Presidenziali Usa '08: Breve analisi del voto e prospettive

di Ninni Radicini
Orizzonti Nuovi - Periodico di informazione e analisi di Italia dei Valori
30 novembre 2008


La vittoria di Barack Obama è stata caratterizzata da evoluzioni politiche e risultati elettorali significativi. Il neopresidente, ex senatore Democratico dell'Illinois, ha ottenuto 66.8 milioni di voti (53%; 365 voti elettorali) contro i 58.3 milioni (46%; 173) di John McCain, senatore Repubblicano dell'Arizona. Obama ha prevalso in 28 Stati, McCain in 22. Un dato rilevante è la localizzazione del voto: quello per Obama nell'Ovest e nel Nord Est; McCain invece ha vinto nel Sud, tranne la Florida, e nell'area centro-occidentale, tranne Colorado e New Mexico. Tra gli effetti, il superamento della diffidenza dell'elettorato repubblicano del Sud - bianco, operaio, autonomista - per McCain, tanto da far convergere su di lui più voti di quelli di Bush. E se in Virginia e nella Carolina del Nord ha vinto Obama è da notare che qui ha ottenuto solo 1/3 del voto dei bianchi. Nei tre Stati persi da McCain si è rivelato decisivo il passaggio di campo dell'elettorato latino-hispanico, la cui crescita è tale da far prevedere che tra pochi anni Texas e Arizona - tradizionalmente "rossi" (Repubblicani) - potrebbero diventare "blu" (Democratici).

I sondaggi, in particolare gli exit pool, hanno trovato conferma nel risultato anche grazie ad innovazioni nelle modalità di rilevamento, in particolare con la riduzione delle domande del questionario e l'impiego di intervistatori con età media più alta, per facilitare l'accostamento agli elettori anziani. Nonostante ciò la metà delle persone avvicinate ha declinato di rispondere: un numero più alto rispetto agli anni scorsi. La previsione generalizzata pro-Obama era però da verificare poiché dall'88 i sondaggi danno un vantaggio al candidato democratico, non sempre poi confermato. Inoltre c'era il precedente della primarie in Nevada dove Obama era dato avanti di 10 punti su Hillary Clinton, poi vincitrice con +9. Un'altra incognita era il margine di errore del 4%, che ha collocato 12 Stati (1/4 del totale) tra quelli "in bilico".

Questo non ha influito sul vantaggio di Obama, in virtù della pressoché certezza di vittoria in California (55 voti elettorali), New York (31), Pennsylvania (21), più il vantaggio in Floridia (27). Quattro Stati che insieme assegnano quasi la metà dei 270 voti necessari per l'elezione. Considerando le ultime 10 presidenziali, se in California la sconfitta dei Repubblicani non appare sorprendente (non vincono dall'88), più cocenti sono quelle in Colorado (i Democratici avevano vinto solo nel '92 con Clinton), nella Carolina del Nord e nell'Indiana. Ora per i due schieramenti si aprono fasi differenti. Per i Democratici la scelta della linea di governo. Nancy Pelosi (D-California), speaker della Camera dei Rappresentanti, ha sottolineato che la presidenza si esercita governando dal centro.

Indirizzo che trova riscontri nella scelta di varie personalità di area clintoniana per l'esecutivo, così come nella decisione del gruppo Democratico al Senato di mantenere un legame con Joe Lieberman, senatore del Connecticut, nonostante il suo sostegno a McCain. Già candidato alla vicepresidenza nel 2000 con Al Gore, Lieberman rappresenta quell'elettorato conservatore tendenzialmente Democratico, dimostratosi rilevante ad esempio nel sostegno ad Hillary Clinton alle primarie. In tale direzione va interpretato anche l'incontro di Obama con McCain, dopo il quale si è parlato di alleanza bipartizan. Seppure vi siano alcuni esempi di riferimento, come nel 1940 il sostegno del candidato presidenziale repubblicano Wendell Willkie alla politica estera del rivale elettorale Franklin D. Roosevelt e a metà degli anni '60 dell'ala progressista dei Repubblicani alla legge sui diritti civili promossa dal presidente Democratico Johnson, quella attuale sembra una convergenza più strategica che tattica.

Nonostante la netta maggioranza nei due rami del Congresso (58-40 al Senato; 255-175 alla Camera), i Democratici puntano infatti a evitare quanto già accaduto in passato. Le ultime due volte che hanno controllato tutto - Casa Bianca, Camera, Senato - si sono sbilanciati troppo a sinistra, creando le condizioni per le vittorie di Ronald Reagan nell'80 e di Newt Gingrich nel 1994. Tra i Repubblicani intanto sono già iniziate le manovre per le prossime elezioni. Mike Huckabee, già governatore dell'Arkansas, vincitore a sorpresa delle primarie in Iowa a gennaio e poi negli Stati del Sud, si è dimostrato il concorrente più insidioso per McCain. A suo parere una delle cause principali della sconfitta è stata la scelta di McCain di appoggiare il prestito governativo di 700 miliardi di dollari per contrastare la crisi finanziaria. "L'ultima cosa che i Repubblicani vogliono dai Repubblicani è un provvedimento che dia i soldi dei cittadini alle aziende private.", ha detto Huckabee.

Sarah Palin, candidata vicepresidente e governatrice dell'Alaska, nonostante gli attriti con lo staff elettorale e le critiche di coloro che l'hanno paragonata a Barry Goldwater, ha già lanciato la corsa per le Presidenziali '12. L'altro nome di rilievo è Mitt Romney, già governatore del Massachusetts. Vari dirigenti del partito l'avrebbero preferito alla Palin, per l'esperienza nel settore economico-finanziario. E' considerato in grado attrarre il voto moderato e indipendente, a partire dalle primarie; non altrettanto quello della base. Il prossimo appuntamento elettorale è nel 2010 con le elezioni di medio termine per il Congresso.



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ed. Polistampa, 2007

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