pièces Uniques di Ziva Kraus Živa Kraus - Pièces Uniques
Franco Fontana - Presenze veneziane


11 aprile (inaugurazione) - 22 giugno 2024
Spazio Unimedia contemporary art (Palazzo Squarciafico) - Genova

Živa Kraus, figura carismatica croata naturalizzata italiana, è nata a Zagabria, nella cui Accademia d'arte avviene la sua formazione in pittura, nel 1971 si trasferisce a Venezia città in cui fonda, nel 1979, Ikona Photo Gallery in Campo San Moisè, trasferita successivamente in Campo del Ghetto Nuovo. È come artista che, nel 1979, viene così recensita dallo scrittore Alberto Moravia: «Kraus è una realista dell'invisibile, né di più né di meno di quanto siano realisti del visibile un Courbet e un Guttuso». E' internazionalmente nota anche come gallerista storica di fotografia. La presenza infatti in mostra di due opere fotografiche vintage (Presenze veneziane, 1978) di Franco Fontana vuole essere una testimonianza visiva dei due specifici di Kraus: il disegno e la pittura in prima persona come artista, la fotografia nel ruolo di gallerista e curatrice.

La mostra, a cura di Viana Conti, si presenta allo spettatore come una selezione di una trentina di opere su carta dal 1972 al 2010, in cui ricorre il leit motiv di città, di una città unica in cui l'artista ha scelto di vivere, a cui non cessa di destinare il lascito culturale di una vita: Venezia. L'espressione francese Pièces Uniques/Pezzi Unici - che, al singolare non manca di ricordare una mitica galleria, che ha fatto storia, in Saint-Germain des Près a Parigi, fondata nel 1989 da Lucio Amelio - interviene quale invito a una condizione dello sguardo come raccoglimento all'interno di un tempio e quindi in termini cultuali e non di veloce fruizione. Il rimando è inevitabilmente a Walter Benjamin e al suo saggio L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica/Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, 1936, in cui l'opera, moltiplicata, mercificata, diffusa in una società consumistica di massa, perderebbe la sua aura.

Ogni carta di Živa Kraus a pastello, a carboncino, ritaglia un suo campo semantico in cui ricorrono titoli evocativi come sguardo, navigazione, volo, traccia, impronta, incontro, aria, città, gioco, suolo, éclat, Atlantico, laguna. Si delineano sulle pareti della galleria genovese città immateriali, attraversate da ricordi, da suggestioni calviniane, si percepiscono profonde sonorità, lontani echi di lingue slave, dialetti altri.

Sull'area multimediale, l'artista presenta in mostra il video in bianco e nero The Motovun Tape, 1976, ripreso dai Cardazzo e Varisco. La camera video segue la mano dell'artista che scorre sensibilmente sulle pietre di un muro a secco, mentre il rumore della registrazione in loco funziona come unico, diretto, fondo sonoro. Un canto del gallo interviene come squillante effetto di realtà. Questo video storico è un'opera chiave anche per comprendere il rapporto di sensorialità aptica (tattile) che l'autrice intrattiene con l'opera pittorica e in particolare con i suoi pastelli.

Le opere dell'artista italo-croata rinviano a una condizione visuale cosmica in cui si delineano mappe cromatiche su fondi solari o notturni. Una pubblicazione, intitolata Živa Kraus - Pièces Uniques, Maree editore, documenta la mostra in Spazio Unimedia - Contemporary Art Genova, e traccia un percorso degli straordinari incontri con artisti, star della fotografia, critici d'arte, direttori di musei, docenti universitari, scrittori e poeti, registi e musicisti, che hanno segnato la sua vita come, per citarne solo tre, a titolo d'esempio, Peggy Guggenheim, Gillo Dorfles, Alberto Moravia. Si percepisce nell'opera e nella vita di Živa Kraus il paradigma del viaggio come archetipo del nomadismo. (Viana Conti)




Dipinto di Rinus Van de Velde, un uomo rema in una barca Rinus Van de Velde
"I am done singing about the past"


04 maggio - 06 luglio 2024
Tim Van Laere Gallery Rome (Palazzo Donarelli Ricci) - Roma
www.timvanlaeregallery.com

Ottava mostra personale di Rinus Van de Velde dall'inizio della sua collaborazione con Tim Van Laere Gallery nel 2011, nonché la sua prima mostra personale nello spazio della galleria romana. Rinus Van de Velde è un artista totale che esplora costantemente la tensione tra finzione e realtà attraverso l'uso di diversi media come disegni, installazioni, ceramiche e film. I suoi disegni sono il fulcro della sua pratica artistica nei quali costruisce un multiverso di storie in cui altera la propria storia in un'autobiografia fittizia.

In queste narrazioni, intreccia la realtà con la finzione, il che gli dà la libertà di impossessarsi di tutto ciò che entra nel suo mondo. Ha già creato diversi alter ego che gli consentono di appropriarsi di personaggi diversi ed esplorare mondi che non gli appartengono (ancora). In tutti questi mondi diversi, il punto di riferimento costante è l'artista stesso. Mediante impersonificazioni, bugie costruite e appropriazioni, si avvicina alla scoperta della verità sulla propria identità e sulla propria arte.

In questa mostra presenta una nuova serie di disegni a carboncino, matita colorata e pastello a olio. Nei suoi disegni, l'artista codifica il mondo attraverso una raccolta di immagini e le combina nella narrazione della sua autobiografia fittizia. Secondo Van de Velde, dire una bugia è molto più interessante che dire la verità. Sognando a occhi aperti può viaggiare ovunque, fare gli incontri o le conversazioni più interessanti ed essere chiunque o qualsiasi cosa desideri essere. Le sue opere visualizzano questi viaggi immaginari in cui le verità interiori sono mascherate sotto la rete di bugie disposta dall'artista. I testi scritti a mano sotto i disegni offrono uno sguardo ai monologhi interiori di Van de Velde, rivelando le sue paure, le sue aspirazioni, i suoi desideri e il suo stato d'animo. (Comunicato stampa)




David Horvitz
"Abbandonare il locale"


13 aprile (inaugurazione) - 30 giugno 2024
BiM - Milano

Prima grande mostra personale in Italia dedicata a David Horvitz (Los Angeles), curata da Nicola Ricciardi, direttore artistico di miart, che ha selezionato insieme a Horvitz oltre 20 opere che ripercorrono altrettanti anni di carriera. Horvitz utilizza una disparità di media - dalla fotografia alla performance, dai libri d'artista al suono, dalla gastronomia alla mail art - per riflettere sulla nostra comune idea di distanza tra luoghi, tempi e persone e per testare le possibilità di appropriarsi, indebolire o cancellare queste distanze. Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo, dal New Museum di New York al Palais de Tokyo di Parigi, e sono oggi presenti in alcune delle più prestigiose collezioni museali, dal LACMA di Los Angeles al MoMA di New York.

I lavori di Horvitz qui raccolti provano infatti a complicare e sovvertire l'idea standardizzata di tempo - come nel caso dell'orologio di "A clock whose seconds are synchronized with your heartbeat" (2020), o della performance "Evidence of time travel" (2014), per la quale l'artista ha vissuto in Europa regolando la propria vita sul fuso orario della California - o a scardinare confini e limiti spaziali, aprendo varchi verso nuove dimensioni - come in "For Kiyoko" (2017), in cui Horvitz fotografa le stelle che immaginava sua nonna guardasse 75 anni prima dal campo di internamento giapponese in Colorado in cui era stata rinchiusa, oppure nell'installazione "The Distance of a Day" (2013), in cui l'artista espone due video realizzati contemporaneamente da lui e da sua madre in California e alle Maldive, uno al sorgere e uno al tramontare del sole nella stessa giornata.

Mescolando un approccio site-specific con un'attitudine performativa, e alternando lavori storici con nuove produzioni e oggetti trovati, Abbandonare il locale offre inoltre una lettura non convenzionale dell'etica e dell'estetica del posto di lavoro, piena di immaginari alternativi e possibili vie d'uscita. Ne sono un esempio le bottigliette di plastica di "Imagined Clouds (Milan)" 2024, che nel contesto in cui si trovano possono sembrare rifiuti abbandonati dopo una giornata di lavoro, ma che in realtà offrono una riflessione sull'acqua come metafora dell'evasione, poiché passa dappertutto, non ha limiti e confini.

Oppure il progetto "Mood disorder" (2012), un autoscatto realizzato da Horvitz mentre simula uno stato di depressione e che l'artista ha caricato sulla pagina di Wikipedia dedicata ai disturbi dell'umore (e che, in quanto libera da copyright, è stata per anni riutilizzata da siti di informazione, blog e riviste, circolando al di fuori del suo controllo). La mostra rientra nell'ambito della Milano Art Week (8-14 aprile 2024). (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Dipinto a olio su tela di cm 148x187 senza titolo realizzato da Mimmo Germanà nel 1982 Dipinto a olio su tela di cm 120x95 denominato L'abisso realizzato da Daniela Balsamo nel 2024 Dipinto a olio su tela di cm 125x180 denominato L'anima del mare realizzato da Giovanni Iudice nel 2016 Composizione con stampa gliclèe su carta Fine Art Hahnemuele photo rag di cm 44x44 denominata Rhapsody in blue realizzata da Franco Ferro nel 2024 Blu Sicilia
Il mare nell'arte isolana dal Novecento alla Contemporaneità


21 aprile - 03 novembre 2024
Società Operaia di Mutuo Soccorso - Modica (Ragusa)
www.sikarte.it | Locandina della mostra

Mostra per raccontare, attraverso una selezione di opere di importanti artisti non solo siciliani, il mare isolano e l'intreccio di tematiche che lo coinvolgono. Il progetto è articolato in due sezioni scientifiche e tematiche: la prima a cura di Giuliana Fiori copre l'arco temporale fino alla prima metà del Novecento; la seconda a cura di Chiara Canali si focalizza sulla seconda metà del Novecento fino alla contemporaneità.

«Il mare - afferma la presidente dell'associazione culturale siciliana Sikarte, Graziana Papale - è uno dei più importanti tratti distintivi della Sicilia: il mare come identità di chi nell'isola nasce, ma anche come presenza coinvolgente di chi la Sicilia la vive per lunghi o brevi periodi. Sikarte ha prodotto questa mostra con l'intento di raccontare, attraverso un percorso tematico e scientifico di opere di 53 artisti non solo siciliani, come il mare di Sicilia, possa aver ispirato la ricerca artistica sin dai primi decenni del Novecento e continua a farlo tutt'oggi. Blu Sicilia riconferma la presenza di Sikarte a Modica, quest'anno negli spazi della Società Operaia di Mutuo Soccorso. Si rinnova, quindi, la ricerca di luoghi unici e la necessità di renderli fruibili al pubblico. La sinergia nata con il Comune di Modica e la Società Operaia di Mutuo Soccorso, sta rendendo possibile l'accessibilità culturale di spazi storici architettonicamente caratterizzanti, testimonianza di una città d'arte come Modica patrimonio Unesco.»

«La mostra si propone - dichiara Giuliana Fiori - come documentazione compiuta di quanto spesso il mare dell'isola sia stato protagonista di grandi opere d'arte, concentrando l'attenzione sui sec. XX e XXI. Pittura, scultura, fotografia e istallazioni di artisti di chiara fama, alcuni storicizzati come Fausto Pirandello, Renato Guttuso, Bruno Caruso, Piero Guccione, infatti, contribuiranno a far conoscere più da vicino le emozioni che il mare siciliano sa regalare e a rivelare come esso possa riempire la memoria di ricordi indelebili.»

Un percorso espositivo dunque in grado di offrire un ampio panorama sul tema del mare siciliano, nelle sue varie sfaccettature sia culturali che sociali. Molteplici sono i temi che s'intrecciano nel percorso espositivo, perché diversi sono gli aspetti che gli artisti scelti hanno interpretato e denunciato nelle loro indagini artistiche: la bellezza e la poesia dei luoghi, la storia e il mito, la luce e i colori, la tradizione, i pescatori e i naviganti, le problematiche sociali e ambientali.

«Il mare- ricorda Chiara Canali - ritorna spesso nelle leggende, nei culti e nei miti, soprattutto in quelli legati alla prorompente mediterraneità della Sicilia. Il mare ritorna anche nelle storie più recenti, quelle degli scrittori, dei registi e degli artisti che hanno raccontato questa terra dai numerosi volti e dalla pluralità di paesaggi. Gli artisti in mostra hanno eletto il Blu a emblema della Sicilia, del suo mare e delle sue tradizioni e memorie.»

Una selezione di dipinti, sculture, fotografie e installazioni, mostrerà come il mare di Sicilia, universalmente riconosciuto come elemento di bellezza identitaria dell'isola, possa aver ispirato tanti artisti, sin dai primi decenni del Novecento, e continua a farlo tutt'oggi toccando anche tematiche di forte impatto sociale e ambientale.

«Il Mare - dichiara Maria Monisteri, Sindaco del Comune di Modica - l'infinita distesa blu che si fonde all'orizzonte con il blu del cielo, è un momento distintivo della vita di ognuno e della nostra. Tratti di noi gente del Sud, che vive di questo e in questo lembo di Mondo e che respira del suo mare. Cifra caratterizzante della nostra quotidiana essenza e che questa mostra, racconta attraverso opere che ne esaltano la bellezza con il colore che lo distingue. Il mare e la sua Gente; il mare e il suo Blu. Nel dare il benvenuto alla mostra e il bentornato a Sikarte sono felice di poter riempire i miei occhi e quelli dei tantissimi che visiteranno questa mostra, tuffando sensazioni nella bellezza del nostro mare, cuore e simbolo della nostra Terra».

La mostra è ospitata presso la sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso che si trova nei bassi del Palazzo della Cultura di Modica, edificio seicentesco e Monastero delle Suore Benedettine fino al 1860, nei suoi interni oltre una parte del chiostro benedettino sono visibili i confessionali in pietra rinvenuti durante i lavori di restauro.

«Porgere il benvenuto in qualità di Presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Modica dal 1881 - dichiara Giorgio Solarino - è veramente entusiasmante. Ospitare Blu Sicilia. Il mare nell'arte isolana dal novecento alla contemporaneità sarà un'affascinante esperienza. L'esposizione che celebra l'importante connessione dell'arte con il maestoso mare che circonda la nostra amata isola. La presenza di autori di grande rilievo conferisce a questa mostra un'aura di prestigio e promette di arricchire notevolmente l'offerta culturale della nostra città. Con orgoglio, apriamo le nostre sale a Sikarte associazione culturale, che con scrupolosa cura e appassionato impegno si occuperà dell'evento. Siamo certi che sarà un'esperienza indimenticabile che metterà in risalto la centralità culturale della nostra storica realtà.»

Il progetto gode del patrocinio del Comune di Modica, dell'ARS (Assemblea Regionale Siciliana), della Società Operaia di Mutuo Soccorso e di MUSEUM Osservatorio dell'arte contemporanea in Sicilia. Si ringraziano, inoltre, gli sponsor che hanno reso possibile la realizzazione del progetto: Coop - Gruppo Radenza, Sotto San Pietro, Lo Magno Arte Contemporanea, Salomone Assicurazioni, Cappero Bistrot, SikaniaWood.

L'Associazione culturale Sikarte, ente senza scopo di lucro, persegue esclusivamente finalità culturali attraverso la promozione e la realizzazione di eventi nell'area delle arti visive, musicali, letterarie e teatrali. Diffonde l'arte nel mondo giovanile e non, con l'espletamento di attività didattiche da realizzare contestualmente a mostre ed eventi culturali quali laboratori, visite guidate e simili; amplia la conoscenza della cultura artistica in genere, attraverso internet e contatti fra persone, enti ed associazioni, incentivando le attività di artisti emergenti e professionisti. (Comunicato stampa)

___ Artisti in mostra

_ Sezione Novecento

Pippo Rizzo (1897-1964); Fausto Pirandello (1899-1975); Giuseppe Migneco (1903-1997); Francesco Ranno (1907-1986); Lia Pasqualino Noto (1909- 1998); Renato Guttuso (1911-1987); Saro Mirabella (1914-1972); Nicola Scafidi (1925 - 2004); Mimmo Pintacuda (1927 - 2013); Bruno Caruso (1927-2018); Franco Sarnari (1933-2022); Mario Schifano (1934-1998); Piero Guccione (1935-2018); Tano Festa (1938-1988); Vincenzo Nucci (1941-2015); Dina Viglianisi (1941); Maurilio Catalano (1942-2022); Ferdinando Scianna (1943); Mimmo Germanà (1944-1992); Michele Cossyro (1944); Giovanni Chiaramonte (1948-2023); Sebastiano Messina (1951); Giuseppe Modica (1953); Giovanni La Cognata (1954).

_ Sezione Contemporanea

Giovanna Brogna Sonnino (1955); Sebastiano Favitta (1957); Luigi Nifosì (1958); Sandro Scalia (1959); Carmelo Bongiorno (1960); Carmelo Nicosia (1960); Angelo Zaven (1961); Giovanna Lentini (1962); Franco Ferro (1964); Francesco Lauretta(1964); Giuseppe Puglisi (1965); Antonio Parrinello (1964); Gianni Mania (1967); Piero Zuccaro (1967); Pucci Scafidi (1969); Daniela Balsamo (1970); Andrea Di Marco (1970 - 2012); Giovanni Iudice (1970); Giuseppe Colombo (1971); Cesare Inzerillo (1971); Elio Cassarà (1974); Ignazio Cusimano Schifano (1975); Alice Valenti (1976); Giacomo Rizzo (1977); Elena Mocchetti (1978); Linda Randazzo (1979); Sebastiano Raimondo (1981); Emanuele Giuffrida (1982); Valentina Brancaforte (1983).

Immagini (da sinistra a destra):
1. Mimmo Germanà, senza titolo, olio su tela cm. 148x187, 1982
2. Daniela Balsamo, L'abisso, olio su tela cm. 120x95, 2024
3. Giovanni Iudice, L'anima del mare, olio su tela cm. 125x180, 2016
4. Franco Ferro, Rhapsody in blue, stampa gliclèe su carta Fine Art Hahnemuele photo rag cm. 44x44, 2024




Opera artistica di Marco Violet-Vianello nella mostra Mirror mirror on the wall Marco Violet-Vianello
Mirror mirror on the wall - "Specchio, specchio delle mie brame"


23 marzo (inaugurazione) - 22 giugno 2024
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

La maggior parte dell'arte dell'intelligenza artificiale che vediamo oggi è creata da grandi modelli di immagini e linguaggio formati su dati pubblicamente disponibili. Poiché il focus è principalmente sulla raccolta del maggior numero possibile di dati, questi dataset sono spesso intrisi dei nostri pregiudizi culturali e sociali. Quando Marco Violet-Vianello ha fatto i primi passi nell'arte dell'AI, si è concentrato sulla creazione dei suoi dataset da zero, come modo per bilanciare questo approccio.

I suoi primi esperimenti hanno coinvolto un ritorno alla natura, con un focus sulla creazione di un ampio insieme di dati di immagini di fiori, per consentire all'intelligenza artificiale di generare nuovi tipi di fiori. Questo focus sulla creazione del suo dataset e sull' "addestrare" l'intelligenza artificiale su come assorbire, interpretare e utilizzare queste immagini ha generato varie tipologie di intuizioni che non sarebbero state possibili con l'uso di un'intelligenza artificiale pre-preparata. In particolare, modificando le variabili che controllano il rendimento della "libertà" dell'intelligenza artificiale, si generano visioni psichedeliche di forme distorte e colori fluidi.

Marco Violet-Vianello ha cominciato a chiamare queste visioni sogni o allucinazioni. Di conseguenza, il suo lavoro ha sempre avuto una tendenza verso gli elementi più astratti e imprevedibili dell'arte AI. La preparazione di modelli per AI specifichi, ad hoc, lo ha portato ad interessarsi sempre di più alle implicazioni di avere modelli generativi popolari - come Stable Diffusion e Midjourney - addestrati su dataset immensamente grandi raccolti da Internet. Nonostante sia una ricca fonte di dati, ciò ha sollevato una questione cruciale: in che misura questi modelli AI sono un riflesso dei nostri pregiudizi e delle nostre convinzioni? E in un mondo attualmente dominato dall'impennata dell'intelligenza artificiale, ciò comporta implicazioni che potrebbero essere pericolose o controverse?

Nei suoi lavori si è così orientato verso l'uso di questi modelli, rifocalizzando al contempo la sua arte sulla messa in discussione degli strumenti utilizzati. Chiedendo all'intelligenza artificiale di rappresentare un certo tema o soggetto, siamo costretti a confrontarci su come noi rappresentiamo tale soggetto nella nostra società attuale, visto che ne siamo all'origine. Le installazioni interattive di Marco Violet- Vianello a Londra e Venezia cercano di creare uno spazio in cui lo spettatore possa comunicare e interagire con questi modelli, come modo per coinvolgere tutti noi in questa delicata e importante conversazione tra noi e la società in cui viviamo.

L'opera d'arte diventa quindi una collaborazione tra coloro che hanno creato le immagini e che hanno preparato il modello AI, gli ingegneri che hanno sviluppato il modello e i membri del pubblico. In questo contesto, siamo costretti a porre domande fondamentali che hanno guidato molti artisti prima di noi, da Marcel Duchamp ad Andy Warhol: cosa si qualifica come arte? Chi è l'artista? L'intelligenza artificiale è ancora agli albori e stiamo appena iniziando a scalfire la superficie del suo potenziale e delle sue implicazioni. È un uovo che non è ancora schiuso e siamo ancora in gran parte inconsapevoli di ciò che diventerà e di come evolverà. Come artista e individuo, Marco Violet-Vianello si dichiara entusiasta di far parte di questo viaggio e di esplorare le infinite possibilità dell'arte generata dall'AI.

- Cosa è l'arte AI?

Diamo a un computer una vasta collezione di immagini provenienti da internet, ognuna con una breve descrizione di ciò che mostra. Il computer quindi organizza queste immagini in base a varie caratteristiche come forma, colore, texture e stile, posizionando ciascuna in un punto unico in una mappa immaginaria. Ciò che è affascinante dell'arte creata dall'AI è che possiamo chiedere al computer di mescolare concetti diversi in un'immagine, creando qualcosa di nuovo. Cosa potremmo trovare tra la guerra e le banane?

L'opera d'arte - 'Mirror mirror on the wall' Questa installazione d'arte interattiva agisce come uno specchio con un tocco. Utilizza una telecamera live per mostrare agli spettatori il loro riflesso, ma con una sfumatura potenziata dall'AI basata su una lista di temi scelti dall'artista. Mentre ci si muove e si interagisce, l'AI adatta la propria immagine in tempo reale, riflettendo non solo la propria apparenza ma incorporando pregiudizi sociali e temi dall'edizione di quest'anno della Biennale, Stranieri Ovunque. Il cuore di questa esperienza è mettere in discussione le nostre percezioni e i nostri pregiudizi, riflessi attraverso un'AI che ha imparato da una vasta collezione di immagini su internet.

È un invito a riflettere sulla natura dell'arte, sul ruolo dell'intelligenza artificiale nel crearla e a ponderare chi, in questa danza tra tecnologia e creatività, è il vero artista. L'opera d'arte è un approfondimento sulle implicazioni dell'IA che è stata nutrita dai nostri dati collettivi, evidenziando i pregiudizi che alimentiamo nella nostra tecnologia. Collocata in una webcam a forma di uovo, simboleggia l'infanzia dell'IA e il suo potenziale di evoluzione. Quando l'IA veramente autonoma nascerà, entrerà nel mondo come uno Straniero. Questo pezzo non riguarda solo l'osservazione; si tratta di interagire e contemplare l'immagine più ampia del ruolo dell'IA nell'arte e nella società.

Marco Violet-Vianello è un artista franco-italiano specializzato nell'arte generativa, nonché ingegnere software presso Meta. Cresciuto a Parigi e attualmente residente a Londra, il suo lavoro fonde in modo unico arte e tecnologia, concentrandosi sulla tensione e sul dialogo tra i due ambiti. Il suo utilizzo dell'intelligenza artificiale crea opere d'arte spontanee e imprevedibili che sono visivamente stimolanti e interattive, ma sollevano anche alcune domande più fondamentali sull'artista e sull'atto creativo.

Con l'intelligenza artificiale separata dalla coscienza umana, ma alla fine creata e nutrita da essa, Marco ci costringe a chiederci cosa sia l'arte e chi sia l'artista - un punto più profondo contrastato dalla natura giocosa del suo lavoro. La passione di Marco per la scienza, la natura e gli interessi artistici separati nella musica e nella fotografia sono forze trainanti nel suo lavoro e nei temi con cui si confronta. Incorpora senza soluzione di continuità concetti matematici ed elementi naturali nelle sue opere, creando una fusione tra l'astratto e il tangibile. (Comunicato stampa)




Ismaele Nones
"chiara confusione"


05 aprile (inaugurazione) - 07 giugno 2024
Galleria d'arte Niccoli - Parma
www.niccoliarte.com | Locandina della mostra

Secondo appuntamento della Galleria d'Arte Niccoli in questo 2024, la personale di Ismaele Nones (Trento, 1992) presenta un nutrito corpus di lavori provenienti dal recente biennio di produzione del giovane artista trentino, nel quale emerge un reale circostante asciutto e sospeso, declinato attraverso un ampio spettro di soluzioni formali: dal piccolo-medio formato delle tavole di sapore "domestico" fino ai lavori di dimensione monumentale, per i quali è la stessa galleria a lanciare all'artista il guanto di sfida nel confrontarsi con i grandi formati "rinascimentali", noto banco di prova dei maestri italiani e internazionali del Novecento.

Nel lavoro pittorico di Nones, realizzato in acrilico su tela o su tavola, emerge la naturale contaminazione fra due codici linguistici distanti ma sovrapponibili: l'antico e il contemporaneo. Il bagaglio di immagini assorbito in infanzia nel laboratorio paterno di arte sacra, nel quale il manufatto religioso assume la giocosa forma dell'esperimento, mostra l'incredibile aderenza formale all'agile e scarnificato immaginario contemporaneo. Nonostante permangano reminiscenze compositive mutuate dalle icone greco-orientali e dai maestri medievali come Giotto e Cimabue, il vero punto focale viene posto dall'artista sull'aspetto più concettuale dell'opera, la capacità di ridurre all'osso la scena per farne emergere il senso ultimo, il carattere universale.

Animali, architetture, oggetti, piante, persone inscenano nient'altro che loro stesse in una forma allo stesso tempo specifica e archetipica, trasmessa attraverso un canone antico che l'artista dimostra essere ancora lingua viva. Battuta fuoricampo di una galleria celebre per il suo legame con l'arte astratta e informale, il lavoro di Ismaele Nones entra a far parte del nugolo di artisti figurativi che hanno solcato gli spazi di Borgo Bruno Longhi, in primis grazie al suo carattere fortemente concettuale, e complice anche la consolidata collaborazione fra la Galleria d'Arte Niccoli e la realtà artistica langarola di Lunetta11, diretta da Francesco Pistoi e Claudia Zunino.

La mostra, accompagnata dal testo critico di Massimo Belli, si annovera come tappa fondamentale di un percorso espositivo che ha visto l'artista impegnato in numerose occasioni durante tutto l'ultimo biennio: da qui nasce chiara confusione, l'ironico auspicio preso in prestito dalle sapienti parole estratte dalla raccolta Vita meravigliosa di Patrizia Cavalli, testo edito nel 2020 da Einaudi (Torino).

[Alla pittura] «Un po' come tutte le passioni, ci si pensa continuamente. Sono convinto che sia necessaria veramente tanta dedizione. Più studio le vite degli artisti, più me ne rendo conto; molti grandi artisti si danno regole ferree. È da qui che scorre la linfa creativa; quella che ci si siede ad aspettare l'ispirazione è una favoletta». (Ismaele Nones) (Estratto da comunicato stampa)




Sylva Galli (1919-1943) e le artiste del suo tempo
26 marzo - 08 settembre 2024
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst - Rancate (Mendrisio, Cantone Ticino, Svizzera)

L'esposizione si inserisce nel filone delle rassegne dedicate alle donne artiste, al quale la Pinacoteca ha sempre riservato un'attenzione particolare, e intende raccogliere le principali opere realizzate da Sylva Galli, restituendo un'immagine a tutto tondo del suo percorso e mettendola a confronto con altre presenze attive negli stessi anni. Sylva Galli, originaria di Bioggio, sviluppa la sua carriera artistica su un breve arco di tempo a causa della prematura scomparsa a soli 23 anni nel 1943. Dopo una formazione alle Scuole di disegno di Lugano, frequenta il Technicum di Friborgo e l'Akademie Wabel, una scuola privata di nudo e di paesaggio aperta nel 1939 a Zurigo nello studio di Henry Wabel (1889-1981), orientando così la sua pittura anche all'esterno del territorio ticinese.

I generi da lei trattati vanno dalle nature morte ai ritratti ai paesaggi, agli interni, ai nudi, nei quali esprime una vena artistica già matura nonostante la giovane età. Due sue opere sono conservate nelle collezioni di Palazzo Pitti a Firenze, una alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma; le altre, ad eccezione di alcuni pezzi importanti di proprietà del Museo d'arte della Svizzera italiana (Lugano), sono custodite ancora oggi dai discendenti.

Alle opere di Sylva è affiancata una selezione di dipinti realizzati da altre pittrici del suo tempo quale complemento e utile confronto. La scelta è ricaduta su coloro che si sono dedicate all'attività artistica tentando di farne una professione, muovendo da studi non solo da autodidatta e partecipando ad esposizioni: Anna Baumann-Kienast, Regina Conti, Rosetta Leins, Margherita Osswald-Toppi, Irma Giudici Russo, Anita Nespoli, Anita Spinelli, Mariangela Rossi, Irma Bernasconi-Pannes, Adelaide Borsa. A Germaine e Simonetta Chiesa, rispettivamente moglie e figlia di Pietro Chiesa, viene dedicata un'apposita sezione.

Nella sala da cui prende avvio il percorso, quale ideale premessa, si presentano inoltre opere delle poche donne con studi accademici che si dedicarono all'arte non solo per diletto appartenenti alle generazioni precedenti: Adelaide Pandiani Maraini, Valeria Pasta Morelli, Marie-Louise Audemars Manzoni e Giovanna Béha-Castagnola. È inoltre proposta una ricostruzione non filologica realizzata con oggetti del tempo, con l'intento di far assaporare i temi legati al lavoro femminile. Sono esposti in particolare due abiti disegnati da Rachele Giudici, appassionata studiosa di costumi tradizionali ancora legata all'Ottocento, anche se la sua vita si svolse prevalentemente nel XX secolo. Il lavoro di ricerca e studio è documentato attraverso un catalogo riccamente illustrato, che vuole offrire un primo sguardo su figure significative per ricostruire l'evoluzione della presenza femminile anche in campo artistico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dadamaino. Dare tempo allo spazio
06 aprile (inaugurazione) - 09 giugno 2024
Villa Pisani Bonetti - Bagnolo di Lonigo (Vicenza)
www.villapisani.net

Mostra a cura di Bruno Corà, organizzata dall'Associazione Culturale Villa Pisani Contemporary Art in collaborazione con A arte Invernizzi (Milano), in cui saranno presentate opere di Dadamaino degli anni Ottanta e Novanta scelte per dialogare con questo capolavoro giovanile dell'architettura di Andrea Palladio: un luogo straordinario che, nella relazione propositiva con la sua identità storica aperta al confronto con la creatività contemporanea, apre al visitatore inedite coordinate di esperienza.

Dadamaino (Milano 1930 - 2004), protagonista dell'arte italiana e internazionale a partire dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, ha rivolto la sua attenzione agli accadimenti della vita in un'incessante e sempre rinnovata riflessione sull'esistenza in continua trasformazione, nell'impossibilità di comprenderne fino in fondo il vero senso e significato. Dai primi "Volumi", dove lo spazio, inteso come campo attivo, viene esplorato nella sua concretezza attraverso larghe aperture sulla tela, passando per i "Volumi a moduli sfasati", con una moltiplicazione e progressione delle aperture, l'artista ha gradualmente spostato la sua attenzione al segno con le opere dei cicli dell'"Inconscio razionale", "L'Alfabeto della mente", le "Costellazioni" fino alle ultime serie "Passo dopo passo", "Il movimento delle cose" e "Sein und Zeit".

Le tracce e i segni frammentari e discontinui, che caratterizzano la sua ricerca artistica fin dalla metà degli anni Settanta, creano percorsi infiniti che si manifestano nel momento dell'esperienza visiva e invitano a riflettere sul loro possibile sviluppo, sinonimo di un continuo indecifrabile avvenire della realtà. La mostra è un'occasione per vivere da vicino ed approfondire le dinamiche interne al lavoro di Dadamaino, caratterizzato da continuità ed unitarietà, dal rapporto tra il gesto e il tempo nel suo scorrere senza fine.

Nel grande salone centrale del piano nobile di Villa Pisani Bonetti verranno esposte tre opere della serie "Sein und Zeit" (1989) in cui le superfici, libere dal supporto del telaio, sono attraversate da una moltitudine di segni disposti secondo concentrazioni e diradazioni che richiamano gli accadimenti della vita, in dialogo con tre lavori appartenenti al ciclo de "I fatti della vita" (1980) dove la superficie è frammentata da sequenze di tracce che si fanno pura energia dell'esistenza. I continui movimenti e mutamenti di direzione che caratterizzano questi lavori si ritrovano anche in altre opere dei cicli "Sein und Zeit" (1998) e "Il movimento delle cose" (1994), esposte nelle cantine assieme a due lavori della serie "Passo dopo passo" (1989) nelle quali si percepiscono sulla superficie in poliestere delle zone più intense, dove i segni confluiscono e si infittiscono fino a formare un unico agglomerato che genera percorsi, curve e spirali.

La monografia ripercorre l'iter creativo di Dadamaino dalla fine degli anni Cinquanta al 2000, con la riproduzione delle opere in mostra, un saggio introduttivo di Bruno Corà e un aggiornato apparato bio-bibliografico. In occasione di questa mostra verrà anche pubblicato il volumetto in esoeditoria di Bruno Corà dal titolo "La caduta" che narra un episodio biografico dell'autore avvenuto nei luoghi in cui sorge Villa Pisani Bonetti. (Estratto da comunicato stampa)

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Dadamaino
Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
...tra questa immensità s'annega il pensier mio... (da «L'infinito» di Giacomo Leopardi)


Catalogo a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia, ed. Cortina Arte Edizioni, pag. 247
Presentazione




Opera a tecnica mista su tavola di cm 100x80 denominato Realm of Unreal realizzato da Tommaso Buldini nel 2024 Opera in acrilico su tela di cm 100x120 denominata Kantaryocán Tommaso Buldini + Margherita Paoletti
"I Santi dell'anno 2064"


21 marzo (inaugurazione) - 30 giugno 2024
Cellar Contemporary - Trento
www.cellarcontemporary.com

Prosegue il ciclo di "mostre a due" che caratterizza la programmazione annuale di Cellar Contemporary. L'idea di invitare due artisti apparentemente molto diversi per stili e linguaggi espressivi nasce dalla volontà di creare dialoghi nuovi che portino ricchezza al lavoro di entrambi. "Se per Buldini il ciclo di lavori in mostra richiama una sorta di Eden (-), Paoletti rivela in questa occasione il suo lato più dark" scrive Camilla Nacci, curatrice della mostra, per raccontare l'approccio degli artisti a questo inedito accostamento.

La tematica scelta è il terreno comune su cui Paoletti e Buldini si confrontano, evocando uno scenario "futuro ma non troppo" in cui modelli ispirazionali e iconografie del passato si mischiano a stimoli visivi tratti dai bombardamenti mediatici del presente e dall'immaginario fantascientifico proveniente dalla subcultura popoplare. Con 'I santi dell'anno 2064', attraverso una trentina di opere tra tele, tavole e carte, gli artisti tracciano le linee di una possibile religione contemporanea, dove gli atti devozionali tradizionali vengono stravolti e rivolti a un nuovo Olimpo. Accompagna l'esposizione un catalogo con testo di Camilla Nacci.

Tommaso Buldini (Bologna, 1979) è attivo come animatore video e graphic designer dal 2005, lavorando per svariate aziende come Philips, Dolce Gabbana o Coop. Nel 2017 inizia un intenso percorso pittorico che lo porterà ad esporre da Parigi (Arts Factory, Drawing Now), a Miami (Art Miami), passando per New York, Basilea, Milano, Bruxelles e Rotterdam. Abbandonata la professione di designer, nell'arco di sette anni riesce a costruire importanti rapporti e progetti che vanno oltre la tela, applicando il suo stile a diverse discipline tra cui l'animazione pittorica. Realizza scenografie animate per la compagnia teatrale di Silvia Malagugini, già collaboratice di Dario Fò, nel 2020 vince il premio come realizzatore del miglior videoclip italiano con "Luna Araba", realizzato per il duo Colapesce Di Martino, con cui continua a collaborare.

Margherita Paoletti (Fabriano, 1990), trentina di adozione, è un'artista e illustratrice. Negli anni della formazione si trasferisce a Roma per studiare Illustrazione e Animazione presso l'Istituto Europeo di Design. In seguito segue corsi di arte e design presso la Central Saint Martins di Londra e il Btk di Berlino. Dopo gli anni di studio, Margherita intraprende il percorso delle residenze d'artista in Estonia e in Giappone. Nel 2017 ha lavorato a Londra come designer e illustratrice. Nel 2018 Margherita torna in Italia, dove si concentra sulla sua produzione artistica che la porta a collaborare con gallerie d'arte, enti, riviste e aziende, partecipando a mostre collettive e personali in Italia e all'estero.

Il lavoro di Margherita è stato selezionato in diversi concorsi di illustrazione internazionali come il 3x3 magazine, il World Illustration Award e The Society of Illustrators. L'immaginario di Margherita si concentra sulla tematica del corpo inteso come contenitore organico di vita, sogni, desideri, esperienza e memorie. Cercando di tradurre in termini figurativi una nuova mappatura del corpo, attraverso una fisionomia fatta di narrazione, metafore visive e natura. (Comunicato stampa)




Opera a inchiostro e tea su carta di cm 77,5x111,7 denominata Tragedia e Trionfo realizzata da Umar Rashid nel 2019 Dipinto realizzato da Umar Rashid che ritrae Lady Carmen Stokely appena arrivata dal Perù per stipulare un trattato con Karlheinz Umar Rashid
"La Leggenda di Dolomiti"


21 marzo (inaugurazione) - 03 giugno 2024
Studio d'Arte Raffaelli (Palazzo Wolkenstein) - Trento
www.studioraffaelli.com

Umar Rashid, già in arte Frohawk Two Feathers, torna allo Studio d'Arte Raffaelli dopo aver partecipato nel 2019 alla collettiva "The Fate of Empires" con la nuova mostra personale. Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, "Dolomiti" non è solo un luogo, ma anche il soprannome del personaggio principale della leggenda evocata dal titolo della mostra, una vera e propria saga immaginata dall'artista in omaggio al territorio che lo ospita. Il processo creativo di Umar Rashid si articola infatti intorno al concetto di narrativa site specific, attraverso una reimmaginazione della storia legata di volta in volta alla storia coloniale (reale o presunta) dei paesi in cui espone. La vera rivoluzione nel suo lavoro, oltre alla piacevole estetica formale della sua pittura, consiste nel portare l'attenzione sulla popolazione nera, restituendo dignità e importanza ai suoi personaggi, altrimenti dimenticati.

La mostra - accompagnata da un catalogo con testi di Grégory Pierrot e di Camilla Nacci - raccoglie diversi episodi dell'epopea di "Dolomiti", eroe nero delle Alpi in lotta contro l'imperialismo inglese e francese, in una vicenda immaginaria ambientata alla fine del Settecento. Attraverso più cicli di opere su carta e su tela, realizzati a partire dal 2019 fino alle opere inedite del 2024, si intrecciano storie d'amore, intrighi di corte, battaglie, vittorie e sconfitte che accostano sempre all'opera d'arte anche il racconto legato ai protagonisti rappresentati. Il valore del lavoro di Umar Rashid è stato ampiamente riconosciuto in Italia e all'estero, attraverso l'esposizione in importanti gallerie private e in istituzioni pubbliche come il MoMA PS1 di New York, che gli ha dedicato una ricca mostra personale, o lo Zeitz MOCAA di Cape Town in Sudafrica, che annovera alcune sue opere in collezione permanente.

Umar Rashid (Chicago - Illinois, 1976) si laurea in cinema e fotografia alla Southern Illinois University, Carbondale (IL) nel 2000. Nel 2003 si trasferisce a Los Angeles (CA), dove tuttora vive e lavora. Viene considerato un artista di fama internazionale, grazie alle numerose mostre tenutesi in tutto il mondo: dal MoMA di New York al Zeitz Museum of Contemporary Art Africa di Città del Capo, da Parigi allo Studio d'Arte Raffaelli a Trento. Espone in celebri gallerie sia pubbliche che private di tutto il mondo.

Figlio di un drammaturgo e cresciuto nel mondo del teatro, sviluppa una passione verso la scrittura che lo condurrà a stendere e rappresentare la storia dell'Impero Franco-inglese tra il 1658 e il 1880, incuriosito dalla blanda alleanza stretta dalle due nazioni, inizialmente antagoniste, che le aveva portate a diventare un gargantuesco impero coloniale. Umar Rashid, nel sviluppare la sua opera, usa un parallelismo costante tra la storia dell'impero e la vita della sua gente. Rievocando aspetti taciuti delle testimonianze colonialiste e tradizionaliste, dalla quotidianità delle persone di colore, ai fenomeni di emarginazione alla mescolanza di razza, genere e classe.

Sviluppando punti di vista alternativi in questa rappresentazione, l'artista fa riferimento alla grande narrativa e alla cosmologia degli imperi, con un focus sulla religione e sulla spiritualità, ricollegandosi dal pop e hip hop della sua giovinezza, alla cultura delle gang e dei prigionieri, e ai movimenti rivoluzionari nella storia. Questo fil rouge viene messo in evidenza grazie ad un "Sistema Imperiale di tatuaggi", che l'artista usa per classificare, definire e differenziare i personaggi nelle varie storie. Ogni esposizione e, di conseguenza, ogni storia costruita dall'artista è legata al luogo dove la mostra viene ospitata. Infatti, la realizzazione viene preceduta da uno studio approfondito della storia coloniale locale. Questo permette a Umar Rashid di sviluppare storie alternative intrise di significato e messaggi legati al luogo ospitante, che vengono resi più espliciti grazie ai numerosi dettagli, che a volte, possono dare una connotazione umoristica o ironica all'opera. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Umar Rashid, Tragedia e Trionfo, 2019, inchiostro e tea su carta cm. 77.5x111.7
2. Umar Rashid, Lady Carmen Stokely




Giacomo Matteotti Giacomo Matteotti (1885-1924)
Una Storia di tutti


05 aprile - 07 luglio 2024
Palazzo Roncale - Rovigo

Dell'uomo politico polesano la mostra rievocherà l'attività di pubblico amministratore in diverse realtà del territorio rodigino, l'impegno nell'attività sindacale nelle leghe e cooperative e quello parlamentare, irriducibile oppositore del fascismo e infine segretario del Partito Socialista Unitario. Così come sarà ricordato, anche con la emersione di documenti, mai prima esposti, patrimonio dell'Archivio d Stato di Rovigo, il suo assassinio e infine il suo funerale. Ma, in parallelo, ad essere approfondito in mostra sarà anche il Matteotti privato, le sue letture, la passione personale e familiare per la musica, il fondamentale rapporto con la moglie Velia e la famiglia.

"Pochi uomini politici hanno saputo ispirare - sottolinea il curatore della mostra, professor Caretti - intere generazioni e suscitare echi così profondi e duraturi, anche all'estero, come Matteotti, ma pochi sono stati al tempo stesso glorificati e meno conosciuti. (...)". La mostra vuole sottrarre la figura di Giacomo Matteotti a una astratta rappresentazione del martire e restituire la corposità della sua presenza reale nei luoghi, nelle umane relazioni, nelle scelte ideali e culturali, che lo videro operare dalla sua appartata periferia polesana per giungere alle esperienze ai vertici della politica nazionale.

La mostra si sviluppa come una sorta di racconto per immagini e documenti, sovente di rara reperibilità, che riescono, con la loro pregnante immediatezza visiva, a ricostruire il senso complessivo di una vita non racchiudibile nella pur nobile fissità del martirologio, ma che anzi in tal modo spiega quel percorso di rigoroso impegno civile e di dovere etico capace di giungere al sacrificio estremo. La sua rappresentazione di organizzatore di leghe e cooperative, amministratore locale, deputato in Parlamento nella irriducibile opposizione al fascismo, e infine segretario del Partito socialista unitario, restituisce una nuova e concreta immagine di Giacomo Matteotti.

Mostra promossa dal Comitato Provinciale per le Celebrazioni del Centenario della morte di Giacomo Matteotti e dalla Regione del Veneto, con il sostegno della Fondazione Cariparo, e la collaborazione dell'Archivio di Stato di Rovigo, della Direzione Musei regionali Veneto del Ministero della Cultura e il patrocinio del Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Centenario della morte di Giacomo Matteotti, della Fondazione di studi storici "Filippo Turati" di Firenze e della Fondazione Giacomo Matteotti di Roma. Alla mostra rodigina ha assicurato la sua collaborazione anche il Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso (Ministero della Cultura), che metterà a disposizione un corpus di manifesti che documentano quanto la vicenda Matteotti abbia influito nell'Italia del tempo. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio ESSECI)




Opera in puntasecca su vetro sintetico di mm 300x420 denominata Cancelleria Daniela Savini nel 2023 Daniela Savini
"L'Archivio Inciso"


15 marzo (inaugurazione) - 30 giugno 2024
Sala della Biblioteca dell'Archivio di Stato di Modena
www.savinidaniela.it

Esposizione di incisioni dell'artista Daniela Savini dedicata al patrimonio archivistico presente nei depositi, curata da Gilberto Zacchè. La mostra - con il patrocinio dell'ALI (Associazione Liberi Incisori) e il contributo dell'ANAI Sezione Emilia-Romagna - è stata voluta dalla direttrice Lorenza Iannacci per richiamare e dare nuova luce al patrimonio documentario che ospita nei depositi. Un viaggio attraverso le incisioni che conduce l'osservatore a conoscere i depositi ottocenteschi di un Archivio, quello di Modena, tra i più grandi e prestigiosi d'Italia.

L'esposizione comprende incisioni realizzate in passato per l'Archivio di Stato di Mantova e inediti, di recente realizzazione, sui depositi modenesi. Sarà disponibile un catalogo a tiratura limitata di 500 copie, realizzato a cura dell'ALI Associazione Liberi Incisori, che riporta l'intero progetto L'archivio Inciso, sia testi che incisioni. Catalogo edito dalla Tipografia Irnerio di Bologna, tiratura di 500 copie su carta patinata 150 gr., con testi del Direttore dell'Archivio di Stato di Modena Lorenza Iannacci, Gilberto Zacchè, Marzio Dall'Acqua, Renata Casarin, Luisa Onesta Tamassia, Direttore dell'Archivio di Stato di Mantova e Guido Signorini.

Renata Casarin scrive: "Ogni artista lavora sull'immensa memoria della storia dell'arte, non c'è opera che non scaturisca dal deposito infinito dei segni tracciati, colorati, incisi dai nostri antenati che hanno sentito milioni e milioni di anni fa il bisogno di lasciare traccia del loro passaggio, del loro esserci, del loro modo di abitare la terra. Il lavoro sottile, delicato e forte insieme che Daniela Savini ci consegna mediante le sue tavole su carta Fabriano e sono frutto di un laborioso processo di distillazione di immagini fotografiche scattate in un sito che è stato ed è luogo di studio, di formazione, di creazione artistica.

L'Archivio di Stato di Mantova prima e ora l'Archivio di Stato di Modena sono i terreni privilegiati per dar forma di foglio in foglio alla reificazione dell'Archivio non solo come ufficio amministrativo statale quanto come edificio che esibisce, con la sua articolata membrana di scale, di accessi, di scaffali, di meandri la struttura portante dei fondi con le migliaia di carte sparse, di faldoni, di atti che svelano a chi sa leggerli i documenti della storia di una città, di un contado, di una provincia, di una famiglia. Assistiamo a un duplice movimento allorché le carte, con i loro recto e verso, vergate in calligrafie antiche e più recenti, quasi per omologia traspongono il loro dicibile sul piano del foglio inchiostrato e prima ancora sulla lastra di plexiglas solcata dalla punta d'acciaio con cui Daniela Savini scrive e riscrive l'alfabeto della redazione per immagine dell'Archivio."

Immagine:
Daniela Savini, Cancelleria, 2023, puntasecca su vetro sintetico mm 300x420

Locandina della mostra




Ebrei nel Novecento italiano
29 marzo - 06 ottobre 2024
Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - Ferrara
www.meis.museum

Un nuovo capitolo a un programma espositivo pluriennale, che ricostruisce la bimillenaria storia dell'ebraismo in Italia. L'esposizione, a cura dello storico Mario Toscano e dell'editore e divulgatore scientifico Vittorio Bo, con l'allestimento a cura dell'architetto Antonio Ravalli, offre un racconto dettagliato del XX secolo attraverso la storia, l'arte e la vita quotidiana degli ebrei italiani. Il progetto illustra il complesso percorso prima di acquisizione della cittadinanza, poi di perdita e infine di riacquisizione dei diritti, da parte di una minoranza che si è riconosciuta e integrata nella vita italiana, mantenendo salda la propria identità culturale e religiosa e offrendo un contributo di rilievo alla costruzione dello Stato e allo sviluppo della società nazionale.

«Affrontare la complessa storia dell'ebraismo italiano nel XX secolo attraverso una mostra ha richiesto un tentativo di sintesi non indifferente e allo stesso tempo una accurata attenzione alla ricchezza e alla drammaticità di molti momenti cruciali per la storia d'Italia». - Raccontano i curatori dell'esposizione Vittorio Bo e Mario Toscano - «La funzionalità dei mezzi utilizzati (fotografie, opere d'arte, filmati, oggetti e altro) è stata di aiuto per rendere percorribile l'esposizione a più livelli, attraverso forme di linguaggio destinate ad ogni tipologia di pubblico». (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Futurismo di carta
"Immaginare l'universo con l'arte della pubblicità"


01 marzo - 30 giugno 2024
Museo nazionale Collezione Salce (Complesso di San Gaetano) - Treviso

"Futurismo di carta", parte seconda. La mostra, curata da Elisabetta Pasqualin con la collaborazione di Sabina Collodel, è dedicata agli anni che precedono il secondo conflitto mondiale, quando, tra il 1930 e il 1940, il futurismo raggiunge l'apice del suo sviluppo, con l'aeropittura che, trasposta in grafica, esalta il volo e le imprese aviatorie, la vista dall'alto per riplasmarsi nell'avvicinamento al surrealismo. I manifesti, e altrettanto la pittura, riflettono il clima del momento. In un'Italia che sta trasformandosi da paese agricolo a industriale, con l'industria aereonautica e quella automobilista al centro della scena.

Le cronache enfatizzano le imprese solitarie di aviatori italiani, i nuovi eroi popolari. Le ali italiane battono ogni record di velocità, distanza, altezza e diventano la testimonianza evidente di uno stato nuovo, potente, protagonista della scena mondiale. Cresce l'orgoglio nazionale, attentamente catalizzato dalla propaganda del regime fascista. Restavano ancora nella memoria collettiva l'impresa dannunziana del volo su Vienna del 1918 non meno dei mitici duelli di Francesco Baracca sui cieli del Montello.

Colpisce l'impresa di Francesco De Pinedo che plana il suo idrovolante Savoia Marchetti sul Tevere, accolto da Mussolini e da una gran folla, dopo aver raggiunto l'Australia: 55 mila chilometri sul mare o sui grandi fiumi, in 80 tappe. Lo stesso De Pinedo, pochi mesi dopo, vola dall'Italia alle due Americhe, per poi fare ritorno in Italia. E con De Pinedo, il vicentino Arturo Ferrarin, protagonista del raid Roma-Tokyo e del primato del volo: 58 ore in circuito chiuso. Italo Balbo nel 1931 compie il "volo di massa" verso il Brasile; nel '33 sarà la volta della Crociera aerea del Decennale, la trasvolata Roma-New York per festeggiare il decennale del regime.

Lo "spirulare" su città e campagne affascina e coinvolge artisti che, come Depero - che a Rovereto era cresciuto accanto al pioniere dell'aviazione Gianni Caproni - vogliono provare l'esperienza del volo. Ricavandone visioni nuove, allontanandosi dalle cose terrene, a rinnovare la visione del mondo. "Uno slancio, un salto di livello e valori che si evidenzia in pittura quanto nella grafica pubblicitaria", anticipa la curatrice Elisabetta Pasqualin. "Permangono i colori accesi e contrastanti che già erano in uso nella prima fase della grafica futurista, ma il lettering diventa meno predominante, partecipa ancora al movimento e alle linee presenti nel manifesto, ma torna anche ad essere corredo esplicativo delle immagini.

Aumenta, naturalmente, il numero di manifesti incentrati sul tema del volo e delle manifestazioni aereonautiche. La mostra, accanto a creazioni di Di Lazzari, Martinati, Garretto, propone il "Manifesto per l'esposizione aeronautica italiana", opera del 1934 dell'unica artista donna presente in mostra, Carla Albini. Si riconferma il binomio automobile-areo espressione di dinamismo e velocità. Nelle macchine, scie di colore, circuiti automobilistici, linee a zig zag e a spirale. Il cielo, la terra ma anche l'acqua: motoscafi che sfrecciano lasciando profonde scie e lanciano alti spruzzi, eliche in primo piano (Codognato, Riccobaldi Del Bava) Complice la spinta alle attività sportive, protagonista di molti manifesti di questo momento è il corpo in movimento, quale strumento dinamico: nuoto, tennis, rugby (Mancioli. Boccasile).

La figura umana viene ancora interpretata in chiave di modernità per impersonare le continue novità dell'industria: l'uomo Fiat di Nizzoli o il meccanismo antropomorfo dello Sniafiocco di Araca (Enzo Forlivesi), per esempio. Anche il volto umano diventa spesso soggetto di affiche, scomposto in chiave quasi cubista, geometrizzato o reso quasi un sogno, come nel manifesto per Illy Caffè di Xanti). A proporre una visione onirica e irrazionale, libera da suggestioni logiche. E la grafica si dimostra già pronta a voltare pagina". (Comunicato ufficio stampa Studio ESSECI)




Fotografia con carta cotone certificata in formati di cm 50x70 e 60x90 denominata Sicilia - Scala dei Turchi realizzata da Claudio Argentiero realizzata nel 2017 Claudio Argentiero
"Paesaggi"


Barbara Frigerio Gallery - Milano
www.barbarafrigeriogallery.com/artisti/claudio-argentiero

Alcune fotografie di Claudio Argentiero, personalità attiva da più di trent'anni nel mondo della fotografia, tra progetti personali e curatela di mostre. Da sempre interessato alla documentazione del territorio e ai mutamenti avvenuti nel tempo, legati al decadimento dell'industria manifatturiera e alla trasformazione del paesaggio. Nelle sue corde l'interesse per il territorio che non fa clamore, ambito da indagare e rivelare attraverso sguardi personali che riportano il quotidiano alla poetica delle piccole cose. (Estratto da comunicato di presentazione)

Immagine:
Claudio Argentiero, Sicilia - Scala dei Turchi, 2017, carta cotone certificata, formati cm 50x70 e 60x90




Bruno Munari. Tutto
16 marzo - 30 giugno 2024
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

Mostra su una delle più iconiche figure del design e della comunicazione visiva del XX secolo realizzata dopo le memorabili esposizioni della Rotonda della Besana (2007) a Milano, e dell'Ara Pacis (2008) a Roma. Viene così celebrato uno dei più grandi geni creativi del Novecento, l''inventore' Bruno Munari (Milano 1907-1998), definito da Pierre Restany il Leonardo e il Peter Pan del design italiano.

Nella mostra sono concentrati settant'anni di idee e di lavori - Munari aveva iniziato la propria attività durante il cosiddetto Secondo Futurismo, attorno al 1927 - in tutti campi della creatività, dall'arte al design, dalla grafica alla pedagogia: proprio per la difficoltà di dirimere chiaramente i territori linguistici da lui affrontati nel corso del tempo, la rassegna non sarà suddivisa per tipologie o per cronologia, ma per attitudini e concetti, in modo da poter mostrare i collegamenti e le relazioni progettuali tra oggetti anche apparentemente molto diversi l'uno dall'altro.

Grafica, oggetti, opere d'arte, "Tutto" risponde a un metodo progettuale che si va precisando con gli anni, con i grandi corsi nelle università americane e con il progetto più ambizioso, che è quello dei laboratori per stimolare la creatività infantile, che dal 1977 sono tuttora all'avanguardia nella didattica dell'età prescolare e della prima età scolare. Il lavoro di Munari negli ultimi anni è stato oggetto di una rinnovata attenzione, finalmente anche in campo internazionale, dopo i riconoscimenti ottenuti in vita, soprattutto in Paesi quali il Giappone, gli Stati Uniti, la Francia, la Svizzera e la Germania, oltre naturalmente all'Italia.

"Munari - spiega Marco Meneguzzo insigne studioso munariano e curatore della mostra - è una figura molto attuale nella società liquida odierna, nella quale non ci sono limiti fra territori espressivi. È un esempio di flessibilità, di capacità di adattamento dell'uomo all'ambiente. Il suo metodo consiste nello scoprire il limite delle cose che ci circondano e di volerlo ogni volta superare".

Un ricco catalogo con un saggio del curatore Meneguzzo (insieme a Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca), con inediti contributi critici centrati su singoli "casi-studio" dei più importanti studiosi di Munari, oltre alla pubblicazione di tutte le circa 250 opere esposte, verrà edito da Dario Cimorelli Editore. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio ESSECI di Sergio Campagnolo)




Locandina della mostra Backstage con in esposizione fotografie di Mimmo Cattarinich, Pier Paolo Pasolini e Maria Callas durante le riprese del film Medea Backstage
Mimmo Cattarinich e la magia del fotografo di scena


09 febbraio - 16 giugno 2024
Museo Villa Bassi Rathgeb - Abano Terme (Padova)

I volti di grandi attori e registi della storia del cinema internazionale come Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, Anthony Quinn, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Capucine, Catherine Deneuve, Roberto Benigni, Claudia Cardinale, Maria Callas ma anche protagonisti contemporanei come Giuseppe Tornatore, Pedro Almodovar, Antonio Banderas, Javier Bardem, Isabelle Huppert, Rupert Everett, Rutger Hauer, Carlo Verdone, Monica Bellucci, Natalie Portman e Penelope Cruz sono soltanto alcuni dei protagonisti delle fotografie di Mimmo Cattarinich, al quale il Museo dedica la mostra a cura di Dominique Lora.

Cento fotografie provenienti dall'immenso archivio dell'Associazione culturale Mimmo Cattarinich di Roma, per raccontare la storia del cinema italiano e internazionale dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Cinema e fotografia, linguaggi visivi nati quasi simultaneamente, da sempre condividono e scambiano tecniche narrative e ispirazioni estetiche, generando quella complessa rete di rapporti che stimola sperimentazione e creatività, una dicotomia narrativa nata da un dialogo naturale. La fotografia documenta il cinema e ne rivela il gesto celato, l'emozione rubata, ritraendo in immagini istanti di vita dietro le quinte: è un linguaggio complementare capace di mettere a nudo i soggetti, svelandone i misteri e raccontandone la vulnerabilità.

Guardare il cinema attraverso l'obiettivo del fotografo di scena è un'esperienza complessa, interdisciplinare e organizzata attorno a tre grandi soggetti che, smascherando la finzione cinematografica, rivelano tutta l'essenza umanistica di questa ricerca: la rappresentazione del reale dietro le quinte, il ritratto dell'attore all'interno e oltre la scena e il rapporto tra cinema e arte. Ad accomunare i soggetti ritratti da Mimmo Cattarinich è la tensione alla diversità: alterazioni corporee, atteggiamenti di sfida o di esibizione, caratteristiche che contribuiscono a renderli veri, trasparenti e vulnerabili. Il fotografo traspone su pellicola sogni ed emozioni dei singoli individui, rivelandone la realtà presente e le aspirazioni. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Locandina Pop Beat 1960-1979 POP/BEAT - Italia 1960-1979
"Liberi di Sognare"


02 marzo - 30 giugno 2024
Basilica Palladiana - Vicenza

Per la prima volta vengono raccontate ed esposte insieme le generazioni Pop e Beat italiane, testimoni di un sentire comune di quegli anni, legato a una visione ottimistica del futuro e all'impegno movimentista del Sessantotto, rendendosi quindi originali e autonome dalle suggestioni Pop e Beat americane, per troppi anni indicate come determinanti. Sarà messa in evidenza l'unicità propositiva e la statura assoluta della Pop italiana in Europa, nonché le differenze sostanziali e l'autonomia dei suoi artisti rispetto a quelli americani.

In Italia si alimenterà infatti una frequentazione dal basso, sensibile alla tradizione artistica nazionale, al paesaggio, all'avanguardia futurista, che sarà protagonista dei mutamenti sociali, politici e culturali nelle piazze, nelle strade, nelle fabbriche, nelle università: istanze diventate oggetto di gran parte delle opere e dei documenti esposti. Distanti, quindi, da quelle degli artisti e letterati americani, presto vezzeggiati in ambito mercantile e universitario, spesso ricevuti come autentiche star e orientati all'evidenza dei prodotti di consumo della società di massa amplificati dalla pubblicità.

La sezione Pop, con quasi un centinaio di opere selezionate di trentacinque artisti, privilegerà i grandi formati che verranno spettacolarizzati da un'ampia sezione di sculture. Saranno presenti opere di Valerio Adami, Franco Angeli, Enrico Baj, Paolo Baratella, Roberto Barni, Gianni Bertini, Alik Cavaliere, Mario Ceroli, Claudio Cintoli, Lucio Del Pezzo, Fernando De Filippi, Bruno Di Bello, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Pietro Gallina, Piero Gilardi, Sergio Lombardo, Roberto Malquori, Renato Mambor, Elio Marchegiani, Umberto Mariani, Gino Marotta, Titina Maselli, Fabio Mauri, Aldo Mondino, Ugo Nespolo, Pino Pascali, Michelangelo Pistoletto, Concetto Pozzati, Mimmo Rotella, Sergio Sarri, Mario Schifano, Giangiacomo Spadari, Tino Stefanoni, Cesare Tacchi, Emilio Tadini.

La temperatura Beat in mostra sarà garantita dalla musica di quegli anni, diffusa in loop, e rappresentata dai rari documenti originali di Gianni Milano, mentore di un'intera generazione, Aldo Piromalli, Andrea D'Anna, Gianni De Martino, Pietro Tartamella, Eros Alesi, Vincenzo Parrella e molti altri, nonché dalla vicenda artistica militante dell'Antigruppo siciliano.

Alla generazione Beat, fino ad oggi conosciuta (poco) per i fermenti a Milano e Torino, verrà finalmente restituita un'identità nazionale, considerando la generosa e meno nota esperienza proprio dell'Antigruppo siciliano, guidato dalla figura carismatica di Nat Scammacca, di cui saranno esposte le pubblicazioni fondative, relative alla sua Estetica Filosofica Populista. Antigruppo in chiara polemica con la Beat salottiera ed egemonica del Gruppo '63, legato all'influenza dei grandi editori del nord e dei concorsi letterari, e molto meno attento alle pulsioni popolari. Antigruppo che merita quindi un'attenta rivalutazione per la sua attività artistica e sociale meritoria, spontanea, instancabile.

Il progetto di Floreani ricontestualizzerà la stessa natura della Pop e della Beat italiane, dando priorità a ciò che gli artisti stessi dichiaravano circa la loro ricerca, non sentendosi spesso affatto etichettabili come Pop, proprio per l'originalità del loro punto di vista rispetto agli americani, nonché percorrendo un tragitto che dalla Libertà di sognare approderà fatalmente alla Fine del sogno degli anni di piombo, della disillusione e della diffusione delle droghe pesanti, messe in scena in tutta la loro crudezza al Festival di Castelporziano nel 1979.

Eventi collaterali ad hoc saranno proposti in alcuni dei principali luoghi monumentali della città, in collaborazione con la Biblioteca civica Bertoliana, il festival New Conversations - Vicenza Jazz, il Cinema Odeon, il Festival di poesia contemporanea e musica Poetry Vicenza, il Centro di produzione teatrale La Piccionaia, l'Associazione culturale Theama Teatro e il Conservatorio di musica di Vicenza "Arrigo Pedrollo". Anche le scuole saranno coinvolte, a partire da una specifica sezione didattica allestita al piano terra della Basilica Palladiana, nel Salone degli Zavatteri. La mostra sarà accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, a cura di Roberto Floreani, con testi di Roberto Floreani, Gaspare Luigi Marcone, Alessandro Manca. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci - Sergio Campagnolo)




Opera di 25x32cm stampata da Mourlot dalla CollezioneArtBookWeb denominata Lithographie III realizzata da Mirò nel 1972 Litografia di 48x33,5cm denominata Le lézard aux plumes d'or 3 realizzata da Mirò nel 1967, dalla Collezione Bertrand Champetier Mirò - La gioia del colore
20 gennaio - 07 luglio 2024
Palazzo della Cultura - Catania
www.navigaresrl.com/mostra/omaggio-a-miro

Dopo Trieste e Torino, Catania ospita il terzo capitolo di una serie di mostre dedicate al grande maestro catalano. A cura di Achille Bonito Oliva in collaborazione con MaïthéVallès- Bled e Vincenzo Sanfo. Il progetto espositivo è promosso da Navigare con il patrocinio della Regione Siciliana, dell'Assessorato dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana, del Comune di Catania - Direzione Cultura e dell'Ambasciata di Spagna, in coproduzione con Art Book Web e Diffusione Cultura. Radio KissKiss e Catania Today sono media partner e Sky Arte è media cover dell'evento.

"Miró - La gioia del colore" raccoglie circa un centinaio di opere che coprono un arco temporale di circa sessant'anni - dal 1924 al 1981 - dipinti, tempere, acquerelli, disegni, sculture e ceramiche, oltre ad una serie di opere grafiche, libri e documenti - provenienti da collezioni private italiane e gallerie francesi. Ad arricchire e ampliare il percorso espositivo dalla doppia lettura cronologica e tematica ci sarà anche unasezionefotografica e video che approfondirà alcuni aspetti della vita privata e pubblica dell'artista surrealista. Ulteriori sezioni di questa mostra antologica su Miró è quella focalizzata sui suoi lavori grafici realizzati quando collaborava con la famosa rivista Derriere le Miroir, edita dalla galleria Maeght e quella multimediale. Le aree tematiche: 1.Ceramiche, 2.Poesia, 3.Litografie, 4.Pittura, 5.Derrier le Miroir, 6.Manifesti, 7.Musica

Dopo aver studiato economia, a seguito di un importante problema di salute, Mirò (Barcellona, 1893) si trasferisce a Parigi dove incontra Picasso e frequenta il circolo Dada di Tristan Tzara dedicandosi alla pittura, alla scultura e alla ceramica. Dopo dodici anni, ritorna in Spagna da cui riparte di nuovo alla volta di Parigi a seguito del secondo conflitto mondiale. Quando però le truppe naziste assediarono la capitale francese, decise di andare a Palma di Maiorca, dove morì nel 1983 all'età di cento anni.

Maestro indiscusso del surrealismo, Miró ha sin da subito espresso il suo biasimo nei confronti della pittura convenzionale. Per lui il mondo reale, ciò che ci circonda è solo la realtà. La realtà per Miró è un punto di partenza, mai di arrivo. Le opere di Miró nascono dallo stretto legame tra le tinte forti del giallo giallo, nero, rosso o blu e il suo segno sintetico che insieme rileggono la realtà circostante sottraendole tutto ciò che non è essenziale. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Mirò, Lithographie III, 1972, stampata da Mourlot 25x32cm, Collezione Art Book Web
2. Mirò, Le lézard aux plumes d'or 3, 1967, litografia 48x33,5cm, Collezione Bertrand Champetier
Locandina della mostra




Copertina del numero di giugno, luglio e agosto 2021 del mensile d'arte Archivio Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione

ANNO XXXVI
N. 4 - Aprile 2024
N. 3 - Marzo 2024
N. 2 - Febbraio 2024
N. 1 - Gennaio 2024






Fotografia in bianco e nero scattata da Fred Stein che ritrae Robert Capa e Gerda Taro a Parigi nel 1936 Robert Capa e Gerda Taro: la fotografia, l'amore, la guerra
14 febbraio - 02 giugno 2024
CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia - Torino
www.camera.to

Un'altra grande mostra - dopo le personali dedicate a Dorothea Lange e André Kertész - che racconta con circa 120 fotografie uno dei momenti cruciali della storia della fotografia del XX secolo, il rapporto professionale e affettivo fra Robert Capa e Gerda Taro, tragicamente interrottosi con la morte della fotografa in Spagna nel 1937.

Fuggita dalla Germania nazista lei, emigrato dall'Ungheria lui, Gerta Pohorylle e Endre - poi francesizzato André - Friedmann (questi i loro veri nomi) si incontrano a Parigi nel 1934, e l'anno successivo si innamorano, stringendo un sodalizio artistico e sentimentale che li porta a frequentare i cafè del Quartiere Latino ma anche ad impegnarsi nella fotografia e nella lotta politica. In una Parigi in grande fermento ma invasa da intellettuali e artisti da tutta Europa, trovare committenze è però sempre più difficile.

Per cercare di allettare gli editori, è Gerta a inventarsi il personaggio di Robert Capa, un ricco e famoso fotografo americano arrivato da poco nel continente, alter ego con il quale André si identificherà per il resto della sua vita. Anche lei cambia nome e assume quello di Gerda Taro. L'intensa stagione di fotografia, guerra e amore di questi due straordinari personaggi è narrata nella mostra di CAMERA - curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi - attraverso le fotografie di Gerda Taro e quelle di Robert Capa, nonché dalla riproduzione di alcuni provini della celebre "valigia messicana", contenente 4.500 negativi scattati in Spagna dai due protagonisti della mostra e dal loro amico e sodale David Seymour, detto "Chim".

La valigia, di cui si sono perse le tracce nel 1939 - quando Capa l'ha affidata a un amico per evitare che i materiali venissero requisiti e distrutti dalle truppe tedesche - è stata ritrovata solamente nel 2007 a Mexico City, permettendo di attribuire correttamente una serie di immagini di cui fino ad allora non era chiaro l'autore o l'autrice. La mostra sarà accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore con testi dei curatori. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Una veduta di Trieste in una fotografia scattata da Giuseppe Wulz Giuseppe Wulz
Foto storiche di Trieste realizzate a fine 800


Barbara Frigerio Gallery - Milano
Rassegna di fotografie di Giuseppe Wulz

Giuseppe Wulz (Cave del Predil, 1843) si trasferisce a Trieste nel 1851. Nel 1866 inizia a lavorare come apprendista presso lo studio del fotografo Wilhelm Friedrich Engel, chiamato a Trieste dal Lloyd austriaco. Nel 1868 apre uno studio, insieme a un altro allievo di Engel, Luigi Boccalini, in piazza della Borsa 10, dal nome "Allievi di G. Engel G. Wulz e L. Boccalini". Nel gennaio 1875 inaugura lo Stabilimento fotografico G. Wulz - Allievo di G. Engel - Corso 9, dirimpetto all'Aquila Nera-Trieste, come è indicato sul retro di molte sue fotografie.

Qui resta fino al 1890, espone le fotografie in vetrina. Dal 1891 Giuseppe apre uno studio a Palazzo Hirschl in Corso Italia n. 19, nell'attuale Galleria Rossoni, dove proseguiranno l'attività, prima il figlio Carlo, e poi le nipoti Wanda e Marion. Lo studio è pubblicizzato nei giornali dell'epoca in questo modo: Io sottoscritto partecipo a questo rispettabile Pubblico d'aver aperto il mio Nuovo Stabilimento Fotografico situato nel ben noto Palazzo Hirschel in Corso Numero 19 piano secondo. I locali vastissimi si presentano comodi al Pubblico tanto per la posizione centrica che per la gran comodità della magnifica scala. Lusingandomi di venir onorato da numerosa clientela, mi segno devotissimo G. Wulz fotografo.

Sviluppa un'intensa attività, in particolare di ritrattista. È amico di vari personaggi della scena culturale triestina. Il suo atelier diviene un punto di incontro-cenacolo. La sua attività di fotografo è al servizio di un pubblico eterogeneo. Oltre al ritratto, Giuseppe Wulz documenta lo sviluppo della città, letta attraverso il porto, le rive, le vedute dal mare. Non mancano le panoramiche commerciali, come le immagini di Miramare, vendute anche in forma di stereoscopia. Solo il primogenito Carlo proseguirà l'attività paterna (il figlio Guglielmo lavora solo per un breve periodo presso lo studio). Giuseppe cede l'attività al figlio nel 1914 e muore il 15 marzo 1918. (Comunicato di presentazione)




Dipinto a olio su tela di cm 65x81 denominato La Falaise et la Porte d'Aval realizzato da Claude Monet nel 1885 Opere in viaggio
Un dipinto di Claude Monet alla Collezione Cerruti


25 novembre 2023 - 18 agosto 2024
Castello di Rivoli
www.castellodirivoli.org

Esposizione di La Falaise et la Porte d'Aval, di Claude Monet (Parigi, 1840 - Giverny, 1926), a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Fabio Cafagna. La prima collaborazione del programma Opere in viaggio coinvolge il Museum Barberini di Potsdam che, insieme alla Staatsgalerie Stuttgart, ha richiesto il prestito del dipinto di Amedeo Modigliani, Jeune femme à la robe jaune (Renée Modot), 1918, olio su tela, 92x60 cm, in occasione della mostra Modigliani: Modern Gazes, a cura di Ortrud Westheider e Christiane Lange con Nathalie Frensch, che si terrà dal 24 novembre 2023 al 17 marzo 2024 alla Staatsgalerie Stuttgart e dal 26 aprile al 18 agosto 2024 al Museum Barberini di Potsdam.

Il Museum Barberini, inaugurato nel 2017 nel centro storico di Potsdam per volontà dell'imprenditore, collezionista e mecenate Hasso Plattner, fondatore di una delle più grandi società di software, la tedesca SAP, ospita una collezione straordinaria, che comprende sculture antiche, dipinti barocchi e impressionisti, oltre a opere di Rembrandt van Rijn, Vincent van Gogh, Pablo Picasso e Gerhard Richter, mostrando, in linea con la Collezione Cerruti, un'idea di collezionismo che attraversa epoche e stili diversi.

Alla partenza dell'opera di Amedeo Modigliani corrisponde l'arrivo nelle sale di Villa Cerruti del dipinto di Claude Monet, La Falaise et la Porte d'Aval, 1885, olio su tela, 65 x 81 cm, del Museum Barberini. La presenza a Villa Cerruti di un'importante opera di Monet, artista mai acquistato da Cerruti, integra l'interesse dimostrato dal collezionista per il movimento impressionista, che negli anni si è manifestato con l'acquisizione di opere di Alfred Sisley, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne e dell'italiano Federico Zandomeneghi.

Claude Monet è annoverato tra i più grandi protagonisti della rivoluzione impressionista francese, di cui fu probabilmente lo spirito più risoluto, prolifico e coerente. Per tutta la vita rimase fedele agli innovativi principi del movimento, per esempio dipingendo sempre en plein air - all'aria aperta - e praticando una pittura di paesaggio fatta di piccoli tocchi di colore e di rapide pennellate che, evitando una rappresentazione dettagliata del reale, era in grado, invece, di cogliere a pieno i mobili riflessi della luce del sole sull'acqua e di trasformare la solidità di una scogliera in una massa fluida d'impressioni vibranti.

Infaticabile, Monet viaggiava armato di pennelli per catturare le variazioni atmosferiche, il mutare dei cieli e delle nuvole, lavorando sul motivo in serie divenute celebri, dalla cattedrale di Rouen ai covoni, ai pioppi, fino a questa scogliera. La casa di Giverny in Normandia, nella quale si trasferì nel 1883, si trasformò negli anni della vecchiaia in un paradiso privato, un esclusivo giardino d'acqua con ninfee e un ponte giapponese pensato per i suoi occhi stanchi, ormai minacciati dalla cecità.

Il dipinto La Falaise et la Porte d'Aval di Monet, scelto per la casa-museo di Rivoli, è stato realizzato alla metà degli anni ottanta dell'Ottocento, periodo in cui l'artista viaggiò intensamente visitando più volte le coste settentrionali della Francia e, in particolare, la località di Étretat, in Normandia, famosa per le sue spettacolari scogliere e il caratteristico arco in pietra naturale della Porte d'Aval. Di tutte le regioni visitate in quel periodo, la costa normanna, con le sue località balneari, fu senza dubbio quella che affascinò maggiormente l'artista.

Fu durante un'escursione a Étretat al principio del 1883 che, di fronte alle drammatiche formazioni rocciose della Porte d'Aval, Monet iniziò a interessarsi al motivo della falesia, traendo ispirazione, inoltre, dal precedente di Gustave Courbet (Ornans, 1819 - La Tour-de-Peilz, 1877) La Falaise d'Étretat après l'orage, 1870, opera ben accolta dalla critica al Salon di Parigi del 1870 e oggi conservata al Musée d'Orsay di Parigi. Monet scriveva, infatti, alla futura moglie Alice Hoschedé: «Voglio dipingere un grande quadro delle scogliere di Étretat, anche se è piuttosto audace da parte mia farlo dopo Courbet, che lo ha fatto in modo così mirabile; ma cercherò di farlo in modo diverso».

Monet dedicò alla falesia di Étretat svariati dipinti, tutti realizzati tra il 1883 e il 1885, nei quali scelse di variare metodicamente non solo l'ora del giorno e le condizioni meteorologiche della ripresa, ma anche il punto di osservazione. Étretat fu anche il luogo in cui Monet conobbe lo scrittore Guy de Maupassant (Tourville-sur-Arques, 1850 - Parigi, 1893), che in seguito tracciò un folgorante ritratto dell'artista:

«Ho seguito spesso Monet alla ricerca di "impressioni", ma in verità, egli non era ormai più un pittore, ma un cacciatore. Camminava, seguito da alcuni bambini che portavano le sue tele [...]. Le prendeva o le lasciava, seguendo ogni mutamento del cielo e aspettava, spiava il sole e le ombre, catturava con qualche colpo di pennello il raggio a perpendicolo o la nube vagante e, eliminato ogni indugio, li trasferiva rapidamente sulla tela. L'ho visto cogliere così una cascata scintillante di luce sulla scogliera bianca e fissarla con un profluvio di toni gialli che rendevano in modo strano l'effetto sorprendente e fugace di quel riverbero inafferrabile e accecante. Un'altra volta prese a piene mani un temporale abbattutosi sul mare e lo gettò sulla tela. Ed era davvero la pioggia che aveva dipinto, nient'altro che la pioggia che penetrava le onde, le rocce e il cielo appena individuabili sotto quel diluvio».

In La Falaise et la Porte d'Aval del Museum Barberini, lo sguardo dell'osservatore si muove, lungo una traiettoria a forma di arco, dalle scogliere illuminate dal sole in primo piano a sinistra verso il centro della composizione. Una materica pennellata di rosa intenso segna la breccia nella scogliera e crea un suggestivo accento cromatico, sottilmente echeggiato dai riflessi che si propagano sulla superficie dell'acqua. Come nella maggior parte delle tele dedicate alla costa atlantica, anche in questo caso il pittore ha scelto una scena deserta, priva di esseri umani, in modo da evocare un sentimento assoluto di contemplativa osservazione della natura.

Se nel dipinto di Courbet gli elementi erano chiaramente tracciati e resi figurativamente nel dettaglio, la tela di Monet si caratterizza per la pennellata sciolta e la resa degli effetti luminosi cangianti tipiche della sua produzione impressionista degli anni ottanta del XIX secolo. Questo movimento verso una sempre maggiore libertà espressiva, accompagnato da un progressivo distacco dal figurativo, si compirà in pieno nelle ultime tele del pittore, quelle che ormai anziano, nei primi decenni del Novecento, dedicherà alle ninfee del giardino di Giverny.

Il dipinto è appartenuto al cantante lirico parigino Jean-Baptiste Faure (Moulins, 1830 - Parigi, 1914), tra i più importanti e primi sostenitori degli impressionisti, che lo acquistò nel 1886 direttamente dall'artista, per poi passare, agli inizi del nuovo secolo, alla galleria Durand-Ruel di Parigi. Dopo essere transitato in alcune collezioni parigine, negli anni settanta del Novecento fu acquisito da una raccolta privata statunitense. L'ingresso nella collezione di Hasso Plattner avvenne nel 2010. (Comunicato ufficio Stampa Castello di Rivoli)

Immagine:
Claude Monet, La Falaise et la Porte d'Aval, 1885, olio su tela cm 65x81




Premiazione URBAN Photo Awards 2023 I vincitori della 14. edizione di URBAN Photo Awards 2023
www.urbanphotoawards.com

La fotografa russa Natalya Saprunova con lo scatto Going to save themselves from the abnormal heat è la Vincitrice Assoluta di URBAN Photo Awards 2023, scelta dal presidente della giuria Alec Soth tra i primi classificati delle quattro categorie Streets, People, Spaces and Creative della sezione Foto Singole. La Vincitrice è stato annunciata e premiato dal vivo durante la cerimonia degli URBAN Photo Awards, sabato 28 ottobre presso l'Auditorium del Museo Revoltella di Trieste, nell'ambito della decima edizione del Festival Internazionale di Fotografia Urbana Trieste Photo Days 2023. Secondo Alec Soth, "lo scatto di Natalya è l'esempio perfetto di come la ricerca della perfezione tecnica diventi un ostacolo quando si tratta di giudicare l'arte".

Il vincitore della sezione Projects & Portfolios è The Post-industrial Rust Belt, del fotografo americano Andrew Borowiec. Il progetto di Andrew racconta il degrado e la desolazione della ruggine post-industriale in America, il territorio che fu il cuore industriale americano e che si estende dallo stato di New York alle sponde del lago Michigan, a ovest e negli Appalachi a sud del fiume Ohio, in costante declino dagli anni '80. The Post-industrial Rust Belt è stato scelto da Jérôme Sessini, che ha dichiarato: "Ho scelto il lavoro di Andrew perché mi sembra il lavoro più riuscito, tecnicamente e giornalisticamente. Vedo l'impegno del fotografo, la sua giusta distanza e il suo rifiuto dei soliti espedienti per cercare di sedurre il pubblico".

Kadir van Lohuizen, giurato designato della sezione URBAN Book Award, ha premiato CAFUNÉ del fotografo spagnolo Rafael Fabrés. Il nuovo premio URBAN Press Award è stato vinto dall'autore polacco Krzysztof Bednarski con il suo progetto Parisian Night Stories. Il vincitore del premio URBAN Press Award sarà selezionato e pubblicato dalla migliore stampa specializzata nel campo della fotografia. Il vincitore riceverà un premio internazionale e importanti opportunità di branding e promozione. Il fotografo tedesco Martin Wacker è il vincitore del Premio Speciale Icons of Architecture offerto da Matrix4Design, con la foto Bierpinsel. Premiati anche gli autori selezionati per le mostre-premio al Civico Museo Sartorio (Alain Schroeder, Andrea Bettancini, Giovanni Sacco e Martina D'Agresta) e al Museo di Parenzo in Croazia (Francesco Aglieri Rinella).

Il 2023 è stato anche anno di novità e ampliamento per URBAN Photo Awards che vede la nascita di URBAN Photo Arena, la nuova sezione dedicata ai giovani talenti della fotografia under 35. URBAN Photo Arena è l'evoluzione di Trieste Photo Young e ha come obiettivo scoprire, supportare e premiare i giovani fotografi, offrendo loro un prestigioso spazio espositivo durante il festival internazionale Trieste Photo Days. Il vincitore di questa prima edizione di URBAN Photo Arena è il fotografo francese Romain Miot con la sua foto Becoming an Adult. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna fotografica URBAN Photo Awards Martin Wacker vince il premio speciale "Icons of Architecture"
www.urbanphotoawards.com

Il fotografo tedesco Martin Wacker, con il suo scatto Bierpinsel, è il vincitore del premio speciale "Icons of Architecture" 2023, promosso per il quarto anno di fila da URBAN Photo Awards in partnership con il magazine digitale di architettura e design Matrix4Design. Il premio è un'evoluzione del precedente "New Buildings", ed è dedicato agli iconici edifici capolavori d'architettura che hanno cambiato il volto delle grandi città.

Ecco le parole del fondatore di Matrix4Design Andrea Boni, nel motivare la scelta per la foto vincitrice: "Abbiamo scelto di premiare lo scatto che più degli altri ci ha disorientato, mettendo alla prova la nostra capacità di individuare e capire prospettive, orientamenti e angoli di luce. L'autore ha radicalmente reinterpretato il punto di vista sull'edificio, "spegnendo" i colori che oggi lo identificano e riportandolo alle sue originarie tonalità di chiaro e scuro."

Martin Wacker verrà premiato insieme agli altri vincitori degli URBAN Photo Awards sabato 28 ottobre 2023 durante la Cerimonia di Pemiazione del Trieste Photo Days festitval. Nel frattempo, la mostra collettiva dei 10 finalisti sarà visitabile fino al 24 ottobre 2023 presso lo Showroom CRISTINA Brera a Milano. In mostra le foto di: Claudia Alberti, David Boam, Dorota Yamadag, Ingrid Gielen, Maria Cristina Pasotti, Maria Grazia Castiglione, Martin Wacker, Simone Cioci, Vincent Belin, Wael ElHammamy. Linaugurazione può essere rivisto sul canale youtube di Matrix4Design. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra sulla Eurasia Trad u/i zioni d'Eurasia
Frontiere liquide e mondi in connessione
Duemila anni di cultura visiva e materiale tra Mediterraneo e Asia Orientale


05 ottobre 2023 - 01 settembre 2024
Museo d'Arte Orientale - Torino

Terzo esito del ciclo espositivo Frontiere liquide e mondi in connessione, la mostra mette in luce il ruolo cruciale dell'Asia e del Mediterraneo quale fulcro di traduzione culturale e luogo di connessione, negoziazione e costante riproposizione. La mostra, a cura di Nicoletta Fazio, Veronica Prestini, Elisabetta Raffo e Laura Vigo, esplora i concetti di traduzione, trasposizione e interpretazione culturale snodandosi attraverso una selezione di oggetti provenienti dall'Asia occidentale, centrale e orientale che permettono di interrogarsi su fenomeni quali la circolazione materiale e immateriale, le modalità di trasformazione del significato e la fruizione avvenute tra Asia ed Europa nel corso di duemila anni di storia.

Indagando la migrazione di idee, forme, tecniche e simboli, in un dialogo aperto e inclusivo la mostra mira a evidenziare la reciprocità osmotica tra continenti e mari, per creare nuove narrazioni della cultura visiva e materiale che siano puntuali e relative piuttosto che universalizzanti e generiche. L'approccio scientifico riflette anche la percezione sensoriale della materialità: sul modo in cui questi oggetti sono stati visti, percepiti e desiderati per la loro allure visiva e peculiarità cromatica - a partire dall'oro e dal blu - o per il fascino delle loro superficie, dato dalle qualità riflettenti, splendenti o trasparenti.

Lungi dal voler raggiungere l'esaustività, la mostra presenta una selezione di manufatti che offrono alternative al paradigma eurocentrico dell'eccellenza artistica, riaffermando il ruolo cruciale svolto dall'Asia centrale nella creazione e nella trasmissione di idee su scala globale. Vitale per questo fenomeno di contaminazione reciproca è il mar Mediterraneo, inteso come spazio intermedio, creatore di confini ma anche fenomenale catalizzatore di esplorazioni e contatti: una frontiera liquida dove i continenti convergono, le espressioni artistiche e i fenomeni culturali sono costantemente reinventati.

La mostra sarà suddivisa in aree tematiche con una particolare attenzione al colore - blu, rosso e oro - e alla materia - ceramica, tessuti, metalli, carta e pigmenti coloranti. Lungo il percorso espositivo, i visitatori potranno ammirare tra l'altro splendide sete provenienti dall'antica regione della Sogdiana, in Asia Centrale, snodo di numerose vie carovaniere, ceramiche bianche e blu prodotte tra il Golfo Persico e la Cina, una raffinata selezione di "panni tartarici", preziose stoffe d'oro e di seta del XIII secolo prodotte tra Iran e Cina durante la dominazione mongola, ammirate dall'aristocrazia medievale e dall'alto clero d'Europa, rari esemplari di tiraz (Egitto, X secolo), tessuti con iscrizioni ricamate che evidenziano l'importanza della calligrafia in ambito islamico, e una serie di bruciaprofumi zoomorfi in metallo (Iran, IX-XIII secolo), a ribadire la centralità delle essenze nelle società islamiche medievali.

Il progetto si avvale di numerosi prestiti provenienti da importanti collezioni e istituzioni italiane, che sottolineano e valorizzano la presenza sul territorio nazionale di una storia multiculturale condivisa: accanto a oggetti dell'Asia Centrale della collezione del MAO troveranno spazio tessuti, ceramiche e miniature raramente esposti della Fondazione Bruschettini per l'Arte Islamica e Asiatica, metallistica khorasanica della Aron Collection e importanti prestiti dal Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, dalla Chiesa di San Domenico di Perugia, dal Museo delle Civiltà di Roma, dalla Galleria Sabauda - Musei Reali e da Palazzo Madama di Torino.

Intesa come piattaforma organica di studio e ricerca, la mostra si trasformerà gradualmente nel corso dell'anno attraverso la rotazione di diverse opere e l'introduzione di nuove tematiche e stimoli percettivi, con nuove commissioni e installazioni di artisti contemporanei; sarà inoltre arricchita da una serie di conferenze e da un public program musicale e performativo. In aggiunta, indispensabile per la comprensione delle diverse sezioni della mostra, sarà pubblicato un booklet di approfondimento distribuito gratuitamente, secondo la formula ormai consolidata del MAO e fortemente apprezzata dal pubblico, con testi a cura del team curatoriale e contributi esterni di Yuka Kadoi, Maria Ludovica Rosati e Mohammad Salemy.

Come già accaduto per i precedenti progetti espositivi del MAO, anche la mostra Trad u/i zioni d'Eurasia propone un dialogo tra opere antiche e contemporanee. L'artista internazionale Yto Barrada (franco-marocchina, nata nel 1971 a Parigi) collega la sua pratica all'attività museologica. La sua installazione site-specific si svilupperà gradualmente nel corso di un anno di esposizione, offrendo nuove potenziali riflessioni sul colore e sulla materialità delle opere esposte a partire dal libro di Emily Noyes Vanderpoel (1842-1939) Color Problems: A Practical Manual for the Lay Student of Color, pubblicato all'inizio del XX secolo, che analizza la proporzione di colore derivata da oggetti come piastrelle assire, tappeti persiani, la cassa di una mummia egizia e persino una tazza da tè e un piattino.

Il progetto di Yto Barrada è realizzato in collaborazione con la Fondazione Merz, dove l'artista realizzerà una mostra personale nell'autunno 2024. Yto Barrada è la vincitrice della quarta edizione del Mario Merz Prize, premio biennale istituito nel 2013 con l'intenzione di individuare e sostenere personalità nel campo dell'arte e della musica contemporanea in ambito internazionale. Nella mostra troveranno spazio anche le opere Mosadegh (2023) dell'artista iraniana Shadi Harouni, che utilizza la parola scritta per connettere la storia del suo Paese con l'esperienza universale legata alla perdita, alla repressione, alla guarigione e all'audacia, e l'installazione immersiva Shimmering Mirage (Black), 2018 di Anila Quayyum Agha.

Chiude il percorso una sezione editoriale a cura di Reading Room, spazio milanese dedicato alla diffusione e comprensione delle riviste contemporanee, con una selezione di pubblicazioni, zines e libri d'artista che propongono un approfondimento su alcune delle tematiche affrontate in mostra quali la trasparenza, il colore, l'artigianalità. Grazie alla convenzione con L'Istituto dei Sordi di Torino, i contenuti della mostra saranno disponibili in LIS Lingua dei Segni italiana e in versione audio. (Estratto da comunicato stampa)

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Ori dei Cavalieri delle Steppe
Sciti | Cimmeri | Sarmati | Unni | Avari | Goti
Mostra di oggetti dei popoli tra Danubio e Asia dal 1000 a.C al XIII d.C.


01 giugno - 04 novembre 2007
Castello del Buonconsiglio - Trento
Presentazione




Il restauro di 342 lettere autografe di Michelangelo Buonarroti
www.casabuonarroti.it

Nessuno tra gli artisti del Rinascimento ci è tanto noto e familiare come Michelangelo. Sappiamo cosa mangiava, come si curava, quanto spendeva per gli abiti. ma possiamo anche seguirlo nei suoi momenti di meditazione, nei suoi slanci di generosità, nei suoi accessi d'ira, nelle sue paure. Tutto questo è stato possibile grazie alla spiccata attitudine di Michelangelo alla conservazione, quasi maniacale, di ogni documento che riguardasse la sua quotidianità: contratti, lettere ricevute, minute delle lettere inviate, bozze di poesie, conti della spesa.

L'enorme mole di carte da lui raccolte nel corso della lunga vita fu devotamente custodita dai suoi discendenti, andando a costituire il nucleo fondamentale dell'archivio familiare, che lungo i secoli si accrebbe con documenti di altri membri, fino ad arrivare alla notevole consistenza di 169 volumi e oltre 25.000 carte. Una delle sezioni più preziose dell'archivio è indubbiamente costituita dalle lettere di sua mano, sia minute di lettere inviate ai personaggi più vari del suo tempo (da papa Clemente VII alla regina di Francia Caterina de' Medici, dalla poetessa Vittoria Colonna allo storico Benedetto Varchi, dal pittore Sebastiano del Piombo a Giorgio Vasari).

Considerando l'importanza e la fragilità di queste carte, l'Associazione degli Amici della Casa Buonarroti - nelle persone di Elisabetta Archi e Antonio Paolucci - hanno pensato di sottoporre un progetto di restauro all'Ente Cambiano scpa, che con grande slancio l'ha accolta e sostenuta con generosa e lungimirante sensibilità. Nell'occasione si potranno vedere le carte restaurate che poi verranno riposizionate e custodite nell'Archivio di Casa Buonarroti. L'Archivio Buonarroti consta di 169 volumi tutti manoscritti, attraverso i quali è possibile ricostruire la storia dei Buonarroti dagli antenati di Michelangelo fino all'ultimo discendente diretto della famiglia che nel 1859 decise di lasciare la Casa e il patrimonio raccolto al suo interno alla città di Firenze. (Estratto da comunicato ufficio stampa Fondazione Casa Buonarroti - CSC Sigma)




Fotografia che ritrae la scultrice Regina Cassolo Bracchi Nasce l'Archivio Regina
www.archivioregina.it

Dopo la prima grande retrospettiva museale italiana presentata alla GAMeC di Bergamo nel 2021, in seguito alla parallela acquisizione da parte del Centre Pompidou di Parigi di un significativo nucleo di opere dell'artista e dopo essere tornata protagonista nel 2022 in occasione della 59. Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia, l'eredità intellettuale di Regina Cassolo Bracchi (Mede 1894 - Milano 1974) trova rappresentanza nell'associazione a lei intitolata, denominata "Archivio Regina Cassolo Bracchi", a Milano.

Fondato per iniziativa di Gaetano e Zoe Fermani, con il supporto scientifico di Paolo Campiglio, Chiara Gatti e Lorenzo Giusti, l'Archivio Regina è un'associazione culturale nata per studiare, catalogare e promuovere l'arte di Regina Cassolo Bracchi a livello italiano ed estero, curando la tutela del suo nome, della sua produzione artistica e della documentazione a essa riferita, tramite la certificazione e l'archiviazione della sua opera generale, oltre alla realizzazione di un catalogo ragionato.

Regina Cassolo Bracchi è stata la prima scultrice dell'avanguardia storica italiana. Fu futurista negli anni della formazione e astrattista radicale nella piena maturità. È stata la prima donna del Novecento italiano a utilizzare materiali sperimentali, come latta, alluminio, filo di ferro, stagno, carta vetrata. E anche la prima artista in Italia ad appendere nell'aria geometrie fluttuanti fatte di frammenti plastici, Plexiglass, perspex o rhodoid. Innovativa nei modi e nelle intuizioni, sosteneva che il progetto e l'idea fossero superiori, nella loro originalità larvale, all'opera finita. «Scelgo temi di tale semplicità, costruzioni talmente elementari che potrebbero essere riprodotte da chiunque in base ad una mia esatta descrizione».

Eppure la storia l'aveva dimenticata. Come molte donne dell'arte di inizio secolo, Regina era rimasta ai margini dei manuali. Un caso femminile all'ombra dei maestri, seppure il suo nome comparisse in calce ai manifesti del Futurismo (firmò nel 1934 il Manifesto tecnico dell'aeroplastica futurista) e sebbene sia stata notata da André Breton e da Léonce Rosenberg che, dopo un incontro parigino nel 1937, le propose un contratto con la sua galleria, cui lei rinunciò per tornare in Italia. La critica ha spesso distrattamente omesso la sua presenza dalle cronache, nonostante Regina avesse avuto un ruolo di punta quale unica donna del MAC italiano, il Movimento Arte Concreta (fondato nel 1948), sempre attiva nei contatti con la direzione del gruppo francese "Espace" (nato nel 1951). La sua mente teorica animò, infatti, la vivacità culturale del secondo dopoguerra, coinvolta nel dibattito artistico dall'amico Bruno Munari che la conobbe al tempo dell'avventura futurista e la volle poi al suo fianco nel mondo dell'arte concreta.

Impegnato nel regesto del corpus completo delle opere di Regina Cassolo Bracchi, fra sculture, disegni, maquette, taccuini, l'Archivio Regina lancia un appello per censire esemplari a oggi non conosciuti o non catalogati, al fine di costituire un database offerto in consultazione a studiosi e studenti, in vista di una sempre maggiore e approfondita conoscenza e divulgazione della ricerca dell'artista. L'Archivio Regina è costituito dal lascito dell'artista a Gaetano e Zoe Fermani, membri del comitato scientifico accanto a Paolo Campiglio, docente di Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Università degli Studi di Pavia, Lorenzo Giusti, direttore della GAMeC di Bergamo, e Chiara Gatti, direttrice del MAN di Nuoro.

Fra i prossimi appuntamenti internazionali che vedranno la presenza di Regina, si segnalano sin da ora: il nuovo allestimento del Centre Pompidou di Parigi che riserverà una sala del percorso alla vicenda del gruppo MAC e del suo gemellaggio con il gruppo francese "Espace", partendo proprio dalle opere di Regina giunte recentemente in collezione e la pubblicazione, a cura di Alessandro Giammei e Ara Merjian, del volume monografico dedicato alla scultura moderna in Italia, Fragments of Totality, edito da Yale University Press. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione dello archivio Ray Johnson Nasce in Italia l'archivio online dell'artista pre-pop americano Ray Johnson

Aperto permanentemente alla consultazione dal 13 gennaio 2023
Sandro Bongiani Arte Contemporanea - Salerno
www.sandrobongianivrspace.it

Dopo l'Archivio "Ray Johnson Estate" di New York, nasce in Italia "Ray Johnson Archivio Coco Gordon", archivio online del grande artista pre-pop Ray Johnson, uno dei più influenti artisti americani contemporanei accessibile ora nella startup Sandro Bongiani Arte Contemporanea con una raccolta ragionata di materiali inediti per tutti gli studiosi e per chi intende conoscerlo meglio. In questa piattaforma web é possibile consultare una parte considerevole di opere, foto dell'artista, performances, e testi scritti di Ray Johnson degli anni 1970-1995, che grazie alla collaborazione di Coco Gordon in oltre 25 anni di assidua frequentazione ha raccolto e conservato, ora finalmente pubblicati online.

Oggi, nell'era del Web e del sapere stratificato, la raccolta dell'archivio digitale Ray Johnson di Coco Gordon conserva e diffonde il sapere rispondendo a esigenze specifiche di consultazione dei materiali visivi archiviati assolvendo alla fondamentale funzione di conservazione, selezione e accessibilità dei dati che diventano l'oggetto primario di attenzione e consultazione da parte dello studioso d'arte. Uno strumento necessario e utile che svolge la doppia funzione di rendere accessibile il patrimonio e conservarlo correttamente senza esporlo a imprevedibili rischi. L'Archivio Ray Johnson comprende un ampia raccolta di materiali tra cui, ma non solo, corrispondenza, mail art, collage, fotografie documentarie, oggetti e cimeli. Un ringraziamento speciale va all'artista Coco Gordon e ai diversi collaboratori che hanno contribuito a realizzare la sezione del sito web dedicato a Ray Johnson. (Sandro Bongiani)

La Galleria Sandro Bongiani Arte Contemporanea nata come spazio culturale no-profit, vuole mettere in discussione il proprio ruolo di spazio culturale indipendente sostenendo nuovi modi di interagire con il pubblico e attivando nuove forme di partecipazione e di coinvolgimento con presenze e progetti interattivi che possano essere condivisi in tempo reale con il maggior numero di utenti in qualsiasi parte del mondo. A distanza di 60 anni dalla nascita della Mail Art (1962) e a 50 anni esatti (1972) dalla prima e unica mostra in Italia di Ray Johnson presso la Galleria Schwarz a Milano con una presentazione di Henry Martin, noi della Sandro Bongiani Arte Contemporanea di Salerno abbiamo dedicato quasi un intero anno di lavoro a Ray Johnson con cinque mostre interattive e un progetto internazionale svolte da aprile fino a novembre 2022, in contemporanea con la 59 Biennale Internazionale di Venezia 2022.

Inoltre, a 27 anni esatti dalla scomparsa di Ray Johnson (13 gennaio 1995), è stata realizzata catalogazione e la digitalizzazione online di tutte le opere di Ray presenti nell'Archivio Coco Gordon di Colorado USA, con oltre 780 documenti tra opere e foto inedite dell'artista americano, testi, inviti, lettere, opere e riflessioni con i relativi commenti di Coco Gordon, memorial e collaborazioni, cronologia degli eventi e testi critici di Sandro Bongiani, archiviati, ognuna per codice numerico per essere più facilmente consultata, in una utile e significativa presentazione interattiva destinata ad essere conosciuta e valorizzata da parte degli studiosi per opportuni studi e approfondimenti sul lavoro innovativo svolto da questo importante artista pre-pop americano.

L'Archivio Ray Johnson, a completamento dell'attività in corso, viene presentato ufficialmente e reso visibile permanentemente il 13 gennaio 2023, (giorno e mese della sua scomparsa), nella startup web sandrobongianivrspace.it, che si affianca con orgoglio e per importanza all'Archivio americano "Ray Johnson Estate" di New York. Tutto ciò ci sembra un chiaro esempio di come si può relazionare con l'arte contemporanea in modo creativo e produrre nuova cultura. (Sandro Bongiani)

Ray Johnson (1927-1995) è stato un personaggio chiave nel movimento della Pop Art. Primariamente un collagista, è stato anche un precoce performer e un artista concettuale. Definito nei primi tempi "Il più famoso artista sconosciuto di New York", è considerato uno dei padri fondatori e un pioniere dell'uso della lingua scritta nell'arte visuale. In scena negli anni ' 60, il suo lavoro e il modo in cui che ha deciso di distribuirlo ha influenzato il futuro dell'arte contemporanea. Nato il 16 ottobre 1927 a Detroit, nel Michigan, Johnson ha frequentato il Black Mountain College sperimentale con Robert Rauschenberg e Cy Twombly. Ray Johnson era un artista americano noto per la sua pratica innovativa di Correspondence Art. 

Una pratica basata su collage, il suo lavoro combina fotografia, disegno, performance e testo su distanze geografiche, attraverso la spedizione della posta. I progetti di Johnson includevano prestazioni concettualmente elaborate che si occupavano di relazioni interpersonali e disordini psichici. "sono interessato a cose e cose che si disintegrano o si disgregano, cose che crescono o hanno aggiunte, cose che nascono da cose e processi del modo in cui le cose mi accadono realmente", ha detto l'artista. I suoi primi anni di vita comprendevano lezioni sporadiche al Detroit Art Institute e un'estate alla Ox-Bow School di Saugatuck, nel Michigan. Nel 1945, Johnson lasciò Detroit per frequentare il progressivo Black Mountain College in North Carolina.

Durante i suoi tre anni nel programma, ha studiato con un certo numero di artisti, tra cui Josef Albers, Jacob Lawrence, John Cage e Willem de Kooning. nel 1948, trascorse un po' di tempo creando arte astratta e poi approdando al Dada con suoi collage che incorporano frammenti di fumetti, pubblicità e figure di celebrità. Johnson spesso rifiutava di partecipare a mostre in galleria e ha preferito creare  una rete di corrispondenti di mailing e un nuovo modo di fare arte. Questo metodo di diffusione dell'arte divenne noto come la corrispondenza School di New York e ampliato per includere eventi improvvisati e cene. Trasferitosi a New York nel 1949, Johnson stringe amicizia tra Robert Rauschenberg e Jasper Johns, sviluppando una forma idiosincratica di Pop Art.

Nei decenni successivi, Johnson divenne sempre più impegnato in performance e filosofia Zen, fondendo insieme  la pratica artistica con la vita. Nel 1995 Ray Johnson si suicidò, gettandosi da un ponte a Sag Harbor, New York, poi nuotando in mare e annegando. Le circostanze in cui è morto sono ancora poco chiare. Nel 2002, un documentario sulla vita dell'artista chiamato How to Draw a Bunny,  ci fa capire il suo lavoro di ricerca. Oggi, le sue opere si trovano nelle collezioni della National Gallery of Art di Washington, D.C., del Museum of Modern Art di New York, del Walker Art Center di Minneapolis e del Los Angeles County Museum of Art.  In questi ultimi anni tutto il suo lavoro sperimentale è stato rivalutato dalla critica come anticipatore della Pop Art e persino dell'arte comportamentale americana.

- Presentazione di 781 documenti in 11 sezioni e 34 box
Dynamic vision of the interactive itinerary Slide Show, durata 54 minutes
www.sandrobongianivrspace.it/ray-johnson-coco-gordon




Bandiera della Grecia Particolare della Statua della Dea Atena Bandiera della Sicilia Potrà restare per sempre ad Atene il Fregio del Partenone proveniente dalla Sicilia

Il governo della Regione Siciliana, con delibera di Giunta, ha dato il proprio consenso alla cosiddetta "sdemanializzazione" del bene, cioè l'atto tecnico che si rendeva necessario per la restituzione definitiva del frammento. Dallo scorso 10 gennaio, il frammento si trova già al Museo dell'Acropoli di Atene, dove nel corso di una cerimonia, a cui ha preso parte il Premier greco Kyriakos Mitsotakis, è stato ricongiunto al fregio originale.

In base all'accordo, a febbraio da Atene è arrivata a Palermo un'importante statua acefala della dea Atena, databile alla fine del V secolo a.C., che ha già riscosso notevole successo di visitatori e che resterà esposta al Museo Salinas per quattro anni; al termine di questo periodo, giungerà un'anfora geometrica della prima metà dell'VIII secolo a.C. che potrà essere ammirata per altri quattro anni nelle sale espositive del museo archeologico regionale. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

Presentazione




Locandina tedesca del film Metropolis Archivi tematici del XX secolo
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizione di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. La cultura è come il rumore, per citare John Cage (Los Angeles, 1912- New York, 1992): "Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina" (J. Cage, "Silenzio", 1960). Il rumore della cultura è imprescindibile e continuo in ogni aspetto della nostra vita. (...) Ma quando lo ascoltiamo, l'eco del rumore della Cultura, sentiamo che rimbalza su ogni parete intorno a noi e si trasforma per essere Conoscenza e Consapevolezza. (...) Chi ama la musica tecno, metallica e disco non può ignorare Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947), probabilmente, lo dovrebbe venerare, in quanto la sua intuizione ha trasformato per sempre il Rumore. (...)

In questa epoca dove, per naturali dinamiche evolutive del pensiero, la ragione del figlio prevale su quella dei padri, come nel Futurismo o nel '68, il desiderio di annullamento è comprensibile e necessario ma la conoscenza storica di quello che si vuole rinnovare ne è il fondamento. Per questo motivo proponiamo dodici archivi tematici con oggetto di ricerca proprio la comprensione. La troviamo adatta a questo periodo storico che ci racchiude nelle nostre stanze e ci sta cambiando profondamente. La speranza è che ci sarà un nuovo contemporaneo, forse più calmo ma più attento, una nascente maturità verso un nuovo Sincrono. Cassaforti come scatole del Sin-Crono (sincrono dal greco sýnkhronos "contemporaneo", composta di sýn "con, insieme" e khrónos "tempo") per la comprensione dell'arte dei Rumori e del teatro Futurista, della Poesia e della musica che ci hanno traghettato lungo il secolo scorso. (Estratto da comunicato stampa)

[1] J. Cage, "Silence", 1960
[2] J. Cage, "Silence", 1960
[3] For a greater understanding, see L. Russolo, Futurist manifesto "L'Arte dei Rumori", 1913
[4] Synchrony, sinkrono/ adj. [from the Greek sýnkhronos "contemporary", composed of sýn "with, together" and khrónos "time"]. - 1. [that happens in the same moment: oscillation, noun].




Locandina di presentazione del catalogo interattivo della mostra Materie Prime Artisti italiani contemporanei tra terra e luce Materie Prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce
Catalogo interattivo e multimediale


www.ferrarinarte.it/antologie/senigallia/materie_prime.html

Dopo il successo nel 2019 alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) con l'esposizione "Materie prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce", a cura di Giorgio Bonomi, Francesco Tedeschi e Matteo Galbiati, e la presentazione del catalogo Silvana Editoriale al Museo del Novecento di Milano, nell'ambito di un incontro moderato da Gianluigi Colin, la Galleria FerrarinArte di Legnago (Verona) rilascia una nuova edizione del volume, completamente interattiva e multimediale, per rivivere la straordinaria esperienza della mostra attraverso le parole degli artisti e dei curatori.

Il libro, sfogliabile liberamente e gratuitamente online, si arricchisce con contenuti inediti, videointerviste e approfondimenti dedicati alla poetica dei quindici artisti coinvolti - Carlo Bernardini, Renata Boero, Giovanni Campus, Riccardo De Marchi, Emanuela Fiorelli, Franco Mazzucchelli, Nunzio, Paola Pezzi, Pino Pinelli, Paolo Radi, Arcangelo Sassolino, Paolo Scirpa, Giuseppe Spagnulo, Giuseppe Uncini e Grazia Varisco - appartenenti a diverse generazioni, ma accomunati da curricula di altissimo livello e dal lavoro condotto con e sulla materia. (Estratto da comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia Fonte Aretusa, copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali


Panorama di Salina da una terrazza sul mare SalinaDocFest 2024
18a edizione, 12-15 settembre 2024
Isola di Salina (Sicilia)
www.salinadocfest.it

Un festival in continuo movimento, che si appresta a diventare maggiorenne, dal 12 al 15 settembre 2024, con una anteprima l'11 settembre. La Libertà e Come essere liberi? I temi portanti della diciottesima edizione, anche nello spettacolo di Giovanni Calcagno, Il Polifemo innamorato. La proiezione in anteprima regionale e premiazione di Kripton, di Francesco Munzi. La trasformazione dell'Associazione in Fondazione. La partecipazione agli Stati generali del Cinema a Siracusa, il 14 aprile.

Anche il SalinaDocFest parteciperà agli Stati generali del Cinema, in corso, con appuntamenti istituzionali e formativi, al Castello di Maniace di Siracusa. La fondatrice e direttrice artistica del Salina Doc Fest, Giovanna Taviani, interverrà - domani, domenica 14 aprile alle ore 11:30 al panel "Sic(ilia) et simpliciter", per discutere dell'isola che c'è, e si vede: i festival cinematografici in Sicilia, tra immaginario territoriale e sostenibilità ambientale, ma anche di un sistema festivaliero siciliano eco-sostenibile. I principali direttori di festival siciliani rifletteranno su identità isolana e apertura al mondo. Il SalinaDocFest ha iniziato nel 2024 le operazioni necessarie alla trasformazione dell'Associazione in Fondazione, per dare una struttura giuridica permanente e duratura nel tempo a un Festival ormai diventato un punto di riferimento internazionale per chi crede nel cinema del reale e in un turismo culturale destagionalizzato. Una Fondazione di cinema per il cinema.

La fondatrice e direttrice artistica del Festival, Giovanna Taviani, dopo 17 anni di Presidenza dell'Associazione, in sintonia con gli altri componenti del Direttivo espressione del territorio eoliano, ha individuato nella figura di Giulia Giuffre, Group Marketing Director e Sustainability Ambassador del Gruppo Irritec - main eco partner del festival, azienda siciliana leader negli impianti di irrigazione a goccia - la nuova Presidente del Salinadocfest che in questo modo si fa sempre più green e mirata alla salvaguardia del mondo ambientale. E' stata quindi proposta la presidenza a Giulia Giuffrè, che ha accettato, con vice presidente Gaetano Calà (esperto in politiche migratorie).

Libertà è il tema che porta il SalinaDocFest alla sua maggiore età: 18 anni di cinema sull'isola di Salina. "Ci sembra questo il modo migliore di festeggiare - sottolinea Giovanna Taviani - un festival attento ai film di registe e registi e alle opere di autrici e autori che indagano la nostra realtà con spirito critico e voglia di condivisione. Donne e Libertà, Libertà della scuola, Ambiente e Libertà: sono queste le tre assi attorno a cui ruoterà il Concorso internazionale di documentari e la selezione dei film in programma nel cartellone del Festival, accompagnati dagli autori che rifletteranno insieme a noi sul tema della libertà nelle sue diverse declinazioni: libertà di scelta, di pensiero, di credo, di abolizione di confini fisici e mentali. Come essere liberi? È la domanda che ci facciamo insieme ai protagonisti dei film che presenteremo come eventi speciali en plein air al pubblico di Salina".

Il SalinaDocFest si focalizza anche sul mondo giovanile e della scuola, con il Focus The Best Of "Giovani", rassegna di documentari dedicati al disagio psichico di chi vive oggi la difficile età dell'adolescenza. In post pandemia si è rilevato un aumento del 30% dei casi psichiatrici fra gli adolescenti: la malattia mentale è il loro modo estremo di reagire liberamente a una società escludente e ostile. Lo sa bene Dimitri, uno dei protagonisti del film Kripton, di Francesco Munzi, il "ragazzo dai pensieri veloci" in cura in una struttura psichiatrica per adolescenti, nella periferia romana. Il film sarà proiettato al SalinaDocFest nella sera di anteprima del festival, "Aspettando SDF", l'11 settembre, in anteprima siciliana in piazza a Rinella (Piazzetta Anna Magnani, set del film Vulcano) e al regista verrà assegnato il Premio Speciale SDF. Una Giuria d'eccezione per il SalinaDocFest 2024 che vede, tra gli altri, la regista iraniana Firouzeh Khosrovani, da anni vicino al festival e lo scorso anno vincitrice del Premio Irritec.

Durante la stessa serata, a Punta Megna, lo spettacolo Il ciclope Innamorato, cunto musicato di e con Giovanni Calcagno, già interprete de Il Polifemo innamorato e del doc Cuntami di Giovanna Taviani, Nastro d'Argento al Miglior Docufilm. Il concetto dell'essere liberi di amare, in contatto con il tema del festival, nella storia del ciclope dell'Etna innamorato di Galatea. Uno spettacolo ispirato dalle liriche di due poeti classici di cultura greca e latina che si sono occupati per diverse ragioni dell'impossibile amore di Polifemo e Galatea. Una riflessione sulle conseguenze dell'amore, così diverse e antitetiche.

Il SalinaDocFest è realizzato nell'ambito del Patto per lo Sviluppo della Regione Siciliana (Patto per il Sud) FSC 2014-2020 Regione Sicilia, Sicilia Film Commission, MIC, Agenzia per la coesione territoriale, Sensi Contemporanei. Con il sostegno di MIC e SIAE - Società Italiana degli Autori ed Editori. Con il patrocinio di Comune di Santa Marina Salina, Comune di Malfa e Comune di Leni. Con il sostegno del Comune di Messina e della Provincia di Messina. Main Partner: Irritec s.r.l. (main Eco partner), Omi-Fer s.r.l. Special Technical Partner: Media Fenix Group e Salina Isola Verde. Comitato Scientifico: Francesco D'Ayala, Agostino Ferrente, Fabio Ferzetti, Enrico Magrelli, Emiliano Morreale, Anna Maria Pasetti, Silvia Scola, Lidia Tilotta.

Comitato d'Onore: Cristina Comencini, Romano Luperini, Giorgio e Mario Palumbo, Bruno Torri. Tra i sostenitori del festival, la direzione artistica ricorda con affetto Andrea Purgatori: Presidente del Consiglio di Sorveglianza SIAE e membro del comitato scientifico del SalinaDocFest, era stato più volte a Salina, protagonista di tanti dibattiti, entrato nell'anima dell'isola e dei salinari. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




A Matera il primo incontro operativo del progetto Smarterra - Building Tomorrow's Mediterranean AgriFood Ecosystems

Matera, 22 febbraio 2024
www.ctematera.it

La Cte Matera ospita i partner europei provenienti da Germania, Svezia e Danimarca. Dedicato alle imprese dell'agroalimentare del Mezzogiorno d'Italia, SMARTERRA ha l'obiettivo di testare soluzioni che supportino la creazione di un forte ecosistema dell'innovazione e a una maggiore capacità delle startup dell'agroalimentare delle regioni del Sud Italia a entrare in relazione con investitori e innovatori europei.

Hanno scelto la Città dei Sassi, i sei partner europei, per la riunione di avvio del progetto Smarterra - Building Tomorrow's Mediterranean AgriFood Ecosystems. La prima riunione operativa, il piano di progetto è stato completato ed approvato, per avviare la fase di realizzazione alla Cte Matera (22-23 febbraio), la Casa delle Tecnologie Emergenti che ha sede all'hub San Rocco a Matera.

Il progetto è realizzato da un consorzio di sei partner europei (SMAFINE): due italiani, due tedeschi, uno svedese e uno danese. Per l'Italia: il Comune di Matera, attraverso la Cte Matera, e EY; per la Germania: RootCamp (Polo di innovazione per startup di tecnologia agroalimentare e bioeconomia) e DEEP Ecosystems (organizzazione che costruisce e potenzia ecosistemi di startup); per la Svezia: Sweden FoodTech (organizzazione leader nell'ecosistema nordico della tecnologia alimentare, attuata attraverso programmi di innovazione e opportunità di sviluppo aziendale) e per la Danimarca: Tech BBQ (comunità che promuove la crescita di startup e di scaleup, le start up che hanno superato la fase iniziale di avvio).

Finanziato con un milione di euro nell'ambito di Horizon European Innovation Ecosystems (EIE), il Programma di finanziamento dell'UE per migliorare l'ecosistema complessivo per l'innovazione in Europa, SMARTERRA è dedicato alle imprese dell'agroalimentare del Sud Italia ed ha come obiettivo di testare soluzioni che supportino la creazione di un forte ecosistema dell'innovazione nelle regioni del Mezzogiorno, a partire dalla Cte Matera fino agli attori internazionali dell'ecosistema dell'innovazione.

I sei partner concorreranno al progetto ciascuno per le competenze maturate: EY e DEEP Ecosystems come intermediari per l'innovazione; Tech BBQ partner per eventi ed ecosistemi; RootCamp e Sweden FoodTech in qualità di Stakeholder dell'innovazione e la Cte Matera quale attore sul territorio a supporto del trasferimento tecnologico da startup e università a Corporate e cittadini. Prima Casa delle tecnologie emergenti, nata nel 2019, la Cte Matera fa parte della rete delle Cte, fra cui quelle di Torino, Bari, Roma, Prato e L'Aquila, creata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT).

Il progetto europeo, SMARTERRA, si propone di supportare le imprese agroalimentari del Sud Italia, un'area che conta 344.000 aziende agricole e 34.000 nel settore agroalimentare, rappresentando circa il 18,5% del tessuto imprenditoriale meridionale. Questo settore è cruciale, rappresentando il 25% del PIL italiano, con un valore di 538 miliardi di euro, e l'Italia vanta il maggior numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e indicazione geografica nell'UE, di cui il 35% nel Sud Italia.

Tuttavia, la mancanza di finanziamenti è un ostacolo significativo alla crescita delle imprese in queste aree meno connesse. Le startup locali e le scale-up regionali, soprattutto quelle guidate da donne, risentono di questa disparità tra le necessità delle aziende e i finanziamenti disponibili. Mentre alcuni poli europei attraggono notevoli investimenti, altri ecosistemi di innovazione lottano con risorse limitate, portando molte startup a chiudere o trasferirsi altrove. Attraverso SMARTERRA, si mira a risolvere questo problema, attraendo investitori esteri e sensibilizzando i fornitori di capitali europei sulle opportunità nel Mezzogiorno. Questo richiederà lo sviluppo di un solido ecosistema con la partecipazione di attori nazionali e internazionali come incubatori, acceleratori, e altri, al fine di facilitare la connessione tra le startup del settore agroalimentare del Sud Italia e gli investitori e innovatori europei. (Comunicato stampa Sissi Ruggi - Pubbliche relazioni Cte Matera - Casa delle tecnologie emergenti di Matera)




Locandina per il Premio Corviale Premio Nazionale di Fotografia "I love Corviale e il suo territorio" - I edizione
Termine di partecipazione: entro e non oltre le ore 23:59 del 31 agosto 2024
www.mitreoiside.com

Premio a votazione social e giuria di esperti, finalizzato alla promozione e valorizzazione del territorio di Corviale di Roma, attraverso le immagini fotografiche. Il concorso prevede tre tipologie di riconoscimento messi a disposizione dal Mitreo Arte Contemporanea di Corviale - Roma: 1. Premio Nazionale di Fotografia "I love Corviale e il suo territorio": Mostra/personale con opere dei primi 3 classificati; 2. Mostra collettiva con opere dei classificati dal 4° al 20° posto; 3. Attestato di partecipazione per tutti. (Estratto da comunicato stampa)




Pop Corn Festival del Corto
7a edizione, 26, 27 e 28 luglio 2024
Porto Santo Stefano (Grosseto)
www.popcornfestivaldelcorto.it

Concorso cinematografico di cortometraggi aperto a tutti i video-makers nazionali e internazionali. Il tema scelto per quest'anno è: "Unicità, la bellezza dell'imperfetto". Il festival, presentato dall'attore Andrea Dianetti, si avvale della direzione artistica di Francesca Castriconi ed è organizzato dall'Associazione Argentario Art Day APS.

L'iscrizione al festival dovrà avvenire entro e non oltre il 2 giugno 2024 e i cortometraggi selezionati dovranno pervenire entro il 15 giugno. Il Pop Corn Festival prevede tre categorie di cortometraggi: italiani, internazionali e d'animazione. Ogni lavoro non dovrà essere superiore ai 20 minuti di durata compresi titoli di testa e coda. Si accettano anche lavori in lingua straniera, purché muniti di sottotitoli in italiano o in inglese. Sono ammessi tutti i tipi di formato: estensione MOV, AVI, MP4, BLU-RAY, compresi i corti realizzati con cellulari, smartphone, go-pro ecc.. e sono ammessi anche cortometraggi già vincitori o partecipanti ad altri festival. (Estratto da comunicato Reggi&Spizzichino Communication)




Franco Battiato Franco Battiato
Dalla Sicilia all'Iperspazio


Pagina dedicata







Ad Atene gli autori europei a confronto sui temi della Déclaration des Cinéastes

Si è tenuto ad Atene nei giorni scorsi il quarto incontro Déclaration des cinéastes. Organizzato dagli autori greci e ciprioti con l'obiettivo di diffondere il manifesto a tutela dei diritti morali ed economici dei registi, degli sceneggiatori e degli autori delle musiche per i film, già presentato ai Festival di Cannes, Venezia e San Sebastian. La gremita sala del Serafio che ha visto la partecipazione attenta di centinaia di cretivi greci dell'audiovisivo ha accolto calorosamente l'intervento in video conferenza da Parigi di Costa Gavras che ha ribadito con forza la necessità di salvaguardare i diritti morali dell'opera e la giusta remunerazione.

Sono seguiti gli interventi in presenza di Radu Mihaileanu (ARP), Marine Francen (SRF), Francesco Ranieri Martinotti (ANAC), Athena Xenidou (DGCY) e Gavriil Tzafkas (Autors Guild Danimarca). Tra i temi trattati centrale è stata la recente approvazione a Bruxelles dell' AI Act ritenuto un buon punto di partenza per la regolamentazione dell'intelligenza artificiale nel settore audiovisivo. A margine dell'iniziativa si è svolto anche un incontro con il Ministro greco della Cultura Christos Dimas, che ha condiviso i principi contenuti nella Déclaration des Cinéastes e ha dichiarato che sulle questioni dell' AI il governo greco s'impegnerà a Bruxelles a difendere i diritti degli autori e la loro creatività.

Per l'Italia hanno aderito all'incontro di Atene: ANAC, 100 AUTORI e WGI.

Per la Grecia e Cipro: AFO (Athens Film Office), National Centre of Audiovisual Media and Communication, GFC (Greek Film Centre), Directors Guild of Cyprus, WIFT GR (Women in Film & Television Greece), CIPA (Film in Cyprus). Per la Francia: SRF (The Society of Film Directors) ARP (Civil Society of Authors, Directors and Producers, France). Per la Spagna: ACCION (Film Directors Association), oltre a FERA (Federation of European Screen Directors). (Comunicato reggi&spizzichino)

- Déclaration des cinéastes
www.la-srf.fr/article/lire-et-signer-la-d%C3%A9claration-des-cin%C3%A9astes




FEDIC
72 anni di cinema in 70 film di registi


www.youtube.com/watch?v=rcUaIdZelGE&list=PLtVRElSqB9q4Pwu_-LZKjttvjb3-9_PUI

Sul canale Mi Ricordo - L'Archivio di tutti, la playlist FEDIC-72 anni di cinema, composta da 70 cortometraggi di autori FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), tra cui ricordiamo Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli e Bruno Bozzetto, conservati e digitalizzati dal CSC-Archivio Nazionale Cinema Impresa. La rassegna online è composta da opere che fanno parte della storia della FEDIC, un'Associazione Culturale nata nel 1949 a Montecatini Terme, e realizzate da registi il cui contributo rilevante è servito a promuovere il superamento dell'etichetta di cinema amatoriale, per arrivare ad affermare quella di Cinema Indipendente.

La playlist propone titoli di fiction e documentari di impegno civile, di critica sociale, di osservazione della realtà, come quelle di Giampaolo Bernagozzi, Nino Giansiracusa, Renato Dall'Ara, Adriano Asti, Luigi Mochi, Francesco Tarabella e del duo Gabriele Candiolo - Alfredo Moreschi; non mancano opere narrative, spesso poetiche, come quelle di Paolo Capoferri, Piero Livi, Mino Crocè e Nino Rizzotti, ma anche di Massimo Sani, Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli, che si sono poi affermati come autori cinematografici e televisivi.

Un impegno che si riscontra anche nella sperimentazione di nuove forme espressive, si pensi a Tito Spini e, per quanto riguarda il cinema d'animazione, a Bruno Bozzetto e Nedo Zanotti. Non mancano opere recenti capaci di offrire uno sguardo acuto sul nuovo millennio, tra queste ricordiamo i film di Enrico Mengotti, Turi Occhipinti - Gaetano Scollo, Rocco Olivieri - Vincenzo Cirillo, e Franco Bigini, Giorgio Ricci, Giorgio Sabbatini e Beppe Rizzo che rende omaggio a Totò. Sono testimonianze, tracce interessanti, da leggere nel loro insieme, per aggiungere un punto di vista nuovo sul Paese. Uno sguardo che completa quello offerto dal cinema d'impresa, di famiglia e religioso conservato, digitalizzato e reso disponibile dall'Archivio Nazionale Cinema Impresa sui propri canali: Youtube CinemaimpresaTv, Documentalia e Mi ricordo-l'archivio di tutti. Il fondo FEDIC, composto da 5442 audiovisivi, è stato depositato nell'Archivio di Ivrea nel 2017. (Estratto da comunicato stampa)




Fermoimmagine dal film La scuola allievi Fiat Tutti in classe!
www.youtube.com/playlist?list=PL15B-32H5GlJRTfrCCc-ZlSRBJ0DRvP1K

Rassegna online di materiali d'archivio organizzata dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa di Ivrea che è parte della Cineteca Nazionale. La playlist Tutti in classe, disponibile sul canale Youtube CinemaimpresaTV, racconta la scuola grazie ai tanti punti di vista offerti dai film conservati a Ivrea: dalle rigide scuole per allievi Fiat degli anni Sessanta, ai comunicati pubblicitari che invitano a l'acquisto di prodotti scolastici a prezzi popolari o di raffinate macchine da scrivere Olivetti.

"Tutti in classe" termina con La scoperta della logica, diretto da Franco Taviani per Olivetti, il film descrive un esperimento didattico volto a insegnare agli alunni delle classi elementari la matematica con il sussidio del gioco e dell'osservazione del mondo reale, per arrivare a comprendere quali sono le tappe che portano i bambini alla scoperta della logica. Insomma, uno sguardo sulla scuola dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta per ricordare il periodo della vita di ognuno in cui l'ansia per un compito in classe era il problema più grande che potevi avere. (Estratto da comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)

___ Programma

- Seconda D (Basilio Franchina, 1951, 12')
- Giorno di scuola (Giorgio Ferroni, 1954, 10')
- La scuola allievi Fiat Giovanni Agnelli (Stefano Canzio, 1962, 14')
- Olivetti, Lettera 32 (Aristide Bosio, 1965, 1')
- Mi ricordo... I primi giorni di scuola (ca. 1965/1972, 1')
- Vieni alla Standa e guarda il prezzo (ca. 1970-1979, 1')
- La scuola comincia alla Standa (1977, 2')
- La scoperta della logica (Franco Taviani, 1970, 13')




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...)

Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri


Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina del libro Valeria D'Obici Dizionario di una attrice Valeria D'Obici
Dizionario di un'attrice "sui generis"

di Francesco Foschini con Stefano Careddu, Falsopiano 2023

Il volume è stato presentato il 9 maggio 2024 a Nonostante Marras (Milano)
www.antoniomarras.com

A presentare il libro dialogano con Francesco Foschini, autore del volume, Rocco Moccagatta, docente IULM e critico, e la protagonista Valeria D'Obici.

Scheda libro: "Se quel giorno del 1966 fossi andata all'appuntamento con Lucio Battisti, che voleva formare un gruppo musicale tutto al femminile, alle ore 17.30 all'ex Trianon di Milano, forse avrei fatto la cantante e non l'attrice... ma questo non lo saprò mai, perché gli diedi buca". "A un certo punto della mia vita ho deciso di diventare attrice, non che prima di quel momento non ci avessi mai pensato: da bambina mi piaceva prendere parte alle recite scolastiche, poi scrivevo e interpretavo delle scenette umoristiche, inventavo spettacolini con le mie compagne di classe... Ma la cosa fondamentale era poter esprimere le emozioni che avevo dentro. Quindi, se avessi suonato bene uno strumento musicale, tipo il pianoforte, non so se avrei fatto l'attrice, perché mi sarei sfogata suonando".

Con una prefazione di Rocco Moccagatta. Francesco Foschini è critico cinematografico e programmatore. Ha preso parte a progetti redazionali promossi da Milano Film Network e da La Biennale di Venezia. Collabora, e ha collaborato, con "Alias/il manifesto", "duels.it", "Film Tv", "Taxidrivers", "Sentieri selvaggi", Festival MIX Milano. Stefano Careddu è videomaker, montatore e organizzatore di eventi. Collabora con alcune riviste online di informazione cinematografica e, dal 2017, dirige l'Alessandria Film Festival e altre rassegne cinematografiche nel Monferrato. (Comunicato stampa ufficio stampa Maria Bonmassar)




Dipinto in acrilico su tela di cm 80x100 denominato Venezia New York realizzato da Aldo Damioli nel 2022 Copertina della pubblicazione Venezia New York Dipinto in acrilico su tela di cm 60x60 denominato Venezia New York realizzato da Aldo Damioli nel 2022, un surfista nel mare davanti alla metropoli statunitense Aldo Damioli
"Venezia New York"

testo di Roberto Vidali, progetto grafico di Piero Scheriani, Juliet Editrice, gen 2024, 72 pp, 150 x 210 mm

www.juliet-artmagazine.com

Juliet Editrice ha concluso la realizzazione di una pubblicazione dedicata al lavoro di Aldo Damioli, l'autore conosciuto a livello internazionale per il ciclo pittorico "Venezia New York" e che a Trieste, ancora più di vent'anni fa, era stato proposto dallo Studio Arte 3, in primo luogo da Mariagrazia Avidano Bonzano e in seguito dal figlio Paolo Bonzano. Il testo che accompagna la pubblicazione è firmato da Roberto Vidali, direttore editoriale della rivista Juliet. Il progetto grafico è di Piero Scheriani.

Il testo di Roberto Vidali, intitolato "Paesaggi elettivi", è incentrato sul ruolo che questo autore ha avuto nella pittura del nuovo millennio e sui rapporti che il suo processo ha con la storia dell'arte. In particolare il testo si sofferma sulle possibili (e insolite) connessioni con la pittura di Botticelli, Canaletto e Guardi. Un lavoro di meticolosa esecuzione, giocato sul dettaglio e sulla forma, sulla prospettiva e sul capriccio, da intendersi come spunti capaci di fornire il pretesto all'invenzione e all'evasione. Il ciò vale a dire che queste opere non parlano di puro realismo, ma di fantasia, di invenzione, di pretesti per dimostrare come la pittura possa essere falsificazione, narrazione fantasiosa, montaggio di parti incongrue e che per essere moderna deve essere anche concettuale.

E la pittura di Damioli è concettuale proprio perché nel titolo evoca (o indica) qualcosa che non c'è o che non viene rappresentato: per esempio nelle sue tele la città di Venezia (pur indicata nel titolo) è solo evocata per confronto con la città di New York o con altra città (sia questa Parigi o Pechino) giusto per dare l'impressione che se di tanto si può parlare, tutto non può (o non deve) essere mostrato. Questa poetica pittorica va contro la durezza ideologica e materica propugnata da Joseph Beuys o in avversione a quei postulati delle neoavanguardie che hanno condotto alla disseminazione del linguaggio oltre che alla sottrazione della centralità dell'esperienza estetica. E questo perché se Damioli, riguardo alla sua pittura cerca un confronto o deve pensare a un autore dei nostri giorni non pensa a Cattelan, ma a Sean Landers, non pensa a Damien Hirst, ma a John Currin.

Damioli, che ha esordito ancora negli anni Novanta con la Galleria di Guido Carbone a Torino, ha poi intessuto per anni rapporti di collaborazione con la mitica Galleria del Milione di Milano e con Santo Ficara di Firenze, il tutto giocando di sponda e in rapporto di collaborazione con critici come Edoardo Di Mauro, Elena Pontiggia e Luca Beatrice. Ricordiamo, infine, che il lavoro di Aldo Damioli, incentrato sul ciclo "Venezia New York", fu presentato anche in una mostra che si tenne nel foyer del Teatro Verdi di Trieste, ancora nel 2012. (Comunicato di presentazione)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Aldo Damioli, Venezia New York, 2022, acrilico su tela cm. 80x100
2. Copertina della pubblicazione dedicata al lavoro di Aldo Damioli, Juliet Editrice, gen 2024
3. Aldo Damioli, Venezia New York, 2022, acrilico su tela cm. 60x60

___ Altre pubblicazioni Juliet editrice presentate nella newsletter Kritik

Gentilissima signora Aurelia
a cura di Lucia Budini e Giuliana Carbi Jesurun
Presentazione

Poligoni platonici
di Carlo Fontana, gennaio 2023
Presentazione

"Tre bacche di rovo"
di Roberto Vidali, dicembre 2022
Presentazione




Locandina per la presentazione del libro Olivetti Storie da una collezione Olivetti. Storie da una collezione
di Alessandro Santero e Sergio Polano, edito da Ronzani Editore


Il volume è stato presentato il 3 febbraio 2024 all'Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea
www.archiviostoricolivetti.it

Questo volume raccoglie e descrive per la prima volta, con oltre 500 immagini, molti dei più significativi materiali grafici e pubblicitari realizzati nei circa novant'anni di storia della Olivetti. Una documentazione rara e preziosa, che ricostruisce un aspetto fortemente identitario dell'azienda componendolo in un affascinante continuum visivo. La presentazione sarà trasmessa in diretta sul canale Facebook dell'Associazione Archivio Storico Olivetti

- Dalla quarta di copertina:

Quella sorta di 'utopia umanistica' che ha accompagnato le vicende aziendali della Olivetti e di Adriano Olivetti è un fenomeno di originalità esemplare nella storia italiana del Novecento, in cui il coinvolgimento nelle strategie d'impresa delle migliori energie culturali del nostro paese ha agito su fronti molteplici, costituendo un lascito su cui c'è ancora molto da ricercare e riflettere. Questo volume raccoglie e descrive per la prima volta, con oltre 500 immagini, molti dei più significativi materiali grafici e pubblicitari realizzati nei circa novant'anni di storia della Olivetti. Una documentazione rara e preziosa, che ricostruisce un aspetto fortemente identitario dell'azienda componendolo in un affascinante continuum visivo.

Una raccolta di progetti, disegni, manifesti, opuscoli, carte intestate, libri, manuali, capaci di rappresentare quel 'mondo' Olivetti al quale hanno contribuito, tra gli altri, ingegneri come Mario Tchou, Pier Giorgio Perotto, Natale Cappellaro, Giuseppe Beccio, architetti e designer come Marcello Nizzoli, Luigi Figini e Gino Pollini, Ettore Sottsass, Carlo Scarpa, grafici come Bruno Munari, Erberto Carboni, Giovanni Pintori, Albe Steiner, Walter Ballmer, autori come Elio Vittorini, Leonardo Sinisgalli, Franco Fortini. Il libro si apre con tre saggi di Sergio Polano sul design del prodotto Olivetti. Le riproduzioni degli artefatti illustrati sono corredate da schede critiche e bibliografiche curate da Alessandro Santero. (Estratto da comunicato di presentazione)




Locandina della presentazione del libro Cannoli Siciliani scritto da Roberta Corradin Cannoli Siciliani
Mare, amore e altre cose buone
di Roberta Corradin, Giunti editore, p. 320, euro 18,00


Il libro è stato presentato il 10 novembre 2023 presso Lo Spazio Pistoia - Libreria Bacaro

Mare, sole, amore: la Sicilia d'estate ha molte promesse, ma non per Arianna, che lavora senza sosta alla redazione di due libri in due lingue diverse. Si consola con le tante delizie che l'isola offre anche agli stacanovisti come lei: granite, gelati, cannoli e menu di pesce. Nel frattempo, seduta a cena col laptop aperto, guarda distrattamente Nisso, diminutivo di Dionisso, chef belloccio e un po' arrogante che le ricorda un giovane Antonio Banderas e manda avanti due ristoranti. Lui ha vissuto sempre in Sicilia, lei è cittadina del mondo. Lui ha poco più di trent'anni, lei poco più di cinquanta. Nessuno dei due ha tempo e voglia di innamorarsi. Ognuno dei due ha un sogno. Diverso. Ma non così tanto.

Il destino se ne frega della iniziale riluttanza dei due e tesse trame al posto loro, finendo per intrecciarli stretti in una storia che, anno dopo anno, li porta a confrontarsi e a costruire insieme case, menu, ristoranti, progetti reali e immaginari. Respireranno modi di pensare, stili di vita, cibi e spezie prima sconosciuti. E realizzeranno tante cose buone, da mangiare e non solo, per chi siede ai tavoli del loro ristorante sulla piazzetta di una borgata di mare e per tutta la comunità locale, a partire dalle molte donne a cui Arianna mostrerà che nella vita si può sempre scegliere, e cambiare vita è sempre un'opzione valida. Sullo sfondo, la bellezza mozzafiato della Sicilia barocca, il mare splendente e le colline degli Iblei. Una storia d'amore scritta con uno stile ironico e sagace e con un finale a sorpresa che vi farà ridere, pensare, piangere e sognare. E chissà, anche cambiare.

Classe 1964, Roberta Corradin ha scritto Ho fatto un pan pepato... Ricette di cucina emotiva (Zelig 1995), Un attimo, sono nuda (Piemme 1999), Le cuoche che volevo diventare (Einaudi 2008), La repubblica del maiale (Chiarelettere 2013), Piovono mandorle (Piemme 2019). Traduce dal francese e dall'inglese le fortunate serie di Katherine Pancol e Richard Osman. Ha avuto il privilegio di vivere in luoghi affascinanti, tra cui Parigi, New York, Cambridge, la Sicilia sudorientale, dove ambienta i suoi libri. Su Instagram @rocorradin per conoscere i suoi nuovi progetti in Sicilia e per visitare e soggiornare con lei nelle location del libro. (Comunicato stampa)




Gaetano Rapisardi. Architetto 1893-1988
a cura di Clementina Barucci e Marco Falsetti, Campisano Editore, Roma 2022

* Il libro è stato presentato il 16 ottobre 2023 all'Accademia Nazionale di San Luca - Roma
www.accademiasanluca.it

Il volume si propone di far luce sull'opera del progettista siciliano ricostruendone un profilo quanto più possibile esaustivo, al fine di colmare una pagina rimasta troppo a lungo incompleta. Noto soprattutto per gli edifici della Sapienza - le Facoltà di Lettere e di Giurisprudenza - e per il grande complesso della piazza e della basilica del Don Bosco al Tuscolano degli anni Cinquanta, Gaetano Rapisardi è ricordato nella storiografia perlopiù come fidato collaboratore di Marcello Piacentini.

Tale inquadramento, a nostro avviso riduttivo, dimentica (e talvolta omette) la complessità dell'opera rapisardiana nonché l'interessante sfida tipologica che ha visto l'architetto confrontarsi con una eccezionale varietà di temi, specialmente nel periodo del dopoguerra quando Rapisardi, insieme al fratello Ernesto (spesso coautore delle opere), interrompe la collaborazione con il Maestro (mantenendo comunque rapporti molto cordiali). Si è cercato di restituire, attraverso questo studio, tutto il complesso del suo lavoro, che annovera oltre 150 opere conosciute ad oggi, alcune delle quali solo mediante riferimenti contenuti in carteggi o documenti d'archivio.

I progetti e le realizzazioni di Rapisardi interessano un arco temporale molto ampio, che va dall'inizio degli anni Venti fino ai primi anni Settanta, e che copre dunque oltre un cinquantennio di attività professionale. A fronte di una instancabile opera di disegno, di progettazione e di cantiere non si registra, sfortunatamente, un'altrettanta intensa produzione teorica (se si eccettua qualche relazione di progetto) alla qual cosa si deve l'equivoca interpretazione della sua opera.

Rapisardi fu infatti, per quanto ci è dato di sapere dalle rare testimonianze dirette raccolte, dedito soprattutto all'attività progettuale e di disegno, assorbito al punto dal non trovare il tempo di sistematizzare questa sua opera all'interno di un corpus teorico, il che non implica naturalmente che tali realizzazioni mancassero di "spessore critico", come è stato talvolta ingiustamente sotteso. Il volume è pubblicato con il supporto del Dipartimento di Storia disegno e restauro dell'architettura dell'Università di Roma "Sapienza". (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Piero Gobetti L'autobiografia della nazione
di Piero Gobetti, a cura di Cesare Panizza, Aras Edizioni 2023


Il libro è stato presentato il 29 maggio 2023 alla Biblioteca della Fondazione Spadolini Nuova Antologia a Firenze
Introduce e presiede Cosimo Ceccuti; intervengono, con il curatore, Marino Biondi e Paolo Bagnoli
www.fondazionerossisalvemini.eu

Fra i più risoluti oppositori di Mussolini, Gobetti compendiò la sua lettura del fascismo nella famosa formula dell'"autobiografia della nazione". Nei suoi scritti, sullo sfondo di una riflessione storica e politica che sottolineava l'arretratezza culturale del paese e l'inadeguatezza delle sue classi dirigenti, il successo del fascismo era letto a riprova dell'immaturità politica degli italiani. Si trattava di una tendenza alla "servitù volontaria" sedimentatasi nelle fibre della nazione in assenza di quei processi di modernizzazione della società e della politica avviatisi in Occidente con la riforma protestante e la nascita del capitalismo. Paradossalmente, però, proprio per il suo carattere di "rivelazione", la lotta contro il fascismo poteva offrire l'occasione per una rigenerazione della nazione. La dittatura aperta che rappresentava l'aspirazione di Mussolini e del fascismo avrebbe infatti permesso la selezione di nuove élites politiche destinate a rigenerare il costume politico degli italiani in senso liberale e democratico. (Comunicato di presentazione Fondazione Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini)




Copertina del libro Storia dell'arte in Europa scritto da Decio Gioseffi Decio Gioseffi
Storia dell'arte in Europa


* Libro presentato il 13 febbraio 2023 presso il Palazzo della Regione Friuli Venezia Giulia (Trieste)
www.triestecontemporanea.it

A distanza di trent'anni dalla sua stesura viene pubblicata una inedita Storia dell'arte in Europa raccontata da Decio Gioseffi con sensibilità non usuale al tempo in cui fu scritta. Prima presentazione dell'importante opera del grande storico dell'arte triestino, ora proposta nella collana «I libri di XY», diretta da Roberto de Rubertis, da Il Poligrafo di Padova e dall'Università di Trento ed edita con la partecipazione di Società di Minerva e Trieste Contemporanea: relatore sarà Valerio Terraroli, professore di Storia della critica d'arte all'Università di Verona, introdotto da Nicoletta Zanni, già professore di Storia della critica d'arte all'Università di Trieste e curatrice, assieme a Giuliana Carbi Jesurun, della edizione.

Fra i progetti di celebrazione del centenario della nascita di Decio Gioseffi (1919-2007), i promotori hanno ritenuto di estremo interesse lavorare su questo inedito e dare così alle stampe uno degli ultimi scritti dello studioso triestino che fu tra le personalità più rappresentative della cultura storico-artistica italiana della seconda metà del Novecento.

Il libro raccoglie esempi illustri della storia dell'arte europea attraverso i secoli - dalle grotte di Altamira al Rinascimento maturo (ed era prevista anche una continuazione fino alla seconda metà del ventesimo secolo) - e si occupa dell'intera filiera dell'arte occidentale, a partire dal rapporto con l'eredità dell'Antico e gli scambi con l'arte del Vicino Oriente, arrivando alle eccellenze che hanno generato e contraddistinto il Rinascimento italiano ed europeo. A corredo, sono state scelte alcune immagini tra quelle più emblematiche nelle sue lezioni universitarie introduttive e di metodo storico-artistico.

La modernità dell'applicazione alla narrazione storica dei fatti dell'arte da parte di Decio Gioseffi di un metodo operatorio proveniente dal mondo scientifico, discusso anche nel suo lungo sodalizio con Carlo Ludovico Ragghianti, ancor oggi affascina infatti in questo libro e si nutre della vasta conoscenza non solo specialistica dell'autore. Sicché i passaggi dedicati a collocare la produzione artistica nella società e nella storia sono cruciali e questa Storia dell'arte in Europa si dispiega in un ampio tessuto connettivo fatto di bellissime pagine che parlano anche di moda, letteratura, ingegneria e tecnologia, strategia militare, storia delle lingue.

Decio Gioseffi (Trieste 1919-2007), accademico dei Lincei, già membro e poi presidente (dal 1980 al 1989) del Comitato di Settore per i Beni Artistici e Storici presso il Ministero dei Beni Culturali (ex Consiglio Superiore di Belle Arti), dopo la laurea a Padova in Archeologia e storia dell'arte antica, dal 1943 all'Università di Trieste è stato prima assistente di Luigi Coletti e poi di Roberto Salvini, docente ed infine direttore dal 1964 al 1993 dell'Istituto di Storia dell'arte medioevale e moderna. Perspectiva artificialis: per la storia della prospettiva. Spigolature e appunti (Premio Olivetti 1957) inizia i suoi studi pionieristici sulla prospettiva e sulla rappresentazione dello spazio nell'arte, proseguiti nel 1960 con La cupola vaticana: un'ipotesi michelangiolesca (Premio IN/ARCH 1962) e con la monografia Giotto architetto (1963).

La presentazione triestina avviene con il patrocinio di ICOMOS Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti-Comitato Nazionale Italiano e con la collaborazione dell'associazione L'Officina e dell'Associazione Amici Dei Musei Marcello Mascherini ODV. Il volume è pubblicato, con il supporto della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, sotto gli auspici di Ministero della Cultura - Segretariato regionale per il Friuli Venezia Giulia; Università degli Studi di Trieste; Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, Vicenza; Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, Lucca; SISCA Società italiana di storia della critica d'arte, Roma; Archivio degli Scrittori e della Cultura Regionale, Università di Trieste. (Comunicato stampa Trieste Contemporanea)




Locandina per la presentazione del libro Gentilissima signora Aurelia Gentilissima signora Aurelia
a cura di Lucia Budini e Giuliana Carbi Jesurun, ed. Juliet editrice


Il libro è stato presentato il 28 gennaio 2023 allo Studio Tommaseo di Trieste
www.triestecontemporanea.it

Trieste Contemporanea presenta la seconda pubblicazione della collana libraryline dedicata a Miela Reina (Trieste 1935 -Udine 1972). Il libro pubblica per la prima volta una selezione delle lettere che Miela Reina scrisse alla madre Aurelia Cesari Reina, in fittissima sequenza, negli anni di formazione all'Accademia di Venezia, quindi, dall'autunno del 1955 all'autunno del 1959, data della laurea.

L'interessantissimo epistolario vede la luce, grazie alla trascrizione e all'ordinamento dei manoscritti conservati nell'archivio privato delle famiglie Budini Reina. Sono carte molto speciali poiché contengono molti disegni e bozzetti che si è deciso di riprodurre nel testo delle lettere, aggiungendo una parte di immagini e fotografie provenienti dall'archivio familiare e di riferimenti (grazie alle immagini gentilmente concesse dall'Archivio fotografico ERPAC - Servizio catalogazione, promozione, valorizzazione e sviluppo del territorio, dalla Fondazione CRTrieste e dall'Archivio fotografico del Museo Revoltella - Galleria d'arte moderna di Trieste) ai dipinti citati nel testo, dei quali nel racconto epistolare alla mamma si seguono giorno per giorno le fasi di realizzazione.

Il libro è occasione per conoscere una inedita Miela Reina, giovanissima, versatile e gioiosa nell'apprendere a tutto campo, non solo la pittura al corso di Bruno Saetti (lo spaccato della vita degli studenti fuori sede del tempo è vivacissimo), ma anche dalle molte letture e frequentazioni della vita culturale veneziana (dal cinema al teatro ai concerti) e dai viaggi (in Francia a conoscere Chagall e in Spagna per lavorare alla tesi di laurea sulla pittura castigliana). Questa studentessa diventerà da lì a poco una dei più originali e attenti artisti italiani in dialogo avvincente e autorevole con le tendenze internazionali dell'arte degli anni Sessanta e Settanta - e proprio leggendo queste lettere e le modalità della sua partenza verso l'arte dei grandi c'è ancora il rimpianto che la sua breve vita non le abbia permesso di donarci più a lungo la sua immaginifica creatività: poiché fu "autrice di una vivacissima stupefatta visione del mondo, di una attonita e apocalittica kermesse non eroica" come ebbe a scrivere l'amico e grande estimatore Gillo Dorfles.

Gentilissima Signora Aurelia vuole contribuire a far meglio conoscere una delle figure artistiche più alte della nostra regione e a renderle omaggio. Alla presentazione di sabato, che verrà proposta anche in streaming, in dialogo con le curatrici saranno Paola Bonifacio, storica dell'arte autrice di Miela Reina, la prima monografia sull'artista edita da Mazzotta nel 1999, e (in videoconferenza) Marina Beer, scrittrice e saggista che hanno contribuito all'interpretazione della creatività e degli affetti di Miela Reina a Venezia con due testi pubblicati nel libro in forma di postfazione.

Gentilissima Signora Aurelia è il secondo volume di libraryline, una nuova collana editoriale della Biblioteca di Trieste Contemporanea che raccoglie testi inediti e prime traduzioni di artisti o di autori che hanno contribuito all'arte visiva contemporanea europea o alla sua comprensione. Con la collana, coordinata dalla direttrice della Biblioteca di Trieste Contemporanea Elettra Maria Spolverini (che introdurrà l'incontro di presentazione) e firmata dalla grafica triestina Giulia Lantier, si concretizza una idea di divulgazione della storia dell'arte contemporanea molto cara al comitato triestino, e anche si intercetta e continua un'altra delle missioni prioritarie di Trieste Contemporanea, prevalentemente conosciuta per lo sguardo che da più di un quarto di secolo rivolge alla produzione di arte visiva contemporanea dei paesi dell'Europa dell'Est.

Un mandato, per così dire di reciprocità rispetto all'importazione della conoscenza della cultura artistica ad Est di Trieste: offrire l'opportunità di approfondire all'esterno le espressioni internazionali della produzione di pensiero e di cultura del nostro territorio. Tra le attività svolte in questo segmento merita ricordare le pubblicazioni su e di Sergio Miniussi, la monografia di Marco Pozzetto sugli architetti Berlam, i film documentari su Leo Castelli e su Leonor Fini e si può già anticipare l'ultima iniziativa che verrà resa pubblica in febbraio: la partecipazione alla pubblicazione dell'inedita e importantissima Storia dell'arte in Europa del grande storico dell'arte triestino Decio Gioseffi. (Comunicato stampa)




Atelier di Carlo Fontana con opere in lavoro  Dipinto a olio su tela di cm 50 x 50 denominato Solidi a base rettangolare realizzato da Carlo Fontana nel 2020 Poligoni platonici
di Carlo Fontana, Juliet Editrice, gennaio 2023, testo critico di Gabriele Perretta, progetto grafico di Piero Scheriani, pagg 40 + cover con alette
www.juliet-artmagazine.com

* Presentazione e diffusione in anteprima in occasione della 46° edizione di Arte Fiera, a Bologna, nello stand Juliet, nelle giornate del 2, 3, 4, 5 febbraio 2023.

Poligoni platonici è la quinta pubblicazione che Juliet Editrice dedica al lavoro di Carlo Fontana, con immagini commentate e testo critico di Gabriele Perretta. Carlo Fontana (Napoli, 1951), vive a Casier (Treviso). Si è diplomato all'Accademia di BB.AA. di Napoli, nel corso di pittura con il maestro Domenico Spinosa. Dopo aver esordito con happening dalla fissità teatralizzata e con attività estetica nel territorio, in concomitanza alle teorie formulate negli anni Settanta da Enrico Crispolti, nel decennio successivo inizia un percorso pittorico che vede il colore e la ricerca della luce al centro della sua opera. Sue opere sono presenti, a Trieste, presso la sede della Soprintendenza, nel palazzo storico dell'ITIS e al Museo Diocesano (ex Seminario), a Bologna presso la Collezione Zavettini e nel circuito nazionale sloveno presso la Galerija Murska Sobota.

Tra i critici che si sono occupati del suo lavoro si ricordano: Francesca Agostinelli, Giulia Bortoluzzi, Boris Brollo, Antonio Cattaruzza, Enrico Crispolti, Edoardo Di Mauro, Pasquale Fameli, Robert Inhof, Emilia Marasco, Gabriele Perretta, Alice Rubbini, Maria Luisa Trevisan, Roberto Vidali.

La prima testimonianza, prodotta da Juliet Editrice, ancora nel lontano 1999, fu un libro d'artista di formato quadrato, con copertina rossa e con testo introduttivo firmato da Roberto Vidali. Lì si parlava della natura figurativa dell'opera di Carlo Fontana, dell'uso quasi matissiano del colore, della scomposizione dell'immagine che era in debito con la poetica cubista della prima ora, ma ci soffermava anche a dare una giustificazione storica di un lavoro che di primo acchito poteva sembrare povero d'intenti e di idee, mentre dietro c'era tutto un percorso storico, una linea continua che procedeva dalle prime esperienze operate nel sociale e sul territorio, assieme al gruppo degli Ambulanti, nel corso degli anni Settanta.

In questo caso, invece, il catalogo, a parte un excursus storico di immagini (tutte spiegate ed analizzate con testi lapidari) propone solo un insieme di opere che dobbiamo prosaicamente definire astratto-geometriche e che fanno parte della più recente produzione dell'autore. Gabriele Perretta, nel ricostruire il percorso di questo autore, parte dalla prima performance/azione conosciuta di Carlo Fontana: siamo nel 1974, "Fate l'amore non la guerra", dove solo la sottrazione di una virgola distingue questo titolo dallo slogan in voga negli anni Settanta e che si rifaceva alle guerre di liberazione del Terzo Mondo in secundis e alla guerra del Vietnam in primis, una guerra rovinosa che si concluderà appena l'anno successivo.

L'aggancio, sottolineato da Perretta, va poi, al 1975, con le prime azioni sul territorio di Napoli, progettate assieme al gruppo degli Ambulanti, dove le tessere di mosaico che l'autore distribuiva alle persone che lo avvicinavano, sono già anticipazione di quelle macchie di colore che oggi ritroviamo nei suoi quadri. Ora che la figura che Carlo Fontana interpreta (nelle sfilate del Quartiere Bagnoli di Napoli o di Piazza San Marco a Venezia) fosse quella dell'acquaiolo (di napoletana memoria) o fosse quella afro-napulitana di un povero portatore d'acqua, quello che conta è che il colore era testimonianza già presente e fondante fin da quei lontani anni Settanta, quando nell'arte internazionale il dominio maggiore era quello del bianco e nero (si pensi alle foto di Gilbert & George, di Bernd & Hilla Becher, di Urs Lüthi, di Joseph Beuys e così via).

In questo modo Gabriele Perretta ci fa toccare con mano le ragioni storiche del lavoro di Carlo Fontana, mentre allo stesso tempo sottolinea come il nome di Enrico Crispolti, a cornice di quella situazione culturale (si pensi alla X Quadriennale del 1975, alla Biennale di Venezia del 1976, alla Biennale di Gubbio, nel 1979) non sia stato dei più appropriati perché in realtà non ha saputo valorizzare il lavoro dei singoli autori, preferendo fotografare un fenomeno dalla portata collettiva, spesso però confondendone il valore dei singoli apporti individuali. (Estratto da comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Atelier di Carlo Fontana con opere in lavoro, ph courtesy Juliet
2. Carlo Fontana, Solidi a base rettangolare, 2020, olio su tela, cm 50x50, ph courtesy Juliet




Dipinto a olio su tela di cm 40x60 denominato Guardando a Est e Ovest relizzato da Antonio Sofianopulo 2002 Roberto Vidali davanti a una tela di Zivko Marusic in una foto di Eugenio Vanfiori Copertina di Tre bacche di rovo "Tre bacche di rovo"
di Roberto Vidali, Juliet Editrice, dicembre 2022, pagg 92, extra issue Juliet n 210 / dicembre, pubblicazione con apparati iconografici, copertina di Antonio Sofianopulo, progetto grafico di Piero Scheriani

Questo fascicolo firmato da Roberto Vidali è l'ennesima testimonianza della "proteo-scrittura" che l'autore pratica fin dal 1980, alla ricerca di una terra dove ancorarsi, il che non va letto come motivo di immaturità o di evoluzione, ma di ricerca e di attenzione alla diversità. Questo testo mette insieme più modalità: una presunta tipologia da manuale di storia dell'arte (scorrevole e con analisi precise e puntuali dei fatti) con istanze da mente critica che conduce a paragoni tra situazioni simili e ad affioramenti nella contemporaneità, dove si trovano idee personalissime e riscontri soggettivi.

Gli intrecci e i rimandi sono molteplici ed è sì questa una pratica diffusa all'interno della critica contemporanea, ma forse non praticata con una modalità così variegata, nel senso che il magma che affiora da questa narrazione indica dei pensieri ossessivi, sebbene non sempre gli esempi offerti o i punti di meditazione siano messi sulla carta per dare la certezza della risposta. Uno dei temi ricorrenti dell'intero sviluppo narrativo, è quello della "classicità" ovvero di una possibile istanza classica presente nel mondo contemporaneo, un mondo che è stato costruito sui palazzi abbattuti dalle avanguardie storiche e di cui noi viviamo l'eredità. E quali sono le radici di queste avanguardie? Quali le radici della poetica di Duchamp e del successivo lavoro concettuale di Kosuth?

Ecco, l'autore ci dà quattro nomi: Seurat, van Gogh, Gauguin, Cézanne. E approfondisce la loro importanza con la lettura di una singola opera. L'aspetto insolito di questo testo sono le note, una specie di racconto parallelo e di lunghezza pari a un quinto dei tredici capitoli in cui è suddiviso il libro. Le note non sono stilate in maniera accademica (con gli op.cit. e gli ibidem e il rinvio alle pagine specifiche), perché bisogna domandarsi: quanti sono quelli che nel leggere un saggio sentono veramente il bisogno di andare a cercare il confronto col testo a cui rinvia la nota? Meglio, allora, una nota che aiuta ad approfondire o rinvia a un ulteriore collegamento invece di trovarsi alla sterile informazione di un titolo, di una pagina, di un anno di pubblicazione. Perciò, molte sono le domande che vengono poste e poche sono le risposte che vengono date, proprio per lasciare la possibilità a ogni lettore di cercare di proseguire con i propri piedi un percorso di approfondimento.

Tutto ciò può essere utile, senza pretendere che il metodo sia democratico o partecipativo, perché ogni testo è, innanzitutto, una testimonianza del proprio pensiero, e questo testo firmato da Roberto Vidali non è da meno. Questa pubblicazione, con solo sette immagini che ne illustrano il percorso narrativo, dedica la copertina al lavoro di Antonio Sofianopulo, come modello ed esempio di una pittura che si fa punto interrogativo della contemporaneità. "Tre bacche di rovo" verrà diffuso e distribuito al BAF (Bergamo, 13, 14, 15 gennaio 2023) e ad Arte Fiera (Bologna, 3, 4, 5 febbraio 2023)

Roberto Vidali (Capodistria, 1953) dal 1955 risiede, più o meno, a Trieste. Dopo aver compiuto gli studi presso l'Accademia di BB.AA. di Napoli si è dedicato alla promozione dell'arte contemporanea. Dal 1975 al 1987 è stato direttore esecutivo per la sezione arti figurative del Centro La Cappella di Trieste, dove ha curato quarantaquattro mostre, tra le quali ricordiamo quelle di Riccardo Dalisi, Giuseppe Desiato, Stefano Di Stasio, Živko Marušic. Dal 1979 al 1985 ha collaborato alla pagina culturale del quotidiano "Il Piccolo" e dal 1980 è direttore editoriale della rivista Juliet.

Ha inoltre firmato svariate pubblicazioni; tra le altre: "L'uva di Giuseppe" (1986), "Uhei, uistitì" (1988), "Sul Filomarino slittando" (1990), "Bestio!" (1993), "Merlino, pinturas" (1993), "Massini, énkaustos" (1994), "Sofianopulo, quadros" (1994), "Oreste Zevola, rosso tango" (1994), "Mondino, tauromania" (1995), "Barzagli, impressos" (1995), "Libellule" (1995), "Perini, photos" (1996), "Notturno, setas" (1996), "Ascoltatemi!" (1997), "Kastelic, cadutas" (1997), "Damioli, Venezia New York" (1998), "Onde di formiche a far filari" (1998), "Carlo Fontana" (1999), "Topin meschin" (1999), "Giungla" (1999), "No, non è lei" (2003), "Mamma, vogghiu fa' l'artista" (2007), "Otto fratto tre" (2010).

A seguire "I pensieri di Giacomino Pixi", pubblicato nel 2012. Dal 1991 è coordinatore per l'attività espositiva dell'Associazione Juliet nella cui sede ha presentato innumerevoli artisti; tra gli altri si segnalano: Piero Gilardi, Marco Mazzucconi, Maurizio Cattelan, Ernesto Jannini, Paola Pezzi, Luigi Ontani, Enrico T. De Paris, Alberto Garutti, Mark Kostabi, Massimo Giacon, Cuoghi Corsello, Aldo Mondino, Aldo Damioli, Botto & Bruno, Bonomo Faita. Nel 1994 ha partecipato alla realizzazione della pagina culturale del quotidiano "La Cronaca" e nel 1997 ha pubblicato alcune interviste sulla pagina culturale de "Il Meridiano". Dal 1998 al 2010 è stato direttore incaricato della PARCO Foundation di Casier. Dal novembre del 2000 e fino alla sua chiusura ha collaborato al mensile "Network Caffé", dal 2005 e fino al 2009 ha collaborato con il mensile "Zeno". (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Antonio Sofianopulo, Guardando a Est e Ovest, 2002, olio su tela cm 40x60, Ph courtesy Victor Saavedra, Barcelona 2. Copertina di "Tre bacche di rovo"
3. Roberto Vidali, davanti a una tela di Živko Marušic, in una foto di Eugenio Vanfiori




Tra due mondi. Storia di Philip Rolla
di Maria Grazia Rabiolo, Edizioni Fondazione Rolla, 2022, pp. 128, 210x148 mm, 20Chf/20Euro


Il libro è stato presentato il 15 ottobre 2022 presso La Filanda a Mendrisio (Svizzera)
www.rolla.info

Partito dalla California non appena conclusa l'Università, Philip Rolla fa il percorso inverso rispetto ai suoi nonni, arrivati a inizio Novecento dal Piemonte. La sua avventura professionale inizia a Torino e proseque nella Svizzera italiana. Ingegnere artigiano, è l'inventore delle eliche più performanti a livello internazionale. Il suo nome è legato al mondo della motonautica e delle imbarcazioni in generale. Ma da sempre coltiva una grande passione per l'arte contemporanea e per la fotografia.

La sua esistenza si svolge dunque tra Stati Uniti, che non ha mai dimenticato, ed Europa, Svizzera in particolare. A Bruzella, nella Valle di Muggio, dove risiede con la moglie Rosella, ha costituito una collezione di opere d'arte importante e una fondazione che organizza con regolarità esposizioni fotografiche negli spazi dell'ex scuola d'infanzia. La sua è un'esistenza decisamente particolare e interessante. La biografia di Maria Grazia Rabiolo la ripercorre tappa dopo tappa, con rigore e partecipazione al contempo. Ne emerge il ritratto di un uomo, di un professionista e di un collezionista a dir poco speciale, difficilmente imitabile.

Maria Grazia Rabiolo, nata nel 1957 a Losanna (Canton Vaud) e cresciuta a Viganello (Cantone Ticino), è laureata in Lettere all'Università degli Studi di Milano. Giornalista culturale, ha lavorato per trentaquattro anni alla RSI - Radiotelevisione svizzera di linqua italiana. (Comunicato Rolla.info)




Dopo Terra Matta
Incontro con Giovanni Rabito


Il romanzo della vita passata
di Vincenzo Rabito, testo rivisto e adattato da Giovanni Rabito, ed. Einaudi

Presentazione libro il 29 settembre 2022 alla Sala Giuseppe Di Martino a Catania

A cura dei Centri Culturali Gruppo Iarba, Fabbricateatro e Le stelle in tasca, si svolgerà un incontro con Giovanni Rabito, figlio di Vincenzo, autore di Terra Matta. Nell'occasione, sarà presentato Il romanzo della vita passata, secondo dattiloscritto autobiografico di Vincenzo Rabito, una nuova riscrittura della sua vita a tutt'oggi interamente inedita e successiva alla prima stesura pubblicata sempre da Einaudi nel 2007. Discuteranno, insieme al curatore di Il romanzo della vita passata, delle peculiarità che attribuiscono un'importanza particolare alla seconda stesura autobiografica, Nino Romeo, Daniele Scalia e Orazio Maria Valastro. Graziana Maniscalco leggerà una selezione di brani dell'opera.

Scrive Giovanni Rabito nella prefazione: «Come ben sanno i lettori di Terra matta, mio padre non è mai andato a scuola. Ha imparato a leggere e a scrivere da solo, come da solo ha imparato il mestiere di vivere e l'arte di lavorare duro per vivere meglio. Allo stesso modo, da solo, ha imparato a usare la macchina da scrivere, uno strumento tecnologicamente avanzato almeno per i suoi tempi, e infine a diventare scrittore: scrittore della sua vita, del suo paese natale, della sua gente e forse addirittura del suo secolo».

Vincenzo Rabito (Chiaramonte Gulfi, 1899-1981), «Ragazzo del '99», è stato bracciante da bambino, è partito diciottenne per il Piave, ha fatto la guerra d'Africa e la Seconda guerra mondiale. È stato minatore in Germania, poi è tornato in Sicilia, dove si è sposato e ha allevato tre figli. Il suo Terra Matta ha vinto il «Premio Pieve» nel 2000, ed è conservato presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Giovanni Rabito, figlio di Vincenzo, nasce nel 1949 a Chiaramonte Gulfi in Sicilia, e risiede attualmente a Sydney in Australia. Nel 1967 inizia i suoi studi universitari di Giurisprudenza a Messina, trasferendosi in seguito a Bologna nel 1968. In quegli anni prende parte al movimento letterario italiano della Neoavanguardia, il Gruppo 63 costituitosi a Palermo nel 1963. Scrive poesie pubblicate in riviste letterarie come Tèchne, fondata nel 1969 da Eugenio Miccini come laboratorio dello sperimentalismo verbo-visivo legato all'esperienza del Gruppo 70, e Marcatré, rivista di arte contemporanea, letteratura, architettura e musica, fondata e diretta da Eugenio Battisti nel 1963. Condivide con il padre la passione per la scrittura. Grazie a Giovanni Rabito, il dattiloscritto del padre intitolato Fontanazza, la storia di vita di un uomo che ha attraversato il novecento italiano, è presentato nel 1999 all'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Fontanazza è stato premiato nel 2000, e pubblicato con il titolo Terra Matta nel 2007. (Comunicato stampa)




Uno Stato senza nazione
L'elaborazione del passato nella Germania comunista (1945-1953)
di Edoardo Lombardi, ed. Unicopli, 2022, p. 138, euro 18.00


Il libro è stato presentato il 29 settembre 2022 presso Lo Spazio (Pistoia)
www.lospaziopistoia.it

Lo Spazio Pistoia, in collaborazione con l'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Pistoia presenta il saggio. Ne discuterà con l'autore Stefano Bottoni (Università di Studi di Firenze). Provata dall'esperienza del secondo conflitto mondiale e con un passato difficile da elaborare, la Germania entrava nel 1945 in uno dei periodi più complessi della sua storia, divisa e occupata dalle potenze alleate vincitrici. In questo nuovo contesto, i comunisti tedesco-orientali riconobbero immediatamente nella storia uno strumento per legittimare il proprio ruolo di guida delle masse. Una consapevolezza che, con la nascita della Repubblica Democratica Tedesca nel 1949, portò la SED (ovvero il Partito socialista unificato di Germania, che per quarant'anni fu la compagine politica dominante nella Germania Est) a trasformare la storia in uno strumento istituzionale.

Essa divenne infatti la base fondante per legittimare l'esistenza del «primo Stato socialista sul suolo tedesco», riplasmando e in certi casi reinventando il passato. Erano i primi passi di uno Stato senza Nazione, il cui tentativo di appropriazione della storia andò realizzandosi in modo molto graduale e non senza difficoltà, come questo libro racconta, seguendone dettagliatamente gli sviluppi.

Edoardo Lombardi è dottore magistrale in Scienze storiche presso l'Università degli Studi di Firenze. Dal 2018 collabora con l'Istituto storico della Resistenza e dell'Età contemporanea di Pistoia (Isrpt), per il quale svolge attività di ricerca e di didattica sul territorio. Nel 2020 entra a far parte della redazione del periodico dell'istituto, «Farestoria. Società e storia pubblica». I suoi interessi di studio riguardano soprattutto la storia culturale della Germania e dell'Italia in Età contemporanea, con particolare attenzione alle politiche culturali della Repubblica democratica tedesca. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Matthias Schaller Matthias Schaller - Horst Bredekamp
Ad omnia: Sull'opera del veronauta Matthias Schaller

ed. Petrus Books, 862 fotografie, 156 pagine, hardcover, 32.5x21.5 cm, 2022, edizione tedesca-italiana (dal 3 maggio)

Anche se non appaiono quasi mai gli esseri umani sono onnipresenti nelle fotografie di Matthias Schaller (Dillingen an der Donau, 1965). Con grande precisione e sensibilità, l'artista ha creato in oltre vent'anni di attività, un universo fotografico senza precedenti: ritratti "ambientali", ensemble di oggetti e spazi che raccontano le persone. Che si tratti di studi d'artista, di interni domestici, di teatri, di tavolozze e strumenti o di abiti, le sue serie fotografiche trasmettono l'idea che i segni che lasciamo sulla realtà dicano tanto su una persona quanto la sua presenza fisica.

Accanto alle attuali mostre Porträt al Kunstpalast di Düsseldorf e Antonio Canova a cura di Xavier F. Salomon ai Musei Civici di Bassano del Grappa, Matthias Schaller ha presentato il libro edito da Petrus Books, casa editrice di Schaller, con un saggio di Horst Bredekamp (Kiel, 1947), Professore di Storia dell'arte alla Humboldt-Universität di Berlino. Un libro che attraverso 862 fotografie racconta gli ultimi vent'anni della sua attività di fotografo ed editore, e che idealmente si ricollega alla pubblicazione del 2015 (Steidl Publisher) con un testo/intervista di Germano Celant dal titolo Matthias Schaller, in cui venivano raccontati i suoi primi dieci anni di attività dal 2000 al 2010. Tra gli autori che hanno collaborato collaborato per le pubblicazioni di Matthias Schaller sono Julian Barnes (London), Andreas Beyer (Basel), Gottfried Boehm (Basel), Germano Celant (Milano), Mario Codognato (Venezia), Xavier F. Salomon (New York City), Thomas Weski (Berlin).

Matthias Schaller ha studiato antropologia visiva presso le Università di Hamburg, Göttingen e Siena. Si laurea con una tesi sul lavoro di Giorgio Sommer (Frankfurt, 1834 - 1914 Napoli), uno dei fotografi di maggior successo dell'Ottocento. Il lavoro di Schaller è stato esposto, tra gli altri, al Museo d'Arte Moderna di Rio de Janeiro, al Wallraf-Richartz Museum di Köln, al Museum Serralves di Porto e al SITE di Santa Fe. Nel 2022 oltre alle mostre inaugurate Porträt e Antonio Canova, sono di prossima apertura Das Meisterstück presso Le Gallerie d'Italia a Milano (30 giugno), Matthias Schaller alla Kunstverein Schwäbisch Hall (28 ottobre). (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Communism(s): A Cold War Album
di Arthur Grace, introduzione di Richard Hornik, 192 pagine, 121 immagini b&n, cartonato in tela, aprile 2022
www.damianieditore.com

Grazie ad un raro e prezioso visto da giornalista, il fotografo americano Arthur Grace ha potuto valicare ripetutamente la Cortina di Ferro durante gli anni '70 e '80 e documentare un mondo che a lungo è stato celato all'occidente. Communism(s): A Cold War Album è una raccolta di oltre 120 fotografie in bianco e nero realizzate da Grace in quel periodo e per la maggior parte fino ad oggi inedite. Questi scatti, realizzati in Unione Sovietica, Polonia, Romania, Jugoslavia e Repubblica Democratica Tedesca, restituiscono il costante e a tratti crudele rapporto tra la claustrofobica irregimentazione di stato e la (soffocata) voglia di contatti con il mondo esterno della popolazione.

Nelle fotografie di Grace emerge forte il contrasto tra la propaganda di regime fatta di simboli e architetture che rimandano ad un'idea di grandezza ed efficienza e le difficoltà della vita quotidiana fatta di lunghe file per l'approvvigionamento del cibo. Il libro è arricchito da un'introduzione scritta da Richard Hornik, ex capo dell'ufficio di Varsavia della rivista Time.

Arthur Grace ha realizzato servizi fotografici in tutto il mondo per i magazine Time e Newsweek. Suoi lavori sono apparsi anche in molte altre riviste, tra cui Life, The New York Times Magazine, Paris Match e Stern. Prima di Communism(s): A Cold War Album, Grace ha pubblicato altri cinque libri fotografici; ha esposto in numerosi musei e gallerie negli Stati Uniti e all'estero; sue opere fotografiche sono incluse nelle collezioni permanenti di importanti istituti tra cui il J. Paul Getty Museum, la National Portrait Gallery e lo Smithsonian. (Comunicato ufficio stampa Damiani Editore)




Copertina del libro Guttuso e il realismo in Italia Guttuso e il realismo in Italia, 1944-1954
di Chiara Perin, Silvana Editoriale, Collana Studi della Bibliotheca Hertziana, 2020

Il libro è stato presentato il 13 aprile 2022 alla Accademia Nazionale di San Luca (Roma)

Alla caduta del fascismo anche gli artisti dovettero affrontare nuovi e dilemmi. Quale linguaggio per manifestare il proprio impegno civile? Come interpretare la lezione dei maestri italiani, di Picasso e delle avanguardie? Avventurarsi nel terreno dell'astrazione o ripiegare sulle forme rassicuranti del realismo? Il volume indaga questi e analoghi interrogativi alla luce delle esperienze figurative maturate in Italia tra 1944 e 1954.

L'ambiente romano trova particolare risalto: lì, infatti, si concentravano i dibattiti più vitali grazie alla presenza del capofila realista, Renato Guttuso. Limitando la ridondanza delle coeve pagine critiche a vantaggio dell'analisi di opere e contesto, acquistano evidenza gli aspetti meno noti del movimento: i modelli visivi, i generi ricorrenti, le controversie tra i tanti esponenti. In appendice, una fitta cronologia consente al lettore di seguire da vicino eventi e polemiche del decennio. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Locandina per la presentazione del libro Eolie enoiche Eolie enoiche
Racconti di vini, di sole, di vignaioli sensibili alla terra

ed. DeriveApprodi, 2022, p. 192, euro 16,00

Il libro è stato presentato il 26 febbraio 2022 alla libreria Lo Spazio (Pistoia)

Isole Eolie, un arcipelago da sogno. Nino Caravaglio, 57 anni, vignaiolo di Salina, sincero, appassionato, testardo, sensibile. Protagonista della viticultura eoliana, da oltre trent'anni lavora al recupero di vigne e vitigni, contribuendo a ridare forma a un paesaggio agricolo fatto di vecchie tecniche e nuove pratiche, relazioni umane solidali e sensibilità ambientale. Nino è un vignaiolo tout-court, di quelli che non si siedono mai e il loro vino deve sempre mirare all'eccellenza senza mai essere modaiolo perché rispecchia l'unicità di queste terre.

Dodici ettari di vigna divisi in quasi 40 appezzamenti: 40 campi da seguire, 40 potature, 40 vendemmie seguendo le stagioni (si parte in agosto dal mare e si sale poi sugli altipiani). Corinto nero e Malvasia i vitigni principali, da soli o mescolati con cataratto, nerello mescalese, calabrese, perricone. Alcuni dei nomi che Nino ha dato alle varie vinificazioni sono da soli poesia: Occhio di terra, Nero du munti, Infatata, Scampato, Inzemi, Abissale, Chiano cruci...

Le vigne di mare delle Eolie - quelle di Caravaglio e di altri coraggiosi precursori, le cui storie si intrecciano nel libro di Simonetta Lorigliola - hanno le radici nei crateri dei vulcani o negli appezzamenti a strapiombo sul mare, ma i loro occhi sono puntati sulla terra. Perché nelle storie di chi torna ad abitare con vitalità aree impervie dell'Italia e del pianeta stanno le premesse non solo di nuove agricolture, ma anche di nuove ecologie e forme di vita.

Libro presentato da Simonetta Lorigliola e Nino Caravaglio. Modera l'incontro Cesare Sartori. A seguire degustazione dei vini Infatata e Occhio di Terra (Malvasia), Nero du Munti (Corinto Nero).

Simonetta Lorigliola, giornalista e autrice, si occupa di cultura materiale. È nata e cresciuta in Friuli. Ha frequentato l'Università degli studi di Trieste, laureandosi in Filosofia. È stata Responsabile Comunicazione di Altromercato, la principale organizzazione di Commercio equo e solidale in Italia. Ha collaborato con Luigi Veronelli, nella sua rivista "EV Vini, cibi, intelligenze" e nel progetto di contadinità planetaria t/Terra e libertà/critical wine. Ha vissuto in Messico, ad Acapulco, insegnando Lingua e cultura italiana.

Ha diretto "Konrad. Mensile di informazione critica del Friuli Venezia Giulia". Da molti anni collabora con il Seminario Veronelli per il quale è oggi Caporedattrice e Responsabile delle Attività culturali. Con DeriveApprodi ha pubblicato "È un vino paesaggio.Teorie e pratiche di un vignaiolo planetario in Friuli" (2018) ed "Eolie enoiche. Racconti di vini, di sole, di vignaioli sensibili alla terra" (2020). Scrive di vino come intercessore culturale di storie, utopie e progetti sensibili. (Estratto da comunicato stampa)

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The Rough Guide - Sicilia
Guida turistica di Robert Andrews, Jules Brown, Kate Hughes
Recensione




1989 Muro di Berlino, Europa
www.iger.org

Quaderno della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, a cura di Roberto Ventresca e Teresa Malice, pubblicato per Luca Sossella Editore. Un racconto corale che raccoglie i contributi, gli spunti, le riflessioni delle voci di tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione del progetto internazionale Breaching the Walls. We do need education! Un progetto internazionale dedicato alla rielaborazione critica, attraverso un coinvolgimento plurale di istituzioni e cittadini, della storia e della memoria della caduta del Muro di Berlino e degli eventi da questa scatenati.

Risultato tra i progetti vincitori, nel programma Europa per i cittadini 2014-2020, del bando Memoria europea 2019, è stato promosso dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, in qualità di capofila, unitamente a 5 partner europei: l'Università di Bielefeld, l'Institute of Contemporary History di Praga, il Comune di Tirana, l'Associazione Past/Not Past di Parigi e l'History Meeting House di Varsavia. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Dario Argento Due o tre cose che sappiamo di lui Dario Argento
Due o tre cose che sappiamo di lui


a cura di Steve Della Casa, ed. Electa e Cinecittà, pagg. 160, cm 24x30, ita/ing, 80 illustrazioni a colori, 28 euro
In libreria dal 12 ottobre 2021

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico capace di dedicarsi a generi come il giallo, il thriller e l'horror creando un proprio universo visivo ed espressivo, Dario Argento si configura tra i registi italiani più noti al mondo. Il volume monografico a lui dedicato è pubblicato da Electa e Cinecittà, in occasione della rassegna cinematografica organizzata da Cinecittà in collaborazione con il Lincoln Center che verrà inaugurata il prossimo anno a New York e durante la quale saranno proposti 17 film originali integralmente restaurati.

Curato da Steve Della Casa, noto critico cinematografico, il volume vuole rendere omaggio ai tratti distintivi del cinema di Dario Argento attraverso una raccolta di interventi di autori di rilievo internazionale -da Franco e Verdiano Bixio a John Carpenter, da Steve Della Casa a Jean-François Rauger, a George A. Romero e Banana Yoshimoto-. Il risultato è una polifonia di voci dal carattere eterogeneo, tra cui due interviste inedite e conversazioni con il regista, che offrono al lettore la possibilità di confrontarsi con le testimonianze di chi ha vissuto il "fenomeno Dario Argento" in prima persona e di coglierne gli elementi più originali che hanno rivoluzionato il panorama cinematografico mondiale.

Argento si colloca infatti fra le figure più interessanti del cinema contemporaneo, su scala internazionale. Ne sono testimonianza la capacità di sviluppare una sintesi personalissima dell'estetica e delle novità emergenti durante gli anni Sessanta, che vedono un progressivo ridursi della centralità del grande schermo a vantaggio di nuove soluzioni tecnologiche. Nelle sue pellicole emerge un uso sorprendente della cinepresa a mano mescolato con virtuosismi da cinema tradizionale, così come un'attenzione quasi maniacale per la colonna sonora, vera protagonista dei suoi film che spesso raggiunge livelli di notorietà altissimi.

Rintracciamo nel suo modo di girare un linguaggio che si evolve in continuazione, fino a contaminarsi esplicitamente con quello delle clip musicali e scelte di produzione di avanguardia, come lavorare sempre con un casting di artisti internazionali, peculiarità che ricorre raramente nel panorama del cinema italiano. Tema centrale è poi il trionfo della visionarietà a scapito della sceneggiatura, tratto che contraddistingue la libertà creativa del cinema di Dario Argento, capace di generare nel pubblico un'attenzione quasi ipnotica ed un forte impatto visivo. Il volume si conclude con una filmografia completa e l'elenco delle sceneggiature scritte per altri film, insieme ad un ricco apparato fotografico del dietro le quinte delle produzioni più memorabili, tra cui Suspiria (1977), Il gatto a nove code (1971), Profondo rosso (1975), Phenomena (1985). (Comunicato ufficio stampa Electa)

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David Hemmings nel film Profondo Rosso diretto da Dario Argento




Copertina del libro Un calcio alla guerra Un calcio alla guerra, Milan-Juve del '44 e altre storie
di Davide Grassi e Mauro Raimondi

Il libro è stato presentato il 9 ottobre 2021 presso l'Associazione Culturale Renzo Cortina a Milano

A settantasei anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Davide Grassi e Mauro Raimondi, da sempre interessati agli intrecci tra storia e sport, hanno unito le loro passioni per creare un libro di impegno civile. "Un calcio alla guerra" narra di storie individuali e collettive che esaltano il coraggio e l'abnegazione dei molti sportivi coinvolti nell'assurdità della guerra. Vicende di persone che sono passate dal campo di calcio alla lotta per la Liberazione, in qualche caso pagando con la vita.

Storie vissute in bilico tra pallone e Resistenza al nazifascismo come quelle di Bruno Neri, Giacomo Losi, Raf Vallone, Carlo Castellani, Michele Moretti, Antonio Bacchetti, Dino Ballacci, Cestmir Vycpalek, "Cartavelina" Sindelar, Erno Erbstein, Arpad Weisz, Géza Kertész, Gino Callegari, Vittorio Staccione, Edoardo Mandich, Guido Tieghi, e Alceo Lipizer, solo per citare i più celebri. Le incredibili partite giocate tra partigiani e nazisti, come quella che si disputò a Sarnano nel maceratese nel 1944, o quelle fra reclusi nei lager e i loro aguzzini, vere e proprie partite della morte, a cui si ispirò il film di John Houston, "Fuga per la vittoria", passando per un episodio che pochi conoscono: il rastrellamento avvenuto dopo la partita fra Milan e Juventus del 2 luglio 1944, correlata da una accurata ricerca d'archivio.

Senza trascurare i protagonisti di altri sport. Tra i tanti Alfredo Martini, partigiano che diventò commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo, il pallanuotista e rugbista, Ivo Bitetti, fra coloro che catturarono Benito Mussolini in fuga, il ciclista tedesco Albert Richter, che aiutò gli ebrei a scappare e venne impiccato, i tanti pugili costretti a combattere per la vita sul ring di Auschwitz per il divertimento dei loro kapò o che si ribellarono lottando alla guerra nazifascista, come Leone Jacovacci, Lazzaro Anticoli, Pacifico di Consiglio e Settimio Terracina.

Interverranno gli autori e Marco Steiner, figlio di Mino Steiner, il nipote di Giacomo Matteotti protagonista di uno dei racconti del libro, che per la sua attività nella Resistenza venne deportato e assassinato in campo di concentramento. Questo libro è dedicato a tutte le persone che hanno sognato un pallone, dei guantoni, una sciabola, un paio di sci, un'auto da corsa, una piscina o una pista d'atletica insieme alla libertà. Con l'obiettivo di ricordare, per dare un calcio alla guerra.

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Ha scritto e curato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il suo primo libro nel 2002 ha vinto il premio "Giornalista pubblicista dell'anno" e nel 2003 è stato premiato come "L'addetto stampa dell'anno". Il suo sito è www.davideg.it

Mauro Raimondi, per molti anni insegnante di Storia di Milano, sulla sua città ha pubblicato Il cinema racconta Milano (Edizioni Unicopli, 2018), Milano Films (Frilli, 2009), Dal tetto del Duomo (Touring Club, 2007), CentoMilano (Frilli, 2006). Nel 2010 ha inoltre curato la biografia del poeta Franco Loi in Da bambino il cielo (Garzanti). Nella letteratura sportiva ha esordito nel 2003 con Invasione di campo. Una vita in rossonero (Limina).

Davide Grassi e Mauro Raimondi insieme hanno pubblicato Milano è rossonera. Passeggiata tra i luoghi che hanno fatto la storia del Milan (Bradipolibri, 2012) e Milan 1899. Una storia da ricordare (El nost Milan, 2017). Insieme ad Alberto Figliolia, hanno pubblicato Centonovantesimi. Le 100 partite indimenticabili del calcio italiano (Sep, 2005), Eravamo in centomila (Frilli, 2008), Portieri d'Italia (A.car Edizioni, 2013, con 13 tavole di Giovanni Cerri) e Il derby della Madonnina (Book Time, 2014). Nel 2019 hanno partecipato alla raccolta di racconti Milanesi per sempre (Edizioni della Sera). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Sparta e Atene _ Autoritarismo e Democrazia di Eva Cantarella Sparta e Atene. Autoritarismo e Democrazia
di Eva Cantarella

Un bel libro, di facile lettura e di carattere divulgativo, destinato non sono a specialisti e addetti i lavori, bensì a tutti coloro che siano anche dei semplici appassionati della grande Storia della Grecia Classica. Pur se dedicato a un argomento ampiamente trattato da autorevoli studiosi, il testo offre l'occasione di approfondire tematiche non troppo note inerenti Sparta e Atene, le due città simbolo di uno dei periodi storici che più accendono la fantasia di una moltitudine di lettori. (Estratto da recensione di Rudy Caparrini)

Recensione nel Blog di Rudy Caparrini




"Un regalo dal XX Secolo"
Piccole raccolte di cultura - Binomio di musica e poesia - Dal Futurismo al Decadentismo di Gabriele D'Annunzio

www.allegraravizza.com

La Galleria Allegra Ravizza propone una selezione di Edizioni Sincrone nell'ampio progetto Archivi Telematici del XX Secolo. Con i loro preziosi contenuti, ogni Edizione tratta e approfondisce un preciso argomento del secolo scorso. Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizioso scopo di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva.

Le Edizioni Sincrone qui presentate, si incentrano su due temi principali: la Musica Futurista e i capolavori letterari del poeta Gabriele D'Annunzio. Dalla raccolta dannunziana "Canto Novo" alla tragedia teatrale "Sogno di un tramonto d'autunno", dal Manifesto futurista di Francesco Balilla Pratella a "L'Arte dei Rumori" di Luigi Russolo, ogni Edizione contiene una vera e propria collezione di musiche, accompagnate da un libro prezioso, una raccolta di poesie o una fotografia: un Racconto dell'Arte per la comprensione dell'argomento.

Canto Novo
di Gabriele D'Annunzio
A diciannove anni, nel 1882, Gabriele D'Annunzio pubblica la raccolta di poesie "Canto Novo", dedicata all'amante Elda Zucconi. I sentimenti, la passione, l'abbattimento e il sensualismo che trapelano dalle parole del poeta divengono note e melodie grazie al talento musicale di grandi compositori del Novecento tra cui Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti e Ottorino Respighi. L'Edizione Sincrona contiene il volume "Canto Novo" insieme alle musiche dei grandi compositori che a questo si ispirarono. (Euro 150,00 + Iva)

Poema Paradisiaco
di Gabriele D'Annunzio

"La sera", tratta da "Poema Paradisiaco" (1893) di Gabriele D'Annunzio, fu sicuramente una delle poesie maggiormente musicate dai compositori del Novecento. Nella Edizione Sincrona sono contenute le liriche di compositori come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ottorino Respighi e Pier Adolfo Tirindelli, che si ispirarono ai versi del Vate creando varie interpretazioni melodiche e attuando diverse scelte musicali, insieme al volume "Poema Paradisiaco" di D'Annunzio. (Euro 150,00 + Iva)

Sogno di un tramonto d'autunno
di Gabriele D'Annunzio

Concepito nel 1897, "Sogno di un Tramonto d'Autunno" è composto dal Vate per il suo grande amore: Eleonora Duse, che interpretò infatti il ruolo della protagonista durante la prima rappresentazione del 1899. All'interno dell'Edizione Sincrona è presente il volume "Sogno di un tramonto d'autunno" del 1899 accompagnato dalla musica del noto compositore Gian Francesco Malipiero composta nel 1913, le cui note sono racchiuse in un audio oggi quasi introvabile. Oltre a questo prezioso materiale, l'Edizione racchiude ad una fotografia della bellissima Eleonora Duse e due versioni del film omonimo "Sogno di un Tramonto d'Autunno" diretto da Luigi Maggi nel 1911. (Euro 200,00 + Iva)

Raccolta di 100 liriche su testi
di Gabriele D'Annunzio

La sensibilità, lo spirito e la forte emotività presente nei versi di Gabriele D'Annunzio non poterono che richiamare l'attenzione di grandi artisti e compositori del Novecento come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ildebrando Pizzetti e Domenico Alaleona che, affascinati dalle parole del Vate, tradussero in musica le sue poesie. L'Edizione Sincrona contiene 100 liriche musicate dai grandi compositori insieme ai rispettivi testi e volumi di Gabriele D'Annunzio da cui sono tratte: "Canto Novo", "Poema Paradisiaco", "Elettra" e "Alcione" (rispettivamente Libro II e III delle "Laudi"), "La Chimera e l'Isotteo" e infine la copia anastatica di "In memoriam". (Euro 500,00 + Iva)

La Musica Futurista

La Musica futurista, grazie a compositori come Francesco Balilla Pratella, Luigi Russolo, Franco Casavola e Silvio Mix, stravolse completamente il concetto di rumore e suono, rinnegando con forza la tradizione musicale Ottocentesca. Le musiche futuriste presenti all'interno di questa Edizione Sincrona svelano nuove note, nuovi timbri, nuovi rumori mai sentiti prima, dimostrando come le ricerche e le invenzioni futuriste riuscirono a cambiare per sempre il futuro della musica. Insieme a questa corposa raccolta musicale, l'Edizione contiene un video introduttivo e due testi fondamentali per poter contestualizzare e comprendere appieno il panorama storico in cui la Musica Futurista sorse: "La musica futurista" di Stefano Bianchi e gli esilaranti racconti di Francesco Cangiullo contenuti in "Le serate Futuriste". (Euro 200,00 + Iva)

Il Manifesto di Francesco Balilla Pratella | Musica Futurista

Fondato nel 1909, il Futurismo si manifestò in ogni campo artistico. Nel 1910, su richiesta di Filippo Tommaso Marinetti, il giovane compositore Francesco Balilla Pratella scrisse il "Manifesto dei Musicisti Futuristi", un'energica ribellione alla cultura borghese dell'Ottocento in nome del coraggio, dell'audacia e della rivolta. L'Edizione Sincrona presenta, insieme al manifesto originale del 1910, la musica futurista di uno dei maggiori compositori del Primo Futurismo: Francesco Balilla Pratella. Ad accompagnare il prezioso manifesto e le musiche, sono presenti inoltre due manuali fondamentali per la comprensione del lavoro e della figura di Francesco Balilla Pratella dal titolo "Testamento" e "Caro Pratella". (Euro 500,00 + Iva)

Il Manifesto di Luigi Russolo | Musica Futurista

"La vita antica fu tutta silenzio. Nel XIX secolo, con l'invenzione delle macchine, nacque il Rumore": con questa dichiarazione esposta nel manifesto "L'Arte dei Rumori" del 1913 il futurista Luigi Russolo rinnova e amplifica il concetto di suono/rumore stravolgendo per sempre la storia della musica. In questa Edizione Sincrona sono contenuti le musiche e i suoni degli Intonarumori di Russolo, insieme al manifesto del 1913 "L'Arte dei Rumori" che teorizzò questa strabiliante invenzione! Per poter comprendere e approfondire la figura del grande inventore futurista, l'Edizione contiene anche un libro "Luigi Russolo. La musica, la pittura, il pensiero". (Euro 500,00 + Iva)

Video su Musica Futurista
youtu.be/T04jDobaB-Q




Copertina libro Ultima frontiera, di Giovanni Cerri Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze

di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020
www.lelettere.it

Nell'orizzonte contemporaneo appare significativa la testimonianza di questi scritti di Giovanni Cerri. In un connotato diaristico, divenuto sempre più raro, vive la "voce" dei ricordi, dei volti, dei momenti esistenziali, delle figure dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, conoscenze di personaggi testimoniali, incontri con artisti. In una scrittura aperta, esplorativa, emergono due tematiche in una singolare originalità: la periferia come corrispettivo della solitudine dell'anima; lo sguardo senza tempo nell'inconscio, in ciò che abbiamo amato, in ciò che non è accaduto.

Giovanni Cerri (Milano, 1969), figlio del pittore Giancarlo Cerri, ha iniziato la sua attività nel 1987 e da allora ha esposto in Italia e all'estero in importanti città come Berlino, Francoforte, Colonia, Copenaghen, Parigi, Varsavia, Toronto, Shanghai. Nel continuo richiamo al territorio urbano di periferia, la sua ricerca si è sviluppata nell'indagine tematica dell'archeologia industriale con il ciclo dedicato alle Città fantasma. Nel 2011, invitato dal curatore Vittorio Sgarbi, espone al Padiglione Italia Regione Lombardia della Biennale di Venezia. Nel 2014 presenta la mostra Milano ieri e oggi nelle prestigiose sale dell'Unione del Commercio a Palazzo Bovara a Milano. Nel 2019 alla Frankfurter Westend Galerie di Francoforte è ospitata la mostra Memoria e Futuro. A Milano, nell'anno di Leonardo, in occasione del quinto centenario leonardesco.

- Dalla postfazione di Stefano Crespi

«Nel percorso di questa collana «Atelier», sono usciti in una specularità scritti di artisti e scritti di letterati: gli scritti degli artisti nelle cadenze dell'orizzonte interiore (ricordiamo: Confessioni di Filippo de Pisis, Cieli immensi di Nicolas de Staël); gli scritti dei letterati nel tradurre, nel prolungare in nuova vita il fascino, l'enigma dei quadri (ricordiamo Giovanni Testori, Yves Bonnefoy). Nelle istanze oggi di comunicazione mediatica, di caduta dell'evento, il libro di Giovanni Cerri, Ultima frontiera, si apre a uno spazio senza fine di sensi, luce, eros, avventura dell'immagine, della parola. Accanto allo svolgimento della pittura, vivono, rivivono, nelle sue pagine, anche dagli angoli remoti della memoria, i tratti del vissuto, i momenti dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, figure di artisti, personaggi testimoniali, i luoghi, il luogo ultimativo della periferia, occasioni di accostamento a quadri del passato, museali. [...]

Soffermandoci ora in alcuni richiami, ritroviamo il senso di un percorso, i contenuti emozionali, quella condizione originaria che è l'identità della propria espressione. In una sorta di esordio, viene ricordato lo studio del padre, artista riconosciuto, Giancarlo Cerri. Uno studio in una soffitta di un antico edificio. Ma anche «luogo magico», dove si avvia la frase destinale, il viaggio di Giovanni Cerri che percepisce la differenza (o forse anche una imprevedibile relazione) tra figurazione come rappresentazione e astrazione come evocazione. David Maria Turoldo è stato una figura testimoniale in una tensione partecipe alle ragioni dell'esistere e al senso di una vita corale. Lo scritto di Giovanni Cerri ha la singolarità di un ricordo indelebile nella conoscenza, con la madre, all'abbazia di S. Egidio a Fontanella e poi nella frequentazione, dove Turoldo appare come presenza, come voce, come forza di umanità. Scrive Cerri: «un uomo fatto di pietra antica, come la sua chiesa».

Michail Gorbaciov, negli anni dopo la presidenza dell'Unione Sovietica, in un viaggio in Italia, con la moglie Raissa ha una sosta a Sesto San Giovanni, dove visita anche l'occasione di una mostra di tre giovani artisti. Giovanni Cerri, uno dei tre artisti, conserva quel momento imprevedibile di sorpresa con gli auguri di Gorbaciov. Un'emozione suscita la visita al cimitero Monumentale: una camminata, un viaggio inconfondibile nelle testimonianze che via via si succedono. In particolare, toccante la tomba di una figura femminile mancata a ventiquattro anni. Rivive, in Cerri, davanti alla scultura dedicata a questa figura femminile, una bellezza seducente, il mistero di un eros oltre il tempo. Nelle pagine di diario appaiono, come tratti improvvisi, occasioni, emozioni.

Così il ricordo di Floriano Bodini nella figura, nel personaggio, nelle parole, nel fascino delle sue sculture in una visita allo studio. Giovanni Cerri partecipa all'inaugurazione della mostra di Ennio Morlotti sul ciclo delle bagnanti. In quella sera dell'inaugurazione erano presenti Morlotti e Giovanni Testori sui quali scrive Cerri: «cercatori inesausti delle verità nascoste, tra le pieghe infinite dello scrivere e del dipingere». Un intenso richiamo alla scoperta della Bovisa: «un paesaggio spettrale» nella corrosione, nella vita segreta del tempo. Accanto al percorso diaristico, Giovanni Cerri riporta in una sezione alcuni testi di sue presentazioni in cataloghi o nello stimolo di un'esposizione. In un ordine cronologico della stesura dei testi figurano Alessandro Savelli, Giancarlo Cazzaniga, Franco Francese, Alberto Venditti, Marina Falco, Fabio Sironi.

Si tratta di artisti con una singolarità, un connotato originario. Si riconferma la scrittura di Cerri, fuori da aspetti categoriali, didascalici. Una scrittura esplorativa nelle intuizioni, nei riferimenti creativi, in un movimento dialettico: esistenza e natura, interno ed esterno, presenza e indicibile, immagini e simboli, «una luce interiore» e «l'ombra, il mistero, l'enigma della vita». In conclusione al libro si presentano due interviste con Giovanni Cerri curate da Luca Pietro Nicoletti nel 2008, da Francesca Bellola nel 2016. Appaiono, limpidamente motivati, momenti tematici, espressivi, con intensa suggestione di rimandi. Inevitabile, infine, una considerazione sul rapporto del pensiero, della scrittura con la pittura.

Più che a richiami in relazioni specifiche, dirette, il percorso di Cerri nella sua eventicità destinale può essere ricondotto a due tematiche: la visione interiore della periferia e lo sguardo senza tempo nel volto. Tematiche che hanno una connessione anche psicologica nell'alfabeto oscuro dell'esistenza, del silenzio. La periferia è l'addio ancestrale nelle sue voci disadorne, stridenti, perdute, nella solitudine in esilio dalle cifre celesti. Nell'intervista di Francesca Bellola c'è un'espressione emblematica di Giovanni Cerri sulla periferia: «non sono più solo le zone periferiche delle città industriali con le strade, i viali e le tangenziali ad essere desolate, ma è anche la nostra anima, il nostro terreno interiore, a evidenziare i segni di abbandono». Il titolo che segna in modo così sintomatico l'opera di Cerri è Lo sguardo senza tempo. In un'osservazione generale, il «vedere» è la scena dei linguaggi, lo sguardo è inconscio, memoria, ciò che abbiamo amato, ciò che non è accaduto [...]» (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)




Copertina del libro Il Calzolaio dei Sogni, di Salvatore Ferragamo, pubblicato da Electa Il calzolaio dei sogni
di Salvatore Ferragamo, ed. Electa, pag. 240, oltre 60 illustrazioni in b/n, in edizione in italiano, inglese e francese, 24 euro, settembre 2020

Esce per Electa una nuova edizione, con una veste grafica ricercata, dell'autobiografia di Salvatore Ferragamo (1898-1960), pubblicata per la prima volta in inglese nel 1957 da George G. Harrap & Co., Londra. Salvatore Ferragamo si racconta in prima persona - la narrazione è quasi fiabesca - ripercorrendo l'avventura della sua vita, ricca di genio e di intuito: da apprendista ciabattino a Bonito, un vero "cul-de-sac" in provincia di Avellino, a calzolaio delle stelle di Hollywood (le sue calzature vestirono, tra le altre celebrità, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo), dalla lavorazione artigianale fino all'inarrestabile ascesa imprenditoriale.

Il volume - corredato da un ricco apparato fotografico e disponibile anche in versione e-book e, a seguire, audiolibro - ha ispirato il film di Luca Guadagnino "Salvatore - Shoemaker of Dreams", Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia: la narrazione autobiografica diventa un lungometraggio documentario che delinea non solo l'itinerario artistico di Ferragamo, ma anche il suo percorso umano, attraverso l'Italia e l'America, due mondi che s'intrecciano fortemente. (Comunicato stampa)




Federico Patellani, Stromboli, 1949 - Federico Patellani © Archivio Federico Patellani - Regione Lombardia _Museo di Fotografia Contemporanea Federico Patellani, Stromboli 1949
ed. Humboldt Books

Il libro è stato presentato il 30 giugno 2020
www.mufoco.org

Il Museo del Cinema di Stromboli e il Museo di Fotografia Contemporanea presentano il libro in una diretta (canali YouTube e Facebook del Mufoco) che vedrà intervenire Alberto Bougleux, Giovanna Calvenzi, Emiliano Morreale, Aldo Patellani e Alberto Saibene. La pubblicazione è introdotta dalle parole della lettera con cui Ingrid Bergman si presenta a Roberto Rossellini: "Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo.

Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei". Rossellini, dopo aver ricevuto questa lettera da Ingrid Bergman, allora una delle massime stelle hollywoodiane, la coinvolge nel progetto che diventerà il film Stromboli, terra di Dio (1950), ma ancor prima del film è la storia d'amore tra il regista romano e l'attrice svedese a riempire le cronache di giornali e rotocalchi.

Federico Patellani, uno dei migliori fotografi dell'epoca, si reca sull'isola eoliana: le sue fotografie fanno il giro del mondo, perché non documentano solo la realizzazione del film, ma anche le condizioni di vita degli abitanti e la forza degli elementi. Dall'archivio Patellani, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, sono emerse le fotografie che aiutano a ricostruire nella sua integrità quella celebre storia. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera.

Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia.

Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni.

Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)




Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo di Roberta Sorgato Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola.

Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia.

Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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